Inghilfredi, Sì alto intendimento

Sì alto intendimento
m’ave donato Amore,
ch’eo non sac[c]io invenire
in che guisa possa merzè trovare.
Però lo mio talento
m’a[ve] miso in errore,
ca non volse soffrire
di non voler sì altamente amare.
Ma poi che piacere
à l’Arnore, che tant’è poderoso,
ciò è lo mio volere;
m’à miso il core in af[f]anno gravoso,
non saccio loco che n’agia ragione.
Penso se narramento
è fatto [a] alcun signore
per dover diffinire
al qual de’ dui s’ac[c]orda più, ‘ver pare.
Non è gran fallimento
d’amar, poi che ‘l meo core
è voluto asentire
a tal voler ch’eo no ‘l posso abentare.
E però degia avere
l’amore forza in loco dobitoso;
e facci’ a lei sapere
che son le pene del male amoroso:
forza d’amar mi mette a condizione.
Lo meo innamoramento
m’à sì tolto ‘l valore
[ . . . . . . ]
Però ‘l gran valimento
di lei, cui chiamo fiore,
vorria, s’eo l’auso dire,
umilmente di merzè pregare
di darme alegiamento
di pic[c]iolo sentore
[ . . . . -ire]
la dolce c[i]era sol d’uno isguardare,
perchè lo meo dolere
avesse via di non esser dottoso
contra l’alto parere
di lei, che m’è come l’omo nascoso,
che per aguaito face offensione.