Guittone d’Arezzo, Gioia gioiosa piagente

Gioia gioiosa piagente,
misura è ragione
tutta stagione – deggiasi trovare.
Como è più possente
lo segnore, più dia
a la sua segnoria – ragione usare;
per che sempr’el avanza
a pregio ed a possanza,
a lo piacer de Dio e de la gente.
Chi sua guida non prende,
a lo ‘ncontraro scende:
a la fine del gioco ven perdente.
Però, per Deo, vi piaccia
ch’orgoglio e villania
la segnoria – di voi non deggia avere,
che (poi tanto ve piaccia
misura e canoscenza)
non ha potenza – in voi, né po valere.
Ora torni a ragione
la vostra openione,
per Dio, piagente donna ed amorosa,
sì ch’aggiate pietanza
di me, ch’ad abondanza
amo più voi, che me od altra cosa.
D’esto amore meo
m’aven com’a quei, lasso,
che ‘n vivo sasso – sua sementa face:
e come a quei, che reo
nemico onora e serve,
che pure lui diserve – e strugge e sface.
Ché non mi parto ‘n atto?
Non posso; sì son matto
(…)
che meglio amo da voi
ciò, ch’io non chero altroi
tutto quello ched eo vorrebbi avere.
Amor, non mi dispero,
ca non fora valenza:
bona soffrenza – fa bon compimento;
e lo grecesco empero,
l’ora che Troia assise,
non se devise – per soffrir tormento,
né perché sì fort’era,
che di nulla manera
vedea che se potesse concherere;
e pur misel a morte:
e chi lo suo più forte
conquide, dobla laude vol avere.
Poi mai non mi rafreno,
amor, de voi servire,
di cherire – merzede abo ragione;
ed averave meno,
ogne gioia di mene
solo ch’a bene – vi sia qualche stagione:
ca più anche sarete
più dolze, ed averete
più in voi d’amor che nulla criatura;
ché lo grande amarore
puote tornar dolzore,
e più dolze, che dolze per natura.
Amor, pur vincer creo
combattendo per Deo;
ed ho le mie battaglie sì ordinate:
contra disamor, fede;
contr’orgoglio, merzede;
e contra di ferezza, umilitate.