The Project Gutenberg eBook, Amedeide, by Gabriello Chiabrera This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.net Title: Amedeide Author: Gabriello Chiabrera Release Date: February 22, 2005 [eBook #15136] Language: Italian Character set encoding: ISO-8859-1 ***START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK AMEDEIDE*** Carlo Traverso, Claudio Paganelli and Distributed Proofreaders AMEDEIDE POEMA EROICO DI GABRIELLO CHIABRERA. NUOVA EDIZIONE Dedicata A S. S. R. M. IL RE CARLO ALBERTO GENOVA TIPOGRAFIA DE' FRATELLI PAGANO Canneto il lungo, Palazzo Raggio, n.º 800. *** 1836. Presso l'Editore VINCENZO CANEPA Sotto i Portici dell'Accademia Ligustica. SACRA REALE MAESTÀ L'Augusta Casa de' Sovrani Sabaudi, S.R. Maestà, diede sempre colla grandezza di azioni magnanime nobilissimo argomento all'ingegno de' Cantori d'Italia. Gabriele Chiabrera, sommo ornamento delle lettere ne' Vostri Reali Dominj, confortato dal favore del Duca Carlo Emanuele, prese a celebrare con eroico poema quell'Amedeo che liberò col senno e colle armi l'Isola di Rodi. Questo poema era ben degno di ricomparire, dopo due secoli, sotto gli auspicj della Reale Maestà Vostra, che tutti consacra i suoi pensieri alla felicità de' sudditi ed alla gloria del regno; e che si è degnata di permettere, che fregiato dell'Augusto nome di Lei, venga nella luce del pubblico. Io lo depongo appiè del Trono Reale insieme agli umilissimi sensi del mio sommo rispetto Di V. S. R. M. Ubbidientissimo Servitore e fedelissimo Suddito VINCENZO CANEPA Editore. AI LETTORI GENTILI VINCENZO CANEPA Essendomi proposto di mettere nuovamente in luce l'_Amedeide_ di Gabriello Chiabrera, pregai il Cav. Don Gio. Batta Spotorno, che tante altre premure si era dato per onorare la memoria di quel sommo Poeta, scrivendone copiosamente la vita e pubblicandone molte prose inedite, a volermi favorire per sua cortesia di preparare, dirigere, ed illustrare questa edizione. Ed egli compiacendomi, vuole ch'io dichiari, qui sul principio, che ad assumere tal fatica non tanto il muove la grandezza del Poeta; ma sì e principalmente, il desiderio ossequioso, trattandosi d'un libro onorato del nome dell'Augusto Monarca il Re CARLO ALBERTO, di potere in qualche guisa, quanto ad uomo oscuro è conceduto, dimostrare la somma sua devozione all'ottimo Principe che si degnò confortare con segno onorevolissimo del suo Real Patrocinio i piccioli studj di esso P. Spotorno. Gli argomenti all'Amedeide, che leggerete in questa edizione, sono fatica del sig. avvocato G.B. Belloro, savonese, che me gli offerì gentilmente; nè io volli ricusare il dono della sua cortesia; troppo essendo convenevole che in qualche modo concorra ad una edizione del Chiabrera uno almeno degli arcadi savonesi. VITA DI GABRIELLO CHIABRERA SCRITTA DAL CAV. P. GIO. BATTA SPOTORNO. Se la nostra Liguria occidentale non avesse di che pregiarsi se non se di GABRIELLO CHIABRERA, ragion vorrebbe ch'ella se ne tenesse onorata e superba. Perciocchè fu questi il primo che mostrò agl'italiani esservi pure un'altra scuola, fuori della provenzale, in cui mirando studiosamente si potea venire in fama di poeta meraviglioso; e il mostrò con esempj felicissimi sì nel genere grande, sì nel gentile; spirando, se così m'è lecito parlare, ne' petti degl'italiani un nobile ardimento; e la nostra favella, di timida e rispettosa ch'ella era in mezzo alla copia delle voci e de' modi, facendo animosa ed altera senza macchiarne l'urbanità e la grazia che le viene dal puro e sonante dialetto dell'Arno. Ma questo Poeta non ebbe mai scrittore della sua vita; ed egli di se medesimo parlò brevemente, più tosto per dire gli onori avuti da Principi grandi e da Sommi Pontefici, che per altra cagione. E però non a torto faceva querele il Tiraboschi di tanta negligenza. Ond'è che nella Storia Letteraria della Liguria io m'ingegnai di stendere minutamente la vita di questo sommo poeta; ed ora ne do quasi un compendio, ma corredato di molte notizie, che per quegli anni non erano conosciute; cosicchè Egli più non abbia a dirsi inonorato in Italia. GABRIELLO CHIABRERA nacque in Savona il 18 giugno del 1552; e nacque quindici giorni ed alcune ore dopo la morte di Gabriello suo padre. La famiglia de' Chiabrera, che veramente chiamavasi de' _Zabrera_, e latinamente _de Zabreriis_, sembra d'origine spagnuola; e il primo a piantarla tra noi fu probabilmente uno di que' militi spagnuoli che vennero in Italia nel 1271 con Guglielmo marchese di Monferrato, il quale aveva tolto in isposa Beatrice figliuola di Alfonso Re di Castiglia. E oggidì sono tuttavia parecchi altri cognomi nel Monferrato e nel Piemonte che si palesano d'origine spagnuola. Ma qual che fosse l'antica stirpe de' _Zabrera_, questo è certo che un Gabriele, _de Zabreriis_ fece un sepolcro a se ed a' suoi l'anno 1493 nella chiesa di S. Giacomo vicin di Savona, e ne ornò la cappella con una tavola di pittore in quell'età molto prezzato. Da questo Gabriele I. venne un Corrado, che di Mariola Fea gentildonna savonese generò Gabriele II.; e questi ebbe da Geronima Murasana, pur savonese, e figlia del dotto giureconsulto Pier Agostino, Massimo, uomo di buone lettere ed amico in Roma di Paolo Manuzio; Gabriele III., ossia il nostro poeta, e Laura, data in moglie ad Aurelio Bosco Savonese. La madre del Poeta, rimasa vedova in fresca età, passò ad altre nozze con Paolo Gavotti nobile savonese, e di GABRIELLO si tolse la cura Margherita sorella del padre di lui, la quale di Ottavio Pavese suo marito non aveva prole veruna; ma la tutela del pupillo tenevala Giovanni pure fratello del padre, ed esso ancora senza figliuoli. Giunto GABRIELLO all'età d'anni nove, fu condotto in Roma, ove Giovanni suo zio faceva dimora[1], ed ivi fu nodrito con maestro in casa da cui apparò la lingua latina. In quegli anni lo prese una febbre, e dopo due anni lo percosse un'altra, che sette mesi lo tenne senza sanità e l'inviava a morire etico; onde Giovanni suo zio, per farlo giocondo con la compagnia d'altri giovinetti lo mandava alle scuole de' PP. Gesuiti; ed ivi prese vigore e fecesi robusto, ed udì le lezioni di filosofia, anzi più per trattenimento che per apprendere; e così visse fino all'età di venti anni. Ma nel 1572, essendo mancato di vita in Roma lo zio Giovanni, esso GABRIELLO andò a Savona a vedere e farsi rivedere da' suoi; e fra pochi mesi tornossene a Roma. Quivi avuta occasione di vendere un giardino, che sembra eredità dello zio, al Cardinale Luigi Cornaro Camerlengo di S. Chiesa, colse l'opportunità di entrare in corte di quel Porporato, e vi stette tre anni. In questo, avvenne, che senza sua colpa fu oltraggiato da un gentiluomo romano, ed egli vendicossi; nè potendo meno, gli convenne di abbandonar Roma, e ridursi alla patria. Del qual avvenimento non abbiamo altra notizia, salvo se quella lasciataci dal Poeta, e che si è riferita colle sue parole medesime. In Savona stette molti anni, dividendo il suo tempo tra lo studio delle buone lettere, la compagnia di giovani suoi pari, ed eziandio, nel vagheggiare una beltà savonese, ch'egli chiama poeticamente _la Galatea de' savonesi mari_. Sopra questo innamoramento abbiamo l'incomparabile canzone _Per duri monti alpestri_. E ne parla slmilmente nel canto VII. dell'_Italia liberata_, dicendo: Appena nato, a' duri miei tormenti Sorte volle adoprar la sua fierezza; Mi negò le lusinghe dei parenti, Mi pose in risse, m'involò ricchezza: Amore alfin con le sue fiamme ardenti Servo mi fe' d'una crudel bellezza. Sono pur da leggere queste parole della canzone XXIX. tra le morali scritta ad Jacopo Doria: Forza d'alta beltà, ch'empie gli amanti Di caro duol, tiranneggiò mia cetra: Oggi che imbianco........ ........ altrove ergo i pensieri. E tuttavia nel CHIABRERA l'amore vestiva un abito gentile, alla platonica; e in tutte le sue poesie non è parola che ricordi, non dirò le sozzure di certi poeti de' tempi a noi vicini, ma nè anco la licenza dell'Aminta e della Gerusalemme. L'anno del 1584 rallegrò la solitudine del CHIABRERA con l'arrivo in Savona della famosa Isabella Andreini, venutavi colla sua compagnia comica a farsi udire sulle scene. Il poeta onorò con parecchie composizioni il valore dell'attrice, ed essa, che non era donna volgare, rispose con rime pregevolissime che abbiamo alle stampe. Ma v'ebbero sdegni e combattimenti tra' gentiluomini di Savona. Stavano per una parte Ottaviano e Luigi Multedo; per l'altra Benedetto Corsi, Giulio e Cesare Pavesi, Ambrogio Salinero e il nostro Poeta; che brevemente, al solito, così accenna quella tenzone: «in patria incontrò, senza sua colpa, brighe, e rimase leggermente ferito su la mano: fece sue vendette, e molti mesi ebbe a stare in bando: quietassi poi ogni nimistà, ed egli si godette lungo riposo.» Si compose la discordia con un atto di pace rogato in Mulazzano addì 16 aprile 1585, ed accettato in Savona dai Multedo il dì 24: il che ne fa conoscere che la fazione del CHIABRERA ebbe a ricoverarsi negli antichi dominj della R. Casa di Savoja. Tornato alla quiete della patria, cominciò col fratello Massimo a pensare alla propagazione della stirpe; e non avendo quegli voluto sottomettersi al legame del matrimonio, fu deliberato che GABRIELLO s'eleggesse una sposa. Qui porrò un fatto che parrà novella, e non è; vo' dire che il Poeta si teneva per affatturato da qualche maliarda o stregone, cosicchè stimavasi non atto al debito coniugale; e ne scrisse lunga e mesta lettera a Bernardo Castello pittore, suo grande amico, scongiurandolo a veder pure di trovare in Genova cerretano o donnicciuola, che valesse a rompere la malìa. Qual fosse la risposta del Castello, nol sappiamo. Nè di cotal immaginazione del Poeta è da far commedia; chè fin nel secolo XVIII. molti libri si scrissero da gravi uomini, e non idioti, a mostrare la potenza e le arti meravigliose delle streghe[2]. Finalmente piacque al CHIABRERA d'unirsi con una giovinetta d'anni 16, nominata Lelia, figliuola di Giulio Pavese gentiluomo di Savona, e della signora Marzia di Niccolò Spinola patrizio genovese. Ed ottenuta la dispensa dall'impedimento di consanguinità, si celebrò il matrimonio nella chiesa de' PP. Cappuccini fuor di Savona il dì 29 luglio del 1602. GABRIELLO non n'ebbe. prole, ma gliene vennero disturbi ed impicci nojosi. Perciocchè Lelia, essendo mancato di vita Giangiacomo Pavese fratello di lei, lasciando pupillo un figlio di nome Giulio, ne assunse col marito la tutela: di qui molestie di conti; pensieri d'educazione; possesso di eredità e nella Liguria, e per procuratore in Napoli, dove i Pavesi possedevano beni assai; di qui tutte quelle altre noje che sono compagne degli affari economici. Ma Lelia, veggendosi senza prole, aveva posto in Giulio un affetto sviscerato; e se GABRIELLO non era sollecito a tutto, che potesse giovare al nipote, gridava ch'egli era un assassinare il pupillo. Questa tutela tornò poscia in danno de' Chiabrera; stantechè avendo GABRIELLO donato ogni suo avere alla moglie, Giulio venne ad unire in se l'eredità de' Chiabrera e de' Pavesi. Abbiamo una lettera del Poeta, scritta nel 1634, ringraziando il Cavaliere Cassiano dal Pozzo «per le cortesie compartite a Giulio Pavese mio nipote.» Il piacere delle nozze fu turbato per una sentenza de' tribunali di Roma, che GABRIELLO accenna oscuramente; e che noi possiamo con maggior chiarezza descrivere. Il Poeta aveva un fratello naturale di nome Augusto, che stavasi in Roma, e maneggiava la dote di Lelia, con procura in forma legale: ora costui per avere scritto delle pasquinate, o come allora dicevano, de' _pasquini_, fu condannato, non sappiamo a qual pena, e i beni dati al fisco; compresavi la dote di Lelia. Per che GABRIELLO corse a Roma, e con mostrare le sue ragioni, e col favore del Cardinale Cinzio Aldobrandini, protettore de' letterati, ricoverò con fatiche e spese la dote della moglie. Augusto aveva potuto scampare la tempesta fuggendo nell'Abruzzo; e di colà scrisse a GABRIELLO nel 1607 chiedendo danari; ed è questa l'unica notizia che ho trovato di costui; e poco monta il saperne più oltre; ch'egli non recò a' suoi utilità nè decoro. Dopo lo sconcio qui rammentato non ebbevi fatto alcuno nella vita del CHIABRERA, come uomo privato, che meriti d'avere speciale ricordo: visse in patria con riposo, sano in modo che non mai stette in letto, salvo due volte per due febbri terzanelle, nè ciascuna di loro passò sette parosismi. In questo egli fu assai avventuroso: ma non già nell'avere (sono parole di lui), perchè nato ricco, anzi che no, disperdendosi la roba per molte disavventure, egli visse, non già bisognoso, ma nè tampoco abbondantissimo. Certo è che s'egli non fu ricco signore, ebbe quanto s'addice a vivere onorevolmente da gentiluomo di provincia. In città s'era comperata, metà dai Ferrero, e metà dai Carretto, una casa (1603-1605), ornata di marmi; ed è quella che si vede nel vicolo di S. Andrea, ed ha sopra la porta in un cartello di marmo queste parole d'Orazio: _nichil est ab omni parte beatum_; forse per accennare all'umile contrada in cui era fabbricata. Di un suo giardino parla più volte nelle lettere a Bernardo Castello. E rifabbricandosi nel 1616 la piccola chiesa di S. Lucia, e rimanendovi un poco di scoglio scoperto, il CHIABRERA, ottenutolo, lo ricinse di muraglie, e fecevi un piccolo giardino, e una loggetta, nella quale fra il giorno si riduceva a far versi, e a cianciare con cittadini ed uomini di villa, che di colà per loro faccende passano continuo; godendovi pure l'aspetto di Genova, che vi si mostra manifestissimo. E perciocchè era vicina alla chiesa di S. Lucia, martire siracusana, della quale si professava devotissimo per la debolezza della sua vista, cosicchè non poteva scrivere al lume, chiamavala _piccola Siracusa_; come puossi vedere nella data di molte lettere al Giustiniani. Negli ultimi anni (1632) edificò una casa di campagna in Legine, dove possedeva una vigna assai vasta; e nella iscrizione, che tuttora vi si legge sulla porta, dichiara averla fabbricata _musarum opibus_; cioè con denari ritratti dalle sue poesie[3]. Perciocchè il CHIABRERA che aveva cominciato a poetare per ozio, e poscia per onore, volle alfine che i suoi versi gli fruttassero meglio che sterili applausi; non che domandasse contanti; ma piacevagli per un sonetto, o un altro componimento, vedersi ricambiato con qualche gentilezza; e tale che all'uopo egli potesse permutarla in moneta; come più volte scriveva al pittore Castello. E fu talora, che volendo intraprendere un viaggio, e stando male a quattrini, nè volendo far debiti in Savona, per certa alterezza, volgevasi in Genova alle persone da lui celebrate: siccome al P. Abate D. Angelo Grillo, patrizio Gianvincenzo Imperiale; e quando i creditori ridomandavano la somma cortesemente prestata, il Poeta che non sempre aveva alla mano la moneta, forte si doleva, e ricordava l'amicizia, e i versi scritti in encomio del creditore. Ma l'Imperiale, uomo vano anzichè gentile, non volle appagarsi di lodi; e convenne al CHIABRERA pagarlo con una tavola del Tiziano. Il pittore Bernardo Castello, che non dipingeva senz'averne l'indirizzo dall'amico Poeta per la composizione, o storia, doveva sempre ricambiarne i consigli con qualche disegno di pittore insigne, o con un suo lavoro suggerito dal CHIABRERA. Le quali cose si volevano accennare, acciocchè si conosca che GABRIELLO aveva di che vivere in aurea mediocrità; e infatti, senza le pensioni che gli pagavano il Granduca di Toscana e il Duca di Mantova, egli stava nel catasto delle taglie per dieci mila scudi; somma rilevante a quel tempo in un gentiluomo privato; e veggiamo che la moglie teneva almeno due servigiali; e non mancava un servitore al marito. Ma di un sommo poeta non si deggiono così ricercare le notizie della vita domestica, come quelle degli studj e degli onori per essi ottenuti. GABRIELLO CHIABRERA, uscito dagli anni della prima gioventù, e dalle istituzioni puerili, cominciò a praticare in Roma con Paolo Manuzio amico di Massimo suo fratello, e ascoltavalo ragionare: poi recandosi alla Sapienza, udiva leggere Marcantonio Mureto, ed ebbe con lui familiarità: avvenne poi che Sperone Speroni fece stanza in Roma, e con lui domesticamente trattò molti anni; e da questi uomini chiarissimi raccoglieva ammaestramenti. Que' sommi latinisti, Manuzio e Mureto, gli fecero nascere desiderio di poetare nell'antica lingua de' Romani; ma non istette molto ad avvedersi che i primi seggi erano già tenuti da uomini famosi; e si volse alla lingua italiana; confortatovi eziandio (come si vuol credere) da Sperone Speroni. Diedesi dunque a studiare ne' primi fondatori dell'idioma toscano, e specialmente in Dante, nel Petrarca, e nel Boccaccio: tra' meno antichi pregiò sopra tutti l'Ariosto. Con presidj sì fatti, e coll'aggirarsi per la Toscana, venne a tanto di perfezione che sì nella poesia, come nella prosa, egli è scrittore pieno di urbanità, di grazia non affettata, e così puro che l'Antologia di Firenze, disse del suo scrivere quelle parole dell'Alighieri: «........ ma Fiorentino Mi sembri veramente quand'io t'odo.» Allo studio della italiana congiunse quello della lingua greca; e tanto s'invaghì della perfezione de' greci poeti, che volendo lodare alcuna cosa, come perfetta, era solito dire: _è poesia greca._ Omero metteva innanzi a tutti; ed essendovi già fino da que' tempi alcuni detrattori dell'altissimo poeta, egli affermava odorare di sciocchezza chi non intendeva le bellezze omeriche. Di Pindaro prendeva singolar maraviglia. Quanto fosse studioso di Anacreonte, chiaramente appare dall'averlo imitato felicemente. In Virgilio lodava il verseggiare nobilissimo e il parlar figurato. A Dante dava gran vanto per la forza del rappresentare e particoleggiar le cose, le quali egli scrisse; ed a Lodovico Ariosto similmente; cui era solito dare il titolo di _grande_. Leggeva molto Orazio, e sovente ne cita i detti, o li trasporta in italiano con felicità incomparabile: mi serva il riportare questo verso, Il taciuto valor quasi è viltade, bellissima versione di quella sentenza che tormentò sempre i traduttori del Venosino: _paulum distat inertiae celata virtus_. In Orazio commendava la lingua colta, l'eccellenza degli aggiunti, il non avere nulla di soverchio, e l'adornarsi di sentenze morali. E siccome il nostro CHIABRERA avea pur dato opera agli studj sacri, compiacevasi molto del profeta Isaja, ch'è pure sommo poeta; e negli ultimi anni aveva in costume di portarlo seco insieme con Dante. Con tanti presidj ed ammaestramenti, e dotato d'ingegno grande, e bramoso di gloria, non poteva il CHIABRERA non levarsi sopra la schiera de' poeti, e giungere a tale di altezza, che altri non avesse speranza di aggiungerlo. Tentò quasi tutti i generi di poesia, e i più felicemente. Francesco Maria Zanotti, che soli quattro lirici sommi voleva riconoscere in Italia, tra questi collocò il CHIABRERA. Scipione Maffei riconosce due scuole poetiche in Italia, quella del Petrarca e l'altra del CHIABRERA. Antonmaria Salvini affermava niuno meglio del nostro poeta aver inteso il carattere sublime di Pindaro e il vezzoso d'Anacreonte. Ma parecchie difficoltà fecero contrasto alla gloria del CHIABRERA; cosicchè il Muratori con ogni ragione lagnavasi che non fosse conosciuto quanto e' meritava. E in primo luogo, lui vivente, si contaminava la letteratura colle gonfiezze e i bisticci del secento; e perciò coloro che avrebbero dovuto imitarlo, ivano perduti nella pazza scuola de' concetti e delle stravaganze: conobbelo il CHIABRERA negli ultimi anni; e ne diede cenno nelle sue lettere al Giustiniani. I pochi, che bene vedevano la sciocchezza dell'Achillini e de' suoi imitatori, non volendo in tutto allontanarsi dall'uso corrotto, eleggevano una via di mezzo, attenendosi al Testi, al Filicaja e al Guidi; nobili poeti; ma pur di troppo lontani della semplicità degli antichi esemplari. Aggiungasi la corruzione de' costumi, entrata coll'ozio e l'ignoranza in Italia; onde avvenne che nel secolo XVII non più si parlava nè d'Omero, e Virgilio, nè di Dante e di Francesco Petrarca, ma dell'Adone, del Pastor Fido, e di altri libri maestri o provocatori di lussuria. Finalmente, come notò il M. Maffei «quest'autore ricerca studio fondato e fermo, perchè non poco difficile è da principio discernere la sua bellezza;» e pochissimi sono coloro che vogliano durare la fatica di uno studio poetico fondato e fermo. Ma negli ultimi tempi si è cominciato a conoscere alquanto meglio il valore del Savonese; e il Monti nella _Proposta_, e il Cesari nelle _Bellezze di Dante_ il commendarono con parole sì fatte, che più non potevasi. Nelle Satire, o Sermoni, è il CHIABRERA così eccellente, che può dirsi il secondo, dando il primo luogo ad Orazio, com'è convenevole. Di che veggasi il bellissimo articolo che ne scrisse Clementino Vannetti nelle _Osservazioni_ sopra di Orazio[4]. Nella satira più audace ed irosa, si provò d'imitare Archiloco, ma non satisfece a se stesso: come dichiara nella vita sua propria; benchè il Guasco, pubblicando l'Amedeida minore, promettesse di volerne dare con altri componimenti, _le canzoni archiloche_, ossia le satire alla maniera di quel Greco. Negli epitaffj, chi ama la schiettezza congiunta all'urbanità, non può non dar lode segnalata al CHIABRERA. Poche sono l'egloghe che ne abbiamo; e degne ch'altri non l'abbia a vile. Ne' ditirambi piacque al critico Fioretti ed al Soave; e che piacesse molto al Redi, si può argomentare dall'avere saputo quest'illustre Toscano giovarsi del CHIABRERA pel suo _Bacco in Toscana_. La gloria d'essere riguardato come il Pindaro e l'Anacreonte e l'Orazio d'Italia, non ritenne il CHIABRERA dal tentare la poesia drammatica. Non trovo ch'egli mai si volgesse a scrivere commedie; giudicando forse che poco o nulla si potesse aggiungere a quelle de' Toscani, che veramente sarebbero perfettissime, se non fossero sfacciate. Nelle tragedie, altri amava meglio trarne gli argomenti dalle favole antiche, altri da quelle de' romanzi: il CHIABRERA imitò i primi nella _Ippodamia_, della quale sono lodati i cori; s'accostò a' secondi nell'_Angelica in Ebuda_; e direi ben anco nell'_Erminia_, se io ne avessi trovato notizia sicura. Un'altra maniera di poesia drammatica è la favola pastorale; che Torquato Tasso avea levato a tal di perfezione da consigliare i poeti a non volere farsi emulatori dell'Aminta. Io non dirò che il CHIABRERA possa starsi appetto del Tasso; ma dico d'essere pienamente convinto, aver egli il primo seggio, dopo Torquato, tra gli scrittori di favole pastorali; e forse a farlo men chiaro, concorrono due pregj, che agli occhi de' volgari sono difetti; la semplicità dello stile, puro sempre e grazioso, e la modestia del costume; perciocchè, a parlare ingenuamente, v'ha non pochi, e talora in vista gravi ed assennati, i quali danno lodi egregie a certe composizioni, che forse farebbero segno a critiche amare, se in quelle non trovassero di che pascere le passioni segrete; e così veggiamo essere avvenuto del _Pastor Fido_; ch'è una filza ingegnosa di madrigali e concettini lascivi. Nella drammatica _spettacolosa_, ossia nell'ordinare scene con pompa e varietà di macchine meravigliose, ed a' personaggi che in esse deggiono comparire acconciare brevi parole in verso, fu il CHIABRERA celebratissimo; e i Medici per ciò il chiamavano a Firenze, e i Gonzaga a Mantova; e per questi suoi ingegnosi ritrovamenti ebbe pensioni da que' Principi, non per la sua eccellenza nella poesia; chè sempre, tra le nazioni molli ed oziose, il piacere de' sensi venne anteposto alla illustrazione della mente. È un altro campo, già tenuto da campioni impareggiabili, e che non pertanto invita gli uomini d'alto ingegno ad entrarvi per vaghezza di gloria; vo' dire l'epica poesia. Il CHIABRERA in poemetti di poche centinaja di versi sciolti, mostrò la grandezza del suo ingegno; sia per l'evidenza delle descrizioni, la forza e la rapidità delle azioni, sia per l'eleganza dello stile; e per quella maestria nel numero del verso, che niuno, dopo di lui, seppe mai pareggiare. Ed eccellente fu non meno ne' sacri argomenti che ne' profani. Provossi eziandio in poemetti di pochi canti; trattando il soggetto, con legger mutamento, e in rima e in versi dalla rima disciolti; come fece nel _Batista_ e nella _Giuditta_, o solamente in isciolti, quale il _Foresto_. Ancora, d'un episodio trasse un poema; per esempio, _il Ruggiero_ di dieci canti, ricavato da un'azione dell'Orlando Furioso. Tentò ancora la vera epopea, scrivendo l'_Italia liberata dai Goti_, la _Firenze_, e l'_Amedeida_. Tutti e tre hanno pregi grandissimi; e nell'_Italia_ specialmente il nostro Poeta versò il tesoro dell'urbanità ed eleganza toscana ch'egli possedeva maravigliosamente; ma niuno de' tre è argomento _popolare_; condizione principalissima negli epici poemi, benchè i Retori l'abbiano dimenticata ne' loro precetti. La _Firenze_, è minore e maggiore; quest'ultima ha dieci canti in ottava rima. L'AMEDEIDE fu dall'Autore pubblicata in canti 23 e ridotta in 10, e in questa minor forma, lui morto, data alle stampe. Nè il CHIABRERA fu solamente poeta sommo: vuolsi pur lodarlo altamente come prosatore. Il suo parlare è propriamente fiorentino purissimo; ma senza riboboli nè smancerie da pedanti: parvi d'udire una gentil donna fiorentina che non abbia letto libri tradotti malamente dal francese, nè conversato con uomini che s'estimano letterati solo che possano contaminare con modi stranieri il bellissimo idioma dell'Arno. Non ha periodi lunghi soverchiamente nè trasposizioni affettate; e dice le cose grandi con parole gravi e semplici; le umili con graziose. Nelle lettere famigliari è schietto, festivo, felicissimo; e va innanzi a tutti gli altri nostri, specialmente in quelle 150 a Pier Giuseppe Giustiniani, trovate in Genova, ed impresse in Bologna per gentil pensiero del P. Porrata, nobile genovese, della C. di Gesù. Nella ristampa fattane in Genova per mio suggerimento, ma condotta contro a' miei consigli, per mano altrui, si legge un certo numero di lettere inedite, che io ottenni gentilmente da chi avevale trascritte dall'archivio di Savona; ma in esse, come distese in istile curiale, non apparisce il valore del CHIABRERA. Lodevoli molto sono quelle altre, forse un 250, che usciranno colla mia assistenza dai torchj del signor Ponthenier. Bellissimi poi sono i dialoghi sull'arte poetica, e quello che contiene la sposizione di un sonetto del Petrarca: in essi non è la grandezza platonica; sì una nobile semplicità, che vestendo leggiadramente una dottrina non volgare, diletta e rapisce. Nell'orazione per un nuovo Doge di casa Spinola e negli elogj de' letterati coetanei, il CHIABRERA è minore di se. Degno di lui è l'elogio di Alessandro Farnese, che con altre egregie prose, ricavate per mia cura da' testi a penna, fece stampare il signor Vincenzo Canepa nell'anno 1823 in-12. I discorsi all'Accademia degli _Addormentati_ di Genova possono dirsi mediocri. Parmi di avere accennato tutte le composizioni di GABRIELLO CHIABRERA così in prosa come in verso; benchè ve n'abbian molte inedite; per figura, le lettere al pittore Luciano Borzone, e le poesie varie che Benedetto Guasco prometteva di voler mandare alla luce pubblica; ma furon parole. Ora è da far motto degli amici, che n'ebbe molti, e segnalati. Già si è detto di P. Manuzio, del Mureto, di Sperone Speroni, del P. Grillo, e di Gianvincenzo Imperiale. Aggiungeremo Fulvio Testi, Agostino Mascardi, Virginio Cesarmi, Giacomo Filippo Durazzo, e Monsignor Ciampoli, il P. Rho Gesuita di Lombardia, il P. Antinori, il Cav. Luca Assarino, Mariano Valguarnera, siciliano, il Cicognini, il Balducci, Ansaldo Cebà, Giangiacomo Cavalli, poeta sommo nel dialetto di Genova, il pittore Cristofano Allori, Lorenzo Fabbri, lucchese, che stavasi in Genova, i due fratelli Ambrogio e Giulio Salinero, Pier Girolamo Gentile e il P. Alberti, Somasco, tutti e quattro savonesi. In Firenze ebbe amici ed ospiti i signori Corsi marchesi di Cajazzo; in Genova, Gianfrancesco Brignole Sale marchese di Groppoli, e Pier Giuseppe Giustiniani: quest'ultimo signore, degno veramente dell'illustre sua stirpe, ebbe col CHIABRERA un'amistà familiare, che durò fino alla morte del poeta: l'albergava in sua casa; e tutti gli anni il voleva a Fassolo; dove gli aveva fatto apprestare una stanza rivolta a mezzodì, e sopra la porta fatto incidere il distico seguente: Intus agit Gabriel: sacram ne rumpe quietem: Si strepis, ah! periit nil minus Iliade. Gli onori che il Pindaro Savonese ottenne da' Sovrani d'Italia furon grandissimi; ed egli stesso gli ha minutamente descritti nella sua vita, che, tranne cotal vanità, è un modello non che d'eleganza, di modestia eziandio. Noi dunque nulla ne diremo; accennando solamente che per l'anno santo del 1625 Papa Urbano VIII, gli scrisse un breve, come si praticava co' principi, invitandolo a Roma: il Poeta andò, e fu ricevuto da quel dotto Pontefice con dimostrazioni singolari di stima e di affetto. E fu questo, parmi, l'ultimo viaggio del CHIABRERA; il quale sempre s'era dilettato di viaggiare; ed aveva visitato tutte le corti e le città principali d'Italia; ma soggiorno non fece che in due, in Firenze ed in Genova; giacchè a Roma, dopo il bando avutone alcun tempo per la rissa dianzi accennata, ebbe sempre l'animo avverso. In patria fu similmente onorato e prezzato; benchè io non trovi ch'egli fosse mai _Priore degli Anziani_, ch'era la maggior dignità che potessero dare i Savonesi a' loro patrizj. Bensì sappiamo che fu più volte Oratore a Genova pe' suoi cittadini; cosa che piacevagli sommamente, perchè gli dava opportunità di godersi Genova a spese di Savona. Così visse GABRIELLO CHIABRERA fino all'anno 87 della sua vita: mancò poco a poco, per vecchiezza anzichè per forza di morbo. Ed essendo vivuto mai sempre, come a vero cattolico s'addice, sentendo appressarsi il fine del suo vivere, si confessò d'ogni sua colpa al P. Garassino, Servita, e ricevette il Viatico e l'Olio Santo dalle mani di Benedetto Malfante suo parroco. Confortato in tal guisa dalla Religione, si morì il 14 ottobre 1638; e il dì appresso, fu il suo cadavere onorevolmente accompagnato alla chiesa di S. Jacopo de' Minori Riformati, e nell'arca della sua famiglia deposto; ma nè la moglie, benchè agiata ed erede del marito, nè gli amici, nè il Comune pensarono mai a onorarne la tomba. Lelia sopravvisse fino al 1647. Il testamento del Poeta ha la data del 3 febbrajo 1634; quello della sua vedova, del 5 maggio 1640: ambedue ricevuti in Savona dal notajo Marcantonio Castellini. Qui porrò fine alle notizie di GABRIELLO CHIABRERA, principal vanto di Savona, gloria della Liguria ed ornamento d'Italia. ANNOTAZIONI ALLA VITA. [1] Benchè il Chiabrera non dica per qual motivo Giovanni suo zio abitasse in Roma, io credo poter affermare che ciò fosse per ragione di commercio. Certo è che Augusto fratel naturale del Poeta _maneggiava_ in Roma _la dote_ di Lelia; e maneggiare qui significa _mercanteggiare_. Lelia era di casa Pavese; e che i Pavesi eziandio tenessero negozio in Roma, è cosa notissima. Sappiamo similmente che al commercio applicavano nella capitale del mondo cattolico i Siri, ragguardevole famiglia di Albisola. Erano speculazioni commerciali di banco, che non offuscano la nobiltà, secondo che dimostra il Conte Napione nella sua dissert. sulla patria di C. Colombo. Ma il Chiabrera che voleva comparire nelle Corti, non ha parola, da cui si ritragga il negoziare de' suoi, i quali sopperivano coll'industria alla strettezza del nostro territorio. E a dirla schietta, io penso che pure a motivo di negozj fosse in Roma all'età del Chiabrera un ramo degli Spotorno; e l'argomento dal vedere che la casa avevano a Ripa grande, e la sepoltura in S. Francesco a Ripa, come insegnano le iscrizioni che vi si leggono tuttavia. [2] Il marchese Maffei nell'_Arte magica dileguata_ riferisce che il dotto P. Lebrun nell'opera _des pratiques superstitieuses_ ebbe fede a colui che gli riferì «come suo padre e sua madre per sette anni erano stati inabili, e che una vecchia ruppe il maleficio e li lasciò liberi.» E qualche chiesa particolare di Francia, non mai la Romana, lasciò trascorrere ne' Rituali diocesani alcun cenno di tali malie per inabilitare gli sposi. [3] Molte di queste notizie si trovano nel _Viaggio per la Liguria_ del sig. Bertolottì; ma e' le trascrisse assai fedelmente dal tomo IV. della _Storia Letteraria Lig_. [4] Abbiamo i _Sermoni_ del Chiabrera corretti sovra d'un testo a penna ed illustrati, Genova, 1833 in-12.º e in-8.º per gentil cura del chiar. Prof. Ab. Rebuffo che intitolò quest'edizione all'illustre suo amico Prof. Bertoloni. AMEDEIDE POEMA Con gli Argomenti DELL'AVVOCATO GIAMBATISTA BELLORO SAVONESE CANTO PRIMO ARGOMENTO. _Di Rodi Angel divino alla difesa AMEDEO chiama, e 'l guida in sul naviglio; Ma l'empia Aletto allor da tanta impresa De' suoi temendo l'ultimo periglio, Alla stretta città novella offesa Sveglia Ottomano a far, col suo consiglio; Ed egli di Sultana il cor piagato, La mostra vuol veder del campo armato._ I Musa, ch'alme corone al crine adorno Tessi di stelle, e di bei lampi ardenti, E dal Cielo, ove fai dolce soggiorno, D'ammirabile spirto empi le menti, Di' d'AMEDEO, come da Rodi intorno Tolse il furor de le nemiche genti, Quando a' Cristiani altar porgendo aita Il feroce Ottoman trasse di vita. II E Tu, ch'alto adoprando, ampio sentiero T'appresti, o CARLO, a le magion stellanti, Mentre pur sali, e nel vïaggio altiero Belle orme imprimi, odine lieto i canti; Non perchè 'l corso del real pensiero Spronar tu deggia del grand'Avo ai vanti; Non è mestier: così spedito, e franco Voli a le mete eterne unqua non stanco. III Scorgi sol, ch'agli Eroi sacra corona Dassi in Parnaso; e lo sperar sia certo, Ch'un dì cetra immortal lungo Elicona Temprerà Febo al tuo sì nobil merto: Bene alto in terra d'AMEDEO risuona Il giusto affanno in guerreggiar sofferto; Ma più sublimi inverso il ciel tue lodi Allor n'andranno: or dà l'orecchio a Rodi. IV Chi mosse in prima, e per pietà soccorse Quei tanto afflitti, e guerreggiati regni? Il gran Batista; Egli ver Dio sen corse Forte pregando, e mitigò suoi sdegni. Per le colpe di Rodi in ira sorse, Ch'avean d'ogni pietà varcati i segni, E guardava su lei con fronte carca Di ben giusto furor l'alto Monarca. V Già d'acerbi guerrier tutte cosperse Avea l'aspro Ottoman piaggie, o pendici, E già sforzando le difese avverse, De le mura abbattea gli alti edifici. Ma non Giovanni rimirar sofferse Senza conforto i popoli infelici, E sperando impetrarne alcun perdono, Di Dio sen venne a l'ineffabil Trono. VI Ed ivi ardente, come amore invita, Parlò cosparso di pietà ben vera: Alto Dio, la cui forza alta infinita Non mai per ira i peccator dispera, Che 'n lor miseria i Rodiani aita Sperin da tua mercè per mia preghiera, Etti palese; e s'io per lor procuro, Di non spiacerne a Te son ben sicuro. VII Eterno Redentor, tempra i disdegni, E di tua gran bontà cresci gli esempi; Non dar popoli tuoi, non dar tuoi regni A' tuoi nemici abbominati ed empi; Quante rie ferità, quanti atti indegni Su gli aitar forniransi, e dentro i Tempi? Quante vergini piè verransi a meno? Deh Dio, deh stringi a la giustizia il freno. VIII Così pregando inginocchiato avante Del Signor stava a l'immortal presenza, E di vera pietà colmo il sembiante Tenta per ogni via l'alta clemenza. A quel parlar commosso il gran Tonante, Rivolse nel pensier nova sentenza, E si dispose a dispensar pietate; Poi queste fece udir voci beate: IX In lor gran cecità non mai per certo Fian ciechi i peccator, s'a' lor peccati Dimanderan perdon col vostro merto, O nel colmo del Ciel spirti beati; Ed oggi i Rodïan del mal sofferto Godranno il fine, e gli avversarj armati Vedran sul campo traboccar funesti; Con sì fatta pietà preghi porgesti. X Così diceva, ed il pensier, che chiude Nel petto eterno, a Gabriel fa chiaro; Scenda di Sciro in su l'arene ignude, Ove il grande AMEDEO vinto gittaro Di concitato mar tempeste crude, Poi ch'i navigli suoi sparsi affondaro; Indi per l'ampio mar seco sen vada, E poi di Rodi al fin gli apra la strada. XI Dier lode allor nel Re del mondo intenti I gran stuoli de gli Angioli, e dei Santi; E gli aurei cerchi de le stelle ardenti, E i campi eterni risonaro a i canti. Ma veste infra soavi almi concenti Fulgidi vanni a fulgido or sembianti Quel divin nunzio, e ne fornisce il tergo, Ed esce fuor del sempiterno albergo. XII Qual se poi lungo vagheggiar l'aspetto De l'aureo sol, de le stellanti sfere, Move aquila superba aspro diletto A sanguinar l'unghie ritorte, altiere, Sù, le nubi nel ciel fende col petto, E 'n un punto quà giù l'aure leggiere, E quanto è d'aria infra la terra, e 'l polo Sembra solcar, sembra varcar d'un volo; XIII Tal giù si cala, e le volubil piume Rivolge intento a l'arenosa sponda, Ove tra salse, e tra cerulee spume Il procelloso Egeo Sciro circonda; Omai de l'alba rugiadosa il lume Indorava del mar l'instabil onda, Quando l'Angelo giunse a l'antro ombroso, Ove in terra AMEDEO prendea riposo. XIV Egli lo stuol de' suoi, che 'n mare estinto Scorse affondar ne la tempesta rea, Pianse dolente, e se medesmo; or vinto I nobili occhi in sul mattin chiudea; Quì fronte annosa, e lungo crin ritinto In molta neve il messaggier prendea, E di rigidi manti il busto involve; Lo scote, e sveglia, indi la lingua ei solve: XV O d'arme invitto, e più di cor gentile, Germe immortal degl'immortali Eroi, Com'è, che d'ozio neghittoso e vile Non tuo valor, non tua virtù s'annoi? Tu di vil plebe a seguitar lo stile Or volgi riposando i pensier tuoi; Ma qual poscia in Italia, almo paese, Fia sculto marmo a le tue chiare imprese? XVI Allor di doglia al così dir confuso Tragge dal mesto cor lungo sospiro, E diceva AMEDEO: del vulgar uso L'anima serva a le viltà raggiro? Io vago d'ozio? che risplenda, o chiuso Stia 'l sole in mar, questa prigion sospiro? Ah che quì circonscritto odio la vita, E conto ore e momenti a la partita. XVII Sciolsi spirando in cielo aure serene, Del gran Sïon per adorar le mura; Ma su per queste inabitate arene Ruppe nostri sentier cruda ventura; Sì tra fere, e tra boschi il ciel mi tiene, Come tu scorgi e 'l lagrimar non cura; Così l'onor, di che sperava altiero Mio nome incoronarsi, omai dispero. XVIII Ma tu chi sei? che 'n sì crudel martoro Anima afflitta visitar non sdegni? Vivi mortale? od immortal fra loro, C'han pace eterna in su gli eterni regni? Se m'appari celeste, ecco io t'adoro; Toglimi, o Santo, a tanti casi indegni; O perchè mia memoria indi difenda, Sì rei destin la bella Italia intenda. XIX Così pregava alto gemendo; allora Sparse d'eletti fior nembo giocondo L'Angelo intorno; e sè di raggi indora, Mirabil vista! entro fulgor profondo: Dice, o guerrier, del cui gran pregio ancora Memoria eterna fia sacrata al mondo, A più lieti pensier l'alma rivolta, E me messo di Dio verace ascolta. XX Come risorga il sol, (del mar forniti I rischi or son: non paventar sue frodi) Pensa al partir; ma ricercar quai liti Deggia partendo, di mia bocca or odi; Asia, Orïente, eserciti infiniti, Arme d'inferno, aspro guerreggian Rodi, E mille armate navi, orribil guerra, Tutto chiudono il mar, chiudon la terra. XXI Oppressa da furor barbari ed empi Sente omai da vicin l'ultimo pianto; Va tu colà; suoi formidabil scempi Saran del ciel cura pietosa intanto; Là fa scudo a gli altar, fa scudo ai Tempi, E di Savoia sempiterna il vanto; Così diceva; e di pietate accese L'anima fida a le sacrate imprese. XXII S'invola poscia il volator Divino, Qual sparisce per l'aure aureo baleno. Tende le palme, e reverente inchino Traeva gridi il cavalier dal seno: Qual celeste pietà, qual mio destino Ti veste l'ali? e giù dal ciel sereno A questo afflitto dispensar conforto Te quì possente messaggiero ha scorto? XXIII Deh se ne l'alto ciel fatto hai ritorno, Mio pronto cor, deh tua pietà non cele; Esponlo, prego, a' piè di Dio; col giorno, Qual tu m'impon, dispiegherò le vele; Pronto a morir, con mille rischi intorno A' cenni suoi combatterò fedele. Sì da l'antro deserto, ove ei si serra, Volgesi a Dio con le ginocchia in terra. XXIV Nè così tosto a l'immortal sentiero Mosse la fulgida Alba il piè celeste, Ch'ei nel fondo del cor sveglia il pensiero, Come se stesso a la partenza appreste. Su l'erma piaggia non pervien nocchiero; Or come troncherà l'aspre foreste? Onde bipenne avrà? con quali ingegni A far naviglio tesserà quei legni? XXV In tanto affanno ver la terra inchine Ferma le ciglia; e giù nel sen non posa Il cor, che vuol, nè può partirsi; alfine Ne ritrova la via l'alma animosa; Vassene a l'aspre rupi indi vicine Là, 've le navi sue l'onda spumosa Con lungo assalto tempestando aperse, E sovra i liti le lasciò disperse. XXVI Ivi le travi, che fur scherzo a l'ira De l'Oceàno, col pensier misura Intentamente; e benchè rotto, ei mira Che quasi in stato un battelletto dura; Ponvi la mano, e su l'asciutto il tira; Poscia fornirlo, e risaldar procura Con gli arnesi sdrusciti, e con le sarte, Che de la vinta armata il mare ha sparte. XXVII Ed al fin punta in su la ripa il piede, E 'n varando il naviglio ei su v'ascende; E poi da terra allontanato il vede, Picciola vela agli aquilon distende. Ma su la poppa non veduto siede L'Angelo seco, ed al governo attende Con occhio intento, e per la fragil nave Spira su lucida onda aura soave. XXVIII Nè con sembiante neghittoso e lento I gran soccorsi rimirava Aletto, Mostro infernal, cui sol pena e tormento Di Rodi afflitta empiea di gaudio il petto: Volse il pensier per mille parti intento A sviarne il campion dal Cielo eletto, E quando ella il dispera, aspra s'ingegna Di far Rodi espugnar prima ch'ei vegna. XXIX Teme del campo a Rodi avverso, teme Del Tartareo tiranno aspri destini; Nè può mirar da le miserie estreme A sua salute i Rodïan vicini. Arsa tra queste furie ulula, e freme Livida i guardi, invenenata i crini; Nè punto cessa intra furori immensi, Che su lo strazio de Cristian non pensi. XXX Quinci un momento sol non spende in vano; Ma di Bostange ella vestì sembianza, E volò trasformata ad Ottomano Là sotto Rodi in ammirabil stanza: Ponsi ivi al petto l'una e l'altra mano, E reverente a la real possanza La fronte inchina, e le ginocchia piega, E con tal voce i suoi pensier dispiega: XXXI Perchè dal ferro, e dal travaglio oppressi Alcuna requie i tuoi guerrier ristori, Già molti dì dal guerreggiar tu cessi, E del tuo fiero cor tempri gli ardori; Rompi i riposi al campo tuo concessi, E con l'armi risveglia i tuoi furori, Risvegliali, Ottomano; ecco a gran corso Sen viene inverso Rodi alto soccorso. XXXII A piè de' monti, e fra quelle alpi estreme, Onde il Francese inver l'Italia scende, Regna AMEDEO, che di virtù supreme Quasi un fulgido Sol quivi risplende; Forte così, ch'ogni nemico il teme, O se spada impugnando egli contende Fuor di dorato arcione, o se con asta Su corridor spumante altrui contrasta. XXXIII Deggio forse narrar come possente Domò l'orgoglio de' vicin nemici, O ne i regni lontan come non lente Spiegò l'insegne a sollevar gli amici? Che più narrar degg'io? l'inclita gente Sempre in guerra ha vibrato arme felici; E questi ad emular forte s'accese Di tanti avi magnanimi l'imprese. XXXIV Scoterà forte il tuo sì saldo impero, Farassi appoggio a queste debil mura: Sorgi, sorgi, Ottoman; tanto guerriero Precorri armato, e trïonfar procura. Sì disse il mostro, e dileguò leggiero, Come rapido augel per l'aria pura, E sparsi i nembi, onde egli apparve adorno, Ivi stridendo se ne va dintorno. XXXV Grida Ottomano; e che farà quel forte? Alzi l'antenne, e quanto può s'affretti; Vengane omai; dure catene, e morte Per suo trionfo, il forsennato aspetti. Rodi sottrar da miserabil sorte? Ardir cotanto de' Cristian ne' petti? Perchè non paventar, ch'Europa cada Sotto il giusto furor di questa spada? XXXVI Ma pur da gli atti a reputar costretto Ch'oltramondano il messaggier si manda, Benchè rigonfio d'alterezza il petto, I gran duci del campo a se dimanda. A pena han de gli araldi inteso il detto, Che corrono ad udir ciò, ch'ei comanda, E stan dimessi ad ascoltar sue voci; Ed ei sì le formava aspre, e feroci: XXXVII Rodi soccorso avrà; sì per pietate Odo, ch'a' Re cristian vien che ne caglia; Ma pria giungano quì lor navi armate Certo ella ha da cader per mia battaglia; Oggi le turbe io vo' veder schierate; Come risorga il Sol vo' che s'assaglia; Non sia per gioco mia parola udita; Chi non avrà valor, non avrà vita. XXXVIII Quì fine ei pose a gli orgogliosi accenti; E quei dimora ivi non fanno alcuna; Ma ver l'insegne le disperse genti De' tamburi animosi il suon raguna. In tanto sul gran pian mille Sergenti Spiegano tenda di real fortuna, Di donde rimirar l'alto tiranno Debba le turbe, che schierate andranno. XXXIX Parte di gemme la distinse, parte D'oro e di seta, inimitabil mano, Ammirabile sì, ch'ivi con l'arte Giostrar vedeasi ogni ricchezza in vano; Di bianche perle intra zaffiri sparto Ondeggia un tranquillissimo oceàno, Che i lidi implica; e di tessuto vento Il fanno tremolar soffi d'argento. XL Vedeasi, alto diletto a l'altrui ciglio, Argo solcarvi; ed il drappello Acheo Travaglia i remi nel mortal periglio Per entro i golfi de l'ignoto Egeo: Canta su cetra, e di virtù consiglio A ciascun porge incoronato Orfeo; Quinci liete sen van l'antenne ardite; Guardale con stupor l'ampia Anfitrite. XLI Ver sì gran tenda il gran Signor s'invia; Seco Sultana a paro, a par movea; Ed Ebräin mille guerrier per via, Usata guardia, intorno lor scorgea; Purpurea vesta ad Ottoman coprìa Il busto fier, che di piropi ardea; E cinto su quegli ostri aureo risplende, Onde al fianco la spada aurea s'appende. XLII Di bianchissimi lin turbante altiero, Carco di gran tesor, fascia i capelli, E tremano su lui, ricco cimiero, Gemmate piume di famosi augelli. Tale in sembianza minaccioso, e fiero Gli occhi volgea per gioventù più belli, E spirava nel barbaro ornamento Per entro ad ogni cor tema e spavento. XLIII Ma ne l'anima altrui sol spira amori Sultana, e foco di letizia pieno; Sì vincea con la chioma i più fin'ori, E con la tersa fronte il ciel sereno; Rubin le labbra, e su la guancia fiori Avea rosati, e d'alabastro il seno; Ed in celeste fiamma i guardi accesi Con dolce asprezza a rimirar cortesi, XLIV Cerchio sazio di perle il crin le cinge; E ricca in pompa di dorati manti Con la candida mano un scettro stringe, Che folgora d'elettri, e di diamanti; Quinci il fiero Ottoman frena, e sospinge Solo col variar de' bei sembianti, E sol che vibri de' begli occhi un giro, Sforza di quel superbo ogni desiro. XLV Costei di Regi in glorïosa sorte Già nei regni di Lidia i lumi aperse, Ma poscia il Turco in guerreggiar più forte La grandezza di lor tutta disperse; Sultana allor se ne correva a morte Per involarsi a le miserie avverse; Ma quando ella la destra al ferro porse, Ottoman giunse, e sul ferir la scorse. XLVI A pena scorta, rimirata a pena, Siccome lampo gli passò nel core, Ed indi gli trascorse in ogni vena Fiamma immortal di non provato amore. Subito il ferro, e la man bella ei frena, E fervido consola il suo dolore, E per sua vita ritornar gioiosa Di se chiamolla imperatrice, e sposa XLVII Nè, se l'alba risorge, o 'l carro ardente Lava ne l'Ocean Febo dorato, Egli arso, egli anelante unqua consente Pur da se dilungarsi il viso amato; Ed oggi a riguardar l'armata gente In real seggio ei la si vuol da lato, Perchè del campo ciascun'alma inchina Volga le ciglia in lei, come in reina. XLVIII Musa, che sù nel Ciel sparsa le chiome Di sempiterni raggi inclita splendi, E l'opre eccelse, che disperse e dome Non caschino, dal tempo indi difendi, Conta le squadre, e de' lor duci il nome, E di che Regni usciti a narrar prendi; Che oppressa da l'obblìo spira a fatica Quì fra' mortali la memoria antica. XLIX Le turbe in pria su l'ampio campo andaro, Che 'n pace avean per la Cilicia albergo, Il fianco cinte di ritorto acciaro, E l'arco in pugno, e faretrate il tergo; Non d'altro il busto, che di seta armaro; Sprezzano i Turchi luminoso usbergo, Nè portare elmo in testa han per costume; Ma tele attorte, e gran cimier di piume. L Diciotto insegne tremolando al vento Lo squadron folto in trapassar discioglie; A se dintorno cinque volte cento Ciascuna insegna di pedon raccoglie. Guidagli Ebreno; ei già canuto il mento Non sbandisce dal cor fervide voglie; Ma stima di guerrier vergogna e scorno L'alma spirar senza dure armi intorno. LI Dal genitor sì nobile arte apprese, Anima inespugnabile, superba, Ch'oltra sedeci lustri in armi spese L'etate ad onta de le rughe acerba; E sì l'asta vibrò, sì l'arco tese, Che suo nome per l'Asia anco si serba; Druso appellossi; or di lui fier non manco Ebreno appar, benchè rugoso, e bianco. LII Del vecchio Capitan l'orme seconda Alfange il bel, che da le belle ciglia Spande luce sì vaga, e sì gioconda, Ch'altrui d'amare, e riverir consiglia; Pel non avea, che su le guancie asconda La fresca rosa, che fiorìa vermiglia, E d'or la fronte per lo crin splendea, Che pura e tersa, e sovra gli altri ergea. LIII Pianse la madre il suo partire, e meno, Quasi a forza di duol, venne sua vita, Ed inondàr mille donzelle il seno Piangendo pur quella mortal partita; Ei fatto sordo, colà sciolse il freno, Ove tromba di morte a l'armi invita: Tanto eran giù nel cor sue voglie vaghe Tutte illustrarsi d'onorate piaghe. LIV Venti bandiere ai venti avea suo stuolo, Che, lui seguendo, di Panfilia uscìa; E trenta quel, ch'abbandonato il suolo Fertil di Licia, appresso lor sen gìa; Erane Arsace il guidator, che solo A bei raggi del sole un occhio aprìa, L'altro in battaglia incontrò notte oscura, Ed ei per gloria i danni suoi non cura. LV Fra la barbara turba armi non prese A seguir d'Ottoman gli aspri furori Anima di costui via più cortese, E meno amica d'adunar tesori; Nè tra 'l periglio de le dure imprese Porsero preghi con più studio i cori Per altrui scampo al ciel, nè fer devoti, Con più frequenza e con più pompa, i voti. LVI Ma tutti indarno, e su le piume ai venti Dissipati per aria al fin sen giro, Che per man d'AMEDEO tra i primi spenti Provò l'angoscia del mortal sospiro. Pianserlo di Chimèra i gioghi ardenti, E mesti di Limèra, ove l'udirò, Pianserlo i fonti, e scolorite in viso Il piansero le ninfe di Telmiso. LVII Dietro vien Caria; e rimembrava ancora Del gran Sepolcro l'immortal fatica, Onde la polve del consorte onora, Ben raro esempio, la reina antica; Turacano era il duce; a lui non fora Sembiante Orso, o Leon, ch'alpe nutrica, Tanto è fiero di spirto intra i più fieri; Ed avea cinque sopra dieci alfieri. LVIII Spoglia d'orrido lupo intorno il cinge Gemmata l'unghie; ed ha faretra altiera Per mirabili smalti, ove si finge Tra veneniferi angui aurea Megera; Nè sola atroce ella minaccia; Sfinge Spande ivi tosco, e fiamme alta Chimera, E con lor sembra, che latrar si scerna Il can custode de la valle inferna. LIX Non poca gente indi vestigi imprime, Che solca i campi della Lidia, e miete; Di varia pompa ella sen va sublime, E chiaro il guardo, e le sembianze ha liete; Non perchè pria, che da l'äeree cime Suoi corsi in grembo a l'Oceàno acquete, Sen va Pattòlo intra lucente arena Torbido d'or con ammirabil vena; LX Ma perchè il germe de' suoi regi estinti Sultana, armata di beltà divina, I crudi orgogli d'Ottomano ha vinti, E del suo vincitor vive reina. Schiera di cigni, che d'albor dipinti I lunghi colli, in sul Caïstro affina La voce in sul mattin, sembran costoro; Sì van cantando la letizia loro. LXI Han per iscorta in arme otto stendardi Col nome di Giassarte a l'aura stesi, Gagliardo in guerreggiar tra' più gagliardi, Colmo di spirti in bella gloria accesi. Non son l'orme di questi a seguir tardi Gli armati, che di Misia hanno i paesi; Fur cinque mila; e li conduce Alete, Mal sempre acceso d'amorosa sete. LXII Popol seguìa, ch'abbandonò le rive Di Xanto, e d'Ida la selvosa altezza, Ove nude mostrar l'antiche dive Al mortal guardo l'immortal bellezza; È duce Alcasto; di costui non vive Braccio, ch'avventi stral con più certezza; Quì seco d'armi nove insegne ei mena, Nè del Xanto rivide unqua l'arena. LXIII Ultimi di ciascun mossero il piede Numerosi di Ponto abitatori. Questi in cura a Bostange Ottoman diede; Seco ha cinquanta Capitan minori; Bostange per età, per lunga fede Godeva in guerra i più sublimi onori, Chè là, dove Ottomano oste conduce, Sempre in vece di lui nel campo è duce. LXIV Scita di sangue; per virtù d'ingegno, Per lingua scaltra, per gentil sembianti, E per opra di man cotanto è degno, Ch'a tutti altri guerrier trapassa avanti. Tanti, e sì fatti fur di ciascun regno I duci sommi, e fur cotanti i fanti; Poscia nube di polve al ciel solleva Squadra, che freno a' corridor stringeva. LXV Gli scorge Araspe; ei lungo il mar vermiglio Ebbe culla in Arabia, almo paese, E bel fu sì, che con l'ardor del ciglio In alta fiamma la Reina accese; Quinci posto di morte in gran periglio, Lunge dal Re geloso a fuggir prese; E poscia appo Ottoman cotanto sorse Che duce in guerra i cavalieri ei scorse. LXVI Nè mai per selva trapassar sì fiero Centauro in caccia rimirò Tessaglia, Come ei su rapidissimo destriero Nel polveroso pian move in battaglia; Cinto di ricca spada, in atto altiero, Fea per l'aria tremar lunga zagaglia, Coperto il busto di fregiati argenti; E gli altri in campo lo seguian non lenti. LXVII Son mille, e tutti scelti; arcione, morso, Scudo, asta, brando di tesor cosparsi; I bei destrier, che li reggean sul dorso, Quasi nutriti d'aura, odian fermarsi; De' ferri al suon, di sì gran gente al corso, L'onda intorno del mar sembrò turbarsi, E mugghiò il grembo de le valli erbose, E le fronti de' monti alte e selvose. LXVIII Qual s'avvien, che Vulcan selva divori, Quando fra l'arse piante Austro discende; Mirasi il ciel sotto i dispersi ardori, Ch'orribile a veder, lunge risplende; Tal da l'armi dorate aurei splendori Il sol quì tragge, e così l'aria accende, Che fiammeggiavan di volanti lampi Le rive, i colli, le foreste e i campi. LXIX Sì l'oste in trapassar non men guerriera, Ch'altieramente dimostrossi adorna; E quando da mostrarsi altri non era, Verso i tetti reali il Re sen torna. Ma fin, che Febo il carro inchini a sera, La plebe i ferri ad apprestar soggiorna Dentro le tende, ed hanno i cor conversi A via più farli impiagatori, e tersi. FINE DEL PRIMO CANTO. ANNOTAZIONI AL CANTO I. L'anno 1654, per le stampe di Benedetto Guasco si pubblicò in Genova in forma di 12 la--Amedeida poema eroico di Gabriello Chiabrera con gli argomenti in ottava rima del Forestiero Idrontino e con la vita dell'Auttore (_sic_) da lui stesso descritta--Dopo la dedicatoria del Guasco a Gio. Francesco Tasso, e dopo l'avviso dello _Stampatore_, si leggono le parole seguenti: «Questo poema esce in luce nella forma, che l'Autore lo compose da prima, e vivendo volse, che così appunto si stampasse.» Come avvenisse che un poema composto dapprima di soli canti dieci, qual si legge nell'edizione del Guasco, crescesse fino a canti 23, quanti se ne contano in quella del Pavoni, può vedersi nelle lettere del Chiabrera a Bernardo Castello, che si stampano dal signor Ponthenier. Avendo promesso di dare in questa nostra edizione l'una e l'altra _Amedeide_, e non volendo ingrossare il volume, si è pensato di collocare appiè di ogni canto della _maggiore_ tutte le varietà che s'incontrano nella minore; notando accuratamente tutto ciò che non è in questa e si trova in quella, e riscontrando minutamente l'uno e l'altro esemplare per cavarne le varianti. Nell'Amedeide minore, innanzi al canto primo si legge così: SOGGETTO DEL POEMA. «Che uno Amedeo di Savoja già difendesse Rodi, è fama universale: alcune istorie dicono ch'egli la difendesse da Ottomano Signore de' Turchi; ma qual modo fosse tenuto in difenderla, non si racconta distintamente: come potesse avvenire narrasi in questo poema, per dare diletto a' Lettori.» Il _Forestiero Idrontino_ che fece gli argomenti all'Amedeida minore, è _Andrea Peschiulli_, natìo di Corgliano in terra d'Otranto, e perciò detto latinamente _Idrontino_; e stampandosi quegli argomenti in Genova, tanto lontana dalla sua patria, con ragione poteva darglisi il titolo di _Forestiero_. Fu amico di alcuni Genovesi, e specialmente del famoso Padre Angelico Aprosio, che ne fa onorevol memoria nella _Biblioteca Aprosiana_ pag. 336 e segg. _Argomento del Peschiulli al canto I. dell'Amedeida minore._ Prega per Rodi il gran Battista, e scende Angelo in Sciro, onde Amedeo ritrove; E 'l famoso Guerrier, poichè l'intende. Inver l'isola oppressa indi si move. Scorgelo Aletto, ed Ottomano accende. Perchè gli assalti alla città rinnove; Ma il fiero Trace a la Sultana a lato Vede prima in gran campo il Campo armato. Nell'edizione dell'Amedeide maggiore, Genova, Pavoni, 1620, in 4.º dopo il frontespizio si legge _il Contenuto del poema_, che giudichiamo lavoro del Chiabrera. In esso con poche parole si dà il sommario d'ogni canto. Quello del primo dice così: «Nel primo canto l'Angelo invita Amedeo a Rodi; il Diavolo ne dà notizia ad Ottomano: egli fa rassegnare; e si parla di Sultana sua Dama.» _NB._ Ambedue l'edizioni di questo poema leggono Amedeida, non _Amedeide_. Non vi hanno varie lezioni nel canto 1.º. _Giudizio dell'Amedeide presentato con data del dì 14 dicembre 1618 al Duca Carlo Emanuele I. da Onorato d'Urfé, Gentiluomo francese a' servigj della R. Casa di Savoja, Marchese di Valromey, e Cavaliere dell'Ordine supremo della SS. Nunziata._ Nel Canto 1º. 1. Non piace al Critico che il Poeta abbia detto, come Dio Per le colpe di Rodi in ira sorse, C'avean d'ogni pietà varcato i segni. «Je voudrois plus tost dire, que les Esprits infernaux.... susciterent cet Ottoman pour ruiner les habitans et deffaire du tout celle sainte Relligion (_des Chev. de S.t Jean_).» Ma il Poeta partì da un principio già proclamato dall'Ariosto, per non citar quì Teologi ed Ascetici, che cioè le guerre barbare o ingiuste, sono da Dio permesse a punire i peccati de' monarchi e de' popoli. 2. Giudica _un peu froide_ la preghiera del Batista, e vorrebbe che S. Giovanni avesse numerate ad una ad una le belle imprese fatte da' Cavalieri e da farsi.--Forse è vero che la preghiera è un po' fredda; ma doveva egli il Batista ricordare a Dio i meriti della milizia di Rodi? Forse che Dio ha bisogno di sapere le cose per le parole de' Santi? 3. Alla preghiera del Precursore Dio si mosse a pietà. Quì nota il Critico: «il faloit que le perdon fui ou devancé, ou suivi de repantance et de quelque grande penitance faitte par eux.» Ma è cosa verisimile che il Poeta volesse dimostrare quanto sia efficace presso Dio la intercessione del Batista. 4. L'Angelo rimproverando Amedeo, che stava in ozio, così gli dice: Ma qual poscia in Italia, almo paese, Fia sculto marmo a le tue chiare imprese? Spiace al Critico, che il Poeta ristringa la gloria d'Amedeo «toutte en Italie, qui est, ce me semble, une bien petite partie de la terre.» Credo che il Chiabrera, sempre intento ne' suoi versi alla gloria d'Italia, volesse far comprendere che ad un Principe che possedeva già una bella parte del nostro paese, doveva star a cuore d'esservi specialmente onorato. 5. L'Angelo nel suo primo favellare ad Amedeo, ha tutte le apparenze d'un uomo; e nondimeno il Duca gli dice: Vivi mortale, od immortal....? Se m'appari celeste, ecco io t'adoro. Quì starei con l'Urfé, e mei perdoni il Poeta. 6. «Les Turcs se razent tous la teste, et ne portent jamais cheveux.» Dunque errò il Poeta e in questo canto 1.º e ne' seguenti, dando capigliatura ai Turchi. 7. Facendosi a descrivere l'esercito de' Turchi invoca la Musa; di che si sdegna l'Urfé, quasi che il poeta volesse _immortaliser les Turcs_.--Non merita risposta. 8. «Cette seconde invocation descript la Muse comme la premiere--Crine adorno di stelle e di raggi--Et etant touttes deux dans un même chant il semble qu'elles ne devoient rien tenir l'une de l'autre.» Ma il Chiabrera invoca nuovamente la Musa stessa già invocata nel cominciamento. 9. e 10. Il Poeta non conta se non se mille cavalli nell'esercito de' Turchi; e non descrive mai nè macchine, nè altri ingegni guerreschi che danno bella varietà ai poemi.--Può rispondersi, 1.º che in Rodi non doveva trovar luogo molta cavalleria; 2.º che i Turchi allora, e alcuni secoli appresso, valevano ben poco nell'arte di maneggiare le macchine da guerra. CANTO II. ARGOMENTO. _Mentre Folco, onde far Rodi secura, Rincora i suoi Fedeli, Angelo eletto, Che d'Argomedo ha presa la figura, In cheto AMEDEO guida ermo ricetto; Ma poi ch'ode colui tale ventura, L'esercito rassegna a se soggetto: Visita Trasideo la sposa, e veste La trapunta da lei candida veste._ I E già per entro il mar l'onde serene E d'Aquilon piacevole aura gode Il battel d'AMEDEO sì, che l'arene Scerne, e su Rodi i fier tumulti Egli ode; Come del lungo corso al fin perviene L'Angel, che del viaggio era custode, L'umida sabbia con la prora fende; E sul lito AMEDEO fervido scende. II Ma forma presa l'invisibil messo Di canut'uom, verso il guerrier cammina, E quasi romitel fattogli presso Salutando umilmente a lui s'inchina: Ben quì sia giunto il Cavalier concesso Contra Ottoman da la Bontà divina; O Signor, lungamente io quì t'aspetto; E con dolcezza l'accogliea, ciò detto. III Rispose il grande Eroe: meco per certo Nunzio trattò del gran Monarca eterno, Ch'a Rodi andassi; ma che 'l varco aperto Esser colà mi deggia io non discerno; Fra cotante armi d'Ottoman coperto Fia 'l calle mio? prendi ogni risco a scherno: L'Angelo giunge; e come l'alte imprese Han da fornirsi, il ti farò palese. IV Or vienne, o Franco; ed ei nel dir non stassi, Ma move innanzi le vestigia pronte, E per via dura di scoscesi sassi Sagliono lenti di Filermo il monte. Su l'erto giogo con distorti passi Vite s'inalza, ed adombrava un fonte Qual di cristal; ma per l'alpestra riva Oscura a gl'occhi altrui grotta s'apriva. V Ermo soggiorno; colà dentro il piede Portano a ricercar giusto riposo. Di costa ad AMEDEO l'Angelo siede, E lo sguardo fisò, come pensoso; Poi così cominciò: Prencipe erede Di mille Scettri, onde Torin famoso D'ogni vera virtute ascende in cima, E l'alma Italia alto valor sublima, VI Il giudicio di Dio, ch'a l'uom s'asconde, Oh quanto è eccelso! Al divin Seggio intorno Girasi orror di tenebre profonde, E lume tal, ch'a gli occhi altrui fa scorno; Sua voluntate è mar, che non ha sponde; Però de' rai de l'umiltate adorno Con silenzio adorando ognun s'acqueti: Nè cerchiam la cagion dei gran decreti. VII L'orgoglioso Ottoman, che i fieri Sciti, Usi d'intorno errar, siccome fere, Seco ha raccolti, e sì gli scorge arditi, Che maneggiano invitti, armi e bandiere, A pena d'Asia ha soggiogati i liti, Che ne l'Europa vuol guidar sue schiere, Palme cercando in esecrabil modi; Ed or minaccia, e dà battaglia a Rodi. VIII Ad essa in guerreggiar fallìa speranza Per lo suo scampo; ma gentil pietade Preghiera porse a l'eternal possanza, Che la coprisse da l'avverse spade. La Gran Bontà, che tutti preghi avanza, Consente a' Rodïan più lunga etade Per fare emenda di lor vita indegna, E vuol, che 'l campo Turco oggi si spegna. IX A sì nobile pregio il Ciel destina La tua virtù; tu volgerai dolenti I Turchi in fuga; a la crudel ruina Tu sottrarrai le Rodïane genti; Ma ferma in Ciel la volontà divina, Che quì pugnando i giorni tuoi sian spenti, E che Signor d'insuperabil spada Sopra i nemici, vincitor tu cada. X Sul fin de le parole affisa il guardo, Che d'almi rai divinamente splende Verso il guerriero; ed AMEDEO non tardo In brevi detti la risposta rende: I decreti celesti io non ritardo; Qualunque indugio i miei desiri offende: Veggasi in questo dì Rodi difesa; E la mia vita altieramente è spesa. XI Tace, e ne gli occhi gli si legge espresso, Che già travaglia nei maggior perigli Col gran pensier. Giunge l'etereo Messo: Oh come da lodar son tuoi consigli; Oltra il servire a Dio nulla è concesso In questa valle de gli umani esigli, Di bene a l'uom: fumo gli scettri, e gli ori; I veri onor son nei Divini onori. XII E se tanto quà giù suole ammirarsi De' tuoi Grandi Avi l'immortal virtute, Per te non fieno i vanti al mondo scarsi, Nè mai le lingue a la tua gloria mute; Or senti me: fra' Turchi vinti, e sparsi Tu fatti sordo al lor pregar salute; Di querele e di duol, per la battaglia, Vuolsi così nel Ciel, nulla ti caglia. XIII E, perchè l'armi tue dure tempeste Dianzi sparsero in grembo a l'Oceàno, Non moverai, che Messaggier celeste Novella spada non ti ponga in mano. La giù su quelle piaggie atre e funeste Il mortal guardo scorgerà, se 'n vano Spera in popoli armati umano ardire, Quando del sommo Dio risveglia l'ire. XIV Più non diss'ei; ma sorridendo sorse Del basso seggio, e disparendo a volo Scosse le penne luminose, e corse Sovra il seren de lo stellante polo. Ch'era messo del Ciel tosto s'accorse Il Re sublime, onde su l'ermo suolo L'inchina umìle, e disïando aspetta L'ora dal Cielo a sue fatiche eletta. XV Intanto al Re de' Cavalier, che 'n petto Portan candida Croce, erano avanti, Umidi gli occhi, e da l'interno affetto Cosparsi di mestizia atti, e sembianti Alcimedonte, e Timodemo; eletto Di lor ciascun da' Rodïan tremanti Per le miserie estreme omai vicine, De l'aspra guerra a ripregare il fine. XVI In lui speranza avean, perchè non meno Ognor clemente si mostrò, che forte; Già ne la bella Francia, almo terreno, Provenza il crebbe in riguardevol sorte; Ma così fatto zel rinchiuse in seno, Che sprezzò terre, e rifiutò consorte, E lontano da' suoi viver sostenne, Ed a sacrarsi Cavalier sen venne. XVII Infra lor gli anni giovenili spese Trattando l'armi; e su spalmati legni Tale apparì ne le più gravi imprese, Che de' nemici sbigottiva i regni; In ogni opra d'onor cotanto ascese, Che da tergo lasciossi anco i più degni, E per maniera tal sua gloria crebbe Che l'imperio di tutti a regger ebbe. XVIII Mentre regnò con disarmata mano Il nobil scettro al popol suo fu caro, Ed ora in guerreggiar l'aspro Ottomano Con virtù non minor veste l'acciaro; Conforto dunque non sperando in vano Da l'uomo eccelso i Rodïan, mandaro, Perch'egli a la città scampo non neghi In tal tempo, messaggi a porger preghi. XIX Essi di sangue, e di ricchezza altieri, E scaltri a pien per la virtù de gli anni Avean nel tempo rio fissi i pensieri A far men gravi de la patria i danni; Timodemo dicea: tuoi gran guerrieri, Signor, non fia chi di viltà condanni; Anzi del chiaro e lor sì nobil vanto Eterna fama ha da stancar suo canto. XX Ha quì tratte Ottoman squadre infinite, Chiuse le vie del mar, cinte le mura, E tra ceppi, tra fiamme, e tra ferite Minaccia fa d'ogni crudel ventura. E pur con l'alme, e con le fronti ardite Tengono infino ad or Rodi secura, Incontra morte coraggiosi e franchi, E per vegghiare, e travagliar non stanchi. XXI Ma senza aita a che cotanto ardire? Cadremo al fine; or tu consiglia il core, E del barbaro fier contempra l'ire; E sottranne con patti al suo furore: Se nel risco presente, oltra il morire, Di maggior mal non ci turbasse orrore, Voce non aprirei; ma quali schermi Avran le donne e i pargoletti infermi? XXII Ah che di sozze abominevol voglie Rapina fian: quì la rugosa fronte Gemendo abbassa in su le palme, e scioglie Giù da le ciglia lagrimando un fonte. Mentre il vince così forza di doglie A favellar comincia Alcimedonte, Non senza affanno; e sì dolor lo strinse, Ch'a mezzo il favellar gemiti spinse. XXIII Miseri noi! cui sole alba non mena, Nè chiude a sera in occidente il giorno, Che non ci si minacci aspra catena, Che duri oltraggi non ci sian dintorno; E nostra vita gir di pena in pena, Far su le scure tombe atro soggiorno, Stillar gli occhi, piangendo i cari ancisi, E depor sul ferètro i crin recisi. XXIV Su ciò volgendo il cor chi fia possente In petto non raccor somma pietade? Ma quanto più sarà Rodi dolente Posta in balìa de le nemiche spade? Non daranne Ottoman ne l'ira ardente Esempio d'ineffabil crudeltade? Non sfogherassi con furori immensi? Che ciò si vieti a tua virtù conviensi. XXV Pensa a la nostra Fe': caro e diletto Sempre fu vostro imperio a nostre schiere; Ed or non ci pentiam: tranne dal petto Alta necessità queste preghiere. A questi detti serenò l'aspetto E mostrò Folco le sembianze altiere; Ma, serbando nel cor la tema ascosta, Cotale a' messaggier diede risposta. XXVI Fedeli, io mossi da Provenza allora, Che 'l mento ombra di pel non mi copriva; E fin oggi con voi fatto ho dimora, De la mia vita omai presso la riva: Non mento io, no; fin che vivrommi ancora, Meco di voi fia la memoria viva. Rodi preposi al mio terren natio; Come da me porrassi unqua in oblio? XXVII Mentre in tal forma il gran Baron consiglia, Angel scelto di Rodi a la difesa, La crespa fronte, e le canute ciglia E d'Argodemo ogni sembianza ha presa; Al guardo di costui, gran meraviglia! Spazio alcuno in mirar non fa contesa; Ma dove di ciascun perde la vista, La sua più forza, e più possanza acquista. XXVIII Quinci è ben noto; or di sì fatto aspetto L'Angelo si colora; indi apparìa Là, dove Folco nel real suo tetto De' suoi l'affanno, e le preghiere udìa; Dicegli: d'Ottomano anzi il cospetto Pur ora il campo a schiera a schiera uscìa; Certo novello orgoglio oggi il commove, De gli aspri assalti a ritentar le prove. XXIX Ma non temete; di vigor ripiene L'alme vostre fiammeggino: vicino Oggimai veggo farsi a queste arene Incontra Turchi un Cavalier divino; Per salute di noi ratto sen viene, Trascorrendo di mar lungo cammino, Il gran guerrier, che di supremo alloro La Dora adorna, e la Città del Toro. XXX Sul fin de le parole ei si disveste De l'altrui volto, ed invisibil torna; Ma nel suo disparir, lume celeste Via più, che 'l sole i regj alberghi adorna; Qual se gran lampo tra più ree tempeste Balena in antro, ove pastor soggiorna, A quei fochi divin tremagli in seno L'anima rozza, e di timor vien meno. XXXI Tal Folco in pria di se medesmo tolto Immobilmente stassi; indi ravviva Dio ringraziando, la letizia in volto, E verso i messaggier le labbra apriva: Se per scampo di noi, lunge non molto Move il Grande AMEDEO da questa riva, Sieno forti le destre, e i cori ardenti, E di scitico stral non si paventi. XXXII Non che sottrarci da fortuna acerba Con sì forte guerrier non siam bastanti; Ma sentirà nostre armi Asia superba; Ma tra catene lasceremla in pianti; Qual Savoia ne' suoi virtù riserba, Come di quel gran sangue ergansi i vanti, È noto, ed ove in mar Febo s'asconde, Ed ove il carro d'or tragge da l'onde. XXXIII Voi la fuor di ragion presa paura Ammorzate in altrui con nobil voci, Mentre le torri, e l'assalite mura Assegno in guardia a Cavalier feroci. Tale in sembianza a rimirar secura Folco parlava; i Rodïan veloci Poi ch'inchinato e reverito l'hanno, Van per scemare ai cittadin l'affanno. XXXIV Ma succinto di spada, altier sen giva Il vecchio Folco con breve asta in mano; Ed eccitando i Duci ei pria veniva Là, v'era in guardia il buon Velasco Ispano. Questi correndo il mar di riva in riva Alzò ricchi trofei per l'oceano; E fra gli Iberi suoi molto s'avanza, A cui Folco dicea lieto in sembianza: XXXV Viensene al fine, e del soccorso giunge Fama non vana; a' nostri casi indegni Mosse, o Fernando, ed è da noi non lunge Il buon Signor de' Savoiardi regni; Tu, se di vero onor cura ti punge, L'anima infiamma d'animosi sdegni Nei novi assalti; e questo debil muro Fa contra l'armi d'Ottoman securo, XXXVI Or ch'ei n'infesta. Le pensose ciglia Volge Fernando al suo Sovran Signore Posatamente, ed a risponder piglia Sponendo altier ciò ch'a lui detta il core: Quel, che tuo nobil senno or mi consiglia, Non manco il mi consiglia il proprio onore; A sua voglia AMEDEO vegna, e non vegna; Quì non giammai cadrà la nostra insegna. XXXVII Lieto lodalo Folco, e quindi i passi Rivolge, ed affrettando il piede antico Vien, dove tra' Francesi armato stassi, Lor cara scorta, l'animoso Enrico; Or, che per questi rüinosi sassi Vuoi di novo assalirne il fier nemico, Che pensi tu? sul combattuto calle Costringerassi a rivoltar le spalle? XXXVIII Tanto sangue fin quì, tanto in battaglia Sparso da noi sudor, tanto ardimento, Oggi con esso te cotanto vaglia, Che non ti prenda d'Ottoman spavento. Risponde Enrico: de la morte assaglia Spavento un core a le vili opre intento; Io m'adornai di questa Croce il petto, Perchè di bella gloria ebbi diletto. XXXIX Così disse egli. Folco oltre cammina Là, dove, pregio del suo Tebro eterno, II giovine Giordan, progenie Orsina, De l'Italica lingua have il governo; Sue guancie eran qual rosa mattutina, Che d'ostro ride a lo sparir del verno, E splende un lume altier negli occhi suoi, Onde sono usi fiammeggiar gli Eroi. XL Ver lui Folco diceva: esser puoi certo, Ch'ogni forte guerrier quinci a mille anni Invidïando il nostro nobil merto Avrà desir di sì lodati affanni; E s'a' vostri Romani il varco aperto Fu de la gloria in soggiogar tiranni, In soffrir pene, in disprezzar perigli, Deh non sian di viltà nostri consigli. XLI E quei risponde: io prontamente attendo Le vestigia seguir de gli avi altieri; Siasi Ottoman quanto mai fosse orrendo, Non fia, che 'n Dio fidando, unqua io disperi. Folco sì forte la risposta udendo, Verso una porta allor calca i sentieri, Onde poteano entrare armi d'aita, Ed onde far contra i nemici uscita. XLII Per quella aspra stagion fido custode L'animoso Lancastro ivi s'elesse, Che sorto da la culla, in su le prode Del bel Tamigi le vestigia impresse; Chiaro per gli avi; ma superba lode Acquistò, di sua man con l'opre istesse Tra' ferri or sotto caldi, or sotto geli Stancando il fianco, ed imbiancando i peli. XLIII A costui Folco favellò: le mura Già tutte aperte, e da gli assalti offese, Parte pregando ho già lasciate in cura Ed a l'Ispano, ed al valor Francese; Parte non men di lor farà secura Il valor de l'Italiche difese. I duci io vidi; e coraggioso e forte Trovai ciascuno a vilipender morte. XLIV Lancastro, alberghi d'oro, alta ricchezza, Qual sommo ben non ogni spirto ammira, Ed anco in van scettro real si prezza; Sì miseria sovente in basso il tira; Ma tra rischi di morte oprar fortezza, Vincer la rabbia de' nemici, e l'ira, E consacrarsi a Dio ciascuno onora; Ciò dentro il tuo gran cor faccia dimora. XLV Rispose: e qual posso incontrar fatica, Quale oggi sarà stral, che mi percota, O qual m'assalirà spada nemica, Ch'altra in guerra simìl non mi sia nota? Io da l'etate acerba a questa antica, O per prossima piaggia, o per remota, Ed in terra, ed in mar vibrate ho l'armi: Signor, studio soverchio è 'l rifrancarmi. XLVI Mentre così dicea, volge animoso Lo sguardo acceso di terribil lume, E su l'elmo scotea cimier pomposo Di fregi d'oro, e di purpuree piume; Sembra fra' suoi seguaci olmo frondoso, Che trema i verdi rami in ripa al fiume Sotto Aquilon. Folco godea, che 'l vede Fiero cotanto; indi moveva il piede. XLVII E venne in mezzo a la città. Raccolto Fra' termini, che 'l duce ivi prescrisse, Stava gran stuolo in lucide arme avvolto Per gir colà, dove chiamarsi udisse. Folco ivi giunto, fe' sereno il volto, Ed ivi i passi raffrenando, disse, Verso color, che con silenzio attenti Coglieano il suon degli aspettati accenti: XLVIII Che ratto in corso a noi difender mova Campion di fama, e di virtute altiero, Mentre l'aspro Ottoman forze rinnova, E schiera turbe ad assalirne, è vero; Dunque in tale stagion sia nostra prova Mostrar petto robusto, animo fiero, E con armata man cercar vittoria, O con nobile morte impetrar gloria. XLIX Così disse egli: un coraggioso ardore In quelle squadre stimolava i petti; Ed aprendo le labbra Ottario, fuore Sospinse altier cotal risposta ai detti: Diane assalto Ottoman, ch'al suo furore Questi miei fidi a la difesa eletti I varchi chiuderan del rotto muro; In vece loro alzo la destra, e 'l giuro. L Gli occhi aperse costui là dove il Reno Per sì famosa via lava Costanza, Molti anni in guerra esperto, e quinci il freno Di quelle armate torme ebbe in possanza. Folco al parlar di lealtà ripieno Accrebbe dentro il cor nova speranza; Poscia i vestigi invìa dentro la reggia, Ch'altri cercando ivi trovarlo deggia. LI E già, lasciando in ciel gli spazj oscuri, Chiudeasi il Sol ne le marine Ibere, Quando per nova guardia i fier tamburi Chiamando van le rassegnate schiere; E con sembianti a rimirar securi Avvolto in armi a meraviglia altiere, Da le cui folte gemme un lume usciva, Come di stelle, Trasideo sen giva. LII A costui di sue grazie il cielo avaro, Ben largo fu; diegli real beltate, Sì che sul fior di gioventute è chiaro Sovra ogni duce infra le squadre armate: Avea di Lesbo il regno; e i suoi regnaro Per la Tessaglia a le stagioni andate, E ne l'orecchie altrui fama spargea, Che da l'inclito Achille ei discendea. LIII Quinci a l'orror de le battaglie volto Non tralignò; pien di vigore il petto, Fortissimo di man, sul piè disciolto Non avea, fuor che d'armi, altro diletto; Ma pur d'Amore entro la rete involto All'imperio di lui si fe' soggetto, E grave piaga volentier sofferse, Ch'ammirabile donna in cor gli aperse. LIV Ella per l'Asia intorno era famosa, Non pure in patria, ed appellossi Egina, D'Argesto nata, e de la grande Ermosa. Suoi nobil pregi ogni superbia inchina; E beltà Rodi nominar non osa, Ch'a la beltà di lei vada vicina, Nè forza di tesor le venìa meno, Anzi d'ampie castella aveva il freno. LV Felice a pien; per Trasideo bramata Già da' suoi genitor gli si promise; Ma venne il Turco, e la stagione armata Celebrare Imenei non gli permise. Questa beltà fervidamente amata Ei per mirar alquanto in via si mise, Dando a gli sguardi suoi, che tempo corto Avean di rimirarla, alcun conforto. LVI Dunque volgendo al caro albergo i passi Per varchi chiusi a le straniere genti, Ampia sala trovò, per onde vassi In loggia aperta a lo spirar dei venti: Quì con la vecchia madre Egina stassi Splendida in gonna di tessuti argenti, E con l'eburnee mani ordiva rete Di fila aurate, e di cerulee sete. LVII Ma come il volto amato ebbe davanti In repentino oblìo sparse i lavori, Ed agitata ella cangiò sembianti Accesa il volto di più bei rossori; Nè meno in Trasideo; stile d'amanti; Si destaro nel sen geli ed ardori, Chè nell'istesso punto or rosso, or bianco Interrotti sospir trasse dal fianco. LVIII Ver lui, che contra lei s'era rivolto, Si move Ermosa, e con desir l'abbraccia, Ed indi afflitta gli diceva: ascolto D'armi orribile suon che 'l cor m'agghiaccia; Deh chi sarà nel ciel, che quinci tolto L'aspro Ottoman, così dolente il faccia, Come gli empi furor del duro Scita Empiono di dolor la nostra vita? LIX Provin, provino, oh Dio! de' nostri affanni Il gran martir nei proprj lor perigli, Ed al peso sentir de' nostri danni Dannati sian lor genitori, e figli; Ma te la gioventù de' fervidi anni, O speme del mio cor, sì non consigli, Che dietro un nome lusinghier di gloria, Di te stesso, e di noi perda memoria. LX Quando lucente, e di metal guernito T'avanzerai ne le battaglie orrende Rammenta, Trasideo soverchio ardito, Di chi piangendo i tuoi ritorni attende. Sì parla, e giù dal volto scolorito Calda pioggia di lagrime discende; Ma non scemando in Trasideo l'ardire, Verso le donne amate ei prese a dire: LXI Guarderà su nel ciel questa mia vita, Qual per l'addietro, alta Pietà divina; Vuolsi sperar: non lusinghiera aita D'uno Italico Eroe fassi vicina. Con questi detti a confortarsi invita L'anima bella de l'afflitta Egina; Ma per conforto in van forma ogni detto: Cotanto affanno le conturba il petto. LXII Ella ver Trasideo rivolge alquanto Le vaghe ciglia, indi le affisa in terra, E ne' begli occhi le lampeggia il pianto, Cui per estrema forza il varco serra; Poi dimessa dicea: vivrem mai tanto, Che giunga il fin de l'odïata guerra? Sì che d'avverse trombe al crudo orrore Non ci si scota palpitando il core? LXIII Che più spero dolente? o che non spero? E che dirti degg'io? corri in battaglia; Tu de la patria, e tu di noi guerriero Posar non dei, quando Ottoman n'assaglia. Quì Trasideo non tacque: il tempo è fiero; Con torbido furor Marte travaglia Nostre speranze; e per trovar salute È da provarsi in arme ogni virtute. LXIV Che fia non so; ben ho fermato in mente Anzi fra duri acciar correre a morte, Che del crudo Ottoman l'iniqua gente Vincitrice mirar dentro a le porte, Troverò requie infra le turbe spente: Voi, quale aspetti miserabil sorte, Eleggo non pensar; tormento immenso Troppo suolmi assalir, s'unqua ci penso. LXV Cotal rivolto a le miserie incerte, Egli dicea d'ogni speranza in forse. Ella avendo a' sospir le labbra aperte Dal nobil cor tale risposta porse: Che per lo sangue mio fosser sofferte Viltati indegne il Sole unqua non scorse, Nè soffrirò, che per innanzi ei scorga, Ch'a vil catena queste braccia io porga. LXVI Diasi Rodi al furor d'aspri nemici, Chiudano in porto i vincitor le vele; Me già non mireran Frigi, e Cilici Portare urne da fonti, e tesser tele. Per tal modo schernìa l'ore infelici Tra le minaccia d'Ottoman crudele La vergine superba; in rimirarla Alto agitato Trasideo non parla. LXVII Ed ella fa recar candida vesta, Che lungo studio di Meonia gente Fra gangetiche perle avea contesta, Giungendo a varia seta oro lucente. Era quivi a mirar, ch'empio funesta L'onde spumanti del Troian torrente Con ampio sangue, e che sdegnoso ancide Le Dardanie falangi il gran Pelide. LXVIII Mirasi poi da gran furor sospinto, Che de l'estrema tomba il dono ei nega, E sovra lui, che gli ha l'amico estinto, Del terribile cor l'ira dispiega; I piè trafigge al Cavalier già vinto, E tra le rote del gran carro il lega: Tre volte intorno a le muraglia ei gira De i patrii alberghi, e seco dietro il tira. LXIX I superbi destrier volve e rivolve, Il freno allenta ed implacabil fiede; Ettor s'adombra d'una orribil polve, E da l'alte sue torri Ecuba il vede. Di sì nobile spoglia il busto involve Al Cavalier, cui se medesma diede; E soggiungea: quì ti sia specchio il vanto, Onde il gran sangue tuo splende cotanto. LXX Sì disse alteramente; indi il sereno Volto alquanto turbò, nè più ragiona. Trasideo colmo di gran fiamma il seno L'amatissima vergine abbandona; Diparte, e pur tiensi cotanto a freno Contra il dovuto ardir, ch'indi lo sprona, Ch'ad ogni passo indietro ei si raggira, E le bellezze abbandonate mira. LXXI Così sen va: poi che le scale ha scese, E son de la sua donna i rai disparsi, Al domestico albergo i passi stese, Ed entra stanza, ove ha per uso armarsi; Sceglie ivi scudo, luminoso arnese, Ch'a fochi di Damasco ei fe' temprarsi; E pronto a Rodi procurar soccorso, Ov'era il grande Orsin, drizzava il corso. FINE DEL II. CANTO. ANNOTAZIONI AL CANTO II. Il _Contenuto_ del canto 2.º «Nel canto II. il gran Maestro intende che Amedeo viene a soccorrerlo; egli parla co' duci di tutte le nazioni de' Cavalieri; e Trasideo visita Egina sua Sposa innanzi che andare alla muraglia a combattere.» Argomento del Peschiulli al canto 2.º dell'Amedeide minore: De l'ombroso Filermo infra gli orrori Spada immortal l'Eroe d'Italia aspetta; Affida il Rodian ne' suoi timori Angelo, e Folco i Duci a l'armi alletta. Va Trasideo da gli amorosi ardori Sospinto a visitar la sua diletta; Et ha ricamo in dono, ove Pelide, Gloria d'ago guerriero, Ettore ancide. Osservazioni critiche del Cav. Onorato d'Urfé al canto 2.º dell'Amedeide maggiore. St. 2. «Cette seconde vision de l'Ange est superflue, parce que par la premiere il pouvoit faire la mesme chose.» St. 5 e 29. «Quand l'Ange et l'Ange Custode parle du pays d'Amedee, l'un le nomme Turin, et l'autre ny ajoute que la Dora. Il me semble que c'est faire tort a la grandeur de son Heros, qui avoit des grandes provinces et des grands fleuves, et mesmes des costes de la mer; de sorte qu'il fallait nommer plutost les Allobroges ou la Savoye, le Pau (_Po_) et la mer ligustique, que non pas une vile (_ville_) de Turin et un petit ruisseau comme est la Dora.» Questa osservazione è contraria al costume di tutti i Poeti, die sono usi di nominare la città capitale, e il fiume, grande o piccolo, che la bagna. Così fece ultimamente il Manzoni, che nel 5 _maggio_ nominò l'umile Manzanares, non l'Ebro, nè il Tago. E la Savoja non è dimenticata dal Chiabrera; perchè nella st. 32 di questo canto, si legge Qual Savoja ne' suoi virtù riserba, ed appresso, st. 35. Il buon Signor de' Savojardi regni. St. 39 «Il dit que l'Orsino etoit chef de la langue italienne et le descrit jeune: cela est contro les statuts de l'ordre de ces chevaliers, parce que telles charges ne se donnent que par ancienneté, et cette ancienneté ne se peut avoir qu'avec l'age.» Variante del canto 2.º _Amedeide magg._ st. 7 L'orgoglioso Ottoman. _...... min. ivi_ Orgoglioso Ottoman. CANTO III. ARGOMENTO. _Fan caldi prieghi a Dio le Rodie genti, Onde aiti l'esercito Cristiano. Contro Amedeo pieno di spirti ardenti Prova di guerra far desìa Ottomano: Muovonsi l'armi ai bellici cimenti; È ferito de' franchi il Capitano: Di Fernando per man colpo discende, Che morto Alfange in sul terren distende._ I Nè dentro Rodi a l'animosa gente Solo veggonsi in mano aste e bandiere: Chè volti in verso Dio gli occhi e la mente Fansi presso gli altar voti e preghiere. Di vecchi infermi popolo dolente, E di donzelle impallidite schiere Danno a man giunte di pietate esempi, E meste vanno a' consecrati tempi. II Fra lo stuol, che devoto ivi piangea, Lui, ch'era di quelle alme a guardia eletto Sì verso lor di caritate ardea, Che via più, che ciascun lavava il petto. Greco di sangue, ebbe per patria Eubea, Poi crebbe in Roma, e Doroteo fu detto, E poi canuto il crin, bianco le tempie, Di Pastor sacro i sommi uffici adempie. III Chino sul suol con lagrimevol fronte Nel Redentor fermava i guardi intenti, E giù dal seno a le preghiere pronte Apriva il varco tra sospiri ardenti: Quella pietà, che di Calvario al monte Già ti fece soffrir tanti tormenti, Quella nel punto estremo oggi ti pieghi, Sì che non lasci al vento i nostri preghi. IV Mira, che tratti ne l'angustie estreme Han da vicino irreparabil danno, E che i popoli tuoi fondar sua speme, Salvo che 'n tua clemenza, oggi non sanno; Ma cresce orgoglio, e minaccevol freme Più sempre in guerra l'Ottoman tiranno, E tutto gonfio il cor d'empia fierezza, Le forze umane e le divine ei sprezza. V Omai de l'ira tua l'arco disserra, Doma il superbo, e 'n sua miseria impari A depor l'armi, e non alzarsi in guerra Chi del tuo nome eterno odia gli altari: O fondator de la non mobil terra, Motor de' cieli, e correttor de' mari, Odi tua gente, che sospira e grida, E colma di cordoglio in te confida. VI Santi pietosi de l'uman tormento, Inchinatevi a lui, che non s'adiri Senza pietà: gran Precursor non lento Acompagna co' nostri i tuoi sospiri; E tu del Paradiso alto ornamento, Che sempre scampo a' peccator desiri, Oggi al nostro sperar porgi la mano, Madre di Dio, non mai chiamata in vano. VII Per cotal via da' tribolati petti Spargeano gridi nel supremo affanno Inverso il Cielo, e per quegli ampi tetti Voci di pianto e di pietà sen vanno. Poscia del tempio i Sacerdoti eletti Alternamente a salmeggiar si danno, E fan sonar di Dio le glorie sparte Con alto stil su le sacrate carte. VIII Che per entro l'inferno a' suoi desiri De gli empi spirti ogni contrasto è vano, Nè mai sa ritrovar, salvo martiri, S'a lui rubella l'ardimento umano. Ei del gran Ciel dà movimento ai giri, Ha de la terra i fondamenti in mano; Comanda al Sol, che per cammin s'arresti, Ed i suoi corsi ad ubbidir son presti. IX Chi tra i confin de la minuta arena All'indomito mar costringe l'onde? Chi gli alti abissi in bella calma affrena? E chi fa tempestar l'acque profonde? Dio l'aspetto de l'aria apre e serena, E torbide su lei nubi diffonde, Austro addormenta, ed i suoi fiati ei lega, Ed ei le piume ad Aquilon dispiega. X Tabor, fra stuoli morti al pian distesi; Rupe d'Oreb fra sitibonda gente, Voi vel provaste; intra ferrati arnesi Tu tel sentisti, o di Cison torrente: Tra gran prodigi non altrove intesi, Gran Nilo, i pregi suoi canti dolente; E sul terren degli Amorrei fugaci Di lui temendo, o Gabäon, non taci. XI Absorse Faraon l'onda Eritrea, Le squadre di Moisè franche varcaro; E mentre che di manna ei le pascea, Edom, Moabbe e Canäan tremaro. Così cantando il coro umìl piangea; Nè le fervide note unqua cessaro Bench'appellasse con più cupi orrori Notte a posarsi i miserabil cori. XII Ma poi che 'l bel mattin per l'aria pura D'oro lucido e d'ostro il ciel dipinge, Alle piume Ottoman pronto si fura, E veste i regj manti, e 'l brando cinge. Allor Bostange, i cui pensier la cura Degli aspri assalti vigilar costringe, Inchino fassi al gran tiranno appresso; E così favellava in suon dimesso: XIII Sorta da l'Ocëan l'alba lucente Ne chiama a l'armi: io tue seguaci schiere Spingerò contra l'assediata gente, Se così ferma il tuo real volere. Gli risponde Ottoman: nel dì presente Mostri quanto ha valor, quanto ha potere Per la vittoria il mio gran campo: io poi Dò Rodi vinta in preda ai furor suoi. XIV Omai s'atterri; e tenebrosi ardori Volino al colmo de' suoi tetti egregi; Tolgansi a' templi le reliquie, e gli ori; E serbinsi a le donne onte e dispregi. Questo supremo dì de' suoi dolori Non vo', che risco, o mia fatica il pregi: Già così le sue mura ho tratte al piano, Che contra lei non fa mestier mia mano. XV E parmi udir, ch'a' Rodïani aita S'appressa omai; ch'uno AMEDEO sen viene. Venga quel fier: sia la sua destra ardita A farsi rimirar su queste arene. Io spogliando a costui l'armi e la vita, Tutto inondando il suol de le sue vene, Farolio agli altri Re ben chiaro esempio: Voi dentro a la Città fate gran scempio. XVI Sì minaccioso ei favellava; e d'ira Versa per gli occhi un duro incendio fuora; Poscia in verso i cavalli il passo gira, E con Araspe, ed Ebräin dimora. Quando non più parlar Bostange il mira, Chinando il capo il sommo Duce onora, Ed indi parte; e de l'armate schiere Favella ai Duci con sembianze altiere. XVII Ciascuno al fin de le battaglie intento Rivesta l'armi; ed infiammate in guerra I magnanimi cor d'alto ardimento. Hassi a sforzar l'assediata Terra: E del popol di Rodi il vigor spento, Dissipate le mura, onde ei si serra, Il fosso pien, da travagliarsi è poco Per entrar con l'insegne, e porla in fuoco. XVIII Ora in un punto sol vo' che si cinga La città d'armi, e 'n guisa tal s'assaglia, Ch'Alfange, Alcasto, e Turacan sospinga Le turbe tripartite alla battaglia. Se gli sforzi primier fia che rispinga L'impeto Rodïan da la muraglia, Allor Giassarte, e tu feroce Alete, Meco gli assalti a rinfrescar sarete. XIX Ma con Arsace il coraggioso Ebreno Torranno a guardia ogni spedito calle, Onde tra ferri e fra tumulti appieno Secure avran gli assalitor le spalle. E già Febo salendo al ciel sereno Ogni monte illustrava, ed ogni valle, E dentro l'arme i Rodïan ben desti Con sommo ardire a guerreggiar son presti. XX Di nove torri a meraviglia altiere Afforzasi di Rodi il muro antico; Tre col valor de l'assegnate schiere Incontra Alcasto ne difende Enrico; E sovra tre Fernando alza bandiere, Che l'intrepido Alfange avrà nemico; Su l'altre a Turacan, pregio Latino, Farà contrasto il giovinetto Orsino. XXI De' Cavalier su gli onorati petti Veggonsi sfavillar candide Croci, E vibrare armi in minacciosi aspetti Sotto l'insegne i Rodïan feroci. Folco nei luoghi a la difesa eletti Raggira, provvedendo, i piè veloci: Comanda, prega, ed ecco andare in alto L'orribil suon de l'aspettato assalto. XXII Forte eccitando van trombe canore L'alme già pronte a la crudel contesa; Ed alza strido d'infinito orrore La turba al canto di rei bronzi accesa. Quale in folta foresta acceso ardore; Qual nei campi del ciel nube scoscesa Da grave tuon; qual per brumal stagione Lungo mugghio di mar sotto aquilone: XXIII Tal quivi era il rimbombo. Al vento sparsi Volan verso le mura i fier stendardi, Nè schifano i guerrier nel corso urtarsi, Per bella gloria a ben morir non tardi. Veggonsi a un tempo mille scale alzarsi, Su portarvi le piante i più gagliardi, Brandi ed aste vibrar, scoter cimieri, E prender mira, e saettare arcieri. XXIV Pur minacciosi e colmi d'ira i volti, Le spade in pugno luminose e terse, Stanno sul varco i Rodïan raccolti Vendicator de le percosse avverse. Molti nel fosso traboccavan; molti Salìan le mura già di sangue asperse; Chi fier ferìa, chi sul morir piangea: D'orribile tumulto il ciel s'empiea. XXV Tra' coraggiosi, che l'eccelse cime Preser del muro, e vi fermar le piante, Era Dragutto a riguardar sublime, Ne lo stuol d'Ottoman quasi gigante. Costui da sommo il capo a le parti ime Taglia del collo il Tolosano Argante, E sanguinoso in su la terra il lassa; E contra gli altri sovra lui sen passa. XXVI Poi contra Anselmo maneggiò non manco La larga spada, e sì tra 'l braccio, e 'l collo Accarna il ferro, e giù discende al fianco, Che senza più ferir morto lasciollo. Al dolente guerrier non usciva anco Piuma sul volto; Baldovin creollo, Perch'a la patria Angier fosse ornamento; E da lei lunge in sul fiorire è spento. XXVII Mentre a terra cadea, mentre gelato Se ne morìa: non vanamente il vedo, Eccomi, Anselmo, a la vendetta armato; Ver lui gridava l'Angevin Goffredo. Nè fu contento al dir, ch'entro il costato Caccia a Dragutto un boschereccio spiedo, L'ossame frange, e sì crudel sospinge, Che nel fegato acceso il ferro tinge. XXVIII Qual sul tepido Autunno Orso velloso Le rozze branche e i rozzi piè fatica, E dolci frutti depredar bramoso, Su l'alto vien di bella pianta antica, Ed ivi ingordo tra le frondi ascoso Empie le fauci, e 'l ventre ampio nutrica; Spezzansi i rami finalmente, ei cade: Rimbombo dan le rusticane strade; XXIX Tal de lo Scita in traboccando avviene. Scorselo Alcasto da lontano, e fiero Incendio d'ira gli avvampò le vene, E segno dienne, memorando arciero. Già l'arco teso infra le mani ei tiene, Arco di smalto, arco di fregi altiero, Ed una su vi pon tra mille eletta, Pregio di sue faretre, empia saetta. XXX Stava Ridolfo infra lo stuol più folto Sventolando d'Enrico alto stendardo, Ed avea d'oro il crin, di rose il volto, Nato in Bologna a l'Ocëan Piccardo. Non prima il rimirò, ch'a lui rivolto Alcasto in petto gli fissò lo sguardo, Ed a punto ove fermo il guardo ci tenne, L'acutissimo strale a ferir venne. XXXI Per entro l'ossa ha di passar valore; I polmon squarcia, e sì la piaga è rea, Che ne le tele, onde è fasciato il core Via disperge l'umor, che lo ricrea. Sparso il volto gentil d'atro pallore, Ei tremò su le gambe, indi cadea. Miralo Enrico, e per tal modo il mira Ch'ei fassi esempio d'implacabil ira. XXXII Qual su l'Atlante empio Leon, che vinto Da dura fame, più s'infiamma al pasto, Allor ch'atroce, e più di sangue è tinto Il guardo, allor che più 'l ruggito e vasto, Se incontra armenti, in mezzo lor sospinto Gli sbrana l'unghia, a cui non è contrasto, E le tepide membra aspro divora, E benchè sazio, ne fa scempio ancora: XXXIII Tal'era Enrico, ed a pugnar più ria La spada ei volge, e Reduano assale. Quando quadrel da la faretra uscìa D'Alcasto in aria, e sibilò su l'ale; Spingeasi al cor, ma s'abbassò per via, E nel ginocchio s'internò lo strale, E sloga l'osso, onde movendo il passo Cadde il guerrier sul manco piede a basso. XXXIV Presso è Sciriffo; ed egli a' suoi converso Gridava: o d'Ottoman squadra possente, Mirate in terra, e di suo sangue asperso Il capitan de la nemica gente; Sfoghisi omai sul popolo disperso L'ira dovuta, mia virtù non mente: Ecco io per sangue al gran Signor congiunto Da voi tra' rischi non giammai disgiunto. XXXV Egli così diceva. Enrico sorge, E mal grado del duolo in piè sostiensi; Poi con fiero sembiante ardire ei porge A le sue squadre, ed alza gridi immensi: Estremo risco a guerreggiar ne scorge, A cari figli il Rodïan ripensi, Ripensi il Cavalier su la sua gloria, E ciascun de la Fè serbi memoria. XXXVI L'avverso stuol, ch'ode l'orribil voce, E tanti intorno lui morti rimira, Ritien per la temenza il piè veloce, Solo da lunge disfogando l'ira. Votano le faretre; ognun feroce Sceglie acute quadrella, e l'arco tira Sì che repente ad ogni stral nemico Segno diventa il valoroso Enrico. XXXVII Squarciansi de l'usbergo in un momento Le ricchissime vesti, onde era chiaro; E del cimier, che si crollava al vento Lunge le piume dissipate andaro; Ma de lo scudo nel temprato argento Di tanti dardi penetrò l'acciaro, Che nulla più da saettarsi avanza; Ed ha di folta selva omai sembianza XXXVIII Freme il campion, nè da' guerrier s'aspetta Prova d'alto valor, ch'ei non adempia; Quando il fiero Ismael scoccò saetta Da la corda tirata oltra la tempia. Verso la destra coscia ella s'affretta Del gran Francese, e sì crudel lo scempia Che lo trabocca col ginocchio in terra; Nè però teme, anzi è più franco in guerra. XXXIX Mossero allor veloci; un di Roano Nacque sul lito, ed appellossi Anglante, Nè di lui pronti men Guelfo, e Serrano, Chiari in Bretagna, ambo nutriti in Nante. Costor forti di cor, forti di mano, Al percosso Baron piantansi avante, Dando esempio di fede in tempo duro; Ma ne l'ardir mal fortunati furo. XL Chè da lo stuolo in saettar non sazio Nembo d'acuti dardi a lor sen vola; E tanti di Serran fecero strazio, Che ben tosto a la vita egli s'invola; Nè di provarsi Anglante ebbe più spazio, Si da non pochi gli s'aprì la gola: Quattro a Guelfo piagaro il petto, e 'l tergo, E trasser l'alma dal mortale albergo. XLI Ma non per tanto da temenza oppresso Lascia ogni Turco l'ardimento in bando, E stan da lunge, e fan vedere espresso Quanto d'Enrico è paventato il brando: Chè non venite a guerreggiar dappresso, Femmine d'Asia? egli dicea gridando. E pur bramoso di propinquo assalto, La nobil spada sollevava in alto. XLII Quinci fu mosso; e che da spron d'onore Ben stimolato ad affrontarlo vada Sciriffo il dimostrò: con tal furore Egli trascorse, anzi volò la strada. Ma non prima giungea, che dentro il core Sdegnoso Enrico gli piantò la spada; Ivi i nodi de l'anima dissolve, E di profondo orror tutto l'involve: XLIII Poi su lo scudo sanguinoso inchina I membri a morte infievoliti, e lassi; Ma verso la sua gente ivi vicina Preghi facea, perchè fermasse i passi. In sì rio tempo un Rodïan cammina Là, dove il fiero Folco armato stassi; Clinia fu questi, e come avvien, che 'l trove, Lo riverisce, ed a parlar poi move: XLIV Su le torri di Francia il Turco ascende; Non che si dia le spalle al fier nemico, Pugnasi; ma colà mentre contende, Mal sostiensi ferito il forte Enrico: Uopo è d'aita. Ove ciò dirlo intende, Volge Folco animoso il piede antico, E le vestigia sue stuolo seguìa Di cento armati, a cui dicea per via: XLV Non ha Guascogna Cavalier più forte Del buono Enrico; a la Valetta il pregio Mai non scemò; s'oggi è caduto a morte, Prova udirem del suo valore egregio. Amici, colpo di contraria sorte A verace virtute è nobil fregio; Spavento popolar non vi ritegna, La Fè, la Patria guerreggiare insegna. XLVI Con sì nobili detti oltre s'avanza, E tra' suoi Franchi si conduce al fine; E visto a pena ei fu, ch'alta speranza Prese quelle alme a sbigottir vicine: Gridaro, ed ebbe quel gridar sembianza Di procelloso suon d'onde marine, Allor che presso Calpe a l'aer bruno Trascorre irato il tridentier Nettuno. XLVII Così nova risorse aspra battaglia, Ed a proprio nemico ognun s'afferra; Forte Abdulen contra Olivier si scaglia, E fiero Uberto a Soliman fa guerra; Amuratto a Rinaldo il braccio taglia Che tien la spada, e lo calpesta in terra; Carlo fere a Derniso, ove sul fianco Ha la faretra; ed ei di duol vien bianco. XLVIII Fulvio le ciglia ad Acomàte fora, Onde fur gli occhi eternamente oscuri, E fora il core a Dragomano ancora: Tanto il brando cacciò tra gli ossi duri. Così feriansi, e s'innalzava ognora Ferocissimo suon d'aspri tamburi, Ed ognor consigliava a sprezzar morte L'altiero fiato de le trombe intorte. XLIX Quinci tendere gli archi, erger gli scudi Ciascun s'affretta e raggirar le spade: Chi urta armati, chi ferisce ignudi, Chi sorge altier, chi miserabil cade. Infra tutti con atti a mirar crudi Via più del sangue ostil lava le strade Il vecchio Folco: coraggioso sfida I fier nemici, ed a' seguaci ei grida: L Non perdete vigor, saldi le piante, Di sdegno il petto, o Cavalieri, empiete; Pronti le mani a l'armi, aspri il sembiante, Fuggite voi, se me fuggir vedrete. Ei sì diceva, e sospingeasi avante. Allor chi spada, e chi ferrato abete, E chi punta di stral bagnò nel sangue; Ma pure il Turco in guerreggiar non langue. LI Nè meno alzano gridi ire spietate, Nè men tra' fieri Duci aspra contesa È sopra Rodi intra le schiere armate Là, 've dal forte Ispano era difesa. Parte per vie nei duri assalti usate Pugna la Turca gente in alto ascesa; Parte sul muro dissipato a terra, Senza scale adoprar, fanno aspra guerra. LII Quì spirando per gli occhi alto ardimento Argine fassi a' Barbari furori Fernando, e sta fra mille rischi intento Con forte destra a stoccheggiar nei cori: Per lui Drausso, ed Alifar fu spento, Che ricchi di Panfilia intra Pastori Presso le gregge lor per le pendici Di Sardimiso esser solean felici. LIII Come cinghial, cui molti verni alberga Vesolo ombroso, ove assalirsi mira, Inverso i cacciatori, aspro le terga, Dal guardo irato i crudi incendj spira: E come incontra il fier, bench'ei disperga L'aste ferrate ne l'orribil ira, Affretta l'orme, e gli si scaglia addosso Con strano ardir l'abbaiator molosso: LIV Tal sta Fernando, e contra lui per via Tal fassi Alfange; ei la faretra in posa Lascia sul tergo, e da vicin ferìa Sì che romperli il calle altri non osa. Pur Diego l'incontrò, Diego d'Urìa, Germe tra' più gentil di Sarragosa, Di morte sprezzator, pur che si scriva Suo nome eterno al suo grande Ebro in riva, LV In quel momento duro stral pervenne, Colpo d'Astorgo, al Cavaliere Ispano; Astorgo in mezzo il petto il guardo tenne, E sciolse il dardo, e non lo sciolse in vano. Ch'al tergo il ferro, e sovra il sen le penne Fur del quadrel: Diego cadde sul piano, E rimembrando i genitori ei piange. Ma verso i Turchi favellava Alfange: LVI Chi nobile asta, e guadagnar disìa Ricche faretre, e di bell'or cimieri, Mostri valor, chè per la destra mia Ornerallo Ottoman di doni altieri; Ma chi codardo feritate oblia, Consorte, e figli più veder non speri; Or quì lo sbraneran queste mie mani, E farò del suo cor convito ai cani. LVII Nè perchè favellasse il piè ritarda, Anzi per entro la Cittate ei monta Fervidamente, e disïoso ei guarda, S'alcun de' Rodïan seco s'affronta. Fernando il vede, e par che d'ira egli arda, E de la gente a guerreggiar più pronta Ordina squadra bene armata e folta; Ed a frenare il Turco ei si rivolta. LVIII Qual move a' gioghi d'Apennino intorno, O sul Taburno il più guerrier de' tori, Che sembra i venti minacciar col corno, Ch'aure nei piedi, e c'ha negli occhi ardori, Tal sotto l'elmo di gran piume adorno, E del dorato scudo intra i fulgori Ei move. Alfange, che venir lo scerne, Sente alquanto gelar sue furie interne. LIX A se stesso in valor non s'assimiglia Su quel dubbio momento; il piè sospende, E di ritrarsi quindi ei si consiglia; Poscia animoso il suo temer riprende: Qual spavento di morte oggi mi piglia? Ottoman che dirà, s'unqua l'intende? E che dirà costui? parmelo udire, Ch'egli innalzi trofeo del mio fuggire: LX Ah non sia ver giammai. Così contrasta Per temenza d'infamia a sua paura. Ma lungamente contrastar non basta, E fuor sen va dall'occupate mura. Scotea Fernando la terribile asta, E dietro gli gridava: aurea armatura, Alfange, intorno ti vegg'io, ma parmi Che di guerrier non abbia altro che l'armi. LXI Ove ten fuggi? hai sì le piante alate? Ferma alquanto a mirar come s'onori Spagna nel risco de le schiere armate; Ma che? più volte ve l'han detto i Mori. Sì rivolto a biasmar tanta viltate, Il faceva arrossir de' suoi timori; Onde in mezzo del cor sentì fiorire Di nobile battaglia alto desire. LXII Perchè formossi, e co' più fier sembianti, E pur con guancie di rossor cosparte, Rispose Alfange: io ti consento i vanti Perchè la patria te ne insegna l'arte; Ma pensa tu, che da' leggiadri amanti Or periglio mortal tienti in disparte, Nè procuri tra pompe i tuoi diletti Col porre in corso, e col frenar ginnetti. LXIII Hai sugli occhi la morte: alto dolore A la ria fama ingombrerà Castiglia, Ove le belle dame arse d'amore Dal tuo giostrar non rivolgean le ciglia. Marran: in questo dir, sdegno, e furore Ad impeto di tigre il rassimiglia, Ed appressa l'Ispano, e vibra in alto La spada, e move a più mortale assalto. LXIV Cupido di ferir scendea fischiando Ver la sinistra tempia il crudo acciaro; Ma con la spada avvicinarlo quando Fernando il rimirò, favvi riparo; Poscia la destra e l'affilato brando Volge a colà ferir, dove legaro I pieghevoli nervi il busto e 'l braccio; Ed ivi il frange, come fragil ghiaccio. LXV Lunge sul pian da lo spallon reciso, Come da fonte, il sangue atro discende; Crollasi Alfange, e vien di neve in viso, Al fin spossato in sul terren si stende. Dardagan, che lo sguardo in lui tien fiso, Di sdegno il petto e di pietate accende, E corre a lui, ne' cui sembianti mira Che l'alma giovinetta ancor non spira. LXVI Pregio di guerra è dimostrar valore, Alfange, ei dice, ove il nemico assaglia; Però, se quinci ti corona onore, Di piaghe e di morir nulla ti caglia. E quei, le ciglia, cui mortale orrore Ad ora ad or più scuramente abbaglia, Solleva alquanto, e con l'ardire usato Rende risposta al Cavaliero amato: LXVII Vago di gloria e di virtù, sprezzai Riposo ed or ne la magion paterna, E tra queste armi di cangiar bramai Caduca vita a bella fama eterna; Or ch'io mi mora, e ch'io mi campi omai Sia cura del gran Dio ch'altrui governa: Tu, ben ti prego, ad Ottoman fa fede, Ch'io non morii dando la fuga al piede. LXVIII Quì dietro il sangue, che sì largo ei versa, L'anima vinta in ver le labbra invìa, E di freddo pallor la guancia aspersa, Tremando e palpitando ei si morìa. Ma ne la patria in grave duol sommersa L'antica genitrice il si disìa, E stanca il Ciel tutte le notti e i giorni, Pregando in van perch'egli a lei sen torni. FINE DEL III CANTO. ANNOTAZIONI AL CANTO III. _Osservazioni critiche_ DEL CAV. ONORATO D'URFÈ. St. 60: «Il dit qu'Alfange est cogneu de Fernande (_sic_) et meme il le nomme par son nom, combatant avec lui armé de toutte (_sic_) piece, et de meme Alfange le nomme Espagnol; en quoy il y a peu d'aparance s'il ne dit quelque chose au paravant qui soit cause qu'ils se recognoissent.» Qual maraviglia, che un prode cavaliere spagnuolo sia noto per nome ad un capitano de' Turchi, in una età, quando si combatteva continuo dagli Spagnuoli contro de' Mori, e quando i Baroni cristiani sovente andavano a militare in Oriente contro de' Turchi? St. 66: «De plus en ce combat il fait qu'un amy d'Alfange luy parla fort long tems et en presance de Fernande; et que peut on panser qu'un ennemi fasse, dans la chaleur d'un combat, ou l'un et l'autre s'estoit blessé.» Ma nell'Amedeide, com'è stampata, non è detto che Fernando fosse presente alle parole che Dardagnano dice ad Alfange; le quali si stendono per soli qualtro versi, che non durano certamente _fort long tems_. «Faut noter que toutte la description de cet assaut est fort ennuyeuse, tant parce qu'il est donné sans ordre ny sans art de guerre, que d'aulant qu'il y a fort peu d'incidants qui meritent d'estre racontez, et l'enumeration de tant de morts incognus, et mesmes (_sic_) tous tuez d'un coup est fort ennuyeuse. Et encores que Virgile, et au paravant Homere, en ayent quelque fois usé, il n'est pas bon de les imiter en ce que lon les a repriz; outre que les tems sont fort differants et que le poete y doit faire une grande consideration. Outre qu'il n'est pas vrais semblable qu'etant armez ils soient tous tuez d'un seul coup.» Non credo che il Chiabrera possa meritar lode d'intelligenza nell'arte militare, essendo veramente senz'ordine e senza strategia la sua descrizione dell'assalto dato alla città di Rodi e della difesa che ne fanno i Cristiani. Ma vuolsi pur avvertire che i Turchi non avevano allora quella cognizione dell'arte del guerreggiare, che ora cercano d'apprendere; e tutto facevano con impeto disordinato, supplendo col fanatismo e col numero degli uomini al difetto della scienza guerresca. E quanto a' Cristiani, non eran neppur essi tattici famosi; e il valore individuale, più che la forza delle masse bene ordinate, decideva dell'esito delle pugne. Non vorrei che l'Urfé avesse giudicato de' tempi di Amedeo colle idee e le arti de' tempi di Carlo Emanuele. Egli è poi certissimo non esser verisimile, che un sol colpo uccidesse cavalieri armati di ferro da capo a piedi; ma il Poeta ci fa intendere assai volte la ragione perchè un guerriero cadesse al primo colpo nemico. Innanzi a tutto diciamo non essere stato mai costume de' Turchi, di ricoprirsi con armature di ferro; e perciò dovevano essi cadere prestamente sotto le spade e le aste de' forti cristiani. In secondo luogo, il Cavaliere cristiano non era invulnerabile; non essendo nè potendo essere l'armatura tutta d'un pezzo; e il pregio degli arcieri e de' più destri combattitori stava in questo di mirare colle saette, e di volgere le punte de' lor ferri, a quelle parti del corpo che non aveano riparo nè d'elmo nè d'usbergo, cioè alle giunture, dove le commettiture de' pezzi diversi dell'armatura lasciano un varco alle punte delle lance, delle spade e degli stocchi. E la storia ci fa conoscere che alcuna volta si perdettero battaglie per la grande uccisione cagionata dall'accorgimento di serrarsi da presso al nemico, e con gli stocchi ferirlo nelle parti vitali, ovunque le commettiture lasciavano un piccolo varco all'armi di punta. _Varie Lezioni._ _Amed. magg._ st. 2 E poi canuto crin, bianco le tempia. ......_min._ ivi E per canuto crin bianco le tempia. La prima lezione è apertamente viziosa, mancando a crin l'articolo che noi vi abbiamo restituito, stamp. _il crin_. _Amed. magg._ st. 3 Di Calvaria al monte. ......_min._ ivi Di Calvario al monte. Possono stare amendue rettamente. _Amed. magg._ st. 5 E colma di cordoglio in te confida. ......_min._ ivi E pur da te battuta in te confida. Nell'Amed magg. la st. 7 finisce così: E fan sonar di Dio le glorie sparte Con alto stil su le sacrate carte. Poi seguono le st. 8. 9. 10. e 11. e questa si chiude co' due versi seguenti: Ben che appellasse con più cupi orrori Notte a posarsi i miserabil cori. Ma nell'Amed. minore, mancano al tutto le st. 8. 9. 10. e 11, terminando la 7 così come siegue: Benchè chiamasse con più cupi orrori Notte a posarsi i miserabil cori. Nell'Amed. min. manca la st. 15 _E parmi udir_ ec. Nella st. 37 dell'Amed. magg. ambedue l'ediz. leggono _Bertagna_, idiotismo genovese, che gli operaj delle stamperie avranno posto in luogo di _Bretagna_. Le st. 47 e 48 non si leggono nell'Amed. minore. _Amed. magg._ st. 63 marran; in questo dir sdegno e furore. ......_min._ Protervo; in questo dir sdegno e furore. _Amed. magg._ st. ult. L'antica genitrice il si disia. ......_min._ st. ult. L'antica genitrice il si desia. Il canto III. nell'Amed. magg. ha st. 68: nella min. st. 61. _Argomento del Peschiulli al canto III dell'Amedeide minore._ Dassi a Rodi battaglia, e i traci arcieri Caggiono a fasci, ove combatte Enrico; Ma, lui piagato, audace opponsi ai fieri Su la rotta muraglia, il Duce antico. Fernando, gloria dei famosi Iberi, Alfange in altra parte ha per nemico; Ma temuto il rampogna, e sì l'offende, Che dispossato in sul terren lo stende. CANTO IV. ARGOMENTO. _Infiamma Adrasta i femminili cori Di girne a ritrovar l'aspra battaglia; E lasciati i domestici lavori Molte la van seguendo alla muraglia; I detti di Nicandra i lor furori A mitigar non han forza che vaglia: Mentre parla Erimanto alla diletta, Impiaga il braccio a lei crudel saetta._ I Per l'armi intanto, e per l'armata gente Così per entro Rodi alto risuona, Che men rimbomba, se per l'aria ardente La gran porta del ciel fulmina, e tuona; Ed a gravi pensier volta la mente Quinci Adrasta magnanima ragiona Nel tempio, ove le donne afflitte il ciglio Facean preghiera nel mortal periglio. II Pria, ch'io pigli a parlar parmi vedere, Che la parola mia sembrerà strana; Ond'è giusta ragion farvi sapere, Che per lo nascimento io son Spartana. Le femmine colà di sangue altiere Non disperdono il tempo in tesser lana; Nè su trapunti coloriti e vaghi Stancansi maneggiando e sete, ed aghi. III Ma ben sono use di faretra incarco Portar sul tergo, ed affinar gli strali, E tra foreste insidïando il varco Trafigger duramente orsi e cinghiali; Nè pur con forza di saetta, e d'arco De gli uomini al valor si fanno uguali; Ma ciascuna lottando il fianco allena, E correndo la terra imprime a pena. IV Fra tai costumi in tale patria nata, Figlia del ben famoso Onesicrito, Quì nella terra vostra io fui traslata, Ove il forte Cleandro ebbi a marito. Non fia la voce mia dunque ammirata S'a generosa impresa oggi v'invito; E s'io v'accendo a dimostrar virtute, Onde forse la patria abbia salute. V Udite voi come ad ogn'or maggiore Rimbombo empie del ciel tutte le bande? E che strepito d'armi, e che furore Di varie voci orribile si spande? Certo che degli assalti aspro è l'orrore, E de lo scampo nostro il risco è grande; E certo, quanto il mio pensier comprende, De l'estrema speranza or si contende. VI Or perchè dunque disperando stassi, E per noi di campar non si tien cura? Chè non moviamo, ove si pugna, i passi, Tentando farne la Città sicura? Colà con dardi, o traboccando sassi, Non potrem forse assicurar le mura? Non potremo versar vasi bollenti Sovra esso il volto a le nemiche genti? VII Ma vero sia, che nostra man non vaglia Far prova d'armi in così gran perigli. Fia pur, ch'ogni guerrier ne la battaglia Quinci a più travagliar si riconsigli: E come non fia ciò? su la muraglia Verso le madri mireranno i figli? Verso le care donne i car consorti? E poscia a loro pro non saran forti? VIII Potran mirar di noi l'egra vecchiezza Condannarsi a dispregi, ed a martiri? O lor non peserà, nostra bellezza Farsi trastullo a barbari desiri? Non crescerà, non doppierà fortezza Ogni alma di guerrier come ci miri? Non diverrà più coraggiosa? Andiamo: Chi ci ritien? che paventiam? che stiamo? IX Nè queste nostre man fien le primiere, Che tra' nemici sian vedute armate; Anzi presso ciascun, donne guerriere Furo famose a le stagioni andate; Veduta fu tra coraggiose schiere Magnanima reina in su l'Eufrate Andar fra' duri strepiti di Marte Ver Babilonia con le chiome sparte. X Ma che più vi dico io? sul Termodonte Non corse già stagion, ch'ogni donzella Con le man forti, e con le voglie pronte Si coceva sul petto una mammella? E con fier guardo in minaccevol fronte Esercitava in guerra arco, e quadrella? E correr si vedea, come se penne Avesse a' piedi, e maneggiar bipenne? XI Se dunque in tanti lochi, e 'n tanti tempi Tra l'armi il nome femminil s'avanza, Non dobbiam noi per così chiari esempi Tra' rischi avvalorar nostra speranza? Non dobbiam per la patria, e per li Tempi Vivamente provar nostra possanza? E ver nemico tal, che da lui vinte Potremo a gran ragion bramarci estinte. XII Non è quegli Ottoman, ch'a strazio mena? Che porta, ovunque giunge, aspra ventura? Che vincitor la nobiltà disvena? E danna i vili a ria prigione oscura? La costui fiera man pietà non frena; Ma per le voci di pietà s'indura, E da la ferità solo ritiensi Allor, che per lussuria infiamma i sensi. XIII Così diceva; ed al fervor dei detti, Ed a' sembianti altier, con che gli espose, D'insolito ardimento empieva i petti, E le donne, ch'udian, fea coraggiose, E già vedeansi sfavillar gli aspetti, E già moveansi i piè; quando s'oppose La canuta Nicandra a quei pensieri, Disconsigliando a donne atti guerrieri. XIV Costei Massa lasciò, lasciò Carrara, E venne pronta ne la Rodia terra Presso il figlio Eritreo, di cui ben chiara Fama trascorse o fosse in pace, o 'n guerra. Visse ei così, ch'a farsi eterno impara, S'altri l'imita; al fin sen gìo sotterra, Lasciando a' Malaspini alme ghirlande, Progenie sua, che a Val di Macra è grande. XV Ella quì prese a favellar; che dica Voce di fama, e se a guerrier furore Manifestasse a la stagione antica La destra femminil tanto valore, Prender non vuò di esaminar fatica; Ma ben pensando mi ritorna in core, Che la fama quaggiù spesso è verace, E che spesso mentendo anco non tace. XVII Vago pensier di seminar diletti, E d'adescare il popolare ingegno, Di leggiadre menzogne adombra i detti, E della verità trapassa il segno. Ma se il molle candor de i nostri petti, Se nostra fievolezza a guardar vegno, Se 'l mansueto cor, per certo parmi, Che vanamente ci voltiamo a l'armi. XVIII Candide mani a bei ricami usate Vibreran ferro? e da le tele ordite Trapasserem contra le schiere armate? Ah? che sarem soverchiamente ardite. Nè se a risco mortal fien rimirate Da' nostri cavalier le nostre vite, Fia di sdegno maggior loro alma accesa, Nè più feroce ne la ria contesa. XIX Anzi pietate, ed amorosa cura, Che suoi cari oblïar non mai sofferse, Ammolliran per la crudel ventura L'anime fiere, a noi mirar converse. Le destre lor, ne la battaglia dura, Di barbarico sangue atre e cosperse, Per noi coprir da le percosse infeste, Incontra Turchi appariran men preste. XX Ben è ver, ch'Ottoman non frena l'ira, Sempre ingordo via più dei nostri danni, E del misero dì l'ora desira, In che noi tutti a giogo vil condanni. Ma dal ciel Dio grandissimo rimira Sovra il furor dei perfidi tiranni, E con sue forze onnipotenti, eterne I loro orgogli e l'alterezza scherne. XXI Pensate a Faraon fra tante pene Già tanto afflitto; ei rote, arme, destrieri Già mise in campo per le rosse arene, Ed affondò se stesso, e suoi guerrieri. Or non men d'Ottoman sperar conviene, Se 'l Ciel prende a disdegno i suoi pensieri: Ed ei gli prenderà, s'umilemente Ne farem verso Dio preghiera ardente. XXII Dunque de l'aste, e dei guerrieri acciari La cura abbandoniam: nostri campioni, Nel tempo andato in guerreggiar ben chiari, Oggi saranno a noi difender buoni: Noi supplicando a' sacrosanti Altari Preghiamo il Ciel, ch'a Rodi oggi perdoni E sul nostro fallir pietà dimostri; Chè questi son gli abbattimenti nostri. XXIII Ella quì tacque, e lagrimosa il ciglio S'atterra, e verso Dio manda preghiere; Ed a ben molte fe' mutar consiglio Di più trovar le combattute schiere. Ma la Spartana nel mortal periglio Tien fermo non per tanto il suo volere, Ratto movendo il piè ver la muraglia, Per colà ritrovar l'aspra battaglia. XXIV Seco non poche; e dal gentil sembiante Vedeansi sfavillar magnanime ire, Mentre col passo de le vaghe piante Movono in atto di guerriero ardire, E sotto bianchi lini aura volante Loro rabuffa il crin. Tali apparire Sul muro, ove s'impiaga, ove s'ancide, Infra 'l comune orror, Folco le vide. XXV Ei raccolse nel cor gran meraviglia, E, mosso inverso lor senza dimora, Dice: forse schernisconsi mie ciglia? Deh che vegg'io non più veduto ancora? Quale d'armi vaghezza oggi vi piglia? E chi tanto donzelle oggi avvalora? Perchè siete fra noi? Certo io non trassi Con alcun messaggiero i vostri passi. XXVI Adrasta, sparsa d'ardimento il viso, De' lor vïaggi la cagion dispiega. E Folco allor con un gentil sorriso Dalla muraglia a dipartir le prega: Che sia colmo d'amore il vostro avviso, Certo è senza ragion, s'alcuno il nega; Ma non dovete voi scemar le lodi, E far vergogna a i difensor di Rodi. XXVII Dunque a nostra onta nell'età futura Udransi i Turchi, e non pur or vantarsi, Che per difesa de le patrie mura Fosser costrette anco le donne armarsi? Non è ragion; ma se da ria ventura Può per armata man Rodi salvarsi, Cessi l'affanno, e rinfrancato il core, Salvarla queste nostre avran valore. XXVIII Or voi presso gli altar fate ritorno, E meste le ginocchia ivi atterrate, E pregate il gran Dio, che in questo giorno Ci sia Dio di clemenza e di pietate. Noi con man pronte moveremo intorno, Ed a gli assalti de le turbe armate Farem contrasto; incontrarem ferite; E porremo in oblìo le nostre vite. XXIX Udendo il gran Baron, gran reverenza Prese le donne; e tutte unite insieme, Verso i lasciati altar, fero partenza, A colà rinnovar preghiere estreme. Ma pure Adrasta non cangiò sentenza; Ed a veder, se rimanea più speme Per la muraglia a passeggiar si diede; Ed Alcimida movea seco il piede. XXX Alcimida bellissima, cui luce Tanto splendor ne l'ammirabil volto, Che ad amorosi ceppi ognun conduce Senza mai disïar d'esser disciolto, Figlia fu di Feralmo, inclito Duce; Ei molto in guerra ebbe di gloria, e molto Lasciò di disïabile ricchezza; Immensa dote a la costei bellezza. XXXI Di quì tra' Rodïan per lei feriti Fur mille cori, e mille petti accesi; Ma tutti ardendo rimanean scherniti E ne le fiamme lor ben vilipesi. Solo fur d'Erimanto i preghi uditi Benignamente, ed i sospiri intesi, Ed a gli occhi di lui porgea conforto Con dolcissimi sguardi, e non a torto. XXXII In altr'uom, gioventù non mai simile Rodi mirò; viso vermiglio e bianco, E per nobile sangue aria gentile, Ed in robuste membra animo franco. Ma perchè tanto onor sembrasse vile, La forza del tesor gli venne manco; Ed a Creùsa, onde Alcimida nacque, II sì povero pregio unqua non piacque. XXXIII Però mai sempre al suo desir ritrosa Serbò la figlia in solitario letto; Ed ella il sofferì; perch'amorosa Non avea, ch'Erimanto, altro diletto; Ed a ben sostener la fiamma ascosa Dentro le vene, onde struggeasi il petto, Tenea, quando poteva, il guardo intento A rimirarlo, e feane il cor contento. XXXIV Quinci mosse dal tempio, ed ebbe ardire D'appressarsi all'assalto; e quinci schiva Fu del saggio consiglio al dipartire Dianzi, ch'ogni altra donna indi partiva. Or mentre secondando il suo desire, Pur con Adrasta infra i guerrier sen giva, Adrasta vide il figlio, e seco a lato Starsi Erimanto, e vagamente armato. XXXV La gran Spartana giù del nobil seno Grida, o Pelasgo; ed ei si volse intorno; Ed il sembiante dimostrò sereno E di vera fortezza il guardo adorno. Ella soggiunge: non ti tenga a freno Rimembranza di morte in questo giorno; Fa schermo a Rodi da' nemici incendi; Pensa al nome di Sparta, onde discendi. XXXVI A tal detti risposta egli non porge; Anzi con forte piede oltra si spinge, E nel giovane petto impeto sorge, Tal ch'a vittoria, od a morir s'accinge. Ma, la sua donna, ove Erimanto scorge, A lei s'accosta e di parlar si finge, E pur di fiamme disïate, e ree Con gli occhi fissi un lungo incendio bee. XXXVII Poscia diceva: o del mio cor conforto, Unico Sole, onde dovea serena Farsi mia scura vita, e chi t'ha scorto? Certo la man d'Amore or quì ti mena; Chè se nei duri assalti io cadrò morto, Almen avrò da consolar mia pena; Poi che sul punto estremo oggi rimiro Chi per me raddolcisce ogni martiro. XXXVIII Sia di tua madre altiera il cor contento, Chè dato non t'avrà povero sposo, Quando poco splendor d'oro, e d'argento Oscura, appresso lei, merto amoroso; Ma se gli occhi rivolgi al mio tormento, S'al vivo foco ne le vene ascoso, Ove infelice mi consumo e moro, Dirai, che tanta fede era tesoro. XXXIX Or così vada, e se cadrommi in guerra, Memoria serba de' miei lunghi affanni, E d'un breve sospir degna la terra, In cui rinchiuderansi i miei verdi anni; E se di questo amor, che 'n me si serra, Sarà lingua mortal, che mi condanni Come superbo, e che trapassi il segno De la modestia, io di perdon son degno. XL Il pregio singolar di tua bellezza, Ove pregio mortal non può salire, Mise in cotanto ardor mia giovinezza Che di teco sposarmi io presi ardire. Ora che d'oro, e che di fral ricchezza Altri non mi soverchi, io non vuo' dire; Potrai con altri consumar tuoi giorni, Che 'l tuo bel volto di più gemme adorni: XLI Ma ne l'amar, nel procacciarti onore, Ne l'inchinar, nel riverirti appieno, Al mondo mai non troverassi un core, Ch'avanzi questo, che ti serbo in seno. O preghi sparsi, o sostenuto ardore, O lunga fè mai non venuta a meno, O quanti mai non furo in petto umano Da me sofferti affanni; e tutti in vano. XLII Mentre l'arso garzon fa sue querele, Tratto a parlar per amoroso duolo, Ed ora alza Alcimida al suo fedele Gli occhi infiammati, ora gli abbassa al suolo; Ecco d'arco acerbissimo crudele Venir saetta sibilando a volo, Che d'altrui pianto, e di far strazio vaga, A la vaga donzella il braccio impiaga. XLIII Disgorga il sangue, e per l'avorio bianco Va de la mano, ed il gentil vermiglio Su la guancia rosata indi vien manco, E nube di cordoglio adombra il ciglio. Il giovinetto allor tragge dal fianco Alti sospir nel repentin periglio, Ed agitato da la smania atroce Percotendosi il petto alza la voce: XLIV Questa dunque d'Amor fia la pietate, Ove han da consolarsi i miei dolori? Specchiarmi in queste membra insanguinate, E vederle coprir d'atri pallori? O dolcissima fronte, o ciglia amate, Son pervenuti a fin vostri splendori? Non fia, che 'l vostro lume io più rimiri? Qual mio fallo mi dà tanti martiri? XLV Deh chi fa per pietà scorta a mia mano, Si ch'io spenga e disperga il crudo arciere! Ma lasso me, che quì minaccio in vano, Ed ei sen va della percossa altiero. Ah! tra spume l'inghiotta aspro Oceàno; Ah! pera di dolor sì come io pero. Quì tace alquanto, e piange; e poscia grida: Queste ultime parole odi, Alcimida: XLVI Se per l'acerba piaga a te fia tolta Vita più lunga, io vo' sperar, ch'andrai Su ne l'alto del Cielo, ove raccolta Fra' canti eterni, eterno albergo av