Il giornalista ibrido

“Giornalismo Ibrido” è il titolo del nuovo saggio del sociologo Sergio Splendore, docente di Sociologia della Comunicazione all’Università degli Studi di Milano, e grande esperto di problemi dell’informazione  in senso stretto perchè si occupa di queste tematiche con successo da anni e in senso lato perchè fa parte della redazione del prestigioso periodico  diretto da un altro illustre sociologo  Carlo Sorrentino. Splendore che è anche visiting professor della scuola di giornalismo di Grenoble compie a nostro avviso attraverso questo libro, edito da Carrocci, i celeberrimi tre passi indietro (monopoli docet) e quasi potesse –  beato lui –  usare una macchina del tempo,  rimette in discussione numerosi temi centrali del giornalismo contemporaneo tentando di portare ordine – con successo ci pare –  nella rivoluzione professionale in cui è incappato il “mestiere di informare” a seguito della potente onda di riflusso provocata dalla ben più vasta rivoluzione epocale in cui ci troviamo da circa trent’anni che è quella digitale.

 

 

“La professione giornalistica muta –  dice Splendore nell’introduzione al saggio –  a un ritmo che prima le era sconosciuto e l’identità professionale diventa più incerta. Fintanto che le forme più innovative di produzione di informazione erano relegate ai margini il modo di fare giornalismo risultava pressochè immutato. Nel momento in cui  (anche – aggiungeremo noi) l’Italia si è imposta una commistione tra pratiche innovative e tradizionali, sono cambiati anche il campo giornalistico e il peso delle sue principali determinanti: l’economia e la politica”.

 

 

Il libro riflette e fa riflettere sul cambiamento in atto partendo dal rimettere a fuoco  le basi metodologiche ed etiche della professione alla luce della trasformazione in atto, passando dalle contaminazioni subite dal mestiere, quelle in atto e quelle (molte)  ancora da venire,  riformulandone confini etici, professionali e produttivi con un acuta indagine sul rinnovato apporto e uso delle fonti. Tutta questa opera viene realizzata dallo studioso attraverso un’analisi approfondita di una grande documentazione scientifica riportata in modo puntuale e dettagliato e grazie anche ad un apporto costante e florido di pareri, e contributi registrati sul campo attraverso una serie di incontri fisici e virtuali – 90 in tutto – con altrettanti giornalisti.

 

 

Dal canto nostro oltre a suggerirvi di leggere con attenzione lo snello volume, poco più di cento pagine, vi proponiamo alcune nostre riflessioni su altrettanti argomenti specifici estraendo  – come siamo soliti fare – alcuni passaggi a nostro avviso particolarmente rilevanti dalle pagine del volume. Buona lettura e grazie dell’ottimo lavoro a Sergio Splendore.

 

 

Il cambiamento come normalità

 

 

 

Nel capitolo così intitolato Sergio Splendore riportando il parere condiviso di molti studiosi dell’argomento dice ad un certo punto:

 

 

“esiste un momento particolare che diversi studiosi individuano come spartiacque: il discorso che Rupert Murdoch, unanimamente considerato il più grande magnate contemporaneo degli old media, fece alla conferenza dell’American Society of Newspaper Editors nel 2005 .

 

 

“Non sono qui nelle vesti di un esperto che ha delle risposte, ma come qualcuno in cerca di risposte rispetto a un medium emergente che non parla la mia lingua nativa . Come tanti in questa stanza, io sono un immigrato digitale.

 

 

I nuovi consumatori di informazione vogliono il controllo dei media, e non vogliono essere controllati. Vogliono fare domande, fornire altre evidenze, offrire una prospettiva differente.

 

 

Noi non potremo mai diventare dei nativi digitali, ma potremmo imparare la loro cultura e il loro modo di pensare”.

 

 

A Murdoch rispose in qualche modo –  continua Splendore – in Italia il direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli il quale nell’ottobre del 2010 scrisse una lettera aperta a tutti i colleghi del suo giornale in cui affermava fra le altre cose:

 

 

“L’industria alla quale apparteniamo e la nostra professione stanno cambiando con velocità impressionante. In profondità. Di fronte a rivolgimenti epocali di questa natura, l’insieme degli accordi aziendali e delle prassi che hanno fin qui regolato i nostri rapporti sindacali non ha più senso.

 

 

 

Non è accettabile che parte della redazione non lavori per il web”.

 

 

 

Come scrive Chalaby – sottolinea Splendore – proprio in riferimento al discorso di Murdoch: “I giornalisti furono inizialmente sprezzanti nei confronti delle news online, ma nel momento in cui le persone si rivolsero sempre più massicciamente a Internet per avere notizie e informazioni, i media mainstream furono costretti ad adattarsi e ad abbracciare le nuove tecnologie”

 

 

 

Giornalismo e tecnologia molto ma molto prima dell’avvento del digitale:

 

 

 

La tecnologia ha sempre amplificato (ma anche ridotto) le potenzialità di questa professione (Deuze, 2005a). Il rapporto tra i cambiamenti della tecnologia di produzione e/o distribuzione e il giornalismo è tipicamente in relazione ai suoi valori cardine. Schudson (2002), risalendo alle origini della norma dell’obiettività, prende in considerazione due aspetti: il primo ha a che fare con la politica editoriale e il secondo proprio con la tecnologia. Per quanto riguarda il primo, agli editori conveniva attenersi al criterio dell’obiettività per non scontentare nessuno. Nel secondo caso, invece, il telegrafo, inizialmente la principale tecnologia per trasmettere informazioni a distanza, non permetteva alcun altro criterio professionale per la trasmissione delle news: la dinamica imposta da quel mezzo di comunicazione rendeva necessario essere asciutti, brevi ed essenziali (insomma, telegrafici). Il telegrafo dunque, nella ricostruzione di Schudson (2002), è considerato un vero e proprio fattore di stile.
Stuart Allan (2004) aggiunge che il telegrafo fu determinante per un altro elemento nella produzione di informazione, legato alla cosiddetta piramide invertita. Il fatto che il giornalismo avesse adottato l’abitudine professionale di riportare le notizie partendo dai fatti più importanti per fornire via via il resto dei particolari di una storia dipendeva dall’inaffidabilità di alcuni telegrafi: prima di correre il rischio che questi potessero interrompere la comunicazione con la redazione, era meglio affrettarsi a fornire le informazioni essenziali (ivi, pp. 16-8). Alcuni giornalisti raccontano anche che nel momento in cui si impostava la pagina per la stampa a piombo, i tipografi talvolta erano costretti a intervenire e tagliare le ultime righe, che pertanto non dovevano programmaticamente contenere informazioni determinanti (cfr. Milan, Splendore, 2005).

 

 

 

Gli user generated content e il giornalismo partecipativo:

 

 

 

Un altro importante tema, tuttora molto discusso, è quello relativo al cosiddetto citizen journalism. Kus e colleghi (2016) lo rappresentano come una piramide che ha tre differenti livelli.

 

 

 

 

La base include le numerose iniziative portate avanti da persone che agiscono autonomamente o organizzate in ristretti team con la finalità di produrre informazione su contesti iperlocali o altamente specialistici. In questo gruppo le aspettative di interazione con i legacy media, cioè quelli istituzionalmente organizzati e riconosciuti per la produzione di informazione, sono molto basse.

 

 

 

Il livello intermedio ha a che fare con un tipo di citizen journalism più complesso in termini di strutture organizzative e processi di produzione. Questi siti di citizen journalism sono normalmente costruiti attorno a piattaforme che coordinano il lavoro di contributori che tra di loro non hanno nessun legame o hanno solo legami deboli e sono talvolta guidati da giornalisti. In queste iniziative normalmente c’è un maggior controllo editoriale e le intersezioni con i media tradizionali sono più frequenti.

 

 

 

Al terzo e ultimo livello di questa piramide ci sono invece quelli che possono essere definiti come veri e propri progetti di giornalismo partecipativo, fortemente connessi con organizzazioni giornalistiche stabili.

 

 

 

Il giornalismo di precisione e dei dati:

 

 

 

 

L’etichetta più utilizzata, appunto quella di data journalism, indica una modalità di storytelling dove forme tradizionali del lavoro giornalistico sono mixate all’analisi dei dati, alla programmazione e a tecniche di visualizzazione. Questo tipo di informazione si basa soprattutto su consistenti database raccolti da istituzioni pubbliche. La sua caratteristica principale è quella di ingaggiare l’attività del proprio lettore per contestualizzare e analizzare le notizie fornite, talvolta anche in fase di raccolta dati, spesso in quella di lettura.

 

 

 

 

Il computational journalism va oltre il semplice utilizzo dei dati, ma applica procedure informatiche a tutte le fasi della produzione: dalla raccolta all’attribuzione di senso ai dati, fino ad arrivare alla loro presentazione (Coddington, Molyneux, Lawrence, 2014). Turner e Hamilton (2009) identificano il computational journalism come la combinazione dell’uso di dati, algoritmi, codici e alto impiego di astrazione.

 

 

 

Un’ultima categoria può essere identificata in quelle forme completamente automatizzate di giornalismo definite variamente come algorithmic (Dörra, 2015) o robotic journalism (Clerwall, 2014). Quest’ultima implica la (semi-)automatizzazione della produzione di testi giornalistici (figure, grafici, tabelle ma anche testo) attraverso la selezione di dati elettronici da database pubblici o privati, l’assegnazione di rilevanza ai quei dati, e la loro restituzione. Insomma, in queste forme, oltre all’intervento umano di un programmatore che istruisce codici e algoritmi, la produzione e la distribuzione dell’informazione procedono in automatico.

 

 

 

 

 

Il giornalismo italiano

 

 

 

Per quanto riguarda il giornalismo mediterraneo, e in particolare italiano, le caratteristiche ad esso attribuite sono quelle del parallelismo politico, della vicinanza e addirittura della simbiosi tra giornalismo e politica: si tratta dunque di un giornalismo orientato al commento rispetto ai fatti, che appare lontano da quei valori giornalistici tipicamente anglosassoni quali l’obiettività, l’imparzialità, l’equidistanza e il bilanciamento. Il giornalismo italiano è espressione di una professione di élite, molto vicina alle classi dirigenti; il contenuto che offre è legato alla copertura di eventi che riguardano quelle stesse classi attraverso rappresentazioni focalizzate sui conflitti personalizzati e dichiarazioni politiche, facendo predominare la forma narrativa delle news (Mancini, 2002). “Invece di concentrare il loro coverage sulle decisioni prese dalle istituzioni come governi e parlamento (dunque sulle politiche), si concentrano sui dibattiti tra e dentro i partiti, sul gossip politico e sul retroscena” (Cornia, 2010, p. 370). Il giornalismo italiano è dunque orientato all’opinione non solo nel senso di introdurre una riconoscibile prospettiva editoriale nelle news, ma anche perché bilancia la narrazione dei fatti concedendo molto spazio ai commenti e alle prese di posizione degli attori coinvolti nel processo decisionale.

 


Tutto ciò ha fatto sì che fosse delegittimata anche la professione nel e dal più ampio contesto sociale (cfr. Sorrentino, 2003), anche in virtù di una sovrabbondanza di regolamenti poco conosciuti e seguiti (Splendore, 2016b) – solo nel 2016 inclusi in unico codice professionale – e di una formazione ottenuta prevalentemente in redazione e che soltanto in pochi casi passa attraverso corsi di studi specifici.

 

 

 

Il giornalismo dei criceti:

 

 

 

Carlo Sorrentino (2008), nel volume “Attraverso la rete”, uno dei primi tentativi di riflessione rispetto alle questioni legate al giornalismo italiano, studiando le pratiche dei giornalisti online accentua l’importanza della fine della deadline: se prima i giornali erano confezionati con una scadenza precisa – per mandare l’edizione del giornale in rotativa o, nel caso della televisione e della radio, per la messa in onda del notiziario –, nel web questo limite invalicabile non esiste più.

 

 


Quando una redazione arriva a conoscenza di una notizia deve pubblicarla nel più breve tempo possibile. Quel limite temporale invalicabile si scioglie in un flusso senza soluzione di continuità che viene anche rivendicato, se si pensa alle diverse testate che online affiancano il loro nome alla dicitura “24 ore su 24”. Poco cambia poi se questa assenza di un confine rigido che obbliga i giornalisti a mettere un punto, a rendersi conto che null’altro – per quel giorno e per quell’edizione – può essere trasformato in news, sia invece da considerare come una pressione costante a pubblicare. Usher (2014) definisce efficacemente questo tipo di produzione come hamster journalism, il “giornalismo dei criceti”, cioè di chi continua a macinare movimento in una ruota irrefrenabile. Se infatti le scadenze diventano continue (cambiare periodicamente la notizia d’apertura, aggiornare una news già scritta, rinnovare una sezione tematica, chiedere un nuovo contributo a un blogger), quell’organizzazione mirata alla confezione definitiva di un unico prodotto immobile deve essere riadattata.

 

 

 

Essere giornalisti oggi:

 

 

 

Bisogna descrivere il giornalismo enfatizzando le sue dimensioni socioculturali e l’abilità di agire intenzionalmente da parte degli attori coinvolti. Sono in gioco dunque la credibilità e la legittimità attraverso cui il mondo del giornalismo può affermare la propria indipendenza e autonomia dal campo sia politico sia economico e costruire un’informazione capace di essere riconosciuta di un qualche interesse pubblico.

 

 


La prospettiva utilizzata per l’analisi della professione giornalistica implica che questa non vada interpretata come una serie di caratteristiche formali (dalla capacità di autoregolamentazione a quella di imporre codici etici) (Lewis, 2012, p. 839), ma come un insieme mutevole di conoscenze e di pratiche che costituiscono la sua giurisdizione, intesa come la pretesa di un diritto esclusivo nel cimentarsi in un particolare compito (Abbott, 1988, p.58): quello di informare. Secondo Waisbord (2013, p. 10) la professionalità nel giornalismo deve essere vista proprio come una struttura analitica utile per capire come esso negozi con l’esterno i propri confini, i suoi ambiti d’azione, i contesti in cui opera, rendendo allo stesso tempo legittimo il fatto di essere titolato a produrre uno specifico tipo di conoscenza che identifichiamo generalmente con la parola informazione. Professionalità significa dunque saper stabilire i confini per esercitare quello che Waisbord definisce jurisdictional control, il controllo delle competenze di una professione. Se cambiano le condizioni, se muta l’ecologia dei media con l’introduzione di nuove pratiche, se coloro che prima erano semplici lettori ora diventano fonte e produttori, allora significa che nella contemporanea ecologia dei media il boundary-work appare essere più evidente che in altri momenti storici (Lewis, 2012; Anderson, 2013b; Carlson, 2015a). Gieryn (1983, p. 784), riferendosi al campo della scienza, definiva il boundary-work come “l’attribuzione di determinate caratteristiche alla istituzione della scienza (cioè a dire ai suoi praticanti, ai suoi metodi, alle sue conoscenze, ai suoi valori e organizzazione del lavoro) che come obiettivo ha la costruzione sociale di confini che distinguano alcune attività intellettuali come non-scienza”. Basta sostituire il termine giornalismo a scienza e troviamo analiticamente lo stesso processo facilmente applicabile al campo dell’informazione. Se il boundary-work identifica perciò coloro che hanno autorità epistemica da coloro che non hanno il potere di definire e descrivere circoscritti domini della realtà, se distingue gli oggetti stessi come appartenenti o no al campo giornalistico (Gieryn, 1983; Lewis, Carlson, 2015), le minacce percepite da una professione sono principalmente battaglie – Gieryn (1983, p. 784) usa il termine struggle – sui confini, e passano attraverso la retorica di chi ne è incluso e di chi ne è escluso. Il riconoscimento di questa legittimità è provvisorio e può essere messo in discussione, ma soprattutto è tutt’altro che simbolico: garantisce prestigio e credibilità, accesso alle fonti di informazione, lettori, finanziamenti e altri prerequisiti istituzionali.

 

 

 

Nuovi giornalismi: dunque i disegnini li fai anche tu?

 

 

 

Il processo di normalizzazione è stato lungo ma è di certo evidente nei confronti dei blog (Singer, 2004) come nell’accoglienza di forme di collaborazione con i pubblici (Williams, Wardle, Wahl-Jorgensen, 2011); cionondimeno in talune geografie della produzione giornalistica appare ancora lontano rispetto a forme innovative come il data o il programmer journalism, alle quali si contrappone ancora una strategia retorica di differenziazione tanto involontaria quanto incorporata.

 

 

 

 

“Qui c’è un’ulteriore spaccatura, non solo quelli ancora legati alla stampa e quelli al digitale, ma quelli che al digitale sanno lavorare e quelli che no. L’anno scorso, durante un colloquio con un importante giornale cartaceo, stavo raccontando le cose che faccio di data journalism e la domanda è stata: “Ma dunque i disegnini li fai anche tu?”. Guarda, non sono disegnini! (news, website, freelance, 2015)”.

 

 

 

Modifiche dell’ordinamento professionale :

 

 

 

 

A livello istituzionale, l’Ordine dei giornalisti ha compiuto un passo importante introducendo due riferimenti ai social media nel Testo unico dei doveri del giornalista. Il primo stabilisce che i principi deontologici sono validi nell’uso di tutti gli strumenti di comunicazione, compresi i social network; il secondo riguarda il rapporto con le fonti che vanno sempre citate anche quando si usano materiali – testi, immagini, sonoro – delle agenzie, di altri mezzi d’informazione o appunto dei social network. Insomma, i social fanno parte a tutti gli effetti del vocabolario istituzionale delle pratiche di produzione dell’informazione in Italia. La percezione dei giornalisti va però oltre questo tipo di normalizzazione (Lasorsa, Lewis, Holton, 2012) che porta a riconoscere nei social uno strumento giornalistico pari ad altri. Adesso invece teniamo conto del fatto che in rete puoi avere delle verifiche, delle contestazioni delle puntualizzazioni quasi in tempo reale. Se noi scriviamo delle notizie che contengono un errore dopo un minuto e mezzo viene rilevato. Tutto ciò cambia e stravolge completamente il modo di lavorare (news, website, direttore, 2014; enfasi aggiunta).

 

 

 

 

Seo e notizie:

 

 

 

Uno degli aspetti più dibattuti – implicitamente nelle interviste raccolte, frequentemente in letteratura – è il rapporto tra indicizzazione e selezione delle notizie. Secondo Tandoc (2014), il monitoraggio dei risultati ottenuti dal sito e le pratiche attivate per migliorarli hanno implicazioni su tutti i livelli di selezione delle notizie: sull’accesso delle occorrenze, la loro selezione, il modo di scriverle, di distribuirle e infine di interpretarle.

 

 

 

 

 


“La nostra seo editor nel momento in cui c’è una riunione di redazione propone e discute le tematiche da mettere nelle ore successive e suggerisce titolo e url (legacy, website, caporedattore, 2013)”.

 

 

 

 

“Tutti i giornalisti hanno accesso ai dati di traffico, quello che facciamo solitamente è una riunione, un’analisi ad hoc su quello che è accaduto, su che cosa ha funzionato che cosa non ha funzionato chiedendoci perché probabilmente non ha funzionato (news, website, caporedattore, 2012)”.

 

 

 

 

 

Naturalmente, e ancora una volta, questo tipo di pratiche confonde i confini tra produzione e consumo, tra lavoro automatizzato e intervento umano, tra organizzazione interna alla redazione e programmazione lasciata ad attori terzi. Tanto, come nei casi sopra riportati, da poter influenzare non solo i processi di gatekeeping (Shoemaker, Vos, 2009) ma anche quelli che Tandoc (2014, p. 571) definisce criteri di deselezione: cioè la decisione su quali articoli togliere o rimpiazzare dalla homepage.

 

 

 

 

Le regole standard del giornalismo:

 

 

 

 

Waisbord (2013), chiarendo i confini semantici del termine professione legato al giornalismo, sottolinea come nella maggior parte dei casi a quel termine sia associato un significato normativo trasversalmente condiviso. Precisamente egli afferma che nel mondo anglosassone la professione giornalistica è sostenuta da argomentazioni che determinano quali siano gli standard che essa dovrebbe mantenere proprio per potersi definire tale. Questi standard sono noti: si parte dal valore dell’obiettività, tipico del giornalismo americano, per arrivare a quello della responsabilità sociale, riferito in particolare al servizio pubblico anglosassone. In tale spettro sono inclusi onestà, verità, neutralità, imparzialità, attinenza ai fatti, equilibrio, accuratezza, completezza, trasparenza, accountability che accompagnano le scelte compiute dai giornalisti, o comunque sono le mappe che essi affermano di seguire per fare bene il loro lavoro. È proprio questo l’esplicito sottotesto dell’approccio normativo: se il giornalista si riconosce in quei valori e riesce a perseguirli nella sua produzione, allora può ritenersi professionale e autonomo rispetto a spinte e influenze esterne. I valori qui evidenziati sono proprio quelli che più frequentemente appaiono condivisi dai giornalisti.

 

 

 

 

Stili e ruoli del giornalismo e del giornalista:

 

 

 

 

Broesma (2007) definisce lo stile come la scelta tra diversi equivalenti funzionali: se bisogna raccontare un fatto lo si può fare in maniera pressoché analoga con diversi stili. Da questa premessa individua due stili giornalistici. Il primo è quello orientato alla notizia, basato sui fatti, che Broesma suddivide in quelli che definisce information e story model (ibid.). L’information model è sostanzialmente discorsivo e trasmette informazioni rispettando gli ideali empirici di obiettività, equilibrio, correttezza e neutralità; l’obiettivo qui è produrre informazione che possa servire ai cittadini per il buon funzionamento della democrazia.

 

 


Lo story model, invece, ha un carattere specificamente narrativo, che prova a creare storie che soddisfino il lettore anche dal punto di vista estetico. Oltre allo stile di produzione basato sulla notizia, Broesma ne distingue un secondo più riflessivo, che ha le sue radici nel giornalismo partigiano, quello che ha come obiettivo educare, istruire e persuadere il proprio lettore, più orientato al commento e all’analisi.

 

 


Weaver e Wilhoit (1991) hanno compiuto uno degli studi più influenti rispetto alla percezione del proprio ruolo da parte dei giornalisti, identificandone tre che poi si ritroveranno in molte successive ricerche: il ruolo del disseminatore (costruzione di informazione rispetto ai valori dell’obiettività e dell’equidistanza, capacità di costruire agenda e giornalismo di qualità); quello dell’interprete (basato sul principio della contestualizzazione e della spiegazione degli avvenimenti); e infine quello avversario (il più attivo e finalizzato a mettersi in competizione con chi ricopre ruoli di potere). Successivamente è stato anche aggiunto quello del populist mobilizer (cfr. Weaver et al., 2007), che rappresenta l’atteggiamento di coloro che perseguono un ideale professionale più legato alle prospettive del cittadino e focalizzato sulle informazioni utili per la vita quotidiana. Donsbach (2009), riassumendo sostanzialmente la molteplicità dei risultati delle ricerche compiute sulla percezione del ruolo, identifica tre tradizioni nella professione giornalistica. La prima è quella che definisce del servizio pubblico e che ricalca pienamente il modello normativo dominante, dove – analogamente a quanto fanno Hallin e Mancini (2004) – include tratti che hanno a che fare specificamente con il giornalismo britannico (e il riferimento è principalmente alla bbc inglese) e con quello americano, fondato sull’ideologia dell’obiettività. Seguendo Barnhurst e Owens (2008), in questa tradizione Donsbach individua la necessità espressa dai giornalisti di raccontare eventi, seguire l’attualità, distinguere i fatti. Introduce poi la tradizione soggettiva, in cui i giornalisti sono mossi dalla volontà di esprimere la propria idea: pur avendo scopi personali questi sono tuttavia da loro perseguiti per ottenere il bene generale. La terza infine è la tradizione economica: il giornalismo è un prodotto di consumo che deve produrre profitti.

 

 

 

Giornalisti social credibilità e fake news

 

 

 

I giornalisti esperiscono il cambiamento dell’ecologia dei media e lo accolgono in contesti e con pratiche che non stravolgono totalmente il loro modo di interpretare ed esercitare la professione. Non casualmente, questi discorsi sono spesso ricondotti all’uso dei social media, la cui introduzione ha coinvolto trasversalmente le pratiche di tutti i tipi di giornalismo. I social media o sono utilizzati nell’ambito di modelli di comportamento consueti, oppure li si marginalizza dalla propria attività quotidiana perché non li si considera funzionali a perseguire un giornalismo basato sull’accuratezza, l’autonomia, la verifica.

 

 

 

 

“Oggi c’è questo problema veramente grosso che l’informazione in generale e le notizie devono essere ancora di più verificate, non puoi prescindere da un approccio professionale, è vero che come si dice oggi con Twitter tutti quanti possono essere giornalisti. La cosa è che se io cammino per strada e in quel momento esplode un palazzo, lo scrivo e ho dato una notizia. Comunque un conto è se cammini e vedi una cosa e la scrivi, allora sei giornalista per un minuto, un conto è farlo quotidianamente per tutto quello che passa anche dentro un social media, ma tutto deve essere verificato, altrimenti che scrivi? Tutte falsità? (legacy, agenzia, redattore, 2015)”.

 

 

 

Concordemente, alcuni intervistati ritengono che i contenuti diffusi da Twitter siano intrisi di “propaganda”; usando le parole di un caporedattore di una prestigiosa testata, lì non si trovano “notizie per come le intendo io”. Per concludere questa rassegna rispetto alla tradizione del servizio pubblico, vediamo perché quell’ideologia che, seguendo Hanitzsch (2007), ho individuato come adversarial journalism possa qui trovare collocazione. Con questo tipo di giornalismo si intende uno stile combattivo e in opposizione che appunto rigetta l’imparzialità in favore della presa di posizione, anche mischiando opinioni e fatti.

 

 

 

 

“[Q]uesto modo fintamente oggettivo di raccontare le cose, in realtà è falso. Cioè se tu pensi che il presidente del Consiglio abbia detto una falsità e ti nascondi riportando solo le dichiarazioni degli oppositori politici, sei oggettivamente un giornalista che non fa bene il proprio mestiere, non è che chiunque dica una cosa falsa va riportato, quello è il compito della propaganda, invece deve esserci il ruolo di spiegazione, contestualizzazione, di presa di posizione del giornale (legacy,carta, redattore, 2015)”.

 

 

 

 

Per quanto queste retoriche discorsive siano più diffuse tra i giornalisti della carta stampata, bisogna notare che, in particolare per quello che riguarda l’agenda (dunque l’importanza di suggerire al proprio lettore quali siano i temi importanti su cui discutere), sono abbracciate anche da chi produce informazione in via prevalente sui siti Internet. E il cambiamento della professione riguarda ovviamente anche quello della percezione del lavoro effettuato dal mezzo di riferimento. La relazione tra percezione del ruolo, cambiamento dei confini professionali e cambiamento delle funzioni attribuite a determinati mezzi di comunicazione è osmotica.

 

 

 

Open journalism, giornalismo iperlocale e collaborativo

 

 

 

 

Come ben spiega Colin Porlezza (2016, p. 174), l’open journalism “è da intendersi come un nuovo concetto di giornalismo basato sull’apertura della redazione al pubblico e sulla collaborazione con lo stesso”. Questo concetto è introdotto nel 2012 da Alan Rusbridger, che lo intende appunto come un giornalismo interconnesso alla sovrabbondanza di informazioni che esiste nella contemporaneità digitale; il giornalista si collega a questa complessità, per filtrarla e aprire le possibilità di pubblicare e condividere informazioni. I valori professionali che lo contraddistinguono sono quelli dell’interactivity, della participation, dell’innovation, della multimediality. Ciò significa che un numero crescente di giornalisti ha fatto riferimento ai possibili livelli di interazione con il pubblico, percezione del ruolo, ideologie e valori professionali non solo nella chiave del profitto ma anche per aprire un dialogo, per migliorare la propria produzione, per raccogliere prospettive differenti. Concettualmente questo approccio rimanda al movimento open source che è eminentemente informatico. L’open source software è appunto uno sforzo collettivo per migliorare i programmi che hanno un codice sorgente libero e che chiunque può adottare, con l’unico limite che questi cambiamenti devono comunque essere messi a disposizione degli altri (Lewis, Usher, 2013). La collaborazione tra programmatori e giornalisti è un fenomeno che ha a che fare prevalentemente con le forme di giornalismo dei dati; allo stesso tempo, però, quell’ethos finalizzato alla collaborazione e alla partecipazione si è insinuato – se non addirittura radicato – anche nella produzione giornalistica. Le evidenti tracce di questa ibridazione tra ethos della collaborazione e logica giornalistica ovviamente non possono far altro che aprire i confini del campo e della professione. Nel confronto con quanto detto rispetto alla tradizione del giornalismo politico italiano e dei suoi “millecinquecento lettori” (Forcella, 2004) l’ottica si modifica in maniera decisiva. Per esempio, il concetto espresso nello stralcio di intervista riportato di seguito si ritrova spesso, in particolare, nella combinazione di giornali puramente digitali e che coprono circoscritti ambiti informativi (locali oppure monotematici).

 

 

 

 

“L’interazione con i lettori è ciò di cui andiamo più fieri. I commenti rappresentano una parte fondamentale del giornale, tant’è che hanno una posizione di preminenza sulla homepage. Il commento non è moderato anche perché, non so se siamo fortunati noi, ma i nostri lettori non esagerano mai. Anzi hanno una funzione integrativa di ciò che pubblichiamo che è assolutamente essenziale, perché noi non siamo esperti di tutto ciò che trattiamo, mentre tra gli utenti c’è sempre chi si occupa di energie rinnovabili, chi fa il veterinario piuttosto che il medico. I loro commenti e le loro precisazioni sono per noi un valore aggiunto di estrema importanza (new, website, redattore, 2013)”.

 

 

 

Il fatto che queste parole provengano proprio da un redattore di un giornale locale aumenta la portata degli effetti che l’interazione ha sul campo. Il giornalismo locale in Italia sta diventando prevalentemente un giornalismo online (cfr. Mazzoleni, Vigevani, Splendore, 2011), un giornalismo che per molti versi appare in salute, che assume praticanti e che conta un buon numero di redazioni. Un esempio è dato dalle molte iniziative di giornalismo crowdfunding (cfr. Porlezza, Splendore, 2016). Insomma, la dimensione di quel giornalismo condivide spesso l’ideologia della partecipazione come è evidente nelle righe appena riportate. Questo cambiamento non pare rimanere circoscritto solo ai contesti del giornalismo digitale locale. In maniera decisamente riflessiva e talvolta forzatamente incorporata, la maggior parte dei giornalisti si è confrontata con questo tema, indipendentemente dal tipo di testata di appartenenza, dalla traiettoria o dagli anni di carriera.

 

 

 

 

“Abbiamo avuto casi in cui abbiamo aperto i commenti su questioni normative e sono arrivate valanghe di mail, informazioni commenti che sono diventati una campagna, poi hanno portato alla modifica della legge (legacy, website, redattore, 2008)”.

 

 

 

“Porre maggiore attenzione a contenuti ai quali magari avresti dato meno importanza è fondamentale. E attenzione, non sono i contenuti a venire dal basso, ma è proprio l’interesse a venire dal basso (legacy, agenzia, redattore, 2015)”.

 

 

 

 

In questa cornice giocano un ruolo di primo piano i social media. Dalle parole dei giornalisti si comprende immediatamente quanto essi siano incorporati alle pratiche quotidiane. I loro account, in senso etnometodologico, intrecciano in maniera indistinguibile le logiche professionali giornalistiche con logiche che vanno oltre lo specifico del campo dell’informazione. Il complessivo sistema di valori che compone l’open journalism è assunto dai giornalisti come già ibridato; quando i giornalisti adottano questo orientamento ideologico professionale lo fanno guidati da orizzonti valoriali che appartenevano ad altri campi (in questo caso quello dell’open source), ma che, in virtù del mutamento dell’ecologia dei media, si adeguano perfettamente al campo giornalistico.

 

 

 

 

“Se vogliamo continuare a pensare al giornalista classico, quello che si è formato sulla strada, allora concordo sul fatto che non esista più. È vero che le news si esauriscono molto più rapidamente rispetto al passato ma non lo considero un punto a sfavore. Grazie alla rete abbiamo la possibilità di accedere a un numero di informazioni decisamente più elevato senza dover avere determinati intermediari, potendoci anche affidare ad altri (legacy, carta, redattore, 2013)”.

 

 

 

 

Diritto d’accesso ai media: giornalisti e potere

 

 

 

Per molti autori, proprio la frammentarietà e la ricchezza dei flussi di comunicazione, la velocità che impongono – che come si è visto assurge a valore professionale vincolante e irriflessivo – contribuiscono al rafforzamento delle fonti istituzionali. I giornalisti dipendono ancor più intensamente dal materiale prodotto e distribuito dagli uffici delle pubbliche relazioni e dagli spin doctor. Una ricerca comparata effettuata attorno al 2012 mostra come sia proprio l’Italia il paese che usa il minor numero di fonti per comporre una notizia, che il 67% di queste non prevede alcun confronto tra opinioni divergenti e che nello specifico del giornalismo politico oltre il 70% delle fonti utilizzate è istituzionale (Riffen et al., 2013). Si rinforza dunque quella visione di un giornalismo italiano appiattito sulle fonti istituzionali, generalmente politiche, a cui è attribuita quell’autorevolezza necessaria per legittimare l’informazione prodotta. In questo senso un’analisi in chiave epistemologica della produzione di informazione si lega a una più ampia riflessione rispetto al potere. Studiare il rapporto tra fonti e giornalisti significa approfondire due declinazioni analiticamente distinte del potere. Innanzitutto una relazione di potere effimera, ma determinante, che ha a che fare con la formazione dell’agenda: stabilire ciò che è importante sapere. Si parte perciò dal presupposto che i giornalisti nel loro lavoro quotidiano abbiano il potere di decidere cosa sia importante che i lettori sappiano. Non compiono questa scelta autonomamente, ma relazionandosi alle fonti, sottostando a un’organizzazione, subendo la linea editoriale o pressioni esterne. La seconda declinazione del significato di potere ha sempre a che fare con il lavoro quotidiano delle imprese che, ripetuto nel tempo, non solo crea agenda, ma rinsalda posizioni di potere, crea significati duraturi, frame, stereotipi, visioni del mondo. Detto in altri termini, crea quella stessa cultura che diventa riflessivamente una chiave fondamentale per interpretare anche le pratiche di produzione. In questo framework è principalmente il campo politico a condizionare l’autonomia dei giornalisti e del campo dell’informazione.

 

 

 

 

 

Le fonti e il giornalismo (italiano):

 

 

 

Nel complesso, dunque, il quadro appare piuttosto chiaro: c’è un gruppo ratificato di fonti ritenute affidabili e sulle quali i giornalisti costruiscono abitudinariamente parte della loro produzione. Seguendo le categorie introdotte da Hanitzsch (2007), per quanto riguarda la prima dimensione (quella appunto dell’oggettività) questo gruppo di fonti dispone i giornalisti italiani decisamente verso un approccio procedurale alla realtà, che può essere solo “ricostruita” giornalisticamente. I giornalisti si affidano principalmente a fonti indirette, che a loro volta propongono interpretazioni degli accadimenti del reale, che i giornalisti analizzano e ricostruiscono in una notizia coerente. Ciò appare evidente nel momento in cui si parla di fonti quali relazioni pubbliche, media, contatti personali, agenzie e siti. Un’altra fonte sono i comunicati stampa.

 

 

 

 

 

“Nell’organizzazione della mia redazione i comunicati stampa vengono gestiti dal desk, dunque dai capiservizio, caporedattori, che per capirci sono a una scrivania. La redazione ha un flusso continuo di comunicati stampa, sono un centinaio ogni giorno e molte sono dichiarazioni, commenti che alimentano il dibattito politico, che hanno più o meno rilevanza, ma da lì possono scaturire delle notizie (legacy, agenzia, redattore, 2014)”.

 

 

 

 

Dunque sono fonti indirette che già attribuiscono delle interpretazioni degli accadimenti. In questi casi anche il processo di verifica talvolta non è neppure necessario. L’unico sforzo giornalistico è quello della selezione: se il giornalista reputa notiziabile il comunicato stampa (o la notizia letta da un lancio di agenzia come da un tweet di un’altra testata informativa) lo trasforma in notizia. Dunque, per quanto riguarda la dimensione dell’oggettività il giornalista non fa altro che compiere una mediazione di una mediazione; invece è più problematico collocare con precisione gli atteggiamenti dei giornalisti dal punto di vista della seconda dimensione, quella che riguarda il modo in cui viene legittimata la validità della notizia. Nel momento in cui si riporta un comunicato stampa di una grande azienda, oppure la dichiarazione di un politico, ci si trova dalla parte dell’empirismo, i giornalisti in quel caso utilizzano quelle fonti (e la legittimità di coloro che le producono) come prova della validità della ricostruzione che stanno facendo. Questo accade soprattutto quando si parla di giornalisti che abbracciano alcune delle ideologie già analizzate, come l’objective journalism, ma come anche il medium oriented journalism che fa della velocità uno dei valori professionali fondamentali. In altri casi, invece, quelle stesse fonti possono diventare un ulteriore suffragio per ricostruzioni più elaborate; il discernimento della verità e la ricostruzione della legittimità avvengono attraverso un ragionamento convincente.

 

 

 

 

 

“Il “New York Times” è una fonte talmente autorevole che puoi anche prenderla,lo citi, scrivendo appunto «secondo il “New York Times”», e la notizia può essere data (new, website, redattore, 2010)”.

 

 

 

 

 

L’analisi compiuta attraverso le dimensioni proposte da Hanitzsch (2007) si fa meno intuitiva quando si considerano i social media nelle loro diverse forme, compresa quella che qui ho definito rumore.

 

 

 

 

“Il lavoro sui social media è fondamentale, io seguo molto Twitter per capire cosa bolle in pentola, cosa dicono le persone. Ho la sensazione che i social, o per meglio dire i cittadini che commentano sui social, siano anche in grado di trascinare la politica (legacy, carta, redattore, 2014)”.

 

 

 

 

Al di là delle valutazioni rispetto alle conseguenze che i social media possano avere nei confronti della politica o delle politiche pubbliche, quello che qui è interessante è che il giornalista concepisce il contenuto prodotto attraverso il social media come una realtà oggettiva. Insomma, quello che è raro poter riscontare nel giornalismo, non solo italiano, avviene invece attraverso i social. Questa considerazione non vuole essere normativa, non è un giudizio di valore sulla bontà dei modi in cui i giornalisti concepiscono il reale, ma è un modo per annotare il cambiamento d’approccio.

 

 

 

 

Post verità e fake news:

 

 

 

Gli Oxford Dictionaries – attraverso meccanismi che non ha troppo senso qui approfondire – hanno votato il termine post-truth (post-verità) come parola del 2016, perché “denota circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti per formare l’opinione pubblica rispetto alle emozioni e ai convincimenti personali”. Inoltre è stato riconosciuto che questo termine rimbalza da più di dieci anni nei discorsi che ruotano attorno alla produzione di informazione, ma proprio durante il 2016 ha ottenuto una maggiore importanza, considerato il ruolo acquisito dalle notizie di dubbia provenienza capaci di intrecciarsi con campagne elettorali come il referendum in cui i cittadini britannici hanno votato per uscire dall’Unione europea (passato alle cronache come Brexit) o l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America.
Il contesto contemporaneo, da un lato, aumenta la pressione dei cosiddetti stakeholders dell’informazione (lettori, politica, imprese ecc.), degli stessi giornalisti e degli studiosi affinché siano più trasparenti le modalità attraverso cui il giornalismo fornisce evidenze per legittimare la propria informazione; dall’altro, cresce anche la circolazione di notizie non verificate o totalmente false, che possono avere influenza sui modi in cui chi le fruisce costruisce rappresentazioni della realtà (cfr. Giglietto et al., 2016). I meccanismi attraverso cui i giornalisti restituiscono le evidenze delle proprie ricostruzioni rappresentano dunque un ulteriore contesto di conflitto in cui si disputa il boundary-work. Tra i molti contesti conflittuali fin qui esaminati, taluni meramente simbolici, altri legati alla materialità delle pratiche (appunto quelli tra giornalismo tradizionale e giornalismo digitale, quelli tra giornalismo fatto da professionisti e quello fatto dal basso, quello tra diverse logiche professionali), questa disputa che contrappone il giornalismo alla diffusione di informazioni costruite sulla “post-verità”, o a vere e proprie fake news, è quella che più mette a repentaglio la sua legittimità. Se la circolazione di notizie false, non accurate, non veicolate da alcuna evidenza empirica dovesse eguagliare quella di notizie prodotte con riconosciuti criteri professionali, non solo i contorni del giornalismo diventerebbero ancora più sfuocati, ma la sua funzione sociale stessa sarebbe messa a repentaglio (Donsbach, 2009).
Il fatto che, a fronte di un generale livello basso di empirismo, il campo giornalistico stia accogliendo meccanismi anche semplici attraverso cui attribuire alle news maggiore credibilità (appunto l’uso di link alle fonti o semplici screenshot) ridisegna anche i possibili confini del prodotto giornalistico. Si ribadisce che qui non è in discussione la questione normativa, ma gli effetti di un confronto simbolico e materiale (tra verità e non verità, tra notizie che circolano poco e quelle che deflagrano nella rete) che potrebbe inficiare proprio il giornalismo come istituzione. In questo caso, per delimitare i confini del campo e distinguersi da chi proditoriamente e intenzionalmente distribuisce notizie fondate sulla post-verità, i giornalisti potrebbero riposizionarsi più evidentemente dal lato dell’empirismo, dell’evidenza, dei fatti. Per esempio, i giornalisti potrebbero assegnare sempre minor valore ai cosiddetti pezzi “di retroscena”, proprio perché possono essere suffragati solo da fonti anonime non ulteriormente verificabili. Che questo processo in parte stia già avvenendo appare chiaro, per quanto questa scelta di riposizionamento non sembri rivendicata solo in opposizione alle notizie false, ma giustificata anche da altri elementi. In questo quadro, indubbiamente, i fattori tecnologici (intesi in senso lato) appaiono sovente i più incisivi nel riposizionamento di alcuni giornalisti. Come sostiene Bucher (2016, p. 11): “I software diventano uno strumento epistemico capace di fare capire non semplicemente le performance degli stessi giornalisti e i comportamenti del lettore, ma anche le aspettative che esistono a livello manageriale su ciò che costituisce un buon lavoro di produzione dell’informazione”. Detto altrimenti, la tecnologia (in senso lato) permette con più facilità di produrre evidenze rispetto a determinate ricostruzioni di news e allora il giornalista privilegia la selezione di fonti che lo consentono (appunto gli account ufficiali dei social media oppure quello che si è definito come rumore, ma anche il lettore quando è in grado di trasmettere evidenze che avallano quelle imbeccate) invece di indagare ambiti che sono più complicati da legittimare epistemicamente. Che questo discorso sia tutt’altro che normativamente orientato lo dimostra anche il fatto che questi atteggiamenti professionali potrebbero compromettere orientamenti giornalistici come il watchdog o il giornalismo investigativo, in favore della copertura di eventi in cui le fonti hanno il vantaggio della definizione primaria. Questo non esclude che i giornalisti possano comunque ricostruire cornici di senso differenti, ma lo devono fare basandosi su evidenze pubbliche e talvolta effimere, oppure sul rapporto con i lettori e la loro potenziale capacità di innescare notizie rilevanti (ciò, ovviamente, è legato alla discussione già affrontata rispetto all’open journalism).

 

 

 

 

 

 

Ibridazione e cultura giornalistica italiana

 

 

 

 

 

Che tipo di cultura giornalistica emerge dunque dall’analisi del contesto italiano? Weaver (1998), congiuntamente a un numero ragguardevole di altre ricerche comparative, sostiene che esistono differenze sostanziali tra le culture giornalistiche nazionali. A partire dal 2000 le condizioni sono però drasticamente cambiate. Questo cambiamento è avvenuto in virtù dell’intensificazione dei flussi comunicativi globali che hanno traiettorie indecifrabili e caotiche, che sovente sono il precipitato del potere esercitato da algoritmi o da imprese tecnologiche, ma che in altri casi possono essere anche il risultato di intuizioni personali che confliggono con gli interessi manifesti di organizzazioni economicamente e politicamente più stabili. Insomma, di certo Google influisce sul giornalismo e su suoi valori professionali e pratiche culturali, ma lo ha fatto anche Michael van Poppel nella sua stanza di adolescente olandese che ha inventato la bno News, una delle agenzie di stampa più veloci al mondo. Il risultato di questo coacervo di forze centrifughe e centripete non è la costruzione sociale di una cultura giornalistica globale condivisa (cfr. Reese, 2001), ma non è neanche la formazione di culture giornalistiche con confini nazionali ben identificati.
Seguendo il ragionamento di Hanitzsch (2007), le ideologie professionali devono essere considerate come la cristallizzazione della varietà di valori, orientamenti e predisposizioni che articolano una cultura professionale dominante (per esempio, il giornalismo obiettivo tipico del modello normativo) o di valori contro-egemonici (come quelli rappresentati dal giornalismo civico). La cultura giornalistica deve essere dunque interpretata come l’arena nella quale le diverse ideologie professionali competono istituzionalmente e simbolicamente per imporre l’interpretazione dominante dell’identità e della funzione sociale del giornalismo (ivi, p. 370). Quello che qui sostengo rispetto alla cultura giornalistica italiana è che:

 

 

 

 

 

1. i giornalisti hanno a disposizione modelli diversi e ben identificati per avvicinarsi alla professione in termini di valori professionali e approcci epistemologici;

 

 

 

 

2. i giornalisti possono adottare fluidamente quei modelli a seconda delle circostanze e delle condizioni di lavoro;

 

 

 

3. alcuni di questi modelli si formano in tempi molto rapidi;

 

 

 

4. le combinazioni delle argomentazioni discorsive che li legittimano hanno vari e diversificati appigli a cui sostenersi;

 

 

 

5. non esiste più un’ideologia professionale dominante. In altri termini, i giornalisti italiani condividono molti taciti presupposti, ma spesso motivano il loro lavoro attraverso una diversa illusio, ossia hanno ragioni differenti per impegnarsi nella produzione dell’informazione.

 

 

 

 

 

 

Giornalismo e società

 

 

 

Fin qui, però, si è affrontato un discorso quasi esclusivamente interno al giornalismo, in cui l’accettazione della professionalità dipende principalmente dai pari e dalle istituzioni che regolano il mestiere. Ma come dice Abbott (1988, p. 318), una definizione seppur ampia di professionalizzazione necessita anche di un livello di deferenza sociale. Insomma, al di là della coerenza o incoerenza, compattezza o disgregazione delle valutazioni interne al campo, rimangono questioni legate ai modi in cui la società stessa accoglie quelle rivendicazioni. Se i discorsi sulla professione sono finalizzati a guadagnare legittimità, è necessario che essi siano sostenuti dall’esterno: è necessario convincere anche gli altri attori in causa, far loro riconoscere quel ruolo. Il giornalismo italiano ha dichiarato – talvolta fieramente, talaltra in maniera riluttante – la sua vicinanza a poteri politici ed economici, altre
volte se ne è manifestamente allontanato o ha fatto una bandiera della sua indipendenza. Insomma, nel giornalismo italiano non sono mai esistiti pratiche o valori estesi, condivisi, legittimati e legittimanti come l’obiettività del giornalismo americano di fine Novecento o come la trasparenza in quello britannico.
Quello che qui sostengo è che se, nel secolo scorso, la perdita di legittimità e di credibilità nei confronti del pubblico era dovuta alla vicinanza del giornalismo al potere, è probabile che adesso la stessa cosa dipenda proprio da quella varietà di stili e valori che il giornalismo italiano esprime. Insomma, se all’interno degli studi di giornalismo ci si interroga se ha ancora senso legittimare il ruolo del giornalismo rispetto alla democrazia e non bisogna invece trovare altre spiegazioni – dalla costruzione di comunità alla capacità di semplificare e trasmettere questioni complesse, di costruire delle mappe che indirizzino il gusto, e perché no anche di farci divertire e distrarre – è giusto che tali domande se le ponga anche il lettore, senza darsi risposte adeguate e magari protestando per l’ennesima fotogallery inframezzata da pubblicità. Nell’Introduzione mi sono riferito al fatto che i valori professionali del giornalismo riflettono i valori condivisi del contesto culturale in cui sono immersi (Hallin, 1989). È chiaro, però, che il giornalismo italiano non può fare altro che riflettersi nei modi in cui la società italiana sta cambiando: ciò che questa ritiene accettabile e rilevante si trasforma in stili di produzione delle news. Non posso qui affermare che la molteplicità dei valori e degli orientamenti ideologici del giornalismo italiano rispecchino totalmente quelli della società italiana, però, se in questa contemporaneità connessa (Castells, 2001), in questo frammentato caos culturale (McNair, 2006) coloro che preferiscono determinati stili di produzione delle news riuscissero a ritenerne legittimi anche altri differenti, al giornalismo potrebbe essere conferita legittimità proprio per la diversità dei suoi prodotti e orientamenti. La forza del giornalismo italiano è dunque il suo plurale.
Un’ultima notazione. Il giornalismo è un prodotto culturale estremamente complesso, soprattutto nella nostra contemporaneità. Per informarsi adeguatamente, oggi è spesso necessario impiegare tempo: è lecito quindi che il pubblico possa avere delle pretese, è giusto che pretenda precisione, onestà, accuratezza, trasparenza, ma l’uso di scorciatoie risulta generalmente insidioso. Il suggerimento per il lettore è di saper cogliere quello che di buono già c’è: ricchezza di informazioni, punti di vista, orientamenti, stili. Basta prendersi cura dell’offerta, spendere un po’ di tempo, fatica, eventualmente anche denaro, per capire di chi potersi fidare.

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