Horace Walpole – Il castello di Otranto

L’EDITORE
AI
LETTORI.

TALE è il genio, col quale la Nazione Inglese si applica ad imparare l’armonioso Italiano Idioma, e con tanta generosità rimunera gl’intraprenditori di nitide edizioni, che merita bene il tributo di Opere atte a facilitarne alla medesima lo studio, appagandone insieme il buon gusto. L’ingegnosissimo Romanzetto che ora le si presenta è per modo celebre tralle felici bizzarrie dello spirito umano, che, essendoci proposti di unire la piacevolezza all’utile ed al bello, questo abbiamo, ricolmi di fidanza, prescelto. L’Editore Inglese1 lo ha anch’egli talmente tenuto in istima, che sia per parzialità, sia indotto dalla fama dei torchj Bodoniani, ha pensato, doversi mandare oltremare per rivestirlo di tutti gli ornamenti dei quali si riprometteva. Noi però, quantunque non siasi fatto lo stesso, speriamo che non si crederà, averlo noi in minor pregio, imperocchè per questa edizione ci siamo serviti di caratteri gettati a posta, e di bellissima carta, avendola eziandio ornata di rami; e lasciamo alla Nazione in generale il pronunziare qual paragone debba spassionatamente farsi delle due impressioni. Oltracciò, desiderando noi di porre avanti agli occhj degli studiosi dell’Italiana Favella un’edizione priva, quanto è possibile, di quei difetti che s’incontrano di ordinario ne’ libri stampati in un paese forestiero, in languaggio non suo, non ci siamo contentati della nostra particolare attenzione, ma abbiamo chiamato a parte delle nostre premure il Sig. Buonaiuti: onde ci lusinghiamo che si ritroverà in quest’Opuscolo purezza di lingua, facilità di locuzione, e soprattutto corretta ortografia. In fine ci raccomandiamo alla benevolenza degl’Intelligenti.

IL CASTELLO DI OTRANTO.
STORIA GOTICA.

CAPITOLO PRIMO.
MANFREDI, prencipe di Otranto, aveva un figlio, ed una figlia. Questa nominavasi Matilda, era nella età di anni diciotto, e di maravigliosa bellezza dotata. Il giovine, chiamato Corrado, già pervenuto al quintodecimo anno, dimostrava grossolano ingegno e complessione malsana, ma contuttociò venia parzialmente amato dal padre, il quale non dette mai alcun segno d’affetto a Matilda. Manfredi avea destinata al suo figlio in isposa Isabella, figliuola del marchese di Vicenza, la quale, già rimessa nelle mani del prencipe dai tutori della medesima, ritrovavasi in Otranto, a fine di celebrare le nozze, tostochè la salute cagionevole di Corrado lo concedesse. L’impazienza di Manfredi per far la ceremonia nuziale fu osservata dalla famiglia sua e dai vicini. Quei di casa, a dir vero, temendo la rigida natura di esso, non ardivano manifestar le loro differenti opinioni intorno al voler egli precipitar cotanto gl’indugj. Ippolita, di lui consorte, sopramabile gentildonna, si fece diverse volte animo a rappresentargli il pericolo di ammogliare l’unico figlio in così fresca età, atteso tantopiù il di lui infermiccio stato di salute; ma egli, invece di darle su di ciò analoga risposta, rivolgea destramente il discorso sulla di lei sterilità, per avergli partorito un solo erede. I vassalli ed i sudditi eran meno cauti in ragionare, ed attribuivano la premura di sollecitar questo maritaggio al timore che aveva il prencipe di veder adempita un’antica profezia la qual dicevasi stata fatta, cioè: “che la presente famiglia sarebbe decaduta dalla signoria e castello di Otranto, quando il vero proprietario fosse divenuto talmente grosso da non poter esservi contenuto.” Egli era assai malagevole il distrigare il senso di questa profezia, ed ancor più difficile il capire ciò che avesse da fare col matrimonio di cui trattavasi; contuttociò, malgrado l’oscurità di tale arcano, il popolo vi prestava un’intiera credenza.
Fu stabilito per gli sponsali il giorno natalizio di Corrado, e già adunata era la comitiva nella cappella del castello, ed ogni cosa in pronto per dare incominciamento alla sacra funzione, quando si accorsero che mancava Corrado. Ciò osservato da Manfredi, impaziente d’ogni benchè menomo ritardo, mandò un servo ad avvertire il giovin prencipe che venisse. Questi non erasi trattenuto neppur tanto tempo, quanto era necessario a traversare il cortile del castello per arrivare alle stanze di Corrado, allorchè tornò indietro, correndo ansante, quasi frenetico; cogli occhj stralunati, colle labbra tremanti, nè potendo articolar parola, accennò con mano il cortile, onde gli astanti soprappresi furono da subitaneo terrore e da maraviglia. La prencipessa Ippolita, sebbene ignara dell’accaduto, tocca soltanto da materna sollecitudine, si tramortì, e Manfredi men timoroso che incollerito pel differirsi delle nozze e per la stravaganza del servitore, chiesegli imperiosamerite cosa fosse avvenuto, al che egli non rispose, ma seguitò ad additare il cortile; infine, dopo essere stato ripetute volte interrogato, esclamò: “oh! un elmo!… che elmo!… l’elmo!”… In questo frattempo alcuni eran discesi nel cortile, da dove sentivasi un lamentoso mormorio, cagionato da sorpresa e da spavento; onde incominciando Manfredi a stare in pena di non vedere il figliuolo, andò ad informarsi in persona di ciò che poteva dar motivo a sì strana confusione. Matilda rimase a prestar soccorso alla madre, come pure Isabella non partissi per la stessa causa, ed affine di non mostrarsi troppo impaziente in riguardo allo sposo per cui, a dir vero, avea essa concepito ben poco amore.
Il primo oggetto presentatosi alla vista di Manfredi, sorprendendolo fortemente, fu buon numero de’ suoi di casa i quali sforzavansi di sollevar da terra qualche cosa che sembravagli una montagna di nere piume, ed in quella affissatosi, dubbioso di ciò che vedea, gridò bruscamente: “che fate là? Dov’è il mio figlio?” Molte voci in un tratto risposero: “a signore!… il principe!… Il principe!… l’elmo!… l’elmo!…” Commosso dal suon doglioso con cui proferiansi tali accenti, e temendo, senza saper di che, si fece frettolosamente innanzi, ed oh! tragica vista per un padre! rimirò il figlio schiacciato, e quasi sepolto sotto un elmo smisurato cento volte più ampio di alcun altro usato mai da uom vivente, e cui faceva ombra una quantità immensa di piume nere proporzionata alla mole.
L’orrore del funesto spettacolo, il non sapersi da alcuno de’ circostanti in qual guisa fosse tale infortunio accaduto; e più ancora d’ogni altra cosa lo spaventevol fenomeno, tolsero al prencipe la parola; contuttociò stette in silenzio più lungo tempo di quello che fatto avrebbe pel solo dolore. Guardava egli fisamente ciò, desiderando di poterlo credere un sogno, e parea meno afflitto della perdita del proprio figlio, che attento a meditare la mirabil cosa la qual n’era stata cagione. Toccava l’elmo fatale, esaminandolo attento, e la sua vista non potè essere da quel prodigio rimossa, neppur dal vicino oggetto de’ sanguinosi infranti avanzi del giovin prencipe. Tutti coloro cui era ben nota la parzialità sua per Corrado, furono sorpresi per la di lui insensibilità, e rimasero quasi colpiti di fulmine per il portento dell’elmo; quindi, senza riceverne il comando, trasportarono lo sfigurato cadavere nel salone. Di più, non dimostrò Manfredi attenzion veruna alle dame rimaste nella cappella, anzi dimentico intieramente delle due infelici prencipesse, consorte e figlia, le prime parole uscite dopo lo stordimento dalla sua bocca, furon queste: “si prenda cura della prencipessa Isabella.”
I servitori allo strano comando guidati dall’affetto per la loro padrona, lo interpretarono come diretto particolarmente alla medesima, e volando ad assisterla la portaron nella camera semiviva, e nulla curantesi delle prodigiose circostanze le quali udiva narrarsi, eccettuata la morte del diletto figliuolo. Matilda, che amavala teneramente, soffogò in petto il cordoglio, ad altro non pensando, se non ad assistere e consolare l’afflitta genitrice. Isabella la quale era stata sempre trattata come figlia da Ippolita, e la riamava con grata egual tenerezza, era anch’ella assidua in prestarle soccorso, procurando nel tempo stesso di confortar Matilda cui legavala sviscerato affetto, per alleviar l’affanno qual vedea bene voler essa celare. D’altronde, sebbene non risentisse in cuore per la morte di Corrado altro moto in fuor della compassione, tuttavia non poteva a men di riflettere al proprio stato; ma non era, a dir vero, scontenta d’essere sciolta da un nodo maritale, da cui niuna felicità erasi ripromessa, sia per parte dello sposo, sia a cagione della severità di Manfredi il quale, benchè avesse lei sempre affettuosamente trattata, pure aveala non poco atterrita col suo ingiusto dimostrato rigore verso prencipesse cotanto amabili, quanto lo erano Ippolita e Matilda.
Mentre le dame accompagnavano la sventurata madre, Manfredi rimase nel cortile, sempre rimirando il malaguroso elmo, e senza far attenzione alla moltitudine che lo strano caso aveagli intorno adunata, dimandava solo laconicamente e quasi stupido, se alcuno per avventura sapea di dove là fosse caduto, ma niuno potè dargliene il menomo indizio. Tuttavia, siccome ciò sembrava esser l’unico oggetto della sua curiosità, lo divenne in breve anche degli altri tutti; ma le congetture quali ognuno facea, si consideravano, appena proposte, assurde ed improbabili, come inaudito era l’evento. Mentre perdevansi in vani ragionamenti, un contadinello abitante di un vicino casale, tratto colà dalla sparsa novella, disse, esser l’elmo prodigioso in tutto simile a quello che vedeasi nella chiesa di S. Niccola sul capo della statua di marmo nero rappresentante Alfonso il Buono, uno dei loro antichi sovrani. “Furfante! che di’ tu?” gridò Manfredi, riscuotendosi con furiosa rabbia dal suo sbalordimento, e preso il giovine per la gola: “come ardisci,” gli disse, “pronunziar queste sediziose parole; ben tu me ne pagherai il fio.” Gli spettatori capivano tanto poco la causa dell’ira del prencipe, quanto il fatto dell’elmo, e non sapean cosa pensarne; ma più d’ogni altro rimase stordito il villanello, non intendendo di che mai il prencipe si offendesse; e riflettendo fra se nulla aver fatto di male, si sviluppò dalle mani di Manfredi, benchè ciò facesse in umil atto e gentile; indi con riverenti modi i quali dimostravano timore d’aver mancato, e non ispavento, chiesegli rispettosamente in qual cosa avesse fallato. Manfredi però, in vece di rimettersi in calma al veder la di lui sommissione, divenne anzi furibondo per la fermezza colla quale, sebben decentemente, da lui erasi il giovine liberato, ordinò a’ suoi d’arrestarlo; e se gli amici invitati alle nozze non lo avessero in tal punto trattenuto, avrebbe certamente ferito di pugnale il contadino nelle lor braccia.
Durante tale altercazione, alcuni del volgo, colà presenti, eransene corsi alla chiesa contigua al castello, e tornarono indietro storditi per meraviglia, riferendo, esser l’elmo disparito dalla statua d’Alfonso. Manfredi, in udir tal novella, divenne come forsennato, e quasi cercasse su chi sfogare la rabbia in lui cagionata dal tumulto di tante affollate idee, lanciossi nuovamente sopra il contadino, strillando: “scellerato! mostro! stregone! tu lo hai fatto… sì, tu hai ucciso il mio figlio.” Allora il popolaccio, sempre di grossolana capacità, cui giovava trovare un soggetto proporzionato a’ suoi pregiudizj, sul quale rigettar potesse la cagione delle concepite spaventose idee, unissi al suo signore, ripetendo ad una voce: “sì, sì, è stato lui; costui appunto ha involato l’elmo di sopra al deposito d’Alfonso buono, ed ha con quello stritolato il nostro principino;” ed in ciò dire, non riflettevano nè alla grande sproporzione trall’elmo di marmo solito vedersi nella chiesa, e quello che aveano dinanzi agli occhj, il quale era pur d’acciaio, nè pensavano che sarebbe stato impossibile ad un giovinetto, non ancor giunto al vigesimo anno, il trattare un’armatura di sì enorme peso.
Queste popolari voci dettero da pensare a Manfredi; e foss’egli irritato per l’osservazione fatta dal contadino della somiglianza de’ due elmi, e pel timore ch’ei si ponesse perciò in istato di penetrar più addentro alla cagione del mancar quello in chiesa, o lo facesse per toglier materia a qualunque popolar cicaleccio appoggiato a così pericolosa supposizione, dichiarò con gravità, esser colui senza dubbio un negromante, e voler egli, sintantochè il tribunale ecclesiastico conoscesse della causa, ritenere il mago scoperto prigione sotto quell’elmo stesso, ordinando incontanente ai servitori di ciò eseguire, con espresso comando che nessuno ardisse portargli cibo di cui, soggiungeva egli, avrebbelo potuto l’infernale arte sua provvedere.
Invano rappresentò il giovine l’ingiustizia di tal sentenza, e gli amici di Manfredi tentarono inutilmente distoglierlo da questa barbara e precipitosa risoluzione. I più rimasero sodisfatti della decisione del signor loro la quale, avuto riguardo al timore di essi, sembrava in apparenza giustissima, poichè il mago doveva esser punito collo strumento medesimo di cui servito erasi per malfare; nè punto gli commosse la probabilità che il giovine potesse là sotto morir di fame, mentre per sicuro teneano, poter egli col mezzo della sua diabolica destrezza procacciarsi il necessario alimento.
Manfredi vide eseguir con gioia il dato comando, e postavi una sentinella con assoluta proibizione di recare al prigioniero alcuna sorta di vitto, licenziò gli amici e gli astanti, e dopo aver serrate a chiave le porte del castello, dove non volle che restasse alcuno, eccettuata la propria gente, ritirossi alle sue stanze.
Intanto, per le attente cure delle giovani prencipesse rinvenne Ippolita, e quantunque oppressa da tanto affanno, chiedeva frequenti nuove del suo consorte, ed avrebbe voluto privarsi di chi le stava intorno per mandare in di lui assistenza: ingiunse finalmente a Matilda d’andar ella a consolare il genitore. Questa, non abbisognando di sprone per fare il proprio dovere, sebben temesse la paterna austerità, obbedì ad Ippolita, e lei teneramente ad Isabella raccomandò. Quindi, interrogati i servi ove fosse il padre, seppe, essersi ritirato nelle sue camere, vietando che a niuno fossene accordato l’ingresso, dal che Matilda inferì, ritrovarsi egli immerso nel dolore per la morte del di lei fratello, e temendo di rinnovargli il pianto colla vista dell’unica figlia, stette in forse di presentarsegli innanzi in un momento di sì grave afflizione; ma infine il filiale affetto, avvalorato dal comando materno, la incoraggì tanto da azzardarsi a contravvenire agli ordini dati dal padre, errore da essa non commesso giammai. Essendo peraltro naturalmente timida, si fermò qualche momento alla porta, e lo sentì passeggiare avanti e indietro nella sua camera con isregolati passi, lo che accrebbe il di lei timore. Era non pertanto sul punto di chieder licenza d’entrare, quando Manfredi, aperta ad un tratto la porta, nè riconoscendola da prima, atteso il barlume della vicina sera, ed il perturbamento dello spirito, domandò incollerito: “chi è là?” Matilda, tutta tremante, rispose: “son’io, mio caro padre, sono la vostra figlia.” Manfredi bruscamente arretrassi alquanto, dicendole: “andate, non vo’ figliuole, non ho bisogno di figliuole;” ed in così dire, rientrò dentro, chiudendo con rabbiosa veemenza la porta in faccia alla spaventata Matilda.
Ella troppo ben conosceva il furioso naturale del padre per farsi animo ad altro tentativo; onde, calmatasi un poco dopo il terrore di così inaspettata accoglienza, ritornossene dolente indietro, ed asciugò le lagrime per non dare nuova occasione d’affliggersi ad Ippolita la quale, domandandole con ansiosa premura dello stato di salute di Manfredi, e come tollerasse egli la fatal perdita, venne da Matilda accertata, esser lui in buona salute, e sopportar con animo forte la sua sciagura. “Ma non vuol egli,” disse la dolente Ippolita con fioca voce, “permettermi di vederlo, di pianger seco, e di versare il materno affanno in seno del mio consorte e signore? m’ingannate voi forse, o Matilda? so pure quanto ardentemente amasse Manfredi il suo figlio; e non è per lui questo un troppo duro caso a soffrire? non n’è egli rimasto oppresso?… come! voi non mi rispondete?… oimè! temo il peggio… aiutatemi a levarmi; voglio, sì, voglio vederlo; sostenetemi, ed accompagnatemi fino alla sua camera: ah! egli mi è caro anche più de’ miei figlj.” Matilda fe’ segno ad Isabella acciò procurasse distogliere Ippolita da tal proponimento, ed ambedue queste amabili donzelle faceano dolcemente violenza alla prencipessa per trattenerla e calmarla, allorchè comparve un servo il quale annunziò da parte di Manfredi ad Isabella, che il suo padrone volea immediatamente parlarle.
“A me!” esclamò Isabella. “Andate,” le disse Ippolita, sollevata alcun poco dal suo cordoglio nel vedere un messaggero dal suo consorte inviato: “andate; Manfredi non può resistere alla vista della sua addolorata famiglia e vi domanda, credendovi di noi meno alterata; ei teme l’eccesso del mio dolore; deh! consolatelo per me, cara Isabella, e ditegli in nome mio, che mi sforzerò di celare il mio turbamento per non accrescer l’affanno suo.”
Era già notte, ed il servo il quale accompagnava Isabella, portava in mano un torcetto. Manfredi passeggiava agitato nella galleria, dove giunti i suddetti, disse con impaziente rabbia al servitore: “levami davanti quel lume, e vattene.” Quindi, chiusa impetuosamente la porta, si gettò smanioso sopra una panca, e fe’ cenno ad Isabella di sedergli allato; essa tremando obbedì, ed egli in tal guisa incominciò: “Signora, vi ho mandata a cercare”… e senza più dire, rimase cheto in gran confusione. Ella accorgendosene, gli disse: “Signore”… “sì,” l’interruppe egli, “vi ho mandata a cercare per un affar di somma importanza; non piangete, nobil donzella; voi avete perduto uno sposo… ah sì, ed io ho perdute tutte le speranze della mia sventurata famiglia!… ma pure Corrado non era degno della vostra bellezza”… “Come, signore!” replicò Isabella; “non sospettate già di me a quel ch’io penso? il mio dovere, il mio affetto sarebbero stati sempre”… “Non pensate più a lui,” soggiunse Manfredi; “egli era malsano, ed il cielo me lo ha forse tolto; acciò non fondassi la sussistenza della mia casa sopra un sì fiacco rampollo. La prosapia di Manfredi abbisogna di numerosi sostegni, e la mia sciocca parzialità per quel ragazzo mi accecò e mi rese imprudente… ma, così è meglio: spero d’aver fra pochi anni motivo di rallegrarmi della sua morte.”
Non si può con parole esprimere quanto restasse attonita Isabella. Pensò da prima aver l’affanno tolto il senno a Manfredi; indi suppose che tale strano ragionamento fosse diretto a scoprire il di lei animo, essendosi forse accorto della poca inclinazione ch’essa mostrata avea pel di lui figlio; onde in conseguenza di tale idea, così rispose: “deh! signore, non dubitate della mia tenerezza per il defunto Corrado; nel dargli la mano di sposa, il mio cuore avrebbe accompagnato un tal atto: sì, egli sarebbe stato l’unico oggetto de’ miei pensieri, e comunque di me il fato disponga, la di lui memoria mi sarà sempre cara, e rispetterò al pari de’ miei genitori e Vostra Altezza, e la virtuosa Ippolita.”… “Malvenga ad Ippolita,” gridò Manfredi, “scordatevi di lei in questo momento, siccome io me ne scordo: per dir breve, voi avete perduto uno sposo non proporzionato a’ vostri meriti ai quali, rendendo io più giustizia, invece di quell’infermo ragazzo vi darò un marito di bella età, il quale saprà meglio apprezzare la beltà vostra, e potrà da voi aspettar numerosa progenie.”… “Ah signore!” disse Isabella, “sono talmente sopraffatta dalla recente catastrofe, accaduta nella Vostra famiglia, che ora pensar non posso a nuovi legami; se la buona sorte mi rendesse il padre, ed a lui piacesse di ciò comandarmi, mi rassegnerei ubbidiente al suo volere, come appunto feci allorquando promisi la mano al figlio vostro; ma sintantochè egli non torni, permettetemi di rimanere ospite presso di voi, e d’impiegare i miei tristi giorni in consolarvi, ed alleviare le afflizioni di Matilda ed Ippolita.”
“Vi ho avvertita un altra volta,” ripetè Manfredi incollerito, “di non proferire il nome di quella donna; da qui avanti dobbiamo ambedue considerarla come una persona a noi del tutto straniera; in somma, per non più tenervi in sospeso, giacchè non posso darvi il mio figlio, vi offro me stesso”… “Giusto cielo! che ascolto!” esclamò Isabella, uscita d’inganno a tale impensata proposta: “Voi, Signore!… voi!… Il mio suocero!… il padre di Corrado!… il consorte della virtuosa e tenera Ippolita!”… “Vi ho pur detto,” interruppe Manfredi con voce autorevole, “che Ippolita non è più mia moglie, e la ripudio sin da questo momento: ella mi ha reso abbastanza infelice colla sua sterilità; il mio destino dipende dall’aver figliuoli, e mi propongo di dar principio in questa stessa notte alle mie novelle speranze;” così dicendo, strinse la fredda mano d’Isabella, rimasta semiviva per lo spavento e l’orrore. Essa diè un grido, sprigionò la mano e si slontanò. Manfredi alzossi precipitosamente per trattenerla; ma la luna che risplendeva dall’opposta finestra presentogli alla vista l’elmo fatale che si elevava fino a’ balconi, le di cui piume, scosse da ignota cagione; fluttuavano cigolando in cupo suono. Isabella, preso coraggio dalla circostanza, e niun’altra cosa maggiormente temendo, quanto l’essere da Manfredi inseguita, gridò: “fermatevi, signore… vedete! il cielo stesso si dichiara contro le empie vostre intenzioni:” “Nè il cielo, nè l’inferno avran forza d’opporsi a’ miei disegni,” disse ferocemente Manfredi, avanzandosi per afferrarla. Nel momento medesimo il ritratto del di lui avo, il quale stava appeso alla parete al di sopra della panca dove erano stati assisi, gettò un profondo affannoso sospiro e riprese fiato. Isabella, avendo le spalle voltate al quadro, non vide il movimento della persona dipinta, nè seppe figurarsi donde venisse quel gemito; ma si riscosse, dicendo a Manfredi: “avete sentito? che gemito è stato quello?” e così dicendo, aprì velocemente la porta e fuggì. Egli, incerto tral voler inseguire Isabella ormai giunta alla scala, e ‘l non potere staccar gli occhj dal quadro di sopra cui vedea già muoversi l’effigie, pure avea già fatto qualche passo per raggiungerla, rivolto però sempre verso il ritratto, allorchè l’osservò distaccarsi dalla tela, e discender sul pavimento in aria melanconica e grave. “Sogno o son desto!” esclamò allora Manfredi, tornando indietro, “o congiurano i demonj stessi contro di me! parla, ombra infernale, o se pur tu sei l’avo mio, perchè mai cospiri tu ancora contro il tuo sciagurato nipote il quale a troppo caro prezzo paga”… “Prima ch’ei potesse più dire, lo spettro sospirò nuovamente, e gli fe’ cenno di seguitarlo. “Guidami pure, guidami dove vuoi,” gridò Manfredi, “io verrò teco anche alla voragin d’averno.” Camminò il fantasma posatamente, ma alquanto abbattuto sino alla fine della galleria; indi entrò in una camera a man dritta. Manfredi gli teneva dietro a piccola distanza, pieno d’interna agitazione e di orrore, quantunque in suo cuor risoluto; ma nel momento in cui voleva anch’esso entrar nella stanza gli fu da mano invisibile chiusa. violentemente in faccia la porta. La rabbia di non poter veder terminare quella scena, destogli in seno un furibondo coraggio, e tentò di fare in pezzi la porta co’ calci, ma trovolla resistente ad ogni sforzo; onde “giacchè l’inferno,” diss’egli, “nega di sodisfar la mia curiosità, voglio almeno usare ogni possibil mezzo affine di preservar la mia stirpe, ed Isabella non fuggirà per certo dalle mie mani.”
Isabella, quantunque aver potesse bastante fermezza da opporsi a Manfredi, non ostante vinta dal terrore, corse frettolosamente per lo scalone fino a terreno, e quivi si fermò, non sapendo nè ove dirigere i passi, nè come salvarsi dalla furia del prencipe, tantopiù, non ignorando, esser chiuse le porte del castello, e trovarsi custodito da sentinelle il cortile. Suggerivale il cuore di dovere andare ad Ippolita, e prepararla al barbaro destino da cui era minacciata, ma le venne eziandio in mente che Manfredi avrebbela senza dubbio colà cercata, raddoppiando le meditate ingiurie con nuovo forsennato sdegno, senza pur lasciar campo ad ambe loro di sottrarsi al di lui pazzo furore. Pensava d’altronde, che s’ella avesse almeno per quella notte deluso l’odioso proponimento del medesimo, nata sarebbe forse una qualche favorevole circostanza, o avrebbe egli potuto anche riflettere sul reo concepito disegno. Ma dove nascondersi? come schivar le di lui perquisizioni per tutto quanto il castello! Mentre così rapidamente aggiravasi d’uno in un altro pensiero, si risovvenne, esservi un andito il quale per via sotterranea conduceva nella chiesa di S. Niccola, dove, se fosse arrivata prima di lasciarsi sopraggiugnere dal violento Manfredi, sperava bene ch’egli non avrebbe osato di profanare il santuario; e non presentandosele altro migliore spediente, risolvette d’andare a ritirarsi fralle sacre vergini in un convento contiguo alla cattedrale. Determinatasi a ciò fare, prese il lume il quale ardeva appiè della scala, ed inviossi frettolosamente per quel cammino.
I sotterranei del castello eran distribuiti in diverse stanze a volta irregolarmente disposte, perlochè rendeasi difficile ad una persona di animo turbato, qual’era Isabella, il rinvenire quella appunto per cui passar doveva. Regnava in quest’orrido luogo uno spaventoso silenzio, interrotto solo dal vento da cui erano di quando in quando sbattute le imposte degli uscj per dove era passata, ed il cigolio degli arrugginiti cardini echeggiava per quel lungo tenebroso laberinto. Ogni più lieve rumore l’atterriva ancor davvantaggio, ascoltando fin di laggiù Manfredi affrettar con rabbiosa voce i servi in traccia di lei. Camminava ella perciò in punta di piede, tanto piano quanto la fretta di porsi in salvo gliel permetteva, anzi soffermavasi spesso per ascoltare se alcun l’inseguiva. Mentre così prestava attente le orecchie, intese istantaneamente un sospiro per il che tremò tutta da capo a piedi, e si ritirò indietro qualche passo. Quindi le parve udire un calpestio, e tenendo per fermo, esser quegli Manfredi, se le agghiacciò il sangue nelle vene, e ravvolse in mente tutte le tetre idee che può dipinger l’orrore. Rimproverava a se stessa la sua fuga imprudente la quale esponevala alla di lui rabbia, in un luogo, dove le strida non le avrebbero verosimilmente procacciato alcun soccorso, peraltro non le parve d’aver udito quel rumore dietro di se, poichè essa era ancora in una delle stanze, e ‘l calpestio sentivasi tanto bene da non poterlo credere proveniente dalla parte dond’era venuta. Riconfortata pertanto alcun poco da tal riflessione, e sperando di ritrovar pietà in chiunque, purchè non fosse il prencipe, proseguiva il suo cammino, quando vide a sinistra aprirsi pian piano un uscio che era socchiuso, ma la persona da cui fu aperto, veduto il lume, ritirossi in fretta, senza darle tempo di distinguer chi fosse.
Isabella, facile in tal circostanza ad atterrirsi di tutto, rimase un momento dubbiosa se dovesse, o no, procedere innanzi; ma il timore di cader nelle mani di Manfredi, s’ella tornava indietro, vinse qualunque altra considerazione; anzi prese viepiù coraggio dal vedersi sfuggire da quella sconosciuta persona, e figuratasi, esser quegli un servo di casa, argumentò seco stessa che, siccome avea sempre usati cortesi tratti con ciascheduno, e sapea d’essere una innocente in pericolo, poteva così lusingarsi, dovere i servi del prencipe favorire, o almeno non impedir la sua fuga, se pure non fossero da lui a bella posta mandati per ricercarla. Ripreso cuore per tal fidanza, e credendosi vicina al disegnato luogo, s’accostò alla porta che avea veduta aprire, ma sul limitare un vento improvviso le spense il lume, lasciandola nell’orrore di quelle tenebre.
Impossibile riuscirebbe il voler esprimere con parole da qual tremore rimanesse compresa la prencipessa. Tutta sola in quello spaventoso luogo; coll’anima intimorita per gli eventi temibili accaduti nella precedente giornata; senza speranza di poter fuggire; aspettandosi ogni momento Manfredi alle spalle; e niente consolata di ritrovarsi in balia di persona sconosciuta la quale sembravale, dover esser colà nascosta per qualche cagione, se le raggiravano in mente mille torbide idee, ed era quasi sul punto di perdersi totalmente di coraggio. In tale orribil situazione, rimasta scoraggita e palpitante, si rivolse in atto supplichevole ad implorar l’assistenza di tutti i santi del cielo, e quindi, muovendosi pian piano, cercò a tentone la porta, ed avendola ritrovata, entrò tremante in quella stanza, di dove le pareva d’aver sentito il sospiro ed il calpestio. Ciò che le dette una qualche momentanea gioia, si fu il veder risplendere, quasi improvvisamente, un debol raggio di luna adombrata dalle nuvole, proveniente da un’apertura che sembrava stata fatta nella volta con un violento colpo dato al di sopra, potendo essa chiaramente osservarne i rottami, un pezzo de’ quali sembrava che stesse tuttor per cadere; ed affrettatasi verso quella parte, osservò una forma umana accosto al muro.
Ella fece uno strido, credendola lo spirito del suo promesso sposo Corrado, ma quella figura, fattasele avanti, le disse in voce sommessa: “non v’impaurite signora; io non son per farvi alcun male.” Isabella, racconsolata dalle parole e dal placido cortese tuono di voce dell’incognito, credendo tantopiù, dover essere quello stesso da cui era già stata aperta la porta, si fe’ cuore a rispondergli: “Signore, chiunque voi vi siate, prendavi pietà d’una infelice prencipessa vicina a perire; deh! aiutatemi ad allontanarmi da questo castello per me fatale, altrimenti diverrò in breve sventurata per sempre.” “Oimè!” le rispose l’incognito: “che far poss’io per assistervi? Mi esibisco di morire in vostra difesa, ma non son pratico nè di questo luogo, nè del palazzo, ed ho anch’io bisogno”… “Ah” soggiunse Isabella: “aiutatemi soltanto a trovare la ribalta d’una botola che deve esser quì oltre, e ciò sarà il più grande ed anzi l’unico favore quale far mi possiate, perchè non ho un istante da perdere.” Nel dir queste parole, chinossi a terra, tastando quà e là colla mano il pavimento, e pregando l’incognito di cercare in simil modo una lamina d’ottone incastrata in una pietra, palesandogli, esser quella una serratura che si apriva per mezzo di una molla di cui sapeva ella bene il segreto: “se ci riesce di trovarla,” continuava ella, “posso fuggire; altrimenti, oimè! cortese incognito, temo d’avervi involto nelle mie disgrazie, poichè Manfredi vi crederà complice della mia fuga e cadrete senza dubbio vittima del suo sdegno.”… “Io non fo conto alcuno della mia vita,” riprese quegli, “e risentirò nel perderla qualche conforto, avendo procurato di sottrarvi alla sua feroce tirannia.” “Giovane generoso,” replicò Isabella, “e come potrò mai ricompensare”… Nel proferire tai parole, un nuovo raggio di luna, risplendè fortunatamente sopra la lamina di cui cercavano. “Oh giubbilo!” esclamò Isabella, “ecco la botola;” e cavatasi di tasca una chiave, toccò una molla la quale scattò da una parte, discoprendo un anello di ferro; “alzate quì,” disse Isabella, e l’incognito avendo obbedito, apparve una scaletta che conduceva in un altro sotterraneo totalmente oscuro. “Bisogna scender giù,” continuò Isabella; “venite pur meco; sebbene il cammino sia orrido e buio, non potremo sbagliarlo; egli guida direttamente alla chiesa di S. Niccola”… “ma forse,” soggiunse modestamente, “voi avrete de’ motivi per non partirvi da questo castello, nè ho più oltre di voi bisogno, perciocchè fra pochi momenti sarò in salvo dal furor di Manfredi; ditemi solamente a chi devo esser di tanto obbligata”… “lo non voglio per certo abbandonarvi,” rispose allora l’incognito, “sinchè non vi abbia posta in sicuro; nè mi crediate già, o principessa, più generoso di quel che sono in effetto: quantunque voi siate ora il mio primo pensiero”… Qui fu interrotto da un improvviso mormorio di voci le quali parevano avvicinarsi a quella parte, e di là a poco inteser distintamente queste parole: “non mi parlate di magie, vi dico; ella dev’essere nel castello, e saprò trovarla ad onta degl’incantesimi”… “Cielo!” gridò Isabella, “questa è la voce di Manfredi! fate presto, altrimenti siamo perduti; andiamo, e quando sarete sceso, richiudete la ribalta.” Così dicendo, ella precipitosamente discese, e l’incognito che aveva tenuta sospesa la ribalta, volendo affrettarsi a seguitarla, questa gli sfuggi di mano, e nel cadere si richiuse la molla. Tentò egli di riaprirla, ma invano, non avendo osservato come Isabella l’avesse toccata, ed oramai mancavagli il tempo da far nuove sperienze. Il rumore della caduta ribalta fu sentito da Manfredi il quale subito corse là, accompagnato da’ servidori con torce in mano, e prima d’entrar nella stanza gridò: “questa dev’essere Isabella che se ne fugge; non può essere però molto avanti.” Ma qual fu lo stupore del prencipe, allorchè, invece d’Isabella, si vide innanzi al chiaror delle torce il giovine contadino, fatto da esso imprigionare sotto l’elmo incantato. “Traditore!” gli disse, “come mai sei quì venuto? lo ti credevo tuttora su nel cortile!” Il giovine francamente rispose: “non sono un traditore, benchè non possa impedirvi di credermi tale”… “Villano insolente!” gridò Manfredi, “ed anche ardisci d’incitarmi allo sdegno! Rispondimi tosto: come sei di là sopra fuggito? Tu hai per certo corrotte le sentinelle, ed esse mi pagheran la tua fuga colla lor vita.” “La mia povertà,” riprese il contadino tranquillamente, “potrà discolparle abbastanza; quantunque ministre dell’ira d’un tiranno, vi son tuttavolta fedeli, ed anche troppo obbedienti in eseguire gli ordini da voi dati ingiustamente.” “Come!” disse il prencipe, “e sei tu così temerario da provocare la mia vendetta! ma i tormenti che ti farò provare ti sforzeranno a non celarmi la verità: parla; io voglio sapere quali sono i tuoi complici.” “Ecco là il mio complice;” riprese il giovine sorridendo, ed accennò col dito l’apertura della volta. Manfredi ordinò a’ suoi d’alzar le torce, ed osservò, avere un lato dell’elmo sfondato il pavimento del cortile, probabilmente allorchè i servitori, sollevatolo per porvi sotto il contadjno, lo avean lasciato ricadere; ed argomentando che fosse da quella parte venuto, gli disse: “di là sei sceso?” “Di là appunto,” rispose il giovine. “Ma qual rumore è stato quello,” soggiunse il prencipe, “che ho ascoltato entrando nel sotterraneo?” “D’una porta,” rispose il contadino. “Ciò l’ho inteso anch’io,” disse con impazienza Manfredi, “ma qual porta è stata?” “Io non son pratico del vostro palazzo;” replicò il giovanetto, “poichè questa è la prima volta che ci vengo, e questa è la sola interna parte di esso, ove io sia mai entrato, eccetto oggi, quando mi avete veduto nel cortile.” “Ma io ti replico,” dissegli Manfredi, volendo sapere se il giovine avea scoperto il passaggio per la botola, “che il rumore è venuto da quà, ed i miei servi parimente lo hanno sentito”… “Altezza sì,” interruppe uno di loro, secondandolo, “è stata sicuramente la botola; di lì costui voleva fuggire.” “Chetati scimunito,” riprese il prencipe in collera, “s’egli voleva fuggire, come pensar puoi, che dovesse venir di quì? Voglio intendere dalla sua propria bocca qual rumore è stato quello;” e rivoltosi al villanello: “dimmi,” soggiunse, “la verità, poichè l’esser sincero è per te l’unico mezzo di salvar la vita.” “La verità mi è della vita più cara,” ripetè quello, “nè vorrei comprarmi l’una in pregiudizio dell’altra.” “Eh non istare a farmi il filosofo,” soggiunse Manfredi con disprezzo, “e parlami piuttosto di quel rumore?” “Dimandatemi ciò che bramate sapere,” replicò il giovane, “e fatemi uccidere se mentisco.” Manfredi, perdendo la pazienza per la di lui costante fermezza e tranquillità, gridò: “ebbene, giacchè ti vanti di non saper mentire, rispondimi; è egli stato quel rumore cagionato dalla botola?” “Altezza sì,” disse il giovine. “Tu di’ la verità,” continovò Manfredi, “ma come hai saputo, esser quivi una botola?” “Ho veduta la lamina d’ottone per mezzo d’un raggio di luna,” rispos’egli. “Ma chi ti ha detto, esser ciò una serratura?” proseguì Manfredi, “e come sei potuto arrivare a scoprire il segreto d’aprirla?” “La Provvidenza la quale aveami procurato la via d’uscir di sotto l’elmo, poteva,” rispos’egli, “dirigermi nel fare scattar la molla d’una serratura.” “Sì,” soggiunse Manfredi, “ma la Provvidenza avrebbe dovuto fare anche di più, cioè, camparti dall’ira mia. Dopo averti essa fatto conoscer come si aprisse la serratura, ti ha abbandonato, vedendoti uno stolto incapace di profittare de’ suoi favori. Ma perchè non hai tu seguitata la strada che ti si mostrava opportuna alla fuga? Perchè hai tu richiuso il passaggio prima di scender la scala?” “Potrei anzi domandare a voi, signore,” disse il contadino, “chi dovea svelare a me, non pratico di questo luogo, che tal cammino conducea fuori di quà? ma per non pigliarmi il vantaggio di schivar le richieste, vi dirò che avrei fors’anco tentato di veder dove questa scala guidasse, giacchè peggiorar non poteva il mio stato, ma la verità si è che la ribalta mi è caduta di mano, mentre stavo per discendervi; vi sentii giungere in quello stesso momento, e poichè mi vidi scoperto, che importava a me d’esser più presto o più tardi raggiunto?” “Tu sei bene un ardito villano per la tua età,” disse Manfredi, “ma parmi, voler tu prenderti giuoco di me: non mi hai ancor detto in qual modo ti è riuscito d’aprire la serratura.” “Ora vel farò vedere,” disse il contadino, e preso un sasso di quei caduti dalla volta, si chinò in terra, ed incominciò a battere sulla lamina che la copriva; e con ciò era sua intenzione di dar tempo alla principessa di porsi in sicuro. Questa presenza di spirito, unita alla franchezza del giovine, fece titubar Manfredi, e lo dispose eziandio a non infierire contro di lui, non ritrovandolo delinquente. Questo prencipe infatti non era un di quei brutali tiranni i quali, anche senza essere in verun modo provocati, si pascono di crudeltà, ma le sole circostanze della sua mala fortuna aveano inasprito il di lui naturale, pur disposto all’umanità; ed il suo cuore trovavasi pronto sempre a ben fare, allor quando la sua ragione non era dalle passioni offuscata.
Mentre così stava il prencipe in sospeso, si udì pel sotterraneo un bisbiglio di confuse voci lontane le quali, avvicinandosi davvantaggio, conobbe, esser grida de’ servi, da esso quà e là per il palazzo dispersi in traccia d’Isabella, e strillavano: “dove siete, signore?… dove siete, signor principe?” “Son quì,” rispose Manfredi, ed avvicinandosi essi, domandò loro: “avete trovata la principessa?” Il primo che giunse, rispose: “ah signore!… signore!… siamo tanto contenti d’aver trovato voi!” “Me!” disse Manfredi; “e la principessa, in somma, l’avete voi trovata?” “Ce lo eravamo creduto, signore,” disse un di loro tutto spaventato… “ma”… “Ma che?” gridò il prencipe; “è ella fuggita?” Un d’essi replicò: “Iacopo ed io… “Sì signore, io e Diego,” interruppe l’altro il quale si fece avanti anche più intimorito… “Parlate ad un per volta,” esclamò Manfredi; “vi domando dov’è la principessa?” “Non lo sappiamo,” replicarono ambedue in un tratto, “ma siamo morti di paura”… “Così credo anch’io, sciocconi,” disse Manfredi; “e perchè?” “Oh! signore!” disse Iacopo, “Diego ha veduta una cosa!… Vostr’Altezza non vorrà credere a’ nostri occhj”… “Cosa mi vai tu contando,” gridò Manfredi; “rispondimi a tuono, o giuro al cielo”… “Ebbene se Vostr’Altezza vuol degnarsi d’ascoltarmi, dirò che Diego ed io”… “Sì signore, io ed Iacopo,” disse il compagno… “Ma non vi ho io proibito di parlar tutti e due in una volta,” gridò il prencipe: “Iacopo, rispondimi tu, perchè quest’altro pazzo è più fuori di se: dimmi cos’è stato?” “Ah! mio amatissimo signore!” cominciò Iacopo, “se Vostr’Altezza vuol degnarsi d’ascoltarmi, le dirò che Diego ed io, secondo gli ordini di Vostr’Altezza, siamo andati a cercare la signora principessa, ma con paura d’incontrar lo spirito del nostro padroncino, figliuolo di Vostr’Altezza, Dio abbia in pace l’anima sua! siccome non è stato sotterrato secondo il rito di santa madre chiesa”… “Animalaccio,” gridò infuriato Manfredi, “non hai dunque veduto altro che uno spirito?”… “Oh! peggio, peggio, signore!” esclamò Diego: “avrei voluto veder piuttosto una gerarchia di spiriti che”… “Cielo! dammi pazienza con costoro!” disse Manfredi; “questi scimuniti faranno impazzire anche me! Diego, parti subito di quì; e tu Iacopo, dimmi schiettamente: sei ubriaco? sogni tu? hai pure dello spirito secondo il solito: avrebbe forse quell’animale fatta a se paura ed a te? su via parla; che fantasie ha egli pel capo?” “Dunque, signore” rispose Iacopo, tremando, “io volevo dire a Vostr’Altezza, che dopo la gran disgrazia del padroncino, Dio abbia in pace l’anima sua! nessuno de’ fedelissimi servi e sudditi di Vostr’Altezza… oh sì! in verità, signore, siamo tali, quantunque povera gente; nessuno, dico, si è arrischiato di girare per il palazzo se non accompagnato con un altro; così Diego ed io, figurandoci che la signora principessa Isabella potesse essere nella galleria, siamo saliti su per cercarla, e dirle che Vostr’Altezza aveva qualche cosa da manifestarle”….. “Ah balordi!” gridò allora Manfredi: “e così ella se n’è fuggita, perchè voi altri avete paura degli spiriti; e tu, furfante, non sapevi, avermi ella lasciato nella galleria, di dove appunto venivo, quando vi detti l’ordine di cercarne?” “In somma,” replicò il servo, “ella poteva, e può anch’esservi ritornata; io questo non lo so, ma so bene che mi lascerei portar via dal diavolo piuttosto di andarvela un’altra volta a cercare… povero Diego! credo ch’egli non potrà mai darsene pace… poveraccio!”… “Darsi pace di che?” soggiunse Manfredi;” nè potrò mai sapere qual cosa ha impaurito questi ribaldi!… ma qui perdo il mio tempo… seguitemi, vigliacchi, voglio andar da me stesso a vedere s’ella v’è”… “Per l’amor del cielo, caro signor padrone,” esclamò Iacopo, “non vada in galleria; credo, che là nel camerone a man manca vi sia Satanasso.” “Manfredi il quale avea sino allora considerato come timor panico lo spavento de’ servidori, rimase impensierito nell’intender ciò, rammentandosi la scena del ritratto, e l’essergli stata chiusa in faccia la porta di quella camera stessa, e domandò con voce commossa, cosa eravi dentro. “Signore,” disse Iacopo, “quando Diego ed io siamo arrivati nella galleria, egli mi è passato avanti, vantandosi d’aver più coraggio di me… dunque, quando siamo arrivati nella galleria non abbiam trovato nessuno; s’è guardato sotto le panche e sotto gli sgabelli, e parimente non abbiamo trovato alcuno.” “I quadri eran tutti allor posto?” domandò Manfredi. “Oh sì, signore, ma non si è pensato di guardar dietro a’ quadri,” riprese il servo. “Bene, bene,” disse Manfredi, “seguita pure.” “Quando siamo arrivati alla porta del camerone,” continuò Iacopo, “l’abbiamo trovata chiusa”… “E non l’avete voi potuta aprire,” interruppe Manfredi. “Oh Altezza sì! avesse voluto il cielo che non avessimo potuto; cioè, io non l’ho aperta, è stato Diego… egli ha voluto far il bravo, e andar dentro, benchè io lo consigliassi di no… oh a me non accaderà d’aprir uscj chiusi!” “Da parte le ciarle,” disse Manfredi agitato, “dimmi soltanto, che cosa hai veduto, aprendo la porta del camerone?” “Io! come posso dirvelo, signore! rispose Iacopo… io non ho veduto nulla, perchè ero dietro a Diego, ma per altro ho sentito il fracasso.” “Iacopo,” disse allora Manfredi, con un tuono di voce serio, ma non sdegnoso, “dimmi, te ne scongiuro per le anime di tutti i miei antenati, dimmi cos’hai tu veduto, cos’hai tu ascoltato?” “Ha veduto Diego, signore, e non io,” replicò Iacopo; “io ho solamente sentito: Diego, aperta appena la porta, si è messo a gridare ed è scappato… son fuggito anch’io, domandandogli se era lo spirito del padroncino… no, no, mi ha risposto Diego il quale aveva i capelli ritti, credo che sia un gigante… egli è tutto vestito di ferro da capo a piedi, perchè gli ho visto un piede e mezza una gamba, e di figura tanto gigantesca quanto l’elmo del cortile. Mentre me lo diceva, abbiam sentito un gran movimento, ed un gran fracasso di ferri, come se il gigante si alzasse su, perchè Diego mi ha poi detto, dover essere quella figura a giacere, perchè egli aveva veduto il piede e la gamba distesi per terra. Prima di arrivare al fine della galleria, è stata chiusa la porta del camerone, ma non abbiamo avuto coraggio di voltarci indietro, per vedere se il gigante c’inseguiva; non lo credo però, perchè si sarebbe sentito… ah! per l’amor del cielo, signor padrone, mandate a chiamare il cappellano e fate scongiurare il palazzo, perchè è incantato di certo!”… “Sì per carità, Altezza,” gridaron tutti in un tratto i servitori, “fatelo scongiurare, o altrimenti ci licenzieremo dal servizio di Vostr’Altezza.” “Acquietatevi, rimbambiti,” disse Manfredi, “e venite meco; voglio ad ogni costo veder cos’è.” “Noi, signore! noi!” gridaron tutti ad una voce; “noi non andremmo su in galleria per tutte l’entrate di Vostr’Altezza.” Il giovine contadino il quale fin allora erasi dimorato in silenzio, disse al prencipe: “se Vostr’Altezza vuol permettermelo, ci anderò io; la mia vita non preme ad alcuno, e non ho timor degli spiriti maligni, perchè non ho mai offesi i benefici.” “Il tuo procedere dimostra, te esser da più di quel che sembri a prima vista,” gli rispose Manfredi, riguardandolo con sorpresa ed ammirazione; “da quì avanti voglio prevalermi del tuo coraggio, ma ora,” continovò sospirando, “mi ritrovo in circostanze tali da non fidarmi se non de’ proprj occhj miei; tuttavia ti permetto di venirci con me: seguimi.”
Allor quando erasi Manfredi determinato a voler raggiugnere Isabella, era dalla galleria direttamente passato nelle camere della sua consorte, immaginandosi, poter essersi colà rifugiata la principessa. Ippolita, riconosciutolo al camminare, erasi levata con tenera sollecitudine per andargli incontro, non avendolo ancor veduto dopo la morte del figlio. Sarebbesi ella, benchè dolente, gettata nelle di lui braccia con effusione di gioia; ma egli rusticamente la rispinse, dicendole: “dov’è Isabella?” “Isabella, signore!” rispose Ippolita stupefatta”… “Sì Isabella,” replicò Manfredi alzando ancor più la voce; “ho bisogno d’Isabella”. “Padre mio,” aggiunse Matilda, accortasi della trista impressione che i di lui aspri modi fatt’aveano sul cuor della madre, “Isabella non è più ritornata, dacchè l’avete mandata a chiamare.” “Ditemi dov’è,” insistè il prencipe, “e non dov’è stata,” “Mio amato consorte e signore,” soggiunse Ippolita, “la vostra figlia vi dice il vero; Isabella è di quì partita per ordin vostro, e non è ancor ritornata… ma deh! consorte amato, ricomponete il vostro agitato spirito; deh! andate a riposarvi: io vedo che questo spaventoso giorno vi ha turbato di troppo; Isabella riceverà i vostri comandi domani per tempo.” “Dunque, voi sapete dov’è,” gridò Manfredi; “ditemelo ora subito, poichè voglio in questo punto vederla;” e rivolto alla consorte con bieco sguardo proseguì: “e voi, o donna, fate ordinare al vostro cappellano di venir tosto da me.” “Suppongo,” disse Ippolita con umil voce, “essersi Isabella ritirata nelle sue camere, mentre non suol vegliare fino ad ora sì tarda… ah! benigno signor mio, palesatemi, ve ne scongiuro, la cagion del vostro disturbo: vi ha forse offeso Isabella?”… “Non mi annoiate colle vostre domande,” risposele sempre corrucciato Manfredi, “ma ditemi soltanto dov’ella è.”
“Matilda andrà a cercarla,” riprese la principessa… “sedete, e riprendete l’usata vostra fortezza d’animo.”… “Come! sareste forse gelosa d’Isabella,” soggiunsele, “che desiderate trovarvi presente a’ nostri ragionamenti?” “Dio buono!” replicò Ippolilita, “che intendete mai dir con ciò, diletto sposo?” “Lo saprete in breve,” ripigliò allora viepiù inferocito il crudel prencipe, “mandate a chiamare il vostro cappellano, e voi qui attendete i miei ordini.” Così detto, uscì precipitosamente dalla camera per andare in traccia d’Isabella, lasciando piene d’indicibil sorpresa e come colpite di fulmine le due dame, le quali si confondevano in formando vane congetture, e ruminando su ciò ch’egli meditasse di fare.
Manfredi, adunque, quando ritornava da’ sotterranei accompagnato dal contadinello e da’ pochi servi, da lui costretti a forza a seguitarlo, montò senz’arrestarsi le scale; ed incamminandosi a gran passi verso la galleria, trovò sull’ingresso Ippolita ed il cappellano; ed ecco perchè ci erano essi venuti. Allorchè Diego fu scacciato da Manfredi, volò all’appartamento d’Ippolita, e le narrò tutto ciò che avea veduto ed inteso; e sebbene questa virtuosa dama non dubitasse, come neppur Manfredi, della realità della cosa, finse tuttavia voler credere il racconto del servo proveniente da sconvolta fantasia. Desiderosa non per tanto di risparmiare al prencipe nuove cagioni di turbamento, e preparata da una serie d’affannosi eventi ad ogni più crudele sciagura, erasi coraggiosamente determinata di sacrificar se stessa la prima, qualora il fato avesse prefissa quell’epoca appunto alla distruzione di tutta la loro famiglia. Inviata perciò Matilda al riposo, sebben vi andasse contro voglia, e la pregasse istantemente di non allontanarla da lei, aveva Ippolita, in compagnia del cappellano, visitata la galleria ed il camerone, ed in quel momento, venendo incontro al consorte con quella serenità di volto che non avea da più ore indietro mostrata, rassicurò, esser la gamba gigantesca un mero delirio del servo, e senza dubbio un vano fantasma creato nella di lui immaginazione dal timore e dalla oscurità della notte, soggiungendo, aver ella unitamente al cappellano esaminata la camera, e trovata ogni cosa al suo posto.
Quantunque fosse Manfredi, egualmente che la principessa persuaso, non esser le cose vedutesi un puro effetto dell’immaginazione, tuttavolta, riavutosi un poco dallo sconvolgimento d’animo cagionatogli da tanti strani accidenti, e risentendo eziandio qualche dispiacere del modo inumano usato verso la consorte, la quale sempre corrisposto aveva ad ogni ingiuria con nuovi contrassegni di tenerezza e di obbedienza, ridestossegli in seno alcuna scintilla dell’antico affetto; ma, non sì tosto provando vergogna de’ rimorsi cagionatigli dalla presenza di una persona, contro la quale meditava un più amaro oltraggio, soffogò i moti del cuore, e non vi diè pur luogo alla compassione. Laonde ritornato a’ primieri oltraggiosi sentimenti, ed affidandosi all’inalterabil sommissione d’Ippolita, lusingossi, dover ella non solo aderir con rassegnazione al divorzio, ma obbedire ancora ciecamente alle richieste del medesimo, procurando cioè di persuadere e disporre Isabella a dargli la mano di sposa. Concepita appena tal lusinga, gli venne in mente, non essersi ancor potuta ritrovare Isabella, per il che, riscosso dalle sue profonde cogitazioni, ordinò, doversi diligentemente custodire ogni passo del castello con proibizione a’ servi, sotto pena di morte, di non lasciarne uscir veruno. Parlò quindi al contadino in affabil maniera, ordinandogli di rimanere per quella notte in una cameretta presso alla scala in cui era un letticciuolo, vel chiuse dentro, prendendone la chiave, e gli disse che nella vegnente mattina avea bisogno di parlare con esso lui. Finalmente licenziò i servitori, e rivolto ad lppolita le diè un torvo sguardo, scuotendo la testa, e ritirossi nelle sue stanze.
FINE DEL CAPITOLO PRIMO.
CAPITOLO SECONDO.
MATILDA, ritiratasi per comando d’Ippolita nel suo appartamento, oppressa dal dolore per la morte del fratello, ed in sì acerbo modo accaduta, non si trovava disposta a prender riposo. Era eziandio sorpresa ed inquieta di non vedere Isabella, ma le strane espressioni del padre, e le arcane minacce da esso brutalmente fatte alla madre, aveano più di ogni altra cosa funestato il gentile animo suo, riempiendolo di spavento e sospetti. Stava ella attendendo con ansietà Bianca, giovine sua damigella, da lei già inviata per indagare cosa fosse d’Isabella addivenuto. Questa ritornò in breve coll’annunzio d’aver udito dai servi, non potersi la medesima in verun luogo rinvenire; narrò come il contadinello erasi trovato ne’ sotterranei, aggiungendovi anche il racconto delle sconnesse relazioni datele dai servitori; e si dilungò particolarmente intorno alla gamba ed il piè di figura gigantesca da essi veduti nello stanzone contiguo alla galleria. Quest’ultima circostanza avea per modo spaventata. Bianca, che fu al sommo gioiosa nell’udire, non volersi Matilda coricare per quella notte, ma aver intenzione d’aspettar vegliando che la principessa madre si alzasse da letto.
Stavasi Matilda ruminando la fuga d’Isabella ed il pessimo trattamento usato da Manfredi verso la genitrice, e ragionando con Bianca le disse: “qual mai urgente affare può aver mio padre col cappellano! Vuol’egli forse far seppellire il mio fratello privatamente nella cappella!” “Oh signora!” replicò Bianca, “quanto vale ch’io l’indovino? ecco le mie congetture: siccome voi siete rimasta erede universale, il vostro genitore è impaziente di maritarvi, poichè avendo sempre ardentemente desiderato altri figliuoli, perdutane la speranza, non vede l’ora di aver de’ nipotini: deve esser per certo così; in somma, vi vedrò pure sposa una volta… oh! signora principessina, siete tanto di buon cuore… spero che non vorrete licenziare la vostra fedelissima serva Bianca… essendo al presente una gran principessa, non mi posporrete per questo a Donna Rosaura?… non è egli vero?” “Povera Bianca!” disse Matilda, “come volano i tuoi pensieri! Io una gran principessa! E cosa hai tu osservato nelle maniere di mio padre, dopo la morte del fratello, da poter argomentare il minimo accrescimento di tenerezza per me? io non son mai stata l’oggetto della di lui benevolenza… ma egli è mio padre, e non debbo lagnarmene;… se il cielo mi priva del suo amore, mi ricompensa abbondevolmente coll’affetto materno… oh! quanto cara madre!… sì, Bianca, le sue dolci maniere appunto mi fanno sentir maggiormente l’asprezza di quelle del padre; posso tuttavia sopportare il duro trattamento ch’ei fa di me, sentomi però straziar l’anima quando son testimone della severità che usa senza ragione verso di lei.” ” Oh! questo è un nulla, signora,” disse Bianca, “tutti gli uomini fanno così colle mogli quando ne sono nauseati…” “E voi, ciò non ostante,” replicò Matilda, “vi congratulate meco, supponendo, voler mio padre disporre della mia mano?” “Nasca quel che sa nascere,” riprese Bianca, “io desidero che siate una gran signora, e non vorrei vedervi marcire murata in un convento, come pur bramereste se dipendesse totalmente da voi, e se la signora principessa Ippolita, la quale sa per prova, esser molto meglio avere un cattivo marito che starne del tutto senza, non procurasse distogliervi da questa melanconica idea… misericordia!… che rumore è stato quello!… oh! S. Niccola benedetto, mi raccomando a voi… no, no, non ho voluto biasimar lo stato monacale… lo dicevo per burla”… “Via, via,” rispose Matilda, “è stata una folata di vento che ha fischiato tra’ merli della torre quì sopra… non abbiate timore, avete sentito ciò mille volte”… “E poi,” replicò Bianca, “non ho detto cose cattive… il parlar di matrimonio non è peccato… e così com’io vi dicevo, se il signor principe Manfredi vi proponesse per marito un bel principino della vostra età, gli fareste una riverenza, dicendogli che amate meglio di farvi monaca eh?” “Grazie al cielo,” soggiunge Matilda, “non sono in questo caso, poichè sapete quante offerte ha rigettate, e…” “E voi,” disse Bianca, “come figlia riconoscente l’avete sempre ringraziato… non è egli vero?… ma sentite: supponiamo che domattina foste dal signor padre mandata a chiamare nella sala d’udienza, ed ivi trovaste al di lui fianco un principe giovine ed amabile con occhj grandi e neri, fronte spaziosa, bei capelli, d’aspetto maschio, ma gentile; in somma un giovine eroe, rassomigliante al ritratto d’Alfonso buono tal quale si vede nella galleria, e davanti a cui voi spesso sedete, riguardandolo con ammirazione per quattr’ore continove”… “Non ischerzate su quel ritratto,” interruppe con un sospiro Matilda, “so bene, essere straordinario il piacere che prendo in riguardarlo, ma non sono peraltro innamorata di una tela dipinta. Le virtù di quel degno principe, la venerazione ispiratami da mia madre per la di lui memoria, e le preghiere ch’ella mi ha sempre ingiunto di far con fervore avanti al di lui sepolcro, tuttociò ha contribuito a persuadermi, dipendere in certo modo il mio destino da qualche cosa relativa al medesimo.” “Oibò! come mai può esser questo?” disse Bianca; “io ho sempre sentito dire che la sua famiglia non è imparentata colla vostra, e non sò intendere perchè la signora principessa vi mandi a fare orazione davanti a quel deposito mattina e sera, anco quando è freddo e umido, mentre questo Alfonso non si trova fra’ santi del Lunario! Se dovete far delle preghiere, perchè la signora madre non vi comanda d’andare ad inginocchiarvi piuttosto innanzi al nostro gran santo S. Niccola?… sì, vi confesso sinceramente che io stessa lo prego di mandarmi un marito.” “L’animo mio,” riprese Matilda, “sarebbe meno confuso se mia madre volesse palesarmene le ragioni, ma appunto l’arcano da lei custodito tanto gelosamente m’ispira questo… non so come debba chiamarlo… Siccome però ella non opera mai a caso, così son sicurissima, esservi nascosto un qualche arcano fatale, anzi lo so di certo, poichè nell’eccesso del suo dolole per la morte del figlio, si è lasciate sfuggir di bocca certe parole le quali fanno abbastanza intendere…” “Ah cara signora principessa,” interruppe ansiosamente Bianca, “cosa vi ha detto?” “No,” continovò Matilda, “quando una madre dice inavvertentemente qualche proposizione, e dipoi non vorrebbe averla detta, non deve una prudente figliuola riferirla ad alcuno.” “Come?” domandò Bianca, “dispiaceva poi alla signora principessa d’averla detta?… non ostante di me vi potete fidare”… “Lo so,” replicolle Matilda, “ma non in ciò che riguarda mia madre: i figliuoli non debbono aver nè occhj nè orecchj se non a volontà de’ genitori.” “In coscienza siete nata,” soggiunse Bianca, “per diventar santa, e nessuno può certo resistere alla propria vocazione… vedo finalmente che andrete a finir i vostri giorni in un monastero… la signora principessa Isabella non sarebbe tanto riservata meco… oh! ella m’ascolterebbe bene se le parlassi di giovanotti… ogni volta che ha veduto venire nel castello de’ cavalieri belli e ben fatti m’ha confesssato, desiderare che il vostro fratello somigliasse loro”… “Bianca,” riprese la principessa in aria seria, “non vi fate lecito di parlar con poco rispetto d’una mia amica: so ancor io, esser ella d’umore allegro, ma è altresi virtuosa e senza macchia; onde suppongo che, conoscendovi una ciarliera, abbia qualche volta voluto farvi animo a parlar di questo e di quello per isvagarsi, e ravvivare un poco la solitudine alla qual ci condanna mio padre; del resto”…. “Vergine!” esclamò Bianca riscuotendosi, “eccolo un’altra volta… ah! cara signora principessina, sentite nulla?… questo castello è certamente incantato!”… “Zitta;” soggiunse Matilda, “ascoltiamo… mi pare d’aver sentita una voce… eh, è stata l’immaginazione… credo che voi facciate paura anche a me.” “Davvero, davvero,” replicò Bianca singhiozzando, “ho sentita certo una voce”… “Dorme qualcheduno nella camera qui sotto?” domandolle la principessa. “No signora,” rispose Bianca, “tutti hanno avuto paura di dormirci, dacchè il famoso astrologo precettore del signor principe Corrado, si affogò… sicuramente, signora, la sua anima e quella del principino son ora insieme giù in camera… per l’amor del cielo fuggiamo nell’appartamento della vostra signora madre.” “Vi ordino di non muovervi,” soggiunse Matilda, “poichè se sono anime che soffrono, possiamo, parlando con esse, alleggerirne le pene… non debbono volerci far del male, perchè non le abbiamo ingiuriate, e se mai avessero tale intenzione, nulla a noi gioverebbe cangiar di stanza: datemi la corona, diremo prima il rosario, e poi parleremo con loro.” “Io!… oh! non vorrei parlar ad esse per tutto l’oro del mondo!” gridò Bianca sempre più spaventata; e mentre proferiva tal parole sentirono aprire la finestra del camerino situato sotto la stanza ov’erano. Rimasero entrambe tacite, trattenendosi quasi di respirare, ed in brevi momenti parve alle medesime sentire canterellar qualcheduno, ma non poteano indovinar chi fosse. “Questo non può essere uno spirito maligno,” disse sottovoce la principessa; “è senza dubbio qualcun di casa: aprite la finestra, e così potremo forse conoscer chi sia.” “Oh in verità, signora, non mi ci arrischio!” soggiunse Bianca. “Via, quanto siete sciocca,” replicò Matilda, aprendola pian pianino, e subito la persona ch’era abbasso cessò di cantare; dalla qual cosa inferirono entrambe, aver la medesima sentito il rumore delle invetriate: “vi è alcuno qui sotto,” disse la principessa. “Sì, vi son io,” rispose un’incognita voce. “Chi è,” prosegulì Matilda. “Uno che non è di casa,” le fu replicato. “Ma chi siete dunque, e come quì ed in quest’ora?” soggiunse la principessa. “Mi ci trovo,” riprese lo sconosciuto, “contro mia voglia, e per esserci stato racchiuso… ma perdonatemi se ho disturbato il vostro riposo… non sapevo di dover essere ascoltato… non potendo prender sonno nel mio letticciuolo, ho voluto passar queste ore noiose col canterellare, e mi divertivo alla finestra nel vedere spuntar la vicina aurora, aspettando con impazienza d’esser lasciato uscire da questo palazzo; deh! non vi prendete pensiero di me, e tornate pure a riposarvi.” “Al sentir la vostra voce, e le vostre parole,” dissegli Matilda, “voi mi sembrate scontento; se mai siete infelice, vi compiango, e se a caso siete povero non mel celate; io vi roccomanderò alla principessa Ippolita la quale ha un cuor molto compassionevole pe’ bisognosi, ed essa vorrà soccorrervi.” “Ah sì! voi vi apponete,” replicò l’incognito; “io sono infelice, nè so che voglia dire ricchezza; pure non mi lamento della sorte in cui il cielo mi ha posto, poichè son giovine, sano, e non mi vergogno di guadagnarmi il pane colle mie braccia: non crediate però che io sia superbo, o che io ricusi di accettare tali generose offerte, anzi mi ricorderò di voi nelle mie orazioni, e pregherò per la vostra misericordiosa persona, e per la vostra pia e rispettabil padrona; se mi sentite sospirare, ciò è per altri, e non per me.” “Ora capisco, signora,” disse Bianca all’orecchio di Matilda: “egli è certamente il contadinello; e giurerei di più che è innamorato… bene, bene… questo è un accidente curioso… caviamogli di bocca qualche cosa… già, a quel che ha detto, non vi conosce, e vi ha presa per una cameriera della principessa Ippolita.”
“E non vi vergognate?” disse Matilda a Bianca; “e qual dritto abbiamo di spiare i segreti del cuore di questo giovine? egli par buono e sincero, e di più confessa ingenuamente d’essere sventurato: dobbiam noi forse arrogarci autorità sopra di lui perchè il suo stato è infelice?… conviene forse indagar i fatti suoi?” “Oh quanto poco v’intendete d’amore;” riprese Bianca: “sappiate che gli amanti non hanno maggior piacere di quello di parlar delle loro innamorate.” “Vorreste dunque,” soggiunse Matilda, “farmi la confidente d’un contadino?” “Via, lasciatelo interrogare a me,” disse Bianca; finalmente io non ero gran cosa prima d’aver la fortuna d’esser damigella d’onore di Vostr’Altezza, e poi, ogni disuguaglianza amore agguaglia, come dice il proverbio; e quando si tratta d’innamorati, non si guarda tanto nel sottile… io per me, compatitemi, ma ho gran rispetto pe’ giovani innamorati”… “Quietatevi, sciocca;” interruppe la principessa, “dall’aver detto d’essere infelice, non ne viene in conseguenza, dover egli essere innamorato; pensate soltanto alle cose accadute nello scorso giorno, e vedrete se vi sono al mondo altre disgrazie da affliggersi in fuor di quelle cagionate dall’amore”… indi parlando al contadino, “uditemi,” disse, “galantuomo: se le sciagure non vi sono per colpa vostra accadute, e se può la principessa Ippolita rimediarvi, prendo a carico mio di farvi ottenere la sua protezione. Quando vi lasceranno uscir di costì, andate subito a trovar quel sant’uomo del P. Girolamo nel convento accanto alla chiesa di S. Niccola, e raccontategli i vostri casi sino al punto che credete proprio, perocchè egli ne farà parola colla principessa, conosciuta per madre di tutti quelli i quali hanno bisogno della di lei assistenza: addio; non mi conviene di parlar più a lungo con un uomo a quest’ora” “I santi del cielo vi aiutino, garbata signora,” replicò il contadino, “ma… se povero e indegno come sono, potessi sperare d’essere ascoltato per qualche altro momento… oh! se sapeste quanto ciò mi consola… giacchè non avete ancora serrata la finestra, potrei domandarvi”… “Dite su, presto,” soggiunse Matilda; “incomincia a farsi giorno, ed i contadini, venendo nei campi, ci potrebber vedere… cosa vorreste voi domandarmi?” “Non so se mi debba risicare,” riprese il contadino con interrotte parole… “non ostante la bontà con cui mi avete parlato m’incoraggisce… ah! signora, poss’io fidarmi… posso prendermi l’ardire di confessarvi”… “Dio buono!” interruppe Matilda, “cosa volete dire? che vorreste mai confidarmi? parlate francamente, se però il vostro segreto può svelarsi ad un’onesta donzella.” “Volevo dimandarvi,” soggiunse il giovine, variando il tuono del suo discorso, “se è vero quel che ho sentito dire da’ servitori, cioè, non potersi ritrovare dentro al palazzo la principessa?” “Che importa a voi di saperlo,” replicò Matilda, “il vostro discorso sembrava da prima prudente e savio, ma ora pare diversamente. Siete forse costì per ispiare i segreti del vostro sovrano? andate; mi sono ingannata;” e così dicendo, richiuse in fretta la finestra, senza dargli tempo di replicare. Quindi, rivolta a Bianca, e volendola alquanto pungere, le disse: “avrei fatto molto meglio a lasciar parlare voi sola col contadino; egli avrebbe potuto fare a voi con maggior frutto le sue interrogazioni.” “Non istà bene a me il contradir Vostr’Altezza,” rispose Bianca, “ma forse le mie domande avrebbero fatto più a proposito pel di lui caso di quelle che vi siete compiaciuta di fargli.” “Oh non ne dubito!” disse Matilda, “so quanto siete accorta!… potrei sapere cosa gli avreste domandato?” “Chi sta di sopra vede più di quello che giuoca,” risposele Bianca: “crede Vostr’Altezza, essere stata sua pura curiosità l’interrogazione da lui fatta sulla signora Isabella?… no no, là sotto vi è qualche cosa superiore all’intelligenza di voi altri gran signoroni: di più Lopez mi ha detto che tutti i servitori di casa credono, aver costui trovato il mezzo di fare scappar la principessa… ora vi prego di riflettere… già noi due sappiamo che il vostro fratello non è mai andato troppo a genio alla signora Isabella… benissimo… egli è stato giusto ammazzato quando non v’era un minuto da perdere… badate bene, io non intendo d’accusar nessuno… ma sentite:… un elmo è caduto dalla luna, così almeno dice il vostro signor padre; ma Lopez e tutti i servitori credono, esser questo innamoratello un mago, ed averlo portato via dalla statua del principe Alfonso buona memoria”… “Finitela con coteste ciance ingiuriose,” interruppe Matilda… “Anzi no, abbiate la bontà di lasciarmi parlare,” insistè Bianca:… “oltre a ciò è da osservarsi che in questo giorno medesimo la principessa Isabella è sparita, e che questo stregone si è trovato appunto alla botola… badate bene, io non intendo d’accusar nessuno; ma accordandovi ancora che la morte del padroncino sia stata un puro effetto del caso… la signora Isabella”… “Guardatevi,” soggiunse Matilda, “dal macchiar co’ vostri dubbj il candore della mia carissima amica”… “Candore o non candore,” riprese Bianca, “lasciamo questo da parte… il punto sta che è comparso uno sconosciuto; voi stessa lo interrogate; egli confessa d’essere innamorato, o infelice che vuol dir lo stesso… anzi ha asserito d’esser infelice per conto d’altri… e può darsi mai un infelice per conto d’altri, se non è un innamorato!… e poi, quella cosa che vi ha tanto pregato di lasciargli dire, è stata il domandare… povero innocentino!… della principessa Isabella… e ora che ve ne pare?” “A dir vero,” replicò Matilda, “le vostre osservazioni non sono affatto prive di fondamento; questa fuga mi fa stupire, nè men’ degna di osservazione è la curiosità di costui… per altro Isabella non mi ha mai celati i suoi più segreti pensieri”… “Così almeno vi ha dato ad intendere,” soggiunse Bianca, “per iscoprire i vostri…. e chi sa che questo incognito non sia qualche principe travestito… permettetemi di riaprir la finestra, e fargli delle altre domande a modo mio.” “No,” rispose Matilda, “voglio io medesima interrogarlo sulla fuga d’Isabella… solamente su questo però, poichè non mi conviene di parlar seco più a lungo” Stava la principessa per aprir la finestra, allorquando fu suonato il campanello della porta di dietro del castello la quale era posta alla dritta della torre ove erano le di lei stanze, e ciò la trattenne dal far la progettata domanda.
Dopo qualche momento di silenzio, la principessa così riprese a parlare: “son persuasa che, qualunque sia il motivo della fuga d’Isabella, deve esser di gran conseguenza; e se quest’incognito n’è complice, ella ha ragione di rimaner soddisfatta della di lui fedeltà, e deve essergliene grata. Ho osservato, e sarà parso così anche a voi, esser le sue parole atte sommamente a commuovere. Un briccone non parla in quella maniera, anzi il suo discorso facevalo giudicare persona di non volgari natali.” “Ve l’ho detto anch’io,” rispose Bianca, “che lo credevo sicurissimamente un principe travestito.” “Con tutto questo,” continovò Matilda, “supponendolo anche informato della di lei fuga, come si può combinare il non averla accompagnata? perchè esporsi, senza necessità e riflessione, alla collera di mio padre?” “In quanto a questo,” soggiunse la damigella, “s’egli ha potuto liberarsi di sotto l’elmo, non gli riuscirà difficile di eludere lo sdegno del signor principe; poichè deve indubitatamente aver indosso qualche magica figura”… “Oh! voi riferite ogni cosa alla magia,” soggiunse Matilda… “ma pensate ancora che un uomo il quale comunica cogli spiriti maligni, non ardisce pronunziare quelle sacre parole da noi intesegli proferire: e dall’altro canto, non avete voi osservato con qual fervore ha promesso di ricordarsi di me nelle sue orazioni?… sì certo, Isabella è stata persuasa dai di lui religiosi sentimenti”… “Per carità” l’interruppe Bianca ironicamente, “raccomandate anche me alle preghiere d’un giovanotto e d’una fanciulla, la quale si consiglia per iscappare! No, no, la signora Isabella è di una pasta molto differente da quel che v’immaginate: è vero che ritrovandosi con voi sospirava col bocchino stretto, alzando al cielo gli occhj pietosi, ma lo faceva solamente per bacchettoneria, conoscendovi per una santerella… ma… ma… quando avevate voltate le spalle”… “Voi ne mormorate a torto,” ripigliò Matilda, “Isabella non è ipocrita, ma devota senza ostentazione. Ella ha procurato sempre distogliermi dalla mia inclinazione pel chiostro, e sebbene io mi trovi alquanto mortificata dall’avermi essa fatto mistero della sua fuga, il che non combina colla nostra amicizia, pure non posso scordarmi con quanta sincerità e con quanta forza di ragioni mi abbia dissuasa sempre dal monacarmi, desiderando vedermi unita in matrimonio, quantunque la dote dovutami fosse per cagionare una diminuzione considerabile ne’ suoi assegnamenti e nell’eredità de’ figliuoli che avrebbe dati al mio fratello: in conseguenza voglio per amor suo pensar bene di questo contadinello.” “Dunque anche voi credete,” riprese Bianca, “che passi tra loro buon’armonia?”… nel dir ciò venne interrotta da un servo il quale entrò nella camera, annunziando, essersi ritrovata Isabella. “Dove?” domandò Matilda. “Ella s’è ritirata nella chiesa di S. Niccola,” risposele il servitore; “il P. Girolamo ne ha portata egli stesso la nuova; ed ora è giù con Sua Altezza.” “Ov’è mia madre?” soggiunse Matilda. “È nelle sue stanze,” rispose quello, “ed ha domandato di voi.”
Erasi l’inquieto Manfredi alzato dal letto al primo spuntar dell’aurora, ed era andato all’appartamento d’Ippolita affine di saper qualche nuova d’Isabella, e mentre stava destramente interrogandola senza frutto, ricevette avviso che il P. Girolamo chiedeva di seco parlare. Egli, non sospettando della cagione del di lui arrivo, e sapendo d’altronde, esser quello l’elemosiniere ordinario della consorte, comandò di farlo entrare, pensando di lasciarlo solo con lei, mentre fosse altrove andato a ricercare Isabella. “Volete me, o la principessa?” domandogli Manfredi, vedendolo. “Tutti e due,” rispose il sant’uomo: “la principessa Isabella”… “Cos’è stato di lei?” riprese sollecitamente Manfredi. “Ella è ritirata all’altare di S. Niccola,” replicò il P. Girolamo. “Ebbene, questi non sono affari della mia moglie,” disse Manfredi, alquanto confuso: “venite, padre, nelle mie stanze, e mi direte in qual modo sia colà pervenuta.” “No signore,” soggiunse il religioso con tal fermezza e tuono autorevole, che disanimò l’intollerante Manfredi il quale non potea far a meno di venerare le virtù sue; “l’incarico mio è di parlare ad ambedue insieme; e colla debita permissione di Vostr’Altezza, parlerò quì in presenza di tutti e due; ma devo primieramente sapere dalla signora principessa, se le è nota la cagione per cui Isabella è fuggita dal castello.” “No per la mia fede,” rispose Ippolita; “ha ella forse detto, esser ciò a mia notizia?”… “Padre,” interruppe Manfredi, “ho tutto il maggior rispetto pel vostro sacro ministero, ma sappiate che io quì son sovrano, e non permetterò mai ad un frate di mescolarsi sfrontatamente ne’ miei domestici affari. Se avete qualche cosa da dire, aspettatemi nel mio gabinetto, perchè non soglio comunicare alla mia moglie i segreti affari dello stato i quali non ispetta mai alle donne il sapere.” “Signor principe,” ripetè il sant’uomo, “io non mi arrogo mai dritto veruno sopra i segreti delle famiglie: il mio ufizio è soltanto di mantener la pace, di riconciljare gli animi, di por fine alle dissenzioni, di chiamare i peccatori a penitenza, e d’insegnare agli uomini a raffrenare le predominanti passioni. Perdono però a Vostr’Altezza l’aver contro me sì duramente apostrofato; conosco il mio dovere, ma son ministro d’un sovrano più potente di Manfredi: ascoltate adunque la voce di lui il quale vi parla per bocca mia.” Il principe a queste parole fremè per rabbia e vergogna, ed Ippolita rimase in atto esprimente meraviglia ed impazienza di vedere il fine di tale ambasciata, dimostrando col silenzio fino a qual segno rispettasse il consorte.
“La principessa Isabella,” continovò a dire il P. Girolamo, “si raccomanda ad ambe le Altezze Vostre, e le ringrazia del cortese trattamento ricevuto in questa casa; deplora cordialmente la morte del loro figliuolo, e la sua propria sciagura che le impedisce di poter divenir figlia di tanto saggj ed illustri principi i quali sempre venererà come suoi genitori; porge fervorose preghiere al cielo perchè non sia mai interrotta la loro coniugale unione e felicità”… Quì Manfredi cangiò in volto colore, ed il religioso proseguì: “ma siccome non le è permesso d’unirsi con loro in parentela, così le prega quanto più sa svisceratamente, di prestarle il consenso per rimaner chiusa in luogo sacro, sinchè o abbia ulteriori nuove di suo padre, o certezza della di lui morte, onde, restata così in libertà, possa col consiglio ed approvazione de’ di lei tutori, disporre di se medesima, legandosi in vincolo maritale competente al proprio stato.” “Io non darò mai questo consenso,” disse il prencipe, ed anzi esigo che se ne torni immediatamente al mio palazzo, perchè, dovendone io solo dar conto a’ suoi tutori, non voglio soffrire che resti in altre mani:” “Vostr’Altezza però,” disse il padre, “si compiacerà ricordarsi che coteste mani non potrebbero molto a lungo difenderla.” “Non ho bisogno di precettori,” soggiunse Manfredi arrossendo, “e posso dirvi che il procedere d’Isabella dà luogo a dei ben fondati sospetti… e poi quel giovine villano, il quale è stato complice della sua fuga, se non la cagion primaria”… ” La cagion primaria!” interruppe un poco alterato il P. Girolamo, “come! un giovine… un giovine ne è stato cagione!” “Questo è troppo,” esclamò Manfredi, “e dovrò io esser redarguito in casa mia, e da un temerario frate! scommetto che a te son noti i loro amori”… “Se pur Vostr’Altezza,” disse il P. Girolamo, “non è persuasa nel fondo del cuore quanto ingiustamente mi accusi, prego il cielo di toglierle questi ingiuriosi sospetti contrarj alla carità del prossimo, e il Dator d’ogni bene glie lo perdoni… venendo poi al fatto, scongiuro l’Altezza Vostra di lasciar vivere in pace la principessa in luogo sacro, dove non può e non deve esser disturbata da folli mondane fantasie come sono i discorsi amorosi di chicchessia.” “Non mi state a parlar in gergo,” ripetè il prencipe, “ma andate invece a persuadere ad Isabella di tornar qui e rassegnarsi al suo dovere.” “Anzi è dover mio,” replicò il padre, “l’impedirle di qui ritornare; ella ritrovasi in un luogo ove gli orfani e le vergini sono perfettamente in sicuro dalle insidie e dagl’inganni del corrotto mondo, e niuna autorità umana, se non paterna, potrà strapparla di là.” “lo son per ora suo padre,” gridò Manfredi, “e la rivoglio.” “Sì ella ha desiderato d’avervi tale,” rispose il religioso, “ma avendolo il cielo impedito, ha disciolto ancora per sempre qualunque altro vincolò fra di voi; ed io annunzio a Vostr’Altezza”… “Tacete, uomo ardito, e temete il mio sdegno,” soggiunse vie più incollerito Manfredi”… “Buon padre,” disse Ippolita, “il vostro ministero non vi lascia luogo a rispetti umani, e parlar dovete com’ei vi prescrive; ma l’obbligo mio è di non ascoltar cos’alcuna quando al mio signore non piaccia; onde voi potrete parlar con più libertà al principe nel suo appartamento, ed io andrò a ritirarmi nella mia cappella a pregar la beatissima Vergine d’ispirarvi e d’assistervi co’ suoi santi consiglj, e di far rinascere la smarrita pace nell’animo del mio benigno signore e consorte.” “Oh! che anima buona!” disse il religioso; quindi rivolto al prencipe: “Altezza,” continuò, “sono a’ vostri comandi.”
Manfredi passò alle sue stanze accompagnato dal P. Girolamo cui, là giunti, parlò in questa guisa: “Io m’accorgo, avervi Isabella informato delle mie intenzioni; dunque ascoltatemi ed obbedite. Tutte le più urgenti ragioni di stato; la salvezza mia e del mio popolo richiedono ch’io abbia un figlio maschio; invano posso aspettarlo dalla mia consorte, e perciò ho scelta a tal effetto Isabella; dovete adunque ricondurmela, e fare anche di più: essendo voi confessore d’Ippolita, avete gran potere sul di lei spirito; io conosco, esser ella una donna senza macchia; e siccome l’anima sua, già riposta anticipatamente in cielo sdegna i caduchi onori del basso mondo, così vi sarà ben facile il distaccarnela intieramente: persuadetele d’acconsentire al divorzio fra noi e di ritirarsi in un monastero… voi sapete, poter essa arricchir qualcheduno, ed avrà certamente i mezzi, d’esser liberale al vostr’Ordine, come più a lei o a voi piacerà: così divertirete le calamità imminenti a noi ed avrete il merito d’essere il liberatore del principato d’Otranto. So che siete un uomo di somma prudenza, e quantunque io mi sia lasciato traspotar dalla collera a prorompere in qualche inconveniente parola, rispetto peraltro le virtù vostre, e desidero d’esservi debitore della mia tranquillità, e della preservazione della mia stirpe.”
“Sia fatta la volontà del cielo!” rispose il P. Girolamo, “io altro non sono che un indegno istromento de’ suoi voleri; ma Iddio in tal punto m’ispira: odimi, o principe: egli ti parla per bocca mia intorno a’ rei disegni che tu racchiudi nel pensiero: i torti da te fatti alla virtuosa Ippolita gridan vendetta al cospetto della divina giustizia, la quale per mezzo mio ti riprende delle adultere tue intenzioni di repudiarla, e ti ammonisce di abbandonare le incestuose mire sulla tua nuora: il cielo che co’ tremendi giudizj suoi, fatti ultimamente cadere sulla tua famiglia, avrebbe dovuto renderti migliore, il cielo dico, che l’ha salvata dal tuo stolto furore, continoverà a vegliare sopra di lei: io pure, quantunque mi sia povero e dispregiato religioso ho tanto coraggio da esserle scudo contro la tua violenza… sì… io, qual tu mi vedi indegno peccatore, ed empiamente da te ingiuriato ed accusato come complice di non so quali amori, io mi rido degl’indegni mezzi co’ quali hai voluto tentare la mia onestà. L’utile del mio Ordine mi sta a cuore; ho gran venerazione per le anime devote; rispetto altamente la pietà della principessa tua consorte: ma non voglio perciò nè tradire la confidenza ch’ella ha in me, nè abusar della religione per servire a folli peccaminose condiscendenze. Qual insensata lusinga è mai questa! La prosperità del tuo stato dipende, dici tu, dall’aver figliuoli; ma osserva, osserva come il cielo si prende a scherno i ciechi umani disegni. Ieri al cominciar del giorno niuna casa era sì potente e sì florida come quella di Manfredi: allegrie, pompe, il matrimonio d’un figlio… e dov’è ora Corrado?… ah! signore! quanto mi consolano le lagrime che ora versate! spargetele pure… spargetele, o principe, in larga copia! avran queste più forza d’implorarvi dal cielo il ben essere de’ vostri sudditi di quel che possa averlo un matrimonio cui è base o l’interesse, o la concupiscenza. Lo scettro passato dalla linea di Alfonso nella vostra non potrà mai esserci conservato da un marital nodo, a cui la chiesa non presterà in verun modo il suo consentimento. Se la volontà eterna dell’Altissimo ha decretato che la prosapia di Manfredi finisca, piegate con rassegnazione la fronte, e perdete coraggiosamente un mondano diadema per meritarvene uno incorrutibile… via, signore, godo in vedervi oppresso da tanto affanno… deh! ritorniamo alla principessa; ella non sa le vostre ingiuriose intenzioni, ed io alla sua presenza altro non ho detto se non quanto bastava per farmi intendere da voi solo: avete ben veduto con qual modesta pazienza e con qual tenera docilità ella ha udito, o finto non udire ciò che poteva farle sospettare, esser voi delinquente verso la medesima: son certo ch’ella non vede il momento di stringervi al seno, ed assicurarvi del suo costantissimo affetto.” “Padre,” rispose il prencipe, “voi siete in errore sul motivo del mio presente cordoglio; io rispetto le virtù d’Ippolita, la credo una santa donna, e bramerei per la salvezza dell’anima mia, poterci il nostro vincolo coniugale tenere stretti più lungamente… ma, oimè! voi non sapete il principal motivo della mia presente afflizione: io ho da qualche tempo indietro degli scrupoli ben fondati sulla validità della nostra unione; Ippolita è mia parente in quarto grado; ottenemmo a dir vero la pontificia dispensa, ma dipoi ho saputo, esser ella stata prima della mia domanda, promessa ad altri in isposa. Ecco la vera causa del mio grave cordoglio, e credo sicuramente dovere attribuire la tremenda morte del mio Corrado a questo sacramental legame che ci ha accoppiati malgrado il canonico impedimento… deh! alleggerite, ve ne prego, la mia coscienza da questo intollerabil peso; assistetemi per lo scioglimento del nostro matrimonio, compiendo i desiderj del mio devoto cuore i quali son pure un effetto delle vostre sante ammonizioni.”
Ciascuno può immaginarsi quanto fosse acerba l’interna doglia del P. Girolamo, allorchè si avvide dell’accorto pretesto del prencipe, ed immaginandosi, aver egli già stabilito il destino d’Ippolita, tremò per lei, e temè che Manfredi, perdendo la speranza di riavere Isabella, nell’impazienza d’ottener un figlio, si sarebbe determinato a ricercare altra donzella, la quale tentata dall’alto rango cui poteva elevarla il principe, non ricuserebbe d’accettar la sua mano. Rimaso pertanto qualche momento in silenzio, ed assorto in diversi pensieri, vide alla perfine che il solo differire potea somministargli qualche opportuno compenso, onde giudicò, esser meglio di mantenere nel cuor del prencipe la lusinga di aver seco di nuovo Isabella: d’altronde sapeva egli, potersi pienamente fidare alla medesima e pel riverente di lei affetto verso Ippolita, e per l’avversione da essa manifestata alla prima offerta di Manfredi, le quali cose favorivano i suoi disegni per aver tempo di richiamarsene all’ecclesiastica autorità, onde fulminasse censure contro il meditato divorzio. Appigliatosi dunque a tale spediente, credè a proposito di ordire al prencipe un innocente inganno, e fingendo creder sinceri gl’inventati scrupoli, così gli prese a parlare: “Ho seriamente ponderato ciò che mi avete detto, e se la ripugnanza per la virtuosa vostra consorte nasce in voi soltanto da rimorso di conscienza, io non sono per aggravare la devota angoscia del vostro cuore, e mi trovo anzi dispostissimo ad alleggerirla. Voi ben sapete, esser la chiesa una madre pietosa; a lei rappresentate i tormentosi dubbj che vi opprimono; ella vi renderà la pace dell’anima, ed esaminando i vostri scrupoli potrà sciogliervi dal marital nodo, permettendovi di provvedere con nuovi legami alla propagazione della vostra prosapia; ed in tal caso, se la principessa Isabella è disposta d’acconsentire, vedrete a suo tempo ciò che vi convenga di fare.” A tal discorso persuaso Manfredi o d’aver preso al laccio il religioso, o che le di lui prime invettive erano state soltanto l’effetto d’un apparente illibatezza, indispensabile al sacro ministero, fu ricolmo di subitanea gioia nel vederlo sì facilmente aderire a’ proprj disegni, e promessegli ricchi doni, quando col di lui mezzo ottener potesse un esito conforme alle sue brame. Siccome le intenzioni del sant’uomo erano a buon fine dirette, così finse di lasciarsi deludere, determinandosi non solo a non secondare le idee di Manfredi, ma anzi ad opporvisi fortemente.
“Poichè ora ce l’intendiamo assai meglio,” ripigliò il prencipe, “desidero, o buon padre, che mi soddisfacciate intorno ad un altro punto: ditemi un poco; chi è quel giovine contadino, da me ritrovato nel sotterraneo? Egli deve certo essere infonnato della fuga d’Isabella; narratemi la verità; è egli forse suo amante, oppure un mezzano di qualcun altro? Per dirvela schietta, ho avuto forti motivi da sospettare, non esser ella stata molto inclinata per il mio figlio, ed infinite circostanze accadute me ne han fatto quasi certo: essa pure se n’è accorta; poichè al mio discorso fattole iersera nella galleria, parve quasi voler discolparsi sulla freddezza dimostrata per Corrado, e finì totalmente d’insospettirmi.” Il P. Girolamo il quale null’altro sapea di questo giovine, se non quel tanto che avea dal prencipe allor allora casualmente ascoltato, senza punto riflettere al furioso costume di Manfredi, pensò, non esser mal fatto d’introdur nel di lui cuore la gelosia. Credeva eziandio, potergli tale strattagemma servire in appresso, sia confermando i sospetti del prencipe contro Isabella se mai persistesse a voler seco unirsi in matrimonio, sia richiamando altrove la di lui attenzione con simulato oggetto di geloso timore, e distogliendolo dal pensare ad ammogliarsi con altro oggetto. Determinatosi dunque a quest’idea mal concepita, risposegli in modo da indurlo a sospettare di qualche sorta d’intelligenza tral giovine ed Isabella; onde, giacchè poco ci volea ad infiammare le sue passioni, sentendosi Manfredi confermare i suoi dubbj dal religioso, montò in furia, esclamando: “voglio sapere a fondo la cosa;” quindi ordinò al P. Girolamo d’aspettarlo, e partito incontanente, affrettossi di andare nel salone, dove ordinò che fossegli condotto davanti il contadino.
Appena lo vide comparire gli disse con voce tremenda: “tu sei, quantunque giovane, bene invecchiato nell’arte dell’impostura! ed ora che pensar debbo della tua vantata incorrotta sincerità? La Provvidenza e ‘l chiaror della luna ti fecero scoprire il segreto d’aprir la botola? rispondimi, insolente; dimmi: chi sei tu? da quando in quà stringesti amicizia colla principessa? avverti di non tergiversare come iersera, o la tortura ti farà cessar dalle menzogne.” Persuaso il giovine, esser venuta a notizia di Manfredi la di lui complicità nella fuga della principessa, e giudicando che, comunque al presente rispondesse, non avrebbero le sue parole arrecato nè danno nè giovamento alla medesima, replicò coll’ordinaria franchezza in tal modo: “principe, nè io sono impostore, nè merito i vostri detti ingiuriosi. Iersera fui nel rispondervi sincero, e tale anche adesso mi troverete, non per timor de’ tormenti che potreste farmi provare, ma perchè aborro la falsità; piacciavi rinnovare le interrogazioni, e sarò prontissimo a risponder sinceramente.” “Ti è già noto,” riprèse il prencipe, “cosa voglio da te sapere, ma tu procuri soltanto di guadagnar tempo da preparar sotterfugj e cavilli; sono omai stanco; rispondimi tosto: chi sei tu? da quando in quà ti conosce la principessa?” “Io sono,” rispose il giovanetto, “un lavoratore del vicino casale, e mi chiamo Teodoro: la principessa ritrovommi iersera ne’ sotterranei, e non le avevo mai per l’avanti parlato.” “Posso,” soggiunse il prencipe, “credere o non credere a quanto dici; ma prima che io ciò meglio esamini, vo’ sapere il rimanente; palesami adunque qual ragione ti addusse la principessa della sua fuga; bada bene la tua vita dipende forse da questa sola risposta.” “Ella mi disse,” replicò Teodoro, “essere in tale istante sull’orlo del precipizio, e poter divenire infelice per sempre, se non le riusciva fuggir da questo palazzo.” “E tu con fondamento sì frivolo, e sull’asserzione d’una scioccherella ti sei posto in cimento di provocare il mio sdegno?” “Io non temo lo sdegno d’alcun uomo, disse Teodoro, quando si tratta di prestare aiuto ad una donna che a me s’affida.”
Fa d’uopo avvertire che nel tempo di tal esame Matilda erasi dalle sue stanze insiem con Bianca partita per andare all’appartamento d’Ippolita, e dovea traversare un andito fatto di legname con delle grate dalle quali si guardava nel salone, dove sedea Manfredi in tribunale. Udita Matilda la voce del padre, e vedendo i servi tutti intorno a lui adunati, fermossi ad una grata per ascoltare, e si erano gli occhj suoi fissati sul prigioniero, sentendosi commuovere in suo favore per la di lui fermezza nel replicare, e più ancora per la bravura dimostrata nel dar l’ultima risposta, colla quale erasi dichiarato pronto a sacrificar la vita in difesa delle donne. Osservò la di lui figura nobile e preveniente in suo favore, ma soprattutto le ne piacque il contegno. “Giusto cielo!” disse a Bianca, parlandole all’orecchio, “e non vi par quel giovine rassomigliantissimo al ritratto di Alfonso ch’è in galleria?”… ma non proseguì, per ascoltar meglio suo padre il quale, alzando sempre più la voce, diceva al villanello: “cotesta tua arditezza sopravanza ogni precedente insolenza… sì, tu proverai gli effetti dell’ira mia che ardisci prendere a scherno… Olà si arresti, e sia legato costui;” continovò Manfredi: “la prima nuova che udirà la principessa del suo campione sia la di lui morte.” Teodoro coraggiosamente soggiunse: “La crudeltà che tu dimostri verso di me, o principe ingiusto, convincemi abbastanza d’aver io fatta una buon’azione, liberando la principessa dalle mani d’un tiranno; sia pur essa felice, e di me avvenga ciò che alla sorte piace ed a te.” “Costui è un amante in mentite spoglie,” esclamò Manfredi in gran collera, “un semplice villano cui sta in faccia la morte non è capace di tale ardire: dimmi, temerario, dimmi chi sei, o ti costringerò co’ tormenti a dir il vero.” “Tu hai già minacciato di tormi la vita per impegnarmi ad esser verace; tal sono stato, e tu vuoi ricompensare la mia sincerità col farmi morire! or dunque, poichè questo è il mezzo da te scelto per darmi coraggio ad esser sincero, io non soddisfarò più a lungo alla tua curiosità.” “Ebbene,” aggiunse Manfredi, “tu sei pur determinato a tacere?” “Sì,” riprese il giovine: “olà,” disse il prencipe, “conducetelo nel cortile; voglio in questo momento veder la sua testa separata dal busto.” A queste parole svenne Matilda, e Bianca gridò: “aiuto, aiuto, la principessa è morta.” Manfredi riscosso da tali strida, domandò cosa fosse accaduto; come pure il contadinello, inorridito per la medesima causa, rinnuovò la stessa richiesta; ma il prencipe lo fece in fretta condur nel cortile, e sospese l’esecuzione, sinchè avesse in persona presa notizia della cagion delle strida di Bianca; e quindi saputala, considerò lo svenimento della figlia, come femminil debolezza, ed avendo ordinato che fosse portata nelle di lei camere, scese frettolosamente nel cortile, ove, chiamata una guardia, ordinò a Teodoro di mettersi ginocchione, e prepararsi a ricevere il fatal colpo di morte.
La tranquillità colla quale udì il giovine la barbara sentenza, mosse a pietà ogni cuore, eccettuato quel di Manfredi. Avrebbe pur desiderato pria di morire qualche schiarimento intorno a ciò che della principessa erasi pocanzi detto; ma si ritenne per timore d’irritar sempre più il tiranno contro di lei. La sola grazia ch’egli impetrò fu quella d’avere un confessore per riconciliarsi coll’eterno giudice, innanzi al cui tribunale doveva comparire a momenti. Manfredi, accordogli tanto più volentieri la sua richiesta, in quanto che, immaginandosi d’avere il P. Girolamo dal suo partito, sperava che questo gli dovesse poi rivelare le cose udite in confessione dal prigioniero; onde lo fece incontanente chiamare. Giunto il sant’uomo, il quale non aveva preveduta la catastrofe che produr si poteva dal suo imprudente ripiego di farlo insospettire del contadino, gettossi genuflesso davanti al prencipe, e lo scongiurò per quanto havvi di più sacro in cielo ed in terra a non ispargere il sangue dì un innocente: ed accusando se stesso d’aver, quantunque a buon fine, mentito, procurò di scolpare il giovine, nè lasciò alcuna cosa intentata per sopire il furore di Manfredi; ma questi incollerito ancor da vantaggio per l’intercessione del religioso il quale, ora ritrattandosi, facevagli credere di essere da ambedue ingannato, comandogli di fare il proprio dovere, protestando non voler concedere al reo, se non pochi minuti per far la sua confessione. “Nè più tempo vi chiedo, signore,” interruppe lo sventurato giovine, “perocchè le mie colpe non sono, grazie al cielo, in gran numero, nè più gravi di ciò che alla tenera età mia si convenga.” Indi, rivolto al confessore, gli disse: “asciugate le lagrime, o buon padre; facciam presto: questo mondo è troppo perverso, onde non provo alcun dispiacere in lasciarlo.” “Povero ragazzo!” riprese il P. Girolamo, “come puoi tu soffrir di vedermi? io son la cagione della tua morte; io t’ho ridotto a questo passo fatale.” “Padre,” replicò il giovine, “vi perdono con tutto il cuore, e ve ne accerto per quanto desidero d’ottener da Dio misericordia delle mie colpe: uditele adunque, e datemene l’assoluzione.” “Ed in qual modo,” soggiunse il religioso, “poss’io prepararti al transito come dovrei! tu non ti salverai senza perdonare a’ tuoi nemici; ed avrai forza di perdonare a colui che ingiustamente ti condanna!” “Sì,” riprese Teodoro, “sì, gli perdono.” “E tu solo, o crudel principe,” esclamò il religioso, “non ti muovi a compassione!” “Io ti ho mandato a cercare,” risposegli più corrucciato Manfredi, “per confessarlo, e non per servirgli da avvocato; tu il primo m’infiammasti d’ira contro di esso… ricada la vendetta del di lui sangue sopra il tuo capo.” “Ah! pur troppo così avverrà!” disse il padre, oppresso da mortale abbattimento; “nè voi, nè io avrem più speranza d’andar là, ove ora questo beato giovine s’incammina.” “Sbrighiamoci,” ripetè Manfredi, “io sono inesorabile al borbottio di un frate egualmente che a’ gridi delle donnicciuole le quali si spaventan di tutto.” “Come! è egli possibile,” domandò il contadinello, “che la sentenza pronunziata contro di me abbia dato motivo allo strido sentito là nel salone! è forse la principessa nuovamente in poter vostro?” “Con tal domanda,” risposegli Manfredi, “mi fai ricordare della tua audacia; preparati piuttosto all’ultimo istante della tua vita.” Sentivasi il giovane destare in seno l’indignazione, ma nel vedere la doglia la quale erasi per cagion sua risvegliata negli animi degli astanti e del pio religioso, soffogò in petto i nascenti moti, e spogliatosi, scoperse il collo, inginocchiandosi per fare orazione e confessarsi: dimorando in tal positura la camicia gli cadde sotto le spalle, lasciando in quelle vedere una marca sanguigna in forma di dardo. “Grande Iddio!” esclamò a tal vista il P. Girolamo, “che vedo! egli è il mio figlio! questo è il mio Teodoro!”
Impossibil sarebbe il narrare i varj affetti nati in quel punto nel cuore delle diverse persone colà presenti. Avrebbero esse pianto per tenera gioia, ma lo stupore l’impedì loro, e studiavansi di ricercare negli occhj del prencipe i moti che pareva a’ medesimi, dover egli necessariamente risentire. Il giovine espresse cogli atti meraviglia, titubazione, tenerezza, e rispetto, ricevendo con umiltà gl’innumerevoli abbracciamenti, e le profuse lagrime del buon vecchio; e sebben quanto era fin allora successo gli togliesse ogni speranza di vedere impietosito Manfredi, tuttavolta dettegli una languida occhiata quasi volesse dirgli: “e non ti commuovi ad una scena compassionevole e tragica come questa!”
Era il cuor di Manfredi, siccome abbiam detto, capace di pietà, onde scordò tralla sorpresa la collera, ma non volle per orgoglio farlo altrui travedere, sospettando tanto più, poter questa essere una tela ordita dal religioso per salvare il giovane dalla morte, e rivoltosi al medesimo, così disse: “che vuol dir questo! come può egli essere vostro figlio? e non sembravi disdicevole al ministero vostro il manifestare e riconoscere per frutto de’ vostri illeciti amori un figlio… e figlio di un contadino?” “No, principe,” replicò il sant’uomo, “vedrete che io non debbo arrossirne… non ne dubitate… sì, egli è mio figliuolo!… giusto Dio! non essendogli vero padre, proverei così grave afflizione? Deh! fategli grazia, buon principe; risparmiate la sua vita, e vendicatevi come più vi piace sopra di me.” “Grazia!” gridarono i circostanti, “grazia per l’amore del P. Girolamo il quale è un vero santerello!” “Piano, piano,” disse Manfredi con rabbia; “quantunque disposto a perdonare, ho bisogno d’intender meglio la cosa: l’esser bastardo d’un santo non impedisce d’esser un briccone.” “Non aggiungete, ve ne prego, signore,” disse Teodoro, “le ingiurie e gl’insulti alla crudeltà: se io son figliuolo di quest’uom venerabile, benchè non sia principe come voi, pure il sangue che scorre nelle mie vene”… “Sì,” interruppe il religioso, ei non è vile qual lo pensate. “Sì, questo è mio legittimo figlio, e la Sicilia può vantar poche famiglie più antiche ed illustri di quella di Falconara… ma, oimè! signore, a che vale il sangue! a che giova la nobiltà de’ natali! siamo tutte creature abbiette, dispregevoli e peccatrici, e la sola bontà di cuore può nobilitar quel limo onde fummo creati, ed in cui dobbiamo essere nuovamente convertiti”… ” Da parte le prediche,” gli disse Manfredi, “scordatevi oramai d’essere il P. Girolamo, e parlatemi da conte di Falconara: su via, fatemi la narrazione de’ casi vostri, e riserbate le morali riflessioni per quando non potrete ottener la grazia di questo reo insolente.” “Gran Madre di Dio!” esclamò il religioso, “è egli mai possibile che restiate un sol momento dubbioso d’accordare ad un padre la vita del suo unico figlio, da gran tempo perduto, ed in frangente sì orribile ritrovato! Ah signore! dispregiatemi, studiatevi d’affliggermi in qualunque più crudele maniera, ponetemi pure sotto i vostri piedi, togliete a me la vita, ma salvate, deh, salvate il mio figlio!” “Ebbene,” rispose Manfredi, “conoscete ora per prova che voglia dire il perdere un unico figliuolo!… poco fa predicavate a me la rassegnazione… la mia stirpe, mi dicevate, deve finire, se cosi è decretato in cielo, ma quella de’ conti di Falconara”… “Oimè!” riprese il padre, “confesso il mio torto, ma deh! non vogliate render co’ rimproveri più grave il cordoglio d’un povero vecchio! Io non mi glorio della mia illustre casata, nè penso a simili mondane vanità… ma, se mi vedete innanzi a voi supplichevole pel mio figlio, ne son causa i soli moti della natura, e la viva memoria di quell’amabil donna che gli fu madre… dimmi Teodoro, dimmi viv’ella ancora?” “No, padre mio,” replicò desso, “l’anima sua gioisce fra’ beati da lungo tempo indietro.” “Oh Dio!” esclamò il buon vecchio, “e come?… dimmi… ma no, basta così; ella è eternamente felice!… tu sei ora l’unico oggetto delle mie cure;” e rivoltosi a Manfredi soggiunse: “deh! potentissimo sovrano, e non volete voi concedermi la vita di questo mio povero figlio?… “Andate al convento,” replicogli Manfredi, “riconducetemi la principessa, ubbidìtemi in tutto il resto che già sapete, e vi prometto la grazia del figliuol vostro”… “Oimè!” interruppe il padre, “vorreste dunque che in discapito dell’onor mio, e della mia coscienza salvassi la vita a quest’infelice, a me tanto caro! “Salvar la vita a me?” gridò con modesta fermezza Teodoro, “lasciatemi perir mille volte piuttosto che macchiare il candor dell’anima vostra: e che vuol dunque da voi questo tiranno? è la principessa al coperto da’ costui insulti?… ebbene, proteggetela a qualunque costo, e lasciate pure piombar sopra di me tutto il peso del di lui insano furore.” “Sforzavasi il P. Girolamo di raffrenare il nobile orgoglio del giovine, ma prima che Manfredi avesse tempo di replicargli, fu la sua attenzione richiamata altrove da un calpestio di cavalli, e dal suono della tromba, la quale stava appesa fuori della porta maggiore del castello. Nello stesso momento, le piume dell’elmo incantato, che era tuttavia nel cortile, si videro furiosamente agitate, e quasi salutassero chi veniva, piegaronsi tre volte spontaneamente.
CAPITOLO TERZO.
PALPITÒ il cuor di Manfredi nell’osservare le piume del portentoso elmo scuotersi e piegarsi accompagnando il suon della tromba, e rivoltosi tutto confuso al P. Girolamo, non più considerandolo come il conte di Falconara, ma come un sacro ministro del cielo, gli disse: “che mai significan tai prodigj? Se io son colpevole”… in questo le piume fluttuarono con maggior veemenza, ond’egli continovò, esclamando: “infelice principe ch’io mi sono!… deh! assistetemi, o sant’uomo, colle vostre efficaci orazioni!” “Signore,” replicò il padre, “il cielo è senza dubbio contro di voi sdegnato, perchè sì villanamente dileggiate i servi suoi: sottomettetevi alla santa chiesa, e cessate dal perseguitare i sacerdoti; lasciate andar salvo questo, giovine innocente, ed imparate a rispettare il mio sacro carattere: il cielo non vuol essere preso a scherno, e voi vedete”… La tromba suonando nuovamente lo interruppe, e Manfredi rispose: “confesso d’aver troppo precipitati i miei giudizj, ma sia per non fatto: deh! buon padre, andate voi alla vedetta, e dimandate chi è.” “Ebbene,” disse il religioso, “mi accordate voi la grazia del mio Teodoro?” “Sì,” replicò il prencipe, ” ma voi andate di grazia a veder chi è là fuori.”
Il buon vecchio, gettatosi al collo del suo figliuolo, versò un torrente di lagrime, lasciando libero il freno agli affetti del paterno suo cuore. “Ma voi mi avete promesso d’andar a vedere alla porta,” insistè Manfredi. “Ho creduto,” rispos’egli, “che Vostr’Altezza volesse concedermi di mostrarle la mia riconoscenza col pagar prima questo giusto tributo alla natura.” “Andate, padre mio,” disse Teodoro, “io non merito che per mia cagione indugiate più lungamente a sodisfar Sua Altezza.”
Avendo il pio religioso domandato chi fosse alla porta, gli fu risposto: “un araldo.” “Da parte di chi?” soggiunse egli; “da parte del cavaliere dalla spada gigantesca,” replicò l’araldo, “e devo parlare all’usurpatore di Otranto.” Il P. Girolamo, ritornato a Manfredi, gli ripetè le stesse udite parole. L’idea del primo pomposo titolo riempiè il prencipe di spavento, ma quando intese chiamarsi usurpatore, si riaccese in lui l’usata rabbia, e riprese il solito coraggio, gridando: “io usurpatore! chi è questo insolente villano il quale ardisce contrastarmi la mia legittima sovranità?” e rivolto al religioso, gli disse: “partite; questi non sono affari che vi appartengano; parlerò io stesso a questo prosontuoso; e voi andate al convento e persuadete alla principessa di ritornare al castello: il vostro figliuolo resterà qui in ostaggio, e dipenderà la sua vita dal buon esito della datavi commissione.” “Giusto cielo!” esclamò il sant’uomo, “Vostr’Altezza mi ha pure, pochi istanti fa, accordata di buon cuore la grazia del mio povero figlio: e come, o principe, vi siete così presto scordato della propizia interruzione mandata dal cielo!” “Il cielo,” replicò Manfredi, “non manda araldi a porre in dubbio il possesso legale delle signorie… anzi io non so se manifesti mai la sua volontà per mezzo de’ frati… ma lascio a voi scrutinar tal questione; ora, questo è il mio stabil volere, e se quì non tornate colla principessa, vedrete se un arrogante araldo potrà liberare il vostro figlio dalle mie mani.”
Voleva il buon vecchio replicare, ma fu vano, imperocchè Manfredi comandò che fosse condotto alla porta segreta, e chiuso fuor del castello. Ordinò parimente ad alcuni de’ suoi di rinserrare Teodoro in cima della torre nera, e colà gelosamente custodirlo, permettendo appena a’ due infelici la trista consolazion d’abbracciarsi; quindi andò precipitosamente nel salone, e postosi in trono, fece ammetter l’araldo alla sua presenza.
Appena comparso, Manfredi ferocemente gli disse: “ebbene, audace, che vuoi tu da me?” L’araldo in tal guisa rispose: “a te ne vengo, o Manfredi, usurpatore del principato d’Otranto, da parte del famosissimo ed invittissimo cavaliere, il cavaliere dalla spada gigantesca. Egli in nome del suo signore Federigo marchese di Vicenza, dimanda la principessa Isabella di lui figliuola la quale hai tu vigliaccamente e traditorescamente ridotta in tuo potere, facendo al tuo intento servire finti e da te compri tutori nel tempo della sua assenza in lontani paesi: egli vuole adunque che tu rinunzj al principato d’Otranto, da te usurpato al suddetto Federigo, consanguineo più prossimo del legittimo signore Alfonso il Buono: se poi non ti disponi a consentir subito alle sue richieste, sappi ch’egli ti disfida a combatter seco in duello fino all’ultimo sangue:” così dicendo, l’araldo gettogli il guanto, usato segno della disfida.
“E dov’è questo millantatore che a me t’invia?” domandogli Manfredi. “Una lega di quà distante,” replicò l’araldo; “e viene apposta per far valere le pretensioni del suo signore contro di te, essendo egli leal cavaliere, e tu un usurpatore ed un ladrone.”
Per quanto offensiva si fosse cotale ambasciata, riflettè Manfredi, non convenirgli il provocar lo sdegno del marchese, sapendo esser ben fondate le sue ragioni, poichè non era quella la prima volta che venia minacciato della piena restituzione. Per meglio schiarire il fatto, si vuol sapere qualmente gli antenati di Federigo aveano pretensione sul principato d’Otranto dopo la morte d’Alfonso il Buono accaduta senza successione; tuttavolta Manfredi, il di lui padre, e l’avo erano potentissimi, e la casa di Vicenza troppo inferiore per levarnegli di possesso. Federigo, giovine bellicoso, e dedito agli amori, invaghissi d’una gentildonna straordinariamente bella e di leggiadria ripiena, e la tolse in consorte; ma quella nel dar la vita ad Isabella morì sopra parto, ond’egli ne rimase per tal modo afflitto, che presa la croce andossene nella terra santa, dove in una battaglia contro gl’infedeli, fu ferito e fatto prigioniero, vociferandosi in appresso, aver egli terminati i suoi giorni in cattività. Allorchè giunse tal novella a Manfredi, egli guadagnò con denaro i tutori d’Isabella, ed essi gliela dettero nelle mani come promessa sposa del suo figlio Corrado, proponendosi per tale alleanza di riunire ambedue le famiglie, ed ultimarne in simil guisa le pretensioni. Questo motivo avealo, dopo la morte di Corrado, fatto risolvere ad isposarla egli stesso; ed in quel punto pensò ad ottenere il consenso del marchese riguardo a tal maritaggio. Parimente per oggetto di politica tendente a simil fine, credette, dover invitare nel suo castello il campione di Federigo per timore che potesse la fuga d’Isabella giungere a sua notizia, e comandò poi a’ servitori e domestici suoi di non palesar ciò ad alcuno del seguito del cavaliere.
Dopo tali riflessioni, così rispose all’araldo: “ritorna al cavaliere, e digli in mio nome che, prima di decidere colla spada la nostra lite, vorrei pur seco favellare, onde l’invito a venire nel mio castello, promettendogli sulla mia parola d’onore, e sulla fede di cavaliere cortese ricevimento e per lui e per tutta la sua comitiva: se non potremo decider l’affare in modo amichevole, giuro che ripartirà salvo, ed avrà da me piena soddisfazione, e conforme alle leggi invariabili della cavalleria: così mi dia forza e vittoria Dio e la Santissima Trinità.” L’araldo inchinossegli tre volte, e partì.
Mentre il prencipe dava udienza all’araldo, il P. Girolamo se ne ritornava al convento, combattuto da mille contrarj affetti, ed irresoluto circa al partito cui appigliarsi dovea. Tremava per la vita dell’amato figliuolo, ed il primo pensiero dell’agitata sua mente fu di persuadere ad Isabella di ritornarsene al palazzo; non temea però meno di vederla unita in matrimonio con Manfredi: d’altronde la sommissione illimitata d’Ippolita al voler del consorte non gli dava poco da pensare; e quantunque, venendogli conceduto agio di favellarle, si ripromettesse d’indurla a’ non dovere in coscienza acconsentire al divorzio, riflettea tuttavia che se Manfredi avesse risaputo che da lui proveniva tale ostacolo, ciò sarebbe stato a Teodoro egualmente funesto. Era altresì impaziente d’intendere da parte di chi venuto fosse l’araldo, il quale con tanta baldanza avea dichiarata illegale la sovranità di Manfredi, ma non voleva assentarsi dal monastero per farne inchiesta, temendo che di là se ne fuggisse Isabella, e potesse la sua fuga essere a lui stesso imputata. Riandava cammin facendo seco stesso tali pensieri, quando incontrò sotto il portico del convento un religioso, il quale a lui venendosene in aria malinconica e sconsolata, gli disse: “ed è pur vero, fratello, che abbiam perduta la buona principessa Ippolita nostra benefattrice?” Stupì il P. Girolamo, ed esclamò: “che dite mai, fratello! io vengo in questo momento dal palazzo, e l’ho lasciata in perfetta salute.” “Il Martelli”, riprese l’altro, “è di là venuto un quarto d’ora fa, e ha data la trista nuova che Sua Altezza era morta, per il che tutti i nostri fratelli son andati in coro a pregare per la di lei anima, ed hanno voluto farmi quì attendere il vostro arrivo, sapendo la santa amicizia che passava tra voi e quella benefica principessa, per consolarvi nell’amaritudine che deve avervi cagionata cotal disgrazia… oh sì! abbiamo ragion di piangere, perchè ella era veramente la madre del nostro monastero!.. ma… siamo tutti pellegrini su questa terra!… non bisogna lamentarsi, poichè dovremo tutti o presto o tardi spogliarci di questa fragil carne!… Dio voglia che la nostra vita rassomigli alla sua! è”… “Ma voi sognate, caro fratello,” interruppe il P. Girolamo; “vi ridico, esser la principessa in buona salute; io vengo in questo punto dal castello… parliamo d’altro: dov’è la principessa Isabella?” “Povera Dama!” replicò egli, “le ho data la dolorosa nuova, consolandola, quanto mi è stato possibile, col rappresentarle che siamo tutti mortali, e mi è sembrato questo momento opportuno per esortarla a prendere il velo, confortandola coll’esempio della beata principessa Sancia d’Aragona.” “Il vostro zelo è stato lodevolissimo, caro fratello,” riprese il primo con alquanta impazienza, “ma non era presentemente necessario: vi torno a dire che la principessa Ippolita si ritrova in perfettissima salute… almeno spero in Domeneddio che sia così… contuttociò la premura del prencipe… basta; ditemi dov’è la principessa.” “All’infausto annunzio,” soggiunse quegli, “ha pianto amaramente, e mi ha detto che andava a chiudersi nella sua camera.” Il P. Girolamo lasciò subito il compagno e corse là dove erasi rifugiata Isabella, ma non la trovò; domandonne ad ognuno; ne cercò per tutto; spedì dei laici nel vicinato per sapere se mai fosse stata veduta da alcuno, ma tutto invano. Estrema divenne la perplessità del sant’uomo dopo le inutili ricerche, e giudicò che sospettando forse Isabella, avere il prencipe affrettata la morte d’Ippolita per condur senza ostacolo a fine le sue male intenzioni, si fosse ella intimorita e ritirata in luogo, ove potesse rimaner meglio nascosta. Previde eziandio che venendo a notizia del prencipe questa nuova fuga, sarebbe la di lui collera divenuta eccessiva: d’altronde, sebben paressegli incredibile la morte della principessa, nulladimeno inorridiva in pensarvi, poichè venendo così Isabella a manifestar sempre più la sua avversione in accettar per isposo Manfredi, parevagli esposta ad inevitabil pericolo la vita del proprio figliuolo. Finalmente, dopo tutte queste riflessioni, determinossi di ritornarsene al palazzo accompagnato da varj religiosi, i quali potessero esser presso Manfredi testimoni della sua innocenza, ed unire, se ciò fosse stato necessario, le lor preghiere alle sue per interceder da esso la liberazione di Teodoro.
Frattanto il prencipe era andato nel cortile a dar l’ordine di calar il ponte e spalancar le porte del castello per ricever l’estraneo cavaliere con tutto il suo treno. Comparve in breve la cavalcata, e passò nell’ordin seguente: furono i primi due furieri colle mazze in mano; indi un araldo seguito da due paggi e due trombettieri; cento pedoni, ed altrettanti cavalleggieri; cinquanta staffieri con livree rosse e nere conforme a’ colori del cavaliere; un cavallo bardato condotto a mano; due araldi, in mezzo a’ quali un gentiluomo a cavallo che portava uno stendardo colle armi di Vicenza rinquartate con quelle di Otranto, il che dispiacque sommamente a Manfredi, quantunque dissimulasse; in appresso il confessore del cavaliere, dicendo il rosario; due cavalieri compagni del cavalier principale, armati da capo a piedi con visiera calata, e seguiti da’ respettivi loro scudieri i quali avevano imbracciati gli scudi colle imprese; lo scudiere del primario cavaliere; cento gentiluomini che portavano uno smisurato spadone, sembrando sostenerlo a gran fatica; ed infine il principal cavaliere sopra un destrier baio castagno, anch’egli armato intieramente, con visiera calata, e colla lancia in resta, sul cui elmo sventolava un pennacchio di color rosso e nero. La marcia era chiusa da cinquanta guardie del corpo a piedi precedute da tamburi e trombe; e quelle tenean discosto il popolo affollato.
Il cavaliere, giunto appena alla porta, fermossi, e l’araldo, avanzandosi, lesse nuovamente il cartello della disfida, cui Manfredi non sembrava far molta attenzione, perchè ritrar non potea gli occhj dalla spada gigantesca: tuttavolta lo riscosse dalla sua attenta meditazione un procelloso vento che dietro alle sue spalle subitamente levossi. Nel rivolgersi, vide le piume dell’elmo incantato agitarsi nella medesima straordinaria maniera che per l’avanti, e nullameno gli abbisognò della sua usata intrepidezza per non soccombere ad una serie di accidenti tutti funesti, i quali pareano prosimamente annunziare la di lui caduta; disdegnando però di comparir pusillanime alla presenza di tanto numero di forasteri, parlò colla solita arditezza al cavaliere nel modo seguente: “sia il ben venuto, o cavaliere; se tu sei di tempra mortale ritroverai quì egual valore, e se a te son note, come giovami credere, le leggi della cavalleria, non vorrai usare il vantaggio degl’incantesimi per giungere al fine per cui tu venisti. Partansi tali augurj dal cielo o dall’inferno, Manfredi affida se stesso alla giustizia della propria causa, ed al patrocinio di S. Niccola, il quale ha sempre protetta questa famiglia a lui devotissima. Smonta, o cavaliere, e vieni a prender riposo; domani avrai campo di mostrar la tua bravura: possa il cielo assister la parte che ha più ragione!”
Nulla rispose il cavaliere, ma scendendo da cavallo, fu da Manfredi condotto nel salone del palazzo insieme con i due suoi compagni. Fermossi quello, traversando il cortile, ad ammirare il prodigioso elmo, e genuflesso, sembrò fervorosamente orare per qualche minuto; indi, levatosi, fe’ cenno al prencipe di precederlo. Entrati nel salone, Manfredi invitogli a disarmarsi, ma il cavaliere scosse in segno di rifiuto la testa ed il prencipe gli disse: “cavaliere, tu non sei con me gentile, ma non credere ch’io voglia importi alcun obbligo, o corrucciarmi teco; no, non avrai da lagnarti del principe d’Otranto; io sono incapace di meditare alcun tradimento contro di te, nè tu, spero, contro di me;” e dandogli un anello continovò: “eccoti un pegno della mia fede; tu cogli amici tuoi vivrai sicuro all’ombra delle sacre leggi dell’ospitalità. Signori, riposatevi in questa sala sino a tanto che sia apparecchiata per ristorarvi la mensa; io andrò a dare gli ordini e provvedere pel vostro seguito, tornerò a momenti.” I cavalieri chinarono in segno di accettazione e ringraziamento la testa, e Manfredi comandò che le lor genti venisser condotte ad un vicino ospitale fondato dalla principessa Ippolita per alloggiarvi i pellegrini. Mentre quelle facevano il giro del cortile per ritornare verso la porta, la gigantesca spada fuggì repentinamente di mano a coloro che la portavano, e andando a cadere nel lato opposto all’elmo, rimase talmente fissa al terreno da non poter esser da forza umana distaccata. Il principe, benchè accostumato a soprannaturali avvenimenti, fu scosso tuttavia da questo nuovo prodigio, ma pure dissimulò; e ritornando nel salone ove tutto era già pronto, pregò i taciturni ospiti di porsi a mensa. Manfredi, quantunque pieno di confusione e disturbo, sforzavasi tuttavia di mostrar esterna disinvoltura, e di risvegliare allegrezza ne’ forestieri. Fece a’ medesimi varie interrogazioni, ma quelli risposero soltanto co’ gesti, nè alzarono le visiere se non quanto bastava a prender cibo, e ciò neppure abbondantemente. Il prencipe, osservata questa ritenutezza, disse loro: “Signori, voi siete i primi ospiti accolti e trattati in queste mura, che abbiano sdegnato di conversar meco; nè, siccome io penso, si è giammai molto usato dai principi di compromettere la lor dignità, fidando se stessi a genti sconosciute le quali ricusano di parlare. Voi dite venire in nome di Federigo di Vicenza, il quale ho sempre inteso, essere un valoroso e gentil cavaliere, ed ardisco dire che s’ei fosse quì presente, non crederebbe disonorarsi, conversando con un principe suo pari, ed abbastanza conosciuto per fatti d’arme… nè ancora mi rispondete?… ebbene sia com’esser si voglia… continuate pure… per le leggi dell’ospitalità e della cavalleria, siete ora padroni nel mio castello… fate come a voi piace… su via datemi un bicchier di vino; non ricuserete almeno di bere alla salute della vezzosa vostra padrona la principessa Isabella.” Il cavalier principale gettò a tai parole un sospiro, si oppose co’ cenni, e stava per levarsi da mensa; ma il prencipe, trattenendolo, gli disse: “fermatevi, cavaliere; l’ho detto soltanto per allegria, nè vi costringerò a far cosa alcuna di mala voglia: dunque, giacchè non vi aggrada stare in festa, sian pur melanconici i nostri ragionamenti… a voi piacerà forse più il parlare de’ nostri affari, ritiriamoci; venite ad ascoltar ciò che debbo manifestarvi, e possiate al mio discorso dar ascolto migliore che a’ vani sforzi, da me fatti per divertirvi.”
Allora Manfredi condusse i tre ospiti in una camera appartata, ne chiuse la porta, e fattigli sedere, voltandosi al principale tra essi, così prese a parlare.
“Cavaliere, siete quì venuto, a quel che intendo, primieramente per ridomandare, in nome del marchese di Vicenza, Isabella di lui figliuola, promessa già in isposa al figlio mio in faccia della santa chiesa, e colla permissione de’ legittimi di lei tutori; in secondo luogo per farmi rinunziare i miei stati al vostro signore il quale si spaccia per il più prossimo consanguineo del fu principe Alfonso di felice memoria. Incomincerò dal rispondere al secondo articolo: dovete adunque sapere, siccome al signor vostro è ben noto, che io possiedo il principato d’Otranto per la morte di Don Emanuello mio padre, il quale ne ricevè la signoria dal suo genitore Don Riccardo, ed a questo ne avea fatto dono lo stesso principe Alfonso, morendo senza successione nella terra santa, per ricompensare la di lui fedeltà ed i segnalati servigj prestatigli”… A ciò il forastiero scosse la testa in segno di negativa, e Manfredi con alquanto d’ira soggiunse: “cavaliere, sappiate che Don Riccardo era un uomo valente e devoto, siccome ne fa chiara fede l’aver egli fondata la quì vicina chiesa e due conventi; egli era particolarmente protetto da S. Niccola”… L’ospite continuava a far segno di no, e Manfredi insistè: “sì… il mio avo era incapace… vi ripeto che Don Riccardo era incapace… perdonatemi, i vostri cenni e le interruzioni vostre mi hanno alquanto fatto alterare… ho gran rispetto per la memoria del mio avo… per dir breve, signori, egli tenne questo dominio, e lo governò con la spada della giustizia e sotto il patrocinio di S. Niccola, come pure intendo io di fare; ma se questa mia pretensione vi sembra ingiusta per essere il marchese Federigo il più prossimo parente d’Alfonso, acconsento di rimettere alla spada la decisione del mio giusto possesso… Avrei potuto domandarvi dove si trovi ora il marchese Federigo, il quale credevasi morto in ischiavitù… voi dite, o almeno la venuta vostra fa credere ch’egli vive… non ne dubito… potrei dubitarne, signori… sì, potrei… ma non ne parliamo per ora. Qualunque altro sovrano avrebbe fatto rispondere a Federigo ch’ei si riprendesse i suoi stati colla forza, se pure ne ha possanza, e non vorrebbe porre in cimento la propria dignità in un duello, tanto più, dovendo trattar con persone incognite, le quali non voglion parlare… di grazia, signori, scusate il mio naturale… ponetevi nel mio caso, e come siete prodi cavalieri, credo che vi muoverebbe a giusto sdegno il sentir rivocare in dubbio l’onor vostro e quello de’ vostri antenati… ma veniamo al primo punto. Si vuol di più ch’io rimetta nelle vostre mani Isabella, ed avete voi, signori, l’autorità di pretenderla?” Il principal cavaliere fe’ cenno di si, e Manfredi replicò: “di pretenderla!… ebbene, se ne avete l’autorità… ma poss’io domandarvi, nobil cavaliere, se avete pienissima e legale facoltà anche di disporne?” Quegli ripetè il segno affermativo, ed il prencipe soggiunse: “dunque ascoltate ciò ch’io sono per dirvi: voi vedete alla vostra presenza, o signori, il più sventurato fra gli uomini,” e cominciando a lagrimare, proseguì: “compatitemi, perchè in verità io lo merito; sappiate che ho perduto l’unica speranza mia, il mio conforto, il sostegno della mia famiglia… ah sì!… ieri il mio Corrado morì”… I tre cavalieri fecer segno di meraviglia, e Manfredi continovò: “così è, signori, il cielo ha voluto privarmi dell’unico figliuolo, ed Isabella ritrovasi in piena libertà”… “Dunque siete pronto a renderla?” esclamò il cavaliere, rompendo il silenzio. “Ascoltatemi con pazienza,” replicò il prencipe; “godo presentemente nel discoprir chiara la vostra volontà, e parmi che l’affare si aggiusterà fra noi senza spargimento di sangue… ho qualche cosa di più da dirvi, nè potrà a voi dispiacere d’intenderla, perchè non son mosso da fini indiretti a manifestarvi schiettamente le mie idee. Consideratemi prima di tutto come un uomo disgustato di questo basso mondo, mentre la perdita del figliuolo mi ha allontanato affatto dalle terrene cure, e la possanza o la grandezza non hanno oramai forza di più lusingarmi. Avrei bramato di trasmettere onoratamente al figlio mio lo scettro ricevuto da’ miei antenati, ma, siccome egli più non vive, ed io, sebben non mi curi di regnare, non ostante ho accettata la disfida per non parere un vile, perocchè un vero e degno cavaliere non può andar con gloria maggiore alla tomba, se non morendo coll’armi alla mano. Qualunque cosa abbia il cielo di me decretata, volentieri mi vi sottometto, giacchè sono… oimè! credetemelo, signori, sono un uomo pieno di amare afflizioni: deh! non vi figurate che esser possa Manfredi oggetto dell’altrui invidia… credo a voi già noti i miei casi”… Il cavaliere fece co’ gesti conoscere nulla saperne, e desiderar peraltro ascoltargli, onde il prencipe ricominciò: “è egli possibile che non abbiate mai inteso parlare daffari relativi a me ed alla principessa Ippolita mia consorte?” L’ospite, negando, scosse la testa, ed egli continovò: “no?.. ebbene, uditemi: voi forse mi credete ambizioso, ma, oimè! han gli ambiziosi un’anima ben diversa dalla mia; se tale io mi fossi, non sarei stato per tanti anni afflitto dagli scrupoli… ma non vorrei stancar la vostra pazienza… sarò breve: or dunque sappiate che il mio matrimonio colla principessa Ippolita mi ha sempre dato gran disturbo… oh! se sapeste quant’ella è adorabile! io l’idolatro come un amante, e l’amo come un amico il più caro… ma è pur vero, non esser l’uomo nato per godere di una perfetta felicità! La mia consorte è persuasa della realtà de’ miei scrupoli, ed abbiamo di comun consenso rimessa alla santa chiesa la decisione di tale affare, perchè passa fra noi l’impedimento della parentela; onde aspetto a momenti la definitiva sentenza per cui dobbiamo esser separati per sempre… son certo, cortesissimi signori, che voi mi compiangete… lo vedo bene… perdonatemi se non posso ritener le lagrime in vostra presenza,” I cavalieri faceansi reciprocamente segni di maraviglia, e pareano dimorar sospesi, aspettando la fine di tal ragionamento; e Manfredi proseguì: “io son persuasissimo, aver Alfonso voluto che il lignaggio di Riccardo si considerasse come a lui in parentela congiunto, e che tenesse questo dominio, ma sapendo nel tempo medesimo, essere Isabella una di lui discendente, benchè in lontano grado, bramavo evitare ogni quistione che avesse potuto insorgere per l’avvenire, e mettere anch’essa a parte del principato col maritarla al figliuolo. L’improvvisa sventurata morte di questo annullò il mio progetto, e colmandomi d’acerbo affanno mi spingeva a ritirarmi lontan da’ viventi; ma ero combattuto dalla dubbiezza di trovare un degno e legittimo successore, capace di governar con paterno affetto i miei sudditi, e di provveder saviamente ad Isabella, da me amata come se fosse mio proprio sangue. Io non conoscevo alcun parente d’Alfonso, se non Federigo vostro signore, il quale dicevasi morto in cattività, ma, quand’anche fosse stato e vivo e ne’ suoi stati, io mi figuravo o che egli non avrebbe accettata la mia rinunzia, non volendo abbandonare il bel paese di Vicenza, per venire a risedere nel meschino principato d’Otranto, o che, accettandola, ne avrebbe mandato al governo un vicereggente, nel qual caso, sapendo io quanto simili persone siano dure ed inesorabili, non avrei mai voluto abbandonar così il mio popol fedele che amo veracemente, e da cui son riamato. Allorchè giungeste, stavami appunto immerso in tali pensieri… ma voi mi domanderete forse, o signori, dove tenda questo mio lungo discorso; in brevi note eccovene il significato: il cielo sembra offrirmi col vostro arrivo un compenso per ovviare ad ogni difficoltà, ed un rimedio alle mie sventure. Concludiamo: Isabella è libera; io fra breve sarò sciolto dal vincolo matrimoniale, e non ricuso di sottomettermi a qualunque cosa pel bene del mio popolo… in somma: non parrebbe a voi mezzo opportuno, anzi l’unico, per estinguere ed estirpare ogni sorta d’inimicizia tralle due famiglie, ch’io sposassi Isabella?… Come!… voi fate atti di maraviglia!… è vero che le virtù d’Ippolita mi sono e mi saran sempre care, ma un sovrano deve dimenticar se stesso, e pensar d’esser nato soltanto per il suo popolo”… In questo, entrò nella camera un servo, avvisando Manfredi che il P. Girolamo, e diversi altri suoi religiosi compagni domandavano d’essere in quel punto medesimo ammessi alla sua presenza.
Il prencipe irritato per simile inopportuna interruzione, e temendo che il religioso discoprir potesse a’ forastieri, essersi dovuta Isabella ritirare in luogo sacro, era sul punto di negar loro l’ingresso; risovvenendosi però che doveano indubitatamente venire per dargli parte del ritorno della medesima, prese ad iscusarsi con i cavalieri per dovergli qualche momento lasciare; ma nel tempo medesimo i religiosi entrarono nella stanza. Manfredi gli riprese aspramente dell’esser così senza licenza passati avanti, e voleva forzargli ad uscirne fuori, tuttavia l’agitazione in cui trovavasi il P. Girolamo non gli permise di por mente alle parole del prencipe, nè di lasciarsi rispingere, e manifestò ad alta voce la fuga d’Isabella, protestando, esserne egli del tutto innocente. Stupefatto Manfredi a tale inattesa novella, e confuso non meno perchè giungeva questa a notizia de’ forestieri, ebbe appena forza di proferir poche e sconnesse parole, ora rimproverando il religioso, ora scolpandosi con i cavalieri. Si ritrovava variamente combattuto dal desiderio d’informarsi di ciò che fosse addivenuto di lei, dal non volere che gli ospiti il sapessero, e dall’impazienza di correrne egli medesimo in traccia, ma nol mostrò chiaro, temendo che eglino pure andasser con esso lui. Offerse di spedir gente a raggiungerla, allorchè il principal cavaliere, rompendo affatto il silenzio, apostrofò con amari detti contro Manfredi, rimproverandolo pel suo procedere ambiguo, e chiedendogli la cagion prima per cui erasi dal castello allontanata Isabella. Il prencipe, dando una torva occhiata al P. Girolamo per impedirgli di parlar più oltre, volea far credere, averla esso medesimo, dopo la morte di Corrado, posta in monastero, sin tanto che determinasse il miglior modo di disporne; ed il religioso, tremando per la vita del proprio figlio, non ardì contradire tal falsità: ma uno dei suoi compagni, il qual non era nel caso stesso, dichiarò francamente, come erasene la precedente notte fuggita in sacro asilo nella lor chiesa, ed invano tentò il prencipe d’ovviare agl’inconvenienti d’una simile discoperta la quale riempievalo di vergogna e di confusione. Quei che era primo tra’ forestieri, maravigliatosi per i ragionamenti di Manfredi opposti alle relazioni de’ religiosi, e sospettando forte, aver egli voluto con tai raggiri nasconder la principessa, quantunque gli sembrasse oltremodo sorpreso per la di lei fuga, levandosi e correndo verso la porta, gli disse: “principe, tu sei un traditore; ma Isabella si troverà.” Manfredi procurò di trattenerlo; gli altri due cavalieri però assisterono il compagno il quale, fuggendo dalle mani del prencipe, corse nel cortile e chiamò a se la sua gente. Manfredi, vedendo impossibile l’impedirgli di andar in cerca d’Isabella, si offerse di farsegli guida, onde, accompagnato da’ suoi, e diretto in suo cammino dal P. Girolamo e dagli altri religiosi, partì con essi dal castello, dando prima ordini segreti, perchè si stesse in guardia contro le genti del cavaliere, mentre fe’ sembiante di spedire alle medesime un messo per dimandare assistenza.
Tostochè fu uscita dal castello la comitiva, Matilda cui stava grandemente a cuore la sorte del contadinello dopochè lo avea sentito condannare nel salone, e i di cui pensieri non si erano da quel momento in poi in altro raggirati, se non che nello studiare i mezzi di camparlo da morte, fu da alcuna delle sue damigelle informata che il padre avea spedite in varie parti tutte le guardie in cerca d’Isabella. Tale ordine era stato da lui frettolosamente dato, ed in modo sì generale che non eragli caduto in mente d’eccettuarne le sentinelle poste a custodir Teodoro; ed i servitori, premurosi d’obbedire ad un padrone così violento, e spinti anche dalla curiosità di vedere il fine di questo nuovo accidente, eransene tutti andati via, lasciando il castello da una sola persona guardato. Matilda, disparendo destramente dagli occhj delle sue damigelle, sen corse ratta alla cima della torre nera, e tiratone il chiavistello, aperse la porta, e presentossi a Teodoro il quale si maravigliò fortemente in vederla. “Giovinotto,” gli disse ella, “benchè il dover di figlia, e la femminil modestia condannino la mia presente risoluzione, viene essa tuttavia giustificata dalla carità che mi ha indotta a superare ogni altro riguardo, e mi ha determinata a questa buona azione. Fuggite; le porte della prigione sono aperte; mio padre e tutti i servi son fuori di quà, posson peraltro ritornare a momenti: andatevene libero, e gli angeli del cielo si degnin pure di reggere i passi vostri in sicurezza.” “Voi siete senza dubbio un di quegli angeli,” soggiunse l’attonito Teodoro, “perchè solo un angelo potrebbe così dolcemente parlare, così santamente agire, ed essere al par di voi bello e gentile… poss’io sapere il nome della mia celeste protettrice?… mi pare d’avervi inteso dire, “mio padre,” sarebbe forse Manfredi!… chi è suo sangue, può egli mai risentir pietà!… voi non mi rispondete, amabilissima dama!… come siete quì voi stessa venuta? come non avete pensato alla sicurezza vostra nel muovervi a compassione per un infelice qual’è Teodoro!… venite… fuggiamo insieme, giacchè se non isbaglio, dovete averne de’ forti motivi; questa vita che voi salvate sarà impiegata in vostra difesa.” “Oimè!” risposegli, sospirando, Matilda, “voi siete in errore, io son figliuola di Manfredi, ma nulla ho da temere.” “Oh sorpresa!” replicò Teodoro, voi pietosamente mi ricompensate per il servigio da me fattovi, o che almeno ebbi in animo di farvi iersera!” “Vi ripeto che siete in errore,” riprese la principessa; “ma questo non è il momento di meglio spiegarmi… fuggite! deh, fuggite, giovine virtuoso, finchè sta in mio potere il salvarvi! se mio padre ritornasse, voi ed io avremmo giusta ragion di tremare.” Teodoro le replicò: “e come potete voi figurarvi, adorabile principessa, che io voglia pensare a salvar la mia vita, mentre voi restate in pericolo! vo’ soggiacere a mille morti piuttosto che abbandonarvi.” “No,” soggiunse Matilda, “io non corro alcun rischio, se pure voi non vi trattenete di più; partite; nessuno potrà mai sospettare, aver io tenuto mano alla vostra fuga.” “Ebbene,” replicolle Teodoro, “giuratemi per tutti i santi del cielo, non poter voi cadere in sospetto, altrimenti son risoluto di aspettar quì con pazienza il mio destino.” “Voi siete troppo generoso,” risposegli Matilda; “pure assicuratevi, non potermene accader verun danno.” “Dunque,” ripetè Teodoro, “in segno che voi per troppa pietà non m’ingannate, porgetemi la vostra bella mano; concedetemi di bagnarla con lagrime di tenera gratitudine, e… “No,” interruppe la principessa, “ciò non è permesso.” “Oimè!” ripigliò Teodoro, “ho fino a quest’ora sofferte mille calamità… forse non avrò in tutto il corso della mia vita altra buona ventura simile a questa…. deh! soffrite un onesto sfogo dell’anima mia desiderosa d’imprimere su quella bianca mano”… “Cessate da tali istanze, e partite,” disse la principessa; “se fosse presente Isabella non sopporterebbe volentieri di vedervi a’ miei piedi”… “E chi è questa Isabella?” domandò con sorpresa il contadinello. “Ah! io temo,” riprese la principessa, “di favorire un ingannatore; vi siete forse scordato della curiosità in cui eravate questa mattina?” “Le sembianze, le azioni, e tutta la bellissima persona vostra,” soggiunse Teodoro, “vi fanno a me parere una divinità; ma le parole sono in intelligibili e misteriose… parlate, signora, deh! parlatemi in modo ch’io vi possa capire!” “Eh voi m’intendete molto bene!” replicò Matilda… “ma per carità partite, ve ne prego, anzi ve lo comando: se vi facessi perdere in vani discorsi un tempo prezioso, mi parrebbe d’esser rea della vostra morte, giacchè l’impedirla ora sta in mio potere.” “Si, vado, signora,” aggiunse Teoporo, “poichè voi il volete, ed anch’io bramo di risparmiare un acerbo cordoglio al mio povero vecchio padre il quale ne morrebbe d’affanno; ma voi, adorabile principessa, fatemi di nuovo intendere dalle vostre labbra che avete pietà di me”… “Aspettate,” disse Matilda, “voglio io stessa condurvi all’entrata dell’andito sotterraneo per dove prese la fuga Isabella; di là potrete andare nella chiesa di S. Niccola”… “Come!” interruppe Teodoro, “e voi non foste quella che assistei a trovar il passaggio sotterraneo?” “No, fu altra persona,” riprese Matilda; “ma non perdete tempo in farmi delle interrogazioni: voi mi spaventate, restando più a lungo; fuggite di grazia, ritiratevi in luogo sacro.” “In luogo sacro!” replicò Teodoro, “no, principessa; ci vadano le orfane fanciulle incapaci per se medesime di difesa, o vi si ritirino i delinquenti. Io non mi sento reo di alcuna colpa, nè voglio apparir tale: procuratemi soltanto una spada, e vedrà il padre vostro, come io disprezzi una fuga vergognosa.” “Inconsiderato!” gli disse mezzo adirata Matilda, “ed alzereste il temerario braccio sopra il principe d’Otranto!” “No, non ardirei d’offendere vostro padre,” riprese Teodoro; “credetelo, principessa… deh, perdonatemi! non pensavo a ciò… e poi, come poss’io, affissandomi nel vostro angelico volto, ricordarmi che siete figlia del tiranno Manfredi?… ma egli vi è padre, ed io fin da questo momento dimentico le iniquità da lui sofferte.” “Mentre stavano in tali ragionamenti, ascoltarono un lamentoso forte gemito il quale sembrava venir di sopra, per il che si scossero ambedue impauriti. “Giusto cielo! siamo scoperti!” disse tremando la principessa. Stettero alcun poco attenti ad udire, ma null’altro ascoltando, argomentarono, esser stato un vento racchiuso, e romoreggiando svanito; e senza più trattenersi, Matilda precedette pian piano Teodoro, onde non fare strepito, e condottolo nell’armeria, l’aiutò a rivestirsi d’un’armatura; ed avendolo accompagnato alla portà segreta, gli disse in lasciarlo: “non passate per il villaggio, nè dirigete i passi per questa parte, perchè incontrereste mio padre ed i forestieri; andate di là, e dopo aver traversata la foresta, troverete una lunga fila di rupi, donde di caverna in caverna giungerete al mare; là potrete rimaner nascosto, sino a tanto che vi riesca per via di segni fare approdare un vascello che vi trasporti altrove: andate, il cielo vi sia di scorta… e qualche volta… ricordatevi… nelle vostre orazioni… ah sì! ricordatevi di Matilda!” Teodoro se le gettò a’ piedi, e presa per forza la di lei mano, impressevi molti baci ad onta della sua renitenza, e manifestò ardente desiderio d’esser creato cavaliere, quanto più presto avesse potuto, scongiurandola a permettergli di dichiararsi in avvenir suo campione. Prima che la principessa potesse rispondergli, udissi un tuono improvviso che fece tremare i merli delle mura. Teodoro non vi prestò orecchio, ed avrebbe pur voluto continuare a parlar seco; ma ella atterrita si ritirò in fretta, comandandogli di partire, e si espresse in modo da non esser disobbedita; ond’egli slontanossi, sospirando, ma tenne sempre lo sguardo fisso alla porta, sinchè Matilda, chiudendola, pose fine all’abboccamento, durante il quale aveano i cuori di amendue bevuto per gli occhj a gran sorsi l’amoroso veleno, ai medesimi per l’avanti sconosciuto.
Teodoro andò pensieroso verso il convento per informare il padre della sua fortunata liberazione. Ivi seppe, esser egli andato in traccia d’Isabella, e, per la prima volta, udì qualche particolarità intorno alla di lei fuga per la botola. La costui natural bravura gli fe’ nascere il desiderio di prestarle soccorso, ma non poterono i religiosi nè informarlo del cammino ch’ella avea preso, nè farglielo congetturare. Non voleva egli però vagar molto lungi per ricercarla, imperocchè l’immagine di Matilda, scolpita vivamente nel di lui cuore, non permettevagli d’andar molto lontano dal luogo ov’ella abitava. Si aggiunse a tal considerazione l’affettuosa tenerezza dimostratagli dal religioso suo genitore, onde si determinò a non perder di vista nè il castello, nè il convento. Volendo attendere sinchè il padre verso sera ritornasse, risolse di andare ad aspettare l’imbrunir della notte nella foresta indicatagli da Matilda; e giuntovi s’inoltrò nel più folto, giudicando, esser quella tranquilla opacità ritiro opportuno per abbandonarsi a quell’aggradevol melanconia, che tutta riempieva d’insolita dolcezza l’anima sua. Passeggiando così sopra pensiero, si condusse senz’accorgersene alle grotte le quali aveano, ne’ tempi andati, servito di ricovero agli eremiti, e modernamente correa voce tral volgo che fossero abitate da’ maligni spiriti per forza d’incanto. Rammentatosi di tal popolar tradizione, ed essendo coraggioso e vago di cercar ventura, soddisfar volle alla propria curiosità, visitando i secreti recessi di quel petroso labirinto. Non eravisi molto internato, allorchè gli parve di sentir un calpestio di persona la qual sembrava fuggire innanzi a lui. Teodoro, comecchè ben fondato in tutto ciò che la religione ingiunge a’ fedeli di credere, era persuasissimo, non poter essere i buoni abbandonati senza causa alle malfaccenti potestà delle tenebre, e s’immaginò che quel luogo fosse infestato da’ ladroni, e non già da spiriti infernali, i quali dicevansi dar molestia e disviare i passeggeri. Siccome era impazientissimo di dar prove di valore, così sfoderò la spada ed avviossi posatamente innanzi, seguitando sempre la direzione dell’ascoltato rumore, e similmente la persona fuggitiva, udendo dietro di se lo sbattere della di lui armatura, camminava velocemente per evitarlo: onde, convinto egli, non essersi nelle sue congetture ingannato, affrettò il passo; ed accorgendosi che maggiormente si avvicinava alla persona, la quale tanto più precipitosamente fuggivalo, si vide all’escir di quelle tenebre cader ansante a’ suoi piedi una donna. Subito rialzolla, ma era essa soprappresa da sì grande spavento ch’egli temè, dover la medesima svenirsegli in braccio; laonde, usò ogni gentile espression di parole per discacciar da lei ogni timore, assicurandola che, ben lungi dal farle ingiuria, era pronto anzi a difenderla a costo della vita. Avendo la dama ripreso coraggio pe’ di lui cortesi modi, si affissò nel suo protettore, e gli disse: “per certo io ho sentita altre volte cotesta voce!” “Nol so; ma può essere,” riprese Teodoro: “e voi sareste per avventura la principessa lsabella?” “Cielo!” esclamò ella, “vi han forse spedito in cerca di me?” e così dicendo, se gli genuflesse davanti, scongiurandolo a non rimelterla nelle mani di Manfredi. “Nelle mani di Manfredi?” gridò Teodoro; “no principessa, vi ho liberata una volta dalla sua tirannia, e voglio ora, ad onta d’ogni difficoltà, porvi totalmente fuor di pericolo di ricevere ulteriori affronti da lui.” “Sarebb’egli possibile,” diss’ella, “che voi foste quell’incognito generoso da me iersera incontrato ne’ sotterranei del castello? ah! voi non siete certamente un uomo, ma bensì il mio angel custode: lasciatemi prostrare innanzi a voi per rendervi grazie”… “No, gentil principessa,” rispose Teodoro, “non fate atto vile, non vi umiliate davanti un giovine povero e senz’amici, come son io. Se però il cielo mi ha scelto per vostro liberatore, condurrà la santa opra a buon fine, dando al mio braccio valor bastante per difendere la vostra causa… ma quì siamo troppo vicini all’uscita della caverna; ritiriamoci più addentro… non posso viver tranquillo, se non vi vedo in salvo.” “Che dite mai!” soggiunse la principessa; “sebbene questa nobile azione, e tali parole manifestino la purità dell’anima vostra, vi par egli tuttavia conveniente ch’io debba venir con voi sola in questi sospettosi nascondiglj? Che si penserebbe di me, se fossimo trovati insieme ed in simil luogo?” “Io fo grande stima,” dissele Teodoro, “della vostra verecondia, nè voi, siccome penso, nutrite in cuore un sospetto all’onor mio oltraggioso. Altro non desidero, se non condurvi in una delle più appartate caverne, ed impedirne l’entrata ad ogni persona vivente; inoltre,” proseguì egli, sospirando forte, “per quanto bella e perfetta voi siate, e sebbene io non miri tant’alto, debbo non pertanto confessarvi che ho consacrato tutto il mio cuore ad un’altra, e quantunque”… Un rumore improvviso impedigli di continuare, ed in breve ascoltarono distintamente una voce la quale disse: “Isabella… Isabella… dove siete? Isabella”… per il che, smarritasi la principessa, ricadde nel suo primiero tremore. Teodoro procurò invano di rassicurarla, giurandole, voler piuttosto morire che restituirla a Manfredi, e pregatala di tenersi celata, si fece avanti, per impedire di accostarsi a chiunque venuto fosse a ricercarla.
Sull’entrata della caverna incontrò un cavaliere armato a parlar con un contadino, il quale protestavagli d’aver veduta una dama entrar là dentro. Il cavaliere s’innoltrò, ma Teodoro se gli parò davanti col ferro nudo, gridando che non entrasse per quanto gli era cara la vita. “E chi sei tu?” disse il cavaliere con altiera voce, “che troppo a tuo danno ardito mi contrasti di passar oltre?” “Son uno che di te non paventa, e ciò ti basti,” rispose Teodoro. “Io vengo,” aggiunse quegli, “a cercare Isabella, e sono informato, essersi ella rifugiata fra questi scoglj; dunque non ti opporre, o te ne farò pentire.” “L’impresa tua,” replicò Teodoro, “è tanto temeraria, quanto è da dispregiarsi il tuo sdegno; ritorna donde sei venuto, o vedremo chi di noi due sia più negl’impeti della collera da temersi.” Questo cavaliere, capo di quei tre giunti da parte del Marchese di Vicenza, erasi partito velocemente dal castello nel tempo in cui Manfredi trattenevasi per distribuir le sue genti da mandarsi in cerca della principessa, e per istruirle come contenersi dovessero, onde impedire ch’ella non cadesse nelle mani de’ forestieri o del seguito loro. Aveva egli sospettato altresì, voler Manfredi nasconderla, per il che, insultato da un uomo in arme, il quale tenne per certo, essere ivi stato posto dal prencipe per custodire Isabella, confermossi nel concepito sospetto, credendo Teodoro un capitan di Manfredi, e senza dargli risposta, alzò la spada, lasciandogli cader sopra un fendente il quale avrebbe decisa ogni contesa fra loro, se il giovinetto, dopo la prima offensiva risposta, non si fosse messo in guardia, e non avesse a tempo parato collo scudo il terribil colpo. Il valore, che fin allora, era stato racchiuso nel seno di Teodoro, scoppiò ad un tratto in questo primo cimento; onde lanciossi impetuosamente sopra il cavaliere, il cui nobile orgoglio, e l’irritato sdegno spingevanlo alle ardite solite imprese. Fu il combattimento fiero bensì, ma non lungo, imperciocchè Teodoro ferillo in tre luoghi; e quegli, venendo meno pel sangue perduto, fu dal vincitor disarmato. Il contadino sua guida, essendosi dato alla fuga al primo incontrarsi delle spade, andò ad avvisare di tal duello i servi di Manfredi, che ritrovavansi per suo ordine dispersi nella foresta in traccia d’Isabella, onde accorsero là di volo, e giuntivi appunto mentre il vinto cadeva in terra, lo riconobbero subito per l’ospite principale. Quantunque Teodoro odiasse Manfredi, di cui ministro e strumento esser credea, come abbiam detto, l’atterrato guerriero, non poteva contuttociò pensare alla sua vittoria, senza risentire in cuore moti di generosa pietà; ma fu anche più dolente, allorchè venne informato della qualità del suo competitore, potendo arguire dai discorsi de’ servi che quegli non era un aderente di Manfredi, ma anzi un di lui nemico, essendo venuto con armi e seguaci, per farlo rinunziare al principato, e per ritorgli Isabella. Gli assistè dunque in dispogliarlo dell’armatura, ed in procurare di stagnar il sangue che usciva in gran copia dalle ferite. Il cavaliere rinveniva a poco a poco; e Teodoro, vedendo ch’egli era in istato di udire le altrui parole, gli disse: “fatevi coraggio, anch’io difendo Isabella contro Manfredi.” Il vinto, sforzandosi a parlare, con voce tremante così rispose: “generoso nemico, abbiamo ambedue preso abbaglio; io vi credevo un reo ministro d’un più reo tiranno, e voi pure tale mi avete sventuratamente creduto; ma non è questo il tempo di fare scuse… mi sento mancare… se Isabella non è di qui lungi, fatela a me venire… ho importanti segreti da scoprirle… ah!”… “Ei muore,” disse uno degli assistenti… “c’è qualcheduno che abbia un Crocifisso?… Andrea, raccomandagli l’anima”… “Andate a prender dell’acqua, e fatelo bere,” soggiunse Teodoro; “intanto mi affretterò a far venire Isabella,” In questo, volò alla medesima, ed esposele brevemente, e con modestia, aver egli avuta la sventura di ferire per isbaglio un gentiluomo cortigiano del padre suo, il quale, prima di morire, desiderava manifestarle importantissime cose. Isabella, che primo sentirsi chiamar dalla voce di Teodero era venuta avanti, rimase sorpresa in udir ciò, nulla sapendo de’ cavalieri in Otranto arrivati. La novella prova di coraggio data dal suo difensore, la persuase ad andar senza tema, colà dove giacea per terra il cavaliere bagnato nel proprio sangue, senza far parola e cogli occhj semichiusi; ma, veduti i servidori di Manfredi, s’intimorì nuovamente, e si sarebbe data alla fuga, se Teodoro non le avesse fatto osservare, esser eglino tutti disarmati, e non l’avesse incoraggita col minacciare i medesimi ad alta voce di voler uccider chiunque di loro tentasse arrestarla. Lo spossato cavaliere, veduta, nell’aprir gli occhj, una donna, le disse: “siete voi… ditemi, vi prego, la verità… siete voi Isabella di Vicenza?”… “Sì, io son quella,” rispose; “il cielo vi serbi in vita”… “Dunque… tu dunque,” riprese il cavaliere, agitandosi per darsi forza a parlare, “vedi… tuo padre… dammi un abbraccio”… “Come!” esclamò Isabella, “oh maraviglia!… oh orrore!… che ascolto!… che vedo!… mio padre… voi mio padre!… e come siete qui venuto!… per amor del cielo, raccogliete i vostri spiriti, e parlate… deh! soccorretelo, amici, altrimenti morrà.” “Si, egli è vero,” soggiunse a gran fatica il cavaliere, “io sono il marchese Federigo tuo padre… sì, io son venuto per liberarti… ma… non potrò… dammi l’ultimo amplesso, e ricevi”… “Signore,” dissegli Teodoro, “non vi affaticate cotanto, lasciate che vi portiamo al castello”… “Al castello!” interruppe Isabella, “forse non si può ottener soccorso, se non nel castello? vorreste dunque espor mio padre all’ira del tiranno?… s’egli ci va, non ho coraggio d’accompagnarlo… e come lo posso lasciare!”… “Figlia mia,” soggiunse Federigo, “non m’importa in qual luogo io sia portato, perchè sarò fra non molto fuor del pericolo… ma sino a tanto che stanno aperti questi occhj per vederti, non mi abbandonare, Isabella. Questo valente cavaliere, il quale non so chi sia, proteggerà la tua innocenza”… e rivolto a Teodoro, continovò: “spero, signore, che vorrete impiegare il vostro braccio in favore della mia figlia; non è egli vero?” Teodoro, versando lagrime sulla propria infelice vittima, e giurando di assistere la principessa a costo della vita, persuase a Federigo di lasciarsi condurre al castello; e fasciando le di lui ferite meglio che poterono, lo posero sopra il cavallo di uno de’ servidori, sostenendol per via. Il giovinetto non si partiva dal suo fianco, ed Isabella, non potendo da lui staccarsi, addolorata il seguiva.
FINE DEL CAPITOLO TERZO.
CAPITOLO QUARTO.
NON sì tosto giunse la dolente comitiva al castello, che Ippolita e Matilda le andarono incontro, imperocchè Isabella aveva alle medesime per un servo mandato avviso di tale arrivo, come pure di tutto l’occorso. Le principesse fecero trasportare il marchese Federigo nella più vicina camera, indi ritiraronsi sino a tanto che avesse il chirurgo visitate le sue ferite. Quando comparve Isabella accompagnata da Teodoro, Matilda nel vedergli ambedue arrossò, ma per meglio nascondere il suo turbamento, corse ad abbracciar l’amica, ed a condolersi seco lei della sventura accaduta. In breve andò il chirurgo ad informare Ippolita che le ferite del marchese non eran mortali, e ch’ei desiderava veder la propria figliuola, e lei stessa. Teodoro sotto colore d’esprimere la sua allegrezza nell’intendere che il duello non era per divenir fatale a Federigo, non potè resistere agl’impulsi di correr là ov’era Matilda. Abbassava ella così sovente gli occhj nell’incontrare i di lui sguardi, che Isabella la quale riguardava Teodoro con tanta attenzione, quanta egli ne dimostrava nell’affissarsi in Matilda, indovinò ben presto qual fosse il tenero oggetto de’ voti di esso, siccome aveale detto nella caverna. Nel tempo di questa muta, ma espressiva scena, Ippolita domandò a Federigo, perchè mai si fosse servito di mezzi misteriosi per richieder la propria figlia, e si diffuse in far l’apologia del consorte, per aver egli conchiuso con modi, a prima vista indiretti, un mattrimonio tra’ loro rispettivi figliuoli. Federigo, quantunque sdegnato contro Manfredi, andava non pertanto calmandosi alle umili persuasioni della principessa, ma sopra tutto rimase dolcemente ammollito dalle amabili sembianze della giovinetta Matilda, e desiderando di tenersele ambe vicine, colse il pretesto d’informarle delle accadutegli avventure, e così incominciò: “essendo io prigioniero degl’infedeli, sognai una notte che la mia figliuola, di cui non avevo inteso più novella dopo la mia schiavitù, era ditenuta prigioniera in un castello, e minacciata dei più spaventosi disastri, e parvemi udire una voce la qual mi diceva, che se mai ricuperavo la libertà, dovessi trasferirmi in una certa foresta presso Ioppa, dove sarei stato istruito del rimanente. Messo in apprensione da questo sogno, nè potendo andare a chiarirmi colà dov’erami stato indicato, vie più gravi che per l’innanzi mi divennero le catene. Mentre riandavo coll’animo varj mezzi, onde uscire dalla penosa servitù, ricevetti il fausto annunzio che i principi confederati, i quali guerreggiavano nella Palestina, avean pagato il mio riscatto, perlochè partii e m’incamminai subito verso quella foresta. Errai per tre intieri giorni colla gente del mio seguito, ma non potei in quella boscaglia abbattermi in veruna persona; se non che nella sera del giorno terzo capitammo ad una celletta in cui stava un venerabile eremita quasi agonizzante il quale fu da noi, col mezzo di opportune bevande ristorative, messo in istato d’articolare qualche parola. ” Figliuoli miei,” ci disse il sant’uomo “Dio vi rimeriti della vostra carità… ma ogni rimedio è inefficace per me… passerò tra momenti agli eterni riposi… contuttociò muoio contento, poichè mi è ora permesso di compiere la volontà del cielo. Quando mi ritirai in questo deserto, dopo essere il mio paese divenuto preda de’ miscredenti… oimè! sono ben cinquant’anni passati ch’io fui testimone di questa lagrimevole scena!… S. Niccola mi apparve in sogno, rivelandomi un segreto, con ordine di non palesarlo giammai ad alcuno, se non al punto della mia morte. Ecco precisamente l’ora tremenda, e voi, senza dubbio, siete i guerrieri eletti dal cielo, a’ quali soltanto fummi ordinato doverne dar contezza. Dopo adunque di aver resi gli estremi ufficj a questo mio viI corpo, andate, e fate uno scavo appiè del settimo albero che troverete a man sinistra nell’uscir dal mio povero tugurio, e le angosce vostre saranno… oh cielo! ricevi in pace l’anima mia; ed in così dire, il devoto anacoreta spirò. Tosto che avemmo, posto il santo corpo sotterra c’incamminammo sul far dell’alba per eseguir le avute istruzioni, ma qual fu il nostro stupore, quando, dopo avere scavato a sei piedi di altezza il terreno, trovammo una spada smisurata, ed è quella appunto che avrete veduta giù nel cortile. Sulla lama allora sguainata alcun poco, e poi rientrata nel fodero nel fare sforzi per estrarla di là, erano scritte queste parole… ma principessa,” disse il marchese, rivolgendosi ad Ippolita, “permettetemi di tacerle: siccome ho gran venerazione per voi, e pel vostro grado, così non vorrei commettere un’inciviltà, offendendo le vostre orecchie con parole che troppo vi affliggerebbero, facendo esse poco onore a persona la qual vi è cara.” Ippolita a tai detti tremò, persuasa, esser Federigo prescelto a dar compimento al destino che sembrava sovrastare alla sua famiglia; onde, riguardando Matilda con tenerezza espressiva, le caddero alcune lagrime sulle gote; ma facendo forza a se stessa, serenossi alquanto, dicendo a Federigo: “proseguite pure, signore; il cielo nulla opera invano. Noi, abitanti di questa valle di miserie, dobbiamo ricevere gli annunzj celesti con umiltà e rassegnazione, e pregare Iddio acciò allontani da noi il suo giusto sdegno, piegando la fronte a’ divini decreti. Dunque, dite pure, signore, ci siamo già rassegnate.” Dispiaceva a Federigo di aver detto più là di quello che avrebbe voluto; era pieno di rispetto in osservando la nobiltà di animo e la tranquilla fermezza d’Ippolita; e ciò, aggiunto all’affettuosa amorevolezza con cui la madre e la figlia tacite rimiravansi, gli richiamava quasi il pianto sugli occhj; contuttociò, temendo d’accrescere col silenzio il loro dolore, pronunziò con voce bassa ed interrotta le seguenti parole:
“Quando si trovi un elmo il qual somigli
A questa spada in giusta proporzione,
Tua figlia cinta fia da gran periglj:
Della stirpe d’Alfonso può un campione
Salvarla, ed acquetar del prence l’alma
Errante invendicata, e senza calma.”
“Ebbene!” disse Teodoro alquanto irato, “quale arcano mai si ritrova in questi versi che possa tanto affliggere le principesse? Voi non dovevate, signor marchese, atterrirle colla vostra misteriosa ripugnanza, e con sì frivolo fondamento.” “Giovinetto,” risposegli Federigo, “la vostra riflessione è alquanto incivile, e sebbene la sorte vi abbia favorito una volta”… “Deh! caro padre,” interruppe Isabella, inquieta per la collera che ben si accorse, esser nata in Teodoro dal di lui amore per Matilda, “non vi lasciate turbare dalle osservazioni di questo giovine, il quale finalmente altro non essendo che figliuolo d’un contadino, le ha fatte forse per adulare, e per mitigare il duolo di queste dame, e si è dimenticato la venerazione a voi dovuta; a dir vero, ei non è solito”… “Ippolita, cui spiaceva l’insorto impegno, sgridò Teodoro per l’ostentata soverchia baldanza, ma lo fece però in modo da mostrare che aggradiva il di lui zelo, e cambiando materia al dire, domandò al marchese dove lasciato avesse il consorte. Voleva egli risponderle, quando si ascoltò fuori della camera un bisbiglio, ed essendosi alcun di loro alzato per andar a vedere donde provenisse, s’innoltrarono Manfredi, il P. Girolamo, ed alcuni della comitiva i quali tutti aveano avuto qualche sentore dell’accaduto. Manfredi andò in fretta verso il letto di Federigo per condolersi seco del funesto accidente, e per saper meglio le particolarità del duello, ma tutto in un tratto si ritrasse spaventato, esclamando: “aimè!… chi sei tu, o spettro terribile?… è forse giunta per me l’ora fatale?” “Ah, diletto sposo,” gridò Ippolita, stringendolo fralle braccia, “cosa vedete mai? perchè affissate gli occhj in tal guisa?” “Come! Ippolita,” ripetè Manfredi, “voi non vedete nulla?… sarebbe mai quest’orrendo fantasma inviato a me solo?… a me che non ho”…. “Per pietà calmatevi, consorte amato,” soggiunse Ippolita, “riprendete coraggio, ed acquietatevi; quì non ci sono altre persone, eccetto noi, tutti amici vostri”… “Come! e quello non è Alfonso?” esclamò di nuovo Manfredi, “non lo vedete?… sarebbe mai un puro delirio della mia immaginazione!” “Questo!” disse Ippolita; “questo è Teodoro, quel giovine infelice a voi ben noto.” “Teodoro!” replicò Manfredi angoscioso, battendosi colla palma la fronte; “ma sia pur Teodoro od un fantasma, egli ha perturbato il mio spirito… e come mai è quì venuto!… come si ritrova egli armato!” “Credo che sia andato a cercar Isabella,” soggiunse la principessa. “Isabella?” ripetè Manfredi, infiammato di rabbia; “ora mi risovvengo… ora capisco… sì sì, non vi ha dubbio… ma in che modo è fuggito dalla prigione dove l’avevo fatto rinchiudere? Isabella forse, o questo frate ipocrita l’ha fatto di là uscire?”… “E sarebbe, o signore,” rispose Teodoro, “da ascriversi a delitto, se un padre avesse procurato lo scampo del suo figlio?” Il P. Girolamo restò maravigliato nel sentirsi in tal maniera quasi accusare dal proprio figliuolo. Ei non sapeva nè cosa pensare, nè comprendere in qual modo Teodoro esser potesse dalla prigione uscito, nè per quale avventura si ritrovasse armato, nè come si fosse battuto con Federigo, e far non voleva interrogazioni per timore di provocar lo sdegno del prencipe contro il figliuolo. Manfredi intanto dal di lui silenzio argomentò e rimase convinto, che il solo religioso avesse liberato dalla carcere Teodoro, ed a lui rivolto, rimproverandolo, disse: “e così dunque, ingrato vecchio, ricompensi i favori da me e da Ippolita ricevuti? anzi, non contento di opporti a’ più premurosi desiderj del mio cuore, vesti l’armatura al tuo bastardo, e lo conduci ad insultar me in casa mia?” “Signore,” riprese Teodoro, “voi maltrattate a torto mio padre; siate persuaso che nè io, nè lui siam capaci di macchinar cosa alcuna contro di voi… e se mai consideraste come un’insolenza l’aver io contribuito all’esecuzione degli ordini vostri”… ed in così dire, disarmossi, e pose la spada a’ piè di Manfredi, soggiungendo: “eccovi il petto ignudo, ferite, signore, ferite pure, se sospettate che ribellanti pensieri stian quì dentro celati; no, non troverete impressi nel mio cuore, se non sensi di venerazione e verso di voi, e verso queste rispettabilissime principesse.” Tutti quei che erano là presenti si sentirono propensi per Teodoro, il quale eseguito avea quella umile e generosa azione con somma gentilezza di atti e di parole. Manfredi medesimo ne fu commosso, ma standogli tuttora fissa nella mente la sua mirabil somiglianza con Alfonso, era il di lui stupore misto di amarissimo interno ribrezzo. “Alzati,” disse a Teodoro, “per ora scrutinar non voglio se viver tu debba o morire; ma fammi incontanente il racconto delle tue avventure, e dimmi, come e da quando in quà, conosci questo vecchio traditore.” “Principe,”… disse il P. Girolamo con risentimento. “Taci impostore,” interruppe Manfredi, “non vo’ che nessuno gli metta in bocca ciò che ha da dire.” “Signore,” incominciò Teodoro, “nel mio caso non v’è tal bisogno; uditemi, sarò breve: nell’età di cinque anni, fui condotto in Algeri insiem con mia madre, essendo stati rapiti da’ corsari sulle coste della Sicilia, ma in men di un anno la sventurata mia genitrice morì di dolore”… Nel tempo di questa narrazione il buon religioso piangeva dirottamente, ed aveva impressi in volto mille intensi affanni; Teodoro in tal guisa continovò: “la madre mia, prima di morire, legò intorno a questo braccio sotto la vesta uno scritto da cui venni informato, esser io figliuolo del conte di Falconara”… “Sì, sì, è verissimo,” interruppe il P. Girolamo, “son io quell’infelice padre”… “Tacete, vi ripeto,” insistè Manfredi, “e tu prosegui,” soggiunse rivolto al giovane, il quale così riprese il discorso: “io rimasi dunque in ischiavitù, e fui liberato soltanto due anni sono, tempo in cui, ritrovandomi in corso sul mare col mio padrone, ci trovammo assaliti da un vascello cristiano il quale rimase vincitore; dopo di che, avendo scoperta la vera mia condizione al capitano, egli generosamente mi pose a terra nella Sicilia, dove, invece di ritrovar mio padre, riseppi, essere stati saccheggiati e devastati i suoi beni, come ancora abbruciato e diroccato il castello; e di più mi fu detto che in conseguenza di tal catastrofe avea mio padre, ritornando, venduto ciò che gli rimaneva, ed erasi fatto religioso nel regno di Napoli; ma niuno potè dirmi come, nè in qual convento. “Imbarcatomi alla prima occasione, navigai sino a Napoli, e di là poi son venuto di provincia in provincia fin quì, domandando da per tutto del genitore, ed ho pensato a sostentarmi col lavoro delle mie mani; ieri finalmente perdei ogni speranza di ritrovarlo, e credei avermi il cielo riserbata soltanto la pace del cuore, ed una povertà contenta per tutto il rimanente de’ giorni miei: ecco, signore, il racconto che mi avete richiesto. Il cielo mi ha fatto ritrovare il padre, e mi stimo felice; la sola mia presente sventura, quella si è d’aver incorso il dispiacere di Vostr’Altezza.” Finita la narrazione, si udì tra gli astanti un leggero bisbiglio che esprimeva contentezza e stupore; ed il marchese Federigo così parlò: “manca qualche particolarità nella di lui narrazione, nè io debbo tacerla, poichè s’egli è umile, a me conviene esser generoso… sì, bisogna che io confessi, esser lui uno de’ più valorosi giovani della cristianità. Egli è anche pronto, ed a tempo ardito; e sebbene io non lo conosca di lunga mano, mi rendo pure mallevadore della di lui sincerità; tengo per fermo che se vere non fossero le cose narrate, ei non le avrebbe dette;” e rivolto a Teodoro, continovò: “in quanto a me, io rispetto, illustre giovine, cotesta franchezza, effetto e contrassegno della vostra nascita, e sebbene mi abbiate offeso, tuttavia devesi ciò perdonare al vostro sangue che ha ribollito arrivando alla sorgente di cui andava in traccia da tanto tempo;” poscia, indirizzandosi a Manfredi, proseguì: “via, signore, se io gli perdono, potete farlo anche voi, tantopiù, non essendo colpa di questo giovine, se lo avete preso per uno spettro.” Tale amaro rimprovero scosse l’intollerante animo di Manfredi, per il che gli rispose con alterigia in tal guisa: “una somiglianza d’apparizione può bene atterrire l’umano spirito; il semplice braccio di un imbelle giovinastro non avrebbe potuto”… “Signore”, interruppe Ippolita, “l’ospite vostro ha bisogno di riposo; non sarebbe meglio lasciarlo in pace?” ed in così dire, porse la mano a Manfredi, e prendendo licenza da Federigo, precedè tutti gli altri. Non fu il prencipe scontento di troncare un discorso il quale faceagli sovvenire, aver il marchese discoperti i più intimi arcani suoi, onde si lasciò volentieri condurre al suo appartamento, e permise a Teodoro di andare a passar la notte nel monastero con suo padre, a condizione però che ritornasse la mattina dopo al castello, il che fu al giovane sommamente a grado. Matilda ed Isabella, essendo immerse in mille afflittive riflessioni, e mal soddisfatte l’una dell’altra, non bramarono di restar là insieme più lungamente per quella sera, e si ritirarono nelle lor camere, separandosi con molte cerimonie non troppo sincere, ciò che fu contro il loro costume.
Si lasciarono, è vero, queste due donzelle con tenui contrassegni di amorevolezza, ma provarono maggiore impazienza di ritornare insieme a parlamento, allorchè il nuovo sole comparve; imperciocchè, incapaci di prender riposo nella notte, la passarono amendue in riandare le domande che ciascheduna avrebbe bramato di far all’altra nella precedente sera. Matilda rifletteva che Isabella era stata da Teodoro assistita in due difficili circostanze, le quali non poteva indursi a credere totalmente fortuite. Inoltre, ricordavasi bene, avere il giovine fissati costantemente gli occhj in lei, mentre stavasi nella camera di Federigo; ma, sospettando che egli avesse ciò fatto per nascondere vie più il suo amore per Isabella, risolse di chiarirsene, temendo di offender la cara amica col fomentare un’amorosa passione pel di lei amante. Tali cose la gelosia suggerille, e l’amicizia le somministrò un pretesto per giustificare la propria curiosità.
Isabella aveva dal canto suo maggior fondamento di sospettare, e non potè neppur essa chiudere al sonno le luci. Rammentavasi con estrema pena che le parole e gli sguardi di Teodoro aveanle detto, essere il di lui cuore impegnato, ed era ciò vero; ma tuttavia immaginavasi che Matilda forse non lo riamasse, poichè erale sempre la medesima sembrata lontana dall’accogliere in seno amorosa fiamma; onde tra se diceva: “i di lei pensieri erano sempre fissi in celesti contemplazioni… e perchè mai mi son’io affaticata cotanto per distaccamela!… ah! son ora punita della mia generosità!… ma quando, e dove si son trovati insieme!… ciò non può essere… io mi sono ingannata… forse si videro iersera per la prima volta… certo egli deve aver riposto l’amor suo in altro oggetto… se fosse così, non sarei tanto infelice quanto pensavo; e se la mia carissima amica Matilda non è quella… come!… poss’io sospirar l’affetto d’un uomo il quale mi ha incivilmente, e da me non richiesto, fatto intendere di aver già dato ad altra il suo cuore:… egli me lo ha detto in un momento in cui doveva mostrarmisi, più che in altro tempo, cortese!… Sì, Voglio andare dalla mia cara Matilda, la quale confermerà in me la doverosa idea di non curarlo… gli uomini son finti… vo’ pigliar dall’amica consiglio sullo stato monacale… ella si rallegrerà di sentirmi far tal discorso… e così le farò sapere che più non mi oppongo alla sua inclinazione pel chiostro. Con tai pensieri in mente se ne andò alle stanze della principessa, e trovolla già vestita, sedendo pensierosa, e sostenendosi con una mano la testa. Tale atto esprimente ciò ch’ella risentiva in se stessa, risvegliò i concepiti sospetti nel cuor d’Isabella, e le persuase d’abbandonar totalmente la risoluzione di scoprirsi all’amica. Al primo vedersi arrossirono ambedue, ed eran troppo novizie per saper nascondere con destrezza i moti che risentivano in cuore: onde, dopo diverse vaghe interrogazioni e risposte, Matilda dimandò ad Isabella per qual motivo erasene fuggita; e l’altra che più non pensava al primo attentato di Manfredi, tanto avea l’anima ingombrata dalla presente circostanza, credendo che Matilda avesse voluto parlare della seconda fuga dal convento, cosi rispose: “Il Martelli portò la nuova della morte di vostra madre”… “Sì, sì,” interruppe Matilda, “Bianca mi ha narrata la cagione di tale sbaglio… io mi svenni, ed ella gridò: “aiuto, aiuto, la principessa è morta;” per lo che il Martelli il quale era venuto al palazzo a prendere la solita elemosina”… “Ma per qual ragione vi sveniste?” le domandò Isabella, cui non premeva di sapere il restante. Matilda, arrossendo, le replicò con interrotti accenti in tal maniera: “Nol so… mio padre… stava giudicando un reo”… “E chi era questo reo?” le chiese con dispetto Isabella. “Un giovine,” soggiunse Matilda; “credo… mi parve quel giovine”… “Chi? Teodoro?” disse Isabella. “Appunto,” rispose l’altra; “io non l’avevo mai veduto prima d’allora, e non so come avesse offeso mio padre… ma godo al sommo che gli abbia perdonato, poichè finalmente vi ha fatto qualche favore”… “A me?” replicò Isabella, “chiamate forse un favore l’aver ferito, e quasi ucciso mio padre? sebbene io non avessi mai conosciuto il mio genitore prima di ieri, spero tuttavia, o Matilda, che non supporrete in me tanto poca filial tenerezza da non essere sdegnata contro quel giovane per l’attentato da lui commesso, e che sarete persuasa, non poter io mai provar la minima affezione per uno il quale ha osato di alzare il temerario braccio contro l’autore della mia vita! No, Matilda, io l’aborro, e se voi nutrite tuttora per me quell’amicizia che tante volte mi giuraste, detesterete, son certa, un uomo il quale è stato in procinto di rendermi per sempre infelice.” “A tai detti Matilda abbassò la fronte, e replicò: “io voglio sperare, carissima mia Isabella, che voi non dubitiate della mia sincera amicizia; credetemi adunque, io non ho mai veduto quel giovane prima di ieri, e mi era totalmente sconosciuto; siccome però il chirurgo ha dichiarato, esser vostro padre fuor di pericolo, non dovreste, mi pare, adirarvi così ingiustamente e senza carità contro di Teodoro il quale saper non poteva chi fosse la persona contro cui si difendeva.” “Per esservi tanto ignoto quanto dite,” riprese Isabella, “voi difendete con troppo ardore la sua causa! ed egli, s’io non m’inganno, nell’interno del suo cuore contraccambia assaissimo il vostro zelo.” “Spiegatevi meglio,” soggiunse Matilda; “cosa volete dire?” “Nulla,” replicò Isabella, ripentendosi d’averle dato un indizio, benchè leggero, dell’amorosa inclinazione del giovinetto per lei; e troncando tal ragionamento, le chiese come mai avesse Manfredi preso Teodoro in cambio d’uno spettro. “Come!” rispose Matilda, “non avete voi fatta attenzione alla viva rassomiglianza di lui col ritratto di Alfonso che si trova in galleria? Io lo feci osservare a Bianca prima di vederlo tutto armato, ma coll’elmo in testa egli sembra propriamente l’originale del quadro.” “Io non mi diletto in osservar pitture come voi fate,” rispose Isabella, “e molto meno ho esaminato quel giovine così attentamente come avete fatto voi… ah, Matilda, il vostro cuore è in pericolo!… ma lasciate ch’io vi ammonisca e vi consigli da vera amica… egli ha confessato a me di essere innamorato… di voi non può essere, mentre lo avete veduto ieri per la prima volta… non è egli vero?… almeno me lo avete detto.” “Certamente,” riprese Matilda, “ma potete voi inferire dalle mie parole che”… quindi fatta pausa per qualche momento, così riprese: “a proposito, egli ha veduto prima voi, e d’altronde io non ho la vanità d’immaginarmi che le mie scarse bellezze possano aver sedotto un cuore a voi devoto… siate pur felice, Isabella, ed avvenga di Matilda ciò che piace al destino.” “Ah, dolce amica mia!” replicò Isabella, la cui virtù cedè a tante dimostrazioni di affetto; “sì, Teodoro ama voi sola, me ne sono accorta, anzi ne son persuasa, e l’idea della mia propria felicità non mi farà giammai pensare a competer con voi.” La tenera Matilda pianse in ascoltar quella sincera franchezza, ed in un subito la gelosia, che avea fatto nascere tiepidezza d’affetto tra queste due amabili donzelle, cedè all’usata naturale sincerità, figlia del candor delle anime loro: onde si confessarono mutuamente la viva impressione che Teodoro fatta aveva sui loro cuori, il che diè luogo ad una generosa contesa, insistendo amendue di voler lasciar l’una all’altra il libero possesso dell’oggetto adorato. Finalmente, risovvenendosi Isabella, essersi Teodoro quasi apertamente dichiarato per la rivale, raccolse tutte le virtù sue intorno al cuore, e determinossi a vincer i proprj affetti, ed a cedere il caro acquisto all’amica.
Durante quel conflitto d’amicizia, Ippolita entrò nella camera, e disse: “Isabella, tale è l’amorevolezza vostra verso Matilda, e per effetto di natural gentilezza, mostrate voi pure tanto dolore di ciò che affligge la nostra sventurata famiglia, che neppure deve restarvi nascosta alcuna di quelle cose che dovrei dire alla mia figliuola soltanto.” Rimasero le giovani principesse attente e perplesse ad ascoltarla, ed essa continuò: “sappiate dunque, che essendo io convinta dagli strani avvenimenti dei due scorsi infausti giorni, aver il cielo decretato che lo scettro d’Otranto debba passare dalle mani di Manfredi in quelle del marchese Federigo, ho avuta un’ispirazione la quale mi porge uno spediente onde evitare la nostra total rovina; questo è l’unione delle due case, ed ho già partecipata al mio consorte l’idea di maritare quest’adorabile creatura a Federigo”… “Io maritarmi al marchese Federigo!” esclamò, interrompendo Matilda; “giusto cielo!… ah, mia cara madre!… ed avete dunque fatta di ciò menzione al mio genitore?”… “Sì,” rispose Ippolita, “ed egli, assentendo benignamente alla mia proposta, è andato a farne parola al marchese,” “Ah! infelice principessa!” gridò Isabella, “cosa mai avete fatto! cotesta malavveduta bontà ha preparata la vostra inevitabil rovina, la mia, e quella ancora dell’innocente Matilda!” “Come la nostra rovina!” disse Ippolita stupefatta; “che vuol dir questo?” “Oimè!” soggiunse Isabella, “l’innocenza del vostro cuore v’impedisce di veder l’altrui depravazione… Manfredi… quell’empio”… “Sospendete,” riprese Ippolita, “ed in mia presenza parlate di Manfredi in altra guisa; egli è il mio consorte e signore, onde”… “Non sarà tale per lungo tempo,” riprese Isabella, “se pure dar potrà compimento a’ suoi scellerati disegni”…. “Questo linguaggio straordinario mi sorprende,” replicò Ippolita: “so che il vostro naturale è focoso, ma non siete mai giunta ad un tale eccesso: cosa vi ha fatto Manfredi per il che si possa in voi giustificare la strana maniera di parlarne, come se fosse per divenire un omicida?” “Voi siete troppo credula, virtuosa principessa,” le replicò Isabella, “egli non macchina, per vero dire, attentati contro la vostra vita, ma bensì va indagando i mezzi di separarsi da voi, e repudiarvi”… “Repudiarmi!”… “Ripudiar mia madre!” gridarono ad un tempo Ippolita e Matilda. “Sì,” aggiunse Isabella, “e, per compiere il suo delitto egli pensa… ah!… non so dirlo”… “E che mai dir potreste di più spiacevole?” dimandolle Matilda. Frattanto dimorava Ippolita in uno stupido silenzio, poichè il dolore le impediva la parola, e rammentandosi degli ambigui ragionamenti di Manfredi, confermavasi in ciò che allora udiva da Isabella la quale, vedendola in tale stato, non diè all’amica risposta, ma corse a gettarsi a’ suoi piedi, e con sincerità mista di fermezza le disse; “Deh, cara madre!… che tal poss’io ben chiamarvi… sì… credetemi… fidatevi pure di me; io mi protesto di voler morir mille volte prima di acconsentire a farvi ingiuria, e prima di stringere un sì odioso”… “V’intendo… sì, v’intendo… ah! questo è troppo!” esclamò Ippolita, “a quali delitti apre un delitto la strada!… alzatevi, diletta Isabella… io non dubito della virtù vostra… ah, Matilda, vedo che questo colpo è per te troppo grave a soffrire!… non piangere, figlia mia, non far lagnanze… te ne scongiuro, anzi te lo comando… sovvengati ch’egli è tuo padre”… “Ma voi pure siete mia madre,” rispose con veemenza Matilda; “voi siete dotata d’ogni virtù, e indegna d’un simile trattamento… e non dovrò io… non dovrò io dunque lagnarmi?” “No, nol dovete,” soggiunse Ippolita; “consolatevi, tutto andrà bene, se piace a Dio. Manfredi nell’eccesso dell’amarezza per la morte del vostro fratello, non poteva riflettere a quel che diceva; e forse anche Isabella, allora sopraffatta, nol capì bene… ah! cara figliuola mia , tu non sai tutto!… credi a me… un destino già maturo pesa sul nostro capo, e la mano della Provvidenza sta aggravata sopra noi tutti… sarò in parte contenta, se potrò salvare almen te dai minacciati danni… ah sì! l’unico sacrifizio di me sola basterà forse per tutti… son risoluta… andrò io stessa ad offrirmi volontaria al divorzio… non penso a ciò che potrà accadere… voglio ritirarmi nel quì vicino monastero, dove mi propongo di passare il rimanente de’ giorni miei in isparger lagrime, ed in pregare il cielo per te, mia cara figlia, e per lui… sì, anche per lui.” “Voi siete,” soggiunse Isabella, “tanto buona ed utile a questo mondo, quanto è Manfredi esecrabile e dannoso… ma non crediate già, o signora, che la vostra condescendenza possa servir d’incentivo alla mia… giuro anzi, e chiamo in testimonio tutti gli angeli del cielo”… “No, non proseguite più oltre, ve ne prego,” interruppe Ippolita, “ricordatevi che non siete padrona di voi stessa, ma soggetta alla paterna autorità”… “Mio padre,” replicò Isabella, “è bastantemente pio, ed ha l’animo abbastanza nobile per non comandarmi un’azione indegna; ed inoltre ha egli un padre facoltà di obbligare contro un giuramento?… come! potre’io, già promessa al figliuolo, dar la mano al genitore!… no, principessa, non vi sarà forza umana capace di strascinarmi all’odiate nozze dell’aborrito e dispregevol Manfredi: le divine ed umane leggi proibiscono questa unione… ed oltre a ciò, come potrei lacerare il cuore della mia cara Matilda, facendo un torto sì manifesto alla di lei adorabile genitrice, che tale considero anche per me, non avendone conosciuta altra giammai… “Ah sì!” esclamò Matilda, “ella è madre comune di ambedue noi… e potremmo, cara Isabella, amarla quanto essa merita!” “Non più, amatissime figlie mie,” soggiunse Ippolita sommamente commossa, “la vostra tenerezza mi opprime… ma pure mi convien cedere… l’elezione dello stato non dipende mai dalle donne, tocca bensì a decidere della nostra sorte al cielo, a’ nostri genitori, ed a’ nostri mariti. Vi prego dunque a soffrir di buon animo, sino a tanto che sappiansi le vere determinazioni di Manfredi e di Federigo. Se il marchese accetta la mano di Matilda, son certa ch’ella sarà prontissima ad obbedire; quanto al rimanente il cielo si degnerà d’interporre la sua mediazione, ed impedirà ogni mala ventura”… quindi, rivolta a Matilda, la quale prostrata a’ suoi piedi scioglievasi in lagrime senza parlare, continovò: “ebbene che vuol dir questo?… ma no, seguite pure a tacere, figliuola mia, poichè non devo udir parola contro i desiderj del padre vostro.” “Aimè!”… replicò la figlia, “non temete della mia cieca obbedienza e verso di lui e verso di voi, malgrado l’orrore che ne risento… ma non posso, o madre mia, ricever da voi tanti contrassegni di tenerezza e di bontà, senza palesarvi i più intimi segreti di questo cuore”… “Matilda… Matilda,” disse Isabella, tremando, “cosa mai volete svelarle!… deh, rientrate in voi stessa”… “No, Isabella,” replicò l’altra, “io non meriterei d’aver questa madre incomparabile, se continuassi a tener racchiuso in petto, un segreto… no, io l’ho offesa, soffrendo che in questo mal guardato seno s’introducesse un affetto, senza il di lei consentimento… ma lo scaccerò per sempre… fo voto al cielo ed a lei”… “Figliuola mia… che volete mai dire?… a qual nuova calamità ci riserba il destino!… voi un affetto segreto!… voi!… e di più in questo momento in cui minacciati siam tutti di totale inevitabil distruzione!”… “Ah! ben conosco tutti i miei torti,” disse Matilda, “ed aborro me stessa, se ciò cagiona affanno alla madre mia, essendo essa la cosa più cara ch’io m’abbia in sulla terra… ah no… non lo vedrò mai più!” “Isabella,” soggiunse Ippolita, “voi siete a parte di questo fatale segreto; qualunque siasi, parlate.” “Come!” gridò Matilda, ” ho io totalmente perduto l’amor della mia genitrice che ella non vuoI permettermi d’accusar da me stessa il mio proprio fallo!… ahi! sventurata Matilda!”… “Deh, principessa,” disse allora Isabella, “non imitate la crudeltà di Manfredi! come potete vedere quest’anima virtuosa in tante angustie, e non averne pietà!”… Ippolita, stringendo Matilda fralle braccia, replicò: “le colpe della mia figlia non possono esser gravi… so quanto è buona, tenera, ed obbediente… sì, io ti perdono, virtuosa fanciulla, unica speranza mia.” Poscia Matilda narrò alla principessa la loro scambievole inclinazione per Teodoro, e l’intenzion d’Isabella di volerlene cedere generosamente il possesso. Biasimolle Ippolita per tale imprudenza, e fece conoscere alle medesime l’improbabilità che potessero i padri loro accettare per erede un giovine totalmente sprovvisto di beni di fortuna, quantunque nato d’illustre sangue: peraltro confortossi nell’intendere che le medesime nutrivano in cuore un affetto non inveterato, di cui avea Teodoro avuto soltanto un leggero indizio, e per fine ordinò ad amendue di evitare ogni ulteriore familiarità con esso lui. Matilda dal canto suo promesse con salda determinazione di eseguire il comando materno; ma Isabella, dandosi a credere che l’amica meditasse unicamente di facilitare la di lei unione con Teodoro, nulla rispose, tantopiù, non potendosi risolvere a porlo del tutto in oblio. “Voglio andare al monastero,” riprese Ippolita, “per far dire altre messe, onde il cielo ne dia grazia di sottrarci a questa nuova calamità”… “Ah madre mia!” disse Matilda, “volete dunque abbandonarci! pensate forse di ritirarvi in convento, e dare al genitore più agio di effettuare il funesto suo proponimento? Deh no, nol fate!… eccomi a’ piedi vostri… avete forse già risoluto di darmi a Federigo?… lasciatemi venir con voi in monastero”… “Acquietati, figliuola mia,” soggiunse Ippolita, “in breve ritornerò, nè mi separerò più da te, sin che non sappia, esser tale la volontà del cielo, e richiederlo il tuo bene.” “Deh! non mi celate le vostre determinazioni:” replicò Matilda, “io non acconsentirò mai ad isposare il marchese, se pure non mel comandate espressamente… oh Dio!… cosa avverrà di me!”… “E per qual ragione così ti disanimi?” riprese Ippolita; “ti ho pur promesso di tornar qui a momenti”… “Ah madre mia!”… replicò Matilda, “non vi partite, e difendete me da me stessa: un vostro severo sguardo avrà più forza di tutto il furore del padre. Tropp’oltre sono scorsi i miei affetti, e voi sola raffrenargli potete”… “Non più,” interruppe Ippolita, “voi non dovete ricader nell’errore.” “Sì, posso scordarmi di Teodoro,” rispose Matilda; “ma come avrò forza d’acconsentire ad altre nozze!… deh, permettetemi di venire in sacro asilo con voi, e di separarmi per sempre dai viventi!” “Il vostro destino,” soggiunse Ippolita, “dal genitore solo dipende, ed io vi avrei ingiustamente amata, se non aveste ancora imparato che non dovete rispettare nel mondo alcun più di lui… addio, figliuola, vado a fare orazione per voi.”
Erasi Ippolita seco stessa proposta di andare a domandare al P. Girolamo, s’ella poteva in coscienza non acconsentire al divorzio. Aveva eziandio più volte istigato Manfredi a rinunziare al principato, la cui posseduta signoria erale un peso troppo enorme; e simile scrupolo concorreva a renderle la separazione dal consorte meno acerba di quello che le sarebbe in altra circostanza sembrata.
Il P. Girolamo, tornando nella precedente sera dal castello, avea severamente ripreso Teodoro, per averlo in faccia di Manfredi dichiarato come istrutto e complice della sua fuga. Confessò il giovine, aver ciò fatto col buon fine di togliere al prencipe ogni sospetto sopra Matilda, scusandosi col dimostrargli che l’amor di padre, la nota illibatezza de’ suoi costumi, ed il sacro carattere mettevanlo in sicuro dalla collera del tiranno, e dalle riprensioni di chiunque si fosse. Il buon religioso fu dolente oltremodo nell’udire l’inclinazion del figliuolo per la giovine principessa, e lasciatolo andare a prender riposo, gli promise d’informarlo nella vegnente mattina intorno ad alcuni importanti segreti che lo avrebbero evidentemente persuaso a vincere tal passione. Teodoro, siccome Isabella, era poco accostumato a vivere sotto la paterna autorità, onde sottomettervisi di buon grado, e contro gl’impulsi del proprio cuore ripieno di bollor giovanile, per lo che non troppo curavasi di ascoltar le ragioni del P. Girolamo, e molto meno sentivasi inclinato a conformarsi colle medesime, avendo la leggiadretta Matilda fatta sul di lui animo impressione maggiore della doverosa filiale ubbidienza. Ebbe nella notte la mente ripiena di sogni amorosi, e la susseguente mattina era già tardi, quando si risovvenne, avergli il sant’uomo ordinato d’attenderlo davanti la tomba di Alfonso.
Allorchè il P. Girolamo lo vide arrivare, gli disse: “Teodoro, questo ritardo mi spiace; non avete voi ancora imparato a rispettare i comandi paterni?” Risposegli il giovane con frivole scuse, attribuendo l’indugio, massimamente al non essersi egli potuto in tempo svegliare. “E che bei sogni avete fatti, eh?” domandogli il padre: Teodoro arrossì, tacendo, e l’altro riprese: “pensate, giovane inconsiderato, che questa è una follia, e bisogna levarsela dalla mente… sì, mio caro figliuolo, sradica questa colpevole passion dal tuo cuore.” “Colpevol passione!” esclamò il giovine; “e può esser colpa l’amare la bellezza innocente e la modesta virtù!” “Sì, è una colpa,” replicò il P. Girolamo, “d’amar coloro di cui il cielo ha decretato il totale esterminio: la terra deve esser purgata dalla schiatta de’ mostri, ed il cielo punisce i tiranni fino alla terza e quarta generazione.” “Ma come è mai possibile,” aggiunse Teodoro, “ch’egli punisca in una persona giusta i falli d’un delinquente! La bella Matilda ha virtù bastanti da”… “Da mandarti in perdizione,” interruppe il padre; “hai tu forse dimenticato che il brutal Manfredi ha pronunziata due volte contro di te la sentenza di morte?” “No,” aggiunse Teodoro, “ma sovvienmi altresì che la caritatevol bontà della sua figliuola mi ha sottratto al di lui cieco furore… posso bene scordarmi delle ingiurie, de’ benefizj giammai.” “Le ingiurie che la stirpe di Manfredi ti ha fatte,” rispose il religioso, “son grandi, e molto più crudeli di quello che tu possi immaginarti… sii persuaso… non replicare, ma volgiti a quel simulacro per te sacrosanto: dentro quell’urna riposano le ceneri del buono Alfonso, principe ornato d’ogni virtù, padre del popolo, delizia del genere umano. Inginocchiati, giovine incauto, e raffrena le tue voglie, mentre un padre ti svela l’orribile arcano che deve dall’animo tuo discacciare ogni altra idea, e destarti una brama ardente di giustissima indispensabil vendetta… o crudelmente ingiuriato Alfonso!… comparisci ombra sdegnosa; attenebra intorno a noi quest’aria, e quì fermati sin che le mie labbra tremanti abbiano… ah!… chi mai si appressa!”… “La più sventurata tralle donne,” rispose Ippolita, entrando nella cappella… “padre, vorrei parlarvi; avete voi tempo di ascoltarmi?… ma cosa fa questo giovine ginocchioni?… che significa l’orrore impresso su’ vostri volti? e perchè davanti a questa venerabil tomba?… avete forse veduto qualche cosa?… per pietà, rispondete”… “Stavamo qui pieni di confusione,” replicò il religioso, “pregando fervorosamente il cielo onde si degni por fine ai mali che affliggono questa deplorabil provincia… deh, unitevi con noi, e la pura anima vostra sarà, spero, valevole ad impetrare dall’Altissimo la diversione delle terribili sciagure, le quali sembrano annunziate alla famiglia vostra dai prodigj negli scorsi giorni accaduti.” “Sì, prego istantemente il cielo di liberarcene,” soggiunse la devota principessa; “voi sapete che ho sempre impiegata questa vita ad implorar benedizioni sopra il mio consorte e sopra i figlj innocenti… oimè!… ne ho perduto uno!… restami solo a chiedere grazia per la mia povera Matilda… deh, santo religioso, pregate per lei!” “Ogni cuor buono pregherà per la medesima,” esclamò Teodoro con enfasi di tenerezza… “Taci, giovane imprudente,” dissegli il P. Girolamo;” “e voi, ottima principessa, rassegnatevi a’ supremi voleri. Iddio dà, Iddio toglie… benedite il suo santo nome, e piegate la fronte a’ suoi decreti.” “Lo fo con tutto il cuore,” soggiunse Ippolita; “ma posso io sperar la salvezza dell’unico mio conforto?… dovrà forse perire anche Matilda?… altra cagione però a voi mi ha condotta in questo momento: son venuta… piacciavi d’allontanare il vostro figliuolo, poichè nessuno, se non voi, ascoltar deve ciò ch’io sono per dire.” “Voglia il cielo accordarvi ogni grazia, benigna principessa,” dissele Teodoro, scostandosi; “ma un’occhiata del padre gl’impose silenzio, e lo fe’ partire.
Quindi, Ippolita narrò al religioso lo spediente da lei suggerito a Manfredi, e come egli avealo approvato, andando subito ad offrire la mano di Matilda a Federigo. Non potè il P. Girolamo nascondere la sua ripugnanza riguardo a tal proposta, ma dissimulò e colorì il suo turbamento coll’addurre per difficoltà il non sembrargli probabile che il marchese Federigo, siccome il congiunto più prossimo di Alfonso, volesse imparentarsi coll’usurpatore de’ suoi diritti, ed appunto in quel momento medesimo in cui era venuto per farsi render ragione di ogni affronto. Vie più grande fu la di lui perplessità nel doverla consigliare, allorchè la medesima, dichiarandosegli pronta ad assentire al divorzio, domandogli, se valido fosse e lecito il di lei consentimento; onde il P. Girolomo, non volendo mostrarsi direttamente contrario all’union di Manfredi con Isabella, si volse a dimostrarle quanto peccaminoso sarebbe stato un tal suo consenso, l’atterrì colla minaccia d’incorrere nello sdegno del cielo se vi aderisse, e con severe parole imposele di ricusar costantemente il divorzio con santa giustissima indignazione.
In questo frattempo aveva il prencipe fatta parola al marchese sulla doppia maritale unione, ed egli, essendo già preso della leggiadra bellezza di Matilda, ascoltò con grande attenzione l’offerta. L’affetto che aveva indebolito il suo cuore gli fece in un subito scordare l’inimicizia per Manfredi, tantopiù, non credendosi possente abbastanza per ritogliersi la signoria d’Otranto con la forza dell’armi; e riflettendo eziandio che il principe ritrovavasi in età da far ragionevolmente sperare che non potesse aver successione, parvegli, essere il maritaggio suo con Matilda l’unico mezzo per rientrare un giorno, e senza usar violenza, al possesso del principato. Finse peraltro maravigliarsi a tal proposizione, e per mera formalità non volle dar decisiva risposta, prima di saper le intenzioni d’Ippolita. Manfredi si prese a carico l’approvazione della consorte, ed estremamente gioioso d’aver riuscito nel suo intento, siccome pure colmo d’impazienza di vedersi in istato d’aver figliuoli, corse all’appartamento d’Ippolita, determinato di ottenere ad ogni patto dalla medesima il consentimento. Allorchè gli fu detto, esser ella andata al convento, avvampò d’ira, imperciocchè la reità della sua coscienza gli fece supporre che, avendole Isabella manifestato il di lui proponimento, si fosse la consorte colà ricoverata in asilo, sin a tanto che avesse fatti nascere tanti ostacoli da render vano il meditato divorzio. Tendevano a confermarlo maggiormente in tale idea i sospetti che avea riguardo al P. Girolamo, e temeva, aver quegli non solo dissuasa la principessa dall’aconsentire al di lui intento, ma averla eziandio sollecitata a ritirarsi in luogo sacro. Colla mente piena di tali pensieri, e coll’idea d’impedire l’esecuzione de’ progetti in lei supposti, affrettossi d’andare al convento, e vi giunse appunto mentre stava il religioso esortando la principessa ad opporsi al divorzio.
“Che fate quì?” disse Manfredi ad Ippolita; “perchè non avete aspettato il mio ritorno dalle camere del marchese?” “Son venuta,” rispose la principessa, “a pregare il cielo d’ispirare ad ambedue rette intenzioni nel tempo della vostra conferenza.” “Le mie conferenze,” soggiunse Manfredi, “non han bisogno che si ricorra alle invenzioni de’ frati… e poi, non ci sono al mondo altre persone, con cui piacciavi ragionare, in fuor di cotesto vecchio traditore?” “Empio!” riprese il P. Girolamo, “ed innanzi all’altare vieni a dire ingiurie ai ministri d’Iddio!… ma ascoltami, o Manfredi, son già noti gli scellerati tuoi disegni; il cielo non gli ignora, e questa virtuosa gentildonna gli sa… cedi… non guardare intorno sì torvo… abbassa quell’orgogliosa cervice… la chiesa disprezza le tue minacce, e i di lei fulmini strideranno più efficacemente del tuo rabbioso e pazzo furore. Persisti, seppure ardisci, nella rea intenzione dell’immaginato divorzio, sinchè l’ecclesiastica potestà abbia pronunziata la sentenza; che io quì, per autorità di lei, fulmino la scomunica sul tuo capo!” “Ribelle insolente,” soggiunse Manfredi, procurando di celare il timore ispiratogli dalle parole del sant’uomo, “ed hai anche ardire di minacciare un legittimo principe?”… “Tu non sei legittimo principe,” replicò il religioso; “no, non sei principe… va… va’ a discutere con Federigo le tue pretensioni; e quando avrai fatto ciò”… “Ciò è già fatto,” replicò Manfredi; “Federigo accetta la mano di Matilda, ed è pronto a cedere alla mia linea masculina il perpetuo dominio di questo stato”… Mentre dicea tai parole, tre gocce di sangue caddero dal naso della statua d’Alfonso, per il qual nuovo prodigio Manfredi impallidì, e la principessa si gettò ginocchione davanti al simulacro. “Vedi! vedi!” disse il P. Girolamo, “osserva questo miracolo: ciò significa che il sangue d’Alfonso gronda a goccia a goccia, sdegnando di mischiarsi col tuo.” “Deh, amato consorte!” soggiunse Ippolita, “rassegnatevi a’ celesti voleri; non pensate già che, essendo stata io sin ora moglie obbediente, voglia ribellarmi dalla vostra autorità; io non ho altro volere, se non quello che può esser conforme al voler della chiesa ed al vostro; ricorriamo al santo suo tribunale, giacchè non possiam da noi stessi sciogliere i sacri vincoli da cui siamo ambedue stretti. Se la chiesa approverà il discioglimento del nostro matrimonio, sia pure… mi restan pochi anni da vivere, e son quegli appunto della ritiratezza e dell’umiliazione. E come potrò io spender meglio la vita, che pregando appiè di questo altare per la salvezza vostra e di Matilda?”… “Ma frattanto voi non dovete rimaner quì,” replicò Manfredi; “ritornate meco al castello, e là consulteremo insieme come debba compirsi la nostra separazione… non deve però venirci questo frate raggiratore il quale ardisce mischiarsi ne’ fatti altrui; questo turbolento traditore non dee più metter piede nella mia tranquilla casa… in quanto poi al tuo bastardo,” disse al padre, “io lo esilio da tutti i miei stati: qualunque sia lo sposo che toccherà ad Isabella, questo non sarà certo il figliuolo del P. Girolamo Falconara, da lui fatto scaturire non si sa nè di dove, nè come.” “V’ingannate, signore,” riprese il religioso; “chiamate piuttosto scaturiti non si sa nè di dove, nè come coloro i quali s’intrudono ne’ seggj de’ legittimi principi, e che poi appassiscono a guisa dell’erba del campo, nè il loro stato più oltre gli riconosce.” Manfredi, guardando con disprezzo il religioso, fe’ cenno alla consorte di precederlo; ma giunto alla porta della chiesa, parlò all’orecchio di uno de’ suoi, ordinandogli di tenersi nascosto intorno al convento, per osservare se alcuno del castello colà ne andasse, e recargliene pronta e segreta notizia.
CAPITOLO QUINTO.
LE riflessioni fatte da Manfredi sul contegno del P. Girolamo contribuivano a persuadergli, aver esso parte ne’ segreti amori tra Isabella e Teodoro; ma confermarono in lui quasi pienamente tal sospetto le ardite ultime invettive del religioso, così dissimili dall’usata sua modestia di atti e di parole. Temeva altresì il prencipe che il sant’uomo fosse segretamente protetto e sostenuto dal marchese Federigo, il cui arrivo accaduto appunto quasi nel momento della riconoscenza del figlio, sembrava, essere una prova irrefragabile di un accordo premeditato. Recavagli anche non picciol disturbo la meravigliosa rassomiglianza tralle fattezze di Teodoro e la dipinta effigie di Alfonso; e quantunque sapesse che egli era morto indubitatamente senza successione, e che Federigo aveagli volentieri accordata Isabella in consorte, tuttavia mille funeste idee gl’intorbidavan la mente. Due soli mezzi se gli presentavano onde uscir d’impaccio: il primo si era di rinunziare al marchese il proprio dominio; ma l’alterigia, l’ambizione, e la fidanza in altre antiche profezzie, le quali sembravan prometterne alla sua famiglia il perpetuo possesso, lo rimuovevano da simile determinazione. L’altro spediente era di sollecitar le sue nozze con Isabella: e mentre, fisso in tali pensieri, si avviava con Ippolita verso il castello, prese a ragionarne con esso lei, palesolle l’inquietudine dell’anima sua, e servissi di ogni insinuante raziocinio per ottener quasi a forza il di lei consentimento, come pure la promessa di proporre ella stessa, e facilitare il divorzio. La volontà d’Ippolita non abbisognava di forti persuasioni onde aderire a ciò che poteva essere gradito allo sposo. Procurò ella da prima disporlo a rinunziare ai suoi stati; ma sembrandole non potere indurvelo, lo accertò che, per quanto la coscienza le permetteva, non sarebbesi opposta a tal separazione, benchè non avrebbe nemmeno fatta premura alcuna perchè succedesse, per non esser poi tormentata da scrupoli più forti, e meglio fondati de’ suoi.
Una simil condiscendenza, sebbene tal non fosse quale il prencipe desiderata l’avrebbe, bastò non pertanto a fargli concepire in mente più certe speranze. Pensava che la sua possanza, e le sue ricchezze dovessero ottenergli facilmente il divorzio dal pontificio tribunale, innanzi a cui meditò d’impegnar Federigo a comparire, onde meglio agevolarne la riuscita; d’altronde tale e così fervente eragli sembrato l’amor del marchese verso Matilda, ch’egli sperò di ottenere ogni sua brama, facendo opportunamente servire le bellezze della figlia, secondo che paressegli Federigo più o meno disposto a cooperare a’ suoi fini. Per ultimo l’assenza del marchese da Otranto per andare a Roma fornivagli un altro vantaggio, quello cioè di rinforzare, lui assente, il suo partito, e di provvedere efficacemente alla propria sicurezza.
Avendo mandata Ippolita alle di lei stanze, andavasene Manfredi all’appartamento dell’ospite suo, quando nell’attraversare il salone, incontrossi con Bianca, la quale sapendo egli, esser partecipe de’ segreti d’Isabella e di Matilda, gli cadde subito in pensiero di volerla con destrezza esaminare circa Teodoro ed Isabella; onde, chiamatala in disparte, e preparatala con molte lusinghevoli parole e promesse, dimandolle se le eran noti gli arcani del cuor d’Isabella. “A me, Altezza!” replicò Bianca; “Altezza no… oh! Altezza sì… povera signorina! sta in grandissimo timore per le ferite che il suo signor padre ha ricevute; io però le dico sempre che non sono pericolose… non è vero, Altezza? non è così?” “lo non ti domando,” soggiunse il prencipe, “cosa ella pensa di suo padre, “ma bensì se tu sai tutti i segreti del di lei cuore: via, sii buonina meco, e dimmi sinceramente se vi fosse mai qualche giovanotto… eh?… già tu capisci bene quel che voglio dire.” “Che cosa?” disse Bianca; “io non intendo nulla, signore… ho solamente insegnato alla signora Isabella a preparare il sugo di certe erbe buone per le ferite, e l’ho esortata a tranquillarsi, perchè”… “Ma io non parlo di suo padre,” replicò Manfredi con impazienza; “lo so che è fuor di pericolo”… “Davvero!” interruppe Bianca; “Vostr’Altezza mi fa tutta rallegrare, poichè, quantunque non mi paresse ben fatto di mettere in apprensione la signora Isabella, tuttavia il signor marchese sembravami molto pallido; e da certi segni credevo… mi ricordo quando Ferdinandino fu ferito dal Veneziano”… “Tu non mi rispondi a quel ch’io ti domando,” interruppe Manfredi, “ma prendi, eccoti un anello; potrà forse questo farti star più attenta…. via, via, non farmi tanti inchini; e pensa che la mia bontà saprà anche meglio ricompensare il tuo zelo e la tua fedeltà… su via, svelami gli arcani del cuor d’Isabella.” “Benissimo,” riprese Bianca, “Vostr’Altezza ha una maniera di persuadere che certamente… ma potrà ella tener segreta una cosa?… se mai se la lasciasse scappar di bocca”… “No, no, non dubitare,” rispose con impazienza Manfredi; “di’ pure.” “Ma… dunque”… continovò Bianca; “povera me, se mai si risapesse che l’ho detta!… ebbene la verità non si deve celare: ecco quello che io so… ma zitto per carità: non credo adunque che la signora Isabella abbia mai voluto troppo bene al signor principe suo figlio… eppure egli era il più buon cavaliere che si potesse veder con due occhj… oh, s’io fossi stata una principessa… a proposito, bisogna ch’io me ne vada; la padrona mi aspetta… non saprà cosa pensar di me”… “Non partire,” disse Manfredi; “tu non hai ancora risposto alla mia domanda: dimmi; hai tu portato mai qualche ambasciata?… qualche letterina”… “Oh!… che dice mai Vostr’Altezza!” replicò Bianca; “Io portar lettere! non lo avrei fatto quand’anche avessi creduto di diventare una regina; spero che Vostr’Altezza mi stimi fanciulla onesta, quantunque povera… non ha mai sentito parlare delle ricche offerte fattemi dal conte Marsilj, quando era tanto innamorato della signora principessa Matilda?”… “Ora non ho tempo d’ascoltar le tue ciarle,” soggiunse Manfredi; “io non dubito della tua onestà, ma sappi che è tuo dovere di non celarmi cosa alcuna: dunque; da quando in quà Isabella conosce Teodoro?” “Ve’ ve’,” rispose Bianca; “come Vostr’Altezza sa tutto! come conosce l’animo delle persone!… io però non posso dirle nulla di sicurissimo su questo punto… peraltro, se devesi dire la verità, Teodoro è un compitissimo giovane, e la signora principessa Matilda dice ch’egli è il vero ritratto del buono Alfonso… come! Vostr’Altezza non ci ha fatta attenzione?” “Sì, sì, finiscila,” gridò Manfredi; “non mi annoiar più; dove si son trovati insieme? dove gli ha parlato?” “Chi?” domandò Bianca, “la signora principessa Matilda?” “Non parlo di Matilda,” soggiunse Manfredi, “voglio dire Isabella; da quando in quà ha fatta amicizia con Teodoro?” “Come l’ho da saper io?” rispose Bianca. “Tu lo sai, e me lo devi dire,” aggiunse il prencipe. “Oh sicuramente, se lo sapessi!” replicò Bianca; “ma come può mai Vostr’Altezza esser gelosa di Teodoro!” “Io geloso!” esclamò Manfredi, “eh cosa vai tu fantasticando?… senti; a dirla quì tra noi, avrei quasi intenzione di maritargli insieme, ma temo di trovar ripugnanza in Isabella”… “Ripugnanza!” interruppe Bianca, “no, no, prometto io a Vostr’Altezza per lei; come! ripugnanza? egli è il più compito cavaliere della terra: siamo tutti innamorati delle di lui gentili maniere; e non c’è nel castello un sol cuore che non giubbilasse di vederlo nostro principe… s’intende già quando Vostr’Altezza, che il cielo conservi pure mill’anni, sarà passata a miglior vita”… “Intendo,” disse Manfredi; “siam dunque arrivati in casa mia sino a questo punto! ed è tanto accreditato quel maligno frate? quì non bisogna perder tempo… va’, Bianca, da Isabella, e procura di spiare i segreti del di lei cuore; io vo’ saper tutto, e bada bene che non t’esca di bocca una sola parola del nostro presente discorso. Indaga destramente se ha concepito affetto per Teodoro; riferiscimi tutto a un puntino, e ricordati che ho un altro anello similissimo a quel che ti ho dato. Aspettami giù appiè della scala a chiocciola, perchè voglio parlar teco più a lungo: vado dal marchese, e vengo.”
Entrato Manfredi nella camera di Federigo, dopo alcuni generali ragionamenti, lo pregò di allontanare i due cavalieri suoi compagni, dicendogli di dovergli comunicare qualche importantissimo negozio. Appena furon rimasti soli, egli incominciò ad interrogare artificiosamente il marchese riguardo a Matilda, e trovandolo disposto a secondar le di lui brame, dettegli qualche leggero indizio intorno alle difficoltà che sarebbero insorte contro la celebrazione de’ loro sponsali, a meno che… ma Bianca entrò improvvisamente nella camera tutta spaventata e tremante, ed interrompendogli, così prese a dire: “Oh signore!… signore!… non v’è più scampo per noi… egli si è fatto vedere un’altra volta”… “Chi?” esclamò Manfredi in atto di maraviglia. “Oh che mano!… che gigante!” prosegui Bianca; “deh, mi faccia portar dell’acqua per carità!… son fuor di me… stanotte non voglio dormire in questo palazzo… ma dove andrò io?.. certamente… domani mi manderanno le mie robe… fosse pur piaciuto al cielo che avessi sposato Francesco… ah! è stata l’ambizione… me lo merito”… “E cosa mai vi ha cotanto spaventata, bella fanciulla?” domandolle il marchese; “acquietatevi; qui siete perfettamente in sicurezza; non abbiate timore?” “Grazie, signor marchese, grazie,” disse Bianca; “ma lasciatemi andar via, ve ne prego; voglio piuttosto partire solamente con quel che ho indosso che restare un’altra ora in questa casa.” “Vattene,” soggiunse Manfredi, “tu hai perduto il senno; va’ non c’interrompere; trattiamo affari di somma importanza… scusatemi per un momento, signor marchese; questa povera ragazza patisce spesso di convulsioni, e quando la sopraggiungono non sa quel che dice… Vieni meco Bianca”… “Ah no! no per l’amore di tutti i Santi!” rispose quella, “non voglio venire… la figura gigantesca apparisce solo per ammonir Vostr’Altezza; perchè l’ho da veder io un’altra volta… io recito le mie orazioni mattina e sera… avesse pur voluto ella credere a Diego; la mano che ho veduta è appunto compagna a quella gamba da lui osservata nel camerone accanto alla galleria… e poi il P. Girolamo ci ha ripetuto molte voltc che la famosa profezia si deve avverare uno di questi giorni.” “Bianca, tu sogni,” dissele il prencipe, “va’, va’ a spaventare gli sciocchi tuoi pari con queste follie.” “Come! come!” gridò essa, “Vostr’Altezza mi piglia forse per una pazza? Crede che io non abbia visto nulla? vada, vada pur Vostr’Altezza appiè dello scalone… sì, ne son certa… ce l’ho veduto io”… “Che cosa?” domandò Federigo, “diteci, bella ragazza, che avete veduto?” “E come potete mai, signor marchese,” soggiunse Manfredi, “ascoltare i delirj di costei!” essa ha udite tante novelle di sogni e di apparizioni, che, avendo un debolissimo spirito, finalmente le crede.” “Questa non pare, a dir vero, una fantastica idea,” continovò il marchese, “poichè il suo terrore è troppo naturale, e troppo fortemente impresso nel volto, da crederlo un effetto di pura immaginata apprensione; su via, amabile giovinetta, raccontateci in qual maniera vi siete cotanto turbata in volto.” “Oh; sì signore!” rispose Bianca, “mille grazie… debbo avere un viso pallido come la morte… quando la paura sarà passata starò meglio… me ne andavo dunque alle stanze della signora Isabella per ordine del signor principe”… “Non vogliamo ascoltar minuzie,” interruppe Manfredi; “poichè il signor marchese ha la bontà di sentir le tue chiacchiere, continova pure, ma sbrigati in poche parole.” “Altezza, le domando perdono,” replicò Bianca, “ma questo è troppo contradire… ho paura sin della mia ombra!… mai, mai in vita mia… io me ne andavo dunque, come ho già detto, per ordine del signor principe alle stanze della signora Isabella, la quale abita nella camera dov’è la tappezzeria di dommasco celeste, nel primo piano a man dritta; giunta allo scalone, incominciai a montar pian piano, osservando questo bell’anellino di diamanti che il signor principe mi aveva allor allora donato”… “Che pazienza!” gridò Manfredi, “e quando ci dirai quello che ti domandiamo? cosa importa al signor marchese di saper s’io t’ho fatto un regalo, volendoti ricompensare per l’attenzione che usi in servir la mia figlia? si vuol solamente sapere cos’hai veduto.” “Sì, signore… dicevo appunto,” riprese Bianca, “se pur Vostr’Altezza vuol permettermi di seguitare… e così, io montava nettando quest’anellino con una cocca della mia vesta, appannandolo prima col fiato per inumidir la polvere che v’era sopra, e… certo non potevo aver saliti tre scalini, quand’ho ascoltato il fracasso d’un’armatura tal quale disse Diego, aver sentito allorchè il gigante passeggiava nel camerone accanto alla galleria”… “Che vuol ella dire!” domandò il marchese al prencipe; “è forse questo palazzo abitato da spiriti per incanto?” “Come!” esclamò Bianca, “non le hanno raccontato del gigante veduto nel camerone accanto alla galleria?… mi maraviglio fortemente che Sua Altezza non le ne abbia detto nulla… forse ella non sa nemmeno che c’è una profezìa”… “Questo cicaleccio è insoffribile,” interruppe Manfredi; “signor marchese, mandiamo via questa pazzerella; abbiamo cose più importanti da trattar insieme, senza stare ad ascoltar queste fandonie.” “Scusatemi, signor principe,” insistè Federigo, “queste non mi paion del tutto fandonie: la smisurata spada che, essendo nella foresta, fui mandato a scavare, e l’elmo ad essa proporzionato, il quale è nel cortile di questo castello vi sembrano fantasie d’un cervello donnesco?” “Così dice anche Iacopo,” soggiunse Bianca; “anzi egli è di parere che avanti la luna nuova debbano qui vedersi delle strane rivoluzioni: in quanto a me, non mi farebbe maraviglia se ciò accadesse domani, perchè, siccome io dicevo, quando ho sentito il rumore dell’armatura, mi è venuto il sudor freddo… ho guardato in su, e se Vostr’Altezza mi vuol credere, ho veduto sulla balaustrata superiore dello scalone un braccio grosso grosso, e coperto di ferro…. c’è mancato poco ch’io non sia caduta in terra tramortita… poi mi son messa a fuggire, e non mi son fermata, nè voltata indietro sino a che non son giunta quì… quanto avrei fatto meglio di andarmene subito fuori di questo palazzo! Di più, la signora principessina Matilda mia padrona mi disse ieri che la signora principessa Ippolita sa certe cose, dalle quali si può”… “Tu sei un’impertinente,” gridò Manfredi; “signor marchese, io credo che questa scena sia stata concertata a bella posta per farmi oltraggio: sarebber mai i miei servi indettati per raccontar novelle ingiuriose all’onor mio?… Se volete proseguire senz’accomodamento la discussione della nostra causa, servitevi soltanto di mezzi generosi; oppure, se devesi ultimare intieramente e per lo meglio la nostra lite, facciasi sposando reciprocamente le nostre figliuole; ma, credetemi, è un’azione indegna d’un pari vostro il subornar con denaro una sciocca come costei”… “lo mi rido della vostra offensiva accusa,” interruppe Federigo; “io non ho mai veduta questa damigella, e molto meno gli ho donati anelli… capitemi… ah principe!… credo di leggervi chiaro nel vostro volto il turbamento della peccaminosa coscienza vostra; e vorreste poi rigettare il sospetto e la vergogna sopra di me… ma no… tenetevi pure la vostra figlia, e più non pensate ad Isabella: i portenti da’ quali si argomentan chiari i divini giudizj, che sovrastano alla vostra famiglia, mi proibiscono assolutamente d’imparentarmi con voi.
Tale fu la fermezza con cui il marchese proferì le ultime sue parole, che Manfredi ne rimase scoraggito, e preparossi a calmarlo; laonde, rimandata Bianca, fece umiliantissime sommissioni a Federigo, e celebrò sì artificiosamente i pregj di Matilda, che se gli ridestarono in seno i primieri affetti. Siccome per altro non era il cuore del marchese da lungo violento amore infiammato, così non potè sormontar di subito i concepiti scrupoli. I confusi discorsi di Bianca aveangli fatto altresì abbastanza capire, essersi il cielo stesso dichiarato contro Manfiedi; e d’altronde i proposti maritaggj gli toglievano, almen per allora, la speranza di possedere direttamente il principato d’Otranto, e dispiacevagli non poco di doverlo cambiar con Matilda, per quanto bella e vezzosa si fosse. Contuttociò, non volendo totalmente lasciar la sua impresa, si propose di acquistar tempo, e domandò al prencipe se veramente Ippolita acconsentiva al divorzio. Manfredi, credendo non trovare in lui altro ostacolo, rallegrossi estremamente, e fidandosi alla cieca obbedienza della consorte, assicurò Federigo, esser la medesima prontissima ad acconsentirvi, e poter egli a suo piacimento accertarsene, parlandone con esso lei.
Mentre tratteneansi in tali ragionamenti, fu dato avviso che preparato era il pranzo, onde Manfredi condusse il marchese nel salone, ove trovarono Ippolita colla figlia ed Isabella che gli attendevano. Il prencipe fece seder Federigo allato a Matilda, ed ei si pose in mezzo tralla consorte ed Isabella. Ippolita mantenne un’aria grave quantunque sociabile; ma le due giovani stavansi melanconiche e taciturne. Manfredi avea determinato di togliere in quella medesima sera ogni dubbio a Federigo, ed impegnarlo a condiscendere a’ suoi voleri, onde prolungò molto tempo il banchetto, dimostrando esteriormente ilarità e contentezza, e motteggiando il marchese con ripetuti brindisi misteriosi; ma: egli, assai più guardingo di quel che avrebbe il prencipe desiderato, scusossi dal soverchio bere coll’ammissibile scusa d’aver perduto troppo sangue nel giorno avanti. Tuttavolta Manfredi, per ostentar maggiormente la finta tranquillità dell’animo suo, bevve egli solo in abbondanza, benchè non giungesse sino all’ubriachezza.
Molto era avanzata la sera, allorchè si levaron tutti da mensa. Manfredi avrebbe voluto ritirarsi in luogo appartato con Federigo, per tornare a ragionar seco lui; ma egli, adducendo in iscusa debolezza di membra e bisogno di riposo, ritirossi nel suo appartamento, dicendo al prencipe con sorridere, che la sua figlia avrebbe potuto fargli buona compagnia, sino a tanto che egli ritornasse. Manfredi accettò la proposta, ed accompagnò alle di lei stanze Isabella, renitente al sommo e scontenta. Matilda intanto andò colla madre a goder la frescura della notte quieta e serena, passeggiando su’ baluardi del castello.
Quando ciascuno si fu quà e là incamminato, escì Federigo dalla sua camera, e domandò se la principessa Ippolita era sola; ed una delle sue damigelle, la quale non l’avea veduta escir fuori a prender fresco, risposegli che a quell’ora ella usava di ritirarsi in cappella a fare orazione, e che ivi l’avrebbe probabilmente ritrovata. Durante il pranzo erasi il marchese sempre più acceso d’amore per Matilda, e non volle perdere un sol momento per andare ad informarsi, se Ippolita fosse veracemente determinata e contenta di sciogliersi da’ legami nuziali, siccome il prencipe aveagli voluto far credere. I prodigj veduti e narrati eransegli, a dir vero, fortemente impressi nell’animo, ma per allora la violenta passione ed i caldissimi desiderj suoi non gli davano agio di farvi attenzione. Andossene dunque cheto ed inosservato all’appartamento d’Ippolita, con ferma risoluzione d’istigarla ed incoraggirla al divorzio, essendosi accorto che Manfredi voleva esser sicuro di possedere Isabella, prima d’accordargli la tanto da lui bramata Matilda.
Regnava per le camere della principessa un perfetto silenzio, e da ciò conchiuse, esser la medesima in cappella com’eragli stato detto; onde colà incamminossi. La porta era socchiusa, ed aprendola pian piano vide al barlume d’una lampada una persona inginocchiata davanti all’altare, la quale, nell’approssimarsele, non parvegli una donna, ma un uomo coperto di un lungo manto di velluto colle spalle voltate verso di lui, ed orante con attentissima devozione. Voleva Federigo tornarsene indietro, ma quella figura, alzandosi, fermossi in piedi a meditar fissamente, ma senza voltarsi. Erasi immaginato il marchese che quella persona si volesse partir di là, essendo stata nell’orazione interrotta, onde volendosi scusare, le disse. “Reverendo padre, io mi credeva che la principessa Ippolita”… “Ippolita!” rispose una fioca voce; “sei tu forse venuto in questo castello ad oggetto d’Ippolita?” così dicendo, la persona si volse verso di lui, girandogli posatamente intorno, e gli presentò davanti uno scheletro vestito da eremita. “Proteggetemi voi, angeli del paradiso,” esclamò Federigo, ritirandosi indietro. “Merita la lor protezione,” disse lo spettro; ed il marchese, gettandosi ginocchioni, pregò il fantasma d’aver misericordia di lui. “E non mi riconosci?” domandogli lo spettro; “ricordati della foresta di Ioppa.” “Sei tu forse quello stesso eremita?” replicò tremando Federigo; “vuoi tu ch’io faccia qualche cosa per procurarti eterna requie?” “Forse,” soggiunse lo spettro, “ti ha liberato il cielo dalla schiavitù, perchè tu corra dietro a carnali diletti?… hai forse posta in dimenticanza la spada da te scavata, ed il celeste avviso che vi si legge scolpito?” “No, no,” rispose Federigo, “mi risovvengo di tutto… ma dimmi, beato spirito, perchè mi apparisci? cosa mai far deggio?” “Scordar Matilda;” dissegli il fantasma, e disparve.
Agghiacciossi a Federigo il sangue nelle vene, e rimase immobile per qualche momento; dipoi, prostratosi davanti all’altare colla faccia per terra, implorò l’intercessione di tutti i santi del cielo. Indi sparse un torrente di lagrime, nè sentendosi forte abbastanza da scordare in un momento le adorate sembianze di Matilda che, suo malgrado, se gli ravvolgevano sempre più belle nel pensiero, abbandonossi quasi tramortito sul pavimento, oppresso dai rimorsi e dall’amore. Prima che potesse ricovrare gli smarriti spiriti, Ippolita entrò tutta sola nell’oratorio con una candela accesa in mano; e vedendo un uomo steso a terra, diè un grido, credendolo morto. Il di lei spavento riscosse Federigo, onde levandosi di subito, col volto tutto bagnato di lagrime, tentò di nascondersi, e partire; ma la principessa il trattenne, e scongiurollo caldamente e colle più lamentevoli preghiere a narrarle la cagione del suo turbamento, e per quale strano accidente lo aveva ella trovato in simil postura. “Ah! virtuosa principessa!” le rispose estremamente addolorato il marchese, e più non disse. “Deh! per amor del cielo!” soggiunse Ippolita, “non mi celate, o signore, la causa della vostra grave afflizione! Che mai significan coteste dogliose voci, e coteste esclamazioni affannose nel proferire il mio nome? voi mi fate gelare il cuore! quai nuove sventure prepara il cielo ad Ippolita?.. ed ancor tacete?… ah! ve ne prego per tutti gli angeli,” continovò ella, genuflettendosi avanti a lui, “palesatemi ciò che nel vostro cuore si asconde… mi accorgo bene che soffrite pene amare per me; sì, voi soffrite l’acuto dolore che ancora me fate provare… parlate per pietà!… questo segreto concerne forse la figlia mia?… ah!… non ho neppur forza di parlare!” Federigo partì repentinamente, esclamando: “Oh Matilda!”
Lasciata in tal modo la principessa, affrettossi di andare al suo appartamento. Incontrò sulla porta Manfredi il quale, essendo alterato alquanto dal vino e dall’amore, era venuto in traccia di lui, per invitarlo a spendere una parte della notte in ascoltar suoni e canti, e divertirsi: ma Federigo, offeso da un invito sì contrario alla tristezza dell’anima sua, lo rispinse con isdegno, ed entrato nella camera, serrò con dispetto la porta in faccia a Manfredi, e vi si chiuse dentro a chiavistello. Infuriatosi l’altiero prencipe, montò in tanta collera da commettere in tal momento qualunque eccesso. Uscì dal palazzo, e nell’attraversare il cortile, incontrò quello stesso servitore che aveva lasciato intorno al convento, per ispiare gli andamenti del P. Girolamo e di Teodoro. Costui ad esso ne veniva tutto ansante, per informarlo che Teodoro ed una dama giunta dal castello, stavansi allora privatamente conferendo avanti la tomba di Alfonso nella chiesa di S. Niccola; e che egli aveva senz’alcun dubbio riconosciuto Teodoro, ma, attesa l’oscurità della notte, non avea potuto ravvisar la gentildonna colà venuta.
Manfredi, già fuor di se per la rabbia, si risovvenne, averlo poco innanzi Isabella quasi da se discacciato, nulla curandosi d’irritarlo; onde non dubitò che il trattamento da lei fattogli proveniva dall’impazienza di andare a ritrovar Teodoro. Sembrandogli tal congettura benissimo fondata, ed essendo di più adirato contro il di lei padre, andossene segretamente in chiesa; ed introducendosi pian pianissimo per una navata, guidato da un debol chiarore di luna che per le finestre rendea un dubbio lume, si fece avanti verso la tomba di Alfonso, seguitando il bisbiglio confuso delle persone, di cui andava in traccia. Le prime parole che potè capire chiaramente furon queste: “oimè! ciò forse da me dipende? e vorrà Manfredi permettere le nostre nozze?” “No,” gridò il tiranno, “questo colpo le impedirà:” e tratto un pugnale ferì con quello la persona che avea parlato, e la trafisse dalle spalle fino al petto… “Oimè, son morta!” esclamò Matilda; “cielo, ricevi in pace l’anima mia!” “Uom brutale!… mostro inumano!… che hai tu fatto?” gridò Teodoro, lanciandosegli sopra, e strappandogli il ferro di mano… “Arresta, arresta il tuo empio braccio,” esclamò Matilda, “egli è mio padre!” A tai detti si riscosse Manfredi come da un sogno, si battè colle pugna il petto, si avviluppò le mani nei capelli, e fece forza per ricuperare il pugnale onde ferir se medesimo; Teodoro frattanto non meno fuor di se, e raffrenando l’eccesso della sua doglia solo quanto bastar poteva a prestare assistenza a Matilda, avea là chiamati colle sue strida alcuni religiosi in aiuto; e mentre parte di essi adoperavansi insiem coll’afflittissimo Teodoro ad arrestare il sangue che in larga copia usciva dalla piaga della moribonda Matilda, attendeva il rimanente ad impedir a Manfredi di darsi la morte.
Matilda, rassegnandosi con pazienza al suo crudel destino, mostravasi con isguardi di riconoscente amore grata allo zelo di Teodoro, e per quanto la debolezza sua le permetteva di parlare, pregò quei che le assistevano a soccorrere e confortare il genitore. Giunta era frattanto la trista novella al P. Girolamo, il quale accorse, e con isdegnose occhiate rimproverò prima il figlio; indi, rivolgendosi a Manfredi, così gli disse: “Tiranno! osserva il compimento delle sventure che sovrastavano all’empio tuo capo! Il sangue di Alfonso chiamava la vendetta del cielo; ed il cielo ha permesso che il suo sepolcro fosse contaminato da un omicidio, col quale tu stesso lavassi l’antica macchia col sangue della tua figlia!”… “Deh, non siate così crudele!” esclamò Matilda; “non aggravate con tai rimproveri le miserie di un padre!… voglia il cielo benedirlo e perdonargli, come fo io! Ah signore!… ah mio dilettissimo padre! volete voi perdonarmi il fallo mio? vi giuro che non son venuta quì a fine di parlare a Teodoro: io l’ho quivi ritrovato in orazione, dove la cara madre mia aveami mandata a pregar per voi e per lei.” “E tu mi domandi ch’io ti perdoni?” gridò Manfredi; “io perdonare a te? io, mostro il più inumano su questa terra! sta forse all’uccisore il dar perdono? Io ti ho tolta in cambio d’Isabella… ma il giusto cielo ha, per confondermi, diretto il mio braccio omicida contro la mia propria figliuola!… oh Matilda!… Matilda!… non ho forza di dirlo… puoi tu perdonare al mio insano furore?” “Sì, io lo posso,” rispose Matilda; “sì, io vi perdono con tutto il cuore; e prego il cielo di avere accetta, e confermare la mia sincera volontà… ma poichè ho ancora tanto vigor di vita da parlare, ditemi, che avverrà della madre mia?… oh! quanto ella soffrirà per me!… la consolerete voi, amato padre? persisterete voi a volervi da lei separare?… credetemi, ella vi ama con tutta l’anima sua… ahi!… mi sento mancare!… portatemi al castello… io desidero tanto di vita quanto basti perchè ella mi chiuda questi occhj.”
Teodoro ed il religioso sforzaronsi di persuaderle a lasciarsi portare dentro il convento, ma ciò fu invano; onde la collocarono in una lettiga, e la condussero là dove desiderava di esser trasportata. Stavale, cammin facendo, Teodoro da un lato sorreggendole con una mano la testa, piegato alquanto sopra di lei, e smaniante per disperato amore, dandole continovamente speranza di vita: dall’altra parte, il P. Girolamo l’interteneva e la confortava con devoti discorsi, sostenendole avanti agli occhj la sacra immagine del Crocifisso, che ella bagnava con lagrime innocenti, mentre veniva da esso preparata ad una immortale eternità. Manfredi, immerso nella più profonda afflizione, andava dietro alla lettiga inconsolabile e forsennato.
Prima che giungessero al castello, avendo Ippolita risaputo il lacrimoso avvenimento, corse ad incontrare la figlia; ma quando si avvicinò al tristo spettacolo, l’acerbità del dolore le oppresse i sensi, e cadde tramortita. Isabella e Federigo, con essa dal castello venuti, prestavanle soccorso; ma tanto era il loro cordoglio che bisogno aveano essi medesimi di assistenza. La sola Matilda sembrava non curante del proprio stato; e niun altro moto in lei appariva, se non di tenerezza verso la madre; imperciocchè là volle fermarsi sinchè ella rinvenisse. Appena fu Ippolita ritornata in se stessa, ed alla lettiga avvicinossi, Matilda chiamò il padre, il quale a lei ne venne senza far parola; ed essa, presi ambedue per la mano, congiunse insieme le loro destre, le serrò colle sue mani, indi se le strinse al cuore con quanta forza potè raccogliere. Manfredi, non potendo resistere a questo atto di filial tenerezza e rassegnazione, piombò a terra, e maledì il giorno in cui nacque. Temendo Isabella che il suo disperato furore riuscisse fatale all’affettuosa MatiIda, fece condurre il prencipe al palazzo, e comandò a quelli, i quali la portavano, di proseguire. Ippolita, mezza tra viva e morta, e sostenuta dal marchese, camminava accanto alla figlia, tenendola per la mano, e dimorando in uno stupido silenzio. Arrivati presso al ponte levatoio, i chirurghi, già accorsi colla principessa, dichiararono che i polsi di Matilda annunziavano una vicina morte, e che il minimo ulterior movimento avrebbe potuto abbreviarle la vita; onde colà tutti si fermarono ad aspettare ed assistere al transito. Voleva Isabella che Ippolita di là si partisse per toglierle il dolore estremo di vederla morire; ma ella esclamò, quasi priva di senno: “No! no!… non me ne slontanerò mai!… mai!… in lei sola io vivevo, e con lei voglio spirare.” Matilda, udendo la voce della madre, aprì gli occhj per riguardarla, ma tosto gli richiuse senza parlare. Teodoro, avendo dai chirurghi udito, non esservi più alcuna speranza, montò in frenesia, e fattosi avanti, così esclamò: “giacchè ella non può in vita esser mia, sialo almeno al punto della sua morte… volete voi,” disse, rivolgendosi al P. Girolamo, “unirci in matrimonio?” “Incauto! imprudente!” risposegli il religioso; “e quali strane idee vai ravvolgendo nel piensiero! ti par questo momento opportuno ad un maritaggio?” “Sì, sì,” gridò Teodoro, “questa appunto è l’ora più convenevole… oimè! non può essercene altra migliore!” “Giovanastro, tu sei troppo mal avveduto,” dissegli bruscamente Federigo; “pensi tu che in questo punto fatale ascoltar ci convenga le tue fanciullesche follie? E quali pretensioni hai tu sopra di lei?” “Quelle di un principe,” replicò Teodoro; “quelle di un sovrano di Otranto. Quest’uom venerabile, il quale è mio padre, mi ha informato di tutto; so al presente chi sono.” “E che vai tu farneticando? tu sogni!” ripigliò il marchese; ora non ci sono altri principi di Otranto, se non io, poichè Manfredi, essendo reo di un sacrilego omicidio, ha perduta ogni sua ragione.” Il P. Girolamo con aria imperiosa così soggiunse a Federigo: “perdonatemi, signore, egli dice la verità: non avrei voluto divulgar questo segreto così presto; ma il destino è prossimo al termine prescritto; ed io confermo ciò che egli, spinto dalla sua imprudente passione, ha palesato. Sappiate adunque che quando Alfonso fece vela alla Terra Santa… “Sembravi forse questo il tempo a proposito per discutere un tale affare?” esclamò Teodoro; “deh, caro padre, unitemi con sacramental nodo alla principessa; ella dev’esser mia… in ogni altra cosa vi obbedirò senza la minima opposizione.” Indi, appressandosi a Matilda, continovò: “mia vita!… mia adorata Matilda!… siete voi contenta di morir mia sposa?… aimè!… ah! rendete felice il vostro” … In questo, Isabella gli fe’ cenno di star quieto, credendo che fosse la principessa vicina a spirare; ma egli gridò ancor più forte: “come! è ella morta? ed è ciò vero?” Le di lui strida risvegliarono Matilda dal letargo mortale, e riguardando intorno, cercò con gli sguardi la madre. “Son quì,” disse Ippolita; “non temere, io non ti abbandonerò!” “Ah! lo so che mi amate con indicibil tenerezza;” replicolle Matilda; “ma non piangete, o madre mia, ve ne prego… sarò tra poco in luogo di eterna felicità… Isabella, voi mi avete dimostrato sempre una verace amicizia… deh! siate voi in appresso la figlia sua; amatela in vece mia; voi sapete, esser ella la più cara e la più stimabile di tutte le terrene cose… oimè! sento mancarmi!” “Ah, cara figlia!” disse Ippolita lagrimando forte; “e non poss’io colla mia presenza farti, ancor per qualche momento, restare in vita?” “Ah, no!” rispose con tremante voce Matilda, “raccomandatemi a Dio… ma dov’è il genitore? perdonategli… deh! madre carissima, perdonategli l’eccesso della mia morte; egli era in errore… oimè! io vi avevo promesso di non veder mai più Teodoro… forse la mia disubbidienza è la cagione unica di questa nuova sventura… ma, credetemi, ciò è stato un puro accidente… mi perdonate voi?” “Oh Dio! non lacerarmi l’anima,” soggiunse Ippolita; “tu non mi hai offesa giammai… oimè!… ella muore!… aiutatela!… aiutatela!”… “Vorrei dir qualche cosa di più,” aggiunse Matilda, sforzandosi di parlare; “vorrei dir qualche cosa a… non posso… Isabella!… Teodoro!… ah, cara madre!… ah!”… e con tali esclamazioni spirò. Ippolita gettossi sul cadavere, bagnandol di lagrime; ma, Isabella e le damigelle assistenti ne la strapparono a forza. Teodoro prese la fredda mano della defunta Matilda, e tra’ gemiti del più ardente e disperato amore, v’imprimea sopra mille baci, minacciando della morte chiunque volea per pietà distaccarnelo. Dopo averlo lasciato alquanto sfogare, riuscì alla fine al P. Girolamo di persuadergli che abbandonasse il cadavere, il quale portato fu nella cappella, situata in un lato del cortile; e la dolente comitiva avviossi al palazzo.
Manfredi, nell’essere ad instanza d’Isabella condotto alle proprie stanze, avea in mezzo al cortile incontrate tutte le sue genti, uscite per gran timore dal palazzo, dalle quali riseppe, che il gigante sembrava, scuotendone le mura, voerlo dai fondamenti atterrare; ond’egli, come insensato, fermossi, e senza far motto: in tal postura ritrovavasi ancora, quando a lui le afflittissime persone si avvicinarono. Scosso dal tristo suono dei loro gemiti, si rivolse, e col favore del chiaro lume della luna, lesse in volto alle medesime ciò che temea pur troppo d’intendere. “Come! è ella morta!” gridò egli con disperato turbamento. In questo, un improvviso tremendo tuono fece crollare il palazzo, tremò la terra, e fu ascoltato uno spaventevole sbattimento di ferri. Atterriti dal gran portento si arretrarono tutti, immaginandosi che fosse il giorno finale arrivato; ma il P. Girolamo, preso per mano Teodoro, lo trasse innanzi, e comandogli di riguardar fissamente. Appena il giovine si mostrò separato alquanto dal rimanente degli spettatori, il palazzo, scosso e con ponderoso tonfo abbattuto, rovinò al piano. Allora sorse dalle ruine l’ombra di Alfonso in apparenza di guerriero immensamente grosso e grande: in un tratto, l’elmo incantato che era nel cortile andò a posarsegli sul capo; la smisurata spada lampeggiò nella sua destra, ed egli così parlò. “Io sono il vero erede e signore di Otranto: un alto destino aveami confinato, e quasi sepolto in queste mura, a crescer quivi in immensa mole sin tanto che vedessi eseguita la mia vendetta. Il destino e la vendetta son compiuti: nè mi è permesso di quì più abitare, nè l’ampiezza mia più ci cape, nè poteva uscire, quasi vuota ombra non fossi, senza rompere e conquassare il castello, divenuto ormai per tanti delitti non degna sede per la mia progenie futura. Sorga questa reggia più magnifica, e regnivi in pace il mio le.gittimo successore; ravvisatelo in Teodoro: viva egli felice, ed onori la mia memoria.” Disse; ed allo scoppiar di un tuono, essendo asceso maestosamente in aria, si vide aprirsi una nuvola, e comparire S. Niccola il quale ricevette la beata ombra di Alfonso, ed in brevi momenti disparvero ambedue, montando cinti di fulgidissima gloria in paradiso.
Gli spettatori, ben certi della volontà e dell’onnipotenza divina, si prostrarono a terra, e adorarono l’autore di tanti soprannaturali prodigj. Dopo un lungo silenzio, la prima a parlare fu Ippolita, che rivoltasi allo sbigottito Manfredi, così gli disse: “vedete, o signore, quanto son vane e frali le umane grandezze! Corrado e Matilda non sono più in vita! e riconoscer dobbiamo in Teodoro il vero e legittimo principe di Otranto. Non so per quali portenti ciò accada… ma ci basti, esser già pronunziata la nostra fatale sentenza. E come possiamo noi impiegar meglio le poche ore che ci rimangono a vivere sconsolati, se non in pregare ferventemente il cielo, onde ci salvi da ulteriori miserie? Il cielo ci rifiuta… e dove troveremo opportuno rifugio, se non in quelle sacre celle che là vedete, le quali ci offrono un asilo di penitenza?” “Oh virtuosa donna!” replicolle Manfredi, “oh virtuosa donna, resa troppo sventurata da’ miei proprj delitti, ascolto pure una volta le vostre sante ammonizioni! Ah! potess’io almeno… no, tutto è vano… lo vedo, voi tutti siete ripieni di stupore… sì, voglio punirmi: l’unica soddisfazione che sta in mio potere di dare all’offesa divina giustizia, si è d’incolpar me solo per tutti. Questi mali tremendi son conseguenze fatali di orribili arcani concernenti la mia famiglia; potess’io almeno, palesandogli, espiare… ma, oimè! qual mai pena è bastante ad espiare il delitto di un regno ingiustamente occupato, e di una figlia dentro al tempio spietatamente trafitta! Uditemi, signori; e possa questa orribile ricordanza servir di esempio per raffrenare e correggere i futuri tiranni! Sappiamo noi tutti, essere Alfonso morto nella terra santa… vorreste interrompermi, lo conosco; vorreste sentirmi confessare che ciò non avvenne per morte naturale… è vero pur troppo!… deggio adunque bevermi quest’altro amarissimo calice? Don Riccardo, mio avo, era suo ciamberlano…. bramerei, se fosse possibile, coprir di un velo le scelleratezze de’ miei antenati… ma ciò è vano! sì, Alfonso morì avvelenato; ed un apocrifo testamento dichiarò Don Riccardo suo erede. Questi molto sofferse per i proprj delitti… ma non perdè nè un Corrado, nè una Matilda, com’è accaduto a me solo, che pago per tutti il fio dell’usurpazione! Don Riccardo, ritornando ad Otranto, fu sopraggiunto da una tempesta, durante la quale, intimorito dai rimorsi del suo atroce misfatto, fe’ voto a S. Niccola, che se poteva arrivar salvo in Otranto, avrebbe fondato una chiesa ed un convento. Il voto fu accettato; e gli apparve il Santo in visione, promettendogli che la sua posterità regnerebbe in Otranto, sino a tanto che il vero e legittimo proprietario fosse tanto ingrossato da non poter più capire nel palazzo, e finchè vi rimanesse alcuno della sua linea masculina il qual ne potesse godere: oimè!… oimè! io solo resto in vita della nostra schiatta infelice!… non ho altro a dire; i portenti e le sventure degli scorsi giorni spiegano il rimanente abbastanza. In qual maniera poi questo giovane possa essere il vero erede di Alfonso, io non lo so… pure, non ne dubito: questi sono i suoi stati; a lui volentieri gli rinunzio… d’altronde, non era a me noto che ci fosse un prossimo erede di Alfonso, il quale aver potesse una pretensione immediata ed incontestabile sul principato… io non iscrutino, nè mi oppongo alla volontà del cielo… l’umiliazione e le preghiere devon soltanto impiegare il miserabile avanzo della trista mia vita, sin che io non sia citato avanti a quel supremo tribunale, dove Don Riccardo ha già reso conto delle sue azioni.”
“Ciò che rimane a svelare appartiene a me il farlo noto,” disse il P. Girolamo: “sappiasi adunque che, allorquando partì Alfonso per la Terra Santa, fu il suo vascello da una tempesta gettato sulle coste della Sicilia; mentre la nave, in cui Don Riccardo ritrovavasi, venne separata da quello, e tratta in alto mare… parmi, esser ciò generalmente palese, e Vostr’Altezza non lo deve ignorare.” “È tutto vero,” suggiunse Manfredi; “ma il titolo che mi date parmi che oltrepassi i limiti della discrezione… proseguite.” Il religioso scusossi con atti di modestia, e continovò: “il principe Alfonso fu obbligato dai contrarj venti a fermarsi per tre intieri mesi in Sicilia, dove innamorossi di una vezzosissima donzella, la quale ebbe nome Vittoria; siccome egli era uomo onorato e pio, non volle sedurla; onde sposolla segretamente, e si propose di tener nascosto questo matrimonio, finchè avesse adempito il voto della crociata, e dopo ciò era sua ferma intenzione di riconoscerla e pubblicarla per sua legittima consorte: venuto il tempo della partenza, proseguì il suo viaggio, lasciandola incinta. Durante l’assenza, essa diede al mondo una figlia; ma, poco dopo, intese, esser morto il di lei sposo, e successo a quegli Don Riccardo. Ella soffrì con pazienza la propria sventura, e si tacque: che mai avrebbe essa potuto ottenere, senza la protezione e l’appoggio di potenti sostegni? Avrebbele forse valuto il semplice di lei testimonio?… tuttavia non dubitate, o signore, delle loro canoniche nozze; perocchè io conservo una scrittura autentica da cui”… “Non ce n’è bisogno,” interruppe Manfredi; “le cose accadute, ed ancor davvantaggio il prodigio a noi or ora presentatosi, ne fan chiarissima fede più che mille cartapecore; inoltre, la morte di Matilda, la mia espulsione”… proseguì il principe alterandosi alquanto; ma Ippolita il contenne, dicendogli: “calmatevi, signore; questo sant’uomo non ha voluto pungervi, e rinnovare il vostro acerbo dolore.” Manfredi si calmò, sospirando, ed il P. Girolamo seguì a dire: “sarò breve; la figlia che da Vittoria nacque fu in processo di tempo a me data in consorte; e morta Vittoria, l’arcano rimase celato unicamente nel petto mio: la narrazione di Teodoro vi ha informato del rimanente.”
Avendo il religioso fatto fine al parlare, ritiraronsi tutti al convento. Nella vegnente mattina, Manfredi sottoscrisse di sua mano la renunzia del principato col consentimento d’Ippolita, e si chiusero ambedue ne’ vicini monasteri per finirvi i loro giorni. Federigo offerse la sua figliuola al nuovo prencipe; ed Ippolita, indotta dalla tenerezza sua per Isabella, fece ogni possibile sforzo, onde persuadere a Teodoro di unirsi con essa in matrimonio; ma troppo recente era l’affanno suo da rivolgersi così presto ad altro amore; per il che non si pensò più per allora a ragionargli di nozze. Federigo andossene con tutta la comitiva a Vicenza; ed Isabella chiese grazia al padre, e l’ottenne, di rimanere in convento presso Ippolita, sino a tanto che egli avesse disposto della sua mano. Teodoro, trattanto che si rifabbricava il palazzo, ritirossi con sufficiente famiglia in un casino assai comodo, situato in cima ad un monticello che dominava il mare per ogn’intorno. Visitava egli sovente le due dame al monastero, imperciocchè di niun’altra cosa più curavasi che d’intertenersi colle medesime, e ragionar seco loro della sua adorata Matilda. La conformità delle sue idee con quelle d’Isabella in riguardo alla defunta principessa, fecegli nascere in cuore il desiderio di rinnovare ogni giorno i melanconici discorsi; e fosse amore, fosse brama di parlar continovamente dell’amato oggetto con Isabella, sotto il qual pretesto avesse Amore, come suole, ascoso un novello ardore, dentro lo spazio di un anno se la tolse in consorte, e vissero ambedue lieti e felici, se non che conservarono sempre viva la funesta memoria delle passate sventure.
FINE.