The Project Gutenberg EBook of Il Sacro Macello di Valtellina, by Cesare Cantu' Copyright laws are changing all over the world. Be sure to check the copyright laws for your country before downloading or redistributing this or any other Project Gutenberg eBook. This header should be the first thing seen when viewing this Project Gutenberg file. Please do not remove it. Do not change or edit the header without written permission. Please read the "legal small print," and other information about the eBook and Project Gutenberg at the bottom of this file. Included is important information about your specific rights and restrictions in how the file may be used. 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The production of this etext is a common effort of Project Gutenberg and Progetto Manuzio (http://www.liberliber.it/) Questo testo è stato prodotto in comune per il Project Gutenberg ed il Progetto Manuzio (http://www.liberliber.it) Cesare Cantu` IL SACRO MACELLO DI VALTELLINA Episodio della riforma religiosa in Italia, 1832 Le guerre religiose del 1620 tra Cattolici e Protestanti, tra Lombardia e Grigioni. INDICE CAPO I Dottrine di Lutero, Calvino, Zuinglio diffuse negli Svizzeri e nei Grigioni--Descrizione della Valtellina--I nuovi insegnamenti penetrano in Italia; e specialmente nella Diocesi di Como--Novatori rifuggiti in Valtellina--Lodovico Castelvetro--Pier Paolo Vergerio. CAPO II Protestanti nei baliaggi Svizzeri--Sono cacciati--Premure dei Cattolici--Concilio di Trento--I Borromei--Impresa del Tettone--Calendario gregoriano. CAPO III Corruzione dei Grigioni--Forte di Fuentes costrutto--Mal governo della Valtellina--Ingiurie alla religione repulsate dai Cattolici--Nicolo` Rusca e` tratto al tribunale e morto--Ruina di Piuro. CAPO IV Scontento dei Valtellinesi--Congiura dei Grigioni e dei Valtellinesi--Sacro Macello. CAPO V La Valtellina indipendente--Invasa dai Grigioni--Politica delle potenze--Battaglia di Tirano--Governo della Valtellina--La Valtellina resa ai Grigioni--Lamenti--Il trattato di Milano e` cassato--I Grigioni espulsi dalla Valtellina--Invasi dagli stranieri--Riconoscono l'indipendenza della valle--Ne spiace alle potenze--Ambagi diplomatiche--La valle consegnata ai Papalini--Occupata dai Francesi--Trattato di Monson. CAPO VI Passo dei Lanzichinecchi per la Valtellina--Fame--Peste del 1630--Superstizioni--Il duca di Rohan in Valtellina--Capitolato di Milano. Introduzione alla ristampa del 1885 CAPO I Dottrine di Lutero, Calvino, Zuinglio diffuse negli Svizzeri e nei Grigioni--Descrizione della Valtellina--I nuovi insegnamenti penetrano in Italia e specialmente nella Diocesi di Como--Novatori rifuggiti in Valtellina--Lodovico Castelvetro--Pier Paolo Vergerio. Intendo raccontare i turbamenti della Valtellina nel secolo XVII, abbaruffata religiosa che, come spesso, copriva una quistione di nazionalita`, mista di eccessi dei popoli e di viluppi d'una politica ambidestra, fecondi di atroci successi, e dove andarono in un fascio le umane cose e le divine. Ne' forse e` privo d'opportunita` questo episodio in tempi di sette caldeggianti d'operoso contrasto fra le opinioni e la forza, di lotta fra la sublime ambizione di non sottomettersi che alla ragione pura, e il folle orgoglio di arrogare tutti i diritti di questa alla ragione individuale. Pontificando Leone X, il sassone frate Martin Lutero aveva levata--audace--la voce contro le indulgenze, le quali, se prima erano un compenso alle gravose pene ecclesiastiche per i peccati, vennero poi a sovrabbondanza profuse, insinuandosi perfino contro gli oracoli della Chiesa, che assolvessero vivi e morti dalla pena e dalla colpa, e facendosi traffico delle bolle che le concedevano. Da questo, Lutero si aperse il varco a fare alla curia romana altri rimproveri, piu` uditi perche' veri: poi passando dagli abusi nuovi alli vecchi, e dalla fabbrica alli fondamenti(1) impugno` l'autorita` papale, il celibato dei preti, infine il sacerdozio stesso. Se, a detta di San Paolo, il giusto vive per la fede, la fede e` il tutto, nulla le opere: il monaco orante e penitente e` inferiore al laico credente, la fede Iddio la da` a chi egli vuole, talche' l'uomo non e` libero di operar la propria salute, ne' la Chiesa ha nulla a prescrivergli: al solo Cristo devono tutti chinarsi, ne' il papa ha efficienza maggiore che l'infimo fedele. Non che con cio` si venisse a stabilire la parita` di tutte le opinioni e ad abbracciare chiunque ammette il Vangelo. Si volle piantare un'altra autorita` al posto della distrutta e imporre nuovi dogmi sulla grazia, sul battesimo, sulla cena, sui santi. Ne sorsero dunque prontamente molteplici discrepanze, e Calvino predicava in Svizzera e in Francia dottrine diverse; e diverse ne faceva pullulare ciascun caposetta. Non e` da questo luogo il ragionarne, e bastera` dire che fin la` si era creduto tutto quel complesso di dogmi, di discipline, di pratiche, che costituisce il cattolicismo. Allora si volle tutto richiamar in esame. Fin la` si era venerata la sacra scrittura qual era interpretata dalla chiesa, depositaria della tradizione apostolica ed unica dispensiera della verita`; allora si volle libero a ciascuno d'interpretare la scrittura a suo senno privato. Invano i capi riformatori, fallendo al proprio assunto, vollero limitare le credenze con simboli, ai quali mancava ogni autorita`. Ne', ammesse le negazioni di Lutero e di Calvino, s'aveva titolo per escludere quelle degli Anabattisti, dei Sociniani, degli Entusiasti, che ripudiavano la Trinita`, e la divinita` di Cristo, e ogni rivelamento fuor dell'ispirazione personale. La Chiesa non aveva mai dissimulato, e tanto meno giustificato, i disordini e gli abusi pullulati nel suo seno; ne' mai tenne quei sublimi suoi comizii, che chiamansi concilii, che non facesse savii decreti di riforma. E forse un uomo di alta e sincera volonta` avrebbe anche allora potuto condurre a mediazione pacifica, a risoluzione cristiana la chiassosa discrepanza delle credenze e degli atti, adoprandovi l'amore, non l'ira, l'abbraccio, non la repulsione, per saldare l'unita`, anziche` sconnetterla irreparabilmente. Ma, come in altri simili casi, la potenza minacciata s'addormento` sull'orlo del precipizio: papa Leone, dedito al deliziarsi ed alle lettere, e poco temendo dai Tedeschi che reputava grossolani e sprovvisti di maschia volonta`, non ebbe tal dissensione in piu` concetto delle tante scolastiche, le quali nascevano e morivano senza lasciar traccia, fra gli ozii ringhiosi e superbi dei conventi e delle universita`. Scossosi poi, come persona che e` destata per forza, diede in estremi, che precipitarono la ruina. Adriano, successogli, conobbe gli abusi della curia romana e del clero, e pensava efficacemente al rimedio. Ma la morte gli ruppe il disegno, e i letterati ne menarono trionfo. Quando i successori videro a quanta importanza riuscisse il movimento, gia` si era la` dove inutili uscir dovevano ammonizioni, consigli, scomuniche. Stabilita gia` in piu` parti la nuova credenza, e sostenuta coll'ardore della novita`, coll'autorita` d'uomini che avevano studiato a fondo, coll'interesse di quei che avevano usurpato i beni delle chiese e dei conventi, coll'appoggio dei principi, che, tolto l'ostacolo di Roma, potevano ormai fare ogni lor voglia, come capi nello spirituale, al pari che nel temporale, fin colla prepotenza delle armi. Tutto furono allora i Cattolici in impedire che la Riforma trapelasse nei paesi ancora mondi, massimamente nell'Italia, dove le crescevano pericolo l'acutezza e curiosita` degli intelletti arditi e vaghi del nuovo, l'abitudine letteraria di cuculiare preti e frati, il conoscersi da presso le esorbitanze romane e l'aver i governi avvezzato i popoli a non tener come sacro tutto quanto fosse papale, ne' far gran caso delle benedizioni e degli interdetti. Libri, scuole, missionarii, legati furono disposti, come barriera, contro la Svizzera e la Rezia, donde il contagio viepiu` si faceva vicino. Imperocche', contemporaneamente a Lutero e senza sapere di lui, il curato Ulrico Zuinglio, in occasione che vi vendeva le indulgenze fra' Bernardino Sansone da Milano, aveva cominciato a predicare a Zurigo che una vita pura ed un'anima religiosa piu` sono accettabili al cospetto dell'Eterno, che non macerazioni e pellegrinaggi. Poi, che il pane ed il vino erano soltanto simboli del SS. Corpo e Sangue. Indi via via, sulla messa, sul purgatorio, sulla confessione, sul venerare i santi, sul celibato dei preti, una folla di novita` che pretendeva antichissime. Sono i Grigioni discendenti da quei Reti che, devoti a libera morte, difesero l'indipendenza loro contro le armi di Roma, stando a scirocco della Svizzera, nelle valli dove sorgono il Reno e l'Inn, e dove molti Romani rifuggirono al cader dell'antichita`, siccome l'attesta la lingua che ancor vi si parla, detta ladina e romancia. Fra le turbinose vicende che mutarono faccia all'Europa, subirono anch'essi le leggi della prepotente feudalita` e il dominio dei vescovi di Coira e d'una folla di signorotti che, possedendo appena poche pertiche di paese, si arrogavano pero` la sovranita` indipendente, guerreggiavano coi vicini, opprimevano i sudditi, svaligiavano i viandanti. Ai costoro soprusi opposero i popoli la concordia dei voleri. Insorti, furono pero` moderati dall'essersi posti alla loro testa il vescovo di Coira, gli abati di San Gallo e di Dissentis, sotto la cui direzione si formo` la _lega Caddea_.(2) Gli altri preti ne presero coraggio a domandare ai loro signori giustizia e sicurezza. I quali signori, accoltisi intorno ad un acero che si venera presso Truns, fra Hanz e l'abadia di Dissentis, e sospesi i loro grigi gabbani al ferrato bastone infisso nelle rupi, giurarono d'essere buoni e leali federati, e cosi` formossi la _lega grigia_(3) che diede agli altri il nome di Grigioni. Quando poi fu morto l'ultimo dei conti di Tockeburgo, i suoi vassalli strinsero la lega delle dieci dritture o giurisdizioni(4). Coll'oro, col coraggio, colla spada, assicuratisi dalle minacce dell'imperatore Massimiliano, che voleva rimetterli a soggezione, le tre leghe si congiunsero fra loro a Vazerel, stipulando di dividere i pericoli per difendere il franco stato e giudicare i comuni interessi in una dieta che, a vicenda, si terrebbe a Coira, a Hanz e a Davos. Ciascuna lega restava divisa in comuni, ognuno dei quali regolava i propri affari interni e mandava deputati alla dieta, talche' il governo fu quivi piu` democratico che in qualsiasi altro luogo e possedeva quel voto universale, che oggi vuol considerarsi come la miglior espressione della liberta`. Ogni valle, anzi, ogni terra, ogni parrocchia(5), si conservo` stato indipendente, con governo proprio, diritti, privilegi. Talvolta ciascuno forma un comune, tal altra se ne riuniscono diversi, e nell'assemblea loro ha voto chiunque compia i 18 anni per elegger tutte le autorita`, dal podesta` o Ammann o ministeriale, che giudica nel civile e nel criminale, e dal curato fino al cursore e al campanaro(6). Varii Comuni uniti costituiscono una giudicatura (_hoch Gericht_) sotto un landamano o podesta`. Tutte insieme poi le 25 giudicature, i 49 grossi comuni e gl'innumerevoli piccoli, ogni anno, al san Giovanni, tenevano i comizi generali (_Bundstag_) alternandoli fra Davos, Hanz e Coira, dove i Grigi avevano 28 suffragi, 24 i Caddei, 15 le Dritture. In casi straordinarj radunavano (_Beytag_) i soli capi e primarj ufficiali, per lo piu` in Coira, i quali pure non potevano dar voto che secondo le istruzioni ricevute dalle loro comunita`, presso le quali rimaneva sempre il poter sovrano. Cio` rendeva lungo e spendioso il trattare coi Grigioni, bisognando girar di comune in comune ad ungere le girelle perche' corressero. Ne derivo` sfacciata corruttibilita`, intrigo universale e una sfacciata oligarchia, la quale concentro` nelle due famiglie dei Planta e dei Galis tutti gli uffizi di lucro o di onore. Giovanni Comander, arciprete della cattedrale in Coira, Enrico Spreiter, Giovanni Blasius, Andrea Fabritz e Filippo Salutz, avevano propagato fra i Grigioni le dottrine di Zuinglio e di Calvino, e ben presto la riforma si stabili` nelle Dieci Dritture; nella Lega Caddea prospero` attorno a Coira, ma scarsamente nell'Engadina e pochissimo nella Lega Grigia. Invano gli Svizzeri fedeli tentarono rimettervi il cattolicismo; invano della Riforma disgustarono gli Anabattisti ed altri trascendenti, dai quali Lutero e Zuinglio erano esecrati non meno che il papa: nella dieta d'Hanz fu stabilito che a tutti fosse libero professare la religione cattolica o l'evangelica; i ministri non insegnassero se non cio` ch'e` contenuto nel Vecchio e Nuovo Testamento. Questo resto` fino ad oggi lo statuto religioso dei Grigioni. Ogni parrocchia ebbe il diritto di scegliersi i pastori; sciolti gli obblighi ereditati di far celebrare messe e anniversarj; non si ricevessero piu` frati nei monasteri, non si mandasse danaro a Roma per annate o dispensa o che altro motivo. La Chiesa vi fu costituita al modo svizzero, senza vescovi, e con concistori e conferenze; poi s'introdusse il sinodo nazionale, che s'accoglieva ogni mese di giugno. Il fiume Adda, scendendo dal monte Braulio ai confini del Tirolo tedesco sino a perdersi nel lago di Como, traccia il corso della Valtellina, la quale toccava a levante esso Tirolo, a mezzodi` i dominii bergamaschi e bresciani della Repubblica veneta, a settentrione le terre dei Grigioni, dai quali paesi tutti e` separata per montagne piu` o meno alte, alcune altissime fra le prime d'Europa; e basti nominare lo Spluga e lo Stelvio, attraverso ai quali si va ai Grigioni ed ai Tirolesi, una volta per scabri sentieri alpestri, oggi per vie stupende. Ad occidente la Valtellina finisce in un vasto delta, impaludato dal fiume e dagli scoli montani, e che tocca il territorio milanese e il lago di Como. Di terre importanti e` seminata, di cui sono principali, sul fondo stesso della valle, Morbegno, Sondrio, capo della valle, Ponte, Tirano, congiunte allora appena da scoscesi viottoli, ora da piana strada. La valle si sviluppa in una serie di bacini, chiusi da strozzature di monti ravvicinantisi. E principalmente alla Serra questi la chiudono quasi affatto, lasciando solo un piccolo e difficile accesso ad un altro ampio anfiteatro, che forma il contado di Bormio. Sboccano in questo le valli Viola e di Pedenosso, che a maestro mette all'Engadina e ai Grigioni; la val Furva a levante, che verge alla Camonica e al Bresciano; e a tramontana la valle di Fraele, per cui entrando nella retica valle di Santa Maria, si va in Val Venosta e a Bolzano nel Tirolo. All'opposta estremita` della Valtellina, verso il lago di Como, si prolunga a settentrione un altro contado, di cui era capo Chiavenna, terra di grossi traffici, perche' chiave d'un trivio che, verso mezzodi`, scende al lago di Como, a settentrione sale, per la valle San Giacomo e pel letto del Liri, al monte Spluga, donde si varca alla valle del Reno e a Coira, citta` capitale dei Grigioni. A greco poi s'interna la valle della Mera, che comunica colla val Pregallia, e questa coll'Engadina, dove sorge l'Inn, che, innavigabile, procede fin nel Tirolo. Altri varchi ha la Valtellina. E principali quel della Casa di San Marco verso i Bergamaschi; e Zappelli di Aprica verso i Bresciani; a Tirano la valle di Poschiavo, italiana di lingua e grigione di governo; a Sondrio la val Malenco, che termina nella montagna del Muretto, per le cui ghiacciaje si cala fra Grigioni. Il cielo, la lingua, le produzioni della Valtellina e dei contadi son quelle della Lombardia ed alla Lombardia erano state sempre unite, obbedendo nell'ecclesiastico ai vescovi di Como, nel civile, ai duchi di Milano. Ma quando questi s'infiacchirono col separare la causa loro da quella dei popoli, la lasciarono invadere da stranieri. I Grigioni, non appena assicurata la liberta`, ambirono conquiste e, con quei pretesti che non difettano mai agli ambiziosi, piombarono assai volte sulla Valtellina; nel 1512 la occuparono tutta, e benche' nella pace di Jante la ricevessero come cara e fedele confederata al vescovo di Coira e alle Tre Leghe, salvo i privilegi e le consuetudini sue antiche, l'ebbero ben presto ridotta a serva. Solito abuso di chi ha la forza. A reggerla mandavano a Sondrio, ogni quattro anni, un capitano della valle, e negli altri due _terzieri_ un podesta` biennale. Restavano governati a parte i contadi di Bormio e Chiavenna. Questi magistrati oltre l'essere esosi, perche' forestieri, non erano limitati da stabili leggi: compravano a danaro il posto e se ne rifacevano regolando la giustizia, secondo l'avarizia e l'ambizione. Peggio ando` quando entrarono di mezzo anche le dissensioni religiose. Le dottrine nuove propagate nei Grigioni, per la vicinanza, per il commercio, per i magistrati, non tardarono a introdursi anche nella Valtellina, piacendo ai Grigioni dominatori che questa si allontanasse ognora piu` dalla Spagna, allora dominatrice del Milanese e capitana della parte cattolica. Adunque a Poschiavo da Rodolfino Landolfo fu piantata la prima stamperia che i Grigioni avessero; e per quanto il papa e il re di Spagna ne reclamassero, seguitava a diffondere i libri dei Riformati per l'Italia; la valle fu aperta a quegli Italiani, che, per sospetto di eresia, erano dalla patria sterminati. Perocche', appena i nuovi insegnamenti valicarono le Alpi, furono qui accolti, studiati e applauditi nell'ombra e nel mistero. Che se qui non suscitarono tanto incendio come in Alemagna, nasceva da cio` che il popolo, gia` avvezzo a sentir declamare da novellieri, da poeti, da predicatori contro la corte di Roma, come si tollerava pienamente, non trovava in quelle diatribe l'allettamento della novita`. Deditissimo poi agli spettacoli religiosi, non sapeva abbracciare un culto senza bellezza, senza vita, senza amore, surrogato a quella bella liturgia romana, ove i canti, or lieti e trionfali, or teneri e melanconici, gravi sempre e maestosi, e le cerimonie, venerabili per antichita` e per significazione profonda, riposano sul dogma della presenza reale, e si manifestano con una ricca e magnifica arte, composta di idee, le piu` sublimi unite ai simboli piu` graziosi. Dei sentimenti piu` puri, manifestati colle forme piu` splendide e variate. Un culto che all'Italia diede una seconda gloria, quella delle arti, e il primato sul mondo, quando la politica la cancellava col sangue dal catalogo delle nazioni. Se aggiungi l'essere piu` vicino il rimedio, anzi nel cuore, troverai le ragioni onde Iddio vesti` la grazia che concesse alla nostra patria di rimaner nell'arca ov'e` la sicura salute. Molti pero` aderivano ai nuovi teologanti, condotti o dal febbrile aspirare a perigliose novita` e da smania di farsi nome, o da paura di sembrare attardati nel comune movimento, o da imitazione. Non pochi allettati dallo specioso nome di riforma, che si` spesso significa rivoluzione e che vieppiu` lusingava quando la Chiesa congregata non aveva ancora tolti in esame i fondamenti delle controverse dottrine. Chi del diffondersi dei nuovi dogmi in Italia piu` volesse sapere, ricorra allo Schelornio, al Gerdesio, ad altri, con questo pero` di crederli a riserva, giacche' per leggerissime ragioni pongono della loro taluni, che non cessarono d'essere fedeli cattolici. I novellieri, come Masuccio Bandello, il Poggio, il Sacchetti, il Lasca, ridondavano di burle sul clero. I poeti, dall'iroso Dante fino al bizzarro Ariosto, avevano bersagliato i papi. Uomini di gran senno e gran virtu` palesavano la necessita` di togliere ai Riformati il maggiore pretesto col levare dalla Chiesa gli abusi. E tutti costoro, e il Bembo, il Trissino, il Flaminio, altri ed altri, furono dai protestanti contati come eretici, benche' sapessero abbastanza che per riformare non e` mestieri distruggere, e che le riforme opportune e durevoli devono venire dall'amore, non dalla collera, dall'autorita` che dirige, non dalla violenza che tumultua(7). Noi limitandoci a riferire cio` che riguarda il paese di cui trattiamo, o a cui siamo recati da questo racconto, diremo come fra le masnade alemanne, che calpestarono l'insanguinato terreno di questa povera patria nelle guerre, in cui il fatale Carlo V spegneva l'indipendenza italiana, molti erano gia`, non pure aderenti, ma fervorosi in quelle novita`; toglievano a gabbo le superstizioni del popolo che trucidavano, e tutt'insieme il culto, i preti, le dottrine. Fra questi Giorgio Freundsperg tirolese, che fu uno dei maggiori capitani, e invento` i Lanzichenecchi, fanteria stabile disposta in reggimenti, armata di picche e secondata dai reitri a cavallo. Entusiasta luterano, costui portava sempre allato un laccio d'oro, col quale vantava di voler strozzare in Clemente VII l'ultimo dei papi. Passo` egli pel lago di Como al tempo delle fazioni ivi esercitate contro Giangiacomo Medici castellano di Musso(8), e si fermo` anche a Sorico, deponendovi la testa colossale di Pompeo, rapita nel sacco famoso di Roma, e che poi reco` a Parigi. Uno dei primi ad infervorarsi della riforma fu Francesco Minicio, detto cosi` secondo l'uso d'allora da Menaggio sua patria(9), lodato da Erasmo di Rotterdam e dall'Alciato, e cui il Frobenio in una lettera a Lutero fa onore del titolo di eruditissimo e sacro alle muse. Egli da Basilea, dove molte opere di italiani eretici si stamparono, reco` di qua dall'Alpi i libri di Lutero, ed essendo stampatore in Pavia ebbe modo di propagarne rapidamente le invettive, forse in buona fede lusingato dalle parole antiche onde si coprivano errori nuovi. Quei libri diedero una scossa agli ingegni, ed era per tutto un cianciar di teologia, come oggi si ragiona di politica ben o male, e presumendo ognuno di saperne quel che n'e`, e riprovando chiunque non pensa come lui. Egidio della Porta, agostiniano comasco dopo esser frate da quarant'anni, nei quali aveva predicato con fama di singolare eloquenza, scriveva a Zuinglio come le verita` del Cristianesimo fomentassero in esso non il fervore, bensi` l'ambizione: "e sicche' Iddio mi mostro` (cosi` egli) la mia nullita`, e che siamo polvere e nulla piu`. Allora io gli chiesi: _O Signore, cosa vuoi ch'io faccia?_ e l'anima mia si senti` dentro gridare: _Va e trova Ulrico Zuinglio, ed egli t'insegnera` quel che tu deva_". E finisce assicurando lo Svizzero che molti altri suoi paesani s'erano con lui rivolti al lume dei nuovi insegnamenti. Zuinglio gli fece risposta che rimanesse e traducesse in italiano il nuovo Testamento, che poi farebbe stampare a Zurigo. E di qui comincio` ricambio di lettere, in una delle quali il comasco prega l'altro a dissipare al piu` tosto certi dubbj dei religionarj suoi: "scrivete una lettera, ma con prudenza, che sono pieni di orgoglio e d'amor proprio. Con qualche testo delle sacre carte, fate loro veduto siccome e` voler di Dio che la parola sua venga predicata con semplicita` e senza fronzoli e che peccano in lui coloro che, come responsi del cielo, spacciano le proprie opinioni"(10). Nei partiti non si guarda ai mezzi, e dalle piu` strane vie si confida la riuscita; e il nostro frate esulto` quando vide le bande di Carlo V calar in Italia col Freundsberg e col Borbone; e quei miserabili che da un capo all'altro devastarono miserrimamente l'Italia, erano da lui sperati salvatori, e a Zuinglio scriveva: "Dio ci vuol salvare; scrivete al contestabile che liberi questi popoli; alle teste rase tolga il denaro, e lo faccia distribuir al popolo che muore di fame. Poi ciascuno predichi senza paura la parola del Signore. La forza dell'anticristo e` prossima al fine". Corre una popolare tradizione che Martin Lutero predicasse in molti paesi del lago di Como, e che a Menaggio alcuni lo facessero per ispregio cader di pulpito. Del che, indispettito, volto` loro le spalle, pronunziando certi versetti d'improperio che corrono fin oggi per le bocche di quei terrazzani. Di cio` io non trovai monumento: pure la tradizione deve avere qualche fondamento(11). Ben e` fuor di dubbio che Calvino, verso il 1535, visse sconosciuto alla corte di Ferrara presso la duchessa Renata di Francia, scolara sua di religione, e non pochi guadagno`. Ma poiche' vennero scoperti, chi fu preso, chi scampo`, chi venne messo a carceri e tormenti(12). Per le persecuzioni, com e` il solito, nessuno si converti`, alcuni dissimulavano le loro opinioni, i piu` fuggivano la` dove potessero trovar pace, negli Svizzeri, fra i Grigioni. E per continuare in luoghi ove il cielo, i costumi, la favella gli avvertisse d'essere ancora in Italia, si ricoveravano nei baliati svizzeri italiani, che oggi sono il Canton Ticino, in Valtellina e massimamente a Chiavenna. Il primo che d'Italia ci capitasse fu Bartolommeo Maturo, priore dei Domenicani di Cremona, che predico` le novita` in Valtellina nel 1528. Poi nella Val Pregalia, infine fu pastore a Vicosoprano e nella valle di Tomiliasca. Ai piedi dell'Albula s'erano messi Francesco e Alessandro Bellinchetti fratelli bergamaschi e, abbracciata la riforma, vi lavoravano una miniera di ferro. Avendo voluto riveder la patria, furono arrestati dall'inquisizione; la dieta retica li reclamo` come proprii cittadini, e non fu ascoltata se non quando minaccio` confiscar i beni dei Domenicani in Morbegno. Le due Engadine e la Pregalia devono ai rifuggiti italiani la loro riforma, talche' divenne prevalente il numero dei protestanti(13), e piu` facile il propagarsi nella confinante Valtellina. Giulio da Milano, prete secolare, predico` nell'Engadina inferiore e fondo` a Poschiavo una chiesa, di cui per trent'anni fu pastore (1571). E li` attorno le chiese di Brusio, Ponteilla, Prada, Meschin, Piuro: ed ebbe successore Cesare Gaffuri francescano di Piacenza. Un Parravicini valtellinese fondo` una chiesa privata a Caspano nel 1546: ma essendosi trovato un crocifisso fatto a pezzi, il popolo in furore arresto` lui, che al tormento si confesso` reo di tal sacrilegio: ma a Coira protesto` aver confessato solo per lo spasimo, e se ne accerto` autore uno studente. A Chiavenna che, dopo che si era data ai Grigioni era cresciuta del doppio, fece lunga dimora Girolamo Zanchi, canonico regolare di Alzano bergamasco, che stampo` a Ginevra sei volumi d'opere teologiche e del cui sillogizzare tanto conto si facea che Giovanni Sturmio ebbe a vantare, se solo fosse mandato a disputare contro tutti i teologi adunati a Trento, avrebbe fatta sicura la causa dei protestanti(14). La` pure visse e mori` nei 1563 Agostino Mainardi agostiniano, che scrisse l'_Anatomia della messa e la soddisfazione di Cristo_: e che unito ad un prete, Giulio da Milano, ed a Camillo Siciliano stabilito a Caspano, e a Francesco Negri capanese, autore d'una _Tragedia del libero arbitrio_, a Chiavenna educava figliuoli. Il Mainardi fu accolto dal ricco Ercole Salis a Chiavenna e posto capo della chiesa quivi allora formatasi, e nella quale gli successe poi lo Zanchi suddetto. Perocche', ad interpellazione di esso Salis, la dieta di Davos del 1554 aveva dichiarato coloro che abbracciassero la riforma in Valtellina potrebbero tener in casa precettori e catechisti; e i rifuggiti stanziare sulle terre della repubblica, dopo sottoscritto alla confessione evangelica. Francesco Stancari mantovano insegno` in Valtellina l'ebraico, prima d'andare a professarlo in Polonia. A Teglio fu ministro Paolo Gaddi cremonese, che aveva fatto tirocinio a Ginevra, poi assistito alcun tempo il pastore di Poschiavo. Frate Angelo di Cremona domenicano, che lassu` predicava la quaresima nel 1556, si avvento` contro gli insegnamenti e i riti riformati, talche' l'uditorio malmeno` la costoro cappella e il Gaddi ed altri; e il governatore della pace ordino` che esso ministro si collocasse altrove. Il sospetto di contagio religioso indusse il vescovo di Como sin nel 1523 a spedire in Valtellina un fra' Modesto inquisitore; ma ne fu respinto, e si stanzio` che nessun inquisitore entrasse piu` su quel territorio. Il clero e i cattolici zelanti non cessarono di opporsi singolarmente a cotesto accogliere i profughi d'Italia; frati e particolarmente cappuccini assai venner da Milano e da Como a predicare la verita`. Nel 1551 si domando` l'attuazione di una legge antica, per cui nessun profugo o predicatore evangelico potesse rimanere piu` di tre giorni in Valtellina. Antonio Planta governatore, benche' riformato, temette il furor del popolo e consenti` la domanda, ma la dieta rinnovo` il suo primo editto. Poi nel 1557 rese un decreto che fu messo fra le leggi fondamentali per cui si permetteva di predicare _il Vangelo_ in tutta la Valtellina e nei contadi. Dove vi fosser piu` chiese, una si attribuisse ai riformati; dove una sola, servisse ai due culti; i ministri protestanti fossero abili a tutti gl'impieghi; nessun ecclesiastico straniero potesse dimorarvi se non dopo esame ed autorizzazione del sinodo pei protestanti, e del vescovo di Coira pei cattolici. I riformati non fossero tenuti a osservar le feste dei cattolici. II pastore della ricca chiesa di Chiavenna ebbe un terzo delle rendite della cattolica; gli altri almen 40 scudi, prelevati sui benefizi degli assenti o della parrocchia. Altre chiese v'erano a Tirano, Regoledo, Mello, Morbegno, Dubino. Piu` tardi se ne posero anche nel contado di Bormio, e pare che almeno venti ne esistessero in Valtellina, tutte servite da rifuggiti italiani. Insomma la valle poteva dirsi un compendio di tutt'Italia: tanti erano quelli che da ogni paese vi si ricoverarono, allettati dalla vicinanza, dalla fida compagna dei profughi e dalla speranza di prossimi cambiamenti. E potevano essi consolarsene al vedere ed all'esagerare a se stessi, secondo si suole, come in ogni parte germogliasse quel ch'essi chiamavano seme della parola di Dio. Notissimo e` come da antico stessero ricoverati nelle valli subalpine di Luzerna e Agrogna a pie' del Monviso alcuni dissidenti, forse avanzo dei Valdesi, dei quali portano il nome. Tollerati e tranquilli sinche' i nuovi riformati svizzeri li sollecitarono a metter fuori le professioni di loro fede, e in tal modo provocare la persecuzione. A quelle chiese aveva servito di molta dottrina Scipione Lentulo napoletano, e quando Emanuele Filiberto duca di Savoja comincio` acerba persecuzione contro i Valdesi, egli molto soffri`, indi ricovero` a Sondrio, poi a Chiavenna, coltivandovi le nuove credenze in compagnia di Simone Fiorillo, pur napoletano. Molto radicarono le nuove opinioni in Vicenza, ed un'accademia di quaranta si era radunata per prendere partito del come credere e adorare. Inquisizione ecclesiastica non tollerava Venezia, ma i suoi inquisitori di Stato colsero cotesti novatori, e fecero strozzare Giulio Trevisani e Francesco di Rovigo: gli altri scamparono a rotta. Fra i quali Alessandro Trissino con altri riparo` a Chiavenna, donde scriveva al concittadino suo Lionardo Tiene, perche' con tutta la citta` abbracciasse una volta a viso aperto la riforma. I Socini di Siena avevano intanto spinta piu` logicamente la libera interpretazione del Vangelo; e, invece di arrestarsi a confini arbitrarj, negarono la Trinita` e in conseguenza la redenzione. Fu loro discepolo Giampaolo Alciato da Milano, che predico` a Ginevra(15) ed in Polonia con l'altro sociniano piemontese Giorgio Biandrata; e Calvino, che visto il trascendere della riforma pensava frenarla coll'autorita` che aveva scassinata, avvento` contro lui parole certo non tolte dal Vangelo: "uom non solo di stolido e pazzo ingegno, ma di affatto farnetico sino alla rabbia". E Teodoro Beza, altro caporione, lo intitolo` "uomo delirante e vertiginoso" onde, mal sicuro a Ginevra, ricovro` verso il 1560 a Chiavenna. Nella visita fatta alla Valtellina nel 1594, il Ninguarda vescovo di Como trovava ricovrati a Sondrio parecchi sbanditi dalla patria, singolarmente artefici di Cardona e del Bresciano; Natalino da Padova, Calandrino da Lucca, Luigi Valesano prevosto di San Mojolo; a Boalzo il domenicano Forziato Castelluzio calabrese; a Poschiavo, frate Agostino agostiniano d'Italia (forse e` il suddetto Mainardi), che gia` aveva tratto dalla sua un quarto degli abitanti; a Morbegno avevano messo famiglia Giulio Sadoleto di Modena, Bernardo Passajotto vicentino, Pier Giorgio d'Alessandria sartore, Giovan Battista ed Aurelio Mosconi del Polesine, Francesco Rapa di Musso, Paolo Benedusio e Giovanni Antonio Corte di Gravedona e vi predicava Girardo Benedettino di Fossano piemontese. Caspano, il semenzajo della nobilta` valtellinese, abbondava piu` che altri di evangelici, come essi si intitolavano o di eretici come gl'intitolavano i nostri, ai quali predicava Angelo cappuccino piemontese; Lorenzo Gajo di Soncino minor osservante predicava a Mello, e un cappuccino a Traona. In altri libri scontrai Ottaviano Mej lucchese(16), uomo di grande erudizione in greco ed ebraico, e di virtu` lodatissima, che per lungo tempo fu ministro in Chiavenna e mori` nel 1619; Antonio dei Federici di Sonico in Valcamonica stava a casa in Teglio. Ortensia Martinenga contessa di Barco(17) viveva a Sondrio. Isabella Manrica di Bresegna napoletana, ricchissima e colta e in relazione con Annibal Caro, stette a Chiavenna in poverta` e ritiro, alla quale dedicarono Celio Curione la vita della Morata, e frate Ochino l'opera della presenza di Cristo nel Sacramento. Marcantonio Alba di Casale Monferrato era predicante in Malenco. Plinio Parravicino comasco a Vicosoprano. Antonio Tempino di Gardona in Teglio. Vincenzo Parravicino comasco, ministro nei Grigioni, volto` dal francese in italiano il trattato di Mestrezat sulla comunione di Gesu` Cristo nel sacramento della cena. Aggiungiamo fra` Francesco Carolini, Paolo Barretta ed Antonio Crotti da Schio vicentino; altri ce ne verranno nominati nel processo di questo racconto. Non so se qui porre il famoso Lodovico Castelvetro, che il Fontanini incolpo`, il Muratori difese dall'apostasia. Certo e` che Modena, sua patria, andava molto presa alle nuove dottrine; un'intera accademia ne venne accusata, e fin due di provata virtu`, Egidio Foscherari vescovo ed il celebre cardinal Morone, n'ebbero a soffrire persecuzione. Il Castelvetro, a parte dell'accademia, fu pure a parte dei guai. Entro` poi con Annibal Caro in una di quelle baruffe delle quali di tanto in tanto i letterati italiani rinnovano lo stomachevole spettacolo. E allora, come adesso, non si agitavano solo coi reciproci strapazzi e col prezzolare la penna di quei petulanti per cui e` un bisogno l'odiare e il farsi odiare, e che non avendo bonta` che fregi la memoria loro aspirano alla fama di Erostrato, insozzando altrui col proprio fango, ma correvano le coltella e i titoli infami e (se ne consolino i nostri) l'infame spionaggio: e il Caro, o i partigiani di lui, scesero alla codardia di rapportare il Castelvetro al Sant'Uffizio. Il Sant'Uffizio non era un ministero, con cui fare a credenza. Onde il Castelvetro per timore degli _esorbitanti_ rigori dell'inquisizione, colpa o no che ne avesse, riparo` a Basilea, a Lione, a Ginevra; poi con Giovanni Maria suo fratello si condusse a Chiavenna(18). Quivi si avvenne a Francesco Portocretese, amico suo d'antica data, gia` lettore di greco in Modena e in fama dei piu` dotto uomo d'allora, il quale gia` era con lui stato involto nell'affare dell'accademia, poi vissuto con Renata d'Urbino, e scoperto aderente a Calvino aveva dovuto dar un addio all'Italia. Il Castelvetro, per compiacere a molti giovani studiosi, teneva in Chiavenna ogni giorno una lezione sopra Omero ed una sopra la _Rettorica ad Erennio_, discretamente sofistico, gonfio di se' e sprezzator degli altri e sapendo non credere tutto bello, tutto vero cio` ch'e` antico: fors'anco vi leggeva ai giovani quei commenti sul Petrarca che abbiamo a stampa. Secondo il merito lo stimo` e lo protesse Rodolfo dei Salis di Solio, il quale a lui morto pose una lapide(19), che diceva come, fuggito dalla patria per iniquita` d'uomini malvagi, dopo decenne esilio, finalmente su libero suolo, morto libero, libero riposava. Venne tacciato il Castelvetro d'avere tradotto un libro di Melantone, con quel suo carattere di stile che non puo` essere contraffatto: nelle opere postume, comunque temperate dagli editori, trovo` la curia romana di che condannarle all'indice, ma benche' scomunicato, non consta ch'egli abjurasse la fede. Il che, se stato fosse, non l'avrebbero taciuto i nemici per vendetta, i religionarj per trionfo. Chiarissimo tra i rifuggiti in Valtellina e` Pier Paolo Vergerio, che spedito nunzio del papa in Germania quando piu` il luteranesimo acquistava, caldamente opero` a bene della vera fede. Le sue lettere spirano religione, vivo zelo per gl'interessi di Roma e speranza di richiamare sul cammin dritto Lutero, col quale anche s'abbocco`. Ma tornato, quando attendeva la porpora in premio di sue fatiche, l'invidia il bersaglio` di maniera che, allontanato da Roma, fu messo vescovo prima a Mondrussa in Croazia, poi a Capodistria sua patria. Ivi egli pose studio a correggere gli abusi della sua Chiesa, allontanare il convento delle monache da uno attiguo di frati, cessare le leggende di san Cristoforo e del drago di san Giorgio, levare certe strane effigi, negar ai santi la protezione speciale su certe malattie, togliere le tavolette dei miracoli. Per questo gli furono addosso i frati zoccolanti ed altri operosi nemici quali il celebre Muzio, povero arnese che la corte romana pagava allora come suo campione, e monsignor della Casa, l'autore del _Galateo_, che lo dipinsero come luterano marcio nel cuore. Tali accuse acquistavano allora si` facile credenza, come una volta le stregherie e nei tempi a noi vicini quelle di giansenista e l'altre generiche, a cui la vaghezza toglie di esser colpite di risposta. Il Vergerio si condusse al concilio di Trento, a radunar il quale efficacissima opera aveva prestata, ma ne venne rigettato: ricovro` a Padova e sentendosi o temendosi ricercato fuggi` in Valtellina, e fu sentenziato d'eresia. Chi sente la rara virtu` di resistere con tranquilla mente agli iterati colpi della fortuna, ossia della malvagita` degli uomini, slanci la pietra contro di lui, perche' il dispetto, il bisogno, la disperazione lo trasformarono in un furioso novatore. Giro` la Germania portando seco, invece di tesori mondani, molti scritti dei novatori, dicendo "con certa sua eloquenza popolare ed audacemente maledica" cose di fuoco contro monsignor della Casa, principalmente per quei sozzi capitoli della Formica e del Forno, contro Paolo III, contro il Concilio, contro le fede: "e sono certo--dice Bayle--che pochi libri si facevano allora, i quali fossero letti con piu` avidita` da costui". A persuasione di lui, gli Svizzeri non intervennero al Concilio. I Grigioni, che vi avevano mandato il vescovo Tomaso Pianta, lo richiamarono. A Pontaresina, ai piedi del monte Bernina, predico` il Vergerio sulla giustificazione e sui meriti della morte di Cristo e ridusse gli abitanti alla riforma, come pure a Casaccia sotto la montagna Maloggia. E la chiesa di Poschiavo consacro` al nuovo culto(20), a cui tanti proseliti acquistava la sua apostasia. Quando nel 1553 visito` la Valtellina, una deputazione supplico` il governatore di impedirlo, altrimenti non rispondevano degli scandali che potessero nascere; e il Vergerio si tenne per avvisato, e si ritiro`. Ma nel 1563 il nunzio papale Visconti scriveva da Trento a san Carlo, essersi per lettere del monsignor di Como inteso che il Vergerio si trovava in Valtellina, predicando ogni male del Concilio. Poi, mentre aveva perduta l'alta sua posizione nel clero cattolico, non acquisto` la confidenza dei protestanti, perche' libero pensatore, e non aderendo a Lutero piu` che a Zuinglio, diveniva sospetto a tutti. Il far episcopale che conservava ingelosi` i ministri retici, talche' si ricovero` a Tubinga, dove mori` al 1565 ed alcuni ne dispersero le ceneri. Cosi` i Riformati gia` erano a lite fra loro. E anche in Valtellina i rifuggiti, come avviene quando il senno individuale sottentra al comune, mancava un punto d'accordo. Abbandonandosi all'orgoglio della libera interpretazione mettevano fuori sottigliezze ed errori ogni giorno nuovi e, intolleranti quanto coloro da cui si erano staccati, ognuno accusava l'altro perche' facesse uso di quella libera ragione sulla quale egli stesso si appoggiava. In esecrare il papa e riprovar la chiesa cattolica e abbattere il clero erano unanimi, che' facile e` accordarsi nell'odio e nella negazione. Ma quando si venisse ai dogmi, nasceva quella confusione che e` inevitabile ove ognuno ha diritto d'essere interprete della parola di Dio. Repudiato poi il simbolo cattolico, che pure traeva autorita` dall'ispirazione superna, qual ragione doveva legarli al simbolo luterano o al calvinista, opere d'uomini, variate nelle successive edizioni? Quindi molti trascorrevano con Socino a negare la trinita`, o cogli Anabattisti a non accettare che la personale aspirazione. Francesco Calabrese e Girolamo da Mantova predicavano apertamente contro il battesimo dei bambini in Engadina, onde furono espulsi dall'inquisizione protestante, che non era meno intollerante della romana. Camillo Renato spaccio` uguali dottrine a Caspano, poi a Chiavenna; e vi costitui` una chiesa separata ove s'insegnava che l'anima finisce col corpo, che soli i giusti risorgeranno ma con corpo diverso, che niuna legge naturale impone cosa fare od ommettere, che il decalogo e` inutile a coloro che credono, lor legge essendo lo spirito, che il battesimo e la cena son semplici segni di avvenimenti passati, e non portano alcuna grazia particolare o promessa. Il Mainardo tento` correggerlo, e stese una confessione di fede che ne riprovava gli errori, ma esso gli rispose violentemente, incoraggiato dal Negri e dallo Stancari. Benche' il sinodo grigione del 1547 lo condannasse al silenzio, continuo` e infine il concistoro di Chiavenna lo dichiaro` scomunicato. Adopravano cioe` le armi dell'autorita`, quelli che l'autorita` impugnavano. Camillo e` dato dai contemporanei come maestro di Lelio Socino, il quale in fatto molto il frequento` a Chiavenna. I suoi seguaci procurarono che per gl'Italiani riformati si stabilisse un sinodo di qua dei monti, senza dover condursi a quelli fra i Grigioni, paese lontano, di lingua diversa, e dove si tolleravano alcuni riti cattolici, di qui ripudiati. Ma si conobbe ch'era arte per prevalere dove minor fosse il numero, e che pericolerebbero le chiese cisalpine col disunirsi dalle retiche. Anche Michelangelo Florio ministro a Solio, e Gerolamo Torriano a Piuro variarono intorno all'espiazione. Luigi Fieri bolognese a Chiavenna impugno` la divinita` di Cristo, onde fu scomunicato nel sinodo del 1561. E poiche' gli Antitrinitarii erano perseguitati in Isvizzera, molti vennero in Valtellina, fra cui Camillo Socino, Marcello Squarcialupo medico di Piombino, Niccolo` Camulio, ricco negoziante, che col Torriano suddetto e con Bartolommeo Silvio ministro di Traona predicavano nel loro senso, finche' il sinodo del 1571 li sbandi`. Il qual sinodo approvo` il diritto dei magistrati di riprovare l'eresia. Anche l'Alciati e il Biandrata nel 1579 furono esclusi per sempre. Adunque si comincia col titolo di riforma, e presto si giunge alla rivoluzione. I rivoluzionari impugnano tutto il passato e vogliono stabilir un avvenire, ma tosto sorgono altri, per cui quei primi motori son gente attardata, son retrivi, son tiranni e alla loro volta sono sopravanzati da altri, che non trattano piu` di riformare ma di abolire, non negano solo il papa, ma Cristo. I primi novatori invocano allora l'autorita` dei libri santi, impongono simboli nuovi, dopo aboliti i vecchi. Chi non crede chiamano eretico, e se non basta scomunicarlo il fan passibile di pene temporali. E tutto cio` nel giro di pochi anni. Non occorre aggiungere che i titoli di anabattista e d'ariano erano regalati a questo o a quello dei riformati per puro pretesto d'ingiuria e scredito, come erano ripicchiati quei di papista e di frate, pascolo troppo consueto dei partiti: chi nutriva rancore con un altro lo tacciava d'eretico e traditore e spione, e il volgo ignorante e dotto credeva, come fa sempre, alle ingiurie generiche. Oltre che ai rifuggiti d'ogni fazione suole mescolarsi una ciurma miserabile e intrigante, che tutte le fazioni disonora e ruina. CAPO II Protestanti nei baliaggi Svizzeri--Sono cacciati--Premure dei Cattolici--Concilio di Trento--I Borromei--Impresa del Tettone--Calendario gregoriano. Questi predicavano adunque ai popoli della Valtellina (sotto tal nome abbraccio anche gli annessi contadi di Bormio e Chiavenna) le nuove dottrine. Sul principio, come suole, aborrite da un popolo cui volevano togliere i suoi santi e le sue reliquie, indi per curiosita` ascoltate, poi discusse. E giacche' i nuovi teologanti, oltre aver l'avvantaggio di chi attacca, s'erano di proposito addentrati nelle dottrine loro, mentre i piu` di quei preti erano rozzi delle cose dell'anima ed avvezzi a credere senza tanto esame, molti vennero a seguirli, quali perche' vedevano veramente come i protestanti, quali per l'allettamento proprio d'ogni novita`, quali perche' recatesi a noja le austere discipline, amavano meglio vivere come ne tornava in piacere alla lor carne. Alcuni allora per cieca sommessione, per riverenza servile, per adulazione. Imperocche' i signori grigioni, dei quali la parte maggiore si era scossa dall'ubbidienza alla sede romana, non solo diedero alla Valtellina libero esercizio del culto evangelico, ma favorivano chiunque con loro credesse. Era tutt'uno l'abbracciar la riforma ed essere dichiarato uomo delle Tre leghe, aver privilegi, cariche, esenzioni. Ne' poche famiglie apostatarono: i Lazzaroni, i Besta, i Paravicino Cappelli, i Marlianici, i Malacrida, l'arciprete di Mazzo, i Guarinoni, i Sebregondi, i Piatti ed altri di primo conto, dietro cui, come suole, traeva il popolo imitatore. Se vogliamo aver fede al Magnocavallo(21), di 100.000 abitanti ben 4.000 avevano volte le spalle all'ovile romano. Ne' in minor frangente stava la fede nei paesi italiani sottoposti agli Svizzeri. Quanto presto vi entrassero le dottrine d'oltremonti ce ne fa chiari una lettera, che fin dal 15 dicembre del 1526 Baldassare Fontana carmelitano di Locarno dirigeva alle chiese evangeliche della Svizzera "fedeli di Gesu` Cristo" perche' pensassero al Lazzaro del Vangelo che bramava nutrirsi delle briciole cadute dalla mensa del Signore. E quindi volessero, alle lagrime ed alle supplicazioni sue compiacendo, inviare "le opere del divino Zuinglio, dell'illustre Lutero, dell'ingegnoso Melantone e dell'accurato Ecolampadio" o far ogni loro potere perche' "la nostra Lombardia, schiava di Babilonia, acquistasse quella liberta` che il Vangelo impartisce". Questo frate era ancora a Locarno nel 1531, donde un'altra lettera scriveva di somigliante tenore. Molti riformati vi erano, o fuggiti dall'Italia, o venuti a posta d'oltremonte come maestri, o giovani che, pel commercio o per l'educazione mandati in Germania, tornavano insegnati delle nuove cose. A Bellinzona abito` sovente Ortensio Landi milanese che disertato dagli Agostiniani, stranamente morse preti e frati in un libro, _de Persecutione Barbarorum_, indi fece tragitto ad ogni sorta di dottrine riprovate che lo fecero porre dal Concilio di Trento fra i condannati in primo grado. Bizzarro ingegno, gran conoscitore degli autori antichi eppure emancipato dalla cieca venerazione per essi. E come dice Giannangelo Odoni, volea Cicerone e Cristo, ma quello nei libri non aveva. Se questo avesse nel cuore, Iddio lo sa. Non par vero che in quelle podesterie dimorassero Lelio e Fausto Socino a predicarvi le loro credenze avverse alla Trinita`. Ma il governo uccise od esilio` molti loro settarii. Un Beccaria che si era eretto a Locarno principal autore degli Evangelici fu dal balio cacciato in prigione, ma una banda dei suoi ne lo trasse, e lo meno` in trionfo. Egli giudico` meglio ricoverarsi a Chiavenna, e rimase a capo di quei novatori Taddeo de Dunis medico; e gia` troppi non andavano piu` alla chiesa, non ricevevano i sacramenti, e per il battesimo facevano venire un ministro da Chiavenna. Ma poiche' i Cantoni signori di quelle podesterie s'attenevano i piu` alla fede cattolica, ai nemici dei Riformati e ad Emilio Orelli acerbissimo persecutore di quelli non riusci` difficile il persuaderli a nettarne quelle terre. Gia` per consenso dei sette Cantoni cattolici(22) il balio di Locarno aveva ingiunto ai Riformati che, pena il bando, andassero alla messa. Ne fecero richiamo i Cantoni evangelici, ma indarno, atteso che vedevano come tali novita` fossero per rompere l'unita` elvetica. Infine nel 1555 il balio congrego` tutti i capi delle famiglie riformate, ch'erano ben 150, ed intimo` loro da parte dei signori svizzeri che colle famiglie e coi beni dovessero, senza por tempo in mezzo, abbandonare la patria. Ascoltavano essi nel silenzio il comando, allorche' entra fra l'adunanza il Riverda, nunzio pontifizio, esclamando troppo mite la sentenza, doversi toglier loro e i beni come roba di eretici, e i figli che si crescerebbero cosi` alla vera credenza. Ma con cio` il nunzio non ottenne che di mostrare il suo maltalento, giacche' il balio non poteva trascendere il suo mandato. Quelli che si disposero ad obbedire fecero la sommessione. Gli altri il 3 di marzo, seguiti dalle mogli e dai figliuoli, fatto fardello delle robe loro, da una parte colla rassegnazione d'uomini attaccati piu` alla credenza che alle cose del mondo, ma dall'altra col crepacuore di chi lascia i parenti, gli amici, le abitudini della vita, una patria sempre cara, piu` cara a chi ne e` spinto lontano da una forza prepotente, fra gli stridori della stagione valicarono le nevi del Gottardo in traccia di paesi ove non fosse colpa l'adorare a modo loro. Guidati da un Pestalozzi, da Giovan Luigi Orelli e dal dottore Martino Muralto, entrarono nei Cantoni protestanti e fermatisi i piu` a Zurigo, vennero con carita` accolti e soccorsi. Non cercavano essi che sicurezza e pace: poteva mancare di che vivere a gente volonterosa della fatica, sperta nelle arti? Alle quali drizzatisi, fecero alzare a gran fiore l'arte della seta, stabilirono filature e tintorie, per cui Zurigo venne in grandezza, a scapito delle podesterie italiane. Ancora serba l'antico nome il sobborgo dei Lombardi, ove quelli si posero: le famiglie vi acquistarono ricchezza e nome(23). Ivi ottennero di formare una chiesa, diretta in prima dal Beccaria, il qual poi torno` fra i Grigioni a Mesocco, diffondendovi le sue dottrine, finche' sturbatone da Carlo Borromeo nel 1561, si ritiro` a Chiavenna. A Zurigo gli successe nel 1555 Bernardino Ochino, famoso cappuccino da Siena che aveva errato per Germania e per Inghilterra, applaudito e perseguitato. Ivi stesso ebbe cattedra di teologia e d'ebraico Pietro Martire Vermiglio, che gia` aveva combattuto per la Riforma in Inghilterra e in Francia, in modo che le opere sue eran messe a livello con quelle di Calvino. A quella chiesa italiana appartenne Lelio Socino, che ottenne la stima di Melantone, Bullinger, Calvino, Beza, dissimulando sotto proteste e confessioni la sua avversione alla Trinita`; e pare che egli la insinuasse all'Ochino, le cui ultime opere sentono di questo errore, per il quale ebbe guai a Zurigo e ne fu bandito, di 76 anni, con i figli, nel fitto inverno. Respinto da Basilea e da Muelhausen, si nascose in Moravia ove della peste perduti due figliuoli e una figlia, mori` nel 1564. Anche a Basilea molti italiani s'erano ricoverati. Paolo Alessandrino de Colli, padre d'Ippolito, celebre giureconsulto, Guglielmo Grattarola di Bergamo, Alfonso Corrado mantovano, che aveva predicato fra i Grigioni, Silvestro Teglio che tradusse in latino il _Principe_ e Francesco Betti cavalier romano, Mino Celsi, Celio Curione, dalle cui molte opere raccogliamo varie particolarita` intorno ai riformati italiani. Altri ebber ricovero a Strasburgo, fra cui Paolo Lazise di Verona, profondo nelle tre lingue dotte e che vi fu professor di greco, Girolamo Massari di Vicenza che vi insegno` medicina e descrisse un processo dell'Inquisizione romana, e sebben non avessero Chiesa, si univano in assemblea particolare, diretta da Girolamo Zanchi che cola` professo` teologia. Lo Zanchi stesso era stato chiesto ministro a Lione dove molti Italiani stavano, e dove stamparono libri loro; ma egli preferi` passare a Chiavenna. Rifiuto` pure gl'inviti della chiesa italiana d'Anversa nel 1580, alla quale ando` il conte Ulisse Martinengo, dopo rimasto alcun tempo in Valtellina. Altre chiese avevano i nostri a Ginevra e Londra. Alla causa dei cattolici, piu` che il venir dei nemici, noceva l'addormentarsi delle sentinelle d'Israele. Anziche' levarsi al sacerdozio i piu` probi e sapienti, ogni genia vi trovava asilo, ogni ignorante, molti malvissuti vi si ricoveravano per avere agio, sicurezza ed ozio. L'essere il clero immune dal Foro secolare lo rendeva baldanzoso col venderli simulatamente agli ecclesiastici, o col legarli a nome di benefizio, si sottraevano i fondi alle gravezze. Se in una famiglia vi fosse un prete, a qualunque richiamo compariva lui. Se in un delitto fosse implicato un prete, si invocavano i privilegi del Foro. I preti intanto andavano attorno carichi d'armi, volevano cacciare nei tempi proibiti (era dalle calende di marzo a quelle di luglio). Con astuzie si causavano dalle taglie(24). Peggiori cose ebbi ad imparare dagli atti delle visite degli ordinarii di Como e di Milano. Oltre che i piu` fra i sacerdoti appajono ignoranti a segno, da saper a mala pena segnare il proprio nome, intendevano a turpi guadagni, tenevano senza pudore in casa le complici ed i frutti dei loro peccati(25). E taccio le violenze, le ire, le troppe piu` cose ch'io so, e che facevano correre in proverbio non esservi modo piu` facile di dannarsi che l'andar prete(26). Non erano cosi` rari quelli che, per i bisogni delle plebi, avevano facolta` di celebrare due messe la festa: ma molti se la usurpavano per guadagno. Ebbi a mano una relazione dell'arciprete di Tresivio al vescovo, dove si lagna che i preti di Valtellina portano barbe a foggia di Turchi, "usano collari alle camicie rotondi e crespi alla bresciana, le sottane con collari pure rotondi cascanti sul collo, maniche scavezze e folte di bottoni, e veste quale portano gli sbardellati Bresciani". Ben i vescovi comaschi gridavano, senza cessare, perche' si osservassero le feste, i sacerdoti smettessero gli abiti sfarzosi, le armi offensive, non bazzicassero l'osteria, non ricettassero malviventi, non donne di mal affare. Il vescovo Volpi interdice di vendere alla festa confortini ne' odori, il fare spettacoli di saltimbanchi, ed il sedere in chiesa: i preti non portino calze sparate e larghe, non camicie colle crespe e le lattughe, non il cappello in citta` o nei borghi, se pur non fosse per ripararsi dall'intemperie. Si astengano dai guanti, non barbe troppo lunghe, non armi, eccetto un coltello in viaggio. Il vescovo Archinti si lagna che troppe parrocchie rimangano sprovvedute di parrochi perche' date in commenda a cardinali, i quali in Roma ne godevano, senza cura, le entrate. E che i preti della Valtellina rechino scandalo agli eretici, singolarmente per l'ignoranza, l'andare armati, la lussuria e l'imperizia dell'ecclesiastica disciplina in quella esecranda liberta` di vivere, e di dire quanto meglio piace a ciascuno. Era poi piuttosto unico che raro quel parroco che talvolta spiegasse il Vangelo o la dottrina ai suoi: e la predicazione era abbandonata ai frati, singolarmente ai mendicanti, indipendenti dal vescovo, e spesso piu` desiderosi dell'applauso che del frutto, o del frutto della bisaccia che di quel delle anime. Recando adunque non rimedio ma danno quelli che dovevano opporsi, non sara` meraviglia se la Riforma piu` sempre acquistava. I Cattolici pero` s'ingegnavano assai per tutela dell'antica credenza. Ai vescovi di Como non molto restava a fare, giacche' i Grigioni, sospettosi sempre di qualche trama, ne avevano angustiata l'autorita`, vietando il ricorrere ai superiori ecclesiastici, escludendo ogni sacerdote estero, nel qual titolo comprendevano anche gli Ordinarii. Se non che fatto vescovo Feliciano Ninguarda nativo di Morbegno, manco` ogni ragione di tenergli la porta della valle, onde la visito` ad agio suo. Nei sinodi poi e nelle lettere circolari non cessavano essi vescovi di esortare i Valtellinesi a durare fermi nella fede, aprir bene gli occhi su chi viene d'oltremonte, massimamente soldati a quartiere od a guarnigione. Ne esplorino i fatti e se alcun che ne scoprano, diano indizio all'Ordinario se non vogliono cadere in un peccato riservato. Anche ogni maestro era obbligato a prestare giuramento di fede in mano del vescovo. E poiche' ogni potere minacciato diviene violento, neppur le vie del rigore furono intentate e la Chiesa sgomentata chiamo` in ajuto il braccio secolare, agli orrori della superstizione e dell'impostura opponendo gli orrori dei roghi. Basti, per non esser lunghi, citare Francesco Gamba di Como, che essendosi condotto a Ginevra a celebrar la cena cogli Evangelici, mentre tornava in patria fu colto e (cio` fu il 21 luglio 1554) strangolato, poi gettato al fuoco. Neppure in morte aveva voluto ricredersi, ed affinche' favellando non recasse scandalo al popolo accorso al suo supplizio gli venne forata la lingua. Anche Galeazzo Trezzi, gentiluomo lodigiano convertito dal Mainardi e dal Curione, fu nel 1551 condannato dall'Inquisizione al fuoco. Il duca d'Alba, la cui memoria risveglia quella dei supplizii e delle stragi dei Paesi Bassi, venuto governatore del Milanese raddoppio` i rigori e nel 1558 furono bruciati un religioso e un altro, e cosi` negli anni seguenti. Le declamazioni dei dissidenti e l'antipatia rimastale come a nemica del progresso indicano che a capo della opposizione stava Casa d'Austria, adoperando ingegno, forza, brighe, danaro; quel danaro austriaco che si trova denunziato in antiche e moderne diatribe. Si era ella vivissimamente industriata per introdurre la _spaventosa_ inquisizione spagnuola invece della _mansueta_ romana nel Milanese, che "ridotto in miseria per l'eccessive gravezze, si sarebbe disciolto affatto con quella che superava tutte". Ma due volte che si tento` sotto Filippo II ed il III stabilirla in Milano, si levo` a ribellione il popolo _per la formidabile severita` di cotal tribunale_ onde fu consiglio di prudenza lasciarla nel primiero stato. Un gran tempo pero` e Cattolici e Riformati appellavano all'autorita` d'un concilio generale, che discutesse ampiamente e liberamente sui dogmi della fede. Solo era in contesa il luogo, volendolo i Protestanti in una citta` libera, per condursi alla quale non avessero d'uopo di salvocondotti, ai quali aveva tolto fede il concilio di Costanza col porre alle fiamme Giovanni Hus(27). Ma Paolo III l'aveva decretato in Trento e avendo i dissidenti ricusato intervenirvi e impugnatane l'autorita`, dopo infinite lungagne, fu aperto, poi chiuso, poi trasferito con replicata vicenda, sinche' a Pio IV riusci` di mandarlo a fine. Non e` qui luogo di dire quanto quel venerabile consesso abbia giovato alla religione riguardo al dogma, e col separare del tutto quelle opinioni a conciliare le quali si presumeva convocato. Certo e` che quanto alla disciplina aperse un'epoca nuova. Rese al clero cattolico il vigore perduto; richiamo` i costumi, sagrificati da prima ai piaceri e agli interessi; procuro` nell'opinione dei popoli rialzare gli ecclesiastici al grado dond'erano scaduti e fece che la corte romana, animata da zelo e dal vero sentimento della religione, non porgesse piu` che santi esempi. Secondo la mente di quel Concilio, monsignor Bonomi vescovo di Vercelli fu delegato a visitare la diocesi comasca. Entro` in Valtellina, mandando voce di recarsi a titolo di salute ai bagni di Bormio. Ma poiche' si diede ad esercitarvi l'uffizio suo, i Grigioni mandarono intimandogli che, se veramente intendeva venire a cercare sanita`, fosse il ben arrivato. Non patirebbero pero` mai sottofini, e dove non giovasse l'avviso sarebbero presti ad imprigionarlo, trattandolo non altrimenti che il suo papa trattava i loro ministri. Queste minacce, cui facevano viso di voler dare corpo, atterrirono il Bonomi, che con poco frutto se n'ando`. Ma negli ordini da lui dettati alla diocesi di Como impose che i parroci (oltre il giovedi` santo colla bolla in _Coena Domini_) leggessero due volte l'anno, nei giorni di maggior frequenza, un editto che obbligava a denunziare all'Inquisizione entro quindici giorni ogni eretico, o chi mostrasse fuorviare dalla credenza comune, o tenesse libri proscritti. Ogni settimana il vescovo si affiatasse coll'inquisitore e con certi teologi e canonisti per giudicare degli eretici e dei sospetti. Pio V papa tento` gran maneggi fra i Grigioni per favorire i Cattolici e impedire le apostasie crescenti in Valtellina, ma senz'altro ritrarne che la morte di Giovanni Planta signore di Retzuns, uomo pien d'ogni lode e caloroso protettore della causa romana. Contro questo papa un odio particolare avevano concepito i Grigioni fin da quando, essendo col nome di fra` Michele Ghislieri inquisitore della diocesi di Como, si era con forza adoperato contro i novatori. Una volta, avuto spia che a Poschiavo si erano impressi libri pieni delle nuove massime destinati all'Italia e che alcune balle n'erano state spedite ad un negoziante di Como, fra` Michele le sequestro`. Il mercante ebbe ricorso al capitolo del duomo, che in sede vacante presedeva al Foro ecclesiastico, ma invano s'interposero i canonici per la restituzione, benche' spalleggiati dal governatore Gonzaga. Del che piccati, sparsero per la citta` contro l'inquisitore male voci, cresciute a tanto che, preso dalla plebaglia a villanie ed a peggio, ebbe pel il migliore partito il ritirarsi. E si reco` a Roma, ove la congregazione dei cardinali decise in suo favore e cito` innanzi a se' il vicario e quattro canonici come eretici, che ebbero a far e dire a scamparsela(28). Egli medesimo essendo a Morbegno, aveva istituito processo contro Tomaso Planta vescovo di Coira per sospette opinioni, senza ne' citarlo, ne' nominare i testimoni: procedura solita all'inquisizione, ma contraria agli ordinamenti dei Grigioni. I quali, dando facile ascolto ai richiami del vescovo, fecero dal podesta` di Morbegno vietare a fra` Michele di procedere piu` oltre contro chi che fosse in Valtellina, se non previa licenza dei signori Reti. Dovette egli, allora tanto, piegare il capo; ma spinto poi dal suo zelo rinnovo` i processi, onde a poco si tenne che il popolo non gli mettesse le mani alla vita. Divenuto poi pontefice, e saputo che Francesco Cellario gia` frate poi ministro protestante in Morbegno, non la` solo, ma fino a Mantova(29) diffondeva le sue dottrine, lo fece cogliere di sorpresa, e tradurre al sant'uffizio di Roma, che lo caccio` dal mondo. Non era egli dunque il soggetto meglio opportuno ad acquetare i Grigioni, che studiavano anzi rendergli secondo avevano ricevuto. Chi meglio d'ogni altro opero` fu Carlo Borromeo, cardinale arcivescovo di Milano. Capace di riuscire a qualunque, arduo per la forza della volonta`, una grande ricchezza, i vantaggi d'una condizione privilegiata, la gioventu`, le aderenze, l'autorita` della virtu` e l'intima persuasione della causa che sosteneva, stabili`, finche' l'anima gli bastasse, opporsi al lacrimabile incendio quand'era piu` vivo. Spinto per sua principal cura a fine il sinodo di Trento, tutto fu in rinnovellare la propria Chiesa: viaggio`, e veduto che l'ignoranza del clero era cagion prima dei progressi della Riforma, e che i piu` erano privi d'ogni sorta di lettere nelle terre soggette a signoria svizzera, stabili` in Milano il collegio elvetico, ove dovessero allevarsi per Dio operai apostolici e difensori della fede(30). Mando` missionari, e singolarmente oblati da lui istituiti, e Gesuiti, nati poc'anzi per opera d'Ignazio da Lojola; e tanto fece che i sette Cantoni cattolici giurarono la cosi` detta Lega d'oro o Borromea e concessero che un nunzio papale rimanesse di pie` fermo nella Svizzera. Non e` mestieri vi dica a quanto dispetto dei Cantoni riformati, che si vedevano piantato nel cuore un nemico attento ed operoso. Ma del Borromeo il principal desiderio, dice il Bescape', "era volto alla Valtellina, si` per la vicinanza che essa ha con noi si` per gli ingegni svegliati di quei popoli, non pure all'erudizione adatti, ma alla probita` altresi` proclivi, che soleva esso Carlo non mediocremente lodare". Procuro` dunque stabilirvi i Gesuiti che, sostenuti da Antonio Quadrio medico di Ferdinando d'Austria, si posero a Ponte, guidati dal padre Bobadilla, tanto celebre nella storia della celebre compagnia. I Grigioni li sbandirono come forestieri, ond'essi vennero a collocarsi a Como. Trovandosi poi il cardinale, nel 1580, in Valcamonica per secondare le istanze del vescovo Volpi, passo` pei Zapelli d'Aprica(31) in Valtellina, sotto apparenza di un pellegrinaggio alla Madonna di Tirano, tempio sontuoso per edifizio e celebre per devozione, ove, malgrado del divieto, il giorno di sant'Agostino fu ricevuto con solennita` di rito, non meno che d'affetto, anche dai Protestanti. Sigismondo Foliani, bormiese, gli recito` un'orazione in cui (come solevano tutti allora e molti adesso) non dice che parole(32). Egli poi, il cardinale, edifico` la concorsa folla coll'esempio, collo speciale studio di carita` e di prudenza, e con un discorso animato da quella fede che vince ogni errore e dall'eloquenza di chi parla dalla pienezza del cuore. Aveva egli saputo ottenere che i Cantoni cattolici mandassero una delegazione a proteggere gli affari degli ortodossi valtellinesi alla Dieta dei Grigioni, ma non ne avanzo` gran fatto. Volle anche visitare le terre poste attorno al Lario ed al Ceresio, come bisognevoli assai di ajuto; e a Como, avuto colloquio col vescovo sul bene della Chiesa, passo` per Menaggio a Porlezza e nella Cavargna, valle selvatica che s'interna da quella di Menaggio ed i cui abitatori rompevano ad ogni delitto, si` di violenza, si` d'astuzia(33). Cosi` conciliando paci e rammendando i costumi, passo` nelle tre valli di rito ambrosiano, poi a Gnoasca, a Giornico(34), a Lugano e di nuovo, pel Ceresio, a Menaggio ed alla Valsassina. Fattosi poi, nel 1582, a Roma, n'ebbe il titolo di visitatore pei paesi svizzeri e grigioni anche sottoposti all'Ordinario di Como. Non fu autorita` a cui non avesse ricorso per ajuto in questa legazione: ai re di Spagna e d'Inghilterra, a Rodolfo imperatore, ai Cantoni cattolici al vescovo di Coira, al duca di Savoia, anche ai Veneziani. Scrivendo egli al Castelli vescovo di Rimini, legato pontifizio in Francia, perche' intercedesse presso Enrico re sicurezza e liberta` a lui ed ai preti. "Fa pero`, gli diceva, che i Grigioni non sentano che io vada a loro legato del papa: questo solo nome ogni cosa perderebbe. Si dica un privato mio viaggio, col qual titolo, senza scemare il frutto, consolero` quei popoli. Ben i cattolici mi desiderano, e gli eretici stessi mi mostrano qualche deferenza ed amore: onde nutro speranza non mi si pongano impedimenti: solo ho paura che i profughi dall'Italia non mi guastino tutto. Sono essi sentina di vizii, ne' solo eretici, ma molti apostati, e del resto facinorosi e perduti che appena udranno trattarsi di sostenere la religione cattolica e vedranno maturare le prime felici sementi, temendo d'essere sterminati, daranno in furore, metteranno fuoco nei capi per ritardarmi o togliermi ogni buon effetto... Quindi principalmente sarebbe a curare che dall'intollerabile giogo degli eretici venissero sollevati i cattolici di qua dalle Alpi. Poiche', quando sortiscono le magistrature gli eretici, se anche non facciano aperta violenza ai cattolici, pure si mostrano intenti a svellere la religione. Poiche' e danno pessimi esempi come scellerati ministri del diavolo, e non lasciano la liberta` di cercare o ritenere probi e religiosi sacerdoti, che avviino sul calle della salute. Sendo vietato agli esteri, tuttoche' ottimi, di andar cola`, mentre hanno podesta` di rimanervi empii e perduti uomini. Laonde, poiche' il re puo` tanto presso i Reti, gioverebbe che, senza far mostra d'essere da me officiato, vi s'adoprasse. E tu potresti mettere in mente ad Enrico uno scrupolo che pungesse e lui ed i Grigioni: mostrare cioe` il male che ne potrebbe uscire, se tanti, oppressi dalle calamita` e stancati, come puo` avvenire, dal giogo, macchinassero alcuna cosa e si ribellassero". Con Francesco Panigarola francescano(35) e col gesuita Achille Gagliardo, riassunta la visita, fu di nuovo a Lugano, poi a Tesserete, consolato dalla pieta` di quei popoli, ove, di cinquecento confessati, neppur uno si trovo` in colpa mortale(36): per Bellinzona si condusse a Rovereto, nella Mesolcina, valle italiana sommessa ai Grigioni, ove scopri` moltissime streghe. Istituitone processo, di queste ben 130 abiurarono: quelle che non vollero confessarsi in colpa, furono condannate, e prima quattro, poi altrettante, poi tre, indi piu` altre, vennero arse, e fin il prevosto di quel paese, Domenico Quattrino, che da undici testimonii era stato visto nella tregenda coi demonii menar danze oscene in paramenti da messa, e recando il santo crisma. Un tal padre Carlo, sotto gli 8 dicembre 1583, descriveva al suo superiore il supplizio di alcune fra queste. "In un vasto campo, costrutto un rogo, ciascuna delle malefiche fu, sopra una tavola, dal carnefice distesa e legata, poi messa boccone sulla catasta, ai lati della quale fu appiccato fuoco: e tanto ferveva l'incendio, che in poco d'ora apparvero le membra consunte, le ossa incenerite. Dopo che il manigoldo le ebbe avvinte alla tavola, ciascuna riconfesso` i suoi peccati, ed io le assolsi. Lo Stoppano poi (quel desso che menzionammo pochi versi sopra) e due altri sacerdoti le confortavano in morte, e le affidavano del divino perdono... Io non basto a spiegare con qual intimo cordoglio, e quanto di pronto animo abbiano incontrato il castigo. Avanti condotte al supplizio, confessate e comunicate, protestavano ricevere tutto dalla mano di Quel lassu`, in pena dei loro traviamenti; e con sicuri indizii di contrizione offrivano il corpo e l'anima al Signore del tutto. Brulicava la pianura di una turba infinita, stivata, intenerita a lacrime, gridante a gran voce: Gesu`; e le stesse miserabili poste sul rogo, fra il crepitar delle fiamme, udivansi replicare quel santissimo nome e, pegno di salute, avevano al collo il santo rosario... Questo io volli che la tua riverenza sapesse, perche' potesse ringraziare Iddio, e lodarlo per li preziosi manipoli da questa messe raccolti". Fin qui egli: sarebbero gettate le parole ch'io aggiungessi, per mostrar come i deliri del secolo prendessero anche anime illuminate e pie. In quella valle, san Carlo trovo` abbondare scolari del Vergerio e di Pietro Martire Vermiglio ed esservi (scriveva al cardinale Sabello) il nome di cattolici, non i costumi, ne' la credenza. V'avevano tenuto casa i novatori Frontano e Canossa. Poc'anzi v'era morto Lodovico Besozio, scolaro del Frontano(37) migliore del maestro: era frequentissimo il contatto colla val di Reno, tutta gia` calvinista. Singolarmente vi si segnalavano, per odio ai Cattolici, Francesco Luino, che da trent'anni era cola`, un figlio del Frontano e due o tre altri le cui mogli _sono veri mostri d'inferno_. Stava a capo delle cose sacre un frate, disertore dell'ordine e della religione che seco traeva una femminaccia e quattro suoi figliuoli: poco di meglio erano gli altri preti. Borromeo coll'amorevolezza, coll'inquisizione, col pregare, coll'insegnare, col largheggiare, si concilio` gli animi: e Dio ne prosperava le fatiche in pro delle anime, con fatti d'ammirabile riuscimento. Si mise poi per la val Calanca, ove conobbe cinquanta famiglie cadute in eresia e ventidue maliarde. Era sua mente drizzarsi a Coira indi, nel ritorno, visitare Chiavenna e la Valtellina. Ma, saputo che la sua comparsa non sarebbe sentita bene, dovette voltare a Bellinzona, dove trovo` folta ignoranza delle cose di Dio, ed un vivere non punto meglio del credere: matrimoni incestuosi, usure smodate, conculcati i diritti del clero, sacerdoti simoniaci e viventi in pubblica disonesta`. Ho letto varie delle omelie ivi da lui recitate, onde puo` trarsi argomento e dello stato di quel paese, e dello zelo che il santo vi adopro`, dimorandovi sino al 15 dicembre, ove eresse anche una prebenda per mantenere un maestro, lascio` un catechismo compilato apposta dal gesuita Adorno, ridusse a compimento il collegio d'Ascona. Aveva pure intenzione di aprire un seminario a Locarno, che a grande bisogno sarebbe tornato per regolare quel paese nel credere e riformarlo nel vivere. Mando` anche Bernardino Mora al _Beytag_ dei Grigioni per impetrare licenza di visitar la Valtellina ed il Chiavennasco, ma gli facevano impaccio i predicanti, che andavano spargendo sospetti sul suo conto. Lui, infine, esser nipote di quel Giangiacomo Medeghino il cui nome, dopo le acerbe guerre loro recate sul lago e in Valtellina, era tra i Reti rimasto terribile come la campana a martello. Vedessero quanto aveva operato in Val Mesolcina, dove non prima pose piede, che collocatosi in luogo forte stabili` un inquisitore e fece ogni suo talento: assai tornerebbe sospetta ai loro alleati Francesi la venuta del cardinale tutto ligio alla Spagna. E questi sussurri trovarono fede, onde, non che escluderlo, i predicanti commossero quei della val Pregalia a dare addosso ai missionari da lui mandati e metterli a processo(38). Fin tra le cure che gli ponevano assedio negli ultimi suoi giorni, il Borromeo s'occupava d'ottenere, se non pace, almeno tregua ai Cattolici: e teneva corrispondenza con re Filippo d'affari si` intimi che non si affidavano alle carte, ma si comunicavano a voce col Terranova, allora governatore del Milanese. Quando il fuoco e` dentro, bisogna venga fuori il fumo: e il Borromeo veniva rapportato ai Grigioni di aver intesa cogli Spagnuoli per tornare ad essi la Valtellina. E per verita` i duchi di Milano non ebbero mai deposta tale speranza, ne' per rata l'occupazione di quella importante valle e la cessione fattane per viva forza. Si sanno le opere, ed aperte e di sottomano, ai tempi di Giangiacomo Medeghino. Carlo V poi, aggiunta la ducea milanese agli immensi domini suoi, piu` ne prese gola, ben avvisando quanto rileverebbe l'avere libera comunicazione per quella parte fra gli Stati suoi di Germania e quelli d'Italia. Ne aveva anzi passato ordini a don Ferrante Gonzaga governatore, che rumino` quell'idea anche sotto Filippo II, menando per cio` segreto intrigo col vescovo Vergerio, sebbene gli tornasse indarno il suo intendimento. Nei giorni poi del Borromeo, un tal Rinaldo Tettone, mercante milanese al quale era avvenuto si` male della mercanzia che diede fondo ad ogni suo avere, si era messo a capo di _Farabutti_, bravacci pari suoi, che rubando e furfantando vivevano. Da piccoli tentativi incoraggiato a maggiori, fermo` d'entrare in Valtellina, e porla a preda. Infatuato del qual desiderio, acciarpo` truffatori e bagaglioni e quanti fossero da tal servigio: e chi vorra` credere che di tutto cio` non scoppiasse veruno indizio ai magistrati di Lombardia? Chi conosca l'ambidestra politica spagnuola, piu` presto inclinera` a pensare che il governatore Terranova, senza dargli apertamente favore, l'aiutasse pero` sott'acqua, od almeno stesse a vedere a che il Tettone riuscisse: andava a male? Niuno potrebbe imputargliene colpa: accadeva a disegno? Getterebbe la maschera. Ed avendo, come si suol dire, tratto di buca il granchio colla mano altrui, coglierebbe il destro di ricuperare la valle al suo padrone. Fatto e` che il Tettone, raccozzata una canaglia valente in parole e ch'egli chiamava esercito, parte ne invio` per la banda di Lecco. Cogli altri volse a Como, ove chiese d'entrare nella citta`, alloggio e foraggi, vantandosi capitano generale per risciacquare la Valtellina dai miscredenti. Ma non sottiglio` la sua malizia tanto che arrivasse a trovar fede a quell'apparenza. Ed il Paravicino, governatore di Como, non gradendo tali rodomontate stette saldo sul niego: anzi, accingendosi il Tettone a mettere le finte parole in veri fatti, il governatore armo` i cittadini e con furia li libero` addosso a coloro, che dopo sprovveduta e breve scaramuccia, quali andarono sbandati, quali furono presi e mandati all'ultimo supplizio. Ita al vento l'impresa, il governatore, come chi getta il sasso e nasconde il braccio, se ne fece nuovo affatto, ed il Tettone, che forse diventava un marchese e meglio, fu cacciato in bando. Dove facendo del savio e dell'importante, andava spacciando avere in tal impresa a sostegno il cardinale Borromeo, amico, diceva egli, e parente suo; favorirlo nella valle grandi personaggi, e li nominava un per uno. Questi vanti erano portati colle usate frangie ai Grigioni, i quali, fattone un capo grosso che mai il maggiore, molta gente inquisirono, senza pero` scoprire alcuno in colpa: e il cardinale tennero in memoria d'uomo fazioso e brigante. Era questi morto l'anno avanti; e noi siamo alieni dal supporre al sant'uomo facinorosi consigli. Scrivendogli lo Speciano temere che i Valtellinesi non rompessero in aperta ribellione, e si gettassero in braccio a re Filippo, il Borromeo gli rispose che stava mallevadore della regia volonta`. E quand'anche i Reti cisalpini si ponessero a dominio del re cattolico, si incaricava di ritornarli ai Grigioni. Questo pero` gia` ne lascia intendere ch'egli avesse qualche sentore delle macchinazioni. Ed abbia suo luogo la verita`, tutti i contemporanei e il Ripamonti ed il Ballarino fanno testimonianza che la Spagna ed il Borromeo assecondassero l'impresa(39). Tutti poi i fautori del cattolicismo avevano gran protezione nella casa d'Austria: quando i Grigioni uccisero il Planta, Corrado, figlio di questo, si ricovero` al Borromeo, che sel tenne ben due anni con altri di sua parte, al giusto fine di formare un buon cattolico; ma la cosa non poteva non dare ombra ai Reti. Altre lettere poi di san Carlo, che si leggono manoscritte nell'Ambrosiana, tolgono ogni dubbio che a Milano non si conoscessero tali movimenti. Fin dal 1583 i Valtellinesi avevano richiesto il Terranova di 400 uomini, che, uniti ai terrazzani, basterebbero, sono le proprie parole di Borromeo, _per levarsi in un tratto da quella obbedienza, e serrare i passi ai Grigioni, che volessero passare di qua dai monti._ Il re aveva risposto si desse loro quell'aiuto, ma i ministri erano soprasseduti fin allora _per vedere l'esito del negozio della lega_; svanito il quale, tenterebbero questo: _ed ho speranza in Dio_, continua il santo, _che in pochi anni si fara` tanto frutto in quella valle e nei paesi tutti di qua dai monti, che si smorbera` quella eretica peste._(40) E nei trattati che il santo meno` a favore dei Cattolici coll'ambasciatore di Francia presso gli Svizzeri, e coi Cantoni cattolici, si mostra persuaso che pericolasse qualche non lieve disastro: sicche' voleva tenersi nei contorni della Svizzera per accorrere pronto ad ogni moto di guerra. Dichiara pero` di ingerirsi il meno che puo` "ne' tenere per ajutare que' popoli altra via che la spirituale". Non meno attento a salvar la Lombardia dalla contagione fu il cardinale Federigo Borromeo: il quale perfino, allorquando dovevano alcuni soldati svizzeri e grigioni attraversare la valle San Martino ed altre terre bergamasche di diocesi milanese e di giurisdizione veneta, pronunzio` scomunicato chiunque conversasse, o, ch'e` tampoco, albergasse quegli eretici; esagerata provisione, alla quale la serenissima repubblica veneta impedi` fosse dato corso. Senza piu` altro aggiungere, basti il gia` detto a scusare i Grigioni se dal paese davano divieto ai preti e frati forestieri, specialmente ai Cappuccini, come orditori di cose nuove. Quanto alle indulgenze ed ai giubilei, si bandissero pure, ma o tacessero quelle parole _pro extirpatione haereseon_, o i preti dichiarassero che sotto il nome di eretici non s'intendevano i Riformati: altrimenti era iniquo che i sudditi pregassero contro i loro padroni. Tanto erano da cio` esacerbati gli animi, che qualunque cosa venisse dai Riformati era sospetta ai Cattolici: qualunque cosa procedesse dal vescovo o da Roma, si rifiutava dagli Evangelici, per buona che fosse, d'ogni vin dolce facendo un aceto arrabbiato. E mi faccia testimonio la riforma del calendario. Il concilio Niceno nel 325 aveva adottato, pel calcolo della Pasqua, il calendario di Giulio Cesare, che suppone l'anno di giorni 365 ed ore 6 appunto, e che 19 anni solari equivalgano a 235 lunazioni; ondeche` aveva ordinato che l'equinozio di primavera cadesse al 21 di marzo. Ma non essendo precisa quella determinazione, l'equinozio si era portato agli 11 di marzo, e le lune nuove anticipavano di quattro giorni. Di cio` menavano rumore uomini di gran vaglia, Ticone, Scaligero, Chambers, Calvisio, altri, sicche' in fine Gregorio XIII, principalmente coll'opera di Luigi Lelio calabrese, riformo` il calendario: furono sottratti e messi in nulla i dieci giorni che dovevano correre dai 4 perfino ai 15 ottobre del 1582, ordinato che solo ogni quattrocento anni si facesse bisestile l'ultimo anno del secolo, e la bolla del marzo 1583 ingiunse che i conti dei giorni andassero a tal maniera(41). Or credereste? Ai tanti altri motivi di dissidio, un nuovo ne aggiunse questo calendario gregoriano, ed i Riformati nati a rifiutarlo, anche trovandolo buono, solo perche' veniva da Roma, ed i Cattolici a volerlo, senza forse conoscerlo, sol perche' quelli lo ricusavano, tanto e` cieca ed assurda la nimicizia che agita le parti. Mi par di vedere alcuno sogghignare alla leggiera cagione di tante discordie, alle dimostrazioni impotenti e assurde; ma deh non voglia ridere d'altri il secolo nostro, che non ha ancor rasciutto il sangue versato per altri sogni, per altre follie. Ogni eta` ha le sue. CAPO III Corruzione dei Grigioni--Forte di Fuentes costrutto--Mal governo della Valtellina--Ingiurie alla religione repulsate dai Cattolici--Nicolo` Rusca e` tratto al tribunale e morto--Ruina di Piuro. Come sperar bene alla Valtellina quando i suoi dominatori erano all'ultimo della corruzione? La religione li divideva, li divideva la politica: cedevano a seduzioni, a lusinghe. I principi vi tenevano ambasciatori quando apertamente quando velati, che con donativi, pensioni, croci d'onore facevano che uno favorisse a Francia, uno a Spagna, uno a Venezia: tutti dimenticassero la patria. Due fazioni singolarmente ponevano a scompiglio la Rezia: una venduta a Spagna ed ai Cattolici, l'altra a Francia, ed agli Evangelici. Capi di quella Rodolfo Pianta, di questa Ercole Salis, le due famiglie primarie dello Stato. Il grosso dei Grigioni pero` essendosi sottratto al dominio austriaco, ed avendo abbracciato il calvinismo, aveva in uggia l'Austria e la Spagna, e dei Francesi l'amicizia guardava come primo fondamento di liberta` e potenza. Prevalendo i Salis, venne rinnovata con Enrico IV una lega di offesa e difesa, nella quale non si faceva eccezione veruna a favore del Milanese. Con questo ducato avevano i Grigioni accordato una convenzione di buona vicinanza, per cui il commercio andrebbe senza verun impedimento, non concederebbero essi il passo ad esercito che venisse contro il Milanese: in compenso dovesse il transito delle merci volgersi pel paese delle leghe(42). All'udire dunque della nuova convenzione coi Francesi, gran lamento alzo` il conte di Fuentes, il piu` memorabile fra i governatori spagnuoli di Milano, che nel cuor della pace tenne sempre un numerosissimo esercito, pauroso ai vicini, sgradito anche al suo padrone, al quale voleva mostrarsi necessario col fingere pericoli o farli anche nascere, e intanto esercitava tutte le prepotenze d'un governo militare. Con umore siffatto doveva esser poco disposto a inghiottire il torto, e mando` minacciando ai Grigioni di trattarli come nemici. Questi, non che mostrar paura, si collegarono anzi con Venezia, come quella che non perseguitava i riformatori, siccome le altre potenze, ma ostava al papa, e comportava una mezzana liberta` di coscienza(43). Ne dispiacque non meno alla Francia che alla Spagna, quella perche' Enrico ambiva maneggiar egli solo i Reti e che i Veneziani dovessero ricorrere a lui qualvolta bisognassero di gente armata, questa perche' si trovava allontanata dalla speranza di legarsi i Grigioni, e di sottoporre tutta Italia, potendo aver ostacolo nei Veneziani. A nulla approdando colle parole, il governatore sdegnato pose mano a fabbricare un fortalizio, detto dal suo nome(44) sul colle di Montecchio al primo entrare della Valtellina ove, dominando gli sbocchi di Chiavenna, il lago e la valle, teneva questa in soggezione e poteva, quando riavesse talento, impedire alla Rezia i viveri ed il commercio. Stante pero` che il duca Francesco II Sforza aveva stipulato coi Grigioni non si porrebbe veruna fortificazione in quel giro, questi levarono querele, e procurarono anche impegnare in esse i loro alleati`: ma nessuno si mosse, del che furono, se non con verita` almeno con accortezza, accagionati i dobloni spagnuoli. E il Fuentes continuo`, fini`, intercise il commercio col Milanese e ponendo genti e navi alle Trepievi (cosi` chiamano i paesi posti all'estremo del lago di Como), confermo` la voce che Spagna volesse ricuperare la Valtellina. Queste pratiche, anziche` ravvivare, davano l'ultimo tuffo alla Valtellina. Vi si crebbero le guarnigioni a carico del paese. Ogni ombra pigliava corpo: i signori grigioni, ingordi d'aversi intorno timidi soggetti anziche' buoni amici, potevano quanto ardivano, ed ardivano quanto volevano, sostenuti com'erano dai novatori. I quali, come interviene allorche' il debole vuole ad ogni costo ajutarsi sopra il contrario, mirando unicamente all'utile proprio, vedevano bene che i loro religionarj crescessero in autorita`. Quindi coloro che erano venuti come alleati, disponevano come donni e padroni, principalmente da che ebbero a se' arrogata la nomina degli ufficiali. Allora mandare a magistrato uomini di piu` che bassa mano, soperchiatori perche' persuasi di meritare il pubblico disprezzo, non guardare nelle cariche a merito, ma a chi piu` ne dava, schiudere d'ogni preminenza i buoni, conculcare i diritti e lo statuto, corrotte le sindacature, nelle cause civili trovati lacciuoli a dovizia per costringere le parti a dividere l'avere con giudici ingordi, franco il peccare, il benfare spesse volte ruina. Si addormentavano sugli interessi della patria i tristi, quelli io dico, cui piaceva fare il lor talento, e da poveri venuti ricchi, da abjetti tremendi, usurpare i beni delle chiese, per ispalle d'amici e per danaro scontare delitti, leccare i superiori per mordere i soggetti. I buoni che osavano alzar la voce, erano perseguitati sotto quella maschera d'oltraggio e di sangue che si chiama ragione di stato. Le cose della religione poi erano tornate a peggio che mai per l'addietro non fossero. Ogni giorno nuovi editti, che pretendendo parole di liberta` religiosa vietavano le indulgenze, tacciavano di superstizioso il culto del paese, cassavano le dispense, berteggiavano i decreti papali. Negli statuti di Valtellina, stampati il 1549, furono intrusi alcuni a favore dei Riformati. Nel 1585 trovandosi unite a Chiavenna le insegne dei Grigioni, conchiusero di nuovo intera liberta` di religione; lo che, ed allora ed altre volte poi, significo` persecuzione della cattolica. Eccedeva dunque il governo, eccedevano i magistrati cacciando i Gesuiti e cassando le donazioni lor fatte, processando i miracoli di san Luigi, proibendo la pubblicazione dei giubilei ed eccitando quistioni di giurisdizione, solito appiglio, eccedevano i predicanti contro i monumenti dell'avito culto, opera empia agli occhi dei Cattolici, impolitica agli occhi di tutti. Piu` eccedeva la ciurma e l'astinenza delle carni in quaresima(45), rubando ostensori e spargendo le particole, sfregiando tabernacoli, facendo smacchi ai sacerdoti nelle processioni del Sacramento, ed in quei devoti riti della settimana santa, che uom non puo` vedere senza sentirsi fin nell'intimo dell'animo commosso ad una patetica devozione. Ne' si creda che noi caviamo queste fosche dipinture dai soli Valtellinesi. Pascal ambasciatore francese, in una sua relazione, chiamava il governo grigio "esecrabile tirannia, che sovra il capo e le fortune dei buoni incrudelisce". Il Bottero verso il 1590 scrive: "In Valtellina i Cattolici sono fuor di modo straziati dai Grigioni, che puniscono con varj pretesti i preti e quei che si convertono, forzano i curati a celebrare matrimonj in gradi vietati, non consentono l'introdurre buoni sacerdoti forestieri, obbligano tutti alla messa ed alla predica degli eretici, onde i Cattolici sono costretti, per penuria di buoni ecclesiastici, servirsi d'apostati e d'uomini di mal affare e scandalosi, e divengono a poco a poco eretici". Si moltiplicavano dunque le gozzaje: per una parte e per l'altra tirandosi al peggio che si facesse, ogni sospetto si pagava colla vita. Cosi` fu (per tacer altri) del conte Scipione Gambara bresciano, che per aver ucciso un suo cugino, casi ordinarj in quel beato tempo antico, era fuggito a franchigia in Tirano, ed ivi, secondo che l'uso e il suo delitto portavano, si teneva attorno una masnada di _buli_, come si chiamavano i bravi. Entro` gelosia nei Grigioni ch'egli volesse dar mano a stabilire l'inquisizione, e liberare la valle dai Protestanti: onde, coltolo, e coi metodi consueti in tali procedure, convintolo di trama col cardinal Sfondrato e coll'inquisitore Montesanto, egli, come nobile, fu decapitato a Teglio, il suo complice Lazzaroni di Tirano squartato vivo, e le spese del processo caricate alla valle. Peggio avvenne quando Ulisse dei Paravicini Capello di Traona, che reo di molto sangue campava sul bergamasco la vita, oso` una notte ricomparire con venti sicarj in patria, e trucidare i magistrati. L'atroce fatto seppe di ribellione ai Grigioni, e quindi il sospetto, quindi lo sdegno pose in maggior urto gli animi, ed i cattolici, o per colpa o per pretesto, venivano, or l'uno or l'altro spicciolati, modo sicuro d'indebolire le fazioni. Cosi` la certezza dell'odio pubblico faceva prendere tali provisioni, che lo rendevano implacabile. Qualche buon ordinamento veniva talora(46), ma di corto cadeva nell'oblio e non rimaneva che il peggio. Sotto la protezione dei signori, che dicevano: _"Credi quel che ti piace, ma fa quel ch'io ti comando"_ ogni tratto qualche nuovo Cattolico disertava, anche preti e curati. Essendo ordinato che ove fossero piu` di tre famiglie riformate convenisse accomodarle di _baserga_(47) e di ministro a spese comuni, i Cattolici si vedevano costretti a mantenere i predicanti coi benefizj ecclesiastici. E non compatendo la religione loro che i preti predicassero dalla bigoncia, ond'era sceso dianzi il ministro calvinista, conveniva si provvedessero di nuove chiese. Intanto, predicanti a gara gli uni degli altri venivano fin da lontanissimo per far proseliti: prima pochi per giuoco, poi molti per curiosita`, indi piu` per diversi affetti s'affollavano a udire il nuovo vangelo, i cui piu` soliti ornamenti erano rampogne ed ingiurie. Credendo ciascuna parte essere in possesso della verita`, e l'avversaria trovarsi nell'eresia, lo zelo esacerbava gli odj da fratello a fratello. Rinfacciavano i novatori a quei della messa, come li chiamavano, che una fede inculcata senza il consentimento della ragione, degenera presto in superstizioni, e molte in fatto se n'erano introdotte(48), e si prodigavano le indulgenze(49) a scapito della morale. I preti cattolici, temendo fin quell'esame e quella luce, il cui bisogno eleva e ingrandisce l'anima, ma che generava l'orgoglio del senso individuale, inculcavano che una religione scandagliata e analizzata cessa di esser fede, e si lamentavano di veder chiamate a scrutinio le cose che il cattolico guarda con umile meraviglia, e che Iddio, per occulti giudizj, tolse alle dispute dell'uomo, ingiungendogli "Credi e adora". L'augusto Sacramento, di cui Cristo volle fare un simbolo di pace e di concordia e che, _assunto in sua commemorazione,_ ricordasse ai figli suoi il _sangue versato a salute comune,_ diveniva pretesto d'acerbe contese. E pareva che ciascuna parte si fosse proposto di mostrare, colla condotta meno evangelica, di possedere il vero vangelo. Vi erano si` i buoni che gridavano da una parte e dall'altra: "Se la nostra fede e` la vera, se viene da Dio proviamolo col deporre questa rabbia anticristiana: la carita` move da Dio, la discordia dall'inferno: _unitevi di spirito e di cuore, e Dio sara` con voi: il nostro non e` il Dio delle contese, ma della pace e dell'amore"_(50). Cosi` dicevano: ma quando mai il discorso dei savj la vinse sopra l'orgoglio e l'egoismo delle opinioni? I Cattolici pero` potevano dire ai loro avversarj: "O voi che venite a mostrarci in errore: non siete uomini voi pure, non siete voi pure all'errore soggetti? Noi seguitiamo la tradizione d'uomini pii, e piu` vicini al tempo del Redentore: voi nasceste pur jeri. Noi stiamo ad un'autorita` di origine divina, al sentimento del genere umano; voi surrogate la piu` fredda delle umane doti, la ragione, il piu` variabile appoggio, la particolare persuasione. Voi venite a predicare l'amor di Dio: eppur da voi nascono la scissura e la desolazione della patria". Fondati su questo e sulle tante ragioni, che anche umanamente rendono inconcussa la fede nostra, contrastavano i Cattolici al progresso dei Riformati: e poiche' non v'e` caso di gran timore senza che vi sia di gran coraggio, si narrano molte e ribalde e generose opposizioni. Poniamo fra le prime i divisamenti dell'arciprete Schenardi di Morbegno che in uno scritto latino sul _propagare la fede cattolica nella Rezia_, suggeriva che quando i ministri eretici, ogni ottava del _Corpus Domini_, venivano a celebrare i loro conciliaboli, nel ritorno fossero colti in imboscata in quel tratto di terreno presso Bocca d'Adda che spetta al Milanese(51), e mandati a Roma. Tommaso della Chiesa in val Malenco caldeggiava i Riformati; onde morto il parroco del luogo, e sepolto il tempio di cola` da una frana, fece di tutto per indurre quei valligiani a valersi del ministro degli Evangelici, per l'uomo dotto che sapevano lui essere: e con maniere a maraviglia scaltrite, spacciava che la parola di Cristo, predicata da questo, varrebbe assai piu` che non la messa dei papisti, che non orazioni recitate in una lingua che non intendevano. Riboccar di baje le prediche dei loro preti, di idolatria il culto; ove trovavano che il vangelo comandasse il celibato ai preti? e il digiuno? e la confessione auricolare? O che! vi farete a credere che uomini di intendimento scorti e nel viver santi, cima di principi e dottori abbiano cercato si` sottilmente nel vangelo e nei dogmi solo per dannarsi? E soggiungeva altre cose or serie, or ridicole, che non sarebbero cadute a vuoto senza la fermezza di Tomaso Sassi pastore, il quale si fece a gridare: stessero attaccati al _credo_ vecchio, non volessero seguire piuttosto il nuovo che il sicuro(52), non lasciassero rapirsi la consolazione dei sacramenti, che mescono il gaudio e la sanzione del Cielo alle piu` solenni circostanze della vita, dalla culla al letto di morte. E dopo morte, su in paradiso i padri loro che v'erano giunti credendo all'antica, stavano ad aspettarli. Quanto dolore se li vedessero precipitarsi coi nuovi nell'inferno! Con tali o si` fatti argomenti, tolti dal lume del natural discorso, il buon uomo rimuto` i terrazzani dal proposito di cambiar religione. Anche il sesso imbelle spiego` costanza a sostenere il rito degli avi. In Caspoggio, terra della val Malenco, mentre i mariti estivavano com'e` costume sugli _alpi_ (chiamano cosi` i pascoli montani), venne saputo dalle donne che i riformati intendevano seppellire in S. Rocco un loro bambino allora morto, col che avrebbero preteso d'acquistar possessione di quella chiesa. Che fan elle? si allestiscono ben bene di sassi, e rinserratesi nella chiesa, aspettano il funebre convoglio. Come s'avvicina, ecco fuori lo stormo, che schiamazzando alla donnesca, con una tempesta di pietre pone in volta il funerale. Caso che diede da ridere in quei contorni, e da stizzire a parecchi. In Sondrio ancora si accingeva il governatore ad entrare per viva forza nella chiesa cattolica, e ridurla al nuovo rito. Ma un Bertolino di cola`, uomo tagliato all'antica, commise a Giangiacomo, suo figliuolo di gran cuore, che colla daga alla mano contendesse ai Riformati l'entrare in chiesa. Cio` adempi` egli si` bravo, che al governatore non basto` l'animo di proceder oltre: ma voltosi in traccia del Bertolino e scontratolo, tutto in gote si querelo` del figliuolo, che gli avesse, nel maggior pubblico della gente, usata quest'onta. Al che il buon Sondriese rispose le molli parole che frangono l'ira, e menossero a casa, ove a lui ed al suo satellizio improvviso` una lieta merenda, spillando la miglior botte. E li` bevi e ribevi, fra l'ilarita` parliera delle tazze comincio` il Bertolini a gettar motti di scusa pel figliuolo, onde il governatore, per iscambio delle cortesie ricevute, si mostro` disposto a mettere in non cale l'affronto. Allora ecco entrare Giangiacomo, ne' in aspetto d'avvilito, ma sempre accinto della sua daga, e con un fiasco del piu` pretto vino, che comincio` a mescere in giro alla ragunata. Non faceva pero` egli atto ne' mostra di voler chiedere scusa e quando alcuno ne l'interrogo`, diede un fischio, ed in men ch'io nol dica uscirono fuori quindici garzoni in tutto punto d'armi. Additando i quali al governatore, che pensate come si sentisse, "Ecco (esclamo` Giangiacomo) e me e questi pronti pel governatore e per la repubblica fino all'ultimo sangue, solo che non ci si tocchi la religione nostra: ma se alcuno presumesse recarci in cio` al talento suo, non risparmieremo la vita a tutela della nostra santa fede". Tra pei generosi modi del giovinotto, tra per la paura dell'armi e il lenocinio del buon vino il governatore, che non doveva essere un Verre, abbraccio` Giangiacomo ed il padre, e in lieti brindisi finita la festa, depose per allora ogni pretensione sulla chiesa. Altri fatterelli succedevano ogni di`, che non sempre si risolvevano in un riso, e che rivelavano un'izza reciproca, per cui dominati e dominatori erano pronti a correre ai risentimenti. I Riformati ne davano ogni colpa a Nicolo` Rusca, arciprete di Sondrio. Era questi nato in Bedano terra del luganese, da Giovanni Antonio e Daria Quadrio. Studio` prima sotto Domenico Tarillo curato di Comano, uomo di buone lettere ed investigatore delle antichita`, e recito` in quel paese la prima volta dal pergamo, come sogliono i novelli cherici, un discorso altrui. Fu poscia a Pavia, indi a Roma, poi nel collegio elvetico di Milano, ove a san Carlo ne parve si` bene, che talvolta abbattutosi in esso, postagli sul capo la mano: "Figliuol mio (gli disse), combatti buona guerra, compi tua carriera. Per te e` riposta una corona di giustizia, che ti rendera` in quel giorno il giudice giusto". Monsignor Volpi di Como gli diede la parrocchia di Sessa: indi compreso di che gran parti egli fosse in sapere, in saviezza, in cristiana prudenza, lo chiamo` arciprete di Sondrio. Peso enorme a quei di`. Il predecessore suo Niccolo` Pusterla era stato, con sei zelanti cattolici, rapito in prigione, e cola`, vollero dire, avvelenato dal governatore, perche' in tempi di fazione si crede non si esamina. Delle contrade vicine molte assentivano ai Riformati, altre erano miste(53), sicche' avevano due ministri: dei Sondriesi un terzo si era sviato dalla Chiesa romana. Aggiungi che dal 1520 al '63 v'era stato intruso arciprete Bartolomeo Salice, che contemporaneamente era arciprete di Berbenno, curato di Montagna, arciprete di Tresivio e in nessun luogo risedeva, lasciando che il gregge sviasse a pascoli infetti. Dei benefizii si valeva per dotare nipoti. Porto` anche le armi, il che tutto giovava miserabilmente alla diffusione dell'eresia. Di quel tempo venne a predicar a Sondrio un frate in aspetto di somma dottrina e pieta`. E il popolo che da gran tempo non udiva piu` prediche, accorse alle sue: ma ben presto egli si scoperse eretico. Se ne levo` tumulto, ed egli rifuggi` ai Mossini in casa Mingardini, donde seguitava a predicar ai nuovi convertiti. L'arciprete Salice non se ne dava pensiero. Blandiva i Grigioni nella speranza di esser fatto vescovo di Coira, e quando infatti Pio IV vel destino` egli rinunziava ai tanti benefizii in Valtellina. Ma poiche' non fu confermato, si trovo` sprovvisto e mori` poveramente in Albosaggia. Il Rusca, chiamato a quel posto, tento` sottrarsi al grave incarico. Indi per obbedienza l'assunse, collo zelo del buon pastore che offre l'anima per le pecorelle. Deditissimo agli studi, sapeva di greco e d'ebraico, non che di latino: altamente sentiva delle cose celesti, e _usando la spada dello spirito che e` la parola di Dio_, era tutto in predicare con una dottrina chiara, corrente e morale, piena dei lumi della somma verita`, escludendo quanto potesse avere dell'agro e del contenzioso. Trovata la chiesa squallida, vi rimise belle suppellettili, buon organista, solenni funzioni. Imperterrito si oppose alle pretendenze dei novatori, i quali, oltre esigere dal capitolo la provvigione di 30 zecchini pel ministro evangelico, volevano ch'egli cedesse porzione del suo giardino per fornirli di cimitero, si sonassero le campane al venerdi` santo, ed altre si` fatte novita`. Intervenne a varie dispute, ove per chiarimento del vero si solevano mettere in contraddittorio un per uno gli articoli della fede. Dispute che, secondo il solito, non convincevano alcuno, e finivano sempre col gridarsi da ambe le parti il trionfo(54). Ma quale veniva chiamato _martello degli eretici_, si mostro` singolarmente allorquando i Riformati ottennero si istituisse a Sondrio un collegio, del quale il rettore e tre dei cinque professori fossero calvinisti. Fin dal 1563 si era divisato, poi aperto nel 1584 un collegio, dove si accettassero cattolici e no; e dove naturalmente nessun cattolico andava. Cadde, e allora voleva rinnovarsi. Ma senza guardare in faccia ne' ai Salis che lo proponevano, ne' al re d'Inghilterra che si diceva somministrar il danaro, si attraverso` il Rusca a questa impresa, e riusci` a sventarla, ed unire anzi un'accademia che propagasse le cattoliche dottrine. Questo perpetuo e vivo contradditore dei loro disegni non poteva non essere in gran dispetto agli acattolici, che miravano a torselo d'in sugli occhi. Dapprima Gio Corno da Castromuro capitano della valle lo condanno` in grave multa perche' avesse rimproverato ad un giovane suo popolano l'aver assistito alla predica dei Calvinisti. Ma i Sondriesi presero le armi, e si fu ad un pelo di far sangue: onde il capitano denunzio` l'affare a Coira. Il Rusca difeso da Anton Giojero ministrale della val Calanca, fu assolto, ed il capitano ammonito. Gli apposero quindi d'aver fatto trama con un Ciapino di Ponte per ammazzare o tradurre all'inquisizione(55) Scipione Calandrino predicante di Sondrio. Il Ciapino fu messo a morte: a Nicolo`, che ne aveva assistite le ultime ore, confortandolo in quella estrema e maggiore di tutte le umane necessita`, attaccato un processo, che lo costrinse a ricoverare a Como. Giustificatosi, torno` piu` glorioso, aggiungendosi alla virtu` il lustro della persecuzione. Tanto piu` bramavano i nemici suoi di metterlo per la mala via, e la fortuna mando` tempo al loro proponimento. Ci fu veduto come, fra i Grigioni, tutto andasse in brighe di potenze straniere; fra le quali si dimenticava l'interesse della patria. Gli ambasciatori francesi, con disapprovare la lega fatta coi Veneziani, caddero in sospetto di esser d'accordo colla Spagna: sicche' l'ambasciatore Gueffier, denigrato dai predicanti, dovette fuggire negli Svizzeri: quinci lamenti e turbolenze, fra le quali pigliavano il sopravento i predicanti, venuti ormai il tutto del governo, come succede ai pochi che schiamazzano mentre i piu` stanno savi e tranquilli. E avendo intesa con Zurigo, Berna e Ginevra, non cessavano di gridare doversi far nello Stato una sola religione, essere violate le costituzioni poi bocconi stranieri, si operasse una volta efficacemente a rintegrare la liberta`, riformare il governo e simili altre parole, che sempre discendono grate nelle avide orecchie della plebe. Fidati nel favore di questa, sotto Gaspare Alessi ginevrino predicante di Sondrio, accozzarono un loro concilio prima a Chiavenna presso Ercole Salis, uomo per servigi ed ingegno in gran nome, poi a Bergun, paese romancio alle falde pittoresche dell'Albula. Ivi dichiararono la fazione spagnuola funesta alla Rezia ed alla religione, micidiale l'alleanza di Francia, buona quella sola di Venezia: e si concertarono sul come dar superiorita` alla parte loro. Consiglio di volpi, tribolo di galline. Quei predicanti, presa dall'operare audacia all'operare, corsero intorno gridando contro gli Austriaci, e che v'erano maneggi per quelli, e che il governatore di Milano aveva disseminato danari per la Valtellina, e che per reprimerla si doveva stabilire il tribunale inquisitorio, il quale correggesse la costituzione venuta omai in gran punto. Il popolo s'infiamma, tanto poco basta a travolgere le menti di chi, non a ragione ma ad empito, si conduce. Ercole Salis se ne fa capo, l'Engaddina e la Pregalia levansi in arme, i castelli dei Planta fautori degli Ispani sono diroccati, uomini malfattori, accesi in rabbiosa ira, entrano a forza in Coira. Dispersi o carcerati come ribelli i preti e persone di gran bonta`, tutta quella moltitudine si conduce a Tosana (_Tusis_), paese romancio a pie` del fertile Heinzenberg fra il Reno posteriore e la formidabile Nolla. Ivi stanziando le 25 bandiere, con un migliajo e mezzo di soldati, proclama 13 capitoli per conservare la liberta`, e pianta lo _Strafgericht_. Chiamano cosi` un criminale straordinario di giudici scelti dalle comunita` grigione, che viene ordinato con autorita` dittatoria ogni qual volta alcuna fazione sovverta il paese, si scopra abuso nel governo o macchinazione contro lo statuto. Questa volta v'aggiunsero un consiglio di predicanti. Allora, pretendendo rintegrare la liberta` politica col togliere ogni liberta` legale, mandano a compimento i feroci disegni. E una furia d'accusatori esce addosso a quanti erano sospetti: cioe', come il solito delle rivoluzioni persecutrici, a chiunque avesse nome di ricchezza o di bonta`. La` il settantenne podagroso Zambra, quasi, comprato dai dobloni spagnuoli, avesse favorito l'erezione del forte di Fuentes, venne squartato; la` bandita una taglia sul capo di Rodolfo e Pompeo Planta, del vescovo di Coira Giovanni Flug, e di altri profughi, ed erette forche sulle spianate lor case(56). Il dottor Antonio Federici di Valcamonica, mutatosi per opinioni religiose in Valtellina, prese moglie a Teglio, e si fece protestante. Egli diede voce che Biagio Piatti, cattolico infervorato di questo paese, avesse subornato un fratello di lui ed altri della Valcamonica, perche' venissero, e quando i protestanti di Boalzo si trovavano alla predica, gli uccidessero. Il Piatti fu arrestato, e cosi` altri supposti complici, intanto che un fratello di esso uccideva Paolo Besta che aveva recato l'ordine dell'arresto. Biagio, messo alla tortura, confesso` quel delitto e quanti altri se ne vollero, e fu decapitato dal tribunale inquisitorio, e tenuto per martire dai Cattolici. Francesco Parravicini d'Ardenno, settagenario e infermiccio, si presenta a quel tribunale per iscolpar il proprio figliuolo contumace, e il tribunale non potendo ottenere si ritirasse, gli coglie addosso un'accusa. E poiche' le sue infermita` non permettono di alzarlo sulla corda, gli serrano i pollici in un torchietto e sebbene stesse saldo a negare, il condannano in 1500 zecchini. E migliaja di zecchini furono imposti ad altri. Nicolo` Rusca, a cui da tanto tempo i predicanti, come a sturbatore dei loro divisamenti, volevano il peggior male che a nemico si possa, non fu dimenticato dallo _Strafgericht_. Marcantonio Alba di Casal Monferrato, predicante di Malenco a capo di quaranta satelliti, la notte del 22 giugno, colto nella sua arcipretura, per l'alpestre via di Malenco e dell'Engaddina lo trascino` a Tosana. Si dice inviasse nel tempo stesso per arrestare molti altri, che pero`, in sull'esser presi, tranne un Piatti suddetto ed un Castelli, fuggirono, probabilmente avvertiti da quei Grigioni che saviamente disapprovavano tali violenze. Come appena i Sondriesi udirono entrato in forza dei nemici un pastore che si` caramente guardavano, sorse in tutti una pieta` tanto piu` generosa quanto che proscritta. Nel primo furore si voltarono per far rappresaglia addosso a Gaspare Alessio predicante, ma s'era ridotto in salvo: diressero quindi una deputazione a scolpare l'arciprete, ma non fu ricevuta: i Cantoni cattolici e Lugano sua patria mandarono Gian Pietro Morosini a perorarne la causa. Ma il tribunale, cercando casi vecchi e dubbi come recenti e certi, gli rinnovo` l'accusa dell'attentato contro il Calandrino. Poi di avere subornato il popolo a non ubbidire alle Tre Leghe, cercato tornar cattolici i riformati, tenuto commercio di lettere col vescovo e con altri, esortato in confessione a non portar le armi contro il re cattolico; aver istituita la confraternita del Sacramento, che asserivano portare micidiali armi sotto le devote cappe. Indarno gli avvocati suoi lo scusavano intemerato, protestando la candidezza dell'animo suo, e come in 28 anni da che era arciprete fosse stato al bene ed al male che s'aveva, fedele alle Leghe, se non devoto, tutto in gran fare per l'anime altrui, non avendo in desio che il bene della religione. Operato bensi` che si mitigassero i decreti pregiudizievoli alla cattolica religione, non ordito pero` mai contro il governo. Quanto al Calandrino non che adoprar seco dispiacere od agrezza, avergli usate quelle maniere di maggior cortesia che il caso permetteva, visitandolo talora, e prestandogli anche libri. Ma qual pro delle difese in caso di stato quando gia` e` prestabilita la condanna? Il ben vissuto vecchio, benche' fosse disfatto di forze e di carne e patisse d'un ernia e di due fonticoli, fu messo alla tortura due volte, e con tanta atrocita` che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, tra i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l'onorato cadavere, e seppellirlo sotto le forche, mentre egli dal luogo ove si eterna la mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pieta` per i suoi(57). Quel giorno stesso fu segnalato da un gravissimo disastro naturale, perche' di doppio danno avesse a piangere la Valtellina. Vuole la tradizione che un antichissimo scoscendimento di montagna abbia coperto Belforte(58) sul cui cadavere s'eresse Piuro, grossa terra posta a quattro miglia da Chiavenna, nella valle che mena alla Pregalia. Scorre sul fondo di quella valle la Mera fra due pendii di montagne, l'uno volto a settentrione tutto pascoli e selve. Quello che alla plaga del mezzodi` riguarda, popolato, senza perderne spanna, di frutti, di vigneti, di casini, di crotti(59). Sulla cui falda lentamente inclinata sedeva il paese, pieno "di case nobili e ricchi mercatanti con ampli cortili e portici, con colonnati, sale spaziose di vaghe pitture ornate, da stufe alla tedesca superbissime pel lavoro di intaglio e di commisso, ben addobbate di tappezzerie di Fiandra e d'altri preziosi drappi, di sedie di velluto con frange d'oro, di copiose argenterie, di scrigni ben lavorati... di ameni giardini e spaziosi con ispalliere d'aranci, cedri, limoni... non solo ne' vasi di legno e di terra cotta, ma di bronzo ancora e di rame, o molti inargentati e indorati"(60). Erano poi lodate per una delle belle cose del mondo le case dei signori Vertemate, i cui giardini sono dal tipografo Locarni(61) paragonati alle delizie di Posillipo, alla riviera di Genova, ai romani palagi. Tanta ricchezza vi portavano il passaggio delle merci, la vendita dei laveggi di pietra ollare che la` presso si tagliano, e la manipolazione della seta, della quale scrive alcuno vi si lavorassero 20.000 libbre ogni anno. Nella montagna settentrionale, alla pietra ollare (_clorite schistosa_) grossolana, untuosa al tatto e liscia sovrastava un monticello, che chiamavano Conte, di argilla e terriccio. In questo gia` da un pezzo i terrieri avevano avvisato qualche crepaccio; ma quell'estate continuarono piu` giorni a ciel rotto rovesci di piogge, che insinuandosi fra la roccia e il monticello, lo scalzarono. E gia` franava sopra le vigne del prossimo villaggio di Schillano, ed i pastori vennero annunziare come e pecore ed api fuggissero da quella balza. Ne' percio` si atterrirono quei di Piuro. Mal per loro, giacche' sull'oscurare del 25 agosto (4 settembre secondo il calendario gregoriano) ecco in un subito scuotersi la montagna di Conte, ondeggiare. E fra un sordo fragore quasi d'artiglierie murali, lo scrollato colle scivola sul lubrico pendio della montagna, precipita sopra Schillano e Piuro, seppellisce uomini e case. I Chiavennaschi che udirono il fracasso videro caligarsi il cielo, volare fin la` il sommosso polverio, ed interrompersi il corso della Mera, durarono la notte intera in dubbio della sorte dei loro amici, di se' stessi: la mattina rivelo` deplorabile scena. Era Schillano grande in quantita` di 48 fuochi, di 125 Piuro con 930 abitanti, nobili famiglie e buone borse, molti tornati appena dalla fiera di Bergamo. Ed anima viva non ne campo`. Dopo alcun tempo la Mera si aperse un nuovo corso fra il dilamato terreno: si tento`, si scavo`, nulla pote' ritrovarsi che masserizie e cadaveri(62). Non mancarono prodigi al terribile caso: la cometa che in quel tempo aveva atterrito i popoli e i re. Predizioni portentose: angeli che avvisarono del pericolo, demoni che infierivano la procella, chi l'attribui` a vendetta di Dio per il licenzioso vivere d'alcuni, o per i protestanti che vi avevano culto. I piu` giudicarono non senza destino fosse accaduto appunto il giorno della barbara uccisione dell'arciprete Rusca. Fermo tra i miserabili resti e nel letto del fiume devastatore, che scorre sopra il diroccato borgo, ben sei disumano se non ti senti stringere il cuore pensando a quelli, che repente dalla quiete dei domestici lari, dalla preghiera, dall'amichevole discorso, dalla soavita` degli affetti famigliari, vennero balzati in quell'incognita regione, dove solo si fa giusta la retribuzione delle opere umane. CAPO IV Scontento dei Valtellinesi--Congiura dei Grigioni e dei Valtellinesi--Sacro Macello. Ma, dolorosa verita`! L'uomo ha piu` da temere le passioni dei suoi simili che i disastri della natura. Gran doglia andava continuando alla Valtellina il severo procedere dello _Strafgericht_, che per racconciare la liberta` guastava la giustizia: provocava lo sdegno dei nobili col toglierli singolarmente di mira, mentre i popolani (se le fazioni non ne traviavano il senno) si accorgevano che, percossi i capi, rimarrebbero essi alla mercede dei predicanti. Nella Valtellina intanto i Grigioni ogni di piu` prendevano rigoglio addosso ai Cattolici, e questi dovevano mandar giu` e mandar giu`; e se dicevano parola di lamento, i padroni si voltavan loro con un viso, quasi i buoni ed i belli fossero essi. Se ti fai a leggere gli scritti di quei giorni, ti apparra` come i signori vivessero timorosi e tremendi, nei sudditi fosse un'ira, un cordoglio, un'affannosa speranza, il silenzio della paura in tutto il paese, l'idea della vendetta in tutti i cuori, e quel sordo rumore dello sdegno di Dio che si appressa. Sciagura al governo, che intende col terrore comprimere i soggetti mentre potrebbe colla giustizia amicarseli! Tristo a quello, il cui egoismo crede riparar al male coll'acquistare tempo! I perseguitati grigioni e valtellinesi, e quelli che riputavano meglio un onorato ribelle che uno schiavo cittadino, cercando fuor di patria sicurezza, liberta` di lagnarsi, speranza di vendicarsi, si davano attorno per introdurre le armi straniere nella valle non solo, ma nei Grigioni. Anche il popolo dal terrore alla pieta`, poi allo sdegno passo`. E prima parlottar segreto, poi aperte querele, che' nei patimenti sembra consolazione il gridare e lamentarsi, e venire per il piu` leggero appicco a parole, e tutt'insieme a sassi e coltelli. Avendo voluto i Reti introdurre una chiesa evangelica in Boalzo e Bianzone, s'opposero a tutta lor possa i Cattolici. E per vendetta di Biagio Piatti i Cattolici ammazzarono un evangelico di Tirano, e diedero tal avviso che mal per lui al predicante di Brusio, _primizie de' Martiri_.(63) Anche al Calandrino, mentre predicava a Mello, una banda s'avvento`, e lo feri` a morte. Anzi avendo i predicanti, dopo la pasqua, fatto una solita loro accolta in Tirano, i terrieri in arnese d'armi s'erano rimpiattati al ponte della Tresenda per trucidarli: ma lor ventura volle ne sentissero fama a tempo per ripararsi. Intanto i Valtellinesi non lasciavano cura per trovare rimedio efficace ai mali si` lungamente pazientati. Dal duca di Feria, nuovo governatore del milanese, e dal Gueffier ambasciadore francese ricevevano subdoli incentivi: trattarono colle Corti d'Austria e di Spagna, ma l'ambigua politica di questa niente lasciava trarre a riva. Il papa, a cui inviarono non una sola volta, li consolava con un mondo di promesse, ma intanto li teneva confortati ad una pazienza, che loro pareva ormai intempestiva. Sopratutto adoperavano i fuorusciti, gente che, nimicissima di chi la proscrisse e nulla avendo a sperare nella quiete, tutto nei tumulti, badando ai suoi odj piu` che ai comuni interessi, e` perpetua autrice di partiti estremi e ruinosi, purche' riesca non tanto al proprio trionfo, quanto a danno o a dispetto dell'inimico. Colle consuete esagerazioni costoro gridavano per il mondo l'oppressione della patria loro, e confortavano i Valtellinesi a levarsi una volta per la causa santa, promettendo tener mano con essi. Poiche' ad ogni partito si vuole un rappresentante, un capo, tal fu Giacomo Robustelli di Grossotto, parente dei Planta perseguitati, perseguitato egli stesso, uom d'alto sangue, agiato dei beni di fortuna, d'animo gagliardo e male al servire disposto, e ricco di quell'ambizione che dei sagrifizj altrui sa fare vantaggio proprio. Servendo nell'armi, era da Carlo Emanuele di Savoja stato fatto cavaliere dei ss. Maurizio e Lazzaro, e molt'aura si era tra i suoi acquistato coll'affabilita` e splendidezza, sicche' parve opportuno centro alle trame per liberare la patria. Ben giungeva all'orecchio dei dominanti come si parasse mal tempo, farsi appresto d'armi e danari per venirne ad una: ma il sangue del Rusca era montato al cielo, grave giudizio stava per avvenirne, e Dio gli inebbriava col calice che manda talvolta a popoli e a principi, il sopore(64). Cio` faccia saggi i signori della terra, che il pubblico bene, se vuol che il suddito soffra alcuna cosa, vuol a piu` forte ragione che, chi comanda, paventi stancarne l'obbedienza, schermo d'armi non bastare ove ingiustizie si continuano, e mostrare piu` ancora dissennatezza che atrocita` chi ai lamenti dei popoli risponde "Confido nel mio esercito". Non intendera` mai la storia chi guardi i passati avvenimenti dalla camera propria, anzi che trasportarsi in mezzo agli uomini, ai costumi, alle opinioni tra cui furono compiti. La tolleranza, questo dolce frutto della civilta` fecondata dal vangelo, per la quale noi consideriamo fratello l'uom di qualunque credenza, e lasciamo a Dio lo scrutare i cuori e punir gli errori dell'intelletto. La tolleranza che nei secoli forbiti si risolve in accidiosa indifferenza tra l'errore e la verita`, e fa oggi da molti guardar come buone del pari tutte le religioni purche' morali, era affatto estranea a secoli dove le pratiche religiose tenevano il primo posto nella societa`, dov'era profonda la persuasione che una credenza sola portasse alla salute, le altre alla perdizione. Chi pero` dice che la tolleranza fosse proclamata dai riformatori, mentisce, e basterebbe a sbugiardirlo questo nostro racconto. Le persecuzioni furono tra essi comuni non meno che tra i Cattolici, altrettanto fiere e piu` durevoli, e nelle dissensioni religiose di quel secolo si trattava solo qual parte dovesse scannare l'altra; se in Francia i Cattolici trucidare gli Ugonotti o in Inghilterra il contrario. Anche in Valtellina si ha per costante che i Riformati si fossero giurati a fare un vespro siciliano, e ridurre alla nuova religione la valle, non lasciando razza ne' generazione dei Cattolici. Questo fatto potrebbe, se non giustificare, scusare almeno l'estremita` dei Valtellinesi: ma e` egli altrettanto vero, quanto asseverantemente ripetuto? Il Ballarini, il Tuana ed altri scrittori cattolici lo affermano; e che il governatore di Sondrio si fosse lasciato sfuggire di bocca, non andrebbe molto che sarebbero tutti d'una fede. Nelle suppliche sporte dal clero e dal popolo di Valtellina al re cattolico ed al cristianissimo si asserisce questa congiura. Possibile ardissero mentire cosi` sfrontatamente in faccia a quelle corone? Parrebbe anzi che unissero alle suppliche l'atto di quella congiura(65). Ma perche', mentre si conservarono le suppliche peri` tal documento? Come, fra tanti fasci di carte, che ad altri ed a me non parve fatica rovistare, questa non si rinvenne? Ben si ragiona di qualche lettera, ed il Bajacca asserisce nel 1619 esserne caduta in mano dei Cattolici una, di non si sa qual predicante, che si leggeva "Dio vi salvi, fratelli. Non potendo la patria conservarsi in altra guisa che col levare di mezzo i dissidenti, si conchiuse che vengano dalle fondamenta tolte la citta` ed il vescovo di Coira, poi la Rezia tutta per riguardo ai papisti". Ne recitano pure un'altra lunga latina, che suona in questo tenore: "Fratelli, il dado e` gittato... usiamo prestezza: non diamo agli avversarii tempo a respirare... I papisti non si devono ridurre alla disperazione se non si possono insieme prendere ed uccidere, poiche' spesso la disperazione e` causa di vittoria. Mentre dunque il ferro e` caldo, battiamo: di poi l'occasione sara` calva: moviam loro liti, molestiamoli citando, disputando, mormorando: calunniamoli, finche' lice quanto piace; quelli d'alto ingegno irretiamo colle astuzie: allontaniamo cosi` qualunque pericolo possa alle cervici nostre sovrastare; tronchiamo le piu` alte: prima il vescovo, gli abati, i prelati, i ministri avversi prendiamo, poi gli ispanizzanti; rissiamo gli altri fra loro affinche' si consumino: questi cacciamo, quelli abbattiamo: se non taglieremo, saremo tagliati: oppressi quelli, nulla e` a temere... E ch'io lo dica in una parola: coll'esilio e la morte di 300 uomini saremo sicuri". Fin qui la lettera. Ora ti par questo l'ordinamento d'una congiura! O non anzi il gridare, concediam pure d'un fanatico, ma che non fa che gettare in mezzo un suo pensamento? Mi dirai che parlar oscuro si suole in cose di tanto rilievo; ma od egli non temeva che la lettera cadesse sott'occhio cattolico, e diceva poco; o si`, e diceva troppo. Chi poi vergo` quella lettera? donde? quando? a chi?(66) Manca ogni data, ogni autenticazione. Come poi cadde in mano ai Cattolici? Miracolosamente, vi dicono: risposta vaga, che cresce le dubbiezze. E se considero come pochi fossero i Riformati a petto dei Cattolici, come fra questi ne fossero di baldanzosi, che, quantunque sbanditi, vivevano in patria fidando nei satelliti e nel proprio braccio, tanto da ardire fino insultare i magistrati, sempre piu` scemo fede a questa congiura, e vengo a crederla uno spediente, che il secolo nostro non ignoro`. Accusare la parte che soccombette, coprendo l'atrocita` colla calunnia e ammantando di difesa il misfatto. Ma nulla piu` facile che ottener credenza perfino all'assurdo in mezzo al turbinio dei partiti, cui primo effetto e` annichilare il buon senso. Vi si diede dunque retta. Le apparenze si recavano a realta`, i veri mali s'invelenivano, si fingevano dei non veri, e quelli e questi aumentavano l'accanimento. Era quello un tempo di rivoluzioni. La Francia, dopo il macello della famosa notte di san Bartolomeo che molti guardarono come generosa vendicazione di liberta` nel credere, si era agitata fra guerre terribili, che appena allora avevano posa. L'Olanda si scoteva sanguinosamente dal giogo della Spagna in nome della religione. In nome di questa la Boemia rompeva guerra all'imperatore. Tutta Germania era in tumulto per quella che poi si chiamo` guerra dei Trent'anni. Quanto valga l'esempio nelle rivolte non fa mestieri ch'io lo dica; ne' dovette essere allora inefficace a persuadere i Valtellinesi a procacciare con mano forte ai casi loro. Il cavaliere Robustelli accozzo` nella propria casa a Grossotto alcuni Valtellinesi di maggior recapito e di spiriti piu` vivi e con parole da quel dicitore felice che egli era, discorse i danni ed i pericoli della patria e della religione. Qui gran disparere. Chi esortava ancora a pazienza: come si tollerano le brine ed i rovesci del tempo, doversi tollerare la mala signoria. Esservi altri legali mezzi a sperimentare, i subugli alla fine non far bene che ai tristi. Essi, che fin qui potevano mostrare la ragione, non volessero gittarsi al torto col soverchio avventurarsi, colle rivolte, esperimento pericoloso quanto la trasfusione del sangue, non s'ottiene che di cangiar padrone, forse di ribadir le catene, certo di perdere l'inestimabile dono della pace. I moti popolari, facili ad eccitarsi, difficili a mantenersi. A parole tutti esser buoni, ma al fatto si sente che altro e` immaginare, altro e` soffrire, quando, raffreddo il primo bollore, si conosce di non aver altro che aperto un varco di pianto in pianto e d'un male in un peggio. Cosi` dicevano quelli cui pare che la perseveranza conduca ben piu` innanzi che non l'impeto; e che disposti a non transiger mai colla prepotenza confidano fiaccarla colla sofferenza attiva, persone che il secolo nostro condanna col titolo di moderati. Ma uom deliberato non vuol consiglio. E i piu` ai quali pareva lodevole il far libera la patria od utile il comandarla o santo il purgarla dalla eresia, sordi ad ogni voce di moderazione, per bocca del Robustelli esclamavano essersi sofferto assai: dallo star pazientando qual buona mercede ce ne venne? I timidi consigli ci fecero disprezzati, i gagliardi ci faranno rispettati. Chi non comincia non finisce. Dai padri nostri ne fu lasciata una patria da amare, un patrimonio da difendere, il dovere di conservare le leggi da loro promulgate. E la patria ed i beni e le leggi e, che piu` conta, la religione ci hanno codesti stranieri tolto o contaminato. Chetare le speranze in Dio? Quest'e` lodevole quando cresca stimolo alle forze, non quando sia pretesto a cessar dalle opere. Una misera pace ben si muta anche colla guerra. Cento mila Cattolici, quanti ne abitano dalle fonti del Liro a quelle dell'Adda, elevano un voto solo: cento milioni di Cattolici in tutta Europa aspettano da noi esempio, e ci preparano applausi e soccorsi. Noi dunque concorde volere, noi sdegno generoso, noi magnanime speranze, noi armi giuste perche' necessarie, formidabili perche' impugnate per la patria e per gli altari. Il papa ci benedice, Spagna ci appoggia, la discordia dei Grigioni ci favorisce. Se l'occasione fugga, chi piu` la raggiungera`? Chi non vuole quando puo`, non puo` quando vuole. Torna meglio morire una volta che tremar sempre la morte. Cadremo colle armi alla mano? Il mondo ci compassionera`, ci ammirera` come martiri, come eroi. Sopravviveremo alla ben condotta impresa?