Guittone d’Arezzo, Altra fiata aggio già, donne, parlato

Altra fiata aggio già, donne, parlato
a defensione vostra ed a piacere;
ed anco in disamore aggio tacere,
ove dir possa cosa in vostro grato;
ché troppo ho di voi, lasso, indebitato
non vostro merto già, ma mia mattezza.
Onta conto e gravezza
onor tutto e piacer che di voi presi.
Non che ‘l dico vo pesi;
ma debitor son voi, ché fabricate
ho rete mante e lacci a voi lacciando:
di che merzé domando,
e prego vi guardiate ad onne laccio
ed a li miei più avaccio;
ed io v’aiuterò com’io v’offesi,
se libere star, più che lacciarvi, amate.
Donne, per donna, e donna e omo foe
sbandeggiato, deserto e messo a morte;
e donna poi fedel, benigna e forte
parturio noi campion, che ne salvoe.
Unde donna, per este ragion doe,
e vizio in ira e bonità in piacere
dea, via più d’omo, avere:
vizio odiar per Eva, vergognare
de lei, per lei mendare,
e bonitate amar tutta in Maria
e no mai col suo parto avere scordo,
né n’alcon ponto accordo
col serpente infernal che sodusse Eva.
E no, s’io so, me greva
mostrare voi come possiatel fare,
pur che farelo voi greve non sia.
Onne cosa è da odiar quanto ten danno;
vizio, da cui solo onne dannaggio,
odiar dea del tutto onne coraggio
e ‘n lui consomare amare affanno.
D’angeli demoni fece, und’hanno
di cielo inferno e di ben mal peroe.
Umanità dannoe
[ e mise a onta for di paradiso; ]
[ per lui fu Cristo ucciso; ]
infermità angostia e guerra tutta
n’è sol per esso adotta;
e se non vizio alcun fosse, non male
ma bene d’onne parte abonderea.
Quale danno terrea
se fere tutte, onne demonio, onne omo
fosse sovra d’un omo?
ma vizio aucise tutti a una sol botta
de temporale morte ed eternale.
Come non dir si po mal che peccato,
non dir potesi ben già che vertute,
da cui solo ha giustizia onne salute,
como da vizio tutto è crociato.
Solo è vertù de Dio lo grande stato;
in vertù fece e regge angeli ed omo;
regno città e domo
manten vertù; e solo essa è ch’onore
in om merita e amore;
vertù de Dio ed omo un quasi face.
Unde perfetto conta Dio om tale,
di sommo e d’eternale
regno fal reda e partel d’ogni noia,
sovrampiendol di gioia.
Vertù è possession d’onne riccore,
lo qual non perde alcun, se non lui piace.
Onne vizio com’onne mal fuggire
onne vertù seguir com onne bene
voi donque, donne mie, sempre convene;
ma ciò che non vi vol nente fallire
è castità, for cui donna gradire
non, con tutt’altre vertù, mai poria;
e castitate obria
e scusa in donna quasi ogn’altro mendo.
Oh, che molto io commendo
donna che tene casto corpo e core!
Vivere in carne for voler carnale
è vita angelicale.
Angeli castitate hanno for carne,
ma chi l’ave con carne
in tant’è via maggior d’angel, dicendo:
reina è tal, sponsata al re maggiore.
Chi non pote o non vol castità tale,
che ha marito overo aver desia,
d’onn’altro casta in corpo ed in cor sia,
se tutto lei marito è desleale;
ché carnal vizio in om forte sta male,
ma pur in donna via più per un cento;
ché donna in ciò spermento
face d’aver cor traito e nemico
di parente ed amico,
de marito, de se stessa e de Dio;
ché vergogna ed ingiuria a ciascun face,
unde sempre onta in face
e doglia in cor chi più l’ama più tene.
Oh, quanto e qual n’avene
per diletto ch’è van brutto e mendico
odio, brobio, dannaggio ed onne rio.
Molti ghiotti son, molti; ma nullo è tanto,
che marchi mille desse in pesce alcono,
come donna dà quasi onne suo bono
in deletto d’amor mesto di pianto:
ché dolor più di gioia è loco manto.
Mira, mira, o madonna, che fai;
per sì vil cosa dai
Dio ed amico; e loro e tuo gran pregio
torni in villan dispregio.
Ohi, quanto fòrate, donna, men male,
se l’amadore tuo morte te desse,
che ben tal te volesse!
Ché pregio vale ed aunor più che vita.
Oi donna sopellita
in brobio tanto ed in miseria, aviso
che peggio’ d’onne morte è vita tale.
Merzé, merzé de voi, donne, merzede!
Non sembrante d’amor, non promessione,
ni cordogliosa altrui lamentagione
vi commova, poi voi tanto decede.
Ché bene vi poria giurare in fede
che qual più dice ch’ama è ‘nfingitore,
e dol senza dolore,
molto promette, e ha in cor di poco dare,
voi volendo gabbare;
e odio via più d’altro è periglioso.
Ma se tutto, com dice, amasse forte
e se languisse a morte,
crudele essere lui pietade tegno;
se dar volesse un regno
più di veleno alcuno è da schifare:
non che pregio e onor tolle amoroso.
Conven con castitate a donna avere
umilità, mansuetudo e pace:
figura mansueta non conface
orgoglio asprezza e odio alcun tenere.
Punger colomba ahi, che laid’è vedere!
Benigno cor, lingua cortese e retta,
che pace d’amor metta
in casa e fore, aver la donna dia;
ché vedere vilia,
garrendo e mentendo e biastimando,
escir de donna, è tal, come se fele
rendesse arna de mele.
Vaso di manna par donna e de gioia:
come render po noia?
Quasi candida roba e donna sia,
saggia, se ben denota onne, guardando.
S’i’ prego voi da lor donne guardare,
prego non men che lor da voi guardiate:
non, per Deo, v’afaitate,
ché laccio è lor catun vostro ornamento.
Ben dona intendimento
che vender vol chi sua roba for pone.
Caval che non si vende alcun nol segna,
né già mostra che tegna
lo suo tesoro caro om ch’a ladroni
lo mostri ed affazoni.
Donne, se castità v’è ‘n piacimento,
covra onestà vostra bella fazone.
Ditt’aggio manto e non troppo, se bono:
non gran matera cape in picciol loco.
Di gran cosa dir poco
non dicese al mestieri o dice scuro.
E dice alcun ch’è duro
e aspro mio trovato a savorare;
e pote essere vero. Und’è cagione?
che m’abonda ragione,
perch’eo gran canzon faccio e serro motti,
e nulla fiata tutti
locar loco li posso; und’eo rancuro,
ch’un picciol motto pote un gran ben fare.