Guittone d’Arezzo, Sì mi destinge forte

Sì mi destinge forte
l’amoroso disio,
e sì disconfortata è la mia spera,
che la vita m’è morte;
ed esto male mio
creato fue di sì mala manera,
ch’esso solo di loco ond’è creato
pote cercar guerenza,
cioè dalla piangente donna mia.
E certo eo no vorria
ch’avesser ta’ vertù i nemici mei,
ma voglio ben de lei,
perché mi piace più per lei morire,
che per altra guerire,
poi che mi credo tutto in sua piagenza;
ché me piace ed agenza
e morte e vita, qual che più l’è ‘n grato.
En grato quale sia
certo non so di vero,
poiché per me né per altrui non posso
dir lei la voglia mia;
ma lo suo piacentero
semblante in nascente in gioia è mosso
e me mostra di lei gran benvoglienza,
sì che mi fa sperare
ch’ella m’acorerebbe con gran fede
en sua dolze merzede,
se domandato fossele per mene.
Ma pur, lasso! , non ène,
poi non oso per me né per altrui;
sì forte temo a cui
eo poi paleggi di sì grande affare:
meglio m’è tormentare,
che ‘nver l’onor suo far fior di fallenza.
Fallenza forse pare
a lei ch’io son partuto
di là ove stava, e stogli or più lontano,
Ma non mi de’ blasmare,
ché più già non muto:
lo core meo m’a pur lei prossimano.
Ma mutat’ho il corpo e fo semblante
ch’io non aggia che fare
in quella parte ov’è sua dimoranza,
perch’io so per certanza
che discoverto amore non val fiore;
ché tempo con dolzore
poco dura; e tolle onore e pregio:
però non mi dispregio
né mi dispiace forte ognor penare
per lei lontano stare,
poi non mi tegna meno fino amante.
Va, mia canzon, là ov’io non posso gire,
e raccomanda mene
a lei, che m’ha per suo leal servente;
e dì che sia piagente
di dareme matera e ‘nsegnamento
di dir lo mio talento,
com’io potesse lei; poich’io non saccio
como da per me faccio
di ciò pensare; ed hammi messo e tene
lontan di tutto bene,
e fammi doloroso ognor languire.