Inghilfredi, Dogliosamente e con gran malenanza

Dogliosamente e con gran malenanza
conven chio canti e mostri mia grameza,
ca per servire sono in disperanza:
la mia fede m’à tolta l’allegreza.
Però di canto non posso partire,
poi c’a la morte mi vado ap[p]ressando,
sì come il ciecen, che more in cantando,
la mia vita si parte e vo morire.
Partomi da sollazo e d’ogne gioco
e ciascun altro faccia a mia parvenza,
ca dentro l’aigua m’à abrusciato il foco,
mia sicurtate m’à dato spavenza.
Fui miso in gioco e frastenuto in pianto
sì falsamente mi ‘ngannò lo sguardo,
sì come a lo leone lo leupardo,
c’a tradimento li leva l’amanto.
Per tradimento sono dismarruto,
del qual null’omo potesi guardare
e son sì preso e sì forte feruto,
c’agio dottanza di poter campare,
poi che le pia[c]que a quella c’à in podere
la rota di fortuna permutare;
però le piaccia di me rallegrare;
cui à saglito, faccialo cadere.
Faccia in tal guisa che naturalmente
vadan le doglie che ò non pe[r] rasone,
ca non è gioco d’essere servente
a chi è meno di sua condizione.
E rason porta di punir li mali;
però si guardi chi mi tene a dura,
che la pantera à in sè ben tal natura,
c’a la sua lena tragon li animali.
S’eo trago a voi, non vo’ più star tardando,
ched io non saccia in che guisa mi provo;
ardo, consumo e struggo pur pensando
com’ son caduto e unde e com’ mi trovo.
Però ciascun faccia di sè mutanza
ed agia in sè fermanza e novo core;
lo fenix arde e rinova megliore;
non dotti l’om penar per meglioranza.
Però la sesta facc[i]a movimento,
ancor che paia altrui disordinato,
e facc[i]a mostra per avedimento
che ciascun guardi chi siede in mio stato;
chè ciascun d’alto potesi bassare,
se regimento non à chi ‘l difenda;
lo leofante null’omo riprenda,
se, quando cade, non si può levare.