Guittone d’Arezzo, Comune perta fa comun dolore

Comune perta fa comun dolore,
e comuno dolore comun pianto;
per che chere onni bon pianger ragione:
perduto ha vero suo padre Valore,
e Pregio amico bono e grande manto,
e valente ciascun suo compagnone,
Giacomo da Leona, in te, bel frate.
Oh che crudele ed amaroso amaro
ne la perdita tua gustar dea core
che gustò lo dolzore
dei dolci e veri tuoi magni condutti,
che, pascendo bon’ ghiotti,
lo valente valor tuo cucmava!
e pascea e sanava
catun mondan ver gusto e viso chiaro,
sentendo d’essi ben la bonitate.
Tu, frate mio, ver[o] bon trovatore
in piana e ‘n sottile rima e ‘n cara
e in soavi e saggi e cari motti,
francesca lingua e proenzal labore
più de l’artina è bene in te, che chiara
la parlasti, e trovasti in modi totti.
Tu sonatore e cantator gradivo,
sentitor bono e parlador piacente,
dittator chiaro e avenente e retto,
adorno e bello ‘spetto,
cortese lingua e costumi avenenti,
piacenteri e piacenti
. . . .
. . . .
dato fu te tutto ciò solamente
. . . . [-ivo].
Non dic’alcun dunque troppo io t’onori,
acciò che non tu om di gran nazione,
ché, quanto più de vil, più de car priso.
Omo quello, li cui anticessori
fuor di valente e nobel condizione,
se valor segue, onor poco li è, aviso;
se figlio de distrier [distrieri] vale,
no è gran cosa, e s’è, non lausor magno,
ma magna è unta se ronzin somiglia;
ma’ che è meraviglia
e cosa magna se di ronzin vene
che destreri val bene;
e tal è da orrar sovra destrero
bass’ omo che altero
ha core e senno, e òr se fa de stagno,
und’è ver degno d’aver pregio tale.
Non ver lignaggio fa sangue, ma core,
ni vero pregio poder, ma vertute;
e sì grazia ed amore appo sciente.
Di cui sol pregio è gente,
nullo o parvo e pregio in ben de fore,
ma ne le interiore
ch’e don[de] move lui ch’e pregio o onta:
le più fiate desmonta
a valere, a pregio e a salute
bealtà d’omo, lignaggio e riccore.