Guittone d’Arezzo, Onne vogliosa d’omo infermitate

Onne vogliosa d’omo infermitate
impossibel dico esser sanando,
e spezialmente quando
è in carne di folle odioso amore.
E dice alcuno aver non podestate
d’amor matto lungiare,
ni d’astener peccare.
E se ciò è vero, iniquo è Dio signore,
comandando che non pote om servare:
crede, matto, scusare,
nesciente o reo Dio incusando;
ma si sé ‘ncusa e danna e mal peggiora,
ché parvo è fornicare,
picciol male onne fare,
ver dir peccator Dio; e parvo ancora
dir ello non sia, che dirlo reo.
Non già permette Deo,
dice Apostul, tentare
più che possa om portare;
ma dà, portando, aiuto,
medici; e fuggendo,
contrarii molti prendendo,
pote omo sanare.
Non vole a Roma andare
ver d’Alamagna ritto om caminando:
om contra sé pugnando
no è più che voler esser vinciuto.
Non già dico spegnando esser leggero
acceso forte in om d’amore foco,
a ciò che nulla o poco
vole, chi meglio vole, ess’ammortare;
e si ben vole, è grave. E ch’è più fero
che combatter om sée?
Duro ème piagar mee,
conculcare per forzo e pregionare;
vincere carne incesa anche e demone
prode vol ben campione.
Ma pur vince om, se vol, Dio aiutando;
ma se non vol di piano vincer, como
vorrà, sé afrigendo omo?
Und’io opero vano
se pria voler non sano.
E gravissimo è, grave esso sanando,
schifar che ama omo: odiar che piace
non de legger si face.
Unde non già guerire
ardirebbe alcun dire,
ma Dio donando, intendo
sanando esso podere,
assegnare devere;
ma bon suo fugge matto.
Ah, nemico s’è fatto
saggio e vero amico se stesso;
s’el fugge, ei punge appresso
e lo prende e reten forte valendo.
Laida e dannosa in corpo è malatia,
schifare cibi degni utili e boni
e dilettar carboni,
e più molto voler sé ‘nnaverare.
E quale ciò non disvoler vorria?
Nullo già, se non fusse al tutto stolto.
Quanto più, quanto molto
di folle amore amar dea disamare,
poi, quanto offende più, più odiosa
dea star catuna cosa.
Quanto più di corpo anima vale,
tanto più grav’è in essa onne nocenza.
Anima a corpo è maggio
no è a bestia omo non saggio:
da bestial parva a bestia ha diferenza.
E non già te, omo, solo alma tolle
esto amor tuo folle,
ma bono onne tuo; dico
poder, corpo e amico,
vertute, sapienza,
Dio, ragione e tee.
E ciò dà tutto in chee?
In vil noiosa gioi brutta carnale.
Sempre odia om sé corale,
che segue in carne vil brutta voglienza.
Desconverrea non poco a banchero bono
vetro alcun comprare libra d’argento;
e non più, per un cento,
suo, sé e Dio dare in via piggiore?
Vetro el più vile pur vale in caso alcono;
voler quel brutto, il qual folle amor chere,
con mal molto tenere,
disvalora e ontisce onne valore.
Oh, che pur brutti vizi esto bruttasse!
Ma bruttare non po brutti bruttezza:
donne, cavaleri, cherci, baroni
e gente orrata, oh quanta! ,
bruttisce e ont’ha manta,
credendose avanzar piacevolezza;
ché vizio esto mattisce e fa parere
desvalendo om valere,
matt’omo più sapiente
com più matto e’ se sente.
E ch’è d’amante a matto?
Oh, follori quanti e quanti
fanno per senno amanti!
E, mal per bono ovrando,
unta omo, orrar pensando;
e bono e senno mal u per mal fare
chi po che disorrare?
Bono bene e per bene esser vol fatto.
Male d’amor male ho tanto mostrato,
e bono via piggior dei più dei mali,
omini non bestiali
derebber desiderio prender guerendo,
und’è fatto ora mai curare grato.
Donimi Dio curando onne ‘ntelletto,
ed a infermi retto
voler sanando e cor forte seguendo.
Prima e maggio potenza essa divina
assegno in medicina,
in digiunar, vegliar, remosinare,
servir retto e orrar cheder la gente.
Nullo for Dio sta fermo,
nullo rileva infermo:
ma cui Dio afferma e lieva e cui no nente;
vole Dio bono, ma no a chi non vole,
e non forz’è a chi vole:
senza che po pugnare?
Troppo è laid’, om posare,
Dio volendo lavori,
fornendo i suoi misteri,
si d’omo è Dio scudieri.
Quanti e quanto confonde
sperar troppo a poco, unde
sol retto ovrare è retto in Dio sperare:
faccia om bon che po fare
e, che Dio aiuti e compia al securo, ori.
Lo glorioso Dio, nome invocato,
levi omo sé contra sé, sé sé rendendo,
spirto corpo abbattendo,
ragion voglia vertù vizio al totto,
e ciò far com ho mostro al mio malato,
dico che parta d’essa, und’è sorpriso,
del tutto oreglie e viso,
penser, memoria, e sia di lei non motto.
E ciò pote, affannando corpo e core
de forte altro labore,
e pugnando de Dio trar gaudio e pena;
e, se non basta ciò, lui pur convene
vino e carne lassare,
caldo e troppo mangiare
e astener, quanto poder sostene,
di materia. Oh, che calda è febra esta,
unde calor tempesta!
Vol donque intrar freddore,
escir sangue, calore,
forte vestir cellice,
cocere, fragellare,
e di pondi carcare
matta carne; e, sì affritta,
pur conven sia sconfitta
e spirto aggia di lei vettoria piena.
Non ten d’amar gran mena
corpo, a cui a pena viver lice.
E se grave cura esta om vol dir sia,
confesso senza fallo esserla grave;
ma stimar dea soave
male che tolle peggio omo valente.
Trar di cor piaga a gamba om voler dia
e non da spirto, a corpo assai più manto?
Oh, che tormento e quanto,
sanando corpo, omo sosten promente:
torcischi, purgazion, pogioni amare,
sovra piaga piagare,
braccio e gamba rotta anche rompendo,
e tutta essa in sanar corpo colpire.
Se mai sosten sì fero,
sanando om suo somero,
sanando sé vorral non sostenere?
In omo corpo è someri e spirto regge.
Non ben regno si regge,
somer re cavalcando:
servire esso e orrare
regi è nulla pregiare.
Ma, for comparizione,
voglia sovra ragione,
corpo sor spirto è via piggior, sormanco
servo in sé regger franco
e regie regger vil servo appellando.
Assegnat’ho con Dio guerir chi vole;
ma di mal che non dole
guerendo, sostener vol chi dolore?
E dole omo di che no ama? Come
no ami alma se langue?
No acqua come sangue
spargesti, sanando il suo langore?
Corpo ami; languendo, lì sanarlo pugni;
e onor, che non logni,
defendi fine a morte;
e non già poco forte
pugni anco auro acquistando.
Come tutta valenza,
vertù, libertà, scienza,
alma e Dio defendendo,
pregio e amor reggendo,
e degnità d’umanitate e nome
non pugni? Acerbe pome,
misero, fugge, e non venen, gustando.