The Project Gutenberg EBook of La Marfisa bizzarra, by Carlo Gozzi This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.org Title: La Marfisa bizzarra Author: Carlo Gozzi Editor: Cornelia Ortiz Release Date: October 10, 2006 [EBook #19524] Language: Italian Character set encoding: ISO-8859-1 *** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA MARFISA BIZZARRA *** Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (Images generously made available by Editore Laterza and the Biblioteca Italiana at http://www.bibliotecaitaliana.it/ScrittoriItalia) SCRITTORI D'ITALIA CARLO GOZZI LA MARFISA BIZZARRA A CURA DI CORNELIA ORTIZ BARI GIUS. LATERZA & FIGLI TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI 1911 PROPRIETÁ LETTERARIA NOVEMBRE MCMXI--29238 LA MARFISA BIZZARRA POEMA FACETO A SUA ECCELLENZA LA SIGNORA CATERINA DOLFINO CAVALIERA E PROCURATORESSA TRON CARLO GOZZI Con audacia particolare dedico a Vostra Eccellenza la _Marfisa bizzarra_, ch'è un fascio di dodici canti da me immaginati e scritti, intitolati «poema»; e non contento ancora d'avergli intitolati «poema», ho aggiunto a questo titolo l'epiteto di «faceto». A mio credere, un tale epiteto gareggia di temeritá colla dedica, giudicando la facezia, spezialmente in questo secolo, molto piú difficile della serietá, quantunque meno considerata da infinite persone che non sono né serie né facete. Un certo bisbiglio di prevenzione fa la _Marfisa_ qualche cosa di conseguenza, e però l'Eccellenza Vostra accetti a buon conto, come a lei dedicato, cotesto bisbiglio anteriore, perché, letta che sia la _Marfisa_ da lei e dal pubblico, non sará trovata cosa degna del menomo riflesso, e sará tronco tosto anche quel favorevole mormorio che le dona qualche fama prima che sia pubblicata. Le prevenzioni onorevoli in aspettativa sogliono riuscir perniziose all'opere ch'escono dalle stampe, perché le fantasie umane, naturalmente voragini insaziabili, in attendendo curiose, si riscaldano, si formano delle idee gigantesche in astratto; ed è facile che sembri loro alfin di vedere la meschina prole della montagna partoriente. La _Marfisa_, forse con ragione, sará considerata quel parto, ed io averò avuta la sfacciataggine di dedicarla a Vostra Eccellenza. Non posso tuttavia ridurre interamente il mio cuore a disprezzar questo poema quanto, uniformandomi ad altri, sarei capace esternamente di avvilirlo con le parole. Qualche picciola parte della mia fragile umanitá, non atta alla filosofia, sente un vermicciuolo di predilezione, il qual è poi anche una delle vere cagioni della mia dedica. Si farneticherá forse per indovinar la ragione per la quale io abbia donati piú alle sue che ad altre mani de' fogli spiranti satira per ogni verso. Appago questa curiositá. Certi modi franchi e svelati ne' discorsi dell'Eccellenza Vostra m'hanno fatto giudicare che convenga piú a lei che ad altri una tal dedica, e forse forse procuro con questo dono di sedurre l'animo suo a leggere la _Marfisa_ con una favorevole disposizione. Gli onesti satirici non possono tener celato nemmeno un artifizio che usano in loro favore, com'Ella vede. Per la cognizione che ho delle sue vaghe produzioni poetiche, del suo intelletto e della sua vivacitá di esprimere un sano giudizio, la sua lingua è da temersi quanto sarebbe da temer la _Marfisa bizzarra_, se ella avesse il merito che ha la sua lingua. S'io fossi un poeta mellifluo, caderebbero le mie lodi sopra il suo leggiadro portamento, sopra i gigli e le rose del suo colorito, sopra l'oro dei suoi capelli e sopra temi consimili, possedendo Vostra Eccellenza abbondanza di qualitá anche di questa spezie. Sieno i suoi fioriti giardini fatti immortali da que' tanti cigni che la circondano. Un poeta satirico è per lo piú colpito da un animo franco e da una lingua sincera: per questa sola ragione le mie parole pendono piú a queste due che all'altre sue molte rare qualitá. Se tutti gli animi franchi e tutte le lingue sincere s'abbattessero a rendersi osservabili agli amanti del vero, tutti quelli che possedono queste due qualitá goderebbero di quelle fortune che accrescono splendore a' meriti grandi di Vostra Eccellenza; ma di rado i franchi e sinceri s'incontrano in tali amanti, e per ciò, quando dovrebbero abbattersi a fortune, si abbattono a sciagure. Si dánno sulla terra due generi di persone dette «satiriche» senza considerazione. Il primo è d'invidiosi, inquieti, maligni, traditori, ingrati, d'un interno avvelenato, odiatori, disperati, superbi, collerici per istinto contro al genere umano, buono e cattivo universalmente. Questi riescono detrattori pessimi da essere fuggiti, e sono indegni di dedicare a una bell'anima le loro assassine opere, per eleganti che sieno. Il secondo genere è di osservatori del bene e del male, i quali colla miglior urbanitá ed efficacia che possono, attenendosi a' generali, se non sono punti e sfidati da' particolari, espongono, dipingono, caratterizzano, bilanciano, fanno confronti, riflessioni, lodano il bene, inveiscono contro il male, deridono i pregiudizi, ridono e fanno ridere de' difetti dell'umanitá. Una certa libertá di pensare, un disprezzo de' riguardi, un amore ardito per la veritá gli fa scrittori. Chi dedica, aspira a qualche benefizio. Io bramo dall'Eccellenza Vostra quel solo benefizio d'essere considerato nel numero del secondo genere de' satirici. Il mondo difficilmente fa una tale separazione. Nimicizia, ignoranza, dispetto, sospetto mette i detrattori e gli urbani satirici in un solo conto. Vostra Eccellenza non è nimica, non è ignorante, non è dispettosa, non è sospettosa, e sa essere benefattrice volontaria anche di coloro che non le chiedono favori. Affido alle sue mani la _Marfisa bizzarra_, non meno che la bilancia del mio carattere; e la supplico a voler consentire ch'io possa vantarmi suo servitore e suo satirico. PREFAZIONE SCRITTA TRA 'L DUBBIO CHE SIA NECESSARIA E 'L DUBBIO CHE SIA INCONCLUDENTE Rispettando chi molto ragiona e poco osserva, io poco ragionando e molto osservando ho ingravidata la mente, la quale, senza incomodare la lingua, ha dato poi tutta la briga, quando a una mia penna di pollo d'India, quando a una mia penna d'oca, di discorrere sopra i fogli che succederanno a questo preambolo. Cotesti fogli formano un libro sulla fronte di cui si vederá scritto: _La Marfisa bizzarra, poema faceto_. È superflua una confessione che i fatti esposti in dodici canti della _Marfisa_ non siano di gran rimarco. Ciò non è mia colpa. Se nella vecchiaia del mio Turpino i paladini non avessero cambiati gli antichi costumi, che teneano del mirabile, gli accidenti della _Marfisa_ sarebbero piú maravigliosi. Destò in me la spezie di gravissimo caso il cambiamento nel pensare e nell'operare di quegli eroi tanto celebrati dal Boiardo e dall'Ariosto; e se verrá considerata la differenza nel vero punto di vista, i successi di questo burlesco poema non appariranno frivoli affatto. I caratteri, le pitture, i ragionamenti, i maneggi, gli amori, in tal metamorfosi mirabile quanto tutte quelle d'Ovidio, non mi parvero immeritevoli della fama; e certo il maggior scapito loro deriverá dal mio infelicissimo ingegno, non atto a fargli immortali. Dieci canti di questo libro furono da me scritti sette anni or saranno, vale a dire l'anno 1761. Siccom'egli è veramente satirico e ripieno di ritratti naturali al possibile, alcuni, che vollero a forza udirne dei pezzi, incominciarono a voler fare gli astrologhi, immaginando di scoprire in essi il tale e la tale dipinti particolarmente al vivo. Si sa quanta forza abbia la presunzione dell'infallibilitá negli uomini, e quanto diligenti sieno i nimici ad assecondare un'opinione che può riuscire in odiositá a una libera penna. I disseminati discorsi de' falsi indovini mi parsero perniziosi e indiscreti. La mia vena innocente, che cercava solo di spassarsi nel partorir le immagini delle quali si era impregnata sulla lettura del suo Turpino e in una taciturna e universalissima osservazione sugli uomini, ebbe alquanta stizza. Troncai 'l corso all'opera e la chiusi a sette chiavi, sdegnando che dall'amore che ho per il prossimo me ne venisse dell'odio, e che fosse cambiato in veleno un elisire ch'io, forse accecato da troppo orgoglio, giudicava non disutile alla societá. Nel tempo in cui scrissi gli accennati primi dieci canti, bolliva una controversia un po' troppo arditamente giocosa intorno alla maniera di ben iscrivere e al buon gusto poetico del comporre. Paleserò, s'è necessario, che Marco e Matteo dal piano di San Michele--due paladini che si vedono dipinti nel poema--rappresentano due scrittori, che in quella stagione s'erano dichiarati, coll'alleanza d'alcuni altri scrittorelli, con soverchia animositá contro a' buoni scrittori antichi e contra chi difendeva l'invulnerabile fama di quelli. Coteste due creature, dipinte precisamente, hanno data la spinta a far giudicare con sciocchezza e falsitá di tutte l'altre persone che campeggiano nel poema. Vorrei ben oggi poter troncare, senza rompere alcune necessarie connessioni all'opera e senza che potessero uscire quelle brutte parole «il libro è castrato», tutto ciò che attiene a' que' due paladini, ch'io tengo per amici ad onta delle loro collere; prima perché non è mio costume il prendere di mira persone in particolare, e poscia perché riescono scipite e tediose tutte le scritture di critica e di derisione fuori della circostanza in cui un pubblico è in quella interessato. Il tempo solo decide del merito di ciò che si scrive, e non avendo io nessun merito per sperare dal tempo immortalitá, sieno certi i due paladini Marco e Matteo, e gli alleati, della loro vendetta. Quanto agli altri oggetti fatti sospettosi dagl'indovini e dalla malizia, se useranno l'indulgenza di non credermi capace di prender dirittamente per bersaglio nessuno che non mi punga, per satireggiarlo, mi faranno giustizia. Potranno questi riflettere che, siccome ne' _Caratteri_ di Teofrasto, nelle _Satire_ di Orazio, di Giuvenale, nelle antiche commedie e in altri libri dell'anime passate negli Elisi, si trovano delle pitture d'uomini viventi oggidí; nella _Marfisa bizzarra_, da qui a due secoli, se 'l libro fosse fortunato a segno d'aver tanto di vita, si troveranno de' veri disegni d'uomini viventi in allora. Non so s'io mi debba dire «spero» o «temo» che la premessa mia giustificazione sia inutile. Nessuno si vedrá figurato negli oggetti difettosi posti nella _Marfisa_, e piuttosto si rileverá ne' virtuosi. La lettura e le osservazioni mi faranno titubare e quasi credere che gli uomini morti sieno stati simili ai viventi, e che con tutte le satire, le derisioni al vizio e i ricordi buoni, gli uomini che nasceranno abbiano da non esser differenti dagli uomini morti e dagli uomini che oggidí vivono con noi. Il difetto, riguardo ai principi dell'educazione, è benissimo conosciuto da' popoli, ma la considerazione che abbiamo di noi medesimi lo fa sempre scorgere facilmente dall'uomo nell'altro uomo e difficilmente in se stesso. Solo perché in ogni secolo si è procurato di scemare i difetti nelle genti, certi scrittori ebbero dell'applauso: vi sará in ogni secolo chi tenterá di acquistarsi qualche nome per questa via. Se poi si giunga per questa via a cagionare alcuna riforma nei viziosi costumi, io mi contenterò di rimanere in dubbio per non tralasciare di farlo. Il governo di Londra ha sperato in ciò del benefizio sopra a' suoi popoli, e perciò lasciò correre _Lo spettatore_. Due poemetti usciti alla stampa da poco tempo in verso sciolto, l'uno intitolato _Il mattino_, l'altro _Il mezzogiorno_, che mi lasciano con ingordigia desiderare _La sera_, risvegliarono in me la brama di dar fine all'imprigionata _Marfisa bizzarra_. Una felice, elegante, maestosa, diligente e notomizzata esposizione, molti riflessi, molta satira e molta filosofia formano que' due libretti, veramente degni di andar separati dalle immense lordure ch'escono alla stampa in questo secolo detto «illuminato». Il sublime del loro stile, sopra una base faceta, sostiene ingegnosamente una continua ironia, che gli fa seri e scherzevoli a un tratto e col piú fino sapore. Non anderanno soggetti mai alla sventura dell'oblivione, quantunque appunto pel loro sostenuto sublime riescano oscuretti appresso quella vergognosa ignoranza, dall'autore con somma ragione sferzata in parecchi grandi. Tuttoché que' due poemetti sieno scritti in uno stile totalmente diverso da quello della _Marfisa_, sono però appoggiati alle viste medesime e a' medesimi principi di questa. L'ho terminata con due canti, seguendo il filo degli altri dieci e quell'ossatura da sett'anni apparecchiata, fatto coraggioso dal felice accoglimento dato dal pubblico alla benemerita sferza del _Mattino_ e del _Mezzogiorno_. Sappiasi ch'io mi vanto solo d'essere confratello nelle massime dello scrittore di que' due poemetti venerabili, ma sappiasi ancora ch'io mi confesso architetto infelice d'una fabbrica umile e di simmetria diversa affatto da quella del suo nobilissimo edifizio. Non incresce all'umanitá di passar talora da un adornato palagio ad una semplice casipola villereccia, in traccia di quella varietá che suol cagionare il divertimento. La _Marfisa_ è un poema giocoso e d'uno stile scopertamente famigliare. Molti fattarelli cavati dal mio Turpino, che la riempiono, servono di pretesti a porre in circostanza le dame, i cavalieri, l'arme e gli amori; e dalla circostanza pullula quella satira sul costume, alla quale chiedo la benedizione dal cielo. Alle due consuete sciagure degli altri libri anderá sottoposta la _Marfisa_. Se una è quella di non essere né letta né badata, l'altra è quella della critica. Mi rincrescerebbe alquanto piú la prima della seconda, ma né l'una né l'altra potrá vantarsi d'aver turbata la mia pace. Per entro al poema credo d'aver assai espressa la mia ostinazione di voler usare i colori dello stile de' nostri antichi piacevoli, a me amicissimi e carissimi. Quante bellezze, d'indole però diversa, non adornano _Il mattino_ e _Il mezzogiorno_, per aver il loro scrittore bevuto alla fonte degli antichi poeti! Se i miei critici vorranno tentare di darmi alcun dispiacere, gli avverto fraternamente di censurar la Marfisa in tutte le sue parti, ma non mai in quella degli anacronismi de' quali è sparsa, perché mi faranno piú ridere che arrabbiare e non averanno il loro intento. Ho voluto che i miei paladini bevano il caffè, il cioccolato e mandino de' libretti alla stampa al tempo di Carlo Magno. Ho voluto che possano raccomandarsi a' santi e nominare de' santi che dovevano ancora nascere, che possano spendere delle monete di conio posteriore all'etá loro, che possano leggere Rutilio Benincasa, l'_Ottimismo_, il _Lunario da Bassano_, eccetera eccetera. Dicendo «ho cosí voluto», spero di levare la noia agli eruditi critici di raccogliere una filza di simili anacronismi de' quali desiderai di valermi, non curandomi d'avere il torto a prender de' granchi volontariamente. Nella _Marfisa_ non si tratta né del commercio né dell'arti né dell'agricoltura. Dovrá dunque cadere per questa sola ragione tra i libri disutilacci e da non esser punto considerati? Io rispetto i benemeriti scrittori, che co' loro ponderati, seri e zelanti insegnamenti hanno giá in questo secolo ridotte ricchissime tutte le cittá, fertilissime tutte le campagne, agiatissime tutte le famiglie, come si vede. Pieno di gratitudine e d'umiliazione verso il loro merito, pel benefizio dell'universale opulenza introdotta, per i cibi e i vestiti che si hanno oggidí con poca spesa, chiedo in grazia che si permetta senza disprezzo di poter proccurare nell'uomo un commercio di buona fede, quanto quello della cociniglia e dell'endico; che si permetta senza disprezzo, che si possano animar nell'uomo le bell'arti della virtú, de' costumi, dell'eloquenza quanto le manifatture de' panni e delle stoffe; che si permetta senza disprezzo che si possa coltivar l'animo e il cuore dell'uomo almeno quanto un gelso ed una patata. Consoliamoci con le nostre reciproche lusinghe d'esser utili alla societá, con le nostre reciproche speranze di renderci immortali, e tronchiamo le nostre prefazioni seccatrici reciprocamente. CANTO PRIMO ARGOMENTO. La pace, l'ozio e i nuovi libriccini cambian re Carlo Magno di natura. Dietro al re quasi tutti i paladini di poltrir solo e di sguazzare han cura. Si fa nel primo canto agli Angelini, agli Orlandi, a' Rinaldi la pittura, agli Olivieri e all'altre alme famose, perché il lettor s'informi delle cose. 1 Se non credessi offender gli scrittori che han rotto con lo scrivere ogni sbarra, e son fatti del mondo inondatori, io canterei di Marfisa bizzarra. Ma appena m'udiranno, usciran fuori con gli occhi tesi e con la scimitarra, gridando che lo stil non è moderno, e daran di gran colpi al mio quaderno. 2 Io non vo' rattenermi tuttavia, e farò come il Cardellina e Svario, c'hanno l'interruttore dietrovia al loro arringo che grida il contrario, e seguono il parlar con energia, con le ragion fondate del sommario, buffoneggiando le voci accanite, e finalmente vincono la lite. 3 Sien le ragioni del sommario mio, se degli antichi autor seguo la traccia, che invan per tanti secoli l'obblio con essi ha fatto alle pugna, alle braccia. Spesso in soccorso il vostro lavorio egli ha chiamato a dar loro la caccia, o susurroni, o scrittorei di paglia, ed ha sempre perduta la battaglia. 4 Ché dopo un breve tuono e un parapiglia v'andaste in fummo o dileguaste in guazzi; e fu la vostra quella maraviglia delle cittá di neve de' ragazzi. Cosí va chi aver fama si consiglia dal rumorio di stolti popolazzi, ch'oggi al poeta fan plauso e decoro con la ragion che poi lo fanno al toro. 5 Segua che vuole a questo mio libretto, di Marfisa bizzarra io cantar voglio. Cantolla un altro e non ebbe concetto, perché non dice il ver d'essa il suo foglio, e 'l buon Turpino non aveva letto, disprezzando gli antichi con orgoglio; onde rimase con Paris e Vienna ad aspettar qualche moderna penna. 6 Voi, che non isdegnate i versi miei e de' nostri buon padri avete stima, né vi curate de' furor plebei, perché non giungon del Parnaso in cima; voi, brigatella, in soccorso vorrei sola all'oppressa mia povera rima; voi ricogliete il parto, e fate nulla l'arte che i figli nostri affoga in culla. 7 Io vi dirò siccome i paladini cambiassero l'antico lor costume, come mutaron gli elmi in zazzerini, la guerra in sonno e in sprimacciate piume, e come l'ozio e i nuovi libriccini tolsero loro la ragione e il lume, come la vecchia bizzarria Marfisa cambiasse in nuova e i suoi casi da risa. 8 Di Filinor, cavalier di Guascogna, conterò fatti che non sian discari, se care son le gesta che vergogna fanno a' ben nati cavalier suoi pari, Pur, se il mal non è ben, non vi bisogna udir per farvi a Filinor scolari, ma sol per dar riforma alla natura, o voi che somigliate a sua figura. 9 Vinto avea Carlo Agramante e Gradasso e Rodomonte e gli altri suoi nimici, e si viveva in pace fatto grasso: tutti i re gli eran tributari e amici. Vecchio e della memoria quasi casso, solo avea briga a dispensar gli uffici e qualche volta a por nuove gabelle, del resto a tener morbida la pelle. 10 Mancato il capo, male sta la coda. I paladin, veggendolo poltrone, si dierono a' piattelli ed alla broda, la state al fresco e il verno ad un focone, ed a lagnarsi ch'era troppo soda d'asse la sedia, e danno al codione; donde inventaron sedie badiali, sofá di lana e piume e co' guanciali. 11 A poco a poco l'agio e la quiete gl'intabaccava sempre maggiormente; le loro illustri imprese che sapete eran lor quasi uscite dalla mente; anzi ridevan spesso (or che direte?) quando sentian raccontarle alla gente. Alcun si vergognava aver ciò fatto, e giudicava d'esser stato matto. 12 Se qualchedun si sentía male a' denti o tosse o doglia o qualche altra magagna, tosto diceva:--Ecco il frutto de' venti e delle piogge della tal campagna.-- Pur nondimen mangiava ognun per venti, beveva vin da Scopolo e di Spagna, dormiva sodo e tenea concubine, a' passati disordin medicine. 13 Della religione il zelo santo, per cui la vita a rischio posta aviéno, era scemato e raffreddato tanto che parea non ne avessino piú in seno. Ne' dí di festa alla messa soltanto ivan con rabbia o sonnolenti almeno, e sol per uso o per veder la dama ed attillati per acquistar fama. 14 I romanzieri dall'eroiche imprese, dalle battaglie e da' sublimi amori piú non si nominavan nel paese, perché i moderni eran usciti fuori co' fatti de' baron, delle marchese, che mille volte si tenean migliori per certe grazie, e cosí piú alla mano, e assai piú confacenti al corpo umano. 15 Leggeano in quei siccome entro alle mura delle vergini sacre ivan gli amanti, come fuggían da quelle alla ventura le donzelle ivi poste, andando erranti. E vestite come uomo, alla sicura dormian co' maschi del fatto ignoranti, e il loro imbroglio al terminar de' mesi. ed altri casi all'uso de' francesi. 16 Nelle commedie il costume novello correva ancora, e cavalieri e dame si vedean entro con poco cervello, per l'onor, per l'amore o per la fame. E turchi in scena con un gran drappello di mogli pronte sempre alle lor brame; e dileggian gli eunuchi le schiavacce con mille detti lordi e parolacce. 17 Donde gli amor, gli equivoci ed i gesti, uniti alla natura e al mal talento, faceano i paladini al vizio presti, o lo teneano in freno a tedio e a stento. Altri scrittor piú dotti e disonesti per i lor fini, a tal cominciamento, stampavan libri sottili e infernali, dipingendo i mal beni ed i ben mali. 18 I paladin leggeano i frontispizi e qua e lá di volo sei parole; poi commettevan mille malefizi, intuonando:--Il tal libro cosí vuole.-- Se v'era alcuno ch'abborrisse i vizi, e dicesse:--Non déssi e non si puole,-- gridavan:--Chi se' tu c'hai tanto ardire i paladin di Francia di smentire?-- 19 E minacciavan di bando e galera; ond'era forza rispettarli alfine. Dunque la pace, l'ozio e la carriera de' libri nuovi, fuor d'ogni confine non sol de' paladini avean la schiera corrotta, ma le genti parigine: dal re Carlo sin quasi al mulattiere, lascivo era e goloso e poltroniere. 20 Lecita in chi poteva usar la forza era la truffa, era la ruberia. Ogni peccato avea buona la scorza, e con nuove ragion si ricopria. Fanciulli ed ebbri, andando a poggia e ad orza, udiensi disputare per la via ch'era il ner bianco e che il quadro era tondo e che goder si debba a questo mondo. 21 Gli abati in cotta e i santi monachetti, che contra al mal dal pulpito gridavano, sudando, trangosciando, e che a' scorretti mille maledizion dal ciel mandavano, erano uditi come gli organetti; e quando le persone fuori andavano, un dicea:--Disse male,--un:--Disse bene, ma predica all'antica e non conviene.-- 22 E chi diceva:--E' canta l'astinenza, ma so che i buon boccon non gli disprezza-- Poscia ridean con poca riverenza, e ognun restava nella sua mattezza. Alle orazioni ed alla penitenza diceano pregiudizi e leggerezza, o ipocrisie per guadagnare i schiocchi, o cose da mal sani e da pitocchi. 23 Rinaldo (perché aveva poca entrata, piacendogli le donne e la bassetta e il vin, che ne beeva una fregata, sicch'ogni dí sembrava una civetta) a Montalban fatto avea ritirata, facendo vender senza la bolletta acquavite, tabacco ed olio e sale e vin contro la legge imperiale. 24 S'erano i gabellier molto provati a condur pe' trasporti la sbirraglia; Rinaldo avea sbanditi e disperati che facevan co' sassi la battaglia: onde se n'eran sempre ritornati senza poter oprar cosa che vaglia. Carlo chiudeva un occhio e gli era amico pe' buon servigi suoi del tempo antico. 25 Cosí Rinaldo un util grande avea e s'aiutava i vizi a mantenere; ma il troppo vino, ch'ogni dí bevea, l'inebbriava, ed era un dispiacere; perché Clarice sua talor volea fargli l'ammonizion ch'era dovere, ed egli bestemmiava come un cane e le dicea parole assai villane. 26 E minacciava un divorzio di fare, poi la mandava alla rocca ed all'ago. La poveretta lo lasciava stare, e in un canton facea di pianto un lago. Ed egli si metteva a berteggiare. --Cosí, ben mio--dicea,--quel pianto pago;-- e colle fanti in sul viso di lei faceva cose ch'io non le direi. 27 Il duca Namo nella sua vecchiaia avaro ed usuraio s'era fatto. Ogni dí fitta teneva l'occhiaia in su' processi per fare un bel tratto; perché investia di scudi le migliaia, e alfin temeva qualche scaccomatto o dalle doti o da' fideicommissi; onde avea gli occhi in sulle carte fissi. 28 Poi tanti dubbi e cavilli trovava co' poveretti che bisogno aviéno, che sin per venti il cento comperava. E usava un altro piacevol veleno, che per il censo mai non molestava, tanto che il foglio d'annate era pieno, e poi tra il capitale e l'usufrutto, «salvum me facche», e' si toglieva tutto. 29 Prestava a' giuocator spesso danari a un per dieci il giorno di vantaggio; e i figli di famiglia aveva cari, che avesser vizi assai ma non coraggio, perché voleva il pegno e scritti chiari; poi gl'inseguiva col viso selvaggio, e alfin sí vago il conto avea tenuto, ch'avean pagato e il pegno anche perduto. 30 Astolfo, dopo il costume novello, era a Parigi inventor delle mode. Or le calze riforma, ora il cappello, ora le brache, e guadagna gran lode; e tagli or lunghi or corti al giubberello, i capelli or in borsa or con le code, le fibbie or di metallo ed or di brilli, ovate, tonde e quadre, e mille grilli. 31 E perché gli piacevano le dame, ei fu inventor de' cavalier serventi. A vincer cori aveva mille trame, perch'era un damerin de' diligenti. Né si curava di freddo o di fame, per le servite, o di piogge o di venti, ed ogni stravaganza sofferiva, anzi lodava, anzi pur benediva. 32 Spesso con esse alla lor tavoletta si ritrovava e mai non stava fermo. Or tien lo specchio, or fiorellin rassetta, e le guatava che pareva infermo. E poi diceva piano:--Oh benedetta! oh occhi! oh bocca! omè, non ho piú schermo, so dir ch'io ardo sin nella midolla.-- Poi sospirava e fiutava un'ampolla. 33 Ed aveva anche pronte, non so come, le lagrimette quando credea bene. Certo in far all'amor valea due Rome e por sapeva a tutte le catene. Addosso si può dir ch'avea le some di zaccarelle, o almen le tasche piene di spille e nèi e pomate e confetti, essenze e diavolon ne' bossoletti. 34 E sapea dibucciare e mele e pere e melarancie dolci, e in spicchi farle, poi rivestirle che pareano intere, e gentile alle dame presentarle. In mille forme lor dava piacere, ché l'arte ha sin ne' cori a tasteggiarle, e conforme a' cervei sa porre il zolfo, tal che tutte voleano il duca Astolfo. 35 Avino, Avolio, Ottone e Berlinghieri seguiano le sue fogge e i suoi vestigi, e politi serventi cavalieri passavan fra le dame di Parigi. Ma Namo, il padre, mettea lor pensieri di ragion mille, oscuri e neri e bigi, perch'era avaro e dava poco il mese, e le mode valevan di gran spese. 36 Anzi patian da quello gran rabbuffi: spesso d'emanciparli gli minaccia. --Che cosa son que' cappellin? que' ciuffi? que' pennacchin?--gridava rosso in faccia. --A che vi servon le frangie, i camuffi? Di farmi impoverir qui si procaccia; cervelli bugi, frasche, fumo e vento, vi diserederò nel testamento.-- 37 Essi, che questa cosa pur temeano, ma il bel costume non volean lasciarlo, merci a credenza e danari toglieano, dicendo:--Pagheremo al sotterrarlo.-- E da' mercanti un avvantaggio aveano ne' libri, e si credea di poter farlo: che ciò che valea trenta mettean cento; e nondimeno ognuno era contento. 38 Re Salomon, quantunque d'anni grave, voleva anch'esso corteggiar le donne. Nel luogo delle gote avea due cave ed era di struttura un ipsilonne. Pur s'ingegnava a ragionar soave ed alle dame diceva:--Colonne, e un giorno feci e dissi, e son terribile;-- e si facea da qualcosa al possibile. 39 E perch'egli era sordacchione affatto, le dame, stanche di sue scempierie, gli diceano:--Siam secche, vecchio matto, vecchio bavoso--ed altre leggiadrie; e poi ridean tutte quante del tratto. Ei credea delle sue galanterie ridesser, donde anch'egli ismascellava, sicché ognuno le risa raddoppiava. 40 Il marchese Olivier faceva il saggio, ed i serventi correggeva spesso. --Io non intendo--dicea--qual vantaggio, qual piacer sia stare alle donne appresso. M'infastidisce oltremodo il linguaggio, la stravaganza e il pensar di quel sesso; io l'ho ben mille volte maledette, perocch'elle son macchine imperfette. 41 Anzi non so com'uom, ch'abbia la testa, con quelle gazze un'ora possa stare. Vi giuro, piú la donna m'è molesta quando la dotta e la saggia vuol fare. S'ella avrá ben danzato ad una festa, e l'_andrienne_ si sentí lodare, questo le basta a uscir fuor di se stessa e a giudicarsi qualche monarchessa. 42 Come mai non v'ammazzan le pretese c'han sopra voi per quanto lungo è l'anno? a quelle ciarle, a quelle lor contese come non affogate dall'affanno?-- Cosí gridava Olivieri marchese; ma vendea nondimen rascia per panno, e si sapea che in certe catapecchie era lo spasimato di parecchie. 43 A' costumi cambiati, alla lettura riformata ed all'ozio ed alla pace, cambiata non avea la sua natura Gan da Pontier, traditor pertinace. Vero è che i tradimenti suoi misura e rimoderna anch'esso, e si compiace di non trattar co' regi danno al regno, ma in fraudi piú all'usanza pon l'ingegno. 44 E verbigrazia, essendo assai persona di Carlo vecchio, il conducea pel naso: molte ingiustizie a sua santa corona faceva fare in uno o in altro caso. L'incarco tôrre a qualche anima buona e darlo a un birro l'avea persuaso, ché de' gran merti non ne dava un fico: chi piú lo regalava era suo amico. 45 Per venti scudi avrebbe querelato di lesa maestade un suo fratello, e s'infingeva ancor farsi avvocato per le ragioni or di questo or di quello. Chi s'affidava era poi consolato, e si può dir gli menasse al macello, perch'egli proteggeva tutti quanti, ma la ragione avea quel da' contanti. 46 E nondimeno ogni giorno alla messa, anzi alle messe andava: si può dire che n'ascoltava con faccia dimessa tre o quattro, che pareva il _Dies irae_. Ed ogni settimana si confessa, e a dir «_mea culpa_» si facea sentire; massime quando avea l'assoluzione, mette sospir ch'assordan le persone. 47 Quando giurare a qualchedun volea, acciò credesse le bugie la gente: --Per quella santa confession--dicea-- che feci stamattina indegnamente.-- E s'un giurava per Dio, si torcea facendosi la croce prestamente; e poi, volgendo l'occhio, dicea piano: --Non nominate il Signor nostro invano.-- 48 Ma scandol sempre giva mulinando: mai non tenea la sua mente in quiete. Talor soletto andava passeggiando lá dove son le dinunzie secrete, e in quelle bullettin venía gettando contro al tal uom, al tal frate, al tal prete, e cagionava ben mille sciagure; poscia ingrassava udendo le catture. 49 Un altro spasso avea il fraudolente: che tenea spia di tutti gli amoretti; poi di soppiatto avvertiva il servente e inventava raggiri, atti e viglietti, tal che faceva piú d'un uom dolente, e nascer mille ciarle e tristi effetti, e dissension nelle case e vergogna, e andar gli sposi in mitera ed in gogna. 50 Gan cosí rimoderna i tradimenti con l'aiuto de' conti di Maganza, Griffon, Viviano, Anselmo e piú di venti di que' paesi o razza o mescolanza, i quali in viso parean buone genti, divoti in chiesa e pieni di creanza, ma poi la notte taluni rubavano e alla bassetta e al faraon baravano. 51 Si spacciavano ognor quelle genie con grave ostentazion da genti oneste, ricomponendo le fisonomie, portando fibbie antiche e antica veste. Oltre a ciò, le fetenti ipocrisie, le iniquitá, che furon sempre péste, derise ed abborrite dall'uom saggio, avevano in quel secolo un vantaggio. 52 De' maganzesi ipocriti cristiani, e de' giusti cristian buone persone avevan fatto i scrittor furbi e cani un certo guazzabuglio, un fascellone da non separar piú da ingegni umani; in modo tal che il titol di «briccone» era cassato dal vocabolario: l'usava alcun talor, ma pel contrario. 53 Ugger danese, che della pagana legge alla nostra era venuto un giorno, fatto vecchio servente a Galerana, con essa tutto il dí facea soggiorno, perch'ell'era decrepita e mal sana. Ugger fedele l'era sempre intorno, allo sputo porgendole la tazza, né piú si ricordava la corazza. 54 Poiché tra lor ragionato s'avea di quel che giova al viver nostro e nuoce, Galerana il rosario fuor mettea ed ambidue si facevan la croce: l'uno intuonava e l'altro rispondea, insin che lor poteva uscir la voce. Poi Galerana a letto si mettia; Uggeri salmeggiando andava via. 55 Marco e Matteo dal pian di San Michele, che della guerra un tempo eran vissuti, avevan fatto parecchie querele di quella pace, ch'eran divenuti poveri e al verde come le candele. Ma finalmente anch'essi stavan muti, e s'eran dati alla poetic'arte per guadagnarsi il vitto in qualche parte. 56 Poiché a Parigi allora era l'andazzo di commedie, di critiche e romanzi, e il popol n'era ghiotto anzi pur pazzo, perché fosser riforme a quelli dianzi. Marco in su' fogli venia pavonazzo, Matteo del scrittoio fuor non creder stanzi; sicché ogni mese uscían da' torchi al varco due tomi: un di Matteo, l'altro di Marco. 57 Ma potean ben su' fogli intisichire, a' librai furbi alfin l'utile andava. Pe' manoscritti avevan poche lire, ed il libraio il resto s'ingoiava. Avean provato a lor spesa far ire talor la stampa, e il capital muffava, perocché il libro senza de' librai, non so per qual malia, non vendean mai. 58 Donde lor convenia pregar que' tristi e dir:--Quel libro fatemi dar via.-- Color, ch'eran peggior degli ateisti, diceano:--In ciò vi farem cortesia.-- E avuti i libri:--Non c'è chi gli acquisti --dicean:--quella è cattiva mercanzia;-- tal che Marco e Matteo con grande affanno vedean pochi ducati in capo all'anno. 59 Tanto che alfin lasciavano a' librai a tre soldi la libra i tomi a peso. Allora il libro divenia d'assai, e molto ricercato s'era reso. Cosí viveano smunti in mille guai, e un altro foco contr'essi era acceso, il qual scemava loro i partigiani, che gli tenean per scrittor sovrumani. 60 Erano inver poetastri cattivi; pur dicean che scrivevan all'usanza. L'usanza era esser scorretti e lascivi, d'uno stil goffo e gonfio d'arroganza, gergoni e ragguazzar morti co' vivi, e il far di tomi nel mondo abbondanza, e il predicar che gli antichi scrittori non si dovean piú aver per buoni autori. 61 Ma Dodon dalla mazza, paladino, che a difender gli antichi era un Anteo, sendo lor padri a lui sin da piccino, non pativa l'apporsi a quelli un neo; sicché stampava qualche libriccino che facea disperar Marco e Matteo, perch'ei rideva in esso a suo diletto, dileggiando il compor grosso e scorretto. 62 Infin chi nel Boiardo e l'Ariosto letto ha de' paladini e del re Carlo e il costume d'allora, dirá tosto che di lor per ischerzo oggi vi parlo. Tuttavia starò saldo al mio proposto, e so ch'io dico il ver, so autenticarlo: l'ozio, la pace e le scritture nuove gli avean cambiati, ed ho ben mille prove. 63 E vi dirò che Guottibuossi e seco Gualtier da Mulion, famosi erranti, perché sapeano un po' latino e greco, andaron preti e a servir di pedanti. E quell'altra notizia anche vi reco, che preti, e co' caratter sacrosanti, servian d'altri servigi lordi e goffi prete Gualtieri e prete Guottibuossi. 64 Orlando inver manteneva il suo grado ed i nuovi costumi biasimava, e per la corte e a tutto il parentado di belle predichette sciorinava; ma l'apprezzavan quanto un fraccurato. Ognun dicea:--Ben dite,--e lo ascoltava; e poi ridea quand'egli era partito, gridando:--Grazie al ciel se n'è pur gito!-- 65 Ei tuttavia si ficca per le case, co' padri la volea delle famiglie. --Questi romanzi nuovi son la base --dicea--del far l'amor di vostre figlie. Gli antichi forse le avean persuase d'un eroismo e a troppe maraviglie, ma i nuovi l'han ridotte tanto vili che un dí le troverete ne' porcili. 66 Cembali, danze, musiche, canzoni, riverenze, scamoffie, bei passini sono inver giudiziose educazioni per far le figlie candidi ermellini, ed acquistare e cagionar passioni da mandare i cervei fuor de' confini, destando dicerie ne' popolazzi. Voi siete padri saggi? Siete pazzi. 67 Che cosa son questi discorsi eterni, divenuti importanti ed essenziali, di cuffie, stoffe e di color moderni, d'armonie, di buon gusti tra i mortali? Le infinite botteghe, con quei perni carchi di veli e nastri e merci tali rese di conseguenza, che mai sono? Rispondete!--dicea--con chi ragiono? 68 Lunge le figlie da commedie nuove, perché le dame vi si vedon dentro o rinvilite o, se virtú le muove, la foia le fa andare in sfinimento. Ed alla fine il vizio a tutte prove campeggia, ed è premiato ed ha il suo intento; onde le figlie a casa rimenate piene di tristi esempi e riscaldate. 69 Io non iscopro in questi nuovi fogli e in queste farse dette oggi «esemplari» che debolezze e mal condotti imbrogli, caratteracci arditi, e truffe e baci, e tradimenti ai mariti e alle mogli; poi sermon lunghi per porre i ripari. Ma il vizio alletta e la predica stanca, onde il mal cresce e il buon costume manca. 70 Questa pace, quest'ozio, questa vita del costume novel, Dio non lo voglia, oltre che l'alma andar fará smarrita, vi trarrá de' gran mali entro la soglia.-- E novera i perigli sulle dita Orlando, e povertá, vergogna e doglia e mille tristi effetti e conseguenze; ma tenta invan purgare le coscienze. 71 Né poté vincer altro il sir d'Anglante che da Aldabella essere ubbidito: non volle mai che servente od amante se le accostasse a farle l'erudito. Ella ch'era una dama delle sante, di quelle ch'appelliam «tutte marito», a' suoi voleri abbassava la fronte, e cita in tutti i suoi discorsi il conte. 72 Ma l'amor coniugale e l'obbedire della contessa verso il suo consorte erano cose che facean languire l'immensa schiera delle dotte e accorte. Bisbigliar basso si sentien, e dire: --Ecco la scempia,--se veniva a corte. Era la dama grave e timorata una «bella senz'anima» chiamata. 73 Questo detto comun, che andava in giro: --Bella è tale, ma l'anima le manca,-- avea posto un furore, un capogiro nel sesso femminil, che a dritta e a manca s'udiva:--Ferma, o pel mantel ti tiro; vedi s'io son senz'anima e son franca.-- La cieca ambizione aveva fatte donne infinite ed animate e matte. 74 Tutto era smania e senso animalesco in tutte le stagion senza riparo; erano sempre in moto al caldo e al fresco i corpi e il vuoto di Lucrezio Caro. Non v'era distinzion dal fico al pesco; l'esser ognor giuvenca, ognor somaro; e l'imitare i piú bestiali ed empi era detto «aver l'anima» in que' tempi. 75 Si vedean per le vie donne appassite, livide sotto agli occhi e diroccate, con certi maschi a' fianchi, olmo alla vite, che avean le guancie vizze ma lisciate. E vecchi in gala e vecchie inviperite, con nastri e piume e fiori e imbellettate, l'essenze, i diavolon, l'odor di fogna confondevano, e d'arca e di carogna. 76 E perché ad Aldabella virtuosa non si poteva apporre alcun peccato, ed era rispettata e gloriosa, per la via d'un contegno misurato, la schiera delle matte invidiosa aveva il gran delitto in lei trovato, cioè che dicea mal delle sfrenate: --_Ergo_ non è--dicea--tra le beate.-- 77 Il modo del pensar ridotto a tale era, e guasta e corrotta sí la gente che non si potea dir piú mal del male, senz'esser giudicato maldicente e seccator misantropo bestiale da punir colla sferza onnipossente, o per lo men da chiudere in prigione a far co' topi e i cimici il Catone. 78 De' guidaleschi fracidi d'allora io non vi do di cento una misura; pur d'ogni bocca stretta uscivan fuora queste parole:--Buon gusto e coltura, delicatezza e buon senso c'infiora, e veri lumi ed eleganza pura.-- S'un dicea «sterco» per inavvertenza, gridavano:--Che porco! che indecenza!-- 79 Io v'ho data un'idea cosí all'ingrosso di Carlo, di Parigi e della corte. Dopo queste premesse a la fin posso condurvi di Marfisa in sulle porte. Se alcun pedante mi venisse addosso a dirmi:--Tu potevi ir per le corte,-- dico di no, perché le cose in pria convien apparecchiar. Pedante, via! 80 Anzi a te dico, pedante insolente: della nostra Marfisa il naturale io vo' tacer sino al canto seguente, benché paia la cosa vada male, ché non ho detto de' fatti niente nel primo canto, ch'è sol liberale d'umori e di caratteri cambiati, e mi saranno i difetti addossati. 81 Ma ragion fate, il primo canto sia una commedia di caratter nuova, che andate poi lodando per la via, bench'altro in essa alfin non ci si trova che di caratteracci una genia, e vi tien per tre ore e nulla prova; poscia a richiesta universal si chiama. Diman gran cose dirò della dama. FINE DEL CANTO PRIMO CANTO SECONDO ARGOMENTO. La riformata bizzarria dirassi, il costume e lo stato di Marfisa. La circostanza e dissensione udrassi della famiglia di Rugger di Risa; di Filinor guascone i strani passi, gli scrocchi e il vizio, il qual l'acconcia in guisa che parte di Guascogna derelitto verso Parigi a procurarsi il vitto. 1 Io mi son dilettato alquanto in vero il critico arruffato immaginando, ch'avendo udito l'altro canto intero, vada con questo e quello investigando co' disprezzi al tal verso, al tal pensiero, fanciulli e donne e librai guadagnando; e sopra tutto parmi di sentire le parole seguenti udirlo dire: 2 --Chi è questo poeta sconosciuto ch'esce alla stampa, e il vezzeggiar sublime di noi famosi, a gran prezzo venduto, morde sí franco e deride ed opprime? che stile è il suo da popolo minuto? Hassi a far conto alcun delle sue rime, poste in confronto a' nostri gravi temi, alle canzon pindariche, a' poemi? 3 Che gran faccenda a noi grandi saria lo scriver, com'ei fa, da scorreggiate, se la nostra spettabil fantasia volessimo abbassare a sue favate?-- Dal detto al fatto è troppo mala via, pedante; non convien far le bravate. Prendi la penna e scrivi al paragone, e lascia poi decider le persone. 4 So quanto costa a me lo scriver puro, non so, pedante, delle tue fatiche; ma convien certo, e non ti paia duro, due parolette in astratto io ti diche. --Marmo, calcina e tempo vale un muro, sapone ed acqua voglion le vesciche. Sin ch'io canto Marfisa, t'assottiglia: scrivi qualch'opra che mi sia di briglia.-- 5 Marfisa era un cervello suscettibile; però, i romanzi antichi avendo letti, come sapete, era prima terribile, e dormia co' stivali e i braccialetti; e quanto piú la cosa era impossibile nelle battaglie e piú forti gli obietti, come il Boiardo e l'Ariosto narra, era piú furiosa e piú bizzarra. 6 Ma poiché furon cambiate le cose e i nuovi romanzi usciti fuori, attentamente a leggerli si pose ed impresse il cervel d'altri colori; e cercò solo avventure amorose, sendo bizzarra ancor, ma negli amori, e d'altre sorti bizzarrie facea, come scrive Turpin che lo sapea. 7 Come ognun sa, Ruggero suo fratello sposata avea la bella Bradamante, la qual rimodernato avea il cervello e non è piú guerriera né giostrante; ma pensa alla famiglia e fa duello col fattor, col castaldo e colla fante, e riflettendo all'avvenire e a' figli, tutta all'economia par che s'appigli. 8 Chi l'avesse veduta alla cucina a gridar che s'abbrucian troppe legna, e l'avesse veduta alla cantina come alla botte scemata si sdegna, e a levarsi per tempo la mattina, l'avria creduta un'economa degna, ché venti chiavi in saccoccia portava e la minestra e l'olio misurava. 9 Non dimandar se i drappi alla rugiada di san Giovanni fa porre la notte, perché qualche tignuola non gli rada, e se fa dar lor spesso delle bòtte, e se fa chiuder l'uscio della strada per i ladroni, e se le calze rotte sa rattoppare e racconciar le maglie, e voler da' villan polli e rigaglie. 10 Scrive Turpin di quella tuttavia ch'ell'era attenta massaia e perfetta, ma che in secreto questa economia era di maliziosa formichetta, e che a se stessa facea cortesia, nascosta avendo piú d'una cassetta di be' zecchini, e di quelli il marito né avea ragione né sapeva il sito. 11 Rugger la vedea sempre in gran pensiero per il risparmio, onde non bada a questo; sol perch'egli era alfin pur cavaliero, parecchie volte si mostra rubesto, dicendo:--Moglie, a ragionar sincero, alcun de' vostri fatti m'è molesto, e farete le mani aspre e callose, ché v'avvilite troppo in certe cose.-- 12 Quest'era per Rugger poca sciagura a petto quella che gli dá Marfisa, la qual va rovesciando ogni misura pe' suoi capricci, e spende in una guisa da far venire a Creso la paura; e compra e vende, e il fratel non avvisa, e cambia fogge e vestiti ogni giorno; sembra il mercato ov'ella fa soggiorno. 13 Oggi faceva legar diamanti, diman non gli voleva piú a quel modo; lega, rilega, spendea piú contanti in legature che nel valor sodo; ch'or gli voleva balle, ora brillanti, ora in nastro, ora in fiore ed ora in nodo. Gli artier mascagni laudano ogn'idea, giurando che piú d'essi ne sapea. 14 Sarti, mercai, calzolai per le scale andavan suso e giuso a tutte l'ore, e conveniva loro metter l'ale per non provar di Marfisa il furore. Chi merletti, chi drappo o cosa tale, chi vesti seco porta e dentro e fuore, e chi polizze vecchie non pagate; poi va via con le gote rigonfiate. 15 I parrucchier ch'acconciavan la testa non è da dir se facea disperare: oggi i capelli corti volea questa, doman gli volea lunghi accomodare. All'impossibil menava tempesta, minaccia il parrucchier di bastonare; se qualche scusa il misero allegava, con la granata via lo discacciava. 16 Bestemmiando com'una luterana: --Non vo' nessuno mi perda il rispetto,-- grida per casa, e sfoga la mattana dando alle serve uno schiaffo, un puzzetto. Mai non si vide una dama sí strana. Se avea la febbre, non istava a letto; se stava ben, diceva esser inferma e volea star sotto le coltre ferma. 17 Ai medici, che andavano a trovarla e le dicevan:--Non avete nulla,-- gridava:--Andate via, dottor da ciarla; voi capireste al polso una maciulla, e forse anche sapreste medicarla.-- Infin dall'aspra bizzarra fanciulla, se il mal che non avea non confessavano, un orinal nel ceffo guadagnavano. 18 Ma sopra tutto ell'era stravagante giuocando alla bassetta al tavoliere, dove, per vie di dir, metteva su un fante quanti danar si ritrovava avere; poscia mandava il parolo e piú inante; perduti quelli, si facea tenere in sulla fede, e perdea quanto mai; s'io tel dico, lettor, nol crederai. 19 Poi disperatamente andava a casa, e non avendo danar nello scrigno, va rovistando masserizie e vasa, argenti e gioie, con il viso arcigno. Di cuffie e merli fa la cassa rasa per far dei pegni, ovver con qualche ordigno va guastando le toppe del fratello, e soldi invola e gemme e drappi a quello. 20 Infine non istá mai cheta un'ora, fuor che quando i romanzi suoi novelli legge con attenzione ed assapora, ch'era associata alla stampa di quelli; tal che sempre il cervello piú svapora. Que' fatti che leggea le parean belli, ed era partigiana imbestialita della nuova dottrina fuor uscita. 21 Or vorrebb'esser stata ballerina, or cantatrice divenir vorria, or commediante ed ora contadina, or zingara e pel mondo fuggir via, per donar argomento alla dottrina che fiorire in quel tempo si vedia, e lasciar la memoria assai famosa di sé per qualche libro alla franciosa. 22 E con gli amanti, che n'aveva cento, sopra a' romanzi va sottilizzando e discorrendo e lodando il talento di Marco e di Matteo di quando in quando. Gli amanti d'essa avevano spavento e cercan contentarla ragionando, e sol fra loro facevan schermaglia, perch'eran molti bracchi ad una quaglia. 23 E il numer sempre si facea maggiore, perché Marfisa tra gli altri pensieri a tutte l'altre dame volentieri; e quanto all'arte di far all'amore, non sia chi meglio saper farlo speri, perocché, quanto a questo, ella è decisa: non verrá al mondo una pari a Marfisa. 24 E benché dal Boiardo fu descritta moretta alquanto e bella oltremisura, io l'ho veduta su un quadro pitta e la trovai differente in figura. Occhio avea grande, d'imbusto diritta era, e non alta molto di statura, e pochissima carne avea sull'ossa, la chioma bionda, anzi potrei dir rossa. 25 Molte altre cose ancor le ho ricavate in certi versi del poeta Marco, il qual facea composizion sfoggiate per que' che Amore avea presi con l'arco, e guadagnava almen per le insalate da qualche amante nello spender parco. Basta, tra il quadro e quella descrizione, posso dar di Marfisa opinione. 26 Niente è vero ch'ella fosse bruna, anzi era bianca e un po' lentiginosa; nel seno non avea molta fortuna, ma fu in accomodarlo artifiziosa; la bocca a fare un ghignetto opportuna, la guardatura or dolce or dispettosa; le braccia, indi le mani alquanto asciutte, ma co' brillanti non parevan brutte. 27 Infin, per quanto potei rilevare, non si può dir Marfisa fosse bella. Giudico ben ch'ella sapesse fare, o fosse nata sotto alcuna stella da far i maschi tutti sospirare. Forse la bizzarria della donzella, le stravaganze e fierezze eran strali, ch'io n'ho veduti mille esempi tali. 28 Chi dirá di Rugger la penitenza, avendo una sorella come questa, che si potea chiamar la violenza, prodiga in una forma disonesta; ed una moglie, ch'era l'astinenza, che in tutto pel rovescio avea la testa, sendo la casa sua sempre in litigi e il tema delle lingue di Parigi? 29 Non c'era giorno che fra le cognate passasse senza rimproveri e grida: Rugger le ha mille volte separate, perché l'una con l'altra non s'uccida. Talor non mangia a mezzo, e le ha lasciate a mensa in man del ciel che le divida, e poi la notte dalla moglie avea tormenti che portar non gli potea. 30 La suora avea tentato maritarla pria con Leon, figliuol di Costantino imperator, ed egli di sposarla avea promesso, e il nodo era vicino, e come sposo andava a visitarla; ma scoprendo ogni giorno il cervellino e i bizzarri costumi della moda, pensò lasciarla alfin maggese e soda. 31 E perché il patto era ito innanzi molto e discior nol potea senza disnore, risolto avendo di non esser còlto marito d'una ch'avea troppo core, si finse un tratto divenuto stolto e di cader di furore in furore. Cinqu'anni ebbe la flemma a fare il matto, tanto che alfin fu lacero il contratto. 32 Di ciò Marfisa non ne dá un pistacchio; bastale aver di serventi un codazzo, e alla bassetta scaricare il bacchio, e non le manchi di romanzi un mazzo, e il cambiar fogge e il cappello e il pennacchio, e il poter a suo modo far rombazzo. Rugger s'affanna a troncar la sciagura, e trova un altro sposo e fa scrittura. 33 Ed era questa scritta col figliuolo di Desiderio, re de' longobardi. Gan da Pontier manda un suo messo a volo secretamente a dirgli che si guardi, ch'avea Marfisa d'amanti uno stuolo, e che si pentirebbe o tosto o tardi. Quel principe non bada a questa cosa, né vuol rompere il patto della sposa. 34 Gan che veder voleva un'altra scena, perché nimico è di Rugger mortale, fa dire alla fanciulla ad una cena, alla qual era un dí di carnevale, che suo fratello alla mazza la mena per servir Bradamante, e che quel tale non era a sua persona convenevole, sendo in man d'un norcino e cagionevole. 35 Non è da dir se Marfisa s'accese a questa nuova, fosse falsa o vera. Va predicando per tutto il paese due gran tristi, Rugger e la mogliera; e scrive al cavalier com'ella intese alcun'accuse, e faccia una bandiera della scritta nuziale, o ad una rocca un cartoccino, o si netti la bocca. 36 Rugger fu quasi per scoppiar di rabbia. Don Guottibuossi, prete suo di casa, fe' tutto acciò Marfisa si riabbia, ma quella serpe non fu persuasa. Or qui non so come a narrare io v'abbia della scrittura che a pezzi è rimasa. Turpin ha scritto: «Ella fu lacerata dal longobardo e addietro rimandata». 37 Altri han cercato oscurar la faccenda, e forse per onor del buon Ruggero scrivono in altro modo una leggenda, che a lacerarla egli fosse il primiero. Comunque fosse, e' basta che s'intenda ch'ebbe l'intento Ganellone intero, e che per questo caso Rugger ebbe un disonor che dir non si potrebbe. 38 Anche Marfisa non avea vantaggio ed era screditata nella fama. L'opre bizzarre e varie ed il coraggio e il vivere alla moda della dama venía chiamato in francese linguaggio ciò che «pazzia» nell'Italia si chiama, e dell'etá non era tanto fresca da seguir con fortuna la sua tresca. 39 In queste circostanze dolorose è la magion del gran Rugger di Risa. Ma mi convien ordinar l'altre cose e lasciar cheta un pocolin Marfisa. Or udirete le imprese famose di Filinoro, e fatti d'altra guisa, e come venne a Carlo di Guascogna, perocché ordir la tela pur bisogna. 40 Filinor di Guascogna un giovanetto era nobil di stirpe e bello assai. Passava presso a molti uom d'intelletto, nelle conversazion non tacea mai; parea ch'ogni materia avesse letto. Io so, lettor, che te ne stupirai s'era stimato dotto, e non so come, si può dir che scrivea male il suo nome. 41 Aveva una sí gran ritenitiva che, quando un sapiente ragionava, nella memoria tutto ciò che udiva, come uccellino al vischio, gli restava; donde se il caso in acconcio veniva, tutto quel che avea in capo vomitava, co' termini e le frasi che sapea, sicché un novello Salomon parea. 42 Entrava franco a ragionar di storia, e giudicava della poesia; filosofo era, e voleva vittoria in medicina ed in astronomia; geografo, topografo, e a memoria avea la Bibbia e la teologia; nel militare e nella matematica ragiona per teorica e per pratica. 43 Ma perché non avea fondo in dottrina, né aver poteva buon discernimento, s'era alla dritta, andava alla mancina, e ragguazzava e usciva d'argomento. Perché non gli mancasse la farina, faceva cialde e ignocchi a suo talento: vero è che dove fosse qualche dotto, affettava modestia e stava chiotto. 44 Ma in mezzo una brigata d'ignoranti, che ne trovava a sua soddisfazione, metteva nelle ceste tutti quanti, ma n'usciva con gran riputazione. Era solo in famiglia, e poco inanti il padre suo, chiamato Guglielmone, se n'era morto ed ito non so dove, e lasciatolo ricco a tutte prove. 45 Fra l'altre cose, per parer uom grande faceva pompa d'esser miscredente, scherzando sul digiun, sulle vivande ed altre cose impertinentemente. Ma poi tremava da tutte le bande a un po' di febbre, e allor divotamente chiamava sant'Antonio e san Bastiano e gli pregava umíle a farlo sano. 46 Era costui vizioso in generale, e sendo il lusso alla moda e lo spendere, poiché allo scrigno fece metter l'ale, incominciò le possessioni a vendere; e si ridusse in breve a caso tale che nessun era che il sapesse intendere: e alfin si diede a prendere a credenza, che in ciò buona compagna ha l'eloquenza. 47 A chi per caso gli dava un saluto, tosto chiedeva sei zecchini d'oro: per la restituzion, fosse vissuto quanto Nestorre, era vano il lavoro. Non c'era uom che l'avesse conosciuto, che non dovesse aver da Filinoro; e sempre par che furberie ritrovi per accoccarla e far debiti nuovi. 48 Quando avea fatti debiti in cittade, pe' quali ad ogni passo avea la stretta, diceva a tutti:--Io vo a vender le biade;-- e se n'andava in una sua villetta a infinocchiare i villan per le strade con affittanze a buon mercato in fretta, e beccava le rate anticipate di ben venduti prima sei giornate. 49 Poscia con un borsotto di ducati alla cittá ritornava di nuovo, ed i piú sciocchi creditor pagati, dicea:--Cosí l'operar mio vi provo.-- Ma non eran tre giorni ancor passati, che due pulcin schizzavan da quest'uovo; e quivi doppio il debito piantava, poi nella faccia piú non gli guardava. 50 Se avviluppar sapeva le ragioni, quando nel fòro alcun lo fa citare, ed interdire, e far le sospensioni al messo che gli andava a pignorare, e predicare i creditor bricconi, ladri, usurai, non è da dimandare. E dir che conosceva il suo dovere e l'onore, e giurar da cavaliere! 51 E benché mille truffe fatte avesse e disertati mille poveretti, nol concedeva, e parmi ch'ei dicesse che gli erano obbligati de' farsetti. E dicon gli scrittor che pretendesse un nobil nato non abbia difetti, e che a un uom d'arti inique e vizi pieno fosse la nobiltá contravveleno. 52 Donde intuonava quasi ogni momento la somma antichitá del suo casato. Credo e' dicesse discendea dal vento e d'aver sangue netto di bucato. Ma si ridusse alfin in sí gran stento, che piú in Guascogna non era guardato, e stava per morirsi dalla fame, e mal dormia, pisciando in un tegame. 53 Mi piacque un caso che di lui si legge. A un creditor, che gli era sempre a fianco, disse un dí:--Tu mi par di buona legge. Io mi vo' far di quel debito franco, s'io ne dovessi andare a pezzi e in schegge, perocché tu debb'esser molto stanco. Io deggio darti que' ducati mille, che sento al cor per altrettante spille. 54 Ho un capital che agli antenati miei costò tremila scudi e piú qualcosa. Io tel vo' dare, e immaginar ti déi che m'esce dalle viscere tal cosa. Sino a un grosso il dí piú chieder potrei d'investitura tanto preziosa. Danne mille in aggiunta al mio dovere, e l'istrumento cedo in tuo potere.-- 55 Il creditor col dito il cielo tocca, e disse:--Io vo' veder l'investitura.-- Filinor nelle mani gli raccocca in una pergamena una scrittura. Colui, leggendo pian, mena la bocca; vide ch'egli era d'una sepoltura un acquisto, che fecion gli antenati di Filinoro, in chiesa a certi frati. 56 Quel poveruom perdé la pazienza: come un castrato s'è messo a gridare. Filinor diede mano all'eloquenza, e seppe in modo tal ciaramellare, e lo rimise tanto in coscienza, e il fece cosí bene intabaccare, che gli trasse di scudi piú di cento, facendo la cession del monumento. 57 I danari in bagasce ed in bassetta, come s'usava allor, fecion le piume; e Filinor in men ch'io non l'ho detta rimase come prima in mendicume, e va facendo a' sozi di berretta ed a' parenti. Ma correa costume in quell'etá, che parenti ed amici non soccorrean di nulla gl'infelici. 58 Dappoich'egli ebbe con la sua bellezza a molte vecchie ricche e scostumate succiata con infamia la ricchezza, e piantate anche quelle disperate, non sapea dove appiccar piú cavezza. Molti dicevan ch'egli andasse frate: tutta Guascogna stava in attenzione che si fuggisse o n'andasse prigione. 59 Egli avea de' parenti di gran stima e in gran riputazion per la Guascogna. Questi:--Pagargli i debiti per prima --avevan tra lor detto--non bisogna; ma non convien la sbirraglia l'opprima, ché ne verrebbe a noi troppa vergogna.-- E con uffizi e secreti e trattati teneano in soggezione i magistrati. 60 Tal che pioveva a Filinoro addosso de' creditor la rabbia e le parole. Il peso era venuto troppo grosso, Filinor sofferirlo piú non puole; donde una sera, dalla stizza mosso ed invasato:--Medicar si vuole --disse--co' miei specifici ed unguenti le direzion di questi buon parenti.-- 61 E se n'andò secretamente al duca, narrò del parentado la malizia. --Fatemi por da' birri nella buca --disse,--perch'abbia effetto la giustizia: voi vederete, pria che il sol riluca, comparir genti e danari e dovizia, e fien pagati tutti i creditori, ed io da mille angosce uscirò fuori.-- 62 Il duca fu per scoppiar dalle risa, udendo l'acutezza di colui; pur si trattenne, e vòlto in una guisa che parve uscito da que' luoghi bui: --Com'hai sí l'alma dal ben far divisa, prostituito nobile; e da cui avesti educazion sí infame e vile, cavalier da taverna e da porcile?-- 63 Filinor non si scuote e non si move. --Il mio costume--rispose--l'appresi da' cavalier delle commedie nuove e da' conti di quelle e da' marchesi. Se furon disoneste le lor prove, pur applaudire a gran furore intesi le commedie, i caratteri e i poeti, c'han premiati i miei pari e fatti lieti.-- 64 E tenta con gli scherzi il tristerello la serietá del duca di recidere, e va pur dietro a far del buffoncello perché palesi l'interno col ridere; e dice i fatti di questo e di quello, e che tal visse ben ch'era da uccidere; ma sopra tutto va rammemorando le commedie d'allor di quando in quando. 65 --Orsú--rispose il duca,--non è questa una commedia, e poeta io non sono. Andrai tra ferri non per la richiesta, ma perché castigarti oggi fie buono.-- E poi, rivolto con molta tempesta ed una voce che parve d'un tuono, disse a' ministri:--Costui fate porre con le catene in fondo ad una torre.-- 66 Filinor volentieri andò in quel fondo per liberarsi da' creditor suoi. Tosto la fama fece il ballo tondo: i creditor l'hanno staggito poi; ed i parenti pel rossor del mondo a male in corpo divenîro eroi, quetando i creditor con piegerie e con danari, e i piú con le bugie. 67 Ma sopra tutto il duca era l'acerbo, ché volea castigar quel malvivente, e rispondeva:--In carcere lo serbo: vo' dar esempio risolutamente.-- Que' cavalier, che ognuno era superbo, scoppiavan per vergogna della gente, priegano e mandan preghi e dame e conti, e non c'è caso a far che il duca smonti. 68 Un dí fu detto loro in un'orecchia: --Volete voi che il duca si rimova? E' c'è una ballerina, volpe vecchia, che dispone del duca ad ogni prova. Ma per schizzare il mel da questa pecchia, oro bisogna in una borsa nuova.-- Alfin s'ebbe la grazia con la borsa, quantunque alcun autor tal cosa inforsa. 69 Fatto sta che la borsa fu donata, ma non si dice il duca avesse parte. Il duca aveva i milion d'entrata, la ballerina sol languori ed arte. Sempre fu qualche lingua infradiciata che ne' racconti dal ver si diparte; ma permetteva il costume d'allora Filinor per la borsa uscisse fuora. 70 Vero è che il duca lo lasciò con patto, tempo sei giorni, di Guascogna uscisse. Filinor non è punto stupefatto, e sue bazzicature in punto misse, avendo da' parenti in su quel fatto poche monete con parecchie risse; e dispose d'andarsene a Parigi ad uccellar qualche incarco e luigi. 71 Era lungo il viaggio e i danar scarsi, e disegnava andarvi con gran treno. Un abito comincia apparecchiarsi, di frangie e gallon falsi tutto pieno. Aveva un cocchio di que' dal tempo arsi, ma per viaggio servia nondimeno. Il nodo stava in non aver cavalli; pur non si stanca e pensa comperalli. 72 In sul mercato da certi villani compri ha quattro cavai magri e vecchioni, e non gli furon mantenuti sani, perché avean tutte le maladizioni. Eran bolsi, rappresi e storpi e strani, andavan punzecchiati a saltelloni, guardavano le stelle con bel vezzo, con sospir si movean tutti d'un pezzo. 73 Parean venuti dal mar della rena, come vengon le mummie agli speziali; avevano in su' fianchi e in sulla schiena piaghe d'un palmo, e sulle gambe mali che non gli avrebbe guariti a gran pena Galieno od Ippocrate o que' tali, non che alcun maniscalco co' suoi bagni, setoni, empiastri o rimedi compagni. 74 Fatta la spesa de' quattro corsieri, la qual gli venne a star venti ducati, comincia a rassettar due gran forzieri, e sassi e legni dentro v'ha adattati, perché non comparissero leggeri. Sopra vi pose vestiti intarlati, sei camicie da poca meraviglia e in fine l'alber della sua famiglia. 75 Aveva preso uno staffier dappoco, credo che fosse idropico un facchino, ed un lacchè, che al correr valea poco, ma a bestemmiar nessun gli andò vicino. L'arme è il Vesuvio che getta gran foco, la qual gli pose sopra il berrettino. Ed inoltre avea preso un cavalcante ed un cocchiere gobbo assai galante. 76 Vestí que' servi a livree corredate di quell'argento ch'egli aveva indosso. Basta, le cose tutte apparecchiate non parean brutte, guardate allo ingrosso. Le visite che fece e le abbracciate, i complimenti e inchin dirvi non posso. Ad un, che andava nell'Indie dicea, ad un nel Cairo, ad un nella Guinea. 77 Perocché Filinoro era sí avvezzo a dir, quando parlava, la bugia, che della veritade avea ribrezzo, e dicendone alcuna si pentia. Solo ad un certo suo par da gran pezzo il suo disegno palesato avia, ed ottenute lettre di sua mano di raccomandazione al conte Gano. 78 Chi vide un burchio dalla riva sciolto gire a seconda per un'acqua cheta con due marinai soli, c'hanno tolto d'andare adagio con voga discreta; pensi che tale o dissimil non molto della carrozza da poca moneta fosse, e l'andar del nostro Filinoro, con quei rozzoni, i servi e il suo tesoro. 79 Urla mette il cocchiere e la scuriada sempre ha sul dosso alle bestie deformi. E il cavalcante non istava a bada; batte all'orecchie, gridando:--Oh! tu dormi?-- E triema il caval sotto a terra cada, ed una gamba in rocchi gli trasformi. Appariva il lacchè de' piú gagliardi, correndo innanzi ad animai sí tardi. 80 Una testuggin, che il passo bilancia, avanza anch'essa e non perde il coraggio. Cosí va il cavalier verso la Francia, e gran pezzo avea fatto del viaggio; e pur chiedeva delle miglia, e ciancia dove passava in cittade o villaggio, e si fa grande, ed i servi rampogna. Ma dir tutto in due canti non bisogna. FINE DEL CANTO SECONDO CANTO TERZO ARGOMENTO. Segue il viaggio Filinoro e prova accidenti moderni per la via. Soffre sventure, ciarla e ciò che giova adopra, ché non vuol malinconia. A Terigi con arte affatto nuova promessa sposa è la bizzarra mia; Gualtieri e Guottibuossi, cappellani, a questo matrimonio son mezzani. 1 Si dice:--Il mondo fu sempre il medesimo.-- Io non mi voglio opporre a quel ch'è vero; credo però questo nostro millesimo assai peggior del tempo di san Piero, se ragioniamo quanto al cristianesimo e non prendiamo il mondo per l'intero. A grado a grado è andato peggiorando. Io dissi:--Credo:--a voi mi raccomando. 2 Certo è ch'io sento ad ogni passo dire: --Piú non si può durare in questo mondo,-- e de' vecchioni saggi riferire: --Non era a' tempi nostri tanto immondo.-- Se all'etá di Marfisa poté gire la fede e il buon costume tanto al fondo, che visse ottocent'anni dopo Cristo, pensiam quant'oggi egli debb'esser tristo. 3 E se cagion fûr l'ozio e gli scrittori del peggiorar de' costumi d'allora, pensando a' libri ch'oggi escono fuori e alla scioperatezza che s'adora, sento che freddi m'escono i sudori per il dolor che il sangue mi divora, e dico:--O _terque_ e _quaterque beati_-- a que' che prima d'or son trapassati. 4 Quantunque io sia peccatorello indegno, peggior d'ogni altro e pieno di magagna, non mi stancherò mai d'usar l'ingegno per discoprir l'interno alla castagna; e vi porrò sotto agli occhi in disegno i cristian da cittade e da campagna che fûro al tempo del re Carlo Mano: voi gl'imitate, se vi sembra sano. 5 Fatta avea nota Filinor per quante ville e cittá passava in quel viaggio, e scritte sopra al foglio tutte quante le genti conosciute come saggio, sendo la cosa al mangiare importante ed al dormire, per aver vantaggio, ché, spesando ogni giorno la famiglia, avea danari da far poche miglia. 6 Non è da dir se le sapeva tutte e se all'entrar l'aiuta l'eloquenza. Alcune volte ha le bolgie condutte dove anche non aveva conoscenza, ma parentele in sul fatto ha costrutte ed amicizia inventa e confidenza; tanto che vi mangiava e vi dormiva, poi con gran baciamani si partiva. 7 Quando passava le barche sui fiumi, dove per i cavalli e per le ruote si paga e le persone, avea suoi lumi, e dicea d'esser del padron nipote. Poi sí grand'aria mostra ne' costumi, e franco è sí che lascia le man vuote al barcaiuolo, ed al partir:--Se mai t'occor mia protezion--dicea,--l'avrai. 8 Tuttoché Filinor studi ogni punto per il risparmio, alcuna volta a forza o per la pioggia o per il fango è giunto dove la sete co' danar s'ammorza; sicché della pecunia è quasi munto, e va gridando al cocchier:--Batti, isforza,-- ché col viaggio il terzo gli mancava. Il cocchiere or rideva, or bestemmiava. 9 Perch'era come a batter delle botti che fosser vuote, a picchiar que' cavalli; sí rimbombavan né sentiano i bòtti, perocché in ogni parte aveano calli. Né pensar mai che nessun d'essi trotti; s'ivan di passo, era da ringrazialli. Sappi che alcuna volta si fermavano e come pietre il flagel sopportavano. 10 Un giorno, albergo a mano non trovando, dicea ch'era vigilia con digiuno ed altre maliziette va innestando. --Tiriamo innanzi--diceva a ciascuno. Il lacchè disse:--Io mi vi raccomando: voi non mi siete padrone opportuno;-- e gambettando con gran leggiadria, con l'arme del Vesuvio fuggí via. 11 Poté ben Filinor gridare a gola: --Ritorna indietro, briccon, dove vai?-- colui pe' fatti suoi via se ne vola, e non rispose e non si volse mai. Questa disgrazia poscia non fu sola; furon molte, lettor, come udirai. Non comincia fortuna mai per poco, quando si prende alcuno a scherzo, a giuoco. 12 Filinoro era omai senza un quattrino. Quindici miglia è lungi da Parigi: si vedeva e pareva quasi vicino un miglio il campanil di San Dionigi; ma e' cavai non potean piú far cammino, e non c'è tempo di scusa o litigi, ché bisognava o crepare o mangiare, donde fu forza a un'osteria l'andare. 13 E per far quell'avanzo della strada gagliardemente e giunger con fracasso, a' suoi rozzoni ogni momento biada e fieno e biada fa gettare a basso. Gridano i servi e non istanno a bada, fanno sudar quell'oste ch'era grasso, e la cucina è di faccende piena: Filinor sta in sul grave e pranza e cena. 14 Due giorni stette quindi a gran diletto: pensa con ciarle di pagar l'ostiere. I servi a quello avevan prima detto ch'egli era imbasciatore all'imperiere; donde tremava l'ostier poveretto, temendo di non dargli dispiacere, e va pur rovistando la credenza per boccon scelti, e dá dell'«Eccellenza». 15 La notte innanzi al partir sopravvenne una gran febbre allo staffier mal sano. Filinoro per questo non isvenne: dice all'ostier:--Tu mi sembri cristiano. Ho quel staffier che par giunto all'amenne: Dio sa se l'amo e se mi sembra strano ch'io per Parigi devo partir tosto, e devo lasciar quel cosí indisposto. 16 Anche un de' miei poledri è molto stracco, e non vorrei per la via qualche tresca. Penso lasciarlo, ed al mio legno attacco tre cavalli e men vado alla tedesca. Lo staffier t'accomando, e non a macco: fa' che il caval di stalla mai non esca. Per sicurtá dell'uomo e del cavallo, oste, io non pago il conto senza fallo. 17 Manderò poi fra quattro o cinque giorni a levare il cavallo ed il mio servo, ch'io prego Dio che in sanitá ritorni. Il mio dovere a quel punto riservo.-- L'oste guardava quegli abiti adorni; per soggezion gli tremava ogni nervo: disse che avrebbe perduta la vita, prima che uscir dagli ordini due dita. 18 A cenni d'occhi e mani nobilmente e fiutando tabacco, Filinoro fe' i tre cavalli attaccar prestamente, e lascia il quarto che vale un tesoro. L'oste gli è intorno e gli bacia umilmente con la berretta in mano il gheron d'oro. Filinor parte e l'oste inchina il cocchio insin che può discoprirlo con l'occhio. 19 Or qui potria domandarmi il lettore che cosa avvenne poi del cavalcante. Di tre cavalli è il cocchier conduttore: dunque che fu di quell'altro brigante? Dico che il pose di dietro il signore al cocchio per staffier o vuoi per fante. Filinor nostro è d'intelletto raro, e in ogni caso ritrova il riparo. 20 Fu bella cosa quell'ostier sentire a comandare alla moglie e a' famigli, che si dovesse l'infermo ubbidire. Poscia alla stalla va a dare i consigli come si debba il caval custodire; ma nel guardarlo par si maravigli. --Questo--dicea--d'una rozza è il cadavero, e debbe aver mangiato del papavero.-- 21 Perocché stava molto sonnolento, e gli occhi cispi aveva e rinfossati. --Disse il signor ch'è un poledro: io pavento ch'egli abbia almen quarant'anni passati,-- diceva l'oste; e pigliandolo al mento, gli vide in bocca denti smisurati. Sente che in quel spettezzava e tossiva: l'oste gridava a' que' sternuti:--Viva!-- 22 E tra sé disse:--Omè lasso, ho mal fatto;-- e dubitava forte del suo danno. Lasciamo l'oste irato e stupefatto, che attenda sua ventura con affanno. Filinor era da lungi un buon tratto; e mentre galluzzava dell'inganno, una sciagura gli avvenne terribile: io so, lettor, che ti parrá impossibile. 23 Ma vo' che tu mi tenga in ciò che narro uomo informato e storico fedele, perch'io non vendo per frumento farro, lasche per trotte o le zucche per mele; ché temo sempre l'occhio del ramarro, o giungan dov'è buio le candele, e se c'è fanfalucca, si discopra per biasmo dello storico e dell'opra. 24 Dico che un vento improvviso levato, il caval primo sciolto ritrovando, che pareva un carcame figurato e andava d'un trottino vacillando, lo spinse con un soffio in un fossato. Filinor esce col cocchier gridando e dice:--Tristo! il tuo mestier non sai; s'è morto il mio puledro, il pagherai.-- 25 La bestia s'era scavezzata il collo, e si poté ben tirare e gridare, ché fu vana ogni voce ed ogni crollo; Filinoro il cocchier vuol batacchiare. Grida il cocchier scrignuto:--Io son satollo; so ben dove la cosa ha a terminare. Lei vuol le cento lire del salario dipennar per la rozza dal lunario. 26 Io n'ho stupore, e non sare' dovere voler per venti camuffarne cento; oltre che non fu colpa del mestiere, ma del rozzon semivivo e del vento.-- Filinor grida:--Come! a un cavaliere un servo parla con tanto ardimento?-- Poi croscia in sulla gobba col bastone, e due e tre e quattro delle buone. 27 Tanto che fuggí via con gli stivali colui, lasciando il padron e il guadagno. A Filinor di quattro servigiali rimase il cavalcante buon compagno, e due de' quattro valenti animali. Diceva il cavaliere:--Io son nel gagno, perdio, de' tristi;--e poi si raccomanda al cavalcante; e quel sale alla banda, 28 e me' che può verso Parigi arranca. Lungi tre miglia esser poteva ancora: non era la fortuna però stanca. Ma tacerò di Filinor per ora, perocché v'ho tenuti sulla panca a ragionarvi d'esso ben un'ora, e certi accidentucci v'ho narrati che forse v'averanno addormentati. 29 Dico però: dovete accontentarvi se gli accidenti non vi paion grandi, perocché voi dovreste ricordarvi, non s'usavan piú i fatti memorandi, e che a principio proposi narrarvi cambiati in tutto i Rinaldi e gli Orlandi e i paladini e la plebe e i signori, per la virtú dell'ozio e de' scrittori. 30 E voglio che sappiate, uditor vaghi, acciò questo viaggio non v'annoi, vi risparmiai gli accidenti degli aghi, al crepar delle redini e de' cuoi, e come cento volte con gli spaghi furon rattacconati i tiratoi; e mille accidentin non posi in rima, che non s'usavan ne' viaggi prima. 31 Io trovo ne' romanzi di que' tempi certe avventure magre da pidocchi, e fatti da sbavigli, cosí scempi, di quei poeti, e lunghi un tirar d'occhi, che riformavan quegli antichi esempi di battaglie, di giostre e spade e stocchi; onde le genti che leggevan quelli erano imitator de' scrittorelli. 32 Or vi conduco a Marfisa e a Ruggero. Io lasciai quella molto screditata, ed il fratel disperato e in pensiero pel caso che non s'era maritata. E per casa diceva:--Per Dio vero, non so che far di quella spiritata.-- La moglie Bradamante lo molesta, tanto ch'egli è per spezzarsi la testa. 33 Don Guottibuossi era suo confidente, maestro a' figliuoletti e fa il fattore; teneva i conti diligentemente e sprezza anche le legna per buon core. È spenditor, mansionario e servente di Bradamante, spia e imbasciatore; ed andava anche in maschera con quella, e non aveva trista la gonnella. 34 Perocché prima di cantar la messa avea dato il manipolo a baciare; e Bradamante fu capitanessa le genti al sacro bacio ad obbligare, e delle mancie dispose con essa. Per prima cosa s'ebbe a comperare un vestito da maschera attillato, e l'ebbe caro mezzo il ricavato. 35 Onde si dava poi gran sicumera a servir Bradamante il carnovale alle commedie, ed al caffè la sera. Ma spesse volte la passava male, ché quella dama, dove il popol era, lo strapazzava come un animale. Egli faceva un risolin sardonico, e poscia diveniva malinconico. 36 Pur s'affannava per acquistar merito sempre, e va mulinando qualche tratto che lo faccia alla dama benemerito. Qualunque cosa per questo avria fatto, per non star sempre come nel preterito; e si pensò che, se con qualche matto o savio maritar potea Marfisa, avrebbe avuta grazia in questa guisa. 37 V'era in quel tempo un uom ricco a Parigi, che un giorno fu lo scudiere d'Orlando, come si legge, chiamato Terigi, ch'era pel mondo andato assai girando, quando s'usava, seguendo i vestigi del conte, che gran re venía ammazzando, e duchi e cavalieri carchi di perle ed oro e gemme a gran costo d'averle. 38 Costui previde che il costume antico aver dovea riforma in tempo corto, sicché per non restare un dí mendíco, quando il padrone avea qualche re morto, e' non istava a grattarsi il bellíco: tosto che l'alma andava s'era accorto, spogliava l'ammazzato d'ogni cosa, insin della camicia sanguinosa. 39 Sicché d'oro, di gioie e ricche spoglie pel corso di molt'anni un magazzino aveva empiuto, e a chi venía le voglie sapeva vender caro il malandrino, ch'avria tratti danar sin dalle foglie; e poiché in questa forma fe' bottino di piú d'un milione di ducati, prese gabelle a fitto dagli Stati. 40 E mantenendo sgherri e berovieri, degli utili sfondati ne traeva; poi comperava palagi e poderi, tanto che immense entrate fatte aveva; e infine feudi prese e misti imperi, e privilegi e titoli prendeva di conte, di marchese e di barone; facea conviti e gran conversazione. 41 Ma perch'egli era di basso lignaggio, volea nobilitare i discendenti, e cerca far qualche bel maritaggio per acquistare aderenze e parenti. Don Guottibuossi vide, come saggio, da far un colpo, con begli argomenti, che a Bradamante ed a Rugger piacesse, se Marfisa a Terigi unir potesse. 42 E dato cenno a don Gualtieri un giorno, che cappellan con Terigi si stava, di questo suo pensier e' parla adorno. Gualtier da Mulion non rinculava, anzi promise fare a lui ritorno, ma che se la faccenda bene andava, e' non saria contento a un par di guanti: poi disse mal del mestier de' pedanti. 43 Che guadagnava una pidocchieria a insegnar per le case con affanno, bastando appena la mansioneria per i suoi vizi due mesi dell'anno. --Se non guadagno qualche cortesia-- dicea Gualtier--con arte e con inganno nelle inframesse o per alcun raggiro, credimi, Guottibuossi, egli è un martíro.-- 44 Don Guottibuossi gli rispose:--Basta, proccuriam ch'abbia effetto la faccenda.-- Alfin fu rimenata ben la pasta, per non far troppo lunga la leggenda. Terigi fu contento e non contrasta, Rugger anch'esso par che condiscenda: nel parentado ci fu qualche sciarra, ma il nodo stava in Marfisa bizzarra. 45 Diceva Bradamante al suo Ruggero: --Deve ubbidirvi, le siete fratello.-- Dicea Rugger:--Perdio, che mi dispero: dovereste conoscer quel cervello. S'ella dice:--Nol voglio--dite il vero, degg'io far, ch'ella il prenda, col coltello?-- Don Guottibuossi era un abile prete, e disse:--Io vo' parlarle, se il volete.-- 46 Furon contenti e a lui s'accomandâro. Il prete pensa una sua malizietta. Trova Marfisa sola, ed ebbe caro, ché rado fu trovata o mai soletta. Ell'era appunto in un pensiero amaro, che le parea veder piú poca fretta ne' concorrenti e ne' visitatori, e raffreddati i sospiri e gli amori. 47 Perocch'eravam giunti agli anni trenta, e, unita agli anni la sua stravaganza, a poco a poco aveva quasi spenta ne' cori degli amanti la costanza. Stava rimproverando malcontenta in dieci lettre la poca creanza a questo e quell'amador disertato, quando don Guottibuossi è capitato. 48 Marfisa l'accettava volentieri, ch'anche de' preti comincia a degnarsi. --Ben venga il soprastante a' cimiteri-- gli disse e che dovesse accomodarsi. Rispose il prete:--I'ho de' gran pensieri veder Marfisa ancor maggese starsi, e sentire i discorsi della piazza, che non fanno vantaggio a una ragazza.-- 49 Disse Marfisa:--Prete mio da gabbia, deh, dimmi un poco che di me si dice;-- e cominciava accendersi di rabbia, facendo sulle guancie la vernice. Dice il prete:--E' non è mestier ch'io v'abbia a narrar tutto; basta che disdice, una fanciulla d'un merto infinito invecchi in casa e non trovi marito. 50 E quel che piú mi trafigge nel core è che, pensando al caso vostro d'ora, m'affaticai come buon servidore ed avea tratto un bel partito fuora. Ma fui cacciato come un traditore, dicendolo a Rugger, che grida ancora. Fa piú d'esso la sposa Bradamante: mi die' giú per lo capo del «forfante», 51 gridando che il partito non è buono, e ch'è passato il tempo de' mariti, e ch'io pensassi a cantare in bel tuono il vespro e non a cercarvi partiti. Io per giustificarmi sol qui sono, perché i discorsi vengon travestiti; e non vorrei, se il falso vi si mostra, uscir, Marfisa, dalla grazia vostra.-- 52 Disse Marfisa:--Altro non vo' sapere; e basta mio fratello e mia cognata abbian di questo nodo dispiacere, fa ragion che la scritta sia firmata. Fosse lo sposo un magnano, un barbiere, dico per via di dire, io son parata; se fosse il diavol, non avrò paura: vo' che facciamo tosto la scrittura. 53 --E' non è il diavol--rispondeva il prete,-- ch'è il marchese Terigi quel ch'io dico; ma non posso giá far ciò che volete: Bradamante e Rugger non vo' nimico.-- Non è da dir se a Marfisa la sete cresce di porre iscompiglio ed intrico: basta a' parenti il nodo dispiacesse, quest'era una ragion ch'ella il volesse. 54 Don Guottibuossi fa del pauroso, e dice:--O voi vedete, o voi pensate, non posso fare--e finge il schizzinoso. Marfisa alfin minaccia le ceffate. Donde pur vinse il prete malizioso con queste bagattelle artifiziate, e infine disse:--E' convien giocar netto: del resto ad ubbidirvi mi rassetto. 55 Fate la cosa appaia un voler vostro; io mi difenderò dal canto mio e porrò in opra la voce e l'inchiostro: avrem l'intento, s'è in piacer di Dio.-- E detto questo, come a Rugger nostro e a Bradamante:--Che direte s'io vinta ho Marfisa--disse--in due parole? E non è condiscesa, anzi lo vuole.-- 56 Diceano i due congiunti:--Com'hai fatto?-- Don Guottibuossi avvisa della tresca e dice:--E' vi bisogna ad ogni patto mostrar che il matrimonio vi rincresca, e farvi trascinare in sul contratto, e lasciar che Marfisa la prima esca a ragionarne; e condurrem la trama: per altra via non si piglia la dama.-- 57 Giá era di tre ore mezzogiorno suonato, e ancor da Rugger non si pranza (ché in casa a' grandi era quasi uno scorno pranzare innanzi: tal era l'usanza); onde udivansi i servi andare attorno chiamando a desco con bella creanza. Siedono a mensa. Marfisa siedeva, e sta ingrognata e mangiar non voleva. 58 Don Guottibuossi non mangia, divora, e mostra la faccenda a lui non tocchi. Rugger, ch'era pur saggio, s'addolora, e mangia adagio e talor chiude gli occhi, e tra sé duolsi d'avere una suora da pigliar con la trappola che scocchi. E Bradamante in sull'avviso stava, e spicca morsellini e sogghignava. 59 Marfisa guarda l'un l'altro nel viso, e scherza or col cucchiaio or col coltello, ed or sul grasso in qualche tondo intriso scrive con la forchetta, or fa fardello del tovagliuolo, or suona all'improvviso con le dita in sul desco il tamburello, or crolla il capo, or s'affisa nel tetto, e mostra fuor ciò che serra nel petto. 60 In tutti gli atti si vedeva aperto ch'ella voleva alcun le ragionasse, per appiccare una sciarra, un concerto di voci, che tre ore lungo andasse. Ma poich'ella ebbe il silenzio sofferto un pezzo senza che alcun le parlasse, sendo il pranzo finito, in Rugger fisse tenne le luci bieche e poi gli disse: 61 --Tempo è ch'io, stanca, fracida, annoiata, me n'esca un tratto da questa famiglia, e rimanga padrona la cognata che un po' troppo il buon sposo suo consiglia. Però, signori, io mi son maritata; abbiate se il volete maraviglia: il marchese Terigi è giá mio sposo, né fia, quando a me piace, difettoso. 62 Non crediate v'avvisi perch'io creda esser tenuta a dirvi i fatti miei. De' pregiudizi amichi non son reda e d'ubbidenze sciocche da plebei: le mie letture hanno fatto ch'io veda che farlo senza dirvelo potrei. Ma perché so che di Terigi ostico vi sembra il nodo, appunto ve lo dico. 63 Le risa appena trattien Bradamante: se stava ferma, guastava la cosa; donde rizzossi con atto arrogante e mostrò di partirsi disdegnosa. Rugger mostrossi irato nel sembiante, e disse:--O Dio, quando averò mai posa? Non mi potete dar maggior sciagura di questa ch'ora provo né piú dura.-- 64 E terribil volgendosi a Marfisa, disse:--Aprite gli orecchi a quel ch'io parlo. Non sará mai la famiglia di Risa tal parentado possa sopportarlo; se tentate avvilirla in cotal guisa, e un gabellier cognato a Rugger farlo, dico che prima voi sarete appesa, sorella cieca e sorda e pazza resa.-- 65 Qui le risposte, il fracasso e le grida furono orrende fuor d'ogni pensiero, e piú Marfisa al suo Terigi è fida, quanto l'aborre e disprezza Ruggero. Dicea Ruggero:--Prete, mala guida-- a Guottibuossi,--io non son sí leggero, che non intendo questo guazzabuglio esser pretino fetente garbuglio. 66 Ma i preti si dovrieno all'etá nostra porgli in catena a biscottel muffato, ché in tutto voglion far di loro mostra, dimenticando il sacro chericato.-- Don Guottibuossi pur la zucca prostra due o tre volte e sta mortificato, e poiché fino al finocchio ha consunto, gli parve allor di ragionare il punto. 67 E disse:--In coscienza questa dama può dir s'io feci a lei parola alcuna; ma veggio alfin che odiato è chi piú ama, e converrá ch'io cerchi altra fortuna. Vero è ch'io dissi a voi:--Terigi brama averla in moglie;--ch'io credo opportuna l'occasion, perché non cerca dote; ma feci solo a voi le cose note. 68 E poiché siamo in su questo proposito, parlerò netto e senz'alcun timore. Questo mio sacro capo vi deposito, Rugger, che a non voler siete in errore. L'usanza è dal passato ora all'opposito. È una cosa fantastica l'onore: di parentado e di genealogia si ride il mondo c'ha filosofia. 69 Voi siete pien d'antichi pregiudizi, né alle commedie nuove andate mai, né i romanzi novei, pien d'artifizi dotti, leggete, che insegnano assai. Certe antiche virtudi ora son vizi, e non importa un fil di paglia omai l'esser figliuol di dama o di puttana, come un nuovo romanzo oggi ci spiana. 70 Quando un uom ricco di basso lignaggio chiede una dama illustre per isposa, e senza dote a tôrla egli ha coraggio, non è alla moda il bilanciar la cosa; perocché due famiglie n'han vantaggio, e la faccenda sembra prodigiosa: se una risparmia e da quel ch'è non esce, l'altra in opinione e in boria cresce. 71 Il nobil anzi in sull'altro casato mantien certa arroganza e preminenza, ché può voler da quel ciò c'ha sognato per una stabilita conseguenza. Terigi è di Marfisa innamorato, ed è sí ricco e ha titol d'«Eccellenza»; la fanciulla il torrebbe, e non so poi per qual ragion lo ricusate voi.-- 72 Rugger raddoppia minacce e disprezzi, Marfisa gonfia e grida:--Il voglio, il voglio;-- in sullo spazzo i bicchier getta in pezzi, ordina al prete di rogare il foglio. Don Guottibuossi a tutti dui fa vezzi, e mena con tant'arte quell'imbroglio che fece dire a Rugger con dispetto: --Col diavol sia! l'assenso vi prometto.-- 73 Ed accordata e fatta la scrittura fu da Ruggero sempre rinculando; e Bradamante brusca in guardatura si fa sentir per casa borbottando. Don Guottibuossi a Marfisa paura e gran fatica e sudor va mostrando. Dicea Marfisa:--E' l'avranno alla barba: e' de' bastar; questa cosa a me garba.-- 74 Un giorno che le visite accettava, le congratulazioni, i complimenti, per tutta la cittá si ragionava che in un caffè morto era in due momenti un paladin, ma il nome si cambiava, come suol fare il furor fra le genti. Era ognun curioso di saperlo, siccome voi; ma per or vo' tacerlo. FINE DEL CANTO TERZO CANTO QUARTO ARGOMENTO. Del sigillo real morto è il custode; nascon baruffe per la sepoltura. Pel maritaggio di Marfisa s'ode grand'apparecchio, e don Gualtieri ha cura. La bizzarra la visita si gode del sposo, ch'è una gran caricatura. Le spose alla Ruet van mascherate; una comparsa l'ha disordinate. 1 Tanto il pensar de' paladin corrotto era, per quanto leggo e al parer mio, che a gravi colpi di sopra e di sotto, fulmin, tremuoto o simil lavorio, e alle morti improvvise, sette ed otto, che per avviso lor mandava Dio, non istupiano o troncavan niente i lor vizi e lo stare allegramente. 2 I fulmini, i tremuoti e la tempesta dicevano esser cosa naturale: venti bestemmie ed un crollar di testa era sollievo a chi veniva il male. Scherzando in una forma disonesta, rideano e si diceano alla bestiale: --Io salmeggiai, arsi ulivo e candele, e la tempesta venne piú crudele.-- 3 Cadeva uno, apoplettico d'un colpo: diceano:--Questo succeder dovea: egli avea membra strane come il polpo; tal macchina sussister non potea.-- Alcun diceva:--Io veramente incolpo la vita solitaria che tenea. Per viver molto e godere e star bene, perdio! passarla come noi conviene.-- 4 A' sacerdoti che dicean da vero: --Segni son dell'eterna providenza,-- dicean col viso ironico e severo: --Dice pur ben la Vostra Riverenza!-- Le femminette con umil pensiero, e i dozzinali mostravan credenza; ma tuttavia la carne ed il rubare né men per questo si vedea lasciare. 5 Ma ciò che piú di tutto fa stupire è che i ragionamenti piú divoti e piú morali e santi in sul garrire, gli accigliamenti a tempeste e tremuoti, il chiamar quelli «giuste celesti ire», il far digiuni, il far proteste e voti, e l'annodar dell'una all'altra mano, fossero azion del traditor di Gano. 6 Non so se i nostri tempi sien diversi; se non lo sono, Dio voglia che siéno. Prima da' paladin solea volersi per un buon segno sin l'arcobaleno, e per castigo soleva tenersi la troppa pioggia ed il troppo sereno, e sin l'aere che il fummo sparpagliava. Nessun de' paladin cosí pensava. 7 Del secol nostro io non dovrei dir male, perché so ben che si crede e si tiene per maldicenza sino alla morale, e non è piú moderna e non conviene. Il paladin, che aveva messe l'ale all'improvviso, ascoltator dabbene, nella bottega, come si dicea, direm ch'egli era Angelin di Bordea, 8 custode in corte del regio sigillo. Una carica grande e di gran frutto: ventimila ducati, posso dillo, ella rendeva con gl'incerti e tutto. Alla sua morte ci fu il coccodrillo, che non tenne sull'ossa il ciglio asciutto, perché l'incarco assai gli era invidiato da chi tenea su quel l'occhio tirato. 9 Era Angelin d'una statura grande, e grosso e molto greve nella pancia, magno conoscitor delle vivande, che le gustava sudando la guancia, e in tavola voleva altro che ghiande; anzi dicea tutta quanta la Francia, parlando di chi fa mensa piú buona: --Angelin di Bordea porta corona.-- 10 I liquori, la pippa e i buon bocconi erano i principali suoi riflessi, né si curava di vestiti buoni, ché gli avea fuor di moda ed unti e fessi. Le sue camicie parevan carboni, ché le cambiava, come i votacessi, tre volte l'anno, e il dí che si cambiava molto quella fatica biasimava. 11 Era Angelin di Bordea generoso e non aveva al risparmio pensiere, del mal compassionevole, amoroso verso a' pitocchi ed elemosiniere. In capo all'anno era pur timoroso rimanesse un ducato nel forziere: tutta l'entrata dell'anno volea che fosse spesa, e mangiava e godea. 12 Don Martin, don Ubaldo e don Simone, preti assai dilettanti de' buon piatti, eran sue fedelissime persone, giornalier commensali allegri ed atti, autor di salse per digestione, nemici nel pulir l'ossa de' gatti. Con accidenti e nuove del paese pagano ad Angelin le grosse spese. 13 Bevendo alla bottega il cioccolato nella contrada di San Pietro, un giorno apoplettico cadde, e scilinguato rimase tosto e mai fece ritorno. I chirurghi e i dottor coll'ammalato lor salassi ed emetici provorno: Angelin di Bordea si stese morto, e cosí diede a que' dottori il torto. 14 Molti discorsi fece la plebaglia, se fosse salvo o dannato Angelino. Ognuno si riscalda e si travaglia a trovar pro e contro il bruscolino, com'anche a' nostri dí fa la canaglia quand'uno è morto in caso repentino. Don Simon, don Martino e don Ubaldo volean che fosse in cielo allegro e baldo. 15 Angelin di contrada è di San Pavolo, ed era morto in quella di San Pietro: venne a levarlo il piovan di San Pavolo; voleva il morto il piovan di San Pietro. Diceva il primo:--Egli abita a San Pavolo;-- l'altro diceva:--Egli è morto a San Pietro;-- donde si fece gran disputazione tra i due piovani in mezzo alle persone. 16 Poich'ebbon con flemmatiche parole cercato l'uno l'altro persuadere, dicendo:--Non si deve e non si puole i successor pregiudicar, messere;-- si riscaldaron, come far si suole, gridando:--Io non vo' perder le mie cere;-- né piú si contendeva pel defunto, ma son le torce del contrasto il punto. 17 E finalmente ingiurie s'hanno dette; l'uno dell'altro gran cose rivela, e de' peccati quattro, cinque e sette, che prima ricopria non so qual tela; poi tutti accesi vennono alle strette, e si detton sul ceffo la candela. Le processioni delle due contrade diêr mano a' torchi, non avendo spade. 18 E vidonsi in un punto aste e doppieri arrestati e frugoni e aperta guerra, zazzere abbrustolite e visi neri, berrette a croce e moccoli per terra; né si sentieno cantar misereri, ma bestemmie e un gridar:--Sospingi, afferra-- da gole strette, con voci interrotte; e furon lacerate molte cotte. 19 Que' gaglioffacci che raccolgon cera eran nel mezzo ad accrescer baruffa. Ognun dá d'urto ed aizza la schiera, ed i pezzuoli di candela ciuffa. Color che avean la cappa indosso nera e il copertoio sul grugno, ognuno sbuffa, e tira gli occhi pe' buchi del sacco, crosciando l'aste e facendo gran fiacco. 20 Era corso a veder tutto il paese; nessun mettea del suo fuor che la voce. Dio benedetto ha mandato il danese, e beccò sopra il capo d'una croce; ma, conosciuto alquanto, si sospese al suo gridar la battaglia feroce, e tanto fece che tutti chetava: poscia co' due piovani ragionava. 21 E disse cose lor da buon cristiano, quantunque fosse un turco battezzato; ed or all'uno ora all'altro piovano con rimproveri acerbi s'è voltato. --Questo è--dicea--da voi quel che ascoltiamo, che ognun debb'esser disinteressato, se poi vi bastonate fra la gente per quattro moccol di candele spente? 22 Or oltre; io vo' che questa cosa sia dimenticata e piú non se ne parli, preti avaron, che i scandol per la via al popol date invece di troncarli, cosí facendo rider l'eresia.-- E tanto seppe il danese attutarli che ognun la sua pretesa in lui rimise, ed ei la lite de' moccol decise. 23 Disse che fosse Angelin seppellito nella contrada dov'egli era morto, e il piovan di San Pavolo, apparito per la magion, non abbia in tutto il torto. Volle che fosse l'util ripartito del funeral. Cosí ridusse in porto quella battaglia, e a' casi in avvenire questo fu legge circa al seppellire. 24 Vero è che alcun piovano litigante parecchie volte volle disputare le circostanze, sequestrando inante, perch'abbia il morto in diposito a stare; e potrei dir piú d'un fatto galante, ma non vorrei fuor de' miei solchi andare; e forse uscito son dal mio viaggio, narrando questo fatto di passaggio. 25 Dall'altra parte par non istia male s'egli fu a' tempi del re Carlo Magno, perché veggiate sin nel funerale s'usava piú che la pietá il guadagno. Il dir ch'è morto Angelino, assai vale; d'aver questo narrato non mi lagno, perché vacante rimase il suo posto, per il qual molte cose verran tosto. 26 Or si de' dir che la scrittura fatta tra la pudica Marfisa e Terigi fu gran cagion d'una ciarlata matta nelle case e botteghe di Parigi. Molti stati con la faccia stupefatta, tutti cercan le cause ed i vestigi; sembra che a ognun quella faccenda tocchi, tante dispute fan, tirando gli occhi. 27 Molti dicevan gonfiando le gote: --Che avvilimento è questo di Ruggero!-- Rispondean altri:--E' la dá senza dote; par ch'egli abbia giudizio, a dire il vero. So dir Terigi accomandar si puote a san Francesco, a san Gianni, a san Piero, che a pettinare e' si toglie una lana da far che sudi e scoppi di magrana.-- 28 Altri in capo tre giorni, piú o meno, predicono divorzi o scioglimento. Nessuno c'è che voglia stare a freno: fanno argomenti per mostrar talento. Solo Dodon, tenendo il mento in seno, guarda sottecchi or l'uno or l'altro attento, e sogghignava spesso e si stupiva dell'eterno ciarlar che lo stordiva. 29 E alla bottega del caffè dov'era, ad uno che faceva gran contrasto e volea pur sapere in qual maniera l'intendesse, Dodon, ch'era omai guasto, rispose alfin:--Non presi mai mogliera, prima perché non mi piacque un tal pasto, ma sopra tutto per non dar cagione di tanto affanno alle vostre persone. 30 Marfisa prende Terigi in consorte, Terigi n'è contento e la vuol prendere. Io vi rispondo, andando per le corte, che son contento anch'io, né vo' contendere. Né intendo disputar della lor sorte, perché l'astrologia non soglio vendere. Se buona fia, godrò di lor quiete; se trista, a pianger non mi vederete. 31 Sol mi rincresce questo maritaggio, perch'è cagion che voi stracco m'avete.-- Cosí detto, Dodon fece viaggio con riverenze tonde assai facete. Quegli oziosi cambiaron linguaggio sopra Dodon con parole indiscrete. Chi disse:--E' pensa ben,--chi:--Pensa male,-- e si rimason tuttavia cicale. 32 La voce sparsa di quell'imeneo mise a Parigi in gran briga gli artieri. Corron tutti in secreto al prete reo, cappellan di Terigi, don Gualtieri: ser Rocco dipintore, ser Maffeo legnaiuol, venti o trenta tappezzieri, fabbri, merciai, stuccatori, una folta. Don Gualtieri, o don Volpe, ognuno ascolta. 33 Perocché, avendo avuto da Ruggero cento zecchini di nascosto in dono per il maneggio, faceva pensiero anche munger ciascun senza perdono. E perché tutti nel loro mestiero van profferendo al prete un util buono se gli faceva aver l'opra in lor capo, Gualtier sta ritto come il dio Priápo. 34 E udite da ciascun l'esibizioni, fece aver l'opre al miglior offerente, e poi faceva le disposizioni, perché Terigi il fe' soprintendente. Polizze fa ripiene d'invenzioni: mai non si vide prete piú saccente. Terigi, forse per troppa allegrezza, a questa volta ha dato in leggerezza. 35 E perch'era in quel secolo un'usanza, al maritar delle persone altere, il far di versi una grand'abbondanza, parte alla dama e parte al cavaliere; anzi era questo di tanta importanza quel dí quant'era il mangiare ed il bere, che questo libro gli sposi ordinavano e i stampatori a gran costo pagavano; 36 ed avveniva che il raccoglitore, il qual faceva la dedicatoria, n'avea dalla signora o dal signore, pel generoso core o per la boria, qualche regalo che faceva onore, ma talor questo uscia dalla memoria; pur nondimeno parecchi ogni volta per commession cercavan la raccolta; 37 Marco e Matteo dal Pian di San Michele, ch'eran torrenti della poesia, a don Gualtieri accendevan candele perché Terigi a un d'essi l'ordin dia. A Matteo don Gualtier non fu fedele, e con il patto che divisa sia la mancia tra Gualtieri e il vate Marco, a questo fece rimaner l'incarco. 38 Allora Marco per tutto il paese iscreditava Matteo poveretto, dicendo:--E' non è buon per queste imprese; altro non sa che por scene in guazzetto.-- Matteo, quando il ciarlar di Marco intese, giva dicendo:--Io fui bene costretto a far quella raccolta e rinunziai, ché non procuro queste brighe mai.-- 39 Gran dispute hanno fatto i partigiani di Marco e di Matteo per questo caso. Sostenevan parecchi, come cani: --Matteo non fu d'accettar persuaso.-- Altri giuravan, picchiando le mani, che rifiutato al certo era rimaso. Que' di Matteo di nuovo fanno fronte, e gridan saper tutto da buon fonte. 40 E se non fosse che Turpino scrisse di questo fatto il vero dell'arcano, ancora ci sarebbon delle risse a' nostri tempi fra qualche cristiano. Frattanto il Gratta, un stampator che visse quando viveva il nostro Carlo Mano, un uomo coraggioso e intraprendente, è corso a don Gualtieri prestamente. 41 E gli promise venti e piú zecchini, se la raccolta stampargli facea. Ornati, foglie, uccelletti e bambini, e rami assai puliti promettea, da far maravigliar i paladini. --Io ho nuovi caratteri--dicea-- e carta fine, ed incisioni albergo, e so inventar geroglifici in gergo. 42 Io non voglio giá far nessun guadagno --diceva il Gratta--e sol fo per l'onore.-- Non era il prete men di lui mascagno, e rispondea:--Conosco il vostro core; però mi troverete buon compagno.-- Ma io non voglio dir tutto al lettore, né intorno ciò la trama fra lor fatta; basta che la raccolta impresse il Gratta. 43 Rugger per il costume del paese qualche libretto anch'ei doveva fare. Dodone il santo, figliuol del danese, gli aveva detto:--Non farneticare, ché un libriccin vo' farti alle mie spese da far Marco e Matteo divincolare.-- Ruggero ride e dice:--Essi hanno fame: lasciagli star, vuoi tu che mangin strame?-- 44 Dicea Dodon:--Non posso in coscienza, ché van guastando tutte le persone con le lor stampe di mala influenza e d'un costume contro la ragione. Non vedi tu la lor trista semenza omai salita in tal riputazione, che sino ne' collegi i frati pazzi lascian che sia lo studio de' ragazzi? 45 E imparano da quella uno stil grosso, o veramente uno stil da bombarda, metaforacce e qualche paradosso, o versi goffi e frasi alla lombarda. E dalle _Madri tradite_ dir posso ch'apprendano i fanciul, se ben si guarda, a maledire i morti e i testamenti, a beffeggiar le madri ed i parenti. 46 E contro il padre a por mano alla spada, corrergli addosso per farlo morire; a ingannar, a tradir qual sia la strada, imparano i fanciul, se il ver vuoi dire. Forse la scuola lasciva t'aggrada e la lussuria, i lazzi ed il languire dell'_Impressario turco dalla Smirne_, e d'altri cento che non vo' piú dirne? 47 Vannoti a sangue quelle principesse che sono incinte pria che sieno spose, e si maritan poi per interesse co' duchi che non san di queste cose? poi vanno a partorir _Filosofesse_ a Roma, e fan le faccende nascose, acciò il marito non veda la prole, e si battezzi un tristo, s'ei si duole? 48 Ti piaceran le donzelle d'onore di quelle principesse della corte, non mica vaghe del far all'amore, ma ingravidate senz'aver consorte? Mille garbugli infami di scrittore, che tutto guarda colle luci torte, e ad ogni mal facilita la via, dicendo:--Insegno la filosofia.-- 49 Le filosofe sue bello è vedere colme di passioni e debolezze, tradir le dame i duchi, e per dovere far le ruffiane ed altre gentilezze, e far le spie di dietro le portiere co' birri a lato, acciò si raccapezze un che fu ladro un tempo, e in tal maniera dire:--Egli è quello,--e mandarlo in galera. 50 Le prefazion di questi autor moderni (non so, Rugger, s'hai fatto ben l'esame) appellano «istruttivi» i lor quaderni, «filosofici» e «vaghi per le dame». Io so che ci faran de' begli scherni le suore nostre che di questi han fame. Dico che provan lor dottrine strane filosofe e duchesse le puttane.-- 51 Dicea Ruggero a Dodon:--Tu di' bene, ma pochi la ragione ti daranno. Al popol piacion lor romanzi e scene; se fossi in te, non vorrei quest'affanno, perché t'acquisti un odio sulle schiene, e un giorno o l'altro ti lapideranno. Non si vuol sempre la ragion difendere: oh, gli è la bella cosa il mondo intendere! 52 --È bella cosa, è ver--dicea Dodone,-- ma quando intendi il mondo vada male, so che il tacere è cosa da poltrone, e de' corregger l'uom per quanto vale. So ch'oggi una bagascia è la ragione, ché l'avete mandata all'ospedale per soggezione, e con rispetti umani e finte indifferenze e baciamani. 53 Ma piú di tutti dá cattivo esempio, a lasciar correr certe commedie e certi romanzacci e il compor empio, Carloman, presso al novissimo die, che con la bocca aperta, vecchio e scempio, ascolta, come fosser litanie; anzi le cose piú nefande apprezza, e poi travolge gli occhi di dolcezza. 54 In quanto a me, qual mansueto agnello, me ne vo come Isacche al sacrifizio, ed all'aperta predico e favello contro gli scritti, il mal costume e il vizio; e dove prende granchi il mio cervello, usin di correttor gli altri l'uffizio. Con prove sane facciano schiamazzo, non giá con la ragion del popolazzo. 55 Né stien dicendo che l'invidia è quella che m'arde contro la lor preminenza. Io non so d'invidiar Pulicinella, perch'ogni giorno ha sí magna udienza.-- Cosí Dodon per ischerzi favella, e finalmente ha data la sentenza di voler far il libretto a sue spese. Rugger lo ringraziò, ch'era cortese. 56 Terigi intanto s'era apparecchiato a fare una sua visita alla sposa, e un vestito s'è messo ricamato d'oro, che mai si die' piú bella cosa. Avea le fibbie che valeano un Stato, e manichin d'un'opera famosa, un cappel fine col pennacchio bianco, ed una spada gioiellata al fianco. 57 Ma potea ben studiar l'attillatura e porsi indosso ogni cosa pulita: egli era un uomo grosso oltre misura, ed alto sette palmi piú due dita; sicch'era sempre una caricatura. La faccia aveva larga e sbalordita, gli occhi incantati e tondi, e un riso in bocca continuato ad ogni cosa sciocca. 58 Goffo al pensare e al ragionare, e spesso non intendeva ciò che gli era detto, e richiedeva quel che aveva appresso, dicendo:--Avete inteso voi quel detto?-- Quell'altro si togliea spasso con esso, e gli diceva all'opposto in effetto, donde Terigi dava una risposta da far scoppiar dalle risa ogni costa. 59 Tratto fuor da' raggiri del negozio delle gabelle, dov'era molto atto, che non guardava al nimico o al sozio, quando faceva qualche suo contratto; del resto e' si potea lasciare in ozio o con le genti dozzinali affatto. Or con bel scorcio e con sue sciocche risa se n'era andato a visitar Marfisa. 60 E le disse:--Illustrissima signora, lei s'è degnata di mia povertade. Sappia ch'io l'amo e che non veggo l'ora d'esser marito della sua beltade.-- Un sterminato rubin trasse fuora, dicendo:--Questo è della sua bontade, e vorrei che valesse mille mondi.-- Poscia le pianta in viso gli occhi tondi. 61 E con un certo risolin scipito stava attendendo un bel ringraziamento, dando qualche occhiatella al suo vestito e diguazzando i manichini al vento. Marfisa conosceva quel marito da molto tempo, i modi e il pensamento; e perch'ella era bizzarra e cortese, in questa forma rispose al marchese: 62 --Io vi ringrazio, e sposo mi sarete. Che si de' far? maritarsi conviene. Frattanto, o caro, vi contenterete ch'io rida un po', ché da rider mi viene. I' so che a male non lo prenderete.-- E cominciava a rider molto bene; e pur lo guarda, e ride, ride, e il guarda. Terigi ride anch'esso a quella giarda. 63 Perocché gli sembrava gran fortuna la sposa sua sí allegra lo accettasse. Era Marfisa allor di buona luna: disse al marchese che s'accomodasse, e tra le sedie gliene additav'una ch'è la piú bassa tra le sedie basse. Terigi, dopo un nuovo e strano inchino, s'assise in quella, e pareva un bambino. 64 Non dimandar se ride la fanciulla. --Volete voi parlar di cose dotte --gli va dicendo--o di pappa o di culla, del tempo buono o di piogge dirotte? Avete voi necessitá di nulla? avete ben dormito questa notte? Marchese, è tutto vostro questo core: volete voi che ragioniam d'amore?-- 65 Terigi ad ogni cosa rispondea: --Grazie alla Vostra Signoria illustrissima;-- ed abbassava il capo e ripetea: --Tutto quel ch'è in piacer vostro, illustrissima.-- A qualunque parola che dicea Marfisa, ei non lasciava l'«illustrissima». Le serve erano uscite dalla stanza, ché non istan piú salde a quella danza. 66 E sghignazzavan dietro le portiere, quando sentieno «illustrissima» a dire. Marfisa ne traeva un gran piacere, né lascia molti patti a stabilire, dicendo:--Voi giá siete cavaliere, che delle usanze non voria stupire o de' serventi o del star fuor di notte, perocch'io non son nata nelle grotte. 67 Io vorrò correr le poste talora con chi mi piace, e voi non ci sarete. Qualche viaggio lungo farò ancora, e quando tornerò mi vederete. Ragioniam netto adesso per allora, ch'io non soffro ingrognati e vo' quiete. Un cavaliere, quando la sposa ama, non si scorda giammai ch'è nata dama. 68 Parean aspri a Terigi questi detti, ma dall'amore egli era sbalordito, e tanagliato da mille rispetti. Abbassa il capo col riso scipito, col collo torto e co' denti ristretti: sol rispondea:--Vi sarò buon marito: ogni cosa andrá bene, e fia bellissima, quand'ella fia piacer vostro, illustrissima. 69 Sappi, lettor, che Terigi al lasciarla sentí strapparsi il cor dalla corata. Impossibil gli par di meritarla. Con inchin parte, e sospira e la guata. A casa giunto, manda a regalarla di drappi da Lion per la vernata e per la state e per ogni stagione, velluti, merli e pelli, un milione. 70 Molt'altre dame eran spose a Parigi, e molte n'eran sposate di fresco al tempo di Marfisa e di Terigi, scrivon le storie, dalle quai non esco. I paladini dietro a' lor vestigi, e tutto quanto il popolo francesco andava a contemplarle mascherate, ch'ivano in piazza a far le passeggiate. 71 Nota, lettor, se Dio ti faccia sano, come le usanze fanno i cambiamenti. Oggi a Parigi terrien mal cristiano, uno che andasse in maschera, le genti: eppure al tempo del re Carlo Mano per irvi eran rabbiosi, impazienti tutti, e talvolta fino in qualche chiesa maschere si vedien senza contesa. 72 Un dí di carnoval era, e la pressa de' cavalieri e paladini è grande, per gir nella Ruet dopo la messa, ch'è una via in piazza, chiusa dalle bande da' sedili di paglia, ov'è il sol messa. Qui facean le sentenze memorande, al passar delle spose, dell'imbusto; de' drappi, delle anella e del buon gusto. 73 Non si può dir quanta fosse la cura nella Ruette a veder le comparse. La piazza è spaziosa oltremisura, ma ognun fra que' sedili vuol ficcarse. S'uno era spinto fuor della fissura, sforza la calca, perch'ivi vuol starse. Se inavvedutamente uno uscía fuore, gridava:--Oh ve', son fuor?--con gran stupore. 74 Spesso s'udia gridare:--Omè, il mio callo un m'ha piggiato, o Dio, veggo le stelle.-- Un altro dire:--Olá, sei tu un cavallo? M'hai dato d'urto e rotte le mascelle.-- Un altro:--E' mi fu tolto senza fallo; non ho piú l'orivuol nelle scarselle.-- E mill'altre sventure e casi avversi, ma tutti alla Ruet dovean tenersi. 75 All'apparir di qualche sposa nuova, come al zimbel si calan gli uccellini, un torrente di popolo, una piova correva, ed eran capi i paladini. Ad un l'abito piace, un non l'approva, o il guernimento o il merlo o gli ermellini. Sul color non moderno molti l'hanno; grand'argomenti e gran dispute fanno. 76 Avino, Avolio, Ottone e Berlinghieri eran giudicator di prima istanza; gli appelli de' perdenti cavalieri Astolfo decideva per usanza; e conveniva ceder volentieri, ché l'opporsi ad Astolfo era increanza. Di color, di buon gusti e guernizioni, fu il duca delle buone opinioni. 77 A tutte l'altre spose nel vestire quel di Marfisa diede scaccorocco; e il portar della maschera e il gestire, tutto diceva ai cor:--Guarda, ch'io scocco.-- Si rise sol, veggendo comparire Terigi che pareva un anitrocco; e benché avesse addosso un gran tesoro, non sapeva portarlo con decoro. 78 Mentre per la Ruet scorre il torrente, è capitato un cocchio sulla piazza, ch'avea dentro un garzon molto avvenente: del resto non si dá cosa piú pazza. Un caval magro, adagio, sonnolente tira da un lato e si ferma e scacazza; dall'altra parte il tiratoio tirava uno staffiere, e sudava ed ansava. 79 Sozzopra è la Ruet. Tutte le genti corrono a contemplar sí nuova cosa. I paladin, le dame ed i serventi alla carrozza van maravigliosa, la qual nel mezzo a tanti occhi veggenti alla magion di Gano fece posa, ed iscese da quella il cavaliere, di cui per ora il nome vo' tacere. FINE DEL CANTO QUARTO CANTO QUINTO ARGOMENTO. Un amor forte la bizzarra prende di Filinor. Terigi si dispera; pur fa grand'apparecchio, e spande e spende per ricrear la sua sposa una sera, Alla ricreazion schiere tremende giungon, e fassi descrizion sincera di dame e cavalier. Non vien l'infida; Terigi piange, e il cappellan lo sgrida. 1 Io non son di natura curioso; pur, quando sento ruote e la scuriada, m'affaccio alla finestra furioso e vo' veder chi passa per la strada. Però non istupisco, e son pietoso che il popol di Parigi in folla vada a veder la carrozza che ho narrata: io sarei stato capo di brigata. 2 Non sempre e in ogni loco curiosa soffro la gente molto volentieri, e, verbigrazia, a un'opera fecciosa che corra e spenda e gridi e si disperi. Questa curiositade è perniziosa, io dico, e di cervei troppo leggeri. Quella carrozza era una cosa bella e rara, e in piazza, e si dovea vedella. 3 Il cavalier, che da quella è schizzato, era quel Filinoro di Guascogna. Perché da un sol rozzon fosse tirato e dal staffiere, dirvi or mi bisogna. In una pozza se gli era affogato il caval terzo e rimasto carogna, ed era presso a Parigi un trar d'arco, donde non volle rimanersi al varco. 4 Perocch'egli è un fanciul soggiogatore d'ogni riguardo e alle vergogne avvezzo: --Dalla cittá non de' rimaner fuore --disse--quest'equipaggio mio, da sezzo;-- e pose al tiratoio il servitore dall'altra parte senz'alcun ribrezzo. Lasciando nella pozza il caval morto, ridusse alfin la navicella in porto. 5 Alcun di nuove fogge dilettante dicea:--Questa debb'esser moda nuova: da una parte il caval, dall'altra il fante! Certo il buon gusto qui sotto ci cova.-- Alcun ardito chiede al cavalcante: --Che fate dello sprone e che vi giova? Spronate voi per fianco quella rozza, o spronate voi stesso o la carrozza?-- 6 Il servo ansante di sudor grondava: avea ben altro in mente che rispondere. La gente sempre accorreva e inondava: parea ch'ella volesse il ciel sconfondere. Filinor lo staffiere confortava, dicendogli:--Su via, non ti confondere, sciogli i forzieri;--e diceva alle genti: --Or bene: io son colui dagli accidenti. 7 Le sventure, signor, sempre son pronte. Che maraviglie! Ringraziate Dio ch'elle non vi son tocche. In piano e in monte e in mar siam mal sicuri, al parer mio.-- S'innalzava Marfisa con la fronte per veder la cagion del mormorio, e sulle punte dei piedi si rizza, ma invan s'affanna e alfin le venne stizza. 8 E vòlta a' cavalier che la servieno, ed a Terigi che sembra un barlotto, comincia a dir che tutti le parieno cavalier da bagasce e da biscotto. --Vedete--ella dicea--che m'avveleno per star di sopra, e mi lasciate sotto, né veder posso. Ogni pitocco e tristo avrá veduto, ed io non avrò visto. 9