Guittone d’Arezzo, O bon Gesù, ov’è core

O bon Gesù, ov’è core
crudel tanto e spietato,
che veggia te crucciato
e non pianto porti e dolore?
O bon Gesù, non è ragion che doglia
(né allegri giammai chi non dole ora),
poi ‘ntende la tua dogliosa doglia
e manifesta vedela in figora?
Ahi, come non dole omo o non cordoglia,
ove dole onni fera creatora?
Piansero, lasso! , le mura
e cielo e terra, ah! , dolore
del bon signor lor mostrando;
noi ne gim quasi gabando:
tanto è fellon nostro core!
O ben Gesù, miri catono
quanto è ragion di te doler corale!
Tu primo omo facesti ad onni bono
ricco, franco, sano e non mortale;
esso, non te pregiando e tu’ gran dono,
a la gran peca sua fu messo a male.
Misero fatto e mortale,
vivendo e morendo a tristore,
poi mort’è legato in inferno,
ove seria stato in eterno,
demoni lui possessore.
O bon Gesù, tu troppo amando,
la carne nostra, vil tanto, prendesti;
scendesti a terra, noi a ciel montando
e, facendo noi dii, om te facesti.
Riccor, onore, gioia a noi donando,
povertà nostra e ointa e nòi prendesti;
e prender te permettesti,
de pregion mettendone fore;
sputo, fragelli e morte
laida prendesti traforte,
vita noi dando tuttore.
O bon Gesù, tu creatore
dei nostri padri e nostro; e tu messere
di vertù, di savere e di valore,
di soavità, di pregio e di piacere,
e d’onni nostro ben solo datore;
conservator, for cui chi più val pere,
in cui compiuto savere
larghezza somma e riccore,
vertù e giustizia e potenza
e lealtà tutt’e piagenza
e tutto bon, mal non fiore.
O bon Gesù, noi vedemo te
come mendico a piede afritto andare;
afamato, asetato e nudo se’,
né magion hai, né cosa alcuna, pare.
Or non se’ tu di ciel e terra re?
Ricco cui e quanto e senz’alcun pare?
O perché tanto abassare
e far te de maggio menore?
Venuto se’ tanto trabasso
solo montandone,lasso! ,
ad onni compiuto riccore.
O bon Gesù, te, tal barone,
vedemo lasso, preso e denudato,
legato en tondo, siccome ladrone;
e ‘l tuo bel viso battuto e sputacchiato;
apresso in croce afitto, a pogione
bever fele, de lancia esser piagato!
E già non fu tuo peccato,
ché non fai che bono o migliore;
ma latrocinio nostro fue,
und’appeso e morto se’ tue,
tale nostro e tanto signore.
O bon Gesù, tu contristato,
e di cielo e di terra onni allegrezza!
Preso è solvitor d’ogni legato,
laidita e lividata ogni bellezza,
onore tutto e piacer disorrato;
è dannata giustizia a falsezza,
e disolat’è grandezza,
è vita e morte a dolore!
E di tutto ciò che ditt’aggio
el fellon nostro coraggio
no nd’ha pietà, né amore.
O bon Gesù, che villania
e che fellonesca e crudel crudeltate
vederte a tale, e saver per noi sia,
non pianger, né doler di pietate!
O lasso, lasso! Chi non piangeria,
se tal dolor vedesse a un suo frate?
Or noi dolem spesse fiate
di fera – ah, om traditore! –
e de pena via più leggera!
De te, sommo ben, per sì fera,
com’è non ciascun piangitore?
O ben Gesù, com’è ragione,
chi non vol de la tua doglia dolere,
allegra, de la tua resurrezione
e senza pena teco sostenere,
ch’è oltraggiosa? E matta è pensagione
pensar nel gaudio tuo teco gaudere,
mertar onta e danno tenere
omo che pro cher’e onore,
ove affannare vol nente.
Nol chera mai cor valente,
senza operar lì, valore.
O bon Gesù, apre el core
nostro, crudel, duro tanto,
ritenendo, a far di te pianto,
com aigua ‘n ispungia, dolore.