Guittone d’Arezzo, Padre dei padri miei e mio messere

Padre dei padri miei e mio messere,
fra Loderigo, doglia e gioi m’adduce
grave tanta sor voi tribulazione:
doglia in compassione
di frate e padre e signor meo savere
che nocimento ha tanto e nullo noce;
ché grave è molto mal, mal meritando,
ma fort’è molto più, mertando bene.
Quando retto om sostene
mal, che merta, onranza è, ma non magna;
e merta onta chi lagna
prender che ha mertato;
ma onor grande onrato
è mal ben sostenere, ben operando
e via molto bene render de male,
amor d’odio corale.
Bene render de ben che pregio aggrata?
In ciò quasi om mercata.
Vertù è coronata
e pregio caro ha ben, mal repugnando.
E ciò, car messer padre, in gioi mi scende,
ché tale voi del tutto essere penso,
poi propio è di saggio omo valente;
ché produceli in mente
onni danno, ch’è for e in poder prende,
e gioi porgeli in core e doglia in senso;
che delizie carnale e temporale
se sa nemiche, unde nemico è loro,
perché dol di ben loro,
del male allegra e lo desia e trova:
e tale propia è prova
de crestian cavaleri.
Grande forte misteri
a prova manifesta omo che vale,
ché forte e grande om ben ben vi fina,
e vi gaude, v’affina;
ma quale è, como eo, debile e poco,
quasi n’è cera a foco:
non prende om pro suo loco,
vil, credendol tener, ruina male.
Messer padre, del cor meo la cervice
devotamente ai piei vostri s’enchina.
Ove grazia è devina
chi non rendere dea grazi’e amore?
Mercé, car meo Signore:
datemi in vostro core
alcuno loco ov’albergh’eo, se lice.
Messer mercé, padre, in pietate:
vostra paternitate
bene in me sempre operate,
se la divina meglio operi in voi.