Guittone d’Arezzo, Beato Francesco, in te laudare

Beato Francesco, in te laudare
ragione aggi’e volere;
ma prendo unde savere,
degnità tanta in suo degno retrare?
Saver mi manca (e nullo è quasi tanto)
e degnità assai via maggiormente,
ché dignissimo saggio e magno manto,
gabbo e non laudo, laudar l’om nesciente:
a grazioso in tutto e santo tanto
de miser ontoso om laud’è non gente:
non conven pentulaio auro ovrare,
e non de baronia
ni de filosofia
alpestro pecoraio omo trattare.
Non degno è, segnor meo, magno ree,
toccare om brutto bel tanto bellore;
ma sì mi stringe amor, laudando tee,
poi benigno te soe sostenitore.
Pur laudaria; ma quand’eo miro chee
laudar deggio valente e car valore,
e quanto e qual de parte onni appare
magno, mirabel, degno,
quasi ismarruto vegno,
e lo vil mio saver teme e dispare.
E se dotta lo meo parvo savere
a la faccia del tuo nobel valore,
reprendel chi ben dea fanciul temere
intrare in campo con campion forzore.
E de cui scienza umana ave podere
che con valenza tua prendesse onore,
che in largo occupa terra e mare
e cielo onne in alto?
Chi ‘n lei ten donque assalto,
è, più anche che sempre, in abondare.
E perché parva era umana scienza,
e non degno om omo angel laudando,
prese Dio la tua laude in sua potenza,
tuo caro merto degno orrato orrando;
e no in dire, u’ non ben par valenza,
ma in mirabili fatti essa provando;
ché più fiate augelli te fece onrare
ubidendo e seguendo,
e a morti, surgendo,
la tua cara vertù fece parlare.
Oh, quanto quanto e di maniere quante
nei toi gran merti degni onrar pugnoe
in miraculi magni e grazie mante!
E tutto, sembra, lui poco sembroe:
parvo par magno far a magno amante;
unde orrevel del ciel te visitoe;
non d’angel già, né d’arcangel, ni pare:
ma di cherubin maggio
magno esser messaggio
da magno a magno dea, sor magno affare.
Magno è Dio sommo, e tu per lui tragrande,
e mister magno è ten, bon laudar tale,
e ben pascendo amor portar vivande
che fo da Dio a te vero e corale;
che, come certo in iscrittura pande,
simile se desìa onni animale
e simel Dio chi lui pugna sembrare;
unde te che ‘l pugnasti,
sì onni altro obriasti,
è prova el deggia d’amor tutto amare.
Magne de tua vertù, magne d’amore
da Dio a te son prove este, e son nente
inver che c’è sorgrande e sormaggiore
e sola tua, ch’è maggio e maggiormente,
ché, ciò che fu en sé maggio e megliore,
le suoi piaghe, mise in te apertamente;
e ciò per magne due cose asegnare:
una provando como
la via si è ‘l tuo dentro, omo;
altra teco una cosa esser mostrare.
Merabel meraviglia o cosa nova
quale è tua pare? Parli e sé non celi.
Maggio, m’è viso, te tal prova approva,
che se ‘nchinati te fusser li celi,
o tolta, o data, como a Elia, piova,
e suscitati in te tutti fedeli,
o fusse Cristo in propia forma in are,
o in terra a te sceso,
o suo spirto in te acceso,
o se tu fatto in sua fazion su’ pare.
Nascer de Cristo e tutta umanitate
fue mirabel magno oltr’onni conto;
ma fior e frutto d’essa e bonitate
suoi piaghe fuoro, in qual se’ te congionto.
Oh, quanta e quale è tua gran degnitate!
Beato anche in via grande alto ponto
debber segni essi a segno in te segnare;
che como in esso Cristo
salvò seculo esto,
salute essa dovei tu reformare.
Isformata e quasi mort’era salute,
errore e vizio contra essa pugnando,
quando tu con magna onni vertute
levasti, forte e pro, lor contastando.
Lingue parlanti inique hai fatte mute,
e mute parlatrici e a bon trattando.
Ciech’era ‘l mondo: tu failo visare,
lebroso: hailo mondato,
morto: l’hai suscitato,
sceso a inferno: failo a ciel montare.
Segnano anche altro esti segni in teie.
Dice Cristo: chi vol poi me venire
tolla la croce sua e segua meie;
cioè piaghe suoie deggia in cor sculpire
e nel suo dire e far portarle in seie;
e chi non ciò, non pol ver cristian dire.
Unde tu, che dovei ricoverare
in vita vera e voce
di penetenza croce,
mertasti gonfalon esso portare.
Tal se’ e tanto e via maggio che tale;
e nei toi figli oh, quant’alzi grandezza,
in cui valore onni valente vale;
dator di scienza e di vertù, fortezza
vit’e bellor del mondo e lume, al quale
parva valenza sole hav’e chiarezza,
che dentro alluman cori e i fan fruttare,
accendon caritate,
schiaran veritate,
diseccan vizi e fan vertù granare.
Oh, quanto amore, quanta devozione,
quanta subgezione e reverenza
deono te e tuoi d’onni ragione
tutti cristian, con tutti ogni piagenza,
a cui asempro, a cui ammonizione
hanno quasi quanto hanno di valenza!
Ben tenuti semo donque laudare,
reverire, gradire,
e te e i toi seguire
con devozione tutta pugnare.
Mercé donque, Messer; me perdonare
a te piaccia e ai toi,
se non laudat’ho voi
degno, ché non finire so cominciare.