Guittone d’Arezzo, Tutto ch’eo poco vaglia

Tutto ch’eo poco vaglia,
forzerommi a valere,
perch’eo vorrea plagere
a l’amorosa, cui servo mi dono.
E de la mia travaglia
terraggio esto savere,
che non farò parere
ch’amor m’aggia gravato com’eo sono.
Ché validor valente
pregio e cortesia
non falla, né dismente;
non dich’eo, che ciò sia,
ma vorria similmente
valer, s’unque poria.
D’amar lei non mi doglio;
ma che mi fa dolere
lo meo folle volere,
che m’ave addutto a amar sì alt’amanza.
Sovente ne cordoglio,
no sperando potere
lo meo disio compiere,
né pervenire en sì grand’allegranza.
Ma che mi dà conforto
ch’ave nochier talora
contra fortuna porto:
così di mia ‘nnamora
non prendo disconforto,
né mi dispero ancora.
Omo che ‘n disperanza
si getta per doglienza,
disperde conoscenza
e prende loco e stato di follia.
Allor face mostranza
secondo mia parvenza,
che poca di valenza
ritegna ed aggia sua vil segnoria;
ma quelli è da pregiare
che d’un greve dannaggio
si sa ben confortare;
ed eo simil usaggio
terrò: del meo penare
già non dispereraggio.
Aggio visto mant’ore
magn’omo e poderoso
cader basso e, coitoso,
partir da gioco e d’ogne dilettanza;
e visto aggi’om di core
irato e consiroso
venir gaio, e gioioso
in gioi poggiare e ‘n tutta beninanza.
Tale vista ed usato
mi fa sperar d’avere
di ben loco ed istato:
ch’eo non deggio temere
(tanto sono avallato)
di più basso cadere.
Conforto el meo coraggio,
né ciò non ho, né tegno:
ma a tal spera m’attegno,
che mi fa far miracola e vertute.
Ché, quando più ira aggio
o più doglia sostegno,
ad un pensier m’avegno,
lo qual m’allegra e stringe mie ferute:
così mi fa allegrare
la gran gioia, ch’attende
lo meo cor per amare;
d’altra parte m’offende
ch’audii pover nomare
chi in gran riccore intende.