Homerus – Omero – Iliade – Traduzione di Vincenzo Monti – Libro XXIII

Mentre in Troia si piange, all’Ellesponto
giungon gli Achivi, e spargesi ciascuno
alla sua nave. Ma l’andar dispersi
non permise il Pelìde ai bellicosi
suoi Mirmidóni, da cui cinto disse:
Miei diletti compagni e cavalieri,
non distacchiamo per ancor dai cocchi
i corridori: procediam con questi
a piagnere Patròclo, a tributargli
l’onor dovuto ai trapassati. E quando
avrem del pianto al cor dato il diletto,
sciolti i destrieri, appresterem le cene.
Disse, e tutti innalzâr ristretti insieme
il fùnebre lamento, Achille il primo.
Corser tre volte colle bighe intorno
all’estinto ululando, e ne’ lor petti
destò Teti di pianto alto desìo.
Si bagnava di lagrime l’arena,
di lagrime gli usberghi; cotant’era
il desiderio dell’eroe perduto.
Ma fra tutti piagnea dirottamente
Achille, e poste le omicide mani
dell’amico sul cor, Salve, dicea,
salve, caro Patròclo, anco sotterra.
Tutto io voglio compir che ti promisi.
D’Ettore il corpo al tuo piè strascinato
farò pasto de’ cani, e alla tua pira
dodici capi troncherò d’eletti
figli de’ Teucri, di tua morte irato.
Disse; ed opra crudel contra il divino
Ettor volgendo in suo pensiero, il trasse
per la polve boccon presso al ferètro
del figliuol di Menèzio: e gli altri intanto
scinsero le corrusche armi, e staccati
gli annitrenti corsier, folti sull’alta
capitana d’Achille a lauto desco
s’assisero. Muggìan sotto la scure
molti candidi buoi, molte belando
cadean capre scannate e pecorelle,
e molti di pinguedine fiorenti
cinghiai sannuti alle vulcanie vampe
venìan distesi a brustolarsi. Il sangue
scorrea dintorno al morto in larghi rivi.
Al sommo Atride intanto i prenci achei
scortâr vinto da’ preghi, e per l’amico
sempre d’ira infiammato il re Pelìde.
Giunti i duci alla tenda, immantinente
ai prodi araldi Agamennón comanda
che alle fiamme un gran tripode si metta,
onde il Pelìde indur, se gli rïesca,
a lavarsi del sangue ogni sozzura.
Recusollo il feroce, e fermamente
giurò: Non sia per Giove ottimo e sommo
che lavacro mi tocchi anzi ch’io ponga
l’amico mio sul rogo, e gli consacri
sull’eretto sepolcro il crin reciso.
Ah! mai pari dolor, fin ch’io mi viva,
in questo petto non cadrà, giammai.
Nondimeno si segga all’abborrita
mensa: ma tu, supremo Atride, imponi
alla tua gente che domàn per tempo
molta selva qua porti; e qual conviensi
ad illustre defunto che nell’atra
notte discende, le cataste appresti,
onde rapido il foco lo consumi,
e tolto agli occhi il doloroso obbietto,
tornin le schiere ai consueti offici.
Obbedîr tutti al detto, e prontamente
poste le mense, a convivar si diero,
e vivandò ciascuno a suo talento.
Del cibarsi e del ber spenta la voglia,
tutti sbandârsi alle lor tende, e al sonno
cesser le membra. Ma del mar sonante
lungo il lido si stese in mezzo ai folti
tessali Achille su la nuda arena,
di cui l’onda gli estremi orli lambìa.
Ivi stanco di gemiti e sospiri
e della molta in perseguendo Ettorre
sostenuta fatica, il dolce sonno
alleggiator dell’aspre cure il prese,
soavemente circonfuso. Ed ecco
comparirgli del misero Patròclo
in visïon lo spettro, a lui del tutto
ne’ begli occhi simìle e nella voce,
nella statura, nelle vesti, e tale
sovra il capo gli stette, e così disse:
Tu dormi, Achille, né di me più pensi.
Vivo m’amasti, e morto m’abbandoni.
Deh tosto mi sotterra, onde mi sia
dato nell’Orco penetrar. Respinto
io ne son dalle vane ombre defunte,
né meschiarmi con lor di là dal fiume
mi si concede. Vagabondo io quindi
m’aggiro intorno alla magion di Pluto.
Or deh porgi la man, ché teco io pianga
anco una volta: perocché consunto
dalle fiamme del rogo a te dall’Orco
non tornerò più mai. Più non potremo
vivi entrambi, e lontan dagli altri amici
seduti in dolci parlamenti aprire
i segreti del cor: ché preda io sono
della Parca crudele a me nascente
un dì sortita. E a te pur anco, Achille,
a te che un Dio somigli, è destinato
il perir sotto le dardanie mura.
Ben ti prego, o mio caro, e raccomando
che tu non voglia, se mi sei cortese,
dal tuo disgiunto il cener mio. Noi fummo
nella tua reggia allor nudriti insieme
che Menèzio d’Opunte a Ftia menommi
giovinetto quel dì che per la lite
degli astragali irato e fuor di senno
d’Anfidamante a morte misi il figlio,
mio malgrado. M’accolse il re Pelèo
ne’ suoi palagi umanamente, e posta
nell’educarmi diligente cura,
mi nomò tuo donzello. Una sol’urna
chiuda adunque le nostre ossa, quell’urna
che d’ôr ti diè la tua madre divina.
A che ne vieni, o anima diletta?
gli rispose il Pelìde; e a che m’ingiungi
partitamente queste cose? Io tutto
che comandi farò: ma deh t’appressa,
ch’io t’abbracci, che stretti almen per poco
gustiam la trista voluttà del pianto.
Così dicendo, coll’aperte braccia
amoroso avventossi, e nulla strinse,
ché stridendo calò l’ombra sotterra,
e svanì come fumo. In piè rizzossi
sbalordito il Pelìde, e palma a palma
battendo, in suono di lamento disse:
Oh ciel! dell’Orco gli abitanti han dunque
spirito ed ombra, ma non corpo alcuno?
Del misero Patròclo in questa notte
sovra il capo mi stette il sospiroso
spettro piangente, tutto desso al vivo,
e più cose m’ingiunse ad una ad una.
Ridestâr delle lagrime la brama
queste parole: raddoppiossi il lutto
sul miserando corpo, e l’Alba intanto
col roseo dito l’Orïente aprìa.
Da tutte parti allor fece l’Atride
dalle trabacche uscir giumenti e turbe
per lo trasporto del funereo bosco,
duce il valente Merïon, del prode
Idomenèo scudier. Givan costoro
di corde armati e di taglienti scuri
co’ giumenti dinanzi. E per distorti
aspri greppi montando e discendendo
e rimontando, agli erti boschi alfine
giunser dell’Ida che di fonti abbonda.
Qui dier sùbita man con affilate
bipenni al taglio dell’aeree querce
che strepitose al suol cadeano, e poscia
legavansi spaccate in su la schiena
de’ giumenti, che ratte orme stampando
scendean bramosi d’arrivar pe’ folti
roveti alla pianura: e li seguièno
carchi il dosso di ciocchi i tagliatori;
ché tal di Merïon era il precetto.
Giunti sul lido, scaricâr le some,
ne fêr catasta al luogo ove il Pelìde
un tumulo sublime al morto amico
ed a se stesso disegnato avea.
E tutta apparecchiata in questa guisa
l’immensa selva, riposâr seduti,
nuovi cenni aspettando. Intanto Achille
ai bellicosi Mirmidón comanda
di porsi in armi, ed aggiogar ciascuno
alle bighe i destrier. Sursero quelli
frettolosi, e fur tutti in tutto punto.
Montan su i cocchi aurighi e duci, e danno
alla pompa principio. Immenso un nembo
di pedoni li segue, e a questi in mezzo
di Patròclo procede il cataletto
da’ compagni portato, che sul morto
venìan gittando le recise chiome,
di che tutto il coprìan. Di retro Achille
colla man gli reggea la tremolante
testa, e plorava sui fùnebri onori
con che all’Orco spedìa l’illustre amico.
Giunti al luogo lor detto, il mesto incarco
deposero, e a ribocco intorno a quello
adunâr pronti la funerea selva.
Recatosi in se stesso, un altro avviso
fece allora il Pelìde. Allontanossi
dal rogo alquanto, e il biondo si recise,
che allo Sperchio nudrìa, florido crine,
e al mar guardando con dolor, sì disse:
Sperchio, invan ti promise il padre mio
che tomando al natìo dolce terreno
io t’avrei tronco la mia chioma, e offerto
una sacra ecatombe, ed immolato
cinquanta agnelli accanto alla tua fonte
ov’hai delubro, ed odorati altari.
Del canuto Pelèo fu questo il voto:
tu nol compiesti. Poiché dunque or tolto
n’è alla patria il ritorno, abbia il mio crine
l’eroe Patròclo, e lo si porti seco.
Così detto, alla man del caro amico
pose la chioma, e rinnovossi il pianto
de’ circostanti: e tra gli omei gli avrìa
colti il cader della dïurna luce,
se non si fea davanti al grande Atride
il figlio di Pelèo con questi accenti:
Agamennón, di lagrime potremo
satollarci altra volta. Or tu, cui tutti
obbediscon gli Achei, tu li congeda
da questa pira, e a ristorar li manda
colla mensa le membra. Avrem del resto
noi la cura, ché nostro innanzi a tutti
dell’esequie è il pensiero, e rimarranno
nosco, a tal uopo di pietade, i duci.
Udito questo, Agamennón disperse
tosto le schiere per le tende, e soli
vi restaro i deletti al ministero
dell’esequie e del rogo. Essi una pira
cento piedi sublime in ogni lato
innalzâr primamente, e sovra il sommo,
d’angoscia oppressi, collocâr l’estinto;
poi davanti alla pira una gran torma
scuoiâr di pingui agnelle e di giovenchi,
e traendone l’adipe il Pelìde
coprìane il morto dalla fronte al piede,
e le scuoiate vittime dintorno
gli accumolò. Da canto indi gli pose
colle bocche sul fèretro inclinate
due di miele e d’unguento urne ricolme.
Precipitoso ei poscia e sospiroso
sulla pira gittò quattro corsieri
d’alta cervice, e due smembrati cani
di nove che del sir nudrìa la mensa.
Preso alfin da spietata ira, le gole
di dodici segò prestanti figli
de’ magnanimi Teucri, e sulla pira
scagliandoli, destò del fuoco in quella
l’invitto spirto struggitor, che il tutto
divorasse, e chiamò con dolorosi
gridi l’amico: Addio, Patròclo, addio
ne’ regni anche di Pluto. Ecco adempite
le mie promesse: dodici d’illustre
sangue Troiani si consuman teco
in queste fiamme, ed Ettore fia pasto
delle fiamme non già, ma delle belve.
Queste minacce ei fea; ma gl’incitati
mastin la salma non toccâr d’Ettorre,
ché notte e dì sollecita la figlia
di Giove Citerea gli allontanava,
e il cadavere ugnea d’una celeste
rosata essenza che impedìa del corpo
strascinato l’offesa. Intanto Apollo
sul campo indusse una cerulea nube
che tutto intorno ricoprìa lo spazio
dal cadavere ingombro, onde alle membra
e de’ nervi al tessuto innocua fosse
dell’igneo Sole la virtute attiva.
Ma del morto Patròclo il rogo ancora
non avvampa. Allor prende altro consiglio
il divo Achille. Trattosi in disparte,
ai due venti Ponente e Tramontana
supplicando, solenni ostie promette,
e in aurea coppa ad ambedue libando,
di venirne li prega, e intorno al morto
sì le fiamme animar, che in un momento
lo si struggano tutto, esso e la pira.
Udito la veloce Iride il prego,
ai venti lo recò, che accolti insieme
nella reggia di Zefiro un festivo
tenean convito. S’arrestò la Diva
su la marmorea soglia, e alla sua vista
sursero tutti frettolosi: ognuno
a sé chiamolla, ognun le offerse il seggio,
ma ricusollo la Taumànzia, e disse:
Di seder non è tempo: alle correnti
dell’Oceàno ritornar mi deggio
nell’etìope terreno ove s’appresta
agl’Immortali un’ecatombe, e bramo
ne’ sacrifici aver mia parte io pure.
Ma il Pelìde te, Borea, e te, sonoro
Zefiro, prega di soffiar nel rogo
su cui giace di Pàtroclo la spoglia
dagli Achei tutti deplorata, e molte
vittime ei v’offre, se avvampar lo fate.
Così detto, disparve; e quei levârsi
con immenso stridor, densate innanzi
a sé le nubi. Si sfrenâr soffiando
sulla marina, sollevaro i flutti,
e di Troia arrivati alla pianura,
riunâr su la pira; e strepitoso
immane incendio si destò. Dai forti
soffii agitata divampò sublime
tutta notte la fiamma, e tutta notte
il Pelìde da vasto aureo cratere
il vino attinse con ritonda coppa,
e spargendolo al suol devotamente,
n’irrigava la terra, e l’infelice
ombra invocava dell’estinto amico.
Come un padre talor piange bruciando
l’ossa d’un figlio che morì già sposo,
e morendo lasciò gli sventurati
suoi genitori di cordoglio oppressi;
così dando alle fiamme il suo compagno,
geme il Pelìde, e crebri alti sospiri
traendo, intorno al rogo si strascina.
Come poi nunzio della luce al mondo
Lucifero brillò, dopo cui stende
sul pelago l’Aurora il croceo velo,
morì la vampa sul consunto rogo,
e per lo tracio mar, che rabbuffato
muggìa, tornaro alle lor case i venti.
Stanco allora il Pelìde, e dalla pira
scostatosi, sdraiossi, e dolce il sonno
l’occupò. Ma il tumulto e il calpestìo
de’ capitani, che all’Atride in folla
si raccogliean, destollo; ei surse, e assiso
così loro parlò: Supremo Atride,
e voi primati degli Achei, spegnete
voi tutti or meco con purpureo vino
di tutto il rogo in pria la brage, e poscia
raccogliam di Patròclo attentamente
le sacrate ossa; e scernerle fia lieve,
imperocché nel mezzo ei si giacea
della catasta, e gli altri all’orlo estremo
separati, fur arsi alla rinfusa
e uomini e cavalli. Indi d’opimo
doppio zirbo ravvolte, in urna d’oro
le riporremo, finché vegna il giorno
ch’io pur di Pluto alla magion discenda.
Non vo’ gli s’erga una superba tomba,
ma modesta. Potrete ampia e sublime
voi poscia alzarla, o duci achei, che vivi
dopo me rimarrete a questa riva.
Del Pelìde al comando obbedïenti
con larghi sprazzi di vermiglio bacco
di tutto il rogo ei spensero alla prima
le vive brage, e giù cadde profonda
la cenere. Adunâr quindi piangendo
del mansueto eroe le candid’ossa;
le composer nell’urna avvolte in doppio
adipe, e dentro il padiglion deposte,
di sottil lino le coprîr. Ciò fatto,
disegnâr presti in tondo il monumento,
ne gittaro dintorno all’arsa pira
i fondamenti, v’ammassâr di sopra
lo scavato terreno, e a fin condotta
la tomba, si partìan. Ma li rattenne
il Pelìde, e lì fatto in ampio agone
il popolo seder, de’ ludi i premii
fe’ dai legni recar; tripodi e vasi
e destrieri e giumenti e generosi
tauri e captive di gentil cintiglio
e forbite armature. E primamente
alla corsa de’ cocchi il premio pose:
una leggiadra in bei lavori esperta
donzella a chi primier tocca la meta,
con un tripode a doppia ansa, e capace
di ventidue misure. Una giumenta
che al sest’anno già venne, ancor non doma,
e il sen già grave di bastarda prole
al secondo. Un lebète intatto e bello
e di quattro misure al terzo auriga;
al quarto un doppio aureo talento, e al quinto
una coppa dal foco ancor non tocca.
Surto in piedi allor disse: Atride, Argivi,
gioventù bellicosa, a voi dinanzi
ecco i premii che attendono nel circo
degli aurighi il valor. S’altra cagione
questi ludi eccitasse, i primi onori
miei per certo sarìan, ché la prestezza
de’ miei destrieri non ha pari, e voi
lo vi sapete: perocché son essi
immortali, e donolli il re Nettunno
al mio padre Pelèo, che a me li cesse.
Queto io dunque starommi, e queti insieme
i miei cavalli. I miseri perduto
hanno il lor forte condottiero e mite,
che lavarne solea le belle chiome
alla chiara corrente, ed irrorarle
di liquid’olio rilucente; ed ora
piangonlo immoti, colle meste giubbe
al suol diffuse, e il cor di doglia oppresso.
Chïunque degli Achei pertanto ha speme
ne’ cocchi e ne’ destrier, si metta in punto.
Ciò disse appena, che animosi e pronti
presentârsi gli aurighi; Eumelo il primo,
regal germe d’Admeto, e delle bighe
perito agitator. Mosse secondo
il gagliardo Tidìde Dïomède
co’ destrieri di Troe tolti ad Enea,
cui da morte campò l’opra d’Apollo.
Il biondo Menelao, sangue di Giove,
levossi il terzo, e sotto al giogo addusse
due veloci cavalli, il suo Podargo,
ed Eta, del fratello una puledra,
dell’aringo bramosa a meraviglia.
Donata al rege Agamennón l’avea
l’Anchisìade Echepòlo, onde francarsi
dal seguitarlo a Troia, e neghittoso
nell’opulenta Sicïon sua stanza
rimanersi a fruir le concedute
dal saturnio Signor molte ricchezze.
Del magnanimo Nèstore buon figlio
Antìloco aggiogò quarto i criniti
suoi cavalli di Pilo, ancor del cocchio
buoni al tiro. Si trasse il vecchio padre
a lui già saggio per se stesso, e un saggio
utile avviso gli porgea dicendo:
Antìloco, te amâr Giove e Nettunno
giovane ancora, e t’erudîr di tutta
l’arte equestre: perciò poco fia l’uopo
d’ammaestrarti, perocché sai destro
girar la meta: ma son tardi al corso
i tuoi destrieri, e qualche danno io temo.
Destrier più ratti han gli altri, ma non arte
né scïenza maggior. Dunque, o mio caro,
tutti richiama al cor gli accorgimenti,
se vuoi che il premio da tue man non fugga.
L’arte più che la forza al fabbro è buona;
coll’arte in mar da venti combattuto
regge il piloto la sua presta nave,
e coll’arte il cocchier passa il cocchiero.
Chi sol del cocchio e de’ corsier si fida,
qua e là s’aggira senza senno; incerti
divagano i cavalli, ed ei non puote
più governarli. Ma l’esperto auriga,
benché meno valenti i suoi sospinga,
sempre ha l’occhio alla meta, e volta stretto,
e sa come lentar, sa come a tempo
con fermi polsi rattener le briglie,
ed osserva il rival che lo precede.
Or la meta, perché tu senza errore
la distingua, dirò. Sorge da terra
alto sei piedi un tronco di larìce
o di quercia che sia, secco e da pioggia
non putrefatto ancor. Stan quinci e quindi,
dove sbocca la via, due bianche pietre
da cui si stende tutto piano in giro
de’ cavalli lo stadio. O che sepolcro
questo si fosse d’un illustre estinto,
o confin posto dalla prisca gente,
meta al corso lo fece oggi il Pelìde.
Tu fa di rasentarla, e vi sospingi
vicin vicino il cocchio e i corridori,
alcun poco piegando alla sinistra
la persona, e flagella e incalza e sgrida
il cavallo alla dritta, e gli abbandona
tutta la briglia, e fa che l’altro intanto
rada la meta sì che paia il mozzo
della ruota volubile toccarla;
ma vedi, ve’, che non la tocchi, infranto
n’andrebbe il carro, offesi i corridori,
e tu deriso e di disnor coperto.
Sii dunque saggio e cauto. Ove la meta
trascorrer netto ti rïesca, alcuno
non fia che poi t’aggiunga o ti trapassi,
no, s’anco a tergo ti venisse a volo
quel d’Adrasto corsier nato d’un Dio,
il veloce Arïone, o quei famosi
che qui Laomedonte un dì nudrìa.
Divisate al figliuol distintamente
queste avvertenze, si raccolse il veglio
nell’erboso suo seggio. Ultimo intanto
con bella coppia di corsier superbi
Merïon nella lizza era venuto.
Montati i carri, si gittâr le sorti.
Agitolle il Pelìde, e uscì primiero
Antìloco; indi Eumelo, indi l’Atride,
fu quarto Merïon, quinto il fortissimo
Dïomede. Locârsi in ordinanza
tutti, ed Achille mostrò lor lontana
nel pian la meta a cui giudice avea
posto del padre lo scudier Fenice
venerando vegliardo, onde notasse
le corse attento, e riferisse il vero.
Stavano tutti colle sferze alzate
su gli ardenti destrieri, e dato il segno,
lentâr tutti le briglie, e co’ flagelli
e co’ gridi animaro i generosi
corsier che ratti si lanciâr nel campo,
e dal lido spariro in un baleno.
Sorge sotto i lor petti alta la polve
che di nugolo a guisa o di procella
si condensa, ed al vento abbandonate
svolazzano le giubbe. Or vedi i cocchi
rader bassi la terra, ed or sublimi
balzarsi, né perciò perde mai piede
degli aurighi veruno, e batte a tutti
per desiderio della palma il core;
e in un nembo di polve ognun dà spirto
a’ suoi volanti alipedi. Varcata
la meta, e preso il rimanente corso
di ritorno alle mosse, allor rifulse
di ciascun la prodezza, allor si stese
nello stadio ogni cocchio. Innanzi a tutti
le puledre volavano veloci
del Ferezìade Eumelo; e dopo queste,
ma di poco intervallo, i corridori
di Troe, guidati dal Tidìde, e tanto
imminenti che ognor parean sul carro
montar d’Eumelo, a cui co’ fiati ardenti
già scaldano le spalle, e già le toccano
colle fervide teste. E oltrepassato
forse l’avrebbe, o pareggiato almeno,
se al figlio di Tidèo Febo la palma
invidïando, non gli fea sdegnoso
balzar dal pugno la lucente sferza.
Lagrime d’ira e di dolor le gote
inondâr dell’eroe, vista d’Eumelo
lontanarsi più rapida la biga,
e per difetto di flagel più lenta
correr la sua. Ma Pallade d’Apollo
scorta la frode, e del Tidìde il danno,
presta a lui corse, e alla sua man rimessa
la sferza, aggiunse ai corridor la lena.
Indi al figlio d’Admeto avvicinossi
irata, e il giogo gli spezzò. Turbate
si svïar le cavalle, andò per terra
il timon, riversossi il cavaliero
presso alla ruota, e il cubito e la bocca
lacerossi e le nari, e su le ciglia
n’ebbe pesta la fronte: le pupille
s’empîr di pianto, s’arrestò la voce,
e Dïomede il trapassò sferzando
gli animosi destrier che innanzi a tutti
scappan di molto, perocché Minerva
gli afforza, e vincitor vuole il Tidìde.
Vien dopo questi Menelao cui preme
di Nèstore il figliuol che confortando
i paterni destrier, grida: Correte,
stendetevi prestissimi: non io
già vi comando gareggiar con quelli
del forte Dïomède, a’ quai Minerva
diè l’ali al piede, e a lui la palma: solo
raggiungete l’Atride, e non soffrite
restando addietro, ch’Eta, una giumenta,
vi sorpassi di corso e disonori.
Che lentezza s’è questa? ov’è l’antica
vostra prestanza? Io lo vi giuro, e il giuro
s’adempirà; se pigri un premio vile
riporterem, negletti, anzi trafitti
da Nèstore sarete. Or via, volate,
ch’io di astuzia giovandomi senz’erro
trapasserò l’Atride nello stretto.
Antìloco sì disse, e quei temendo
le sue minacce rinforzaro il corso;
ed ecco dopo poco il passo angusto
del concavo cammin. V’era una frana
ove l’acqua invernal, raccolta in copia,
dirotta avea la strada, e tutto intorno
affondato il terren. Per quella parte
si drizzava l’Atride, onde il concorso
ischivar delle bighe. Ivi si spinse
Antìloco pur esso; e devïando
dalla carriera un cotal poco, e forte
flagellando i corsier, lo stringe, e tenta
prevenirlo. Temettene l’Atride,
e gridò: Dove vai, pazzo? rattieni,
Antìloco, i destrier: stretta è la via.
Aspetta che s’allarghi, e trapassarmi
potrai: qui entrambi romperemo i cocchi.
Antìloco non l’ode, e stimolando
più veemente i corridor, s’avanza.
Quanto è il tratto d’un disco da robusto
giovin scagliato per provar sue forze,
tanto trascorse la nestòrea biga.
Iscansossi l’Atride, e volontario
i suoi destrieri rallentò, temendo
che da quegli altri urtati in quello stretto
non gli versino il cocchio, e al suol stramazzino
essi medesmi nel voler per troppo
amor di lode acccelerarsi. Intanto
dietro al figlio di Nèstore l’Atride
gridar s’udiva: Antìloco, non avvi
il più tristo di te: va pure: a torto
noi saggio ti tenemmo: ma tu premio
non toccherai, per dio! se pria non giuri.
Quindi animando i suoi corsier, dicea:
non v’impigrite, non mi state afflitti;
pria di voi perderan quelli la lena,
ch’ei son vecchi ambidue. – Così lor grida,
e docili i destrieri alla sua voce
doppiaro il corso, e tosto li raggiunsero.
Nel circo assisi intanto i prenci achei
stavansi attenti ad osservar da lungi
i volanti cavalli che nel campo
sollevavan la polve. Idomeneo
re de’ Cretesi gli avvisò primiero,
che fuor del circo si sedea sublime
a una vedetta. E di lontano udita
del primo auriga che venìa, la voce,
lo conobbe, e distinse il precorrente
destrier che tutto sauro in fronte avea
bianca una macchia, tonda come luna.
Rizzossi in piedi, e disse: O degli Achei
prenci amici, m’inganno, o ravvisate
quei cavalli voi pure? Altri mi sembrano
da quei di prima, ed altro il condottiero.
Le puledre che dianzi eran davanti
forse sofferto han qualche sconcio. Al certo
girar primiere le vid’io la meta;
or come che pel campo il guardo io volga,
più non le scorgo. O che scappâr di mano
all’auriga le briglie, o ch’ei non seppe
rattenerne la foga, e non fe’ netto
il giro della meta. Ei forse quivi
cadde, e infranse la biga, e le cavalle
deviâr furïose. Or voi pur anco
alzatevi e guardate: io non discerno
abbastanza; ma parmi esser quel primo
l’ètolo prence argivo Dïomede.
Che vai tu vaneggiando? aspro riprese
Aiace d’Oilèo. Quelle che miri
da lungi a noi volar son le puledre.
Più non sei giovinetto, o Idomenèo:
la vista hai corta, e ciance assai, né il farne
molte t’è bello ov’altri è più prestante.
Quelle davanti son, qual pria, d’Eumelo
le puledre, e ne regge esso le briglie.
E a lui cruccioso de’ Cretesi il sire:
Malèdico rissoso, in questo solo
tra noi valente, ed ultimo nel resto,
villano Aiace, deponiam su via
un tripode o un lebète, e Agamennóne
giudichi e dica che corsier sian primi,
e pagando il saprai. Sorgea parato
a far risposta con acerbi detti
lo stizzito Oilìde, e la contesa
crescea: ma grave la precise Achille:
Fine, o duci, a un ontoso ed indecoro
parlar che in altri biasmereste. In pace
sedetevi e guardate. I gareggianti
corridori son presso, e voi ben tosto
chi sia primo saprete, e chi secondo.
Fra questo dire, a furia ecco il Tidìde
avanzarsi, e le groppe senza posa
tempestar de’ cavalli che sublimi
divorano la via. Schizzi di polve
incessanti percuotono l’auriga.
D’ôr raggiante e di stagno si rivolve
dietro i ratti corsier sì lieve il cocchio
che appena vedi della ruota il solco
nella sabbia sottil. Giunto alle mosse,
fra le plaudenti turbe il vincitore
fermossi. Un rivo di sudor dal collo
e dal petto scorrea degli anelanti
corsieri, ed esso dal lucente carro
leggier d’un salto al suol gittossi, e al giogo
lo scudiscio appoggiò. Né stette a bada
Stenelo, il forte suo scudier, che pronto
il tripode si tolse e la donzella
premio del corso, e consegnato il tutto
ai prodi amici, i corridor disciolse.
Secondo giunse Antìloco che avea
non per rattezza di destrier precorso
Menelao, ma per arte; e nondimeno
questi a tergo gli è sì, che quasi il tocca.
Quanto si scosta dalla ruota il piede
di corsier che pel campo alla distesa
tragge sul cocchio il suo signor, lambendo
co’ crini estremi della coda il cerchio
del volubile giro che diviso
da minimo intervallo ognor si volve
dietro i rapidi passi; iva l’Atride
sol di tanto discosto allor dal figlio
di Nèstore, quantunque egli da prima
fosse rimasto un trar di disco indietro.
Ma dell’agamennònia Eta fu tale
la prestezza e il valor, che tosto il giunse.
E l’avrìa pure oltrepassato, e fatta
non dubbia la vittoria, ove più lunga
stata si fosse d’ambedue la corsa.
Seguìa l’Atride Merïon, preclaro
scudier d’Idomenèo, distante il tiro
d’una lancia, perché belli, ma pigri
i corridori egli ebbe, e perché desso
era il men destro nel guidar la biga.
Ultimo ne venìa d’Admeto il figlio,
a stento il cocchio traendo, e dinanzi
cacciandosi i destrieri. Lo compianse,
come lo vide, Achille, e circondato
dagli Achei, profferì queste parole:
Ultimo giunge il più valente. Or via,
diamgli il premio secondo; egli n’è degno.
Ma il primo al figlio di Tidèo si resti.
Lodâr tutti il decreto, e fra gli applausi
degli Achei sull’istante egli donata
la giumenta gli avrìa, se posta in campo
la sua ragione Antìloco al Pelìde
non si volgea dicendo: Achille, io teco
mi corruccio davver, se il tuo disegno
metti ad effetto. Perché un Dio gli offese
i cavalli ed il cocchio, e non gli valse
la sua prodezza, mi vorrai tu dunque
il mio premio rapir? Ché non pors’egli
prima ai numi i suoi voti? Ei non sarìa
ultimo giunto nell’illustre aringo.
Ché se di lui pietà ti move, e questo
al cor t’è grato, nella tenda hai molte
d’auro e bronzo conserve, hai molto gregge,
hai fanciulle e cavalli. E tu il presenta
di queste cose, e sian maggiori ancora,
ma in altro tempo, o se il vuoi, pure adesso,
onde ten vegna degli Achei la lode.
Ma questa io non vo’ darla, e dovrà meco
sperimentarsi ogni uom che la pretenda.
Delle franche d’Antìloco parole
compiaciuto, sorrise il divo Achille,
cui caro amico egli era; e gli rispose:
Antìloco, tu vuoi che s’abbia Eumelo
di ciò che in serbo io tengo, altro presente;
e l’avrà. Gli darò d’Asteropeo
la di bronzo lorica, a cui dintorno
scorre un bell’orlo di fulgente stagno;
lavoro di gran pregio. – E così detto,
al suo fedele Automedonte impose
di recar dalla tenda la lorica.
Volò quegli, e recolla al suo signore
che in man la pose dell’allegro Eumelo.
Contro Antìloco allor surse il cor pieno
di doglia e d’ira Menelao. L’araldo
misegli tosto nelle man lo scettro,
e silenzio intimò. Quindi l’eroe
così a dir prese: O tu, che per l’innanzi
grido avevi di saggio, che facesti?
Disonestasti, o Antìloco, la mia
gloria, e cacciati per inganno avanti
li tuoi corsieri assai da meno, i miei
sconciamente offendesti. Or voi qui fate,
prenci achivi, ragione ad ambedue
senza rispetti; ch’io non vo’ che poi
dica qualcuno degli Achei: L’Atride
colle menzogne Antìloco aggravando
via la giumenta si menò, vincendo
di cavalli non già, ma di possanza
e di forza. Ma che? Senza paura
di biasmo io stesso finirò la lite,
e fia retto il giudizio. Orsù, t’accosta,
prode alunno di Giove, e giusta il rito
statti innanzi alla biga, e d’una mano
impugnando la sfera agitatrice,
e sì coll’altra i corridor toccando,
giura a Nettunno non aver volente
né con frode impedito il cocchio mio.
Re Menelao, mi compatisci, accorto
l’altro rispose: giovinetto ancora
son io: tu d’anni e di virtù mi vinci,
e dell’etade giovanil ben sai
i difetti: cuor caldo e poco senno.
Siimi dunque benigno. Ecco a te cedo
l’ottenuta giumenta; e s’altro brami
del mio, darollo di cuor pronto, e tosto,
anzi che l’amor tuo per sempre, o prence,
perdere e farmi ai sommi iddii spergiuro.
Sì dicendo, di Nèstore il buon figlio
la giumenta condusse, ed alle mani
la ponea dell’Atride a cui di gioia
intenerissi il cor. Siccome quando
su i sitibondi culti la rugiada
spargesi e avviva le crescenti spighe:
a te del pari, o Menelao, nel petto
si sparse la letizia, e dolcemente
gli rispondesti: Antìloco, a te cedo,
deposta l’ira, io stesso. Unqua non fosti
né leggier né bizzarro. Oggi fu vinto
da sconsigliata giovinezza il senno.
Ma il ben guardarsi dagl’inganni è bello
co’ maggiori. Nessun m’avrìa placato
sì facilmente degli Achei: ma molto
coll’egregio tuo padre e col fratello
per mia cagion tu soffri, e molto sudi;
perciò m’arrendo al tuo pregare, e questa,
ch’è mia, ti dono, a fin che ognun si vegga
che né fier né superbo ho il cor nel petto.
Diè, ciò detto, d’Antìloco al compagno
Nöemón la giumenta, indi si tolse
il fulgido lebète; e Merïone,
che quarto giunse, i due talenti d’oro.
Restava il quinto guiderdon, la coppa.
La prese Achille, e traversando il pieno
circo, accostossi al buon Nestorre, e lieto
presentolla all’eroe con questi accenti:
Tieni, illustre vegliardo, e questo dono
ricordanza ti sia delle funèbri
pompe del nostro Pàtroclo, cui, lasso!
non rivedrem più mai. Questo vogl’io
che gratuito sia, poiché del cesto,
e dell’arco il certame e della lotta,
e del corso pedestre a te si vieta
dalla triste vecchiezza che ti grava.
Tacque, e la coppa fra le man gli mise.
Lieto il veglio accettolla, e sì rispose:
Ben parli, o figlio: le mie forze tutte
sono inferme, o mio caro: il piè va lento:
dispossato mi pende dalle spalle
l’un braccio e l’altro. Oh! giovine foss’io
e intero di vigor siccome il giorno
che in Buprasio gli Epei diero al sepolcro
il rege Amarincèo, proposti i ludi
dai regali suoi figli! Ivi nessuno
né degli Epei né de’ medesmi Pilii
pari mi stette di valor, né manco
de’ magnanimi Etòli. Io vinsi al cesto
il figliuolo d’Enòpe Clitomède,
Alceo Pleurònio nella lotta a cui
m’avea sfidato: superai nel corso
l’agile Ificlo, e nel vibrar dell’asta
Polidoro e Filèo. Soli all’equestre
lizza innanzi m’andâr d’Attore i figli,
che due contr’un gelosi invidiârmi
una vittoria d’infinito prezzo.
Indivisi gemelli, uno reggeva
sempre sempre i destrier, l’altro di sferza
li percotea. Tal fui già tempo: or lascio
siffatte imprese ai giovinetti, e forza
m’è l’obbedire alla feral vecchiezza.
Ma tra gli eroi fui chiaro anch’io. Tu segui
del morto amico ad onorar la tomba
co’ fùnebri certami. Il tuo bel dono
m’è caro, e il prendo. Mi gioisce il core
al veder che di me, che t’amo, ognora
sei memore, e sai quale al mio canuto
crine si debba dagli Achivi onore:
di ciò ti dien gli Dei larga mercede.
Tutta udita di Nestore la lode,
entrò il Pelìde nella calca, e il duro
pugilato propose. Addur si fece
ed annodar nel circo una gagliarda
infaticabil mula, a cui già il sesto
anno fiorìa, non doma, ed a domarsi
malagevole: premio al vincitore.
Pel vinto pose una ritonda coppa.
Indi surse, e parlava: Atridi, Achei,
ecco i premii alli due che valorosi
vorranno al cesto perigliarsi. Quegli,
cui doni amico la vittoria il figlio
di Latona, e l’affermino gli Achei,
s’abbia la mula, e il perditor la coppa.
Disse, e un uom si levò forte, membruto,
pugilatore assai perito, Epèo,
di Panope figliuol. Stese alla mula
costui la mano, e favellò: S’accosti
chi vuol la coppa, ché la mula è mia.
Niun degli Achivi vincerammi, io spero,
nel certame del cesto, in che mi vanto
prestantissimo. E che? forse non basta
che agli altri io ceda in battagliar? Non puote
a verun patto un solo esser di tutte
arti maestro. Io vel dichiaro, e il fatto
proverà ciò che dico: al mio rivale
spezzerò il corpo e l’ossa. Abbia vicino
molti assistenti a trasportarlo pronti
fuor della lizza da mie forze domo.
Tacque, e tutti ammutiro. Eravi un figlio
del Taleònio Mecistèo, di quello
che un dì nell’alta Tebe ai sepolcrali
ludi venuto del defunto Edippo,
tutti vinse i Cadmei. Costui di nome
Eurïalo, e guerrier di divo aspetto,
fu il solo che s’alzò. Molto dintorno
gli si adoprava il grande Dïomede,
e co’ detti il pungea, lui desïando
vincitore. Egli stesso al fianco il cinto
gli avvinse, e il guanto gli fornì di duro
cuoio, già spoglia di selvaggio bue.
Come in punto si furo, ambi nel mezzo
presentârsi gli atleti, e sollevate
l’un contra l’altro le robuste pugna,
si mischiâr fieramente. Odesi orrendo
sotto i colpi il crosciar delle mascelle,
e da tutte le membra il sudor piove.
Il terribile Epèo con improvvisa
furia si scaglia all’avversario, e mentre
questi bada a mirar dove ferire,
Epèo la guancia gli tempesta in guisa,
che il meschin più non regge, e balenando
con tutto il corpo si rovescia in terra.
Qual di Borea al soffiar l’onda sul lido
gitta il pesce talvolta, e lo risorbe;
tale l’invitto Epèo stese al terreno
il suo rivale, e tosto generosa
la man gli porse, e il rïalzò. Pietosi
accorsero del vinto i fidi amici
che fuor del circo lo menâr gittante
atro sangue, e i ginocchi egri traente
col capo spenzolato, ed in disparte
condottolo, il posâr de’ sensi uscito:
ed altri intorno gli restaro, ed altri
a tor ne giro la ritonda coppa.
Tronco ogn’indugio, Achille il terzo giuoco
propose, il giuoco della dura lotta,
e de’ premii fe’ mostra; al vincitore
un tripode da fuoco, e a cui di dodici
tauri il valore dagli Achei si dava,
ed al perdente una leggiadra ancella
quattro tauri estimata, e che di molti
bei lavori donneschi era perita.
Rizzossi Achille, e a quegli eroi rivolto,
Sorga, disse, chi vuole in questo ludo
del suo valor far prova. Immantinente
surse l’immane Telamònio Aiace,
e il saggio mastro delle frodi Ulisse.
Nel mezzo della lizza entrambi accinti
presentârsi, e stringendosi a vicenda
colle man forti s’afferrâr, siccome
due travi che valente architettore
congegna insieme a sostener d’eccelso
edificio il colmigno, agli urti invitto
degli aquiloni. Allo stirar de’ validi
polsi intrecciati scricchiolar si sentono
le spalle, il sudor gronda, e spessi appaiono
pe’ larghi dossi e per le coste i lividi
rosseggianti di sangue. Ambi del tripode
a tutta prova la conquista agognano,
ma né Ulisse può mai l’altro dismuovere
e atterrarlo, né il puote il Telamònio,
ché del rivale la gran forza il vieta.
Gli Achei noiando omai la zuffa, Aiace
all’emolo guerrier fe’ questo invito:
Nobile figlio di Laerte, in alto
sollevami, o sollevo io te: del resto
abbia Giove la cura. E così detto,
l’abbranca, e l’alza. Ma di sue malizie
memore Ulisse col tallon gli sferra,
al ginocchio di retro ove si piega,
tale un sùbito colpo, che le forze
sciolse ad Aiace, e resupino il gitta
con Ulisse sul petto. Alto levossi
de’ riguardanti stupefatti il grido.
Tentò secondo il sofferente Ulisse
alzar da terra l’avversario, e alquanto
lo mosse ei sì, ma non alzollo. Intanto
l’altro gl’impaccia le ginocchia in guisa
che sossopra ambedue si riversaro
e lordârsi di polve. E già risurti
sarìano al terzo paragon venuti,
se il figlio di Pelèo levato in piedi
non l’impedìa, dicendo: Oltre non vada
la tenzon, né vi state, o valorosi,
a consumar le forze. Ambo vinceste,
e v’avrete egual premio. Itene, e resti
agli altri Achivi libero l’aringo.
Obbedîr quegli al detto, e dalle membra
tersa la polve, ripigliâr le vesti.
Pose, ciò fatto, i premii alla pedestre
corsa: al primo un cratere ampio d’argento,
messo a rilievi, contenea sei metri,
né al mondo si vedea vaso più bello.
Era d’industri artefici sidonii
ammirando lavoro, e per l’azzurre
onde ai porti di Lenno trasportato
l’avean fenicii mercatanti, e in dono
cesso a Toante. A Pàtroclo poi diello
il Giasònide Eunèo, prezzo del figlio
di Prìamo Licaone: ed or l’espose
premio il Pelìde al vincitor del corso
in onor dell’amico. Un grande e pingue
tauro al secondo; all’ultimo d’ôr mette
mezzo talento, e ritto alza la voce:
Sorga chi al premio delle corse aspira.
E sursero di sùbito il veloce
Aiace d’Oilèo, lo scaltro Ulisse,
e il Nestòride Antìloco, il più ratto
de’ giovinetti achei. Posti in diritta
riga alle mosse, additò lor la meta
il Pelìde, e diè il segno. In un baleno
s’avventâr dalla sbarra, e innanzi a tutti
l’Oilìde spiccossi: Ulisse a lui
vicino si spingea quanto di snella
tessitrice al sen candido la spola,
quando presta dall’una all’altra mano
la gitta, e svolge per la trama il filo,
e sull’opra gentil pende col petto:
così l’incalza Ulisse, e col seguace
piè ne preme i vestigi anzi che s’alzi
il polverìo dintorno; e sì correndo
gli manda il fiato nella nuca. Un grido
sorge di plauso d’ogni parte, e tutti
gli fan cuore alla palma a cui sospira.
Eran del corso ormai presso alla fine,
quando a Minerva l’Itaco dal core
mandò questa preghiera: Odimi, o Dea,
e soccorri al mio piè. – La Dea l’intese,
gli fe’ lievi le membra, i piè, le braccia;
e come fur per avventarsi entrambi
ad un tempo sul premio, l’Oilìde
da Minerva sospinto sdrucciolò
in lubrico terren sparso del fimo
de’ buoi mugghianti dal Pelìde uccisi
di Pàtroclo alla pira. Ivi il caduto
nari e bocca insozzossi. Il precorrente
divo Ulisse il cratere ampio si prese,
e l’Oilìde il bue. Della selvaggia
fera il corno impugnò l’eroe doglioso,
la lordura sputando, e fra la turba
ruppe in questo lamento: Empio destino!
Per certo i piedi mi rubò la Dea
che da gran tempo va d’Ulisse al fianco,
e qual madre sel guarda. – Accompagnaro
tutti il suo cruccio con un dolce riso.
Ultimo giunto Antìloco si tolse
l’ultimo premio, e sorridendo disse:
Amici, i numi, lo vedete, onorano
i provetti mortali. Aiace innanzi
mi va di poca etade: Ulisse al tempo
de’ nostri padri è nato, e nondimeno
egli è rubizzo e verde, e nullo al corso
superarlo potrìa, tranne il Pelìde.
Questo sol disse: e l’esaltato Achille
così rispose: Antìloco, non fia
detta invan la tua lode. Eccoti d’oro
altro mezzo talento. – E sì dicendo
gliel porse, e quegli giubilando il prese.
Dopo ciò, fe’ recarsi, e nell’arena
depose Achille una lunghissim’asta,
uno scudo ed un elmo, armi rapite
già da Patròclo a Sarpedonte; e ritto
nel mezzo degli Achei, Vogliamo, ei disse,
che per l’esposto guiderdone armati
due guerrieri de’ più forti con acuto
tagliente acciar davanti all’adunanza
combattano. Chi pria punga la pelle
dell’avversario, e rotte l’armi, il sangue
ne tragga, avrassi questo brando in dono
di tracia lama, e bello e tempestato
d’argentei chiovi. Di quest’arme io stesso
Asteropèo spogliai. L’altre saranno
premio comune. Ai combattenti io poscia
nelle tende farò lauto banchetto.
Surse subitamente al fiero invito
lo smisurato Telamònio Aiace,
surse del par l’invitto Dïomède,
e armatisi in disparte ambo nel campo
pronti alla pugna s’avanzâr gli eroi
con terribili sguardi. Alto stupore
tutti occupava i circostanti Achei.
L’uno all’altro appressati a fiero assalto
si disserrâr tre volte, e tre alla vita
impetuosi s’investîr. Primiero
Aiace traforò di Dïomède
il rotondo brocchier, ma non la pelle
dall’usbergo difesa. Indi il Tidìde
sopra la penna dello scudo all’altro
spinse rapido l’asta, e nella strozza
gliel’appuntò. D’Aiace al fier periglio
spaventârsi gli Achivi, e della pugna
gridâr la fine, e premio egual. Ma il brando
col bel cinto l’eroe diello al Tidìde.
Grezzo, qual già dalla fornace uscìo,
un gran disco il Pelìde allor nel mezzo
collocò. Lo solea l’immensa forza
scagliar d’Eezïone; a costui morte
diè poscia il divo Achille, e nelle navi
con altre spoglie si portò quel peso.
Ritto alzossi, e gridò: Sorga chi brama
così bel premio meritarsi. In questo
il vincitor s’avrà per cinque interi
giri di Sole di che all’uopo tutto
provveder de’ suoi campi anche remoti:
né suoi bifolchi né pastori andranno
per bisogno di ferro alla cittade,
ché questo ne darà quanto è mestiero.
Levossi il bellicoso Polipete;
levossi Leontèo, forza divina;
levossi Aiace Telamònio, e seco
il muscoloso Epèo. Locârsi in fila,
e primo Epèo scagliò l’orbe rotato,
ma sì mal destro, che ne rise ognuno.
Il rampollo di Marte Leontèo
fu secondo a lanciar: terzo il gran figlio
di Telamone, che con man robusta
ogni segno passò: quarto alla fine
con fermo polso Polipete il disco
afferrò. Quanto lungi un pastorello
gitta il vincastro che rotato in alto
vola sopra l’armento; andò di tanto
fuor del circo il suo tiro. Applause tutto
il consesso: affollârsi i fidi amici
del forte Polipete, e alla sua nave
portâr del disco la pesante massa.
Invitò quindi i saettieri, e in mezzo
dieci bipenni espose e dieci accette;
e piantato lontano nell’arena
un albero navale, avvinse a questo
con sottil fune al piede una colomba,
segno alle frecce. Le bipenni prenda
chi l’augel coglie, e le si porti. Quello
che il fallisca, e a toccar vada la fune,
essendo inferïor, s’abbia l’accette.
Ciò detto appena, presentossi il forte
re Teucro, e Merïon d’Idomenèo
prode sergente, e in un sonoro elmetto
agitate le sorti, uscì primiero
Teucro, e tosto lo stral tirò di forza.
Ma perché non aveva votata a Febo
di primo-nati agnelli un’ecatombe,
sfallì l’augello (ché tal lode il Dio
gl’invidïò); sol colse al piè la fune
che legato il tenea. Tagliolla il dardo;
libera la colomba a volo alzossi
per lo cielo, e fuggì; cadde la fune,
e di plausi sonar s’udìa l’arena.
Ratto allora di mano a Teucro tolse
Merïon l’arco, e ben presa la mira
colla cocca sul nervo, al saettante
nume promise un’ecatombe; e in alto
adocchiata la timida colomba
che in vario giro s’avvolgea, la colse
sotto l’ala. Passolla il dardo acuto,
e ricadde, e s’infisse alto nel suolo
di Merïone al piè. Ma la ferita
colomba si posò sovra l’antenna,
stese il collo, abbassò l’ali diffuse,
e dal corpo volata la veloce
alma, dal tronco piombò. Stupefatte
guardavano le turbe. Allor si tolse
le scuri Merïon, Teucro l’accette.
Produsse Achille all’ultimo nel mezzo
una lunga lunga asta, ed un lebète
non vïolato dalle fiamme ancora,
del valore d’un tauro, e sculto a fiori,
premio alla prova delle lance. Alzossi
l’ampio-regnante Atride Agamennóne
e il compagno fedel del re cretese
Merïon. Ma levatosi il Pelìde,
trasse innanzi, e parlò: Figlio d’Atrèo,
sappiam noi tutti come tutti avanzi
e nel vibrar dell’asta e nella possa.
Prenditi dunque questo premio, e il manda
alla tua nave. A Merïon daremo,
se il consenti, la lancia; ed io ten prego.
Acconsentì l’Atride. A Merïone
diede Achille la lancia, ed all’araldo
d’Agamennón lo splendido lebète.