The Project Gutenberg eBook, Roberta, by Luciano Zuccoli This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.net Title: Roberta Author: Luciano Zuccoli Release Date: March 26, 2004 [eBook #11724] Language: Italian Character set encoding: ISO-8859-1 ***START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK ROBERTA*** Produced by Distributed Proofreaders Europe at http://dp.rastko.net in cooperation with Progetto Manuzio, http://www.liberliber.it Project by Carlo Traverso, revision by Claudio Paganelli. LUCIANO ZÙCCOLI ROBERTA MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1919. PREFAZIONE. Sarebbe difficile dire quali fossero esattamente le intenzioni dell'autore di _Roberta_ allorchè egli scrisse, tra il 1896 e il 1897, quel romanzo. Certo, non intendeva compiere una rivoluzione letteraria, nè fondare una scuola; scriveva allora così sinceramente, per impeto di passione e per commozione d'animo, come scrive oggi. Egli viveva in una villa di quella incantevole Riviera di Levante, di cui sono nel libro parecchi tentativi di descrizione. Gli venne l'estro dallo spettacolo del mare, dalle luci stupende, dalla gioia della natura che è, per tutta quella plaga, così ricca e possente? Gli venne l'ispirazione da qualche ora di vita vissuta, più notevole e strana, perchè infinitamente malinconica in quella ridente cornice? Forse e per l'una e per l'altra cagione scrisse _Roberta_; per la tristezza dei casi umani, per la bellezza degli spettacoli naturali; e l'una e l'altra gli consigliarono una forma calda fino alla violenza, bizzarra e impreveduta, carica d'imagini e di comparazioni originali. Poi diede il libro alle stampe e non se ne curò più. Ma rileggendo oggi il volume, per questa nuova edizione messa fuori dalla Casa Treves, l'autore s'è accorto che veramente c'era ragione a schiamazzare come schiamazzarono i critici di quel tempo. In _Roberta_ la forma--l'ho detto--è libera, strana, senza freno, impetuosa, ardita. Sfogliamo insieme qualche pagina, e troviamo qualche esempio. L'autore si sforza di personificare ogni senso ed ogni sentimento e di chiudere un pensiero nel più stretto cerchio di parole che gli sia possibile. «Mai,--dice sul principio--mai come quando le due sorelle si gettavano una nelle braccia dell'altra, mai come allora eran così fresche reduci dall'odio, mai come allora avevan sentito passar sulle reni una cosa viscida e molle, che si chiama ribrezzo». «I suoi pensieri sfilavano come una torma di volpi azzurre sul disco bianco della luna». «Doveva attraversare le foreste millenarie della passione, che tutte le donne pari a lei, avevano attraversato». «La sua giovanezza era una chiara fonte in un parco abbandonato». «Le vecchie regole morali erano goffe come una processione di gesuiti attraverso a una folla di donne scarlatte». «E le idee dei tempi rosei mutavano in una fuga di statue a cui il cuore appendeva corone di rimpianto e di rimorso». Curioso a dirsi; nel mentre vado sfogliando quel romanzo e citando poche imagini tra mille, mi soprapprende il pensiero che l'autore di _Roberta_ sia stato un precursore. Oserei dire, un precursore del futurismo; ma d'un futurismo che non sconvolgeva nè il vocabolario nè la grammatica, e che voleva essere prima di tutto sintetico e pronto, immediato e dritto. Pare che _Roberta_ volesse dire una parola meno usata in quei tempi, vent'anni or sono, in cui o si imitava il D'Annunzio, o si scriveva pedestremente, conversando alla buona col lettore e mescolando la propria personalità con la personalità delle figure che dovevan vivere la loro vita nel romanzo. E l'autore, qua e là, nelle sue pagine, riduce l'imagine e il pensiero, per brevità, «al motto d'un anello», come direbbe Amleto; e ne esce una musica delle più inattese, che può essere bella, che può essere brutta, ma che non è la fanfara festiva e stridente a cui siamo abituati. E così, per dare alcuni altri pochi esempi, ecco «la giornata simmetrica che si dissolve nel circolo del tempo», «gli amici, figure scialbe divenute più pallide in quell'ora di porpora», ed ecco imagini anche più inquietanti: «Egli avrebbe potuto comporre un facile poema, se avesse avuto l'espressione letteraria e la pazienza d'arrestare gli scoiattoli molleggianti sulle branche della fantasia». «Era dunque possibile che le agili e bianche dita salissero al corpetto e intonassero la sinfonia classica dei bottoni che si slacciano?». Con questa sinfonia, chiudiamo; quantunque per tutto il libro, per tutte le pagine; siano sparse largamente imagini così poco usate; e mentre stiamo per riporlo, ci cade sotto gli occhi ancora questo inatteso pensiero: «la voluttà più astuta non lascia traccia se non in ricordi simili a pigmei, i quali corrano dove son passati i giganti». Bisogna dirlo: un libro simile, e in quei tempi, non poteva passare inosservato; e mentre l'autore di _Roberta_ aveva scritto con ingenuità sincera, cercando d'animare innanzi a se stesso le fantasie che gli eran care, tutti i critici gli furono addosso, accusandolo d'aver voluto sforzar la nota, d'aver cercato a tutt'i costi una originalità violenta, d'aver dato un esempio pernicioso, il quale non poteva servire che a fondare una scuola più pazzesca che nuova. Lo si trattò veramente a guisa d'un precursore: e quale precursore fu mai trattato bene? Si battagliò intorno al libro con una passione e un vigore che oggi i critici non hanno più. In una sola cosa furono d'accordo coloro che giudicavano sui giornali: nel gridare al pericolo delle imitazioni, le quali avrebbero precipitato la letteratura in un abisso di follia. Avancinio Avancini, chiamando l'autore di _Roberta_ palloncino gonfiato (_Risveglio Educativo_, 12 giugno 1897) e pur non negando che nel cervello di lui una certa dose di fosforo ci fosse, alzò la voce perchè la tesi di _Roberta_ era immorale: e «questo precursore del secolo ventesimo» diceva «nasconde sotto l'artifizio retorico una grande povertà di buon senso». E Luigi Pirandello, il quale dava conto dei libri nella _Rassegna Universale_ di Roma con lo pseudonimo di Giulian Dorpelli, si turbò al pensiero che _Roberta_ potesse dar vita a una serie numerosa d'imitatori. E falciando largamente tra le imagini onde il romanzo traboccava, e citandole ad esempio da fuggirsi, dichiarava che l'autore con quella sua barca parata di pennoncelli sarebbe presto andato a finire «sulle secche della follia»; ma, aggiungeva con tristezza, «sentirete come batteran le code i pòmpili seguaci tra la scìa spumosa...... I pòmpili seguaci non ci furono; per avvivarli e tirarseli dietro, occorreva che l'autore di _Roberta_ scrivesse un altro libro di quel colore, un altro poema balzano; e il futurismo sarebbe stato fondato; un futurismo, intendo, di sostanza e di pensiero, rosso d'imagini e protervo d'idee. Ma l'autore di _Roberta_ non fu tanto sgominato dall'urlar della critica, quanto dal timore di dover presto rispondere di tutte le corbellerie che gli imitatori avrebbero scritto in suo nome.... Il precursore non diede il secondo volume, non calò il secondo colpo; e poichè gli anni--1898!--volgevano tristi per il paese, si diede alla politica, e stette dal 1898 al 1902 silenzioso per tutte le forme d'arte letteraria. Così i pòmpili seguaci intravisti dal Pirandello guizzarono per altre acque, dietro altre barche con altri pennoncelli; e l'autore di _Roberta_ non deve rispondere oggi d'una scuola, ma di un giovanile tentativo di rivolta, d'un'orgia poetica ch'egli si largì per divertire se stesso innanzi agli altri. Fu ebbro, liberamente; ruppe gli argini alla fantasia, lasciandola prorompere, dilagare, infuriare; parlò di passione e di morte, d'odio e d'amore; cantò la bellezza femminile, la gioia della vita, la fatalità della morte, la ricchezza della natura invitta e crudele.... Poi tacque cinque anni, battendosi tra le fazioni politiche e cercando istintivamente l'impopolarità la più pericolosa.... L'autore di _Roberta_ non trovò, per questo, non dico la forza, ma la voglia di fondare una scuola letteraria, e non la troverà mai. Posso andarne mallevadore, perchè l'autore di _Roberta_ sono io. LUCIANO ZÙCCOLI. ROBERTA I. La prima volta che Cesare Lascaris entrò in casa delle due sorelle, il cielo sfarfallava di lampi infaticabili a levante e a ponente, come per un'alternativa di colori liquefatti e largamente diffusi sopra una cupola immensa. Roberta era stata ripresa dal suo male. Una leggera spuma rosea le era sgorgata dalla bocca, mentre innanzi alla finestra seguiva col binocolo un vapore, che all'ultima linea delle acque passava sotto il tumulto dei lampi, sotto il cumulo più nero delle nubi. Aveva deposto sùbito il cannocchiale, e volgendosi a Emilia con la pezzuola umida di sangue, aveva detto: --Ecco!--rispondendo alla sorda inquietudine, che dalla prima comparsa del morbo le aveva confitto gli artigli nel cuore. Il giorno, levatosi per le due giovani tranquillo come gli altri, divenne repentinamente funebre; l'uragano addensato fuori, parve ad ambedue il quadro naturale in cui il dramma doveva svolgersi, e l'aria pregna di correnti elettriche, solcata dalle luci minacciose, le avvolse e le fece vibrare di spavento. L'Implacabile risorgeva. Avevan voluto dimenticarla, fuggendo dalla città, aspirando i germi vitali nel paesello ligure inapprezzato dal capriccio misterioso della folla. Tutto della loro vita era stato tacitamente disposto per raggiungere quell'oblio. Scorrevano ogni giorno lungo tempo sulle rocce più inoltrate nel mare, fin dove l'onda s'accartocciava ribollendo passeggiavano adagio, metodicamente verso il crepuscolo, dov'era men facile incontrare i carri, che sollevavano nugoli di polvere; la villetta era aperta sempre a finestrate di sole, a fiumi d'aria pura. Roberta seguiva i consigli dei medici, ed Emilia si studiava d'allontanarle ogni causa di malcontento. Se si fissavan negli occhi per leggervi il medesimo pensiero inconfessato, gli occhi tentavan sùbito d'esprimere pensieri frivoli e pieni d'avvenire. Il male sembrava cosa antica, pessimo sogno pessimamente interpretato dagli uomini della scienza. Guardavano innanzi a sè, lasciandosi addietro il ricordo della malattia breve e furiosa, cui Roberta s'era sottratta per una generosità de' suoi diciannove anni. E l'Implacabile risorgeva; e quella spuma sanguigna voleva dire la Morte, e quei colpi di tosse che riprendevano, erano la Morte, e tutto; era la Morte, la Morte, la Morte nel giorno denso di luci minacciose, divenuto il primo periodo d'un dramma del quale s'ignoravano gli episodii futuri e s'intuiva la fine. --Non spaventarti,--disse Emilia con la voce tronca.--Non è nulla.... Sai che non può essere nulla.... Mando a chiamare il medico... Roberta era caduta sul divano, e nell'ombra dell'angolo si vedevan l'abito turchino a merletti bianchi, il volto cereo ed ovale. Le braccia erano abbandonate lungo il corpo. Sotto l'atteggiamento incerto, covava il terrore di chi aspetta un nuovo segno infallibile: ella attendeva un altro colpo di tosse, un rigurgito di sangue, la rottura d'una arteria, che la soffocasse in un lago di sangue; poichè nessuno meglio di lei conosceva tutte le possibilità spaventose d'una soluzione certa. --Sùbito dal medico; venga sùbito; lasci qualunque cosa.... Hai capito?--ordinò Emilia alla cameriera accorsa.--Sùbito, sùbito, sùbito.... Vuoi andare a letto, Roberta? Ti aiuterò' io.... Fatti coraggio.... E mentre parlava riprendendo il suo posto innanzi alla sciagura, si irrigidiva per resistere alla tentazione di fuggire, mandando grida laceranti.... Piegarsi, prosternarsi brutalmente alla fatalità, piangere fino al torpore e sentire il tempo uguale, infinito, passare su di lei e sopra le cose, doveva essere una voluttà divina. Ella non era creata per tener fronte alle avversità: con la morte del marito dopo un anno di matrimonio e con la prima malattia di Roberta, due volte una ribellione di inerzia era nata in lei; il bisogno di sfuggire a sè medesima e all'azione, era divampato così furibondo, che le era avvenuto d'inginocchiarsi a pregare perchè fosse mutata in una statua dal gesto eterno, dalla insensibilità eterna.... Ma si riprese per quello stesso spirito di rivolta, il quale d'ora in ora aveva forme così diverse; allungò le mani alla sorella e l'aiutò ad alzarsi, riuscendo a sorriderle. Sulla soglia della sua camera, Roberta si arrestò un istante sotto un nuovo attacco del male; il fazzoletto si arrossò, una sottil bava sanguigna le scese lungo la connessura delle labbra, si ruppe.... Allora, sciogliendosi dalle mani d'Emilia, la fanciulla corse al letto, strappò gli abiti, slacciò i cordoni delle sottovesti, gettò ogni cosa a terra, fu pronta, e si ricoverò tra le coltri, dicendo febbrilmente: --Vedi, che è proprio il male? Vedi, che bisogna morire?... Non parlare, hai capito? Non dir nulla.... Il medico, non lo voglio.... Va via, anche tu.... Emilia rimase in piedi presso il letto, fisicamenta assorta nei romori della tempesta, che dalle sbarre delle gelosie proiettava il suo livido ghigno nella camera. Così, spoglia d'ogni attraenza materiale degli abiti, Roberta era l'ammalata. Sotto l'epidermide bianca, una miriade di piccoli punti rossi, qua diffusi e là raccolti in nucleo, segnava la persistenza del morbo; il seno, questa gloria incomparabile del sesso e della giovanezza, era crivellato dai nuclei rossastri e s'affondava, invece di protendersi esuberante.... Di quel corpo virgineo avvolto fra le lenzuola, non rimaneva attenta, vivente, perspicace, se non la testa coi capelli biondi e disordinati; ma ancòra sotto la pelle della fronte e sulle guance, comparivano le piccole macchie rosse incancellabili. Gli occhi erano d'un azzurro vitreo, le labbra tumide, i denti bianchissimi, il profilo netto e puro, quasi ellenico. Il resto delle sue forme non aveva linea e valore, se non corretto dalle mani scaltre delle cucitrici e lusingato dai colori festevoli o ingenui delle stoffe. Per la camera semioscura aleggiava un profumo indefinito d'acque odorose; i mobili modesti delle case d'affitto variamente ricoperti e senza stile, parevano l'avanzo di diversi addobbi; il letto solo in mogano lucidissimo era elegante e nuovo. Sui tavolini, sui divani, s'ammucchiavano i libri rilegati o sciolti, una collezione di romanzi, da Walter Scott agli ultimi autori russi, che Roberta leggeva senza posa e senza scelta, fino ad averne l'emicrania. Ella era ancòra la fanciulla tipica, angariata e deliziata dai sogni un po' umoristici del romanticismo; si costruiva in testa una favola di principi e di re, si assegnava una parte nella favola, mutava e rimutava gli episodii, vivendo, con qualche residuo dei preconcetti acquei di collegio, in assoluto ritardo, in voluta contraddizione con tutto quanto era vita intorno a lei. Emilia, seduta a fianco del letto, tenendo fra le sue una mano di Roberta, stava sempre attenta ai romori esterni, poichè nella camera era piombato un silenzio di malattia, che la riconduceva a dieci mesi prima, richiamando a galla i terrori, le stanchezze, le disperazioni di quei giorni. Fuori, a levante e a ponente, i lampi gareggiavano; sulla casa il tuono si trascinava con lunga eco; di momento in momento, la camera era infiammata da una vampa lividiccia, cui seguiva il crepitio secco d'una scarica elettrica. Roberta si drizzava a sedere, guardava Emilia negli occhi, e ricadeva sui guanciali. In quei passaggi di pesante angoscia, esse comprendevano, o chiaramente o vagamente, che nè per loro nè per altri la vita non aveva indulgenze, che i benigni non esistevano, e che la lotta non era solo in grandi giorni di battaglia, ma in tutti i meschini giorni dell'anno, in tutte le piccole ore del giorno. --È finito?--disse Roberta ansiosa.--Guarda se è finito.... Mi fa così male... Emilia andò a guardare, socchiudendo le imposte. Per quanto si vedeva da quella finestra sul fianco della casa, l'uragano pareva cominciasse allora. Il monte di Santa Croce era fosco sotto le proiezioni oscure della nuvolaglia, e la collana d'uliveti che ne discendeva e si propagava sul versante, aveva preso il colore sinistro e scialbo dei giorni di tempesta. Le case a tinte vive, secondo il concetto degli antichi marinai, i quali da lontano volevano riconoscerle e salutarle, aspettavano silenziose la cavalcata delle nubi, illuminandosi al riflesso dei lampi.... E a un tratto, per la violenza del tuono, le nuvole si spalancarono come porte gigantesche e mostrarono il fulmine ricurvo, dorato, arme classica e divina, che si sfoderò precipitando dietro la montagna.... Susseguì il vento, la pioggia sferzò, ora verticale, ora a sghimbescio, a capriccio del vento, e l'uragano si stabilì sopra il paese. --Siamo alla fine,--rispose Emilia, accostando le gelosie.--Come stai, cara? Va meglio? La sorella teneva le palpebre calate e sul volto le era scesa una maschera di sublime indifferenza per ogni cosa mortale. --Vuoi dormire?--soggiunse Emilia con voce più cauta. Roberta scosse un poco la testa; ad occhi chiusi sembrava assorta nell'ascolto del male,--dava tregua o saliva di grado in grado senza ostacoli?--e il mutismo d'una rassegnazione interamente fisica le aveva invaso l'anima. Emilia, rimasta a guardarla, fece un gesto perduto, a sgombrar le visioni di certezza che andavano stringendola intorno. Con le mani serrate, immobile a' piedi del letto, ella pensava alla morte prossima; sua sorella doveva morire, forse quello stesso giorno, soffocata dal sangue rigurgitante nelle caverne dei polmoni. La fantasia, rinforzata dalla meccanica dei racconti uditi e delle memorie, dipingeva l'avvenimento, a grandi tratti prima, e poi ne' particolari più minuti e dolorosi: la donna si sentiva già piangere e mormorare le parole profonde, dissennate, che echeggiano inutilmente nelle case tragiche per la morte. Aveva gli occhi fissi al letto, e lo vedeva vuoto. --Vuoi il ghiaccio? Devo prepararlo?--ella domandò, scuotendosi e avvicinandosi. Ma a quel ricordo della malattia antica, Roberta alzò faticosamente le palpebre e negò con la testa. Emilia le toccò il polso, la fronte, le tempia. --È fresca; non ha febbre. Non ha mai febbre,--mormorò, quasi parlasse con le visioni di certezza ch'erano intorno.--È la febbre, da temersi. L'altra volta l'aveva, ed è stata così male. Oggi non ha febbre; è fresca.... E se avesse obbedito all'istinto, avrebbe seguitato, gestendo contro le ombre del terrore: «--Capite, capite, che non può morire? Si salverà pure questa volta; continueremo la nostra via, l'una a fianco dell'altra, come ci siamo promesso.». Non era passata un'ora dalla ricomparsa della malattia, ed Emilia aveva già smarrito ogni senso della vita abituale, quasi soffrisse da mesi, da anni. La mattinata semplice e monotona s'era dispersa tra le memorie bianche; la giovane ritrovava in sè medesima lo stato un po' febbrile, l'espressione laconica, il gesto attivo e silenzioso dei momenti solenni. --Roberta,--disse con l'inesorabile ostinazione della paura,--stai meglio? Vuoi riposare? L'ammalata sbarrò gli occhi cercando per la camera: vide la sorella a' piedi del letto e la fissò a lungo, ancòra con l'indifferenza serena di chi è già per altre vie lontane e mute. Poi, senza tosse, senza fremiti, recò alle labbia la pezzuola, e l'arrossò ampiamente. --Dio!--esclamò Emilia, accorrendo a sostenerla. Il sangue sgorgava, non più roseo ma purpureo, una fontana vitale entro la catinella che Emilia teneva con una mano. --Coraggio, cara, fatti coraggio,--susurrò Emilia.--È una crisi momentanea, lo sai.... Il sangue sgorgava, e le due sorelle s'erano avvinghiate intorno al busto tenacemente, guardando quella vita liquida, quella morte liquida, cui alcuna scienza umana non avrebbe potuto arrestare. Emilia era curva sotto un peso invisibile; Roberta non dava segno di terrore, ma stava rigida nell'attesa fredda e spaventevole, ritrovata fra le abitudini delle sue sofferenze. La crisi cessò, il sangue ristette. --Ti porterò il ghiaccio,--disse Emilia, posando la catinella insanguinata--Il ghiaccio ti guarisce, non è vero? Ma non appena uscita dalla camera, traversando il gran salotto centrale, Emilia s'aggrappò a un mobile. Libera di naufragare nella disperazione ampia, senza difese, ella vedeva immancabilmente certa la soluzione; era destinata a seguitar tutta sola la sua strada, poichè la compagna le sarebbe caduta al fianco fra breve. E per una satanica raffinatezza della fantasia, una folla di episodii rosei le corse incontro; e per malvagia associazione d'idee, ella ricordò alcune pagine lette sbadatamente o alcuni discorsi distrattamente ascoltati sulla legge di selezione, sulla matematica necessità della morte precoce.... La fanciulla era senza dubbio inadatta a sostenere gli attriti dell'esistenza, e portava in sè le mortali ferite d'una vecchia razza esausta. Ella pareva essere stata concepita in una notte di nevrosi, per un desiderio fiacco e metodico: imperfetta opera di due creature incatenate da vincoli legali e fittizii, Roberta aveva già troppo resistito alle raffiche forti e alle acute brezze micidiali; poichè, prima di lei, i fratelli erano stati travolti, e dopo lei, Emilia sola aveva rievocato il buon tipo originario; e dopo Emilia, i fratelli di nuovo erano tutti scomparsi in piccola età. Ora, cotesta differenza di nervi, di muscoli, di forze, aveva più volte in Emilia risvegliato l'antipatia latente dei sani per i malati, l'antipatia bruta d'un corpo vivido e fresco per un corpo fradicio e passo. --«Tu ti leghi a un mostro,--le susurrava lo spirito loico.--I tuoi sforzi non serviranno se non a prolungare un'agonia e a trasmetterti i germi, dai quali per maraviglia di natura ti sei salvata.» E alla sentenza, che sembrava macabramente scritta con le ossa d'uno scheletro sulla via sperduta dell'avvenire, tosto succedeva la reazione generosa, esagerata; e per punirsene, Emilia avrebbe dato intera l'esistenza propria, e contratto volonterosamente i germi della malattia atroce. Poichè il sordo antagonismo non giaceva soltanto in fondo alla sua coscienza; ma con disperata tristezza erasi dovuta persuadere che anche nell'anima di Roberta andava cristallizzandosi un rancore quasi animale contro la sanità e la procacità inconscia di lei, contro il suo avvenire, contro la facoltà di goder le gioie, cui ella, Roberta, non avrebbe avvicinato mai.... Certi misteriosi allontanamenti, certi risvegli di violenta simpatia, nei quali la fanciulla soffocava una voce imperiosa e sconsigliata, avevano quella sola spiegazione. Mai come quando le due sorelle si gettavano una nelle braccia dell'altra, mai come allora eran così fresche reduci dall'odio, mai come allora avevan sentito passar sulle reni una cosa viscida e molle, che si chiama ribrezzo. Anche in quel giorno in cui lo spavento rinasceva con la tenera sollecitudine, l'istinto oscuro aveva arrestato Emilia, uscita appena dalla camera di Roberta: --«Perchè ti affatichi?--le fischiava all'orecchio.--L'ha detto ella stessa: il suo male ritorna e bisogna ch'ella muoia. Vuoi contrastare il passo a una legge sovrumana?» Una scampanellata la richiamò interamente; doveva essere il dottor Noli, il medico del paese, che con l'esperienza di chi ha visto innumerevoli casi d'una stessa malattia, aveva fortificato, la sua teorica mediocre. Emilia andò ella medesima ad aprire; la mano tremava d'impazienza, volgendo due volte la chiave nella toppa, Sul ripiano stavano la cameriera e un uomo, che Emilia non ravvisò sùbito. --Il medico non c'era,--disse la domestica.--È andato a Genova; mi hanno indicato il signore; è medico anch'egli e si trova qui per i bagni. Ho pregato lui di accorrere; non voleva, ma l'ho persuaso, perchè il dottor Noli non tornerà fino a domani.... Ho fatto bene? Le pare?... Mentre parlava la cameriera, Emilia aveva dato il passo all'uomo. Cesare Lascaris entrò, mormorando un saluto. Emilia gli gettò uno sguardo: era alto, elegante, bruno in viso; dimostrava alcuni anni più dei trenta. La giovane lo conosceva per averlo visto in paese qualche volta. --È dottore, lei?--gli domandò bruscamente, guardandolo dritto in faccia.--Perchè non sta a Genova? Come può essere qui in ozio, se è dottore?... Si tratta della vita di mia sorella.... Cesare Lascaris consegnò l'ombrello gocciolante alla domestica, e sorrise tranquillo. --Se si tratta d'un caso grave, sarà forse inutile perder tempo in spiegazioni che darò dopo,--rispose.--Non appena giungerà l'amico mio dottor Noli, gli cederò il posto; ma intanto, se si tratta d'un caso grave... Si fermò, annoiato di dover ripetersi, della diffidenza che l'accoglieva, della penombra che le imposte chiuse stendevano nel salotto e che gl'impediva di veder bene in volto la sua nemica; ma l'abitudine gli smorzò sùbito la voce un po' vibrante. --S'accomodi,--offerse Emilia, vergognosa del primo impeto.--Mia sorella ha avuto stamane uno sbocco di sangue.... Allora, innanzi di passar nella camera dell'ammalata, Cesare Lascaris propose una serie di domande imbarazzanti su Roberta, mentre Emilia a testa bassa di fronte a lui rispondeva precisa e chiara, con una mal celata animosità contro l'uomo, il quale aveva diritto a conoscere ogni fatto intimo della vita fisica d'una vergine. II. Uno scoglio scabro crivellato dalle trafitte secolari dei marosi, si tuffava nel mare ardendo sotto il sole: era uno scoglio grigio, su cui il piede s'incastrava fra le spaccature; spesso era uno scoglio bruno, quando la spuma crepitante giungeva a superarlo, colando ai fianchi in piccoli torrenti lattei. Nella cabina drizzata a ridosso delle rocce sovrastanti alla spiaggia, Emilia vestì l'abito pel mare; un abito tutto candido, costellato di fioretti d'oro con le foglioline d'oro; i piccoli piedi ricoverati nei sandali, ella tentò studiosamente lo scoglio che li afferrava come nel pugno d'un innamorato; s'avanzò, cercò il proprio riflesso nell'onda, si buttò a capofitto, sparve, riapparve lontana, tagliando con le braccia nude l'acqua ritmicamente. L'acqua! Emilia l'aveva sempre temuta e vi si abbandonava con un piacere non privo di fremiti.... L'acqua che poteva essere la morte, l'onda che aveva la forza di dieci leoni scatenati, l'acqua e l'onda l'attiravano, le parlavano, la cullavano perfidamente, ed Emilia non sapeva se un giorno non si sarebbero chiuse sopra la sua testa, eternando la conquista giovanile. Il corpo di lei, peregrinando nell'abisso tra le gòrgoni, avrebbe seguito le correnti sotto il piano del mare; con gli occhi spalancati avrebbe visto gli scafi delle navi sommerse, i resti dei naviganti deformi e tentacolari per i filamenti delle alghe.... Laggiù avevan tomba molti cadaveri d'uomini e di donne, ancòra paludati dalle vele entro le barche, o avviluppati ancòra tra le erbe viscide.... Ma non godevano quiete e sentivano la vita mostruosa che pullulava intorno a loro. Pel brivido che quei pensieri le scandevano sulle reni e sugli òmeri, Emilia si spinse allo scoglio, lo risalì, e in un accappatoio bianco dal cappuccio aguzzo stette a guardare la superficie maliarda, un po' gonfia all'orizzonte. Il sole violento bruciava lo scoglio e la spiaggia; la donna, i gomiti sulle ginocchia e la testa fra le mani, tornò a imbrancarsi nel gregge silente delle sue fantasie, delle memorie senza forma, delle sensazioni vibrate a un tratto nel cervello, le quali parevano uscire un attimo da una guaina di cose vissute. Emilia non era più fanciulla, ma era stata donna per così poco tempo, che i guanciali del suo letto avevan dimenticato l'impronta d'una testa maschile e la luce del suo corpo risplendeva nell'alcova deserta. Era vedova da due anni; ma il desiderio di chiudere la solitudine dell'anima le faceva sembrar quel tempo assai lontano. Aveva gli occhi grigi; i capelli neri avvolti intorno alla testa e attorti presso le orecchie, davano qualche riflesso d'acciaio. Ella entrava sola nel talamo e sola riposava. Le era avvenuto forse di svegliarsi nella notte e d'irritarsi per uno di quegli arguti sogni, che non lascian tregua, popolano la mente di fiamme, soffiano sulle carni; le era avvenuto forse di stendere le braccia disperatamente nell'ombra, e di piegarsi ad arco sotto lo spasimo del sogno che sfiora e sfugge.... Ma giungeva l'alba a quietarla, e il torpore invece del sonno.... Si guardava nello specchio al mattino, e vedeva sotto gli occhi puri un livido cerchio. Anch'ella navigava per un ampio oceano di dubbii; non aveva mai trovato chi la guardasse senza invidia o senza libidine; stupita che tutto ponesse capo all'odio o all'amore, avrebbe voluto un senso nuovo e tranquillo. I suoi pensieri sfilavano come una torma di volpi azzurre sul disco bianco della luna; si disperdevano, s'interrompevano, riprendevano tutto il giorno fra lo svolgersi isocrono d'una vita femminile incapace a mutar l'avvenire con la sola forza della propria volontà. Emilia era votata al destino, tremendo nella sua indomabile dolcezza, che aspetta la donna, bella e giovane. Nessuno avrebbe potuto dubitarne; un altro uomo sarebbe arrivato a conquistarla poichè era giovane e bella. Doveva vivere le delizie meschine dell'amore; traversare le foreste millenarie della passione, che tutte le donne pari a lei hanno traversato. Ella non possedeva memorie d'amore, le quali non fossero anche ricordi di morte. Se si chiedeva chi l'aveva baciata, si rispondeva che chi l'aveva baciata era morto, lasciando la sua giovanezza in mezzo a un cumulo di rovine; una chiara fonte in un parco abbandonato. Ma da qualche tempo i sogni molestavano la sua alcova deserta, e anche sotto la selvaggia prepotenza della luce diurna, Emilia avrebbe potuto stendere le braccia e sentir fuggire nell'aria i fantasmi quasi afferrabili, divenutile crudelmente familiari. Il corpo roseo tra la pelurie bianca dell'accappatoio sembrava chiamar quei fantasmi, nascenti dalla mollizie del bagno, ridenti nel gorgogliare delle acque, un istante prima così funeste e minacciose. Era la vita, l'anima incoercibile della giovanezza, da cui i raggi si espandevano con lunga chioma di luce; sciogliendo l'accappatoio per rivestire l'abito da passeggio, tutto il fulgore delle membra prorompeva, saliva, stupiva ella medesima.... Quante volte non aveva sentito che la dimane era certa, e la dissoluzione aspettava ogni sua grazia mortale, così gelosamente ornata di cure assidue? Ma il giorno era pigro, lentissimo, in quella campagna marina. Dal sorgere del sole al calar della luna sembravano passare dei secoli; dal frinire delle cicale al gracchiar delle rane, era un giorno e un'epopea di sensazioni. Il mare solo, il cielo solo bastavano per una sfilata gigantesca di spiriti senza nome. La folla aveva dimenticato il piccolo paese. Non v'erano alberghi: visto dal mare era un gruppo e una distesa d'edifici spinti fino all'ultimo limite della terra, ove l'acqua spaziava o si drizzava nella furia delle tempeste. Dietro il vivente ammasso di case si snodava la strada, che dall'altro lato, verso le colline, aveva alcune ville non illustri, coi giardini grigi per il predominio degli ulivi. E tutti i giorni Emilia tornava, dal bagno alla villetta, ove l'attendevano Roberta e le piccole cose le quali aiutano a precipitar le ore: un libro, una lettera, un discorso con Roberta appena convalescente, una passeggiata per le camere ombrose. Ma, breve come un lampo o lungo come uno spasimo, imperava il sogno sognato ad occhi aperti sopra una poltrona a dondolo; e le due sorelle abbandonate nelle due poltrone, sognavano ad occhi aperti con le mani sulle ginocchia in atteggiamento da idoli insensibili; mentre quel tempo precipitava, che esse dovevano piangere in avvenire per l'ineffabile attrattiva delle cose perdute. Dì sera, il giardino era tutto una festa; certi fiori non s'aprivano se non nell'umidità dell'ombra, ed effondevano un odor vellutato, un odor misterioso di notte romantica ed antica. Fra i bassi filari degli aranci, migliaia di lucciole nottiludie trescavano, vibrando i piccoli lampi verdognoli, alternando la loro luce così, da sembrare la fosforescenza delle acque sotto i raggi di luna. Erano disposte a brevi intervalli sapienti; volavano e lampeggiavano ad intervalli, s'innalzavano fin sopra la casa e ritornavano ai filari degli alberelli e vibravano la luce mite, che bastava a inebbriarle co' suoi giuochi puerili. Emilia scendeva nel giardino ad aspirare il profumo selvatico delle notti serene. Coglieva a volo nelle mani bianche e sottili qualche lucciola sperduta e la posava tra i capelli, ridendo in su, verso Roberta che guardava dalla finestra. I cani abbaiavano invisibili, sui colli neri; i palmizii non si muovevano per alito d'aria; il silenzio massimo non era calato per anco sulla terra, ma già i romori s'affievolivano a grado a grado. In breve il sonno penetrava negli umili edifizii, mentre tutte le cose non umane proseguivano il loro ciclo eterno, senza fatica. Ma innanzi al letto, Emilia si chiedeva s'ella pure avrebbe dormito. Le pareva che inutilmente la sua alcova fosse chiusa: qualcuno vi passeggiava in ispirito ogni sera. Inutilmente celava il suo corpo sotto vesti senza linee: qualcuno l'aveva già posseduto in ispirito e conosceva l'arco mortifero del suo braccio, ove la testa dell'amante avrebbe riposato presso il seno. Le vecchie regole morali che avevano fiancheggiate la sua adolescenza, e a cui Emilia ricorreva per salvezza, si rivelavano goffe come una processione di gesuiti attraverso a una folla di donna scarlatte. Altre volte, ogni formula imperativa era agevole, un sentiero diritto per una campagna senza sterpi; ma procedendo, a poco a poco la strada invasa da viluppi d'erba tenace, si smarriva in una palude di verde sdrucciolo. E le idee scarne assolute dei tempi rosei mutavano in una fuga di statue, a cui il cuore appendeva corone di rimpianto o di rimorso.... Così, prima che sorgesse il dramma, la giornata simmetrica si dissolveva nel circolo del tempo. III. Mentre Cesare Lascaris percorreva la strada ineguale, a piccole salite e a piccole discese, tra il villaggio e Pieve di Sori, Emilia comparve ritornando dal bagno, per un viottolo di fianco digradante al mare. Aveva un gaio abito lilla, e camminava con passo così leggero, che non avrebbe lasciato orma se il terriccio fosse stato di cera liquefatta. Portava alta la testa, un po' indietro; fra le labbra semichiuse apparivano i denti candidi. Ambedue i giovani eran diretti verso Pieve, a una passeggiata; da parecchi giorni non si erano visti. Emilia gradì l'offerta d'accompagnarla. Imperava dovunque una molle rilassatezza. La campagna verde, a sinistra, inturgidiva sotto il calor sensuale; oltre la strada, a destra, il mare si stendeva ampio; e tra i due azzurri cupi del cielo e delle acque, una vela, porporina di raggi, somigliava a una svelta lingua di fuoco. Era uno di quei giorni frequenti, in cui la complessa vita d'ogni cosa ha una solennità d'indimenticabile concordia; e dagli umili ai più alti gradi della scala creativa, tutto gioisce d'un benessere il quale sembra eterno, senza possibilità di mutamenti, senza ricordi d'altri stati meno giocondi. Nulla rammentava il tempo, la parabola triste, la decadenza, la morte; era nell'aria una galoppata di note ilari, un inno d'oblio e d'impassibilità quasi non crudele per ogni miseria. Emilia aperse il parasole bianco a merletti: intorno alla testa e alle spalle, le sfolgorò uno scudo rotondo, una _parma_ di luce scintillante. Ella sentiva la gioia d'essere tra quella pomposa gioia di vita; Cesare al suo fianco, ritraendosi un poco, la studiava furtivamente. Parlarono, sul principio, di cose leggère, variazioni di temi comuni cui era troppo difficile sfuggire in quel giorno: la tranquillità della campagna, i paragoni tra la campagna e la città, furono i temi. Poi Emilia parlò di sua sorella. Percorrevano allora l'ultimo tratto di strada nelle vicinanze di Pieve; a destra, il muricciuolo di riparo era finito, e sul pendio scendente alla spiaggia, i pini marittimi svelti s'arrampicavano, chiudendo tra i naturali intercolunnii le trasparenti chiazze dell'acqua cerulea. Emilia, di tempo in tempo, guardava Cesare in volto, ed egli vedeva i due occhi grigi sotto le ale delicate delle sopracciglia fissarsi in lui con espressione di grande fiducia. Molte piccole cose significanti erano avvenute, da quando la cameriera di Emilia era corsa a cercarlo per supplire momentaneamente il dottor Noli al letto di Roberta. Cesare aveva preso vivo interesse alla malattia di questa, aveva confortato Emilia con parole d'amicizia, le quali eran giunte strane e inaspettate a lui medesimo; e allorchè Roberta s'era infine potuta levare, l'opera del buon dottor Noli era parsa alle due sorelle ancor meno efficace, ancor meno provvidenziale che il soccorso opportuno di Cesare. E,--fra le grandi cose,--dal giorno in cui la malattia aveva fatto la sua ricomparsa, qualche legame non visibile aveva aggiogato le due donne alla sorte del giovane; l'invitto soffio del destino aveva sfiorato le tre esistenze. --Dunque,--domandò Emilia, acuendo l'intensità dello sguardo,--Ella non crede mortale la malattia di Roberta? Fra tanti medici consultati, non uno mi ha detto chiaramente si trattasse d'etisia.... Se fosse altro, una cosa semplice? Non è possibile? Mi dica.... Cesare pensava all'immancabile fatalità che tutti quanti sono a fianco d'un ammalato s'ingannino sull'importanza e sui progressi del morbo. Il bisogno di sperare è testardo nell'uomo; e Cesare aveva udito parecchie volte i consanguinei negar l'evidenza, e gioire del miglioramento che precede di ventiquattr'ore la morte. --È possibile, senza dubbio,--egli affermò, dopo essersi interrogato e risposto che non aveva alcun motivo a mostrarsi rudemente sincero.--La signorina Roberta è assai giovane, e, oltre questo, ogni momento s'incontrano dei casi di guarigione spontanea. --Non è vero?--esclamò Emilia, arrestandosi un attimo.--Essa è uscita dal letto, passeggia, si nutre volontieri; sta proprio bene.... Come potrebbe riammalarsi?... Cesare lanciò alla donna uno sguardo non visto. Quella fede assurda, quell'inganno puerile, in cui Emilia cadeva, pel solo indizio che i moribondi giacciono a letto e Roberta era in piedi, commossero l'uomo, il quale sapeva l'avvenire. Trovò dolce essere assurdo a sua volta e negar l'evidenza, come una sfida al domani..... --Non dubiti,--soggiunse,--è certo che altre crisi non si presenteranno. --Anche il dottor Noli me lo ha fatto sperare.... Sarebbe così terribile!--mormorò Emilia, rivedendo con la memoria la giornata di sangue.--Abbiamo tanto sofferto, l'ultima volta!... ed io ho accolto Lei in un modo abbastanza strano,--aggiunse mentre sorrideva quasi umilmente. Oh sì, in modo strano; lo pensava anche Cesare, il quale per l'abitudine di ricercar le cause, da qualche tempo andava studiando le ragioni che lo avevano indotto, a frequentare la casa delle due sorelle; e aveva creduto trovarne una, nella orgogliosa necessità di farsi ben conoscere, di mostrarsi migliore di quanto egli non fosse, poichè ancòra gli stillava nell'animo la ferita dell'ingiusta diffidenza. Ma pronunziò sùbito alcune frasi comuni, per rassicurare Emilia sulla impressione di quella accoglienza; ed egli stesso in fondo all'animo sentiva una curiosa tenerezza per la ruvidità inabituale, che la donna aveva mostrato nel terribile giorno di paura e di sollecitudine. --Roberta è tutta la mia vita,--ella disse.--Quando non vi fossero tra me e lei così stretti vincoli di parentela, basterebbe la delicatezza della sua salute per rendermela cara, preziosa.... Per ciò, ho diritto a sapere, come una madre; ho diritto a non essere ingannata pietosamente. Ancòra la franchezza delle parole piacque al Lascaris, quantunque fosse ben lungi dal riconoscere quel diritto, o almeno la necessità di obbedirgli. Ella taceva, guardando alcune donne, le quali andavano a rivendere, con un canestro di pesce o di frutta sulla testa; due carri uno dietro l'altro, a quattro o cinque cavalli in fila, romoreggiavano pesantemente, e nella discesa il freno guaiva sui toni più striduli. Cesare approfittò dell'attenzione ch'ella prestava allo spettacolo caratteristico, per osservare con qualche agio la sua compagna. Appariva tranquillamente superba di bellezza; irradiato dal senso di equilibrio ch'era in ogni cosa intorno, il volto calmo aveva particolari squisiti: gli occhi grigi a mandorla ornati di ciglia lunghe, il naso diritto con piccole narici, la bocca purissima dalle labbra vive. Conservava fresche le linee, che il male aveva atrofizzate o guaste in Roberta; onde, la figura era snella, la elasticità delle membra era nel passo libero e ritmico, nei movimenti di grazia, nella stessa curva del braccio e della mano, con cui sosteneva l'ombrellino presso la spalla. Infine, coi capelli neri, potenti di attrazione, ella risvegliava l'imagine di una donna orientale, e ancòra molte imagini di obliosa mollezza in qualche stupendo gineceo. --Come si sta bene, qui!--riprese, guardandosi in giro.--Noi volevamo partir dopo i bagni, ma il dottor Noli.... --Certo,--esclamò il Lascaris vivamente.--Sarebbe pericoloso ricondurre la signorina a Milano durante l'inverno. --Per ciò, rimarremo. Ho già prolungato l'affitto per tutta la stagione invernale.... Il paese è tanto tranquillo.... E s'interruppe, aspettando ch'egli dicesse se partiva dopo i bagni; ma l'uomo tacque, sembrandogli stranamente che l'annunzio avrebbe preso un significato d'intenzione. --Siamo a Pieve,--egli disse, con un gesto alle case, dove la piccola discesa moriva.--Vuole andare avanti? --No; riposo un poco, e poi ritorno. Emilia traversò la strada, scelse un rialzo coperto di spessa erba, verso il mare, e sedette. Cesare restò in piedi, contemplandola. --«Com'è bella!»--pensò fanciullescamente. Per vent'anni di vita vera, e per dieci di professione medica, egli non aveva conosciuto se non il piacere comune, e s'era fatta l'abitudine di ricevere le lettere femminili che parlassero d'una voluttà testè morta, e ne promettessero altre per la dimane. Dell'amore, nulla più gli era noto: non gli ostacoli stimolanti, non i contrasti gravi, non alcuna delle condizioni per le quali la necessità fisica si purifica. Egli aveva appena assaggiato qua e là, gustosamente. Ma in quell'ora, a fianco d'Emilia, Cesare cominciava a provare una specie di deliziosa angoscia, turbato dal presentimento del destino. --Sì, è molto tranquillo il villaggio,--egli soggiunse,--e ci si diventa molto pigri. Io non mi occupo di nulla, e non trovo tempo di scrivere agli amici. --Io pure,--disse Emilia sorridendo,--non ho che abitudini d'ozio.... Essi erano perduti, dimenticati in fondo al paese. I treni passavano frequentissimi, trascinando gente ignota a ignote fortune; ma in gran parte procedevano oltre, e non rimaneva nell'aria se non l'eco d'un fischio stridente, e qualche latteo globo di vapore. A mezz'ora di cammino, a Nervi, la vita era già più intensa; la rinomanza de' suoi alberghi e la bellezza della sua marina vi chiamavano ogni anno una varia folla di stranieri, malati d'anima o di corpo, o abituati a climi tepenti. E intensissima, febbrile, tumultuosa, era la vita a Genova, dove Emilia, per unica distrazione, si recava spesso con Roberta. Lasciata la carrozza, le due sorelle andavano a passeggio per le grandi vie e per le viuzze stipate di botteghe, quasi ad un viaggio d'esplorazione, su per le lunghe salite, a capriccio, felici quando arrivavan da sole a qualche altura, che dominasse la città, il porto, il mare ampio e multicolore. Non conoscevano persona, a Genova; non capivano una parola dei dialetto serrato ed aspro; godevano di sentirsi forestiere, e di passare a fianco d'una folla che le ignorava; l'andirivieni della gente, il frastuono dei carri, la sfilata fitta dei negozii, davan loro l'idea d'un gran mercato sempre in tumulto; e diversamente che a Milano, ove sapevano a memoria i nomi delle ditte principali, e credevano sapere tutte le abitudini della città,--gustavano a Genova ogni volta qualche cosa imprevista, e osservavano l'ansia della vita romorosa, estranee come a uno spettacolo. Sul tardi riprendevano la carrozza per tornare a casa, raccomandando al cocchiere di non frustar troppo. Esse temevano un poco; ma la gita le divertiva appunto perchè le discese ripidissime, la strada spesso parallela alla via ferrata, incutevano un'ombra d'attraente pericolo. Qualche volta, il treno le sopraggiungeva, rapido e formidabile; e il cavallo, fermo innanzi alle barriere, drizzava le orecchie, volgeva la testa a guardare. Era l'attimo più commovente della passeggiata; le giovani si stringevano la mano, sorridendo. Il mare pompeggiava, solenne di quieta potenza; le ville davano al paesaggio la nota leggiadra o maestosa, incensando l'aria coi profumi dei giardini, e tagliando il cielo puro coi ricami aggrovigliati o con le punte argute degli alberi. Di frequente il sole era tramontato, e la carrozza saliva ancòra l'ultima ascesa tra Nervi e Sant'Erasmo; i monelli sulle porte schiamazzavano; qualche carro, con le ruote pesanti affondate nel terriccio, ingombrava la strada, e nella penombra risonavano gli aizzamenti gutturali degli uomini, i tintinnabuli dei muli e dei cavalli inarcati a trarre il veicolo. Arrivavano a casa, le due sorelle, quando già i fanali modesti fiammellavano sul verde cancello del giardino; correvano, salivan presto le scale, trovavan l'uscio spalancato e la cameriera impaziente. Sulla tavola lumeggiata da un'alta lucerna a colonna, la tovaglia, il vasellame, le posate mandavano bagliori; e la serata cominciava, tutta bella d'intimità. Non v'erano se non i radi colpi di tosse, che potessero mettere sul volto d'Emilia una nube fugace.... --Vuole che torniamo?--disse a un tratto la donna, alzandosi e incamminandosi. Essi ripresero la via, involuti nella sensazione della complessa irresponsabilità delle cose, la quale sovraneggiava ovunque. --I suoi amici stanno a Milano?--riprese quindi Emilia, più audace perchè rifletteva sempre troppo tardi. --Quasi tutti,--disse Cesare.--Ma veri amici non ne ho: colleghi, compagni di studii, conoscenze: legami, infine, che non resistono alla lontananza.... Mandò un respiro di sollievo, perchè gli sembrava d'aver detto molto con la parola _legami_.--«Avrà capito?»--si chiedeva, studiando sul viso d'Emilia l'impressione della risposta. Ed Emilia, che camminava con lo sguardo a terra, parve ergersi più dritta, liberata da un peso invisibile; alzò gli occhi, incontrò gli occhi del Lascaris, e si trattenne a forza per non sorridergli. --«Com'è bella!»--ripensò questi, un po' umiliato di non trovare altro per lei. Ella non era corpo soltanto, ma uno spirito, un pensiero, un'anima; e tuttavia dal cuore di lui non salivano con violento impeto, se non quelle tre parole, che l'avrebbero fatta arrossire, s'egli le avesse pronunziate. Emilia fu punta da un brusco rimorso. Aveva dimenticato Roberta. Perchè aveva potuto dimenticarla e parlarne tanto poco e non insistere sulla guarigione inattesa? Disse allora, con voce tutta diversa: --Dunque, è ben certo, signor Lascaris, che possiamo considerar salva Roberta? Non v'è pericolo d'una ricaduta, d'un peggioramento subitaneo?... Preso all'impensata, in mezzo a visioni così lontane dalla malattia, dalla morte, da quella giovanetta, ch'egli considerava col dispregio compassionevole d'un artista per un bel quadro screpolato, Cesare ebbe la tentazione abbacinante di gridare ad Emilia: --«Non legarti a lei; è condannata. Tu sei per la vita, ed ella è per la morte. Tu hai i diritti di quelli, che il genio della specie ha creato a tutela della sua purezza, e Roberta ha i doveri di rinunzia, che il suo male e il pericolo del contagio le impongono». Esitò un lampo a rispondere, e già Emilia s'era arrestata, esclamando con voce angosciosa: --Ma Lei non m'inganna, dottore? Non avrà coraggio di farmi sperare nell'assurdo, se fra poco?... Non m'inganna, non m'inganna?... Il grido confermò Cesare nell'assoluta necessità d'ingannare. Le ansie precedenti una catastrofe sono tutte inutili, e più torturanti per l'incertezza del giorno e del modo. S'egli avesse detto la verità, da quell'ora Emilia sarebbe vissuta in uno strazio continuo, col dovere continuo di portare una maschera intollerabile di fronte all'ammalata. Quando l'inganno non fosse stato più possibile, egli l'avrebbe confortata, dimostrandole la carità dell'antica menzogna. Afferrò dunque la mano stesa dalla donna quasi ad implorare, e stringendola nella sua, rispose con fermezza: --Le dò la mia parola, signora, ch'io non dubito dell'avvenire.... La signorina Roberta è guarita.... --Quanto le sono grata!--esclamò Emilia, riprendendo il cammino a fianco di lui. Poscia cedettero senza rimorsi al piacere di parlar di sè, obliando un'altra volta la fanciulla. Quando passarono innanzi al viottolo digradante al mare, pel quale Emilia era comparsa e s'era incontrata col Lascaris, lo guardarono ambedue un istante, e trovarono bellissima la scorciatoia stretta, impedita qua e là dagli arbusti scortesi. Parlarono degli amici, figure scialbe divenute più pallide in quell'ora di porpora. Emilia descrisse le sue conoscenti, sfiorandole con la satira femminile; Cesare usò la satira maschile, un po' rude, che aveva talvolta la gravita d'un rancore; e l'iconografia servì a riempire qualche lacuna, accennando ai luoghi visti in tempi diversi da ambedue, e alle persone conosciute dall'uno e dall'altra. Infine, l'ultimo tratto di strada fu silenzioso, angustiato dal prossimo breve distacco e dal problema d'occupare la giornata, il cui inizio era sorto pieno di vibranti speranze, di tremanti desiderii. Ammirarono insieme il ponte della ferrovia, a cinque grandi arcate, le quali incorniciavano cinque enormi quadri d'orizzonte, d'azzurro, di verde e di casupole: sfida insostenibile alla meccanica arte umana. Cesare accompagnò Emilia fino all'ingresso della villetta, spalancandole innanzi il robusto cancello che cigolava. Dall'ombra dei palmizii uscì incontro ai due giovani la figura curva e malaticcia di Roberta; si avanzava adagio, svogliata, trascinando seco una folla di disgusti, e fra le mani teneva un gran libro di racconti fantastici. La fosforescenza, ch'è nel sorriso e intorno al corpo degli innamorati, si spense tosto intorno a Cesare e ad Emilia. IV. Da quel giorno, i pensieri di Cesare Lascaris si fecero così duttili e balzani, ch'egli avrebbe potuto comporne un facile poema, se avesse avuto l'espressione letteraria e la pazienza d'arrestare gli scoiattoli molleggianti sulle branche della fantasia. La fantasia gli divenne più elastica, e dovunque gli presentò visioni, lo deliziò coi gesti ricordati della donna e con la melodia della voce femminile; il paesaggio gli riapparve asservito alla bellezza di lei; più che quadro, umile cornice. E visse tra una flora mortifera di figurazioni sensuali. Erano gli occhi grigi, ch'egli prediligeva? E i capelli bruni, e la giovanezza, e il corpo alto, sottile? Sì, era tutto questo. Nell'animo di lei voleva un'indefinita stanchezza, come per atavismo? Voleva quell'ingenuo senso della vita, che disarma una donna e la dà intera all'uomo capace di dominarla? Sì, tutto questo voleva. Ma tutto questo era in colei, la quale il destino gli aveva offerto nella solitudine della mite campagna. La sua vista gli aveva dato una tortura insoffribile. Sarebbe dovuto passare per la solita trafila, prima di giungere a lei? Aprirle le braccia, non doveva bastare? Si sarebbe offesa, s'egli le avesse chiesto un bacio senza averle mai parlato d'amore? La sua bellezza l'attraeva così, ch'egli aveva vergogna di perdersi in lunghe e successive preghiere. Perchè non comprendeva ch'egli l'avrebbe amata sempre? Qualcuno intorno a lei, poteva farsi amare e rapirla? Essa era tutti i profumi più voluttuosi, tutti i suoni di una lenta orchestra invisibile, tutta l'iride dell'amore, tutte le promesse dei paradisi orientali. Egli doveva dirle che per lei avrebbe dato il suo sangue, la sua vita, il suo orgoglìo; che avrebbe abbandonato gli amici, sfidato il mondo, portato superbo il più greve giogo da lei imposto; che avrebbe rinnegato ogni fede, e avrebbe avuto la sua sola fede, la sua religione. Sì, tutto questo doveva dirle; farla sorridere e pensare, turbarla, agitare le sue notti con visioni ardenti. Ch'ella non avesse più requie se non fra le sue braccia. Che gli giungesse assetata di voluttà. Il bacio dell'uomo le avrebbe comunicato un sì lungo spasimo di piacere, da toglierle la percettibilità d'ogni altra sensazione; e il suo corpo si sarebbe piegato, contorto, allacciato a rosee spire sotto le labbra di lui. Non doveva essere più nulla di conosciuto, se non una splendida forma armonizzata dalla passione. Ma eran parole o intricate formule di magìa, capaci di denudare colei? Dove le avrebbe egli scoperte, in qual lingua, fra quali documenti di anime appassionate? Era dunque possibile che le agili e bianche dita salissero al corpetto e intonassero la sinfonia classica dei bottoni che si slacciano? E tuttavia qualcuno l'aveva già posseduta.... Quale uomo? Un uomo scomparso, travolto nell'eternità, lasciando ad altri, per altri, il fiore da lui appena schiuso e intravisto.... Ma da tempo sì lontano--(la voluttà più astuta non lascia traccia se non in ricordi simili a pigmei, i quali corrano dove son passati i giganti)--da tempo sì lontano, che il corpo della donna era puro, immemore, e i frutti del suo seno avevano obliato le labbra tremanti del maschio. A pranzo in casa di lei, un giorno Cesare potè contemplarla perdutamente e vivificar le limpide acque della fantasia, in cui l'imagine d'Emilia si rispecchiò senza più timore di venir cancellata. Fu un pranzo al chiaro di luna, perchè cominciato assai tardi aspettando il dottor Noli, che giunse nella penombra del grasso pomeriggio estivo. La luna, sorta dietro le rocce di Portofino, interamente rossa in un guazzo rosso a filamenti, era nell'ascesa diventata a mano a mano pallida, aveva preso la sua espressione di bamboccio anemico e imbronciato. Al momento di chiuder la finestra e d'accendere, i raggi entrarono inattesi, le lampade furono dimenticate, e il pranzo continuò tra il pulvìscolo argenteo. In faccia a Cesare, Emilia apparve quasi un busto marmoreo. Pel cielo correvano alcune nuvole fioccose; non velavano ma attutivano il raggio, facendolo più molle e più serico. La luna restava sullo sfondo cilestrino a guardar dolente le nubi che sfilavano, disperdendosi in forme rapide e balzane. Emilia si levò, mentre sull'astro le nuvole gettavano il velo traslucido; e si rivolse a prendere un Trionfo d'argento che non avevan ricordato di porre in tavola. Ritta allora così, col Trionfo carico di tonde pesche mature e di grappoli d'uva ricadenti, la donna si fermò innanzi alla finestra, giusto nel punto in cui succedeva alla gradazione della luce pulviscolare, una più tenue e morbida. Fu illuminata intera, tra una gloria di bianco lucido, di bianco latteo, e di bianco....; parve più alta, la testa cinta nel diadema di nerissimi capelli, gli occhi grigi dilatati dalla notte; una divina statua. Cesare fu preso dal bisogno istintivo di parlar sottovoce, d'ascoltar qualche racconto strano e cadenzato, il quale, come un fresco ragnatelo d'argento, gli avvolgesse il cuore.... Si rattenne a pena dall'esprimere l'idea bizzarra, per quei due, Roberta e il dottore, che continuavano a vivere la vita normale. Ma ebbe il sottil gaudio di penetrar lo spirito d'Emilia, di sentirlo inebbriato dalla scena fantastica. Anch'ella era lontana dalla vita normale, in quella sera avvolta nel ricco manto della luna; quasi il pulviscolo bianco le fosse passato attraverso le carni, dando all'anima di lei una luminosità maravigllosa, una chiara gaiezza, quasi ella sorgesse formalmente e sostanzialmente nuova da un bagno di liquidi metalli....; mentre il dottor Noli e Roberta parevano due livide caricature, che assistessero senza sospetto al mistero della duplice ebbrezza, spellando gravemente le turgide pesche succose.... Quella fu la scena prediletta in cui Cesare volle conservare l'immagine di Emilia, e le limpide acque della fantasia la ritennero poi per sempre, in uno specchio senz'appannature. V. Roberta si svegliava di notte improvvisamente e si ascoltava respirare: il respiro era tranquillo; sotto la scapola sinistra, il dolore sordo non rodeva più. Se le piccole macchie rosse, i nuclei di macchie sul petto e su le spalle non avessero rammentato la minaccia, il gran male sarebbe parso dominato per intero. Ma erano tuttavia frequenti le notti d'insonnia con la paura dell'oscurità, in cui s'annidavano i pensieri che durante il giorno non osavano prender figura e avvicinarsi. Roberta stava distesa sul letto, ad occhi aperti; le visioni pispigliavano nell'ombra, e se ne udiva il passo cauto o il volo maligno d'arpia; qualche inesplicabile romore nella camera o in giardino dava tal brivido alla fanciulla, che le tempia le s'imperlavano di sudore, ed ella era incapace d'allungar la mano ad accendere il lume. Talvolta, lungo tutto il litorale, per tre giorni e tre notti di sèguito urlava il vento; soffiasse dalla montagna o sibilasse dal mare, aveva una voce straziante d'assassinato, una voce furiosa di chi scuota la porta per ripararsi, e negli intervalli, una flebile voce di sarcasmo, la quale prometteva nuovi assalti, nuove grida, nuove violenze. La fanciulla dimenticava le proprie angosce e viveva con l'anima al di fuori, in ispirito nella campagna, tra le chiome convulse degli alberi, che disperatamente si torcevano e ricadevano nell'aria. Quando aveva ben teso l'orecchio ad assicurarsi la sinfonia notturna non fosse soprannaturale, accendeva il lume e si guardava in giro. La consolavano un poco gli oggetti con le loro forme conosciute, la tavola, il divano carico di libri, il cassettone su cui posava un alto specchio; ma a confortarsi meglio, scendeva dal letto e correva a scrutar dalla finestra. In quel mezzo-nudo virginale, l'unica bella cosa era la camicia dalle tinte pallide, coi merletti intorno alle maniche e al collo, col monogramma dominato da una coroncina senza significato gentilizio. Sotto il tessuto azzurro si ricoverava la magrezza ch'era quasi deformità, e fuori balzavano due spalle pungenti: due mani allacciate con forza intorno all'esile busto della giovanetta, avrebbero potuto ritorcerlo come un virgulto. Ella guardava dalla finestra in giardino, cercando distinguere attraverso la tenebra. I confusi moti dei due palmizii rispondevano all'urlìo più accanito del vento, al rombo più profondo del mare; v'era dunque la logica dei fenomeni e nessuna vittima umana rantolava presso la villa, come pareva. La cosa era semplice ma rassicurante; e aprendo l'uscio della propria camera, la fanciulla volgeva l'attenzione al silenzio della casa; di là dal gran salotto centrale, la camera d'Emilia aveva la porta spalancata, la soglia rischiarata mollemente da una rosea lampada notturna. Emilia godeva di tale incredulità per ogni cosa non verisimile, che qualche volta Roberta n'era offesa; l'equilibrio de' suoi nervi era assoluto e le avrebbe permesso di addormentarsi alla porta d'un cimitero; gli usci bene assicurati, Emilia non temeva nulla di soprannaturale, e non ammetteva ciò che sfuggiva alla logica. Una notte in cui aveva udito lo scricchiolìo lento dei mobili, e il passo cauto, e il volo maligno di visioni febbrili, Roberta balzò dal letto e corse alla camera della sorella. La lampada proiettava sopra Emilia dormente un raggio opaco e calmo; gli occhi chiusi con le nere ciglia abbassate, la bocca chiusa con le labbra raccolte a un'immobilità statuaria, le braccia nude e composte lungo i fianchi, indicavano una pace secura, la vittoria della giovinezza su gli abituali sogni voluttuosi. Si sarebbe detto ch'ella si fosse abbandonata al sonno quasi sopra le acque inesplorabili e serene d'un gran fiume che conducesse al nulla.... Roberta indugiò un istante a contemplarla, tra il rispetto e l'invidia; ma mentre stava per tornare alla sua camera, rammentò d'averla lasciata oscura, e si decise. --Emilia,--disse cautamente,--Emilia, Emilia....--posando una mano sul braccio della sorella e pensando che se qualcuno avesse chiamato lei Roberta nella notte, ella avrebbe gettato un grido dì spavento. Ma Emilia si drizzò a sedere, uscendo dal sonno per entrar con agile prontezza nella realtà, senza stati intermedii. Le due punte dei seni urgevano vigorosamente la camicia, quasi visibili; e le lenzuola abbassate scoprivano la linea del busto fino ai fianchi. --Sei tu?--chiese con la voce velata.--Che vuoi?... Non ti senti bene?... Roberta esitò, ancòra in contemplazione di quel bianco volto sotto le trecce nerissime, di quegli òmeri giovanili e freschi; pensò che sua sorella avrebbe potuto lasciare il letto così, vestirsi, e comparire fra la gente, senza nemmeno rinfrescarsi il viso. --Non hai udito un romore?--disse la fanciulla.--Un romore strano? --Quando mai? Non è possibile: tutti gli usci sono chiusi.... Roberta crollò la testa a quell'argomento di prammatica: Emilia non ammetteva i romori se non quali indizio di fatti comuni e di persone vive. --Avrai udito schioccar la frusta sulla strada,--ella riprese sorridendo.--A quest'ora ci son sempre dei carri che passano.... --No.... Infine, ho paura,--dichiarò l'altra, più inquieta per quelle ipotesi, ch'ella aveva già fatto e aveva dovuto respingere....--Ho una paura terribile.... Mi permetti di dormire con te?... Solo fino a quando si rifaccia chiaro, solo fino all'alba.... Gli sguardi d'Emilia non seppero dissimulare e percorsero tutto il corpo infermiccio della sorella, il corpo madido d'un mador contagioso. L'istinto non affievolito dalla vita diurna si ribellò all'idea d'un sacrificio senza ragione, per le paure infantili della ragazza. E, come a spegnere l'espressione di turbamento, girando incerti gli occhi per la camera, Emilia rispose: --Che pazzia, cara? Che cosa ti passa per la testa? Sai pure che non c'è nulla, nulla affatto a temere.... E poi, non abbiamo mai dormito insieme.... Ma Roberta aveva afferrato lo sguardo e l'aveva compreso con la sagacità dei malati, sempre vigili a quanto può consolarli e a quanto può ferirli.... --Hai paura?--disse con un gesto di sdegno, serrandosi nelle spalle.--Hai paura di prendere il mio male, non è vero?... di diventar brutta?... Non disturbarti: vado via.... Trovò nell'umiliazione il coraggio per sfidare le notturne inquietudini, ed uscì prestamente, s'inoltrò nel buiore delle altre camere, senza curar la sorella, che aveva steso un braccio a trattenerla. Emilia restò a sedere sul letto qualche tempo, meditando gli argomenti offerti dall'istinto egoistico per giustificare il suo rifiuto: poi si vinse, e gettò da un lato la leggera coperta. Nella fretta e nel bisogno di buttarsi qualche cosa su le spalle, afferrò l'accappatoio bianco che giaceva sopra una sedia. Aveva, l'accappatoio, una sottil fragranza di mare e di sole; conservava fra le pieghe i sogni luccicanti pullulati dalla mollizie del bagno; era un emblema di salute e di vigor giovanile. Emilia lo spiegazzò fra le mani e lo indossò con furia, quasi tentasse far tacere quei ricordi carnali. Quando fu nella camera di Roberta, il singhiozzo prolungato e sommesso della ragazza la guidò fino al letto, e trovatala nel buio, si chinò ad abbracciarla. --Perdonami,--disse Emilia;--mi hai colta nel sonno e ti ho risposto bruscamente; non sapevo quel che rispondessi.... Vedi che sono qui, ora?... Ti domando scusa.... Meglio sarebbe stato il fatto di coricarsi vicino a lei, di consolarla, rassicurarla così; ma non appena presentatosi quel pensiero, l'istinto lo combattè con tutte le forze, come un sacrificio inutilmente dannoso e forse inapprezzato. Roberta, aggomitolata e lagrimosa, massa oscura nell'oscurità più tenera del luogo, non disse parola; Emilia, cercata una sedia a tastoni, la trascinò presso il capezzale, e vi si sedette, raccogliendosi intorno l'accappatoio. Non pensò ad accendere il lume; rimase immota, sentendo calar sul cuore l'ingiustizia della sorella, che non le aveva aperto sùbito le braccia. I suoi occhi fissavano la giovanetta oscura e singhiozzante, o vagavano tra le forme volubili del nero, desiderando invano che il quadrato della finestra s'illuminasse a poco a poco della tenue alba estiva. Il sonno era svanito. Emilia riprese a parlare, e le parole fluivano nel silenzio notturno, vibranti e squillanti sotto l'onda d'un'irritazione contenuta. --Suvvia, Roberta,--disse,--perchè continui a piangere?... Perchè hai paura di tutto, come una bambina? Bisogna essere meno deboli, più ragionevoli.... Non ti è mai venuto il dubbio d'essere ingiusta, con me? E tuttavia lo sei, lo sei troppo.... Io non ho fatto nulla di bene perchè conto poco sul tuo animo.... Ti ho dato solo dei consigli: ti ho pregato di condurre una vita più attiva, di non rimaner l'intero giorno nella tua camera, di non leggere fino a indebolirti; ti ho pregato di tante cose semplici, che pure ti avrebbero giovato.... Ma tu sorridi, quando parlo io; la mia buona volontà si spezza contro la tua diffidenza.... Non ti sembra, Roberta, ch'io abbia diritto a vivere una vita mia? Ora, invece io vivo solamente della tua, mi trovo inceppata, schiava, ho sempre timore di spiacerti.... Non me ne lagno; sarei felicissima se tutto questo avesse un resultato.... nella tua affezione, per esempio.... Quando sono rimasta vedova.... Il ricordo che le si presentava così repentino l'arrestò a un tratto perchè le doleva crudelmente. Ella era stata moglie innamorata, più che affettuosa; l'amore era conseguito dal bisogno di trovare un senso nuovo intorno a sè, il quale non fosse parso desiderio volgare; e mentre l'uomo intendeva a crearle l'esistenza sognata, la morte era sopraggiunta, e ogni cosa erasi ridotta a parvenza d'un'idealità intravista, d'una rarità avvicinata e scomparsa... Roberta non piangeva più, ma raddoppiando d'attenzione, tentava figurarsi il volto e l'atteggiamento d'Emilia. La cercò a lungo con lo sguardo senza muoversi e scoperse infine una forma chiara, diritta; ascoltò il rimprovero, pensando che le parole erano inutili e rimaneva il fatto, il ribrezzo mal celato; s'indugiò con gli occhi a quella forma quasi chiara e diritta, indovinando l'ombra scesa sulla fronte della donna. --Quando sono rimasta vedova....--continuò Emilia, dolorosamente colpita che Roberta non l'avesse interrotta e l'obbligasse a compiere la frase,--io ti ho promesso di non allontanarmi da te, e tu mi hai promesso la tua affezione più devota.... Dovevamo percorrere la nostra via insieme, veramente da sorelle.... Io non ho ancòra nulla da rimproverarmi.... E tu, Roberta? Non hai nulla da rimproverarti? Ti sembra di amarmi quanto ti amo io?... Roberta?... Non mi ascolti?... Non vuoi rispondere? Allungò la mano vivamente, incontrò sul tavolino la candela e l'accese.... La fanciulla appoggiava un gomito al guanciale, stando coricata di fianco sopra le coperte; alla luce inattesa si rannicchiò dentro la camicia per nascondere le gambe smagrite. Ella andava macchinando molte ragioni da obiettare, molte dure e taglienti parole, che avrebbe pronunziato senza ritegno col favore dell'oscurità; ma il lume acceso le smagò l'energia necessaria, e le ragioni e le parole si dispersero. Guardò di nuovo Emilia avvolta nell'accappatoio bianco, da cui sorgevano il collo tornito e la testa fiorente di vitalità; le gambe chiuse nelle calze di seta nera erano accavallate l'una sull'altra; e i piccoli piedi, seminascosti in piccole pantofole rosse. Quello spettacolo di giovanezza, quella giovanezza piena, la quale pareva dicesse:--«Io sfiorisco lentamente qui, ma qui non dovrei essere, e il mio destino è più forte d'ogni calcolo pietoso,»--riattizzarono in Roberta l'energia per le parole amare. --Ecco,--rispose chinando la testa a osservarsi le mani, perchè non osava sostenere lo sguardo interrogativo e dolente di Emilia,--senza dubbio quanto tu dici è vero; ma io non ti aveva chiesto di ricordarmi i tuoi beneficii.... Mi sentivo male, stasera, e avevo paura.... Sai che io sono una sciocca e non ragiono bene come te.... Avevo paura, son venuta nella tua camera, e tu mi hai mandata via.... --Ma è falso, Roberta! --No, non è falso: mi hai mandata via.... Perchè? Potresti dirmelo, tu che mi ami tanto, potresti dirmi il motivo pel quale non mi hai concesso di passar teco la notte? Non è forse perchè ti faccio orrore, perchè sai che la mia malattia è probabilmente contagiosa; perchè hai ribrezzo di tua sorella, infine?... --Roberta, che cosa dici? --Hai ribrezzo di tua sorella, e sei stanca di doverle prestar le tue cure.... Tutto ciò, io l'ho capito, l'ho visto ne' tuoi sguardi, non soltanto questa notte, ma da tempo, dal giorno in cui ti è venuto il dubbio ch'io fossi tisica, tisica, tisica!... Nello sforzo di lanciare le terribili parole, s'era spinta innanzi col busto, protendendo il collo scarno; e coi capelli sciolti per le spalle, arruffati sugli occhi, sembrava una magra femmina selvaggia che gettasse un grido lugubre nella notte; di sotto gli archi sopraccigliari saettava una corrente d'odio. --Ascolta, Roberta....,--disse Emilia, sgominata dalla subitanea trasformazione della giovanotta in una energia fisica, urlante di rivolta e di dolore. --No, tutto questo mi fa peggio di qualunque malattia,--seguitò Roberta senza curare l'interruzione.--Sei venuta a rassicurarmi, dici, e resti lì, inchiodata sulla sedia, studiando di non avvicinarti.... Se ti chiedessi di stringermi forte fra le braccia, di mettere le tue labbra sulle mie, rifiuteresti inorridita.... Sei la mia condanna, tu che mi vuoi bene...! Ah sì, i medici mi confortano, mi dànno a sperare, ma io vedo che le loro parole sono false, perchè tu me lo fai capire ad ogni istante, me lo dici ogni giorno, ch'io sono ammalata per sempre.... E non hai compreso, Emilia, non hai compreso che io non voglio morire? che ho il terrore della morte, che non posso dormire per quell'idea? Voglio vivere, vivere, vivere, come te, come gli altri, perchè sono giovane, perchè ne ho il diritto, perchè.... E senza compiere la frase, spalancando, le braccia nell'aria disperatamente, mandò tale un grido di rabbia e di desiderio, che Emilia balzò in piedi quasi una scudisciata le avesse lacerata le carni.... Corse a Roberta, la strinse pazzamente al seno, appoggiandone la testa sulla propria spalla. --Roberta,--mormorò quasi con febbre,--Roberta, non è vero che sei malata e ch'io ho ribrezzo di te! Come hai potuto supporre?... Vuoi le mie labbra, vuoi che ti stringa così? Senti che ti bacio? Senti che ti chiedo perdono, se ti ho dato, motivo a dubitare di me? Dormirò con te questa notte, dormirò ogni notte con te, purchè tu mi creda...! Aspetta.... Con la mano che non sosteneva il corpo di Roberta, Emilia slacciò i cordoni dell'accappatoio e adagiò la fanciulla per coricarsi a fianco di lei; ma Roberta era pallida e anelante, e la donna tacque a un tratto, e si chinò a guardarla spaurita.... --Roberta,--disse,--ti sentì male? --No,--rispose la giovanetta,--ma sono stanca: ho bisogno di riposare; lasciami sola.... --Che paura mi hai fatto, bambina! Perchè mi hai detto tante cose tristi? Hai voluto punirmi? Emilia stava in piedi accanto al letto. Roberta, aggomitolata nella camicia azzurra, fissando gli occhi in alto, coi capelli sparsi sull'origliere ascoltava giunger di fuori il ritmo quadruplice d'un treno, il quale passava soffiando nella tenebra dei campi, lungo la tenebra del mare. --Bisogna resistere alle cattive idee,--continuò Emilia;--ho parlato di te l'altro giorno al signor Lascaris: e anch'egli mi ha detto che tu sei guarita.... Guarita, capisci? --Oh, il signor Lascaris dirà tutto quanto vorrai,--osservò Roberta con un riso stridulo.--Il signor Lascaris non sarà mai sincero con te, ed io non credo a lui, come non credo agli altri.... Guarda,--aggiunse, facendo uno sforzo per tornare a sedersi sul letto e rimboccando una manica della camicia,--guarda come sono ridotta, come sono divorata dal male.... Ti paion queste le braccia, il petto d'una ragazza di diciannove anni?... Non vedi quante macchie? Fin che queste macchie non spariscano, io sarò malata, avrò la morte qui dentro,--e si toccava il seno con le mani febbrili.--Il signor Lascaris, il dottor Noli, tutti possono ben parlare: nessuno oserebbe dire a me o a te, ch'io debbo morir presto.... Si raccolse per seguire a testa bassa l'eco della frase spietata, che le risonò nell'animo quasi non l'avesse pronunziata ella medesima. La luce gialla della candela le stendeva sul volto una maschera cerea, in cui gli occhi vitrei diventavano traslucidi e i capelli biondi si snaturavano in un pallidissimo color d'ambra; la camicia cilestrina così mite e ridente sopra un corpo rigoglioso, era sinistra su quel corpo magro, pareva un drappo ilare avvoltolato per ischerno intorno a un rigido fantoccio. Emilia s'era collocata di fianco sul letto, a viso a viso con la sorella, e la guardava inquieta. --Non agitarti di nuovo,--ella pregò,--non esaltarti, non è vero nulla di quanto tu dici.... --Morire, morire, capisci?--continuò Roberta.--Devo morire, presto. Tu non credi alla morte; tu l'hai dimenticata, perchè sei sana, sei bella.... Vedi come sei bella,--proruppe in aria di corruccio, mentre, allungando le mani, apriva ad Emilia l'accappatoio già sciolto, e le additava il collo rotondo, i seni tondi e duri, che si delineavano, perspicui sotto la camicia. Emilia si ricoperse vivamente.--E anch'io avrei voluto essere bella, e piacere.... Ogni cosa è per voi, che siete belle e forti.... Io devo morire, morire! La voce, dopo essere stata mordace, era divenuta sommessa, desolatamente triste, ed Emilia non osò più resistere. Ella s'era ben detto che doveva consolar la sorella e farla sperare e vincerne i fantasmi; ma dove trovar le parole di conforto, le quali valessero quelle parole disperate, e le superassero? Tacque; poi lentamente, anche la voce di Roberta s'abbassò a un mormorìo lamentoso: --Avrei voluto essere bella, e devo morire.... Non ho più nulla per me: non posso nemmeno respirar l'aria che respiri tu, e goder l'ombra; devo andare in cerca del sole.... --Fatti coraggio, Roberta; sono, idee....--tentò ancòra Emilia. --Ho paura della morte.... --Perchè vuoi renderci tristi? Sei guarita.... --Ho paura della morte, e ogni giorno, essa può entrare in questa camera.... --Sei così giovane.... La giovanezza è una forza... --Quanti muoiono giovani! E come, come, dovrò morire? --Roberta, Roberta, non esaltarti. --Ma sono disperata! Non senti la disperazione nelle nostre parole? --È la notte; domattina tornerà la speranza. --Sarà peggio; e la morte continuerà il suo cammino, mentre noi aspetteremo la vita.... --Silenzio, Roberta.... Pensa a domattina, col sole, col mare calmo e illuminato.... --Tutto questo è così indifferente al mio male! E nessuno, anche i non indifferenti, potranno giovarmi: dovranno assistere alla mia morte, senza stendere la mano per allontanarla d'un'ora.... Nascose il volto tra i guanciali, piangendo liberamente; Emilia le passò le braccia attorno al busto, mettendo il capo presso il capo di lei. Così piansero a lungo, rischiarate dalla luce giallastra della candela elle si consumava: e l'alba trovò le due donne discinte, che parlavan della morte, a testa china sul medesimo, guanciale. VI. La notìzia fu annunzìata con tanto ingenua serenità, che nessuno avrebbe supposto fosse falsa. Per sospettarlo, bisognava conoscere l'indole impulsiva di Roberta, la quale non trovava nulla così dolce quanto inventare un fatto o raccontare una bugia. Qualche volta rimaneva ella medesima colpita dalla propria abilità, dalla spontaneità incomparabile con cui repentinamente, minutissimamente, sapeva esporre una lunga favola di sua creazione; e in un attimo stendeva una rete di menzogne inutili, sbizzarrendosi a saldar l'allacciatura dei nodi, che potessero resistere a qualunque sforzo d'obiezione. Spesso con Emilia aveva fatto il giuoco infantile, ma lo aveva concluso con una risata, gettando le braccia al collo de la sorella, e dicendole:--«Non è vero. Ho inventato tutto, per divertirmi.» Con Cesare Lascaris lo esperimentò un giorno in cui era piena di speranze e si sentiva bene e aveva voglia di ridere a spese di qualcuno. D'altra parte, Cesare non le piaceva: era bruno, coi tratti del viso irregolari e forti, senza barba, ed evidentemente magro quasi quanto lei. --Mia sorella è uscita per il bagno,--ella disse non appena l'uomo comparve in giardino.--Tornerà' forse fra un'ora. Poi, mentre parlavano di cose indifferenti, la fanciulla trovò modo di farvi sgusciar dentro la notizia falsa, a guisa di parentesi: --.... Lei sa che mia sorella è fidanzata, non è vero?... Lo sa?... Cesare stava fortunatamente a testa bassa, disegnando sulla sabbia una serie di circoli concentrici; e sùbito, al colpo non atteso, ricordò che la professione medica aveva saputo creargli una maschera di calma impenetrabile, per i casi disperati. Sollevò la testa, senza batter palpebra. --Me ne congratulo sinceramente,--rispose. --Non ne dica nulla a Emilia, però. Forse mi rimprovererebbe.... E per qualche minuto la ragazza continuò a parlare, enunziando tutte le particolarità del fidanzamento. Si trattava d'un giovane signore di Milano: il matrimonio sarebbe avvenuto nell'ottobre prossimo, in Riviera, perchè Emilia non voleva abbandonar la sorella un sol giorno; quanto a lei, Roberta, sarebbe rimasta presso gli sposi. Cesare ascoltava immobile, non accorgendosi che dalle mani gli era scivolato il portasigarette di tartaruga ed era caduto a terra. Guardava la ragazza, scoprendole a un tratto qualche espressione profondamente femminile, che gli era sempre sfuggita. Con una gamba sull'altra in modo da lasciar vedere un po' delle calze, con le braccia aperte sulla spalliera della panchetta rustica, la testa portata indietro, le ciglia socchiuse, Roberta era in quel giorno e in quell'atto molto sessualmente femmina, emanava inconsapevole un'acredine sensuale, eccitava una cupidigia di violenza bruta. Il giovane aveva tentato a più riprese di sviar l'argomento; ma Roberta era inflessibile, quantunque la mancanza d'obiezioni da parte dell'ascoltatore le togliesse il meglio del suo piacere; pur tuttavia seguitò a descrivere il carattere del fidanzato, un uomo eccezionale, senza confronti. Infine, Cesare si alzò per troncare la conversazione, e mise il piede sul portasigarette, che schizzò in frantumi. Fu la sola prova di oblio completo, ma fu anche quella la quale divertì immensamente Roberta, che lanciò alcuni trilli di gioia puerile. --Che cosa fa? Che cosa fa?--esclamò ridendo.--È il suo astuccio!... Se n'era dimenticato?... Guardi come l'ha ridotto! Le risatine perlate della ragazza lo ferirono anche peggio. Si chinò a raccogliere i frantumi, e se li rovesciò macchinalmente in tasca insieme a un po' di ghiaia e a qualche sigaretta, mentre Roberta raddoppiava le risatine quasi maligne. --Deve star molto bene, Lei, oggi?--domandò Cesare. --Sì.... Perchè?--rispose la giovanetta oscurandosi subitamente in volto,--Come mi trova?...--Sono pallida? Tale era l'umile preghiera della voce, che Cesare non ardì spingere oltre la sua vendetta. --Appunto,--si affrettò a dire.--Non l'ho mai vista meglio: ha un colorito splendido. Roberta mandò un sospiro di conforto, e Cesare si limitò a pensare: --«Con una parola potrei forse ucciderti.» Ma sentì di repente che si svegliava da un sogno, e che tutte le cose intorno a lui avevano ripreso il loro aspetto comune, laddove per qualche tempo egli aveva visto il giardino grande come una foresta, e i filari degli aranci profondi come i sentieri di quella foresta. Nauseato, stava per andarsene quando Emilia sopraggiunse; aveva il suo solito abito, lilla, e in testa portava un cappello rotondo, di grossa paglia; le mani erano nude. Cesare la guardò appena, rifuggendo dall'analizzare anco una volta lo spettacolo di bellezza che non era per lui; Roberta prestamente gli gettò un'occhiata per implorarlo a tacere; e la conversazione s'avviò con una svogliatezza inabituale. --Ebbene, che cosa è accaduto?--domandò Emilia a Roberta, quando Cesare ebbe preso commiato.--Eravate così confusi tutti e due.... Roberta scoppiò a ridere. --Ha rotto il suo astuccio da sigarette,--rispose.--Null'altro.... Poi, più tardi, in casa, non potè trattenersi e narrò ad Emilia la sua menzogna. --Sono vere sciocchezze,--osservò la donna bruscamente.--Quale intimità abbiamo noi col signor Lascaris per prendercene giuoco? E perchè inventare una storia di genere così delicato? È orribile, che tu non possa vivere un giorno senza dire una bugia, a qualunque costo, al primo venuto.... Parlava con voce un po' alta, mentre andava preparando alla sorella una tazza di cioccolata di cui Roberta aveva abitudine; ma le sue mani tremavano, e con un movimento maldestro rovesciò la tazza di porcellana e la ruppe. Per la prima volta, Roberta ebbe a pentirsi quel giorno d'una sua favola; perchè Emilia andò a rinchiudersi in camera e non si mostrò fino all'ora di pranzo. Roberta non l'aveva mai vista così agitata: fosse imaginazione o realtà, le parve che la sorella avesse pianto. VII. Si arrampicò per il monte dietro il paese, dove la straducola mancava del muro, e apparivano, come da uno squarcio, le acque, il paesaggio, il verde, il grigio. Là, Cesare sedette; restò a guardar lo spettacolo fantastico, in una posa d'attenzione totale, sdraiato sopra un piano d'erba, all'ombra d'alcuni folti ulivi. E lo spettacolo era così raro, che l'uomo ne fu per qualche istante tutto assorbito, e cominciò a osservar da lontano, avvicinandosi con lo sguardo a poco a poco fin dov'egli si trovava. Da lontano, il mare in un'invasione di luce singolarmente nebulosa e dorata, aveva smarrito la linea d'orizzonte, unendosi col cielo dorato e nebuloso; talchè non si sarebbe potuto dire, nella falsa rifrazione, se le vele piccoline danzassero sul mare, o non piuttosto fossero tra cielo e mare sospese. In quella sterminata dovizie di luce impalpabile o dentro le acque animate dal formidabile riverbero, due scogli neri sorgevano, apparenti e scomparenti a capriccio dell'onda, circonvoluti da un rigoglio di spuma gialla. Le coste lontane, che nei giorni d'aria lucida si disegnavano perdutamente, stavan celate dietro il velario d'oro. Ma verso le rocce violette di Portofino, a levante, le acque avevan disperso il pulviscolo solare, e una violenta chiazza azzurra restituiva la solita visione col limite ben netto dell'orizzonte. Ancòra là, otto o dieci vele bianche, l'una accosto all'altra, erano farfalle posate con le ale trepide sul pelo delle acque; e due o tre, più basse, avevano una tinta bruna, quasi la luce non fosse giunta a tangerle. Così lungi, le imbarcazioni peschereccie, tenevan forma e significato di giuocattoli; nè si poteva credere portassero uomini massicci, curvi sul liquido specchio o stesi sulle tavole umide in aspettazione. Poi, ad un tratto, diminuendo di molti gradi la lontananza prospettica, s'apriva agli occhi di Cesare la costeggiante verzura del paese, fitta e spessa come un vello, in numerose gamme di colore, in diverse altezze, da cui s'ergevano, i cipressi cuspidali. E ridenti di bianco o di rossiccio, le case vivevano tra quel magnifico sopore della vegetazione, che nell'aria calda non muoveva fronda o foglia. Verso oriente era la chiesa bigia col livido campanile, cui s'aggruppavano stretti attorno gli altri edifici, i quali a mano a mano andavan poi disseminati in mezzo al verde, spinti fino al mare, collocati più alti sul lene pendio dei colli; e frequenti balzavan fuori tra casa e casa i ciuffi di verzura, i ciuffi argentei degli ulivi.... Dominava il grigio, per i ciuffi degli ulivi e per le lastre di ardesia che coprivano i tetti. Più qua, immediatamente sotto il piano erboso dove Cesare stava, lo spettacolo era gentile, con due lunghi rettangoli di terra, che un giardiniere coltivava a rosai; e le rose bianche, opulenti, molte già sfatte, innalzavano un profumo carnale, potentissimo in quell'aria pura d'ogni altro profumo. Una cagna volgare abbaiava dietro invisibili fantasmi, correndo sulla terra grassa a calpestar le foglie di rose disperse. Alcuni romori salivan dal paese: il grido di qualche rivendugliolo, lo schioccar delle fruste, il lamentio d'uno zufolo stonato; così fievoli tutti, vaganti nel grande spazio, che la lontananza pareva maggiore. Lentamente le scene diverse si mutarono in imagini d'abitudine, per Cesare che le fissava con lo sguardo pigro di chi medita cose lontane; assorbivano la sua attenzione fisica, dando libero il corso ai pensieri. La donna amata da lui, era per altri; la plastica di quell'impareggiabile corpo sul quale i suoi occhi s'eran posati nella deliziosa trepidanza dell'intuizione, doveva svelarsi intera a un altro uomo; in un'alcova ignota, la voce d'Emilia sarebbe diventata intima.... E la sinfonia classica dei bottoni che si slacciano? La visione della donna soffusa di bianco nel pulviscolo lunare? Egli si trovava dunque impegolato in uno di quegli amori cui il volgo definisce, tra il rammarico e lo scherno, senza speranza; e ne derivava la necessità di gettarsi a capofitto in pieno romanticismo, o di togliersi per sempre da una strada che cominciava a diventar malagevole. Aveva sognato. Qualche particolare dei sogni che inconsciamente era andato accarezzando in quei giorni, gli tornava alla memoria. Per esempio, aveva sognato una piccola villa con molti palmizii, addossata a una falange d'ulivi rampicanti sui colli; e tutto in giro, la campagna esalava quella serenità, la quale giunge così crudele alle umane sventure, ed è così piacevole per gli umani egoismi: la serenità dei grandi paesaggi alpestri, o dei graziosi paesaggi sui laghi lombardi.... Entro la villa, una voce femminile risonava nell'ombra moderata delle camere fresche.... In abito purpureo Emilia giaceva sovra un ampio divano carico di molti origlieri bizzarri; a' suoi piedi, egli stesso, Cesare, seguiva la voce della donna.... Uno svelto scaffale da ninnoli era coronato da un alto vaso di porcellana riboccante di fiori, che cadevan sotto uno spiraglio di luce; il sole ne irrubinava metà, un angolo di rose e di verbene, tra cui si drizzava qualche ciuffo di vainiglia. Questa ed altre ideali concezioni d'avvenire, erano state bruscamente travolte, poichè non nella villa con molti palmizii, ma la voce d'Emilia sarebbe diventata intima e flessuosa in un'alcova ignota, per un uomo ignoto.... VIII. --Senta! Senta!--gridava la fanciulla, rivolgendosi a Cesare e additando le ondate furibonde che si gettavano contro la spiaggia.--Sembrano colpi di cannone! Cesare e le due donne eran giunti in riva al mare, convulso per il soffio poderoso del vento, e tutto bianco; eran scesi dalla strada sulle rocce più eminenti, arrampicandosi dove le onde non potevano arrivare. Ascoltavano così il rimbombo sordo dell'acqua contro le cavità degli scogli; un fragore talmente reiterato, che a fatica si distinguevano le voci. --È bello! è bello!--esclamava Roberta, aspirando l'aria, e trovando sulle labbra un impercettibile umore salino. I riccioli intorno alla fronte e al collo le si scompigliavano sotto la veemenza del vento; le gonne le si serravano alle gambe; ella rimaneva forte sul dosso scabro della roccia, sorridendo alla burrasca. Dietro lei, Cesare s'era fermato a fianco d'Emilia. Questa, meditabonda e inquieta, aveva obliato un istante le sue riflessioni affannose, per ammirare lo spettacolo; ma la vicinanza dell'uomo, il quale pareva triste quel giorno e d'una tristezza di cui ella sospettava la causa, le dava un'immensa brama di spiegarsi, di togliere a sè e a lui dal cuore le punte, che la ingenua malizia di Roberta vi aveva affondato. E pensava, quasi tremando: --«Com'è strano che Roberta stessa ci costringa a parlare! Ella medesima ci ha offerto un argomento grave e pericoloso. Dovrò spiegare a Cesare che io non sono fidanzata ad alcuno, che non lo sarò mai, perchè mi sono votata a un'opera di sacrificio e ho promesso la mia esistenza alla sorella ammalata. Ma come risponderà egli? Come accoglierà la mia rinunzia?... La combatterà, certo, e poi non riuscendo a vincermi,--non riuscirà,--dovrà partire.... Resteremo noi due, io e Roberta, per sempre....» Gettò uno sguardo a Roberta e a Cesare, e per la prima volta il tormento di dovere sceglier presto, inappellabilmente, le si affacciò all'anima con tutta la sua tremenda potenza. Doveva sacrificare in eterno l'uno all'altra, e la scelta non le avrebbe dato mai pace, egualmente non fosse mai avvenuta; perchè la rinunzia di lei all'amore e alla felicità avrebbe reso più cupa la dissonanza fra il suo spirito e lo spirito di Roberta; nè ella avrebbe potuto perdonare a questa l'insanabile spasimo che le era costata. E con l'orrore abituale in lei per ogni veemente dibattito, guardava in fronte l'avvenire, il quale si presentava amarissimo, qualunque via ella avesse percorso; e innanzi al mare fremebondo, alle ondate gigantesche, al cielo seminascosto sotto nubi tempestose, innanzi allo spettacolo ribelle, provava l'impeto di gridar la sua disperazione, di confondere la voce del suo furore inutile con la voce assordante di quel liquido furore, che si lanciava alla spiaggia, dopo aver già forse travolto uomini e navi. --Fa bene quest'aria, signor Lascaris, non è vero?--domandò Roberta, sorbendo ancòra l'aria pregna di sali. --Ma non si esponga al vento così,--osservò Cesare, mentre pensava che sotto la gioia della giovanetta si celava tuttavia la molestia d'un'idea roditrice.--Venga più qua; si ripari dietro queste rocce. Alcune rocce grigiastre bucherellate formavano una specie di profonda insenatura, e drizzandosi fino all'altezza della strada, porgevano un ricovero naturale dalle raffiche del vento. Nella insenatura profonda, le onde si scaraventavano una sull'altra bianchissime, andavano a battere contro il fondo, si ritorcevano, ed erano risospinte dalle sopravvenienti, con vece assidua, con un ribollir di schiuma più candida del latte. Lo strepito risonava enorme. Roberta sedette molto in basso, dove giungevano talora gli spruzzi minutissimi dei flutti; più in alto sedettero Cesare ed Emilia, e sul principio Roberta si voltò a guardarli di tanto in tanto, additando senza parlare i cavalloni, che giungevan da lungi e si precipitavano entro la piccola baia. Poi stette, assorta, e sembrò aver dimenticato i compagni, per seguire qualche suo pensiero non anco definito e infantilmente triste. --Che cosa Le ha detto, ieri, mia sorella?--domandò Emilia, girando a un tratto la testa verso Cesare. Sorrideva, con una fuggevole vampa di rossore sul volto; e bastaron quel sorriso, l'espressione involontariamente carezzevole degli occhi, per segnare un passo grande sulla via delle confidenze. Emilia pensò più tardi,--quando tutto era già per sempre finito e la sua esistenza era per sempre tracollata negli abissi della disperazione,--pensò che la sventura aveva avuto origine da quel suo moto irriflessivo.... Perchè non tacere? Perchè spiegarsi, animando le speranze dell'uomo, più forti quanto più gravi si presentavano gli ostacoli alla lustra di felicità, cui l'uno e l'altra sognavano? Ma ormai, la frase le era sfuggita dalle labbra: --Che cosa Le ha detto mia sorella? --Non è vero?...--esclamò Cesare. Gli occhi gli scintillavano, e il respiro gli usciva dal petto caldo e vibrato.--Non è vero?... Mi ha detto che Lei è fidanzata.... Ma non è vero?... La donna crollò il capo, continuando a sorridere, con un senso più mesto. --Roberta,--disse,--ha voluto scherzare. Qualche volta passa il segno e commette delle fanciullaggini; ma è allegra così di rado, che bisogna perdonargliele.... Non è vero nulla.... E Lei ha creduto? Io non sono fidanzata ad alcuno; non lo sarò mai, ad alcuno.... E Lei ha creduto sùbito! Le sembra che io potrei abbandonare Roberta? Parlava con voce debole, molto commossa, tenendo gli sguardi alla tempesta; e Cesare le si era un poco avvicinato per non perdere sillaba. Il mare ai loro piedi ruggiva.... Spingendo l'occhio oltre l'insenatura, si vedevan le onde infaticate battere disordinatamente per tutta la lunghezza della spiaggia, fino a Nervi: e gli spruzzi si levavano altissimi, aprendosi a guisa di Ventaglio e ricadendo tra il bulicame della spuma. --Perchè?--domandò Cesare stupito.--Lei non abbandonerebbe sua sorella? Innanzi tutto, abbandonare è cosa diversa.... --Più piano,--interruppe Emilia, temendo che Roberta non udisse. Il cuore le batteva in tumulto, ascoltando le parole divenute intime, segrete, come già l'uomo avesse confessato il suo amore e già parlasse per difendere la propria conquista. Egli aveva sentito nel fondo dell'anima scatenarsi la malvagità egoistica, per la quale voleva ogni cosa al suo dominio e non poteva soffrire ostacolo alcuno. S'era fatto un po' pallido, gli occhi neri lucenti; aveva guardato in basso, verso Roberta, con un lampo d'odio improvviso. --Lei vuole sagrificarsi a sua sorella?--continuò, smorzando la voce.--È impossibile, assurdo; sarebbe mostruoso. Pensi che ciascuno ha nella vita una strada da percorrere. Nessuno può, nessuno deve mutarla a forza, per seguire il cammino d'un altro. E a quale scopo, a chi gioverebbe? Ella sciuperà tutta la vita in una rinunzia inutile, la quale non sarà forse nemmeno compresa...., nemmeno compresa! --«Perchè mi parla così?»--domandò in quel punto Emilia a sè stessa, trasalendo sotto il soffio della scomposta eloquenza. E tentando sorridere ancòra, obiettò: --Ma ciascuno ha il diritto di scegliere la via, in capo alla quale spera di trovare una sodisfazione, un riposo della coscienza.... Non Le pare? Quella ragazza è attaccata a me, è gelosa della mia affezione, e non reggerebbe al dolore d'una lontananza, alla rivalità di un altro, affetto.... Io la conosco.... E Lei pure sa quanto la sua salute sia debole.... Infine, ho pensato, può crederlo: e ho giudicato che questo è il mio dovere, e che posso compierlo serenamente, anche senza sacrificio.... Sì fermò. Giungeva con fragore infernale un'ondata verdastra, alta, e incontrando i primi scogli, spumeggiò d'un tratto senza rompersi; poi coperse la spiaggia, si franse, s'ingolfò entro l'insenatura, conquistando alcuni frastagli, fin allora intatti, della roccia su cui sedeva Roberta. --Hai visto?--gridò la fanciulla ad Emilia.--È giunta fin qua su! --Non sei bagnata?--domandò Emilia con una premura timorosa, la quale significò per Cesare più di tutte le spiegazioni. --No, no. Sto benissimo qui,--rispose la giovanetta. Seguì una pausa lunga. Tutti e tre guardavano la vicenda delle acque potenti e il cielo giallastro pel riflesso di un moribondo raggio solare. --Sono le illusioni solite dell'altruismo,--riprese Cesare, con voce cauta, piena di fremiti rattenuti.--Il tempo ne fa giustizia, ma sempre troppo tardi.... E perchè mai, a un tratto, questo sacrificio?... Perchè non prima? Emilia battè le palpebre; un pudore ardente le bruciava di rossore le guance; ella avrebbe voluto riprendere la coscienza delle cose reali e fiaccare con lo sdegno la domanda ardita; ma dal cuore le saliva un singulto di smarrimento. Guardò l'uomo in volto e lo vide oscurato dalla passione dolorosa; capì ch'egli andava dietro ai balzi del pensiero e li ripeteva, dimenticando il riserbo tenuto fino a quel giorno e i doveri che quel riserbo gli imponeva. La comprensione della sua sofferenza incontenibile turbò maggiormente la donna. --_Allora_,--ella disse con voce spenta,--Roberta non era ammalata. Ella viveva con _noi_, non aveva bisogno della mia assistenza, nè io gliel'aveva offerta.... E d'altra parte.... Voleva dire: e, d'altra parte, la dissonanza delle loro anime aveva avuto principio da quel tempo, appunto; gli occhi di Roberta, da quel tempo s'eran fatti vigili, gelosi, cattivi; in quel tempo, Emilia aveva dovuto nascondere la sua gioia, misurarne gli slanci, guardarsi dalla sorella.... E,--il sospetto era atroce, ma non mancavano i dati a nutrirlo e a renderlo verisimile,--ed Emilia sospettava che il giorno in cui la morte aveva visitato la sua casa, fosse stato un giorno di letizia crudele per Roberta, infine liberata d'una presenza agghiacciante, d'una minacciosa rivalità. Voleva dir questo; ed esitava tra il timore di addentrarsi troppo nelle confidenze più delicate, e la paura di non arrivare a convincere.... Ma Cesare, obbedendo all'impazienza della sua superbia, scosso dal ricordo d'un passato che non gli apparteneva e che aveva evocato egli stesso, interruppe: --Sì, sì, tutto questo è forse vero.... E, in ogni modo, io non ho alcun diritto a sapere, non ho alcun titolo per consigliare.... Vuole perdonarmi?... Perchè discutiamo di queste cose tristi? --Infatti,--ripetè Emilia,--perchè discutiamo di queste cose inutili... La forma brusca con cui l'uomo aveva troncato il sèguito del colloquio, le dava un cocentissimo dolore. In fondo all'incrollabilità del suo divisamento giaceva una oscura speranza, viveva il torturante piacere d'ascoltar le obiezioni di Cesare. Per dissimulare lo spasimo, chiamò Roberta fortemente, nell'intervallo fra un colpo e l'altro delle onde. --Roberta!--disse,--vieni qua con noi. Ti esponi troppo all'aria.... La fanciulla s'arrampicò per la distanza che la separava, dalla sorella, e Cesare la studiò in quell'atto, mentre s'appoggiava all'ombrellino chiuso, aiutandosi contro le difficoltà dello scoglio. --«Non ha un anno di vita!»--egli pensò freddamente. Poi, a voce alta osservò: --Come si è fatta svelta, signorina! Roberta sorrise di compiacenza, e tese la mano ad afferrar la mano che Cesare le offriva, per valicare l'ultima scabrosità della roccia. --Ho bevuto tant'aria di mare!--ella rispose, quando fu seduta a fianco d'Emilia.--Il mare è mio amico; io gli voglio molto bene, ed esso mi lascia respirare così leggermente!... Emilia sorrise alla sua volta, con un'ombra di tristezza. Qualche notte prima, Roberta aveva avuto la febbre e un nuovo sbocco di sangue, non forte, appena da arrossare la pezzuola; ma lo spavento s'era ridestato in Emilia, più grave poichè Roberta sembrava fatalmente illusa, ricca di speranze, e faceva molti disegni per l'avvenire. --Questa, è la prima volta che vedo il mare,--seguitò Roberta, con la stessa volubilità fanciullesca.--Ma ne sono felice. Un altr'anno voglio andare alla montagna, in Isvizzera.... Andremo, non è vero, Emilia?... C'è un piccolo paese, con un bel lago, a mille ottocento metri d'altezza.... Come si chiama? Cesare ascoltava, rilevando senza pietà il sintomo delle strazianti illusioni; e Roberta continuò a fantasticare, garrula e variabile. Aveva dei luoghi lontani una visione romantica, la visione dei giorni in cui il male non le si faceva sentire, ed ella poteva svelarsi in tutta la sua giovane ignoranza della vita e della realtà. Per inconscio paganesimo, si figurava il paesaggio ancòra popoloso di creazioni mitiche; il mare, la montagna, il lago, la pianura, la notte ed i crepuscoli, eran gli elementi delle sue predilette fantasie.... Quando la sofferenza fisica e il terror della morte non le strappavano un grido di precoce disperazione, Roberta s'indugiava tra quei pensieri panteistici come fra uno stormo di Fauni capripedi. Ma il chiacchierio febbrile passava sull'anima d'Emilia non diversamente d'una mano incauta sopra una ferita viva; e per troncarlo, la donna interruppe: --Sarà tempo di tornare, Roberta. Il vento arriva fin qui, ed è più forte.... Il vento rabbuffava ancòra le acque, levandole attorno agli scogli in danza alterna, senza posa; per tornare, e ripercorrere un lungo tratto delle rocce, Cesare e le due sorelle aspettavano qualche volta l'onda si ritraesse crepitando; Roberta salutava con esclamazioni l'impeto dei flutti, ma procedeva a disagio sul dorso sdrucciolo ineguale dei massi, e barcollava, e di frequente doveva valersi delle mani.... --No: aiuti Roberta,--disse Emilia a Cesare, rifiutando.--Io non ho paura. Ella non aveva paura; guardava le ondate non anco infrante, ricurve, concave, ergersi lontano, in pieno mare, correre unite in linea di battaglia, gettare un balzo, valicando i più facili scogli, ricomporsi, correre di nuovo compatte, arrivare alla spiaggia, stendersi pianamente lattiginose, echeggiar sonore contro le cavità, dissolversi, ripiegarsi, arricchir le ondate susseguenti, riattaccar gli ostacoli; ebbrezza del mare ampio e della goccia imponderabile. Sull'ultimo tratto, Roberta vacillò, quantunque s'appoggiasse alla mano ferma di Cesare; egli stava giù avendo superato una costa rigidissima, e la fanciulla, al sommo, inciampò nelle vesti, non trovò tempo a riprendersi, e cadde sul petto dell'uomo, che dovette stringerla fra le braccia. --Sono salva!--ella gridò, sulla spiaggia, sciogliendosi dal non forte amplesso inopinato. E rise per confortare Emilia, la quale giungeva in quel punto. Ma la donna era impallidita, alla rapida scena; non di paura; per un altro sentimento confuso, per un morso al cuore; e più da quel sentimento non mai avvertito innanzi, era turbata, che non dal fatto d'aver visto Roberta fra le braccia di Cesare. Salirono una breve scala di pietra; poi, arrivati sulla strada presso la chiesa, s'accostarono al parapetto a salutare di nuovo il mare tuonante. Roberta si staccò l'ultima, e rivolgendosi mentre gli altri s'erano, già incamminati, mandò un grido. --È orribile!--disse. Dalla strada provinciale veniva verso la chiesa una coorte di dolenti, alcuni recando sulle spalle un feretro coperto dello strato di velluto bruno, con una gran croce d'oro nel mezzo; altri al sèguito, salmodiando in lunga fila, rivestiti di càmici bianchi o di ampie vesti nere, il viso tutto nascosto dal cappuccio, ad eccezione degli occhi; altri, pigiandosi sui fianchi del corteo, in disordine; e la nuvolaglia tempestosa e l'ora già tarda proiettavano una lunga ombra sinistra. Roberta s'indugiò a guardare, accasciata, fissando ostinatamente gli uomini della Confraternita procedenti in cadenza, grotteschi e solenni; i quali ridestavano nella giovanetta il terror della morte, la memoria, di qualche incubo.... --È orribile!--disse ancòra ad Emilia, che tentava persuaderla a seguitar la via.--Non li dimenticherò più!... E a Cesare, che pure la rassicurava sorridendo, rispose: --No, no, taccia! La prego! Lei non sa! Lei non sa!... Egli non sapeva, infatti, il motivo di quello sgomento. Tra gli spettri dolorosi della fantasia inferma, Roberta aveva fissa la visione del proprio cadavere, freddo e rigido, con le braccia incrociate sul petto, sopra un catafalco ricco di drappi funerei, presso una finestra spalancata in faccia alla campagna eterna.... IX. Forse la felicità non è che la simmetria del tempo; l'ora, il giorno, l'anno, eguali all'altra ora, all'altro giorno, all'altro anno.... La passione è il disordine, e il disordine è il dolore. Emilia si divincolava invano sotto l'assillo. Celava il volto in mucchi di rose rosse, fresche e simili a labbra innamorate; si chiudeva in lunghi silenzii o prorompeva in risa febbrili.... Neppur l'alba riusciva ormai a quietarla: neanche il torpore suppliva al sonno. Cercava i narcotici, che distendono il corpo quasi sopra nuvole di bambagia. Fuggire! Pareva quello il sogno più caro alla sua anima.... Era il formidabile istinto di salvezza, che sul viso del soldato nuovo diffonde un pallore mortale, e lo fu guardare indietro con immenso desiderio ai piani liberi e tranquilli, mentre la massa oscura del nemico si delinea e giganteggia di minuto in minuto.... Fuggire in qualche paese straordinario, dove il suo cuore avesse potuto riprendere il battito quieto, dove le sue notti fossero potute ridiventar calme e senza sogni.... Ma il paese straordinario, il cielo iperbolico sotto il quale tacciono le miserie, non sono cogniti ad alcuno. Nella più serena plaga del mondo non s'incontra che tenebra umana.... Ella avrebbe voluto confessarsi a qualche anima intenditrice. A fianco di lei era soltanto Roberta, una fantasima ammalata, la quale trascinava la vita sotto un altro peso, con un altro spettro.... Oh come le teste giovanili piegavano in quei giorni al soffio delle cose implacabili, al rinascere infaticato delle visioni! La casa era piena di silenzio, e le donne camminavano in una lieve nube di sonnambulismo, senza parlarsi; e spesse volte calava la sera e l'ombra si faceva sempre più densa e nessuna delle due sorelle pensava a difendersi da quell'oscurità, in cui l'anima cercava un rifugio avidamente.... Ciascuna era assorta nelle variazioni infinite del proprio tema. Roberta, nelle variazioni sul tema della morte; Emilia, nelle variazioni sul tema dell'amore.... Spingevano e rivolgevano ambedue il fardello, arrivavano al culmine d'una faticosa salita imaginaria, e il fardello ricadeva in basso, e le due condannate riprendevano a sospingerlo, indefessamente così, l'intero giorno. Emilia era afferrata dalla follia di gettarsi ai piedi di Roberta.... (Roberta non s'era a lei confessata? non le aveva detto il mistero dello spavento che la divorava?).... E di gridarle: --«Ascolta, ascolta; anch'io sono malata. Anch'io ho bisogno d'illudere la mia vita e di snebbiare una visione.... Ascolta la mia tortura: da notti innumerevoli, non riposo; da giorni e da notti innumerevoli, un pensiero mi coglie di soprassalto, mi passa traverso l'anima come una lama infuocata.... Aiutami a salvarmi, Roberta!... Dimmi in qual modo potremmo distruggere gli spettri della nostra vita.... Non v'ha un paese di silenzio, di là da quell'orizzonte? un paese d'oblio, dove tutti vivano in pace solenne e la vita sia una meccanica semplice, la quale non muterà mai, non sarà mai turbata dal mistero del domani? Vuoi che viviamo laggiù?... Tu non temerai la morte; io non temerò l'amore.... Ogni cosa avrà i suoi colori ingenui, e le notti saranno calme.... Dimmi se v'ha una terra così felice, e dovunque ella sia, noi la raggiungeremo.... Oh fuggire all'ignoto, comprendi? sarà la nostra salvezza.... Anche tu soffri il terrore dell'ignoto; anche tu ti domandi: «Quando sarà? Sarà oggi? Sarà domani? Quanto manca ancòra?...» Dobbiamo fuggire, per non interrogare l'anima nostra.... Non v'è un paese dove l'anima tace?». Ella avrebbe voluto confessarsi, gettarsi ai piedi di Roberta e piangere con lei, come altre volte.... Ma se la furia del tormento la spingeva fino alla sorella, e se Roberta alzava gli occhi interrogativi a guardarla, Emilia sentiva le fiamme salirle alle guance e alla fronte.... Che pensava?... Colei era la fanciulla, era la vergine, monda nel corpo e candida nel pensiero.... Poteva dirle?.... Poteva confessarle?... Poteva dirle:--«Le mie notti sono più torturanti delle tue; la mia vita è più spaventevole della tua; la mia giovinezza sfiorisce in un desiderio vano di sentirmi amata, nell'agonia di trovare un affetto più caldo, più misterioso, più inebbriante del tuo affetto di sorella?»; Poteva confessarle:--«Non so rimanere sola; ti ho promesso di vivere sempre al tuo fianco, e mi sono ingannata, e ti ho ingannata, perchè invoco l'amore, perchè invoco la felicità fuori della nostra esistenza, quotidiana. E so che l'amore esiste, e verrà a cercarmi, e dovrò rifiutare la felicità implorata?» Nulla poteva dirle di tutto questo; si rinchiudeva in sè e si smarriva per le solitudini del dolore.... Oh, come in quei giorni le teste giovanili piegavano al soffio della sventura prossima!... La catena delle abitudini s'era spezzata, e nulla le due donne facevano, che non fosse per ingannare la tenacità del pensiero caparbio. Uscivano a passeggio, andavano al mare, camminavano pel giardino, aspiravano i profumi dei fiori, assistevano alle feste del sole, udivano le minacce degli uragani; e lo spirito invisibile dentro di loro martellava la domanda:--«Quando sarà?... Quanto manca ancòra?...»--«Non v'è un paese dove l'anima tace?...» Gli episodii esterni erano indifferenti. Esse non percepivano con acutezza se non gli episodii delle proprie ossessioni, i quali erano senza fine; poichè all'una tutto intorno parlava della morte, e all'altra tutto parlava d'amore; l'una, in ogni filo d'erba, in ogni albero, in ogni farfalla, vedeva qualche cosa destinata a scomparire miseramente, e presto; l'altra vedeva il frutto d'un amplesso universale, necessario, sacro, divino. E dopo aver lottato per metodica resistenza, si abbandonavano perdutamente alla sciagurata voluttà delle inquietudini diuturne, quasi calando a poco a poco in un abisso pieno di raggi lunari.... X. Ella aveva passato la notte fra un corteo di sogni lubrici e maravigliosi che s'innestavano l'un nell'altro, e non finivano.... Le erano sembrati la carezza d'una mano sagace, uno sfiorar di labbra ardite, un principio di tutte le voluttà e un'interruzione di tutte, un invito al piacere e una lusinga ingannatrice, un vellicar di piume, dalla nuca alle reni.... Da ultimo, sull'alba, s'era vista per una lunga amplissima scala, i cui gradi erano dissimulati con drappi vivaci così di tinte, così poderosi nel disegno, che si sarebbero creduta l'opera di molti artisti immortali. La scala metteva capo a una porta chiusa, pesante per ornati di bronzo a cesello. Stagnava una grigia penombra.... E sugli scalini,--indimenticabile spettacolo,--seminude o nude, erano sdraiate numerose femmine di bellezza magica.... Alcune Emilia poteva ricordar tuttavia; adagiata alla sommità era una, intensamente bionda, una bionda simile a luce d'oro, a torrente di luce; ed ogni sua bianchezza appariva, ogni curva, ogni delicatezza di vene azzurreggianti.... V'era anche una bruna ridente con la grande e pur deliziosa bocca aperta a uno schianto irresistibile., pel quale più rosse parevano le labbra schiuse a mostrar denti perfetti.... V'era una creola, dagli occhi ingenui e larghi.... Ah quei capelli, non lunghi ma folti, dal torpido profumo, quelle ciocche selvagge che cadevan dietro le spalle, passavano per le spalle sul petto, e lo baciavano, attorcendovisi intorno,--quale illustre guanciale, quale acqua di Lete a tutte le angosce!... Nessuna parlava, nessuna aveva idea del tempo. Un magnifico silenzio d'accidia sopiva le donne, viventi d'ineffabile vita animale. Anch'ella, Emilia, stava tra di loro.... A capo della scala o al fondo? Non rammentava se non d'avere visto dopo di sè, sotto di sè altri corpi femminili digradanti in basso, fino a smarrire la perspicuità delle linee, giù nella lontananza. Non rammentava se non il turbamento che le era penetrato nell'animo quando, imbevuti gli occhi di quelle forme e i sensi di quella invincibile pigrizia, aveva richiamato lo sguardo sopra sè medesima, e si era scorta nuda, tutta nuda, tanto crudelmente nuda, ch'ella non aveva trovato fra le compagne se non la bionda aurea la quale potesse competere con lei d'impudicizia.... Era rimasta sgominata dalla molesta punta di verecondia; i suoi occhi non s'erano più vòlti a guardare in giro, e con una mano aveva nascosto infantilmente un piccolo nèo che le macchiava d'una macchia graziosa il petto, fra i due seni. Poi, di repente, all'orecchio le avevano susurrato una parola, qualche parola imperativa per la quale ella s'era alzata, aveva asceso la scala fino alla sommità, movendosi, non sapeva perchè, non meno leggiadramente che se il suo corpo fosse stato protetto dalle vesti. Nessuna delle donne al suo passaggio aveva sollevato la testa a lanciarle gli sguardi invidi, che nella realtà le dilaniavano le carni. Il silenzio e la penombra incombevano dovunque. Su, a capo della scala, s'era trovata a seguire un essere bizzarra, nè maschio, nè femmina; il volto era infantile e le membra, come fuse nel bronzo, erano glabre, neutre. La strana guida l'aveva condotta in una sala marmorea, radiosa di luce.... (Emilia soffriva ancòra la sensazione del marmo freddo sotto i piedi)...., impregnata di fragranze le quali per un attimo le avevan dato le vertigini.... Un largo bagno tepido, più limpido del cristallo, si apriva nel mezzo.... Emilia v'era accorsa, vi si era tuffata: l'acqua emanava globi d'odori floreali e mormorava discreta intorno al corpo della donna. Allora la strana guida accosciata presso la vasca aveva dato principio a narrare le voluttà che aspettavano Emilia. Quali parole!... Non mai Emilia ne aveva udito di simili...! Quella bocca dalle labbra piatte, dai denti aguzzi, sprigionava un fiume incandescente, soffiava un vento infuocato, così le imagini erano procaci e le parole schiumanti di lascivia..... Ritta nell'acqua, la quale giungevale poco oltre i fianchi, e con le braccia stese ai due lati della vasca, Emilia ascoltava: il liquido mormorìo era cessato, ma salivano ancòra i globi di profumo; la donna aveva conservato la sensazione del suo corpo lentamente preso da un tremito di concupiscenza, e degli occhi dilatati quasi ad afferrare le imagini fluenti dalla bocca del neutro narratore.... Che cosa egli prometteva? Che cosa raccontava? A chi era ella destinata, a quale non comune Iddio di libidine inesausta? Il viso di lei doveva essere purpureo di vergogna, mentre il suo corpo si dibatteva sotto la scudisciata delle cùpide visioni; più volte l'aveva scossa l'impeto di balzar dall'acqua e di fuggire; ma la curiosità di quella facondia sensuale la tratteneva, con le braccia spalancate e le mani ferme ai due bordi della vasca.... Se il suo sguardo vagava, sotto di sè ella poteva veder nel liquido cristallino il riverbero del seno, del collo, del viso, dei capelli diffusi per le spale; e si sorrideva, e socchiudeva le labbra ad ammirarsi i denti piccoli ed eguali. Le parole soffiavano intanto sopra la sua testa, fischiava il vento infiammato delle promesse lascive. E come avviene nei sogni in cui la personalità non è morta intera, Emilia si diceva: «Ora, tutto sparirà; ancòra un poco e potrò risvegliarmi e rientrar nella vita; dopo questa tortura, tutto sparirà.» Invece la forma umana che parlava, l'aveva afferrata intorno al busto, le aveva passato sul petto, sulle reni, una mano accorta comunicandole brividi inenarrabili, con una carezza nuova, con uno sfiorar di piume sulla vibratile colonna nervosa; onde a poco a poco entro le vene ella aveva sentito scorrere non sangue ma lava, e dalla bocca le erano sfuggiti singulti di desiderio.... Era balzata infine dall'acqua, le membra asciutte quasi per magìa e odoranti un balsamo più intenso dei profumi che esalavano dal bagno.... Pronta per l'amore, era uscita, s'era ritrovata presso la gran porta chiusa, al sommo della scala ricoperta di tappeti doviziosi e di femmine o seminude o nude. Allora (i polsi le battevano più forte, ricordando) s'era incontrata nell'uomo al cui capriccio doveva sacrificarsi; e sùbito le mani di lei avevan tentato invano di celare la nudità, ma comprendendo il malgarbo dell'inutile movimento, era rimasta dritta in piedi, le braccia lungo i fianchi, a testa china. Ella avrebbe detto che la sua vita fisica si fosse in quell'istante sospesa; assorta nella trepidanza dell'aspettazione, solo il palpito del cuore veemente aveva segnato l'attimo d'angoscia. «Ti guarda! Non temere; sei bella.» Ma alzando gli occhi, un grido le era sfuggito. L'uomo sorridendo le aveva preso una mano appena per l'estremità delle dita. Ella non aveva visto di lui se non lo sguardo; ma non s'era ingannata, o colui che doveva possederla era ben lo stesso ch'ella amava nella realtà d'ogni giorno. Il misterioso lavacro l'aveva così preparata all'amore di lui; il canto fescennino ricco di promesse infernali le aveva trasfuso il fuoco nelle vene, perchè ella gli fosse potuta giungere assetata di voluttà, perchè non avesse più avuto requie se non fra quelle braccia, perchè il suo corpo si fosse piegato, allacciato a rosee spire sotto le labbra dell'uomo; perchè non fosse stata infine più nulla di cògnito, se non una splendida forma armonizzata dalla passione. Ed aveva seguìto l'uomo con la tremante gioia di essere costretta alla felicità. Ma qual terribile cosa, quale scherno satanico era avvenuto poi? La donna bionda, a sommità della scala, si era gettata fra le braccia dell'amante, ed egli, sollevatala in un amplesso gagliardo, l'aveva raccolta trasportandola via. Sulla soglia della porta invarcabile, Emilia era piombata in ginocchio, senza il conforto delle lacrime. Risvegliatasi dal sogno, ella girò gli occhi per la camera. La lampada notturna era spenta, e l'alba entrava dalle finestre. Nella mente della donna, le inconfessabili promesse cantate al suo fianco nel bagno eran rimaste intatte, quasi scolpite sopra tavole di bronzo; e avrebbe potuto ripeterle in un giorno di delirio; e le davano ancòra un brividìo di cupidigia e di spavento. Ora, con le membra estenuate di fatica, dopo il sogno molle e focoso non aveva tardato a riaddormentarsi, cercando una tranquilla pace; e sùbito avevan ripreso le figurazioni di malìa. Erale parso le si fosse aperto innanzi un libro dalle pagine smisurate, sulle quali le imagini raggiungevano quasi la dimensione delle umane sembianze; i fogli passavano adagio, svolti da una mano occulta. Inutilmente Emilia, aveva tentato di staccarne gli sguardi. La curiosità era viva; attraente il mistero dei gruppi figurati, e la donna aveva finito per guardare ad una ad una le pagine enormi, seguendo tutta la liturgìa d'amore, che di foglio in foglio diveniva più mordace. I margini erano all'intorno carichi di ornati massicci, spesse volte intrecciantisi con l'imagine principe, avviluppandola in tale rigiro di draghi, di convolvoli, di èdere, di gigli e di grifoni, che il disegno centrale si faceva oscuro. Sfilava, in principio, una serie di ritratti femminili; teste di donne, classiche nelle vicissitudini amorose, delineate con gagliardìa fino al busto sopra uno sfondo turchiniccio. Ognuna portava, o negli occhi, o sulle labbra, o sulla fronte, una stimate vigorosa di passione; ognuna aveva, in diverso grado ed espressi con diversa perizia tecnica, il senso di vitalità esuberante, la luce incontenibile, palese sul volto delle donne che amano l'amore e gli si dànno senza limiti. L'iconografia partiva da tempi lontanissimi e procedeva attraverso tutte le epoche, attraverso tutte le nazioni. Vi erano dapprima alcuni tipi di femmine quasi selvagge, probabilmente fantasticate dall'artista, meglio che ricordate in una qualunque storia: seguivano di mano in mano tipi più calmi ed evoluti, i quali avevano qualche legame di somiglianza con le prime, nella manifestazione di un non comune calore; e spesso i simboli mitologici rammentavano la loro divinità, o un diadema sui capelli indicava la loro origine gentilizia o regale. Dai margini, i capricciosi avvolgimenti degli ornati concorrevano talvolta a portare una nota originale, allargandosi dietro le teste gentili a guisa di verzura iperbolica, formando con quei visi eburnei, e quei capelli bruni e fulvi uno stridulo contrasto, creando nuovi intrecci o qualche coppa non mai veduta, da cui sorgevano e la testa e il busto, sveltamente. Eran così forse passate centinaia di ritratti, ed a similitudine di rapide meteore avevan lasciato negli occhi d'Emilia una pertinace luminosità, lo strascico di molte scintille. Concludeva la serie una figura di donna,--questa, tutta intera da capo a piedi--con intorno al corpo e sulle reni avviticchiato un mostro ributtante, verde, in forma di ragno smisurato, gli occhi fosforescenti a fior di pelle; il quale teneva confitti i suoi tentacoli nella carne viva della femmina, passandoli sopra le spalle a serrarle anche i seni ed il ventre in un abbraccio furioso. I tentacoli possedevano un rilievo quasi tattile, e la bocca era tremenda, appoggiata alle reni della vittima, da cui suggeva sangue e midollo. Ancòra dritta e prona innanzi, la donna s'affaticava a divincolarsi dall'amplesso viscido, e con le braccia stillanti gocce porporine, resisteva alla stretta che la soffocava. Sul volto, l'impronta di raccapriccio era formidabile, la bocca aveva un _rictus_ di strazio, gli occhi schizzavano dalle orbite, e dietro la schiena la chioma nera s'avvolgeva attorno alle branchie del mostro orrendo. Non pareva, quello, il simbolo eterno delle anime passionali? Non era, il mostro, una cupidità salda ed ostinata? Ma lo sgomento del dramma terrifico era sfumato in Emilia al succedersi di pagine liete, in cui una fantasia senza confini aveva trovato un'espressione priva d'esitanze. Le scene si svolgevano dissimili, gli abbracci strani e contorti, i gruppi numerosi. La dormente non riusciva ad afferrarli tutti. Il cuore aveva rialzato il battito, una morsa di ferro le aveva attanagliato la gola, e con gli occhi immobili nel sogno ella stava a scrutare. Che cosa avveniva? Un caos, un turbine, lo straripare di un torrente in dirotta; ed ogni scena pareva di prim'acchito semplice e casta; a ciascun foglio, si sarebbe detto che la fantasia stanca si fosse compiaciuta di un riposo, disegnando idillii ed atteggiamenti pudichi. Ma le linee si spostavano sotto gli occhi della spettatrice; il quadro, in cui eran raccolte le cose stridenti che nella realtà si escludono e nel sogno si sposano con tranquilla inverosimiglianza, il quadro scopriva presto, il suo concetto afrodisiaco. Corpi femminei e corpi maschili, antichi mostri e simboli nuovi foggiati dall'ingegno balzano, contorni sfrontati, figure d'una temerità insultante, ogni creazione sfolgorava linee di demoniaca audacia. Strette le mani, stese le braccia, aggomitolato il corpo spasmodicamente, Emilia convergeva nel sogno gli sguardi immobili, la bocca un po' schiusa al respiro tronco. No, ella non avrebbe mai supposto una sì lunga scala di secreti piaceri.... Inorridiva, e soffriva la tentazione di ridere senza fine, d'atteggiare la fisionomia al ghigno lubrico onde si illustravano i volti degli ossessi, che le sfilavano innanzi e le si accavallavano nella memoria. Provava l'ambascia di un solletico mortale, abbinata colla sensazione dolorosissima della nuca, ove l'epidermide sembrava ristringersi gradatamente. Non poteva gridare, nè di spasimo nè di rivolta, e tuttavia aveva informi nel cervello lo parole, e le si aprivano le labbra e si movevano invano. La fatica greve dell'incubo, la luce ormai chiara che, tormentandole gli occhi chiusi, arrossava anche le imagini, finirono con lo spossarla. Ella vide ancòra passar due Centauri, maschio e femmina, rapidamente in una prateria soleggiata; dell'una, intese con la vista una grossa treccia bionda, il petto superbo; del Centauro, la rincorsa avida, il raggiungere, l'impennarsi.... Poi il corpo d'Emilia si ribellò a un tratto, inarcandosi come un vimine che brucia.... Ed ella battè due volte con le reni sul piano del letto.... XI. Sembravano due ragazzi accaniti in una gara ingenua, ed eran due odii che si cercavano, una coppia che travisava la lotta dei sessi, la quale finisce con un abbraccio, e qui non aveva speranza di finire se non con qualche impreveduta violenza. Tale era divenuta a poco a poco l'intimità fra Cesare e Roberta, che il dottore e la fanciulla non si chiamavano più coi nomi loro, ma con nomignoli bizzarri. Cesare per Roberta era «pipistrello», e Roberta era «cavalletta» per Cesare. Trascinato dal giuoco, egli s'era fatto più audace di lei, ed ella doveva talora cercare un cantuccio nascosto del giardino per leggere in pace i suoi libri; dove il Lascaris arrivava, agitando in aria un grosso ranocchio o un ispido vermiciattolo, minacciando di gettarglielo sulle vesti. Stavano in agguato delle debolezze reciproche per cavarne il tema a uno scherzo o a un'insolenza; si disegnavano il ritratto sopra un pezzo di carta, prodigando linee buffonesche, musi spaventevoli, capelli incolti; le fogge di vestire non isfuggivano alla critica; l'inesperienza di Roberta a descrivere una scena e ad esporre un lungo racconto, offriva a Cesare l'opportunità di contraffare la ragazza crudelmente. Sentivano nella implacabile guerriglia una attrazione quasi sensuale, aspra. Cesare aveva bisogno di tutta la sua prudenza per vigilarsi, per costringere lo scherzo entro i confini e non eccedere. Illuminata dal male, Roberta appariva certi giorni veramente bella: un viso bianco e giovanile, che già si piegava a scrutare i vuoti abissi del nulla, un corpo fragile di cui Cesare conosceva quasi intere la forma e l'attraenza.... Poi, la giovanetta, anelante alla bellezza, si faceva di ora in ora più seduttrice, con molta incoscienza, la quale era un'altra seduzione; e nel giuoco sfoggiava una naturale arte femminea, dando alla voce alcuni coloriti di preghiera e d'ironia, che vibravano a lungo e sembravano commuovere lei medesima. Si vestiva con cura minuziosa; aveva strappato a Emilia il permesso di portare gli orecchini di brillanti e i gioielli inibiti ancòra alle ragazze. Attillata, guantata, coi cappelli fantastici allora in moda, vivificata e rosea per la piccola febbre che la distruggeva lentamente, somigliava qualche volta a sua sorella, e, predestinata dalla malattia, qualche volta era di sua sorella più capziosa. --Non Le sembra,--aveva detto a Cesare un giorno, in cui era scoppiato il temporale, e voleva ottenere ch'egli chiudesse la finestra, alla quale ella non osava affacciarsi,--non Le sembra che La preghi deliziosamente, con una voce da sirena?... Aveva intrecciato le mani, composto il viso a timida umiltà, pel timore che il Lascaris non si giovasse dell'incidente a vendicarsi delle spesse cattiverie di lei.... Ma quella sera eran giunti anche più oltre. Per difendersi dal fulmine, Cesare aveva suggerito a Roberta la consuetudine dei pusillanimi che si nascondono nudi fra due materassi.... --È un'idea,--aveva aggiunto, incapace a frenarsi.--La provi. Supponiamo che il fulmine cada nella sua camera, mentre Lei è così al riparo; non imagina che gioia, che trionfo? Aveva taciuto un attimo; quindi, pazzamente: --Badi però di non dimenticare in quale posizione Ella si trova. Sarebbe piacevole che balzasse fuori dal nascondiglio, tutta nuda, e venisse ad annunziarmi gravemente il pericolo scampato!... Andare da lui, tutta nuda? L'imagine s'era presentata assai monca alla fantasia della giovanetta, ed ella non vi aveva visto se non la comicità o il ridicolo; per questo, mentre Cesare già si mordeva le labbra, risuonò nella camera una lunga risata, e Roberta concluse negligentemente: --Sì, sarebbe piacevole, Pipistrello!... E fu tutto. Il Lascaris la tormentava con una gragnuola di proverbii, stroppiati, confusi, mescolato il capo dell'uno con la coda dell'altro; e interrompeva le parole di lei per lanciare due o tre sentenze così grottescamente camuffate, ch'ella ricordava e ripeteva.... In tal modo infilavano discorsi strani, scintillanti qua e là di qualche lampo d'arguzia spontanea. Poi, di repente, l'un dei due si faceva serio e parlava di cose gravi; ciò avveniva più spesso alla presenza d'Emilia, la quale aveva assistito in parte al nascere della confidenza inaspettata, e non sapeva giudicarla, attonita. La conversazione diventava saggia, ma variata per le immancabili puerilità di Roberta; discutevano del matrimonio, dell'amore, in termini poco definiti, perdendosi. Cesare non poteva esprimersi compiutamente; Roberta non aveva dell'amore se non l'idea romantica; Emilia era distratta e nervosa. Seguitavano fin che l'abitudine della quotidiana guerriglia non li avesse ripresi, e l'uno non avesse dichiarato l'altra incapace a qualunque ragionamento più volgare. Ma con abili scandagli, il Lascaris era riuscito a stabilire che, sebbene romantica, l'idea dell'amore era completa in Roberta. Senza madre, non vigilata da Emilia se non materialmente, in dime