Ippolito Pindemonte – Arminio

PROLOGO
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MELPOMENE
MDCCXCVII.

Far riviver gli estinti, e i prischi Eroi
Condurre a passeggiar tra pinte scene,
E a lor dar voce, che di lor sia degna;
Metter su gli occhi di chi ascolta il pianto,
Del non vero creando ambascia vera;
E alzar gli spirti, e col piacer cercato
La virtù non cercata indur ne’ cori:
Questo io prima insegnai d’Ilisso in riva.
Con fatali sventure, e colpe illustri
L’odio ai Tiranni, ed il timor de’ Numi
Nel popolo io destava; e di pietade
Pungendo l’alme, e di terror secreto,
Io le temprava sì, che l’uom più duro
Disconobbe sè stesso, e dei Re crudi
Avvezza a segnar morte, e al ciglio alzata
Stupì la man di ritrovarlo molle.
Aure sì dolci su i Romani colli
Non respirai: pur così nobil terra
Nel grembo suo lunga stagion mi tenne.
Ma da insoliti fregi, e da straniera
Pompa io mi vidi, più che adorna, oppressa.
Già dall’orecchio anche più culto all’occhio
Il piacer, tralignando, era passato;
E di non s’agitar, di non dolersi
Era, e di non tremar contenta ogni alma:
E in maggiori teatri io fui men grande.
Ohimè che le felici Ausonie piagge
Barbara gente inonda! Io fuggitiva
Ricovro in sen delle Pimplèe foreste,
Quella recando in man fiamma divina,
Ch’io di Sofocle avea nel petto accesa.
Gelosamente ivi la serbo; ed ivi
Nutro la trista estasi mia, vagando
Or nel più interno bosco, ed or gli orecchi
Al suon delle cadenti acque porgendo.
E come augel dalla notturna frasca
Fise le luci tien nell’Oríente
Pur desíose di vederlo bianco,
Così attenta aspettando io gía, che quella
Nordica notte, che il bel cielo Ausonio
Premea, cedesse. Alfin si rompe; ed io
Corro col sacro fuoco in man ripreso
Roma, ed Etruria a riveder: poi varco
L’Alpi nevose, e l’Oceán fremente.
Colmo di meraviglia udì Parigi
L’ira, l’ambizíon, il cieco amore,
Quelle tra i dover cari, e i cari affetti
Difficili battaglie, e i moti, e tutti
I palpiti d’un cor da me dipinti
In abito non pur Romano, e Greco,
Ma Cinese, Indíano, Arabo, Scita:
Meravigliando anch’io di poter tanto
Con le abborrite rime, e un verso imbelle.
Nè men lieta Albíon delle vetuste
Sue quercie all’ospitale ombra m’accolse.
Là, ‘ve il placido Avone i campi irriga,
Giacea della Natura il figlio caro
Tra i fiori e l’erba. La gran madre, assisa
Su quella sponda istessa, il volto augusto
Svelò tutto al fanciul, che stese ardito
Ver lei le braccia pargolette, e rise.
Ed ella, te’ questo pennello, disse:
La genitrice ritrarrai con esso,
Bambin sublime! Ma non volle l’Arte
Raccorlo in grembo, e in lui stillar suo latte.
L’Arte, che te nodrío, saggio Addissono,
Per cui Caton dalle Britanne ciglia
Trasse morendo lagrime Romane.
Ed ecco tutti ver l’Ausonia gli occhi,
Ove d’Adige in riva una ingannata
Madre solleva l’omicida ferro
Contra il proprio suo figlio. Ah! ferma, ferma,
Le grida un vecchio, oh stelle! ferma. E intanto
Un dolce sospirar s’alza per tutte
Le Italiche cittadi, e in tutta Europa
Del patetico vate il nome vola.
Poco averlo io potei: chè or l’una, or l’altra
Mel rapía delle suore; ed io ne piansi.
Ma d’Asti sorse a consolarmi un Grande,
Che, dicendo alte cose in alto stile,
Meritar parve, che ad udirlo stesse
Il fior di Grecia e Roma; ove minori
Di quei, ch’egli scolpì, Timoleone,
Agide furo, e l’uno e l’altro Bruto.
La bella gloria, onde splendenti vanno
Questi cari a me tanto Itali spirti,
Sia sprone al vostro fianco, Itali alunni,
Che di calzarvi il mio coturno ardete.
Ma pensate, che sacra è l’arte vostra:
Che dagl’incauti alberghi, ove una bassa
Voglia profana entrò, fuggono, il volto
Coprendosi d’un vel, le caste Muse.
E pensate, che il Ciel tutti i suoi doni
Vi sparse invan su la felice culla,
Se poi vegghiando di compagna face
Non istancate i rai; se disdegnate
Le feconde abitar vocali selve
Della Grecia, e del Lazio, e il giovin labbro
Tinger nell’oro del Toscano fiume.
Ma di penne sicure il tergo armati
No, non temete alzarvi, e su l’intera
Faccia spiegar dell’universo il volo,
Lanciando qua e là gli sguardi accesi,
E ne’ cor penetrando. Amori, e sdegni,
Sospetti, e gelosie, speranze, e gioje,
Mille di color vario affetti e mille,
Tutti allor s’offriranno in folla a voi,
L’onor de’ carmi domandando tutti.
Versate allor nell’implorato canto
Quelle, che in sen volvete, ignee faville.
Nuovo da queste scene intanto sorge
Tragico verso, che ascoltar tacenti,
Quanti sedete a queste scene intorno,
Sol vi chiede tremando il mio Poeta.
E le battenti palme? Oh così possa,
Come le brama, meritarle ancora!
Mira, è ver, nella lode un bene incerto,
Periglioso, fatal, che il ben primiero,
L’interna pace, ognor distrugge, e spesso
D’uom, che mai non ti vide, un tuo nemico,
E dell’amico tuo forma un rivale:
E pur lode sì infausta amar confessa.
Ma quello udite, ch’io nel cor gli leggo.
Se un dì, per conquistarla, ei mai dovesse
Frodarne altrui; se lusingar l’ingiusto
Fortunato valor; se al vizio in trono,
O col pileo sul capo, offrir l’incenso;
Cantare illustri, o ver plebei Tiranni;
E contra il Ciel, contra i paterni altari
Vibrar non riverente un solo accento:
Più tosto vuole, che in tenébre eterne
Il nome suo resti sepolto; vuole
Con fronte nuda ir sempre, o che la cinga;
Se d’allòr non è indegna, un puro alloro.

ARMINIO
TRAGEDIA

“Non Samnis, non Poeni, non Hispaniae, Galliaeve, ne Parthi quidem saepius admonuere, quippe regno Arsacis acrior est Germanorum libertas. Quid enim aliud nobis, quam caedem Crassi, amisso et ipse Pacoro, infra Ventidium dejectus Oriens objecerit? At Germani Carbone, et Cassio, et Scauro Aurelio, et Servilio Cepione, M. quoque Manlio fusis, vel captis, quinque simul consulares exercitus populo Romano; Varum, tresque cum eo legiones etiam Caesari abstulerunt. Nec impune C. Marius in Italia, divus Julius in Gallia, Drusus ac Nero et Germanicus in suis eos sedibus perculerunt. Mox ingentes C. Caesaris minae in ludibrium versae. Inde otium, donec occasione discordiae nostrae et civilium armorum, expugnatis legionum hibernis etiam Gallias affectavere; ac rursus pulsi inde, proximis temporibus triumphati magis quam victi sunt.
Tacito nella Germania.

PERSONAGGI

ARMINIO
}
CAPI DE’ CHERUSCI, ANTICO
POPOLO DELLA GERMANIA.
TELGASTE

GISMONDO

TUSNELDA, MOGLIE D’ARMINIO.
VELANTE, FIGLIA DI ARMINIO, E DI TUSNELDA.
BALDERO, FIGLIO DI ARMINIO, E DI TUSNELDA.
ARPI, SOLDATO CHERUSCO.
CONDOTTIERI.
SOLDATI.
SACERDOTI.
DONNE CHERUSCE.
CORO DI BARDI.

La Scena è un Bosco praticabile con sedili muscosi irregolarmente disposti: trofei sopra i tronchi di alcuni alberi, ghirlande di fiori appese ai rami di alcuni altri, e rozzo altare nel mezzo.

ARMINIO, TELGASTE, GISMONDO. Vestiti di lana le braccia, e le gambe assai strettamente: una specie di manto pur di lana: calzari di pelle fin sopra la noce, e non più, della gamba: corazza, elmo con coda di cavallo, e spada sul fianco.
CONDOTTIERI CHERUSCI, Allo stesso modo.
SOLDATI CHERUSCI. Nudi le braccia, e le gambe: mezza corazza, o sia panciera: pelle intiera di qualche animale su le spalle, che cade di dietro, ed è appuntata da fibbia sul petto: calzari, come sopra: nulla in capo, lancia nella mano, e scudo quadrilungo, e assai grande, che pende a tergo. Alcuni avranno anche il turcasso al fianco.
BALDERO, e ARPI. Come i Soldati; Baldero però non avrà nè scudo, nè lancia, ma la spada sul fianco, e bella pelle d’orso su le spalle, che il distingua alquanto da quelli.
BARDI. Braccia, gambe, e calzari, come sopra: sopravvesta di lana: nulla in capo, e capelli sciolti.
SACERDOTI. Abito lungo di lana: la fronte cinta di quercia: calzari, come sopra.
VELANTE, e DONNE CHERUSCE. Abito, e sopravvesta di lana: nude le braccia, e il petto, ma con decenza: calzari di pelle, e nulla sul capo.
TUSNELDA. Vestita nel modo stesso, ma con più studio e più eleganza. Lavori d’oro al petto, e alle braccia, e in capo qualche ornamento.
Gli abiti saranno d’ogni colore, ed alcuni a liste di due colori, fuor quelli affatto bianchi de’ Sacerdoti: gli scudi sembreranno di legno variamente, e bizzarramente dipinto.

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA
TELGASTE, CHE VIEN DAL FONDO DELLA SCENA
CON ALCUNI CHERUSCI.

Compagni fidi, che vinceste tanto
Di fatiche e di rischi, alfin siam giunti,
Giunti, pensato ah chi l’avrebbe! in tempo.
Di Teubergo ecco il bosco: ecco i trofei
Più luminosi del valor Cherusco. –
Romani scudi ed elmi, ove son, dite,
Quelle membra da voi sì mal coverte
Contra il Nordico ferro? Il dì ritorna
Della vostra vergogna: il dì, che rese
La prima noi delle Germane genti. –
Compagni, apparecchiatevi al solenne
Giorno. Mirate, come chiaro spunta!

SCENA SECONDA
BALDERO, TELGASTE.

BALDERO.
Numi! Telgaste qui?

TELGASTE.
Vieni al mio seno.
Baldéro mio.

BALDERO.
Tanta sperar ventura
Io già più non osava.

TELGASTE.
Oh come ratto
Monti, e fiumi varcai! Da quella uscito
Vasta prigion, che detta è Roma, io tosto
Scorrere in me sentii vita novella.

BALDERO.
Roma con noi qual’è?

TELGASTE.
Scaltra, ed ingiusta.
Ma come vive il genitor, la madre,
La suora tua?

BALDERO.
La sposa tua – ti aspetta
Con una smania da non dirsi. Il padre
Le promettea, che questo giorno, in cui
Varo fu vinto, e che da noi per queste
Selve, ove cadde, si festeggia ogni anno,
Fora pur quello di sue nozze tanto
Da lei bramate. Il suo duol pensa, quando
Vide jeri la notte, e te non vide.

TELGASTE.
Chi di me, se Baldéro il ver mi narra,
Felice più?

BALDERO.
T’inganni. Oggi felice
Non è Telgaste.

TELGASTE.
Ohimè? che dici?

BALDERO.
Uom, che ami
La patria, esser nol può.

TELGASTE.
Come?

BALDERO.
Un oscuro
Nembo, che sorse per maggior mio male
Dal paterno mio tetto, a noi sul capo
S’addensa.

TELGASTE.
Parla.

BALDERO.
Arminio, il padre mio…

TELGASTE.
E ben?

BALDERO.
Regnar desía.

TELGASTE.
Che ascolto? – Arminio,
Quel grande Arminio, che brandì la spada
Contra Marobodúo, perchè gli Svevi
Signoreggiar volea?

BALDERO.
Pareagli allora
Bello il tener da signoría qualunque
Sgombra Germania. Di tal gloria cinto,
Pargli or, che un’altra il fregerà, se alcuno
Quel, ch’ei contese altrui, non gli contende.

TELGASTE.
Ma certezza n’hai tu?

BALDERO.
Soverchia.

TELGASTE.
Nulla
Pria del mio dipartire io scorsi.

BALDERO.
Appieno
Te conoscendo, egli lontan ti volle.
E fe’ nomarti ambasciador sul Tebro,
Benchè ogni saggio reputasse vana
Tale ambasciata. Occulte fila intanto
Tendendo, presi a sè traeva i Duci,
E i Sacerdoti. Io che potea? Star muto,
Fosco, pensoso potea un figlio, e stette.
Perchè nacqui da lui?

TELGASTE.
Ma fur tenaci
Della lor libertà sempre i Cherusci.

BALDERO.
Ma di Arminio il valor gli abbaglia. Le arti
Molto io non temo: il merto suo, che noi
Distrugger non possiam, pavento. Speme
Resta in te solo. Ah! tu a me salva il padre,
Salva l’amico a te, la patria a tutti.

TELGASTE.
Quanto ella impone, io compirò: tel giuro.
Più ancor m’è cara, poichè Roma io vidi
Con quel suo cupo, impenetrabil, crudo
Tiberio: Roma, ove nè aprir pur bocca
Lice sotto un Signor, che il parlar franco
Teme, e il servil non ama: ove un Senato,
Cui dal tremare l’adular non salva,
Ch’esser non sa nè libero, nè schiavo,
Dai motti oscuri, dal silenzio atroce,
Dal ceffo ambiguo di quel Mostro pende.

BALDERO.(1)
Vedi tu questo breve, e pronto acciaro
Da me tolto con mano ancor fanciulla
A un soldato d’Italia? Nel mio petto
Tutto entrerà, pria che i comuni ceppi,
E tanta io miri onta paterna, e mia.

TELGASTE.
Calmati, Amico: dall’Italia, dove
Invano andai, forse io non riedo invano. –
E quai Velante mia, quai sensi nutre
La sublime tua madre?

BALDERO.
Della madre
Non favellarmi.

TELGASTE.
Che?

BALDERO,
Tusnelda, e Arminio
Son due corpi, e uno spirto. Un’altra, e nuova
Tusnelda a noi dal contagioso Tebro
Ritornò: a fastidire i rozzi nostri
Costumi, strani a risentir bisogni
Cominciò tosto. Schiava un tempo in Roma,
Forse le par, che da quel brutto scorno
Tergerla or debba di Regina il nome,
Macchia più grande. Oltre che sempre, sempre
Le va soffiando nell’orecchia incauta
Suo veleno un reo serpe a te ben noto,
Gismondo, che de’ taciti consigli
Del genitor primo è strumento. Mira,
Se odiarlo io deggio. – Ma tu qui m’attendi. (2)

TELGASTE.
Cosa io qui trovo inaspettata.

BALDERO.(3)
Se oggi
Morir degg’io, di quel Gismondo il sangue,
Da te versato, la mia tomba inondi.
Udisti?

TELGASTE.
Tu vivrai.

BALDERO.
Pur ch’io sul trono
Colui non vegga, che ferir non posso.

SCENA TERZA

TELGASTE.
Prode garzone! impetuosa troppo
Fuor del giovine sen l’alma ti sbalza:
Ma tu miglior di me sei molto. Alcuno
Non ha la tua virtù sprone straniero:
E me, qualunque impresa io tenti, acuto
Punge desío, che la tua nobil suora
Lieta mi sguardi, e in me sè stessa approvi.

SCENA QUARTA
TUSNELDA, VELANTE, BALDERO, TELGASTE.

TUSNELDA.
Valoroso Telgaste, a noi tu giungi
Quanto improvviso più, tanto più caro.

TELGASTE.
Veloce io venni; e più veloce assai,
Bella Velante, innanzi a me volava
L’infocato cor mio.

VELANTE.
Me tristi sogni
Turbavan sì, ch’io di dormir temea:
Nè partian con la notte i miei terrori.
Ma tutte al venir tuo, come al Sol nebbie,
Fuggon le larve. Oggi rinascer parmi.

TUSNELDA.
Tutti si compion oggi i miei desiri.

BALDERO.
Forse non tutti.

TUSNELDA.
Udiste? O muto stassi,
O parla aspro, ed oscuro.

VELANTE.
Deh! fratello,
Non funestar con oltraggiosi, e vani
Sospetti un sì bel giorno.

BALDERO,
Ecco, Telgaste,
La sposa tua. Men diffidente ognora,
Quanto più pura, fuor di sè non vede,
Che quel, che trova in sè: l’onesto e il retto.

TUSNELDA.
E tu, figlio crudel, tratti ognor peggio
Madre, che t’ama.

BALDERO.
È ver, tu m’ami. Amassi
La tua patria così!

TUSNELDA.
Che? l’odio io forse?

BALDERO.
Poichè di Roma i prezíosi marmi
Vedesti, e gli archi, ed i teatri, sembra
Che a te piacciano men le nostre selve.

TUSNELDA.
Bello è ogni loco, quando è patria.

BALDERO.
E voglia
Può in ogni loco ancor nascer del regno.

TUSNELDA.
Audace! alfin chiaro favelli.

TELGASTE.
Come
Tal voglia entrar d’una Germana in core
Potria? Donna Romana, se tornando
Dalla curia, o dal campo il buon marito
Degna versarle alcun secreto in seno,
Vive beata. Altra è la vostra sorte:
Voi con gli uomini qui la guerra, voi
Dividete la pace. Abbiam noi visto
Donne co’ prieghi, e con gli opposti petti
Schiere voltate rivoltar: concilj
Non raduniam, che non ne siate a parte:
Degne ancor vi crediam, che ardente il Nume
Scenda nel petto a voi, parli sul labbro.
E non tenersi assai locata in alto
Potria qui donna?

TUSNELDA.
Ed a te par, che molto
Per una sia quel che tutte han? Pur nulla,
Che di tutte non sia, chiederò mai.

BALDERO.
Ma codest’oro, che le braccia e il collo,
Madre, ti cinge, il vedi a un’altra intorno?
Dal reo metallo noi scampò Natura;
O questa terra, se il produce, ascose
Finor nel sen pietoso il dono infausto.
Dal mezzogiorno giunse a noi tal peste
Con le armate nemiche. Il Roman ferro
Non temo io già, l’oro tem’io: con l’oro,
Più che col ferro, vincer noi vuol Roma.

VELANTE.
Fratello, intatto il nome suo Tusnelda
Mantenne sempre. La più vigil cura,
Come de’ nostri corpi, ebbe dell’alme:
E col latte amoroso, onde ci crebbe,
In noi stillò, quanto è di grande in noi.
Chi, chi di lei nelle più dubbie pugne
Ardita più? Chi d’un egregio sposo
Nel contar, nel trattar l’ampie ferite
Più cittadina, e sposa? Ed in quel nero
Funestissimo dì, che prigioniera
De’ Romani restò, qual non apparve?
Legata, ma non vinta, una dagli occhi
Lagrima non le cadde, una dal labbro
Non le uscì voce supplichevol, bassa:
Nè fortezza minor, nè minor ebbe
Costanza, nè fu men Cherusca in Roma.
Questa, o fratel, la madre nostra è questa.

BALDERO.
A me sua vita narri tu? la ignoro
Io forse? Ma qualor…

TELGASTE.
Taci, ecco il padre.

SCENA QUINTA
ARMINIO, TELGASTE, BALDERO,
TUSNELDA, VELANTE.

ARMINIO.
Telgaste, bella senza te la luce
Non era a noi di questo dì, nè lieta
Del bosco di Teubergo a noi la vista.
Nell’assemblea, che per festiva usanza
S’unirà qui tra poco, udrem noi dunque
Ciò, che risponde il popolo superbo,
Che del Mondo signor chiamasi a torto,
Finchè il tuo braccio folgoreggia, – e il mio.
Poi tutto di conviti, e danze, e giuochi
Pieno andrà il giorno: ma d’ogni altra festa
Quella, ond’io più godrò, saran le nozze
Della dolce mia figlia. Io già l’usbergo
Dotale, e l’elmo ai fidi tuoi dar feci.
Se tu fosti di guerra un fulmin sempre,
Che di te non s’udrà, quando vestite
T’avrà l’armi una sposa a te sì cara?
Nulla vedrei mancare alla mia piena
Felicità, se docil più, se meno
Io scorgessi ritroso un figlio, che amo,
Che amo, Telgaste, più che padre forse,
Non amò figlio ancor: ma tu maneggia,
Tu rammollisci a me quell’alma dura.
Di Arminio che dirò? Dirò ch’ei vuole
Per la patria sudar, come se nulla
Fatto avesse fin qui: vuole adoprarsi,
Come giovin guerriero ancora ignoto,
Ma cui viver non par, se oscuro vive.

TELGASTE.
Degne che tu le dica, e ch’io le ascolti,
Sono tai cose: ho cose io pure a dirti
Di me degne, – e di te, se ascoltarle osi.

ARMINIO.
Miei figli, e tu, magnanima Tusnelda,
Tra poco qui ci rivedremo.

SCENA SESTA
ARMINIO, TELGASTE.

TELGASTE.
Arminio,
Grande certo sei tu; né verun Duce,
Tra i Cherusci non sol, ma in tutto il Norte,
Leva tal fama, che la tua pareggi.
Di te stesso maggior, cosa non lieve,
Diventar brami; ma tra queste piante,
Con mio duolo, e stupor, grida una voce,
Che minor di te stesso anzi ti rendi:
Che alla patria, di cui tanto pregiavi
La libertade, or tu catene ordisci:
Che quel nome di Re, che odiasti sempre,
D’ogni altro nome a te più dolce or suona.
Non m’appongo io? Rispondimi.

ARMINIO.
Dagli anni
Miei primi alta io portai nel cor ferita,
Narrar sentendo, che il Romano Druso
Trascorse vincitor dal Reno all’Albi.
Ma lieti dì sorsero alfin: pugnai
Con Varo, e pugnai sì, che nell’altera
Roma in bocca ai fanciulli Arminio s’ode.
Passaro il Reno indi altri Duci; e s’io
Stetti placido all’ombra, è noto. È noto,
Che a Segeste, che univa allor con Roma
I suoi Catti, onde svolgerlo, io Tusnelda,
Che da lui nacque, a lui mandai; ma indarno.
E che l’armi, quel giorno ahi! non felici,
Contra il suocero io mossi, ancor che seco
Fosse Tusnelda mia, ch’indi il Romano
Schiava menò; con qual mia rabbia, il sai:
Ma degli affetti miei, fervidi tutti,
Se la patria è il men caldo, osserva quindi.
Meglio arrise il destin contra il possente
Marobodúo, che a’ Marcomanni in braccio
Riparò fuggitivo. Perchè ratto
Piombai su lui? Re non volean gli Svevi.
Ma se d’un Re i Cherusci hanno vaghezza,
Se parte è ancor di libertade il farsi,
Ove piaccia, un sol Capo, ai lor desiri
Mi opporrò? E fia la scelta lor mia colpa?
Veggon, poniamo, in me il più degno: dunque
Oggi a sè nuoce la virtù?

TELGASTE.
Sedotta
Questa gente da te dunque non venne?
Non venne. Ma se folle al suo mal corre,
Fia di chi l’ama non fermarla tosto?
Dal tuo dannoso più, quanto più vivo,
Lume abbagliata, il tutto in man ti pone.
Sempre lo stesso sarai tu? Conosco
Arminio Duce: Arminio Prence, Arminio,
Che tutto puote, io non conosco. Nebbia
Mai non l’offuschi. Questa gente avrallo
A suo Re sempre? E non impara intanto
Ad amare il poter d’un solo? i dritti
Non obblia, gli usi antichi, e alfin sè stessa?

ARMINIO.
Come? sè stessa non obblia già forse?
Son quelli dell’età de’ nostri padri,
Dimmi, i Cherusci? Oggi non può la legge
Quel, che allor potea l’uso: oggi si vieta
Quel, di che allor nè s’avea pur contezza.

TELGASTE.
Che parli tu? Di’, che Romani Roma
Or più non ha: noi siamo ancor Germani.
Qui l’oro, il padre d’ogni colpa, è fango:
Qui non basta il sembiante, e non si loda
Chi sa, odiando nel core, amar col volto.
Puro il talamo qui, certa la prole.
Non turpe scena, non Falerna vite
I desir folli in casto petto alluma:
Nè del vizio ridiam fatto gentile.
Vedi tu qui le vane arti, onde tanto
Italia s’inorgoglia, e quegli studj,
Per cui snervansi l’alme, e quelle scritte
Pagine dotte, ove a temer s’impara?
Insegna Italia la virtude: noi
L’esercitiamo. I piacer nostri, e l’arti
Son l’arco, il corso, le più alte siepi
Col salto superar, col nuoto i fiumi,
Stancar le selve in dura caccia. Roma
Si compone i suoi Dei, che più non teme,
Poichè gli ha in marmo, e in ór: noi quell’industre,
Quel profano scarpel, che impietra i Numi,
Non conosciam, non li serriam tra i muri
D’un labil tempio noi; ma su i profondi
Rapidi fiumi, o di foresta sacra
Nel venerando orror chi non li sente?
Divise, e sparse, umili, e rozze, ornate
Sol d’innocenza, ecco le nostre case.
Ma che? Sol di Germani il nome vano
Ci resterà: che dove s’alza un trono,
Vita durar non può semplice, austera,
Paga del poco. Allor palagi e piazze,
E senza cittadini avrem cittade:
La qual no, non istà nelle recise
Pietre, che non han senso, unite insieme;
Ma l’uníon delle concordi voglie,
Ma giuste leggi, e più dell’uom possenti,
Fan la vera città. Con alte mura
I cari pegni, a cui miglior difesa
Oggi formiam col nostro petto, allora
Vorrem guardare; nè guardar con alte
Mura potremo, nè più allor – col petto.
E non pur campi, ma saran giardini
Quelle rocche, onde noi cinse Natura,
I boschi, e i laghi; e dai troncati boschi
Fuggiran tosto gli oltraggiati Numi,
E tutto fia, perduti i Dei, perduto.

ARMINIO.
Udir ti volli: che facondo parli.
Volger però la tua facondia credi
Ad uom, che ignora in quanti modi vita
Civil si vive? Gira intorno il guardo,
E presso i troni ancor forza, e coraggio
Scorgerai: mira l’Oríente, mira
Cader tra i Parti in Crasso un altro Varo.
Ma Telgaste ha di quel, che più il diletta.
Gli occhi pieni così, che altro non vede.

TELGASTE.
Telgaste sa, che dalle ricche, immense,
Molli, corrotte nazíoni schiave
Si toglie il Sire invan, perchè col Sire
L’invecchiato, servil, molle costume
Non puoi toglierne ancor; perchè le stesse
Rimarran pur sotto altro manto, e volto;
Perché religíon, patria, virtude
Sul labbro avran, ma in cor non già; e diranno
Il mutar ceppi, libertade: Roma,
Senza i Cesari suoi, saría pur Roma.
Ma quel popolo, quel, che nulla vanta
Di superfluo e di raro; ove sì poche
Son le adultere fiamme, e la vorace
Usura è ignota; ove maestri falsi,
Di funeste dottrine il labbro armati,
Non assalgono il Cielo; e non di stolti
Odj, ed amori, ma dell’alte lodi
De’ Numi, e degli Eroi custode è il canto:
A un popol tale un real giogo imporre?
Dal collo de’ tuoi Parti io non lo scuoto.

ARMINIO.
Tal questa gente ancora sia, qual godi
Tu vagheggiarla. Io chiedo a te, che tanto
Dal tuo peregrinar traesti senno,
Se il comparir lento di tanti, e tanti
Legislatori è bello? Ed allor bello,
Che por si dee rapidamente in lance
Con la pace la guerra? E se mai ponno
Guerriere arti esser là, dove ogni Armato
Saper dee tutto?

TELGASTE.
Un’arte abbiam, che basta.

ARMINIO.
Quale?

TELGASTE.
Osar tutto, e non temer di nulla.

ARMINIO.
Questa io non tolgo.

TELGASTE.
Ma la infermi, quando
Togli al guerrier di cittadino i dritti.

ARMINIO.
E i tanti Capi, onde l’amor di parte,
Onde il sangue civil talvolta sparso?

TELGASTE.
Io con tranquilla schiavitù non muto
Libertà non tranquilla.

ARMINIO.
Di cui Roma
Si giova intanto.

TELGASTE.
E se uno è il Capo, e Roma
Giunga a comprarlo? – Ma sì vecchie cose
A chi narro io? Chi di te meglio intende
Quel, che meglio a noi fa? Muovere il passo,
Le fresche aure spirar, scaldarsi al Sole,
Vita non è, tu già dicevi: è vita
Non aver sopra noi, che Numi, e leggi.
Così gridavi ne’ tuoi dì migliori.

ARMINIO.
Ciò volli già, che util credetti: or voglio
Ciò, che util parmi. Alla corona stenda,
Se puote sovrapporla a tanti lauri,
Stenda un altro la man: ma forse io primo
O in repubblica, o in regno ad esser nacqui.

TELGASTE.
Quando eri cittadin, minore io parvi
Di te, ma di te solo, e men pregiava.
Oggi son io qui primo, io, che ogni capo
Sottrarre intendo alla corona, e tanto
Più il tuo sottrarre, quanto è a me più caro,
Quanto il venero io più, quanto più forte
Mi dorrei nel mirar di quella ingombro
Capo, che tra i Germani era il più illustre.

ARMINIO.
– Nemici dunque diverremo noi?
Nodo, che basti a ritenerci uniti,
Dunque non fia – Velante?

TELGASTE.
Ahi! crudel, taci:
Mortali punte nel mio cor tu pianti.
Quel dì, che a me la promettesti, Arminio
Eri tu ancora. Perchè allor non dirmi,
Che quella tua verace gloria e pura
T’increscea omai? Pugna pur troppo ingrata
S’apparecchia or tra noi: tu di Velante
Armato, io della mia virtù. – S’appressa
Chi assai da me ti parlerà diverso.
Deh! se la patria or più non ami, amico
Di te stesso almen vivi, e quella luce,
Di che ti vesti, a te non tor tu stesso.

SCENA SETTIMA
GISMONDO, ARMINIO.

ARMINIO.
Che rechi? spira alla mia nave ardita
Secondo il vento?

GISMONDO.
In porto sei. Che puote
Avervi omai d’arduo per te? Il tuo nome,
Le imprese tue, tel dissi ancor, più che altra
Ben dipinta da me ragion qualunque,
Trassero i più. Molti, che ancor sospesi
Stanno, verran, gli altri veggendo. Alcuno
Non ha la mia Tribù, che a morir presto
Non sia per te: di me non parlo.

ARMINIO.
Oberto?

GISMONDO.
Tra i Sacerdoti il più restío. Ma il tengo
Alfine.

ARMINIO.
E Vannio?

GISMONDO.
Il terrò, penso, in breve. –
Sol mi dà noja chi trovai qui teco.

ARMINIO.
Tra le mura di Roma indarno il feci
Buon tempo star, quantunque anco le Fiere
Il lor nativo ardir perdan rinchiuse.
Pur nel suo amore per Velante io spero.

GISMONDO.
Genero è a te. Se tal non fosse…

ARMINIO.
Amore
Pari a quello io non so.

GISMONDO.
Ma non è ancora
Genero a te. Se alla tua gloria aperto
Nemico il vedi, a senno tuo disporne
Dubiterai?

ARMINIO.
Tradirlo?

GISMONDO.
Io ciò non dico.

ARMINIO.
Quello, che tutti adempier sanno, indarno
Mi proporresti. Io, nel salirlo, indegno
Farmi del trono? Anzi, Telgaste morto,
Vorrei potere io dalla tomba alzarlo.
Da un tempo emuli siam: minor, tel giuro,
Fora il trionfo mio, se un tale e tanto
Spettator mi mancasse.

GISMONDO.
Anch’egli è amato
Non poco.

ARMINIO.
E il merta anch’ei.

GISMONDO.
Dunque tremendo
Nemico forse.

ARMINIO.
Di me degno dunque.

GISMONDO.
Troppo sei grande.

ARMINIO.
E d’Inghioméro nulla?

GISMONDO.
Sul Visurgo ei s’accampa, ove tuo nome
Gridar promise alla Tribù sua fida.

ARMINIO.
Tranquillo io non rimango. Ei già m’offese;
Quindi ora m’odia.

GISMONDO.
Quando, in fuga volto
Marobodúo, venirne il fier tuo zio
Dovè in catene a te dinanzi, e n’ebbe
Quel perdon tanto generoso, parve
Dell’error suo pentito, e per te colmo
Di meraviglia.

ARMINIO.
È vero.

GISMONDO.
Arpi l’osserva,
Arpi a te fido, che di quanto scuopre,
Ragguaglieratti.

ARMINIO.
Ben tu parli, e in questo
Pensier m’acqueto. Amico, il gran dì è giunto,
E nelle spiche, alfin mature e piene,
Convien metter la falce. Altr’uom tra pochi
Momenti io sono. Oh strana cosa! illustri
Corsero i giorni miei; d’invidia oggetto
Io vissi: Te felice! io sento intorno
Gridarmi; e pur grave, nojosa, fredda
M’è questa vita, che altrui par sì bella. –
Ma già con le dolci arpe i Bardi veggio,
Che dan principio al festeggiar col canto.

CORO

TUTTO IL CORO.
Dalla culla tua celeste,
Quando rechi questo dì,
Sorgi, o Sole, e le foreste
Sempre indora, o Sol, così,

UN BARDO.
Qual, se d’Autunno invade
Questa gran selva il vento,
Pioggia di foglie cade
Da cento rami e cento:
Di secche frondi pieno
Sparir sembra il terreno:
Tale, ed ancor più spessa
Sotto la man Germana
Per questa selva istessa
Cadea l’oste Romana,
Pasto cadea di torvi
Lupi, e d’ingordi Corvi.
Tanto fischiar di strali,
Brillar di brandi ignudi,
Colpi così mortali,
Urto sì fier di scudi,
Sangue non fu mai tanto,
Ne più letizia, e pianto.
I fiumi in rosso tinti,
E d’armi, e di stendardi
Pieni, e di corpi estinti
Al mar giunsero tardi,
Al mar, che impaurito
S’allontanò dal lito.

TUTTO IL CORO.
Dalla culla tua celeste,
Quando rechi questo dì,
Sorgi, o Sole, e le foreste
Sempre indora, o Sol, così.

UN BARDO.
Volgan dolce e sereno il guardo al Norte
Odino, e l’alta sua compagna Frea,
Di cui non vanta la celeste Corte
Nè Dio più grande, nè più bella Dea.
Egli crea tutto, e la gentil consorte
Tutto più vago fa quel ch’egli crea:
A un sol degli occhi suoi raggio fecondo
Ringiovenito si colora il Mondo.

UN ALTRO BARDO.
Ella da lui già nacque
Prima d’ogni altra cosa:
Ma tanto poi gli piacque,
Ch’ei la nomò sua sposa.
Qual su le nevi è il Sole,
Era il suo crin sul petto,
I passi eran carole,
Musica ogni suo detto.
Tore tra i primi frutti
Fu del lor mutuo amore,
E de’ lor figli tutti
Il più possente è Tore.
Vibrar quasi per gioco
Suol quello stral rovente,
Che il cielo empie di foco,
E di terror la gente.
Contra i rei Spiriti
L’armi divine
Lancia instancabile:
Ma vinto alfine,
Ceder dovrà.
Del Mondo i cardini
Fien rotti allora,
E fiamma rapida
Tutto in brev’ora
Consumerà.
Ma una più fertile,
Una più bella
Dalle sue ceneri
Terra novella
Risorgerà.
Avvinti gli orridi
Venti saranno,
E assai men gelido
Su i monti l’anno
Comparirà.

TUTTO IL CORO.
Dalla culla tua celeste,
Quando rechi questo dì,
Sorgi, o Sole, e le foreste
Sempre indora, o Sol, così.

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA
TUSNELDA, VELANTE, E IL CORO,
CHE RIMANE NEL FONDO.

TUSNELDA.
Alto è già il Sol; nè riunirsi ancora
Scorgo i Cherusci.

VELANTE.
Io tanto impazíente
Mai non ti vidi.

TUSNELDA.
Perchè lenti invece
Non chiamar gli altri?

VELANTE.
Nè sì lieta mai.

TUSNELDA.
A ragion, parmi.

VELANTE.
L’era io pur; ma ora
Temo, e non so di che: quindi più temo.

TUSNELDA.
Tu sempre negli estremi o lieti, o tristi,
Figlia, ti getti: il fren raccor non vuoi
Della tua fervid’anima, che troppo
Anche verso Telgaste io correr miro.

VELANTE.
Deh che mai dici? Errai, nol niego. Lunge
Tu stavi, e di Telgaste appo la madre,
Cui mi desti, io crescea. Di palme intanto
Carco, e di gloria, e pieno ancor di bello
Sdegno guerrier le colorate guance
Io tornar vedea il figlio: arse l’incauto
Nuovo mio cor di sconosciuto affetto,
Che mi parea virtù, ch’io non repressi,
E il dovea, di mie nozze ancor non certa.
Ma in questo dì non è dover l’amore?
Ed havvi amor, che non sia ardente, immenso?

TUSNELDA.
Modo in tutto chiegg’io. Quel tuo frequente
Notturno sospirar, perchè il ritorno
Egli alquanto indugiava, quell’alzarti,
Quell’uscir, quel restare ore sì lunghe
Sotto le fredde stelle, non mostrava,
Più che amore, furor? Pensa, che tuo
Non è Telgaste ancora.

VELANTE.
Oh cieli! mio
Oggi esser non dovea?

TUSNELDA.
Sì, ma discorda
Oggi dal padre, a cui non par più amico.

VELANTE.
– E il mio temer condanni? Ma che amico
Non siagli ancora, o madre, io no, nol credo.

TUSNELDA.
Appena ei volse a me lo sguardo. Illustre
Per gran fatti così, come per sangue,
È certo, ma non quanto Arminio: quindi
L’egualitade, a chi è minor sì grata,
Sul labbro ha sempre.

VELANTE.
Ora io comprendo, e troppo.(4)

TUSNELDA.
Non però vuolsi disperar: Telgaste
T’ama di amor sì víolento, e fermo,
Che forse quel, che non può Arminio, il padre
Di Velante in lui può. – Ma già s’aduna
Questa plebe signora, cui pur tanto
Costa l’unire, e più il calmarla, quando
Dai tempestosi suoi desir vien mossa.

SCENA SECONDA
BALDERO, TUSNELDA, VELANTE, E IL CORO.

TUSNELDA.
Baldéro, giunge il padre?

BALDERO.
Con Telgaste
Stretto è in colloquio: rapido, e sonante
È il lor parlarsi, e in volto a lor traluce
Misto allo sdegno di amistade un raggio.

VELANTE.
S’intenderanno, io spero.

BALDERO.
Or l’un con ambe
Le mani all’altro ambe le braccia afferra,
Or la destra alza al ciel, quasi chiamando
In testimon gli Dei.

TUSNELDA.
Figlio, tu credi,
Ch’io t’ami, è vero?

BALDERO.
Il credo.

TUSNELDA.
E che tuo padre
T’ami, ancor pensi?

BALDERO.
Ancora.

TUSNELDA.
Ed ambo i tuoi
Genitori ami tu?

BALDERO.
Madre, sì poco
Noto ancor ti son io?

TUSNELDA.
Vedi, come aspro
Rispondi tosto a chi ti parla dolce?

BALDERO.
I miei modi tu sai: ma sotto a questa
Ruvida scorza io non albergo sensi
Ribelli e duri. Amo i dover miei tutti:
E patria, e genitori, e suora, e amico
Mi stan nell’alma: tien suo loco in essa
Ciascuno. E se Baldéro il ver non dice,
Possa nel letto suo morir vilmente.

TUSNELDA.
Or basta.

VELANTE.
Deh! fratel, ponti al mio fianco.

SCENA TERZA
ARMINIO, GISMONDO, TELGASTE, TUSNELDA, VELANTE, BALDERO,
CONDOTTIERI, SOLDATI, SACERDOTI, DONNE, ED IL CORO.(5)

ARMINIO.
Cherusci, oggi s’impone a questo labbro
Di favellarvi primo. – Ecco quel giorno,
Che sempre avrem per onorato, e caro:
Quel giorno, che il terror pose, ed il pianto
Entro i palagi del felice Augusto.
In quali smanie al fulminante annunzio
Ei non andò? Le legíoni mie,
Forsennato dicea, rendimi, o Varo:
E le sue legíoni eran già polve.
Del sangue lor, che qui fu sparso tutto,
Crebber più rigogliosi, e verdi i boschi.
Tra queste piante, or di trofei vestite,
Caddero i primi Duci: sotto a quella
Quercia s’assise, ed appoggiossi al tronco
Varo ferito; e nè morir potendo,
Nè viver più; con la sua propria mano
Si cacciò fuor del sen l’alma sdegnosa.
Col ricordar sì alte cose Arminio
Già non intende d’ingrandir sè stesso:
No, della gloria vostra io non m’adorno.
La via, nol niego, io vi mostrai col brando,
Ma la calcaste voi; le vostre lancie
Spingeste voi tra carne e carne all’oste
Romana; voi nell’inseguirla Cervi,
Cinghiali voi nell’atterrarla foste:
L’Italia il crin si lacerò – per voi. –
Poichè la voce avrem del Bardo, e l’arpa
Sentito, udremo da Telgaste Roma.

UN BARDO.(6)
Roma, qual tua sciagura,
Qual Nume ti scatena
Contra una gente, ch’è di stirpe dura;
Che i figli nati appena
Reca de’ fiumi su le fredde sponde,
E li tuffa nell’onde?
Canto al German fanciullo
È di nutrice la guerresca tromba,
Terribile trastullo
Votar balestra, o fromba,
Su le rupi aggrapparsi, o per le valli
Fieri domar cavalli.
Armata vive questa gente: armata
Coltiva i campi; e quella lancia istessa,
Che in petto ostil fu messa,
L’aggiogato arator punge placata.
Dolce cosa nel suol, già pingue ed atro
Di Latin sangue, profondar l’aratro:
Dolce co’ rastri gravi
De’ suoi nemici i cavi
Percuoter sonanti elmi, e ancor sotterra
Alle ossa lor far guerra.
Il debellato Varo
De’ Germanici vanti
È il più degno di canti.
Tutti da forti i Duci allor pugnaro,
E da forti le squadre:
Ma di quella giornata è Arminio il padre.
Luce lugúbre il brando suo tra i foschi
Meravigliati boschi,
E d’uomini spavento
Il palleggiar della grande asta al vento.
Vivrà di Arminio il nome
Splendido in ogni etate,
E degli allori, ond’ei s’ornò le chiome,
Parleran nazíoni ancor non nate.
I nostri figli invitti
Usciran da’ conflitti
Con l’immago nel cor di sua virtute:
Ed ei, benché non vivo,
Del terren suo nativo
Lunga pur fia salute.

TELGASTE.
Cherusci, udite. Giunsi al Tebro in riva,
Molto aspettai, soffersi molto; alfine
Di Cesare al cospetto io così dissi:
Quella pace, che noi ferma, ed eterna
Bramiam con Roma, un ordin sol di cose
Può darla omai. Natura, accorta madre,
Con larghi fiumi, o con eccelsi monti
I riottosi figli suoi divise.
Perchè a lei contrastar? Ci parta il Reno.
Que’ coloni, che son di là del fiume,
Voi richiamate; ed abbattute, e infrante
Sien quelle rocche, cui mirar non puote,
Senza tingersi d’ira, occhio Germano:
E noi giuriam, che mai l’onda frapposta
Non varcheremo noi. – Con viso immoto
Tiberio udì: poi tanto avviluppata
Risposta diè, così la guerra insieme,
E la pace aggruppò, che agevol cosa
L’intenderlo non fu. Ma pur compresi,
Ch’era inutil del Reno il far parole:
Che abbandonar quelle Germane genti
Non si potea, che patti fer con Roma:
Stesse ciascun ne’ campi suoi tranquillo:
Primo non rompería l’Italo nome
Confini, e accordi. – Ai detti aggiunse i doni:
Vasi d’argento effigíato, e d’oro.
Grato, io dissi, ti son; ma i doni tuoi
Non verranno con me: tali di nostra
Povertà in seno meraviglie industri,
Più ancor che le Romane legíoni,
Combatterian per Roma. – Il nuovo Sole
Non mi vide sul Tebro.

ARMINIO.
Ecco le usate
Arti d’Italia, che tra i buon Germani
Vuol lasciar le armi sue, non a difesa
Di quelli già, che patti fer con essa,
Ma di tutti a rovina, sospingendo
L’un popol contra l’altro, e l’un col braccio
Dell’altro sterminando. Quel suo chiaro
Giulio così domò le Gallie. E doma
Fia pur Germania, ove per voi non s’opri
Quel, ch’io rivolgo da gran tempo in mente:
Generale una lega, che i Romani
Cacci alfin da noi lunge, e su le opposte
Rive del Reno, e del Danubio il volo
Fermi delle orgogliose Aquile ingorde.

GISMONDO.
Come sperar, che i popoli Germani
S’uniscan tutti, quando voi, Cherusci,
Spesso andate divisi, e chi l’un Duce
Siegue, chi l’altro? S’assicuri prima
La nostra, e poi della Germania tutta
La concordia si tenti. Il solo al male
Rimedio, chi nol vede? è in un sol Capo.
Qual nome imporgli, a voi starà: ma imporgli
Nome convien grande, temuto, e raro.
Così prescrive il Ciel, come cantava
La fatidica donna abitatrice
Della torre solinga. I più felici
Destini ella promise: nella sacra
Estasi sua gridò, che dar vedrassi
Ceppi, usi, e leggi al Mezzogiorno il Norte,
Se al Ciel s’ubbidirà. Ma un uom sublime,
Un Dio quasi bisogna oggi ai Cherusci:
E poco giovería l’aver trovato
Quel, che dee farsi, ove tale uom mancasse.
Rendiam grazie agli Dei: non manca uom tale.
Più secoli potrian correrne privi:
Qual follía, se l’abbiam, non l’usar dunque?
Ma chi di voi già non m’intese? gli occhi
Chi non pose in Arminio? Il vostro plauso(7)
Gioja più, che stupor, nel sen mi versa.
Chi Arminio sia, non che voi tutti, Roma
Sallo, ed il Mondo, che in lui tien gli sguardi.
Se v’ha, se v’ha chi alcun di lui conosca
Più saggio, e prode, e di più fama adorno,
Sorga, parli, l’additi. – Io, che nol veggio,
Te chiamo, Arminio, te, che di possanza
Real vestito la Germania intera
Nella bramata, e necessaria lega
Condur saprai, questi col senno, quelli
Col brando, molti col tuo nome solo,
Tutti con la virtù vincendo. E allora
Non sol la terra sino al Reno, e all’Istro
Potran Germani coltivar; ma, come
Promesso fu dall’Indovina illustre,
Coprir l’intera Ausonia, e romper anco
Alle Aquile fuggiasche il vecchio nido.

CHERUSCI.
Viva il Re Arminio! Arminio viva! viva!

ARMINIO.(8)
Su questa al grande Odino ara sacrata
Giuro, che nè la man sovra il mio capo
Porrò le chiome a ricompor, nè d’acque
Correnti e pure spargerò la fronte,
Nè terrò gli occhi nel cadente Sole,
Se pria non vede il Sol d’ogni Romano
Netta per questa man Germania tutta.

CHERUSCI.
Viva il Re Arminio! Arminio viva!

TELGASTE.(9)
Ed io
Su questa al grande Odino ara sacrata
Giuro, che invan, finchè io rimango in vita,
Invan qui spera di regnar chiunque.
Giuro, che Arminio, ove il funesto, iniquo
Spogliar non voglia pensamento, come
Amico attento, e caldo, e fedel m’ebbe,
Avveduto, instancabile, tremendo
Mi avrà nemico. Di Gismondo io taccio.

BALDERO.
Del turpe, astuto, traditor Gismondo
Non taccio io, no. Deh come mai non scese
Su la tua fronte un fulmine a troncarti
Le parole, e il respiro, e a incenerirti?
Adulator di Arminio, ma di Arminio
Ammirator non già, quale t’infingi,
Chè le gran doti nè ammirar pur sai,
Pensi celare a me tuo fine ingiusto,
Tua vile ambizíon? Staccare il padre
Dal popol vuoi, perchè tra l’uno, e l’altro
Vuoi porti: sotto al piè del padre il servo
Capo aver non ti grava, onde sul capo
Servo del popol tutto aver tu il piede.
Basso, e superbo, è tal di Re ministro:
Tal sarai tu, tu…

GISMONDO.
No, cotanta audacia
Io più soffrir…

BALDERO.
Tu della vita indegno,
Non che di questa libertà, che vendi,
Tu condannato ad una infamia eterna,
Poichè dirassi ognor, che tra i Cherusci
Prime a gridare un Re fur le tue labbra.

GISMONDO.(10)
Ah! garzon temerario, il ferro snuda.

ARMINIO.
Ferma, Gismondo, ferma: e tu, che figlio
Chiamar non vo’, dagli occhi miei lontano
Va, vola, all’ira mia togliti… ingrato!…
Che a quel mio tanto amor sì mal rispondi.

BALDERO.
Sol che quei sensi, o padre, che scoppiaro
Fuor del mio petto alfin, meglio io ti sveli.
Quel Giulio, ch’io t’udii sul labbro dianzi,
Perchè il regno affettava, ucciso venne:
Degli uccisori un si nomava Bruto,
E che da lui Bruto nascesse, è fama.
Restin pur sempre tra i nemici nostri
Così atroci furori. Ma se il giorno
Io da te non avessi, altro, tel giuro,
Non cercherei, che trapassarti il petto.
Nè trapassartel già, come vilmente
Fe’ quel Romano, con insidíoso
Pugnal, nascosto tra l’imbelle toga:
Ma, te chiamato a singolar certame,
La tua vorrei morte, o la mia. Ciò dunque
Che mi riman, se il tuo desir non vinci,
È di due l’uno: o nel cor pormi un ferro,
O in bando ir dal natío cielo per sempre,
Su l’error tuo piangendo, e su me stesso
In remote contrade, strascinando
Disutil vita, e miseranda, solo,
Senza patria, e da quanto ho qui di dolce,
Che dolce a me più non saría, diviso.
Ed or lascio quest’ombre antiche e sacre,
Ma profanate, ove quant’odo, e veggio
Mi strappa il cor dal petto a brano a brano.

SCENA QUARTA
I PERSONAGGI MEDESIMI, FUORCHÈ BALDERO.

TUSNELDA.
Perdonate, o Cherusci, a quel feroce
Giovine cor di fiamma, in cui soverchio,
E intempestivo è tutto: anco virtude.

VELANTE.
Misera me! da quale altezza, e in quale
Precipito voragine profonda!

ARMINIO.
Turbate son le nostre feste, e sparso
D’ombra un sì lieto dì. Sciolta, o Cherusci,
È l’annua radunanza. Ite.

TELGASTE.
Già parli
Da Re: breve, e assoluto.

TUSNELDA.
Il comun voto
Tanto lo alzò.

ARMINIO.
Ribelle or sei.

TELGASTE.
Tu il sei:
Tu, che questo di cose ordine antico
Rovesci, e un nuovo erger ne vuoi. Ma in tempo
Giunsi, e qui stommi.

ARMlNIO.
E anch’io qui stommi. – Figlia,
Felice io volli oggi ciascun: felice
Te con Telgaste or mio nemico. È vano
Dirti, che fora in te colpa il nemico
Amar del padre tuo. – Vieni, Tusnelda.

SCENA QUINTA
VELANTE, TELGASTE, E IL CORO NEL FONDO.

VELANTE.
– E ben, Telgaste?

TELGASTE.
Oh mia Velante!

VELANTE.
Taci:
Mi squarci l’alma, quando tua mi chiami.
Ma il vedesti l’abisso, in cui cademmo?

TELGASTE.
Se il vidi? Ah! tu non sai quale aspra pugna
Fu dentro me, benchè m’udisse Arminio
Favellargli sì franco: come il tuo
Genitor sempre a me si offriva in esso,
Mentre io volea trovar solo il Tiranno.

VELANTE.
Telgaste, cittadina io son: ma figlia
Pur sono, e d’un, cui deon la lor salvezza
Queste contrade, vaglia il ver, son figlia.

TELGASTE.
D’uno, a cui non bastò gloria sì bella,
Cui splendor nuovo, benchè reo, cui piace,
Difficile, ed illustre, anco il delitto.

VELANTE.
Delitto? – Sì: pur con Arminio stanno
I ministri del Ciel.

TELGASTE.
Suoi, non del Cielo.

VELANTE.
Ma se concorde il popolo a lui gode
Sottomettersi…

TELGASTE.
Re non l’acclamaro
Tutti: la nazíon non è qui tutta:
Manca Inghioméro.

VELANTE.
– Accender vuoi tu dunque
Della guerra civil le faci, e contra
Il padre di Velante alzar la spada?

TELGASTE.
Tra il popol, che sedotto in parte io credo,
Non guasto ancor, gittarmi, il suo periglio
Mostrare a lui, ralluminarlo, e farmi
Di te più degno, io vo’.

VELANTE.
Me sventurata,
Se quando mio più non mi lice dirti,
Ti fai più grande! Sperar posso io forse,
Che Arminio a te l’essergli stato avverso
Perdoni mai? Già mi vietò l’amarti.
Io non amarti più? Scorgi tu quanto
Sia truce un tal comando? Io, che fanciulla
Nell’ossa cominciai tenere ancora
Quella fiamma a sentir, che per te m’arde;
Io, che con questa fiamma ognor crescente
Crescendo andai negli anni, onde l’amarti
È in me natura, e vita? Un tale incendio
Come a un tratto si spegne? O padre, dove
Quest’arte apprenderò? Ma tu rispondi:
Il tuo Telgaste, or mio nemico, accusa.

TELGASTE.
Fa, ch’io regnare il lasci. E non degg’io
Dalla sua man riceverti? Io da quella
Man, che avrà posto la mia patria in ceppi,
Ceppi, ch’ella sin qui mai non conobbe,
Riceverti? E fia tempo allor di nozze?
Noi far nascere schiavi? A cauti modi,
A sensi umili e bassi, alla paura
Nodrire i figli, o noi tremar per essi?

VELANTE.
Veggio l’orror del nostro fato, il veggio:
Ma di me tu meglio l’affronti assai.

TELGASTE.
Assai più forte io mi credea, tel giuro.
Pensar non puoi, quanto a me costi, quanto
Crudo a me sembri quel dover, ch’io seguo:
Come ad un tempo e il veneri, e l’abborra.

VELANTE.
Sì, ma il tuo cor libero è almen, nè sacra
Voce a te grida, che l’amarmi è colpa.
Quando tu per le leggi a me dai morte,
Nell’amaro tuo stesso un dolce scorre
Meraviglioso: altera cosa imprendi,
Gloria ti accresci. Io, quando l’alma inchino
Sotto il paterno impero, un’opra tento
Forse non men difficile, ma quasi
Oscura, o non intesa: chè non puote
Intender uom, quanto per me sia duro
Il non dirmi più tua. – Dunque seguirti
Nelle battaglie io non potrò, gioire
Non potrò de’ tuoi colpi, o le tue piaghe
Contar, baciar, fasciarle, e il nudo petto
Sparger di pianto doloroso, e caro?
Tornerai vincitor, mille s’udranno
Voci di plauso; ed io tacita e fredda
Restar dovrò, perchè accigliato il padre
Non dica, ch’io ti porto ancor nell’alma.
Ah! questo estingue il mio coraggio: e pure
Non son donna vulgar, poichè ti piacqui.

TELGASTE.
Ed io con le mie smanie ho tutte in seno
Le smanie tue: m’uccide il sol vederti
Misera tanto, e in un tanto innocente.
Ma che poss’io? – Vuoi tu, mia dolce vita,
Rompendo i tuoi più antichi e sacri nodi,
Meco venirne ad abitar lontane
Grotte solinghe, e a condur giorni agresti,
Tu di me sol vivendo, io di te sola?
E certa sei, che quel tuo nobil core
Non ti rimorda poi d’aver lasciato,
Fuorchè Telgaste, tutto? E pensi, o donna,
Che agli occhi tuoi sarò lo stesso io sempre?
Queste man, queste braccia, questo volto
Serberò, sì: ma ciò non è Telgaste.
Nudo di quanto agli occhi tuoi m’adorna,
Coverto sol della mia turpe fuga
Ti apparirò. Qual pentimento allora
Nel mio cor, nel cor tuo! Ma della patria
Disertor, traditor, perduti i dritti
Di cittadin, di ricovrarli indegno,
Come osar rivederla? Ed ove patria
Più non fosse tra noi, come quel grave
Tacito insulto sostener, cui d’alto
Lancería con un sol regal suo sguardo
Su la bassa mia fronte il reo tuo padre?
Se Velante, di quanto io dissi ad onta,
Velante cittadina, e figlia, e suora
Fuggir risolve, ecco la man: si sfugga.

VELANTE.
Dunque tu m’ami?

TELGASTE.
Oh ciel! vedi s’io t’amo.
Qualche istante io potei pender dubbioso,
S’io contro al padre tuo sorger dovessi:
Ebbi quasi uopo di pensar, che vuole
Anco l’amor ciò che il dover prescrive:
Che vile spettator mi avresti a scherno:
E che arrischiarmi a perderti degg’io,
Per non cessar di meritarti.

VELANTE.
Ah! indegna
Io di te vivo adunque, io, che un istante
Dubitai del tuo foco: io m’odio. Vanne:
Poichè la legge il ti comanda, vanne,
Trova i compagni tuoi, gli eccita, opponti
Con tutti al cieco genitor; ma troppo
Non l’irritar, ma non l’offender troppo:
Ma sia Telgaste un formidabil vento,
Che il bosco piega sì, ma non lo schianta.

SCENA SESTA.
TUSNELDA, VELANTE, TELGASTE,
E IL CORO NEL FONDO.

TUSNELDA.
Fu da te vinto quel severo ingegno?
O di genero mio gli spiace il nome
Più, che quel di tuo sposo a lui non piaccia?

VELANTE.
Il suo dover gli piace.

TUSNELDA.
Intendo. Figlia
Di Arminio, contra lui tu pur congiuri?

TELGASTE.
Che congiurar? Figlia di Arminio vera
Costei non fora, ove soffrisse in pace
Di vederlo sul trono. E s’egli crede,
Che ogni altro il soffra, in miserando errore
Giace, ma donde io saprò trarlo: intanto
Virtù a Tusnelda una donzella insegni.

SCENA SETTIMA
TUSNELDA, VELANTE, E IL CORO NEL FONDO.

TUSNELDA
So, che mi sdegni: nè di questo io curo. –
Ma non voler può il genero di Arminio,
Che un trono s’alzi, la cui luce in tanta
Copia su lui si sparge?

VELANTE.
Ov’e Baldéro?

TUSNELDA.
L’ignoro. Il crederai? Benchè Baldéro
Mi lacerasse co’ suoi detti l’alma,
Pur quel sicuro ardir, quel risoluto
Core aperto mi piacque. Ahi folle! abborri
Un serto, che potría forse dal capo
Passar del padre al tuo.

VELANTE.
Che vai sognando?
Questi due non ancor conosci? Ah! madre,
Ben te conobbe il figlio.

TUSNELDA.
Altro io non volli,
Che il comun ben, tel giuro. Ascolta. Roma,
L’autorità d’Arminio, di Gismondo
I detti ebber, nol niego, in me gran forza.
Tal forza io sento ancor: ma quel, ch’io scorgo,
Assai turba il mio spirto, e in grande il getta
Perplessità.

VELANTE.
Nulla scorgesti. Fuma
Già questa terra di cognato sangue:
Baldéro fugge, o di sua man s’uccide.
Che al padre non andiam, che non tentiamo
Smuoverlo?

TUSNELDA.
È tardi. Immobile il lasciai
Contra ogni assalto, e in un la fronte augusta
Pien di foschi pensier, qual salda rupe
Di nubi cinta. Che far dunque, o figlia?
Quanto concede un sì difficil tempo.
Telgaste mi oltraggiò: nell’alma stessa
Desío di regno, e retti sensi avvisa
Non potere allignar, ma a torto; e forse,
Pria che imbrunisca il ciel, vedrà che sacro
Anco a Tusnelda è della patria il nome.

CORO

UN BARDO.
Qual non fa crudo strazio
Amor co’ fuochi suoi
Delle fanciulle tenere
Non sol, ma degli Eroi?
Appresa fiamma in arido
Bosco, se vento spira,
Corre tra i rami e crepita
Con minor furia ed ira.

UN ALTRO BARDO.
O la più amabile tra quante seno
Alzan di latte Cherusche vergini,
E volgon cerulo d’occhi baleno:
Bella, se il timido cervo fugace
Siegui con l’arco; bella, se intessere
Su l’erba giovane balli ti piace:
Velante, or d’agile danza desire
Più non ti scalda, nè i cervi godono
Per la tua candida man di morire.
Remoti e insoliti sono i tuoi passi,
O di te stessa quasi dimentica
Siedi su i ruvidi stillanti massi.
Tal su la gelida collina bruna
D’un nuvoletto tristo incoronasi
Talor l’argentea solinga Luna.
Il mattin lucido te sospirosa,
Te sospirosa vede dal tacito
Suo cocchio d’ebano la notte ombrosa.
Di tutta l’anima divien signore
Amor, se sola, se inerme trovala.
Donzelle tenere, temete Amore.

TUTTO IL CORO.
Di tutta l’anima divien signore
Amor, se sola, se inerme trovala.
Donzelle tenere, temete Amore.

UN BARDO.
Non sul margine d’un rio.
Il cui roco mormorio
Pare un dolce lamentar:
Non soltanto all’ombra mesta
Di patetica foresta
Ad Amor piace abitar.
Sovra i campi ancor del sangue,
Tra chi spira, e tra chi langue,
Animoso egli sen va.
De’ concilj più severi
Tra i reconditi pensieri
Penetrar furtivo sa.
Chi di te più accorto in pace,
Chi di te più in guerra audace,
O Telgaste, e chi più amò?
Di accortezza fosti nudo,
Sottil nebbia fu il tuo scudo,
Quando Amor la destra alzò.
Della luce, onde sfavilla
Una tremola pupilla,
Oh poter, che non fai tu?
Oh potere assai più grande
In colei, che raggi spande
Di bellezza, e di virtù!

UN ALTRO BARDO.
Io rivedrò tra poco, palpitante
Dicea Telgaste, i patrj boschi e i fonti,
E della vita con la mia Velante
Passerò questo dì, finchè tramonti.
E sotto al piè del frettoloso amante
Anco i più scabri s’appianavan monti.
Ma vicin del suo bene appena è giunto,
Che il ritrova, e lo perde in un sol punto.

UN ALTRO BARDO.
Sempre il natío paese
Figlio il mirò fedel.
Da lui però non chiese
Mai prova sì crudel.
La vergin, che l’impiaga
Con uno sguardo sol,
Saggia non men, che vaga,
Sedur certo nol vuol.
Ma può non pianger ella,
Se forza ha di tacer?
Nel pianto suo più bella
Può non a lui parer?
Ah! lunge pur da voi,
Germani, ogni timor:
Ma paventate, o Eroi,
Sol paventate Amor.

TUTTO IL CORO.
Ah! lunge pur da voi,
Germani, ogni timor:
Ma paventate, o Eroi,
Sol paventate Amor.

ATTO TERZO

SCENA PRIMA
ARMINIO, GISMONDO, E CHERUSCI.(11)

ARMINIO.
Sangue no, il dissi: non risplende tinta
Di sangue una corona.

GISMONDO.
Il poco spesso
Molto ne risparmiò.

ARMINIO.
Se non è cruda,
Vil cosa è sempre.

GISMONDO.
E sensi alti son questi.
Ma non lagnarti dunque degl’inciampi,
Che nella via da te già presa incontri,
E che abbatter non vuoi. Quindi sì audace
Baldéro…

ARMINIO.
Ah! questa è la pungente spina,
Che in cor mi sta. Se dopo me non regna
Baldéro mio, sterile scettro io stringo:
Metà compio dell’opra, e son nel Mondo
Qual meteora, che brilla, e nulla in cielo
Poi di sè lascia.

GISMONDO.
E a che nodrir tal cura?
Baldéro il brando suo provar dee meco,
E cader sotto il mio.

ARMINIO.
Deh no!

GISMONDO.
M’offese
Di tutti a vista.

ARMINIO.
Il figlio in lui rispetta
Dell’amico: tu sai quanto m’è caro.
No, tu nol sai: benchè protervo, io l’amo
Più della vita, e quasi al par del trono.

GISMONDO.
Ad ogni modo il perdi: altro in sua mente,
Che fuga, o morte, ei non rivolge.

ARMINIO.
Forse
Raddolcirlo io potrò. Ma il tuo rancore
A me dona, ti priego.

GISMONDO.
– Oh sì m’avesse
Oltraggiato Telgaste! Invan, tel giuro,
A favor di costui foran tuoi detti.
L’odio, ch’io gli ebbi ognor, che da’ miei padri
Ver la sua casa ereditai, fu amore
A quel, che oggi per lui l’alma mi rode.

ARMINIO.
Tra i Cherusci or s’aggira, e ribellarli
A me vuol dunque?

GISMONDO.
Opra di rischio piena:
E ben potrían le macchine, che incontro
T’innalza, a lui ricader tutte in capo.
Meglio però, se già sotterra ei fosse.

ARMINIO.
Soffra pena maggior, che morte: mio
Vassallo viva. – Ma perchè Telgaste,
Cui pur tanto il Cherusco ama, ver quella
Meta, ch’io tocco, ei pur non mosse? Averlo
Emulo ancora in questa gran carriera
Credeami. Onde modestia in lui cotanta?
Parrebbe a lui virtù?

GISMONDO.
Virtù? Che dici?
Non il desir, l’ardir gli manca. Pensi,
Che quel, che tuo fiero avversario il rende,
Della vantata egualità sia zelo?
È d’indocile spirto invidíoso
Superba, inespugnabile durezza.

ARMINIO.
Ma s’ei vedesse la corona offrirsi,
Avvisi tu, che cingerla volesse?

GISMONDO.
Di sostenerla disperando, forse
Ne ritrarría la sbigottita fronte.

ARMINIO.
No, vinca il vero, alma egli è grande.

GISMONDO.
Dunque
Dirai, che in lui la stessa voglia nacque,
E che tu il prevenisti. Alma, che forti
Sentesi l’ale, non aspira sempre
Al più alto de’ voli? Nello stesso
Tuo nuovo e acerbo impugnator nol vedi?
Un sol tra noi Capo già sorto, quale
A Telgaste riman più eccelsa impresa,
Che rovesciarlo? Ecco il suo patrio amore.
Chiunque primeggiar non tenta, o aspetta
Tempo, o di sè, credilo pur, diffida.
Quegli, che adoriam noi primo tra i Numi,
Un Monarca fu in terra. – E forse un giorno
Anco ad Arminio s’ergeranno altari.
Ma giunge il figliuol tuo.

SCENA SECONDA.
BALDERO, ARMINIO, GISMONDO.

ARMINIO.
Figlio, o nemico
Torna Baldéro a me?

BALDERO.
Favellar teco
Il figlio brama: ma pria che altro dica,
Di allontanar quel traditor ti prega.

GISMONDO.(12)
Fellone! questo acciar…

ARMINIO.
Fermati.

BALDERO.
Oh gioja!
Padre, or fa che rimanga: a terra steso
Da me senz’alma io soffrirò, ch’ei resti
Terzo fra noi, ma vivo, no.

GISMONDO.
Difendi
La tua vita, se puoi.

ARMINIO.
Fermati: dammi
Tal prova ancor dell’amistà tua vera.

BALDERO.
O si combatta, o ch’egli parta.

ARMINIO.
Lungi,
Non dubitarne, andrà.

BALDERO.
Deh! così lungi,
Che più agli orecchi tuoi sua velenosa
Voce non giunga: provvido un torrente,
Giusto il rapisca un turbine.

ARMINIO.
T’accheta.
E tu, Gismondo, tanto almen ch’io l’oda,
Frena il tuo sdegno: un giorno sol ti chieggo.

GISMONDO.
– Tuo sia pur questo dì: ma il nuovo Sole,
Lo giuro ai Numi, su la mia vendetta
Risplenderà. Sta su l’avviso intanto,
E a quell’imberbe sapíente inchina
Così l’orecchio, che a pentirci tardi
Non abbiam poscia, tu d’averlo udito,
Io d’aver chiuso in sua vagina il brando.

SCENA TERZA
ARMINIO, BALDERO.

ARMINIO.
Nel più vivo del core in pien consesso
Tu mi feristi, il sai?

BALDERO.
Padre, m’ascolta.
L’arco a piegar, a trattar lancie e spade
Tu m’insegnasti; e della mente ancora
Cura prenderti attenta, il mio drizzare
Pensier nascente, e il giovin cor per tempo
Di sensi generosi armar ti calse.
Non povertà, l’oro temer; non morte,
Ma il disonor; de’ suoi pensieri in cima
Tener la patria, e non patir, che alcuno
La signoreggi mai, furo i più caldi
Precetti tuoi. Serbo tuttora in mente
Quel giorno, che un fanciul d’età conforme
L’infinito poter del Roman Duce
A quel tra i nostri Condottier diviso
Preponea; ed io con questo irato pugno
Così percossi la colpevol bocca,
Che sanguinoso io nel ritrassi. Allora
Tu m’abbracciasti, mi baciasti, vera
Mi chiamasti tua prole. In età crebbi;
E mi gridavi ognor: Figlio, se vedi
Un Cherusco tra gli altri alzar la fronte,
Pronto con gli altri ad abbassarlo corri.
E te gagliardo difensor, te fido
Udiva io tutti celebrar custode
Della comune libertà Germana.

ARMINIO.
Nulla quaggiù dura gran tempo. È giunta
Stagione alfin, che questo popol debba
Risplender, come il Sol, su l’Orbe intero.
Troppo in queste paludi, e in questi boschi
La sua gloria restò sepolta quasi.
Alle più grandi nazíon tremendo
Dee farsi; e farsi tale allor mal puote,
Che poco vive con sè stesso in pace.
Nè altrimenti vivrà, finchè la possa
D’un solo il folle parteggiar non domi:
D’un sol, che alfin di libertà non toglie,
Che il nocevole, il troppo; e meglio assai
Così difende tutto l’altro, e guarda.

BALDERO.
Che sento? Oscure nubi, è ver, turbano
I dì nostri talor; ma qual tempesta
Non si sveglia or da te? Quel, che tra noi
Piantato sorge da tanti anni e tanti.
Credi poterlo sradicar con lieta
Non fatale ruina? È con quest’arte,
Che vuoi felice la Cherusca gente?

ARMINIO.
Sì contenti di me spero i Cherusci,
Fermo così me sul mio soglio io spero,
Che quando Morte a scenderne m’astringa,
Tu con sicuro piè potrai salirlo.

BALDERO.
Funesto inganno! ambizíon funesta!
Sola un’ora è che regni, e già tu brami
Morto ancora regnare – in me. Che intesi?
Retaggio tale al figlio tuo? Sperava
Questi, che sol delle virtù più belle
Fatto l’avresti un dì tuo tardo erede.

ARMINIO.
Ma se l’offerto a me novello scettro
Io non impugno, altri potría rapirlo.

BALDERO.
Chi porvi osa la man, se Arminio il vieta?

ARMINIO.
Oríental comando il mio non fora.

BALDERO.
E ti parrà regnar, se non puoi tutto? –
Per poco ancora il figlio tuo deh! ascolta.
Amor di libertà, d’Arminio invidia
Pungerà molti: civil guerra dunque;
Dunque o perir nell’opra, o su le teste
De’ tuoi spenti fratelli andare al trono
In seggio sei. Mite regnar ti lice?
Manca mai di nemici un nuovo regno?
Taccio, che altri un amico in guerra estinto,
Altri un figliuol ti ridomanda, o un padre.
Temer t’è forza allor: quindi esser crudo;
Sparger sangue, e poi sangue; il rischio cresce,
Sangue di nuovo; il tuo rimorso interno
Si spunta, e ognor più sangue. – Ma non siegua
Nulla di ciò. Securo imperi: imperi
Felice forse? Il vero saprai, quando
Studieran tanti d’ingannarti? Amici
Avrai pur, quando non avrai più eguali?
Splendidamente misero, lontano
Dalla natura, ed esule sul trono,
Sai quale allor sarà tua maggior pena?
Un resto di virtù, che t’apre gli occhi,
E per cui batti la pentita fronte,
Pensando tardi, che Re inetti, o crudi
Dopo te sorgeranno, e che tuo fia,
Poichè primo regnasti, ogni lor fallo.

ARMINIO.
Vero il tuo dir, mio caro figlio, è in parte;
Ma quando in tutto il fosse ancor, che vuoi?
Troppo io già m’innoltrai; Telgaste muove
Terra, e ciel contra me.

BALDERO.
Telgaste eterno
Amico è a te, se tu a te stesso il sei.

ARMINIO.
E quanti non dirian, ch’io per viltade
Lasciai l’impresa? Tornerammi questa
Difficil, perigliosa? Alle sicure,
Facili cose non mi credo io nato.
Ma che più giova il favellar? Ti basti,
Che questa egualità, ch’io pure amava,
Grave or la sento sovra l’alma starmi:
Che schiavo esser mi par, s’io Re non sono.

BALDERO.
Oh me infelice! oh me perduto! Addio
Dunque, o monti nativi, o patrie selve,
Di amici usanza e di congiunti, addio:
Un bando eterno a me s’intíma. Padre,
Non vedi tu lo stato, in ch’io rimango?
Ombra di ben più a me non resta: tolto
M’è quel conforto ancor, che a me verrebbe
Da una sposa, e dai figli. Un fuggitivo
Procrear figli? Quel piacer m’è tolto,
Primo tra i miei, che mi venía dall’armi.
Se patria io non avrò, non donna, e prole
A difender con esse, perchè in esse
Mi addestrerò? Dai più feroci bruti
Guardar la vita, o ai timidi dar morte
Per sostenerla, e all’altrui mense in atto
Non accostarmi abbietto; ecco le imprese,
Cui si riserva un braccio, che di Roma,
Di Roma ai danni tu educasti: un braccio…
Che meglio io volterei contra me stesso.

ARMINIO.
Baldéro, taci: acute punte vibri
Tu nel mio core inutilmente.

BALDERO.
In questo
Profondo abisso io cado, io, che fra tutta
La gioventù Cherusca il più felice
Chiamarmi udiva. Al grande Arminio figlio,
Chi non m’invidiava?

ARMINIO.
Ah la mia gioja,
L’orgoglio mio sempre tu fosti!

BALDERO.
È vero:
Ma più io non son, che l’odio tuo.

ARMINIO.
Che dici?
T’amo più ancor, ch’io mai non fei. Ti accosta:
Altra ora non poss’io dartene prova:
Vieni, mi abbraccia.

BALDERO.
Oh padre! oh giorno!

ARMINIO.
Un’alma
Di virtù piena è in questo sen, ch’io stringo,
Ma di virtude ferrea, inopportuna,
Ed oggi a me nemica.

BALDERO.
Io tal son oggi,
Qual sempre io fui: tu nuovo sei. Chi dunque
Di noi due trasformossi, egli divenne
Il nemico dell’altro. Ah! quello torna,
Che fosti ognor; rendimi il padre, il padre
Di que’ felici trapassati giorni,
Il vero, il solo padre mio mi rendi,
Rompi la densa, ambizíosa benda,
Che hai su le ciglia, e credi al tuo Baldéro,
Che a te si prostra, e più non abbandona
Le tue ginocchia. Per gli eterni Dei,
Per quella invitta impareggiabil destra,
Per la tua fama, ch’empie l’Universo,
Della patria, di me, di te pietade.

ARMINIO.
Sorgi.

BALDERO.
A te non riman dopo cotante
Palme, che vincer te.

ARMINIO.
Sorgi, ti dico.

BALDERO.(13)
Pensa qual fosti, e sei: pensa, che il frutto
Di sudor tanti in un sol giorno perdi.
Ecco a che quell’ardor tendea, dirassi:
Sol per opprimer tutti ei si fe’ grande.
Quando Roma percosse, quando Varo
Sconfisse, ei fabbricava i nostri ceppi.

ARMINIO.
Non più: già troppo io t’ascoltai. Se i nuovi
Passi, ch’io movo per cammin sì ardito,
Con gioja tu seguir non sai, seguirli
Con pace almen tu dei. Di stancar dunque,
Di tormentar me, e te piangendo lascia.
Fosse ancor torta quella via, ch’io presi,
Non però uscirne or mi s’addice: e forse
Col mio solo calcarla io la corressi.

BALDERO.
– E invan ti parlo?

ARMINIO.
Invano.

BALDERO.
– E nulla indietro
Torcer ti può?

ARMINIO.
Può nulla inver la fonte
Rivoltar l’Albi?

BALDERO.
Sommi Dei, v’intendo.(14)
Prendi, e m’uccidi.

ARMINIO.
Cessa.

BALDERO.
Il riconosci?
Veduti appena io avea dodici verni,
Che ad un Roman soldato io tolsi questo
Pugnale; e un nobile arco in dono io n’ebbi
Dal genitor, che alte speranze, e ahi vane!
Di me allor concepì. Prendilo.

ARMINIO.
Cessa.

BALDERO.
Perchè darmi la vita, e tormi quanto
La raddolcisce? Inutil don mi festi;
Ed io tel rendo. Salvami da un lungo
Penoso esilio, che incontrar non valgo:
Salvami dal veder civili pugne,
In cui nè contra te, nè per te il brando
Stringer mi lice: dal desío mi salva,
Che in cor potriami entrar, della tua morte.
Dopo i miei detti esser non puoi tranquillo.
De’ rimorsi importuni, ch’io gettai
Nell’alma tua, ti vendica: m’uccidi.

ARMINIO.
Ah! troppo alfine la bontà mia lunga
Stancasti: duro è quel tuo core, e sordo
Ad ogni voce di natura. Il padre
Parlò abbastanza: anco il Signore odi ora.
Virtù verace sfavillar può sempre:
Nè merta lode il non mutarsi, quando
Tutto si muta a noi d’intorno. Eguali
Io non ho, nè aver posso. Allor che il Cielo
Fa, che sorga un Arminio, assai palesa
Con questo sol, che il popol, tra cui sorse,
È destinato a un cangiamento grande.
Alme nel lungo scorrere de’ tempi
Nascon talor, che qual trovaro il Mondo
Lasciar nol ponno; e son di queste una io.
Sappilo; e sappi ancor, che v’ha tra i Numi
Una possente Dea, cui tutto cede:
Necessità. Se i miei precetti un giorno
Ascoltasti, oggi pur fanne tua scuola:
Di vassallo fedel, se di sommesso
Figliuol non vuoi, le parti adempj; o il mio
Sdegno, e nel mio quello del Ciel paventa.

BALDERO.
Padre, perdona. Presentarti il ferro
La mia man non dovea: dovea far tosto
Quello, che or fa.(15)

ARMINIO.
Cieli! che veggio? figlio…
Mio caro figlio… qual furor?… Tusnelda
Cercate voi per tutto: ite, volate.
Misero me!(16)

BALDERO.
Morte ho nel seno… io manco
Nel vigor di mia etade.

ARMINIO.
Oh qual ferita!

BALDERO.
Debile, il sai, non era la mia destra.

ARMINIO.
Cieco amor per la patria a che ti trasse!

BALDERO.
Darle il mio sangue io non potei tra l’armi:
Ma da me stesso qui versato indarno
Per lei forse non è. Vogliano i Numi,
Che giovi a lei senza tuo danno, o padre!
Oh! s’io potessi… abbandonar la luce
Con la speme, che tu… caligin nera
Gli occhi mi cuopre… io muojo.(17)

ARMINIO.
Ahi colpo! – Io pace
Più non avrò.

SCENA QUARTA
TUSNELDA, VELANTE

TUSNELDA.
Figlio!(18)

VELANTE.
Fratello!(19)

TUSNELDA.
Ah Dei!…
Baldéro…

VELANTE.
Oh quale ti vegg’io!…

TUSNELDA.
Baldéro…
Rispondi… la tua madre è, che ti chiama.
Ohimè!

VELANTE.
Baldéro… e che mai festi?… ahi lassa!

TUSNELDA.(20)
Or che mi val quell’alta, ch’io conosco,
Virtù dell’erbe, onde sanar ferite?
Così l’adopro in te? Così l’estremo
Fiato dalle tue labbra almen raccolgo?

VELANTE.
Il disse: o esilio, o morte.

TUSNELDA.
Oh qual, Velante,
Quale ai miei lumi disnebbiati or s’offre
Nuove di cose aspetto!

VELANTE.(21)
Ah ch’io dovea
Non distaccarmi dal suo fianco mai.
Ma il suo padre che fa? Che dico il padre?
Il carnefice suo. Già sparve. Arminio,
Dove andasti? Ove sei? Perchè t’ascondi?
Perchè fuggi da noi? Vieni, rimira
Pallido, immoto, sanguinoso, infranto
Quel tuo figliuol, che speme tua, tua gioja,
Sola ricchezza tua sempre chiamavi:
S’egli ti amava men, forse vivrebbe.(22)
Ma non ti scorgo io là? Vieni, t’appressa,
Guarda, crudele, l’opra tua. Lontano
Da quel corpo funesto invan tu stai:
La notte, il dì, sul trono, a mensa, in campo
L’avrai dinanzi ognor; vorrai dagli occhi
Scacciarlo indarno…Ah! tu di nuovo fuggi?…(23)

TUSNELDA.(24)
Fermati, Arminio, e le mie voci ascolta.
Barbaro! e speri, che a divider teco
Le ree tue voglie ambizíose io segua,
E il trono tuo, che d’un tal sangue hai tinto?
Facil ti fu ingannar donna, di cui
Tutta nelle tue man la mente avevi.
Ma gli occhi apersi alfin: quella infelice
Da te sedotta io più non son, che brame
Non sane ricettò nel core illuso.
Odio, calpesto quelle tue corone,
Che brillar mi facevi ognor sul ciglio.
In me passaro del mio figlio i sensi,
La sua mente partendo egli lasciommi;
E un più ardito in Tusnelda, un più feroce
Baldéro avrai. Saprò, battendo il petto,
E lacerando il crin, correr le selve,
E infiammar contro a te Soldati, e Duci,
E i tuoi più fidi sollevarti contro.
Chi meco non sarà? chi d’orba madre
Non fia che s’alzi al giusto, al santo grido?
Trema, o Tiranno. Così l’Ombra irata
Placherò del figliuol, che di regali
Spirti a ragion mi riprendea pur troppo:
Poi, fuggendo da te, con questo ferro,
Che di te il liberò, raggiungerollo.(25)

VELANTE.
Nel più folto ed oscuro della selva
Egli corre a celarsi.

TUSNELDA.
Ma che giova
Sì tardo sdegno? Armarmi d’esso io prima
Dovea: chi sa? quelle sue voglie audaci,
Che fur, Baldéro, la tua morte, avrei
Respinto forse. Oggi di questa morte
Son colpevole anch’io. Deh perchè il bando
Scelto invece non hai? Per monti, e fiumi
Tua compagna io verrei, d’ogni disagio
Verrei, d’ogni tuo rischio a parte; ed ove
Alcun ti rinfacciasse il viver tuo,
Risponderesti col mostrar la madre.

VELANTE.
Oh nostre menti cieche! Ardita troppo,
Non contra te, contra i Romani petti
La tua destra io temea. – Ma da noi, madre
Vuol Baldéro i pietosi uffici estremi.

TUSNELDA(26)
Io stessa elegger vo’ le foglie, e i tronchi,
Quali da me richiede un giusto rogo.
Tu l’armi sue più belle, e il suo più caro
Destrier m’adduci. Andiam, Velante. O figlio
Te coprirà poca erba, e poca terra;
Ed ogni mio piacer, bene, conforto
Teco pur fia sotto la terra, e l’erba. .(27)

CORO

TUTTO IL CORO.
Misero Giovinetto,
Basso ed oscuro il letto
De’ sonni tuoi sarà.
Ma sino ai dì più tardi
Nella canzon de’ Bardi
Il nome tuo vivrà.

UN BARDO.
Nè d’augel voce canora,
Che l’Aurora
Salutar gode nascente:
Nè del Sole i raggi aurati
Saettati
Dalla porta d’Oríente;
Nè di tromba alto fragore.
Che ogni core
Chiama ai campi sanguinosi:
Nè la tenera favella
D’una Bella
Ti alzerà da’ tuoi riposi.
Che sarà dell’infelice
Genitrice?
Duol l’assale ancor più rio,
Se ingannata talor crede
Del tuo piede
Pur sentire il calpestío.
Siede a mensa, e te non mira,
E sospira:
Sa che più non può trovarti;
E pur là, dove più fosco
Sorge il bosco,
Muove ancor per ricercarti.
Fero turbo non ha infranta
Questa pianta,
Che avea il fiore appena messo.
Come stella per le strade
Del ciel cade,
Egli cadde da sè stesso.

TUTTO IL CORO.
Misero Giovinetto,
Basso ed oscuro il letto
De’ sonni tuoi sarà.
Ma sino ai dì più tardi
Nella canzon de’ Bardi
Il nome tuo vivrà.

UN BARDO.
Ombra immatura
Volò di Odino
Tra l’alte mura.
La sala immensa
Di chi vicino
Scorgelo a mensa?

UN ALTRO BARDO.
Ivi agli Eroi mille Donzelle in bianco
Abito strette, il braccio nude, e cinte
L’aurea testa di fiori, e sovra il fianco
Di luccicante azzurra fascia avvinte,
Dolce licore, che non mai vien manco,
Versan ne’ cranj delle genti vinte:
Onde s’innebbria quella turba eletta
Di voluttà, di gloria, e di vendetta.

UN ALTRO BARDO.
I Compagni, che del caro
Natío fiume su la sponda
Teco il primo arco piegaro,
O rotar la prima fionda,
O correan con piè leggero,
Dicon tutti: Ov’è Baldéro?
Deh! all’orecchio non si porti
De’ stranieri un tanto danno.
Gioiran, quando tra i morti
Spirto ignudo andar sapranno
Chi potea nell’armi avvolto
Scolorar ben più d’un volto.
Pochi, è ver, furo i tuoi passi
Della gloria sovra i campi,
Ma in sì poche orme tu lassi
Di gran luce eterni lampi:
Ma nè men nella tua culla
L’alma tua parve fanciulla.
Tale il nuovo, e non piumato
Della forte aquila figlio,
Benchè aperto, e insanguinato
Mai non abbia il molle artiglio,
Degna sua mostrasi prole,
Affrontando i rai del Sole.

TUTTO IL CORO.
Misero Giovinetto,
Basso ed oscuro il letto
De’ sonni tuoi sarà.
Ma sino ai dì più tardi
Nella canzon de’ Bardi
Il nome tuo vivrà.

ATTO QUARTO

SCENA PRIMA
TELCASTE DAL FONDO, E CHERUSCI IN GRAN NUMERO.

TELGASTE.
Sì sì, o Cherusci: co’ suoi fidi Arminio
Pinge, quali non son, le cose ad arte,
Per destar di cangiarle in noi vaghezza.
Io, l’esca onde mostrarvi, a cui ne invita,
Là vi cercai, dove più il bosco imbruna:
Ed ecco un lampeggiar di nudo acciaro.
Tosto assalito mi vegg’io da quattro
Guerrieri: a terra due, due pongo in fuga
Nè mi duol la ferita, onde sanguigno
Per voi, mirate, ho ancor l’usbergo. – Arminio
Gran trionfi promette, la conquista
Dell’Universo: dolci, storie a udirsi,
E dolcissime allor, che certo tiensi
Quel, che, dubbio ancor pende. Ma fortuna
Non abbandoni mai le nostre insegne.
Dobbiam noi vagheggiar pugne straniere
Che dal suolo natío ci scalzin lunge?
Direte non lasciar la patria noi,
Perchè madri, con noi verranno, e figli:
Ma il terren, l’onde, gli alberi, le rupi
Care dagli anni primi, e in cui la scorsa
Pur si rivive età; ma quelle piante,
Che a un Dio, che ad un Eroe, che a un dolce oggetto
De’ nostri affetti consecrar ci piacque,
Dite, verran? de’ nostri padri l’ossa,
Che a questa terra in sen dormon tranquille,
Sorgeran per seguirci? Il vero io parlo:
Più, che orator, soldato, a chi voi tenta
Sedur con detti, io lascio l’arte, e l’onta.

UN CHERUSCO.
Di regnar merta Arminio: è un Nume.

UN ALTRO.
Sempre
Ci guidò alla vittoria.

UN ALTRO.
Io seguirollo
Ovunque mi conduca.

TELGASTE.
Uom grande è Arminio:
Ma non quando egli vuol, che il sangue andiate
Sol per esso a versar nel Mondo tutto.
Gloria di schiavi a un sol venduti è questa.
Un popol vero, il qual conosca e stimi
Sè stesso, in pace i campi suoi coltiva,
E il ferro su gli altrui non porta, e il foco:
Ma se folli nemici osan turbarlo,
Vento, che innalza i mar Britanni, o sbarba
Le annose quercie dell’Ercinia selva,
Cede a lui nella furia. Uom grande è Arminio:
Chi più il disse di me? Verace amico
Non gli fui sempre? Diventar suo figlio
Non dovea? Oh stelle! Io per la patria corro
A perder quel, che dopo lei più m’arde,
Sposa, il fior delle vergini Cherusche,
Sospirata cotanto, e già mia quasi;
E una patria, che a voi non costa nulla,
Deggio io raccomandarvi? Uom grande è Arminio:
Ma nervi, e spirti a voi non diè Natura?
Non vi nutrì la terra, e l’aere stesso?
Non bolle ancor nel petto vostro un’alma?

UN CHERUSCO.
Gran senno io trovo in quel, che udii.

UN ALTRO.
Privarsi
Della figlia d’Arminio?

TELGASTE.
Ogni altro affetto
Tace in un sano cor, se il patrio parla:
L’innato della vita amor pur tace.
Contemplate Baldéro: nell’aurora
Del suo bel giorno, il giovinetto sparve.
Se pria, che il Ciel ne chiami, uscir del Mondo
Non lice a noi, quanta ei non merta scusa?
Scusa? Di lui non è, s’io ben la scorgo,
Tal colpa: Arminio, il padre suo l’uccise.
Che far potea l’alto garzone? Andarne
Per ville, e per cittadi oggetto insigne
Di scherno, o di pietà? Nella nativa
Restar sua terra, e in odio a tutti i buoni
Vedere il padre? Veder voi da voi
Tralignanti così? – Voi, ch’egli amava
Più, che sè stesso, assai. Benchè d’un sangue
Inclito tra i Germani, il buon Baldéro
Volentier si mettea tra i vostri giuochi,
Con voi sedeva a mensa, e suoi fratelli,
Fratelli tutti vi chiamava. – Dargli
Volete uno sguardo ultimo? Per questo
Sentiero ei va alla tomba.(28)

UN CHERUSCO.
Eccolo. Ahi vista!

UN ALTRO.
Molto, è vero, ei ci amava.

TELGASTE.
O madre, o suora,
Deh! qui per poco sostenete: accresco.
Non interrompo, l’onorevol rito.(29)
Di questa Fiera il vidi adorno sempre.
Le travagliate lane rifiutando,
Come ogni altro Cherusco ir si compiacque.
Oh qual s’aprì nel seno ampia ferita!
Non trovo più, più palpitar non sento
Un cor di voi così ripieno, un core,
Di cui nobili fur tutti i risalti.
Quegli occhi, dove ognor la sua grand’alma
Scintillar si vedea, spenti mirate:
E questa man, che Roma avria con duolo
Sentita in breve; questa man, che strinse
Sì caldamente oggi la mia; che spesso
Le man vostre stringea; gelida, e immota.
Oh vani uman disegni! Oh indarno sparsi
Sudori illustri! Ecco di tanta speme
Quel, che rimane: un tronco freddo, e muto:
E questo ancor già già mel toglie il rogo.
Più non ritengo il pianto. Un cor di selce
Non ho: sino al mio cor giunse quel ferro,
Che trapassò del caro amico il petto.

UN CHERUSCO.
Dagli occhi, mira, gli esce il pianto.

UN ALTRO.
Uom raro
Non ti sembra costui?

UN ALTRO.
Le sue parole
Fino all’ossa mi van.

TELGASTE.
Le mie parole
Forza non han più, che le altrui: del vero
La forza è, che vi muove, e un senso interno,
Che sopito giacea, ma non estinto,
E ch’io svegliai soltanto; un senso interno,
Che in alcuni di voi, che, spero, in tutta
La Tribù del magnanimo Inghioméro
Nè sopito pur fu. Questo vi dice
Di custodir gli antichi vostri dritti
Contro ad Arminio, contro a ognun, che osasse
Ferirli, contro a me, quando il più lieve
Scorgeste in me di sovrastar desío.
Virtù, fama, salute in quella via,
Che calcammo finor, stan solo: il giuro
Per l’Ombre sacre di que’ nostri padri,
Che di splendide piaghe ornaro il petto,
Sol perchè intatto a noi scender potesse
Quel retaggio, che debbe ai nostri figli
Scendere intatto. Per Baldéro il giuro,
Non già per questo, che or vi giace avanti
Sordo, ed immoto, ma per quel Baldéro,
Che spirto ignudo, e addolorato, e ancora
Di voi pensoso, intorno a voi s’aggira.
Uditelo; egli, egli vi parla: Oh! molto
Ben perduta da me, benchè perduta
Così per tempo; spoglia mia terrena,
Oh! prezíoso acciar, se con quel colpo,
Onde squarciata io l’ho, le antiche fiamme
Di libertà, di gloria in voi raccendo;
Se consentite ancor grandi, e felici
Di rimaner, di rimaner Cherusci.

CHERUSCI.
Grandi, e felici, sì.

ALCUNI ALTRI.
Sì, noi Cherusci
Resterem sempre.

UN CHERUSCO.
C’ingannava Arminio.

UN ALTRO.
Arminio ci tradiva.

TELGASTE.
Il corpo egregio,
Madre, e suora, io vi rendo.(30) Ite, o pie donne,
Questi a compir lugubri uffici estremi.-
Prodi Cherusci, non tradite dunque
Voi stessi più. Molti per queste selve
Ciechi ancor vanno, il so: ma quelli ancora
Ricondur mi confido. All’armi forse
Dar converrammi; e con faconda voce
Gli orrori Arminio del civil conflitto
Sonar farà. Sarebbe questo in gente
Guasta e invilita il più crudel de’ mali,
Perchè inutile affatto: in noi mal grande.
Fora, ma necessario. E che? nemico
Forestiero respingere, e l’interno
Più reo nemico, e più fatal, soffrirlo?
Quale m’oltraggia più? chi qualche palmo
Di terreno m’usurpa, o chi m’invola
I dritti miei più sacri, chi divide
Me da me stesso, e me a me stesso usurpa?
Breve procella una battaglia: verno
Sterile, e lungo schiavitù. Ma spero,
Che uopo non fia dell’armi. – Or chi s’aggira
Tra quelle piante sì agitato? È Arminio.

SCENA SECONDA
ARMINIO, TELGASTE, CHERUSCI.

CHERUSCI.
Arminio? Ah iniquo!

TELGASTE.
Olà.

CHERUSCI.
Muoja il Tiranno.

TELGASTE.(31)
Olà, fermate: o me uccidete pria.

ARMINIO.
Lasciami… deh!… vanne… riposa in pace,
Ombra sdegnata, e cara.

TELGASTE.
Amici, tregua,
Tregua per ora: egli è turbato, e solo.(32)

SCENA TERZA
ARMINIO, TELGASTE.

ARMINIO.
Che vuoi da me, sanguinosa Ombra? Veggio,
Sì, veggio, o figlio, quella tua ferita.
Come?… io fui, che la feci?… io, che t’uccisi?…
Oh me infelice! oh colpo!

TELGASTE.
Arminio…

ARMINIO.
Padre
Chiamami ancora.

TELGASTE.
Arminio…

ARMINIO.
Oh!…chi m’appella?…
Chi sei?

TELGASTE.
Telgaste non ravvisi? – Parmi,
Che questo regno assai ti costi.

ARMINIO.
Taci.
Che del regno mi cal? Del mio Baldéro
Parlami. Ah figlio caro! e qual corona
Piacermi or può? Pera l’istante, in cui
Più il trono amai, che te.

TELGASTE.
Che ascolto? – Il trono
Non vuoi più dunque?

ARMINIO.
No, se in altra guisa
Di Baldéro placar non posso l’Ombra.

TELGASTE.
Ah qui Velante, e qui Tusnelda tosto!

ARMINIO.
Che dici tu?

TELGASTE.
La madre, e la sorella
Di Baldéro io nomai. Vuoi tu vederle?

ARMINIO.
Vengan, le abbraccierò, col pianto loro
Mescerò il mio.

TELGASTE.
Dei, vi ringrazio. Io volo.

SCENA QUARTA

ARMINIO.
Come tutto cangiossi a me d’intorno!
Lucidi sogni, aurate larve, dove,
Dove a un tratto fuggiste? E tu, mio Nume,
Gloria, che sei tu alfin? Fatica, e duolo.
Meglio non era riposato e muto
Trar questo mio di vita ultimo avanzo
Ne’ domestici alberghi, e le vicende
Della Germania irrequíeta, e i chiari
Fatti del figliuol mio starmi ascoltando,
Disutil Duce, ma felice padre?
O Baldéro, Baldéro, io, te perdendo.
Tutto perdei: mia fama io più non curo;
Del Sole odio la luce, e questa oscura
Fiaccola breve, che si chiama vita.

SCENA QUINTA
GISMONDO, ARMINIO.

GISMONDO.
Di tornare al tuo fianco alfin m’è dato:
Eccomi.

ARMINIO.
A che ne vieni?

GISMONDO.
A che ne vengo?
Per te finora io m’adoprai: Telgaste
Molto fe’, ma non quanto a lui bisogna.
Stai sul trono d’un dì, come se il trono
Da molte età fosse in tua casa: scoglio
Non v’ha nel mar del trono tuo più saldo –
Tu non rispondi ai detti miei? tu gli occhi
Figgi nel suol? fosco pallor sul volto
Ti siede? Ohimè! potresti mai?… Nol credo.

ARMINIO.
Che mi val la corona, se dal vecchio
Mio capo a quello d’un figliuol non passa?
Se a celarsi vien meco nel sepolcro,
Vien meco nel sepolcro a farsi polve?

GISMONDO.
Che sento? – E così noi schernire intanto?
Que’ Duci a te fedeli, e il tuo Gismondo
Sacrificar così? Tra nuovi rischi
Lasciarci, e agli odj, alle vendette esposti?
Abbandonarci su la via, che teco
Per te prendemmo? Può que’ sacri patti,
Che molti a stringer furo, un sol disciorli

ARMINIO.
A chi di voi s’uccise un figlio?

GISMONDO.
Un figlio?
S’uccise a te un nemico.

ARMINIO.
Io, io con questi
Occhi il mirai, che tra dolente, e torvo
Or la piaga stillante ancora e rossa
Mostrava, ora la man ver me stendea,
Come il ferro io gli avessi in sen confitto.

GISMONDO.
Quel Baldéro difficile, che tutto
Sdegnava, sdegnò ancor la vita: ei stesso
Fuor si sospinse di sua man dal Mondo,
Emendar nol potendo. E ciò arrestarti
Potría nel cammin tuo? Meno io stupirmi
Vorrei, s’ei respirasse ancor: ma innanzi
Più non hai questo inciampo. Un vano spettro
Sarebbe inciampo a te? Non hai più innanzi
Fanciul, che a te, come si viva, insegni:
Ed egli or, fuori d’ogni umano evento.
Degli avi suoi fantastica con l’Ombre.

ARMINIO.
Dunque… ah il figlio mel disse!… al trono dunque
Giunger nuotando per un mar di sangue?

GISMONDO.
Che forse converría volgersi all’armi,
Tu il prevedesti, ed eri a usarle pronto.
Ma, lo scettro da te gittando lungi,
Speri tener nella vagina il brando?
Contra que’ Duci, che ingannati avrai,
Non dovrai tu snudarlo? Ad ogni modo
La man nel sangue dunque por: che dico?
Porlavi senza frutto, e un altro forse
Veder poi Re: quando chi altrui lo scettro
Già dava, sempre a maneggiarlo è presto,
Sol che d’ardir non manchi; e si nasconda
Colui, che rintuzzava in ogni petto
Col suo gran nome i desiderj audaci.

ARMINIO.
Oh! che mi parli di gran nome? Io giorni
Tranquilli e oscuri vo’ condur: soave
Tal vita è solo, ch’io conosco tardi.
Vo’, che di me più non favelli alcuno,
Che alcun non dica: Che fa Arminio? nuovi
Nel vasto animo suo disegni alberga?
Quai cose annulla, o quali crea? che il Mondo
Spera, o teme da lui?

GISMONDO.
Come t’illudi!
Quello ti sforzi di esaltar, che abborri;
E disprezzi una fama, ch’è la sola
Delizia tua. Deh! spoglia i non tuoi sensi,
E Arminio torna, l’Eroe nostro, il Nume
Della Germania. Pensi tu, quand’anche
Lo scettro a te fesse depor codesto
Del civil sangue nuovo tuo ribrezzo,
Pensi trar lode dal deposto scettro?
Se colpa v’ha, fu nel volerlo questa:
Nè ciò ti fia mai perdonato. Vuoi
Perdere il frutto della colpa, quando
Non è merto il pentirsi? Se innocente
Rifarti ora ti cal, regna: il felice
Mai colpevol non è. Ma che altro io parlo?
Scelta or non hai: difesa ancor divenne
Quel, ch’era impresa, – e la maggior nel Mondo.

ARMINIO.
Deh qual con le tue voci or dall’oppressa
Mente, a me togli tenebrosa nube!

GISMONDO.
Cagion del tuo non più regnar dirassi
Non già il figlio, nud’Ombra, ma Telgaste,
Telgaste armato: a te nell’alma spento
Non già il desío, ma si dirà l’ardire.

ARMINIO.
Come? io temere? io non osar? No: il rischio
Quanto è maggior, tanto è di me più degno,
Tanto piace a me più: tempesta sempre
Fu la mia vita.

GISMONDO.
Arpi qua giunge. Udiamlo.

SCENA SESTA.
ARPI, ARMINIO, GISMONDO.

ARPI.
Signor, l’alto tuo zio con gran novelle
Mi manda. I suoi guerrier concordi tutti
Re ti gridaro: all’acclamar festivo
Rimbombár del Visurgo ambe le rive .

ARMINIO.
Non più, non più: compier si dee quell’opra,
Che approvan già, col favorirla, i Numi.
Arpi, a lui torna, e reca: che Telgaste
Mi s’attraversa; che non poche ha lancie;
Che pugnar converrà; ch’io nulla temo:
Ma che s’egli levar vuol tosto il campo,
E unirsi a me rapidamente, io spero
Che l’armi sbigottite, e ancor digiune
Del nostro sangue il cauto mio nemico
Senz’altro deporrà. Ma nella fretta
Sta il tutto: va, piglia un destrier, che voli,
Nè rivolgerti mai.

ARPI.
Di me ti fida.

SCENA SETTIMA
ARMINIO, GISMONDO.

GISMONDO.
Polve, che il vento sperde, a te dinanzi
Saranno i tuoi nemici.

ARMINIO.
Ardente fiamma
Sentomi tutte ricercar le vene.
Ed un istante io potei star pensoso,
S’io per sempre da me scuoter dovea
Di questa odiata egualità l’oltraggio?

GISMONDO.
Vidi partir quasi un riflusso breve
L’alma tua, ma tornar tosto, e più grande,
Come il nostro Oceán, che su la spiaggia,
Donde si ritirò, riede superbo.

SCENA OTTAVA
TUSNELDA, VELANTE, TELGASTE,
ARMINIO, GISMONDO.

TUSNELDA.
Vivere, amarti io posso dunque ancora?
Benchè trafitta io fossi a morte, un dolce
Balsamo nel mio cor Telgaste infuse.

VELANTE.
Non solo noi, ma pace ancor ne avranno
Quelle care ossa già da noi sepolte. –
Ma tace il genitor? ma su noi getta
Torbidi sguardi?

TUSNELDA.
Oh me delusa! Arminio
Mi riceve così? così mi abbraccia?

ARMINIO.
La sanguinosa inaspettata morte
Del figlio mio, nol so negar, mi prese
L’alma, e i sensi così, che per un breve
Funesto istante altro io non fui che padre.
Or son di nuovo Arminio: in me una sola
Fibra non è, che non sia Arminio; e Arminio
O cominciata impresa a fin conduce,
O in essa muore.

TELGASTE.
Ah sciagurato!

VELANTE.
Oh vane
Speranze!

TELGASTE.
Infame! sì, morrai: più freno
L’ira mia non conosce. All’armi. Tutti
Chiama pure i tuoi fidi: è fragil canna
La lancia degli schiavi.

ARMINIO.
All’armi, e tosto.
Giorno bastante ancor ci resta: il Sole
Pria di cader vedrà, vedrà con gioja
Te fuggitivo, e me sul trono. All’armi.

TUSNELDA.
Ah! barbaro, ti ferma, odimi. Figlia,
Con le lagrime tue l’altro tu arresta.

SCENA NONA
TELGASTE, VELANTE.

VELANTE.
No, non andrai, crudele: se del sangue
D’Arminio hai sete, in me col ferro il cerca.

TELGASTE.
O di reo genitor figlia divina,
Crudel, nol niego, io con te sono, e questo,
Questo è il pensier, che mi trafigge. Arminio
Come di me trionfería, se tutto
Vedesse il dolor mio! Di me già l’empio
Si vendica con te. Vado a punirlo
Della sua folle ambizíon, di quella,
Che in cor brillar mi feo, speme bugiarda,
Del mio dolor, del tuo pianto innocente.

VELANTE.
No, no, ti dico: egli è mio padre; e figlia
Io non m’accorsi mai d’essergli tanto.

TELGASTE.
Ma che vuoi dunque?

VELANTE.
Oh ciel! perchè le cose
Precipitar così? Qualche riparo
Forse ancor rimarrà. Me sventurata!
Nelle lagrime io vissi. Ancor bambina
La lontananza della madre, e i ceppi
Pianger dovei. Ti veggo, ardo, e la tema,
Non consentisse alle mie nozze il padre,
Mi cruccia il dì, m’ange la notte, e l’alto
M’avvelena piacer, che d’amar sento.
Consente appena il genitor, che lunge
Tu vai da me spazio infinito; ed io
Da quanti rischi ha il suol, da quanti ha l’onda,
Circondato ti miro, e tremo sempre.
Ritorni alfin; giunta mi trovo in cima
Della felicità: ma quando io credo
La man di sposa offrirti, al fratel morto
Dee la mia mano invece alzare il rogo.
Data a te vengo in un sol giorno, e tolta:
E già lo sposo il padre, o il padre uccide
Lo sposo; o l’un su l’altro estinti forse…
Ahi doglia!

TELGASTE.
Senti. L’onor mio, la intera
Mia scorsa vita, i freschi oltraggi, tutto
Contro ad Arminio mi sospinge in campo.
So, che offendendo lui, me offendo ancora:
So, che il minor per me de’ mali è morte,
Che a me nemica è ancor la mia vittoria;
Poichè con questa man, del sangue tinta
Del padre tuo, la tua tu non impalmi.
Negli occhi ognora ho tutto quel, ch’io perdo:
Il viver teco, il teco crescer prodi
Figli alla patria, alla virtude, ai Numi.
Tutto ho negli occhi; e pure io vado. Il nostro
Onde vincer destino, e che non feci? –
Prova, che fia l’estrema, il Ciel m’inspira;
Ed io, cara, per te di farla giuro
Sul brando mio. Come un dell’altro a fronte
Staremo, recherà cortese Araldo
Ad Arminio, che s’ei torna in sè stesso,
Io non pur ciò, che a lui contendo, altrui
Contender sempre co’ miei spirti tutti,
Ma più, ch’io non solea ne’ dì passati,
Voglio rendergli onor; contra chiunque
Gli rinfacciasse l’error suo, feroce
Voltarmi tosto; a tutti dir, che questo
Suo breve error fu come ombra, che passa
Su la faccia del Sole; e le sue lodi
Sempre, e la gloria sua portar sul labbro.
Ma se questa imbasciata a lui non piace,
Sarà fuoco del Ciel la lancia mia.

VELANTE.
Ah! della speme debil, che mi lasci,
Più giova il disperarmi. Ei tutto pose
Nel regno il cor, vive del regno: certa
La pugna io tengo.(33)

TELGASTE.
Amici, eccomi. Oh mio
Vergognoso ritardo!

VELANTE.
Io manco.(34)

TELGASTE.
Numi!
Velante… ella non ode. Olà, Cherusce,
Cittadine, ove siete?(35) Al campo? Ah! pugna
Per gli occhi vostri non è questa.(36) A voi,
Donne, io l’affido: tutte a lei del campo
Le vie chiudete; il chiede a voi Telgaste. –
Compiuta ho già la più difficil parte
Dell’opra mia: men quel, che resta, io temo.

SCENA DECIMA
VELANTE, CHERUSCE.

VELANTE. (37)
Cessa, è mio padre: e tu rammenta, o padre,
Che nel genero tuo me ancora uccidi.
Ov’è Telgaste?(38)

UNA CHERUSCA.
Il suo dover, la patria…

VELANTE.(39)
Che patria, che dovere? Io questi nomi,
Che sonare odo sempre alfin detesto.
Come una patria, che mi toglie tutto,
Che l’eccidio mio vuole, amare io posso?
Quando la madre, ed io trarrem gl’interi
Dì nella solitudine, e nel pianto,
Che a me farà, se popolare, o regio
Sarà qui reggimento? Il ben di tutti
Dee dunque dal mio mal venir soltanto?
Nè più qui si potrà commoda vita
Viver, s’io di dolor non muojo prima?(40)
Oh incredibil furore! Oh popol duro,
Che barbaro a ragion l’Italia chiama:
Che nell’amico sangue, e nel fraterno
Pronto è sempre a bagnar le man selvagge:
Popol, che libertade il dritto noma
Di nuocere a sè stesso, alme di ferro,
Su cui Natura invan percuote, e in cui
Altre giammai non vidi entrar virtudi,
Che le più atroci e barbare!

UNA CHERUSCA.
Che ascolto?

VELANTE.
Penetrar qui possan di nuovo, e questa
Terra inondar gli eserciti Latini
Di ferro e foco armati, e di vendetta.
Io, io mostrare ad essi, e aprir le strade
Voglio, ed offrir le faci: io di mia mano
Arderò i boschi, arderò i tetti, e lieta
Vedrò i Cherusci al Roman giogo il collo
Piegar frementi, viver nello scorno,
Non aver terra, che li cuopra morti.

UNA CHERUSCA.
Velante così parla?

UN ALTRA.
Ohimè! Velante,
Ch’era già di noi tutte esempio, e guida?

VELANTE.
Che dissi? – Ahi dove il gran dolor mi trasse?
Perdono, Amiche: riconosco, e adoro
Le nostre leggi. Ma da me che vuolsi?
Vuolsi, che spento io con piacer contempli
Chi la vita mi diè? Non potrò dunque,
Se inumana non sono, esser Cherusca?
Legge sì cruda no, non fu bandita
Per me. Soldati, sospendete i colpi,
E lasciate, ch’ei regni… Ah taci, taci,
Sciagurata! E voi, Dei di questa terra,
Dalle mie labbra offesi, o men pungenti
Rendetemi le ambascie, o un cor mi date.
Un cor tenero meno, e più Germano.

CORO
DI VECCHI BARDI

TUTTO IL CORO.
Quella fiamma in noi già langue,
Fiacco è il braccio, e lento il piè.
Tra la polvere, ed il sangue
Dato a noi l’andar non è.

UN BARDO.
Ove sparì veloce,
Ove la bella etade,
Quando potea mia voce
Animar lancie, e spade,
Che or solo può dar lode
Sotto le quercie al prode?
Sovente l’arpa allora
Depose, e impugnò l’asta
Questa mia destra, che ora
A sdrucciolar sol basta
Sovra le ancor non sorde
Armoníose corde.
Qual di balza precipita in balza
Saltante onda, che spuma, e si volve
Giù sì grossa, e sì rapida giù,
Che dal fondo più cupo s’innalza
L’argentina, ed acquosa sua polve,
Tal la possa mia giovane fu.
Ma ora immemore
Di quel terribile
Corso il piè arrestasi,
E neve tremola
Sul capo sta.
Così quel nobile
Reno, tra l’umide
Sabbie perdendosi,
forza di giungere
Al mar non ha.

UN ALTRO BARDO.
Gli ultimi nostri dì sono i più amari.
Misero l’uomo, che o morir dee biondo,
O le tombe veder de’ suoi più cari!
Altro non è, che fosca valle il Mondo,
Ove l’uom coglie, che per lei s’aggira,
Tra mille tristi istanti uno giocondo:
Ed or questo cadere, or quello mira;
Qui da morte il fratello, e là percossa
La sposa impallidisce, o il figlio spira.
Ad ogni passo mi s’apre una fossa:
E de’ congiunti calco, e degli amici
Con franco piè le non ancor fredd’ossa.
I congiunti talor fansi nemici.
Deh qual furore, o cittadini? A terra
Scagliate le fraterne aste infelici.
Ma il Cielo almen, poichè volea tal guerra,
Alla causa miglior vittoria dia:
O il canuto mio crin vada sotterra.
Se in catene ho a veder la patria mia.

UN ALTRO BARDO.
Oh quai leggiadre imprese
Ne’ miei dolci anni primi,
Quai non più viste, o intese
Opre io mirai sublimi!
Quelle eran pugne! quelli
Scontri feroci, e belli!
Fermo hanno il braccio, e ardente
Telgaste, e Arminio il core.
Pur la Cherusca gente
Oggi è di sè minore:
Nè quasi è più tra i figli
Chi al genitor somigli.
Ma il degno ancora, il forte,
Se del cantor va privo,
Dopo la prima morte
Molto non resta vivo:
Nè lo stranier la sede
Delle grand’ossa chiede.
Nell’onde il Sol celato
Di sè non lascia tinto,
Che per brev’ora il prato:
Tal fora un prode estinto,
Se il lucido suo vanto
Nol custodisse il canto.

TUTTO IL CORO.
Quella fiamma in noi già langue,
Fiacco è il braccio, e lento il piè.
Tra la polvere, ed il sangue
Dato a noi l’andar non è.

ATTO QUINTO

SCENA PRIMA
TUSNELDA, VELANTE

VELANTE.
Madre, ove sei? Per ogni dove indarno
Da gran tempo io ti cerco.

TUSNELDA.
Ed io pur giva
Di te in traccia per tutto. A me tu sola
Rimani, sola, or che ho perduto il figlio,
E morto, o vincitor perdo il consorte.

VELANTE.
L’ultima prova di Telgaste vana
Fu dunque?

TUSNELDA.
Sì. Vennero tosto all’armi.
Arminio, ch’io seguía, di non seguirlo
M’impose, ed ora il mio ubbidir mi nuoce.
Vorrei tutto veder, conoscer tutto:
Solo il ver temerei, se alla battaglia
Presente io fossi; or temo il falso ancora.

VELANTE.
Non disconvenne a te fra le tue braccia
Stretto quel, che ami, ritener; di pianto
Il suo volto inondar.

TUSNELDA.
Che non tentai?
Più non vede, che il trono.

VELANTE.
O patria, il sangue
Io verserei per te: ma se delitto
È l’abborrire, il detestar tal pugna,
Puniscimi, io son rea.

TUSNELDA.
La rea son io,
Che di Arminio ai desir per sè veloci
Novello spron col mio consenso aggiunsi.

VELANTE.
Ma tu, saggia così, come succhiasti
Di quel veleno?

TUSNELDA.
Ei me l’offriva. Un giorno
Saprai quanto in noi può caro, e lunghi anni
Venerato consorte.

VELANTE.
Ah! taci; io mai
Nol saprò, mai: l’uom, che a me solo al Mondo
Insegnarlo potea, non è più mio.

TUSNELDA.
O nuzíali nodi, quanto forte
Stringete un’alma voi! Tutti oggi Arminio
Fa i nostri mali; ed oggi ancora io l’amo.

VELANTE.
Qual credi tu che del fatal conflitto
Il termine sarà?

TUSNELDA.
Non par che Arminio,
Reso più forte assai dalle novelle
Amiche squadre, restar vinto possa.

VELANTE.
Che parli di novelle amiche squadre?

TUSNELDA.
Come? non sai giunto Inghioméro, e unito
Al padre tuo?

VELANTE.
Possanze eterne! tutta
Quasi la nazíon per lui combatte,
E tu, folle Telgaste, a lui t’opponi,
Te perdi, e me, nè la tua patria salvi.
Ahi mi opprime il dolor!(41) Te avventurato,
Fratello mio, che qui spirasti l’alma!
Io t’invidio ancor più, ch’io non ti piansi.

TUSNELDA.(42)
Nè alcuna mai giunge novella? a noi
Non v’ha chi pensi? Arpi mi diè pur fede
Di a me venirne. Arpi crudel, che tardi?

VELANTE.(43)
No, lunge star dall’esecrato campo
Non doveasi da noi; balzar nel mezzo
Si dovea degli eserciti. Il tuo nome,
La giovinezza mia, le chiome al vento,
Il dolore, il furor mossi a pietade
Avrebbero i soldati: a quei d’Arminio
Tolta forse di man l’asta pentita.
E se volavan già gli opposti dardi,
Io del mio petto avrei coperto il padre
Contra Telgaste, e tu a Telgaste fatto
Di te contra il marito avresti scudo.

TUSNELDA.
Vana lusinga. Del figliuol la morte
Parve alquanto piegar quel capo altero:
Ma dopo un breve ingannator momento
Più superbo levossi, e più tremendo.

VELANTE.
Mira di cose in poco d’ora, o madre,
Rivolgimento! Quai più dolci nomi,
Che quel di figlia oggi, e di sposa? Nomi
Quali oggi più funesti?

TUSNELDA.
Altro non resta,
Che alzar voti agli Dei.

VELANTE.
Quai voti? Come
Porre in un voto sol la patria, e il padre,
Telgaste, e Arminio? Oh fortunate belve!
Del natío nido, e de’ più cari pegni
La difesa è per voi sempre indivisa.
Mestier voi non avete dell’umana
Barbarie. Ed io dovrò viscere tali
Prender, quali non l’han le stesse Fiere?
No, no: schiava più tosto… Ah! Dei, perdono.

TUSNELDA.
Alquanto deh! ti calma.

VELANTE.
Ch’io mi calmi?
Somigliare il mio stato al tuo vuoi forse?
Tu in cor non tieni, che la patria, e Arminio:
Telgaste in me, terza tempesta, io chiudo.
Io di Telgaste, e in un del padre il ferro
Sento nelle mie viscere, e tra queste
Cruda più, che sul campo, è la battaglia.

TUSNELDA.
Ah! conoscasi alfin la nostra sorte.
Vieni.

VELANTE.
Ove?

TUSNELDA.
Al campo. – Ma un guerrier non veggio,
Che ratto move a questa volta? O Arpi,
Saetta pure in noi quelle, che porti,
Novelle orrende: ambo a morir siam pronte.

SCENA SECONDA
ARPI, TUSNELDA, VELANTE.

ARPI.
No, sì terribil mischia io mai non vidi.
Già stretta era, ed ardente, allor ch’io giunsi
Con Inghioméro: i suoi ritenne il Duce,
E a rimirar quel primo sangue stette,
Come in sua nube ancor fulmine ascoso.
Quanti colpi vid’io degni, che in petto
Di nemico stranier fosser vibrati!
Telgaste, e Arminio incontransi due volte,
Due volte l’un declina l’altro, e passa:
Nè a reciproca tema alcun sul campo
Par, che l’ascriva. Il buon Telgaste cerca
Più, che offendere altrui, guardar sè stesso,
E più, che il braccio, usa la lingua. Amici,
Qual pietà, grida, qual follía per uno
Contra tutti pugnar? contra voi? Quale
Dell’armi abuso, e delle vostre vite?
Ai nemici serbatele, ed a guerre
Ben più degne del canto. – Ed ecco molti,
La civil rabbia detestando, a terra
Gittar le lancie, altri mutar le insegne:
Onde non poco indebolita e scema
D’Arminio è l’oste, cui pur manca tosto
Gismondo, che ad un solo inclito colpo,
Che di Telgaste fu, traboccò; e un grido
Per tutto va, che a lui Gismondo agguati
Nella notte del bosco avesse tesi.
Inghioméro allor muovesi, e con alto
Tradimento improvviso i suoi congiunge
A quelli di Telgaste. Ma le parti
Tutte di Duce, e di soldato Arminio
Empie così, tanto valor dispiega,
Tal serba nel furor senno, che incerto
Ondeggia ancor della battaglia il fato.

TUSNELDA.
Andrem, Velante?

VELANTE.(44)
Non mi basta il piede.
Tutta il fero dolor sì mi percosse,
Ch’io mi reggo a fatica.

TUSNELDA.
Arpi, ritorna,
Ti priego, al campo; ed un più certo annunzio,
E un cordoglio più certo indi ci reca.

SCENA TERZA
TUSNELDA, VELANTE.

VELANTE.
Vinci, o Telgaste: ma non muoja il padre.

TUSNELDA.
Sempre il diss’io, che mal fidarsi Arminio
D’Inghioméro potea.

VELANTE.
Pur quanto il zio
Al nipote non dee?

TUSNELDA.
Per questo appunto:
La gratitudin gli pesava troppo.

VELANTE.
Ignobil core!

TUSNELDA.
Arminio, e che tentasti?

VELANTE.
Ma in vita almen pentito resti. Dolce
Or mi parla una speme. Il buon Telgaste
Del genitor non vuol la morte, e cura
Di sè prende ad un tempo. Io cento vite
Darei, non che una, per salvarli entrambi.(45)

TUSNELDA.
Suon di vittoria. – Il vincitor qual fia?

BARDI.(46)
Viva Telgaste, viva
Il cittadino Eroe,
Delle contrade Artoe.
La gloria, ed il terror!

VELANTE.
Udisti?

TUSNELDA.
Ah! dubbio non rimane.

VELANTE.
Oh giorno!

BARDI.
Su quella nobil fronte
Scendete, o verdi allori:
Ogni sentier s’infiori
Al piede vincitor.
Viva Telgaste, viva…

SCENA QUARTA
TELGASTE CON SPADA NUDA TRA BARDI, E SOLDATI,
TUSNELDA, VELANTE.

TELGASTE.
Non più, Bardi, non più. Di canti loco
Questo non è: loco è d’orror, di pianto.

VELANTE.
E ben? perduto ho il padre dunque?

TELGASTE.
Quando
Si fe’ Tiranno, allor, perdesti il padre.

VELANTE.
Cieli!

TUSNELDA.
E non vive ei più?

TELGASTE.
Vive, Tusnelda:
Ma per brev’ora. Oh non più visto, e infausto
Valore! Oh smisurato ardir funesto!

VELANTE.
Misera figlia! – Nè tu sei ferito?

TUSNELDA.
E sì da forte l’infelice Arminio
Dunque pugnò?

TELGASTE.
Della battaglia il nembo
Sostenea sol: da monti cinto il vidi
D’estinti corpi; alcun de’ miei vid’io
Non osar di colpirlo, e con l’alzata
Lancia fermarsi a contemplarlo.

TUSNELDA.
A morte
Torlo era in te.

TELGASTE.
Certo io mi veggio appena
Della vittoria, che dov’ei combatte,
Mi scaglio. Ei s’offre agli occhi miei con rotto
Scudo, e mezzo elmo in testa, e in molte parti
Ferito, e pur tremendo: di sfrondata
Dal fulmin quercia tronco par, che ancora
Maestoso s’innalza. Io da lui tutti
Con la voce allontano, e con la destra,
Che poi gli stendo amica. Ohimè! tardi era:
Per cento vie col ribollente sangue
Gli uscia la vita.

TUSNELDA.
Ah! forse in tempo io giungo.

SCENA QUINTA
TELGASTE, VELANTE.

VELANTE.
Ed Inghioméro?

TELGASTE.
Del perduto scudo
L’alta vergogna andò a celar,(47) Velante,
Oprai, credo, per te, quant’io potea
Oggi, a me non mancando. Ma non merto
Più la tua mano, il veggio. Indarno volli
Serbarti il padre; e di sua morte io certo
La cagion sono. Io venni tutto adunque
Il mio sangue ad offrirti. Or che ho servito
La patria, a senno mio di me far posso.
Impugna la mia spada, e in questo core
L’immergi tutta: in questo cor, che tanto
Mai non arse per te, tutta l’immergi.
Perchè piangi, alma cara? A me la vita
Peggio è di morte senza te; e s’io deggio
Di vita uscire, che bramar posso altro,
Che morir di tua mano? Il ferro impugna,
Vendica il padre. Io non ho madre, o suora,
Che sul mio cener pianga: ma tu vieni
Talvolta, e pago io son, vieni solinga
Là, dov’io giacerommi, e di alcun fiore
Furtivamente il mio sepolcro spargi.

SCENA SESTA.
NOTTE
ARPI, TELGASTE, VELANTE.

ARPI.
Già vicino al suo fine in questo loco
Arminio giunge: ove morì Baldéro,
Dice voler morire.

VELANTE.
Oh ciel, qual vista!

ARPI.
Miracol par, che in lui rimanga fiato.
Pien di ferite è il corpo suo: ma l’alma,
L’invitta alma il sostenta. I suoi cantori
S’odono al ciel le lodi alzarne, e, come
In occidente il Sol, dir ch’egli cade.(48)

SCENA SETTIMA ED ULTIMA
ARMINIO, CHE SOSTENUTO DA’ SUOI GUERRIERI, E DA TUSNELDA VIENE INNANZI LENTISSIMAMENTE, VELANTE, TELGASTE, ARPI, ED IL CORO.

TELGASTE.(49)
Da te dunque compiuto il luminoso
Corso della tua gloria è già?

ARMINIO.
– Non anco.
Serbo di vita un fuggitivo resto,
E bene usarlo io spero. Alfin la benda
Mi cadde: io scorgo il ver; nè ciò mi basta:
Di scorgerlo io confesso. Il figlio uccisi,
Voltai l’acciar contro alla patria: entrambi
Son vendicati, e la mia morte è giusta. –
Telgaste, imprendemmo ambi un’opra insigne:
Ma dalla mia, compiendola anche, io biasmo
Traeva; e dalla tua tu avresti tratto,
Anche senza fornirla, immensa lode.
Grandissimo sei dunque; e in petto l’alma
Io di nobile invidia ho per te colma.

TELGASTE.
Ah che mai sento? Per me alcun rancore
Non conserva il cor tuo?

ARMINIO.
Vieni al mio seno. –
Tusnelda mia ti raccomando. Tua
Sia pur Velante. Un uom divino in lui
Contempla, o figlia, e di tua sorte godi.
Genero, a te il mio brando.(50) È ver, che il macchia
Sangue civil: ma per la patria il tergi
Tu nel sangue nemico, e tu l’emenda.
Parmi, che ancora io pugnerò, se pugna
Nella man di Telgaste il brando mio.

TUSNELDA.
Numi! qual cangiamento, e qual favella!

VELANTE.
Oh padre! Oh padre! ed è l’estremo bacio
Questo, che la tua man da me riceve?

ARMINIO.
Quando del fallo mio… parla Telgaste,
Deh!… parli ancor… degli ultimi miei sensi.
Donne, non lagrimate: se il perduto
Vostro amor… racquistai, felice io spiro.

TELGASTE.
Ei muore Arminio; e il suo sospiro estremo
È il più bello di tutti i suoi trionfi. –
Cherusci, chi sarà che regnar tenti
Tra noi, poichè un Arminio invan tentollo?
Ma con onor venga sepolto. Dica
L’età futura, che volea Tiranno
Farsi, e voi l’uccideste: che non ebbe
Pari a sè tra i Germani, che pentito
Giacque; e ottenne da voi splendida tomba.

CORO

TUTTO IL CORO.
Dalla breve Tirannia,
Che turbò queste contrade,
Ecco sorger Libertade
Più gradita, e bella più.
Ma durare, o Patria mia,
Sol potrà co’ tuoi costumi.
Temi sempre, o Patria, i Numi,
Ama sempre la Virtù.

NOTE
(1) Cavando un pugnale.
(2) Muovesi per partire.
(3) Ritornando.
(4) I Cherusci cominciano a farsi vedere.
(5) Siedono tutti, fuorchè i soldati, ma sempre s’alza chi parla.
(6) Che resta seduto, e s’accompagna con l’arpa.
(7) I Cherusci percuotono lancia con lancia.
(8) Che s’accosta all’altare.
(9) Che pur s’accosta all’altare.
(10) Che trae fuori la spada.
(11) Che prendon luogo nel fondo.
(12) Sfoderando la spada.
(13) Che s’alza.
(14) Dopo alcuni passi, e un lungo silenzio, cava un pugnale.
(15) Si ferisce.
(16) Alcuni de’ Cherusci, che son accorsi, e che sostengon Baldero, van subito per Tusnelda.
(17) I Cherusci lo collocano sopra un de’ sedili verso il fondo della Scena.
(18) Cade ginocchioni presso Baldero.
(19) Cade nello stesso modo dall’altra parte, ed ambedue restano qualche tempo senza parlare.
(20) Dopo lunga pausa.
(21) Che s’alza impetuosamente.
(22) Arminio ricomparisce.
(23) Ritorna al corpo di Baldero.
(24) Che pur s’alza con impeto.
(25) Raccoglie il pugnale, e ritorna anch’essa presso Baldero.
(26) Dopo non breve pausa.
(27) I Cherusci circondano le due donne, e il corpo di Baldero, che viene portato via: e ritorna il Coro.
(28) Sopraggiunge la pompa funebre di Baldero, che portato vien dai Cherusci sopra il suo scudo: alcuni recano le altre sue armi, e conducono a mano il cavallo: seguon Tusnelda, e Velante con altre donne.
(29) La comitiva si ferma: Telgaste leva dal corpo di Baldero una pelle d’orso, che il cuopre, e ch’egli usava per manto.
(30) La comitiva si rimette in cammino, ed esce di vista.
(31) Mettendosi tra i Cherusci, ed Arminio.
(32) I Cherusci si sbandano, e si ritirano.
(33) Compariscono alcuni Cherusci.
(34) Cade sopra un de’ sedili.
(35) Correndo per la Scena.
(36) Vengono alcune donne
(37) Come fuori di sé.
(38) Risentendosi.
(39) Alzandosi.
(40) Passeggiando per la Scena.
(41) Si lascia cadere sul sedile, ove Baldero morì.
(42) Guardando intorno.
(43) Alzandosi.
(44) Appoggiata ad una pianta.
(45) Si odono trombe.
(46) Di dentro.
(47) Velante vuol seguire Tusnelda, ma Telgaste la trattiene.
(48) Velante va all’incontro di Arminio.
(49) Dopo un lungo silenzio.
(50) Un Guerriero porge la spada di Arminio a Telgaste, che dà al Guerriero la sua.