Guittone d’Arezzo, O vera vertù, vero amore

O vera vertù, vero amore,
tu solo se’ d’onne vertù vertù,
e ben solo noi tu,
da cui solo onne bono e for cui nente!
Non già teco labore
ned amar grand’è amaro, e picciol dolze
teco sembra tradolze;
né de gran dolze dolze om forte sente.
Tu de legge divina e naturale
ed umana, finale
intenzion mi sembri e propio frutto;
e tu sommo condutto,
che corpo ed alma sani e pasci in gioia;
e tu fastidio e noia
d’onne malvagio, e bon solo, che i boni
parer fai tra i felloni,
che giammai non dimore entra i malvagi,
né da’ malvagi ha’ bono,
ché tra i fellon – ragiono –
onne amor odio ed onne pac’è guerra.
Unde non già poco erra
chi omo pregia alcuno, ove non se’;
ché vizio, senza te,
si conta onne vertute,
né alcuno ha salute,
né ben nente, pur quant’el vol s’adagi.
O vero amor, tu uno fai
de Dio, d’angelo e d’omo, e in loco ono
li lochi ad onne bono;
e solo è loco ben sommo compito,
perché compiuto vi stai;
ché tanto è bono in catun loco, quanto
lì ha di te, poco u manto.
Und’è seculo ben quasi perito;
e se, for te, amor, ben vi perisce,
e mal sempre vi cresce,
no meraviglia è già, ché nel ciel fue,
ove non fosti tue,
periglio grande troppo, e morte venne.
Catun, che for te tenne,
non Dio vol, né ragione, in alcun loco;
for te, ben né mal poco;
und’è Legge in te tutta e Profezia,
e che vol Dio, e prode
ad om. Face, empi, prode;
ché cielo e terra in te mert’om gaudere.
Oh, che dolce piacere
seria nel mondo, amor dolce, da poi
tu ben fossi tra noi!
Non già valle di pianto,
ma di gioia e di canto:
Paradiso lo secul sembreria!
Amor, vero bon, te devemo
di cor, d’alma, di mente e di valore
portare a nostro signore,
in tempi, in cose tutte, in tutto retto.
Perché ragion n’avemo
e perch’è necessaro e utel noi,
iusto dico amar lui,
come padre e fattor sommo e perfetto
di noi e d’onne a noi frate ed amico;
e giustizia anch’è – dico –
come signor natural, bon, piacente,
unde aven solamente
corpo, alma, podere e onni bene;
e giustizia è, ché tene
amor tanto a noi; noi dii facendo,
sé fece omo e, porgendo
amor noi, dolzore, riccore e vita,
nostra onta e noia forte
e povertà e morte
in sé sostenne; e giustizia è, ch’enferno
ne vol torre, ed eterno
regno a catun dar sommo; ed è ragione,
ché scienza e vertù pone
in noi quanto noi piace,
e perch’el sol ne face
da mal partire, ed al ben far n’aita.
Ed anch’è, amor, ben ragione
portar te tutto lui come a bon tutto;
ché no animal brutto
sembrare dea già om razionale.
Non bestia ha descrezione
ben cernendo dal meglio, e d’una guisa
auro e piombo pesa.
Dea sì far om? No; ma stimar che vale
ciascuna cosa in scienza e in amore;
ché razional core
amar non dea più né men cosa alcuna
che di quant’ella è bona,
che sol degno d’amor bonità fae.
E Dio donque, ‘n cui stae
perfezion d’onne bene e bon, per cui
sol ven bono in altrui,
non del tutto, en tutto, amar dovemo?
Degno credo noi pare!
Se, per ciascuna, amare,
d’este dette ragion, devenlo tanto,
per tutte ensembre quanto?
E sol per ragion essa, und’el discese
in terra e morte prese
noi troppo amando, via
nente el mertaria
om, ch’avesse onni amor, che tutti avemo.
Ed è, bono amor, necessaro
te portar lui, a ciò ch’el te ‘n no porti,
e che ‘n amor comporti
e servi noi e’ che ‘n amor n’ha dato;
ché non poco è noi caro
partir da male e ben mantener, punto
da noi stando el degiunto:
sol da lui bono è, sol per lui servato!
E util è amar lui, ch’è bono amando;
male fuggimo odiando,
e sol boni in Amore bon venimo,
ed amato el seguimo,
seguendo el conquistamo e possedemo,
possedendo el gaudemo,
e gaudendo onni bono noi. Ch’è meno
in gaudio vero longo e pieno?
Chi prende de ben vano è corto e manco,
come ‘l ben mondan sempre.
Solo bono è Dio, ch’empie
e sorempie onni senno e onni core.
No è già fatto om fore
ch’a la divina forma; und’è sol essa,
che ben l’empie ed abessa
e sì largo e prefondo,
se tutto entra lo mondo
sembrai neente, e nente ei conven anco.
E de’ te, amor bono, portare,
secondo natural legge e divina,
catuno a chi vicina
con ello in Cristo, sì come a se stesso;
ché frati sen, como appare,
in carne e ‘n spirto d’Adamo e d’Eva; e d’ona
eclesia madre bona
semo membri in un corpo insembri, e apresso
d’un sangue e d’una carne, e fatti ad ono
gaudere eternal bono.
Per che, senza amico bono, como
po star, e com pot’omo
in onne bono, solo, già gaudere,
e, sol, mal sostenere?
In gauder certo solo om su’ ha ricchezza,
non gaudio; e ma’ gravezza
e, sol, periglio sostenere e morte.
Con quanti el vol sia, dico
om solo, senza amico;
e, con amico, grande è ‘l ben leggero
e mal parvo è ‘l trafero;
e grave, u’ sono amici, esser può male?
Bene a giusto e ben vale.
Amar ben donque è bene,
e gentil cor convene
quanto sé altrui amare e servir forte.
Alquanto, amor, dett’ho perchee
infra noi te devem dir como dea;
dico ch’amor non crea
che sol piacere e non piacer che bono.
Parta ciascun donque da sée
al piacer de l’amico onni spiacente,
ed aduca piacente;
e se conven ch’amor pur sia in ciascuno,
e’ sian da poi un core ed un podere,
sì che non mai volere
né desvolere l’un for l’altro deggia;
ma’ non faccia, né cheggia
alcuno a l’altro desonesta cosa,
ché non già è amorosa,
ma contra amor, quant’è contra onestate;
e non utilitate
né deletto sia mai d’amar cagione,
ma propio e sol valore;
ché quanto crea amore
d’utele e deletto, e’ ven fallito
deletto e utel gito,
e ven salvatichezza e talor ira.
E chi magior sé mira
menore en amor vegna;
e l’uno all’altro tegna
onni piacer, for nulla offensione.
O bono amore, o bona onni vertù,
male de voi me fu
forse contezza data, lasso! , poi
non amo e seguo voi!
Ahi, como, miser, v’oso altrui laudare,
poi v’oso in me schifare?
Giustizia predicare ad om fallace
ahi, con mal gli conface!
Tacerò donque ormai? o che faraggio?
S’eo parlo, senza fallo
accresce onta meo fallo;
e se prode alcun, parlando, faccio,
danneggio altrui, s’eo taccio;
perch’eo pur parlerò. Già Salamone
non per offensione
lassò vizio biasmare:
non è già bon peccare,
ma bon vizio spegnare e folle e saggio.
O bono amore, s’el ti piace, a Pisa
prendi e liga li cori
di dui mei bon signori:
messere Guido Boccio e Guido frate,
che d’ona volontate
amburo siano onni lor giorno, come
ambur son d’un sol nome;
e me terzo lor certo
vorria. Ma che? Nol merto;
rendome loro servo a lor devisa.
Bandin conte e Gualteri,
non poco volonteri
verria con voi congiunto in tanto amore;
ma de grande a menore
convene benvoglienza: io non la saccio;
unde amor comun taccio
e chero, se piace voi,
che sia sempre infra noi
ciò che dea da bon servo a ben segnore.