Guittone d’Arezzo, O cari frati miei, con malamente

O cari frati miei, con malamente
bendata hane la mente
nostro peccato e tolto hane ragione!
E certo apresso ciò per gran neiente
no nd’apella om giomente,
ché d’omo non avem più che fazone.
Che se descrezione,
arbitro, poder, cor, senno e vertute
noi fue dato in salute,
a nostra dannazion lo convertemo;
ché tutto adessa avemo
fatta descrezion, malvagio ingegno,
arbitro, servo di peccato tutto,
defensore e sostegno
e campion di disragion, podere,
cor che contra piacere
ha tutte cose oneste e graziose
ed ha per dilettose
quelle tutte che legge e Dio disdegna,
e saver che disensegna
dritto, Dio, e malvagità n’aprende,
vertù, ch’ogne vertù pena dar sotto
e vizi cria e in poder li stende.
Demonio a Dio e corpo ad alma avemo
e lo secol tenemo
patria propia, somma, eternale.
E ciò è, lassi! , unde bendati semo,
per che ciascuno remo
tenem, vogando quanto potem ver male.
Or chi è ora leale,
chi fedel, chi benigno, chi cortese
non m’è certo palese;
ma chi è malvagio e chi galeadore
e chi per disamore
e per malvagità e falseza ingegna
amico o frate, veggione a comuno.
E quel per maggior regna
e maggiormente orrato e pro è fatto,
che mei sa di baratto,
treccando e galeando ad ogne mano;
e se soave e piano
umile Dio temendo alcun se trova
che non baratto mova,
misero, vile, codardo è tenuto;
per che d’offender lui vago è catuno,
e soi vicin tutti peten trebuto.
Ma non galea alcun tanto, né mira,
né davante se tira,
non segualo penser noia ed affanno:
soperbia, cupidezza, invidia e ira
tanto no volle e gira,
che nostre menti poso alcun non hanno.
Vergogna porta e danno
e travaglio vi ha più chi più ci tene,
e mal vi ha più che bene
chi più ci ha di piacere e men di noia;
ch’onne mondana gioia,
tarda, corta, leggera, è de nòi mesta;
la fine, u’ pende tutto, è sola doglia.
Ma noia è sempre presta,
lunga, grave, e sol ha fine a morte!
Ov’è solazo in corte,
u’ poso in zambra, u’ loco, u’ condizione,
ove, quando stagione,
dove puro piacer paresse un punto?
Legno quasi digiunto
è nostro core in mar d’ogne tempesta,
ove pur fugge porto e chere scoglia,
e di correr ver morte ora non resta.
O struggitor di noi, se qui è gravezza,
ov’è donqua allegrezza
Forse ‘n inferno, ove corremo a prova?
E siem più stolti ch’apellam stoltezza,
se de tanta mattezza
alcun si parte, poi verità ritrova;
e mirabile e nova
cosa tenem no chi mai fa, ma bene;
ed entra gli altri mene
biasmato e crociato avete, poi
Dio mi partì da voi;
e dove più d’onor degno m’ha fatto
esso meo car Segnor, la sua merzede,
più me biasmate matto,
dicendo pertenevame gaudere,
poi tempo, agio, podere
e bella donna e piacentera avia;
e ch’è grande villia
e fera crudeltà disnaturata,
la qual non fu trovata
in fera alcuna, und’om parlasse mai,
ch’abandoni figliuol che picciol vede,
com’io tre picciolelli abandonai.
Or come potev’io, matti, gaudere
ov’è gran despiacere?
Oltra ch’io dissi: Chi meglio adimora?
Non tempo, non loco, non podere,
né mia donna in piacere
mi fue giorno già mai tanto quanto ora,
ch’onne soperchia cura,
unde non posa voi corpo né core,
mi tolle el meo segnore.
Und’eo mi gaudo quasi; e se per questo
eternal vita acquisto,
sì gran mercato mai non fue veduto.
Ben agia chi noi pria chiamò gaudenti,
ch’ogn’omo a Dio renduto
lo più diritto nome è lui gaudente;
ché qual più aspramente
religione porta, ha più dolzore
d’ogne mondan segnore,
s’è di spirito bon, ché contra voglia
ogni dolcezza è doglia.
Non io, ma voi donqu’ai figliuoli spietosi,
procacciandoi languire infra i languenti,
ed eo li mei gaudere infra i gaudiosi!
Ora s’eo fosse a mia guisa segnore
d’ogne terren riccore,
giovane sempre e deretano in vita,
ed albergasse solo nel meo core
tutto mondan dolzore,
e ogne noia da me fosse partita
come cosa fallita,
e fosser fatte a lo piacer meo fine
figlie e moglier reine
e tutti re i figliuoi, sì mi seria
oltra pensier mattia
non tutto abandonar ciò, Dio seguendo;
ché, solo, in gran diserto, ognunque pena
per lo meo Dio soffrendo,
vale meglio. Non tale bene vale
quanto ben ver ver male?
Primo: ben temporal val men che neente,
ver ben che non dismente;
secondo: ben terreno è fastidioso
ver ben divin gioioso;
terzo: ben ch’ha mal fine è di mal peggio,
e mal che tolle peggio e ben ch’a meglio mena,
sommo, eternal ben chiamar lo deggio.
O caro segnor meo e dibonare,
como m’osa blasmare
alcun, se m’ho donato te seguire?
Tanto m’hai fatto e fai e mi dei fare,
nol porea meritare,
se mi seguisse ogn’omo in te servire.
O che mert’ho, bei sire,
che, pria che ‘l mondo formassi, m’amasti?
ed apresso creasti
non fera già, ma omo razionale;
e non di popol tale,
che non conosca te, ma di tua gente.
Creato m’allevasti ed allevato
fuite contra a presente:
tu corpo ed alma in terra e in mare spesso
mi defendesti d’esso;
chi t’è contra seguiva ed altro tutto;
e m’hai di loco brutto
e tempestoso dato agiato e santo;
faimi gioioso manto,
e parti a grado tuo de tutto rio,
e di’ me coronare e far beato
ed in eterno empiermi onne desio.
O vengiator di mia onta, o ventore
d’onne meo percussore,
o ver soccorso a tutti miei bisogni,
pur non de te me slogni,
ferro, foco, infermitate, affanno,
omo, fera, demonio o cosa quale
tener poreami danno?
Nulla certo: ma prod’è in te durando.
Ma io solo peccando
mi posso corpo ed alma aucider leve;
ché dove mal m’è greve
e bene rende me picciol savore,
non è che poco amore.
Languendo gauderea, como gaudea
in fede intera ed in amor corale
Lorenzo al foco ed alla croce Andrea.
Capitano d’Arezzo Tarlato,
non te mirar montato:
te smonti già, ché valle han tutti i monti,
sì come in plusor ponti
tu medesmo n’hai saggio alcuno fatto.
Ned obriar che d’ogne monte el sommo
è sempre istremo e ratto,
e che finghiosi e pien d’oncin son valli
e li plusor for calli.
Ahi, che laid’è di gran monte avallare
e nel valle afondare:
nel valle d’ogne valle ed eternale
sentina a tutto male;
e che bell’è d’esti monti salire
in quel monte eternal d’ogne ben sommo,
e d’esta vita vil grande partire!