Il carcere, la risposta sbagliata

di Tania Careddu

Tra aperture e restrizioni, dal 1975 a oggi la vita penitenziaria è stata regolata da un sistema a fisarmonica, malato di schizofrenia legislativa, specchio di una politica trasversalmente debole in materia e vittima di un’ossessione generalizzata della sicurezza. Prova ne sia l’utilizzo smodato e irrazionale della custodia cautelare: sebbene la legge 94 del 9 agosto del 2013 abbia ridotto la possibilità di applicare tale misura, l’Italia è il quinto paese in Europa a detenere esseri umani.

Generalmente – più del 34 per cento rispetto a una media europea del 22 per cento – si tratta di soggetti più vulnerabili di altri, perché stranieri extra UE, senza abitazione o reti di rapporti sociali. Una condizione che rappresenta la ristrettezza non definitiva, un’anticipazione (quando non una sostituzione) della pena finale.

E’ il caso, uno su tutti, di un giovane ghanese finito in carcere, in barba a tutte le norme nazionali e internazionali, per resistenza a pubblico ufficiale. Fermato durante un controllo dalle forze dell’ordine alla stazione Termini a Roma, il ghanese agita, senza violenza alcuna, un provvedimento di protezione internazionale, ma denuncia che gli agenti gli avrebbero buttato nel cassonetto coperte e scarpe. Se le sarebbe andato a riprendere una, due, tre volte ma è finito recluso nella sezione per le persone difficili della casa circondariale di Regina Coeli con solo la copia del documento della Prefettura come fosse la sua ultima speranza di vita. Che dovrà trascorrere, per mesi o anni, in prigione prima che la sua colpevolezza venga dimostrata.

Si trova così con la quasi certezza di un’assenza di garanzie effettive nei procedimenti sottesi all’applicazione di questa misura quanto all’informazione circa il capo d’accusa, alla traduzione innanzi all’autorità giudiziaria, al diritto di essere giudicato in un lasso di tempo ragionevole o di essere lasciato libero durante la fase delle indagini, all’accesso a un riesame rapido ed efficace e al diritto al risarcimento in caso di violazione dell’articolo 5 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

E con il fardello che, oltre al fatto che la custodia cautelare si pone in contrasto con il principio di presunzione di innocenza, le prassi carcerarie, tipo l’accesso al lavoro, sono, se possibile, più deteriori che per i ristretti definitivi. Rivelandosi, nella maggior parte dei casi, dopo quattrocentoquarantacinque giorni in media di permanenza nelle strutture carcerarie, un’ingiusta detenzione.

Per risarcire la quale, secondo quanto si legge nel XIII Rapporto redatto da Antigone, “Torna il carcere, dal 1992 a oggi”, l’Italia ha speso seicentoquarantotto milioni di euro – quarantadue solo lo scorso anno – evitabili con la disponibilità di un maggior numero di dispositivi elettronici di controllo e con la messa a punto di garanzie più sicure relative alla prima udienza.

Per esempio: la notifica per via telematica del fascicolo dell’accusa così da consentire al difensore di predisporre adeguatamente la difesa che, visto il profilo demografico dei destinatari di ordine di custodia cautelare, per essere strategica non può prescindere dalla possibilità di nominare un interprete, per permettere all’imputato di partecipare attivamente al processo. Sempre fermo restando il suggerimento del buon vecchio Voltaire.

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