Ippolito Nievo – Il conte pecoraio

I.

Un bel paesino guarda nel mezzano Friuli(1) lo sbocco d’una di quelle forre, che dividono il parlare italico dallo slavo; ma quanto le montagne gli si radunano da tergo aspre e aggrottate, altrettanto esso ride tutto aperto e pampinoso incontro al sole che lo vagheggia dall’alba al tramonto anche nelle giornate piú avare del verno. Pronunciare cosi di botto le tre dolci sillabe del suo nome, sarebbe come innamorarvene addirittura, e togliere a me scrittore il merito di un tal trionfo; onde, lettori garbati, accontentatevi di sapere per ora, come lo divida per mezzo il torrente Cornapo, nato poche miglia piú sopra tra le prime vedette del grande accampamento slavo.
A destra si digrada per poggi e valloncelli un giardino intrecciato di castagneti e di vigne; e sembra che il Pittore eterno, compiaciutosi troppo di quella parte del quadro, ne abbia poi sbozzato affrettatamente le altre, dove le nude rocce si drizzano, si storcono, e precipitano nel torrente in atteggiamenti orribili e mostruosi. Ciò nullameno sulla riva sinistra torreggia anche adesso un vasto caseggiato, che raccoglie gli aspetti di palazzo e di fattoria; e dietro di esso fino ad alcune rovinose merlature feudali s’inerpica un bosco di castagni confitto e saldato su quei greppi dalla solerte mano di molte generazioni. Quel caseggiato poi, per quanto, conosciuto dappresso, abbia viso piú d’un villan rifatto che d’un rigido guerriero o d’un parruccone patrizio, ha redatto dalle soprastanti rovine il titolo di castello, per quel sottile buon senso delle lingue volgari, che mirando al fondo delle cose o, come esso dice, alla morale della favola, imbercia sempre nel vero. Cosí i contadini che veggono stare lassú l’oracolo padronale, e scenderne gli assoluti comandi, e salirvi le migliori derrate, non si sbracciano con noi poetuzzi a cantare le esequie dei diritti feudali; ma se per sorte cade loro dalle labbra il nome dei Conti, lo sventolano tosto con una levata e mezzo di cappello; e se all’indomani si affiggesse un bando per ristorare i privilegi magnatizi, sarebbe piú assai la meraviglia che lo sgomento. Infatti le casicciuole paesane stanno ancora rannicchiate qua e là, per le falde del monte, come i pulcini sotto la siepe quando il volo del falco s’arrotonda poco lontano; e se taluna alza timidamente il nuovo coperto di tegole, molte anche nascondono tra i carpini e i gelsi l’antica tettoia di paglia. Sola si mostra all’aperto sopra romito sterrato la chiesuola del villaggio, come quella che appartenendo a piú alto signore non ha paura delle mobili fortune di quaggiú; e sotto il patrocinio del campanile si ricovera anche la canonica, la quale sembra invitar da lontano le mendicanti Resiane, che scendono in autunno con la gerla in ispalla alla cerca annuale; povere e scalze cappuccine, non votate alla povertà ma contente di essa, che domandano un soldo per l’amore di Dio, e anche negate di quello si accommiatano col sublime saluto: «Lodato sia Gesú Cristo!».
La strada carreggiabile che dalla valle del Turro, scolo dei minori rigagnoli, serpeggia salendo per un buon miglio, dopo attraversata una metà del paesello, per dar mano all’altra, scavalca il Cornapo, sopra un ponte, che per la solida e pittoresca arditezza potrebbe esser stato eretto dagli angeli, come quello di Cividale dal diavolo; ma oltre l’acqua, e di poco oltrepassata la calata del castello, la carraia scompare in un rovinío di frane, di ghiaie, di cespugli; e di là molti sentieri si partono alle varie loro faccende, alcuni de’ quali ripiombano nel torrente dov’è il lavatoio e la fontana; altri montano pei fianchi scheggiosi della rupe, come in cerca delle capre che ad essi convengono sulla sera al fischio del pastore; e il piú coraggioso s’addentra direttamente nella gola del Cornapo, e a volte piegando a patteggiare con esso fino a raderne il letto, talora sfuggendogli via snello e periglioso per le ripiegature della costa, tal’altra circuendo qualche macchia di castagni, sale a provvedere delle derrate pianigiane i casolari pastorecci della montagna. Né è raro ai giorni di mercato incontrarsi per esso in un carico di fieno che da lunge sembra avanzare, come un nuvolone sospinto dal vento, tra la spaccatura della roccia; e poi al farglisi piú accosto, si scernono due gambe nerborute alternarsi misuratamente sotto la vasta mole, finché quando ti premi nella rupe a dargli il passo, ne scappa fuori un saluto di voce soave e femminina, e tra l’erba odorosa e cadente d’ogni lato riposi collo sguardo negli occhioni umidi e cerulei d’una fanciulla di Schiavonia. A quel modo campa sua vita quella paziente famiglia, scambiando il fieno, i capretti, gli utensili di legno e le castagne con quel po’ di farina che basti al suo sostentamento; e vorrei sciupar l’anima se nel volgo cittadino si trova un’occhiata cosí contenta e soave come quella della donzelletta accennata poco fa.
La gola del Cornapo non è, a vero dire, cosí tetra e piena di ribrezzo come l’altra detta di Crosis, che dà varco poco piú sopra alla corrente del Turro; e infatti s’avrebbe a fare una lunga e proficua meditazione su questo appellativo di Crosis venutole appunto dagli infortuni che frequenti vi accadono; ma pure anche il Cornapo ha le sue dure battaglie da sostenere con la montagna prima di uscirne vincitore; e lo si vede nel fondo di essa aprire col continuo sbattito dell’onda un borro angusto e cavernoso; finché decorrendo all’aperto traverso le campagnette pedemontane perde sotto Nimis il nome e la vita nel letto ghiaioso del Turco, che sembra raccogliersi di bel nuovo sotto il monte appunto per vietare il passaggio allo spaurito tributario. Tra Nimis poi e lo stretto di Crosis s’accavalla via via un labirinto di poggi, di colli e d’affaldamenti alpini che ricetta i villaggi schiavoneschi di Sedilis e di Ramandolo, e che, cominciando a mezzodí al confluire del Cornapo col Turro, finisce poi a tramontana quasi strozzato fra questo e la rupe sul tenere di Ciseriis; Ciseriis, tenetelo ben a mente, povero e sparpagliato paesuccio di montagna il quale del pari che lo Zuglio Carnico e il Foro Giulio cividalese, è un’orma impressa sulla terra friulana da quel vittorioso viaggiatore che fu Giulio Cesare.
Tuttavia, se pieno il capo di grandi e storiche memorie ci addentriamo fra le sonanti grotte del Turro, lungo il dirotto sentiero dove i creduli montanari ancora discernono le rotaie dei carri romani, un piú dolce sentimento di allegria ne allaga l’anima, quando, tra i frondosi castagni e i rosseggianti vigneti di Ramandolo, pieghiamo verso il Cornapo; e cosí a mano a mano che il piede s’inerpica per quelle piagge ombreggiate, cresce la giocondezza nel cuore, finché, attraverso i rami stormeggianti delle piante sottoposte traspariscono le rovine, il castello, la chiesuola e le casupole descritte in addietro. Bellissimo in verità fra tutti gli aspetti di natura e tale che accontenta lo spirito d’una serena contemplazione; onde io, o benigni lettori, al vedervi già invaghiti per opera mia di quel paesello, non posso tenermi dal bisbigliarne sommessamente il nome che è Torlano; e se non gli siete grati d’aver serbato lí sul confine degli Slavi una cosí italiana armonia di parola, ben siete i piú barbari e malcreati dei lettori.

II.

Or dunque, per narrarvi la storia ab ovo, quaranta anni or sono il conte Alberico di Torlano era uscito per l’appunto del prete, quando gli scialacquî paterni e i disperdimenti della rivoluzione avevan dato l’ultimo crollo al gentilizio patrimonio. Non che si fosse raccorciato d’un palmo il vastissimo possedimento; ma quell’invisibile cancro delle ipoteche era venuto smagrandolo per modo, che alla morte del padre il conte ebbe a rimanere semplice amministratore di venti o trenta creditori diversamente affamati; il che, sia detto con buona pace dei presenti, non è certo lo stato piú comodo, o il meglio confacente ad aristocratica maestà. Fino allora, per quanto la sua vita fosse somigliata ad un sonnellino nella bambagia, egli non aveva cessato dall’armarsi via via di tutte quelle doti che dovevano servire poi le sue trame ambiziose ed avare. Dalle dottrine liberalesche, per esempio, che avevano presieduto per moda alla educazione di lui fanciullo, aveva guadagnato quel dispregio dei principî morali e quella sfrenatezza, anzi servile anarchia d’opinioni, cui esse menano assai facilmente i cervelli deboli o disonesti. Quando poi la restaurazione delle antiche autorità ebbe dato un tuffo a quei suoi grilli di stolteggiante filosofia, eccoti ch’egli, comprendendo di sbalzo quanto a lui potevano ridondare vantaggi dal vecchio ordine di cose, si era dato a rinverniciare d’arrogante sussiego e di religiosa ipocrisia quell’impasto di sordidi viziacci che gli marciva nel sangue. Questo ebbe ad operare il Contino nei verdi anni dell’innocenza con la sola scorta di sua buona indole; ma allorché, seppellito il padre e scandagliata la domestica miseria, si trovò di fronte alla vita, alla vera vita per proprio conto; e le cose non le ebbe piú a travedere con la debole fiaccola del raziocinio, ma le palpò e le giudicò con mano, allora si diede fra sé e sé a rifare e ringagliardire con ogni studio quel suo primo virginale ingegno; finché, stimandosi uguale alla grandezza della lotta, non titubò da ultimo a mettere in pratica la boriosa e crudele ingiustizia, appresa nel doppio tirocinio del bigottismo ingallonato e della cinica miscredenza. Negare i debiti aviti, piluccare fino al quattrino i pochi debitori, fraudare le dovute mercedi, opprimere in ogni modo i contadini, furono le sue prime scaramucce; né v’era mezzo riputato iniquo, ove tendesse a quella santa opera di ridonare alla famiglia i perduti splendori. Immaginatevi come stessero i coloni; i quali, avvezzi alla sapiente noncuranza d’un fattore, sentivano improvvisa la verga ferrea di questo devoto Neroncino! Molti furono quelli cui non parve vero potersela svignare, lasciando arnesi e bestie da lavoro, stupefatti e beatissimi di condur salva una suppellettile di casa; ma anche fra contadini ci sono certe teste guaste che pigliano affetto al luogo dove sono cresciuti, e, come il cane, non si partono che cacciati. Tra questi era sui poderi del conte di Torlano una famiglia che portava il cognome del padrone, e dalle bocche dei contadini andava fregiata dei medesimi titoli; né è strano qui nel Friuli trovare dietro l’aratro una scaduta o piuttosto rinverginata aristocrazia, mentre il gemello patriziato, rigonfio di maggioraschi e di primogeniture, poltrisce tirannescamente, tanto piú crudo ed immemore, quanto meglio la tradizione e la consonanza dei casati ricordano l’origine comune. Il fatto sta, che la casata villeresca dei Torlano numerava tra le antichissime del territorio, e a qualche vecchio sovveniva aver udito narrare dai vecchi, come avesse avuto il suo primo stipite in un contino del castello, che diseredato dal padre per la rifiutata cocolla, si era ridotto a vivere su venti campi di colonía(2) concessigli in usufrutto da uno zio scialone; ma tornati al Creatore que’ personaggi, e allentatesi le corrispondenze familiari con i figli e piú ancora con i nipoti del ribelle, la parentela a poco a poco aveva dato luogo alla padronanza, e l’usufrutto ad un affitto bello e buono; dalla gravezza del quale i nobili fittaiuoli furono in breve costretti ad incallire le mani sul badile. Cosí mormorava la gente; mentre nella sala dei castellani un ramo importante dell’albero genealogico appariva troncato da bugiarda sterilità.
Quando dunque il conte Alberico rimase affatto padrone di sé, due buoni campagnoli, padre e figlio, soli sopravvivevano di quella famiglia patriarcale; ma i loro affari domestici, per mille vicende, di gragnuole, di malattie, di guerre, e d’altri simili infortuni, rovinavano giorno per giorno in guisa, che ben poca lusinga durava di poterli almeno puntellare; se pure il giovine Santo, che era di lunga mano il piú bello e costumato dei dintorni, non avesse gettato fortunatamente l’amo in una dote vistosa. Il conte, che non amava per nulla i coloni poveri e addebitati con lui, vedeva di mal occhio quei due pezzenti; e credette mostrarsi buono buono, col proporre in moglie al giovane la vedova d’un certo castaldo, che aveva raggrumolato qualche zecchino con le ruberie proprie e del marito; ma Santo che, unico retaggio dell’originaria nobilea, serbava la magnanimità e il dispregio della servitú prezzolata, si era schivato rispondendo non convenirgli lo accasarsi prima della coscrizione, e a ciò non dovergli mancar il tempo, e non veder nella fretta cagione di fiaccarsi il collo con la prima capitata. Non vi posso dire, quanto molesta saltasse la mosca al naso del tirannello, per questa risposta, che lo ammoniva, non esser lui padrone di tutto. Cominciò ad aspreggiare i due poveruomini, a maltrattarli con ogni sottile ingegno, a spogliarli di questo oggi, di quello domani; e finalmente andò tanto oltre la cosa che il vecchio ammalò di crepacuore, e siccome il giovane non bastava cosí soletto alla coltura dei venti campi, si ebbero asciutta asciutta una disdetta formale. Ed ecco quella disgraziata famiglia raminga senza nulla al mondo, dopo aver fecondato per qualche secolo col proprio sudore la campagna altrui. Santo per altro non si smarrí, e fabbricata sui comunali della montagna una di quelle capanne che chiamano casoni, vi si mise dentro col padre e coi rimasugli delle masserizie, aspettando con operosa pazienza i favori di Dio. Ma là invece lo attendevano peggiori e irreparabili sventure; poiché non confacendosi al vecchio quell’aria montana, l’infermità s’aggravava ogni giorno piú, e i medici chiamati da lontano, e le medicine continue costavano tanto sangue, e alla fine il poveruomo morí; se avesse campato un giorno ancora, il giovane avrebbe dovuto elemosinare per lui. Per questa sciagura tiratagli addosso dall’iniquità altrui venne a Santo un tal odio contro il conte Alberico, che da quell’ignorantello cristiano che egli era, desiderava di estrarre nella coscrizione un cattivo numero, onde, tolto dal paese, essere liberato dalla tentazione di fargli ogni peggior male. Ma la fortuna non gli andò a seconda in questa dabbene lusinga; e sempre crescendo l’odio suo, e non potendo frenarlo per alcun modo, ecco ch’egli si mise nell’idea di abbandonare per lungo tempo quei paesi, e cercare se non la pace almeno la dimenticanza in altre regioni. Sublime divisamento fu al certo questo di Santo d’abbandonare cosí la terra nativa, e gli amici, e il camposanto dove dormivano i suoi vecchi, per liberarsi l’animo da una sciagurata passione; ma di tali virtuosi atti abbonda ancora per sorte l’ingenua vita campagnola, benché per le città non ne sia rimasta traccia dopo l’êra dei Santi.
Per avventura era in quel tempo già da qualche anno cappellano della Parrocchia un certo don Angelo, nipote e coadiutore del vecchio piovano; una perla d’uomo e di prete, il quale, per essere originario del medio Tagliamento, conosceva molti di coloro che da quella parte sogliono andare a Roma a farvi i panettieri(3); ed egli confermò il giovane nell’animoso proposito, e lo diresse ad un suo cugino, che da anni abitava colà. Partito il povero Santo, nessuno aveva saputo per lunghissimo tempo di lui; finché capitò una lettera a don Angelo, nella quale chiedeva le «sue fedi», a quanto pareva, per accasarsi con la figlia d’un suo principale. Ma, mandate quelle, ecco che il buio tornò buio; e don Angelo avrebbe disperato di saperne nulla, se in quel torno un altro colono del conte Alberico, che si chiamava mastro Isidoro Romano, non avesse pensato anche lui d’andarsene da quelle parti con un suo figliuolo, lasciando il maggiore, sposo recente, e gli altri ancora piccini, a cura della campagna. Costui stette assente circa tre anni, quando una malattia di languore del suo primogenito Giuseppe, e la chiamata di Natale, ch’era con lui, alla cerna delle nuove milizie, lo costrinse sul piú bello a rimpatriare; ed egli raccontò d’aver veduto Santo, il quale sul sesto anno dalla sua lontananza aveva presa in moglie una bella e buona Romagnola; e dopo i nove mesi ne aveva avuto un angioletto di bambina, e cosí tutto gli era andato bene in sulle prime; ma poi la fortuna gli si era voltata contro, e improvvisamente gli aveva rapito la moglie per un mal di cuore fulminante; poi venne con molte altre disgrazie il fallimento del suo principale, e finalmente egli con la sua Maria, che toccava forse gli otto anni, si era ridotto a vagare per le Romagne lavorando di muratore. A tanto tristi notizie la speranza si andò affievolendo di riavere in paese quel dabbenuomo; e passarono molti anni, finché una bella domenica verso l’ora di messa egli comparve sul sagrato con la sua bella figliolina per mano, ma era cosí cadente e cencioso che perfino don Angelo durò fatica a ravvisarlo; senonché, per quanto l’età avesse curvato all’uno la persona, e spuntato la vista all’altro, i cuori erano sempre i medesimi, e il ritorno di Santo fu festeggiato come quello di un fratello. Né la festa fu di sole parole, poiché dagli antichi compari ebbe soccorsi d’ogni maniera; e tra le altre consolazioni trovò il suo casone, che con le pigioni riscosse semestre per semestre dal cappellano si era venuto allargando e abbellendo, sicché pareva un vero palazzino, a vederlo incappucciato di paglia fresca, e splendente di candida calcina nel bel verde dei pascoli. I Romano piú di tutti gli furono intorno con un vero assedio di offerte; ed essendo morto da poco il povero Giuseppe per quel tal malore che da sei anni non l’aveva mai lasciato del tutto, volevano ad ogni costo ch’egli prendesse nella famiglia il posto di lui. Ma Santo, preso di devoto amore per il tugurio dove suo padre lo aveva benedetto per l’ultima volta, non ebbe cuore di scendere ad abitare in paese, e solamente dopo qualche tempo consentí che vi scendesse la sua Maria. Né a questo partito s’indusse senza fiera lotta di affetti; ma vi si piegò da ultimo, poiché egli, ammaestrato per lunga e propria esperienza dei sommi pericoli dell’ignoranza, intendeva che la fanciulla imparasse a leggere e a scrivere, e siccome la strada dai pascoli alla scuola, era lunga e faticosa ad un petto infantile e delicato, cosí il bene di essa fece forza al cuore del padre. S’aggiunga poi che donna Maddalena, la moglie di mastro Doro, era un’assai buona vecchia, e buona del pari e valente in ogni opera casalinga e campereccia era Giuliana, vedova di Giuseppe: onde anche per questo lato, egli, che non aveva nessuna donna per casa, né voglia alcuna si sentiva di prendere una seconda moglie, stimò ottimo consiglio quello di affidare ad esse la sua Maria. Qualche lacrima fu sparsa nel dar effetto a tale deliberazione; la piccina da quella viziatella che era ebbe molto a pestare i piedi e a graffiare le mani di chi voleva trattenerla dal seguire suo padre; ma un po’ per volta si diede pace, tanto piú che Santo promise di venirla a visitare ogni giorno. Né poco conforto le fu il riannodare stretta amicizia con Natale, il quale laggíú a Roma molte e molte volte l’aveva fatta ballare sulle ginocchia, ed ora le veniva facendo da pedagogo, da fratello e da maestro; e pareva che appunto per il maggior bene della fanciulla il Cielo favorisse con ogni ventura Natale, poiché dopo cinque anni di milizia, ottenuta indefinita licenza per causa del fratello morto, e del padre vecchio e malaticcio, il suo colonnello pareva lo avesse amorevolmente dimenticato. Cosí sul volto di Maria venivano sbocciando le grazie giovanili, e il paese era pieno delle sue lodi, sia per la personcina snella e graziosa, sia per il vestire eletto e decente, sia per la parlantina vivace intinta alcun poco d’accento forestiero; e benché qualche scrupoloso mormorasse perché la vecchia Maddalena le soffiava nell’animo una soverchia vanagloria col mandarla ornata come una contessa, col predicare sempre sull’ingegno e sull’avvenenza di lei, e col lasciarla troppo bazzicare al castello; pure fino ad allora non c’era quel gran malanno, e la sagacia di Natale, e la compagnia di Giuliana eran bastate a temperare i cattivi effetti di quel falso e cieco amore della vecchia. Il male fu allorché, quando meno si sarebbe creduto e proprio sul finire degli otto anni fatali, Natale era stato richiesto al reggimento; ove gli convenne andarsene, lasciando le cose di famiglia alla cura di un vecchio quasi impotente, e ad un giovanetto e svagato fratello. In quella povera casa fu per quel colpo impreveduto una grande desolazione, ché già gli anni si erano fatti molto avversi alla gente villereccia, e purtroppo la mancanza di quel buon Natale metteva i suoi a faccia a faccia con la miseria. Maria poi ne fu piú di tutti sgomenta; e siccome egli non volle essere da alcuno accompagnato nella partenza, cosí ella, la giovinetta, andò ad aspettarlo un tratto innanzi per il sentiero, e solo con molte lacrime se ne divise sul passo del Turro verso Tarcento. E aveva ragione di accorarsi; poiché toltole di fianco quel savio compagno, e distratta piú che mai nelle faccende agresti Giuliana, ella si trovava abbandonata alla senile indulgenza della vecchia Maddalena. Non che di questo si desse fastidio, ma dico che avrebbe dovuto prenderne spavento, piú che d’ogni altro affanno venutole dall’assenza di Natale. La vecchia, del resto, era la meno addolorata, e tanta forza le rimase da poter confortare chi ne aveva di bisogno; a sentir lei, Natale sarebbe tornato di lí a poco, e un buon matrimonio li avrebbe ricondotti alla consueta allegria, e Dio avrebbe accomodato il resto mandando una sequela di annate le une piú buone delle altre. Quando poi, facendo ella parola del matrimonio di Natale, altri la guardava negli occhi per indovinare il nome della sposa, ella ne sorrideva scaltramente e pensava fra sé: «No, che non ne saprete nulla! Ma io ci veggo a fondo nelle cose, e non per niente il Signore mi ha posto qui in petto un cuore di mamma per quella creatura». Con tale antiveggenza della vecchia, figuratevi come fu accolto il desiderio di Santo di riavere presso di sé la figliola! Per poco ella non lo ebbe a svillaneggiare per averne osato muover verbo; e ne disse tante, e che una donzella non starebbe decentemente presso di lui costretto dal mestiere di pecoraio a correre i mercati tutto l’anno, e che lí in paese le sarebbe stato piú facile trovare un buon partito, e che era una crudeltà togliere a lei quella sua nuova figliuola, e che lui, se voleva, poteva bene dimorare con loro; e tante, insomma, ne aggiunse delle ragioni, da costringere Santo a battere la ritirata con le sue paterne tentazioni, quantunque queste lo inducessero a far palese quel suo desiderio. Intanto correvano i mesi, gli affari zoppicavano alla peggio, Natale non ritornava, e, per giunta, Maria dava qualche segno di malferma salute. Non era piú come un tempo maliziosetta e ciarliera, non le andava a sangue il ballo e il cicalío delle compagne; stava lunghe ore lontana di casa o su in castello, o raminga per i luoghi piú solitari; le guance avevano perduto il loro naturale incarnato per prendere il pallore trasparente della cera; ma anche per questi sintomi di malattia, Maddalena persuadeva Santo di lasciarla a Torlano; qui aria piú facile ai petti affaticati, svagamenti maggiori ai cervelli malinconici, dottori e farmachi piú comodi ai malati. E Santo ancora la dava vinta alla comare, tanto piú che il medico, interrogato sulla malattia della giovinetta, aveva sorriso, motteggiando sopra certe male disposizioni proprie delle innamorate, e questa risposta e certe parolette della vecchia gli davano a divedere, come Natale ci fosse per qualcosa nella causa di quei turbamenti. Perciò nel ritorno di Natale si accentravano tutte le brame, tutte le speranze di quei contadini; ma quando meglio lo si aspettava, ecco che giungeva una lettera a ritardarne la lusinga. E già erano corsi due anni dalla sua partenza, e nove o dieci mesi dalla scadenza del suo congedo, né ancora egli era tornato ad avverare i lusinghieri sospetti della vecchia e di Santo, a guarire l’intristita fanciulla, e a difendere il padre dalla stringente povertà.

III.

Benché da qualche anno, come dissi, andasse accorgendosi della miseria, pure la casetta dei Romano era tra le piú allegre ed appariscenti del villaggio. Bellezza e povertà vivono assai di sovente in buona concordia, e tutti lo sanno; onde, per quanto il granaio semivuoto, e la stalla quasi deserta, e il fienile pieno di polvere, e l’aia fosse spopolata di galline, non erano meno festosi i pergolati che le si digradavano innanzi fin sul ciglio della strada maestra, né meno puliti di contro al sole gli stipiti imbiancati delle finestre, né meno serena la pace di quei semplici contadini che s’affaccendavano per il cortile cosí calmi e ridenti, come i marinai adoprerebbero sopra nave assicurata da Dio contro ogni naufragio. Eppure ve lo so dir io, che le cose erano scadute a segno da dover impicciolire la polenta, per quanto ai figli e ai nipoti venissero crescendo la statura e l’appetito, ma quei poveretti non avevano che ad alzar gli occhi nella chiesetta lí dietro per rimaner confortati da quella speranza che non attende né teme di quaggiú ricompense o disinganni. Sopra la casa un boschetto di castagni si va perdendo sulla costa, in cespugli di nocciuole, in macchie d’eriche e di carpini fino ad un sentiero che da un lato conduce alla canonica e dall’altro piomba a un guado del torrente dove l’acqua si raccoglie nel canale di un mulino: e dall’altura del sentiero il mulino, il ponte e la vallata sottoposta, le case sparpagliate del paesello, gli orti e le vigne inframezzate, il piccolo borgo dell’altra riva, il castello che vi sta a cavaliere col ridosso del suo bosco, e delle rovine vestite di edera, le erbose fenditure e le creste nude e lucenti delle montagne sorgono all’occhio con tale armonia, che si potrebbe giurare, l’opera della natura e quella degli uomini essersi in quel luogo, dopo dispettosa guerra, vogliosamente pacificate. Pure piú bell’aspetto presenta, a mio giudizio, la casa dei Romano per chi la cerchi a mezzo la china dal profondo letto del Cornapo; e di là spesso mi è occorso assomigliarla o al primo ospizio di gente che montando verso il cielo vi si soffermi ad adorare Dio, divisa dal mondo all’ombra frondosa che la circonda, o ad un candido cigno che dopo lungo diguazzare nelle acque limpide e susurreggianti del torrente sia colà salito ad asciugarsi sotto un bel sole di luglio. Ed è appunto sul tramontare d’un bel sole di luglio dell’anno passato, che io intendo condurre in pellegrinaggio il lettore fin sulla soglia dell’albergo poveretto; là pure sono virtú da ammirarsi, e vizi da correggere, e sventure da confortare, come per le strade rumorose e sotto i tetti misteriosi delle città; né per esservi la natura piú ingenua, i cuori piú aperti, i casi piú semplici, è meno sacro e pietoso l’ufficio di chi imprende a descriverli.
L’aspetto della cucina era per verità molto semplice, e cosí pure della gente accoltavi al pasto della sera; né la cena era tale da invogliare i ghiottoni di udirla raccontare. Sotto la cappa affumicata del camino i due vecchi di casa sbocconcellavano la loro fetta di polenta; ma meglio di Maddalena, mastro Doro forniva la bisogna con quella solennità che i contadini usano in tali circostanze: lei, del resto, era troppo sviata nel dividere la sua parte con Cecchino, ultimo tra i figliuoli del povero Giuseppe, per poter serbare la ruminante gravità del marito. Giuliana, dal canto suo, finiva di spartire le porzioni sulla tavola, trattenendo col gesto e con la voce la ressa fatta al tagliere dagli altri due figlioletti già grandicelli; e vicino all’uscio, accoccolato sull’ultimo gradino della scala esterna, stava Michele, ultimo figlio di mastro Doro, grande e robusto fra quanti fossero giovanotti in tutti i dintorni. Questi, vestito quasi cittadinescamente, e col berrettino di velluto calcato sull’orecchio alla sgherra, sgranocchiava noiosamente un tozzo di pane, e pareva, a vederlo, piú per diletto che per fame, benché l’aspetto fosse tale da farlo credere, come si dice, una buona posata. Alfine, attediato o satollo, data una voce al cane da pagliaio, gli gettò in due pezzi l’avanzo del pane; e toltasi di tasca la pipa ed accesala, puntellò i gomiti sul secondo scalino, rovesciò il capo all’indietro, e si diede spensieratamente a buffar fumo verso il cielo.
Piú volte mastro Doro tra boccone e boccone aveva mosso le labbra come per parlare; ma poi, pentito, si era rimesso al suo lento lavorío, quando finalmente, non potendo reggere al prurito, volgendosi a Giuliana:
– E dov’è, dunque, questa Maria? – domandò.
– Ma! – rispose la giovane donna. – Vi ho detto pur ora quel tanto che ne sapevo; è uscita a due ore di sole dicendo che sarebbe tornata per la cena; ma sapete pure che da quando la prese quella maledetta tristezza, si spensierisce sovente, e non si può farne carico alla poverina, se no tramortisce peggio che mai, e le capita per giunta anche la febbre.
– State tranquilli – entrò a dire Michele sporgendo il capo verso la porta della cucina: – nello scendere al Cornapo a riparare la riva di quel campo che frana, incontrai Maria, che saliva, mi disse, alla canonica.
– Sí, si, – interruppe mastro Doro scrollando il capo e buttando un’occhiatina di sbieco alla moglie; – ma lasciandola gironzare a questo modo non si possono guadagnare che anugustie!
– Va’ la! – scoppiò stizzosamente Maddalena. – Fanne una martire di quella gracile creatura con i tuoi continui rimbrotti!
– Mio Dio – soggiunse dolcemente il vecchio: – intendevo solamente dire, che questa non è ora da perdersi lontano da casa per le ragazze!
– Eh, Maria non la spaurano i folletti, no! – disse Sandruccio, un bel fanciullo di dieci anni. – Venendo dalla canonica, l’ho vista cento volte camminare sotto il buio dei castagni: e benché splendesse il chiaro di luna, e io sia un uomo, guardate mo’, che non vedevo l’ora d’essere a casa per quella stradaccia cosí scura!
– Taci via, scempiatello – gli rispose il nonno. – O che temono il folletto i ragazzi dabbene?
– È appunto perché la mamma mi grida ch’io sono un cattivaccio, che…
– Sicuro che sei cattivo alle volte – saltò a dire Giuliana sorridendogli maternamente; – ma sei anche tale da non doverti impaurire nemmeno del diavolo!
– Fa’ che altri ti senta dire simili castronerie – aggiunse Michele,- e ne avrai un tratto la baia!
– Vedi, mamma – ricominciò Sandruccio dopo un tantino di meditazione; — se tu mi lasciassi andar al castello con Michele e Maria, non ti darei piú briga, e sarei piú buono di Chiaretta.
– No, no, piccino! – s’intromise la nonna, col fare autorevole di chi predica la morale secondo la luna. – Tu devi aiutare i vecchi e la tua mamma e star con loro. È forse per trastullo che ier l’altro t’ho fatto dare da don Angelo quell’intemerata? Com’egli ti ha detto, bisogna esser servitori di Dio nel servizio da Esso affidatoci; e giacché Egli volle te figliolo di onesti campagnoli, devi ringraziarlo col crescere onesto campagnolo.
– E Maria, dunque?… E Michele? – richiese con l’ostinazione d’un ragazzo Sandruccio.
– Maria, vedi, è la contessina della povera gente, come la chiamano qui in paese – rispose sotto voce la vecchia; – e tu non puoi capire questo, ma va bene che lei pratichi con i Conti della Signoria; e di piú è troppo sapiente per piacerle di star sempre con noi, e, inoltre, la salute non le consente la soverchia fatica in campagna, e di piú ancora ser Santo è contento cosí, e non c’è di che ridire. In quanto a Michele, poi… in quanto a Michele – continuò alzando la voce.
Ma il marito, dubitando del buon effetto di quella intempestiva ramanzina, la soffocò in gola della moglie volgendosi al nipotino e dicendo:
– Michele va al castello perché cosí voglio io che sono suo padre, e perché Iddio mi comanda di volere cosí. Circa a te, voglio che tu stia con la mamma, con me e con la nonna che ti vuol tanto bene. E cosí finora volle anche il Signore – aggiunse intenerito baciando in fronte il fanciullo.
– Sí, sí! – gridò Sandruccio battendo le mani. – Io starò sempre con voi, e verrò sempre dietro di voi! – E cosí dicendo saltò al collo del nonno, e poi della mamma e della nonna. – Sí, sí, verrò sempre con voi; e verrò anch’io al mercato di Tarcento, venerdí venturo, non è vero nonna?
– E anch’io! – disse timidamente Chiaretta dal secchiaio dove s’era nicchiata a raschiare il paiolo dalle croste.
– E anch’io! – ripeté a sua volta Cecchino, dimenticando la scodella della pappa, nella quale Fido, il vecchio guardiano, s’affrettò a intingere domesticamente il muso.
– Sí, sí, state zitti! Andremo tutti a Tarcento la prossima settimana – disse Maddalena; – e chi sa che non ci troviamo buone nuove dello zio Natale!
– Oh, sí, lo zio Natale! – esclamarono in coro i ragazzi. – Quello sí che dovrebbe tornare!… Quello sí che era buono!
– Piú buono dello zio Menico di Nimis che mi dà le ciliege? – domandò Cecchino.
Sua mamma per unica risposta, sollevatolo da terra, lo baciò sonoramente su ambo le guance.
– Guarda, mamma! – ripigliò Sandruccio, al quale spesso piaceva di ragionare, e talvolta anche con bel garbo. – Io ero una fregola di bambino allora, ma quando c’era lo zio Natale non mi stancavo mai di starmene fuori in campagna con lui, né mi saltava punto il ruzzo di andarmene al castello a giocare con le figliole della cuoca, che pur sono gentili, sai, piú delle altre ragazzette del paese.
– Birboncello! Allora non eri mai stato lassú; né la cuoca ti aveva regalato quei bei pezzi di pasticcio – rispose la nonna leccandosi le labbra, ché anch’ella talvolta era regalata degli avanzi di tali ghiottonerie. – E poi non t’eri arrampicato a cassetta al fianco di Faustino, come fai ora, quando egli muove i cavalli per il paese! Ma senti, vanerello, non sta bene che tu fantastichi troppo dietro a quelle magnificenze, come fanno «certi altri»…
A questo punto della cantafera, dove la voce della vecchia si era, sarei per dire, appuntata a ferire quei «certi altri» che le frullavano per il capo, Michele tolse i gomiti dalla scala, e rizzatosi, e stirandosi sgangheratamente, andò via per il cortile.
– No, non va bene questo – continuò Maddalena con la solita voce, ritirando gli occhi dal disertore; – perché, vedi, il padre di tuo nonno che era un uomo d’oro, uno di quei sapientoni d’una volta, diceva sempre: «Lavorate la terra, figlioli miei! Di là vien fuori il pane che compone i nervi, la polenta che nutre le polpe, il vino che fa rosea e allegra la salute. Ed essa vi darà poco, ma sempre abbastanza da sfamarvi, purché siate temperati nei desideri, e costanti e virtuosi nel lavoro. Ché se sfortuna vuole che n’andiate soldati, o se il maggior bisogno della famiglia vi porta a guadagnar qualche soldo o in Ungheria adoperandovi nelle vaccherie, o su in Carniola murando case, non dimenticatevi della vostra casetta di Torlano!». Diceva «vostra», il vecchione – aggiunse la vecchia quasi piangendo – e anche noi diciamo «nostra» benché…
– Sí, conservatevi buoni e ubbidienti! – s’affrettò a confermare mastro Doro coprendo della sua voce quelle piagnolerie della moglie.- Ed ora giacché uno è cascato come una mela, e gli altri son lí lí per tenergli dietro, andatevene a dormire, e il Signore sia con voi, e l’Angelo custode pure.
Giuliana terminava allora appunto di ripulire le stoviglie, onde tolto di grembo alla nonna Cecchino, che vi si era addormentato come un passero nel nido, e presi uno per mano gli altri due, salí la scala per metterli a letto. E Chiaretta reggeva il lume, ma era tanto assonnata, che mezzo l’olio restò goccia per goccia lungo i gradini.
– E cosí – diceva dabbasso Maddalena al marito, mentre s’udiva al disopra la voce di Giuliana che imbeccava le orazioni ai due ragazzi parola per parola: – e cosí, che disse il fattore?
– E che ebbe a dirmi fuori della solita canzone? – rispose mastro Doro. – Lo sai già che batte sempre la stessa solfa! «Voi siete, vecchio, compare; Natale non si vede, Michele si confà meglio allo sportello d’una carrozza che dietro a un tiro di buoi!… Io non vorrei spaventarvi; ma il padrone cogli anni che corrono non ne ha da buttar via, e voi siete già in debito… Insomma di qui a San Martino ci sono quattro mesi, e abbiamo tempo da pensarci ancora per trenta giorni».
– Ah! cosí ti ha detto quel volpone? E tu non gli hai risposto, che fu egli stesso a sviare Michele dal lavoro di campagna?
– Sí, vecchia mia, anche questo gli ho detto, ma egli si rimbeccò domandandomi, con qual valuta avrei io saldato il mio debito, se non si allogava a giornata Michele, lassú, pei servigi di casa. Ormai la stalla è all’estremo, e nessun aiuto possiamo ritrarne, poiché con meno non si può tirare innanzi.
– Ma bisognerà pure ingegnarsi, se il padrone pretende che gli si paghi tutto entro l’anno.
– Eh, Maddalena, a quanto non bastiam noi provveda chi sta sopra noi! Intanto ci tiene a bada la speranza dell’uva, ché se si dà che non s’ammali, vuol salire a un bel prezzo.
– Ma, e se l’uva si guasta, e se col frumento, cosí scemo e leggero come sembra, non arriviamo a saldar l’affitto delle otto staia, e se il fattore ci fa sloggiare, e ci tocca vender le bestie e gli arnesi, e quel po’ di rame e di pagliericcio?…
– Allora, donna mia, faremo come gli altri ignudi che sono per il mondo; ci aiuteremo e il Signore ci aiuterà. Vedi; se Natale, per esempio, venisse nel frattempo…
– E se Natale fosse… – incominciò la vecchia, ma poi si pentí, e stette sospesa.
– Cosa vuoi dire, se Natale fosse?…
– Sí, se egli fosse… lontano, lontano… – e voleva anche dire… malato… – Capisci? Non sarà, forse; ma anche questo potrebbe essere, e come si farebbe a mandargli quel po’ di soldo, perché ritorni presto e non muoia di disagio per la via?
– Spero che cosí non sia – rispose il vecchio con voce tremolante. – E quello ancora che molto duole si è di quella poveretta di sopra, che rimaritandosi poteva andar a star bene, e non ha voluto per amor nostro, e dopo aver lavorato, e per me che sono vecchio, e per Natale che è via, e per Michele che s’avvezza a fare il signore, questo San Martino forse le toccherà…
Tacque di botto, poiché Giuliana rientrava allora, e corrispose alla buona notte ch’ella le diede, secondo l’usanza, nell’appendere il lume ad un gancio sotto la cappa. Poi, siccome sonava l’Avemaria, s’inginocchiarono per la consueta preghiera; e la recitarono fervorosamente, ché tutti e tre avevano bisogno di chiedere conforto al Signore.
– Ma non è ancora venuta Maria? – chiese mastro Doro nel rimettersi il cappello.
Una voce soave e rotonda, come la nota piú sonora dell’usignolo, rispose dal mezzo del cortile:
– Eccomni, papà Doro! – E Maria comparve sulla soglia.

IV.

Era una fanciulla sui diciott’anni, fresca e svelta come un rampollo di castagno. Il suo collo bianco e dritto sosteneva con grazia un viso pallido ed ovale, dove all’ombra di nerissime ciglia si sprofondavano due grandi occhi turchini. E nulla vinceva la purezza di quel suo profilo tutto greco, quale s’incontra cosí di sovente nelle Slave del Friuli; ma pure, e nell’arco del sopracciglio e nelle tremule narici, e negli atti del capo era tutta l’alterezza. e il bollore d’una Trasteverina. A quella sua testolina misteriosa aggiungeva poi mille grazie la cilestra pezzuola d’indiana che, coprendola senza accappiature alla foggia paesana, le si ripiegava per tre capi sul colmo, lasciando il quarto svolazzare all’indietro. I capelli, per essere intrecciati sul basso della nuca, secondo il costume villeresco, non trasparivano che sopra le orecchie con un riflesso castano dorato; ma bastava quel poco a farne indovinare la copia ondeggiante, e lo splendido colore. Del resto, pulita la gonnella turchina, aggraziato il corsetto nero, leggiadretto il grembiule di tela stampata che le si annodava intorno ai fianchi con un nastro di seta; e tutte queste cose si componevano in lei ad una pudica e vezzosa perfezione; tutto, perfino gli zoccoletti, che lasciavano scoperto un piede di cosí perfetti contorni, da potersi scommettere non aver esso mai camminato scalzo per i solchi, come succede nelle zappature e nelle semine a tutti i piedi delle giovani contadine, e con grave loro discapito.
– Dove sei stata fino ad ora, gioietta? – prese a dire mastro Doro, quando la vaga fanciulla si fu assettata davanti all’arcolaio.
– Vengo dal castello, papà Doro! – rispose Maria. – Anzi bisogna avvertire Michele che vada lassú, dove, quando il Conte arrivi, si avrà bisogno di lui per staccare la cavalla: Faustino è andato alla bassa.
Giuliana si fece allora sull’uscio, dando una voce a Michele; ma il fannullone s’era addormentato nella «stanza», che è quanto dire nel laboratorio dove si trovano il telaio delle donne e le morse e le seghe e gli altri utensili da racconciare gli arnesi da campagna; e convenne vociare ben forte prima ch’egli sbucasse fuori tutto sonnacchioso, domandando se era di lui che si andava in cerca.
– Sí, davvero – gli rispose Giuliana; – bisogna che tu corra al castello, ché là, a quanto pare, c’è bisogno di te.
Michele si avviava tutto indolenzito dai nodi del tavolone sul quale aveva riposato per una buona ora; ma ser Doro udendolo scalpitare gli corse dietro gridando, che facesse di tutto per essere sui prati all’indomani per tempo, poiché, essendo già il fieno troppo asciutto, bisognava spicciarsi prima che il sole montasse.
Il giovane soggiunse, che sarebbe andato, se non lo trattenevano al castello, e s’avviò fischiando giú per la costa; ma il vecchio non parve contento di quella risposta, e dopo una scrollata di capo, rimessosi a sedere, come per mandar all’aria certe spiacevoli fantasie, domandò a Maria cosa avesse fatto di bello in tutto quel dopopranzo.
– Sono salita in canonica da don Angelo – rispose ella – credendo di trovarci il papà; ma siccome il papà non c’era, e don Angelo s’apprestava a raggiungere il piovano che è stato oggi al castello a tenervi compagnia alla contessa, cosí mi unii a lui fin lassú.
– E cos’hai – richiese il vecchio – che sei cosí inquieta e pallida, e con gli occhi rossi? Ti senti male?
– Oh, no, papà Doro, non mi sento nulla! – rispose la fanciulla provandosi a sorridere; ma quelle sue tremule labbra le ubbidivano male. – Lo vedete? Io sto benissimo: forse sarò tramortita nel correre dal castello a qui, perché sono venuta come il vento.
– E quando la capirai, che tu non sei fatta per tali precipizi? – disse Maddalena.
– Vi dirò, mamma… A mezzo il ponte… ho avuto paura di Giusto Sandroni…
– Eh, via, pazzarella! – riprese la vecchia. – Sai pure che, benché gli piaccia ridere e star sulla chiassata, quel Giusto sarebbe incapace di darti noia.
– Sí, ma intanto, io son corsa, son corsa rispose Maria; – ed ecco qui che per essere un po’ sparuta in viso vi metto tutti in affanno!
– E lassú già la contessa ti avrà fatto predicare sui suoi libri? – disse nastro Doro, che forse non credeva molto all’utilità morale della lettura.
– Sí, papà Doro; mi ha fatto leggere, la buona signora. Oggi gli occhi le dolevano fuor di modo, e mi sono indugiata oltre il solito, perché mi tardava l’ora di arrivare alla fine di una bella storia che le vado leggendo da vari giorni.
– Guarda, Maria, che conviene fare il piacere della Contessa, ma non poi buttare tutto il cervello a tali frascheríe – disse gravemente Maddalena, cui talvolta pizzicava il rimorso di aver sospinto la giovanetta per una strada non troppo sicura ad una contadina.
– Cosa volete, mamma? – replicò Maria con quel suo accento carezzevole. – Mi hanno insegnato a leggere, né la colpa fu mia di prenderci amore. E, del resto, voi stessa mi andavate dicendo che non ero come tutte le altre io, e che…
La vecchia s’accorse in qual intruglio si metteva con una simile disputa; e quindi se ne spicciò col dire di repente al marito, che era tempo di coricarsi se voleva razzolare il fieno sull’alba; e mentre Doro scivolava nella stalla a dare un’occhiatina alle bestie, ella raccomandò a Giuliana di coprire bene il fuoco e a Maria di prendere un sorso di latte tiepido, e di non restar alla finestra a fantasticare dietro le stelle, ché la notte era umida, ed ella bisognava di riposo. Indi i due vecchi, data la buona notte in nome del Signore alle giovani, salirono nella loro stanza nuziale; e cinque minuti bastarono a sopire in dolce e profondo sonno le affannose dubbiezze della veglia. Cosí per ventura i contadini son fatti; che se nello spartimento dei beni e dei mali sortirono una vita rude e stentata, ebbero puranco dall’equa Provvidenza quella felice spensieratezza d’abbandonarsi sorridendo nelle mani di Dio dove l’uomo non basti.
Maria intanto, che a fatica infino allora aveva sostenuto la maschera dell’allegria, appena scantonati i due vecchi, aveva chinato il capo fra le mani, come se il sonno la prendesse. Ma Giuliana badava a lei anche ammonticchiando la cenere sui tizzoni semispenti del focolare; e che non fosse sonno, e che un dolore, un grande e profondo dolore covasse in quell’abbattimento, ella lo aveva intraveduto per la virtú singolare delle anime semplici di leggere fin nel fondo dei cuori. Nativa di Numis, a un miglio da Torlano, e figlia di un vecchio vignaiolo, che lavorava otto campetti del suo, la buona vedova era fra le piú esperte contadine del paese; sempre pronta e costante ad ogni occorrenza, sempre pietosa con tutti; noncurante di sé e grave e serena come la mente di un santo. Benché venti anni di lavoro al soffio della tramontana e alla sferza del sole le avessero abbronzato ed offeso un pochino il pieno contorno delle guance, pure non una sola ruga vi appariva a dinotarla madre di un fanciullo di dieci anni. Convien però osservare come la si fosse accasata quasi fanciulla affatto; e per ciò e per la felice disposizione del corpo e per l’integra pace dello spirito era rimasta giovane e bella anche sul quinto anno di sua vedovanza; né ad onta dei tre figliuoli che aveva, le mancavano dei bei partiti, fra i quali anche Giusto Sandroni le si era offerto in sposo, invaghitone a cagione dei begli occhi e piú ancora della fama ben meritata di ottima massaia. Ma la memoria del marito e la cura della prole le stavano troppo a cuore perché si mettesse ella in procinto di trasandarle, addossandosi dei nuovi doveri; perciò era rimasta vedova, e di questo assai le furono grati i due suoceri, massime quando, partito Natale, per la piega cortigianesca presa da Michele, ebbero a trovarsi quasi soli. Maria poi le si era legata con siffatto amore da tenerla in conto di madre; giacché, sebbene fosse piú giovane di soli dieci anni, e molto meglio addottrinata nelle cose che s’imparano sui libri, pure in saldezza e rettitudine di giudizi le si confessava di gran lunga inferiore.
Giuliana aveva coperto il fuoco, e dato la spranghetta al pollaio, e alla stia del maiale, quando rientrando tutta pensosa, trovò Maria ritta davanti all’uscio; e al chiaror della luna già alta di due ore credette vedere una lacrima crescerle nell’occhio, poi correrle luccicando giú per la guancia. come una goccia di rugiada, che s’ingrossa sull’orlo d’una rosa infin che trabocca.
– Cos’hai, figliuola mia? – le chiese, circondandole d’un braccio la persona. – No, non serve il negare col capo – aggiunse; – che or ora parlando col papà ti costava molto lo star salda; e già tu lo sai che ti veggo un buon tratto dentro gli occhi!… Sí, sí, tu covi un qualche affanno, diletta mia, e benché dinanzi a me non ti dia gran briga per nasconderlo, pure non ti assicuri nella tua Giuliana tanto da confidarne a lei la cagione.
Maria si tolse dalla soglia, e sedette lí a un passo sul gradino della scala; poi ritraendo gli occhi dal cielo, li nascose nelle mani scoppiando questa volta in un dirotto pianto; e Giuliana sedendole al fianco, la scongiurava sommessamente di non rodersi in quel modo al di dentro, ma di aprirsi tutta a lei, e darle cosí a portare una parte del suo corruccio.
– Tu sai, Maria, ch’io ti sono sorella di cuore e un pochino anche madre – le veniva dicendo, prendendola per mano. – È vero che ove si tratti di comandare io abbasso il capo, giacché mamma Maddalena è la prima della famiglia, secondo la legge del Signore, e comandare tocca a lei ed a noi obbedire; ma non è già (te lo dico in un orecchio) non è già che io creda tutto ben fatto, sai!… Ti hanno lasciato imparare troppe cose, la mia piccina; ed io ho sempre udito dire che la sapienza è come la ricchezza, che porta sventura. Vedi, da ragazza, io ne sapevo meno d’adesso, che è tutto dire, ed ero proprio una testa d’oca; ma che allegria mi brulicava sempre nel cervello! Cantavo come un cardellino, tutto mi dilettava ed ogni ora mi sonava opportuna per il pranzo. E quando cominciai a discorrere col mio povero Beppo… Basta! – riappiccò indi a poco tra due sospiri. – Ma, via, belluccia mia! Non c’è poi ragione, credo, da disperarsi!… Ascolta: se sei piú letterata di noi e il buon Dio ti fa di ciò nuova causa d’affanni, e tu provati ad aver pazienza, e a benedirlo anche di questo e a pregarlo di largirti la virtú della perseveranza nel bene. Ed egli te la farà, sí, la grazia; poiché te ne accerto io, la colpa non può essere tutta tua di tali rammarichi!
Maria, rallentando la foga del suo pianto, rispondeva stringendole la mano; giacché la voce non le si era rinfrancata ancora per modo da poterla ringraziare di quei materni conforti altrimenti che col cuore.
– Orsú – ripigliò Giuliana serrandosela al petto – confessati a me, figliola mia!… Chi sa che la Madonna non m’ispiri poi qualche buon consiglio!
– Oh, sí! – rispose un po’ piú calma Maria. – Sei ben degna, tu, che la Madonna ti parli!
– No, Maria, non volli dir questo; ma non ne dispero, poiché ella è il rifugio dei peccatori, come dice sempre don Angelo, e la maestra dei semplici di spirito.
– Tu, Giuliana?… Oh, tu sei piú sapiente di me, e anche del piovano, e di molti che predicano agli altri!
– Su, dunque, Maria! Parla, giacché mi hai tanta fede. Via, vediamo insieme com’è grande questa tua piaga; siamo pur qui apposta noi per prenderci addosso le soverchie gravezze del prossimo!
– Orbene, Giuliana; ti dirò quello che stasera mi ha fatto pianger tanto; ma stavo in forse, e sto tuttora, di parlar bene in modo, da fartelo proprio chiaro.
– Briccona, tu temi di non discorrer bene; o vuoi dirmi con ciò che hai paura ch’io non capisca? Ma non importa: parla, parla pure. Sai che alle volte succede a me di non intendere parola per parola quanto mi vieni dicendo; ma io ci vedo dentro lo stesso, e non so come, ma indovino tutto quello che volevi narrarmi; e cosí pure succede anche a te, non è vero? Io vorrei spiegarti una cosa, e mi confondo in un mare di ciarle che la imbrogliano alla peggio, quando all’improvviso io ti leggo negli occhi che tu hai già misurato il mio pensiero; e cosí sovente c’intratteniamo l’una con l’altra, che il mover delle labbra è pretta cerimonia.
– Sí, sí, Giuliana mia, tu hai il dono del Signore d’intendere i suoi misteri e quelli delle anime meglio di uno che ci abbia studiato mezzo la vita. Io, vedi, sono cosí sconcertata questa sera, e lo ero anche i giorni scorsi per un libro che oggi ho terminato di leggere alla Contessa!
– Un libro! – esclamò tra stupefatta ed incredula Giuliana. – Dev’essere il gran cattivo libro!
– Cattivo?… Tutt’altro, sai; poiché contiene la semplice storia di due giovani contadini del tempo antico; ed è tanto compassionevole quella storia… che… vedi… a ripensarci, mi fa piangere ancora… di compassione.
– Ed erano fratelli quei due giovani contadini, o padre e figlio, o magari marito e moglie?
– No; in principio erano soltanto promessi.
– E chi fu a scrivere la loro vita?… Non sarà già stato uno di loro, ché i contadini del tempo antico, a quel che narrano i vecchi, ne sapevano meno di adesso circa al tener la penna in mano.
– No, non fu uno di loro; ma la scrisse un buon signore, il quale, mi disse la Contessa, è ancor vivo a Milano; ed egli ha voluto col suo libro, a quanto mi pare, dar un buon esempio ai Cristiani, e premiare quelle due buone anime che seppero conservare il santo timor di Dio fra mille disgrazie.
– Oh, benedetto lui! – esclamò Giuliana (né io credo che Manzoni abbia mai avuto suffragio piú degno di lui). – E dimmi un poco – proseguí: – è dunque corso un pezzo dal tempo di quei due promessi, ed erano forse qui di Torlano?
– Oh, è corso un pezzo, un pezzo assai – rispose Maria. – E dimoravano molto lontano; figurati, sul lago di Como!
– Deve esser ben lontano questo paese – mormorò l’altra quasi tra sé; – se io non l’ho mai sentito nominare.
– Il lago, vedi, Giuliana mia, è come lo stagno là presso la giuncaia del palude; ma è assai piú vasto, ed è tutto d’acqua limpida come quella qui del nostro torrente, ed intorno girano belle colline piene di boschetti, di case, di villaggi, e di castelli… sí… anche là ci sono castelli… E piú sopra s’innalzano monti dalle cime acute come i denti d’una sega, dai quali vengono al lago e si perdono e s’incrocicchiano per poggi e paesi, strade, viuzze, sentieri… E c’è anche lí vicino un convento… E quel lago, vedi, si dice di Como da una città che è lí presso, e la Contessa mi assicurò essere piú grande di Udine.
– E ci sei stata tu in quel bel mondo?
– No, che non ci sono stata.
– Dunque, sarà piú lontano di Roma.
– Piú lontano no, ma si trova da un’altra parte.
– Ah, capisco! Ma come sai tu che sia bello tanto quel paese del lago?
– Caspita! Perché è descritto a questo modo nella storia dei due Promessi.
– E se quel buon signore che ha scritto quella storia capitasse qui nel nostro buco, credi che gli parrebbe assai spiacevole?
– Oh, no, certo, Giuliana!
– Eh, non è vero, eh? – disse questa tutta sorridente. – Anche il nostro paesino qui è grazioso; sarà forse piú povero d’ogn’altro…
– Oh, della povera gente dappertutto è feconda la semente! – disse Maria. – E ce n’è di piú, ed è in molto maggiori pericoli, dove abbondano i signori.
In questo dire pareva che la voce della povera fanciulla si affiocasse per comprimere un singhiozzo; onde Giuliana fu pronta a soggiungere:
– Orsú, pensa ora a compiacer me, e raccontami quella storia, ché al caso ne piangeremo insieme. Via, chi erano dunque quei due giovani, e perché furono tanto male avventurati, e qual era la colpa, dei poverini?…
– Lasciami un po’ di sosta – soggiunse Maria; – perché son passati molti giorni da quando ho cominciato a leggere il racconto, ed è un racconto lungo, sai, quello di Renzo e di Lucia.
– Oh, che nomi alla mano! – esclamò Giuliana. – Paiono proprio dei nostri.
– E lo sono anche – rispose la fanciulla – poiché anche là si parla e si scrive italiano come qui presso di noi, e sono anche come noi buoni e devoti cristiani. Ma lasciami considerare un istante, e se mi viene a mente tutta, procurerò poi di raccontarti parte per parte quella storia che mi ha fatto tanto piangere.

V.

La luna, spiccatasi dalle montagne di Cividale, navigava gli spazî sereni del cielo che, trasparenti in cerchio ad essa d’una luce biancolante, digradavano in un azzurro opaco all’opposto orizzonte, dove sembrava essersi ritratta in quella sera la danza delle stelle. Le foglie delle viti e dei castagni s’inargentavano di rugiada, e all’aperto si respirava quell’aria piena di vita che sprizza nelle notti estive da tutti i pori dell’immensa natura. A destra i monti si perdevano nella notte cupa, a sinistra nel ceruleo chiaror della luna; mentre le colline si aggruppavano dinanzi ad essi in bizzarre figure di ombra, sulle quali biancheggiava un cupolino di campanile, o s’oscurava la torre d’un castello. Giú per la china attraverso le siepi ricamate dalla luna traluceva ancora qualche vago lume del sottoposto Torlano, ma spariva indi a poco; e affiocato dal contrario spiro dell’aura montana, saliva il suono d’una nenia devota, ed era l’ultima Avemaria del Rosario che si recitava in qualche veglia attardata. E ancor piú fioco per la maggior lontananza s’univa a quel mesto concento il mormorío del Cornapo che recava al Turro la pioggia dei giorni prima scolata dalla montagna. Ma non un rumore profano turbava la calma celestiale di quell’ora, e tutte le voci che movevano dall’inerte natura o dall’animata sembravano levarsi al cielo come un coro di grazie.
Per una tal notte, tra quel solenne silenzio e quegli echi misteriosi, la melanconica Maria si cimentava a rifare nel piú umile e rozzo vernacolo il piú grande libro del nostro secolo; né io dirò che il libro ci abbia guadagnato, benché sia sempre guadagno quello di poter farsi intendere; ma pure Giuliana fu vinta a poco a poco dalla pietosa verità del racconto per modo che dimenticò ben presto d’essersi indotta dapprincipio ad udirlo, cosí, per svagare l’altra dai suoi rammarichi, o per dividerli almeno e indagarne la causa. Già fin sul cominciare, quei due tortorelli di fidanzati, e quella loro madre cosí dabbene, e quel santo padre Cristoforo le avevano mosso un subito amore; e quando comparve in scena don Rodrigo, scambiato da lei addirittura per un vero assassino, non poté trattenersi dal farsi il segno della croce, e dal tremare per quelle sue perle di sposi. Maria parimenti fu tanto commossa a quel punto da durar fatica a procedere; ma Giuliana la pregò tanto, che ebbe a riprendere, narrando, e la fuga degli sposi, e l’entrata di Lucia al convento; e circa la Signora di Monza, siccome la narratrice tirava dritto, l’altra, la ignorante contadina, presentí quasi il bell’episodio del Manzoni, domandandole chi era quella signora, e perché di principessa si era fatta monaca, e come era divenuta a tanta tristizia; e alla giovinetta fu forza darle ad intendere, come ai tempi andati usassero per avarizia imprigionare le fanciulle nobili; e lí Giuliana a disperarsi per quelle innocenti, e a scusarle dei loro trascorsi, e a benedire la Madonna che aveva tolto dal mondo costumi cosí nefandi. Né con ansia minore fu compagna al povero Renzo nella fuga, né si consolò meno di lui del suo salvamento nel paese ove non comandava quel cane di don Rodrigo. Quando poi si venne a dire della peste, allora le tornarono a mente le cose orribili del colera, e sua madre, poveretta, che vi aveva lasciato la vita; e lí lagrime a dirotto e per questa buon’anima, e per il povero Renzo, e per Lucia. Successe poi, a crescere il batticuore, il tradimento della Signora, e il ratto di Lucia, e il suo arrivo al castello dell’Innominato, e quell’orrenda notte che ci aveva passato, e la sua disperazione, e il voto fatto alla Madonna…
– È sempre cosí, vedi – aggiunse Maria; – sempre i signori in lega fra loro per perdere le anime della povera gente; anche quella monaca che pur si era votata a Gesú Cristo.
– Sí, ma anche il padre Cristoforo era un signore prima di farsi frate – rispose Giuliana; – eppure diventò un santo, lui! E questo mostra che ce ne sono dei buoni, per cui bisogna che noi poveretti preghiamo per questi che sono buoni, e anche per gli altri; giacché alle volte la colpa non è tutta nell’animo, e l’aver denari e poderi e autorità molta li induce a peccati che noi non potremmo commetterli neanche a volerlo. Ma cos’hai, figliola mia, che mi torni a piangere? Forse che la storia va a finir male per quei due derelitti? Quel cane di quell’assassino, eh? Far tanto male a due innocenti, e tutto per quella sconcia di scommessa! Cosa ne dici, eh?… E quella Lucia cosí brava a star salda per il suo Renzo, e a non prendersi rispetto di nulla! Oh, bisogna farla vedere a questi prepotenti, che si vantano fra loro di corbellare le credule contadine! Ma sú, dunque, Maria, non ti struggere cosí in lacrime: via, dunque… raccontami… Forse quel cattivo amico di quell’assassino ha fatto del male alla povera Lucia? O forse anche quel voto fatto per lo spavento?… Via dimmi, figliola; e quel tristo di signore ebbe poi il castigo delle sue male opere?… Oh, no! Questo non è pensiero da cristiana, e per me spero che all’ultimo si sarà convertito anche lui.
Maria pareva essere stretta nel cuore da orribili angosce; pure s’asciugò le lagrime venutele giú a rigagnoli, e stringendosi alla compagna, e scoccandole un bacio sulle labbra:
– Purtroppo – soggiunse con voce rotta da qualche singulto; – purtroppo la peste colse don Rodrigo, che svaligiato da quei suoi scellerati servitori morí bestemmiando in un ospedale. Ma l’Innominato, quell’altro, sai, che aveva fatto portar via Lucia dal convento, fu convertito da un santo vescovo di allora, e la ragazza fu collocata in una casa dove c’era del timor di Dio. Ma, poveretta, le restavano ancora delle tribolazioni, e fu colta essa pure dalla peste; ma non morí, che Dio dispose altrimenti, e Renzo l’ebbe a trovare che era già guarita; e in quanto al voto, disse quel santo vescovo che non valeva, perché Lucia, come sai, si era promessa a Renzo prima di farlo. Insomma, si sposarono, e vissero contenti con la loro mamma, ed ebbero molti figli che tutti educarono bene secondo la loro condizione nell’amor di Dio e del prossimo.
– E il padre Cristoforo?
– Il padre Cristoforo se n’era volato in Paradiso al tempo della peste.
– Oh, quello sí che meritava davvero di essere fatto santo!… E quel piovano che aveva tanta paura di maritare Lucia con Renzo?
– Chi, don Abbondio? La storia non dice come abbia finito; ma siccome aveva peccato per sola pusillanimità, cosí speriamo che il Signore gli avrà perdonato.
– Lí, eh, Maria – soggiunse Giuliana – ci sarebbe voluto il nostro don Angelo invece di quel coniglio di piovano! Lui non avrebbe mica avuto paura di nessuno, e avrebbe fatto il suo dovere secondo i comandamenti della Chiesa senza badare a rispetti umani. Basta! – continuò tutta confortata per il buon esito del racconto. – Alla fin fine, poi, è vero ed aperto che anche in questa vita il Signore rimerita di un poco di tranquillità quelli che lo amano.
Ma Maria, punto rasserenata, si era volta con l’occhio tuttora umido alla luna, che in quel momento, velata dall’unica nuvoletta che fosse per il cielo, sembrava correre veloce dietro di essa. Giuliana, guardatala amorosamente, s’impensierí anch’ella, e cosí stettero un buon quarto d’ora senza mover bocca guardando alle montagne, al paese, alla luna, e nulla vedendo, ripiegate com’erano ambedue sugl’interni pensieri. Tutt’ad un tratto dal campanile scoccò lentamente il primo tocco di mezzanotte, e il silenzio era cosí profondo all’intorno, che s’udiva fra un tocco e l’altro lo scattar della molla. Quando il dodicesimo colpo ebbe diffuso per l’aria un suono tremulo ed argentino, Giuliana diede un gran sospiro, e rizzatasi, mettendo un braccio al collo di Maria, le disse:
– Figliola, è tempo d’andarsene a letto. E il tuo affanno me lo confiderai un’altra volta, non è vero? – le aggiunse all’orecchio con mesto e dolce sorriso di rimprovero.
Maria, come svegliata da un triste sogno a quelle parole, le si gettò fra le braccia pregandola di volerle perdonare.
– Ecco, adesso t’apparecchi a piangere ancora – andava dicendo la buona vedova con affetto materno. – Se senti che ti debba far bene al cuore, parla, via; confessa alla tua Giuliana quello che ti dà tanta ambascia!
Parve un istante che tra un singhiozzo e l’altro la fanciulla volesse pur confidarle qualche cosa; ma poi, facendo forza a quel moto spontaneo dell’anima, ristrinse dentro gli occhi le lacrime ond’erano gonfi, chiuse la gola ai singulti, e rispose che non era nulla, sennonché confessava d’essere una pazza lei a darsi tanto cruccio per le disgrazie di due giovani vissuti due secoli prima.
– Cosí sia, Maria, e Dio t’ispiri e ti tenga in suo governo, come io ne ho fede – soggiunse la contadina. – Tu sai ch’io ti voglio bene, che te ne voglio tanto come a quei miei orfanelli che dormono qui sopra come tre angioli. Domani, dopodomani sarai piú calma… e mi dirai tutto. Foss’anche un gran peccato, ne parlerò io per te a don Angelo. Via, non ti accorare, figliola; e andiamo ora a coricarci, ché domani bisognerà essere mattinieri sul prato.
Si abbracciarono ancora sul pianerottolo; e lí, raccomandato a Maria che cercasse di dormire subito, e deposti gli zoccoletti, Giuliana se ne andò nella sua stanza; ove dopo aspersi d’acqua benedetta i bambini, si fu messa in breve a letto.
Maria invece, giunta nella camera che era separata dalle altre, sul lato posteriore della casa, s’affacciò al balconcello contemplando il bosco dei castagni e il campanile che si spiccava da esso come un bianco fantasma; ma che il suo pensiero fosse ben lunge da quegli oggetti, ne davano indizio e il sospirare frequente, e le molte lacrime, e qualche Avemaria che andava mormorando con devoto fervore. Finalmente chiuse la finestra, perché l’aria le irrigidiva la persona; si spogliò in fretta, e facendosi il segno della croce, si cacciò sotto le coltri; ma neppur là ebbe pace, ché solo dopo due ore si fu addormentata, e da allora fino all’alba ebbe un sogno rotto e trambasciato, dove l’immagine di don Rodrigo si mutava sovente in un’altra figura a lei piú nota e spaventevole. Quando ciò avveniva si sarebbe veduta la povera giovane sobbalzare sulle piume, e un sudore freddo venirle giú per le tempie livide, e il respiro morirle nella gola, finché la fiera visione si mutava in un’altra, tetra del pari, ma meno tormentosa.

VI.

Maria, svegliata sul primo sole, spalancò le impannate e porse mestamente orecchio al cinguettare degli augelletti che della loro gaiezza irrequieta facevano tremolare le foglie dei castagni. Le note purissime di quelle aeree canzoni, ricordandole gli anni beati dell’infanzia, accrebbero oltremodo la sua malinconia; e gli occhi, solo nel volgersi ai pascoli di Monteaperto, dove biancheggiava il casolare di Santo, le si velavano di pianto. Trasse dal corsetto una medaglia della Madonna delle Grazie, che, essendo stata di sua madre, le pendeva sempre dal collo, e genuflessa dinanzi a quella, prese a recitare le sue orazioni singhiozzando di tratto in tratto e baciandola. Poi scese a vedere la famiglia; ma ser Doro piú presto del sole era corso sui prati, e Giuliana poco appresso con i due ragazzetti gli aveva recato di che asciolvere. Costei prima d’andarsene aveva bensí dato un’occhiata nella stanza di Maria, ma vista questa tutta presa ancora dal sonno, non le era bastato il cuore a svegliarla, tanto piú che si figurava non aver la poveretta goduto la buona nottata. Ma neppur essa, per altro, aveva potuto darsi pace, e s’era rimescolata le lunghe ore, pur rovistando qual fosse lo spino che dava a Maria tanto crepacuore. Dopo molto fantasticare, piú per divinazione che per ragionamento, era giunta, cosí ella credeva, a toccar nel segno giudicandolo male di amore. Ma da qual uomo poi venivano a quell’anima tenerella tanti combattimenti? Da Natale? No, e poi no; e benché molte volte avesse passati buoni alla suocera i suoi castelli in aria, pure ella aveva mille ragioni per credere altrimenti. E d’altra parte, fatta la rassegna dei vaghi paesani, non si era potuta fermare sopra nessuno, imperocché le sovveniva che Maria ne aveva preso nausea per i parlari troppo sguaiati e le galanterie spesse volte manesche. Ad un tratto parve che un lampo le abbarbagliasse la mente.
– Madonna santissima! È proprio lui! – non, poté a meno di esclamare levandosi a sedere sul letto e incrocicchiando le mani. – Povera bambina! – aggiunse indi a poco.
E per quanto poi s’ingegnasse di stornar quel sospetto, parendole soverchia sventura per Maria, non ne venne a capo, e le fu d’uopo ripetere, che colui (e non le reggeva il cuore di pensarci), sí, che colui e non altri aveva stregato il cuore della fanciulla. Allora le fu chiarito il turbamento di Maria a certi passi dal racconto della sera precedente, che a lei era sembrato fuori di ragione, essere invece ben naturale, e comprese che l’incolpar quel racconto dei suoi affanni era una mezza bugia che aveva la sua mezza verità nelle angosce destatele da una tal quale somiglianza con i casi suoi. Pertanto, sulla misura del male, Giuliana non volle farci sopra cattivi pensieri, e stabilí di attendere schiarimenti dalla stessa Maria e dal tempo, mettendoci intanto qualche riparo di sua testa. In tal proponimento si era tranquillizzata la buona vedova, e se n’era andata per i prati dicendo che prima del pranzo sarebbe tornata a vedere della meschina.
Neppure la vecchia Maddalena era in casa; ché prima dell’alba era scesa con Cecchino per mano a provvedersi dal salumaio. Ma quando Maddalena si poneva a ciaramellare su qualche uscio, e il serpentello a voltolarsi nelle pozzanghere, si poteva scommettere che solo il mezzodí li avrebbe condotti a casa. Giacché il mezzodí, se non lo sapete, è l’infallibile svegliarino dei contadini, cui vanno congiunte le due cerimonie religiose di recitare l’Angelus Domini, e di segnarsi poi della croce per nascondere le gambe sotto la tavola.
Maria, non trovando nessuno in cucina, rimontò alla sua stanza, dove, premendo in petto la svogliata mestizia, prese ad acconciarsi i capelli che le si svolgevano per larghe anella fin oltre la cintura; e intrecciati e annodati che furono non li avrebbero stretti due pugni. Indi rassettò la gonnella e il corsetto imbracciato alla cieca nel saltar dal letto; s’attorcigliò il collo d’una goletta aranciata, sciorinò un grembiulino festereccio, infilò le pianelle fiocchettate, e svoltasi sul capo la pezzuola turchina ne rimbeccò al solito sulla sommità i tre capi anteriori. Cosí vestita e con quel viso pallido, dove campeggiavano due labbra vermiglie, strette come un bottone di rosa, e due occhioni cerulei, quasi spaventati dal dolore, ella avrebbe innamorato Raffaello; ché sebbene ingentilita d’alquanto, pure parlava in quel sembiante l’idea di sua madre, la fornaia di Roma. Si guardò nello specchio senza un sorriso per tanta bellezza, e due lacrimoni le s’ingrossavano tra ciglio e ciglio, mentre attendeva a saldare la partitura dei capelli. Dopo, tolse di nuovo a baciare la medaglia della Madonna, quasi domandandole perdono d’aver gettato un’ora ad ornarsi la persona; ma si vedeva chiaramente che non l’aveva fatto per leziosaggine, e che ci metteva in fondo un fine onesto. Ora, mentre nel contemplare quell’immagine le si destavano in cuore tante care e acerbe memorie, ecco che di repente parve colta da sovrumana ispirazione; e un sorriso mandatole da qualche suo buon angelo apparve su quel volto lacrimoso a rabbellirlo mille tanti.
– Sí! – esclamò. – Siete voi, Vergine Santa, che impietosita d’una povera peccatrice le ispirate il modo di rimeritare la vostra grazia. E tu, mamma mia – aggiunse con piú flebile accento – tu impetra da Dio la forza necessaria ad adempiere quanto la Madonna m’ha inspirato. Sí, voglio anch’io fare un voto dal fondo dell’anima, un voto santo, come quello di Lucia, benché io non sia innocente al pari di quella santa fanciulla. E perciò il mio voto dev’essere voto di penitenza, onde per esso riguadagni la grazia del Signore.
E siccome un tal discorso l’aveva fatto tra sé, e interrottamente, cosí con voce salda e con gli occhi fissi sull’immagine benedetta, riprese a dire:
– A voi, a voi lo giuro, Madre di Dio, che se egli mi abbandona, e ne sono certa – soggiunse con un sospiro – se io dovrò partire dal mio paese come una femmina svergognata, non cercherò mai d’impedire, a chi mi ha tanto vilipeso, il bene di cui va in traccia, palesando il suo nome; né cercherò di far altro male a lui, o ad alcuno; né mi vendicherò dei torti che avessi a patire; ma prendendo intero il castigo per me, giungerò, non è vero, Vergine santa, ad ottenere la vostra intercessione. E sarò forte ad adempiere il mio voto; e solo vi prego (e tu conforta le mie preghiere, o mamma mia) vi prego, vi scongiuro che mio padre, poveretto, nulla mai sappia, nulla, del disonore tiratogli addosso dal mio peccato, e che questa buona famiglia non senta pregiudizio dalla mia colpa, e che Giuliana non se ne disperi per il troppo amore che mi ha posto, e che presto Natale torni a consolarli in mia vece… Cosí sia! – mormorò con voce semispenta; e tuttavia ripostasi la medaglia sul cuore, si drizzò pallida, sí, ancora, ma con l’occhio sereno; e confortata al di dentro da quella tutela celeste che di tanto solleva le anime semplici.
Scese di nuovo, e imbracciato a casaccio un canestro s’avviò per il sentiero del mulino che gira dietro la stalla; e di là, guadato il torrente con i suoi piedi nudi nell’acqua fino alla caviglia, attraversò di corsa la stradella di Monteaperto temendo d’incontrarvi suo padre, e inerpicandosi tra i burroni e le fratte raggiunse per di dietro la torre diroccata che signoreggia il castello. Seduta fra quelle macerie stette allora guardando al sottoposto giardino, che si ergeva fino alle rovine, mutandosi nella salita in un bel parco frondeggiante; e in quell’atteggiamento durò una buona ora, finché adocchiato per fermo quello che aspettava, lasciò il paniere fra l’edera d’un crepaccio, e scesa a precipizio la china, per un foro della siepe s’addentrò fra quei castagni secolari.
Mentre Maria, svelta come una capriola, scivolava tra i cespugli e le piante, un giovane entrava nel giardino per la cancellata che vi si apriva all’altro capo sul cortile del castello. Era il conte Tullo di Torlano, unico figliuolo della nobil donna Leonilda Caoneri e del conte Alberico, dacché la loro primogenita era morta giovinetta un quindici anni addietro; e anch’egli, il conte Alberico, quel giorno di cui parliamo dormiva da tre anni fra l’ossame gentilizio della sua Casa. Però aveva lasciato al mondo questo erede biondo e mingherlino, che per le femminee smancerie piaceva alle donne, e ai compagni pur anco per la generosa o meglio superba avventatezza. Né in città senza ragione la trinciava da don Giovanni; e in campagna poi era dall’anima ai capelli un figurino in villeggiatura; pieno di profumi, di pomate, di gingilli; coi mustacchi arricciatelli, il ciuffo bene annaspato, la persona ciondolante, il vestire pieno di leccature, il cervello vuoto. E tutto ciò lo si indovinava dalla figura. Del resto il contino era un piastriccio di piú anime, e nessuna salda a dovere, nessuna ben complessa. Gli avevano piallate e dipinte, e rimesse tante volte le bucce per ridurlo a finitezza cavalleresca, che lo spirito aveva finito col vaporare per le fessure; e tirato or qua or là, come una vampa tra molte finestre, egli non sapeva dove piegare sul serio nella diversità di consigli, e d’esempi che gli venivano dal papà, dalla mamma, dai maestri, dai compagni, dai libri. Cosí, non mai sicuro se al ballo, alla scherma od alla filosofia si addicesse il primato delle umane discipline, egli era venuto su un saputello ignorante, un filosofastro ballerino, e un giovinotto di bel tempo; romantico, classico, scettico, cinico, ascetico, poeta, macchiavellico di volta in volta. Né in tanta copia di sistemi gli venivan meno argomenti onde trovar mal fatto a suo grado, quanto poco prima dietro altri motivi avea reputato ottimo. Duttile come la cera sotto ogni tocco di passione a venticinq’anni (ed era in su quel torno) egli doveva diventare sui trenta un birbone matricolato; e nessuno o pochissimi s’erano accorti di questa sua mala piega, anzi, presso la comune, aveva voce di indole robusta e indomabile. Povero fuorviato anch’esso in questo gran labirinto del mondo, che correva, come tanti, dietro quella sfuggevole nube di moscherini che sono i piaceri.
Il Conte la pretendeva a intenditore di lettere, e quel mattino veniva su, una gamba dietro l’altra, per un viale del parco, leggicchiando a brani Nostra Donna di Parigi di Victor Hugo; ché, benché in piazza strepitasse contro il diluviare dei romanzi francesi, pure ne ripassava in segreto tutta la litania da Sue a Paul de Kock. S’avanzava dunque, leggendo un tratto, e poi chiudendo il libro o sfogliandolo alla ventura; ora invidiando, ora maledicendo in cuor suo quel libertino soldataccio, che inganna e lascia andar sul patibolo la zingarella Esmeralda; e come si vede, egli vogava allora a piene vele in una bell’ora di romanticismo. Ma fermatosi sui due piedi in capo al viale, e messo il libro sotto l’ascella, stava per accendere un sigaro d’Avana, quando a un vicino fruscio di vesti gli accadde d’alzar gli occhi dal fiammifero, e d’incontrarli appunto in Maria che veniva diritta alla sua volta. Ne parve sorpreso e scontento a prima giunta, ma poi si riebbe, quand’ella, fattaglisi presso, lo pregò di dar ascolto ad alcune sue parole di grandissimo conto.
– Dovevo aspettarmelo! – masticò fra i denti il Conte. Ma accortosi di avviarsi male, ingarbugliò spiccio un sorriso, e presa a mano la Maria, e condottala ad una capannetta svizzera nel folto del bosco:
– Qua – disse – ci staremo piú sicuri, giacché anche io debbo comunicarti cose di qualche momento, e…
– Tuttavia parlerò prima io – disse la Maria troncandogli a mezzo la parola. – E sappi, che vengo a chiederti, se ti ricordi di quanto m’hai promesso qui, nel luogo dove ora siamo, un anno fa appunto, quando io consentii a venirci la prima volta. Via, Tullo, rispondi; ché se non te ne sovviene, sarà peggio solamente per me.
– Ho promesso… non saprei… – balbettò il Conte; – e per vero dire, ci corsero sopra undici mesi su quei discorsi…
– Allora te lo rammenterò io – riprese tremolando la Maria. – Mi hai promesso di sposarmi; ché già, dicevi, tu eri abbastanza ricco, io abbastanza educata, e tua madre non si sarebbe sempre opposta alle tue preghiere; e anche soggiungesti, che un tale sposalizio riparava una ingiustizia fatta a’ miei vecchi nel tempo antico, quando ogni avere si lasciava al figlio piú grande, e gli altri restavano, come sarebbe a dire, suoi servitori…
– Sí, mia gioia – rispose Tullo fidandosi a quel piglio supplichevole della fanciulla. – ma tu sapevi pure che io a quei tempi ero uno scempiatello ignaro affatto del mondo…
– E io, conoscevo il mondo io? – gridò Maria ritraendosi due passi, e cacciandogli nel cuore due sguardi fiammeggianti. – Conoscevo il mondo io, che ti ho dato l’anima per un poco d’infamia e di bugia? E tu eri tanto scempiatello due mesi or sono, la settimana passata, quando giuravi ancora di amarmi tanto per liberarti di me e guadagnar tempo per i tuoi disegni? Credi che io non sappia della fidanzata che hai laggiú alla bassa, e della visita fattale ieri l’altro?
Il giovane tramortí e le fe’ cenno di parlar piú sommesso.
– No, non aver paura – continuò la fanciulla col viso inondato di lagrime; – io non voglio togliere a Dio l’incarico di punire chi inganna il suo prossimo; e tacerò d’ogni cosa, e ti lascerò sposare a tua posta chi meglio ti aggrada, ma… ma bisogna che te lo dica, quanto e quanto mi costa questo perdono, bisogna che te lo dica, perché se hai viscere di carità tu mi renda subito subito quello che mi devi.
A Tullo senza fatica vennero le lacrime agli occhi, e guardò Maria con un fare compunto quasi sincero; non che fosse neppur per ombra tentato di attenersi alle sue promesse; ma cosí, era commosso da quel parlare, da quella figura, da quei gesti, come dagli atti d’una gran maestra di commedia.
– Ascoltami, Maria – disse egli colla sua vocina piú soave; – se ti dissi altre volte di esser ricco abbastanza, lo dissi perché ero allo scuro d’ogni cosa, e solo nel metterci dentro le mani conobbi di poi che non era tutto oro quello che luceva. In sei anni, vedi, colle mangerie dei fattori, colle mie splendidezze, co’ miei viaggi ho portato il guasto nelle sostanze di casa mia tant’oltre, che, se non si trova al piú presto un tappo alla botte, restiamo in secca affatto…
– Ah, è dunque vero? – esclamò la Maria con un gesto quasi di raccapriccio. Laggiú tu sposi la dote, e la fanciulla ti viene per incomodo? Va’ là che è anche questa una buona azione!…
– Ma tu non consideri bene, non ti metti ne’ miei panni – mormorò Tullo; – tu pensi solamente per te…
– Penso per me e per la mia creatura! – rispose Maria con voce di pianto.
– Ma non credere già ch’io ti abbandoni cosí sulla strada – riprese il Conte assicurandosi per quel nuovo accesso di intenerimento. – Quello che è fatto è fatto, purtroppo, ché per poterlo disfare ci perderei dieci anni di vita. Ma senti – tirò innanzi dopo breve pausa abbassando la voce; – nessuno, è vero, conosce ancora lo stato in cui ti trovi?
– Nessuno – rispose asciutto asciutto la fanciulla.
– Ascolta – soggiunse egli; – e se si cercasse… cioè… se capitasse in questo frattempo un tale che ti prendesse per moglie?
– Avanti pure – disse Maria.
– Se io conoscessi un buon galantuomo che t’impalmerebbe senza chiedere né tre, né quattro, subito dopo le pubblicazioni, e col quale partiresti il giorno delle nozze per tornar poi in paese di qui ad un anno, o due, insomma quando ti garbasse meglio?
– Dite pur tutto – seguitò la giovinetta con tal voce che non pareva la sua.
– Ho a nominare il marito che ti si offre? – domandò il Conte tra scherzoso e supplichevole. – È un bell’uomo, sai, e un ottimo partito, col quale saresti assicurata per tutta la vita.
– Nominatelo – soggiunse Maria livida per tutta la faccia, con le labbra frementi e gli occhi rigonfi di lagrime sdegnose.
– È Faustino, il mio cocchiere – disse pianamente il Conte.
– Ah, sí, mi era apposta al vero pensando che si trattasse di me! – balbettava fra i singhiozzi Maria. – È proprio Faustino… quel beone, quel sozzo di Faustino che ti ha venduto il suo nome per valsente di quattromila lire! Ma, odi questa parola ancora… Se tu ora mi stendessi la mano io la rifiuterei…
Il Conte le si fece accosto cercando di calmarla e chiedendole chi le avesse narrato quella fola; ma cosí alle prese con quella grande anima di Maria, ogni argomento gli si volgeva a rovescio per modo che già era presso a perder la testa.
– Ah, chi me l’ha narrata, eh? – gridò la giovinetta riavendo per furore le forze toltele poco prima dall’angoscia. – Tutto il paese ne parla, e va cercando qual sia mai questa fortunata che seppe meritarsi a tal segno il favore del Conte, e ognuno dice la sua, e nessuno, credilo, onora la tua larghezza di un motivo onesto.
– Ma calmati, Maria; bada al tuo bene – andava dicendo il giovane, mordendosi le labbra.
– Sarò l’ignominia del paese, andrò per le bocche di tutti, e me lo merito! – ripigliava la fanciulla. – Faustino si darà vanto di non so quali lordure, e la mia creatura pagherà il fio del mio peccato e del tuo. Sí – aggiunse nell’uscire da quel ritrovo. – Sí! Dimenticatevi di me, signor Conte; dimenticatevi del figliuol vostro che morrà forse prima di nascere pei dolori da voi cagionati alla madre; dimenticatevi delle vostre colpe, dei rimorsi e di Dio. E… vivete felice! – disse finalmente sciogliendosi da lui che voleva trattenerla, e fuggendo via per la china imboscata.
Tullo le corse dietro due passi, poi soprastette pensieroso, e scrollate le spalle, si rifece verso casa lisciandosi il pizzo. E a mezzo del viale, come se nulla fosse stato, riaccese il sigaro, e aperse anco il libro; ma, abbattutosi nel nome di Febo, lo ripose stizzosamente. Come fu nel cortile ordinò a Michele di allestir tosto la cavalla, ed egli, salito dalla mamma, che s’era svegliata allora allora, le significò di dover tornare alla bassa per certe sue intese col futuro cognato. Indi scese con una sua valigia di biancheria e d’altro, e messa questa nella carretta friulana, vi montò egli pure menando attraverso i fianchi della cavalla due bestiali sferzate(4).
– Denari risparmiati! – mugolò fra i denti; e andò giú a precipizio per la calata.
– Se non si accoppa nell’imboccar la strada è un miracolo! – disse fra sé Michele.
Ma il padroncino, guarito da quella smania pericolosa, aveva a tutt’agio raccolta la brava corridora lungo il pendio; sicché governò maestrevolmente lo svolto, e due ore dopo era già ad un caffè di Udine fra uno sciame di cicisbei, e con essi novellava e della prima donna e delle ballerine, che in quel mattino appunto erano arrivate per la prossima fiera di San Lorenzo.

VII.

Maria, sostenuta dall’indignazione, aveva guadagnato di volo il sommo dell’altura; ché il dispregio, e direi quasi il ribrezzo, di colui che aveva accolto a quel modo le sue ultime preghiere, non le lasciava campo nel cuore al sentimento della propria sciagura. Ma giunta là, tra le screpolature di quelle rovine, gli occhi le corsero involontari al sentiero di Monteaperto, e affigurando suo padre che per esso volgeva alla casa dei Romano, riebbe d’un colpo la pienezza dei suoi dolori. Le s’intorbidò la vista, e cosí traballando mosse due passi, né sapeva dove; ma al terzo, inciampando in una prunaia, cadde boccone dietro di essa, e chiamando a nome suo padre finí con lo svenire affatto.
La povera fanciulla era certamente colpevole: ma non forse quanto parrebbe a primo aspetto. Lasciata orfana dalla morte della madre, Santo andava qua e là sovente per i bisogni del suo mestiere, affidandola alle altre pigionali della casa; e figuratevi se a Roma della gente ce n’è d’ogni sorta! La fanciullina, dunque, da tal compagnia non aveva sempre avuto gli ottimi esempî; e per giunta quella dimora in una grande città, dove i discorsi quotidiani sono delle feste, dei diletti e delle pompe signorili, le aveva guastato l’anima di un tocco di vanagloria. Né il ritorno del padre nel Friuli le era stato di gran giovamento; poiché quel sentirsi intorno da mattina a sera un coro di meraviglie e per l’infantile leggiadría, e per lo spirito svegliato, e per l’allegro umore, non doveva inchinarla per nulla alla quiete casereccia dei campagnoli; e se l’esser chiamata scherzosamente la Contessina dei poveretti, non le aveva messo in corpo nessuna smodata alterigia, ciò nemmeno le rendeva accetta piú che tanto la zappa o la rocca. A viziarla peggiormente era sopravvenuta la malefica indulgenza della vecchia Maddalena col condiscendere a ogni suo grillo, col vezzeggiarla in ogni modo, col lasciarla troppo bazzicare al castello; e se Natale ben avveduto, scorgendola tornare dal pascolo con le agnelle smunte, o perdere le spighe nel mietere, ne ammoniva mastro Doro come di cattivi presagi, questi era pronto a rispondere che la vecchia la svagava di troppo dai lavori contadineschi, e che egli non ci sapeva che fare. Natale si macerava di dentro, al vedere sfruttati dalla fanciulla quegli anni, nei quali si impara a vivere (il che nella favella dei rustici significa sgobbare), ma poi volle provarsi egli da solo a porvi rimedio, e siccome ella gli era molto amorevole, cosí ne ottenne buon frutto con poca fatica; e da quel fortunato principio egli argomentava meglio per il futuro. Cosí da questi nuovi legami venne a stringersi fra loro un purissimo amore; capite bene, un amore quale suol nascere da lunga consuetudine, e da scambievole sincerità di cuore; del resto, la giovinetta veniva cosí piegandosi ai desiderî del giovane senza saperne il perché, e mossa per avventura dal solo sprone a ben fare che è nella virtú degli amici.
Per l’appunto sembrava che l’indole sua si foggiasse davvero sullo stampo di quella del maestro, e già forse quella infantile domestichezza le si veniva cambiando in qualche affetto piú grave, quando quello sciagurato richiamo alla milizia si era intromesso a dividerla dal suo angelo custode. Maria, come dicemmo, aveva voluto accompagnare Natale fino al passo del Turro; né si era chiesta la semplicetta, del perché s’inducesse a far quello che non facevano né il padre, né la madre, né i fratelli del povero coscritto. Cosí piú volte lungo la via Natale s’era sentito mosso a confidarle l’amor suo, ché era amore a non dubitarne, ma pensando poi ai pericoli d’un’assenza, lunga forse e tra continue minacce di guerra, aveva represso quegl’interni movimenti e solo era venuto consolando Maria e tergendole le lacrime.
Quando dovettero disgiungersi, la fanciulla non si reggeva quasi sui ginocchi, e parve che prevedesse quante sventure dovevano venirle da quella funesta dipartita. E anche allora Natale fu lí lí per traboccare, ma s’accontentò di scoccarle in fronte un bacio cosí puro, quale Santo lo avrebbe dato alla figliola nell’accomiatarsi per un lungo viaggio. Maria tremò nel cuore al sentirsi toccare il viso da quelle labbra, ma non ne fu contenta, benché non sapesse qual piú fraterno segno d’affetto potesse desiderare; e, d’altronde, quello scontento andava troppo confuso col dolore di essere abbandonata, perché le fosse agevole indovinarne singolarmente la causa. Natale intanto si era tolto di là; ma rivoltosi a mezzo il torrente, e mirandola ancora ritta sulla sponda con la faccia stillante di pianto e con le braccia stese come quelle di una cieca, tornò a lei; dove, strettale una mano fra le sue, le disse:
– Senti, Maria; io non posso prometterti nulla, e solamente ti dico di sperare in me ogniqualvolta ti sia d’uopo il conforto di un vero amico. E cosí io accorrerò sempre in tuo aiuto, fino a quando Dio vorrà benedire le forze misere d’un contadino.
– Grazie, Natale, grazie! – rispose Maria un po’ racconsolata. – Ma se tu sapessi!… Sono le tue, vedi, e non le mie disgrazie che mi sgomentano.
Alla fine si separarono, e fino alla svolta dello stradale di Tarcento, Natale, volgendosi, ebbe a veder Maria che da un ripiano della campagna sventolava il suo fazzoletto. E cosí s’erano lasciati senza palesarsi a vicenda il dolce loro segreto; ché se lo avessero fatto, certamente la santità d’una promessa giurata in quel solenne momento avrebbe risparmiato ad entrambi una lunga sequela di guai. Invece la fanciulla, sciolta da quella volontaria soggezione, dopo qualche mese di melanconia, era tornata a quel suo vivere d’una volta; e cosí andò svogliandosi delle fatiche campestri, e mastro Doro non ne diceva nulla per riguardo alla moglie, e costei dava sulla voce a compar Santo ogni volta che questi si lagnava. Ma la magagna era ancor piccola, e non volse a vera viziatura che dopo l’accasarsi della contessa Leonilda a Torlano. Questa dama era una svenevole Veneziana che ne aveva fatte ai suoi tempi d’ogni colore, e finalmente sulla cinquantina, vedendosi abbandonata dai vecchi e dai novelli cortigiani, si era rappiccata a Domeneddio. Però, menata a far penitenza in campagna dai ringhiosi creditori, qualcuna le era rimasta delle antiche passioni; fra le altre quelle del gioco e dei romanzi. Al gioco provvedeva col magistrale tresette che s’accampava ad ogni sera intorno alla sua tavola dove convenivano il piovano, l’agente comunale, il fattore, e quando non c’era un cane, anche il vecchio don Angelo. Quanto a romanzi, ne incettava mensilmente ad Udine i piú recenti, e siccome le si era da ultimo appannata la vista, ne commetteva la lettura alla cameriera; ma la scapestratella della Bettina, non nata né cresciuta a tale ufficio, guarniva il testo di tali strafalcioni, che la Contessa si credette aver buscato un terno quando, essendole presentata Maria, scoperse la valentía letteraria della fanciulla. Da allora in poi divenne questa la lettrice di palazzo; e quanto andò altera Maddalena per questo trionfo della sua pupilla su quelle spazzature di città, come ella chiamava le cameriere, altrettanto ne sputò fiele la Bettina; la quale, benché avesse mormorato piú volte in cucina contro quell’aumento di incombenze, e avesse in uggia la lettura piú del mal di denti, pure s’inviperí di quell’essere posposta ad una contadina; e andava schiamazzando, che una volta o l’altra l’avrebbe fatta tenere a quella Contessa pecoraia, o che lei non era piú la Bettina.
Ma intanto Maria prendeva pratica al castello; e benché a Santo ne increscesse di dentro, e talvolta anche di codesto suo rincrescimento desse sentore in casa dei Romano, pure la figliuola coi vezzi e Maddalena coi ragionamenti gliela facevano passare; e quando questa a certi suoi scrupoli rispondeva con dire che la Contessa era oggi piú buona cristiana di molte altre baciapile, e che don Angelo era lí a farne malleveria, eccoti che al pecoraio si chiudevano i denti e gli conveniva ingoiarsela in pace.
Fino dal principiare della frequenza di Maria al castello, il bel Contino l’aveva occhieggiata ingordamente; chiestone poi conto e saputo che era la figliuola di Santo di Monteaperto, natagli a Roma da una fornaia di colà, tali novelle gli avevano cresciuto di tre tanti il ruzzo, e fattogli parere quel bocconcino campereccio una vera ghiottornía. Subito le si era messo sulle peste; ma troppo accorto per disporre in casa i suoi lacciuoli, dove a sventarli sarebbe sopraggiunta ogni tratto l’invidiosa purità della Contessa, stabilí fra sé di allargare la caccia per i campi aperti secondo lo stile dei migliori capitani. Né gli fu difficile accostarsi alla fanciulla sui pascoli, o incontrarla per la cordonata della Parrocchiale, o raggiungerla sul sentiero del mulino, o inseguirla dentro le macchie; e vinta la naturale selvatichezza parlandole come si usa da superiore a soggetto, seppe poi egli calarsi bellamente da quel padronale sussiego fino a chiederle il fiore mezzo ascoso nel seno, o a prenderle sbadatamente la mano. E la giovanetta ne arrossiva, e poi impallidendo tremava, come un giunco; onde Tullo gongolando si stemperava in occhiatine soavi, in parolette di miele; e tanto quell’amoroso da commedia seppe farsi contadino, che Maria, presa all’amo di cosí cristiana semplicità in un signore, ne restò innamorata, come la farfalla del fuoco.
In amore la strada è lunga, ma anche corta a chi sa districarsi per le scorciatoie; e il Contino, che non voleva brodi lunghi, ci studiò tanto dietro, che in breve ne venne a capo. Di piú ancora, la consuetudine con quel tesoro di ragazza gliene aveva ficcato ben addentro nel cuore il desiderio; e tutte le promesse giuratele erano credute da lui sincere; o meglio, non sapeva né voleva chiarire egli stesso, quanto parlasse l’innamorato e quanto il libertino: ché se gli occorreva di dover partire da Torlano per qualche tempo, ne aveva un bruciore da non dirsi; e cosí s’erano combinati di scriversi per mezzo d’una rivendugliola di Nimis che impostava e ritirava a Tarcento le lettere di Maria; ben inteso che i nomi erano finti per non mettere in piazza la novella. Ma buono per la giovanetta, che non seppe mai in quali sozze stanzacce e fra quali gozzoviglie fossero scritte quelle sdolcinerie, che ella inesperta leggeva e baciava di soppiatto le mille volte! Perché il Conte era, sí, romantichetto a Torlano, ma non lo era a Udine o a Venezia, e sapeva governarsi cosí saggiamente, da far contente di sé e la contadina ritrosa e le cittadine procaci. Cosí andarono innanzi lungo tempo; e Tullo fu cosí accorto e tanto ai suoi cenni obbediente Maria, che nulla trapelò di quel loro segreto amore; solamente per assicurarsi viemmeglio, aveva egli indotto la fanciulla ad abboccarsi con lui in quella capanna svizzera, dove, quanto fosse ella sicura sotto mano di quel volpone, se lo può immaginare chiunque. In fin dei conti chi primo doveva annoiarsi della tresca, se ne annoiò; e al signorino parve una seccaggine l’aver sempre quella tortora sulle ginocchia, onde cominciò a sbadigliare ed ella a ingelosirne; e il signorino a ricordarsi allora dei molti affari familiari iniquamente trasandati per tali fanciullaggini, e la giovanetta a perseguitarlo delle sue preghiere, dei suoi lamenti. Cosicché Tullo deliberò di porre misura a codeste bizzarrie, con lo starne lontano settimane intere e con l’attendere davvero all’azienda domestica: e quando per tal guisa si fu accorto dell’imminente rovina della sua casa, gli svamparono i grilli poetici per modo che quella poveretta non poteva piú vedersela innanzi, come fosse ella appunto la causa di quei disordini. E alfine una lusinga di puntellarli validamente sopraggiunse, a smemorarla fino di quel dispetto. Si trattava d’un riccone della bassa, del signor Valeriano del Campo che gli offriva nientemeno che una sua sorella in sposa; e bella era la sposa, ma la dote piú bella assai; perché oltre a capitali in buon dato, gli si promettevano molte colonie lí in Torlano, ed altre ancora con un bel casino di campagna a Nimis.
Il signor Valeriano ci aveva le sue buone ragioni per favorire un tal matrimonio, benché forse la soverchia bontà gliele mostrasse un po’ capovolte; ma per ora basterà il sapere, che Tullo abbrancò questa fortuna per il ciuffo, ben fermo di non lasciarsela scappare. Ora figuratevi, se in questi abbarbagliamenti di ventura quelle solite piagnucolerie di Maria gli parvero scipite! Pensava per l’appunto al modo di sciogliersene una volta per sempre, quando si ebbe ad accorgere che ella era incinta, e bisognò pure ch’egli stesso ne facesse avvertita la ragazza, ché da qualche imprudenza non ne avesse contezza la gente. Maria ne fu piú sorpresa che affannata, sebbene la svogliatezza di Tullo la tenesse un poco in sospetto; ma questi ne ebbe uno spavento da non dirsi, perché sapeva riguardo a ciò le massime del signor Valeriano, e non voleva per nulla andar a fondo, come si dice, nel porto. Perciò a metter la cosa in tacere aveva divisato di comperarle in fretta uno sposo, e noi vedemmo come il prescelto fosse Faustino, il quale, per la birba che era, aveva saputo darsi buon prezzo. Il resto è chiaro; e fu facile a Maria, dalla voce che ne correva, sapere del disegnato matrimonio di Tullo; parimenti dalle dicerie dei paesani aveva udito della sposa offerta dal Conte a Faustino con quattromila lire di dote, e benché non si dicesse alcun nome, ella, sospettando della verità, aveva voluto sincerarsi di cotanta ignominia interrogando addirittura il Conte, che da quindici giorni le era sempre sfuggito. Ma siccome il giorno prima ad arte ella aveva sparsa in castello la voce che il mattino dopo lei sarebbe andata a Tarcento, cosí Tullo aveva colto il destro di fare una passeggiata alla libera; e l’intento gli andò fallito, come narrammo, per l’improvvisa apparizione della ragazza.
Frattanto era già trascorsa un’ora dallo smarrimento di costei, quando il sole che dardeggiava cocentissimo sul fogliame dei pruni e delle ficaie selvatiche, percotendole per un varco la persona, le ebbe a ravvivar l’anima. Ed ella sorta sul gomito stava stringendo le ciglia offese da quel subito splendore che le ingemmava le lacrime; dacché se in quel frattempo era uscita dei sensi, non aveva perduto, la poverina, il senso del dolore, né la virtú dolorosa del pianto. Allora, al riaffollarsi nel suo cuore di tutti gli oscuri pensieri nel quali era svenuta, le parve quasi di sentire ogni suo affanno rinnovato; e prima di tutto cosa sarebbe stato di suo padre, del povero Santo! Egli, che l’adorava come una Madonna, in qual modo avrebbe sofferto il disonore della figliola?
– Oh, sí, bisogna che me ne vada! – diceva la fanciulla ricadendo boccone fra singulti e gemiti compassionevoli. – Bisogna che abbandoni tutto, perché non sappiano mai dove io mi sia. E dopo? Oh, la mia povera creatura! Qual lieto vivere m’appresto a darti! E se ne morrai sarà colpa mia, colpa di tua madre! Ché se invece… Oh, l’infame che sono stata! E intanto tornerà Natale, e gli diranno: «Sai di Maria? Indovina, mo’, cosí superba che era!». Ah, sí! Vergine beatissima, datemi la forza di fuggire, di nascondermi per sempre, che già qui la vergogna mi torrebbe la vita, e io non posso, non voglio morire. No, non voglio rubare un’altra anima al Cielo dopo aver perduto la mia…
E in queste parole si storceva tutta in guizzi febbrili; ma allora appunto, impigliatasi le dita nel filo della medaglia sfuggitole dal seno, le sovvenne del suo voto, e della redenzione che è promessa con la penitenza, e stringendosi quell’amuleto sulle labbra, ripigliava:
– Oh, la mia santa mamma! Che dirai lassú nel Cielo della tua Maria? Ma, credimi, che sono pentita, e che sarò umile e paziente nello scontar le mie colpe. Ho bisogno, ho proprio bisogno della tua compassione, onde da te mi sia impetrata la grazia necessaria. E tu mi aiuterai, non è vero, mamma mia? Oh, sí, perché tu eri una santa donna, e soccorrevole ai poverelli, e se tu fossi stata sempre con me invece di mamma Maddalena… Ma anche questa non ha nessun torto verso di me; fui io la sciagurata a volgere in veleno la bontà di lei… Oh, se non fosse mai partito Natale!
Cosí parlando, e pregando la Madonna e la mamma sua, si diede forza a rialzarsi, e come si ebbe ricomposto le vestimenta, soggiunse:
– Ora, mamma mia; se è vero che abbiate amato mio padre, imploratemi dal Signore il miracolo, che egli non sappia mai nulla, e che io possa togliermi di qui – riprese animosamente – e starmene lontana finché a Dio piacerà.
Ciò detto, e raccolto il canestro, levò gli occhi al cielo, e scese anch’ella verso la casa dei Romano, dove aveva visto volgersi suo padre.

VIII.

Il Conte Pecoraio era, se non lo sapete, l’oracolo della montagna; e perciò il giorno prima non aveva potuto ristare in canonica fino al giungere di Maria; ma gli era occorso di tornare a Monteaperto, ove doveva in quella sera adunarsi un conciliabolo di legnaiuoli, di mandriani e di caprai. Mi è davvero spiacevole assai il dovervi chiarire della cosa cosí di volo; imperocché quella radunata doveva consultare d’un grave momento della cosa pubblica, e molti furono gli arringatori, e diversi i pareri; ché se tal bazza toccasse ad uno scribivendolo politico ve ne gonfierebbe fino a domattina. E ciò nullameno io vi dirò soltanto, come recisa fosse la discrepanza nel Convocato comunale tra il partito pianigiano e il montagnuolo sulla nomina dei deputati; ché quello propendeva ai piú giovani largheggianti nelle spese, e questo al contrario, piú povero e numeroso, favoriva i vecchi stitici. Né mancarono d’ogni lato parole: acchiappanuvole, pacieri indulgenti, e sordi cocciuti; e da ultimo con astute moine, con encomî bugiardi, e con pedate sotto la tavola anche fra gli oratori della montagna, si era sparsa un po’ di zizzania; soltanto per non figurare da pulcinella in sul gran punto, avevano stabilito concordemente di prepararsi alla pubblica giostra di Torlano con un piccolo esperimento fra amici, e quando si venne ad eleggere il sito, fu una sola voce a designare la casa del Conte di Monteaperto. Infatti, Santo mise ordine in quell’accolta di vaccai, e vi so dire io, che non ci avrebbe sudato meno un presidente di Assemblea. Poi si venne a discorrerla; e volendo tutti parlare ad un tempo, a lui toccò por freno allo scandalo trattenendo anche col gesto, o moderando con lo sguardo la foga spesse volte ingiuriosa dei pronti avversari. Ma al postutto gli argomenti si bilanciavano: e se i conservatori affermavano, che con l’abbondare delle spese si sarebbe loro succhiato il sangue per fornire d’ogni comodo gli abitatori della pianura, s’opponevano i liberali a dire con buon diritto, che anzi l’entrata piú doviziosa della pianura sarebbe salita a beneficare con ogni agio di strade, di ponti, di medici e di levatrici la sterile montagna; al che i barbogi rimanevano mutoli, cercandosi invano scambievolmente in viso le ragioni nelle quali un’ora prima fidavano tanto. Vedendo come s’acquetassero nell’un campo e nell’altro i combattenti, Santo giudicò opportuno di parlar lui, e detto loro che fin allora era stato tutto fiato perso, domandò in prima, in quale stagione si tenessero di consueto i consigli a Torlano.
– Caspita, d’inverno! – rispose un robespierrino.
– E voi costumate andarci a quei consigli? – richiese ancora il Pecoraio.
– Sí, se ci lasciasse liberi la neve! – rispose l’altro.
– Orbene – riprese Santo; – fate pure a vostro modo, e mandate in comune tre giovinastri con le mani forate; ché troveranno il bandolo di mungervi bene, e di far poi senza di voi, quando si tratti di votare una qualche opera. E non conta che voi siate mille ed essi cento; che voi paghiate venti ed essi trenta; poiché, se non ci potete andare a questi benedetti consigli, è come non ci foste né molti, né pochi; e se essi li spendono a loro comodo quei vostri venti soldi, a voi non importa che essi ne aggiungano trenta dei loro a propria maggior comodità.
– Perdio che ha ragione! – esclamò un liberalone.
– Giuggiole! E noi a non pensarla prima! soggiunse un altro. – E la cosa è vera come il Vangelo.
– E poi – continuò Santo – sapete qual è il primo lavoro cui si darà mano, se occupa la comune il Contino di Torlano fra gli altri? Certo al riparo del suo giardino, dove frana ogni anno nel torrente; e là, vedete, se ne avranno a seppellire degli scudi prima di toccar un termine; né io parlo per invidia o per metter male: ma dico che non è giusto che si vuotino i borsellini dei montagnuoli per saldare le radici di quattro castagni nell’orto di un signore!
– Vera anche questa – disse taluno.
– Vedete se avevamo ragione? – fece un vecchio petulante.
– Ragione un corno! – gridò un altro. – Voi non ve le sognavate neppure tali cose.
– Insomma, che si stringe da tanto vento di parole? – domandò Santo.
– Si stringe che faremo a modo vostro – disse un agiato mandriano di Lusevera, che era il caporione piú scalmanato dell’opposto partito. – Si confermeranno gli antichi deputati, e se spenderemo per gli altri, spenderemo poco almeno.
– Ben parlato – dissero molti.
– Ma bisogna poi scendere al convegno – aggiunse Santo – e non schivarsene per la falciatura dei fieni o per che so io, e lasciar me solo alle prese con quei chiacchieroni della Bassa.
– Oh, state tranquillo! – Io ci andrò di sicuro! – Né io intendo di mancare! – Insomma, ci troverete tutti!
Cosí andarono dicendo, e tornarono a casa, chi per qua, chi per là, meravigliandosi fra loro sempre piú di quell’acume che aveva il Conte di Monteaperto nel veder al fondo le cose.
Santo, rimasto soletto e dopo una parca refezione si era coricato; ma il sonno non lo aveva trovato come il solito sul primo stirarsi; e non erano già quelle contese dei compari che gli martellassero il capo, sibbene certi discorsi fattigli quel giorno stesso da Maddalena, ai quali era tornato col pensiero, subito partiti i montagnuoli.
– Nulla di piú facile – mulinava sfregolandosi contro le ruvide lenzuola; – ma alla fin fine non è un gran malanno, anzi tutt’altro mi pare, purché Natale non sia troppo anziano; ma già, se non fosse ella a volerlo, chi la costringerebbe? Insomma, quand’egli torni a casa, nulla di meglio d’un matrimonio per fargli festa, e la piccina la vedremo meno pallida e piú ciarliera, sul fare d’una volta.
Cosí, dopo un lungo giro e rigiro di pensieri, era venuto a stringere questo bel gruppo, e la mattina levatosi per tempissimo e fatta pascolare a bell’agio la greggia, prese verso Torlano divisando giungervi per il pranzo. E allora si proponeva di osservare bene Maria, e interrogarla destramente per essere sicuro dal lato della ragazza; ché se da tale esame prendevano risaldo le lusinghe di Maddalena, egli, messa da banda ogni ubbia, intendeva di pregar don Angelo, il quale avrebbe supplicato il piovano di volgersi al Conte, onde per mezzo d’un loro cugino colonnello fosse rilasciato a Natale il già debito congedo. Messo dunque nella gerla un capretto per il beccaio di Torlano, e imbracciatala, egli scendeva giú pian piano alla casuccia dei Romano; ma non trovandoci nessuno tirò dritto fino in piazza, e colà, deposto il suo carico e accompagnandosi a Maddalena e a Cecchino, tornò indietro con loro.
– E cosí, come la va, comare? – prese a dire, asciugandosi la fronte sulla quale s’aggrumavano a ciocche per il sudore i radi e grigi capelli.
– Oh, la va come Dio vuole – rispose Maddalena rattenendo a tutta forza Cecchino che s’intralciava, camminando alle gambe di Santo; – ma ieri, per grazia sua, non avvennero disgrazie, e se egli ci manda a casa Natale e ci conserva sani quei quattro grappoli d’uva potremo prepararci per questa vernata.
– Oh, vogliamo sperare che per questa il diavolo non avrà denti! – disse Santo. – E Maria, che sappiate, perché non è in casa?
– Non ci dev’essere, giacché credo che dovesse andare dalla Rosina dei mugnai; ma non ne so nulla di certo, perché mi partii di casa che dormiva ancora, e laggiú, lo sapete bene, quelle benedette donne sono fatte apposta per scioperare chi passa. Cosí non l’ho veduta ancora; ma se devo confessarvi la verità ieri sera mi pareva un po’ indisposta, tanto che l’ho lasciata riposare di buona voglia stamane.
– Ma che aveva dunque? – domandò Santo premurosamente allargando due occhi grigi e sicuri, dei quali le pupille di Maria avevano ereditato la maschia serenità.
– Oh, nulla! Un po’ di fresco buscato nel tornar dalla canonica, dove stette ad aspettarvi; ma il non vederla per casa mi dà segno che col sonno si sia rimessa.
– E gli altri di casa, cosa n’è di loro che non vedo nessuno?
– Doro è andato ai prati a raggiungere Michele intorno all’alba, e Giuliana sarà tornata dai ragazzi col pranzo, perché non vedo la cesta, e le undici devono essere suonate.
– Dunque, anche Michele si adatta ora a lavorare?
– Eh, cosí, cosí! Ma, poveretto, anche a lui dà noia quell’essere servitore di due padroni; ed ora poi che Faustino è a Saletta, lo sapete pure, in quel fondo che il Conte ci ha sotto Palma, gli tocca sbracciarsi per bene anche al castello. E su a Monteaperto s’è poi radunata quella tal combriccola?
– Sí, comare.
– Suvvia, dunque, raccontatene di belle! In che si sono accordati? Lo snideranno dal Comune il segretario?
– Oh, di quello non se n’è parlato!
– E di cosa dunque?
– Ma, dei deputati, perdiana; che non si vogliono avere dei lattoncelli, ma sibbene dei vecchi, che ci pelino con creanza se può darsi.
– Eh, cosa mi raccontate! Ed è vero poi? E dunque il Conte lo lasceranno in disparte?
– Ma sicuro! E non già, vedete, perché sia quello che è; ma perché siamo persuasi, che del denaro di tutti non si darebbe gran cura.
– Benone, vedete! Ma anche al signor Pasquale dovreste proibirgli di ficcare il naso nelle carte del Comune: non è contento di piluccarci come fattore, che anche dà di sprone al segretario, perché ci dia noia per ogni guisa.
– Una cosa per volta, donna Maddalena!
– E dite, poi; e la strada della montagna, la faranno quest’inverno?
– Non ne so nulla, comare.
– Ma per carità, Santo, abbiate prudenza; che non vi piglino di mal occhio questi signori.
– Io parlo e faccio per la giustizia: e non m’incarico della mala guardatura altrui.
– Sí, sí, anche questo va bene: ma raccontatemi poi…
– Vi racconterò di qui a poco, comare. Ora se vi piace mi spingerò fino al mulino.
– Sí, Santo, ma fate presto; ché ci ho ancora un mondo di cose da domandare, e già Maria non può tardare molto.
– Vado, vedete, perché vorrei sindacare un pochino le sue ideucce: ci ho pensato dietro tutta notte, e se fosse cotta del nostro Natale, non è vero, Maddalena, che sarebbe una fortuna?
– Una fortunaccia, Santo caro! Ma è proprio cosí, come io vi dicevo. E se Dio vuole, per San Martino balleremo a nozze, e voi allora finirete codesta vita da scapolo e verrete a dimorare con i figli vostri e con noi.
– Sí, vecchia benedetta – rispose Santo, e non poté fare che non sospirasse, giacché nei suoi sogni d’oro ella si dimenticava che uno sbruffo di muffa sull’uva li avrebbe ridotti a cercare un po’ di coperto sotto la tettoia del Pecoraio.
– Ma vi raccomando, tornate presto – aggiunse Maddalena accompagnandolo sull’uscio; – ché, come vedete, l’acqua calda fa ormai le bollicine.
– Vado, e torniamo in due salti – rispose l’altro.
– Ohè, compar Santo, è passata la stagione dei salti anche per voi!
– No, comare Maddalena, ché me ne avanzano due da fare; uno allo sposalizio di Maria, e l’altro in braccio del Signore, quando sarà la mia ora.
– Ricordatevi che se tardate ci farete freddare la polenta – riprese la vecchia.
– Me ne sovvengo fin d’ora – rispose Santo andando via per il cortile – perché l’aria dei pascoli mi ha aguzzato la vista.
– Che! Siete già stato al pascolo?
– Sí, sí, vi narrerò poi..
E cosí dicendo, l’alta e curvata figura del Conte Pecoraio scomparve dietro l’angolo della stalla per la viuzza del mulino.
La donna che gli era andata sulle orme un trar di mano, perduta nelle sue chiacchiere, tornò a veder di Cecchino che se la dormiva sulla panca del focolare, come se fosse di gennaio, e fu per svegliarlo; ma pensando che il birboncello s’era levato con i galli, lo prese invece tra le braccia e lo accomodò su una seggiola all’altro capo della cucina, dove il caldo e le mosche gli dessero minor molestia. Indi rattizzò sotto il paiuolo la fascina di quercia, e la farina vi bolliva dentro quando entrarono Maria, Giuliana e Chiaretta.
– Buon giorno, mamma – disse la prima, alla quale una passeggiata sotto il sole aveva ricolorato le guance.
– Buondí, bella gioia! – rispose la vecchia. – Mi hai bella cera stamane; e, se giungevi dieci minuti prima, avresti consolato tuo padre, che ti venne incontro verso il mulino. Ma già starà poco a tornare. E tu dove sei stata dunque?
– Al mulino a cercare di Rosina – rispose Maria volgendo gli occhi al suolo.
– E sí che ieri sera ti avevo detto che i mugnai andavano oggi a Tricesimo – saltò a dire Chiaretta.
– Davvero? – riprese vacillando Maria.
– E com’è poi che ti abbiamo incontrata giú alla imboccatura della stradella? – domandò Giuliana, cercando di leggere a fondo in quel turbamento che sfuggiva affatto a Maddalena.
– Ma!… Credo che volessi venirvi incontro – balbettò la giovinetta – e me ne dispiace perché cosí ho dato a mio padre una briga inutile.
Tuttavia, anziché dolersi, si consolava fra sé di quell’abbaglio, giacché sapeva che a Santo non sarebbe stato cosí facile di darla ad intendere col rossore della bugia che le bruciava le tempie. Ma intanto per non dar tempo al pensiero di ricadere sopra se stesso, si diede ad accudire, come una spiritata, alle faccende di casa. E prima balzò di sopra a sprimacciare il piumino dei letti, poi scese ad attinger acqua alla fontana, e rientrata, tolse di mano a Chiaretta le stoviglie per pulirle ella stessa, e dopo arraffò la mestola a Giuliana per dimenar la polenta; e insomma smaniò tanto, che le tre donne stavano guardandola in diversi pensieri, secondo la varietà dei loro giudizi. Ma la fanciulla seppe tirar oltre con tale alacrità, che Giuliana rimase perplessa nei suoi sospetti, e Santo stesso quando tornò dal mulino ne ebbe a congratularsene; come anche si consolò delle guance arrossate, ché da un gran pezzo non la vedeva a quel modo.
– E cosí dunque tu non sarai già stata al mulino? – le chiese indi a poco. – Giacché laggiú è casa da appigionare.
– Sí, che ci fui – rispose la fanciulla; – ma mi ero dimenticata che oggi i mugnai dovevano andare a Tricesimo.
– Ed anche ti sei dimenticata di metter qua dentro un grano di sale – riprese Santo assaggiando la polenta affettata allora allora dalla Giuliana.
– Oh, meno male! – esclamò Maddalena. Già, se non foste voi a regalarci dei bei quarti di capretto, per quest’anno ci saremmo svezzati del companatico, e cosí invece ci svezzeremo del sale.
– Ah, li chiamate regali quelli! – rimbeccò Santo. – E contate per nulla questo stomachino di diciotto anni che vi regalo, da accontentarlo tre volte al giorno?
– Oh, lasciate stare! – disse Maddalena. – Mangia cosí poco che è una vergogna. Suvvia, dunque, si parla di te; fatti coraggio, piccina!
– Nonna – domandò Chiaretta – s’ha a svegliare Cecchino?
– Sí, sveglialo – rispose la vecchia – perché gli devono prudere i denti a quel diavoletto.
Cecchino appena desto saltò sulle ginocchia di Santo, strillando che dopo desinare voleva andare con lui dallo zio Menico di Nimis a prender le ciliege.
– E ora che ci penso – domandò il Pecoraio difendendosi alla meglio dal fanciullo; – non vengono a casa i vostri uomini?
– Oh, non ve l’ho detto, che hanno pranzato sui prati? – rispose Maddalena.
– Michele non è venuto – soggiunse Giuliana – e cosí avremo a menar le braccia fin dopo il tramonto.
– Come, non è venuto? – esclamò la vecchia. – Forse l’avranno trattenuto al castello.
– L’ho incontrato io a zonzo per il paese – disse a sua volta Chiaretta.
– Eh, via, ti dico, non è possibile! E tu impara a tacere, curiosetta; che non ne dici una di dritte.
– Uhm! – fece Santo tra un boccone e l’altro sbirciando Maria, che s’affannava a mandar giú quel po’ di cibo. – I ragazzi come ci vedono!
E già il desinare finiva in melanconia, se Cecchino non s’intrometteva, gridando che lo voleva lui il refe del tagliere, e che avrebbe fatto la parte a sé e alla sorella. Ma la mamma non consentiva, ed egli ne schiamazzava; e finalmente la nonna volle che lo lasciassero fare per conoscere dal suo modo di ripartire, quanto buon capo di casa egli sarebbe divenuto. Infatti il furbacchiotto se la cavò da svelto; e si trovò che la fetta della sorella calava d’un buon dito di spessore dalla sua, perciò la nonna ebbe a sbellicarne pronosticando che sarebbe cresciuto cauto massaio, ma che la famiglia ingrasserebbe a rilento. Grazie alla petulanza del fanciullo si rifocillarono in santa pace, e solo Giuliana aveva dello svogliato; ma siccome era quello il suo costume di badar molto agli altri e poco a sé, e di non mover gran fatto la lingua, cosí non fece caso quel suo riserbo. Maria peraltro gliene fece sommessa rampogna, ché ben s’accorgeva la giovinetta da che provenisse la mestizia della vedova; e mentre Santo plaudiva come gli altri alla rifiorita gaiezza della figliuola, Giuliana, che l’aveva incontrata per via con gli occhi rossi di pianto, non se ne fidava né punto né poco. Alfine si alzarono, questa per tornare con la figlioletta sulla prateria, Santo per salire a rimenare le pecore al pascolo, e Maria per accompagnarlo fin su alla canonica, dove diceva di voler dare alla scappata un saluto a don Angelo. Anche Cecchino si squarciava la gola per dire che sarebbe andato con loro; ma ebbe pace nella promessa della nonna di condurlo a trastullarsi al castello con le bambine della cuoca.
– Ascolta, Giuliana – disse Maria all’orecchio della sua amica, quando la vide avviarsi fuori dell’uscio: – se stasera mi attendi laggiú sul prato ci verrò anch’io a raggiungerti sull’Avemaria. Nel ritorno – aggiunse coprendosi gli occhi della mano come per la noia che le desse la luce – avrò da discorrere con te.
– Sí – rispose tutta aperta alla speranza la buona contadina. – Ti aspetterò fino a mezzanotte; né mi sarà di tedio, poiché avrò da rastrellare tutta la falciatura di questa sera. E intanto consolati, e Dio ti rimeriti anche della briga che ti dài per dimostrarti a tuo padre cosí ilare e tranquilla, mentre non lo sei per nulla di dentro.
La fanciulla voleva rispondere, ma aveva il cuore troppo gonfio e combattuto, e d’altronde Santo con la gerla in ispalla le gridava dal cortile di spicciarsi; cosicché ella andò con lui verso la canonica, mentre l’altra, con la ragazzetta, si partiva dalla banda opposta. Lassú non trovarono don Angelo, ché era andato nella montagna a portare il viatico; ma s’ebbero tuttavia le buone accoglienze della sorella Teresa che era il ritratto del vecchio cappellano sí nella testa che nel cuore; e se cosí dicendo non ne ridonda gran lode a quella, ne viene peraltro grande onore a questo; com’è difatti ch’io non conobbi mai anime cosí piene di vera carità, come don Angelo e Teresa.
La povera vecchia (vecchia davvero perché contava qualche anno piú del fratello) stavasi allora nell’androne dando dell’accetta in alcuni tronchi nodosi come un nerboruto boscaiolo. Ma dalla mala voglia che dimostrava quella legna a spaccarsi si capiva di botto, che non era quello il suo mestiere, che i colpi non cadevano cosí aggiustati quanto sarebbe stato di dovere.
– Buon giorno, compar Santo! – disse anch’ella, poiché fra tutta la povera gente è un’eguale parentela, alzando tuttavia quanto meglio poteva l’accetta con una specie di singulto. – Addio, figliola mia! – riprese come ebbe menato quel gran colpo, che per somigliar troppo a quegli altri, le rasentò l’unghia del piede. – Don Angelo è fuori col Santissimo, sapete; ma una volta o l’altra tornerà ,e voi sedete frattanto, e scusate se non mi tolgo da questa faccenda, ma ci ho qui una catasta da spaccare prima di sera, per mandarla giú a Paderno alla famiglia del piovano.
E la malcapitata si rimetteva a tagliuzzare per ogni verso un tronco ostinato; ma non c’era remissione, poiché quella buona pasta dello zio di don Angelo, dopo radunate in paradiso moltissime pecorelle, era salito a raggiungerle e a godere dell’opera sua; e allora avevano per piovano un abatucolo letterato, che lí si credeva alla prima stazione d’una carriera monsignorile, e perciò non aveva né la semplicità né la pazienza, con le quali solamente può star bene di casa un prete campagnuolo. Non vogliamo perciò inferirne che fosse cattivo uomo e né tampoco cattivo prete; ma solo dire che Teresa non aveva nulla guadagnato da quel mutamento di pastore. Ed era rimasta sempre pecora, ma pecora tosata d’estate e d’inverno.
Santo pertanto, che la vedeva sudare senza pro, messa da canto la gerla, le si fece presso a dire che cedesse a lui quella bisogna, e l’attendesse in quel mezzo a spassarsela in quattro ciarle con Maria.
– Oh, cosa fate, Santo! No, lasciatemi, che è dovere mio, e voi sarete rotto dal lungo cammino – andava dicendo la zitellona.
Ma il montagnuolo le aveva già strappato di mano l’accetta, rispondendole, che essendo egli in sudore, quello stare chiotto fra due arie gli avrebbe recato addosso qualche malanno; e si era posto all’opera, affrettando i colpi in maniera, che dopo dieci minuti sulla legna tagliata da Teresa in quattr’ore ne aveva sovrapposta altrettanta.
Stavano cosí nell’andito, le due donne discorrendola sedute sopra due sgabelli, e Santo squarciando a tutto spiano i ciocchi del piovano, quando il piovano stesso, nero in viso piú della tonaca e con la penna ancora gocciolante fra mano, si fece sull’uscio della scala:
– Che vuol dire questo raddoppio di fracassi da un quarto d’ora in qua? – chiese con tal voce che turbava i timpani piú dello stridío d’una sega.
E peggiormente s’accigliò al veder Santo; ma nullameno fu presto a rabbonirsi, soggiungendo:
– Che? Siete voi, Santo? Date pur mano al vostro lavoro, ché anzi ve ne sono grato. Ma voi frattanto, beata, eh, Teresa, di veder altri affaticarsi e starvene con le mani in tasca a pettegolare! Oh, non vi vergognate? Io non mi stupirei, se la dimora d’un anno in campagna non m’avesse chiarito che certa gente bisogna sempre punzecchiarla con lo stimolo… proprio, scusate, come i loro buoi.
– Ma, signor piovano – volle provarsi a rispondere Maria, che anche lei era di quel ceppo che dimentica il male proprio al vedere quello del prossimo.
– Eh, non parlo con te, fanciulla! – soggiunse tutto miele il piovano porgendole un dito da baciare. – Dico di quest’altra qui (e si rivolgeva a Teresa che con perfetta umiltà porgeva il capo chino a quella intempestiva lavata), dico qui di costei, che dovrebbe darti il buon esempio e ti svaga con le sue melensaggini; mentre questo buon cristiano fornisce il suo compito.
– Ma, signor piovano… – s’intromise a dire il Pecoraio posando la scure.
– No, Santo – l’interruppe il piovano, con piglio evangelico. – Io non rimbrotto voi d’essere venuto qui, e di serbar animo grato a don Angelo, il quale ai suoi tempi, a quanto dicono, era una gemma di prete, e che sapeva far del bene, benché spesso alla cieca. Io vi ringrazio anzi della fatica presavi per me; ché se voi non eravate, Teresa (e in queste parole si volgeva a lei torcendo le labbra, e ingrossando la voce), Teresa, dico, con la sua santa flemma avrebbe terminato caricando i tronchi, tali come furono spiantati. Ma via; cosa fate ora, scimunita? Siete cosí ingenua, da guardarmi come un bertuccione? O non avete gambe? O non c’è nulla da fare qui nella canonica, che mi somiglia un mondezzaio, tanto la tenete pulita?
Maria non avrebbe mai creduto quel giorno di trovarsi in grado di confortare gli altri; eppure si levò, e pose la mano in quella di Teresa, come a compensarla di quegli strapazzi venutili in certo modo per sua cagione. Santo, dal canto suo, dava dentro a tutt’uomo in quei tronchi, sperando che lo strepito avrebbe soffocato la bile del piovano. Ma questi, avvezzo sui pulpiti, non se ne dava per inteso, e continuava a rumoreggiare, proprio come un torrentello abbeverato da un largo acquazzone:
– E l’orto dove non si coglie spicco d’insalata? E la vacca che morrebbe sfinita, senza quella pietosa di Marta che le imbandisce qualche bracciata di fienaruola? E le pianete, che sono tutte gualcite come stracci? E le mie scarpe che da un mese hanno la ruggine? E questa veste qui, guardate! Questa veste che si sfila in tanti sbrendoli?
Né a tale sequela di rimproveri Teresa osava opporsi con dire: che la canonica era ridotta un sudiciume dai polli che il piovano voleva sempre tappati in casa per soverchio rispetto a quattro spighe di frumento incantucciate nell’orto; che nell’orto non restava foglia di radicchio, perché, non pascendo egli d’altro che di vivande pitagoriche lei e il cappellano, i legumi una volta o l’altra dovevano finire; che la vacca mangiava solamente l’erba di Marta, perché solo Marta era disposta a farne regalo; che le pianete non erano gualcite come stracci, ma stracciate come cenci; che le scarpe erano rosse, e la veste sforacciata, perché essa Teresa non aveva piú un soldo per comperare la vernice e la seta da rabbellire il suo piovano. Questo poteva dire e non disse Teresa; mentre l’altro, accortosi di Maria cui lagrimavano gli occhi e di Santo che si mangiava le labbra, conobbe d’essere andato troppo oltre, e si tirò un passo indietro, aggiungendo in via di consolazione paternale:
– Orsú, mia ottima Teresa; non restate lí ora come una stupida, che vi ci voglia poi un paio di giornate a rinsennare! Un caritatevole ammonimento non è un pugno negli occhi; e sapete pure, che oggi ho il cervello turbato per non aver potuto correre da quel vecchio, che ha il mal di morte. Ma cosa si ha a fare? Sapete anche, come abbia a compire entro l’anno quella mia opera (e lí s’increstava per abbarbagliare quei tre sempliciotti), quell’opera, dico, che mi fu commessa dal Papa…
Teresa si sprofondò in una reverenza, come soleva tutte le volte che accadesse al piovano di pronunciare quest’ultima parola, e Santo e Maria restarono con un palmo di bocca.
– Sí, dal Papa, figliuoli miei; e mi confido che sarà un’opera di sommo aiuto a tutta la Cristianità. Ed ora, voi, Teresa, potreste raccomodarmi quelle calzette che vi diedi stamane a lavare; e tu, figliola, giacché sei qui, potresti stirare il camice delle domeniche, ché cosí risparmieremo la stoccatura e il salvadanaio dei poveri ci avrà guadagnato. E voi, Santo, guardate di approntarmela prima di notte tutta quella legna; cosí Tonio il carrettiere, che va ad Udine, potrà caricarla, e lasciarla passando a Paderno. Ma non fatemi tanto rumore, perché io sono occupato nella mia opera, e mi abbisogna quiete e raccoglimento.
Cosí dicendo il piovano rimontò al suo studio, dove stava sullo scrittoio spiegato uno zibaldone di scarabocchi, e sopravi scritto a caratteri cubitali Speculum Sanctitatis: ma tutta la grande opera si componeva di note malamente razzolate in vieti trattatisti scolastici; la quale per verità non gli era stata commessa direttamente dal Papa; sibbene un prelato suo mecenate gliene aveva persuaso la compilazione, come comodo scalino ad una piú comoda prebenda; dicendogli, come un Papa dei secoli andati ne avesse concepito il primo pensiero. E cosí il nostro moralista si era dato a rimasticar latino, ad arrotondare periodi, e a lordar carta; ma dubitiamo assai, che, dopo tanto studio l’opera gli sia riuscita come l’avrebbe voluta quel santo Pontefice che era stato il primo ad architettarla.
– Sarà anche l’opera di Salomone, quella sua opera – diceva Santo fra sé; – e sarà vero che il Papa gliel’abbia raccomandata (e in fondo non lo credeva lui, sapendo che a Roma dei preti scribacchianti ce n’erano d’avanzo); ma vorrei vederla bella, che uno spaccalegna gli avesse a conciliare il sonno.
E cosí dicendo e pensando di sollevare la sorella di don Angelo, raddoppiava di vigoría, in modo che la canonica tremava dalle fondamenta. Le due donne s’erano ritirate in cucina, dove, intanto che il ferro si scaldava, stiravano il camice a mano; e riguardo alle calze, il piovano era spedito, inquantoché erano tanto bucate da non potersi rappezzare in una intera giornata. Ma intanto Teresa, lí a quattr’occhi con Maria, s’avvide tosto della sua melanconia e della lingua come attorcigliata da qualche profonda ambascia, perciò le disse, che non sentendosi in grado di stirare il camice se ne astenesse pure, e la colpa se la sarebbe addossata lei; ché, già, aggiungeva sorridendo, una piú od una meno, non si accorgeva dello svario con l’aiuto del Signore.
– No, anzi, Teresa – si sforzava a rispondere la fanciulla; – gli è per voi, sí, per voi, che me la prendo a cuore; e dovendo aspettare don Angelo, standomi con le mani in mano, mi annoierei.
E poi toglieva il ferro dal fuoco, e lo sfregava sul pannolano; ma tanto era smarrita, che due volte ebbe a gridare per essersi scottata.
– Oh, che hai che strilli? – domandò Santo. – Per conto mio, vedi, ho sbarcato a buon porto la mia bisogna.
– Ed io… ci ho appena posto mano – rispose Maria. – Ma per questo non datevi pensiero, andate pure a casa.
Disse cosí fiocamente queste ultime parole, che suo padre non ne raccapezzò nulla.
– Cos’hai detto, ben mio? – riprese egli indossando la gerla, e poi venendo in cucina e appressandosi alla giovinetta per baciarla in fronte. – Io me ne vado su a Monteaperto, ché ci ho da pascere gli agnelli. Oh, guarda come sei tornata pallida, figliola mia! E dire che stamane mi parevi un bel pomino della Rosa!
– Non è nulla, papà – mormorò Maria. È il carbone che mi fa questo effetto…
– Orbene, guardatene dunque – ripigliò Santo; – e a rivederci domani, e fa’ d’essere a casa sulle due, ché dovendo andare a Lusevera non potrò esserci prima.
– A rivederci dunque – soggiunse Maria ponendo tutta l’anima sua in quello sforzo, e appoggiandosi alla tavola per non cadere.
Sennonché, quando Teresa rientrò dall’aver accompagnato il Pecoraio, la trovò come semiviva sopra una seggiola. La poverina si era proprio trovata allo stremo d’ogni sua forza e dalla moltitudine di affetti e di dolori che le travolgevano la mente le sembrava quasi di esser prossima ad impazzire. Ma pure riebbe un filo di voce, quando Teresa volle richiamare indietro suo padre.
– No, Teresa – disse – non è che un affanno… l’odore del ferro troppo caldo…
– Via, non tornar dunque a toccarlo quel maledetto ferro! – soggiungeva la buona vecchia. – Lascia fare a me! Vedi che so stirare anch’io!
– Piuttosto… datemi una goccia di aceto – disse ancora la fanciulla, neppur sapendo qual cosa chiedesse e solamente cercando di restar sola un minuto per riaversi in quel mezzo.
Infatti, mentre Teresa, non essendovi aceto, correva in tinello per l’ampolla del vino bianco, Maria, volgendo la mente e gli occhi al cielo e baciando quella sua santa medaglia, si ebbe a ristorare per modo, che Teresa tornando la trovò affaccendata sul camice.
– Prendine, bevine quanto vuoi – disse la vecchia, benché sentisse i passi del piovano avvicinarsi alla scala.
Ma Maria non ne ingollò che un sorso, e aveva già riposto le ampolle, e il camice era ripiegato alla meglio, quando il piovano discese per andarsene al castello a prendervi la Contessa e far insieme una passeggiata vespertina, com’era usanza ogni giorno.
– Olà, Teresa! – disse egli passando nel corridoio. – La legna è tutta allestita?
– Per ubbidirla – rispose la vecchia, sporgendo il capo dall’uscio di cucina.
– E il camice è all’ordine?
– Pare stoccato, ed è una delizia a vederlo, grazie a quella cara fanciulla – soggiunse Teresa passando nell’androne con tutta la persona.
– Bene, bene, ringrazierò Santo e Maria. E a proposito – richiese ancora allontanandosi – quelle calzette sono raccomodate?
– Manca solo di saldare qualche bucherello – rispose l’altra tenendogli dietro fino alla porta di strada che egli aveva aperto e ne aveva ancora tra mano il saliscendi.
– Birba d’una vecchia! – mormorò il piovano serrandole quasi la porta sul naso. – E dire ch’io mantengo lei e quel babbione di suo fratello! Andate poi a predicare la carità cristiana! Bel costrutto che se ne cava. Meno male ancora che lassú ne tengono conto!
Cosí brontolando, l’abate s’avviava verso il paese; e non si ricordava, lo smemorato, che se ingrassava di legumi don Angelo, lasciava pure a lui la parte piú faticosa e meno utile della cura, e la grassa ed agevole teneva per sé, e che del resto era obbligato a mantenerlo da un patto con i parrocchiani. Teresa poi faceva da cuoca, da ortolana, da vaccaia, da maggiordoma e da stalliera per giunta, quando un qualche collega veniva a visitarlo in biroccio; ed egli, l’ingrato, credeva di guastarla con troppe morbidezze! Né l’animo di lui sarà stato cattivo; ma maggiori sconci succedono spesso, quando il caso avvicina a forza indoli magari buone, ma che non collimando fra loro, non giungono mai a comprendersi scambievolmente.

IX.

Vi è accaduto alle volte imbattervi in un cavallo arrembato, dai fianchi scarnati, dalle unghie pelose, dall’alta statura, che tira con lenta maestà un carico di calce, e sembra sordo al vociar villanesco del carrettiere, e solo si scuote, ma sembra sospirarci dietro, quando il frustone a doppia correggia gli solca fischiando la pelle del dorso? E avete compianto quel misero animale, che, alla grandezza, al portamento e alla mestizia degli occhi infossati, avrete forse raffigurato per un emerito servitore di qualche sconoscente riccone? Orbene; fate conto che tale apparisse don Angelo, allorché tornò dalla montagna con un lungo codazzo di femmine raggranellate qua e là per la via dal campanello foriero. Aveva cascanti le braccia e le gambe, sgomento il sembiante, come di chi si sente venir meno; e andava su traballone per la cordonata della chiesa; ed anche fu fortuna che raccostandovisi i muri d’ambo i lati, potesse cercarvi ogni tratto un sostegno. Però, giunto sulla spianata, dove si allarga lo spazio dell’antico cimitero, cercò degli occhi il soccorso del chiericotto; ma questi essendo corso voglioso alla campana, né vedendosi dietro altro uomo, ché tutti a quei giorni erano sui prati, rimase come perplesso appoggiato d’una spalla al pilastro della cancellata. Pertanto, affollandosi in coda a lui le donne per quella strada cosí angusta, e le ultime di tutto ignare sospingendo le prime, si vide costretto a procedere; e tuttavia, se non era una vecchierella a sorreggergli il gomito, sarebbe andato sui due passi a capitombolo. Sapeva male al pudico prete di fare cosí quell’ingresso in chiesa puntellato ad una femminetta, e n’erano un po’ sconvolte le sue massime di liturgia; ma pensando poi che necessità non ha legge, venne a quel modo fino alla porta, e di là, fatto cenno al campanaro, s’avanzò con lui fino all’altar maggiore. Maria e Teresa erano accorse anch’esse allo scampanío, ma rimaste fra le ultime, non si erano accorte dello sgomento del cappellano, e quando lo videro inginocchiato là sui gradini del presbiterio non s’avvidero della sua languidezza che al fioco suono della voce. Pure per la maggior quiete o per la frescura della chiesa, riprese egli mano a mano un po’ di fiato, sicché quando, sgombrata la folla, rimasero sole le nostre due donne, egli si tolse dalla sacrestia senza bisogno di aiuto, e parve loro bensí alquanto pallido, ma non a quello stremo in cui si trovava.
– Don Angelo – gli disse a mezza voce Maria – vorrei confessarmi.
– Sono con te, figliola mia – rispose il buon vecchio tossendo un tantino, e addentrando due dita nel collare, dacché la sua intenzione sarebbe stata di correre in canonica a rinfrescarsi la gola. – E voi, Teresa – aggiunse rivolto alla sorella – tornatevene a casa, che non venga in questo frattempo Tonio per la legna.
Teresa infatti si tolse di là, ed egli s’avviò al confessionale, e dietro a lui Maria con gli occhi dimessi e il petto gonfio di lagrime.
Fu una confessione lunga, sincera, interrotta da singhiozzi e da conforti, onde il semplice prete veniva esortando la penitente a fidarsi nel Signore; né pareva già che il buon cappellano s’accorgesse del suo abbattimento, tanto avevano potenza i dolori altrui di svagarlo dai propri. Finalmente dopo un’ora le diede l’assoluzione, e la poveretta si ritrasse barcollando presso l’altare del Rosario a fare il ringraziamento; mentre don Angelo, standosi in adorazione da un canto, le volgeva di tratto in tratto delle occhiate paterne. E dopo un po’ egli le andò incontro, e Maria levandosi allora, già sicura del perdono di Dio e per ciò in nulla paurosa degli uomini, gli si fece al fianco, e cosí accostato uscirono silenziosi dalla Casa del Signore.
– Ascolti, don Angelo – disse arrossendo la fanciulla come furono sul sagrato.
– Parla, figliola – rispose il vecchio pietosamente.
– Mio padre… non saprà nulla di ciò, me lo promettete, non è vero?
Don Angelo sorrise; gli faceva meraviglia questa mancanza di fede nel suggello sacramentale che gli chiudeva le labbra. Pure, compassionevole all’inesperta giovanetta, rispose con piglio amoroso:
– No, egli non saprà nulla, finché tu non lo voglia. E spera in Dio, figliola mia; ché anch’io ci penserò col cuore stanotte e domani, e mi confido di esserne inspirato, e di trovare un qualche rimedio. Tornerai da me, domani a quest’ora, non è vero, figliola?
Maria ebbe un brivido fin dentro le ossa, e benché istruita per quasi due anni da accorto maestro nella menzogna, pure non ebbe cuore d’ingannare quello, cui un momento prima aveva chiesto l’assoluzione di ogni sua colpa.
– No? Non brami tornar quassú? – continuò don Angelo. – Bene, scenderò io da te, e non dubitare, troveremo il mezzo d’accomodar lutto.
– Preghi per me, don Angelo! – balbettò Maria volgendo altrove la faccia.
– Sí, preghiamo insieme – rispose il cappellano; e solo quando la fanciulla scomparve tra i castagni che digradano verso il torrente, si ricordò che egli pure doveva muoversi se voleva giungere alla canonica.
– Oh, la povera disgraziata! – andava sospirando. – Oh, Signore Iddio, come confidare questo segreto a Santo! A Santo, con quel temperamento che ha! Oh, Madonna. illuminatemi!
Intanto la giovanetta, uscita ad una piaggia scoperta del bosco, si era seduta là a contemplare le cascine di Monteaperto, e innanzi a quella sulla prima falda il casone solitario di Santo. Aguzzando meglio le ciglia, le parve anche di vedere su quella costa tutta a solatío alcune macchie bianche, e presso ad un macigno una figura come d’uomo che posasse. Era il padre suo che guardava il gregge. Oh, allora sí che il suo cuore ebbe a sostenere una dura battaglia! Era quella forse l’ultima volta che vedeva suo padre; ed a lei toccava abbandonarlo alla disperazione con una dipartita piú cruda assai della morte. L’angoscia di questi pensieri la stringeva tanto, che le pareva impossibile di vivere; e non pertanto non desiderava, no, la morte la poverina, anzi scongiurava Dio di tenerla da lei lontana, perché già sentiva in grembo commoversi il ristoro delle sue sventure e l’espiazione dei suoi falli. Né meno la affannava il pensiero del disonore che l’avrebbe perseguitata dovunque; disonore ben meritato, ma che a suo padre sarebbe riuscito insopportabile, e tale forse da fargli maledire la figlia. Ché se la sua colpa fosse stata con uno del suo grado, qualche via c’era per coprirla, e quasi purificarla; ma in campagna le mescolanze d’amore con la gente signorile non vanno mai perdonate, poiché assai facilmente l’opinione del volgo le giudica o infami mercati, o fallaci trame d’ambizione. E perciò Maria era venuta nel proposito di fuggire, prima che qualcuno sapesse della sua ignominia; né per sola devozione si era confessata a don Angelo, ma sperava che egli conscio della colpa, avrebbe tranquillizzato Santo su quella sua sparizione. Dopo si proponeva con qualche succinta scritta dar di sé contezza al padre ella medesima; e cosí seguitare di tempo in tempo, sempre celando il luogo di sua dimora, finché slattata e fuori di pericolo la sua creatura, potesse liberamente pregare don Angelo d’impetrarle il perdono dal padre. E si lusingava che questi allora si sarebbe intenerito, e che lo avrebbero indotto a cambiar paese; e in qualunque sito del mondo avesse a capitare, giurava a Dio che avrebbe scontato le sue mancanze addolcendogli la vecchiaia con ogni cura filiale e allevando il bambino nel santo timor di Dio. Ma lí sulla mesta ora del tramonto, al vedere da lungi quel povero vecchio che forse in quel momento pensava a lei, tutti quei pensieri si scioglievano in un dolore ineffabile, in uno sfinimento disperato, dal quale le pareva impossibile riaversi per quella fuga lunga e perigliosa.
– Oh, Madonna delle Grazie! – gemeva fra sé, piú col cuore che con le labbra. – Fate che abbia buon fine questo mio proposito di allontanarmi! Che ne sarebbe del figliuol mio se, restando qui, il cordoglio di essere scoperta mi togliesse la salute e forse la vita? No, no, meglio partire; e l’amore e il desiderio della penitenza mi darà coraggio e lena. Andrò mendicante come una Resiana; m’allogherò per domestica in qualche fattoria, e i miei patimenti mi saranno contati lassú. E poi ho fatto voto di non dir nulla, ho fatto voto di non essergli d’inciampo a colui; dunque, bisogna proprio che me ne vada!…
Ed era un quindici giorni, dal primo sentore avuto del matrimonio di Tullo, che la giovanetta covava una cosí virile deliberazione; eppure il cuore le aveva dato di nascondere a tutti fino le tracce del tremendo segreto, che le si scolpivano giorno per giorno sul viso; e solo Giuliana, piú d’ogni altra congiunta a lei in fraterna consuetudine, ne aveva sospettato alcunché la sera prima. Appunto poi per togliere tali sospetti alla vedova, ella le aveva chiesto quell’abboccamento sui prati; nel quale non voleva, no, ingannarla, ma solamente fuorviare il giudizio di lei in modo, che prima del tempo stabilito non venisse a cognizione di Santo la dolorosa verità. Come vedete dunque, la piccina dal proprio dolore aveva saputo misurare quello degli altri, ed ogni sforzo per diminuirne o tardarne il peso a suo padre le pareva obbligo di coscienza.
Suonavano le otto alla Parrocchiale che ella contemplava ancora i pascoli di Monteaperto indorati dal sole cadente; ma quello sfogo di gemiti, di lacrime e di preghiere, le aveva dimezzato il grave trambusto dell’animo; e si diresse all’ingiú per la valle che solo un nuvolo le restava sulla fronte di tanta tempesta. Al mulino incontrò Rosina che tornava allora da Tricesimo col vecchio mugnaio e la moglie; e le veniva al fianco il fidanzato andatole incontro fin sul ponte di Nimis.
– Oh, dove vai cosí romita e pensosa ? – chiese Rosina.
– A raccogliere il fieno là sui prati, presso la giuncaia – rispose la giovane.
– Laggiú segate il fieno? – disse il mugnaio. -Se è tutto strame e cannuccia!
– Ma – ribattè Maria – in primavera si rimane sempre all’asciutto di foraggi.
– Se il signor Valeriano sapesse ciò d’un suo colono – riprese il vecchio – sono certo io che ingiungerebbe al fattore, o di crescergli il prato o di alleggerirlo d’affitto.
– Non tutti i padroni sono dell’eguale stampo – mormorò sospirando Maria.
– E cosí tardi scendi là? – disse ancora Rosina.
– Ci vo a raggiungere Giuliana – rispose la fanciulla.
– Non arrivi in tempo, credo – replicò l’altra. – Non è vero, Giacomo – continuò volgendosi al suo damo – che Giuliana l’abbiamo incontrata sul passatoio del ruscello che andava in paese con i due ragazzi?
– Oh, tornerà in giú, ne sono sicura – ripigliò Maria varcando il ponticello rasentato dai giri veloci della ruota. – Anzi – aggiunse, scesa che fu nel letto del torrente – se voi, Giacomo, tornando a Torlano v’abbatteste in lei, mi farete cortesia dicendole che io sono là ad attenderla.
– Avreste paura a tornare sola all’ora bruna? – entrò a dire la mugnaia. – Ditelo, perchè verrà con voi Rosina; benché abbia oggi sgambettato il suo bisogno, non si rifiuterebbe dal farvi un piacere.
– No, no, donna Angiola(5) – rispose Maria – non è paura né altro. Addio, papà Bortolo! Addio, Rosina; e voi, Giacomo, al caso, ricordatevi.
– Sí, davvero – rispose questi trattenendo per la manica Rosina, che all’offerta della madre s’era mossa per seguire Maria. – Me ne ricorderò, non abbiate timore.
Indi, come essa ebbe oltrepassato gli ontani che saldano l’altra riva contro il rodere delle acque, continuò:
– È una vezzosa cosetta, quella Maria; e il Conte di Monteaperto può andarne superbo; ma per essere delle nostre, ha un ditino di ritrosia oltre il dovere, né mi garberebbe che praticando con lei tu t’infarinassi di quella farina.
– Sta’ tranquillo – rispose Rosina; – se io fossi buona come Maria, ti dovresti baciar la mano dritta e rovescia.
– Non monta – ripigliò Giacomo; – quel fare orgoglioso non mi finisce. E poi va troppo seria e impalata: par che abbia dentro o grandi peccati o sante virtú, e mi vanno piú a sangue i tuoi pizzicotti e quest’allegria di musetto, che non i sospiri d’una schizzinosa.
– Zitto là! – comandò la Rosina. – Non m’accomoda udirti parlar male di Maria, e se ti avvezzi…
Lí diede un saggio di quanto gli sarebbe toccato in quel caso, con una gomitata che mandò il vagheggino sull’orlo del canale.
– Eh, quante scalmane! – brontolò il giovane raccogliendo il cappello.
– Già, e non c’è di che ridire – rispose la bella; – altrimenti vattene e buon viaggio. Anzi, dacché ci penso, sarebbe ora che tu fossi a Torlano per riferire a Giuliana quanto Maria ti ha pregato di dirle.
– Ma…
– Non ci sono né «ma» né «se». Vuoi o non vuoi? Se no, vado io.
E la stizzosa si avviava tutta ingrugnata.
– Vado, vado, spiritatella – soggiunse Giacomo, tirandola dolcemente per il nastro del grembiule.
– Animo, dunque! – riprese ella dandogli del pugno sulla mano. – Che mi sciupi ora il nastro delle domeniche?
– E stasera ci rivedremo qui? – domandò l’altro.
– Per me andrò a letto, quando mi piglierà sonno; ma se vuoi venire, e se sarò in piedi, sicuro che ci rivedremo!
– Che le pulci ti diano la sveglia! – ribatté Giacomo scherzosamente. – In tre salti vado e vedo Giuliana, e sono qui come un lampo.
– Sí, e soprattutto non mi lasciare sul trespolo fino al cantar del cucco – gli gridò dietro Rosina.
– To’! – diceva fra sé il vago, trottando verso la piazza. – Ora mi vorrebbe già tornato! È una ragazza di gran cuore; ma poi quella Maria poteva andarsene alla giuncaia per aria, se voleva, senza passar proprio qui a scioperarmi. Uh, pazienza e pazienza!
Con questa parola il contadino corona ogni suo ragionamento; e pronunciatala fra sé e sé, non si scervella oltre.
In quel frattempo Maria, per sentieruoli segnati appena sui prati o sepolti fra alte siepi di carpini, e per viuzze ombreggiate da ontani, era venuta su quel dei Romano; e lí, non vedendoci nessuno, s’era accosciata su un cumulo d’erba fresca ad aspettare la compagna. Il sole era tramontato da poco, e tutto spirava una quiete, una pienezza di vita per modo che anche le sue afflizioni ebbero tregua un istante. II profumo delle erbe sulle quali posava, e quel tepore lasciato per l’aria dal sole, come suo ultimo dono, accarezzando i sensi della poveretta, le rapivano lo spirito in quel paradiso dell’innocenza, d’onde era uscita senza saperlo, e dove senza volerlo tornava ora col desiderio.
Giuliana la tolse indi a poco da cosí fugaci delizie chiamandola a nome; ma benché amaro le fosse il dividersi da quelle vane immaginazioni confuse per lei con le salde memorie del passato, pure, fosse fiducia infusale dai conforti e dall’assoluzione di don Angelo, o impero meraviglioso di volontà, o abitudine di dolore, anche l’occhio indagatore della vedova non ebbe ad accorgersi della sua spiacevole sorpresa; ché anzi, essendole Maria corsa al collo con ambo le braccia, le disse:
– Ti annoiavi, eh, figliola mia? E sí, son corsa giú, appena l’amoroso di Rosina mi portò la tua ambasciata. Ma avendo riaccompagnato i bimbi in paese, stavo combattendo con Sandruccio, che ad ogni costo voleva andare con Michele al castello a vedere il ballo delle cameriere.
– Oh, guarda lí che ora vieni quasi a domandar perdono! – rimbeccò Maria. – Eppure fui io a farti camminare questo quarto di miglio, cosí per spasso.
– Non per spasso, sai – riprese Giuliana; – ci ho ancora lí quella spruzzaglia di roba da aggiungere al grumo. – E cosí dicendo, trasse di sotto l’erba due rastrelli.
– T’aiuterò anch’io – ripigliò Maria, meravigliata ella medesima di sentirsi cosí calma.
E passarono una mezz’ora nel raccogliere un carro di giungherello; in capo alla quale, essendo annottato e levandosi una nebbiolina sottile sottile su per quelle bassure, le due donne, stringendosi sotto il mento il fazzoletto, mossero verso Torlano.
– E cosí – cominciò carezzevolmente Giuliana – cosa ci avevi da dire, la mia figliola?
Maria a ciò aveva pensato allora allora, e stringendosi tutta come per il freddo, ma in verità per togliersi quanto meglio poteva agli occhi della contadina, che illuminati dal cuore alle volte vedevano troppo, si chiuse arrossendo in sé stessa.
– Senti, Giuliana – rispose: – volevo domandarti se credi, sí, se credi… che si farà la guerra, come va intorno la voce?
A vero dire era questa una domanda da moverla a qualche baloccone da caffè; e ad udirla fatta da una villanella di diciott’anni a Giuliana, avrebbe fatto ridere chiunque.
– Se si farà la guerra? – esclamò l’altra come sbalordita. – Ma la guerra non l’hanno finita già prima che morisse il mio Giuseppe?
– Sí, ma si può riprendere, e non dico mica qui, ma che so io? Lontano, lontano, per esempio, dov’è ora Natale.
– Oh, Vergine benedetta! – esclamò di bel nuovo Giuliana. – E a me domandi di tali cose? Ma io ho sempre udito dire, che è il Signore che ci dà la pace o la guerra, a seconda dei nostri peccati; e bisogna chiederne a lui, e pregarlo che ci abbia nella sua grazia.
– Sí, ma intanto? – disse Maria.
– Sí, che cosa? – richiese l’altra.
– Lui, vedi, il Signore – ripigliò la fanciulla – per castigarci o anche per diminuirci il purgatorio nell’altro mondo, può suscitar questa guerra, e allora, cosa sarà dei poveretti che sono soldati? – E voleva dire, che cosa sarà di quelli che vogliono loro del bene?
A quel punto Maria si tacque, ché le parve sentir un fruscio nella siepe vicina.
– Hai veduto nessuno lí dietro? – domandò.
– Nessuno – rispose Giuliana – ma sia che si voglia, che importa a noi?
– Cosa c’importa? – riprese l’altra. – Mi dorrebbe che qualcuno avesse udito quanto ti dicevo.
Giuliana la guardò negli occhi, ma gli occhi erano nascosti nel buio e non poté che ripetere:
– Vergine benedetta, come parli stasera!
– Dunque, che ne dici? – chiese Maria, che per scrupolo di coscienza non voleva scendere nella bugia un gradino di piú.
– Cosa vuoi che ti dica? Nulla, io! Non vedo proprio chiaro in quanto mi domandi… Vero è che la guerra è un gran flagello, e molte volte un gran peccato, e talvolta anche una grande giustizia a mio credere, e che noialtri, avendoci soldato quel povero Natale… Ah! – fece ad un tratto, come colta da una idea subitanea e piena di letizia. – Ah, che fosse?… Via, figliola, fermati! Perché corri tanto, ora? Vedi, siamo già in paese!
– Dunque, Giuliana? – continuò Maria tutta tremante, perché da quell’esclamazione non era proprio sicura che la sua astuzia avesse toccato nel segno. – Dunque, non ti pare che un giovane, lontano dai suoi, bisognevole d’ogni cosa, e fors’anche malato…
– Dunque – la interruppe giubilando Giuliana – dico, che se è vero quello che ora mi è balenato in mente, andrei domani a confessarmi d’un grave peccato!…
– Di quale peccato? – chiese la fanciulla, quando appunto, passato il ponte, sboccavano sulla piazza.
– D’aver fatto dei giudizi temerari assai – soggiunse Giuliana; – e di aver dato torto in cuor mio a mamma Maddalena ogniqualvolta mi faceva certi discorsi, che so io. Ed ora lascia che ti baci – continuò quasi piangendo di allegrezza – poiché tu non puoi sapere qual brutto peso mi avevi messo sul cuore iersera, ed ora m’hai tolto!
E Maria pianse anch’ella sul cuore di quella pietosa creatura, ma le sue lacrime non erano di gioia. Oh, purtroppo, non lo erano!
– Ohè, ohè! – gridò mastro Doro, che, stando a conversare con altri vecchi davanti la bottega, aveva veduto giungere le due donne e poi far sosta ed abbracciarsi. – Quale di voi parte per Gerusalemme, che vi stringete a quel modo?
– Buona notte, papà Doro! – dissero ambedue, premendosi i diversi e traboccanti affetti nel cuore.
– Andate verso casa? – domandò egli.
– Sí, papà, e anche ci attardammo laggiú a raccogliere la falciatura – rispose come poté meglio Giuliana.
– Brave le mie figliole; ma la corsa vi ha tolto il fiato; e se volete ch’io venga con voi, dovrete accorciarvi le gambe.
Cosí chiacchierando giunsero a casa; e Maria non volle entrare in cucina, dicendo che vi faceva troppo caldo; ma aveva paura della luce, la poverina, dicendo a buon diritto un proverbio: che il buio è il carnovale degli sconsolati. Peraltro, si fece forza a mandar giú un boccone, e gli altri della famiglia la imitarono senza gran fatica, meno Michele che aveva lasciato la cena per la danza delle ancelle castellane.
– Ohè – bisbigliava un quarto d’ora dopo Giusto Sandroni ad una bella che s’era procurato in seguito al rifiuto di Giuliana. – Sai la fresca novella? La Maria del Conte di Monteaperto è proprio innamorata di Natale Romano.
– Oh, chi te l’ha detta questa gran novità? – chiese quell’astuta di Giustina.
– L’ho udita io con le mie orecchie.
– Da chi?
– Da lei, dalla Contessina.
– Quando, dove e come? Di’ su, dunque?
– Or ora passando dietro la siepe, nel campo del Ponte: ed era la fanciulla che andava dicendo a Giuliana tali cose.
– Eh, già! Sempre questa Giuliana in ballo!
– No, no, senti: andava dunque dicendo a Giuliana di essere molto inquieta per Natale, e che già è vicina la guerra, e che egli ha da essere malato, e si disperava, la furiosetta; e insomma è innamorata fradicia, e fu una bella costanza, dopo due anni o che so io di abbondanza, in una ragazza cosí tenerella e vagheggiata da tutti!
– Oh, ve’, bel miracolo! – rispondeva Giustina: – proprio da far appendere il quadro! Ma già tutti ne crocchiavano, ed io me l’ero immaginato da un pezzo. Ehi, Lucia, Annetta! Venite qua, dunque; non sapete quello che c’è di nuovo? No? Ebbene, ve lo dirò io!
E cosí la novella fu sparsa, ingrandita, moltiplicata, pel solo passare in queste tre prime bocche femminili. Figuratevi poi in seguito, quando ci misero lingua le vecchie! Pertanto Maria era stata favorita dal caso piú che non se lo aspettasse in quella mezza bugia lasciata credere a Giuliana, e il mattino dopo, tutto Torlano era pieno dei fatti suoi.
– Guardate mo’ come s’addentellano le cose di questo mondo! – diceva un vecchio vignaiuolo, sorsellando l’acquavite della sveglia, a un tale che gli aveva narrato l’innamoramento di Maria, e la confidenza fattane a Giuliana. – Chi crederebbe, per esempio, che in fondo in fondo fu Giuliana la causa dell’impensato richiamo di Natale, e che perciò fu essa a gettare il seme degli affanni di quella piccina?
– Oh, come mai? – domandava l’altro.
– Come, eh? – soggiungeva maliziosamente il vignaiuolo. – Domandatelo lí al fattore del castello, al signor Pasquale, che benché non sia né il segretario, né uno di quei vecchi fannulloni deputati, pure ci sa dar di naso a tempo nelle cose del Comune! Basta! Donne, donne! In tutto c’entrano le donne; e anche la loro virtú tira addosso dei grandi guai alle famiglie.
Cosí parlava quel compare; ma per quanto l’altro lo stringesse, non volle spiattellare la cosa.

X.

Il sonno aveva steso le ali sulla casupola dei Romano e levatele a suo tempo cosí dolcemente, che l’alba, per quanto in giugno mattiniera ed allegra, non li ebbe a trovare né meno pronti, né meno lieti di sé. Mastro Doro imponeva il giogo a due buoi maliziosi e saltellanti, non cosí pigri e sinodali come si è abituati a vederne alla pianura; e Giuliana imboccava Cecchino, che si rifiutava di asciolvere altrimenti; e Chiaretta menava le pecore al pascolo sulle coste di Ramandolo, e Sandruccio affastellava sul carro gli arnesi da lavoro, e la nonna torceva alla testa il suo fuso partendosi in cinque per chiacchierare con tutti. Solo Maria, non avendo chiuso occhio in tutta la notte, era passata sull’alba dal dirotto lacrimare ad un sonno leggero leggero. E anche lí i fantasmi le venivano rinnovando i dolori della veglia, e prima era suo padre che moriva di crepacuore, tremante, estenuato, maledicendo alla figliola; poi non era piú Santo, ma Natale, che le compariva dinanzi lacero e polveroso; e questi la rampognava di vederla piangere, e le veniva dicendo: «Che hai, Maria? Oh, non ti ricordi quanto ti promisi nel partire, e non ti fidi piú di me?».
Da questa visione s’alleviava alquanto l’affanno della dormente, ma sorgeva una piú segreta voce ad ammonirla, che quello era un sogno, e che la sua sventura era tale da non potere sacrificio umano ristorarvela. A quel punto, svegliata dal rumore del carro che partiva, saltò dal letto alla finestra d’una stanza vicina per salutar con gli occhi mastro Doro; e l’idea di recare un cosí grave cordoglio a quel buon vecchio la fece titubare ancora una volta nel suo disegno.
– Ma no – disse sospirando; – bisogna ch’io me ne vada ad ogni costo!
E lo sguardo allora le corse, senza volerlo, al castello che s’andava via via rivestendo del roseo abito dell’aurora, conducendola con la memoria a quel suo disperato amore, e alle colpevoli gioie, e alle credule speranze, e al facile tradimento; e un pensiero, come di maledizione le tumultuava nell’animo, ma la buona giovane lo reprimeva come grave delitto; e ringraziava invece Dio che, di quei suoi trascorsi miracolosamente segreti, nulla ne potesse trapelare a Santo e che anche Giuliana fosse ormai lontana dal sospettarli. Allora la mente le correva al bambino che viveva nelle sue viscene, e al rimorso di partorirlo ad una vita disagiata e quasi infame s’univa il voto di sacrificarsi tutta per lui… Le parve udire uno scalpito, e tornata al suo letto si raccovacciò sotto le lenzuola. Infatti, era Giuliana che tutta la notte aveva sognato di Maria, di Natale, di nozze, ed ora, con la contentezza e la semplicità del cuore sul viso, veniva a dirle di scendere anch’ella, sui prati, giacché Michele anche quel giorno era affaccendato al castello.
Maria, dovendo a tali cose rispondere, si sentí come ingroppare la lingua, e divampare le tempie da una fiamma subitanea; ma, vincendo quel breve smarrimento, rispose che non poteva andare al prato, avendo promesso a suo padre di salire a Monteaperto, e che, ove tempo le avanzasse, sarebbe andata sul tardi. Giuliana soggiunse che facesse pure a suo talento; e si curvò a darle un bacio; e quando Maria si sentí toccare da quelle labbra, poco mancò non emettesse un urlo che avrebbe tutto guastato; ma si trattenne morsicandosi le labbra, e pensando al voto del giorno prima. Però non poté fare che due lacrime non le sbucassero fuori di tanta angoscia, e Giuliana, tutta sospesa a domandarle allora, cosa volessero dire, onde la giovinetta sciupando con i denti le lenzuola per non scoppiare:
– Piango – mormorò – piango per il contento di vederti cosí allegra, mia buona Giuliana! – E non le fu dato di aggiungere altro.
– Sí, sí! – rispose l’altra, dandosi fretta per uscire, ché il carro aveva già troppo guadagnato del cammino. – Ma c’entro poi soltanto io in quei tuoi pianti, traditorella?
Come fu partita, la fanciulla si levò di giacere, e tese le mani verso l’uscio, mormorando con voce soffocata:
– Perdono, perdono! Dio, lasciarla cosí! E dire che bisogna! – esclamò strappandosi i capelli e ricadendo sul letto.
Ma ebbe la forza di scendere per appostarsi ad una fessura dell’impannata nella camera anteriore donde contemplò Giuliana, finché scomparve dietro la siepe. Allora, facendosi il segno della croce, e alzando gli occhi al cielo, con un lungo sospiro:
– Ora, voi, Vergine santa, proteggetemi! – disse con voce piena di devozione e di fede.
Indi, ridottasi alla sua stanzuccia, si vestí d’una gonna di grosso canape verde, d’un corsetto color marrone; s’acconciò il capo alla meglio, e calzate le scarpe di panno all’usanza montagnola, e avviluppato un fardello di due camicie e di qualche corredo piú necessario, scese tentennoni giú per la scala. Di là, scivolando rapidamente davanti la cucina, entrò nella stanza e, quell’involto coperto bene di fieno nel fondo d’una gerla, ritornò da Maddalena, che bisticciando con Cecchino, faceva girellare il suo fuso.
– Oh, buondí, Maria! – disse la vecchia. – Non sei passata or ora davanti la porta?
– Sí, mamma – rispose la fanciulla; non m’ero accorta di voi!
– Là, là, Cecchino! – strillò la nonna. Cosa ci fai ora nella cenere, che t’imbratti la bella camicia di bucato?
Maria s’accostò al bambino, e toltolo dal focolare, e strettoselo al seno, gli scoccò in fronte un bacio quale avrebbe voluto darlo prima di partire a tutti quelli di famiglia.
– Ferma, che mi stringi troppo! – gridò il bambino.
– È, vedi, che ti voglio bene! – balbettò Maria soffocata dalla voglia di piangere. – È che del bene te ne voglio tanto tanto!
E stette lí contemplandolo; e l’aspetto di quel bimbo riducendole a mente la sua creatura, e da ciò sentendosi troppo intenerire, gli levò gli occhi da dosso, e volgendoli a Maddalena, disse:
– Mamma, io me ne vado su a Monteaperto, e starò là buona parte del giorno.
– Tornerai con tuo padre, dunque? – rispose la vecchia.
– Sí! – mormorò Maria.
– Però, guarda di non trafelare con questo sole che è oggi – soggiunse l’altra.
– Oh, no! Anzi mi svagherò dalle mie malinconie, e il moto mi fa bene. Dunque, addio, buona mamma! Addio, e state bene, e pregate Dio per me, e perdonatemi le tante angustie che vi ho date, e salutatemi Giuliana… E quando…
– Oh, cos’hai ora? – disse, tutta stupita la vecchia, sentendosi stringere il collo dalle braccia della giovane, e inondare il viso dalle sue lacrime. – Mi parli come se tu dovessi startene lontana un anno!
– È che, vedete, un giorno lontana da voi mi par già un anno – bisbigliò confusamente la fanciulla.
E ciò dicendo voleva pur colorire le labbra d’un sorriso, il quale somigliava appunto a uno di quei raggi di sole che, tra gli squarci di un temporale, giunti a sfiorare la terra, la lasciano tosto piú scura e melanconica di prima.
– Addio, mamma, addio! – proseguí allontanandosi a rilento; ma poi, tornata meglio in sé, corse alla stanza, imbracciò la gerla, e scese precipitosa per il sentiero che due anni prima aveva condotto via Natale.
Cecchino le era corso dietro gridando:
– Maria, Maria! Di’ a papà Santo che venga a condurmi a Nimis!
Ma ella non lo udiva, perché il cuore le batteva troppo forte; perciò il fanciullo si volse allora alla nonna strillando perché Maria non gli dava retta!
– Eh, taci là, sbaraglio! – rispose la vecchia, – Sarà stata cosí lontana da non udirti.
– Se era appena ai gelsi dell’orto! – frignò il bimbo.
– Come? Per di là vuol andare a Monteaperto? Che strana figliola! – disse tra sé la vecchia.
Poi, rivolgendosi a Cecchino:
– Maria ha altro da badare a te, e bisogna scusarla, che è perduta dietro certi suoi affanni; e peggio ne soffre per non volerli confessare a nessuno.
– Oh, perché non li dice a me? – chiese Cecchino.
– Non li dice, non li dice… – biascicò la vecchia; – non li dice perché…
E lí del riserbo di Maria, riguardo al suo supposto amore, non sapendo addurre a Cecchino migliori scuse che a sé, volse la cosa in burla, e l’invitò a giocherellare col fuso, menandogli il filo attorno il collo.
Il bambino non voleva di meglio, e abbandonò il pensiero di Maria per tormentare la nonna, finché venne la sua ora e si addormentò a due passi sul pavimento. Ma purtroppo la vecchia non era con l’animo in quelle bambolaggini, poiché l’innocente inchiesta del fanciullo le aveva mosso nel pensiero un vespaio, che indarno, specialmente da quindici giorni, dopo che Maria intristiva piú che mai, ella cercava di tranquillizzare.
La fanciulla, intanto, attraversata alla cacciatora tutta la campagna di Torlano, era giunta sui pascoli, dove vide tra fronda e fronda Chiaretta, che guardando le pecore bucava un germoglio di castagno per farne un piffero. E dapprincipio fece per schivarla, ma poi le parve duro il non cogliere un bacio di buon augurio anche su quelle labbra innocenti, e tenne il cammino verso di lei.
– Oh, dove corri, Maria? – gridò la ragazzetta appena l’ebbe addocchiata.
– Vo’ a Monteaperto – rispose la donzella.
– E per di qua vai a Monteaperto?
– Sí, figliola, perché… perché mi fermo lassú nel bosco ad empirvi la gerla di fogliame d’olmo, perché mio padre ne faccia dell’impatto alle pecore.
– Oh, fermati qui, dunque, che ti aiuterò anch’io!
– No, che qui non ci sono olmi – rispose Maria abbracciando e baciando ripetutamente la fanciulletta.
– E che monta? Sfoglieremo un castagno.
– La foglia del castagno non è buona a nulla – ribatté Maria. – Addio, Chiaretta, voglimi bene… e prega… no, volevo dire, bada che non si sparpaglino le pecore, ché poi ti bisogni scorrazzare qua e là e buscarti qualche malanno con quest’arsura.
Cosí dicendo, Maria s’era addentrata fra i cespugli che rompono quella costiera in piagge ombrose e solitarie degne del pennello di Ariosto: sennonché mancavano i chiari rivoletti, dei quali cosí sovente il poeta rinfresca le sue eroine, e tuttavia l’erba vi verdeggia per il benefico trapelare dell’umidità montana. La fuggitiva correva via, toccando appena il terreno con quella forza che le dava la febbre; non badando ai ramoscelli che le ferivano il volto, e scavalcando siepi e filari di vigne, quando questi, protendendosi su per la falda, le sbarravano il cammino. Teneva salda con una mano la gerla, con l’altra si premeva il cuore che le balzava fuori dal petto e per il dolore che vi bolliva dentro e per la rapidità della corsa; e travolta in un andirivieni di crudeli pensieri che non erano pensieri, ma paure e sogni spaventevoli, seguiva sempre diritta non curandosi di fatica o di ostacoli.
Come ebbe divorato a quel modo un paio di miglia, trovandosi a cavaliere d’un poggio che a mezzogiorno sdrucciola nelle ghiaie del Turro, ristette un po’ con gli occhi verso Torlano. Le ardeva la gola, le tempie scoppiavano livide per sudore febbrile, tremava per tutte le membra, come rondinella sorpresa dal maltempo; e nell’anima poi era uno strazio senza nome, un conflitto di passioni, di preghiere, di spaventi, di rimorsi, che tutti insieme la dissennavano. E dire che un’ora appena del suo esiglio era trascorsa! E che cosí era per durare anni ed anni, forse sempre! In verità la sventurata si piegò a desiderare la morte, e quello era forse allora il solo pensiero che le parlasse chiaro alla mente; ma le soccorse la memoria della sua creatura; e poi suo padre, suo padre, di cui vedeva là, pendente sulla forra, il romito abituro. Povero padre! Ma questo dolore le consigliò di rimettersi in via, ché lí nei dintorni tremava sempre d’incontrarlo, benché fosse venuta per i luoghi piú deserti. Indi a due ore giunse sopra Cesariis, e schivando l’abitato dove temeva che forse qualche pratico di Torlano la ravvisasse, scese a posare sopra un macigno nel letto del Turro. Si sovvenne allora di Natale e del commiato datosi un po’ piú all’ingiú su quello stesso torrente, e del turbamento da lei provato in quell’istante; e s’accorse la raminga, che allora una parola di piú sarebbe bastata per avventura a mutare le sue sorti, crescendole in cuore quel principio di santo amore. Ma si domandò, poi, se l’amore di Natale l’avrebbe preservata da quell’altra malaugurata malía; e, benché le paresse superbia per una peccatrice sua pari, pure non poté far a meno di rispondere, che sí; poiché si sentiva ancora tanto pura la sempliciona, da parerle cosa nefanda o impossibile il mancamento di una sacra promessa. Ma, e se Natale non l’avesse amata? Non sarebbe poi stato lo stesso? Oh, ma Natale allora l’amava certamente; e benché prova alcuna non ne avesse, pure lo sentiva, lo vedeva con quell’occhio cosí potente del dolore, al quale nulla sfugge di ciò che viene a conficcarlo piú saldamente. Natale l’amava, e le lettere scritte via via alla famiglia nelle quali era sempre una riga soavissima per lei, e piú le parole lasciatele come in pegno dell’accomiatarsi ne erano un segno, e certo egli non aveva nulla aggiunto, per non amareggiare di mille tanti quella cruda assenza. Ma egli l’amava e sarebbe tornato a chieder di lei a mastro Doro e a Santo! Le ripullularono allora alla mente i sogni della scorsa notte, onde, come frenetica, si rizzò per lanciarsi nelle acque spumeggianti del torrente; ma un ragazzo che là passava, salutandola della sua voce celestiale, com’è la voce dell’infanzia, la fermò su quell’atto di disperazione; e la disperata corrispose rabbrividendo al saluto, e si volse incontanente alla Madonna, ringraziandola dell’averla salva per tal mezzo dall’eterna dannazione.
Poi riprese il cammino, ché qualche po’ di calma trovava nella fatica; e traversato il Turro su una passerella gettata a comodo dei mulini, ridiscese sull’acqua a bagnarsi le labbra e la fronte. Di là prese a montare le colline di Billerio, sapendo che per esse si scavalca alla postale di Artegna, donde si proponeva di piegar a Buia, e ridursi la sera stessa a San Daniele; parendole questo paese lontano cosí, da potervi dormire sicura dalle ricerche dei suoi. Ma le colline poggiavano piú alto che ella non avesse creduto, e toccò le prime case di Billerio che già scampanavano il mezzodí; né questa ora del desinare sonava tarda per una giovane, che dalla sera prima non assaggiava cibo; pure, come e dove procacciarsene? Ripeté allora quanto aveva detto la mattina nel porre quel suo fardello nella gerla, che cioè al mendicare bisognava accostumarsi, e che tanto valeva oggi quanto domani; al che aggiunse, che le conveniva serbarsi in lena per non perdere quel caro frutto, la cui sola speranza le teneva luogo ormai di padre, di famiglia, di tutto. S’incamminò dunque per una carreggiata che costeggia il paese, e giunta ad un portone di bella apparenza vi picchiò modestamente, ma le tremava il polso come nel commettere qualche sfacciata ingiustizia; indi a poco, bussò di bel nuovo, ma ancora cosí piano, che, nessuno accorrendo ad aprire lo sportello, l’accattoncella tirò dritto pensando che la casa fosse deserta. Venti passi oltre s’imbatté in un altro portone; e che vi abitasse un’agiata famiglia n’era segnale la corda del campanello, quale a Torlano non pendeva che dall’uscio del segretario; e anche là inoperosa, imperocché, non garbando al gaudente funzionario aver rotti i pasti o i sonni, ci teneva sempre legato il batacchio. Maria pertanto afferrò la corda, ma poco avvezza a quei congegni signorili, credendo toccarla appena, ci diede una tale strimpellata da guarire un sordo: e di ciò afflitta e paurosa s’impicciolí in un canto aspettando con gran batticuore che aprissero. Infatti, risonò al di dentro una sguaiata bestemmia, e un omaccione goffo, paonazzo e bernoccoluto, aperto il saliscendi, e tenendovi sopra una mano, domandò brontolando, chi osava disturbarlo nel bel mezzo del desinare: Maria voleva rispondere, ma era cosí sconvolta, che avanzato un piede, non poté pronunciar sillaba.
– Ah, sei tu, topolina? – riprese colui ammansando la sua voce fino a modularla sul bisbetico strillo d’una gazza. – Perdio, che non hai viso da diavolo! E cosa vuoi, dunque? Su, sfiatati un po’!
– La carità! – balbettò quella novellina.
– Ah, la carità! – gracchiò il villanzone ridacchiando, e scrutandola villanescamente negli occhi. – Ma tu non mi hai figura d’una accattapane… Lo sai che sei belloccia come una colomba! – aggiunse acchiappandola per il braccio e tirandosela addosso.
– Eh, eh, cosa fate là, beone, scapestrato, donnaiolo! – si fece a gracchiare dal canto suo una vecchia, affrettandosi al portone, mentre Maria rifuggiva inorridita da quel ciacco.
– E che, vi ho sposato io per darvi agio e foia a corteggiare le sgualdrine che passano? Sappiatelo per la centesima volta, che io non ero avvezza a questi tiri col mio primo marito!
Cosí dicendo, con la spalla ributtò nel cortile il mascalzone, che rientrò in casa squadrandola cagnescamente.
– E voi – proseguí la vecchia con tal rumore che le incircolò dattorno tutti i ragazzi che giocavano alla fontana; – e voi, svergognata, imparate a non stuzzicare piú i mariti delle altre, e lavorate, se volete camparla. Ho lavorato anch’io, vedete, e ho fatto sgobbare la sua parte quell’altra buon’anima, per radunare quei trenta campi che ora faccio arare da tre belle paia di buoi! Che se vi piace far nulla, calatevi a Udine o alla malora, e là pescherete dei lindi signorini, che vi pagheranno il lauto pranzo, la lauta cena… e il letto puranco! – concluse ridendo laidamente. E chiuso con impeto il portone, andò a rovesciare la feccia di quella stizza sul marito, che della tardanza della vecchia aveva profittato per tracannare tutto il vino spillato per il pranzo.
Maria restò un momento appoggiata al muro, non avendo piú nervo alcuno che tenesse fermo per lo spavento e la vergogna; indi, strisciando vicino ad esso, scese alla cieca fino alla fontana; ma là sentendosi venir meno s’accasciò sulle gambe, pallida come una morta. Due ragazzini l’avevano seguita assai dappresso guardandola piú amorevolmente degli altri; e quando la videro cadere, corsero entro una porta dirimpetto, gridando:
– Mamma, mamma, vieni a vedere una poverella che muore!
E tosto ritornarono, tenendo ognuno per ciascuna mano una donna di circa trent’anni, ma cosí affralita che ne mostrava quaranta. Costei si chinò su Maria, e vedutile gli occhi aperti, le domandò cosa aveva.
– Ho fame! – mormorò la fanciulla con un fil di voce.
La donna la guardò dal capo alle piante, e benché non si capacitasse come cosí decentemente vestita potesse essere allo stremo d’ogni cosa piú necessaria, pure commossa dal viso, dalla voce e dalla propria pietà:
– Peppino – disse al maggiore dei due fanciulli che poteva contare dieci anni – va’ dentro e portami quel resto di polenta, e una scodella con la caraffa dell’aceto.
E come Peppino fu tornato, prima diede a sorseggiare alla giovane qualche goccia d’acqua inaffiata di aceto, e poi stette lí fino che ebbe mangiato quel tanto da riaversi. Come poi la vide in piedi e che quel primo sfinimento era passato, e Peppino le raccontava che era stata la vecchia Sabbata, scacciandola, a conciarla in quella guisa, la buona donna si volse ancora a Maria, e la consigliò di non tentar mai le porte piú appariscenti, ma sibbene le piú logore e sbardellate, che da queste almeno non l’avrebbero respinta con villania. E voleva poi ricoverarla in casa sua, ma non consentendolo l’altra per la fretta di togliersi da quelle vicinanze, la pregò, e l’aiutò anzi, a riporre nella gerla la polenta rimasta, e le mandò poi dietro i fanciulli che la incamminassero per le scorciatoie alla postale.
Il colle di Billerio è da quella banda l’ultima piega interna del gran cinto alpino; né prospetto piú vasto, né piú svariato e incantevole io credo si possa immaginare nonché descrivere di quello che gli si apre dinanzi. Da un lato le valli dirupate del Friuli, che si incavernano entro il gran nodo dei monti Carnici; rimpetto, appiede di altri monti che vanno via via sfumando nell’orizzonte, l’ondeggiante altipiano del Tagliamento, colorato di tutti i verdi possibili, e per il quale serpeggiano immense vie della natura, i candidi letti dei maggiori torrenti d’Italia; a sinistra una ordinanza infinita di colli popolosi e ridenti, e piú in là ancora una fascia di vapori, secondo l’ora, cilestrini, o purpurei; e sott’essa, all’ultimo termine dell’occhio, uno specchio luminoso, che è il mare battuto dal nostro bel sole. Né da quel lontano spettacolo ritirando lo sguardo sul colle stesso di Billerio, la scena è meno dilettevole, ché giú per esso, è uno stormeggiare continuo di opachi castagni, e di querce sublimi, sotto le quali trascorrono i vigneti, come una danza di Ninfe; ma solo sull’estremo pendio si discerne il lavoro dell’aratro, che rade con i suoi solchi la strada postale di Pontebba(6) della quale l’occhio di un pastore sa numerare i termini.
Maria soprastette a quel panorama improvviso; non che libero avesse lo spirito a segno da divisarne le varie bellezze, ma quell’infinito che le vaneggiava dinanzi le scorgeva il pensiero piú direttamente a Dio; pregò dunque in cuor suo, e Peppino, che non l’aveva lasciata ancora, la veniva additando di soppiatto al fratello minore. Come poi la vide uscita da quell’estasi:
– Guardate – le disse tendendo la sua manina all’ingiú verso destra: – vedete là quel rigagnolo, che va via saltelloni e che passa la postale sotto quel ponte?
– Sí, lo vedo – rispose accarezzandogli il capo Maria.
– Bene, qui questo sentiero è quello di Collalto; quando giungete sul rigagnolo, se volete passare a Collalto, piegate a mancina; e se bramate scendere ad Artegna, passate il rio, ché già l’acqua vi è sempre benigna, e tirate verso destra. È la strada che batto con la mamma quando vo’ a condurla al filatoio al lunedí; ma ora è infermiccia e sono due settimane che facciamo festa. Addio – soggiunse poi – il Signore vi accompagni, bella germana!
Maria se li tenne a lungo sul cuore quei due bimbi ricciutelli, che le pareva proprio di baciuzzare Sandruccio e Cecchino; e poi sguisciò via sospirando per il sentiero, e giunta al rio, lo passò si può dire a piedi asciutti, volgendosi verso Artegna, ché Collalto era troppo vicino a Torlano da potervisi cimentare. Camminava affrettatamente traverso la china, a cavalcioni di molte antiche frane che s’imboscano assai facilmente in ameni valloncelli per il terriccio che abbonda in quelle colline. Erano ombrosi burroni, e sentieri ora aperti, ora inselvati e cascatelle armoniose, e cascine aeree sopra qualche poggio repente, e qua e là castelli diroccati che le ricordavano purtroppo quello del suo paese. Quando un tal pensiero la feriva, raddoppiava il passo, come cerva inseguita, e lo combatteva intonando piú forte l’Avemaria del Rosario che da una mano sgranava. Scese infine dove il declivio s’ammollisce per modo da confondersi col piano, se non fosse la selvaggia turba dei castagni che vi si sparpaglia qua e là in ombriferi capannelli. E indi a poco sbucò in una strada campereccia che la menò in breve ora a Magnano. Di là ad Argenta è un trar di schioppo, e vi giunse intorno alle quattro, ma ignorava quanto distasse San Daniele, e da qual parte; perciò s’approssimò ad una vecchia mendicante accoccolata sull’ingresso della borgata per prenderne lingua.
Costei, alle sue domande, rispose di botto con un interrogatorio formale:
– Di dove siete, figliola mia bella?
Fu duro a Maria il dover mentire l’esser suo, e come novizia pellegrina che era, non si arrischiò a farlo che per metà.
– Sono di sopra Tarcento – disse – e vado a San Daniele in cerca di lavoro.
– E in che lavorate, carina? In seta? Vi ammonisco che capitate tardiva, poiché là i filatoi sono pochi, e molte le operaie; invece restando da queste parti…
– No, no, non mi fermerò qui per tutto l’oro del mondo! – rispose come sbigottita Maria.
– Ebbene – soggiunse la ciarliera – andate ad Udine, allora, ché le vezzose come voi vi fanno fortuna. Sapete che siete una bella ragazza!
– Io non sono né bella… né ragazza! – rispose ancora con un briciolo di fatica la giovanetta. – Ma ditemi, dunque, di grazia, qual è per i pedoni la via piú corta per San Daniele?
– Ah, non siete ragazza? – continuò curiosamente la vecchia.
– No… sono maritata – rispose Maria cui pareva poca reverenza alla misera vecchiaia di colei troncare il discorso con una voltata di spalle, e piuttosto si decise a stampare una fandonia.
– Sarà da poco, allora; poiché siete cosí tenerella! E perché mo’ abbandonate cosí presto il vostro sposo?
Le pallide guance di Maria arrossarono un poco, e rispose:
– Ma… è andato in Germania a lavorare, lui.
– Ah, dunque sarà muratore?
– Sí, muratore; ma della strada di San Daniele vi domandavo, perché mi preme d’arrivarci, e il sole si abbassa e voi mi tenete a bada.
– Eh, ce ne sono molte delle strade per colà! Ma voi, perché avete tanta premura?
– Il fatto è che ho fretta, e perciò vi domandavo della strada piú spiccia.
– Eccola lí, guardate, dentro il paese; staccatevi dalla postale al primo canto a sinistra, e poi sempre dritta fin sotto il colle; allora prendete per quel sentiero a destra che lo guadagna in linea retta; e salita per quello due miglia circa, voltate a manca fino ad una fornace; e là v’insegneranno il resto, figliola mia! Ma donde siete partita stamane? Da Tarcento? Allora avete un passo di formica. È vero che ci fu di mezzo il caldo! Proprio un caldo che si affoga! E dover tirar innanzi con la casa in spalla come le lumache! – (E accennava il suo gerlone al quale era addossata). – Oh, la triste vitaccia, figliola! Dio vi conservi vostro marito, e che ne guadagni di molti lassú! Io, vedete, quando ci avevo il mio, non ero mica corbella, e lo mandavo lui a sdrucirsi; ma tutto passa, e ormai, addio festa!
Maria in questo turbinío di chiacchiere prendeva le mosse, salutando la vecchia; ma questa piantò a mezzo la parlata per dire:
– Oh, cosí presto volete andarvene? Ma guardate che siete già stanca, e il viaggio s’allunga un buon tratto!
– Eh, non importa! – disse Maria allontanandosi. – Camminerò fin che potrò, e poi…
La vecchia, accorgendosi di non poterla piú trattenere, smesso il gergo della pettegola, e sfoderata la sua voce di accattona:
– Oh, fatemi dunque la carità di qualche cosa! – cominciò a guaire. – Voi siete giovane e robusta, io vecchia e sciancata! Oh, datemi un soldo per l’amor di Dio, e che il Cielo ve ne rimeriti!
Maria si ritrasse di nuovo, e trattasi di spalla la gerla, e cavatone quel po’ di polenta, ne fece due pezzi, dei quali porse il piú grosso alla vecchia, e l’altro si diede a sbocconcellarlo ella stessa, camminando spedita per la strada indicatale.
La mendicante le guardò dietro con un grugno beffardo, brontolando:
– Ecco una che ha la cresta, d’una principessa, e ad una vecchia, che le domanda un soldo, getta in mano un tozzo di polenta… ammuffita! – aggiunse fiutandola dispettosamente. – Ps, ps… – fece ad un cane che passava – to’ questo bel regalo, che è proprio per te.
Indi rimandò un’occhiata a Maria, e tendendo verso di lei la mano sudicia e grinzosa, continuò borbottando:
– Oh, se t’incontro ancora, ben io t’insegnerò la strada di San Daniele!… E dire che si degnava appena di rispondermi!…
Tacque, perché in fondo alla via sbucavano due preti, e si mise a infilzare piagnucolando salveregine e deprofundis. I due preti le giunsero presso, e il piú attempato e rotondo, voltosi attorno come a speculare i segni del tempo, le si fermò dirimpetto, e con gran frugare di tasche preso alla fine un soldo, glielo gettò maestosamente nel grembiale, e proseguí col compagno.
– Ecco un altro vanaglorioso! – ruminò la mendicante smezzando un deprofundis quando stimò le orecchie dei due preti fuori di tiro. – E sono trent’anni che lo conosco quello là! E sempre, prima di gettarmi un quattrino, fa la rota d’ogni intorno, e se c’è gente, me lo butta là che tutti lo vedano; ma se non ci sono occhi, fila dritto dritto belandomi santamente: «Un’altra volta, e che il Signore vi benedica!». Quell’altro sí, a quanto dicono, è un cuor di Cesare; ma è scannato lui piú di me! Ah, ah! – fece la vecchia con un ghigno da Satanasso.
Poi trasse di saccoccia una manata di soldi, ed entrata da una fruttivendola lí presso, la pregò miagolando di cambiarle quella ramería in un tondolino di argento; ché a Gemona voleva comprare un paio di scarpe usate, e per strada quel peso le dava grande incomodo. Ma appena ebbe la moneta d’argento, si ritrasse al posto di prima, e nicchiatasi sotto il muro e sgroppato un involto di pelle che teneva nel seno, ve la cacciò dentro; e rilegato il borsello, prima di riporlo se lo fece canticchiare alle orecchie. Poi riprese il gerlone, andò via commiserandosi, paternostrando e rubacchiando alla gente caritatevole quattrini e farina per tutte le porte di Artegna; sicché sopraggiunse la notte che era all’ultima casa ove le fu concesso per dormitorio il fienile; ma poi seppe pregare cosí ingegnosamente la padrona di casa, che le fu ceduto il letto della fantesca, e questa andò a dormire sulla paglia.

XI.

Intanto Maria, inerpicatasi per il sentiero indicatole, non c’era verso che potesse scoprire quella tal fornace, dove le dovevano insegnar oltre il cammino. Sia che la vecchia per tristizia l’avesse male imbeccata, sia ch’ella per il troppo affanno onde era presa se ne fosse smemorata, il fatto sta che cadeva il sole ed ella girava ancora sopra una collinaccia sciolta e ghiaiosa, donde per un gran tratto non si scorgeva né fumaiolo, né campanile. Procedette un miglio ancora fiancheggiando quell’altura, e poi, udendo a sinistra un suono di campane, ed era l’Avemaria, si inginocchiò devotamente sul ciglio di un campo a dirvi l’orazione; indi diede giú per uno sfogatoio delle acque campestri verso la parte donde veniva quel suono. Alfine die’ di cozzo in una fornace, e interrogato il mattonaio della strada di San Daniele, quegli rispose che non ci sarebbe arrivata in quella sera, ma che di lí a un miglio andando sempre dritta al campanile che sorgeva a cavaliere di due colli, giungerebbe a Buia, dov’era copia e sicurezza d’alberghi.
Maria, ringraziato il fornaciaio, raggiunse Buia in mezz’ora; pure, ricordandosi, paesane di quel luogo essere appunto molte delle operaie che avevano lavorato con lei l’estate addietro in una filanda di Nimis, girò intorno al paese per uno stradoncello seminascosto, divisando chieder ricovero in qualche cascinaggio; ma, del resto, il pericolo di essere conosciuta non era molto grande, poiché, a suo giudizio, quelle ragazze dovevano essere fuori per la loro industria anche quell’anno.
Buia è una grossa terra sperperata qua e là a borghiccioli, a crocchi di case, a contrade, proprio, dicono, fra sette colline come la Madre Roma; e corre e s’intralcia framezzo una rete di strade, di viuzze, di carreggiate, ché guai a chi vi si avventura senza aver d’occhio o il campanile, o il cocuzzolo del Monte Canino, o la Stella Polare: cosicché Maria, uscita dai primi caseggiati all’aperta, e credendo aver dato le spalle a tutto il paese, e temendo dilungarsi oltre, dopo l’ora di notte, nello stato di spossatezza in cui era, si ritrasse all’ultimo cancello che aveva passato; ed era d’una casetta un po’ romita dalle altre contornata verso strada da un muriccio che non giungeva all’anca. Non vedendo anima viva nel cortile, schiuse il cancello, e fattasi alla porta, vi picchiò della mano; e indi a non molto la porta s’aperse, sprigionando all’intorno un gradevole odor di cucina, e due donne, all’aspetto mamma e figliuola, comparvero sulla soglia colla gonna rimboccata alla cintola, e il viso rosso come bragia.
– Di che cercate, figliuola? – chiese la vecchia.
– Cerco un po’ di paglia per questa notte – rispose la giovanetta, tutta tremante per non essere rotta ancora al brutto mestiere dell’accattone.
– Sí, ricoveratevi qua dentro – rispose dietro le spalle della vecchia la giovane; – entrate pure che avremo letti in buono stato stanotte. Via, date il passo a quella poverina, madre mia!
Ma costei, che era sorda come il campanone, ebbe a sgombrare la porta solo quando si sentí trascinare per la manica.
– Via, squarciami ora il giubbetto, matterella – garrí ella, con tal voce tuttavia che sembrava garrire per chiasso.
– Questa poverella ci chiede da dormire – le urlò nell’orecchio la figliola.
E convien dire che le offendesse il timpano, poiché invitò subito Maria ad entrare, e la acconciò in cucina sopra uno scanno, e fece parola alla giovane di darle qualche cosa da cena. Né fu malagevole di trarre di che sfamare Maria da un’intera ordinanza di pentole, di pignatte e di tegami, che bollivano mezzo sepolti nella bragia sull’operoso focolare. Che se si aggiungano due polli d’India e quattro grassi capponcelli che, infilzati in due schidioni, giravano incrostandosi del proprio tinto sopra una mareggiante leccarda, si avrà una immagine delle beatitudini promesse alla gola in quella casa fortunata. E le due massaie sudavano, sbuffavano, correndo qua e là, come due solerti capitani in giornata campale; ed era un continuo mestare di qua, ungere di là, aggiungere, colare, coprire, scoperchiare; e un armeggio sapientissimo di mestole, di padelle, di schiumarole, di attizzatoi; onde si rendeva piena la similitudine con un’ostinata battaglia; ma non con quella di Austerlitz e neppur di Marengo, sibbene con quella delle Piramidi; poiché la temperatura del luglio, infiammata da quella immensa braciera, poteva senza tema gareggiare con le caldane del deserto.
Maria, nel suo cantuccio, mangiava lenta e malinconica, guardando svagatamente all’intorno, ma per nulla intenta alle brighe delle due donne, sibbene volta addietro col pensiero a Torlano, e specialmente a suo padre; per fortuna che le oneste accoglienze avute in quella casa l’avevano un po’ raddrizzata, ché, del resto, non le sarebbe dato il cuore di finire il boccone di carne imbanditole su un deschetto dalla pietosa giovane. Ma cacciatolo giú, non poté trattenersi dal sollevare il petto come un mantice, e mandarne fuori un tal sospiro, che la ragazza dal fondo del camino si rivolse a guardarla. E vedendo gonfiarlesi gli occhi a quel segno di pietà, abbandonò l’arrosto alla Provvidenza, e le venne appresso domandandole, se le abbisognava nulla, e rincorandola a bere un sorso di vino. Maria non poté negare un mesto sorriso a tanto buon cuore, e accostò il bicchiere alle labbra; ma un singhiozzo le vietò di bere, ed ella si levò a chiedere che le fosse additata la stalla dove coricarsi.
– Ma no! Voi dovete dormir nel mio letto – rispose la giovane. – Già ve ne sarete accorta, che ci abbiamo in casa le nozze, e io per parte mia mi riprometto di ballar la Schiava tutta la notte.
– Grazie – rispose con voce rauca Maria, togliendosi indosso la gerla. – Dovendo partire prima dell’alba, non mi conviene spogliarmi, e perciò mi basterà un giaciglio qualunque. Ma grazie lo stesso, mia buona germana. E voi pure – disse alla vecchia, – che il Cielo vi rimeriti.
E non ci fu modo di piegarla, onde l’accompagnarono alla stalla, ed ella vi si acconciò un po’ di strame per sciogliervi sopra le membra; ma prima pregò a lungo il Signore per suo padre, e per i Romano, onde dalla sua lontananza venisse loro il minor affanno, e don Angelo trovasse parole bastevoli a rassicurarli. Pregava e piangeva ancora quando fu vinta dalla stanchezza, e si assopí mezzo giacente, mezzo genuflessa con la guancia appoggiata alla mangiatoia, e il viso rivolto verso il cielo; ché proprio a mirarla, con quel viso scolpito di dolore e pallido come il marmo, pareva la statua d’una santa martire. Restò a quel modo un paio d’ore, quando tutt’ad un tratto si udí per la strada uno strepito di canti e di piedi, e un battere di palme, e un vociar d’allegrezza che s’avvicinava alla casa. Le due donne, calatasi la gonna e pulite a precipizio le mani, corsero e spalancarono le imposte della porta proprio nel momento che stavano per battervi il campanaro col piffero, e il barbiere col violino, i due consueti paraninfi dei campagnuoli. Ad essi s’accompagnavano dei giovani contadini ed artigiani in ragion delle annate abbastanza avvinazzati, ma non tanto, da pencolare ancora; ed erano pieni di fiori nelle orecchie, sul cappello e agli occhielli. Seguivano, canterellando e scalpitando soldatescamente, le donne invitate alle nozze, strette a braccio le une con le altre in tre ordini, come la legione Macedone; e in mezzo la sposa, che per la prima volta veniva in tal qualità alla casa dello sposo. Da ultimo, un trenta passi piú indietro, s’abburattavano i vecchi d’ambedue le famiglie, con i loro compari, che, sia per il peso degli anni, sia anche per essersi indugiati a mensa piú a lungo degli altri, camminavano con piú posata gravità.
E sul primo entrare di tutti costoro avvenne un rimescolamento di saluti, di abbracci, di salti; e la giovane di casa s’appese al collo della sposa e indi a quello dello sposo ch’era suo fratello; e la sposa poi cascò nelle braccia della suocera, e questa in braccio al messere; e il campanaro spifferava, e il barbiere guastava contro i ginocchi la cassa del violino, e la turba gridava a tutta gola, e insomma fu una gazzarra da imparadisare. Ma poi, raccolta nell’androne la coda del corteo, si richiuse la porta, e passarono tutti in uno stanzone illuminato, dove quella sera una sterminata tavola di ventotto coperti aveva scacciato i torchi e le tine.
Alloro cominciò a sfilare sulla mensa tutto quell’infinito esercito di polleria, cui le due cuoche avevano durato fatica a tener prigione fino allora nelle crepolanti pignatte; e via poi con i soliti motteggi alla temperanza degli sposi, che se ne infischiavano da valorosi riscalducciandosi le mani sotto la tovaglia.
– Su, animo, rosicchiate quell’osso, e succhiate la midolla che fa buon sangue, figlioli! – gridava il campanaro, ingollando un bellicone di «verduzzo» che faceva le corna alla muffa.
– Animo, animo! – si susurrava in coro. – Una inaffiata di Refosco alla novizia! Vogliamo vederla rossa, perdiana! Vogliamo che faccia il bel bocchino da ridere!
E la novizia stringeva di soppiatto la mano allo sposo, e sorrideva con lui.
– Brava, brava! Cosí si vuole! Un po’ di muso da carnevale! – ripigliavano quegli altri a ganasce piene. – Già le nozze non si fanno che una volta. Evviva, dunque, e datevene una satolla per sempre!
– Ehi, sposino! – soggiungeva uno dei piú brilli. – O che sei monco da non poter mostrare la mano diritta?
– Viva gli sposi, viva!
E la stanza rimbombava di ventisei vociate, che si accordavano in quel grido; e si cantavano brindisi, e crocchiavano gli ossi sotto i denti e le tazze contro le tazze; né le labbra si staccavano da queste prima che gli occhi non ne avessero visto ben limpido il fondo. Ché se si domandasse, dove quella buona gente avesse trovato lo stomaco da sostener quella cena solo due ore dopo essersi tolta da simile desinare, io non ci vedrei altro provvedimento che rimandarvi ad Omero, il quale ne porge un piú antico esempio di tale miracolo nei pasti degli eroi; ed ora tali prodezze non si ammirano al mondo che negli sposalizi degli agiati contadini.
Infatti, si levarono da sedere allora soltanto che rimase sui piatti qualche groppone spolpato.
– Ed ora tocca a te! – disse al campanaro il padre dello sposo alzatosi degli ultimi. – Imbocca il tuo flauto, e vediamo se ti ricordi ancora quella Schiava che suonasti per me trent’anni fa.
L’orchestra, disposta sopra un tavolato, prese tosto a strimpellare una musichetta allegra, saltellante, un po’ bizzarra, un po’ anche ubbriaca, la quale si rigirava bensí su un perpetuo ritornello, come il simbolo egiziano dell’eternità; ma pur faceva girare una strepitosa discordia di gambe, come la mano fa girare una fionda. E dopo un tafferuglio di Schiave, di Monferrine e di Valzer, finalmente diedero il colmo alla festa con la Polka, la quale da due anni a questa parte, fuoruscita delle città, si cela travestita nelle veglie dei villani.
– Sai mo’, Agata – diceva alla sposa la nuova cognata, mentre raccoglievano le forze per ritornare alla ridda: – sai che in questa casa, fra tante giocondezze, c’è qualcuna che piange o poco meno?
– Davvero? – rispose la novizia, stringendosi nelle spalle. – Se è matta colei, che ci stia!
– Eh, non è matta, no! – riprese la fanciulla. – È una bella e savia ragazza, a quanto pare, che sull’imbrunire ci ha chiesto ricovero; e io volevo accomodarla nel mio letto, ma non ne volle sapere, e si ritirò nella stalla, e aveva proprio un viso da Madonna addolorata!
– Oh, tanto ci voleva a sgropparle il cuore menandola qui a far quattro salti? – esclamò l’altra.
– Eh! – soggiunse la fanciulla. – Sfido io chiunque a far ballare quelli che piangono!
– Pianti o non pianti! Vuoi vedere ch’io le leverò d’attorno quelle melanconie?
– Non sei da tanto, e ci scommetto.
– E anch’io ci scommetto, poiché oggi la ventura deve corrermi seconda.
– E di che scommettiamo? – chiese la ragazza.
– Ma… d’una calotta che doneremo al papà per queste vendemmie; e in verità ne avrà bisogno ai primi freddi con quel cocuzzolo cosí pelato.
– Vada per la calotta!
– Ora mi provo – proseguí Agata tirandosi dietro il muro; – e se al mio sposo, che è là che balla come un fuso e mi mangia con gli occhi, salta il grillo di chieder di me, digli che torno subito.
Ciò detto, sgusciò zitta zitta nell’andito; e presa in cucina una lucerna, s’avviò in punta di piedi verso la stalla. Ma Maria non era per nulla addormentata; ché, scossa dai primi rumori della comitiva, s’era messa in ascolto, e allora quell’allegria nozzereccia le ebbe volto il pensiero in tali cose che non le lasciarono piú pace. E pensava senza volerlo a Natale; e al suo vivere felice, se lo avesse ricevuto nell’animo come si meritava; e alle nozze beate, che avrebbero raccolto in una le gioie delle loro due famiglie, se… E questo «se» era un tale rimorso, che le spremeva dagli occhi quelle ultime lacrime, dopo le quali il dolore si ammuta nella morte. Ma anche quella volta aveva snebbiato dal capo tali scure immaginazioni, ergendo l’anima in alto, e picchiandosi il petto ginocchioni, e pensando alla sua creatura; quando la porta della stalla girò pian piano sui cardini, e Agata vi entrò sospesa, spiando col capo sopra la lanterna, della quale smorzava il chiarore tenendovi a schermo la mano. Soltanto quando costei le fu vicina, se ne accorse, e volse ad essa il capo Maria; e nel momento stesso Agata, scoprendo il lume, e fissandosi in quelle meste sembianze, ebbe un sussulto di stupore, e le si curvò sopra dicendo:
– Oh, Maria!… Sí che è dessa!… Maria di Torlano!
– Agata! – mormorò la giovanetta, accasciandosi sulle ginocchia, come la Maddalena di Canova.
Convien sapere che Agata aveva lavorato con Maria nella filanda di Nimis; e siccome era una solida e buona contadina, di quelle che non invidiando le sorti dei signori, pure della baldanza di costoro si piacciono vendicarsi con un granino di bravería, intinto anche se occorre d’impertinenza, cosí l’aveva anche in quel tempo discretamente in uggia per le maniere schifiltose che usava tenere con le compagne o com’ella diceva, per la sua «botta castellana». Ma le stizze femminili sono di gran lunga meno micidiali negli «alberghi dei pastori» che nelle «inique corti», ed ora non le prendeva certo il solletico di rendere pan per focaccia alla Contessa Pecoraia, ma soltanto di darle a vedere, che si può menare in festa la vita, anche senza fregare il gomito nei panni della signoria.
– Ohè, sei capitata in buon punto! – cominciò a dire Agata, posando la lanterna che dal suolo non alzava verso di esse che un debole barlume. – Sai che oggi mi sono sposata? E non per vantarmi, ma il partito è dei piú onorevoli del paese. S’imbratti lui nel lordume di città il tristanzuolo, che laggiú mi faceva le fuse torte per quella scoria di Bettina! E ci ho davvero un gusto matto a fargli sapere, che quanto gli dicevo gliel’ho mantenuto. Non si perde mai, no, a stare dove ci ha messi il Signore. Ma per carità, cosa t’incoglie ora? Non lo dico affatto per farti dispiacere! Anzi ero venuta qui per darti la tua parte della festa. Su, dunque, Maria; togliti di qua, ché meneremo assieme le gambe; e poi un cantuccio di letto non ti mancherà, non foss’altro nel mio, e lo sposo s’appollaierà dove meglio. Già siano tanto giovani, che non ci manca tempo!
– No, no, lasciatemi stare – mormorava Maria premendosi il petto.
– Oh, no, che non ti lascerò stare! – replicò Agata. – Ho scommesso con mia cognata, sai; e proprio devi ballare una Schiava!
– Non ne ho voglia, sono sfinita – rispose la sconsolata, togliendo gli occhi da quel poco di lume.
– Dunque vieni a ristorarti; vieni, che ti acconceremo in un letto.
– Debbo partire prima del sole, e non conta che io mi svesta, e che voi vi disagiate per cosí poco.
– Ma sei molto affrettata!? E che dunque ti preme tanto, da doverti togliere di qua cosí stanca come dici di essere? E prima dell’alba, poi!…
– Sí, mi preme molto! Ma già non monta… no, non posso dirvelo.
– Ohè, Agata, Agata! Venite a ballare con lo sposo l’ultima Monferrina! – gridavano di fuori.
– Dunque, non vuoi proprio farmi il piacere? – andava pregando costei.
– No, Agata, non prendetevi pensiero di me… ché qui ho tutto ciò che m’abbisogna… E il muovermi ora, te lo giuro, sarebbe come prendermi un altro affanno, oltre molti che ne ho!
– Allora tornerò fra poco a vedere di te – riprese la novizia uscendo dalla stalla, ma lasciando la lanterna dove l’aveva posata. – Io non so che dire! – aggiunse fra sé, tornando alla stanza da ballo. – Ho provato per ogni verso, e, del resto, ci pensi lei!
– Oh, la scommessa, dunque? – le chiese la cognata, vedendola tornare soletta ed umiliata.
– Purtroppo che la pagherò! – rispose Agata. – Ma la storia te la conterò poi.
Intanto si misero alla danza, ma la sposa non si mostrava piú in lena, e le candele erano all’ultima smoccolatura; onde la tregenda ebbe fine: e la casa tornò alla solita quiete, che già le rondini bisbigliavano sul tetto. Allora Agata e la cognata, novellando di Maria, tornarono alla stalla; ma la giovinetta ne usciva in quel momento; e per preghiere e scongiuri non poterono far sí che soprastesse un minuto. La sposa si fece incontro ai suoi bisogni con ogni fatta di profferte; e ancora a tutto la fanciulla si rifiutava; e soltanto la costrinsero a riporre nella gerla qualche avanzo della cena. E poi, mentre la sposa prima di salire il letto maritale, aiutava la cognata e la suocera a fregare la rameria, e lo sposo dava una mano al padre nel porgere alla mandra la forcatella dell’alba, ella, salutando della mano, svoltò dietro la cinta del muriccio, e se n’andò via frettolosa per la strada maestra.

XII.

Da Buia a San Daniele è un su e giú di verdi praterie, ingiardinate sovente da tortuosi boschetti, e da pingui campicelli; ma vanno smontando fino a mezza la via per rialzarsi poi piú ripide e brulle; ed oltre a quella borgata, intorno al laghetto di Ragogna, e sopra la sponda del Tagliamento, prendono altezza e figura montana. Nulla di piú ameno di quel tratto di paese, e dei villaggi frequentissimi che interrompono la solitudine campestre, e dei castelli che torreggiano sui dossi piú rilevati, ora diroccati fra le edere e le rovaie, ora rifatti di moderno intonaco, ora fiancheggiati da un qualche casinetto bianco, erede dei loro diritti, spesso anche dei loro vizî, talora, ma raramente, delle virtú. Fino l’acqua, di cui natura fu al Friuli parchissima distributrice, vi abbonda nelle fresche vallette, e spesso penetrando come spugna un bel poggio, vi si allarga sulla vetta in salutifere sorgenti. Cosí in quella regione né l’arsura è a temersi per questa provvidenza d’un temperato umidore, né l’inondazione per la moltitudine e varietà dei pendii. E non lungi di là s’avviva da molte fontane, e per breve tratto scorre infruttuosa e si perde ignobilmente nelle ghiaie del Tagliamento, quella benefica Ledra, che, per disdoro dei presenti e per opera dei futuri, recherà nel medio Friuli le delizie, ora sommariamente toccate del Pedemontano.
Maria s’inoltrava lungo una bella strada maestrevolmente pieghevole in quel rompersi continuo di piani, ma avvezza alle soffici erbette, e alla frescura dei castagni, le dava non poca molestia il sole che, levato appena, già infocava la polvere della carreggiata.
Nonpertanto giunse a San Daniele prima delle sette; ma assai fiaccata dal lungo cammino, ed anche nell’ultimo tratto, siccome un male tira l’altro, le si era fitta piú che mai dolorosa nel cuore la memoria del padre suo. E se lo figurava pallido, con gli occhi infossati e lacrimosi, andarsene in traccia di lei, né sostare giorno e notte. «Mentre io – pensava – ho dormito ieri sera, egli, chi sa? Si perigliava forse per difficili sentieri in cerca di me, chiamandomi a nome per chiostre e per burroni!».
Sicché quell’ora di requie avuta nella notte le cresceva i dolori dell’anima e lo sbigottimento del viso; e i passeggeri si fermavano a guardarla, e taluno anche s’impietosí, domandandole quale fosse la sua afflizione; al che rispondeva, che li ringraziava tanto della loro carità, ma che non era nulla. Si affrettava indi pensando di dar effetto lí a San Daniele a quel suo divisamento di scrivere al padre, per levarlo da quella troppo pericolosa incertezza; né ebbe posa finché non fu nella piazza, che spazia su un ripiano dopo un’assai erta e interminabile salita. Ma allora le sovvenne di non aver indosso neppur un quattrino; né sapeva come aiutarsi. Ciò nonostante, disse tra sé che se aveva potuto ridursi a mendicare il giorno prima per sfamarsi, lo doveva allora e ben maggiormente, per salvar suo padre da pericolo di vita. Si mise dunque a picchiare a questa porta e poi a quella; fermandosi sulla soglia dove l’uscio era aperto a recitare una Avemaria, come usano gli accattoni; ma qui le rinfacciavano la sua veste nuova, là le mani bianche o la neghittosa giovinezza; piú oltre qualche sfaccendato, quali ne baloccano per i paesi da mattina a sera, le si serrava sulle calcagna a soffiarle qualche sconcezza; il che è riputato segno di brio dai terrazzani cittadinanti. Insomma, dopo la cerca dell’intero paese, non aveva raccattato che due libbre di farina, delle quali la manata piú colma le era venuta dalla casa piú misera, come aveva pronosticato la donnetta di Billerio.
Ma, passando dinanzi ad un fondachiere, ecco balenarle un nuovo consiglio, di pregarlo a mutarle quella farina in pochi soldi, coi quali scrivere a Torlano. Entrò dunque, e stava aspettando che fossero sbrigati parecchi avventori, quando il fondachiere, giudicando dalla gerla che venisse per qualche vistosa provvista, con un falsetto aggraziato si volse a domandarle di che bisognasse. La vergogna conturbò la fronte di Maria al dover confessare tanta sua miseria al cospetto di molta gente; ma suo padre le stava troppo addentro nel cuore, perché dall’affetto che gli aveva non prendesse la forza di vincerla. Perciò disse il motivo del suo venire con quello zoppicamento di parole che presso i contadini ignoranti di certe raffinatezze dinota o colpa o bugia. Dopo raccolto il senso di quel balbettío, il viso del fondachiere, composto dapprima a servile piacenteria, si sciolse in diversi e mescolati aspetti di stupore, di odio e di bile.
– Ah, tu vai mendicando per fame, e vendi poi la farina per infioccarti da gran signora: – esclamò egli lanciandole addosso due sguardi verdognoli e puntuti. – Ah, te la insegnerò io, vanarella! Imparate voi, babbioni! – aggiunse rivolto ai contadini che stavano lí aspettando la loro volta con i sacchi flaccidi e le ceste vuote per mano. – Imparate a rimpannucciare queste sciagurate, che vanno poi beffandosi dei vostri piedi scalzi e delle spalle scoperte… E poi, dona di qua, spendi e spandi di là, eccovi voi e le vostre donne senza polenta a mezzo giugno… ché se non fossi io… mi capite?… Se non avessi cuore di provvedervi a credenza!…
Un mormorío di approvazione accompagnò la parlata del fondachiere; e gli occhi si volsero biechi su Maria, che non poteva sfuggire per essere come chiusa in un circolo.
– Fate, fate carità, citrulli, cosí alla cieca! – riprese il farinaiuolo. – Guardate queste vagabonde, come se n’adornano! – E uscí dal banco, e abbrancò rozzamente Maria. – Hanno le mani morbide, il visetto di latte, la gonnella piú graziosa di qualunque delle vostre figliole, e gli orecchini… sí, perbacco, anche gli orecchini… e d’oro!
Il predicatore, scandalizzato, alzava la voce e le braccia al cielo, mentre tutti mormoravano che era una pazza sfacciataggine mendicare in tal arnese. Maria invece si mise le mani alle orecchie con un palpito di allegrezza, ché ella si rideva di ogni maggiore ingiuria, ora che sapeva di potere, con quei due cerchietti d’oro, procurarsi di che scrivere a suo padre cento volte. Né s’accorse di essere sospinta fuori della bottega fra un coro d’improperî, né udí le sconce profezie mandatele dietro dal fondachiere, tanto era piena di quella consolazione. Ringraziò Dio d’averla guidata in quel luogo, dove, da chi voleva oltraggiarla, tanto conforto aveva preso, e meravigliandosi con sé stessa del come prima non le fosse venuta in mente quella sua immensa ricchezza, si persuase, lo stesso Dio averlo voluto dimostrare con un tal fatto che spesso anche dal male egli sa derivare il bene. È vero che quei due pendenti le erano oltremodo cari, perché glieli aveva infilati sua madre ed erano l’unico avanzo della passata agiatezza di Santo; ma si consolò con la medaglia che pur era una reliquia di sua madre, pensando che costei dal cielo l’avrebbe veduta vendere di buon grado anche quel pegno benedetto, per scemare l’angustia del padre suo.
Andò dunque da un orefice e questi, saggiando l’oro, la squadrava da capo a fondo; ma poi pesò senz’altro gli orecchini, e le snocciolò diciotto lire, ché tanto costavano, ed egli non era piú ladro degli altri. Di quelle lire Maria ne ravvolse in un pezzo di carta e ne mise in seno diciassette, giurando che non le avrebbe mai toccate per sé; e quell’altra la intascò per giovarsene subito; poi seguitò oltre guardando dove potesse acconciarsi per scrivere, senza che gl’importuni, cui sembra cosa incredibile una contadina letterata, le si affollassero intorno. Adocchiò allora sull’uscire della borgata una botteguccia da caffè, e ricordando aver veduto al mercato di Tarcento molti scrivere sui tavolini di simili ritrovi, si fece animo di entrare e chiedere se avessero un tantino di carta e una penna da prestarle pochi momenti, ché da povera ragazza li avrebbe retribuiti. Subito le portarono un calamaio, che aveva, credo, odorato l’inchiostro alla fondazione della bottega, e in quanto alla penna si provvide spennacchiando un cappone che avevano nella stia; ma la carta fu il difficile a trovarsi, e alfine mandarono dal vicino pizzicagnolo, che li favorí di un pezzetto di quella da avvolgere lo stracchino. Inaffiata largamente d’acqua quella poca muffa d’inchiostro e dato il taglio alla penna con una ronca, Maria si pose finalmente a meditare su quel cencio rubato al cacio; e non crediate mica che fosse una perfetta scrivana; onde, tra per il turbamento che la occupava, tra per la ladreria degli strumenti e la scarsa sua pratica, ne saltò fuori una scritturaccia mezzo toscana, mezzo friulana, scarabocchiata, sconnessa, rammucchiata; ché, quando poi la venne a rileggerla, non ne capí nulla di quei geroglifici. Ma già, massimamente rilevava far sapere ch’era viva; onde vi appose sotto il nome con caratteri da orbo.
– E questo – disse – mi basta che leggano.
Indi ripiegata e suggellata con un po’ di farina quella scritta, vi stese sopra l’indirizzo accuratamente, e aggiuntovi di fianco un tanto di «preme», porse la lira alla bottegaia, che ne trattenne il fatto suo. In quel momento entrarono tre campagnuoli, che avendo veduta Maria nel fondaco, la ravvisarono e due di loro sogghignavano, accennandola di sottecchi.
– Brava fanciulla – cominciò uno di questi; – voi buttate là le monete, come fossero ciottoli!
– Ma bene hai fatto di riporre gli orecchini – soggiunse l’altro.
Allora la bottegaia, avvisato lo sgomento di Maria, mettendole in mano un miscuglio di soldacci e di quattrinelli, diede sulla voce a quei buontemponi.
– Via, sguaiatacci! Sí, fatela piangere quella poverina! Cosí imparerà, che con voi bastonate e sputi ci voglion, non lacrime e moine, per avere una cortesia.
– Taci là, mamma Rabbia! – rispose uno di loro. – Che crederesti far crepar me, come i tuoi tre mariti, con quegli occhiacci da strega?
E l’altro, volgendosi a Maria, che arrossata e vacillante faceva per andarsene:
– Qua, bell’anima – diceva – qua dovreste fermarvi, che la bottegaia vi darebbe fra mano dei buoni affari.
Ma il terzo che non aveva mosso fiato, né in quel mezzo aveva distolto mai gli occhi da Maria, la seguí sulla strada, e asciutto asciutto le domandò:
– Ma voi siete di Torlano?
Maria si stette, non sapendo cosa rispondere; e il batticuore le si accrebbe di tre doppi.
– Sí, sí, ora me ne rammento – riprese colui. – Vi ho veduta qualche volta in casa dei Romano, da cui ho comperato degli agnelli, e sono invero la piú onesta famiglia del mondo; e perciò mi duole anche di voi, che vi sia occorso un triste caso con quello spiacevole di fondachiere; e se siete in strettezze, e potessi in qualche cosa accomodarvi…
– No, grazie – mormorò Maria nascondendo il viso nella pezzuola. – Ho di che camparla; il Signore vi rimeriti!
E assai turbata per quell’incontro, s’affrettò via, prendendo a man destra per un traghetto deserto; ma in buon punto le sovvenne della lettera, e rientrata in paese da un’altra banda, e chiesto del luogo dove si portano le lettere, consegnò la sua al postiere, al quale anche domandò quando sarebbe arrivata al suo destino, imperocché le premeva molto.
– Siete fortunata! – rispose quello. – Lí fuori è il procaccia che attende, e in due ore sarà a Udine; di là oggi a mezzodí parte la diligenza per Tricesimo, e giungerà a Tarcento sulle tre.
– E a Torlano, dunque? – richiese la fanciulla.
– Oh, in quanto a Torlano, di quei benedetti pedoni non me ne intendo! – soggiunse il postiere. – Ma stimo, che l’avranno domani alla piú lunga. –
Maria, rasserenata da questa speranza, e non potendo fermarsi a San Daniele, dove il bollo postale avrebbe certamente richiamate le indagini dei suoi, senza affannarsi oltre a chiedere delle strade, ché già tutte conducevano ad ugual sorte per lei, andò camminando fuori per circa quattro miglia; finché giunta in cospetto d’un paese, donde il colle si spalanca e precipita sopra un torrente sterminato, sentendosi fame, si ritrasse da un lato nel campo a ristorarsi con le provvigioni fornitele dalle sue pietose ospiti. A sufficienza rifocillatasi di quelle, chiese a un viandante come si chiamasse quel villaggio, e come il torrentaccio che radeva il lembo del colle, e udito il villaggio essere Ragogna, e quel torrente il Tagliamento, decise di tragittarlo per viemmeglio nascondersi, e cosí calò nella ghiaia. Ma in mezzo si raccoglieva un filone d’acqua che non consentiva il guado, onde le convenne scendere un miglio allo scafo di Pinzano. Toccata poi l’altra riva, le parve allora d’essere proprio al sicuro, e non volendo stentare piú a lungo in quella vita vagabonda, anche per amore di quell’anima che aveva in grembo, divisò di smontare nella pianura a randa a randa, cercando per paeselli e ville, se potesse allogarsi come massaia o serva; né di ciò sconfidava, proponendosi ella di chiedere per mercede il semplice vitto. Sulla sera capitò ad un casolare di mandriani, ove ebbe caritatevole ricetto, e dopo l’Avemaria si trasse alla stalla, ove, pregato a lungo, placidamente prese sonno, e fu la notte piú tranquilla che avesse passato da quindici giorni. Desta sull’albeggiare s’accommiatò da quella dabbene famiglia, e sul mezzodí giunse ad un casamento, donde si prospettava, lontano due miglia sulla destra, un paesone, che da una fanciulletta guardiana di oche udí essere Spilimbergo.
– E chi dimora in questo bel cortile? – ridomandò Maria alla fanciulletta.
– Eh, ci sto io – soggiunse la bambina – ci stanno mio padre e i miei fratelli, e mia sorella; e ci stava anche mia madre; ma è andata in paradiso da due mesi.
E la bambina s’imbronciava, pensando a sua madre che di là non sarebbe piú tornata a vezzeggiarla.
Parve a Maria, che quella fosse un’ottima casa ove crescevano simili angioletti, e che sarebbe fortunata di potervisi collocare per giornaliera o massaia. Perciò seguitò a chiederle, se suo padre non avesse bisogno per avventura d’una donna per cura delle vacche o della cucina durante il mietere; al che rispose la fanciulletta, che non lo sapeva, ma che udiva spesso nominare una certa Menica, e che dopo la morte di sua madre l’aspettavano sempre, eppure non si era ancora veduta.
– E tuo padre è in casa? – domandò Maria.
– No – rispose la fanciulletta – ma tornerà prima di sera dal mercato di San Daniele.
– E i tuoi fratelli?
– Son fuori a caricare il frumento.
– E tua sorella?
– Oh, lei sí che è in casa! – fece la bambina con un sogghigno, che moveva meraviglia su quelle labbra infantili.
Maria, pensando che non c’era male a tentare, e che alla peggio, dopo dormito lí quella notte, poteva rincamminarsi il giorno dopo, salutata la fanciullina, entrò nel cortile, fattasi sulla porta di casa con il solito Deo gratias, chiese sommessa, se si poteva avanzare. Fu risposto: «Chi è?», da una voce aspra e maschile; né la si sarebbe creduta di donna; eppure lo era, giacché un minuto dopo, ripeté quella domanda venendo sulla porta una ragazza grande e polputa dalle guance rigonfie e dall’occhio sanguigno, che all’aspetto si dimostrava per una vaga di campagna molto audace e ingalluzzita.
– Sono io – fece Maria chinando le ciglia sotto quello sguardo infocato e villano; – e vorrei propormi, se aveste bisogno di una donna per le faccende casalinghe, e anche per quelle di campagna.
La giovane la squadrò allora sdegnosamente, né parve molto contenta, poiché, con piglio piú rozzo di prima, soggiunse:
– Sicuro che abbiamo bisogno di una donna, ma non d’una mangia a ufo!
– So lavorare come ogni altra – rispose pacatamente Maria – e poi non domando mica salario, io, m’accontenterei del mangiare e d’un pagliericcio.
– Oh, fa nulla questo! – riprese l’altra un po’ rabbonita. – Grazie a Dio, siamo agiati cosí da pagarne quattro delle serve, e non una. Ma voi di dove siete, ragazza?
– Sono di sopra Tarcento – disse arrossendo Maria; – e partita per cercar lavoro, né trovandone, sono ora costretta ad allogarmi solo per il vitto.
– Bene – soggiunse la giovane; – ma già non sarete pratica di far il bucato?
– Sí – rispose l’altra, – e di stirare e di stoccare anche, se occorre.
– Questo mi piace – brontolò la dama villereccia – e ne parlerò a mio padre; intanto sedete.
E posata che si fu Maria sul gradino della soglia accanto alla sua gerla, le diede da mangiare un tozzo di cacio con un resto di polenta, e montò le scale per i fatti suoi.
Indi a qualche ora venne un giovincello in casa gridando:
– Modesta, Modesta! Scendi; fammi un piacere, ché laggiú si brucia dalla sete, e la zucca è affatto asciutta. Modesta, Modesta, dico!
A tali chiamate si mosse di sopra uno scalpore di zoccoli, e poi un diavolio d’improperi, e finalmente si udí un precipitoso scendere dalla scala; e Modesta, che era appunto quella ragazzaccia di prima, entrò nell’androne gridando:
– Cosí, eh, ghiottoni, asciugherete le tine. Succhiare da mattina a sera! Eh, fratellini garbati, non ci siete soltanto voi a bere! Va’, va’ via! – aggiunse respingendolo nel cortile. – E di’ a Bastiano da parte mia, che l’acqua Dio l’ha inventata anche per lui, e che se ne imbotta per penitenza delle mille volte che tornò a casa cotto!
Il garzoncello si partí a malincuore con la zucca vuota, volgendosi a guardare come un cagnolino, quando scappa da un mastino brontolone.
– E cosí? – gli domandò la sorella che guardava le oche, vedendolo ripassare mogio mogio. – Te lo dicevo io, che non t’avrebbe dato nulla Modesta! Tu sei corto, Paolino; e non sai che il vino lo bevono lei e il papà!
– E tu cosa beccasti da pranzo, Bianchetta? – domandò il ragazzo.
– Ebbi un pezzo di polenta fredda, ma con una fiammata dietro la siepe l’ho riscaldata.
– Addio – soggiunse Paolino – ché guai se mi vedono qui scioperato. Ora, ve’, Bastiano vuol darmene delle busse! E sí che il vino di stamani l’ha ingollato tutto lui; ed io e Cecilia ci dissetiamo alla fontana, che è cosí fredda, da far cascare i denti; ma ci strizzammo in quell’acqua un grappolo d’uva muffita, e ci parve un agresto gustevole.
– Oh, perché dunque – soggiunse Bianchetta – non colmi d’acqua la zucca, e non la temperi nell’egual modo, dando ad intendere che Modesta te l’ha dato lei quel beveraggio? Tu schiveresti le busse, ché già Bastiano non avrà cuore di taroccare con la sorella, quando sia tornato il papà.
– Sei astuta, perdio, e farò come consigli – disse Paolino. E s’allontanò correndo per la campagna.
Intanto Maria se ne stava ancora aspettando con quella pazienza singolare dei contadini, che li dimostra non colti ancora da quella magagna del secolo nostro che è la noia. Noia, figlia, madre e sorella di ozio; infeconda, vile, lasciva; superbia burlesca negli sciocchi, scempiaggine nei dotti, che snerva le vite giovanili e deturpa le adulte, e tutte le separa e le collega nella sordida cura di sé stesse. Perciò le altere indoli, i robusti ingegni, gli accesi e sdegnosi petti non si trovano nel giro delle mura cittadine; e per vederne qualche segno, bisogna uscire all’aperto, dove nella semplicità del pensiero non attecchí finora quel pestifero tedio. E Maria aspettava senza noia, poiché dal rivolgere nel cuore le sue tristi vicende non riceveva, come noi, fastidio o disdegno; sibbene conforto e speranza di essere perdonata dalle proprie colpe col tenersele sempre davanti agli occhi, specchio di futura santità. Né questo è piccolo vantaggio della fede religiosa, di trarre dal male il bene, e dai vizî le virtú e dalle sventure la lena, seconda creatrice ch’ella è dello spirito umano.
Quando Dio volle, Modesta, che dopo quella sgridata al ragazzo era risalita al piano superiore, scese a domandarle se avrebbe mai saputo stirare una sua gorgeretta.
– Farò del mio meglio – rispose Maria.
Ed entrata in cucina, incontanente si mise all’opera; ché sovente don Angelo l’aveva incaricata per le stirature di sacristia; e tanto studio ci mise, che il collare di Modesta parve rifarsi nuovo. Perciò costei se lo allacciò tosto, e veniva chiedendo qual figura facesse, ed ella rispondeva di non aver mai ammirato un cosí sottile ricamo; ma il fatto sta, che il candore della tela mal s’affaceva ad un collo violaceo e bitorzoluto, come quello dei polli d’India, e che Maria, per non farle ingiuria, volle intendere a sproposito. Indi a poco Daniele, il padre di Modesta, ch’era fittaiuolo «a sconto», come dicono, cioè a contanti, d’un vecchio signore di Spilimbergo, capitò in casa tutto cotto e slombato da quel sole che non usava misericordia.
– Da bere, Modesta! – gridò sciogliendosi gambe e braccia su un seggiolone di cucina. – Malanno sia di quel Bastiano, che m’azzoppò la cavalla! Ubbriaco com’è sempre, dovrebbe pur accoparsi anche lui una volta o l’altra! Ma chi è lí quella ragazza? – domandò ruvidamente a Modesta, che gli porgeva un bottiglione di quel buono.
– È una ragazza che ci mandano da Spilimbergo per il caso che non potessimo intenderci con Menica – rispose la giovane mentendo sfacciatamente.
– E che donna è costei? – soggiunse Daniele, dopo tracannati due bicchieri colmi fino all’orlo. – Sa zappare, arare, seminare, curare il bestiame, mungere, rincalzare, cuocere, lavare? Rispondete, su! – E si volse a Maria. – Sapete cavar tutto questo dalle vostre dieci dita?
– M’ingegno di fare in tutto del mio meglio – rispose la giovanetta – ché fin da piccina presi amore ai fatti di casa, e da ultimo mi sono accostumata anche al lavoro di campagna.
– Bene, bene; cosa ne dici, Modesta? – E seppellí un terzo bicchiere.
– Dico, che si deve prenderla in prova.
– Sí, la trinci alla svelta tu; ma il padrone e il fattore che vogliono si prenda Menica?
Modesta allora chiamò suo padre fuori dell’uscio, e andato, fu primo lui a dire che Menica l’aveva oltrepassata d’un miglio o poco piú, e che le aveva parlato prima a San Daniele dandole assai buone parole.
– Non conta! – mormorò ghignando Modesta. – Indovinate mo’ che costei ci sta senza salario?
– Eh!… Davvero?
– Sul serio! E poi Menica, lo sapete pure, era, sí, una donna da strapazzo, ma ora gli anni le pesano, ed è troppo fresca di malattia, e poi le tengon dietro due bimbi, che, non so se mi spiego, ma ci ruberanno della bella pietanza! E insomma, costei, che è lí dentro, è un vero tesoro!
– Oh, dimmi, Modestina, donde hai snidato questo bel terno?
– Dove? Testa ci vuole! E voi, senza perder tempo, dovreste con una furba voltatina imbroccar Menica sulla strada, e rimandarla per i fatti suoi.
– Ma, e il padrone? E il fattore?
– Se la prendano essi se la vogliono; ché il Vangelo comanda di far carità col proprio. D’altronde, con Feliciano me ne sbratterò io.
– Brava figliola – soggiunse il vecchio fregandosi le mani.
E mentre Modesta andava ambasciatrice a Maria del concluso contratto, egli, in onta all’affanno e ai sudori, rifece un buon mezzo miglio di strada finché ebbe trovato Menica, che veniva giú strascicandosi dietro, oltre la stanca persona, anche due bambini sfiniti dal cammino e dalla fame.
– Ohè, Menica – disse allegramente il fittaiuolo: – ho cambiato pensiero; non ho bisogno di massaia, e mi spiace, ma potete tornarvene a casa.
A Menica si offuscarono gli occhi; ma si riebbe per balbettare, che, dopo dormito un’ora o due quella notte, sarebbe tornata a San Daniele.
– Anche questo mi spiace – ribatté Daniele cui non garbava che Maria fosse veduta da Menica – ma stanotte non posso albergarvi; e se non volete ritornar subito, converrà che vi spingiate fino a Spilimbergo, dal padrone che vi vuol tanto bene.
– Oh, sí! – mormorò Menica. – Dal padrone che mi scaccia dicendo che ne ha troppo di melanconie con la sua vecchiaia, e non vuol averne delle altre fra i piedi! Sentite – aggiunse mostrando i suoi bambini che guaivano compassionevolmente – come rifare otto miglia di strada con queste creature?
-Ma! – rispose Daniele, ritraendosi di alcuni passi, e lasciando quella poveretta impietrita dallo stupore e dall’ambascia. – Se non c’è il padrone, ve ne saranno degli altri. E guardate, là indietro due passi, c’è un bel palazzo, dove abita una gentile signora, e da lei, intromettendosi con buon garbo, potrete aver aiuto e forse anche spillar qualche soldo. Già non c’è rimedio, e bisogna domandare a quelli che possono. Oh, addio Menica, e statemi sana ed allegra!
E con tali parole il vecchio voltò via verso casa, mandando in cuor suo quei tre disgraziati a morire dove che fosse; e fermatosi a guardar Bianchetta lungo una siepe:
– Olà! – le gridò dietro. – A momenti ti avrò sotto le unghie, mal’erba; e mi ricorderò d’aver veduto un’oca dar di becco nelle rape.
Poi andò da Maria; e menatala alla stalla, e additatele quali lattaie avesse a mungere per farne il burro, tornò al suo fiasco diletto che ancora lo attendeva in cucina. Ma la giovinetta sbrigata in mezz’ora quella prima faccenda, veniva in cucina a prendervi il rinfrescatoio, quando sentí alcune voci che disputavano lí presso nell’orto; e dovendo ella soffermarsi a pulire quell’arnese, e stando aperte le vetrate, intese buona parte di quei discorsi.
Ragionavano insieme Modesta e suo padre; e terzo era con loro un giovane di circa trent’anni, civilmente vestito, e superbo di quella bellezza gonfia, barbuta, rubiconda, che tanto si ammira nelle campagne, come segnale che è di invitto stomaco e di quotidiane scorpacciate. Il qual giovane era il fattore; uno di quei fattori all’ultima moda, spuntati da qualche istituto d’agraria, che, dita e lingua sporche di una spruzzaglia di chimica, si sparpagliano per le campagne a imbottar nuvole; mestatori d’orciuoli, foggiatori di piastricci, giardinieri da salotto, che messi a cavallo di madonna Scienza galoppano con essa a traverso, sulle reni della povera gente; né degli uomini si sovvengono e meno si curano; finché, sfarfallati da quell’egoismo teorico, buttan da un canto manuali e lambicchi, e volgono ogni alchimia a loro pro, sfruttando i contadini da una parte, e spolpando i padroni dall’altra. Né mancano mai tronfi mecenati a codesta birbonaglia; i quali dato fondo ad ogni loro avere con le sciocche opere, cercano mandar in fumo quello degli altri con sciocchissimi consigli; e uno di costoro, maestro favolone fra quanti ne furono mai, tante ne aveva infilzate al padrone di Daniele, che gli ebbe alla fine confitto nei fianchi questo canchero del signor Feliciano. Ma i diplomi, d’altronde, gli davano le mille ragioni; e mai cosí profonda dottrina aveva dormito in capo di nostrale agricoltore; sennonché quei suoi maestri sperimentali s’erano dimenticati di dar luogo fra i molteplici insegnamenti ad una lezioncina di morale e ad una tintura di carità; forse anche in tanta congerie di studi mancava loro il tempo a ciò.
Or dunque contendevano insieme quei tre buoni capi, e Modesta diceva:
– Via, signor Feliciano, non mostri il cuore duro! Favorendo il padrone di poco lo avvantaggia, mentre aiutando noi…
– Eh, cara bambola! – rispondeva il giovane con un po’ di sussiego. – Capisco tutto, ma non mi garba rubare, per far buon bere a quella pevera di Bastiano!
– Dio ce ne liberi! – entrò allora a dire Daniele. – Sa pure, che di quanto ci fu rimesso compensammo con le migliorie!
– Sí, eh! – soggiunse l’altro.- Ma questo avviene finché io quei pochi arbusti contorti e brucati dalle pecore ve li noto a libro per gelsi da modello! Sappiamo come si rende elastica questa faccenda delle migliorie; ma se non asciugaste il debito con i vostri miglioramenti quando vi condonai un quarto dell’affitto, cosa sarebbe, se quest’anno ve ne condonassi la metà?
Daniele s’allontanò borbottando e guardando in cagnesco la figliola; ma costei non si scompose, e tirato piú in là il tirannello:
– Via, sii buono! – gli disse all’orecchio rammollendo quella sua vociaccia con pettegola sdolcinatura.
– Lo fui anche troppo, ti ripeto.
– Eh, via, confessa che sei stufo di volermi bene, cattivaccio!
– Sono stufo di rimpinzare i registri con ogni fatta di bugie; ché venendo a morte il padrone, se ci dà di naso la Pretura…
– Eh, cosa ingarbugli di Pretura! Oh, non sarebbe invece la Caterina di Spilimbergo, che dà ansa a tali ubbie? Non ci badavi mica l’anno scorso. e fui corbella io a calarmi cosí presto
– Uh! Addio dunque, Modesta! Non mi piacciono i piagnistei! Bada a far sí che tuo padre s’argomenti di ammucchiare quelle poche lire; e sarà la prima volta che avrete soddisfatto il padrone. Oh, a proposito, e Menica?
– Menica, Menica non viene piú – borbottò Modesta.
– Benone! Ed io che promisi d’allogarla, quella piagnucolosa!
– Sai cosa debbo dirti? Che il padrone l’alloghi in casa sua!
– O che, questa non sarebbe piú casa sua?
– No davvero, fin che ci stiano noi; e tanto è cosi, che invece di Menica ci siamo provvisti d’un’altra massaia!
– Buona notte, Modesta; e ricordati, che mancano quattro mesi a San Martino: e che intanto potrebbe incogliervi qualche novità.
– Bada che a te e a quella lurca di Caterina potrebbero capitarne di belle prima di San Martino! – rispose con piglio minaccioso la ragazza.
– Addio, Modestina! – soggiunse ridacchiando il fattore.
E cosí dicendo uscí nel cortile, dove una vivace ronzina mordeva impazientemente le redini, che la obbligavano ad un rampone; e dietro lui Modesta tra supplichevole e stizzita.
– È quella la donna accaparrata di fresco? – domandò Feliciano ponendosi leggiadramente in sella, e con lo scudiscio accennando a Maria che gli passava da lato con la zangola tra mano.
– Sí, quella; e che vi pare?… Non ha buon viso?
– Perdiana! E che visetto! – disse il fattore perdendole dietro due occhiacci annebbiati. – Ma è di campagna colei, con quell’andatura, con quella carnagione?
– Ve’, come si scalda il signorino per una pezza lavata! – mormorò rabbiosamente Modesta.
– Bene, in quanto all’affitto c’intenderemo poi – seguitò il fattore. – Addio, Modesta! A rivederci domani!
E uscí caracollando dal cortile, e volgendo piú volte il capo ad occhieggiare Maria.
– Ora t’innamori di quest’altra! – pensò Modesta. – Ma dacci la quietanza della terza rata e la concerò io per le feste quella biancolina!
Poi andò chiamando suo padre, a cui disse le ultime speranze datele dal fattore.
– Pensaci tu – rispose Daniele – che ci va della tua pelle se non ne usciamo a bene.
Né altro aggiunse, ma si rimise accanto al fiasco; e mesci e bevi, quando Paolino, Bastiano e Cecilia, la moglie di costui, tornarono col frumento, egli dormiva cotto fradicio col capo sulla tavola. Bianchetta tardò ancora un tratto con le oche, lusingandosi non a torto di schivare per tal mezzo le promessele ceffate; ma non ebbe intero perdono, poiché la bile della sorella, non sapendo con chi sfogarsi, cadde tutta su lei. E tanto ne strepitò la bambina, che s’intromisero Bastiano con le minacce, Cecilia con le preghiere, Paolino con le lacrime; e anche in quella sera la cena fu consolata da familiari discordie.

XIII.

La sera prima che nel casale presso Spilimbergo di tali cose avvenissero, nel castello di Torlano la vecchia Contessa, recitato l’Angelus Domini, e fatti accendere dalla Bettina due lucignoli del lucernone di argento, s’intratteneva per ozio col fattore; e il discorso venne a cadere naturalmente sulla scomparsa di Maria.
– E cosí, ancora non l’hanno trovata? – chiese sbadatamente la signora.
– Non ancora, donna Leonilda – rispose il signor Pasquale; – ma quel diavolo di suo padre le si è messo dietro con tal furia, che finirà con lo stanarla.
– Sapete che mi era comoda quella ragazza! – riprese la Contessa come risovvenendosi di cosa assai remota. – Ma è pur vero che per la sua condizione di contadina le abbondavano i grilli.
– Altro che grilli! – continuò il fattore. – Si faceva chiamare la Contessina!
– Oh, che Contessina! – garrí donna Leonilda. – Figlia di un pecoraio, ecco i suoi quarti!
– Ma sa ella le novelle che corrono sul conto di quella ragazza? – domandò il signor Pasquale.
– Sí, me ne accennò la Bettina. Non è scappata per raggiungere quel Natale, con cui ebbe una tresca negli anni andati, e che ora è nel reggimento di mio nipote, e si dice malato laggiú in fondo all’Ungheria?
– Cosí mormorano i contadini – disse il fattore; – né sarebbe da meravigliarsene, poiché io ebbi sentore da una donnaccia di Nimis che le portava di soppiatto delle lettere, e certo erano di quel suo amante.
– Guardate lí! E sí che i Romano han voce di gente costumata!
– Costumata, Eccellenza? Ah, ha ragione! Ella non li vede che per strada, e tutti, massime quella Giuliana, hanno un contegno da principi. Ma, basta! A me non tocca parlare! E tuttavia mi duole di quel mastro Doro, che ora gli manchi un altro paio di braccia, e per San Martino bisognerà proprio dargli lo sfratto!
– Ma sono indebitati fino agli occhi? – esclamò la Contessa raccapricciando.
– Lo credo io, Eccellenza; ma perciò appunto gioverà sbrigarsi, acciocché non vendano con tutta loro comodità quel paio di buoi e quei rottami di masserizie. Il debito si sa che è sproporzionato; ma, scardassandoli bene, si può tappare il buco.
– Oh, allora non c’è a perdersi in bubbolate, Pasquale! Domani subito annunciate loro che si provvedano, perché non li stringa di troppo il tempo.
Il fattore sapeva che, messi sulla strada senza animali e senza arnesi, i Romano avrebbero stentato ad alloggiarsi convenientemente cosí in sei mesi come in tre, onde rispose con un sogghignetto tutto suo, affermando del capo.
– Però non bisogna chiuder gli occhi – seguitò la Contessa; – ché se essi sono asciutti, noi pure siamo in basse acque, e davvero che ci sarà spiacevole averli a trattare in linea di stretto rigore; ma… dovrete capacitarli anche di questo, Pasquale!
– Oh, Eccellenza! Lo sanno i Romano, e con loro tutto il paese, che è troppo buona e pietosa cristiana la Contessa per pelare i suoi coloni senza necessità. Ma le annate, le prediali, il prestito! Anche i padroni hanno le loro miserie!
Donna Leonilda sospirò profondamente scrollando il capo, come per dire: «E grandi, figliuol mio!». E il fattore improvvisò per compiacerla un grugno lungo, secco, spaventato come una quaresima; ché si conoscevano l’un l’altro quei due sornioni; ma era per essi un’utile esercitazione, un trastullo innocente, una giostra di destrezza il cercare di darsela ad intendere a vicenda.
– Il conte Tullo non tornerà mica cosí presto, se è lecito? – chiese quasi con un singhiozzo il fattore.
– Eh, no certo! – strillò la vecchia. – S’è portato con sé la valigia, e va pellegrino per amore… Figuratevi!
– Allora, Eccellenza, domani senza indugio metto in libertà i Romano.
– Sí, caro Pasquale, metteteli pure in libertà quei dabbenuomini; ma non vi sognate di aspettar Tullo, perché potrebbe tardare uno o due mesi, e intanto trascorrerebbe il termine per le disdette!
– In verità, Ella ne sa piú di un avvocato, Contessa! Ma domani i Romano saranno avvertiti, e si farà, che portino quassú il frumento, e che si disfacciano dal bestiame per saldare il debito.
– Povera gente! – soggiunse la Contessa. – Mi fanno compassione, ma…
– Ma… – rispose il santo eco del fattore.
In quel punto, dopo una briosa bussata alla porta s’avanzò fresco, come una rosa, e azzimato dalle scarpe alla chierica il piovano; ché, se frugava i gomiti bucherellati d’una sucida vestaccia sui margini della sua opera, sapeva sventolare aggraziatamente la falda d’un lucente giubboncino nella sala d’una dama. E baciando egli la mano alla Contessa, le domandò se le fosse passato quel tal tumulto di cuore.
– Ora ebbe un po’ sosta, piovano – rispose donna Leonilda – e la conversazione di lei mi guarirà del tutto.
– Noi medichiamo l’anima e non il corpo – disse modestamente il piovano.
– Eh, via! – soggiunse con ceffo sguaiato la Contessa; ma si pentí di quella scappatella giovinesca, e restringendo le labbra, soggiunse che il corpo non ha che da guadagnare dalla calma dello spirito.
– Non dico di no – rispose il piovano. – Ma Ella non ha bisogno d’altri che della propria coscienza, per metter l’anima in quiete!
La Contessa gli strinse la mano, come si costumava con gli Abatini dello stampo veneziano d’una volta:
– Oh, fummo tutti peccatori! – disse; ma pur troppo per la castità della sua intenzione, tali parole andavano accompagnate da un tremolío voluttuoso di voce, che significava: «Perché non siamo a quei tempi!».
Il piovano tossí volgendo altrove la faccia, e sul volto del fattore fece capolino quel solito sogghigno; ma si ritrasse, come un ladro scoperto, per dar luogo a questa domanda:
– Dica, piovano, di quella Maria se ne sa nulla?…
– Ma… la Contessa che l’aveva sempre in casa potrebbe…
– Eh, non mi curo d’immondezze, io! esclamò la pudica matrona.
– E nemmeno io, davvero! – soggiunse il piovano. – Già quella ragazza ci avrebbe guastato il paese col cattivo esempio; e spero, che dietro lei n’andrà alla malora anche quel subisso di suo padre, che ci aizza contro i montagnoli e da essi è tenuto per un oracolo!
– Che, proprio? – chiese la Contessa.
– Si figuri – prese a dire il fattore – che l’altro giorno tenne adunanza in casa sua per riconfermare i vecchi deputati, e sventare il disegno di quel riparo nel torrente sotto il giardino di Vostra Eccellenza!
– Oh, temerario! – esclamò la Contessa.
– Credo che proponga a deputato il signor Valeriano Del Campo – soggiunse il piovano.
– Oh, sí, quello! Se da quindici anni non si fa piú vedere a Torlano! – osservò il fattore.
– Non parlate di queste cose che mi muovono la melanconia – disse gravemente la Contessa; e fece udire dal naso una tal qual voglia di piangere.
Sicché furono lesti gli altri due a intromettersi con due nuovi discorsi; ma la palma restò al piovano, che si querelava di doversi tenere in casa quello zoticone di don Angelo, che trattava al tu per tu con tutti i capi da forca del Comune.
– Oh, perché non chiede alla Curia un altro cappellano? – domandò la Contessa. – Io potrei aiutarla con qualche valida raccomandazione, e cosí quest’inverno avremmo il quarto per il tresette, anche in quelle sere che l’Azienda comunale ci ruba il segretario.
– Ci penseremo – borbottò il piovano – ché già, purtroppo, con don Angelo e quella disutile di sua sorella io non posso durarla.
– Erano avvezzi con quell’imbecille del loro zio a far alto e basso – riappiccò il signor Pasquale – e l’altro, che ci fu dipoi, non aveva nerbo per svezzarli da tal padronanza. Ma io ci avrei un nipote, uscito or ora di seminario, che in ogni caso farebbe al bisogno.
– Anche di questo sarà tenuto conto – rispose fatidicamente la vecchia.
Un’altra picchiata timida timida annunciò l’ingresso del segretario, che con un lavorío di inchini, di riverenze, di strisciamenti, ricamata tutta la stanza, andò a sedere sull’orlo d’uno sgabello vicino al fattore. Ed era questo dottore machiavellico di ladrerie, un ometto piccolo, tarchiatello, pieghevolissimo, che toccato, buttava parole come un organetto, e lasciato stare ascoltava come un pilastro; arrendevole, sorridente, inzuccherato a tre doppî, ma sordo come il tamburo, con chi di nessuna ricompensa lo lusingava. Insomma, una pianta parassita, ma dottamente e profondamente parassita; contenta d’ingrossare senza innalzarsi, e di stringere sotto la modesta corteccia i succhi poppati dall’altrui dabbenaggine.
– Intavoliamo dunque la partita – disse la Contessa dopo arrivato al suo destino il sedere di questo personaggio. – Ma badi, piovano, di non perdersi nelle nuvole stasera, altrimenti non l’avrò piú per quel sottile teologo, come si dice.
Cominciò allora uno strategico Tresette: e la conversazione fra quei quattro campioni si andava infiorando di rimbrotti, di brontolii, di contese, sul getto d’una carta, sulla perfidia d’una sfida, sull’opportunità d’una giocata o il tardare d’un’altra; finché sulla diciottesima partita bussarono all’uscio un’altra volta, e tutti attendendo a guardare chi veniva, s’accordarono alla fine in un «Oh!» di meraviglia piú o meno piacevole e burlesca al comparire di don Angelo. Si avanzava questi a capo chino, col cappello a terra, e inchinatosi alla Contessa, e riverita la compagnia, mise la seggiola all’un capo della tavola e vi sedette rispettosamente col bastone fra le gambe.
– Oh, ecco don Angelo a ora di caffè! – gridò villanescamente il fattore.
Il cappellano si fece rosso, come una giovinetta, e si volse alla Contessa per avere da una sua parola, o almeno dalle sembianze, argomento di rassicurarsi, ma la vecchia perdeva in quella sera a precipizio, e non badava al buon prete piú che alla scranna sulla quale sedeva, ond’egli, balbettando e fischiando anche a piacere per alcuni denti manchevoli, rispose che era venuto cosí tardi per pregare d’una grazia la signora Contessa, sapendo che era cosí affabile e pietosa…
– Aspettate, via! – lo interruppe aspramente il piovano. – Non vedete che la Contessa gioca, e che per le vostre ciarle dimentica un ripiglio?
Don Angelo si tacque, e la Contessa, a sgominarlo affatto, suggellò l’intemerata del piovano con una occhiata di pessimo colore.
– È morto, eh, quel pastore di Villanova? – chiese a don Angelo il segretario, facendo lo gnorri; e per usargli cortesia ci aveva le sue ragioni, avvezzo com’era a non calpestare un chiodo, che quando proprio non fosse piú buono da appenderci nulla.
– Sí, poveretto; è morto da buon cristiano – rispose compunto il cappellano.
– Eh, secondo lei tutti muoiono in odore di santità questi malandrini! – soggiunse il fattore guastando le buone mire del Segretario, che si contorse temendo che forse don Angelo se la prendesse con lui dello aver intromesso quel discorso. – E pure quel tale ne aveva fatte di belle in giovinezza! Si figuri, Eccellenza, che fu lui quell’arrogante, che mise le mani addosso al povero conte Alberico!
– Ah! E lei viene a recitarmene l’Orazione funebre? – esclamò sbuffando la Contessa, volta a don Angelo con due occhi da basilisco.
Il cappellano sapeva, che se quel disgraziato aveva messo le mani sul Conte, era perché il Conte per suppliche e pianti non voleva ristarsi dal percuotere la vecchia madre di lui; tutto per una capra di quella grama sbandatasi nel parco del castello; ma pure stette mansueto e taciturno, sperando con ciò di ottenere favore alla grazia che voleva implorare.
E cosí, terminandosi poco dopo l’ultima partita, sempre a danno del piovano e della dama, egli si fece ad esporre umilmente la cagione di sua venuta; ed era di pregare la Contessa, di scrivere da una parte a quel suo parente colonnello accioché si affrettasse il ritorno di Natale, e di muovere dall’altra la Polizia di Udine a fare diligenti indagini sul conto di Maria, mettendo cosí un po’ di pace nell’animo di suo padre:
– E scommetto, che, se lo vedessero quel poveretto di Santo, ne piangerebbero anch’essi! – soggiungeva quasi piagnucolando il cappellano. – Ieri pareva proprio matto, e per preghiere e conforti e ragionamenti ch’io usassi, non lo rattenni dal perigliarsi tutta notte fino ad oggi a mezzodí per i piú dirotti luoghi della montagna in cerca della figlia. E poi è stato a Tarcento, e io ci fui con lui, ché mi doleva troppo vederlo correr via cosí solo alla disperata; e là ci trovammo, indovinino mo’? Una lettera di Maria, scritta stamane a San Daniele, che ci parve giunta nel becco d’una rondine. Ma, oh Dio, che lettera! Uno sgorbio, dove nulla si capisce! E pure al disgraziato parve aver tra mano un tesoro, e corse via verso San Daniele; ma purtroppo io dubito che l’abbia a raggiungere, e per mulinare che io abbia fatto ieri, e oggi tra me, non ci vedo mezzo piú sicuro che quello di ricorrere all’Autorità che se la pigli a petto lei… E, tuttavia, mi capiscono, ci vorrebbe una raccomandazione potente e fatta col cuore; perché nella cosa si procedesse con prudenza e con ogni studio di carità.
La Contessa si strinse nelle spalle quando appunto don Angelo s’imbarcava in un’affettuosa perorazione; ond’egli rimase a bocca aperta senza fiato da continuare, ed ella rispose per le brevi, che non credeva d’imbrogliarsi per gente che non le apparteneva per nessun conto.
– Ma le appartengono pure i Romano, che sono suoi coloni – balbettò smarrito don Angelo.
– Distinguo! – intervenne a dire il signor Pasquale; – poiché, se i Romano furono coloni della Contessa, non lo saranno oltre il San Martino; e voi, don Angelo, che siete il loro santo tutelare, potete prepararli a questo tramutamento di casa.
– Mi dà poi nell’occhio – disse a sua volta il piovano – questo vostro ostinato parteggiare per i vagabondi della parrocchia, e fino per quel Santo, che, a molti nasi puzza di rubaiuolo!
– Rubaiuolo il Conte! – bisbigliò inorridito don Angelo, che dalla consuetudine con i paesani aveva appreso a fregiare di questo titolo il Pecoraio, e allora se lo lasciò sconsideratamente scappare.
– Che Conte o non Conte! – gridò la Contessa rizzandosi in piedi arrovellata come una biscia. – Questa mi sembra squisita insolenza, di chiamar Conte al mio cospetto un fetido mandriano!
Anche il cappellano a quello scoppio si tolse da sedere, e il segretario di soppiatto gli porse il bastone attraversatogli framezzo alle gambe, ché altrimenti avrebbe dato del naso sul terrazzo; ma brancicando traballone giunse alla porta, appunto mentre Bettina entrava col caffè.
– Oh, non vi fermate a sorseggiare una tazzina con noi? – domandò quel buffone del fattore.
– No, torno alla canonica – rispose placidamente il vecchio cappellano.
Ma il petto gonfio di singulti non consentí il varco alla voce, e quelle parole gli morirono in gola; e non potendo piú a lungo frenarsi, scoppiò in un dirotto pianto; e sempre piangendo e sospirando scese le scale, e passando per la cucina e il cortile uscí dal castello.
Ma lí fuori lo aspettavano Teresa e Giuliana, le quali ansiosamente gli si fecero incontro, chiedendo:
– E cosí, don Angelo?
– Oh, Dio, abbiate pietà dei vostri poveretti; – mormorò il vecchio; e accennò di cadere, sennonché furono pronte le due dorme a raccoglierlo fra le braccia.

XIV.

Don Angelo, camminando a rimorchio delle due donne, si era trascinato fino alla canonica; ma già lungo la via dalle esclamazioni e dallo stato compassionevole di lui esse erano venute indovinando il cattivo esito della fazione. Adagiato poi su un sedile della cucina, finché Teresa correva a raccogliere di che scaldargli un po’ di caffè, egli spiegò con miglior ordine la triste sentenza a Giuliana! e costei:
– Orbene – rispose con fronte serena – come dice mastro Doro, la Provvidenza ci aiuterà. Solo mi spiace – mormorò dopo un po’, – che per causa mia forse incolga ai due miseri vecchi tanta disgrazia!
– Ah, sí, Giuliana, mi ricordo tutto – soggiunse il cappellano tergendosi la fronte dai freddi goccioloni che vi si grommavano, come se fosse il verno; – ma voi adoperaste secondo coscienza spiattellando a quello sconcio di fattore i vostri sentimenti, ch’erano di donna onorata e cristiana.
– Sí, ma potevo forse tornarmene a casa mia per togliergli l’occasione di vendicarsi su quegl’innocenti – rispose Giuliana – e allora forse Natale non sarebbe partito, e Maria non fuggita dietro a lui, né ci avrebbero dato lo sfratto con tanta crudeltà.
– Non badate troppo ai cattivi giudizi della gente, Giuliana mia! – riprese don Angelo. – Forse tali cose avvennero naturalmente, né si ha ad accagionarne il mal talento del signor Pasquale verso di voi, e se anche fosse, che ne deve importare a voi, se avete badato ai comandamenti di Dio? E perché volevate disgiungervi dai Romano? Non sono essi la famiglia vostra e dei vostri bimbi? Dunque, credetelo, che se Dio volle cosí, deve avere in mente un qualche piú gran bene, che ci verrà o in questa vita o nell’altra.
Il caffè non bolliva ancora, e Giuliana seguitava a consolarsi nelle parole del vecchio, quando una sonora picchiata alla porta fece trabalzar Teresa richiamandola in due salti ad aprire. Il piovano, che era desso, entrò ordinando la cena; ma passato in cucina e vedendo al posto della pentola quella grama caffettiera, si mise a brontolare sul poco rispetto che gli si usava; e sul buon esempio che i vecchi dovevano dare ai giovani, e sulla pazienza da lui portata per tanto tempo, e sopra altri simili temi di suo piacimento.
Teresa scorrazzava sbigottita per la cucina col pentolo in mano; ma egli lo arraffò sgarbatamente, e dettole che andasse pure a sdraiare quel suo corpaccio poltrone, si volse a Giuliana soggiungendo, che anche di lei si meravigliava di trovarla a zonzo a quell’ora, e che andasse pure per i fatti suoi, e se si sentiva in vena di ciaramellare, cercasse piú opportuno ritrovo della canonica. Ciò dicendo, le indicava la porta; la poveretta ne uscí mal reggendosi sulle gambe, mentre la sorella del cappellano brancicava su per le scale in cerca del suo bugigattolo, perché neppur un lumicino ad olio le era consentito dal cerimoniale di casa.
– E anche voi accomodatevi degli agi vostri – proseguí il piovano rivolgendosi a don Angelo, che ritto accanto al fuoco aspettava la sua. – E solo vi ammonisco di non prendervi a petto in avvenire le cose dei parrocchiani, prima di farne cenno a me.
E siccome il vecchio apriva le labbra forse a rispondere, che cosí avrebbe fatto come ingiungeva:
– Ne riparleremo domani se vi piace – continuò egli – ché ora, dovendo fare il cuoco, non ho tempo da sciupare. E cosí andatevene, e dormite tranquillo i vostri sonni.
Don Angelo s’inchinò ingollando un boccone, e non attentandosi di prendere un lume, si arrampicò al buio egli pure fino alla soffitta che abitava vicino alla sorella, nella quale appunto ai tempi di suo zio era la piccionaia. Ma al nuovo piovano bastando appena le quattro camere del primo piano, i piccioni erano saltati in tegame, e don Angelo salito al loro nido.
Quella sera il buon vecchio, sbracciatosi l’abito, come usava fare quasi senza bisogno di pensarci dopo che era rimasto con quel solo, ristette, poco disposto come si sentiva, a prender sonno; e in tal pensiero si tolse di piede le scarpe, per non turbare piú tardi le meditazioni letterarie del piovano. Poi sedette sul cassone, che s’addossava al parapetto dell’unica balconata, e mise l’occhio nelle stelle, e nella buia campagna, e nella finestra della chiesa rischiarata dalla lampada del Santissimo, e nei monti sbiancati dalla luna. Aveva un’anima capace di grande e vera poesia; soltanto egli sentiva, senza che il giudizio e la lingua sopraggiungessero a gloriarsi di quei sublimi sentimenti; effetto di modestia piú ancora che d’ignoranza. Né per lui la vita era un barcamenare tra male e bene, sibbene un continuo e placido volo al sommo amore, alla santa verità: in ragion della quale egli non discerneva quaggiú le cose prospere dalle avverse, persuaso, che tutte fossero condizioni, secondo la Provvidenza, ottime per il nostro fine. Perciò l’integrità dell’animo gli durava meravigliosa; alla quale secondavano le robuste e costanti operazioni, seme divino, secondo lui, di vivida penitenza e di larga redenzione. Oh, se tutti i sapienti, gli autorevoli e ricchi personaggi, e i governanti delle cose mondane avessero ricevuto nel cuore la dottrina di don Angelo! Ma è vano sperarlo, perché da diversi principî germogliano fatalmente effetti diversi.
Nato da semplici contadini, e nutrito di quella fervorosa religione, che è loro unico scampo alla miseria e alla colpa, egli aveva vestito con devozione la tonaca del prete, sotto la quale vide e volle santificate le vigorose virtú di sua schiatta. Forte di vera fede, di vera speranza, di vera carità, egli credeva fermamente in Dio, il quale quandocchessia avrebbe condotto gli uomini ad amarsi fra le sue braccia. E perciò egli amava ciecamente i fratelli suoi peregrinanti sulla terra; e i buoni amava perché bene meritavano delle ricompense celesti, i tristi perché li giudicava al sommo infelici. Nella cerimonia della tonsura egli si era votato all’obbedienza; e ben se ne ricordava sempre don Angelo, che adorava questa virtú, e valorosamente la opponeva a quella stima di sé, che poca o tanta alligna in ogni cuore. Né a tale abito di efficace virtú si era condotto per forza di raziocinio, ma per insita bontà e per fede cristiana; sui consigli segreti della quale avrebbe stimato eresia il mover disputa, come sugli articoli del Credo. L’ultimo piovano, essendo il rovescio di don Angelo, non si curava certo di carezzarlo, e alleviargli il peso della vecchiaia, o compatire al suo corto intendimento; ché anzi, volontario o no, moltiplicava ogni giorno peggio i fastidî, e i corrucci appartenenti necessariamente alla forzata consuetudine di due indoli tanto disparate. Ma della sconvenienza di lui non s’avvedeva don Angelo, se non forse quando dietro al focolare trovava in gran desolazione Teresa; né perciò moveva ancor lagno, ma la confortava a rassegnarsi, e a ringraziar Dio di tali gravezze.
Compar Santo, che s’era accorto delle male disposizioni del piovano, da vero animo battagliero, si era provato a stuzzicare don Angelo, acciocché ricorresse alla Curia, querelandosi di quegli indegni trattamenti.
– Si vede chiaro che ci va dell’interesse dei parrocchiani – diceva quell’astuto di Pecoraio. – Il piovano ha dover sacrosanto di mantenere lei cooperatore al bene delle anime, e per questo si aggiunse al suo beneficio la vigna del Mulino. Ma domando io, come se ne sbriga egli di questi doveri? Ghiottamente mangia e beve, fa una giratina per il fresco dei vespri, due partite alla sera; le altre ore del giorno le consuma in camera a scarabocchiare un librone, per il quale né io, né altro paesano vorrebbe dare la testa d’un chiodo; e lei, del resto, nutre di erba cruda, e di polenta bianca, e manda in traccia delle pecorelle via per i burrati della montagna. Di Teresa poi non oso parlare, ché ne fa un vero scempio; e cosí io stimo, che il tacere e sopportare piú a lungo sarebbe, oltre che solenne capocchieria, anche mortale peccato.
Ma don Angelo si rideva delle filippiche di Santo, rispondendo che il piovano non s’affaceva con lui per essere di tempra diversa, e che di questa diversità non s’aveva a rimproverarlo come di colpevole mancamento, e che se lo avevano fatto piovano, era per i suoi meriti, e che al postutto gli bisognava ubbidirlo senza mormorazione come suo superiore.
– Il prete, vedete, è ministro di pace – concludeva – né gli sta il mover contese, e a chi poi? A tale che gli sovrasta per volere di Dio.
– Sí – ripicchiava Santo – e intanto a lei tocca provvedere ad ogni suo bisogno con le trecento lire che gocciano dalla smilza borsa dei fabbriceri! E intanto sale carponi a Monteaperto per confessare un infermo, mentre lui, il piovano, lucido e fresco sorseggia il caffè portatogli alla sponda del letto da Teresa!
– Un po’ di rispetto, e di timor di Dio, Santo!
– Ma che rispetto o non rispetto! Giustizia si vuole! Si muove pur egli dalla poltrona, quando fiuta un grasso funerale! Se fossi io…
– Basta, Santo, basta – lo interrompeva gravemente don Angelo. – Se foste voi, fareste bene, come io mi studio, a non sindacare i fatti altrui; e mi duole, che la troppa amicizia vi faccia spiacere a Dio nei vostri giudizi temerari.
Santo partiva scrollando il capo, e il vecchio cappellano seguitava in quella sua vitaccia disagiata, sempre sereno, come il cielo in cui teneva alta la mente. Né a lui erano mai saltate in capo le cose dettegli dal Pecoraio, né datogli ascolto, se ne sovveniva un’ora dopo; ma quelle amaritudini si scioglievano nella dolcezza della sua indole; e, d’altronde, per la fiducia in lui riposta, tanto era chiamato a parte nelle disgrazie dei paesani, che assai scarsa gli rimaneva la memoria delle sue, inferiori per ogni conto a quelle di ogni altro, come egli pensava.
Dopo quella disgraziata visita al castello, si stava egli dunque meditando allo scuro nella sua cella, ma non si dava per nulla affanno della cresciuta crudezza del piovano, e dei guai futuri da questo presagio auguratigli; sibbene il suo pensiero era tutto con Maria, con Santo, con i Romano.
– Sí che ha ragione il piovano! – mulinava fra sé quel semplice pretuccio. – A lui dovevo io rivolgermi, non fare ogni cosa di mia testa, ché la Contessa si sarebbe piegata a quelle parole che egli sa ammanire cosí saporite alle orecchie della Signoria! Ma ecco dove ora ci ha menati quella mia fretta presuntuosa! E signor sí che dovevo proprio disturbare la Contessa mentre giocava! Oh, ebbe ragione lei a darmele corte, e pure il piovano me ne aveva ammonito; un po’ alla lesta sí, ma a me stava il capire, che non era quello il momento! Dio buono! Davvero che io sono il piú dappoco di quanti si radono la chierica! E anche ier l’altro non ho saputo parlar chiaro a quella sconsigliata di Maria, e scandagliarla bene a fondo, e persuaderla a mandarmi come intercessore a Santo! E invece ho detto: «Penserò, farò». Ed ho anche pensato, sí; ci ho pensato una notte intera; ma ho per l’appunto cominciato a fare, quando non c’era rimedio. Maledetta quella mia flemma!
E continuava a disperarsi della sua fretta e della flemma il buon cappellano, e a dibattersi fra mille partiti, non trovandone uno di conveniente, poiché nessuno ne aveva. Del resto, egli era certo che Maria non fosse corsa dietro a Natale, come credevano tutti; ma come fare a persuadere Santo di ciò, senza metterlo in peggiori spaventi? E neppur temeva di qualche disperato trascorso di Maria per averne veduto due giorni prima il sincero e paziente pentimento; ma poi, come indurre in altri una tal sicurezza senza violare il segreto sacramentale?
– Oh, andrà certamente in Ungheria, quel povero Santo! – riprendeva in cuor suo il buon prete. – E come trattenerlo? Come? Se Dio vuole cosí, che egli vada, dunque!
E tuttavia pregava, aspettando dal Cielo un qualche miracoloso consiglio; ma dopo aver guardato fisso fisso per due ore al finestrone della chiesa, si tolse dal balcone, mormorando:
– Se non mi credete degno ministro di vostra clemenza, o mio Dio, è perché nei vostri decreti mirate piú a fondo; e vi ringrazio dunque lo stesso, e vi supplico di perdonarmi quel movimento d’orgoglio per il quale credetti utile ai prediletti vostri la mia buona volontà! Amen! – aggiunse con un sospiro.
Si vestí, si coricò, e fece per prender sonno; ma quel movimento d’orgoglio lo ebbe a tener desto per lungo tempo; alla fine si addormentò, scongiurando il Signore, che un po’ di calma scendesse anche sulle pupille di quella poveretta che era fuggita per salvar sé e suo padre dalla vergogna.
– Oh, consolatela almeno – pensava – in queste ore notturne che sono cosí lunghe e dolorose agli sventurati!
E fu appunto mentre don Angelo moveva questa preghiera, che Maria, nella seconda notte della sua fuga, si addormentò nel pensiero del suo Angelo custode presso quei buoni mandriani a Pinzano.
Al mattino don Angelo, svegliandosi, riattaccò i pensieri della sera addietro; e detta la messa sull’alba (ché a quell’ora usano ascoltarla i contadini, rubando un’ora al sonno per dedicarla a Dio), scese verso Nimis, come lo menavano le gambe, ché di là Santo avrebbe dovuto tornare, se gli fosse riuscita bene la gita a San Daniele. Ma benché fosse corto, pur sembrava chiaro al cappellano, che Maria non si era fermata colà, dove, per l’indizio avutone dalla scritta, si avevano a volgere tosto le indagini del padre.
– Chi sa dove va a finire, poveretta! – fantasticava il vecchio sacerdote. – E dove va a finire quest’altro correndole dietro!… – E quel conte Tullo, eh? – riprendeva a pensare poi, e, per modo di dire, questi pensieri li aggiungeva sottovoce: – Sciagurato! Tradire una giovanetta che era un vero angelo, e poi volger da un’altra parte come nulla fosse! Ah, non poter parlare!
E quest’ultimo dolore del suo forzato silenzio si esprimeva con un gemito, strozzato rantolosamente in gola dalla rigida osservanza del segreto confessionale. Cosí andò su e già per la strada di Nimis fino a mezzodí, confittovi piú che da speranza da vano conflitto di consigli; ma alla fine, benché a malincuore, si volse alla canonica, e ciò nullameno passando gli sovvenne dei Romano pur bisognosi di conforto, e salí alla loro casa, dove per la seconda volta dopo molti secoli era scoccata indarno l’ora solenne del pranzo. Né è cosí frequente che una famiglia si trovi impigliata in tal modo di disgrazie, come allora i Romano. La fuga di Maria e lo sfratto imminente s’erano aggiunti alle ristrettezze domestiche, alla vita oziosa di Michele, alla lontananza di Natale; e in quanto all’ultimo, era capitata in paese una lettera d’un commilitone che lo diceva ammalato benché non gravemente, onde figuratevi qual fosse l’animo loro! Maddalena pareva sbigottita da quei rovesci di fortuna per modo, da non arrivare a comprenderli; e parimenti mastro Doro, benché mormorasse che sperava nella Provvidenza, pure non s’accordava col sembiante al dire della bocca. Cosí fra i tre bambini restava sola Giuliana a difenderli con le sue braccia materne se non altro dalla fame; e la savia contadina, trafitta forse nel cuore piú acerbamente di ogni altro, pure pensava e provvedeva per tutti. Quanto a Michele, sceso dal castello quella mattina e trovata in casa tanta malinconia, era ripartito per chiedere, diceva lui, consiglio allo zio Menico di Nimis; ma in realtà non lo si era piú veduto, benché da un paio d’ore fosse tornato in paese.
Ora, mentre don Angelo attraversava il cortile, Cecchino, avendo udito mover parola sul cambiamento di casa, si era rivolto alla nonna che a lui, novizio nel dolore, sembrava la meno affannata, domandandole dove avrebbero trovato un altro alloggio; e se la cucina sarebbe stata piú bianca, e piú grande il cortile. La vecchia, riscossasi alle domande del bimbo, aveva alzato due occhi pieni di stupore su lui, come lo vedesse appunto per la prima volta; e poi gli rispose, con una voce da far paura:
– Sí, Cecchino; noi mutiamo casa, e bene, poiché andremo tutti in paradiso, si spera.
In quel momento don Angelo comparve sull’uscio; e mosso dalle sue labbra, sonò intorno pieno di conforto quel semplice e pietoso saluto contadinesco:
– Lodato sia Gesú Cristo!
– E sempre sia lodato! – risposero in varie voci i Romano.
Ma i fanciulli misero in quelle parole un tantino di allegria; poiché non parve loro vero d’udire dopo tutta la mattina rompersi finalmente quel sepolcrale silenzio, che è per i ragazzi la piú incresciosa delle penitenze.
– E cosí, non desinate oggi, figlioli? – chiese don Angelo. – Siamo al tocco; e la polenta affettata si sfredda sul tagliere.
– Lo dicevo anch’io – disse Giuliana; – ma il papà e la mamma non mi diedero ascolto.
– Tocca dunque a voi, Giuliana, fare il dover vostro – riprese il cappellano. – Via, fate la parte ai vostri bambini, che daranno il buon esempio.
E, mentre la vedova attendeva a ciò, Chiaretta e Sandruccio vennero domandando a don Angelo se avesse veduto Maria.
– Non l’ho veduta – rispose egli – ma so dov’è, e Santo lo sa del pari, onde spero che li vedremo fra poco tornare insieme.
Ma volgendosi poi a mastro Doro:
– E voi – riprese – che intendete fare, compare? – Fareste conto di viver d’aria? O vi pesa sul petto qualche brutto peccato, che state cosí stravolto? O vorreste dannarvi l’anima sconfidando nel Signore? E lo stesso dico a voi, Maddalena, di non perdere stupidamente gli occhi in quell’arcolaio, ma di metterli dove il dover loro li chiama per le faccende di casa vostra. È cosí che sopportate pazientemente le tribolazioni, cercando ogni via per morirne? Ah, figlioli miei, io non v’ho insegnato la Dottrina cristiana a questo modo, ma sempre, a quanto mi pare, andavo predicando che nessun male è dinanzi a Dio e ai cristiani, fuori del peccato!
I due vecchi alle rampogne di don Angelo s’erano accostati alla tavola, e là inghiottivano, come per penitenza, qualche raro boccone: ma Giuliana, che piú drittamente lo ebbe compreso, trovò modo a rispondergli con voce tranquilla, che il Signore doveva perdonarli di quella inerte afflizione, poiché gran colpa ne aveva la sorpresa, e da questa riavutisi, certo con piú operosa pazienza avrebbero sopportato l’avversità. E ciò detto, la forte donna si dispose a mangiare fra i suoi figliuoli che, senza capirci nulla, pur la guardavano meravigliati.
– Segga qui, don Angelo, se vuol degnarsi di noi! – aggiunse ella additando una scranna meno zoppa delle altre al vecchio capellano.
Questi sedette allora, e mentre essi pranzavano, tenne discorso sulla bontà del Signore, e sull’uso comandatoci delle forze nostre per piacere a lui, e sulle piogge che giorni prima avevano rinverdito le speranze minacciate da una terribile arsura, e sulle uve, che già annebbiate al piano, pur lí su quei poggi s’ingrossavano in sani e succosi grappoli; e benché con tali ragionari non medicasse direttamente le piaghe di quegl’infelici, pure, e appunto forse per questo, e anche per sapervi infondere la serenità dell’anima propria, egli finí col riconfortarli non poco; e perfino Maddalena si tolse da quel suo muto abbattimento per raccomandare a Cecchino l’orazione di ringraziamento per il buon desinare. I fanciulletti, vedendo ricomparire sul volto dei nonni un po’ di vita, come l’intendevano essi, riacquistarono la solita gaiezza; e corsero via per il cortile, saltando, sbraitando e aizzando il povero Fido, che dimenticato da due giorni si distoglieva a malincuore da quel primo pasto dopo cosí lunga vigilia.
– Vedete? Quelli sono uomini! – disse don Angelo, accennando alla spensieratezza dei fanciulli.
– Sí, quei bamboli sono fortunati di non poter pensare – soggiunse mestamente mastro Doro.
– Orbene, giacché credete che la vostra sventura sia di dover pensare – soggiunse il vecchio cappellano – pensiamoci dunque davvero, come vuole Iddio, senza spavalderia e senza disperazione. Io, per conto mio, vedete, credo che il pensiero, anima delle opere, ce lo dia il Signore per medicina di ogni sciagura.
E il dabben prete, che col cuore aveva indovinato la virtú ristoratrice del lavoro, tacque su quelle parole ruminandole posatamente: ché d’ogni sua massima di stampo originale soleva diffidar sempre, e pesarla poi, per ricredersene, ove gli sembrasse aver detto una qualche solenne castroneria. Ma cosí non fu quella volta, ché anzi rincorato, continuò:
– Sibbene, figlioli, guardate il bue, che d’ogni piccolo male non c’è verso che se ne consoli, appunto perché è tutto in quel piccolo male: mentre l’uomo ne scappa per i pertugi della speranza e della fede in Dio, ed eccolo ch’egli può sorridere anche sul letto di morte! Sicché del pensiero si fa rimedio e svagamento; né altrimenti avviene delle forze le quali dal pensiero hanno valore; ed è il vostro un tristo peccataccio d’ingratitudine, compare, quello di lasciarvi morire come una pianta decrepita. Credete che il Signore, creando Adamo, si sia compiaciuto meglio di quel primo stampo d’argilla, o del soffio che vi spirò entro con la sua viva bocca? Ed ora, voi fate carico al buon Dio dell’averci dato sul capo quella tal soffiatina? Non è cosí?
– Ha ragione, purtroppo – mormorò il contadino; – e a dir la verità, in fondo in fondo, io la pensai sempre a quella guisa, ma ora è qui questa sconsolata – e abbassava la voce additando la moglie – che mi dà tanto cruccio da rifarmi debole come fui bambino.
– Oh, non rinserratevi ancora nei vostri affanni, prima di farvene un esatto conto -rispose don Angelo. – Vediamo dunque a che si riducono le vostre sventure. Prima di tutto, direte, alla scomparsa ali Maria, ché temete sia fuggita per qualche vostra mancanza; ma Santo si è egli rimbambito per questo? E sí crederete, che dell’affanno ne aveva piú di voi! E poi io ve lo giuro in coscienza, che voi non c’entrate per nulla nella fuga di Maria. E vi prometto ancora – e qui il devoto prete rinforzava la voce, come se parlasse per ispirazione divina – vi prometto, che a Maria non accadrà nessun male, e che tornerà qui una volta o l’altra in compagnia di Santo. E il Signore me lo dice che cosí sarà; ed io, vedete, credo sul serio al Signore.
– Oh, anch’io ci credo! – disse intenerito mastro Doro, mentre la vecchia, mormorando una sua orazione, si tergeva gli occhi.
– Ora andiamo innanzi – riprese doro Angelo. – Lo sfratto intimatovi stamane dal fattore e la perdita di ogni vostro avere vi menano a rifuggir dal futuro; e non vi do tutto il torto, perché è una gravissima disgrazia; ma non bisogna poi ingrandirla con quel pensiero da Dio concessovi appunto per dimezzarla. Il granturco, per esempio, è rinfrancato dalle ultime piogge, e il prezzo salirà molto per la carestia dell’anno scorso che ha spazzato i granai; per giunta ci avete l’uva, che nel generale desolamento dei vigneti promette per questi declivi un buon raccolto; e da un po’ di vinello aspro e rossiccio sapete pure quando ricavaste nell’inverno andato. Ma voi rispondete: «Poniamo che tutto questo sia, e che dopo saldato ogni debito ci rimanga qualche suppellettile di casa e un centinaio di lire: ma dopo, cosa faremo?».
__ È giunto lí che mi perdo anch’io – balbettò mastro Doro. – Cosa faremo allora? Assoldarmi io non vorrei, perché sarebbe troppa miseria per me e per i miei figliuoli quella condizione di servi mercenari.
– E chi vi dice di assoldarvi? – ripigliò il cappellano. – Io, al contrario, vi proponevo di ridurvi tutti nel Casone di Santo, e là, messo in comune quel po’ di denaro e di pecore, avviare un piccolo commercio, il quale potrà aiutarvi a campare, finché Natale torni, o Michele, fatto adulto, rinsavisca. Giuliana zappando quel lembo d’ortaglia, i ragazzi guardando il gregge, la vecchia filando, e voi due girando i mercati, condurrete a buon fine l’annata; e rimane Maria, che industre ed avveduta com’è, potrà cucirvi la biancheria e rattopparvi la giubba. Ed ora, se potete garrite col Signore, cattivacci!
– Non ci lamentiamo piú, perché è il Signore che parla per la sua bocca, don Angelo! – rispose mastro Doro. – E stia quieto, che gli affanni d’ora innanzi non mi faranno piú tenere le mani alla cintola. Anzi, finché me ne ricordo, Sandruccio, Sandruccio! Aggioga gli animali, che andiamo a razzolare quel resto di fienaruola!
Sandruccio non mise tempo in mezzo, e in breve tratto scomparve innanzi alla cucina col carro e i due buoi che saltellavano per la contentezza di uscire dal chiuso.
– Oh, chi è stato a nettar quelle bestie oggi e ieri? – domandò mastro Doro, che si era fatto nel cortile, mentre Giuliana e don Angelo si affacciavano alla porta.
– Io! – rispose superbamente Sandruccio.
– Bravo figliolo! – disse il vecchio. – Tu sarai la consolazione della mamma e dei nonni. Ed ora, andiamo pure, che non ci colga il buio. A rivederla, don Angelo, e ci raccomandi nelle sue devozioni, e per carità, se ha sentore di Maria e di Santo, venga tosto a consolarci.
– Sí, e fede soprattutto, compare – disse sua volta il cappellano.
– Olà, Garofolino! Volta, Gigliato! – gridò Sandruccio stimolando il Gigliato sul collo, e battendo l’altro sul fianco destro un po’ sbandato.
Le due bestie presero via di conserva d’un trotto svelto e sicuro, e il carro scricchiolante li seguiva, balzelloni per la carreggiata sassosa.
– È un bel paio di giovenchi! – gridò don Angelo a mastro Doro che andava loro di fianco guardandoli tristemente.
– Oh, sí, sono dei migliori! – rispose il villano; e indi a poco soggiunse: – Vanno sulle ottocento lire – ma dal tremolío della voce ben si scorgeva che a malincuore avrebbe venduto quelle due bestie aggiogate per la prima volta dal suo Natale.
– Oh, addio, Maddalena! – disse il cappellano volgendosi di bel nuovo alla cucina. – Dio vi aiuti, e guardate che un’altra volta io non vi abbia a trovare cosí abbattuta d’animo come oggi.
– Dio la benedica! – rispose a fatica la vecchia.
– Preghiamo tutti il buon Dio, ed Egli non ci mancherà – soggiunse il prete. – E voi, Giuliana, confortatela quella disgraziata, che per non essere avvezza al dolore ne soffre tanto. Via, non perdetevi di cuore, ché la Provvidenza, a voi almeno, ne ha data della pazienza e del valore, e già non avete neppur bisogno delle mie esortazioni.
– Oh, parli, parli, signor cappellano! – esclamò Giuliana andandogli dietro per il cortile con Cecchino e Chiaretta uno per mano. – A me, vede, sembra proprio di ascoltare la parola di Dio, tanto ne sono di dentro ravvivata.
– Basta; io parlo cosí alla semplice come voi, e per questo c’intendiamo meglio – rispose don Angelo. – A rivederci dunque, Giuliana, e pregate per Maria.
– Povera figliola! – sospirò la contadina.
– Povero chi non teme Dio – soggiunse il cappellano; e recitando il Breviario salí alla canonica, dove il piovano, toltosi allora da desinare, faceva riporre per la cena un bell’avanzo di trota, e gli lasciava imbandita la tavola di poca insalata e d’un’aringa.

XV.

Il giorno seguente era domenica; e il sereno del cielo, e l’estiva aura colligiana, e il devoto scampanío, e il silenzio delle campagne imponevano alle solite bellezze di Torlano una calma solennità. Pareva che piú soave e spontaneo esalassero il profumo i fieni segati, e i fiori delle siepi e degli orticelli caserecci; che le rondini movessero piú lieto il loro canto e piú sicuro il volo fino dentro gli anditi delle case, dove covavano la seconda nidiata; che, insomma, al tacere della voce umana, piú libera si spandesse per ogni dove la gran voce della natura. Nullameno in quel mattino di tregua gli omiciattoli apparivano piú minuti che non sogliano quando sono alle prese con la feconda matrigna; e se v’era sentimento che cancellasse un tanto disdoro, era la devozione; la quale, unico tra gli affetti nostri, non essendo un movimento di volontà verso le cose, ci solleva sopra di esse. Né forse per altro motivo la pace dei giorni festivi, cosí scrupolosamente comandata dalle leggi mosaiche, suol vincere di rispetto anche le anime piú restíe ad ogni religiosa credenza.
Al secondo rintocco della Messa parrocchiale la viuzza verde ed ombrata della chiesa brulicava di gente; ed erano per la maggior parte spose e ragazze sul fior dell’età, ché gli uomini vi convengono piú tardi, e le vecchie, o ascoltano la messa del mattino, o se pur intervengono alla funzione, non tardano oltre il primo rintocco, e ci vanno alla spicciolata biascicando la corona. Le giovani invece salivano a frotte, a brigatelle, con quei loro profili purissimi, sporgenti leggiadramente dal velo, sul quale scherzavano due ciocche dorate sfuggite alla fretta del pettine; e i piedi nervosi e sicuri s’alternavano sotto le vesti, che scendevano fino alla caviglia col largo panneggiare della tela grossolana: né meno che le nacchere alla danza, a quel frettoloso camminare festivo s’accordava lo scalpore degli zoccoletti; e, del resto, a udirle da lungi bisbigliarsi loro novelle all’orecchio con quegli aggraziati sibili della pronuncia friulana, davano proprio somiglianza d’un semplice e giocondo cinguettío di cingallegre. Al sonare dell’ultimo tocco la chiesa era zeppa di gente, le femmine disposte per i banchi, i bambini frammisti, i vecchi inginocchiati sul pavimento, e i giovani, pieni di fiori e di pipe e di pezzuole gialle e rosse per le tasche, impalati sui gradini degli altari laterali. E il santese tre volte in un quarto d’ora aveva traversato la chiesa, porgendo occasione alle fanciulle di volgersi a spiare i loro dami; e tre volte aveva storto il collo fuori della porta, come ad esplorare se qualcuno veniva; ma sempre era tornato grullo nel coro, né il campanello, che annuncia l’uscir del prete, dava segno di voler muovere peranco la stridula linguetta. Pareva nonostante, dalla quiete comune, che la gente fosse avvezza a tale tardanza, e tuttavia ognuno volse il capo alla porta, quando si udí giungere un rotabile.
La contessa Leonilda entrò maestosamente sorretta da Bettina, e seguíta da un’altra femmina rossa e paffuta ch’era la cuoca; né, per quanto fosse pigiata, fu tarda la folla a dividersi in due ali per aprir un varco al corteo; e cosí la signora a capo ritto andò fino al coro, dove rimpetto alla sedia parrocchiale sorgeva per lei un banco adorno di tappeto(7). Bettina si ritrasse con la compagna dinanzi all’altare della Madonna, e di là mandò in giro un’occhiata di cosí dotta civetteria, che destò un mormorío di meraviglia nella parte maschile della turba divota. Ma quell’atto fece sí, che molte delle contadine, nel rizzarsi per il vangelo e nel sedere per la predica, volgessero destramente il capo a intercettare, se non altro, parte dei suffragi tributati alle vezzose castellane dagli occhi dei loro amorosi. Il piovano parlò quel giorno lungamente sui doveri e i meriti della carità cristiana; ma fosse scarsa conoscenza dell’argomento, o difficoltà per lui, venusto prosatore latino, di maneggiare un rozzo vernacolo, la predica riuscí assai magra e sbiadita; ché se all’accennato svagamento dei giovani si aggiunga la sordità dei vecchi, certo il frutto ebbe di poco a sorpassare il merito. Finite le funzioni, nessuno s’era ancora mosso, quando il piovano uscí di sacrestia, e messosi a lato della Contessa e datole braccio a salire in carrozza, vi entrò egli pure, essendo stile che tutte le feste fosse convitato al castello.
Allora sboccò fuori alla rinfusa la folla, e prima di tutti Bettina e la cuoca, che si tiravano dietro un variopinto codazzo di zerbini; e cosí scesero al paese, cicalando con uno, sbirciando l’altro, e allettandone dieci con uno guardo saviamente distribuito, ma prinicipalmente ridendosela delle villanelle abbandonate. Al fianco poi di Bettina veniva Michele Romano, che non era né il primo, né l’ultimo zimbello di quella diavolessa, e guardato d’alto in basso dai rivali per la tenera età, non si stimava perciò meno avventurato nella sua galanateria.
– Sí, sí; è proprio cosí, sapete – diceva Bettina predicando a tutto l’uditorio che le si stringeva ai panni. – Quella Maria, con il suo fare da santona, era una scapestrata delle prime… non è vero, Claudia?
– Da senno! – rispose la cuoca. – E io lo sapevo da un pezzo di quella sua tresca con Natale.
– Di’ che l’abbiamo veduta con questi occhi – ripigliò Bettina. – Non ti ricordi quando li abbiamo stanati lassò da quel covacciolo nel bosco? E non parve allora che garbasse loro gran fatto la cresciuta compagnia!
– Non me ne ricordo… Ah, sí, ora me ne sovviene! – rispose Claudia, che incolpata sovente di buaggine, per non scomparire, volle ricordarsi quello che non era mai stato.
– Basta! – riprendeva quell’altra lingua sacrilega. – Ma nessuno mi darà a bere, che si cerchino quei buchi selvaggi per dirvi il rosario!
Michele ingoiava di mala voglia simili calunnie, ma non sapeva come stare; e, accorgendosi che tutti gli occhi si figgevano in lui, faceva zufolando l’indiano.
– Signorina Bettina – domandò uno del corteo, – si ballerà questa sera?
– Caspita, lo credo! – esclamò la lesta servetta. – E ci sarà qui Claudia, e quattro o cinque o venti delle vostre; ma badate che non ci capitino con quei loro abitacci che, soltanto a vederli, muovono il sudore.
– Sí, verrà Marianna che ha la veste di percallo.
– E Luigia.
– E Teresina e Giacinta, e Tonia e le figlie del bottegaio – dicevano molti.
– E balleremo! – soggiunse con la cresta ritta Bettina che sapeva di essere la regina della festa.
– Appena sciacquati i piatti, metto in culla le mie bimbe, e do libertà alle gambe – continuò Claudia.
– Ma giacché il conte Tullo è fuori, sapete cosa si ha da fare? – disse la cameriera promettendo con un’occhiata da quella sua proposta molti dolci favori ad ognuno. – Si ballerà nel cortile, al fresco, all’aria aperta e al chiaro di luna; cosí non disturberemo la Contessa, che ha il mal di capo.
– Sí, sí, nel giardino! Oh, che piacere! – esclamò Claudia, e anch’essa mise in giostra quei suoi occhioni spalancati a fior di testa; né l’intento andò loro fallito, perché quel certo suo fare domestico e quel faccione da Pasqua sollucheravano a piú non posso i gabbiani di Torlano.
Intanto erano giunti in paese, dove la comitiva si sparpagliò, e le donne salirono al castello, e i contadini tirarono dritto fino alla piazza, dove si schierarono innanzi alla bottega attendendo lo sciame delle contadine. Quando queste arrivarono, essi andarono mescolandosi con esse, ché non pareva loro vero di far bella mostra, ognuno con la propria bella, dei sorrisi ottenuti dalle due ancelle del palazzo. Ma le forosette ne crepavano di bile e si mordevano le labbra per non darlo a divedere, cercando di berteggiare come il solito; e tuttavia, paurose d’essere andate troppo in là, si imbronciavano, e impallidivano di stizza man mano, giurando in cuor loro di far pagare salati agli amorosi quei grilli di vanagloria. Ma costoro di quei mali umori prendevano motivo di sbeffeggiarle, ed ecco allora le stizzite tornar allegre e burlevoli per forza; finchè, giunte a casa, salivano dispettosamente le scale, e finivano col piangere tappate in un cantuccio tutto quel giorno di domenica, che oltre ad essere il ristoro di sei giorni di fatica, è anche per esse, o dovrebbe essere, la festa dell’amore.
– No, che non ci andrò a ballare lassú! – mormorava taluna strappandosi di dosso le belle vestimenta festive. – E lo giuro, che non voglio vederlo sdilinguere presso quella spavalda di Bettina! Già è lui il ganzo di costei, e le vuol piú bene, perché è piú bella di me…
Qui è da notare che agli occhi delle contadine non è un merito essere apprezzati dalle donne di maggior levatura, come sarebbe da noi in città, dove gli abitanti circolano con le norme stesse di ogni altra merce e rincarano in ragione della domanda; né era vero per nulla che Bettina vincesse di leggiadria nessuna di quelle fresche campagnole; ma queste, vedendola meglio adorna e infronzolata, pigliavano riguardo a colei l’egual granchio dei loro dami. Tuttavia c’era qualche coppia fortunata che era sfuggita a tutte queste battaglie; tra le quali Rosina del mulino e il suo Giacomo s’amavano tanto, da non badare a frottole; e Giusto Sandroni era troppo superbo del suo schietto sentire da campagnolo per ingelosire Giustina, vagheggiando, come egli diceva, quelle «pere gialle» di città.
– Ohè, vieni a ballare al castello con la tua bella? – gli si chiedeva da ogni parte.
– Andateci voi, babbioni – rispondeva: – ché le vostre donne impareranno la bella usanza di fare quello che fate ora, e con piú triste effetto, ve lo prometto io! Perché, credete che si curino di voi quelle due sninfie? Oh, poveretti! Vi ci mettete cosí a rovescio, da farle sganasciare, e da far ridere le sedie e gli armadi, se avessero voglia di ridere! Quanto alla mia permalosa, se le prendesse il ticchio di venire a quella gogna, l’aggiusterei io per le feste, da vero Giusto che sono, e da vera Giustina che è lei!
La qual bisticciata, cosí scipita a leggersi, prendeva dalla viva voce del villano una forza e un colorito cosí acconci all’uopo, che la fama di bel parlatore se ne accrebbe a Giusto di tre tanti. La sera pertanto, in onta ai giuramenti del mattino, e al borbottare dei vecchi, e ai frizzi di Giusto, le ragazze convennero assai numerose al ballo delle cameriere; e cercando esse di gareggiare con queste in vezzi e in adornamenti, apparvero cosí goffe e camuffate, che per la prima volta i loro dami non ebbero tutto il torto di dare la palma a Bettina e a Claudia. S’aggiungeva poi, a renderle piú spiacevoli, la rabbia di essere colà venute e di vedersi disdegnate; onde ad una ad una pensarono bene di svignarsela, serbando a miglior tempo di rendere pan per focaccia di quei mali atti ai malfidi amatori. Se insuperbirono le due burlone di restar padrone del campo, e di mirare andarsene via scornate le piú belle del paese, io non ve lo voglio dire! Ma la vera festa cominciò per esse, quando, partiti anche i ballerini, si ridussero nella cucina a contraffare il portamento della tale, gli attucci di questo, il crogiolare di quello; nel che Bettina aveva un ingegno tutto suo, sicché a Claudia per il soverchio scompisciare ebbero a scucirsi i fianchi del corsetto.
E cosí va il mondo a Torlano, come a Parigi; ché il furbo corbella gli allocchi, e dei corbellati si ride per soprammercato.
Intanto, proprio mentre si ballava al castello, il cursore aveva bussato alla canonica chiedendo di don Angelo; e indovinate mo’ cosa gli ebbe a porgere? Proprio una lettera di Santo; e fortuna che non ebbe il piovano alle spalle, che, del resto, Dio sa qual ramanzina gli sarebbe toccata per l’ignominia di serbare un legame con quel vagabondo!
– Andate ora, figliolo, che un po’ di mancia ve la darò domani – balbettò il cappellano al cursore. – Ora sono proprio al verde… di spiccioli!
E quest’ultima coda di bugia la aggiunse, non già per vergogna di sé, ma del piovano, che lo teneva barbaramente asciutto da quasi tre mesi. Gli tardava l’ora di leggere quella lettera; onde, inforcati gli occhiali, le diede frettolosamente una scorsa, e dopo ci ripassò sopra un paio di volte; ma, ahimè, non vi era cosa da cantarne l’alleluia! Santo scriveva da Palmanova, avviato per quella città d’Ungheria ove stanziava Natale; e nessuna traccia gli era occorsa fino allora della figlia, se non forse a San Daniele, ove una caffettiera, da lui per caso interrogata, gli aveva narrato d’una fanciulla fermatasi due giorni prima presso di lei a scrivere una lettera; e mostratale la lettera di Maria, ella l’aveva riconosciuta per quella di cui parlava. Del resto, era sembrato a colei, che la giovanetta calasse per il borgo di Udine, onde si era riconfermato che l’amore di Natale, e qualche mala nuova di lui ricevuta, la conducessero al luogo dove egli era.
– Oh, povero Santo! – esclamò don Angelo, riponendo la lettera. – Che Dio e la Madonna lo proteggano! Ma come dovevo io fare per distorlo da questo viaggio in Ungheria? Come potrei ora impedirlo? Scrivere a Palma? Ma egli sarà già partito! E poi, qual pretesto addurre? Oh, Madonna delle Grazie, inspiratemi! È vero che potrei corrergli dietro con questo paio di gambe che m’è rimasto benché logoro e fiacco; ma, Dio me ne liberi, sarei lapidato; e poi non debbo farlo anche perché qui ci ho un migliaio di anime da guardare, e con esse bisogna ch’io stia, tanto piú che il piovano – avrebbe potuto dire «non se ne cura», ma in quella vece aggiunse: – le ha confidate a me.
Cosí anche per quella notte il buon prete non trovò modo di sciogliere il nodo; e pensa e prega, e prega e pensa, passò senza miglior effetto una settimana; tanto che da ultimo si affidò interamente alle preghiere, e facendo ogni sera una scappata fino a Nimis, e consolando delle sue visite i Romano, e raccomandando continuamente al Signore quei tapinelli, si rimise del resto alla sua vitaccia cappellanesca. Per altro, l’esperienza di un mese ebbe dimostrato dopo non molto a mastro Doro, che non erano tutte profezie le parole d’oro del buon prete.
Prima di tutto Michele, anziché rinsavire, aveva dato un addio alla casa, piantandosi di sua testa a Collalto come postiglione; poi la campagna, dopo la rinfrescata delle ultime piogge, ricominciava a patire d’arsura, e i gambi del sorgoturco ingiallivano, per vero dire, un po’ troppo presto; e finalmente, quando il vecchio prese a girare le fiere per vendere le bestie, i boattieri, già provvedutisi in primavera, non ne volevano sapere; e gli convenne disfarsene a buon mercato come anche della vacca, e di quei pochi arnesi da lavoro, i quali, del resto, erano assai malandati. Perciò ogni speranza s’appoggiava sull’uva; ma una mattina, trovandosi egli in casa ad attendervi il fattore, che doveva venire a fargli quattro righe di conto sulle migliorie di quegli ultimi anni, ecco che Giuliana tutta conturbata entrò in cucina.
– Che hai, Giuliana? – domandò egli. – Va e non va che tu stai per ammalare per il soverchio strapazzo! Ricordati che non voglio vederti muovere un dito per tutta la settimana; ché se si ha da morire, si muoia almeno tutti insieme.
L’afflitta doma per sola risposta trasse la mano di sotto al grembiule, e guardando intorno, se per caso non sopraggiungeva la suocera, porse a mastro Doro un grappolo d’uva verdognolo, rugginoso qua e là e spruzzato d’un pulviscolo bianchiccio.
Il vecchio prese tremando quel grappolo, e lo accostò alle narici, e l’odore ne era proprio fetente, onde egli non seppe far di meglio che volgere gli occhi in alto mormorando:
– Buon Dio, che purtroppo è vero, né sull’uva si potrà contare!
Ciò nonostante, esaminò nuovamente i chicchi, li piluccò a uno ad uno fiutandoli; e raspatili con l’unghia, conobbe che era proprio quella la malattia.
– E ve ne sono a migliaia sul vigneto laggiú nella bassura – disse la vedova.
– Oh, anch’io ci avevo badato ieri l’altro! – aggiunse il vecchio. – Ma non osavo toccarli, persuadendomi fra me, che non fosse altro che una nebbia.
Aveva ancora quei chicchi d’uva nel palmo della mano, quando il signor Pasquale mise la testa in cucina.
– Ohè, che ci avete di bello? – chiese egli ghignando da perfetto manigoldo. – La disgrazia dell’uva? Eh, si sapeva da un pezzo, che quella vostra bassura non poteva scapparla!
– Pazienza! – rispose chiotto il contadino gettando il grappolo sul focolare. – Già è l’ultimo autunno che ne può incogliere questa maledizione.
– E di Natale è un pezzo, eh, che non avete novella?
– Grazie al Cielo, ne ebbimo ieri proprio di suo pugno; e ci siamo fatti leggere lo scritto per ben tre volte dal cappellano; scrive di essere guarito completamente da quella malattia di cui correva in paese la voce, anzi si lusinga di ottenere presto la licenza e di tornare a casa a rinfrescarci un po’ la speranza.
– Speriamo! – disse il fattore con tal atto che significava: «Ci credo poco!». – Sapete poi – soggiunse – che fu fortuna per Michele il trovare un pane sicuro alla Posta! Lassú al castello, essendo sempre alla Bassa il conte Tullo, si era in procinto di mandarlo per i fatti suoi, onde io me lo sono preso a cuore, e gli ho dato in mano quella fortuna.
– Grazie! – brontolò mastro Doro.
– E farei anche di meglio – continuò quel birbone: – per esempio, se qui Giuliana volesse assoldarsi per massaia in casa del castaldo, rimasto vedovo da poco, sarebbe assai fortunata. No, Giuliana, non dico per farvi insuperbire! Alzate pure gli occhi, che già siete in fede mia la piú brava e buona donna per dieci miglia all’intorno.
Il signor Pasquale fu per aggiungere «la piú bella», ma rattenne quella lode nella chiostra dei denti.
– Io, signore, resterò finché avrò vita coi miei! – rispose asciutta asciutta l’ottima vedova, facendo una riverenza, quali ne fanno le contadine, e ritirandosi nel cortile.
Il fattore si sentí calda la punta della lingua, ma ci soffiò sopra come nulla fosse, invitando in pari tempo mastro Doro a visitare insieme la colonía per notarne i miglioramenti.
– I quali già saranno ben poca cosa! – aggiunse malignamente.
E infatti, ci trovò tanto di che ridire, e mosse tante contese, e tanti difetti e sconci ebbe a rilevare e ad inventare col suo malanimo, che il contadino fu costretto a veder apprezzate le proprie fatiche un terzo di quanto costavano.
– Mi pare che sieno fuor di misura alteri ed ingordi que’ vostri Romano! – diceva la sera stessa il signor Pasquale a don Angelo, che si trovava presso la Contessa a farvi ammenda degli svagamenti datile al gioco un mese prima dalle sue inchieste a favore di Santo. – E sí che quel vecchio ha girato il mondo, ed è stato a Roma tre anni, sicché dovrebbe sapere che nulla si guadagna nel darla ad intendere a chi la sa piú lunga. Lo credereste, che quei pochi piantoni ficcati in qualche vivagno voleva farseli pagare con mezza annata di fitto!
– Ingordi e orgogliosi i Romano? – esclamò quell’ingenuo servo del Signore. – No. ch’io mi sappia: non c’è gente piú temperata e dabbene in tutta la pieve.
– Sí, eh? – riprese il fattore. – Ma cosa rispondereste s’io vi dicessi che la Giuliana in tanta strettezza di casa sua rifiutò il posto di massaia offertogli in casa mia? Se aveste veduto che piglio da principessa!
Don Angelo lo guardò di sottecchi, come l’agnello guarda il lupo, e mise il mento nel collare del vestito, né mosse piú verbo; ma certo nel far quel discorso non era sovvenuto al fattore, che don Angelo era il confessore della bella vedova.
– Oh, una volta che non vi rimbecchiate per difendere i vostri protetti, caro don Angelo! – disse a sua volta il piovano. – Peccato che sia tardi e che la Curia ormai…
La Contessa, ch’era dappresso al piovano, tirandolo pel gherone gli ricacciò in gola il resto della clausola; ond’egli rispose picchiandosi la fronte come a significare: «Oh che smemorato!» e accennò col capo di aver inteso.
– Sí, poiché è ancora un segreto – gli bisbigliò all’orecchio donna Leonilda: e alzando la voce verso don Angelo, che stava grullo dentro del suo collare: – Cosa ne dite – continuò – caro cappellano – e ci calcava su questo titolo, sbirciando furbescamente il vicino: – cosa ne dite dei deputati che vinsero il voto nell’ultimo Consiglio?… Finalmente, eh, si sono buttati da un canto quei vecchi catarrosi, e ci avremo mio figlio, e un altro bravo giovane di Nimis, che smuoveranno tanto e tanto la tartaruga del Comune! Già non tengo neppur conto di quel vaccaio di Lusevera, che si dovette mettere in terna, per dar la polvere negli occhi ai pifferi di montagna!
– Sicuro che il cappellano non può esser gran fatto contento di queste nuove cariche – riattaccò il signor Pasquale. – Diancine! Egli avrà sperato che portasse la palma il signor Valeriano il quale è suo intrinseco, e avrebbe dato procura a quel Menico di Nimis che è, se non isbaglio, suo penitente.
– E anche quel gattone di Santo ne torcerà il naso – riprese la Contessa; – egli che faceva fuoco e fiamma per conservar in seggio la nullaggine e la vecchiaia. – Eppure, guardate, caro cappellano, come siete male avventurato nelle vostre clientele! Fra gli altri, guardate per esempio Maria! Che colomba, eh! E ora è palese che aveva un amorazzo con quel Natale!
– Scusi – balbettò don Angelo; – ma…
– Sí, sí, v’intendo, come padre spirituale vorreste scusarla; ma già son cose che si sanno, e se le avessi sapute prima, non l’avrei mica lasciata bazzicare con Bettina. Povera costei! Quanti pericoli ha corso, senza saperlo, addomesticandosi con quella… Ma basta! Io dovevo immaginarmelo! Figlia di quel padre!
– Oh, in quanto a suo padre poi… – volle dire don Angelo.
– Cosa avreste da opporre quanto a suo padre? – lo interruppe il piovano. – Che è un contrabbandiere, un bettolante, un susurrone; che sta lontano dalle chiese, come il diavolo; che campa solo soletto in un romitorio all’usanza dei malandrini; e che con quindici pecore sfinite la sciala allegramente in dispute, in mercati, in beverie? Che ne dice lei, signor Pasquale, che lo conosce da piú lungo tempo colui?
– Eh, che so io! – rispose il fattore. – Ella ha detto benissimo! È un mistero pieno di torbido; ed ora, giacché è partito, sarebbe una bazza il poterselo tener lontano; e del resto ciò potrebbe giovare anche a lui, poiché dàlli e ridalli, come Ella faceva notare, quel suo sguazzarla senza entrate potrebbe muovere qualche sospetto, e…
A quel punto della tirata uno scalpore di passi precipitosi rimbombò nell’anticamera, e senza il solito introito cortigianesco, il corpicciuolo del segretario rotolò nella stanza.
– Oh, cosa è stato? Cos’avete? Parlate! – dicevano tutti, sbigottiti non poco.
E l’ometto non poteva giunger sillaba a sillaba; ma, sporgendo un piego dissuggellato, balbettava che guardassero, che leggessero, e che era una cosa da far drizzare i capelli sul capo. Il piovano, come piú vicino, prese quella carta, e con faccia paurosa ci gettò sopra gli occhi; ma avanzando nella lettura, la fronte gli si veniva rasserenando con qualche conforto della brigata.
– Oh, sicuro! Si prevedeva appunto adesso, e cosí doveva finire! Ecco gli amici del cappellano! – esclamava, di tratto in tratto.
– Via, legga forte – gli disse la Contessa – e ci liberi dall’angustia.
– Udiamo, via! – prosegui il fattore.
Don Angelo solo stava tutto sospeso, ché quelle tronche parole del piovano non lo rassicuravano per nulla.
– Sapete di che si tratta? – cominciò finalmente il piovano con la sua voce da quaresimale. – Sapete di che si tratta, cappellano stimatissimo? Santo, quel galantuomo, quel vostro figliuol d’anima, fu incarcerato!
– Incarcerato! – mormorò don Angelo sfatto nel volto come un morto.
– Sí, incarcerato a Monfalcone come vagabondo e ladro!
– Povero Santo! – disse col cuore il vecchio cappellano, ché colle labbra non poteva per la stretta di quell’improvviso dolore.
– E con questa carta – seguitò il piovano – la Pretura di colà chiede contezza di lui al Comune di Torlano.
– Oh, per conto nostro non uscirà sí presto di ritiro! – disse il signor Pasquale. – Cosa ne dite, segretario?
Costui si sventolava col fazzoletto, e per un guardingo e forse soverchio rispetto a don Angelo finse di aver troppo caldo per poter rispondere di botto. Secondo lui il ciottolo non era peranco inutile e dimenticato a segno, da potergli dar la pedata. Per quella sera pertanto non si fe’ cenno di Tresette; e si continuò a discorrerla, prendendo biecamente a disamina tutta la vita del Pecoraio, e rinfacciandola, si può dire, a don Angelo, che trovava qualche piacere nel sopportare in certo modo una parte delle sciagure di lui. Né lí ebbe fine una tanta tortura, ché, tornando alla canonica, il piovano lo aspreggiò paternamente per tutta la via, come protettore che era di tutti i capi da forca della parrocchia.
– Ma tutto il danno non sarà di Santo – gli diceva con un certo mistero; – e un po’ di rugiada toccherà a qualche altro; non ch’io gli desideri alcun male, ma servirà a correggerlo dal ruzzo di far lega coi birbanti, il che non si conviene a nessuno, e meno poi ai ministri del Signore di giustizia!
– Cosa vuol mai essere questa rugiada? – ruminava don Angelo quando fu a letto. Ma le proprie inquietudini diedero luogo anche in quella sera al rammarico per gli altri; e il pensiero di Santo, tenuto in prigione certo per isbaglio, e impedito dal cercare e dal saper qualcosa di Maria, diede una terribile veglia al buon cappellano. Intanto sotto i suoi piedi il piovano si lambiccava il cervello per tornire, arrotondare e forbire certi rancidi aforismi, sulla misericordia dovuta ai peccatori, i quali dovevano chiudere splendidamente il capitolo ventottesimo del suo Speculum Sanctitatis.

XVI.

Come lo avrete già indovinato, il Pecoraio di Monteaperto non era di tal tempra da buttarsi per morto alla prima traversía di fortuna; ma appunto per essere formato di quella pasta, nella quale il dolore occupa stabilmente i recessi della ragione e scorre per le vene nel sangue, e s’appiccica ad ogni nervo, stimolo di vita piuttosto che causa di morte, egli ne soffriva un laceramento continuo nel fondo dell’anima. Da San Daniele ad Udine e a Palmanova egli non aveva tralasciato di cercare le tracce di Maria con cuore proprio paterno, e deluso in quelle prime lusinghe, aveva tosto deliberato di seguitare fino in Ungheria, convinto com’era che s’apponesse al vero chi reputava Maria innamorata di Natale, e, informata segretamente d’una sua pericolosa infermità, essersi tolta di paese per correre ove egli stanziava. È vero che, dopo que’ subitanei bollori d’immaginativa, gli parve strano ch’ella per salvarsi da peggiori sospetti non lo chiarisse di ciò nella sua lettera, e che per andare oltre Isonzo avesse battuto l’opposta via di San Daniele; ma non potendo quetarsi in altre congetture, si accontentava di quelle, che porgevano almeno alle sue smanie occasione di operare e conforto di speranza. Dio sa a quante bettole villerecce, a quante botteghe, a quanti casali gli avvenne di chieder conto, se avessero visto passare, uno o due giorni prima, una giovinetta fatta cosí e cosí, vestita nella tal maniera, con una gerla in spalla, e che so io! Ma di acconciate a quel modo ne girano tante, che molti rispondevano di non saperne nulla; e chi piú volonteroso o compassionevole gli dava indizio di qualche persona somigliante alla ricercata, non serviva che a mandarlo giú di strada dietro qualche mendicante, che sovente sfuggiva senza volerlo alle indagini di Santo, o rinvenuta alcuna volta, tanto differenziava dalla sua figliola, come la notte dal giorno. Intanto il suo borsellino avvizziva a vista d’occhio, e avendo seminato per strada una buona metà del suo peculio, non gli avanzava per proseguire il viaggio che una sessantina di lire; e sí che appena toccava Monfalcone, e di là ai confini di Turchia è un buon tratto di mondo. Perciò, entrando in quel paese era piú desolato che mai, e si pentiva di essere corso dietro alle ciance della gente, mentre invece avrebbe dovuto affrettarsi dove era verosimile che si fosse avviata Maria.
Pure braccheggiò al solito per tutte le osterie e le locande della borgata, si fermò sulla notte alla piú misera, dove nel cortile era un fracasso di voci e di bicchieri che pareva un carnevale. Domandato all’oste della ragione di tale baldoria, gli fu risposto che erano poveri artigiani avviati a Trieste per i lavori della ferrovia; e che trovandosi in numerosa brigata la tristezza di ognuno era sparita nel tripudio di tutti, e cosí stavano all’aperto, tracannando a piena gola l’acquavite, che già di vino non si parlava piú nei beveraggi artigianeschi.
Soltanto verso mezzanotte, essendo cessato lo strepito e la partenza del convoglio di ubbriachi, Santo ebbe qualche tregua alle angosce della giornata in un sonno irrequieto e leggero; onde sull’albeggiare fu destato dal primo tocco della campana, e vestitosi in fretta, ché gli pareva ora tarda, scese a pagare lo scotto ed andarsene. Ma lungo la scala s’incontrò nella fantesca, la quale, fatti due occhiacci da spiritata, ridiscese a precipizio; poscia, entrato in cucina, s’abbatté nel padrone il quale uscendo in vista molto affaccendato, gli disse balbettando che aspettasse un attimo e sarebbe con lui. Santo sedette allora tranquillamente, nulla intendendo di certi sguardi biechi e furtivi cacciatigli addosso da tre paesani che sorseggiavano in un angolo, crocchiando fra loro, il bicchierino della sveglia: ma intanto dopo brev’ora tornò il padrone, che in cinque minuti pareva cresciuto d’un palmo, e si tirava dietro un corpaccio strabondevole e sonnacchioso, che aveva figura di essere un guardiano campestre.
– Eccolo! – gridò l’oste rincantucciandosi dietro una tavola, e additando Santo che si guardava intorno sbalordito. – Eccolo là! Ohè, che non vi scappi! Mi raccomando, ho moglie e figli! Non mi conviene per nulla l’essere derubato!
– Cosa intendete di dire? – gridò Santo strabalzando da quel bestione di guardiano che gli impugnava i polsi.
– Eh, compare, giudizio! – rispose costui tenendo saldo a fatica.
– Per carità, che non se la batta! – urlava l’oste scorrazzando alla larga per la cucina e sbarrando porte e finestre. – Palpategli addosso prima, che deve avere ancora quelle cento lire; frugatelo bene, e dopo, se anche scappa, ci vorrà pazienza.
– Ah, cane! – ruggí il Pecoraio drizzandosi dell’alta persona e sciogliendosi con quell’atto dalla stretta del birracchione. – Ah, cane, cosa vuoi dire con le tue cento lire?
– Sí, le cento lire che mi hai rubato dalla cassa che è nella camera vicina a quella dove tu hai dormito – diceva l’oste trincerandosi dietro il focolare, e facendo atto di difendersi con una paletta che diceva di no, di no, con un buffo tremolío.
– Io rubare! – gridò Santo rovesciandosi su quel coniglio, che s’addossò al muro diventando piú sottile di un foglio di carta e tuttavia non l’avrebbe scappata, se il guardiano e i tre bevitori non fossero accorsi a trattenere il furibondo montagnuolo.
– Lasciatemi! – fremeva questi.
– Eh, bellino! Vorresti squartare il gallo dopo averlo spiumato! – strillò uno dei tre avventori.
Santo dimenò gagliardamente le spalle, e nel dibattersi avvenne che il naso del guardiano litigò col suo gomito, e n’ebbe una cosí potente schiacciata, che ne sprizzò il sangue a catinelle.
– Oh, disgraziato te!… – brontolava il gigante cercando col naso a terra un secchio d’acqua da fermare il flusso. – Disgraziato! Attaccarla con me! Oh, la vedremo bella! Tenetelo sodo! – continuò, dopo trovato il secchio, sciacquandosi e sbruffando acqua e sangue, come un delfino. – Badate alla porta!
Finalmente fu stagnato il flusso, e col naso tutto ancora sporco di sangue, avvicinatosi a Santo, che indarno si contorceva nella morsa di sei braccia poderose, gli attorcigliò intorno ai polsi una funicella che aveva in tasca. E poi l’oste svelto svelto tolse i catenacci, seguitando a strillare: – Frugatelo, prima! Occhio, ché non trafughi le cento lire! – Il Pecoraio fu trascinato in istrada.
– L’avrai da fare con la Pretura, adesso! – gli andava dicendo il guardiano. – Colpa tua! Se lo restituivi con le buone il gruzzolo, forse te l’avremmo risparmiata.
– Nulla desidero di meglio che d’essere condotto in giudizio – rispose Santo, che, tornato in sé da quella confusione di sdegno, di rabbia e di stupore, conobbe che con la violenza si sarebbe messo dalla parte del torto. – Scioglietemi pure – aggiunse; – ché sarebbe per me ignominia il tentare ora di scapparvi.
– No, per carità, non lo sciogliete! – raccomandava l’oste con tali strida, che in breve levarono tutto il paese a rumore.
– È un ladro che ha graffiato cento lire all’oste del Borgo – dicevano nella folla i tre avventori mattinali di costui.
– Dàlli al ladro! Ben gli sta! Ha rubato cento, duecento, cinquecento lire! – mugolava ingrossando la turba.
Il Pecoraio camminava, a testa bassa, pensando a Maria; ora sicuro in cuor suo che il giudice, sincerandosi di botto della sua innocenza, lo avrebbe lasciato libero di rimettersi sulle tracce della figliola e di guadagnare con un po’ di fretta quelle ore sprecate.
– Ha rubato mille lire all’oste del Borgo e a molti altri. Ha tentato di sventrare il guardiano. Ha una dozzina di omicidi sull’anima! – susurrava la gente, accresciuta da una masnada immaginosa e ciarliera di donnicciuole. – Dàlli al ladro, al truffatore, all’assassino!
Con tal seguito di contumelie il Conte mandriano giunse alla casa del carceriere, dove, frugato fin sotto la camicia e toltogli il borsellino con le sessanta lire, fu poi tappato in una gattabuia ad aspettarvi l’apertura del giudizio
– E Maria? – pensava sempre il prigioniero. Né si stancò mai dal ripetere fra sé e sé quella dolorosa domanda, finché, tratto da quello struggibuco, fu condotto dinanzi al magistrato.
Là, richiesto del suo none e della condizione e dell’età e della patria e delle carte di recapito dimenticate a casa per la fretta, e della notte passata all’osteria del Borgo, a tutto rispose con sincerità; e mostratogli il borsellino di pelle, lo riconobbe per suo, e delle sessanta lire contenutevi disse, che gli avanzavano delle centodieci portate via da casa.
Ma quando appunto, accomiatato dal giudice con un benigno sorriso, egli credeva essere rilasciato, ecco che il carceriere lo ebbe a guidare per molti corridoi ad una stanza ben riparata che aveva aspetto di prigione; e di fatto molti e molti indizi testimoniavano contro di lui, né il giudice, per quanto ben disposto dall’ingenuità del suo parlare, poteva come Pilato lavarsene le mani. Si cominciò frattanto il processo; e uditi partitamente l’oste, il guardiano, la fantesca e quanti avventori avevano fatto sosta nella bettola la mattina del furto e la sera antecedente, si chiesero in pari tempo informazioni intorno all’imputato alle Autorità provinciali del Friuli; ma per fretta che ci entrasse di buon volere, l’inchiesta della Pretura di Monfalcone, palleggiata da Udine a Tarcento e da Tarcento a Torlano, mise, come vedemmo, molto tempo, a capitare nelle mani del segretario comunale; fors’anche il cursore, come non di rado avveniva, l’ospitò qualche mezza settimana nella bisaccia, e cosí fu pieno il disegno della Provvidenza, che volle far maturare a Santo il suo piano di viaggio in Ungheria. E nonpertanto il valentuomo non si acquietava cosí di leggeri alle disposizioni divine; anzi se la pigliava fieramente con gli uomini che le avevano tanto appuntino assecondate. Sul primo colpo l’affanno maggiore, o piuttosto unico, gli era venuto dal trovarsi impedito a cercar Maria; ma non gli era neppure balenato in capo, che la prigionia gli si potesse prolungare di molto, e anche non a torto, per le sciagurate circostanze che a suo danno concorrevano. Peraltro, nei giorni seguenti, sprigionatosi da quel piú grande affanno, era venuto scoprendo gli altri e non pochi mali che gli stringevano il cuore; e prima di tutto gli sovvenne della cattura, e degl’improperi della folla, e della fama di ladro buttatagli addosso dalle avventate querele dell’oste; onde si sentí venire i sudori freddi.
– È sicuro – pensava; – sarò creduto un ladro! E non qui solamente, ma anche a Torlano, dove non può farsi che non ne giunga la mala voce. E i Romano, e don Angelo, e Maria, poverina, se è tornata, lo verranno a sapere. Oh, ma questi qui non le daranno ascolto; bensí il segretario, che crede quanto vogliono i piú potenti di lui, e quelli del Castello, che gongolano d’infamare un tale che non ha mai piaggiato le loro Signorie!… Oh, Dio benedetto! E quella Maria, dunque?
E questo era il circolo fatale della sua disperazione, sicché nelle prime settimane invecchiò come in dieci anni, e il carceriere, che trovava sempre nella scodella quasi intatta la zuppa, gli andava dicendo:
– Cosa fate, capocchio? Oh, vorreste andare sotterra? No, per carità! Sconsigliatevi da una cosí perversa minchionería, ché anche sei mesetti di penitenza passano nella metà di un anno, ma di laggiú non si torna piú!
Santo piangeva in cuor suo di udirsi pronosticare cosí per burla sei mesi di carcere, ma non gli dava l’animo di risponder verbo a quei discorsi. E finalmente, siccome in fondo era dello stampo di don Angelo, aveva finito con l’offrire a Dio quelle sue tribolazioni, pregandolo di alleviare d’altrettanto gli stenti della figliola; né, dopo trovata l’espressione di questa preghiera, la pace gli era mancata, poiché nell’indole del robusto Pecoraio, come in quella della maggioranza dei campagnoli, era una buona dose d’eroismo; di quello stesso eroismo che faceva sorridere i martiri dei primi secoli davanti alle fauci spalancate dei leoni.
Finalmente giunsero da Torlano le informazioni; ma le aveva scritte il signor Pasquale, che, nell’assenza del padrone, faceva alto e basso nell’ufficio comunale, e soperchiava e rigirava per ogni verso quell’umile e furbo di segretario. Figuratevi dunque cosa dicevano! Santo era dipinto per un vagabondo e turbolento malandrino; mezzo pecoraio, mezzo contrabbandiere; beone, rissoso, avverso ad ogni buon ordine ecclesiastico e civile, promotore di sedizioni e di scandali, avvezzo a badaluccare, a vivere a scialo qua e là per i mercati, senza certi guadagni; «onde non era meraviglia», si aggiungeva, che si fosse ridotto a rubare apertamente, specialmente in paese forestiero; ma si ammonivano i giudici, che Santo era un cervello assai sottile, e che certo, se il furto lo aveva commesso lui, già dapprima egli avrebbe pensato a procacciarsi mille scappatoie.
Tale fu la risposta di quelli di Torlano, sicché non è da stupirsi, se il giudice per tali notizie, insospettito di quella facile e scorrevole narrativa di Santo, la scambiasse per una finissima sottigliezza di ladreria. Cosí, non senza apparenza di ragione egli dubitava; e quando per le lacrime e le preghiere dell’accusato, e per il calore delle sue proteste, e per l’appassionatezza della voce, e la semplicità del sembiante piú era vicino a dar di frego su quell’oscuro processo, tosto gli tornavano a mente le parole dell’informazione, che quel Santo era tal volpe da non commettere un delitto senza aprirsi dai lati mille scappatoie, e soprastava ancora, mettendo peraltro in pace l’animo dell’oste, il quale per aver moglie e figlioli si teneva in diritto di pretendere le sessanta lire di Santo a conto delle cento involategli da Dio sa chi.
Tuttavia, quando meno se lo credeva, venne una grande consolazione al rassegnato prigioniero; e questa fu una lettera di don Angelo nella quale era coimpiegata un’assai fresca lettera di Maria al buon cappellano. Nulla diceva la fuggitiva del suo stato o del luogo nel quale dimorasse; solo affermava, di essere a sufficienza provveduta, e accennava al buon prete non tardare forse di troppo il giorno, nel quale esso avrebbe potuto svelare al padre il segreto della sua fuga. A questo diceva, aver già scritto piú volte dopo quella prima lettera da San Daniele, e si raccomandava, per un largo perdono.
– Oh, sí, che le perdono! – esclamò fra i singhiozzi quel misero padre; e se fu grato al giudice, che gli aveva procurato un tanto ristoro consegnandogli quel piego, ognuno se lo può immaginare; ma perciò non cessava dallo strabiliare fra sé, che come gli erano giunte le scritture di don Angelo non gli fossero pervenute anche quelle della figliola; e ne mosse cenno al carceriere che gli era venuto leggendo quella lettera; sennonché costui se n’ebbe a male, come di chi osasse sospettare della sua onestà, e se n’andò inchiavardando rumorosamente la porta.
– Mi duole che se l’abbia presa per lui – mormorava Santo – che alla fin fine non è quel cattivo diavolo che parrebbe a primo aspetto, e tuttavia…
E si smarriva in nuove fantasticherie, non immaginandosi che quelle lettere, recapitate al Comune di Torlano, il signor Pasquale le avesse gettate in una cantera, borbottando: «Se le verrà a prendere!». E il segretario aveva visto, e finto di non vedere, e dimenticato d’aver veduto, pronto a risovvenirsene quando gli tornasse conto.

XVI.

Maria era sempre rimasta nel casale presso Spilimbergo, mettendo in conto di penitenza tutte le amarezze della servitú, le angosce della lontananza, e i sospetti continui del suo cuore materno. Sí, materno davvero; poiché ogni suo affetto piú soave, ogni piú soave speranza era in quella creatura incolpevole che le si maturava in grembo, e nullameno rifuggiva dal pensare al momento, che non le sarebbe piú dato di celare la sua duplice vita; e in questi tremori pur alle volte si meravigliava di tirar innanzi a quel modo, persuasa, che fosse dono di Dio, onde non fosse turbato il lento comporsi di quell’altro essere innocente, e ferma di trafugarsi in qualche altro luogo, ove sentisse vicino l’istante di esser madre piú che nel cuore. Per verità, nelle prime settimane, quel vecchio guitto e tiranno di Daniele, e quella vanagloriosa di Modesta, e quel Bastiano, inzuppato d’acquavite, le muovevano lo stomaco; ma anche questi viziacci dei padroni, in quanto pesavano su di lei (e ciò avveniva spesso e in mille modi) ella li sopportava con meritoria pazienza; e non ne mutava per nulla il suo tenore di vita semplice, operoso, affatto campereccio, e di gran lunga diverso da quello cui si era accostumata presso i Romano.
Allora le tornavano ogni tanto a mente gli ammaestramenti di Natale, e toccava con mano, come, attenendosi a quelli, ella avrebbe sfidato ogni mala tentazione, se allora, messi tardivamente in pratica, pur bastavano a tener in freno tanto tumulto di dolori e di affetti. Una cosí perfetta mansuetudine, corroborata da alacrità e gentilezza, venne domando a poco a poco quelle tre animacce imbestialite, sicché a loro insaputa si rifacevano anime per la virtú nniracolosa e miglioratrice che è propria dei buoni esempî; e anche la moglie e i due fratelli di Bastiano non pativano piú, se non molto di rado, quei mali trattamenti che erano da lunghi anni il loro pane cotidiano. Tanto ottenne in un solo mese l’opera inconsapevole d’una giovane derelitta; anzi quel santo abito di virtú frenava Daniele e il suo primogenito a segno, che dinanzi a lei erano ridotti a smettere e a scusarsi vergognando delle loro cattiverie. La cosa andò innanzi per modo, da non esserci piú verso onde Bastiano si lasciasse vedere da Maria quando tornava a casa ubbriaco; e un po’ per volta, quelle sue intemperanze si facevano sempre piú rare, e Cecilia giungeva quasi a sperare di vederlo presto sviziato del tutto.
Quanto a Modesta, ad onta del vivere discreto, obbediente e laborioso della giovinetta, non la vedeva da principio troppo di buon occhio per il continuo rigirarvisi attorno del fattore; ma la gelosia in quella ragazzaccia collerica e superba volgeva piú a rabbia che a timore, onde, certa per veduta che Maria si beffava delle smancerie di Feliciano, o che anzi non se ne accorgeva, godeva del resto che si spargesse la voce di questo suo villanesco innamoramento per dar la corda a Caterina di Spilimbergo. Era per fermo femminile squisitezza di crudeltà; ma l’amore negli spiriti vili si fa strumento d’ogni perfidia, come diventa consigliere celestiale nelle anime buone, per quanto deboli ed ignoranti. Pertanto le pochissime volte che a Modesta era occorso di pungere Maria su tale argomento, suo padre si era intromesso, tirandola a forza fuori dell’uscio, e susurrandole, che il conto dell’affitto era ancora sospeso, e ch’egli non intendeva di ritirarsene addosso lo spauracchio, guastando le uova nel paniere al signor Feliciano.
– D’altronde – aggiungeva egli – è tanto riserbata questa nostra fantesca, da non farle di mestieri i tuoi rimbrotti per pararsi da ogni mala tentazione.
Né spiaceva al vecchiaccio menare a bene i fatti suoi con tal predica, liberando nel tempo stesso Maria dalle angherie della padrona di casa. Dunque costei aveva smesso molto della sua protervia; ma, al pari forse dei paterni consigli, valsero a ciò la sommissione e il paziente aspetto della fanciulla, che non serbandole rancore di quegli scoppi sdegnosi, andava dicendo essere il signor Feliciano un burlone, e intender esso canzonarla co’ suoi attucci, la qual malizia di buon grado perdonava a lui, come a lei le sue scalmane.
– Del resto, le passano presto, non è vero, Modesta? – soggiungeva con benevolo sorriso.
E Modesta, soggiogata da cosí virtuosa semplicità, stringeva cordialmente la mano offertale dalla massaia; né tale degnevolezza, come pure l’amorevole sentimento che la moveva, si sarebbe potuto sperarla due mesi prima da quel cuoraccio. Immaginatevi se di quei lampi di tranquillità familiare Cecilia e i fanciulli fossero grati a Maria! Non ristavano mai dal ringraziarnela ogni volta che si abboccassero da soli con lei, e dal farsi promettere, che non li avrebbe abbandonati cosí presto. Tra essi poi, Cecilia, che piú altamente comprendeva le cagioni di quella benefica malía, cosí era appresa alla giovinetta con amore cosí spontaneo e tenace, che maggior non poteva essere tra sorella e sorella. Quell’afflitta donnicciola era piccola e sparuta; ma due grandi occhi pieni di bontà rabbellivano il suo volto pallido e scarno per guisa, che non si aveva tempo di scorgerne i difetti. Da due anni poi zoppicava anche da un piede, per una bestiale spinta del marito, che l’aveva rovesciata sconciamente giú dal carro; ma la misera non gli serbava astio per ciò; anzi, benché amore non gli potesse avere per quei suoi costumi che lo mutavano affatto in una bestia, pure, ricordandosi dei loro primi giuramenti (ed era egli allora un giovincello assai vago e festevole) e pensando che la causa di quel pervertimento era stato il cattivo esempio e la durezza paterna, trovava ancora nel cuore il posto per una timida pietà; ove la coltivava assiduamente, come fiore benedetto ad onta delle battiture e della sudiceria del marito.
Quando poi Maria, inconsapevole paciera, ebbe riportato nella casa una qualche aura di calma, ed ella si fu accorta del ravvedimento di Bastiano, questa pietà si ravvivò tosto d’un barlume di speranza; e fu somma ventura; imperocché Bastiano, memore dei gravi suoi torti, per quanto internamente pentito e compunto dai redivivi rimorsi, non aveva cuore di aprirsi con sincera interezza per paura di essere sdegnato; e per l’affanno di questa interna tenzone tirava innanzi come prima, muto e selvatico.
Ma appena quella buona Cecilia tornò caritatevole a lui col sorriso del perdono sulle labbra, un sentimento da gran tempo straniero al suo cuore, glielo allagò tutto, ed egli le si gettò fra le braccia singhiozzando come un fanciullo, e meglio con quei pianti, dichiarando l’animo suo che con un subisso di parole. Da quel momento Cecilia stimò di aver ritrovato suo marito; e siccome d’allora in poi, in grazia della rinata operosità, non occorse al bisbetico Daniele di aspreggiarlo tanto, cosí egli si saldava ogni giorno meglio nel nuovo costume, e solo dell’antica scioperataggine gli era restata intorno una tal qual sonnolenza nel lavoro congiunta a somma facilità di dar nel lunatico. Ma di ciò avvedendosi, faceva ogni maggior forza per liberarsi da dosso quei rimasugli dell’uomo vecchio; al che, oltre agli sguardi della moglie, gli era tacito incitamento il faticare continuo e sereno di Maria; né egli voleva sembrare da meno di una gracile donzella.
Bianca e Paolino si erano anch’essi rinfrancati nelle oneste abitudini inculcate loro dalla mamma, che era morta, si può dire, di crepacuore per i costumi dei due figli maggiori e per la scelleratezza del marito; ma vivendo aveva cercato consolarsene incamminando per diversa traccia i due fanciulletti. Onde questi, sempre appesi al grembiule di Maria, allegri per il respiro lasciato loro dal papà e dagli zii, dicevano che pareva loro essere tornati ai tempi della mamma, e quella valorosa giovanetta la chiamavano scherzosamente la buona Vergine, come si chiama beata la Madonna. Il qual ingenuo scherzo dei fanciulli velava sovente di lacrime gli occhi di Maria, e spesso anche tergendoli li aveva ella pregati di non chiamarla cosí; ma essi s’imbronciavano, rispondendo, che non doveva poi aversene a male; ed ella riprendeva, che quel santo e puro nome non bisognava insozzarlo dandolo a lei, che era una gran peccatrice.
– Tu gran peccatrice? – esclamavano i piccoli miscredenti. – Oh, vorresti darcela a bere? No, sai, ché siamo usciti dal guscio!
E partivano ridendo, e saltellando, e promettendole che avrebbero pregato il Signore, acciocché la tenesse sempre vicina a loro, essendo ella la buona Vergine, anzi la loro Madonna in questo mondo.
Cosí erano passati circa tre mesi di quella efficace penitenza accettata da Dio e ripagata di cosí buon frutto; durante i quali piú volte la fanciulla aveva scritto a suo padre, mandando le lettere in posta a San Vito, dove Bastiano o Daniele si recavano al mercato di settimana in settimana; e in quel frattempo poi aveva scritto anche quella tal lettera a don Angelo, la quale, come narrammo meglio avventurata, aveva sopperito in qualche modo benché piuttosto tardi allo smarrimento delle altre. Né la giovanetta era rimasta affatto senza notizie di Torlano; perché, indicando ella e descrivendo minutamente il casolare di suo padre ad un capraio che era stato lassú, e chiedendogli se nessuno ci avesse veduto nel passare, egli aveva risposto, che ci aveva veduto un vecchio seduto sulla porta, il quale gli pareva molto accorato; e cosí Maria, non sapendo nulla delle sventure occorse ai Romano, si era persuasa che quel vecchio fosse appunto suo padre.
– E certo sarà invecchiato assai per tante ambascie quel povero padre! – diceva fra sé.
Ma noi, sapendola piú dritta, possiamo supporre, che quell’afflitto veduto a Monteaperto dal capraio fosse mastro Isidoro, salito per avventura a racconciarvi il casone dietro consiglio di don Angelo, per quando a San Martino sarebbe stato costretto a ricoverarvisi con tutta la famiglia.
Intanto la gravidanza di Maria era avanzata a segno tale, che per quanto la snellezza naturale della persona, differente di gran lunga dalla solita goffaggine contadinesca, l’aiutasse a nasconderla, pure tanto ne appariva da muovere qualche sospetto specialmente in coloro che non l’avevano ad ogni ora sott’occhio. E già da un paio di domeniche nell’uscire di chiesa la gente la osservava di sottcchi, e ne bisbigliavano tra loro.
– Oh, guarda un po’ la massaia di Daniele!… – Non si direbbe che ha il mal del bambino?
– Sí, perbacco, ora che ci bado! Mi pare ingrossata dall’ultima festa. È dunque maritata quella Maria?
– Oibò, Maritata! Daniele racconta che è una ragazza orfana di sopra Tarcento.
– Orfana o non orfana, sapete già cosa si chiacchiera del signor Feliciano! Peggio per lei se ha creduto a quello scavezzacollo, ché se ne avrà a pentire.
Maria, prodigiosamente fortunata fino allora, pure non sicura di esserlo piú a lungo, stava già in pensiero di cavarsela da quei luoghi con qualche pretesto, almeno per quegli ultimi due mesi di aspettazione; ché dopo, con la sua creatura in braccio, si prometteva di sfidare l’opinione pubblica. E certo in quei frangenti le ebbe a rincrescere, di non essersi giovata lí a Spilimbergo di quella fiaba del matrimonio, come aveva fatto con la mendicante di Artegna; ma poco tardò quasi a vergognarsi d’un tale rincrescimento, poiché tanto le aveva bruciato la lingua la bugia smerciata a quella vecchiaccia, che poi aveva giurato di non ricadere per tutto l’oro del mondo in simile peccato; e, d’altronde, lo scaricarsi dell’ignominia, seguace dei suoi traviamenti, le pareva come un rifiutare il piú grave e meritato peso della vita.
– Però – diceva – meglio cosí! E purché non ne sappia nulla questa famiglia che mi ha ospitato come una ragazza smarrita, lo sappia pure tutto il resto del mondo! – E si rifaceva a fantasticare del come dar motivo ad un commiato di colà, che le pareva materia assai disagevole, e pertanto rifuggiva dal primo pensiero venutole in capo di una partenza furtiva.
Cosí stava dentro di sé Maria; ma in quanto alle occhiate e alle dicerie della gente, di nulla si era accorta; anzi tirava innanzi, non credendosi per niente cosí alle strette, e attendendo, come si dice, consiglio dal tempo.
Il signor Felicianò peraltro ebbe sentore di tali mormorazioni; e raffrontandole con certi segni da lui osservati nella fanciulla, s’ebbe a convincere, che se mormoravano non mormoravano a torto. Egli, l’accorto donnaiolo, che, stimando colei una tortorella, aveva divisato, per dirla con bella metafora volgare, «di farla giú» con le acconce arti delle occhiatine, delle dolci parole e delle larghe promesse, essere menato per il naso quasi tre mesi e infinocchiato cosí saporitamente? E non essersi addato di nulla, e dovere di tale novella ringraziare il dozzinale accorgimento delle «scarpe grosse», e sentirsi incolpato per giunta, senza aver nulla goduto, nulla, neppur un bacio, che è cosí poca cosa? Affè di Dio, non poteva trangugiarla! E montò in una rabbia da non dire, e giurando fra i denti che mostrerebbe a quella monachella di saperla piú lunga di lei, e che ne avrebbe ad ogni costo il suo pro, venne una sera sul tardi al casale di Daniele.
Ma Maria era a far erba con Bianchetta in fondo all’orto: ond’egli, dandola giú a traverso per i solchi, la raggiunse appunto mentre ella si avviava a casa col gerlone, e la ragazzina attendeva a raccogliere qualche falciata sui margini. Feliciano, per cavarsi dai piedi costei, le disse di correre a casa, dove Cecilia, levandosi improvviso un vero temporalone di ottobre, aveva bisogno d’aiuto per togliere il bucato; e Bianchetta non se lo fece ripetere, poiché, gettato il rastrello e messasi la via fra le gambe, in due salti fu a casa.
– Ehi, ehi, Mariuccia! – prese allora – a dire il giovinastro, ponendosi dinanzi alla giovane, che curva sotto quella gran mole di erba moveva dietro alla ragazza. – Badate di non faticar troppo con quel carico addosso! Volete un po’ che vi aiuti?
– No – rispose la giovane tirandosi da una landa per passar oltre: – a tal bisogna, grazie al Cielo, basto io, e ci sono avvezza.
– Ah, sí! – ribatté il fattore. – Ci siete avvezza? Ma siete poi avvezza anche al peso di quell’altro fardello…
Maria rabbrividí tutta, e le convenne puntellarsi contro una pianta per non cadere.
– Via, via – ripigliò l’altro: – non tremate tanto, colombina! Oh, che vorreste che la gente si cavasse gli occhi, per non vedere quello che avete lí?
Certamente, a cosí barbaro colpo la poveretta sarebbe stramazzata, se egli non l’avesse sostenuta per un gomito; ma il gerlone le sdrucciolò dalle spalle, e l’erba andò sparsa tutto all’intorno.
– Ma il piú bello – seguitava ghignando il fattore, – il piú bello si è che a me se ne attribuisce l’onore, e che con ciò io intasco le bucce, e non do di morso alla mela!
Maria, raddrizzatasi da cosí repentino mancamento e sentendosi serrare per il braccio da quello sfrontato, si sforzava per isciogliersi; ma egli non durava fatica a trattenerla cosí fievole e turbata com’era.
– Ah, vuoi ancora far la ritrosa? – continuava. – Ma sai che è gustoso questo tuo ticchio! E dire che forse sei stata tu a mettere il mio nome in ballo, magari per succhiarmi qualche soldo!
La fanciulla, non potendo parlare per il soffoco che le dava il soverchio affanno, negava col capo.
– Ah, no? Dici di no, eh? – seguitava Feliciano. – Ma chi t’ha a prestar fede ora, bella verginetta? Non io, perbacco, sai! Il cane scottato guaisce, ma non si lascia piú beccare! Se tu vieni a ricoverarti sotto la mia tettoia, oh, sí, quanto è vero il diavolo, che voglio farti pagare lo scotto!
Cosí dicendo, il giovane piú che mai irritato dal resistergli della fanciulla, e persuaso che fosse quella una diabolica arte di femmina per mettersi a piú alto prezzo, crescendogli le voglie, l’accerchiò con un braccio intorno al collo, e fece per baciarla. Ma alla giovanetta si stesero con un sussulto le membra, e un tal movimento convulsivo le preservò le labbra da quel contatto sguaiato.
– Ah, vuoi cimentarti con me? – mugolò Feliciano stringendole furiosamente il pugno. – La vedremo, bellina! – aggiunse accostandole la bocca all’orecchio.
Ma non aveva detto, che gli capitò dietro, impetuosa e con gli occhi schizzanti dal capo, Modesta; la quale, stesolo con una spinta a terra e passandogli sopra, in addosso a Maria; e lí su quella poverina stramazzata bocconi si diè a tempestare coi pugni e coi calci.
– Ah, cosí ve la intendevate! – urlava quella furia. – Ah, si mandava via la bambina per starsene agiatamente! E Dio sa da quanto tempo durava questa tresca! Forse da lungo tempo e prima ancora che tu ti ficcassi in casa nostra, svergognata! Or ora, mi ha narrato il sarto cosa ne dice la gente! Ma se l’ho saputo tardi, fu almeno in buon punto!
E pur vociando continuava a malmenare quella derelitta creatura, che gemeva come vicina a morire; e indarno Feliciano s’ingegnava di levargliela da dosso, che appena vi riuscí tutta la famiglia, poiché tutti corsero al rumore. Ma Modesta, dimenandosi fra tutta quella gente, seguitava tuttavia a giurare che le avrebbe mangiato il cuore a quella traditrice; onde immaginatevi che scena fosse, e come a nessuno soccorresse un modo da porvi termine. Finalmente, lasciando colei dibattersi e imbizzarrire a sua posta, Cecilia, e Bianchetta, levata di peso Maria, se la recarono in braccio fino a casa; e là attendevano a ravvivarla con ogni diligenza di cure. Ma l’infelice, benché rinvenuta, pareva uscita affatto di senno; e solamente molte ore dopo cominciò a risentirsi da quello spaventoso sonno dell’anima; e allora fu che incontratasi in uno sguardo compassionevole di Cecilia, diede in cosí dirotto pianto, che per poco il petto non le si spezzava dai singhiozzi. Quel diluvio di lacrime e le carezze della sua buona infermiera le furono di gran giovamento, e poté passar quiete le ultime ore della notte; onde la mattina risvegliandosi le parve di aver fatto un terribile e mostruoso sogno; ché se la vista di Cecilia addormentatasi sul suo capezzale, e i pesti della persona, e una certa languidezza per tutte le membra non le tornavano a mente la cruda verità, ne avrebbe potuto dubitare.
Svegliò ciò nonostante la pietosa amica, e vestitasi scese con lei in cucina, dove trovò Daniele e Bastiano che litigavano con le piú sconce parole: e la cagione era, che Modesta, non tornata in casa dalla sera prima, aveva loro significato per un messo che non vi sarebbe rientrata finché ci tenevano Maria. Ora il padre voleva che costei se ne andasse sui due piedi tanto piú che Feliciano pel nunzio medesimo aveva fatto palese un eguale desiderio; ma Bastiano argomentava, che metterla sulla strada cosí guasta e debole com’era, sarebbe stata una crudeltà da pagani, e giurava egli pure di andarsene con Maria se la cacciavano a quel modo.
Cecilia non si stette dal piangere vedendo cosí presto rinnovellarsi gli scandali del passato, e tuttavia Maria, calma e sicura, si volse a quel turbolento di Bastiano pregandolo di volerla ascoltare. Egli volse verso la giovane un visaccio tutto stravolto, ma al mirarla pallida pallida e nonpertanto buona e serena, s’impietosí di botto, e le rispose dolcemente:
– Oh, voi, Maria, parlate! Parlate pure!
– Sentitemi, Bastiano – diss’ella – Di quanto avvenne la colpa è mia, poiché mio è il peccato, ed è giusto scontarlo con i patimenti, fra i quali, credetelo, la mala opinione della gente non è il piú lieve; eppure, né voi né io possiamo disconoscere questa bontà del Signore di porgermi in questa vita argomento onde salvarmi nell’altra. Il signor Feliciano non ebbe torto facendomi ingiuria, e a buon diritto Modesta mi costringe a sloggiare dalla sua casa, ed io, io sola, ho male operato entrando senza prima dichiararvi tutta intera la verità. Ma, ascoltatemi, Bastiano! Quel Signore stesso che a me comanda di andarmene, impone a voi di rimanere nella vostra famiglia, e di amare e riverire vostro padre, e quel che piú conta, di obbedirlo.
A lungo favellò in questo modo Maria, e con tal cristiana persuasione, che Cecilia piangeva con Bastiano da un canto, e Daniele dall’altro biasciava non so quali scuse della sua forzata durezza.
– Oh, voi non avete torto alcuno verso di me – rispose modestamente Maria; – perciò io anzi vi ringrazio dall’avermi sopportata finora.
Daniele si sbracciò allora nel cantar le sue lodi, ma ella tagliò corto a un tal panegirico per dire che desiderava partire sull’istante; né a distorla da tale deliberazione giovarono le preghiere di Cecilia e del marito né le lacrime dei due ragazzi sopraggiunti nel frattempo.
-No – diceva la paziente pellegrina: – Dio non vuole che mi soffermi. Lasciamo che il voler suo si compia, e ne avremo il nostro meglio.
Poi raggruzzolò e ripose nella gerla le sue poche robicciole, e circondata da tutta la famiglia si dispose ad uscire. Ma Daniele intanto andava abburattando nel capo qualche disegno, perché in mezzo al cortile, tiratala in disparte, le disse:
– Uditemi, Maria. Per verità non ci ridon troppo le fortune, e voi vedeste che di vino non se ne strizzò gocciolo, e che di quel poco di biada piú pesano le canne che le pannocchie, e tuttavia sappiamo il dover nostro, e non avendovi fornito nulla fin qui, fuori di qualche cencio di biancheria… se vi stringesse proprio bisogno di danaro…
– Oibò! – rispose sorridendo la giovane, grata a Daniele di quel magro trionfo ottenuto sull’avarizia. – Sapete che giungendo qui avevo una sommetta, della quale non mi valsi che per francare qualche lettera, onde, siatene certo, me n’avanza il mio bisogno.
– Capisco – riprese il vecchio con un sospiro di consolazione; – ma ho detto cosí, perché era mio obbligo. Del resto, Dio vi scorti, e beato me se potrò rivedervi sana e contenta!
Ma intanto si rifece in casa beato tre tanti d’aver con sí poco stipendio accomodato la spilorceria con la carità: e Maria seguitava oltre, accompagnata dagli altri, raccomandando loro la concordia e la sofferenza, come il piú saldo cemento d’ogni familiare concordia. Giunti presso a Spilimbergo, dov’è una cappella della Madonna, non volle essa che procedessero ancora, e si fermò, e furono commiati sí affettuosi e colmi di mestizia da muovere le lagrime di chicchessia. Ma pure prima di separarsi espose un suo desiderio, che Bastiano giurasse innanzi a quella Madonna di non far piú dispiacere né alla moglie né agli altri di casa; e solo compita quella semplice cerimonia, baciò Cecilia e i due fanciulli che singhiozzavano come se vedessero la madre loro morire un’altra volta, strinse la mano a Bastiano, e s’allontanò volgendosi molte volte a ripetere il saluto. Quando poi per un gomito della via non li ebbe piú a vedere, sentendosi stanca per tanta battaglia d’affetti e rotta nelle membra dalle percosse della sera prima, sedette a prender fiato sulla sponda d’un fosso.
– Ahimè! – mormorava la semplice campagnuola premendosi della mano il fianco, che le frizzava come di recente puntura. – Ahimè, creatura mia, quali stenti non ti ho io procurato prima ancora del nascere? E dove troverò la forza per condurre a termine questo duro tratto di penitenza? Deh, soccorretemi voi, Madonna cara!
E in questo fervore devoto, accostandosi alla bocca l’immagine che aveva sul cuore, riprese lentamente per la sua strada di incertezze e di patimenti.

XVIII.

Quelle giornate di tardo autunno correvano via tanto leste, che Maria stimò benfatto ripassare il Tagliamento per tempo, senza volgere a Spilimbergo dove d’altronde le potevano occorrere incontri oltremodo spiacevoli. A tragittare poi sull’altra riva le era sprone, oltre un muto desiderio di ravvicinarsi a casa, anche la lusinga di poter da colà averne una qualche notizia piú facilmente; e siccome intendeva entro quel giorno scrivere al padre suo, cosí, varcato il fiume, piegò verso Codroipo, ove, per essere grossa popolazione e data alla mercatura, giudicava doversi trovare la posta.
Vi giunse al calar del sole, e addottrinata dalla esperienza, ritiratasi nello stanzino appartato di un caffè, scrisse lungamente e con caldo amore. Oh, come da quelle parole doveva essere rasserenato l’animo di Santo! Lo pregava di volerla perdonare, lo lusingava della possibilità di un prossimo abboccamento, gli prometteva che poco sarebbe stato a sapere da persona fidata e amicissima di Torlano l’interezza della sua colpa! Insomma, era una lettera proprio da figliuola, e dopo averla mandata alla sua ventura, ella ne provò un ristoro, come di peso gravissimo toltolesi dal cuore. Poi s’aggirò per il paese a cercarvi un ricovero, ma volle prima tentare gli alloggi piú discosti e romiti; e dopo molte repulse, ebbe finalmente caritatevole accoglienza presso un cordaio, che con la moglie e un bambino dimorava in una catapecchia a mezzo miglio dal paese.
E poiché vollero che si rifocillasse con loro, cosí tra un boccone e l’altro, dicendo quel dabben uomo, che dando di naso in un buon famiglio avrebbe disposto due altre ruote sul prato per aiutarsi piú largamente nell’arte sua, Maria colse di volo quelle parole, e richiese, se ella poteva mai bastare alle mansioni di quel ragazzo.
– Ma voi non siete del mestiere: – fece il cordaio.
– No, che non sono del mestiere – disse la fanciulla; – ma non è poi arte cosí disagevole che la consuetudine e la buona volontà non la possano in breve spazio di tempo insegnare, anche ad una ignara come sono io, contenta di servirvi per quel poco di vitto.
Allora egli diè di gomito alla moglie dicendo:
– Che ne dici, eh, Giacinta?
– Dico che si potrà vedere – rispose quella, stringendo un po’ le labbra.
– Basta, ci penseremo dunque stanotte, e intanto andate con Dio a riposarvi – concluse il cordaio.
Maria si ritrasse nella stalla, dove c’era una vaccherella che di giorno pascolava sul prato intorno alle tese dello spago; e i due sposi rimasero soli.
– E che ti sogni? – domandò la donna. – Prendere cosí di botto una persona non mai vista né conosciuta? Ma ti pare da uomo di giudizio? E oltre a ciò, non vedi che è incinta, e che ci avremmo sulle braccia anche un bambino?
– Mi ha l’idea di buona colei – rispose il nnarito; – e se sfarfallerà il bimbo, guadagneremo tuttavia assai col non pagarla di borsa.
– Ah, non ti dorrebbe la coscienza d’accettare simili patti? – riprese l’altra. – Per me, vedi, sono troppo grassi, e non uso fidarmi alla cieca di codeste largheggiatrici.
– Eccoti riconfitta alle tue diffidenze! Ma non si può provare? E se a te vien meno il latte, come già accenna, non ne avrai aiuto per il nostro figliolo, quand’ella avrà il suo? E se ci sgarra, non sarà sempre tempo da benedirla?
– Bene, bene – brontolò la donna salendo la scala: – fa’ come vuoi, ma tieni gli occhi aperti, ché se alle volte non ci fossi io…
E sospesero la contesa per non destare il bimbo, che roseo e bianco, dormendo nella sua cuna con la bocca semiaperta, imbalsamava la stanza d’un profumo di innocenza.
La mattina, trovandosi marito e moglie in perfetta concordia, Maria fu assoldata di mese in mese, per il vitto, il vestito e una quarteruola di granturco, con l’obbligo di scardassare e torcere il canape e ripulire la casa. E di poi, mentre il funaiuolo apprestava un nuovo congegno da spaghi sul prato, sua moglie venne insegnando alla giovane quei primi rudimenti del mestiere; né mancava la materia, poiché la tinaia era piena di balle ammonticchiate.
Quella mattina dunque passò assai lietamente; ma all’ora del pranzo, cosí in via di discorso, essendo richiesta Maria del suo stato e della famiglia, ne fu essa oltremodo turbata; e pur ferma di scoprire tutta intera la verità, rispose, arrossendo e balbettando, di non aver marito e di essere fuggita dal paese per nascondere il disonor suo e quello del padre, e che pur non disperava di riconciliarsi con questo; ma che voleva soprastare a tale cimento per non mettere a repentaglio la vita della sua creatura con i soverchi combattimenti dell’animo. Questo rispose ella tenendo il mento sul petto; e la cordaia si rannuvolò un pochino, ma suo marito fu pronto a confortarla, assicurandola che un buon pentimento è doppiamente meritorio sopra ogni virtú, e che Dio ne l’avrebbe rimeritata restituendola al padre suo, e forse anche all’amore di colui che l’aveva ingannata.
– È impossibile! – esclamò tramortendo la fanciulla. – Non di ciò prego il Signore – soggiunse – ma solo che Egli non volga in danno di mio padre e di coloro che mi sono cari, le conseguenze del mio peccare.
– Brava figliola! – riprese il cordaio. – Questi sono robusti e cristiani sentimenti, e ne avrete merito presso gli uomini, e meglio presso Dio.
Però sua moglie non mosse lingua fin tanto che Maria non si tolse dal desco, e voltasi allora al marito gli disse che il ricettare una ragazza in quello stato non le garbava troppo.
– Dovrà dunque buttarsi in Tagliamento, quella sventurata? – esclamò il cordaio.
– Zitto! – ripigliò la donna. – Ma se si fosse imbrogliata con un suo pari, certo l’intromissione del piovano avrebbe coperto lo sconcio con una buona inanellata, come si costuma; e credimi, che questa faccenda della fuga e di che so io, non è buon segnale. E se fosse una femmina di mala vita?
– Sí, con quel viso, con quelle maniere, con quella bocca d’oro! – saltò a dire il marito. – Uh, come sei cattiva, Giacinta mia, a voler dar addosso a questa smarrita, come le mancassero disgrazie!
– Cattiva, cattiva!… Lo sarò anche – borbottò la moglie; – ma si fa presto a mettersi in canzone, e la mala fama, sai già che è come il carbone, il quale tinge la veste a chi gli passa troppo da vicino.
– Va’ là, va’ là, sospettosa – concluse il valentuomo: – non pensiamo tant’oltre, giacché senza nostro scomodo si può fare un po’ di bene, e ringrazia e ammira anzi la sincerità di costei, che, piuttosto d’ingannarci, ha voluto chiarirci d’ogni cosa sul suo conto…
– Ma è appunto questa svergognatezza…
– Eh, poverina, anche svergognata, adesso! Ma se nel parlare le si serrava la gola ad ogni parola, e in viso era come una fiamma!
– Insomma, vuoi che te lo dica? – esclamò un po’ risentita la donna. – A te piace per quel suo visetto «civilino» nel quale non ti stanchi mai di perdere gli occhi!
Il cordaio, a questo tiro della moglie, smascellò tanto che l’allegria s’apprese anche ad essa, che finí col dire che ella tuttavia avrebbe tenuto ben accese le lanterne degli occhi, e che non gliene avrebbe risparmiata una che è una.
Quelle due anime le aveva proprio fatte, come si dice, Iddio, e poi appaiatele, e la campavano in armonia veramente ammirabile. Non che fossero sempre dell’egual parere! Ci liberi il Cielo da una tal noia, che interviene solitamente piú per prepotenza, o pecoraggine d’uno fra i coniugi che per il libero consenso di entrambi; ma contendevano con tal discretezza di amore, che era un piacere ad udirli. Né il continuo spettacolo di tal casalinga concordia era privo, per Maria, d’insegnamenti e di rimorsi; ché a quella ricorrendo talora, purtroppo vani, i suoi sospiri, tosto il cuore la ammoniva, che sarebbe stata sua, purché l’avesse convenientemente apprezzata e voluta in addietro. Oh, la disgraziata ci pensava sovente a Natale! Ma ne distoglieva presto la mente, parendole quasi un sacrilegio, collocare quella pura rimembranza dove avevano dimorato brame cosí smoderate e colpevoli, e dove stavano tuttavia memorie e vergogne sempre, per quanto lavate da un copioso fiume di lagrime. Eppure non poteva fare che da un profondo ripostiglio dell’anima non le sorridesse mestamente talvolta il ricordo di quella sua fanciullesca domestichezza, anzi di quell’amore inconsapevole, di quell’amore innocente soffocato nei primi germogli dai fumi della vanità che già cominciavano ad ingombrarle il capo. «E sí, che era proprio vanità! – pensava Maria riandando a quei tempi già tanto lontani. – E avevano ragione le mie compaesane a rinfacciarmela, poiché non da altro che da superbia poteva nascere quel mio sciagurato impazzamento».
Né tali fantasticherie tormentavano poco la giovanetta, come quelle che, accagionando dei suoi trascorsi un affetto meno generoso dell’amore, lo traevano a sempre piú bassa stima di sé, e a piú sconsolato pentimento. Oh, se avesse dato retta a Natale. e a don Angelo e all’esempio di Giuliana, a qual altro miglior fine sarebbe capitata! E quanto dolce doveva correre per lei quella vita, che di sí poche e comuni cose faceva contenti i desiderî del cordaio e di sua ritoglie!
La stagione frattanto procedeva bellissima verso il freddo, e alla pensosa giovane o nel lavoro della corderia, o nella stalla sopra la zangola o presso al bambino dei padroni, o nel leggere la vita dei Santi, fuggivano, si può dire, i giorni e le settimane. Finché sullo scorcio di novembre, prima che non credesse, la presero le doglie, e due giorni dopo quei primi sentori, ebbe un figliolino. Sí, un figliolino, poveretta, ma cosí esile e stentato, che si meravigliavano di vederlo vivere. Ciò nonostante, paurosa com’era di una malattia per i sofferti strapazzi, e, Dio nol volesse, anche di qualche sconciatura, ebbe a ringraziare la Madonna che fosse venuto a maturanza quel suo caro frutto di vergogna, di penitenza e di beatitudine. E il bambino visse per consolazione della madre abbandonata, che anche nei momenti del maggior dolore pregava ad alta voce il Signore, non le fosse negata la grazia di scontare la colpa allevando santamente quella sua creatura.
– Fate che viva questa diletta anima – gridava la meschina – ed io vi prometto di non vivere che per essa, e di vegliare notte e giorno perché vi sia resa cosí pura come io dovevo serbare la mia!
Cosí il fanciullo fu battezzato il giorno seguente con i nomi di Luigi e di Giacinto a cagione dei cordai che gli furono padrini; e dopo Maria non parve piú lei, tanto si teneva sicura del perdono di Dio ora che ne aveva la caparra in quel dono celeste. È vero che dentro ai suoi occhi stagnava sempre un fondo di malinconia, come di lacrime pronte a sgorgare, ma pur che prendesse tra le braccia Luigino o che gli porgesse la mammella, tutte le sembianze erano un riso, e l’anima una festa d’amore. Né le pareva vero che da un peccato le dovessero essere venute tante e cosí pure gioie; e benché fin dal primo accorgimento di gravidanza, per un movimento spontaneo, avesse amato e desiderato quella creatura, tuttavia confessava di non aver mai preveduto neppur la millesima parte delle gioie materne. Le pareva ormai che tutto il mondo avesse a perdonarle, vedendole appeso al seno quell’angioletto, e che suo padre sarebbe corso ad abbracciarla senza arrossire; si sentiva insomma santificata, onde la vergogna non le serrava piú il cuore e le labbra, e vivendo non piú per sé ma per il figliuol suo, sarebbe andata elemosinando con la testa alta e la mano sicura. Chiedendo, avrebbe chiesto per lui; lavorando, pregando, nutrendosi, lavorava, pregava, si nutriva per lui; infine essa in lui viveva allora, come egli era vissuto dapprima nelle sue viscere. Di questa trasformazione poi non si era accorta per nulla, tanto le sembrava naturale; e se molti giorni prima, aveva tirato innanzi lunga pezza senza pezzuola da spalle, essendosi la sua affatto sdruscita, finché la cordaia, gliene aveva offerto una spontaneamente, tutto per quella delicata ritrosia a domandare, allora invece chiedeva senza alcun rispetto i pannolini e le fasce da coprire il bimbo, ché le pareva quasi di essere lei a dare e gli altri a ricevere.
Quei suoi padroni erano gente amorevole e dabbene, sicché di tutto l’accomodavano secondo il poter loro; né volendo essi che uscisse di casa prima della quindicina, il suo puerperio si protrasse piú a lungo di quanto costumino in quella regione le meglio agiate campagnuole. Volle anche fortuna che del parto non avesse nulla a soffrire; e anche il bambino si raddrizzò alquanto da quella originale gracilità a forza di cure e di amore, onde Maria in capo alle due settimane faceva girare la ruota dello spago sul prato, cosí ilare e rosea come non era mai stata da un anno.

XIX.

La Madonna di dicembre è una festa delle prime, e per giunta una specie di fiera in molti paesi; alla quale convengono i contadini per le provviste invernali. E avendo quella mattina qualche merciaio girovago disposto alla foggia dei ragni tele e mezzolani per la piazza di Codroipo, era tutt’intorno un affollarsi, e un bisbigliare di gente, e un entrare ed uscire di chiesa, e uno sperperarsi qua e là e un raggomitolarsi a crocchi, massime sulla porta di qualche taverna; ma di rumore non ce n’era soverchio, perché il canchero delle viti serbava il vino per la Signoria, e ciò nullameno, per esser corsa del resto l’annata sufficientemente propizia, un tal quale spensierato contento rideva nel viso di tutti. I giovanotti stavano in capannelli fra pilastro e pilastro dei portici «bruciando», come si dice, «la fascina» a quel tiepido sole decembrino che cosí di sovente al di qua delle Alpi e con tanta nostra ventura si ricorda di essere stato maggese: e di là sbirciavano le contadine che sbucavano dalla Chiesa un po’ impacciate negli scarponi festivi; e ogni tanto uno di essi lasciava la brigata per seguire il drappello delle giovanette, delle quali una arrossiva al sentirlo sopraggiungere, e si scompagnava dalle altre per andare con lui fino a casa. Cosí sono fatte quelle rarissime ore di pura felicità, nelle quali i contadini dimenticano la fatica della corsa settimana, e il disagio della ventura, per vivere meglio di noi alle semplici gioie dell’anima.
Maria in quella mattina, dopo molto dubitare, si era decisa a dar notizia di sé a suo padre, accennandogli misteriosamente d’una ineffabile consolazione donatale a quei giorni dal Cielo, e facendogli travedere sempre piú prossimo il momento, in cui avrebbe cercato il perdono delle sue colpe e il ristoro di tanto patire nelle braccia paterne. E cosí lusingandosi, che don Angelo avrebbe indovinato tutta la verità, e che buona parte ne sarebbe trapelata per avventura anche a suo padre, scritta in quei sensi e sigillata la lettera, s’accompagnò al cordaio per uscire alla Messa; ché la moglie di costui, ascoltata quella dell’alba, si era ridotta a casa per guardare durante la loro assenza i due bambini.
Quando giunsero in piazza, suonava appunto il secondo tocco, e dovendo ella attraversarla tutta per recarsi fino alla posta, ed essendo quella la prima volta che usciva dopo il parto, fu in tutta la calca un volgersi verso di lei, e un adocchiarla cupidamente, e un domandarsi scambievole del nome e dell’essere suo; al che coloro che l’avevano veduta qualche settimana addietro rispondevano, che era la massia del cordaio, e che aveva partorito da poco, onde, per rispetto alla convalescenza, la mandavano in quella festa alla Messa delle undici, anziché alla prima del mattino, che è di costume delle fantesche e dei famigli.
– Ma perdiana, sai che è una bellezza da incantarsene! – diceva taluno; e si voleva sapere ogni cosa intorno a lei; ma siccome pochi la sapevano tutta, cosí le congetture e le baie facevano le spese di quei discorsi.
Piú d’ogni altro teneva d’occhio a Maria una sozza mendicante, che, accosciata sotto una colonna del portico, snocciolava il rosario, e nel tempo stesso, occhieggiando la gente, perseguitava delle sue nenie quelli che vedeva meglio addobbati a festa. Poi quando ebbe ascoltato quanto dicevano della giovane quei crocchi scioperati, sorrise in modo strano, e avvicinandosi ad una torma piú ciarliera e festereccia delle altre, domandò ad uno di quei belli:
– Scusate, quella ragazza che è andata in chiesa, or ora col cordaio mena buona vita qui a Codroipo, che la vedo andarsene a mssa in atto cosí modesto e con cosí discreta compagnia?
I giovani si guardarono l’un l’altro stupefatti, ed uno piú parolaio rispose che non ne sapevano un’acca, e che di ciò in fin dei conti non doveva importare né a lei, né a loro.
– Volevo dire, che ci avrei gusto per l’anima sua – borbottò la vecchia – perché mi ricordo di averla veduta a Udine e a Gorizia, in certi sitacci… Basta! Qui non sono tanto citrulli che n’abbia a dire di piú!
– Oh, oh! – saltò a dire sghignazzando uno li quei giovani. – E non ve lo dicevo io, che quel bambino le è capitato dal cielo?
– E lí il cordaio che si credeva aver raccattato una perla! – soggiunse un altro.
E di poi quella compagnia si sciolse a spargere la notizia di qua e di là; ché se fossero venuti a sapere di qualche grande e generosa azione non ne avrebbero battuto becco. La vecchia dal canto suo si era racconciata vicino alla gerla brontolando, che lei non si dimenticava mai di rendere le buone grazie a chicchessia, e che i debiti di Artegna sapeva pagarli a Codroipo; indi tratta di tasca la corona riprese il Rosario interrotto per quella santa opera.
Mezz’ora dopo il cordaio e Maria uscirono di chiesa, ed era già in tutta la folla un ammiccare poco modesto, e un segnarli a dito, e uno sghignazzare dei piú disonesti. Nondimeno, accorti di nulla, essi tirarono dritto verso i portici per qualche piccola compera; dove la mendicante li ebbe a fermare con le solite querimonie, e il cordaio, ch’era uomo di gran cuore, le gettò qualche soldo nel grembiule.
– Ehi, ehi, quella giovane! Non mi ravvisate piú? – fece la vecchia con una vocina piagnucolosa volgendosi a Maria.
Costei aguzzò bene gli occhi, ed ebbe a impallidire, poiché, pur non riconoscendola, le pareva che quella figura andasse congiunta alle memorie di qualche suo tristissimo giorno.
– Non vi sovviene? Quattro o cinque mesi fa ad Artegna? – suggerí quella strega di vecchia.
– Ah, sí, me ne ricordo! – rispose sospirando Maria cui rivivevano in mente tutti i dolori di quella giornata.
E salutando in fretta l’accattona, spinse del gomito il cordaio verso la bottega che era lí presso; ma appena essi si furono allontanati, ecco che fu intorno alla vecchia un cerchio di curiosi che le domandavano dove e come aveva conosciuto quella ragazza, ed ella si schivava dal rispondere, come persona che ne sapesse troppe e bramasse coprirle col velo della carità; ché già le calunie soffiate qua e là, mezz’ora prima dovevano fruttificare secondo lei, senz’altro fomento.
Pertanto, essendo tornato lí presso uno fra i giovinastri che le avevano bevute, si mise tosto a gracchiare che buon consiglio era il suo quello di tacere, ma che le era prima scappato il bisogno, e che giú tutti sapevano e mormoravano; e lí contava della mala vita condotta da Maria in molte città, e del suo clandestino sgravamento, e di quel gocciolone del cordaio che la teneva per una santarella.
– Oh, non avete badato – soggiunse – come le tardava di essere le mille miglia lontana da questa povera mendicante? Eh, corbezzoli! Ne ha ben donde essa di scantonare, quando s’abbatta in chi l’ha conosciuta e qua e là!… Ma va bene saperlo, affè mia!
Ora, mentre da tale discorso ne nascevano cento in quella varia accolta di persone, e altri commiseravano il cordaio di quel malo acquisto, altri gongolavano di poter menare al piacer loro una ragazza cosí gustevole, ed altri si proponevano di sbrattarne il paese, la vecchia strega sgusciò via dietro ai pilastri con quel suo ghigno pestifero, e saccheggiata la carità di tutta la borgata, e infinocchiata una fruttaiuola con la solita fiaba delle scarpe da comperarsi, e dei soldacci che le sfondavano le tasche, accrebbe d’un diletto figliolino la famigliola di scudi che teneva amorosamente sul cuore.
Dopo desinare la nostra fuggitiva e quella dabbene della Giacinta, venendo alle funzioni, mossero in piazza un pettegolo rimescolamento; ché già le calunnie del mattino avevano partorito figliole e le figliole nipoti, e tutte le orecchie ne erano piene e scandalizzate, e ognuno voleva vedere a suo agio quella perduta donna della Maria, la cui bellezza, ci s’intende, crebbe fede alle ciarle, invidia agli animi, ardimento al dileggio.
Molti anche s’aspettavano una civettuola tutta smagliante nel vestire, e baldanzosa nel portamento; i quali, figuratevi come rimasero, al vederla con quelle sue guance vermigliette e pudiche, incappucciata di una pezzuola bruna, e tutta chiusa in una veste rappezzata e scolorita! Ma la modestia del viso e dell’andatura poco giovò a Maria, ché costoro anzi, riavutisi dal primo stupore come da indecorosa minchioneria, rincaravano sul biasimo degli altri, facendo le meraviglie di tanto sottile ipocrisia in cosí giovane età. Un vecchio e prudente amico del cordaio, ascoltati questi discorsi, pensò tosto essere dover suo il chiarirnelo; onde, toltosi di piazza, mentre la gente s’induceva in chiesa, si fece alla casa di quello; e trovatolo in cucina, lí accanto al fuoco, dopo mille palpeggiamenti e giri e rigiri, gli spiattellò alfine il giudizio della gente circa la sua massaia, dicendo essere quello solo il motivo della sua venuta.
Il cordaio lo ascoltò torcendosi sulla seggiola, e sbarrando gli occhi, come due lanternoni da processione.
– Ma se è un mese che l’ho qui e a nessuno frullò mai il capo di sparlarne? Ma se è una ragazza cosí modesta e operosa da farle tanto di cappello? Ma se nessuno in paese la conosce neppur per prossimo? – balbettava il povero uomo.
Ma l’altro continuò narrando, come non fosse, no, conosciuta in paese, ma bensí fuori per questa città, e per quell’altra, e in certi buchi….
– Basta! – soggiungeva il compare. – Voi m’intendete, e ho fino udito dire, che non c’è carrettiere pratico di Udine che non abbia passato con lei qualche ora piacevole! Figuratevi! Fossero fandonie per metà, o anche bugie, nonpertanto tenersela in casa, con una moglie giovane e belloccia! Uhm! Fidatevi di me! Non c’è nulla da guadagnarci!
Il cordaio, ringraziato del buon volere l’amico, rimase in dubbie riflessioni fino al ritorno delle due donne; ma non le vide appena, che dalla fretta affannosa e dalle scomposte sembianze indovinò qualche strano accidente dover loro essere successo. Tuttavia, mostrando non accorgersi di nulla, soprastette finché Maria salí a dare il petto a Luigino, e allora si volse ansiosamente a Giacinta chiedendole del perché fossero cosí turbate nel giungere a casa.
– Taci, taci – rispose fiocamente la donna: – ma ne ebbi quasi a morire di vergogna e di stizza. Sulla piazza, dovendo noi farci strada con i gomiti nella folla, uno dei giovinastri piú scapestrati cominciò a prendere per il braccio Maria, e un altro a dirle che era pur vezzosa, e un terzo a raccomandarle di non fare la ritrosetta, che già sapevano chi era! E insomma io non potei trattenermi, e mi volsi dando sulla voce a quei discoli, mentre ella con le lacrime agli occhi mi tirava per la manica lungi da loro. E sai mo’ uno di essi cosa m’ebbe a rispondere? Che dalla compagnia che si pratica si conosce la gente, né piú né meno. Ma se tu avessi veduto la povera giovane come era ridotta! Ed ella ha detto di salire per allattare il bimbo, ma io credo che si sarà rincantucciata a piangere di rabbia o di crepacuore!
Il cordaio mise i gomiti sulla tavola, la testa nelle mani, e gli occhi al soffitto, ma non mosse verbo.
– Orbene, che te ne pare? – ripigliò la moglie. – Non è una crudeltà il far pagare tanto amaramente una sola e sconsiderata colpa d’amore? Via, rispondi, tu che difendi sempre a spada tratta l’innocenza tradita di questa poverina.
Il galantuomo sospirò, e nascondendo gli occhi nelle mani, rispose che Maria non poteva piú rimanere con loro.
– Oh, come mai? – esclamò Giacinta, che messasi una volta a beneficare qualcuno, vi si incaponiva forse piú del merito. – Ti sgomenteresti per qualche motteggio piazzaiolo buttato là cosí per bravata senza saperne piú addentro d’un’unghia? O non si parlerà piuttosto al piovano per farli tacere?…
– No, vedi; e tu avevi ragione a non volerla fin dapprincipio – soggiunse il bravo uomo, provandosi a persuadere la moglie senza insozzarle l’udito delle lorde cose apposte a Maria. – Qui, come vedi, quella sua sciagura (ché tale ancor voglio crederla, piuttosto che colpa) bastò a metterla in mala fama, e come tu ben dicevi, la mala fama tinge piú del carbone; per giunta poi ella stessa dimorerebbe in continua sospensione, né potrebbe muoversi di casa, o affrontare gli occhi e i discorsi della gente senza tema o rossore. Per cui, ad ogni buon conto, allogarsi altrove decentemente sarebbe gran ventura per lei; né a noi rimorderebbe d’aver adoperato per nostro bene, giacché il bene sarebbe tutto suo, e nostro il danno di perdere una cosí docile e solerte e discreta massaia.
La buona donna chinò il capo sospirando, lo rialzò indi a poco per domandare ove egli pensava di allogarla, e se avesse in mente una casa, da potersene fidare. Al che rispose il marito che due mesi addietro il signor Del Campo, il quale stava per accasar la sorella, gli aveva, raccomandato di trovargli una buona e fida massaia, e di condurgliela alla sua villa di Bereguardo sotto Palma; e che egli se n’era dimenticato, e che due settimane prima quel signore non si era ancora accomodato con nessuna, e che perciò, fatta una corsa colà, egli avrebbe proposto Maria e concluso certamente in favor di lei un grasso contratto.
– Ma, e come indurre Maria a tale scambio? – chiese Giacinta. – E come spiegarle la nostra buona volontà di vederla allogata altrove? Per carità, non ne traspiri il vero motivo, che mi parrebbe farle gravissimo torto, e, caschi il mondo, me la terrei piuttosto con me!
– Ma! – soggiunse il cordaio lambiccandosi il cervello dietro cosí ardua impresa. – Però, aspetta! – riprese dopo breve raccoglimento. – Credo d’averla trovata, e in una settimana sbrigheremo la faccenda in bene. Già intanto non avrà gran ruzzo di muoversi; e vivendo essa ritirata, e la gente nei suoi lavori, non accadrà alcun malanno. Io, vedi, penso di partire con la carretta del fornaio domattina, dicendo d’andarmene a raccogliere commissioni dai rivenditori; ma invece corro a Bereguardo, e me la intendo con quel signore, e sulla sera sono di ritorno tutto stralunato narrando degli ordini ritirati, dei crediti non riscossi, e di cento altre disgrazie. Allora ogni parola di Maria può darmi appiglio di entrare in argomento; ma bisognerà che tu m’aiuti, e sapremo dirne tante, che l’avremo in breve persuasa. Soltanto, capisci, dicevo di ritardare la sua partenza di una settimana, perché il precipitare le cose non la meni a fiutare la verità. Questa ad ogni modo anche per Maria e per Luigino sarebbe gran ventura, poiché tanto quel signor Del Campo, come la signorina, sono due anime d’oro, e tu lo sai meglio di me.
– Sí, l’hai trovata con la testa e col cuore – rispose sottovoce la donna; – ma colà, con una novizia in casa, vorranno poi… già m’intendi! Maria ha un bambino!
– Oh, datti pace per questo! – ripigliò il marito. – Il fidanzato della signorina è troppo cotto per menare le cose in lungo! Figurati, che da cinque o sei mesi ogniqualvolta io sono andato là, ce lo trovai per casa; e credo anzi che si sia piantato a Saletta un villaggio poco discosto, dove ci ha una sua villa. Al piú tardi le nozze saranno per l’anno nuovo, per quanto ne ciarlavano le donne intente a cucire il corredo; e a quel signore dirò in un orecchio tutta la verità, ma per cosí breve tempo saprò ben piegare Maria a darsi per una vedova, almeno in faccia alla signorina. Dunque, siamo intesi; e tu domani sera bada a darmi mano nella commediola.
– Lascia fare a me – rispose con un sospiro Giacinta.
In quel momento Maria discese con Luigino tra le braccia; ella gli sorrideva mestamente; e il bambino quasi sfasciato allungava i suoi braccini candidi e sottili, e delle dita mezzo aggranchite dal freddo, accarezzava la bocca della mamma, come per togliervi quel bel sorriso, o mutarlo in altro piú lieto.
– Il mio sta zitto ancora? – domandò la cordaia.
– Dorme che è un conforto a vederlo – rispose Maria. – Quanto sarei contenta che Luigino crescesse in sette mesi come il vostro in quattro!
– Eh, i bambini fanno a volte miracoli – entrò a dire il cordaio – e tale che ai primi mesi fa pietà, si rafforza poi tutto d’un colpo.
Maria si strinse il pargoletto sul cuore; poi un sospiro le venne dal petto e lo guardò mormorando:
– Povero angelo! – ma quella mestizia fu un lampo, e aggiunse sorridendo fra le lagrime: – Sí, sono proprio io che t’ho fatto, e non m’importa che tutti lo sappiano!
Tutto quel giorno rimasero in casa le donne, e il cordaio, dopo noleggiata la carretta per l’indomani, tornò sul tardi dicendo che doveva partire prima dell’alba per dar la voce e notare gl’incarichi, e saldar le partite dei suoi avventori fin oltre Palma; poi si coricò, e all’indomani, quando le donne si alzavano, egli era già arrivato a Bereguardo.
Né quella giornata corse per esse diversa dalle altre; sennonché fu un andirivieni di comari e di amiche di Giacinta, che venivano per sindacare i fatti di Maria, dopo il gran chiasso fattone in paese. Ma accolte alla muta, se l’erano battuta piene di stizza, narrando di lei, per sbizzarrirsi, tutto quel male che invano avevano cercato di vedere; il perché s’andavano esacerbando sempre piú gli animi delle paesane a suo riguardo, e i loro dami gridavano, che bisognava cacciarla via quella vergogna, né si aveva a sopportare dinanzi agli occhi una bagascetta simile. Peraltro, il proverbio dice, che dalle parole al fatto è un gran tratto, né il proverbio per quella volta ebbe a mentire.
A notte il cordonaio tornò che Maria e Giacinta, dopo coricati i bimbi, ammannivano la cena; ma egli non si curava di loro, e rabbuffato e stravolto, si diede a passeggiare su e giú per la cucina masticando qualche mezza bestemmia. E l’accorta Giacinta gli si mise intorno a chiedergli qual fosse la cagione di cosí strana irrequietudine, e Maria sgomenta lo scongiurava a scoprirla per non metterle in peggiori paure. Né per questo egli cessava dal misurare il solaio a grandi passi, e nella figura era cosí veramente disperato, che buon per lui se in gioventú lo avesse preso il ticchio di farsi comico anziché cordaio!
– Oh, per carità! – esclamò Giacinta. – I bottegai di Palma ti avrebbero fallito?
– Quelli di Palma? Tutti, tutti, ti dico! – gridò il cordaio.
– Eh, via! Non è possibile tutti – soggiunse la moglie scuotendo il capo.
– Tutti! – ripeté egli in tono piú profondo.
– Oh, misericordia! Dici da senno? – strillò Giacinta. – E questo inverno, dunque?
– Cosa vuoi? Canteremo, balleremo e si farà di scordare la polenta!
– Oh, il mio povero bambino! – mormorò la donna che voleva piangere, e fece tanto da starnutire.
Il marito finse di sciogliersi in acqua di miele a quell’esclamazione, e sedette continuando con ben acconcio rammollimento di voce:
– Senti, donna mia! Per te e per il fanciullo i nostri risparmi provvederanno! A me, a me provvederò io! – aggiunse sospirando. – Ho buone braccia e vendendomi a giornata, se il tempo sarà bello, guadagnerò la vita. Quanto a questa povera Maria… quanto a lei e al suo…
– Quanto a me, Dio mi ha mandato in vostro aiuto! – esclamò con bell’atto di sincerità la giovane, che pendeva ansiosamente dalle labbra del padrone. – Non temete, no! Non mancherete di nulla, né voi, né il vostro bambino! – soggiunse buttandosi al collo di Giacinta. – Lavoreremo tutti, lavoreremo sempre, e Dio ci conserverà per i nostri figlioli.
– No, no – la interruppe il cordaio che se piú tardava si sentiva assai disposto a guastar la frittata: – per fortuna ho di meglio da proporvi; meglio per voi e per noi.
E lí le offerse di stabilirla presso il signor Del Campo come massaia, magnificandole il padrone e la sorella di questi, e la casa e i paesi e gli utili di un tal collocamento.
– No, non sarà mai ch’io mi divida da voi in tali strettezze – disse Maria infiammata negli occhi di beata carità.
– Sí – riprese il cordaio; – ma in quali condizioni potreste voi soccorrerci piú largamente se non in quelle che io vi offro? Certamente dovreste qui lavorare tre mesi per buscare quanto in quella casa vi verrà da una sola mesata; e cosí noi potremo giovarci dei vostri soccorsi, se scadessimo a tanto stremo, senza disagiar voi.
– Oh, per l’anima vostra, accettate! – esclamò Giacinta. – Pensate che i nostri bambini saranno in tal modo provveduti per tutto l’inverno!
– Sí, accetto – rispose Maria dopo un istante di meditazione – ma col patto che per tutto l’inverno il mio salario toccherà a voi.
Lí vi fu una contesa, ché al cordaio pareva usura strabocchevole, e poco dono a Maria; e finalmente convennero nel patto, che, se egli non avesse ricevuto ordini per tutto marzo, avrebbe fatto a metà della sua mercede, riserbandosi di retribuirla al rifiorire dei suoi affari. Poscia, cenato che ebbero malinconicamente e recitato il Rosario, andarono a letto; ma la piú mesta, com’era, cosí appariva pure Maria, dacché il contento del bene incamminato stratagemma scompigliava di spesso in viso ai cordai la finta mestizia.
I giorni appresso andarono via taciturni o piovigginosi, sicché non si vide mai viso estraneo dal cordaio, e solo questi s’allontanava talora per i bisogni della famiglia. Peraltro la vigilia del giorno stabilito per la partenza di Maria, fu consolata da un bello e limpido sole; ed essendo uscito il cordaio per i suoi affari, né tornato a desinare, le donne pranzarono da sole; e poi, siccome Giacinta pensò cogliere quell’intervallo di bel tempo per andare al mulino, rimase Maria a guardare la casa. Volle anch’ella approfittare di quel poco di sole per asciugare le sue poche biancherie lavate da piú giorni, e stesele sopra un fiume, se ne stava sul prato, dando un occhio a quelle e un orecchio alla casa, ove dormivano i bambini. Avvenne che lí presso passassero allora, tornando dalle loro faccende, alcuni giovani contadini, i quali, adocchiatala, e fattisi motto l’un l’altro, le si fecero dattorno con piglio schernevole, ed uno fra loro prese a dire:
– Olà, bella Maria, terminaste dunque di apprendere a Giacinta il mestier vostro?
– Che mestiere? – fece alquanto turbata la giovane. – Io non intendo quello che vogliate dire.
– Oh, intendiamo e sappiamo noi! – riprese un altro. – E questo è che ti brucia!
– Se vi prende il ruzzo di scherzare, pigliatevela con chi ne ha voglia – soggiunse ritraendosi la giovane.
– Ah! sfoderi ora il tuo cipiglio da santa? – ripigliò colui che aveva parlato per primo.
– Come non si sapesse che vita facevi a Udine e a Gorizia? Come non ti avessimo letto la vergogna in viso, quando il giorno della Madonna ti scontrasti con quella vecchiaccia, che ti aveva conosciuto in non so quale lupanare?
– Oh, che iniquità è la vostra di oltraggiare una povera donna! – mormorò Maria.
– Oltraggiarti, eh? – continuò un altro di quegli sguaiati allontanandosi nelle piú sconce risate con la compagnia. – Dico io, che se, come è voce, il cordaio si lava le mani di te, fa assai bene i conti prima che la tua lebbra s’appicchi a sua moglie!
Maria s’appoggiò mezzo smarrita allo stipite della porta, ché quelle ingiurie le spezzavano il cuore; e coloro andavano via rivolgendosi spesso con acerbi motteggi e gestacci indecenti; ma tutto ad un tratto s’udí dall’interno della casa un debole vagito, e la povera madre, riavendosi subitamente, corse alla culla del Luigino, se lo tolse fra le braccia, e porgendogli il seno, s’accorse che in grazia sua le forze le bastavano a sopportare e dimenticare mille tanti d’ingiurie. Indi a un’ora tornarono i cordai; ma poiché ella era stata assai triste per tutta la settimana non s’avvidero della cresciuta melanconia. Ben ella scoprendo in loro, sotto una forzata sembianza di dolore, una piú verace contentezza, ebbe agio a riconfermarsi nei sospetti svegliatile dagli improperî di quei mascalzoni. Eppure seppe buon grado ad essi dei molti e delicati accorgimenti usati, per nasconderle il motivo del suo commiato. Solamente, quando il giorno dopo, levatasi per tempissimo, ebbe acconciato nella carretta del cordaio la gerla, e dentrovi il Luigino che pareva in un lettuccio, apprestandosi a montare, gettò le braccia al collo di Giacinta singhiozzando e pregandola di non credere tutto quel male che le avevan detto di lei. La buona donna, sbigottita da quello scoppio improvviso, stava per distruggere affatto la faticosa finzione di quei sette giorni, quando il cordaio s’intromise, e tirata la Maria sulla carretta, e sferzato a piú potere il cavallo, andò via di galoppo per lo stradale di Palma, lasciando la moglie ritta sull’uscio di casa con molte lagrime giú per il viso, e qualche rimorso nell’anima.

XX.

Giunti a mezzo miglio da Bereguardo, incontrarono un calesse con due leggere cavalle stornelle, nel quale erano un signore ed una giovinetta; e questa al vederli fece motto al compagno, sicché fermò di botto le corridore, e si volse al cordaio domandando se gli menava la massaia promessa.
– Signorsí! – rispose il cordaio; – ed eccola qui piena di freddo, e di voglia di far bene.
– Benissimo! – soggiunse la signorina. – Volevo accompagnar mio fratello sino alla fine dello stradone, ma stamane avrà pazienza e torno con voi.
– Torna, che ci ho anzi piacere perché il freddo pizzica – rispose l’altro. – E tu perdonami – aggiunse rivolto al cordaio; – ma ho da correre ben lungi e per grave bisogno. Domani ci rivedremo.
– Oh, la ringrazio! Sarà per la settimana ventura – rispose il cordaio. – Iddio le dia il buon viaggio.
– Oh, grazie! – soggiunse quel signore. – Mandi,(8) Emilia – continuò stringendo la mano della sorella, che era già balzata lestamente a terra. E ad un lieve richiamo le due puledre ripresero la corsa.
Quella giovinetta dell’Emilia non figurava per ragguardevoli bellezze; ma nelle aperte sembianze e nella graziosa persona mostrava tale gioconda purità d’animo, che messi una volta gli occhi ne’ suoi, bisognava guardar al cielo, perché nel togliersi di là non si rammaricassero. Infatti il loro azzurro calmo e profondo somigliava cosa celeste; e quando si volgevano all’alto, e alla queta luce delle pupille s’accordava un sorriso, trasmodante forse il temperato concetto d’un pittore, ma sovrumano ben anco per virginale bontà, tutti i cuori le volavano incontro volonterosi. Maria era per fermo bella di tre doppî; pure non si stancava dal contemplarla, e se taluno le avesse susurrato: «È men leggiadra di te!» certo ne avrebbe riso come di sciocco motteggio. Né Emilia, pel fervido e sincero sentimento del bello che la informava, ristavasi dal guardare Maria; e da quella perfetta venustà di forme, e dalla tranquilla semplicità del volto, intravedeva un nuovo e larghissimo spazio di pensieri: per entro ai quali le era scorto anche il segreto dolore di quelle sembianze, e tuttavia di questo non poteva darsi affanno, poiché accorgendone la mestizia ne indovinava pure la rassegnazione e la pace. Maria parimenti aveva subito compreso l’anima di quella giovinetta; non che come lei se ne facesse ragione, ché in una rozza indole assai tardi maturano i sentimenti in pensieri; ma se le si fosse domandato un giudizio intorno ad Emilia, avrebbe risposto che le voleva un bene da non dire. Ora, pervenuta che fu a Bereguardo (e vi giunse a piedi camminando a fianco della buona fanciulla e del cordaio che menava passo passo il ronzino) si trovava ad essere cosí domestica con la padroncina, che ripensando alla forza convenutale fare a Torlano solo per parlare ad una cameriera, ne strabiliava; non sapendo ella, che è privilegio delle anime buone di conoscersi, direi quasi, prima di toccarsi, come due correnti elettriche; e in ciò consiste, io credo, la loro ventura piú soave. Non ci fu dunque bisogno che Maria chiedesse una culla per il bambino, ché già tutto era apparecchiato, e condotta che fu alla sua stanza, poiché al Luigino era sopraggiunto male lungo il viaggio, gli si fece scaldare il letto, e si accese nella camera un allegro focherello; e lí dappresso si imbandí una saporita refezione, dacché in quanto alle cure spettantile, Maria non doveva porvi mano che l’indomani, dopo essersi ristorata dai disagi del viaggio. Poi la giovine madre scoperse pudibonda il petto per allattare il bambino, e poiché questi strillava, Emilia prese ad accarezzar lei e il bimbo, attizzando ogni tanto il fuoco e domandando a Maria, se era contenta di trovarsi a Bereguardo. La contadinella invero stava in gran confusione per tante morbide cortesie di sí compita signorina; ma la sciolta affabilità di costei dando di frego a quell’umile riserbo, invitò a palesarsi tutta la riconoscenza che si celava in esso; e a dirvi le lagrime, i ringraziamenti, i baciamani di Maria, sarebbe materia affettuosa assai, ma troppo lunga; ed Emilia dal canto suo se ne schermiva, gongolandone in fondo al cuore, e volle inoltre aiutarla nel ricoricare il bambino che sul petto materno aveva trovato un sonno ristoratore. Dopo, fattasi sedere accanto, dinanzi al camino, la villanella, la veniva esortando a dire e fare come in casa sua, potendo essa far conto d’aver al fianco una sorella piuttosto che una padrona.
– Guarda! – diceva Emilia. – Benché sia oggi la prima volta che ci vediamo, a me pare d’averti amata fin da piccina.
– Ed anche a me, veda – rispose Maria; – anche a me mi sembra d’aver vissuto anni ed anni con lei!
Né era maraviglia che dicessero il vero; poiché l’una amava nell’altra i propri sentimenti, la propria sincerezza, la propria bontà.
– Sai che questa è una gran fortuna? – soggiunse Emilia,- sorridendo come soleva sempre. – Ci si accorciano molte e molte noie e…. Oh, ma ora che ci penso! – riprese annuvolandosi come la luna, quando tra le nubi rabbellisce. – Io mi marito presto, e tu che devi attendere alla casa di Bereguardo mi sarai tolta per molti mesi dell’anno! Ma no! – soggiunse con un caparbio cipiglietto. – Io ti ruberò a mio fratello, ché già non ti rubo tutta, e venendo egli a stare con noi, altrimenti non mi sposerei per tutto l’oro del mondo, il danno sarà lieve.
– Ah! Lei si fa presto sposa? – domandò fra un sorriso ed un sospiro Maria.
– Cosí mi dicono – rispose sbadatamente Emilia; – ed è mio fratello che m’ha persuaso d’essere innamorata; ed io, vedi, gli credo per non crucciarlo. Poveretto! Ne ha tanti dei crucci e delle melanconie! E anche tu, sfortunata – soggiunse attorniando del braccio il collo della contadina; – anche tu hai perduto il padre del tuo Luigino! Come te ne deve dolere! Ma almeno te n’è rimasta una memoria viva e spirante, una consolazione ineffabile in quel tuo e suo bambino, mentr’egli invece… Senti – riprese indi a poco tergendosi due lagrime: – io non dovrei forse parlarti dei tuoi affanni, ma a me dà tanto conforto il ripensare alla mia povera mamma, e il parlare di lei, e il piangerne, che cosí credo sia anche degli altri e di te. Senti, Maria, è forse da poco che il tuo sposo t’ha lasciata?
A Maria il pallore era venuto crescendo sul viso durante questi trarotti parlari di Emilia, ma all’ultima inchiesta gli occhi le si coprirono d’una nebbia, e con voce soffocata rispose che erano sei mesi.
– Oh, poveretta! – balbettò la pietosa fanciulla, versando quelle lacrime che Maria si sforzava d’imprigionare negli occhi. – Io almeno posso dire d’averli veduti i miei genitori! Ma lí il Luigino! Sapere di non aver mai preso un bacio da suo padre!- Quello dev’essere per lui una spina quando sarà grande!
Emilia con tali discorsi lacerava, senza volerlo, il cuore dell’infelice madre; ma credendo essa tutti i dolori puri e santi come i suoi, dei quali è sommo conforto alle anime buone ravvivar la memoria, si ostinava in quella innocente crudeltà.
– Via, narrami la tua storia – continuò; – dal dividere con me i tuoi rammarichi avrai gran sollievo! Dimmi! Tu gli volevi un gran bene, eh, al tuo marito? E prima di sposarlo, come avrai sospirato il momento di far con lui una sola casa, un solo cuore per sempre!
– Oh, sí, lo sa il Cielo se io avevo questo desiderio e questa fede! – mormorò fra i singhiozzi Maria.
– Bada invece a me! – rispose Emilia che s’accorse d’avere soverchiamente accorato Maria con quei richiami, e volle distornela. – Io, vedi, lo amo, sí, il mio fidanzato… cioè, gli voglio bene, ma… se mi trovassi sola con lui, scommetto che avrei paura!
– Paura? – esclamò Maria svagata dalle sue angosciose ricordanze per questa bizzarra confessione.
– Sí, paura, paura! – ripeté Emilia. – E quando c’è di mezzo mio fratello, ecco che mi pare mio fratello anche lui, e rido e ballo, e canto come una fringuella; ma se restiamo soli un attimo, mi prudono le gambe di scappare, e la sua guardatura mi dà il capogiro! E poi m’infastidisce quella sua fretta di sposarmi! O che? Per volersi bene, c’è proprio bisogno di giurarselo all’altare? Scommetto io, Maria, che il tuo promesso non aveva queste premure!
– Oh, no! – mormorò rabbrividendo la Maria.
– Or dunque il mio, perché ci batte sempre sopra su questo benedetto matrimonio?
– È che le vorrà un gran bene, un bene dell’anima.
– Oh, bella! Forse che il tuo non te ne voleva del bene?
Maria chinò il capo premendo nel petto un’angoscia indicibile, ma le labbra si mossero senza formare parola.
– Io invece, dubito – riprese Emilia: – dubito, vedi, che non mi si voglia far credere quello che non è, sul conto mio e sul conto suo! Per quanto ti sembri una cervellina, io vado filando, filando sempre, la matassa de’ miei pensieri, e son giunta a dire: «Egli mi assicura che il solo matrimonio è la pienezza dell’amore, e cosí parla anche mio fratello. Oh, donde viene dunque, che io non m’abbia la minima voglia di maritarmi?» Sai, Maria, che è strano? Ma io dico: «Una delle due: o egli non vuol bene a me, o io non lo amo proprio d’amore, o anche…» Ma già – soggiunse ridacchiando come una pazzerella; – è mio fratello che lo vuole, e io farò di contentarlo! Eh, andrei incontro io a ben altro che a nozze per non vederlo sempre melanconico!
A questo punto entrò il cordaio, che bramava salutar Maria e la signorina prima di ripartire..
– Baciatemi tanto tanto Giacinta – disse la prima, stringendogli la mano – e raccomandatele che non si scordi di quanto le ebbi a dire nell’accomiatarmi; e voi compatitemi se vi ho dato noia, mentre vi ringrazio col cuore di avermi condotta in casa di questa buona signorina. E in quanto a quel nostro patto che sapete…
– Sí, sí; ci rivedremo la settimana ventura, ché debbo venire qui per degli affari – rispose il cordaio; – e quanto alla signorina Emilia, sí, sta a lei ringraziarmi di averle procacciato una sí buona compagnia. Oh! Non lo sa – soggiunse rivolto a questa – che Maria è letterata come un prete, e sa leggere e scrivere e far di conto al pari di chiunque?
– Sei anche tanto istruita? – esclamò Emilia saltandole al collo.
– Oh, cosí! Le voglia bene a questa buona creatura – ripigliò il cordaio.
– Oh, gliene voglio assai!
– E voi, Maria, Dio vi renda ogni bene, a voi ed al vostro Luigino.
– Addio! – balbettò Maria. E dopo qualche minuto s’udí nel cortile il rumore della carretta che si allontanava.
– È un buon cristiano, e sua moglie è una pietosa donna – disse Maria togliendosi dalle vetrate, dove erasi affacciata per veder partire il cordaio.
– Oh, sí, è un buono e faceto cristiano, e i contadini, quando si ferma qui la notte, lo odono volentieri raccontar novelle – soggiunse Emilia. – Sai che alle volte mi diverto anch’io ad ascoltarlo, e che mi provai anche a scrivere quelle sue storie; ma l’ingegno non seconda la buona volontà, perché mutandole dalla loro prima vesticciola semplice e vaga nei nostri addobbi e cincischi grammaticali, le guasto spaventevolmente.
– Pure – disse timidetta Maria – ho letto io delle storie semplici e camperecce, ma scritte come va, e parevano scappate dalla bocca d’uno di noi.
Emilia guardò strabiliata Maria, ché aveva detto quelle parole con ignaro candore. E:
– Quali sono tali storie? – le richiese.
– Mi sovviene d’una, che l’ho letta saranno sei mesi – rispose la contadina; – e la chiamavano «I Promessi Sposi».
– Oh, sí, hai ragione! – esclamò Emilia.; – e hai pescato fortunatamente il tuo esempio. Ma sai, oltre il gran cuore, qual mente ci vuole per dettar libri di quello stampo?
– Ebbene – riprese Maria; – le confesserò, sí, che di molte pagine non ci capivo gran fatto, e di quelle non oserei parlare; ma ve n’erano delle altre buttate là cosí alla buona, che se mi ci mettessi, scommetterei io di scriverne di compagne!
Emilia non poté trattenere una bella risata, all’udire quella villanella sfidare candidamente il nostro piú eccellente scrittore, proprio in quel cimento letterario da cui egli solo finora è uscito a bene; e Maria non s’adontò di tale gaiezza, per quanto, stimando averla promossa con qualche suo strafalcione, se ne scusasse modestamente. Ma la giovinetta, pentita di quella fanciullesca scappata, si era rimessa sul grave, e:
– Narrami – riprese – in qual paese costumano fare le ragazze terrazzane cosí letterate come tu sei?
– Il mio paese è sopra Tarcento – rispose Maria – e si chiama Torlano.
– Torlano! – esclamò Emilia. – Dici davvero? Torlano! Oh, che piacere mi dà questa notizia! Sai che mio fratello è andato appunto a Torlano questa mattina?…
– Andava a Torlano? – gridò a sua volta Maria. – E non me l’hanno detto?
– E chi vuoi che s’immagini che tu sia di colà? – osservò Emilia. – E poi aveva gran fretta, poiché la Contessa è in mal di morte, e don Angelo gli ha scritto d’andare lassú anche per aiutar lui, che dopo la perduta cappellania, è ridotto gramo come un accattone.
– Don Angelo non è piú cappellano? La Contessa è in mal di morte? – ripeteva Maria con crescente maraviglia. – Ma ella dunque sa tutto di lassú… e…
– E…? Via, fatti cuore! Cosa volevi chiedermi? Se anche non le sapessi io, ne chiederemo conto a mio fratello, e lo incaricheremo d’infornarsene alla sua prima tornata colà! Ora che ha rotto il ghiaccio, non sarà piú cosí restio a quel viaggio!…
– E… volevo dire… – balbettò Maria: – se avesse per caso contezza… d’un pecoraio che abita a Monteaperto… e che si chiana… Santo.
– Se ne abbiamo contezza di quello sventurato! – esclamò Emilia. – Sai che mio fratello per far piacere a don Angelo si è dato attorno per rintracciare quella sua figliuola che gli è scappata via?!
– Oh, cosa dice! – mormorò Maria, sentendosi tutto il sangue rifluir al cuore.
– Sí, poiché lui, il padre, per colmo di disgrazia, l’avevano messo in prigione, ma poi è venuto fuori che sarà un buon mese, e intanto don Angelo faceva le sue veci nel cercargli la figlia.
– In prigione, lui! In prigione, lui! – diceva singhiozzando Maria.
– Sí, ma rallegrati che fu rilasciato col dire ch’era corso uno sbaglio, e da ultimo don Angelo ci ebbe a scrivere, che gli erano giunte lettere assai consolanti della figliuola, onde gli si era rifatto il cuore.
– Oh, ne sien rese grazie alla Madonna! – esclamò Maria cadendo ginocchione.
In quel momento un rumore di ruote s’udí pel cortile, che venne a fermarsi proprio sotto la casa; onde Emilia, fattasi fuori del balcone, mezzo atterrita, perché credeva fosse suo fratello che tornasse, né sapeva cosa augurare da sí precipitoso ritorno, appena dimessi gli occhi, si ricompose alquanto, e:
– Zitto – disse volgendosi a Maria: – è il mio sposo che mi fa una improvvisata. Potete salir qui – aggiunse fuori della finestra: – purché facciate adagino, essendoci un bimbo addormentato.
– Ho gusto che tu lo veda davvicino per darmene il tuo parere – continuò la fanciulla andando presso Maria, che rizzata e ricompostasi in fretta, era corsa a sedere contro il muro dietro la culla del Luigino. – Ma via, non ti nascondere, non ti dar soggezione! Alla fin fine poi devi avvezzarti a vederlo, se hai da venir con noi quando saremo marito e moglie. E poi, scommetto io che lo conosci da lunga pezza prima di me! Indovina mo’! È il conte…
Non aveva pronunciato quel nome, che già il conte Tullo di Torlano entrava sulla punta de’ piedi nella stanza, ed Emilia gli faceva tra il buffo e il serio un profondo inchino; ma Maria al ravvisarlo, strozzando uno strido che le scoppiava dal cuore, fece un moto repentino contro la parete quasi per fuggire attraverso di essa.

XXI.

Maria non aveva mai veduto il signor Del Campo, giacché molti anni prima che Santo tornasse a Torlano erasi esso distolto di là; e in quel paese, per avervi egli passato la prima giovinezza, tutti lo conoscevano pel signor Valeriano, per cui lei non poteva nemmeno sospettare, ch’egli fosse il fratello di Emilia, e Tullo il fidanzato di questa. La subitanea rivelazione dunque d’un tale mistero, e l’apparizione del Conte la percossero di tanto stupore, e sí angoscioso e terribile, che la mente le andava a soqquadro e per poco non ebbe affatto a smarrirsi. Ma oltreché le vigorose campagnuole non sono cosí perfette maestre di svenimenti, come le nostre gracili regine, la fida compagnia della mala ventura l’aveva temprata per modo, che in breve con supremo conato di volontà riebbe essa il discernimento del luogo e delle persone con cui si trovava. E una sua mano si posò involontariamente sul capo di Luigino, e gli occhi ancora stravolti si fissarono in questo, quasi in sicuro rifugio; ove di fatti perdendo quel truce loro spavento, riacquistarono gli sguardi un malfermo riso d’amore, e l’animo una vigoría sovrumana. Quanto a Tullo, egli aveva socchiuso le labbra, nell’entrare alle solite sdolcerie, lambiccate lungo la strada per abbacinare l’animo sempre vacillante della fidanzata, ma infilzate tre parole, e ravvisata Maria, gli fuggí la memoria delle altre, e rimase come impietrato. S’accorse però in tempo dal viso di Emilia della strana figura che faceva a quel modo, e benché dopo quel primo stupidimento si fosse messo a tremare come una foglia, trovò le gambe scorrevoli tanto da rimenarlo verso l’uscio.
– Non partirete, spero, prima d’averci dato notizie di vostra madre? – disse la fanciulla correndogli dietro e ghermendolo pel gherone. – Già il bambino dorme, e non lo disturbate per nulla.
– Ma gli è che… non sono stato ancora… anzi andavo ora là… a Torlano – balbettò Tullo.
– Non capisco nulla di quanto dite! – esclamò con calore la fanciulla. – Oh, non avete piú quella vostra vocina che pare una musica? Via, parlate dunque!
– Dicevo sommesso per… per non frastornare alcuno – rispose il giovane tornato alquanto in cervello. – Ho avuto da sbrigare molti affari oggi, e solo or ora mi venne fatto di partir da Saletta, e volli passar qui a vedere se Valeriano volesse venir meco.
– Ma mio fratello è partito appena giunse il messo – rispose stizzita Emilia; – e si teneva certo che voi lo avreste preceduto! Oh, chi aveva ad immaginarsi che v’attardaste tanto, quando si tratta forse di veder viva vostra madre per l’ultima volta?
Quanto sconsiderato desiderio di svignarsela era venuto a Tullo dal primo aspetto di Maria, altrettanto, vedendola poi cosí calma e discreta, bramava di soffermarsi per parlarle da solo se poteva, e dirle e chiederle quante mai cose e schiarimenti gli frullavano pel capo. Alla peggio poi confidava alla lunga di leggerle in viso il perché era venuta là; onde pur fingendo badare ad Emilia, ficcava gli occhi all’altro capo della stanza; ma Maria, che da sei mesi rifuggiva coi brividi dalla memoria di Tullo, e da ultimo non si rammentava di lui se non forse avvertitamente nel recitare la seconda parte del Paternoster, da nulla al mondo era adescata a guardarlo; e tenendosi curva sul bambino, cercava anzi, quanto meglio, di non farsi accorgere.
Il Conte tentò ancora di guadagnar tempo, e s’accostò al camino come per intirizzimento che sentisse alle gambe.
– Ho fatto quanto ho potuto – soggiunse egli pure arrovellando per quella misteriosa positura di Maria; – ma che volete? Ho il cavallo da basso che non può reggersi, e ravviandomi tosto, cascherebbe appena fuori del portone…
– Ohimè! – sospirò come infastidita Emilia..- Si tratta di ben altro che di cavalli ora! Oh, non ne abbiamo in stalla noi? Acconciatevi con l’uno o con l’altro, non monta; purché andiate tosto; e crepi la bestia, e voi prendetene un’altra, ché non mancano cavalli al mondo! Orsú dunque! O che, perdete il tempo a riscaldarvi i piedi?
– È che mi punge di lasciarvi dopo sí brevi istanti – mormorò Tullo, che già si vedeva allo stremo di ogni sua astuzia.
– Oh, svagatevi ora nell’inzuccherarmi le solite moine! – gridò sdegnosamente la fanciulla.
E Tullo s’avvide d’essere incespicato per voler troppo camminare; onde vedutosi a mal partito, deliberò di non avventurare almeno a peggior rischio la sua fama d’amoroso figliuolo, e di cercar piú tardi il modo di scandagliare i disegni di Maria e di sventarli anche se attraversavano i suoi. Intanto, ch’ella non gli avesse nociuto presso Emilia lo rilevava dal contegno di costei, che solo della sua scandalosa lentezza lo rimproverava; e del resto l’aveva troppo su per le dita quella figliuola, per solo dubitare che potesse frenare i movimenti di qualche altro sdegno segretamente inspiratole.
– Dunque io volo a Torlano – diss’egli movendo verso la porta. – Ma voi non scendete con me?
– No, no – rispose asciutta asciutta Emilia: – fa un freddo da morire, e vi vedrò partire dalla finestra.
– Addio, allora – soggiunse Tullo; – e se, come credo, que’ medicastri di villaggio mi avranno spaventato a torto, ci rivedremo domani, forse stasera.
– Attendete a curar vostra madre, com’è di dovere – ripigliò la fanciulla.
– Non occorrono esortazioni a ciò – rispose il giovane già uscito dalla stanza. – Ma voi pensate a me, e ricordatevi, che quanto si è promesso una volta bisogna mantenerlo anche a costo della vita.
Queste parole le stampò a voce alta sillaba per sillaba scendendo la scala; ed erano per Maria, alla promessa della quale, di non volersi armare giammai de’ suoi diritti per fargli danno, egli, lo spergiuratore, s’affidava disperatamente, come naufrago all’ultima trave.
– Sono in brutte acque! – pensava egli intanto. – Se quella malcapitata ciarla nulla nulla, addio sposa, addio dote!… Pero che Emilia è sciocca come l’acqua; ma stuzzicata diventa una vipera!
In queste fantasticherie andò alla cucina, dove, chiaritosi del caso che gli aveva menata tra i piedi Maria, si rassicurò un poco; e non disperò di riparare al malanno, purché gli venisse fatto di favellarle da solo a sola un paio di minuti.
Emilia dal canto suo, raccostatasi a Maria, la vide cosí pallida ed afflitta, che non le resse il cuore di staccarsene, e scordò di pianta e Tullo e la promessa fattagli di risalutarlo dalla finestra.
– Che hai, Mariuccia mia? – le andava dicendo. – E donde ti si rincrudisce tanto affanno?
– Non ho nulla, nulla davvero, mia buona signorina – rispose Maria.
– Ma sí, ti dico! Sei tutta contraffatta! – rimbeccò l’altra. – Guarda, ora piangi! – E con un dito le tergeva gli occhi per mostrarle quella rugiada amarissima delle lagrime. – Sai, che se non mi confidi questo tuo cordoglio, finirò col piangere anch’io!
– No, signorina! Non ho nulla, le ripeto; sarà il freddo preso stamane.
– Via, aggiungerò legna allora; raccostati, e prendi ogni tua comodità.
Mentre Emilia rinfocolava i tizzoni del camino, il bimbo ebbe a destarsi e a vagire; e la madre gli porgeva da poppare, ed egli si rifiutava strillando piú che mai.
– Mi sembra che lo prenda la febbre – disse Emilia ponendogli la mano sulla fronte. – Tasta come scotta!
– Oh, sí, poverino, sí, purtroppo! – disse smarrita la contadina. – Oh, come si deve fare ora? E se infermasse gravemente? – E non trovava altra medicina che baci e singhiozzi.
– Aspetta, aspetta – rispose la fanciulla correndo a, rompicollo giú per la scala. – Ora, è il tocco, il medico dev’essere a casa, e sarà qui in due salti.
Maria tutta sconvolta e intenerita le mandò dietro una lunga occhiata di ringraziamento e di speranza; poi si strinse il pargoletto sul cuore, e levò la mente nelle cose celesti. Qual’altra aita le soccorreva quaggiú in tanta discordia di pensieri, di sospetti e di angosce?… Nulla! Come dire ad Emilia: «Quel Tullo non vi ama, sibbene vi mercanteggia; ed io lo so, perché glielo ebbi a rinfacciare, né egli trovo nulla da oppormi; io lo so perché la golosità d’una ricca dote lo trasse a vituperare e a tradir me, sventuratissima madre, e madre per lui!» Come dirlo, e non esser tacciata d’invidia, di furibondo rancore, di maligna gelosia, e non infrangere un voto sacrosanto, e non guastare per sempre la pace di due famiglie?… Dio santo, inspiratemi! – bisbigliava incrocicchiando le mani sul capo di Luigino, che le si contorceva gemendo sui ginocchi.
Emilia, che aveva mandato pel dottore, rientrava in casa, quando sotto il portico s’imbatté in Tullo che mulinando ancora sul modo di vedere a quattr’occhi Maria, non veniva a capo di avvisarlo. Mosse ella un gesto di sgradevole sorpresa, dicendo:
– Come? Voi, ancora qui?
– Sí – rispose Tullo sempre sicuro del fatto suo ove non si trattasse che di mentire; – poiché il cavallo non era in grado di muoversi.
– Oh, non v’avevo detto di pigliarne qualcuno dei nostri?
– No, non importa piú ora; al mio basta rifiatare, ed è di tal razza che rinfranca tosto – rispose il giovane. – Oh, di grazia, ordinate che lo allestiscano, finché salgo un momento.
Ciò dicendo, infilò le scale sperando di aver liberi quei due minuti necessari al suo segreto abboccamento con Maria; ma Emilia, data una voce al cocchiere di Tullo, gli fu dietro con tal rapidità che lo raggiunse mentre entrava nella stanza.
– Che cercate qui? – gli domandò, intanto che Maria si stringeva piú fortemente il cuore pel malaugurato ritorno di colui.
– Cerco… le mie chiavi che debbo aver perdute qui poco fa – rispose quello scellerato.
– Non ci veggo chiavi – soggiunse Emilia rovistando ogni canto della camera. – Hai veduto nulla tu, Maria?
– Nossignora – mormorò l’infelice guardando il suo bambino che non ristava da lamentarsi.
– Le avrò lasciate nella carretta – disse il conte mordendosi le labbra; – sono tanto addolorato oggi che ci perdo la testa! Addio intanto, Emilia! E a rivederci – soggiunse nell’andarsene; – non vi dico di amarmi sempre, poiché alla parola data non bisogna mancare, checché ne costi!
– Buon viaggio: salutatemi la mamma vostra e mio fratello e don Angelo – soggiunse la fanciulla. – E come fu partito aggiunse fra i denti: Che gli salta in capo di parola data? Non gli ho promesso nulla io, e ci batte tanto sopra oggi su questo chiodo, che mi dà la nausea!
Dopo tre minuti Tullo, masticando una litania di bestemmie, spingeva sfrenatamente il cavallo verso la postale di Palma; e giuntovi, anziché svoltare a diritta per Torlano, tirò a mancina, onde Faustino si credette in dovere d’ammonirlo dell’abbaglio.
– Taci là, sciocco – gli ringhiò addosso il padrone; e seguitò a sferzare finché con gran maraviglia del servitore si trovarono a Saletta, dond’erano partiti quattr’ore prima. Là si rinchiuse nella sua stanza, e dandosi dei pugni nelle tempie mulinava cento macchinazioni l’una piú diabolica dell’altra, per togliersi dagli occhi Maria, e schivar con ciò il pericolo, che, venendosi tutto a scoprire, Valeriano aprisse gli occhi sul suo conto, Emilia s’accorgesse di non averlo mai amato d’amore, e la dote, unico scampo ormai al fallimento e alla prigione, svaporasse in fumo di niente.
– Ed anche quei ladroni di Udine vogliono saltarmi addosso per trentamila lire dannate! – bisticciava, movendosi all’impazzata per la stanza. – E una favilla basta a metter fuoco al pagliaio! Dire che a stento li ho tirati a concedermi la tregua d’un mese! Guai se per allora non son fatte almeno due pubblicazioni! Ma si faranno!
E pensò, e ripensò, e diede al diavolo i medici, le malattie, i crediti, i creditori, le innamorate e le spose; rispettò soltanto la dote, alla conquista della quale accorgendosi che poco gli giovavano quelle sue furie frenetiche, si fermò finalmente in un pensiero. Quello gli parve buono in tanto frangente, e cosí, sceso nel cortile e chiamatovi il castaldo ch’era il piú turpe ed astuto omaccio del mondo, gli promise di lasciarlo rubare in sempiterno a suo piacimento, se trovasse maniera di levar di casa ai padroni di Bereguardo una massaia collocatasi presso di loro quella mattina stessa.
– Ma guarda – soggiunse – che non ne devono nascere né sospetti, né strepiti, né dicerie. Per esempio, io scommetto che è senza carte, e questo sarebbe il miglior mezzo di farla menar via, senza dire né tre, né quattro. E spendi e spandi pure, che ti do carta bianca di pagarti sul granaio. Soprattutto, che la signorina Emilia non abbia tempo d’immischiarsene, e bada a ciò piú presto che al resto.
– Faremo del nostro meglio – rispose quel mascalzone assai pratico di tali gherminelle. – E col buttarle addosso una buona accusa, si agirà in modo che la signorina stessa le si volga contro.
– E presto e con diligenza – raccomandò il padrone.
– Non dubiti – grugní il castaldo allontanandosi; – mi metto subito in moto per disporre la trama.
– Oh! – brontolò il Conte. – Finalmente! Ci darei il collo che questa birba la mena e meraviglia; e se ci avesse avuto il suo compagno a Torlano un sette mesi fa, si sarebbe ben rattoppato infin d’allora questo sconcio di Maria! Ma lassú, per non essere mercenarî dei padroni, hanno un certo piglio di spaccamonti, che Dio ce ne liberi! Oh, se saltasse fuori quel Santo di Monteaperto, quello ne farebbe del chiasso! Ma grazie a Pasquale, colui non avrà tempo ora di snidarsi da Torlano, né Maria di lassú a muovere il vespaio. E poi è capace di mantenerla lei la sua promessa, questa vanerella! Oh, che io mi sposi intanto, e poi parlino, gracchino, tempestino a loro agio, che me ne infischio!
Ciò dicendo, si fregò le mani, e imposto a Faustino di rifornire il cavallo, disse:
– Povera bestia! Un’altra ventina di miglia da aggiungersi alle quindici che hai sulla groppa. Presto, corpo di… – aggiunse guardando l’orologio al chiaro della lanterna, e vedendo ch’erano quasi le sette.
Indi, sdraiandosi sulla carretta, e bestemmiando contro il garbino che soffiava foriero di neve, si diede a dar frustate senza misericordia, per riscaldar sé e guadagnar tempo. Ma giunto dopo mezz’ora all’osteria dell’Olmetto sulla postale di Palma, fu costretto a fermarsi, parendogli che al cavallo si fosse sferrato un piede.

XXII.

Santo era bensí uscito di prigione, come aveva raccontato Emilia a Maria, sui primi di novembre, ma non già perché il giudice avesse chiarito l’abbaglio preso dall’oste, ma perché le prove non concorrevano tali da condurre ad una condanna. Perciò, reduce a Torlano, tra le altre disgrazie ci aveva trovato un precetto rigoroso di non muover piede dalla cerchia del Comune, come persona turbolenta e sospetta; del che per altro se si rammaricava da un lato, per non essergli permesso di correre in cerca della figliola, se ne consolava dall’altro nella stima dei compaesani montagnuoli, che non gli era venuta meno per tante e cosí oblique vicende.
Don Angelo era stato dei primi a corrergli incontro con le braccia aperte, ché già il nipote del fattore lo aveva scavalcato dalla cappellania, ed egli ridotto a vivere della sola messa e delle elemosine dei devoti, aveva se non altro un ristoro nel poter stringere la mano a chicchessia senza che altri ne movesse censura. E si erano rinfrancati l’uno con l’altro quei due bravi uomini; e il prete parlava con tanta sicurezza del prossimo ritorno della cara fuggitiva, che il Pecoraio non si stancava mai della sua compagnia.
Quanto ai Romano, anticipato di qualche tempo il San Martino per accomodar meglio i nuovi coloni, essi si erano già trapiantati nel «Casone» di Santo, quando questi capitò in paese. E di ciò non essendo corsa alcuna voce, Giuliana stava commettendo la tettoia d’un bugigattolo nuovamente addossato alla cucina per appostarvi il suo letto e quello dei bimbi, quand’egli, non avvertito, le giunse proprio sotto i piuoli della scala.
– Giuliana! – chiamò alzando la testa quanto poteva.
– Chi mi vuole? – rispose volgendosi la coraggiosa donna.
E non conoscendo sulle prime quella figura macilenta e cenciosa, aspettava che dicesse il motivo della sua chiamata, quando, avendo il Pecoraio soggiunto: «Oh, non mi ravvisate, sono io!», ella diede un grido di gioia, e se invece di scendere non precipitò dalla scala, fu un vero miracolo.
Lí di baci, di abbracciamenti, di sospiri e di lacrime non fu carestia; Santo, pieno il viso di pianto, rimproverava la donna di quelle sue disperazioni, ma lei sconsolandosi piú che mai, diceva fra i singulti:
– Ah, purtroppo siamo noi la colpa di tutto.
– Voi la colpa di tutto? Ma di cosa mai, figliola mia? – riprendeva il Pecoraio.
– Di cosa, eh? Ma l’aver mandato la povera Maria alla perdizione, ci chiamate nulla voi? Ci chiamate nulla l’aver mancato al dover nostro, ch’era di educarla alla semplicità, secondo il suo stato, d’indagare i suoi sentimenti, d’indovinarli, di spiarla nelle sue azioni, e di rendervela tal quale l’avevamo ricevuta?
– Ma, Giuliana! – balbettò Santo. – Se Maria è fuggita di qui, per raggiungere Natale, non si può nemmeno dire che ella sia corsa alla perdizione!
– Ah, Natale, Natale! – rispose la buona vedova strappandosi i capelli. – È vero che non gliene abbiamo dato pieno sentore di questa disgrazia, ma credete voi che non ci avrebbe messo in quiete, se Maria fosse con lui? E invece anche ieri ci scrisse che il congedo è pronto, che tornerà fra poco; ma della giovane non dice nulla, giacché pare che quelle notizie dategli cosí fra il chiaroscuro egli non le abbia volute capire, Natale!
Il Pecoraio, pur confortando Giuliana, si faceva livido in viso, e aveva un batticuore da non dirsi; imperocché egli pure aveva quei sospetti nel capo, ma gli doleva di sentirseli rinsaldati dalle parole altrui. E, del resto, vi sono segreti familiari, dei quali trapelando agli altri alcunché (e siano questi altri amicissimi), pure non possiamo a meno di dolercene e vergognarne ancor piú; ché potendo si vorrebbe celarli all’aria e cancellarli dalla nostra stessa memoria.
– Ma no, vedi, Giuliana – andava dicendo quel desolato padre: – Maria è certamente fuggita per il vostro Natale, ché amandolo piú di sé stessa, e sapendolo malato, non seppe distorsi da quell’avventato consiglio. Ma si sarà poi smarrita per via; è tanto inesperta e tenerella! O forse per essere Natale tanto lontano, faticherà ancora nel viaggio?
– Oh, Santo! Noi, noi ci abbiamo tutta la colpa! – ripeteva la donna sorda a cosiffatti conforti.
– Ma che c’entrate voi, Giuliana? – riprendeva. Santo, – Il vostro esempio non era tale da indirizzarla per ben altra via e da sfreddarle il cervello da quelle sue vampe repentine? Io, vedete, io fui il colpevole, che essendo suo padre, non presi cura di quella fanciulla quanto conveniva.
– Ed era cosí bella, buona e gentile! – seguitava la vedova. – Ed io che avrei voluto correre per tutte le parti del mondo, e prendermela fra le braccia e ricondurla a casa, essere costretta a restar qui, qui, in mezzo a tante disgrazie, e non aver tempo nemmeno di piangere, e dover soffocare la coscienza per darmi tutta a due vecchi impotenti e ai tre disgraziati orfanelli! Oh, se mi aveste veduto qui dentro, mentre tutti dicevano: «Che nerbo, che animo ha quella Giuliana!».
– E mastro Doro e Maddalena? – chiese Santo per quietare quegli spasimi, dando loro volta con altri pensieri.
– Venite, venite a vederli – rispose Giuliana tirandolo per mano nella cucina; – venite a vedere se dei peccati nostri Dio ci ha punito abbastanza.
Infatti, la vista di quei due vecchi squarciava veramente il cuore. Mastro Doro, da quella sua naturale e un po’ sfibrata rassegnazione, era passato ad una attonita pigrizia; dalla quale soltanto spronato, si raddrizzava per un momento, per accasciarsi peggiormente poco dopo; ma piú lacrimevole era lo stato di Maddalena, che affatto rimbambita in quei pochi mesi, non ravvisava nessuno, e volgeva sempre gli occhi intorno, mormorando: «Oh, non viene dunque Maria?», e recitava ad ora ad ora con voce roca e sepolcrale un interminabile Rosario. Né da costei venne fatto a Santo di essere ravvisato; bensí mastro Doro dimostrò qualche allegrezza per il suo ritorno, ma rischiaratosi in viso di quell’interna letizia si rifece indi a poco melanconico come prima, e per dire e fare del Pecoraio, non s’indusse a levarsi dal focolare, presso al quale sedeva rimpetto alla moglie.
– E i fanciulli? – domandò Santo a Giuliana ritornando fuori all’aria aperta, ché là dentro si sentiva affogare.
– I fanciulli sono per legna nel bosco – rispose la donna – e anche quel nabisso di Cecchino è corso con loro, certo per tormentarli.
– Avete la fortuna che a quelli e a voi ride sempre la salute – soggiunse il Pecoraio.
– Oh, Dio ce la conservi! – esclamò Giuliana. Con gli stenti ai quali ci tocca adattarci, non si durerebbe un mese senza esser di ferro.
Tornarono poi a discorrere con maggior calma di Maria, e del modo piú confacente per obbligarla a tornare, o a svelare almeno il luogo di sua dimora.
E poi Giuliana volle udire la storia di Santo e della sua prigionia, e ogni poco si picchiava il petto dicendo che essi erano stati la causa di tutto; ma Santo non udiva da questa orecchia, e voleva esser lui il solo colpevole. E parlarono poscia dei Romano; in quanto ai quali il Pecoraio consentí con Giuliana, che era savio consiglio attendere lassú a Monteaperto il ritorno di Natale; e intanto la esortò a provvedersi d’un branco di capre con qualche soldo ritratto dalle masserizie; ed egli avrebbe a quelle aggiunte le sue pecore, tenute in quel frattempo in società da un suo compare di Lusevera. Si crucciò poi non poco ascoltando in quali mani fossero cascate le cose del Comune, e come i montagnuoli ne rimanessero corbellati, e quanto il signor Pasquale, con la scusa del conte Tullo deputato, spadroneggiasse per ogni verso. Ma finalmente si tolsero da quei mesti ragionari per occuparsi delle loro faccende; e Santo seppe cosí destramente adoperarsi con lo scarso peculio dei Romano, che in capo a qualche giorno ebbe raccolto un buon numero di capre, le quali unite al suo pecorame formavano un discreto gregge.
Né quel primo riso di fortuna si scolorí tanto presto: giacché, dopo non lungo tempo, ebbero a ricevere nel momento stesso due lettere: una di Natale, che era in procinto di muoversi verso casa col suo congedo in tasca; l’altra di Maria, nella quale accennava ella a quella tal consolazione venutale di fresco dal Cielo, e li consolava di non lontane speranze.
– Oh, il perdono è bello e dato, non è vero, Santo? – disse don Angelo rimettendogli la lettera dopo avergliela letta.
– Sí, che le perdono a quella poverina! esclamò il Pecoraio.
Ma mentre l’amore immenso per la sua figliola gli allargava l’anima, un tremendo sospetto lo apparecchiava a ben raccogliere la semente dell’odio e il desiderio della vendetta. Tuttavia, non volgeva allora ben chiari in mente cosí atroci propositi; ed era tutto nella pietà della sua Maria, raminga Dio sa per quali inospiti paesi, o almeno serva prezzolata di gente avida e straniera!
– Santo – disse un giorno Giuliana al Pecoraio – da quindici giorni a questa parte Dio ci spira ogni buon vento; e anche mastro Doro comincia ora a scuotersi da quel suo spaventevole torpore. Ma se venisse Natale, e con quei bisogni che ci stringono, non ci trovasse Michele, oh, non sarebbe un gran cruccio per lui, e una triste vergogna per questo? Voi dovreste scendere a Collalto con don Angelo e persuaderlo di tornare in casa giacché appunto scade il suo contratto.
– Andremo, Giuliana – rispose il Pecoraio – e sarà fatto il vostro desiderio; e certo Michele intenderà ragione, ché dovrebbe arrossire di dar a conoscere al fratello la sua condotta poco cristiana.
Il giorno appresso (era per l’appunto il medesimo nel quale Maria era giunta a Bereguardo) il conte di Monteaperto e il cappellano emerito della parrocchia, scendevano dopo mezzogiorno per la strada di Nimis, disposti a prendervi colà il biroccio di Menico, e spingersi fino a Collalto per fare al figliuol prodigo quella tale ambasciata.
Quei cinque mesi li avevano per verità assai maturati entrambi; né Santo era quel nerboruto e svelto campagnuolo, né don Angelo quel vecchio ritto e robusto della primavera passata, ma andavano via diversamente pezzenti, e tutt’e due – curvi e grinzosi parlottando fra loro.
– La creda, don Angelo, ch’ella farebbe dei grandi risparmi venendo a star con noi a Monteaperto – diceva il Conte villereccio.
E don Angelo gli rispondeva:
– Lo dite, eh, compare? Per me credo che risparmierei anche la messa, imperocché con queste gambe da giubilato mal potrei scendere tutti i giorni da quei burroni fino alla chiesa. E poi, credetemi, Santo, in due come siamo, saremmo troppo stipati, a metterci con voi e con i Romano; e del resto, quel Giacomo e quella Rosina del mugnaio sono due stampi d’oro, e sposati da tre mesi, si vogliono tanto bene, e cosí a pennello si accordano nella loro vita semplice e laboriosa, che a star con essi mi par quasi di stare con voi; e la dozzina è cosí modesta che si riduce quasi a nulla; tanto che Teresa, che è salita in grido di medichessa tutt’intorno, l’ebbe a pagare il mese scorso con i regali della sua clientela; e ce ne rimase anche un paio di capponi.
– Sí, la dozzina, è moderata, e lo so che Giacomo non potrebbe farne senza – rispose Santo; – ma anche le sue entrate, don Angelo, sono molto meschine; e davvero che vederlo trottar via cosí logoro mentre quell’altro cappellanino…
– Sapete che non credevo di lui quanto ora palpo con mano! – s’intromise a dire don Angelo. – È un savio e virtuoso giovane, e di quelli come lui ce ne son pochi; sicché godo di sperare che la parrocchia gli si mostrerà docile e grata.
– Uhm, uhm! – tossí il Pecoraio.
– Lo credereste che è stato tutta la notte al capezzale della Contessa, e ne partí soltanto un’ora fa, dopo che lei diede qualche segno di miglioramento? – continuò il vecchio prete.
Il diffidente montagnuolo non poteva frenare quegli urti di tosse maligna; ma dopo una sonora raschiata di gola, mutando di botto discorso, domandò:
– E al signor Valeriano ha poi scritto?
– Sí, figliolo; son cose queste da domandarsi? – rispose don Angelo. – Siccome so che egli ha molta pratica intorno a Codroipo, e l’ultima lettera di Maria veniva di là, gli raccomandai di rinnovare le indagini, ripetendogli partitamente ogni segnale che potrebbe aiutarlo a buon fine. Ho anche pensato per i Romano, e siccome vorrei che si vedessero tra loro, onde combinare il collocamento in qualche sua colonía, cosí gli ho fatto fretta di venir quassú, dopo quindici anni, poveretto, che non ci viene; del che gli ho recato tal motivo, che della sua venuta, o questa o la ventura settimana, sono certo come di aver il capo sul collo.
– E sua sorella si è poi maritata? – richiese il Pecoraio con un certo viso che non era il suo solito.
– Non ancora per… – voleva dire, «per fortuna» – non ancora per non so qual ragione – soggiunse il buon prete.
– Credevo che si fossero sposati – ripigliò Santo; – perché non ho mai visto in paese il conte Tullo.
– Già – continuò don Angelo con qualche imbarazzo. – Egli dimora a Saletta da cinque o sei mesi per corteggiare la fidanzata. Ma ora, per la malattia della contessa Leonilda, spero… – voleva dir «temo» – che le nozze andranno alle calende greche.
Toccavano in questi conversari alle prime case di Nimis, quando un calesse tirato da due puledre stornelle grondanti spuma e sudore passò rapidamente e volava verso Torlano. Ma il signore che vi sedeva dentro, inferraiuolato fino agli occhi, parve ravvisare in quei due passeggeri qualcuno di sua conoscenza; perciò, accorciate le redini, fermò la vettura cosí di repente che le due puledre sdrucciolarono sulle zampe posteriori; e poi, smontato in fretta, corse con le braccia aperte verso di essi.
– Valeriano, Valeriano! – esclamò con le lacrime agli occhi don Angelo, buttandosi fra quelle braccia.
E cosí stettero abbracciati e senza altre parole alcuni momenti; mentre Santo, ritiratosi due passi, li contemplava sorridente col cappello in mano.

XXIII.

Il signor Valeriano mostrava la quarantina, benché non giungesse a tanto e figurasse bello e robusto uomo; ma a vederlo camminare, la persona dava indizio di greve stanchezza, e quella che in frivolo cicisbeo sarebbe sembrata cascaggine, ed era in lui non consapevole effetto d’inferiore sfidanza, lo invecchiava nel lieve giudizio della gente. Tuttavia, giovanile affatto si serbava ancora la sua voce, la quale muoveva sonora e freschissima; e s’incaloriva talora nei pietosi argomenti e tal altra prendeva dal pensiero tanta e cosí benigna melanconia, che solo dal suono era guadagnato il cuore degli ascoltanti.
A primo aspetto s’intravedeva da questi ingenui e affettuosi segni una latente e immedicabile piaga dell’anima; né era infatti altrimenti, poiché sul tronco fulminato d’un amore infelice s’innestava il suo vivere adulto; del quale speranze, opere, diletti, erano tutti per gli altri, nessuno per sé.
Vissuto egli fin dalla prima infanzia in una villa di Nimis, ed essendo il padre suo ed il conte Alberico di Torlano assai familiari, tra lui e la prima figlioletta di questi si era venuta stringendo un’amorevole domestichezza. Immaginata quanto mai può essere semplice la manifestazione, ed altamente poetico il sentimento d’un amore, si avrà un’idea del legame che annodò fin d’allora quelle due anime. S’amavano come Dante e Beatrice a nove anni; a dodici non potevano stare una giornata che non si vedessero; e quando Valeriano fu comandato dal padre di tramutarsi in città per ragioni di studi, fu una vera disperazione per entrambi. Ma a tutto ciò non badavano i genitori come a puerili caparbietà; e solamente la contessa Leonilda ne torceva il naso talora; sennonché, avvistosene il marito, la rampognava col dire, che dopo tutto se quelle fanciullaggini avessero menato ad un buon matrimonio, egli se ne sarebbe rallegrato; ché se in nobiltà i Del Campo scadevano a petto loro, li sovrastavano poi in dovizie; e d’altronde nelle famiglie, si vuol guardare per il sottile al sangue che entra non a quello che esce.
L’acqua pertanto si lasciò correre alla china, e per i primi anni i due mesi delle vendemmie furono il paradiso dei due giovanetti; ma di poi crebbe e si allargò il contento anche negli altri dieci, quando tutta la famiglia dei Torlano si trapiantò in città per educarvi convenientemente Giudittina; ove stettero un anno dopo che Valeriano ebbe terminata la solita trafila delle scuole. Figuratevi come si ebbero a deliziare i due giovanetti, ritrovandosi finalmente insieme fra quelle colline, ove cosí vive ed amorose spiravano le memorie della loro puerizia! Fino allora non una parola d’amore era corsa tra loro; ma quella volta le labbra non si contennero dal saggiarne la soavità; e tanta dolcezza scoperta in alcuni suoni, di cui da lungo tempo s’erano letti scambievolmente negli occhi il significato, li stupí piú assai che non li confuse.
Furono quelli i giorni di lor maggiore felicità, quando per chine molli di erbette e odorose di fiori, o per rive di tortuosi ruscelli, o per vette coronate di castagni traevano per mano il loro amore a respirare quell’aria montana che tanto somiglia alla celeste; ma fu anche questo un esempio, che se c’è felicità piena quaggiú (e la felicità esiste, ad onta dei tristi che la negano per bile di esserne esclusi) essa dura brevissima; dacché quel loro amore in cui parevano cospirare cosí meravigliosamente il desiderio e la santità di due anime, e l’assenso unito dei parenti, non trovando modo da morire, ebbe a trafugarsi nel cielo.
Fosse viziatura viscerale, o perversa disposizione di umori, od altro, Giuditta s’appassiva di giorno in giorno il bel fiore di giovinezza; né giovò arte medica, o consuetudine di farmachi e di bagni a sospendere almeno quel tracollo di salute. Se tutti ne fossero accorati, è inutile il dirlo; ma nessuno potrà mai comprendere la disperazione di Valeriano, che voleva e non poteva sconoscere l’indole maligna del morbo. Oltre a ciò s’aggiunga, che essendo egli in quel torno rimasto orfano di padre e di madre, e riducendosi perciò la sua famiglia in una sorellina di cinque anni, ogni affetto lo aveva stabilmente rivolto alla fidanzata; e cosí quella sequela di furiose disgrazie, avendolo snervato di forze, negli ultimi mesi di Giuditta si era chiuso in una tal qual melanconica stupidità, che molto dava a temere per la sua ragione. Però s’era raddrizzato al letto di morte della sventurata; s’era raddrizzato per l’indicibile schianto del cuore, e piangendo e baciando la scarna mano della moribonda l’aveva udita raccomandare a lui la fede e la speranza in Dio, almeno per conforto di quella tenera Emilia che senza di lui non aveva sulla terra altra anima amica. Cosí passava quella santa; e l’amore fin sull’estremo sospiro era da lei compreso come generoso mistero della carità.
Là in quei siti – ahi, troppo consapevoli! – Valeriano poteva accogliere da amica la morte, ma non vivere come la coscienza e l’ultimo sospiro di Giuditta gli comandavano; perciò, traslocatosi in quel podere di Bereguardo, là era rimasto sempre nei gravi piaceri degli studi, e nella religione mestissima delle memorie. S’era fatto vecchio il cuore di venticinque anni; e suo ristoro era l’educazione di Emilia, che crescendo, molto ritraeva nell’anima dalla sua Giuditta; ma di rivedere Torlano non gli era dato piú il cuore, poiché temeva il risorgimento d’un dolore cosí disperato, che con qualche tremendo consiglio lo smemorasse dei suoi doveri verso la sorella; e cosí aspettava il giorno che costei si sarebbe accasata per potervisi senza rimorso cimentare.
Spesse volte peraltro il fratellino di Giuditta veniva a dimorare con lui per qualche settimana; e siccome quel Tullo era un giovanetto gracile, vezzoso e pieno di brio, cosí l’aveva caro assai; e piú glielo rendeva tale la somiglianza che gli cresceva d’anno in anno con Giuditta; sicché spesse volte al barlume del crepuscolo, passeggiando insieme sotto un pergolato, gli pareva essere con lei su in Cielo, o rivivere quaggiú ai beati giorni d’amore.
Cosí passavano gli anni, e Valeriano s’era ben accorto che ad onta dell’estrema similitudine, Tullo non imitava la sorella nell’ammirabile integrezza dell’animo, e nell’incrollabile giustizia della volontà e dei giudizi; ma per la soverchia arrendevolezza propria delle anime afflitte, si lasciava ammaliare dalle grazie quasi femminee del giovane; e siccome Emilia aveva passato in quel frattempo i vent’anni, e a lui forse per la gran voglia che n’aveva, era occorso d’avvisare fra loro una timida corrispondenza d’amore, cosí si proponeva con l’indole aperta e virile di costei rafforzare l’animo vacillante di quello. Il che gli parve ottimo disegno; né solamente perciò; ma anche perché gli si porgeva facile un mezzo da racconciare onestamente le cose domestiche di Tullo, rovinate alla peggio dopo la morte del conte Alberico.
È singolare dei vissuti in un solo affetto lo specchiarsi ogni dove in quello; e cosí in un anno di esperimento, negli ultimi cinque mesi, dacché Tullo si era accasato a Saletta, Valeriano aveva trovato cosí amorosi e costanti gli omaggi del Contino, e cosí discreto il contegno della fanciulla, da scorger nato fra essi quello stesso amore che lui giovane aveva beatificato.
Perciò, dopo molti ammonimenti per vincere, secondo lui, la modestia della sorella (i quali vedemnno come da lei fossero intesi) con gran gioia propria, e grandissima, benché diversa, di Tullo, aveva stabilito le nozze pel principio d’inverno; ma appunto si era ordinata nella parrocchia la prima pubblicazione, quando sopraggiunse un male d’apoplessia alla contessa Leonilda; e Valeriano, chiamato da costei, e partitosi sulle nove da Bereguardo dopo aver lasciato Emilia con Maria, s’affrettava a Torlano, quando fuori di Nimis aveva incontrato don Angelo e Santo.
– Ah, Valeriano! Son tre anni che non ti vedo! – disse il vecchio prete ricomponendosi dall’effusione di quei primi abbracci.
– Colpa sua, don Angelo – rispose Valeriano – che non viene piú a trovarci, e si dimentica ch’io le debbo la scienza dell’Abicí e dell’Abbaco! Sapeva pure che avevo fatto mezzo voto di non rivedere Torlano senza stringente necessità, se prima non si fosse accasata Emilia. Del resto poi, le giuro che la chiamata della Contessa non mi ha fatto anticipare che di qualche giorno il viaggio impostomi, almeno fino a Nimis, dalla sua ultima lettera.
– Oh, grazie, grazie, figliolo!
– E, al fatto, la Contessa come sta?
– Riconfortati, ché sul mattino si riebbe da quel lungo smarrimento e prosegue a migliorare…
– Tullo sarà già arrivato da qualche ora!
– No, davvero; anzi il cappellano, che mi diede contezza di donna Leonilda, disse anche, che lassú erano inquieti di non vederlo giungere.
– Oh, come mai si è tanto attardato? Meno male che non ci sono peggiori malanni! A proposito, don Angelo; e quella fanciulla di cui mi ha fatto tanto mandare in cerca da tre mesi a questa parte?
– Cosa n’è? – richiese tutto sospeso il buon prete.
– Indovini, mo’?
– Parli, signore, parli! – esclamò Santo che porgendo l’orecchio ai loro colloqui si era avanzato precipitosamente a quelle parole.
– Orbene! Quella fanciulla credo d’averla in casa mia a Bereguardo!…
– Dio! Sarebbe vero! – gridò Santo giungendo alte le mani.
– Di’, dunque! Parla, figliolo! – seguitava don Angelo.
– Non dice che è una fanciulla di Torlano per nome Maria, sui vent’anni all’incirca, con grandi occhi neri, persona svelta e carnagione assai bianca per una contadina; insomma, meravigliosamente bella, e che deve aver seco un bambino e che era due settimane fa a Codroipo?
– Sí, sí! – veniva rispondendo don Angelo, mentre Santo si mordeva le labbra, piangeva, si storceva le mani, si premeva il petto, e arrossiva e impallidiva mano a piano.
– Insomma è quella, non c’è dubbio! – rispose Valeriano. – E ne ebbi un qualche sospetto fin sette giorni fa, ma non volli lusingarvene prima di averla veduta; e stamane il canapaio, che me l’aveva proposta per massaia, veniva con lei a Bereguardo, e squadratala nel momento che ebbi a fermarmi con loro, quel mio sospetto si tramutò in certezza!
– Oh, la mia Maria! – esclamò il Pecoraio singhiozzando come un bambino.
Allora solo Valeriano s’accorse di lui che si mostrava commosso a quel segno; e don Angelo, fattoglisi all’orecchio:
– È suo padre! – mormorò.
– Oh, se è cosí, correte tosto! – soggiunse Valeriano. – Ma vi raccomando, perché presso mia sorella si è data per una vedova, e non vorrei che ne sapesse altro, almeno prima di essere maritata.
A Santo illividirono le labbra, ma la gioia soppresse ancora una volta ogni altro sentimento, e stendendo le braccia tremolanti, esclamò:
– Ma è sana almeno, la mia figliola?
– Oh, sí! – rispose Valeriano. – E consolatevi, che quel canapaio, presso il quale era da ultimo, ha un cuore di Cesare. Ed ora che ci penso, se voleste farmi compagnia, domani quando torno in giú…
– Oh, no! – gridò Santo. – Subito voglio correre! Se sapesse quanta contentezza froderei al viver mio tardandomi d’un giorno solo questa consolazione!
– Allora, voltate i miei cavalli e andatevene! – disse sinceramente Valeriano.
– No, giungerò prima col cavallo di Menico che è fresco – rispose Santo. – E grazie sieno rese a lei di tanta carità, e del gran bene procacciato ad un povero padre.
– Oh, cosa fate mai! – diceva Valeriano schermendosi dai baciamani di Santo, e impedendolo dal gettarglisi ginocchioni dinanzi. – La Provvidenza ha prescelto questa via per mandarvi un cosí dolce conforto, ed io non c’entro per nulla!
– A rivederci, don Angelo! Grazie, e Dio lo rimeriti con ogni benedizione, mio buon signore!
E il Pecoraio, a cui scottava la terra sotto i piedi, passò correndo Nimis, che non se n’avvide, ed entrò nell’ultima casa che era quella di Menico; ma costui non c’era e neppure il cavallo, che erano partiti l’uno tirato dall’altro per Tarcento; perciò Santo, insofferente di qualunque indugio, prese a tutta corsa verso Udine, contando di richiamare al dover loro le gambe per modo, da trovarsi sotto Palma prima dell’ora di notte.
Infatti, camminando come mai non aveva camminato neppur da giovane, vi giunse che erano le sette; ma passata la fortezza, sempre diretto per la postale, gli sovvenne di non saper egli piú oltre la strada e tanto meno il nome della villa del signor Valeriano; cosicché proseguiva con la lusinga d’incontrarsi in chi gliene desse schiarimento, quando, giunto ad una taverna romita s’abbatté in una carretta fermatavi dinanzi, con dentro due nonnini, uno dei quali raccomandava ad un garzone di stalla accorso con la lanterna, di guardar bene se una zampa del cavallo non fosse sferrata.
– No – rispose colui dopo breve esame; – i ferri sono tutti saldi: e soltanto nel destro dinanzi s’era incastrato un ciottolo.
– Certo era cosí – soggiunse quello della carretta. – Ed ora – continuò volgendosi al compagno – prendi tu le redini, Faustino, ché io perdo le dita; e sferza a piacere che si possa forar Palma prima della levata dei ponti, e giungere a Torlano, prima della neve.
Faustino alzava la frusta, quando Santo, alle parole e al chiaror fioco della lanterna, avendo riconosciuto il conte Tullo, s’appressò con una umile levata di cappello a chiedergli la strada per andare alla villa del signor Valeriano. Tullo, ravvisando il padre di Maria e ascoltando quella domanda tremò dal capo alle piante tutt’altro che per il freddo; ma pure, quando appunto Faustino nel silenzio del padrone s’apprestava a rispondere, si rincorò tanto da dargli una spinta col gomito, e da potersi volgere a Santo, benché con lo scilinguagnolo non molto spedito, dicendogli, che tirasse diritto tre buone miglia fino a raggiungere sulla destra uno stradone di olmi, e che svoltasse per quello, ché dopo non poca strada sarebbe arrivato a Bereguardo.
Faustino faceva gli occhiacci nell’udire le false indicazioni date dal padrone; ma questo non gli diede tempo di aprir bocca, ché salutato asciutto asciutto il Pecoraio, e strappate di bel nuovo le redini di mano al servo, spinse il cavallo alla piú sfrenata carriera. Né ben uscito da quella sorpresa l’attonito servitore ripiombò in un’altra; poiché divorato a quel modo un buon tratto di strada, ecco che il padrone svoltò precipitosamente con pari furia all’Olmetto. Lí entrato, dopo molto picchiare, perché si erano coricati, scrisse poche righe con la matita su un pezzo di carta, e tratto in disparte Faustino, gli disse di correre a briglia sciolta a Bereguardo, e là, dopo narrato ch’egli aveva proceduto verso Torlano con cavalli di posta, chiedere di Maria, di quella massaia di recente capitata, e consegnarle quel biglietto con dire che vi si contenevano segreti di gran rilievo per lei; tornasse poscia a spron battuto all’Olmetto ove egli lo attendeva.
Faustino volle batter becco; ma il padrone glielo richiuse strepitando, perché non era già in istrada; perciò egli, senz’altro lambiccarsi, riposto il biglietto e racconciatosi in carretta, scomparve rapidamente nel buio della notte. Tullo, salito ad una camera, che guardava da un lato la strada e dall’altro un orticello, stette chinato fuori del balcone finché gli giunse lo scalpitío del cavallo; poi, richiuse le impannate sedette davanti al lume, con i gomiti puntellati e gli sguardi confitti sulla tavola. E pensava e bestemmiava, e si dava al diavolo per non aver provveduto per tempo, sei, sette mesi prima, a quel brutto affare di Maria.
– Ma già non giova pentirsene – mormorava, e giú una bestemmia. – Giova piuttosto sperare, che quell’allocco di pecoraio si sarà sviato a buon tratto da Bereguardo, e che Faustino vi arriverà prima di lui. Confido che Maria, con quell’ammonimento che le mando, non sarà cosí gonza da lasciarsi trovare (e giú un’altra bestemmia). Basta!… – E tacque; ma al volger torvo degli occhi, e allo scolorire delle guance e all’annaspar convulsivo delle mani si avvisava che i pensieri suoi non erano tanto piacevoli.
La Provvidenza intanto aveva aiutato il Pecoraio contro i desiderî del Conte. Già all’improvviso partire di costui, Santo era rimasto di sasso con mille domande sulla punta della lingua, e poi ripreso il cammino gli sovveniva cosí poco di quelle indicazioni dategli cosí a precipizio, che non se ne volle fidare; e abbattutosi in un tale che sboccava sulla via maestra da uno stradoncello campereccio, ripeté a quello le sue inchieste.
– Fortuna ci ha fatto incontrare – rispose colui; – ché io sono appunto il castaldo di Bereguardo. Andando per la battuta l’allungavate di quattro buone miglia, mentre svoltando qui subito a mancina, ci siamo in venti minuti.
– Bereguardo del signor Valeriano? Ma non è sulla destra? – domandò Santo impiantandosi all’imboccatura del sentiero, per cui l’altro andava frettolosamente.
– No, che vi sognate? – rispose il castaldo. – Ci abbiamo, sí, delle coloníe anche da quelle bande, e ne vengo appunto ora; ma il caseggiato padronale è sulla sinistra, perbacco!… Venite, venite dietro a me, e non abbiate paura.
Santo dunque gli andò dietro, stimolandolo sempre per la gran fretta ch’egli diceva d’avere; ma intanto almanaccava, come mai il Conte avesse preso tale abbaglio nell’insegnargli la via. Dopo un quarto d’ora, durante il quale il castaldo interrogava ogni tratto il compagno e rispondeva per lui, giunsero ad una cancellata di ferro, e apertovi uno sportello:
– Eccovi a Bereguardo, compare – disse quel chiacchierone; – e vantatevi d’avermi fatto sudare di notte a mezzo dicembre. Se cercate della padrona, come pare, salite quella gradinata lí, dove il chiaro del lume traspare dalla vetriera, e già non essendo le nove, la cena sarà ancora in cucina. E addio, galantuomo!
Santo trovò per miracolo un filo di voce da mormorare un «grazie!»; poi, mentre il castaldo si rivolgeva con creanza a spiarlo, salí la gradinata premendosi il petto con ambo le mani; ma guadagnatone il sommo (e gli scalini non eran che sette) si sentiva quasi venir meno; onde rimase un istante colla fronte appoggiata alla parete volgendo in capo quell’affannoso, e dolce e tremendo pensiero: «Sarà lei o non sarà lei?» Alfine, fattosi il segno della croce, rincacciò negli occhi le lagrime, e alzato il saliscendi, mise il capo prima, poi tutta la persona nella stanza col solito «Deograzia!». Ma sí il cuore che la voce gli tremarono piú che mai, quando, rispostogli che la padrona era disopra con una massaia di fresco arrivatale, egli espresse il desiderio di salire a trovarla colà.

XXIV.

Il medico chiamato qualche ora prima per il Luigino, dopo visitatolo accuratamente, se n’era andato promettendo di mandare indi a poco un certo suo beveraggio da farne ingollare al bambino un cucchiaio per ora; ma a dirla schietta egli non ci vedeva chiaro in quella malattia. E la madre meschina, rimasta sola per le faccende caserecce di Emilia, tra il pericolo del figliol solo e lo spavento di rimanere piú a lungo in quella casa, altro presidio non trovava che volgersi alla Madonna, e baciare quella santa immagine che le pendeva dal collo. Ché se libera fosse stata col bimbo robusto, certo sarebbe fuggita altrove; ma di volersi muovere per allora il pensiero era vano, e si proponeva di farlo con qualche accorgimento o pretesto non appena il bambino si fosse nulla nulla rinfrancato. Stava in tali trepidazioni, e non rifiniva tra sé dal ricordarsi il voto giurato a Dio di non attraversar mai con le sue confessioni i disegni di chi l’aveva vituperata, quando tornò Emilia recando un lume; e curvatasi ella sul bimbo che si contorceva nella culla fra la veglia ed il sonno, le domandò se gli avesse dato la medicina.
– Gliel’ho data cosí come il medico volle – rispose Maria; – e ne avanza ancora per due volte, e sembra che lo quieti a poco a poco.
– Ma brucia ancora come brace! – esclamò la giovane ponendogli una mano sulla fronte.
– Non però di quel bruciore cattivo – soggiunse l’altra – perché suda tutto, e il sudore lo solleverà.
– Tu intanto lasci spegnere il fuoco – riprese Emilia – e non restando tiepida l’aria, gli si sfredderà il sudore sulla pelle.
E impugnato con le manine un enorme attizzatoio e rammucchiate le brace, vi dispose sopra una bracciata di stecchi; ma tardando a divampare, e non soccorrendole il soffietto, si inginocchiò lei stessa, e abbrustolendo quel suo bello e delicato viso sulla braciera si pose a darvi dentro con tutto il fiato dei suoi polmoni, sicché arrossava e si gonfiava le guance come una sguattera, e si spruzzava l’abito, il collare e gli occhi di cenere.
– Oh, cosa fa mai, cosa fa mai! – gridò Maria che, intenta a rassettare le coltri intorno alle spallucce del bimbo, pure si volse, udendo sotto un soffiare sí smoderato. – Per carità – aggiunse sollevando Emilia, e accoccolandosi lei a finir la bisogna; – non parrebbe cosí ch’io venissi qui per farmi servire?
– Eh, che montan le cerimonie? – oppose con angelica spensieratezza Emilia. – Si fa un po’ per uno; ed anche chi sa che non tocchi a me qualche volta a servir gli altri, e allora avrò diritto di farmi dare una mano.
Allo scoppiettare della fiamma Luigino si destò con un vagito che fece tornare la mamma alla sponda del letticciuolo; ond’ella, piegandosi verso di lui, gli porse amorosanmente il petto e questa volta egli vi apprese avide le labbra, e si addormentò, che il tremito febbrile s’era di molto allentato.
– Perdonami, sai – disse Emilia – d’averti abbandonata per sí lunga ora col bambino malato; ma quando è fuori mio fratello, sta a me far i conti dei giornalieri, e questa sera n’ebbi fin sopra i capelli.
– Oh, beati quei giornalieri! – esclamò Maria. – Io scommetto che per quanto dolce sia il suo signor fratello, non lo vedranno mal volentieri dar le spalle al portone, quando si avvicina l’ora di saldar le partite.
– Credi però che non sappia il fatto mio? – soggiunse ridendo la fanciulla.
– Credo – rispose l’altra – che saprà anche i fatti degli altri, onde sarà larga e corriva con quei contadini. E come ho detto prima «Beati loro!».
– Infatti – riprese Emilia – non posso dire di far loro paura; e quando vedono me seduta maestosamente nel seggiolone dello studio, e con dei grandi scartafacci dinanzi, e con le dita e il naso sporchi di inchiostro, corrono e corrono e corrono in tal frotta, che in breve n’è stipata la stanza. Sicché poi mio fratello per un paio di settimane non ha piú niente da fare.
– Vede se io son buona d’indovinare? – disse Maria.
– Ma non è cattivo nemmen lui, ve’! – riprese Emilia. – Soltanto alle volte infilza dei grandi ragionamenti sul modo che convien tenere nel beneficare altrui, e sugli accorgimenti da usarsi per non essere corbellati dai neghittosi e dai furbi; ma venendo all’atto, darebbe la camicia a uno scappato di prigione, e cosí conoscendo egli codesta propria dabbenaggine, e non volendo scornare quelle sue dottrine di prudenza, quando gli vien tra i piedi gente a raccontargli disgrazie, scappa come un diavolo, e grida: «No, non ne voglio sapere! Siete fannulloni, e vorreste abbindolarmi! Andate da Emilia, ché a tali cose ci pensa lei!»
– E lei pone ordine a tutto! – soggiunse con un sorriso Maria.
– Sicuro! E ti so dire che, se venendo strascicavano le gambe, si partono ballando come cutrettole, ché io ho questo temperamento di non poter sopportare melanconie.
Mentre diceva tali cose la buona padroncina, entrò la cameriera a significarle che in cucina era un’accolta di operai, di manovali e di braccianti che chiedevano di lei.
– Vedi! – soggiunse ella. – Vedi cosa ci guadagno? Quelli che vanno via danno la voce agli altri, e tutto s’addossa a me!
Maria rimasta sola di bel nuovo s’inginocchiò presso la cuna a recitare divotantente il Rosario; questa manna delle anime villerecce. E ad ogni posta, sostava un momento pensando per il bene di chi dovesse partitamente indirizzare a Dio quelle preghiere; e la prima la dedicò a suo padre, e la seconda per don Angelo, e la terza per Giuliana, per Natale e quei poveri Romano, e la quarta per la signorina Emilia, e la quinta pei fittaiuoli di Spilimbergo, e pel cordaio e Giacinta, e per tutti, anche per coloro che le avessero fatto del male… «e anche per lui! – ebbe la forza di pensare; – anche per lui acciocché Dio gli tocchi il cuore, e se è destinato che sposi questa cara signorina, le faccia buona vita, e vivano sempre felici!». Poi aggiunse un De profundis per i suoi morti, e per la sua buona mamma, e avendo udito della malattia di donna Leonilda, recitò un Salve Regina anche per lei. Ascetici e miscredenti, ve lo dico io, che se l’avessimo veduta pregare con sí fervido raccoglimento, e lettole nel cuore un sí generoso oblío delle ingiurie, riverenza ci avrebbe piegate a terra le ciglia.
Prima delle sette riebbe la compagnia di Emilia tutta ancora festosa dei soccorsi e delle fratellevoli parole largheggiate ai suoi contadini; né per nulla i poverelli di buon tratto all’intorno se la tenevano in cuore, come una reliquia, e solevano chiamarla la Buona Signorina di Bereguardo.
– E cosí, il Luigino? – domandò ella.
– Si dimena a tratti, ma dorme – rispose la contadina.
Stettero allora conversando domesticamente: e Maria stupiva fra sé di arrendersi cosí facile ad un discorso quasi fraterno con persona tanto maggiore di lei; ma piú meravigliava Emilia di scoprire in semplice villanella una sí ammirabile discretezza di giudizi, e delicatezza di sentimenti non solita a rinvenirsi anche in donna bennata. E un certo suo modo di favellare semplice e rozzo bensí, ma vago di ben dipinte immagini, e di veemenza affettuosa invogliavala appunto a domandarle, dove l’aveva imparato quel bel tenore di discorso, quando s’udí salire la scala un rumore di passi concitati, e, spalancata da mano impetuosa la porta, Santo pallido, ansioso, barcollante entrò nella stanza. Né gli bisognò cercare con gli occhi, ma correndo ove il cuore lo chiamava, si gettò fra le braccia di Maria, gridando: «È lei, è lei!»
Questa, che nel primo strepito erasi rizzata ponendo una mano sul capo al Luigino, a quegli amplessi sí desiderati e temuti, ricadde semiviva sulla seggiola mormorando:
– Padre mio!… perdono, padre mio!…
E piangevano e si tenevano stretti petto contro petto, bocca contro bocca, le braccia intorno al collo a vicenda: e dietro ad essi Emilia piegavasi a guardarli con tal atto di beato stupore, che da solo chiariva l’indole sua gentile e pietosa. Cosí stettero qualche poco; sicché la cameriera, che aveva seguito Santo all’uscio, non sperando di saperne altro, scese frettolosa a spandere la gran novella in cucina. Ma se tacevan le labbra, non restavano muti gli sguardi de’ due poveretti; i quali tralucevano fra le lacrime, e di mille affetti, di mille cose parlavano; quando, a svegliarli ambedue da quell’estasi d’amore s’intromise un vagito del Luigino. Santo si volse, come per una stilettata che lo trafiggesse improvvisa; indi alzò gli occhi nella figliuola, e lesse su quella faccia un pentimento sí umile e veritiero, che recatasela di bel nuovo fra le braccia, i loro pianti un’altra volta si confusero.
– Oh, sí, ti perdono, figlia mia! – mormorò Santo, quando da quel tumulto d’affetti gli fu consentito un filo di voce. – Ti perdono, perché devi aver molto sofferto, pensando a quanto io soffrivo; ma, vedi, tu non ponesti fiducia nel padre tuo; e ti bastava svelare il nome di quello sciagurato che t’ha tradita, perché io…
– Basta, padre mio! – esclamò Maria frenando d’un gesto la voce di Santo, che si veniva fieramente incalorando. – Basta! – soggiunse piú piano accennando con l’occhio ad Emilia.
Allora soltanto, seguendo l’occhiata della figliuola, Santo s’accorse della signorina che stavagli dietro, e rimase tutto confuso, volendo levarsi a farle reverenza, né potendolo ancora; onde, come non sazio, si rimise a baciar Maria, e a contemplarla amorosamente; e ciò facendo, le braccia gli si ergevano al cielo, e prima delle braccia il cuore a ringraziar Dio di tanto bene riavuto; e compagne in quel movimento di preghiera gli furono Maria ed Emilia. Ma costei, avendo prima inteso dalle tronche parole di Santo quel tanto che poteva intendere, covava, in fondo in fondo un pocolino di astio contro Maria, che non l’aveva creduta degna di entrare a parte d’ogni segreto; ed era troppo sincera e troppo pura ed aliena dai rispetti umani la semplicetta per capire, aver l’altra avvedutamente taciuto per non isfiorarle quella sí candida verginità di mente.

XXV.

Finalmente, dal linguaggio delle lagrime e delle occhiate, passarono piú spediti a quello delle labbra; ed Emilia, benché imbronciata non poco, essendosi tuttavia ritratta con delicato accorgimento, appena rimasero soli, i loro cuori traboccarono.
– Padre mio, padre mio! – balbettò Maria cadendo ginocchioni con gli occhi tutti bianchi, e le mani strette angosciosamente alle tempie. – Pietà, padre mio, per questo figliolino innocente!
– Alzati, figliola! – rispose Santo. – Tanto chi è puro di ogni colpa non ha d’uopo di perdono, come intero lo merita chi si è pentito. Oh, chiedilo da luogo piú alto il perdono, figlia mia!
– Io l’ho chiesto al Signore con il cuore, con le labbra e con le opere! – soggiunse Maria. – Gliel’ho chiesto per giorni e notti intere; e gli chiedevo anche la pace per te, papà mio, e per tutti gli altri miei cari; e domandavo che la penitenza gravasse me sola, e l’ignominia fosse per me sola, com’era di me sola il peccato!
– Sí, sí, ti credo! – riprese Santo tirandosela sulle ginocchia. – E credo alla sincerità del tuo ravvedimento, di cui ebbi mallevadore anche don Angelo.
– Povero don Angelo! – mormorò Maria. – Ma voi, voi, padre mio! Dove siete stato per tutto questo secolo? Mio Dio, in prigione mi hanno detto! Voi in prigione, mentre io… Oh, ma non c’è dunque giustizia né in terra né in cielo?
– Non bestemmiare, figliola – soggiunse Santo; – ché io pure avevo gravi peccati da scontare, e solo ringrazio la Provvidenza che fu lieve la pena e susseguita da immenso favore.
Lí egli si fece a narrar brevemente la sua disperazione il giorno della fuga di lei, quando l’aveva creduta morta addirittura, e le angustie al ricevimento della prima lettera e le dicerie del suo amore per Natale, e il pellegrinaggio verso l’Ungheria interrotto dall’incarceramento di Monfalcone, e i primi terribili mesi di prigionia, e l’ultimo confortato dalla lettera di don Angelo, e il ritorno a Torlano, e le disgrazie dei Romano, e la forzata dimora in quel paese, e la partenza da ultimo alle notizie di lei avute nell’incontro di don Angelo col signor Valeriano.
– E in tutto ciò c’è la mano di Dio – concludeva Santo – che con lunga via crucis mi condusse al bene, per darmi modo di scontare la mia pena, senza perdere la felicità, né in questo mondo né nell’altro. Ch’Egli sia lodato! – soggiunse; e abbracciando la figliola la pregava di narrarle i suoi casi, e com’era alfine capitata in casa del signor Valeriano. Al che di buon grado s’arrese la giovane, cominciando il racconto dal mattino della fuga; e il padre non pareva contento di questa mezza confessione, ché come padre stimava ormai diritto e dover suo ascoltarla intera; sicché guardava alternamente il bambino e la figlia, e non potendo piú trattenersi:
– Ma il none di colui? – le bisbigliò all’orecchio con tal voce nella quale l’odio lontano fremeva benché attutito dal vicino amore.
Maria mise un gran sospiro, e girati intorno e assorti gli occhi nel cielo, stette un istante pregando in devoto atteggiamento.
– No, il tempo non è giunto che io possa dirti quel nome senza pericolo – disse dopo preso consiglio da Dio, e con voce sí tremula e sommessa che appena la udirono le orecchie intentissime del padre: – Te lo giuro sull’anima mia, che Dio mi comanda di tacere!
Santo chinò il capo alle gravi parole della figlia; ma una luce spaventosa di pensiero strisciò negli occhi suoi, cosí pieni di amore pochi momenti prima; e gli s’inturgidirono le vene delle tempie, e quando sollevò la faccia, era stravolto come per vista di diabolico apparimento.
– Hai ragione, figlia mia – mormorò con voce serrata nella strozza; – non sei tu che deve parlare per ora!…
– Oh, dimentichiamo tutto, padre mio! – esclamò Maria sgombrandogli la fronte con un bacio da quelle rughe sinistre.
– Qui, qui, col tuo capo sul cuore, tutto si dimentica! – rispose Santo.
E mentre di bel nuovo si sfogava la loro lunga sete d’amore, un alterco di voci si udí sul pianerottolo, ed Emilia, con in mano una carta, entrò nella stanza rinchiudendone l’uscio.
– Prendi, Maria – diss’ella: – ti mandano questo biglietto da leggerlo subito, come cosa segreta e di grande interesse.
Ma Maria indarno s’ingegnava di discernere i segni della matita fra le lacrime che le velavano gli occhi; e tutta nel pensiero di suo padre, e non ancora capace di muover parola, coi motti e coi cenni significava che la leggesse pur lei.
Emilia si appressò dunque alla lucerna, e messi gli sguardi nel carattere, impallidí, ché tosto lo riconobbe; e nullaneno lesse coraggiosamente, benché parola per parola le andasse morendo la voce:

«Maria, fuggite subito subito; se volete, anche con Faustino, che vi condurrà dove meglio v’aggrada. Vostro padre viene furibondo a Bereguardo. Paventate per la vostra creatura!».

– Chi scrive queste infamie? – urlò Santo balzando su Emilia, che si accasciava sulle ginocchia.
– Tullo! – mormorò ella tra meraviglia ed orrore, svenendo del tutto.
– Ah, dunque è proprio lui! – gridò il montagnuolo ficcando due sguardi fiammeggianti in viso a Maria, che pallida, traballante, scapigliata gli si stringeva dattorno. – Il figlio tradisce la figliuola, come il padre mi ha ammazzato il padre! No, no! Lasciami. lasciami, ti dico!! – urlava furibondo.
E strappatosi dalle braccia di Maria, la ributtò fuggendo contro la culla del bimbo; e aperta a precipizio la porta, mosse a salti giú per la scala. Sul quarto gradino raggiunse Faustino, che fermatosi sul pianerottolo a spiare, aveva stimato opportuno svignarsela alle grida di Santo; ma questi, non accecato, ma illuminato dal furore, lo riconobbe al barlume che pioveva dall’alto per la porta spalancata, e serrandogli un braccio lo trasse giú con lui a rompicollo.
– Conducimi dal tuo padrone! – comandò il pecoraio come giunsero sotto l’atrio.
Colui voleva schermirsi, ma egli non gliene lasciò il tempo, e ripeté con voce sordamente minacciosa:
– Conducimi dal tuo padrone!
Sicché il mascalzone mise tentennando il piede nella staffa; ma Santo, già salito sulla carretta, gli ebbe a risparmiare mezza la fatica, giacché, levatolo di peso per le spalle, ve lo trascinò dentro, e lo buttò da un angolo sul sedile. Poi scuotendo egli stesso furiosamente le redini, e del manico della frusta solcando i fianchi della povera bestia, uscirono a precipizio dal cortile; ma avvolti com’erano in un nembo di fango, di nebbia e di tenebre, con i balzi disperati del cavallo e le scintille che gli schizzavano dalle zampe, s’assomigliava quella loro corsa a visione infernale. In pochi minuti giunsero presso alla postale.
– A destra o a sinistra? – chiese Santo con uno stridore che metteva paura.
– A destra – mormorò Faustino raccomandandosi l’anima.
Il cavallo girò veloce come un turbine; e parve che la carretta, svoltando, sollevatasi da terra, piegasse come navicello rovesciato da un colpo di vento; il che portò sulle labbra a Faustino una cosí devota giaculatoria, che mai pericolante marinaio disse altrettanto. Ma a ciò non badava lo spiritato montagnolo; anzi raddoppiava le battiture e le strappate, poiché in quel precipizio di corsa l’odio suo respirava liberamente come in atmosfera sua propria, dopo il rattenuto muggire di tanti anni. Arrivati all’Olmetto, Santo s’era apposto al vero figurandosi il Conte in quell’osteria; e perciò senza pur chiederne a Faustino, fermato con tanto sforzo il cavallo che fu meraviglia se le redini non si spaccarono, lo trasse per il collare dalla carretta, e con l’altra mano impugnato un ciottolo, si diè a martellare pazzamente la porta. Ci volle un quarto d’ora prima che si mostrasse anima; e finalmente il garzone di stalla chiese per una fessura chi picchiasse a quell’ora.
– Amici, amici! – rispose Santo con tal rabbia nella voce, che non assicurava per nulla lo stalliere.
– Eh, perdono, quali amici? – domandò il garzone.
– Rispondi, via! Di’ il tuo nome! – bisbigliò il Pecoraio al suo prigioniero.
– Son Faustino! – piagnucolò costui.
– Oh, dovevate dirlo prima! – disse il garzone; e a spuntellare, schiavare, e aprire la porta passò un altro quarto d’ora: sicché, appena tolto il chiavistello, Santo che ci premeva contro spazientito, capitò addosso allo stalliere, che quanto ne fosse spaventato si può immaginare. Ed ancora gli veniva dietro Faustino, rimorchiato dalla mano rabbiosa del montagnuolo, e tuttavia riavuto alquanto dalla paura per la presenza di un terzo.
– Dov’è il tuo dannato padrone? – gli gridò il Pecoraio.
– Ma! – balbettò Faustino rimpiccinendosi.
– Animo! – soggiunse l’altro con un furibondo dimenío del collare.
– Domandatelo al garzone – rispose lo strozzato.
Santo si volse allora allo stalliere, e questi, che era un mostricciuolo d’uomo sciancato e mal vivo, rispose con tanto di cuore che il conte Tullo era lí sopra nella camera imminente alla scala. Per lo che quell’altro, arraffatagli la lanterna e reso il respiro a Faustino, salí a quattro a quattro gli scalini, e tentò e spinse a tutto potere la porta indicatagli; ma per esser munita di buone ferramenta e sprangata per dentro teneva saldo; ed egli allora vi cozzò entro dei pugni e del capo con cosí indemoniato furore, che il catenaccio si contorse come un riccio, e il vento, sprigionatosi dalle imposte sgangherate, spense il lume da lui deposto sulla soglia. Ciò nullameno s’avanzò brancolando, e quasi se avesse stretto qualcuno fra quelle braccia! Ma benché l’uscio fosse chiuso al di dentro, e in un canto sul lucignolo di una lucerna durasse ancora la brace, non c’era per la stanza anima vivente. Tutt’ad un tratto, un sospetto gli balenò alla mente, e balzò alla finestra le cui vetrate ed imposte sbattevano ai soffi del vento; di colà ficcando gli sguardi nel buio, gli parve discernere una figura a cavalcioni d’un muro, dietro il quale scomparve.
– Eccolo! – gridò con un urlo feroce; e penzolandosi dal davanzale, che per fortuna non era tanto alto, toccò terra nell’orto; poi varcato questo in tre salti, e arrampicatosi per i viticci che vestivano la muraglia di cinta, fu all’aperta campagna dove aveva veduto dileguarsi quel fantasma d’uomo.
Siepi, muriccioli, fossati non lo impedivano, ma sorpassava ogni ostacolo come avesse le ali; e si affannava come un mastino dietro alla preda, dove sovente per la bollente immaginativa gli appariva nell’ombra quella figura fuggente. Mani e vesti lacerate, gli occhi sbarrati, il petto trafelante, le braccia protese sempre per ghermire, egli segnava le orme di sangue, come un lupo ferito; e tuttavia né di trafitture, né di cadute, né di stanchezza accorgendosi, proseguiva in quella caccia bestiale.
Non aveva toccato cibo dal mezzogiorno, era venuto quasi correndo per piú di venti miglia fino a Bereguardo; ed ancora il furore gli sosteneva le forze; ma finalmente, giunto sotto il porticato di una cascina solitaria, un improvviso svenimento gli tolse lena a procedere; e là, mezzo svenuto, mezzo assonnato, mezzo morto, giacque fino a giorno; né svegliandosi gli parve essere nuovo alla sventura, come spesso avviene, poiché quel torpore lo aveva travolto in un inferno di sanguinose apparizioni. Volgendo intorno lo sguardo e vedutoci un contadino, scarmigliato ancora dal letto, gli chiese se in quella notte non si fosse per avventura accorto d’uomo che passasse fuggendo come un malfattore per quelle bande. Al che ripose il contadino, che, sulla mezzanotte, togliendosi le donne dalla veglia, era loro occorso un signore, che tale pareva dall’abito, ma cosí lacero e sfigurato da far pietà; il quale aveva chiesto affrettatamente della strada di Saletta, e avutone contezza, benché sembrasse tutto pesto, sanguinoso e sfinito, se l’era data a gambe.
– Ah, Saletta, va bene! disse Santo rizzandosi cosí livido e torvo, che quell’altro si ritrasse di alcuni passi. – E per giungervi dove si piega?
– Ecco – rispose il contadino; – uscite per quella carreggiata, e sboccato sulla strada ghiaiata, volgete a man destra, e tirate innanzi, finché trovate un bel viale di olmi che vi mena proprio a Saletta.
– E quanto mi ci vorrà?
– Fate conto, un paio d’ore.
– Grazie – brontolò Santo, e giú a correre per la carreggiata.

XXVI.

Lungo la via, peraltro, l’animo del Pecoraio veniva cadendo da quello smoderato furore; e la ragione si drizzava da quei notturni vaneggiamenti; ma com’è di frequente, piuttosto che vergognarsene e volger indietro, egli procedeva sperando, che nel cospetto del nemico avrebbe riavuto la forza tutta di quel primo delirio; e se s’intrometteva a simili pensieri la memoria di Maria, subito si studiava di rattizzar con essa la propria rabbia, non di ricordarsene per ringraziar Dio del tanto implorato ritrovamento. Giunto a capo dello stradone di Saletta, ristava piú per tentennío di propositi che per dubbio di via, quando gli ferí l’orecchio il suono di un campanello che s’avvicinava da un lato; e scorse indi a poco un prete in istola con dietro il baldacchino e un codazzo di gente tutta mesta e devota. Al buon cristiano tremò il cuore nel petto, ché gli parve incontrarsi in un giudice onniveggente, inflessibile, che gli chiedesse ragione di quei suoi bestiali movimenti di odio; e dell’ingratitudine alle recenti benedizioni della Provvidenza. S’inginocchiò pertanto sul ciglio della strada, e come fu passata la processioncella, le si mise dietro tutto compunto e vergognoso.
Entrarono proprio nel cortile che prospettava quel bel viale di olmi; e salita una vasta e marmorea gradinata, sboccarono in una sala dove, aperto un usciolo di fianco, entrò il solo prete col Santissimo, e la gente ristette mesta e genuflessa mormorando le meste salmodie. Santo era fra gli ultimi; e pure un desiderio invincibile lo spingeva a guardare chi fosse il moribondo cui portavano il Viatico; ma fattosi avanti a furia di gomiti, e sporto il capo tra i primi che occupavano la soglia, per poco non cadde riverso, come colto dal fulmine. Giustizia eterna! Era lui; era il conte Tullo con la faccia livida e sformata, la bocca sozza di bave, le occhiaie peste e invetrate, che penzolava fuori del letto, circondato da tre uomini che gli tenevano salde le membra; e su quella tetra sembianza il barlume d’un mattino invernale si mescolava col fioco chiarore delle torce a comporre una tinta bizzarra e funerea.
– Vedi, peccatore miserello! – diceva la voce di Dio nel cuore del montagnolo ch’era piombato ginocchioni contro lo stipite dell’uscio. – Ecco, quella vendetta da te invano e pazzamente cercata dall’alto dei cieli te la preparavo senza che se ne bruttassero le tue mani: ma questa vendetta, oh, la sconterai amaramente, tu che osavi metterti al mio posto e dirmi: «Io punirò in tua vece!».
E Santo singhiozzava nell’umile suo pentimento, guardando con gli occhi pieni di raccapriccio lo sciagurato agonizzante: ma questi, fuori affatto di sé e vinto da mortale stanchezza, ormai respirava a stento; e il prete, fattoglisi vicino scrollando il capo, domandava a coloro che lo attorniavano l’andamento del male; al che rispondevano, che ai continui sbalzi convulsivi, era venuto succedendo a poco a poco quell’orribile sopore.
– E come lo ha preso questo male? – chiese sommesso il prete.
– Ieri sera – rispose il castaldo ch’era tra quei tre, – io tornavo dopo mezzanotte dall’aver dato ordine a certa faccenduola da lui caldamente raccomandatami, quando me lo veggo capitar dinanzi a mezzo il cortile, che pareva un morto risuscitato; e battendo i denti mi diceva di accompagnarlo alla sua stanza, onde io col lume mi feci innanzi; ma vedendolo traballare gli diedi braccio fin qui sopra, e poi, siccome non riusciva a svestirsi, l’aiutai anche in ciò; ma appena sdraiatosi, ebbe un sussulto tale per tutta la persona, che ne tremò il letto e la camera; e poi avvoltolò le coltri, e balzò fuori, e corse ad aprire la finestra, gridando che si voleva massacrarlo; e se non avessi chiamato qui questi due galantuomini, io per me duravo fatica a trattenerlo che non si precipitasse.
– E il medico? – chiese il prete.
– Il medico? Si mandò per quello di Bereguardo, che è il piú vicino, ma non si è fatto ancora vedere.
Il prete sporse le labbra come per dire: «Dubito che arrivi in tempo», e ciò nullameno attese finché un lampo di ragione avvivò gli occhi del malato; e sembrandogli allora che gli avesse fatto cenno, adocchiati cautamente i guardiani gli si chinò sopra inculcandogli il dolore delle proprie colpe; e da esse poi lo assolse per quanto poteva; e datogli l’olio santo e recitate le preghiere dei moribondi si ritrasse, e dietro a lui tutta la gente. Solamente Santo pareva inchiodato al suo posto, né sapeva egli stesso donde provenisse la virtú che ve lo teneva confitto, quando l’infermo con fioca ma imperiosa voce si volse ai guardiani dicendo che lo lasciassero, e si avanzasse l’uomo che stava sulla soglia.
Santo, sospinto da interna e sovrumana pressura, s’avvicinò lento ma imperterrito; i tre campagnuoli interrogandolo dello sguardo, se avessero ad obbedire:
– Sí! – disse con mesto e tranquillo accento. – Lasciatelo pure!
– Uscite! – gridò Tullo levandosi con supremo sforzo a sedere sul letto.
– Uscite pure – soggiunse Santo con un calmo gesto della mano; – ed entrino solo il prete e il medico; io per me non pavento cosa di questo mondo.
Indi, mentre essi si allontanavano squadrandolo con segni di grande meraviglia, egli si fece alla sponda del letto chiedendo con umile atto del capo:
– Che vuole da me, signor Conte?
Tullo soprastette un istante, e accennò di ricadere sul capezzale, ma un lieve tremito gli sopraggiunse che parve ultimo guizzo di vita in quelle membra già sfatte. E tornando la sua mente a divagare, eppure mescolandosi la vera rappresentazione dei sensi con i fantasmi del delirio, come spesso interviene nelle malattie acute di cervello, si mise a discorrere con cosí chioccio suono di voce, e cosí orribile ghigno che lo rendevano molto piú spaventevole e deforme di un cadavere:
– Voi siete Santo, eh?… – diceva cercando la mano del Pecoraio. – Santo di Torlano, non è vero? Ben venuto, cugino, e bella fu la pensata di sbrigarvi, ché altrimenti, altrimenti l’eredità andava in fumo!
Il povero offeso si ricordò di Gesú Cristo sulla croce, e pur lasciando la sua mano in quella viscida del morente, si mise genuflesso mormorando una preghiera.
– Ah, ah, pregate! – riprese Tullo sempre piú fievole. – Ringraziate il demonio che mi mena a casa sua? Eppure, la ragione è vostra! Sono duecento anni che stentate per noi; è giusto che ci abbiate ora un po’ di festa! Ma affrettatevi, andate, correte, cugino, perché… perché non calino gli sparvieri a dividere con voi la carogna! Ah, ah, ah!…
E rideva lo sciagurato; né s’intendeva se fosse quello un riso, un rantolo o un singhiozzo.
– E Maria, eh? – seguitava tornando nel volto a quasi umana sembianza. – Maria!…. Quella era una fanciulla!… Altro che quest’altra scipita! Oh, il buon consiglio che fu il vostro di affidarla a quella briaca di Maddalena; cosí almeno il casato dei Torlano ha un rampollo, e legittimo, perdio! Genuino e di buon conio da tutt’e due le bande! Ah, ah, ah!…
Santo si mise una mano sul cuore; e pregava, perché non fosse contata a suo debito una cosí spaventevole vendetta.
– Sí, moriamo allegramente! – riprendeva in sullo stremo il moribondo. – Maledetti i denari! Moriamo e facciamola bella a quei rospi di usurai! E dire che iersera avevo paura! Oh, imbecille! Addio, addio, cugino!
Volle allora squassare la mano di Santo, ma ripiombò sfinito sui guanciali, e gli occhi gli si erano stravolti, e dalla fronte colava quel sudore che accompagna quasi sempre l’ultima e miglior fatica dell’uomo. Il Pecoraio si alzò traballando, e messagli la mano sul cuore e sentendolo battere interrottamente, moveva per chiamar soccorso, quando il medico entrando gli sbarrò l’uscita, e chiese:
– È qui il malato?
– Sí – rispose Santo tornando verso il letto.
– Tutto è finito – mormorò il dottore tastandogli il polso e guardandogli gli occhi e le labbra.. – Forse capitando prima c’era da sperare qualche cosa!
– Oh, perché dunque non ci mise fretta? – domandò Santo.
– Eh, galantuomo caro – rispose il dottore. – Io non sono sant’Antonio, e laggiú a Bereguardo ci abbiamo la fidanzata di questo poveretto che è stata tutta la notte per dar la volta…
– Madonna santa! – esclamò Santo. – Ed ora?
– Ed ora, ed ora, chi lo sa? – bisbigliò il medico. – Io spero che non ci sia nessun pericolo, ma tuttavia vado, perché qui non si può giovar nulla.
– Per carità, aspetti! – esclamò Santo. – L’ammalato si muove!…
– L’ammalato muore – bisbigliò di bel nuovo il medico.
Ma Santo nonostante si chinò sul letto. L’avvicinarsi della morte aveva ricondotto un po’ di calma sulle fattezze dell’infelice. Parve dapprima che volesse parlare con gli occhi, tanto mise in essi di quel pensiero che integro e chiaro gli rischiarava la mente negli istanti supremi: poi aperse le labbra, e ne usciva a buffi un ultimo fil di voce, sicché, piegandosi meglio Santo sopra di lui, lo udí mormorare:
– Perdonatemi, perdonatemi tutti… e baciate per me… mia madre, Emilia.., e Maria e mio figlio!
– Oh, Dio, Dio, vi ringrazio! – esclamò Santo rizzandosi con le braccia al Cielo, nel volto soffuso di un contento celestiale.
Ma quando declinò sul penitente le luci lacrimose, l’anima di questo era già volata al giudizio di Dio. Gli chiuse egli allora pietoso le ciglia, e baciò le dita con cui gli terse le due ultime stille di pianto, e gli compose sul petto le coltri e sotto il capo il guanciale.
– Oh, in che vi affaccendate ora? – gli susurrò all’orecchio il dottore con quella voce che si usa in cospetto dei morti e sembra paurosa di risvegliarli ad una vita cosí felicemente lasciata. – Non vedete che non respira piú?
– Sí, lo vedo! – rispose Santo battendosi il petto. – Ma penso che ancora mi vede quello, che piú non respira! – E dopo un’ultima e lunga occhiata al cadavere, quasi a domandargli perdono, recitando le preci dei defunti, raggiunse nel cortile il dottore mentre appunto saliva in calesse.
– Signor dottore, torna a Bereguardo? – gli domandò.
– Certamente! – rispose egli.
– E ci avrebbe un posticino per me a cassetta?
– Accomodatevi pure – rispose il dottore.
E cosí andarono via di conserva; e chiedendo Santo se ci fossero altri malati gravi a Bereguardo fuori della Contessina, e rispostogli di no, non apersero piú bocca lungo la via. Appena smontato, il Pecoraio corse a chiedere di Maria, ma la vecchia cuoca che incolpava quella poveretta della malattia della padrona, lo accolse con mal garbo, dicendo che quella malcapitata poteva andarsela a cercar dove voleva, che di lí molto prudentemente se l’era battuta sull’alba, prima che altri pensasse a cacciarnela.
Cosí aveva risposto stizzosamente la vecchia, togliendo dal fuoco una bevanda, preparata dietro gli ordini del dottore per Emilia; la quale, del resto, stava assai meglio e piú volte aveva chiesto di Maria; ma le domestiche facevano orecchie da mercante. Santo restò come istupidito a quella notizia, e fra tutti i dolori che gli stringevano il cuore, il piú amaro e potente fu certo il rimorso d’aver abbandonato la sua figliola per un pazzo e nefando desiderio di vendetta, ottenuta appena da Dio la grazia di riabbracciarla. Un tale rimorso era troppo greve peso per il povero padre dopo cosí terribile giornata; e tornata la vecchia in cucina, lo ebbe a trovare in tale stato, che convenne accomodarlo in un letto del castaldo. Là il dottore gli praticò due copiose levate di sangue, almanaccando fra sé come tanti e cosí repentini casi di gravi malattie potessero combinarsi in una condotta, dove non si contavano per solito piú di tre morti all’anno.

XXVII.

Maria infatti, dopo il terribile colpo della sera prima, perseguitata tutta la notte dai fantasmi di sangue del padre e di Tullo, e dalle strida di Emilia che salivano fino alla sua stanza, presosi in seno Luigino, e imbracciata quella gerla, sua compagna di sventura, era fuggita da Bereguardo senza saper come né quando; e biancheggiavano i gelidi albori allorché si vide fra le brine della campagna. Cacciata da mille affetti, da mille paure, camminava senza saper dove; finché dopo molte pose per dar latte al bambino, e munirlo contro il freddo, e molti giri e rigiri, capitò sulle dieci ad un paesello dove sonavano a messa. Entrò dunque in chiesa, e indi a poco uscí il sacerdote, ma parato a nero, onde la sventurata sperò quasi fosse quello un avvertimento da Dio mandatole della prossima morte di lei e del figliol suo. Ma finita la Messa, cominciavano i lugubri rintocchi delle campane, quando due vecchie si fermarono a conversare proprio dietro il banco dov’era lei.
– To’, chi è morto? – domandava l’una.
– Oh, non lo sai? – rispondeva l’altra.
– Non ne so nulla, io!
– Il conte Tullo di Saletta, che se n’è andato per improvviso mal di cervello.
Maria emise un grido che risonò dolorosamente sotto le oscure navate della chiesa; e le due vecchie si fecero innanzi a guardare cos’era stato; ma vedutole in braccio un bambino, credettero che avesse esso strillato a quel modo, e riappiccarono il colloquio tornando alle loro case.
«Morto! Morto lui! – pensava la poveretta senza accorgersi di pensare e con gli occhi pieni di visioni fuggevoli e spaventose. – Morto lui! E noi qui a vivere, a penare! Oh, Dio, Dio!…».
E passò lungo tempo senza poter uscire da quel pensiero, senza poter muoversi da quel banco, o vedere dintorno; senza poter né piangere né pregare, ultimo colmo di sventura. Ma anche questa volta fu un movimento di Luigino che la richiamò in sé; e l’anima tutta le corse allora negli occhi, e primo le apparve quel bimbo che teneva alzate le scarne manine, e con gli occhi rivolti al Cielo pareva pregare per lei.
– Oh, sí, hai ragione, angioletto mio! Preghiamo! – disse la madre.
Indi per un’ora buona stette con le mani giunte e col cuore spezzato a pregare Iddio; ma l’infelice era tanto smarrita, ché non sapeva né per chi né come pregasse, e s’accontentava di offrire al Signore tutta la sua vita, ch’ei la volgesse poi al miglior bene delle anime. Tuttavia uscí dalla chiesa in pace se non altro con sé stessa per quell’aura consolatrice spirata nei cuori dalla preghiera.
E lí davanti ad una bettola era il bargello con un suo coadiutore, i quali, accennando verso lei, domandavano alcunché ad un contadino di Bereguardo.
– Sí, sí, mi pare sia quella – disse costui allontanandosi; – ma però, non avendola sbirciata che una volta quando ci capitò in casa, non ve ne faccio malleveria.
– Ohè, ohè, quella donna! – grido il bargello movendo dietro alla giovane.
– Cosa comanda? – rispose costei sbigottita di quel richiamo.
– Non siete voi quella Maria ch’era per massaia a Bereguardo?
– Sí, signore, sono io! – rispose Maria doppiamente costernata.
– Lasciateci un po’ vedere in questa vostra gerla – soggiunse l’altro. – Via, non prendetene affanno, che non siamo qui per farvi del male; e solamente ci sorprende come ve la caviate dalle case dopo una sola giornata di servizio, senza dire né tre né quattro!
– Ma… se sapesse… se potessi dirle… – mormorava la poveretta.
– Sí, sí, me ne ha infilzate alquante quella vecchia che sta in cucina – riprese il bargello, che dopo aver pescato nel fondo della gerla si era molto rabbonito. – Pare impossibile! – susurrò all’orecchio del compagno. – È la prima volta che quel gaglioffo di Saletta ci fa metter la mano in fallo; e sí che degli indizi ce n’erano fin troppi! E dove avete le vostre carte? – continuò a voce alta.
– Davvero che non ne ho punte; ma sono di Torlano, e se vogliono domandare…
– Ah, siete di Torlano! – riprese l’altro. – Orbene, vi consiglio a correre difilato colà, e fornita dei vostri recapiti, tornare dove vorrete; ma cosí sprovvista d’un cencio di passaporto vi esorto a non avventurarvi oltre per il mondo, giacché tutti non sono corrivi come noi. E buona fortuna, quella donna!
Maria restò lí che non aveva membro che tenesse saldo; e poi, proponendosi di fare come le avevano detto, di andarsene cioè a Torlano, dove stimava fosse per ridursi suo padre, e pur timorosa di passare per la fortezza di Palma dopo i consigli del bargello, si tolse giú di strada, disegnando di costeggiare il Turro per strade poco battute, e cosí giungere sotto le sue montagne.
Tuttavia, un viaggio cosí lungo con quel bambinello infermiccio addosso la spaventava, e piú ancora il tempo minaccioso di neve; al che s’aggiunga che i contadini di quel territorio, in gran parte rovinati dalla malattia dell’uva, per essere ridotti allo stremo dal caro prezzo delle derrate, si nutrivano quell’inverno assai magramente a spese dei padroni, e cosí nulla loro sovrabbondava da sovvenire agli accattoni. Né fu raro, che, chiedendo un po’ di polenta in qualche casolare, ella ne fosse svillaneggiata come oziosa e peggio, o che fosse tacciata in qualche paese di quella sordida astuzia, di torre a prestito un misero bambino altrui, e recarlo d’uscio in uscio, innocente strumento e innocente vittima di frode snaturata.
Ma la poveretta, vedendo quelle facce scarnate dalla fame e ingiallite dalla febbre, lor non serbava rancore per tali insulti. Purtroppo, sia per non potere, o per non volere, o per non pensare, i ricchi scarsamente avevano provveduto alla minacciosa carestia; oppure i castaldi della concessa balía si giovavano per accreditarsi verso i padroni di gravose somme di denaro, con piccola parte delle quali procacciavano a basso prezzo le piú guaste granaglie per pascere la gente del loro contado. Sicché la fame e lo scontento si posavano ad ogni focolare; e sul vespro, quando nelle scorse invernate ogni cortile odorava o di fumanti braciole o di saporite minestre, s’aggirava per le contrade un melanconico profumo di rape lessate.
Maria pertanto offriva al Signore quella sua corona di spine; e solo un singhiozzo le saliva grosso grosso dal cuore, quando volgeva l’occhio su Luigino e lo vedeva raggranchito per il freddo e per la febbre. La notte peraltro dormí presso una buona e agiata famiglia di tintori, dai quali sentí che, seguitando per quella strada, dopo dieci miglia sarebbe giunta a Cividale. E questo fu dolce conforto per Maria, la quale molte volte si era recata al mercato in quella terra, e di là a Torlano sapeva a meraviglia ogni traghetto. Si partí dunque, il mattino dopo, lesta lesta, parendole quasi d’essere a casa, non badando al cielo gelido e bianchiccio, donde si staccavano a quando a quando granelli di pioggia ghiacciata. Aveva fatto cinque miglia dal casolare dove aveva passato la notte quando saltò addosso a Luigino un febbrone cosí improvviso e gagliardo, che quel suo corpicciolo sobbalzava fra le braccia della madre; e costei si guardò intorno, a vedere donde poteva sperare soccorso, ma da per tutto era uno spazio interminabile di pascoli lucenti di brina; e solo lontano lontano e sulle prime colline sorgevano alcuni caseggiati. Sedette allora smarrita affatto sopra un mucchio di ghiaia con quel bambino in grembo ad aspettare la morte e sembrava dire con quello stanco atteggiamento: «Io ho fatto quanto ho potuto, o buon Dio! Provvedere oltre tocca a Voi!»
Le nubi intanto si scioglievano in larghe falde di neve, che venivano giú lente lente senza sibilo di vento o mugghio di bufera; e Maria infatti non se n’accorse, finché essendone volato qualche fiocco sul viso al bambino, levati essa gli sguardi vitrei nel cielo, li smarrí per quell’infinito turbinío di candidi spicchi. La neve fioccava da un quarto d’ora; ond’ella levandosi con tutte bianche le vestimenta, con quel bimbo serrato paurosamente contro il seno, in atto di stupore e di affanno, presso quel monticello di ghiaia simile al tumulo d’un giustiziato, offriva la vera immagine della disperazione. Tutt’ad un tratto parve scendere il soffio di Dio in quella statua; le rigide membra si sciolsero, e si mise ad una corsa sfrenata; finché adocchiata sul ciglio della strada una cappella, quali ve ne sono per quegli stradali deserti a ricovero dei passeggeri, scese ad accovacciarvisi in un angolo, proteggendo della persona il bambino contro il freddo e il nevischio. Ma quella creaturina traeva a stento il respiro. Invano sua madre le porse il petto già quasi inaridito; invano la scaldò del suo fiato, la coprí dei suoi baci, la inondò delle sue lagrime; invano pregò Iddio e la Madonna che si prendessero lei, di tanto peccatrice, e salvassero il figliol suo! Già le membra tenerelle parevano sciogliersi come la cera, e le labbra appassivano come foglie di rosa colte dalla brina, e gli occhi si socchiudevano, quasi beati di aprirsi di dentro a una luce piú bella; e Maria, sperando che cosí lenemente si addormentasse, lo cullava sulle ginocchia, mentre l’anima di lui tornava al grembo di Dio cosí pura come quando n’era uscita. Restando dal ninnare al vederlo cosí quieto, voleva essa stringergli meglio una pezzuola intorno al collo; e nel por mano a ciò, sfioratagli la bocca, la sentí fredda come la neve. Quel freddo le corse al cuore, alla povera madre! E già prima che la sua mano fosse giunta a interrogare il petto del bimbo, stramazzò sul pavimento, stringendo quel corpo inanimato fra le braccia.

XXVIII.

In quel frattempo dal lato di Cividale veniva giú verso Udine un giovane gregario; e pareva congedato dalla milizia, perché il cappotto solo era soldatesco e del resto vestiva mezzolano come i montagnuoli di molti paesi. Il viso dolcissimo e sorridente denotava i trent’anni; e per quel tempaccio perverso durava calmo e sereno, come la speranza in Dio; né i vortici di neve ne’ quali s’avvolgeva mutavano punto il tenore del suo passo, e solamente squassava di tratto in tratto un fardello infilato in un bastone, e lo passava da spalla a spalla. Giunto di fianco alla cappella rimase con un piede sospeso, ma la fretta lo dissuase dal far sosta; eppure mossi cinque passi non poté fare che non si tornasse addietro per salutare quell’immagine; e affacciatosi, allora solo per essere il pavimento sprofondato, s’accorse di quella donna che giaceva là in un canto, onde scesi di balzo i due gradini, sentendola respirare, si chinò per acconciarla in piú agiata positura. Cosí la addossò alla parete, e sollevandole il capo dal petto sopra una spalla, gli balenò una tal visione negli occhi che lo lasciò ricadere; né mosse parola, ma tornò ad alzarle il mento, e fissando quelle smorte sembianze:
– Maria! – disse come fuori di sé, – Maria!…
E l’occhio in quel momento gli corse al bambino; e raccoltolo fra le braccia, e avvisandolo morto da qualche ora, lo adagiò da un lato avvolgendolo nella pezzuola che lo ricopriva.
– Maria! – ripeté ancora. – Ma si può dare? – E si rimise a considerarla. – Sí, è proprio lei!… Ma come mai in tale distretta? O Madre di Dio! Cosí lacera, sformata, in questi paesi, in mezzo alla neve, e sola, con quel morticino fra le braccia!
Natale, che era ben lui, si smarriva in un garbuglio di congetture; però attendeva in pari tempo a risvegliare i sensi della svenuta, sia toccandole lenemente le guance, sia parlandole con ogni amorevole dolcezza all’orecchio, ma tutto indarno. E finalmente, raccolta una manata di neve, le andò con quella sfregando le tempie ed i polsi, e tosto le si riapersero gli occhi, né parve stupirsi di Natale, ché anzi pronunciò il suo nome quasi lo avesse veduto il giorno prima. Ma il giovane, dal primo conforto di quella calma, tornò in breve a piú profondo dolore, poiché s’accorse esser essa effetto del male. Infatti la sventurata si volse d’improvviso; e volti gli occhi pieni di sgomento per la cappella, strisciò carponi dove il figliuol suo giaceva; indi, scopertagli la faccia, si diede a baciarlo e stringerlo gelosamente sul petto, finché il sangue le stagnò ancora nelle vene, e le membra le si irrigidirono in guisa, che non venne fatto a Natale di ritorgliele quel bambino dalle braccia. Si spogliò esso allora del cappotto, e stesolo a terra, ve li depose sopra entrambi; e sciolto il fardello li coprí delle poche robe che conteneva; né altro poté fare di poi, che inginocchiarsi davanti all’immagine dell’Addolorata rozzamente dipinta sulla parete, pregandola di mandargli una buona ispirazione. Quanto all’indagare il perché Maria giacesse cosí misera e abbandonata, egli vi aveva rinunciato, e gli bastava per allora ricoverarla presso qualche medico. Infatti non gli tardò l’implorato soccorso: udendo di lí a poco il chioccare d’una frusta, fattosi all’aperto, vide che la neve s’era d’assai diradata, e che veniva lí presso un biroccio col copertoio di tela qual di frequente si usa per quelle bande; né vi sedeva dentro che il carrettiere il quale aveva viso di cristiano.
– Per carità! – gridò Natale correndogli incontro. – Avreste un cantuccino per una povera donna e un bambinello?
– Sí, certo – rispose il carradore, scendendo per dargli braccio a caricare quei meschini.
– E dove andate? – gli chiese Natale.
– A Udine, e vi so dir io, che ad onta della neve in un’ora ci arriveremo con questa ronzina.
– Dunque farete l’elemosina di condurci fin là?
– Lo credo! – rispose il carrettiere mettendosi in via. Né era corsa infatti un’ora che si trovavano alle porte di Udine.
– E cosí, dove smontate? – chiese il carradore,
– Ma! Allo spedale, se vi piace – disse col cuor grosso Natale – e sarà anche fortuna se la ricovereranno!
– Dite che è vostra sorella – rispose l’altro. – Io conosco uno di quei medici, e mi confido di accomodarvi alla meglio.
E cosí fecero, e Maria ebbe una stanzetta a parte che è tutto dire; ma quando si venne a toglierle di braccio il figliuolo, fu una lotta cosí ostinata e pietosa, che gl’infermieri, gente rotta a tali spettacoli, s’accorsero di poter piangere. Natale narrò allora al medico il caso della meschina, né andò lunge dal vero dicendo che, sorpresa da una spessa nevata in deserti stradali erasi riparata in una cappella, ove il freddo e i disagi le avevano ucciso quel figliuolo, ed ella n’era dissennata pel dolore. Il medico non fece pronostici, ma pur sottoponendola a cura conveniente, disperava di salvarla dalla pazzia. Infatti quel primo giorno e il secondo, ad onta del sangue levatole in gran copia, e dei bagni ghiacciati, fu un continuo vaneggiamento; e Natale, non potendo indursi a lasciarla, scritta la cosa sommariamente a Torlano, stavasi in lunghe e ferventi preghiere daccanto al suo capezzale. Ma la seconda sera volse a qualche pace, e la mattina dopo la malata destandosi da un lieve sopore, ebbe a conoscere gli uomini e le cose che la circondavano. Natale distolse la faccia, temendo che il suo aspetto improvviso non le spegnesse quel barlume di ragione, ma ella lo chiamò ripetutamente a nome, e vedendolo non badare a lei, forse perché assai spesso anche nel delirio l’aveva chiamato a quel modo, gli pose una mano sulla spalla. Il giovane si volse allora trattenendosi a mala pena dal piangere, ma leggendole negli occhi un affetto pieno di affanno bensí, ma anche di ragione e di pazienza, le lacrime accumulate dal dolore gli sgorgarono fuori per gioia.
– Oh, credi che io non ti avessi ravvisato nei giorni scorsi, Natale? – mormorava Maria. – Oh, ti conobbi, sí! E mi pare alle volte che andassimo insieme alle porte del paradiso dove sta benignamente la Madonna; ed io mi ritraevo vergognando, e la Madonna mi confortava ad entrare dicendo che l’anima del mio Luigino mi aspettava là. «Però – soggiungeva quella buona madre – abbi pazienza, perché molti anni ancora ti rimangono!» Oh, Dio mio! Molti anni ancora!
– Maria, non è rammarico da cristiana codesto, – disse Natale. – Pensa che ci hai tuo padre, del quale devi essere il sostegno.
– Oh ma se tu sapessi, Natale! – rispose fiocamente la meschina nascondendosi il volto fra le palme. – Ho peccato molto, sai! Ma ho anche sofferto tanto, tanto!
– So tutto – rispose mestissimo il giovane; – e nulla mi lasciarono nascosto i tuoi rotti discorsi dei due giorni passati.
– Oh, mio Dio, Natale! Non mi maledire, per carità! – gridò Maria. – Non maledirmi, perché ne ho fatta molta della penitenza; ed anche ora, se tu mi vedessi qua dentro!
– Maria – soggiunse Natale con triste sorriso: – tu sei la mia sorella d’anima; come vuoi che io non m’unisca a te per impetrare il perdono di Dio?
– Oh, Natale, che gran bene mi fai! – esclamò la poveretta piangendo a dirotto. – E dimmi, dimmi – proseguí sottovoce: – il mio bambino dove me lo hanno portato?
– Qui al camposanto – rispose il giovane con voce che pareva piangere.
– Oh, sai che mi è duro il sapermi viva! – mormorò Maria strappandosi con le unghie i capelli.
– Dio volle cosí – soggiunse Natale – e il meglio è benedirlo di quanto Egli dispone per il bene delle anime nostre.
– E mio padre? – domandò di lí a poco Maria rabbonendosi ai devoti conforti del compagno.
– Oggi scriverò anche a lui, e se è a Torlano lo avremo qui fra due o tre giorni.
– Oh, ma tu ti perdi con me, e lassú intanto contano gl’istanti e forse anche si spaventano della tua tardanza!
– No, no, datti pur pace, Maria! I miei di casa sanno che sto benissimo, e li attendo anzi qui fra poco. E poi, vorresti che per nulla io avessi promesso a te ed al Signore là nel letto del Turro di essere il tuo difensore, il tuo aiuto per quanto bastano le forze ed il cuore di un povero contadino?
– Dunque, Natale, tu hai ancora sincera compassione di me!
– Compassione? Oh, qual diritto si può vantare di guardare gli altri dall’alto in basso? Tu, Maria, sei ancora la mia sorella d’una volta; e ti credo d’assai migliore di me, poiché cosí buona, pietosa e amorevole come sei, meriti sempre il rispetto dei cristiani!
– Oh, Dio! Non bestemmiare, Natale!
– Iddio che giudica il male ed il bene, sa se io bestemmio; poiché, vedi, io ti conosco meglio di tutti: io solo ho misurato le tue virtú giovanili, che venivano sbocciando giorno per giorno sempre piú fresche e rigogliose; ma t’incolse la sfortuna, e mia madre, poveretta, accecata da soverchio amore e forse anche da una nuvola di vanità, ha lasciato volgersi in male quella tua squisita arrendevolezza di animo!
– Oh, no, Natale! Non buttar cosí la colpa mia sul capo degli altri!
– Ascolta; la tua colpa non era colpa finché non potevi conoscerla; e se ti rigonfiava un fumo d’albagia, è che te lo avevano soffiato in testa fin dall’infanzia; e in paese poi chiamandoti la Contessina, e in casa con i vezzi e con le delicatezze ti guastavano peggio che mai. Né Santo, accortosi di ciò, doveva permetterlo, né lasciarti bazzicare in castello con gente di alta società. Tutti, insomma, tutti dobbiamo render conto delle tue disgrazie.
– Oh, tu no certamente, Natale! Tu non devi avere questo rimorso che tutto ti sei dato a correggere quella mia mala piega, ma io ero già inorgoglita, cattiva e…
– No, che tu non eri né inorgoglita né cattiva, perché cercavi la mia compagnia, e mi avevi posto amore, e ti persuadevi dei miei consigli, e in pochi mesi eri tanto mutata che piú non ti conoscevamo; né come prima ti mostravi saputella e schizzinosa, né sfuggivi al lavoro o alla compagnia delle tue pari. Ed io so di doverne render conto a Dio dell’essermi messo troppo tardi a raddrizzare quel tuo torto e sconsiderato avviamento!
– Sí, me lo ricordo! Tu avevi quasi operato un miracolo; ma appena restai sola, ecco che divenni peggiore di prima!
– E quella pure fu colpa mia – disse con voce fioca e vergognosa il giovane.
– Colpa tua, Natale?
– Sí, colpa mia; perché se nel lasciarti, là sulle ghiaie del Turro, io avessi confessato… tutto, tutto quello che sentivo per te…
– Oh, mio Dio, mio Dio! Quali cose mi dici, Natale! No, io ero indegna di te; io avrei dimenticato promesse, giuramenti, tutto!
– No, no, Maria! Tu non avresti nulla dimenticato quand’io ti avessi appreso a leggere nel tuo cuore; e lo sa il Cielo, se nel fondo del cuore io mi sento di essere la causa d’ogni tuo male!
– Natale, Natale! – gridò come involontariamente Maria. – Quante sciagure si sarebbero impedite con due sole parole!
– Ah, vedi? Anche tu lo confessi! – esclamò a sua volta Natale, come godendo di farsi colpevole di tutto l’avvenuto dinanzi a Dio.
Maria rispose con le lagrime; ma di cosí dolci non ne aveva versate da molto tempo, e Natale, lui pure, movendo in giro per la stanza, si asciugò furtivo le ciglia; ma poi tenuti un istante assorti gli occhi nel cielo, si ripose a sedere vicino all’inferma.

XXIX.

Anche le colline di Torlano si erano vestite di bianco, come costumano le giovanette nel furor dell’estate; e su esse incombevano canute le montagne, e solcate di profonde rughe la fronte, come madri severe. Tuttavia la notte sopraggiungeva a burlare sia le une che le altre; nell’ombra della quale esse si smarrivano a poco a poco, prendendo una sola sembianza, un solo colore di buio. Già le stelle folleggiavano per il cielo nel silenzio della luna, e si scoloriva ad occidente l’ultimo barlume del crepuscolo, quando cominciò sopra un dosso a destarsi una fiamma, cui rispose da un poggio il rosseggiare d’un’altra; e una terza s’avvivò sulla costa, e una quarta e una quinta divamparono via via di greppo in greppo, finché non fu vetta di colle o ripiano di montagna, sul quale non ardesse un bel fuoco; proprio come nei quadri del Mistero della Pentecoste, dove non c’è Apostolo cui non sorvoli sul capo la divina fiammella. Del che per darvi ragione, dirò, che era quella la vigilia dell’Epifania, nella quale i contadini del Friuli costumano fare una tale baldoria, e trescarvi poi intorno e gridando: «Vea ’l pan, vea ’l vin – Vea la grazia di Dio che gioldarin!».
E se l’esempio di David dinanzi all’arca li scusa di quel sacro insanire, l’indole paesana ne è adescata mirabilmente. Cosí non saprei dirvi, come e perché un simile spettacolo mi abbia sempre sollevato l’immaginativa e il cuore; ché in quanto a balli o devoti o mondani, io sono puritano; ma forse la pagana antichità di quell’innocente baccanale, e la vastità della scena, e il rompersi fumoso delle tenebre, e il rabbuiato velo della notte, e il semplice canto dei campagnuoli hanno in me maggior potere della puritana schifiltà.
Comunque sia, anche vicino al casolare di Santo scoppiettava un allegro falò; ma allegro era per sé, non perché canti e balli lo attorniassero, ché anzi era una melanconia, vedere da un canto la vecchia Maddalena che vi fissava entro due occhi quasi spenti, e dall’altro Sandruccio, che pur alimentando la fiamma di spini e di sarmenti, non ristava dal correre ogni poco sulla strada a mettersi in ascolto, come per qualcuno che dovesse arrivare. Ad onta di questo, di levare un po’ di chiasso si era preso briga Cecchino; e a ciò cosí bene si adoperava con le mani, i piedi e la gola, che dinanzi a quella vampaccia aveva proprio la figura d’un farfarello beccato dalla tarantola.
– Quanto tardano a venire! – disse Sandruccio parlando quasi tra sé.
– Eccoli, eccoli! – gridò Cecchino furbescamente, tanto di accoccarla al fratello, e farlo correre a pigliar mosche d’inverno; ma, siccome non era la prima questa sua birbonata, cosí l’altro non gli diede retta.
– Chi deve venire? – domandò stupidita la vecchia Maddalena.
– Non ve lo dissi ora? – rispose Sandruccio. – Attendiamo Maria e papà Santo, ché lo zio Natale è andato a prenderli con la carretta di zio Menico.
– Hai ragione – borbottò la vecchia; – tarda molto a tornare a casa quella ragazza.
Mentre cosí parlavano a Monteaperto, un biroccio tirato da un cavalluccio bianco passava il Turro sul ponte di Nimis, e dentro sedevano Maria, affatto rinsanita da quel suo smarrimento; Santo che, guarito pur esso a Bereguardo e giunto una settimana prima a Torlano, trovateci le novelle di Maria e la lettera di Natale, era corso a Udine; e Natale stesso che, fidata l’inferma al padre, era salito a Torlano e scesone il giorno prima col ronzino del cognato per trasportarvi la convalescente. E venivano su in mesti e sommessi conversari; ma da quella mestizia trapelava una qualche luce di contento e molta fiamma di amore. Sulle prime case di Nimis si fece loro incontro un drappello di care persone; ed erano don Angelo, Teresa, mastro Doro, Menico, Giuliana, Chiaretta e anche Michele, cui le parlate del vecchio prete e il pungolo della vergogna avevano fatto rincasare prima del ritorno di Natale.
Potete figurarvi le accoglienze di quelle anime dabbene, e se ci furono lacrime e baci! Non occorsero peraltro svenimenti, ché questi sono riserbati per le giubilazioni dei signori, né si vien meno fra campagnoli per una letizia mandata dal Signore. Di lí a mezz’ora, risalutato Menico e la famiglia, si rimisero in cammino a piedi, avendo Maria assicurato che quell’aria e quella comitiva le davano una vigoría che nulla piú: né io vi descriverò il bizzarro e compagnevole corteo, poiché la festa era di gran lunga maggiore nei cuori che nelle sembianze e nelle vesti; sicché fu quello un accoglimento molto diverso dai soliti. Giunti sul ponte di Torlano, dove rattizzavano i loro fuochi i Sandroni e Rosina del mugnaio con lo sposo, fu una seconda e festosa fermata; e tutti volevano abbracciare Maria, e tutti la compassionavano dei sofferti disagi, e si consolavano in pari tempo con Natale di quella sua innamorata che a tal cimento si era posta per lui; e Natale s’ingegnava di far buon viso a tali congratulazioni, giacché sapendo le opinioni della gente, si era inteso con don Angelo di lasciarli in inganno per non dar loro in mano il filo d’interminabili dicerie.
Di ciò nullameno Maria era fuormisura turbata e crucciosa, sembrandole di volersi sgravare con tali menzogne dall’inflittale penitenza; ma don Angelo le veniva bisbigliando che Dio, col lasciar correre quell’inganno innocente, le imponeva anzi di dimenticare affatto il passato e d’imprendere da quel punto quasi una nuova vita.
Teresa intanto s’accommiatò dalla brigata per andare a racconciare non so qual osso ad una femminuccia che era sdrucciolata sulla neve; ma il buon prete volle ad ogni costo salire con gli altri a Monteaperto, dicendo di voler terminare con loro quella festa; ed era invece per tener d’occhio Maria e saldarla viemmeglio nel contegno da lui e da Natale stimato opportuno per difenderla da ogni ciarla spiacevole. Salirono dunque lentamente il sentiero dirupato della montagna; e Giuliana e Maria, a braccio l’una dell’altra, avevano pianto fino allora a calde lagrime, né avevano cessato dallo stringersi amorosamente la mano.
– Oh, quanto devi aver sofferto in tutto questo tempo! – diceva fra i singhiozzi Maria. – Quanti stenti per dar da mangiare a tutta la famiglia!
– Io? – rispondeva Giuliana. – Non m’accorsi d’aver mosso un dito che è un dito, oltre il consueto. Tu, piuttosto, trovarti cosí sola, in paese straniero, senza poterti neppur far intendere!
– Via, non disseppellite melanconie, Giuliana! – entrava a dire don Angelo. – Sapete pure i nostri patti, di non parlare che d’allegria! Parlate piuttosto della promessa fattavi dal signor Valeriano di allogarvi in una grassa colonía.
– Oh, sí, tutta grazia sua, don Angelo! – soggiungeva Giuliana. – E per questo io lo dico sempre, che lei è la nostra provvidenza: ma in quanto al passato, bisognerà pur che ne parli, almeno per domandar perdono a Maria delle brutte cose che in riguardo suo mi ripullulavano mio malgrado nel cervello!
– Oh, parlatene alle spicce, allora! – riprendeva il buon prete. – Io vi do facoltà di stimarvi perdonata una volta per sempre, e non se ne parli piú.
In quel momento capitò loro addosso tutto scalmanato Sandruccio, che, avendoli veduti al bagliore d’un falò, era corso a perdifiato un buon miglio; e poco dopo sopraggiunse Cecchino, che volle metter egli pure a repentaglio le sue gambette per quegli aspri burroni. E la mamma prese a sgridarlo, ma egli si salvò fra le braccia di Maria donde si durò fatica a staccarlo. E Maria se lo stringeva sospirando sul cuore, e piangeva dirottamente nel baciarlo; né quelle lacrime erano tutte soavi, poiché le sovveniva d’essere stata madre anch’ella, e ripensava alla piccola pietra del Camposanto di Udine, sulla quale tanto aveva pianto e pregato il giorno prima.
Alla fine pervennero intorno al fuoco dove sedeva tuttora immobile Maddalena, e Maria si gettò al collo della vecchia, e la baciò e la ribaciò con l’anima si può dire sulle labbra; poiché questo è proprio dei grandi cuori, di apprendersi con maggiore affetto alle persone dalle quali provengono i loro affanni; ma la vecchia si schermiva debolmente dicendo:
– Cosa fai, figliola mia, cosa fai? Sei stata lontana molto tempo, veh! Un’altra volta bada di non dimenticarti di noi!
E la giovane raddoppiava i suoi pianti, conoscendo il misero stato di quella donna, e gridava accusando sé stessa di averla tratta a cosí triste fine, benché mastro Doro, ringagliardito ormai dalle promesse del signor Valeriano e dal ritorno di Natale, l’avesse fatta accorta che la poveretta di sua moglie si era rimbambita solo dopo lo sfratto dalla colonía. Finalmente riebbe un po’ di calma; e nel resto della serata parve che Maddalena discorresse con miglior senno, e le sorridesse anche tratto a tratto, onde si lusingarono che quel colpo, senza averla di botto rinsavita, l’avrebbe ricondotta via via ad una lenta guarigione.
I canti, il Rosario, i ringraziamenti a Dio si produssero intorno al falò di Santo piú tardi che intorno agli altri; onde si ricattò in certo qual modo del muto principio: e sull’alba qualche brace luccicava ancora nella cenere, ma la gente però era coricata da piú di quattro ore, e anche per don Angelo avevano improvvisato un letto appartato, ché non vollero a tutta forza ch’egli si cimentasse a quell’ora giú per le nevose frane di Torlano.
– Ci si vede tanto come in bocca, e vorrebbe andare alla malora giú per quei precipizi? – gli disse il Pecoraio. – Crede di essere cosí in gamba, come ai tempi del mio povero padre?
– No, non sono cosí capriolo come allora – rispose don Angelo; – ma, col Signore nell’anima, i piedi non posano in fallo. E credete a me, figlioli, che bisogna fidarsi a lui; poiché alla fin fine, come si vede, se egli ci farà contenti nell’altra vita, non ci lascia a lungo sprovvisti d’un briciolo di bene anche in questa!
Il predicatore si smemorava, che questa conclusione non quadrava troppo per lui, ché dopo aver chiamato Valeriano a Torlano con una pittura commovente dei propri guai, gli aveva detto, essere stata quella una furberia per farlo abboccare con i Romano, e cosí d’ogni sua larghezza si era giovato per gli amici, e nemmeno un bruscolo aveva tenuto per sé. Oh, la gran testa stramba che era! – direte; ma non monta, e cosí l’avevano stampato, e cosí egli si conservava ad esempio e conforto delle anime oneste. E il piovano non mancava di borbottare che era uno sconcio l’avere in paese un prete quasi accattone; al che la contessa Leonilda, benché paralitica e al tutto cieca, rispondeva, che chiedesse ai superiori un qualche provvedimento, e che si cavasse degli occhi quel saccone di cenci; poiché le cameriere narravano per giunta, ch’egli andava sovente per via scollato come un mandriano e che talora scordava di voltarsi al Dominus vobiscum con grave scandalo delle loro anime devote.
– M’accorgo, poveretto, che dà nel scimunito – soggiungeva l’abate – e ne parlerò giovedí venturo a Monsignore, quando gli presenterò il manoscritto completo del mio Speculum.
E in tali parole si gonfiava come la rana di Esopo; ma mentre questo temporalone mugolava sulle altitudini del castello ai danni di don Angelo, il segretario invece, incontrandolo per via, si scappellava fino a terra; e di quanto si ringentiliva con esso, d’altrettanto s’imbronciava col signor Pasquale che per i malanni presenti e la paura di altri peggiori aveva perduto fin la malizia. Al postutto, questo era un buono e sicuro augurio.

XXX.

Erano corsi molti mesi dal ritorno di Maria e di Natale, e i ciarloni mormoravano di quello sposalizio, che dopo tanti scalpori non finiva mai di maturarsi.
– E che? – rispondevano i piú accorti o i corbelli imbeccati cautamente da don Angelo. – Volete che s’impiantino cosí per aria i Romano? Lasciateli rifare il covo in una buona colonía, né mancherà allora un po’ di piumino anche per gli sposi!
E intanto il buon prete lavorava sott’acqua a rimpastar quelle nozze; e tanto lo aiutò il buon Dio e il cuore generoso di Natale, che, uniti da ultimo, vinsero le ubbie della giovane e per dar l’offa ai pettegoli si sparse la novella, che il matrimonio si sarebbe celebrato a San Martino.
Ma in questo frattempo le sorti per i nostri personaggi si erano mutate assai. Il piú gran salto lo aveva fatto la contessa Leonilda, morendo in odore di santità sul rifiorire dell’anno; e Valeriano, dicesi, chiamato al letto dell’inferma, aveva scoperto un gran segreto, una grande nefandezza di quella buona signora, sicché, richiesto di perdonarle, era fuggito dalla stanza con le mani nei capelli. Ma don Angelo lo aveva rivolto a sensi piú miti; per cui, tornato dalla Contessa, si erano rappacificati, e lei poi era morta, senza che nessuno ne piangesse.
Sennonché forse ne pianse il signor Pasquale, che costretto a spiattellare i conti della marmaglia dei creditori, fu incolpato di mille trufferie; e gli parve gran ventura di cavarsela col getto di ogni suo avere; ed egli, rimasto pitocco, si ridusse a succhiare i merluzzi d’un suo fratello salumiere. Il signor Valeriano, del resto, al quale sapeva male il veder capitato in barbare mani il nido delle sue piú care memorie, si era intromesso a soddisfare ogni debito, entrando lui al castello come padrone; e là si era trapiantato sul colmo dell’estate con Emilia; né a don Angelo riuscí malagevole l’impiastricciare a costei una fagiuolata solenne per purgar Maria d’ogni sospetto, e riferire tutte le colpe e le sventure della giovane montagnuola ad uno sfrenato amore per Natale, attribuendo cosí ad altre e piú remote cagioni l’astio che covava tra il pecoraio di Monteaperto e il conte Tullo. Né costui fu risparmiato da quel pietoso calunniatore; ma dopo la sua morte se n’erano sapute tante delle sue birbonate, che una piccola coda non gli sconveniva punto.
E cosí Emilia, piú paurosa che innamorata di lui finché era vivo, se ne disamorò affatto quando fu morto, benché non amareggiasse mai, col farne motto, i rimorsi che pungevano il fratello di essere stato lí lí per sacrificarla ad un grillo di sua fantasia.
Valeriano, peraltro, ne faceva ammenda spontaneamente col beneficare per ogni modo quei suoi paesani; ed essendosi il piovano tramutato in quei giorni in non so qual seggio abbaziale, figuratevi come ebbe a restare don Angelo, quando dall’antico scolaretto gli fu bisbigliato all’orecchio ch’egli lo aveva proposto ad occupare la sede vacante! Quella era sempre stata la mèta d’una cocciuta ambizioncella; e benché nulla ne trapelasse per la guardinga modestia e l’umiltà del buon prete, pur all’udir quella nuova non seppe frenarsi e gli scoppiò dal cuore un sonoro: «Finalmente!». Povero vecchio! Non aveva tutti i torti, poiché la fortuna non gli pestava sulle calcagna che dopo avergli squadrato le corna settant’anni filati. Ma se ne pianse egli di gioia, ebbe pur anche la consolazione di veder piangere del pari tutti i parrocchiani alla funzione dell’insediamento.
Il boccone toccato ai Romano di tante larghezze non fu meno saporito per venire dopo gli altri; giacché tra Valeriano e don Angelo era fermo di rimetterli nella loro casa, rimandando per i fatti loro con ogni agevolezza i nuovi coloni: e cosí quando furono sullo scorcio dell’autunno, e s’era già accomodata tra Natale e Maria la faccenda del matrimonio, Valeriano fece di cappello scherzosamente a don Angelo, dicendogli:
– Ora tocca a lei, signor piovano!
E don Angelo salí a Monteaperto con quella gran ventura sulla punta della lingua; e appena quei poveretti la seppero, fu un gridío e una gioia da non dire, ed esclamavano: – Torniamo a casa nostra! Sia benedetto il Signore! – che era un piacere a udirli.
Dunque per San Martino avvenne quella gran festa; e i Romano riebbero, sotto il tetto dov’erano nati, la pace e la giocondità d’un tempo, e anche la vecchia Maddalena si sciolse poco per volta dal suo torpore, e in capo a qualche giornata non pareva piú quella. Solamente Maria e suo padre rimasero a Monteaperto; ma fra il casolare del Pecoraio e la casa dei Romano, e la canonica e il castello era un andirivieni continuo; e tutti domandavano: «E queste nozze, dunque?». E Maria chinava gli occhi rispondendo: «La settimana ventura», o «Di qui a qualche giorno». E cosí toccarono l’Avvento; né Natale stringeva la fidanzata con importune domande, giacché comprendeva l’animo suo in quelle continue dilazioni.
Finalmente, decorsa che fu la prima metà di dicembre, la giovane a quell’inchiesta che ognuno le moveva, rispose: «Quando vorrete!». E detto fatto tutti vollero al piú presto, e lo sposalizio fu stabilito per il giorno di Santo Stefano. Ma perché non ci mancasse nulla, nel frattempo, da quel capraio di Spilimbergo, che, se ben vi ricorda, viaggiava sovente per i suoi affari la montagna tarcentina, Maria, aveva saputo nuove della famiglia di Daniele. E questi anzitutto era morto non si sapeva se di apoplessia o di ubbriachezza a mezzo l’autunno, e Bastiano era divenuto un altro uomo e viveva beatamente con i fratelli e con un bambino regalatogli di fresco da Cecilia; e Modesta, accalappiato Feliciano col lacciuolo del matrimonio, viveva con lui, come il gatto col cane, non perdendone per ciò né i colori né la voce. Quanto ai cordai di Codroipo, non c’era scappata che il signor Valeriano facesse alla Bassa, senza riportare per Maria le nuove e i saluti di quella brava gente.
Insomma, per Santo Stefano il matrimonio fu celebrato, ed Emilia volle essere la madrina; ma quanto al far le nozze al castello, non ci fu verso di persuadere Maria, e convenne accontentarsi del Casone di Santo; ove, per altro, i signori castellani non sdegnarono aver comune la mensa con i pecorai e con le villane. E cosí fu anche per quella volta dimostrato, che Dio non paga il sabato, bensí che ogni giorno della settimana gli è buono per retribuire le persone secondo i meriti. Ché se taluno dei lettori rimanesse mogio pensando a quel girellone del segretario, che sembra durare ancora nel suo ufficio in barba alla Provvidenza, si consoli, con la lusinga che a casa del diavolo giorno per giorno gli si sprofondi d’un gradino la stia. D’altronde, ora che il signor Valeriano ha mani in pasta, il Machiavellino topesco s’è fatto buono buono, e fa le viste di lasciarsi corbellare per dar ad intendere che non ha mai corbellato.
– Guardate, guardate! – dicevano i contadini alcuni giorni dopo, vedendo passare per piazza mastro Doro e Santo a braccetto, lesti e allegri come due pesci. – Oh, non pare che al vecchio Romano e al Conte di Monteaperto sdrucciolino gli anni dalla gobba? Sei mesi fa cascavano a pezzi, ed eccoli rattoppati che paiono nuovi!
– Cosa volete? – si rispondeva. – La contentezza e la buona coscienza sono migliori del brodo di cappone a rimetter le polpe!
Né vi fu chi non godesse della felicità di quelle due famiglie, ridotte ad una sola con sempre crescente concordia, e della pace e dell’allegrezza che rifiorivano per ogni casa: cosicché i sospiri non ricorrevano piú al bel tempo di Bettina e di Claudia, come nei primi mesi dopo la morte della Contessa. Vi giuro anzi, che i vagheggini di quelle fraschette ebbero a fare lunga penitenza dei loro peccati prima di tornare nelle buone grazie delle antiche amorose.
Fece per altro meraviglia, che qualche tempo dopo le nozze, essendo andata Maria con lo sposo a Udine, dicesse taluno averla veduta pregare colà nel Camposanto!
– Oh, che morti ci ha a Udine? – si chiedevano l’un l’altro.
– È un voto – rispondeva don Angelo che aveva addebitato la propria coscienza anche di quest’ultima bugia. – È un voto fatto l’anno scorso, durante quella sua terribile infermità, dalla figlia del Conte Pecoraio.

FINE

NOTE:
(1) Pur troppo chi ha su per le dita i governi della Russia ed i Distretti del Canadà ignora sovente la partitura naturale e le condizioni delle nostre provincie sorelle. Né il Friuli ci guadagna da codesta ignoranza, disconosciuto e calunniato ch’egli è, anche innocentemente, dai chiacchieroni e dalle gazzette. Per chi ne ha d’uopo aggiungo cosí all’infretta queste note, gli errori delle quali saranno forse meno massicci di quelli che corrono tuttavia per prette verità sulle bocche anche de’ nostri letterati. – Il Friuli ha il suo nome dal Forum Julium (il Cividale d’oggidí, 10 miglia al nord-est di Udine). Esso fu dapprima, come suona il nome, provincia romana; corso poi e saccheggiato da ogni schiatta di barbari, principalmente dagli Unni; tenuto col resto dell’Italia settentrionale dai Longobardi, che vi ebbero un potentissimo Duca; ereditato dai Franchi e dagli Imperatori di Alemagna; sorto a vita quasi propria sotto il dominio dei Patriarchi d’Aquileia che lo tennero come feudo imperiale; lacerato al pari d’ogni nostra provincia da guerre intestine, piú di tutte, da guerre castellane e da discordie famigliari; scorrazzato da Ungheri, da Uscocchi, da Turchi (l’ultima scorreria di costoro fu nel 1470); passato per estorta dedizione alla Repubblica di Venezia, che sempre lo governò con leggi e consuetudini proprie e con nazionale Parlamento, dandogli il nome venerabile di Patria, comeché da Aquileia si vogliano fuggiti i primi abitatore di Rialto. – Esso comprende, ne’ suoi confini naturali: la regione fra Livenza e Tagliamento con S. Vito Pordenone e Portogruaro (quest’ultimo ora nella provincia di Venezia); il pedemonte e la pianura fra il Tagliamento, l’Isonzo ed il mare, con Udine, Cividale (in friulano Cividat o Civitas per antonomasia), San Daniele, Gemona, Palmanova e Latisana; la montagna superiore a tutte queste fiumane, soprannominata la Cargna (non la vera Carnia, che era oltre le Alpi nella Carinzia e Carniola) le vallate fra Tagliamento ed Isonzo, nelle quali son chiusi i comuni slavi del Friuli, divisi nelle due popolazioni disparatissime per indole, dialetto e costumi, di Resia e di S. Pietro; parte della Contea di Gorizia colla città di questo nome, che parla una varietà del Friulano; finalmente il cosí detto Territorio fra l’Isonzo, il Carso Triestino ed il Mare, con Gradisca, Monfalcone, Aquileia e Grado, già appartenente alla Repubblica di Venezia ed ora con tutta la Contea di Gorizia aggregato al Regno Illirico. – I distretti alpini del Cadore e del Comelico stettero altre volte col Friuli; ora con miglior distribuzione fanno parte della Provincia di Belluno; nella quale non si parla già il vernacolo friulano, come pretese l’eccellentissimo dei nostri almanacchi, tanto e si vanamente desiderato anche quest’anno, sibbene un gergo affatto Veneziano. In tutte le regioni summentovate la popolazione passa, a mio credere, le 550.000 anime; delle quali meglio di mezzo milione parla il dialetto Romanzo Friulano. Quella parte poi del Friuli naturale che forma l’attual Provincia del Friuli col capoluogo di Udine (la piú vasta e popolata fra le Lombardo-Venete) somma poco meno che 500.000 abitanti, dei quali solo poche migliaia parlano alcuni dialetti slavi, o il vernacolo Trevisano (nel distretto di Sacile fra. Piave e Livenza). – Tutti gli altri usano del parlare Friulano, puro, nobile e antichissimo germoglio della gran Lingua Italica; nel quale non sono piú frequenti le radicali forestiere che nel Milanese o nel Bergamasco, pochissime derivanti dallo Schiavonesco e nessuna, a mia saputa, dal Tedesco. Vi predomina l’elemento Celtico; del che potrebbe darci schiarimento quel passo di Tacito che dice il Foro Giulio colonia della Gallia Narbonese. – La lontananza, la gelosia del Governo Dogale, la vita affatto provinciale e il frapposto Tagliamento, che solamente da mezzo secolo soffre il peso d’un ponte lungo quasi un chilometro, tennero diviso dalla famiglia italiana questo popolo solerte, robusto, frugale, ammirabile per la santità e semplice vaghezza de’ suoi costumi. Eguali cagioni vi tardarono gl’incrementi delle arti, delle lettere, delle scienze, che ora vi allignano, come in vergine suolo, piú potentemente che altrove. Tuttavia, anche parlando del passato, Paolo Diacono, Giovanni da Udine, Pellegrino da S. Daniele, Amalteo Pordenone, il poeta Ciro da Pera, il generale Savorgnano, lo storico Liruti e Fra Paolo Sarpi nacquero Friulani e crebbero onore all’Italia. Sicché anche la fecondità di tempi meno avveduti conforta la speranza, che al Friuli, come parte rilevantissima della patria comune e protettor naturale della coltura italiana in Istria ed in Dalmazia, non verranno meno né il cuore né le forze, e che darà buoni frutti l’opera avviatrice sí altamente compresa da molti scrittori e pratici viventi.
(2) Conservo senza tema di peccare il termine usato nel vernacolo per dinotare un piccolo podere lavorato da affittaiuoli contadini, sui prodotti del quale il padrone percepisce d’anno in anno una quota invariabile.
(3) La popolazione maschile del Friuli alpestre come d’ogni altro paese montano si trasloca d’anno in anno durante la stagione invernale in altre regioni. Gli emigranti al di là del Tagliamento vanno per casciari e muratori in Carinzia, nella Stiria, in Ungheria, a Trieste ed a Vienna. Quelli al di qua calano per facchini, acquaiuoli, e spaccalegne a Venezia; e per panettieri fino a Roma. Ma di questi ultimi l’assenza dura molto a lungo, e di là non tornano che con qualche capitaletto, e talora anche arricchiti.
(4) I cavalli friulani, tanto nominati per la corsa a sediolo ed a calessino, si vogliono aver qualche parentela cogli arabi: certo hanno comuni molte doti assai rare fra le quali la durata. Un buon cavallo friulano domato sui cinque anni dura spesso alacre e robusto oltre i venti. Pochi se ne traggono razze: i piú credono puledri caserecci.
(5) Averlo notato prima o notarlo ora poco monta. Sar e Done (Sere e Donna) sono i predicati d’onore dei capi di famiglia nelle contadinanze friulane.
(6) Pontebba sopra un torrentello confluente del Fella (tributario questo del Tagliamento) è l’ultima stazione d’Italia a nord-est. Oltre quel meschino rivolo d’acqua il linguaggio, i costumi, l’architettura e perfino il paese cambiano di repente; e la metà del paese che siede sull’altra sponda è abitata dagli Slavi tedeschi della Carniola. È anche l’ultimo limite dell’avvallamento Mediterraneo, e le acque che dopo Pontebba s’incontrano dechinano per la valle della Drava al Mar Nero.
(7) La nobiltà friulana, per esser durata fino a questi ultimi anni nella consuetudini del vecchio e robusto vivere castellano, conserva ancora qualche traccia di tali gotici vecchiumi; piú per usanza, mi sembra, che per boria. Del resto la prepotenza feudale era colà da lungo tempo temperata dalla politica veneta che sui confini imperiali teneva ben d’occhio i Giurisdicenti; e gli eredi di questi si distinguono dai patrizi delle vicine provincie per quella semplicità campagnuola; per quella cordiale ospitalità, e per quella virile e simpatica rozzezza che erano patrimonio dei loro maggiori – Iliacos intra muros peccatur et extra: il che, per chi non sa di latino, vuol dire: di sperare nell’incremento dei beni e nella guarigione dei mali.
(8) Mandi è l’addio o il vale del parlare friulano; raccorciato e rattratto come vogliono gli etimologisti dal mane diu dei latini; e questo sarebbe fra i latinismi friulani uno dei peggiormente conservati.