Guittone d’Arezzo, Magni baroni certo e regi quasi

Magni baroni certo e regi quasi,
conte Ugulin, giùdici di Gallore,
grandezza d’ogni parte in voi e magna:
ciò che grasisce il mio di voi amore,
e vol, non tanto sol già che permagna,
ma che acresca in tutti orrati casi;
e, se vol di grandezza esta di fore,
più de l’enterïore,
ché nulla di poder è podestate,
nulla de dignitate,
ver’ che di bonitate
è sovragrande e d’onor tutto orrata.
Chi pò grande dir rege [reo], non bono?
chi parvo om magno bono?
Tutti rei parvi son, tutti bon’ magni:
chi grandezza d’onor vol coronata,
di grandezza di bon ess’ acompagni.
Grandezza di poder né pò né dia
se non di bonità seco ha grandezza:
grande di bonità val per sé bene.
Vera[ce]mente in operar fortezza
grandezza di poder omo convene:
ché degno è onne reo debele sia.
Boni tutti potenti esser vorrieno,
mali stringendo in freno
e dando a bon’ valor’ valore ovrare:
unde sol quasi amare
dea bon potenza fare,
bonità operar potendo in essa.
Perché dat’è podere e perché vale?
che per valer, che vale?
Unde, non che valente ami podere,
ch’è animico, e lui ontalo adessa,
poi ni vole ni sa d’esso valere.
E voi, signori mii, potenza avete
grande molto, e tempo essa overando:
operi magno, in mister magno tanto,
vostro valor d’onor ver coronando.
Valore in parve core approva quanto?
Unde quando, se non or, proverete?
Arbore quel che non frutta in estate,
fruttar quando sperate?
Signor’, vostr’auro a propio è paragone:
non so quando stagione
ni cagion ni ragione
valenza e bontà vostra aggia in mostrare,
se no ora ben e promente mostra,
la cità madre vostra,
in periglio mortal posta, aiutando,
cui spero aiutar deggia u amare
chi sua cità non ama aitar pugnando.
De Dio iudicio e de catun scïente
e valor tutto e bonità richere
amare amico om, quanto sé, deggia.
Quant’amore in corpo om dea donque
nel quale a un seco congiunto veggia
vecino, amico, filio onne e parente?
quale infermar non pòe, no esso e soi
vegnano ‘nfermi in loi?
Com’esser pò non infermi omo adesso
che infermar sent’esso
ch’ama quanto se stesso,
uno u plusor che siano, uver migliaia?
Esto corpo è, signori, il comun vostro,
ov’e voi e onne vostro.
E non donque amerete amico tanto?
Uv’e bontà, non in amore apaia?
Quanto amico om, tanto bon, poco u manto.
Infermat’è, signor mii, la sorbella
madre vostra e dei vostri, e la migliore
donna de la provincia e regin’ anco,
specchio nel mondo, ornamento e bellore.
Oh, come in pia[n]ger mai suo figlio è stanco,
vederla quasi adoventata ancella,
di bellor tutto e d’onor dinudata,
di valor dimembrata,
soi cari figli in morte e in pregione,
d’onne consolazione
quasi in disperazione,
e d’onni amico nuda e d’onni aiuto?
Tornata e povertà sua gran divizia,
la sua gioia tristizia,
onne bon mal, e giorno onne appiggiora,
unde mal tanto strani han compatuto:
o non compaton figli, e d’ess’ han cura?
O signor mii, chi, che voi, ha potenza,
e chi aver dea piagenza
maggiormente che voi, essa sanare?
Nullo a poder voi pare,
nullo pò contastare;
in voi è sol sanando e ucidendo,
e, sì come sanando è ‘n voi podere,
esser vi de’a plagere
per casi due: un, che, quant’om maggio,
maggio esser dea bono, ben seguendo;
altro, voi pro più prod’è, e mal dannaggio.
Tutto mondo, signor’, vi guarda, e sae
che ‘l male e ‘l ben restae
di vostra terra in voi, sì com’ho detto.
Pensate adonque retto
quanto in tanto aspetto
men d’onor e onor esser voi pòe.
De tiranni e di regi assai trovate:
merzé, non v’assemprate
a tiranni di lor terra struttori,
ma a Roman boni, in cui ver valor foe;
ed essi ver’ di bon’ son miradori.
Onor, prode e piacer saccio ch’amate;
ma non onor stimate
donar possa che bon, ni pro che onesto:
diritto e onor lesto,
dispregio a esso mésto,
dannaggio si pò mei’ che prode dire.
Piacer e gioi’ non mai onque conquista
om bon d’opera trista:
onor, prode e piacer sol si procaccia
a piager d’essi a cui sòl bon plasire
in fare e dir che con vertù si piaccia.
Due furo sempre e son in sallir scale,
unde salse om e sale:
son este due malizia e bonitate.
Saglir per malvestate
so ch’ontoso pensate,
penoso mantener, ruinar leve;
e quale infine son non ruinati,
nulla u par tornati.
Grandezza di bontà piena e d’onore
tenesi in gaudio e pace, e non in breve
ma perpetual reggela amore.
Bene Pisani san, signor’, sentire:
sol pòn per voi guarire;
e se, di morte u’ son, lor vita date,
tutto certo crediate
che d’etate in etate
ed essi e figli loro, e voi e vostri
terran refattor d’essi e salvatori.
Commodo esto, signori,
e voi e vostri fa perpetuale
amati, orrati e magni. Adonque mostri
vostra gran scienza in ben cerner da male.