The Project Gutenberg EBook of Rime, by Tullia d'Aragona Copyright laws are changing all over the world. Be sure to check the copyright laws for your country before downloading or redistributing this or any other Project Gutenberg eBook. This header should be the first thing seen when viewing this Project Gutenberg file. Please do not remove it. Do not change or edit the header without written permission. Please read the "legal small print," and other information about the eBook and Project Gutenberg at the bottom of this file. Included is important information about your specific rights and restrictions in how the file may be used. 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This project has been prepared in common with the Progetto Manuzio, http://www.liberliber.it _corsivo_, =grassetto= LE RIME DI TULLIA D'ARAGONA CORTIGIANA DEL SECOLO XVI EDITE a cura e studio DI ENRICO CELANI BOLOGNA, 1891 Poichè la carità del natìo loco mi strinse, raunai le fronde sparte... (DANTE, _Inf_. XIV). Uno dei fatti più notevoli al principio del decimosesto secolo è senza dubbio l'apparire della _cortigiana_; figura degna di considerazione e di esame non ebbe pur anco uno storico che di lei si occupasse scrupolosamente e gelosamente, e, diseppellendo dalle biblioteche ed archivii i numerosi documenti che la riguardano, dasse compiuta questa pagina di storia che non è tra le ultime del nostro rinascimento. Il nome di _cortigiana_ si collega certamente alla storia dell'umanesimo, ma quando, dove e come ebbe principio? Tale quesito non ha ancora risposta sicura. Arturo Graf [1], che si occupò ultimo della questione con quell'acume di critica ed abbondanza di erudizione ben note, esita a dare giudizio decisivo, attendendo pur lui che nuovi studî e documenti traccino via più ampia e sicura per definire tale punto. Lo sviluppo della _cortigiana_ prodotto dalla rivoluzione sociale che si svolgeva nel rinascimento, adattato al nuovo regime di vita che rese allora meno dure e servili le leggi sul costume, viene certamente a smentire l'asserzione che il cinquecento fosse l'età più feconda di turpi vizii, e l'amor patico, nato nelle epoche di maggior coltura e diffuso su larga scala nel medio evo, trova a combatterlo questo sviluppo della cortigianeria e le leggi civili di quasi tutti gli stati italiani, mentre dal pergamo tuona aspra e minacciosa la voce di S.Bernardino [2] e del Savonarola [3]; l'Ariosto stesso che non ne fu immune dichiara che nel 1518 il vizio si restringeva a pochi umanisti. Ed allora si disputa sulla teorica dell'amore che ha forti e strenui campioni; dell'amore libero tra liberi discorre Speron Speroni nel _Dialogo d'amore_ ove introduce a parlare la Tullia d'Aragona e Bernardo Tasso, innamorati, e costretti a separarsi dovendo quest'ultimo andare a Salerno; dell'amor platonico, primi il Bembo e il Castiglione, il Piccolomini poi, che lo definisce "un desiderio di possedere con perfetta unione l'animo bello della cosa amata [4]" contrastando all'amore che anela il solo possesso del corpo. All'amore assolutamente libero, per il quale era inutile insistere dopo il lavorìo dell'Aretino, sono infirmate quasi tutte le liriche di cortigiane del cinquecento; rispecchiano quelle l'ambiente nel quale furono create, queste la cortigianeria nei luoghi ove la coltura era più vasta e diffusa: dalla corte pontificia a quella dei Medici, da Venezia a Siena. Il rinascimento, rotti gli argini che opponevansi nel medio evo alla coltura della donna, condusse a due estremi sostanzialmente diversi che si disputarono il campo per quasi tutto il secolo decimosesto: la coltura seria e positiva da un lato, la licenza dall'altro: prodotta quest'ultima da male intesa libertà, condusse poi per inevitabile antitesi all'educazione claustrale. Di tale antitesi tramandarono documenti il Castiglione e il Garzoni; il primo, attribuendo al Bembo la dichiarazione poetica dell'amore e trasportando il lettore nella Corte di Urbino, ove le lettere e le arti erano tradizione, appalesa per bocca di Giuliano de' Medici, la cui consorte Filiberta fu cantata modello di femminili virtù, che "la coltura della donna deve rassomigliare a quella dell'uomo, cui ella è pari. Nei diversi rami della scienza e dell'arte essa deve possedere la conoscenza necessaria per parlarne con intelligenza e con senno anche quando queste non sono professate. La donna deve essere versata in letteratura, aver conoscenza di belle arti, essere esperta nella danza e nell'arte del vestire, saper evitare non meno ciò da cui si può supporre vanità e leggerezza, che quanto palesa mancanza di gusto. Il suo conversare, serio e faceto, dev'essere adatto alla convenienza de' casi, essa non deve mai parlare ad alta voce e con iscostumatezza, nè con malizia ed in modo da offendere, deve corrispon[spon]dere alla sua condizione con modestia e con modi convenienti, a cui è obbligata, verso quelli che costituiscono abitualmente la sua compagnia. Nel suo presentarsi e nel contegno sia aggraziata senz'affettazione. Le sue qualità morali, l'onestà e le virtù domestiche devono essere d'accordo con le intellettuali. Debb'esser casta, ma cortese: arguta ma discreta; ad ogni parola libera non dee fare un volto troppo severo. Sappia governar la casa e la sostanza e guidar l'educazione de' figliuoli. Non tenti d'imitar l'uomo negli esercizi del corpo, che a lui sono adatti ed a lui si richieggono. In tutto il suo essere, nel portamento, nell'andare e stare, nel parlare, mostri grazia, dolcezza femminile e non rassomigli all'uomo". E questi ammaestramenti seguirono donne d'illustre casata, quali Eleonora d'Aragona, Isabella d'Este, Ippolita Sforza, Elisabetta Gonzaga, e delle città ove l'elemento borghese ottenne spesso la supremazia ed il potere, resta il ricordo di Antonia Di Pulci e Lorenza Tornabuoni. L'ambiente elevato e colto nel quale visse la cortigiana nel cinquecento non poteva non influire su di essa e spingerla a gareggiare con le donne oneste, spesso coltissime; troviamo infatti in tutte le nostre storie letterarie, vicino ai nomi di quelle due grandi che furono Vittoria Colonna e Veronica Gambara, due cortigiane: Veronica Franco e Tullia d'Aragona; e se tra loro molto lungi per costumi, non certo per meriti letterarii. Data questa coltura nella donna onesta doveva alla cortigiana richiedersi necessariamente di esserle pari se non superiore, avere vivace ingegno, voce bella e gradita, essere esperta nel suono e nella danza, maestra insomma in tutte quelle arti che, bramate o volute, erano poi, strano a considerarsi, altamente biasimate da uomini come l'Aretino e il Garzoni, che definiscono tali doti atte solo a sedurre ed attrarre. "Onde pensi che nascano i canti, i suoni, i balli, i giuochi, le feste, le vegghie, i concerti, i diporti loro, se non da quell'intento di aver l'applauso, il commercio, il concorso della turba infelice di questi amanti, che rapiti da quelle voci angeliche e soprane, attratte da quei suoni divini di arpicordi e lauti, impazziti in quei moti e in quei giri loro tanto attrattivi, consumati in quei giuochi sfarzevoli, rilegrati in quelle feste giulive, addormentati in quelle vegghie pellegrine, immersi in quei conviti di Venere, di Bacco, morti nel mezzo di quei soavi diporti, restino prigioni e servi del lor fallace ed insidioso amore? [5] "E dacchè siamo col Garzoni, che lasciò della cortigianeria la migliore delle testimonianze, non possiamo esimerci dal citare un altro particolare degno di nota che egli ci offre e riguarda il _mezzano_, che, dovendo esser in tutto degno della cortigiana che l'aveva prescelto, serve a gettare luce in quell'ambiente triste e tuttora oscuro. "Imita il grammatico nel scrivere le lettere amorose tanto ben messe, e tanto ben apuntate che rendono stupore, nel dettar politamente, nel spiegar galantemente, nell'esprimer secretamente il suo pensiero... appare un poeta nel descrivere i casi acerbi con pietà di parole, i fatti allegri con giubilo di cuore... porta seco i sonetti del Petrarca, le rime del Cieco d'Ascoli, l'_Arcadia_ del Sannazaro, i madrigali del Parabosco, il _Furioso_, l'_Amadigi_, l'Anguillara, il Dolce, il Tasso, e sopra tutto i strambotti d'Olimpo da Sassoferrato, come più facili, sono i suoi divoti per ogni occasione... Si reca dietro qualche sonetto in seno, un madrigale in mano, una sestina galante, una canzone polita, con un verso sonoro, con uno stil grave, con parlar fecondo, con tropi eleganti, con figure eloquenti, con parole terse, con un dir limato, che par che il Bembo, o il Caro, o il Veniero, o il Gorellini l'abbiano fatto allora allora; e si mostra alla diva con lettere d'oro, con caratteri preziosi; si legge con dolcezza, si pronunzia con soavità, si dichiara con modo, si scopre l'intenzione, si manifesta il senso, e si palesa il fine del poeta... Con la musica diletta sovente le orecchie delle giovani, mollifica l'animo d'ogni lascivia, ruina i costumi, disperde l'onestà, infiamma l'alma di cocente amore, incende i spiriti di concupiscenza carnale; mentre si cantan lamenti, disperazioni, frottole, stanze e terzetti, canzoni, villanelle, barzellette, e si tocca la cetra, o il lauto, a una battaglia amorosa, a una bergamasca gentile, a una fiorentina garbata, a una gagliarda polita, a una moresca graziosa, e pian piano s'invita ai balli e alle danze, dove i tatti vanno in volta, i baci si fanno avanti le parole scerete... [6] ". Questo procuratore di amore non è egli un tipo abbastanza curioso e interessante? La _cortigiana_ apparisce in Roma alcuni anni prima del 1500 [7] e come tale è ufficialmente, se così è lecito dire, riconosciuta in documenti autentici della curia papale. In un censimento [8] compilato d'ordine della suprema autorità di Roma, redatto certamente nel settennio corso dal 1511 al 1518, ove trovansi numerate case, botteghe, proprietari ed inquilini, e di tutti o quasi tutti si nota la patria, condizione ed arte, le _cortigiane_ sono notate in numero esorbitante, spagnuole e veneziane in massima parte, e distinte in _cortesane honeste, cortesane putane, cortesane da candella, da lume, e de la minor sorte_. Una sola volta, e forse senza alcuna malizia, il compilatore della statistica dimentica l'aridità del suo lavoro e nota: "La casa di Leonardo Bertini habita Madonna Smeralda cura 3 figlie _piacevoli_ cortegiane". Il tipo dell'elegante cortigiana, dell'Aspasia del cinquecento, è l'Imperia, morta in Roma nel 1511 a soli ventisei anni, [9] ricordata egualmente con ardore da storici e romanzieri, amata da Angelo del Bufalo e da Agostino Chigi il famoso banchiere [10] celebrata da poeti e letterati, e presso la quale adunavasi il fiore della romana aristocrazia e convenivano uomini quali il Sadoleto, il Campani, il Colocci. Ebbe per maestro Domenico Campana detto Strascino. Di altre citansi le doti singolari: "Lucrezia Porzia, dice l'Aretino, pare un Tullio, e sa tutto il Petrarca e il Boccaccio a memoria ed infiniti e bei versi di Virgilio, d'Orazio e d'Ovidio e di molti altri autori" [11]: la Squarcina conosceva benissimo il greco: la Nicolosa leggeva i salmi in ebraico, e molte ancora che sarebbe ozioso il ricordare. Malgrado tutto ciò la cortigiana del cinquecento era pur sempre quella del medio evo: tolta dall'ambiente che l'avvinceva, costringendola a piegarsi al rinascimento classico, rimaneva di essa la donna nella quale si alternavano tutti quei bassi sentimenti che erano diretta conseguenza della vita che conduceva. Però qualche barlume di affetto vero, potente, trovasi pur nella storia della cortigianeria: il Molza ed il Bandello non erano alieni dal credere che la cortigiana potesse veramente amare, noi, più scettici, crediamo con riserva a questo amore che poteva esser cagionato da interessi troppo palesi e reali, dubitiamo che la cortigiana avesse il cuore al di sopra della ragione, mentre accettiamo senza dubbio alcuno il fatto che nella prostituta di più bassa specie si rinvenisse l'amore nelle più forti sue manifestazioni. È questo un fatto che si ripete continuamente anche ai nostri giorni, e se discutibile dal lato psicologico, non cessa per questo di essere men vero. Ricordasi l'Aragona innamorata del Varchi e del Manelli: Camilla pisana dello Strozzi; Marietta Mirtilla del Brocardo, ed una certa Medea che in morte di Ludovico dell'Armi veniva consolata per lettera dall'Aretino; ma vogliamo proprio credere sul serio all'amore ispirato alla cortigiana da letterati? Questi erano allora come adesso, e come forse disgraziatamente lo saranno sempre, più ricchi d'ingegno, di madrigali, di epistole che di quattrini, esaltavano le cortigiane, dedicavano loro libri e capitoli e col sacrificio dell'amor proprio ricambiavano i favori lor concessi: Antonio Brocardo scrisse un'orazione in lode loro, il Muzio, il Tasso, il Varchi esaltarono l'Aragona: il Molza, Beatrice spagnola: Michelangelo Buonarroti, Faustina Mancina: Niccolò Martelli l'onorata madonna Salterella; e le cortigiane si abbarbicavano a questi letterati perchè da essi dipendeva in massima parte la rinomanza loro [12]. La Tullia d'Aragona è quella che nelle sue rime lascia maggiormente scorgere l'influenza dei letterati, sino a dubitare che alcune di esse siano opera del Varchi stesso, e dà in pari tempo la figura spiccata della strisciante cortigianeria che avviluppava anche allora i più minuscoli principi. L'antitesi è in Veronica Franco della quale daremo in breve le rime, divenute di meravigliosa rarità, desiderio ardente e inappagato di bibliofili senza numero, orgoglio di alcuni pochissimi più venturati [13]: essa è l'incarnazione della donna libera del cinquecento ed è l'unica che canti liberamente i suoi amori: non s'informa a platonismo o castità irrisori, ama per amare e soddisfare i sensi, e i suoi liberi amplessi, dice il buon P. Giovanni degli Agostini "con tal'arte seppe dipingerli e con tal frase adornarli che servono agl'incauti di vigoroso solletico alla concupiscenza [14] ". Tale non può essere oggi il parere di coloro che si occupano seriamente della nostra letteratura: ogni pagina, bella o brutta, sana o impura, che venga a chiarire la nostra rinascenza, non è che contributo a lavoro maggiore, e come tale spero vorrà essere accolta questa mia debole fatica. * * * Della Tullia d'Aragona parecchi si occuparono, in questi ultimi tempi: forse ne parlerà ancora il Bongi nel seguito de' suoi _Annali del Giolito de' Ferrari_, editi dal Ministero della Pubblica Istruzione; certamente poi il Biagi in altra edizione di un suo scritto apparso nella _Nuova Antologia_ del 1886; ma stimo che la biografia della poetessa poco abbia più da offrire a così insistenti e dotti ricercatori, perchè la sua vita è quasi tutta delineata, e molto nettamente per l'epoca nella quale visse e la vita nomade che ebbe a condurre. In ogni modo augurando sempre nuova luce, basta al mio assunto ritrarre in poche linee la vita della Tullia, servendomi anche di documenti finora non messi a profitto dai due egregi scrittori. Il Crescimbeni [15], il Quadrio [16], il Mazzuchelli [17], il Tafurri [18], e ultimo ancora Pietro Vigo [19] credettero la Tullia napolitana; lo Zilioli [20] seguito dal Canestrini [21] e dal Labruzzi [22] la dissero romana a ciò confortati, prima che altre testimonianze venissero a luce, dalle precise dichiarazioni che Girolamo Muzio fa nell'egloga _Tirrenia_ a lei dedicata [23]. Infatti la Tullia nacque in Roma da Giulia Campana ferrarese [24] e dal cardinale Luigi d'Aragona [25]. L'anno di sua nascita è ignoto: il Labruzzi e poi il Biagi [26] considerando che nel 1519 il padre di lei era già morto e che nel 1527 ella era già nota nel mondo galante, pongono la nascita circa il 1505, basando anche tale congettura sulla novella VII degli _Ecatommiti_ di Giovanni Battista Giraldi. Sta infatti che il Giraldi finge sia raccontata la novella di Nana e Saulo nel 1527 al tempo del sacco di Roma, ma vuolsi proprio accettare quella data senza dubbio alcuno e su di essa basare deduzioni storiche, quando nella stessa opera rinvengonsi altri episodi che forse non reggerebbero ad una severa critica e sono falsati nelle date come quelli di Celio Calcagnini e del Giovio? Non potrebbe il Giraldi aver fatto risalire la partenza della Tullia al 1527 per acconciarvi quella pur strana e sudicia novella, scritta molti e molti anni dopo il sacco di Roma e che vide la luce, se non erriamo, solo nel 1565? A noi il Giraldi non prova nulla; più fiduciosi in un passo dei _Ragionamenti_ dell'Aretino che rivelano come l'anno 1519 la Giulia ferrarese partisse da Roma per Siena con la sua _picciola figliuola_, siamo stimolati a credere essere la Tullia nata sullo scorcio del primo decennio del decimosesto secolo. Della giovinezza della nostra poetessa poche notizie giunsero sino a noi; forse visse in Firenze circa il 1517 e 1518 [27], indi a Siena, ove "imparò a parlare sanese" poi "vedendo la madre che costei haveva di virtù principio grande considerò che Roma è terra da donne, e massime che ella sapea l'usanza della corte e così l'ha fatta cortigiana [28] ". E questo _principio grande di virtù_ era infatti posseduto dalla Tullia, alla quale gli agî procuratile dal cardinale d'Aragona avevano permesso di addestrarsi in tutte le arti della seduzione, vivendo tra le delizie e le comodità d'una onorata fortuna che l'amorevolezza del padre le aveva lasciata tendendo agli studi nei quali fece tanto profitto che non senza stupore degli uomini dotti fu sentita in età ancor fanciullesca disputare e scrivere nel latino e nell'italiano cose degne di ogni maggior letterato, onde arrivando al fine dell'età e accompagnando alla sapienza e virtù sua un'isquisita delicatezza di maniere e di costumi, si acquistò il nome di compitissima sopra ogni altra donna del tempo suo. Compariva con tanta leggiadria in pubblico e con tanta venustà ed affabilità d'aspetto che aggiungendovisi la pompa e l'adornamento degli abiti lascivi, pareva non potersi ritrovare cosa nè più gentile nè più polita di lei. Toccava gli strumenti musicali con dolcezza tale e maneggiava la voce cantando così soavemente che i primi professori degli esercizi ne restavano meravigliati. Parlava con grazia ed eloquenza rarissime, sì che o scherzando o trattando davvero, allettava e rapiva a sè, come un'altra Cleopatra, gli animi degli ascoltanti e non mancavano sul volto suo sempre vago e sempre giocondo quelle grazie maggiori che in un bel viso per lusingar gli occhi degli uomini sensevoli sogliono essere desiderate [29]. La Tullia tornata in Roma certamente poco dopo la morte del padre vi rimase, secondo ogni probabilità, e magari contro il malevolo Giraldi, sino al 1531, e in questo stesso anno si recò a Ferrara ove conobbe Girolamo Muzio. L'autore degli _Ecatommiti_ dà alla partenza da Roma della Tullia, una ragione abbastanza disonorevole. Egli narra, come convenendo in casa dell'Aragona parecchi giovani romani, uno di questi, che chiama Saulo, invaghitosene al sommo, molto spendesse e si adoperasse perchè a lei nulla venisse a mancare delle agiatezze nelle quali era cresciuta. Dimorava nella stessa epoca in Roma un tedesco, detto Gianni, uomo ricchissimo, ma così sudicio e pieno di lordura che faceva nausea a solo vederlo; costui innamorato della Tullia, tanto insistette che ottenne di essere compiaciuto di lei per una settimana di seguito al prezzo di cento scudi per notte. La Tullia acconsentì; non resse però che una sola notte tanto era il puzzo che esalava quel ricco tedesco. Risaputosi ciò da Saulo e da' suoi amici, ne furono sdegnati, e mai più vollero metter piede in casa dell'Aragona; talchè ella vedendosi disprezzata e sfuggita, se ne partì da Roma. Il Tiraboschi cita una satira di Pasquino contro di lei [30], dalla quale parrebbe che si fosse diretta a Bologna, ma se veramente vi andasse, e certo dopo il 1531, non si conosce, come del pari rimase sinora ignota la satira summentovata. Che l'Aragona fosse in Roma nell'anno suddetto è chiaramente provato da una lettera che Francesco Vettori scriveva da Firenze a Filippo Strozzi li 14 Febbraio 1531. Questi chiamato in Roma da Clemente VII sotto pretesto di rivedere alcuni conti, ma in realtà per aiutarlo a introdurre in Firenze "un governo o vogliamo chiamarlo stato, nel quale i magistrati della città governino in nome suo, in fatti il Duca governò in tutto, [31]" scriveva al Vettori richiamandolo di aiuto e consiglio; e questi rispondendo conchiudeva: "E perchè mi scrivete con la Tullia accanto, non vorrei la leggessi similmente con essa accanto, perchè amandola voi come femmina che ha spirito, perchè per bellezza non lo merita, non vorrei mi potesse nuocere con qualcuno di quelli ch'io nomino. Io non sono per ammonire Filippo Strozzi, ancorachè, se le ammonizioni ricorregghino, non avete aver per male essere ammonito, ma ho inteso di non so che cartelli e di sfide andate a torno che mi hanno dato fastidio pensando che un par vostro, uomo di 43 anni, voglia combattere per una femmina, e benchè io creda sareste così atto all'arme come siete alle lettere ed a ogni altra cosa dove ponete la fantasia, non vorrei di presente vi metteste a questo pericolo di voler combattere per causa tanto leggiera; e vi ricordo che degli uomini come voi ne nascono pochi per secolo; e questo non dico per adulazione. Assettate le faccende vostre e poi tornate a rivederci". Pare che il consiglio del Vettori riuscisse caro e salutare allo Strozzi: in un cartello di sfida che conservasi in un codice Rinucciniano, ed è di quell'anno stesso in vano si cercherebbe il suo nome tra i sei campioni della Tullia [32]. Partita da Roma, la Tullia si recò certamente a Ferrara, ed ivi reduce di Francia capitava poco dopo il Muzio; nel 1535 era a Venezia ove nacque la sorella Penelope [33], e nel 1537 nuovamente a Ferrara seguendo di pochi giorni l'arrivo in questa città della marchesa di Pescara. Conobbe certamente allora il sanese Bernardo Ochino che appunto nella quaresima avea predicato ivi con mirabile fervore, e gli diresse il sonetto XXXV trattandolo poco cortesemente, e chiamandolo arrogante, perchè avea dal pergamo fulminato "le finte apparenze, e il ballo, e il suono", dono fatto da Dio agli uomini "ne la primiera stanza". Nello stesso anno le accadde una strana avventura, narrata da un Apollo novellista alla marchesa Isabella d'Este con lettera dei 13 giugno [34], e tale avventura servì mirabilmente per porla in buona vista, formare quella reputazione di onesta che la fama e le pasquinate avevano molto deteriorata, radunarle intorno un'eletta schiera di poeti e gentiluomini che adulandola, corteggiandola, facessero dimenticare il suo passato poco onorevole per riconoscere solo in lei la poetessa, la letterata, la discendente di sangue reale: e riuscì in massima parte; il Muzio e il Bentivoglio le profusero lodi e adulazioni in rima e in prosa, e la Tullia era posta al di sopra di Vittoria Colonna. Ancora una volta la cortigiana trionfava. Da Ferrara la Tullia ritornò forse a Venezia, almeno così il _Dialogo_ dello Speroni fa credere; poi a Siena ove si accasò nel 1543 [35]. I documenti senesi che riguardano la Tullia dànno a conoscere una circostanza abbastanza seria per non essere lasciata senza esame e cioè che ella era, legalmente almeno, figlia di Costanzo Palmieri d'Aragona; ed infatti nell'atto di matrimonio è detta _Tullia Palmeria de Aragonia_, ed in altro documento ancor più chiaramente "_Filia quondam Constantii de Palmeriis de Aragona_". In base a tali documenti, eliminando del tutto l'ipotesi che ella fosse stata adottata da un Palmieri, conviene credere ad un matrimonio della Giulia Ferrarese, al quale non possiamo dare, neppure per approssimazione, una data qualsiasi. L'Aretino, il Domenichi, il Franco che citano la Giulia e ne parlano spesso diffusamente, mentre dànno particolari su altri amanti tacciono affatto di tale matrimonio; neppure un barlume ne apparisce nelle rime della Tullia e nelle lettere che di lei ci pervennero; parlando della propria famiglia dice _mia madre, mia sorella, ed io_; tace il Muzio, che, pur dando la paternità del cardinale d'Aragona alla Tullia, nulla impediva potesse parlarne nell'egloga dedicata alla Penelope nata molti anni dopo; ne tacciono assolutamente tutti i biografi. Ed apparisce del pari per la prima volta, almeno così ci consta, una casata Palmieri che abbia aggiunto il nome d'Aragona al proprio; rimangono tracce dei Piccolomini-Aragona, dei Tagliavia-Aragonia, dei _de Aragonia_, romani, ma nessuna dei Palmieri-Aragona. Questa casata non viene poi più a luce nè sulla tomba della Penelope che porta solo il nome di Aragona, nè nel testamento della Tullia ove non sono più mentovati nè padre, nè madre, nè marito. Una volta ancora, innanzi all'arida autenticità dei documenti, si oppone la tradizione, ferma, costante; essa vuole la Tullia figlia del cardinale d'Aragona e nel fatto nulla varrà a scemarla. Su questo padre più o meno putativo, che apparisce quasi per sua disgrazia, molte sarebbero le supposizioni a farsi; era forse un familiare del cardinale d'Aragona che acconsentì a sposare la Giulia Campana a prezzo d'oro, o qualche vanitoso che a scapito del suo amor proprio con l'acquisto della Tullia aggiunse al suo il casato degli Aragonesi? in ogni modo è assolutamente da escludere che quel _de Aragonia_ stia lì per fissaril luogo natio di quel buon Palmieri. Non ci peritiamo rispondere a quesìti così ardui ed anche inutili; bastano per noi tutte le testimonianze dei contemporanei a stabilite che la poetessa fu, pure illegittimamente, del sangue d'Aragona. Sembra che in Siena ella fosse perseguita da malevoli che l'accusarono agli Esecutori Generali di Gabella di vestire e portare ornamenti vietati alle meretrici dagli statuti del Comune; fu agitato per ciò un processo nel febbraio del 1544, dal quale constando la vita onesta e morigerata della Tullia, le fu permesso di vestire ed abitare al pari di altre persone nobili ed oneste [36]. Non cessò per questo la malevolenza contro la Tullia e nell'agosto dello stesso anno [37] fu ancora denunciata per aver portato la sbernia il giorno di Pasqua, e tra i denunziatori apparisce Ottaviano Tondi, novesco, causa di torbidi in Siena per avere ucciso uno di parte popolare [38], e che la Tullia pianse morto un anno appresso in un sonetto diretto al fratello Emilio [39]. Certo ella ignorava il servizio che il buon novesco aveva tentato di renderle. Sullo scorcio del 1545 la Tullia se ne venne a Firenze ove contrasse stretta amicizia col Varchi, col Martelli e parecchi altri, dei quali ci rimasero testimonianze nelle rime e nelle lettere di lui edite dal Biagi e dal Bongi [40]. E qui ancora doveva essere perseguitata dalle severe leggi sui costumi e sugli _ornamenti et habiti degli huomini e delle donne_. Il 19 ottobre 1546 il Duca Cosimo promulgava una di quelle leggi [41], ma la Tullia che credeva oramai per la fama di poetessa di non essere più compresa nel ruolo delle cortigiane, non se ne diè per intesa, sin che nell'aprile dell'anno appresso fu invitata dal Magistrato ad ottemperare alla legge mettendo sul vestito qual cosa di _giallo_ che doveva servire a distinguerla dalle oneste gentildonne. La Tullia ricorse a D. Pietro di Toledo nipote della duchessa Eleonora, che la consigliò presentare alla Duchessa una supplica unita ai sonetti a lei scritti da illustri letterati, a significare l'errore del magistrato di giustizia nell'annoverarla tra le cortigiane. Per correggere la supplica, se non per averla bell'e fatta ricorse la Tullia al Varchi [42], ed il dabben uomo volentieri si prestò a tanto urgente favore, e della Tullia non è forse nel seguente documento che il nome solamente. "Ill.ma ed Ecc.ma Sig.ra Duchessa, "Tullia Aragona, umilissima servitrice di V. E. Ill.ma, essendo rifugiata a Firenze per l'ultima mutazione di Siena, e non facendo i portamenti che l'altre fanno anzi non uscendo quasi mai da una camera non che di casa, per trovarsi male disposta così dell'animo come del corpo, prega V. E. affine che non sia costretta a partirsi, che si degni d'impetrare tanto di grazia dall'Eccell.mo ed Ill.mo S.or Duca suo consorte, che ella possa se non servirsi di quei pochi panni che le sono rimasi per suo uso, come supplica nel suo capitolo, almeno che non sia tenuta all'osservanza del velo giallo. Ed ella, ponendo questo con gli altri obblighi molti e grandissimi che ha con S. E., pregherà Dio che la conservi sana e felice". La cortigiana ottenne favore presso la duchessa; Cosimo scrisse di suo pugno sull'istanza "_Fasseli gratia per poetessa_"; e queste parole sono autenticate dalla soscrizione di Lelio Torelli, ministro del granduca. I luogotenenti del duca rilasciarono quindi all'Aragona, in data 1 maggio 1547, copia della deliberazione nella quale riconoscendo "la rara scientia di poesia e filosofia che si ritrova con piacere di pregiati ingegni la detta Tullia Aragona venga fatta esente da tutto quello a che ell'è obbligata quanto al suo abito, vestire e portamento [43] ". Un anno appresso, e precisamente nell'ottobre, scriveva al Varchi annunziandogli la sua partenza, gli mandava in dono _un paio di colombi, due fiaschi d'acqua ed uno di malvagia, una saliera di alabastro_, e da lui toglieva commiato per sempre con lettera che il Varchi avrà certamente preso per buona moneta; partiva quindi per Roma, dove il primo di febbraio del 1547 veniva a morte la sorella Penelope, seguita poco appresso dalla madre. La Tullia abitava in Campo Marzio nel palazzo Carpi, e nel libro della _Tassa fatta alle cortigiane per la reparatione del ponte_ (Rotto) [44] consta che ella pagava di pigione 40 scudi (in ragione tassata per scudi quattro) ed è una delle cortigiane che pagava di più; poche giungono ai cinquanta scudi, rare quelle che superano tal somma: evidentemente le condizioni finanziarie della Tullia non erano troppo rilassate, e non crediamo, come dubita il Bongi, che il poco profitto da lei ritratto in Firenze ed il desiderio di far esordire la Penelope nella più vasta e ricca scena di Roma fosse causa della sua dipartita di colà; nulla accenna pertanto avere la Penelope esordito nella triste carriera, anzi l'essere ella morta non ancora quattordicenne fa credere, magari con un poco d'ottimismo, che il desiderio della Giulia Campana forse più che della Tullia, se esistito, non rimase che semplice desiderio. La Tullia visse certamente in Roma sino all'epoca di sua morte, che avvenne il 12 o 13 marzo del 1556. Era andata ad abitare nel rione Trastevere, in casa dell'oste Matteo Moretti da Parma, ed ivi il 2 marzo dello stesso anno dettava le sue ultime volontà al notaio Virgilio Grandinelli[45] Morta la Tullia ed apertone il testamento alli 14 di marzo, Pietro Ciocca in suo nome e per gli esecutori testamentari mons. Antonio Trivulzio vescovo di Tolone e Mario Frangipane, chiese all'auditore della Camera Apostolica un tutore per il giovinetto Celio. Tale ufficio fu conferito a D. Orazio Marchiani chierico pistoiese. Redatto l'inventario della roba lasciata dalla Tullia si procede alla vendita secondo le sue volontà; gli ori e le gioie furono acquistati dagli orafi Pompeo Fanetti a Santa Lucia della Chiavica, Maurizio Grana piemontese e Francesco Alarçon spagnolo al Pellegrino; la mobilia da Giovanni Battista della Valle fiorentino e Francino Francini d'Arezzo rigattiere a Monte Giordano. A quest'ultimo toccò in un con gli arnesi di cucina "una cassa vecchia nella quale c'erano trentacinque libri tra volgari e latini di più et diverse sorte, et tredici di musica tra usati, vecci, et stracciati et diverse altre carte et libri già stracciati". Ai singoli legati fu adempiuto con rogiti speciali; in uno di questi Celio non solo _herede_ della Tullia ma _figliuolo_ è chiamato. Di questo Celio e del Marchiani nessuna notizia giunse sino a noi; forse lasciarono Roma, ed il tutore, pistoiese, riedendo alla nativa citta, avrà menato seco il fanciullo: è certo che di essi perdesi la traccia dopo la morte della Tullia, nè le carte dell'archivio romano, esaminate dal cav. Corvisieri, ci possono dire quale sia stata la sorte del fanciullo. Che il padre fosse lo stesso Ciocca come altri supposero, non crediamo, parendoci allora superflua la nomina di un tutore, e dovendo in tal caso ammettere che il Celio fosse nato in Roma dopo il 1547, cosa molto improbabile e per le condizioni fisiche della Tullia e per l'appellativo di _giovinetto_ che viene dato al Celio, come ancora non lo supponiamo figliuolo del Guicciardi. L'Aragona conobbe forse il Ciocca in Venezia, essendo questo al servizio del Cornaro, ma a tale epoca non può risalire la nascita di Celio; dubitiamo anzi, sempre però su deduzioni, che la nascita di questo fanciullo fosse causa della dipartita dell'Aragona da Firenze. La Tullia era di alta statura, non bella ma piacevole [46], gli occhi bellissimi e splendidissimi, e "nei movimenti loro una certa forza vivace che parea gittassero fuoco negli altrui cuori", forza provata dal Muzio che cantava: .....occhi belli, occhi leggiadri, occhi amorosi e cari, più che le stelle belli e più che il sole, i capelli finissimi di un biondo oro, esaltati spesso da' suoi ammiratori, tra i quali il cardinale Ippolito de' Medici, al quale la porpora non impediva di bruciare innanzi alla bella Aragonese il suo granello d'incenso cantando: se 'l dolce folgorar de i bei crini d'oro, e 'l fiammeggiar de i begli occhi lucenti, e 'l far dolce acquetar per l'aria i venti co 'l riso, ond'io m'incendio e mi scoloro... Nella pinacoteca Tosio di Brescia è conservato il ritratto della poetessa dipinto da Alessandro Bonvicino detto il _Moretto_, altri due veggonsi nell'edizione delle _Rime_ fatta dal Bolifon e nel vol. XII del _Parnaso italiano_. Di questi ultimi quale sia il valore non possiamo certo dire. Tra i molti adoratori che ebbe a vantare la Tullia, Girolamo Muzio fu certo uno dei più costanti e veritieri, e benchè quando fu preso d'amore avesse oltrepassati i quarant'anni, si sente dalle sue rime che quell'affetto era serio e sincero, e che i versi esprimevano molto meno di quel che il cuore sentiva; dedica alla Tullia le sue egloghe _Amorose_ che in realtà parlano assolutamente di lei sola, e del suo amore non cela nè gli ardenti desideri nè le bramate conquiste. Con un verismo poco desiato certo da qualsiasi donna, anche abituata alla rilassatezza della vita di Ferrara, egli diceva alla Tullia: Vien, Ninfa bella, e fra le molli braccia raccogli quel che con le braccia aperte, disioso t'aspetta, e nel tuo grembo ricevi lieta l'infocato amante; stringi e 'l bramoso amante, e strette aggiungi le labbra a le sue labbra, e 'l vivo spirto suggi de l'alma amata, e del tuo spirto il vivo fiore ispira a le sue brame. Le belle membra tue, morbide e bianche, ad Amor le consacra; ed al tuo amante, qual vite ad olmo avviticchiata e stretta, con lui cogli d'amore i dolci frutti. Ma ben presto il Muzio recatosi a Milano in missione per il Duca Ercole d'Este, fu obliato, almeno per del tempo, e sostituito dal Bentivoglio; passata poi la Tullia da Ferrara a Venezia, Bernardo Tasso prese il posto dei precedenti, almeno così ci lascia credere lo Speroni che nel suo _Dialogo_ la introduce "a far l'amore con lui, presenti ed accettanti Nicolò Grazia e un altro spasimante Francesco Maria Molza"; indi a Firenze variò tra il Varchi, Ippolito de' Medici, il Tolomei, il Fracastoro, il Martelli, il Lasca, il Mannelli e lo Strozzi. Vario e non sempre imparziale fu il giudizio dei contemporanei e dei posteri verso l'Aragona; aspro e satirico spesso sino a dare diritto di vilipenderla all'Aretino [47] e al Razzi [48]; buono e cortese ancora, come le testimonianze del Nardi e del Muzio. Il Nardi, tradotta in lingua toscana un'orazione di M. T. Cicerone (Venezia 1536) ne indirizzava un esemplare a Gian Francesco della Stufa con incarico di presentarlo alla Tullia _che per sè stessa oggi dirittamente da ogni uomo è giudicata unica e vera erede così del nome e di tutta la tulliana eloquenza_; Girolamo Muzio che si consolò del matrimonio della Tullia sposando circa il 1550 una damigella d'onore di Vittoria Farnese duchessa d'Urbino, nella lettera dedicatoria premessa al _Trattato del matrimonio_, scriveva: _Già avviso di vedere in voi quella donna la grazia della cui vergogna, come si legge nell'Ecclesiastico [49], è più che oro preciosa... Tale avviso che dovete esser voi facendo in tal guisa al mondo manifesto che della vostra passata vita ne è stata cagione necessità, et di questa la vostra libera volontà: che nel passato vi ha trasportata fortuna e che hor vi governa la vostra virtù_. Frutto d'amore, ella visse sacra all'amore e nulla varrebbe a scusarla della poca onestà della sua vita; ma se è pur vero che gli abbietti trionfando della loro caduta trovano i buoni che li ricoprono, concediamo a lei le attenuanti dell'esempio: e di esempio ne ebbe a sufficienza, e per l'ambiente viziato nel quale nacque e visse, e nella stessa madre che allegramente dava alla luce figliuoli sino al 1535 e con la massima indifferenza li intitolava d'Aragona dopo sedici anni che il povero cardinale era andato all'altro mondo. * * * Tenuto conto delle condizioni in cui svolgevasi la poesia nel XVI secolo, le rime dell'Aragona non mancano certo di pregio; quantunque ancor essa che "volle avere il suo canzoniere [50]" non eviti quella freddezza che nasce da ogni ripetizione, quella noia che s'ingenera dalla descrizione di una passione misurata su i precetti rettorici e smentita dal fatto e dai costumi. La Tullia fu petrarchista della miglior acqua, e non poteva certo essere altrimenti; il Petrarca era l'idolo al quale si prostesero quasi tutti i rimatori del cinquecento ed il modello su cui si formarono, ricavando stima maggiore chi imitasse più servilmente il cantore di Laura, rubandone al tempo stesso il pensiero e la forma. Tutte le cortigiane letterate del cinquecento furono petrarchiste, se per altri il Petrarca era l'oracolo del purismo, per esse non rappresentava che la teorica dell'amore; quest'amore ideale o platonico, di Venere celeste, era cantato su tutti i toni, salvo poi ad avere, di altro amore, una più ampia e sicura conoscenza, e tale influenza, per donne quali l'Aragona, la Franco, la Stampa è spiegata dalla stessa relazione del petrarchismo con la cortigianeria. Un Petrarchino di piccolo formato, di edizione elegante era indispensabile al cortigiano effeminato e strisciante, i leggiadri cavalieri di Roma mostravansi per via "andando soavi soavi co' loro famigli a la staffa, su la quale tenevano solamente la punta del piede, col Petrarchino in mano, cantando con vezzi [51] ", ed i vagheggini più aridi e stucchevoli, appena ricevuto un sorriso della donna amata correvano "a casa a comporre una sestina, un madrigaletto, dove il cieco d'Adria non s'accorge che la mariuola gli ha furfato in versi, senza essere discoverta da nessuno". Dell'amore teoretico il Petrarca era il gran maestro per pratica e per scienza; il suo canzoniere si allontana da quell'amore pratico del cinquecento che si svolge in brutale sensualità, e in una brama di appetiti animali trascinarono la società nella più completa dissolutezza, nelle forme più sozze delle aberrazioni e del vizio; esso risponde all'amore intellettuale, richiesto dall'umanesimo, che veniva considerato quale anello di congiunzione con l'amore divino, e della cui infinità tratta l'Aragona in un suo dialogo [52]. Al contrario della Franco che canta l'amore dei sensi, l'Aragona è tutto ideale, tutto spiritualismo; i suoi affetti vogliono rasentare il cielo, e solo raramente trovasi qualche accenno alla triste sua vita; è invasa dalla manìa di passare ai posteri insieme ai letterati che ella canta, cerca ogni maniera di ricoprire la cortigiana con la poetessa, ed eleva i suoi canti indistintamente a tutti, principi e cardinali, letterati e soldati, uomini serii e burloni quali il Lasca; per lei l'uomo, essere animato, è nulla: la fama di un uomo, il tutto; il solo affetto per il giovane Mannelli si può credere sincero, tutte le altre proteste che inficiano le rime e quei sonetti che cambiato indirizzo, giravano d'adoratore in adoratore in edizioni stereotipe e consolavano tanto il Muzio che il Martelli [53], fanno a buon diritto dubitare di tutte queste espansioni cantate così altamente e serenamente. E la manìa dell'Aragona è anche spiegabile in altro senso. Cessate le seduzioni della bellezza tentava con l'arte di riunire la compagine di quegli adoratori che si venivano allontanando, e con la musica, il canto, le lettere cercare di sostenere i bisogni della casa: le sue rime sono spesso forzate, e la eco dell'onda classica da Orazio a Virgilio, da Dante a Petrarca viene spesso ad alimentare l'agonia di una vita finita. Delle imitazioni al Petrarca, evidentissime e nel pensiero e nello stile, ne citeremo solo alcune poche a titolo di saggio [54]. Sonetto X, v. 12-15: E se quassù giungesser gli occhi vostri, vedendo fatto me novo angeletto qui bramareste, e non vedermi in terra. (PETRARCA, Madrigale III, v. 1-2). Sonetto XXXI, v. 7-9: E l'alto Iddio lodar ben spesso suole, dopo l'aspra fortuna, spaventato nocchiero al porto intorno. (PETRARCA, Sonetto C, v. 1-2). Sonetto XXXVIII, v. 12-14: Non contenda rea sorte il bel desìo, che pria che l'alma del corporeo velo si scioglia, sazierò forse mia brama. (PETRARCA, Sonetto IX, v. 12-14). Sonetto XLII. S'io 'l feci unqua, che mai non giunga a riva l'interno duol, che il cuor lasso sostiene; s'io 'l feci, che perduta ogni mia spene, in guerra eterna di vostr'occhi viva. (PETRARCA, Canzone XV) Sonetto XLIV, v. 13-14: ...volgendo a Roma 'l viso e a lei le spalle, se vuol l'alma trovar col corpo unita. (PETRARCA, Sonetto LXXXI, v. 3-4). Sonetto LI, v. 12-14: Benchè vostro valor eterna fama per sè vi acquisti, caro mio signore, quanto 'l sole gira e Battro abbraccia e Tile. (PETRARCA, Sonetto XCVI, v. 9-11). Della Tullia giunsero a noi un _Dialogo dell'infinità di amore_ [55], giudicato "uno dei dialoghi più vivi che noi abbiamo, nell'ordine più basso degli scritti letterari del secolo decimosesto..... per una certa franchezza e disinvoltura, e anche talvolta per una certa saporita fiorentinità ch'ella attinse per avventura dal suo consorzio coi fiorentini e singolarmente col Varchi", ed un poema in ottava rima: _il Meschino e il Guerino_ [56]. Il Crescimbeni fa di questo poema elogi sperticati, dicendo che "nella tessitura può paragonarsi all'Odissea di Omero [57] ", esso però è così inverosimile e contrario tanto alla storia, alla cronologia, alla geografia, e con buona pace dell'ottimo abate, anche al buon senso, che non sappiamo invero trovarvi alcuna analogia con l'opera dell'Omero; lo stile ne è trascurato, e spesso conviene lavorare di serio proposito per raccapezzare il senso di qualche ottava, i canti, trentasei in tutto, appaiono disordinati e spesso senza nesso tra loro. La Tullia avverte che trasse il poema da un vecchio romanzo spagnuolo in prosa, ma certamente ella si servì di una traduzione e non del testo originale che vuolsi scritto in italiano [58]. L'Aragona nella prefazione di questo poema si scaglia contro il Boccaccio, e mentre lo compassiona perchè non seppe eleggere il verso a forma del _Decamerone_, lo accusa che _tante sue scellerate_ novelle scritte con altrettante _scellerate parole_, servendo solo a demoralizzare e rendere ridicoli i più santi vincoli della società, siano impossibili a leggersi, senza frutti nocivi, da maritate e nubili, vedove e monache, e persino cortigiane. Questi scrupoli che parrebbero curiosi nella Tullia, sono da ella medesima spiegati, non essendo cosa nuova che ad una donna per necessità o per altra mala ventura sua sia avvenuto di cadere in errore del corpo suo e tuttavia si disconvenga non men forse a lei che alle altre l'essere disoneste e sconcie nel parlare e nelle altre cose; ed ella, contrariamente al Boccaccio, vuole scrivere per tutti, il suo poema potrà essere dato in mano alla più pudica donzella senza alcun pericolo, volendo con esso porre un debole argine a quell'invadente corruttela che ogni dì spandeasi con maggior forza e brutalità, e pur sempre per opera dei letterati ed anche degli _umanisti_. L'idea della Tullia, se togliesi quella sfuriata contro l'umanismo che proprio non aveva a che fare, non era cattiva e sinceramente credette averla attuata col suo _Guerino_; dichiarandosi di tutto debitrice a Dio solo "dal quale solo viene ogni bene e da cui solo io riconosco questa gran grazia d'avermi in questa mia età non ancor soverchiamente matura, ma giovenile e fresca, dato lume di ridurmi col cuore a lui e di desiderare e operare quanto posso che il medesimo facciano tutti gli altri così uomini e donne". Ma Dio non aveva proprio nulla a che vedere col _Guerino_, ed è proprio il caso di ripetere che quantunque il diavolo si vesta da frate, quattro dita di coda gli spuntano sempre sotto la tonaca; infatti ciò che la Tullia narra del cavaliere di Durazzo, di Brandisio e della figlia dell'albergatore nel canto VIII [59], e di Pacifero innamorato di Guerino nel canto X [60], non è roba atta a far mettere il poema vicino al libro di devozione di una vergine o di una monaca. E pur tale era lo scopo. In produzioni di uno stesso autore, apparse anche a distanza di molti anni l'una dall'altra, ritrovasi sempre qualche analogia, qualche difetto, alcun che di speciale, quasi direbbesi di proprio, che le riavvicina e riunisce; nulla di ciò tra il _Guerino_ e le _Rime_, anzi una succinta critica forse allontanerebbe molto l'uno dalle altre. Quantunque non sia il caso ora di formare tale confronto ed esaminare a fondo il _Guerino_, non possiamo esimerci dal notare come la prefazione posta innanzi al poema ci abbia fatto triste impressione, fino a crederla apocrifa per ragioni che crediamo buone od almeno meritevoli di esame. Il Ranieri che pubblicò il poema nel 1560 dicendo di averne curato l'edizione sul manoscritto originale _già da parecchi anni da lui posseduto_, non fa parola dell'Aragona che era morta nel 1556, e si profonde solo in ampie ed ampollose proteste cercando di formare una dedica alla quale, per essere di qualche valore, manca solo un poco di senso comune. E quel _parecchi_, posto lì per indicare un lasso di tempo non superiore ai tre anni è per lo meno superfluo: nè più lungo spazio di tempo crederemmo possibile ammettere perchè è abbastanza ragionevole il supporre che l'Aragona avesse sino alla morte conservato presso di sè quel lavoro. Il ricordo ancora che i libri e le carte andarono in mano di un modesto rigattiere, non è privo di valore; se il manoscritto del _Guerino_ era tra la roba acquistata da Francino Francini, uomo probabilmente ignorante e privo di criterio letterario, la sorte del manoscritto era assicurata: finiva in qualche bottega di droghiere o salumaio. Converrebbe adunque credere che o il manoscritto fosse tra le carte devolute a Celio figliuolo dell'Aragona o che la Tullia ne avesse fatto un dono al Ranieri qualche anno prima; ma ancora queste due supposizioni rasentano l'assurdo. Il testamento della Tullia che pure è tanto minuzioso e preciso nei lasciti e legati, non accenna a carte ed altri documenti spettanti al Celio; nè la Tullia poteva donare il manoscritto al Ranieri o ad altri che a lui lo passassero, perchè dal momento che ne aveva condotto a termine anche la prefazione, era certo desiderio suo di darlo alle stampe, e per il nome che godeva e l'appoggio dei letterati che facevanle corona non sarebbe stato difficile trovare un tipografo che ne assumesse l'edizione. Se dobbiamo pur credere alla dichiarazione della Tullia di avere composto il poema "in età ancor giovenile e fresca", quando erasi decisa di darsi a Dio, conviene di necessità ammettere che ella l'avesse scritto in Siena poco appresso il suo matrimonio col Guicciardi, o in Firenze; mai in Roma ove tornando per l'ultima volta nel 1547 non era più in età giovenile e fresca, e l'essere ascritta nel ruolo delle cortigiane pubbliche non era il migliore indizio dell'essersi data a Dio. Anche a questa ipotesi si oppone una seria obbiezione. Era possibile all'Aragona dare ad intendere agli eruditi, massime fiorentini, di aver tratto il _Guerino_ da un romanzo in prosa spagnuolo? Pure ciò afferma nella prefazione, e se il poema non corrisponde esattamente al _Guerino_, in prosa, romanzo cavalieresco del ciclo della Tavola Rotonda, è indiscutibile che da questo ne trasse in massima parte le idee. Nessuno ignora la rinomanza che il _Guerino_ ebbe nei secoli XV e XVI; all'epoca dell'Aragona ne erano già state fatte sei edizioni [61], ed è certo sopra una di queste che fu condotta la riduzione in rima. In conclusione non rifiutiamo al _Guerino_ la maternità dell'Aragona, la sua differenza con le _Rime_ non è prova sufficiente a porre dei dubbi; respingiamo però assolutamente quella prefazione che non è, nè poteva essere della Tullia. Per la ristampa delle rime abbiamo usato l'edizione prima, Venezia 1547 (A) servendoci per le varianti delle edizioni di Venezia, 1549, (B): ivi, 1560 (C): Napoli, 1593 (D): e delle _Rime_ raccolte dalla Bergalli-Gozzi (E): le abbiamo fedelmente riprodotte, salvo allorchè gli errori erano evidenti, respingendo allora in nota la lezione originale; quando le varianti assumevano importanza assoluta, come per i componimenti tratti dai codici vaticano magliabecchiano, abbiamo stimato necessario riprodurre entrambe le lezioni avvertendo di collocarle l'una a lato dell'altra. _Dalla R. Biblioteca Vallicelliana maggio 1891._ ENRICO CELANI NOTE: [1] =Graf A.= _Atraverso il cinquecento_. Torino, Loescher, 1888, pag. 215 e seg.--Nell'_Hermaphroditus_ del =Panormitano= (1471) _(Quinque illustrium postarum_, =Antonii Panormitani=, etc. _lusus in Venerem_, Parigi, 1791), la cortigiana non apparisce ancora, come neppure ne è parola in =Giano Pannonio= (1472) _Poemata_, Trajecti ad Rhenum, 1784. [2] "Avetemi inteso voi donne? Che alla barba di tutti i sodomiti io voglio tenere colle donne, e dico che la donna è più pulita e preziosa della carne sua che non è l'uomo; e dico, che se egli tiene il contrario, egli mente per la gola" (=S. Bernardino=, _Prediche volgari_, ed. =Bongi=, pag. 380). [3] Le opere fatte da lui circa la osservanza dei buoni costumi furono santissime e mirabili, nè mai in Firenze fu tanta bontà e religione quanta a tempo suo... la sodomia era spenta e mortificata assai; le donne in gran parte lasciati gli abiti disonesti e lascivi; i fanciulli quasi tutti lavati da molte disonestà e ridutti ad uno vivere santo e costumato... portavano i capelli corti e perseguitavano con sassi e villanie gli uomini disonesti e giocatori e le donne di abiti troppo lascivi. (=Guicciardini=, _Storia, fiorentina_, cap. XVII) [4] =Piccolomini A.= _Istituzione di tutta la vita, dell'uomo nato nobile et in città libera_. Venezia, 1552. [5] =Garzoni T.= _La piazza universale di tutte le professioni del mondo_. Venezia, 1587, discorso LXXIV, pag. 597. [6] =Garzoni T.= Op. Cit., discorso LXXV, pag 605. [7] Giovanni Burchkardt maestro di cerimonie di Alessandro VI narra come l'ultimo d'ottobre 1501 cenarono nel palazzo apostolico, col Valentino, cinquanta cortigiane, le quali dopo cena danzarono ignude e diedero altre prove di valentia in presenza di Alessandro VI e della Lucrezia Borgia. "In sero fecerunt cenam cum duce Valentinense in camera sua, in palatio apostolico, quinquaginta meretrices honeste cortegiane nuncupate, que post cenam coreaverunt cum servitoribus et aliis ibidem existentibus, primo in vestibus suis, denique nude. Post cenam posita fuerunt candelabra communia mense in candelis ardentibus per terram, et projecte ante candelabra per terram castanee quas meretrices ipse super manibus et pedibus; unde, candelabra pertranseuntes, colligebant, Papa, duce et D. Lucretia sorore sua presentibus et aspicientibus. Tandem exposita dona ultima, diploides de serico, paria caligarum; bireta, et alia pro illis qui pluries dictas meretrices carnaliter agnoscerent; que fuerunt ibidem in aula publice carnaliter tractate arbitrio praesentium, dona distributa victoribus". _Diarium sive rerum urbanorum commentarii_, Parisiis, 1883-1885, tom. II, pag. 443, tom. III, pag. 167). [8] =Armellini M_.= Un censimento della città di Roma sotto il pontificato di Leone X tratto da un codice inedito dell'Archivio Vaticano_. Roma. Befani, 1887. [9] Cfr. =Bandello=, _Novelle_, parte III, nov. XLII; =Valery=, _Curiosités et anecdotes italiennes_, Paris, 1842; =Giovio P.=, _De piscibus romanis_, cap V; =Forcella V.=, _Iscrizioni delle chiese di Roma_, Roma, 1878. Per l'epitafio che dicesi posto sulla sua tomba crediamo siasi roppo facilmente accettata la tradizione che fosse in S. Gregorio; oltre la stranezza della lapide che certo non faceva bella figura in una chiesa, è oramai accertato che se pure l'epitafio fu composto non fu mai elevato sulla tomba dell'Imperia. Di lei scrive il Bandello (op. cit, nov. XLIII): "Tra gli altri che quella (Imperia) sommamente amarono fu il signor Angelo del Bufalo, uomo della persona valente, umano, gentile e ricchissimo. Egli molti anni in suo poter la tenne, e fu da lei ferventissimamente amato, come la fine di lei dimostrò. E perciò che egli è molto liberale e cortese, tenne quella in una casa onoratissimamente apparata con molti servidori, uomini e donne, che al servizio di quella continovamente attendevano. Era la casa apparata e in modo del tutto provvista, che qualunque straniero in quella entrava, veduto l'apparato ed ordine de' servidori, credeva che ivi una principessa abitasse. Era tra l'altre cose una sala e una camera sì pomposamente adornate, che altro non v'era che velluti e broccati, e per terra finissimi tappeti. Nel camerino, ov'ella si riduceva, quand'era da qualche gran personaggio visitata, erano i paramenti che le mura coprivano, tutti di drappi d'oro, riccio sovra riccio, con molti belli e vaghi colori. Eravi poi una cornice tutta messa a oro ed azzurro oltremarino, maestrevolmente fatto, sovra la quale erano bellissimi vasi di varie e preziose materie formati, con pietre alabastrine, di porfido, di serpentino e mille altre specie. Vedevansi poi attorno molti cofani e forzieri riccamente intagliati, e tali che tutti erano di grandissimo prezzo. Si vedeva poi nel mezzo un tavolino, il più bello del mondo, coverto di velluto verde. Quivi sempre era o liuto o cetra con libri di musica, ed altri istromenti musici. V'erano poi parecchi libretti volgari e latini riccamente adornati. Ella non mezzanamente si dilettava delle rime volgari, essendole stato in ciò esortatore, e come maestro il nostro piacevolissimo messer Domenico Campana detto _Strascino_; e già tanto di profitto fatto ci aveva che ella non insoavemente componeva qualche sonetto o madrigale". Ed a proposito del celebre camerino seguita narrando come essendo andato a farle visita l'ambasciatore di Spagna, e avendo bisogno di sputare, trovò che il luogo meno improprio a ciò fare era il viso del servitore che gli stava alle spalle. [10] =Cugnoni G.= _Agostino Chigi il Magnifico_, Livorno, Vigo, 1879. [11] =Aretino P.= _Ragionamento fra il Zoppino fatto frate e Ludovico puttaniere_, Cosmopoli, 1660, pag. 442. [12] E poeti e letterati non isdegnavano la compagnia della cortigiana (=Burchkardt=. _Diarium_ etc., ediz. cit. tom. III, pag. 209); Marco Bracci in una lettera ad Ugolino Grifoni segretario di Cosimo I scrive nel novembre 1557 che giunto in Perugia il cardinale Caraffa nipote di Paolo IV e il cardinal Vitelli "dopo cena pubblicamente fece andare in palazo tutte le putane che a quelli tempi se trovavano in Perugia quale furono in tutte quattordici; e presene per sè una e una per el cardinale Vitello el resto acomodoli a la sua famiglia. (=Fabretti=, _La prostituzione in Perugia nei secoli XIV e XV_, Torino, 1885, pag. 46). [13] =Graf A.= op. cit., pag. 350. [14] _Theatro delle donne letterate_, pag. 296. [15] _Istoria della volgar poesia_, vol. IV, pag. 67. [16] _Storia e ragione d'ogni poesia_, vol. II, pag. 235. [17] _Gli scrittori d'Italia_, vol. I, par. I. [18] _Gli scrittori del regno di Napoli_, tomo III, parte I. [19] Il Vigo pubblicava nel 1885 per nozze Grassi-Rinaldi il sonetto della Tullia all'Ochino (nella nostra edizione a pag. 39), e nella breve prefazione la dice napoletana. [20] Presso il =Mazzuchelli=, loc. cit. [21] _Dell'infinità d'amore_di =Tullia Aragona= edito dal =Canestrini=, Milano, 1867. [22] _Bibliografia romana_, Roma, Botta, 1880, vol. I, pag. 13. [23] Vedi a pag. 189, versi 27 e seg. [24] La _Jole_ dell'egloga del Muzio è la Giulia ferrarese, anch'essa etèra famosa e della quale il =Domenichi= (_Facezie, motti e burle_, Venezia, 1558, pag. 28) ricorda un motto arguto e mordace. Papa Leone X aveva fatto aprire una nuova strada in Roma lastricata dai tributi che le puttane pagavano, nella quale scontrando la Giulia ferrarese una gentildonna l'urtò un poco. Allora la gentildonna adirata cominciò a dirle villania. Rispose la Giulia: "Madonna, perdonatemi, ch'io so bene che voi avete più ragione in questa via che non ho io". Nel citato censimento di Roma (pag. 42) ella apparisce come abitante nel rione Campo Marzio, in una casa sotto la parrocchia di S. Trifone di proprietà dell'Ordine Agostiniano. [25] Lo Zilioli che fu il più diffuso biografo dell'Aragonese le assegna per padre Pietro Tagliavia, di Aragona, arcivescovo di Palermo e cardinale di Santa Chiesa; e tale versione venne accolta dal Mazzuchelli, dal Tiraboschi, dal Cinguenè e dal Camerini. Ora nè quando il Muzio scrisse l'egloga alla Tullia nè quando l'Aretino nel dialogo tra il Zoppino e Ludovico, dialogo scritto certo prima del 1539, dice _cardinale_ l'amante della Giulia ferrarese, il Tagliavia era stato assunto alla porpora. Lo fu solo sotto Giulio III l'anno 1553; in tal guisa viene esonerato di sua paternità poco lodevole. Escluso costui, l'unico cardinale che cronologicamente può dirsi padre della Tullia è Luigi d'Aragona, ascritto al sacro Collegio da Alessandro VI nel 1493, promulgato solo nel 1497. Nato in Napoli nel 1474 morì in Roma l'anno 1519 e fu tumulato nella chiesa di S. Maria sopra Minerva, ove vedesi tuttora il suo sepolcro con iscrizione fattagli fare dal cardinale Franciotto Orsini suo esecutore testamentario. [26] =Biagi G.= _Un'etèra romana, Tullia d'Aragona_. (_Nuova Antologia_. Serie III, vol. IV, 16 agosto 1886) [27] Dice il Muzio: Visse in tenera etate presso a l'onde del più bel fiume che Toscana onori. (_Sonetto I_, v. 12-13, pag. 69). [28] =Aretino P.= _Ragionamenti_. loc. cit. [29] =Zilioli=, in =Mazzucchelli=, loc. cit. Molto diverso è però il ritratto che ne fa il Giraldi, e dall'odio che palesa parlando della Tullia fa se non credere, almeno dubitare che invano abbia picchiato alla porta della bella cortigiana. "Non è alcuno di voi, per quanto io stimo, _egli dice_, il quale non habbia conosciuto Nana, così detta non perchè ella sia piccola della persona, ma per mostrare la sua sconvenevole et non proportionata grandezza, con voce di contrario sentimento. Questa di casa Aragona si fa chiamare quantunque io intenda che di madre vilissima e di quella medesima vita che ella è in alcune paludi sie nata senza che la madre le habbia mai saputo dire chi suo padre si fosse. Venuta adunque nella nostra città, ove hora le pari a lei, per lo mal costume del nostro secolo, sono in più abondanza che non si converrebbe, si diè a fare guadagno di sè disonestamente, allettando i giovani con quegli adombrati colori di virtù, di che innanzi dicemmo. Et non pure traheva costei a sè i giovani con simili arti, i quali per lo più sono di poca levatura, ma così toglieva ella il senno ad alcuni huomini maturi e scientiati, che col promettere loro di lasciarli godere di lei, qualunque volta danzassero mentre ella toccava il leuto, facevano scalzi la resina, o la pavana, o quale altra sorta di ballo più l'era grato et poscia beffandoli li lasciava del promesso scherniti. (_Ecatommiti_, nov. VII). [30] _Passione d'amore di mastro Pasquino per la partita della signora Tullia e martello di amore delle povere cortigiane di Roma con le allegrezze delle bolognesi._(=Tiraboschi=, Stor. letter. ital. vol. VII, pag. 1172). Di pasquinate alla Tullia o nelle quali ella sia mentovata non ci consta che il _Trionfo della lussuria di mastro Pasquino_stampato nel 1537, ove però è ricordata la Tullia solo come molto _favorita_. Il Biagi ricorda ancora lo sconcio sonetto: "_Mentre alla Tullia la madre ragiona_" firmato F. C. che conservasi in due codici Magliabecchiani. [31] =Biagi G.= op. cit. [32] "Considerando gli infrascritti cavalieri la virtù solamente esser quella che concede immortalità ad ogni animo generoso, liberandolo con la eterna fama da ogni oblivion che ne la labile e caduca memoria de li uomini aver loco possa, e che quella da ciascuno meritamente deve esser amata, reverita ed a quel sommo grado che per le umane forze sia possibile esaltata e tanto più quanto ella in persona si ritruovi di ogni altra grazia, e dono di fortuna e natura dotata; per tanto come veri fautori ed amatori di quella e per la verità della quale ogni nobil core deve sempre prender la protezione, e, quando in parte alcuna celarsi e occulta restarsi la veda, produrla in luce e qual chiaro sole farla a tutti risplendere ed apparire: non da alcuna altra passione o fine mossi ed indotti, si offeriscono non pregiudicando alle onorate leggi de la militar disciplina, a tutto il mondo, per un giorno valorosamente sostenere che la loro signora e padrona la Ill.ma S.ra Tullia de Aragonia per le infinite virtù quali in lei risplendono è quella che più merita che tutte le altre donne de la preterita, presente e futura etate; ed acciò che qualunque, de la sua immortal gloria invidioso, diversamente o parlasse o sentisse, possa presto certificarsi e risolversi; declarono detto sostenimento, doversi intendere totalmente secondo l'ordine de torniamenti de li antiqui e gloriosi cavalieri; e così gli inestimabili meriti de la prefata signora, se pure non fussino a sufficenza noti e chiari, secondo il dovere si manifesteranno a lo ardire e valor de li suoi servitori, similmente per tale occasione più celebri e palesi saranno, onde ciascuno poi non dubitano che confessare sarà costretto, sì come a loro non ritrovarsi cavalier di virtù superiori, così a la prefata signora pari o simile non esser mai stata o potere essere nei secoli futuri". I sostenitori del valore della Tullia erano Paolo Emilio Orsini, Accursio Mattei, Brunoro Neccia, Alberto Rippe, Marco da Urbino, e Bernardo Rinuccini. [33] Il Muzio nell'egloga VI del IV libro intitolata _Argia_, dice che la Penelope ebbe per patria l'orribil Adria e que' secreti stagni che le palustri lor superbe canne cercan di pareggiar ai nostri allori. Là per quelle contrade umide e salse a la dolce e vezzosa fanciulletta i lascivi delfin festosi giri tessean saltando intorno; a la sua culla le Nereidi portavano e i Tritoni conche da i marin liti e fresche perle. E più sotto lo stesso Muzio ci fa sapere come da Venezia muovesse con la madre e la Tullia per Ferrara. Indi pargoleggiar su per le rive fu vista un tempo del gran re de' fiumi; poi come la guidava il suo destino varcati d'Apennino i duri gioghi tenne lunga stagione adorni e lieti i poggi d'Arbia e le campagne d'Arno. La sorella della Tullia morì di 13 anni ed 11 mesi nel febbraio del 1549 e fu sepolta nella chiesa di S. Agostino, innanzi all'altar maggiore. L'iscrizione sepolcrale è riportata dal =Galletti= e dal =Forcella=; in essa è chiamata Penelope =Aragona=, quasi la Giulia ferrarese per essere un tempo stata l'amante di un cardinale di casa Aragona avesse il diritto di chiamare Aragonesi anche i figliuoli nati parecchi lustri dopo che il buon cardinale aveva reso l'anima a Dio. [34] Riportiamo per brevità solamente il brano della lettera alla Isabella d'Este che più particolarmente riguarda la Tullia. "V. Ecc. intenderà come gli è sorta in questa terra una gentil cortegiana di Roma, nominata la S.ra Tullia la quale è venuta per istare qui qualche mese per quanto s'intende. Questa è molto gentile, discreta, accorta et di ottimi et divini costumi dotata; sa cantare al libro ogni motetto et canzone, per rasone di canto figurato; ne li discorsi del suo parlare è unica, et tanto accomodatamente si porta che non c'è homo nè donna in questa terra che la paregi, anchora che la Ill.ma S.ra Marchesa di Pescara sia ecc.ma, la quale è qui, come sa V. Ecc. Mostra costei sapere de ogni cosa, et parla pur sieco di che materia te aggrada. Sempre ha piena la casa di virtuosi et sempre si puol visitarla, et è riccha de denari, zoie, colanne, anella et altre cose notabile, et in fine è ben accomodata in ogni cosa . . . . . (_Un'avventura di Tullia d'Aragona_, nella _Rivista storica mantovana_, vol. I, fasc. 1-2, 1885) [35] Anno Domini M.D.XLIII indictione secunda die vero martis VIII mensis Ianuarii Silvester olim . . . . . de Guicciardis ferrariensis contraxit matrimonium cum D. Tullia Palmeria de Aragonia per verba de presenti et anuli dationem et receptionem respective in forma iuris et sacrorum canonum et omni meliori modo, etc. Rogantes, etc. Actum Senis.--Ego Sigismundus Mannius Ugolinius notarius rogatus. (_R. Archivio di Stato in Siena, Scritture concistoriali_, ad annum). [36] 1544 Die dicto (5 februarii) de sero. Hieronymus de Ballatis _Prior_ D. Achilles Orlandinus Conterius de Sansedoniis Franciscus Arengherius . . . . . et deliberaverunt declarare et declaraverunt D. Tulliam de Aragona Sen. habitantem, non esse comprehensam in statuto meretricium, dantes licentiam omnibus et quibuscumque personis locandi domos dicte domine Tullie, et absque aliqua pena, et mandaverunt fieri decretum dicte declarationis et licentie in forma. Et fuit factum infrascripti tenoris: Spectatissimi Domini Executores Generalis Gabelle Magnifici Comunis Sen., convocati et congregati solemniter, etc., audito pluries Domino Aurelio Manno Ugolino procuratore et eo nomine Nobilis domine Tullie filie quondam Constantii de Palmeriis de Aragona et uxoris domini Silvestri de Guicciardis ferrariensis, producente eius mandatum manu Ser Sigismundi Manni notarii, etc., exponente qualiter praefata Domina Tullia ob novam compilationem Statutorum Reipublicae Sen., a nonnullis videlicet indebite et iniuste reputatur et diffamatur, eidem non licuisse nec licere deferre nec portare vestes et alia ornamenta muliebra que licite sunt et conveniunt personis honestis et nobilibus, et commorari et habitare in locis civitatis in quibus licitum est habitare omnibus personis honestis et nobilibus; et quia rei veritas est, quod praefata D. Tullia ducet vitam honestissimam et propterea ea que supradicta sunt sibi non debent quoque modo esse prohibita, producente ad iustificationem predictum processum in Curia Domini Capitanei Iustitie Civitatis Sen., manu ser Lactantii Lucarini notarii publici Sen., nec non decretum magnificorum D. Secretorum Officialium Balie manu Ser Alexandri Boninsegni Notarii publici Sen., et petente in, de ut super predictis de opportuno iuris remedio providero et pro iustitia consulente indemnitati prefate Domine Tullie, servatis servandis, omni meliori modo; Habita plena notitia et clara informatione de omnibus supra narratis de vita, moribus et honestate et qualitate dicte Domine Tullie, visu processu predicto et summa inde lata, testibus in eo examinatis decreto predicto, et omnibus denique visis, auditis et consideratis que videnda et consideranda erant, vigore auctoritatis eisdem concesse a Statutis Reipublicae Sen., servatis servandis et omni meliori modo, etc., Solemniter deliberaverunt prefatam D. Tulliam minime comprehendi in Statuto de meretricibus et questus sui corporis facentibus desponente, sibique licuisse et licere commorare et habitare in quibuscumque locis civitatis ad suum libitum, et vestes ac habitum deferre prout et sicut et in omnibus et per omnia licuit et licet personis et mulieribus honestis et nobilibus, et ita sibi licentiam et facultatem concesserunt, mandantes de predictis sibi publicum fieri decretum, et illud inviolabiliter osservari a quibuscumque personis tam publicis quam privatis sub pena comminationis arbitri quibuscumque in contrarium non obstantibus, et omni meliori modo, rebus tamen stantibus pro ut stant et non aliter nec alio modo. (_Archivio di Stato in Siena, Buste degli esecutori di Gabella, 1544 gennaio I, 1545 giugno 30, c. 12-13_). [37] Die 23 augusti (1544). Operta la cassa fu retrovata una politia et acusa del tenore susseguente, cioè: _La Signora Tullia de Aragona per la pascha di Spirito Santo portò la sbernia contro li Statuti. Ottaviano Tondi, Horatio Pecci, Il Signor Gaspare servitore del Signor D. Giovanni._ Vide in filo processum agitatum super vita causa ex quo apparet de sententia per quam fuit declaratum sibi licere portare sberniam istantibus omnibus, etc., (_R. Archivio di Stato in Siena, Decreti, polizze, ecc. del Capitano di Giustizia del 1544, luglio-dicembre, c. 53_). I documenti da noi riportati a pag. XXXI-XXXVI furono rinvenuti nell'Archivio di Stato di Siena dal compianto Luciano Banchi. [38] =Pecci G. A.= _Continuazione delle memorie storico-critiche della città di Siena fino all'anno M.D.LII._Siena, Bindi, 1758, vol. III, pag. 143. [39] Sonetto XXXVI. [40] =Biagi G.= op. cit.--=Bongi S.= _Il velo giallo di Tullia d'Aragona_. Estratto dalla _Rivista critica della letteratura italiana_, anno III, n. 3, marzo 1886. [41] "Le meretrici non possino portare vesti di drappo e seta d'alcuna ragione, ma sibbene quante gioie e quanto oro e argento esse vorranno, et sia tenuta portare un velo, o vero sciugatoio o fazzoletto o altra peza in capo che habbi una lista larga un dito d'oro o di seta o d'altra materia gialla e in luogo che ella possa essere veduta da ciascuno; et tal segno debbia portare a fine che elle sien conosciute dalle donne da bene e di honesta vita, sotto pena se la ne mancheranno di scudi dieci in oro di oro di sole per ciascheduna volta che le trasgrediranno e sian sottoposte al Magistrato delli spettabili Otto di Balìa, alli spettabili Conservatori di Legge, et alli Offitiali dell'Honestà intra li quali magistrati habbi luogo la preventione da distribuirsi come l'altre pene che di sotto si dichiareranno. (=Contini=. _Legislazione toscana_, vol. I, pag. 332). [42] Edita dal =Bongi=, op. cit., ed ancora dal =Biagi=. [43] Archivio di Stato in Firenze. Luogotenenti e Consiglieri di S. E. il Duca di Firenze. Deliberazioni, _ad annum_. [44] "La S.ra Tulja d'Araona a fronte alle dette dee dar per sua tassa imposta come di sopra S. 40--4". Archivio di Stato in Roma, _Fabbriche camerali_. [45] Il testamento fu rinvenuto nell'Archivio di Stato di Roma dall'archivista Cav. Costantino Corvisieri.--"Del 1556 a dì 2 de marzo. Al nome di Dio, &. Io Tullia de aragona sana per gratia di Dio de mente et intelletto benchè inferma del corpo volendo disporre dei miei beni acciò che doppo morte mia non ne nasca ad alcuno lite o scandalo, ordino et faccio il mio ultimo testamento et mia ultima volontà in questo modo che seguita, cioè: In prima racomando l'anima mia all'altissimo Dio et alla sua gloriosa Madre Vergine Maria et a tutta la corte del cielo. Lasso alla Lucretia mia creata moglie di Matteo hoste questo fornimento di camera cioè queste spalliere verde et questo letto ove io ora giaccio con suoi matarazzi, lenzuoli para uno et una coperta, fuorchè lo sparviere, et più una vesta di rascia negra usata aperta denanzi; Item un roverso rosso nuovo, cioè una sottana de roverso, una saia biancha listata de pagonazo et una lionata, una montatura a la romana, cioè panno listato et lenzolo, dieci scudi d'oro et sia pagata del vino che io ho havuto da lei; Item lasso alla putta Christofora mia serva sia vestita di panno ordinario negro et datole dieci scudi d'oro; item lasso alle povere orfanelle cinque scudi d'oro; item lasso alle monache convertite quella parte chelli viene in rigore della bolla; item lasso alla compagnia del crocifisso un paramento di taffetà negro leggiero semplice. Item lasso a Santo Agostino un mezo scudo di cera ogni anno per ardere il dì de' morti a la mia sepoltura la quale se non serrà arsa alla mia sepoltura da i frati non sia obligato l'herede a darla più. Item lasso che ogni anno si dia mezo scudo per far dir la messa di San Gregorio per l'anima mia. Item lasso a mastro Panuntio medico una veste di rascia negra da medico che gli sia fatta nuova. Item in tutti gli altri miei beni et in tutte le mie ragioni et attioni tanto presenti come d'avenire dovunque siano o saranno io instituisco e faccio e con la mia propria bocca nomino Celio che è in protettione de Messer Pietro Cioccha scalco del cardinale Cornaro, istituisco dicio et faccio detto Celio herede universale al quale lascio tutti i miei beni ragioni et attioni per ragione et causa de universale institutione con patto et conditione che detti miei beni siano venduti et fattone dinari siano posti in luogo chelli fructino nè possi disporre Celio nè altri della principal somma di detti dinari sinchè detto herede non sia all'età di anni venticinque, ma dell'entrata senne nutrisca et serva per impa[ra] re littere et altre virtù. Et se detto herede (che Dio non voglia) mancasse inanzi all'età di venticinque lascio et substituisco herede in vita sua Messer Pietro Chiocca suo protettore con condittione che ogni anno dia dieci scudi a una povera orfana da maritarsi, il restante senne serva messer Pietro per i suoi alimenti et dopo la morte di messer Pietro Chiocca si stribuisca ogni cosa ad opere pie et queste debbiano essere le mie ultime volontà, et mio ultimo testamento li quali voglio che vaglino in virtù et forza di testamento et ultime volontà et se in tal modo per alcun rispetto non potesse valere, voglio che vaglia in virtù et forza di codicillo et di donatione infra vivi o per causa di morte et in quel meglior modo che di ragione può e potrà valere e sostenersi. Et per essere io impedita ho fatto scrivere questo da persona a me fedele et io l'ho sottoscritto di mia propria mano in fede della verità questo dì 2° di marzo 1556. Item lasso di essere sepelita in Santo Agostino e nella sepoltura di mia madre et mia et alle mie esequie non voglio altro che i frati di Santo Agostino et la compagnia del Crocifisso della quale io sonno, et sia sepulta a ventiquattro hore senza cerimonie, semplicemente. Et lasso et instituisco con ogni miglior modo et forma che fare et instituire se puote esecutori di questo mio testamento il Reverendo vescovo di Tolone e Messer Mario Fregapane, i quali supplico per l'amor de Dio et per la fede che ho in loro signorie che vogliano doppo la mia morte fare eseguire a puntino queste mie ultime volontà per magior dechiaratione della quale io come di sopra ho detto mi sottoscrivo di mia propia mano. Io Tullia Aragona affermo quanto sopra et instituisco herede universale Celio come di sopra ho detto. _A tergo autem_, ecc L'entroacluso è il testamento di me Tullia Aragona il quale ho sottoscritto de mia propria mano et ligatolo con el filo et sigillatolo sopra esso filo il quale consegno a M. Virgilio Grandinelli notario pubblico presenti li testimonii sottoscritti da me rogati et non voglio sia aperto se non doppo la morte mia, et in fede di ciò mi sottoscrivo di mia propria mano. Io Tullia Aragona manu propria. _Quorum testium etc. (Archivio di Stato in Roma, Not. A. C. vol. 6298, num. 69)_. [46] Il malevolo Giraldi scriveva di lei che aveva il viso non bello nè piacevole "il quale oltre la bocca larga et le labbra sottili era disordinato da un naso lungo, gibbuto et nella estrema parte grosso et atto a porre sommo difetto in ogni bella faccia s'egli tra le guancie vi fosse posto. (_Ecatommiti_, loc. cit.) [47] In una lettera datata di Venezia li 6 giugno 1537 e scritta allo Speroni esaltandogli il suo _Dialogo_egli diceva: La Tullia ha guadagnato un tesoro che per sempre spenderlo mai non iscemerà, e l'impudicitia sua per sì fatto onore può meritamente essere invidiata dalle più pudiche e dalle più fortunate. [48] Nella commedia del Razzi intitolata la _Balia_(Firenze 1560) in fine della scena VII dell'atto III leggesi: LIVIO (_padrone_). Io non conobbi mai giovane di più alto animo di lei e di più elevato spirito BROZZI (_famiglio_). O degli uomini inferma e instabil mente! Pur ora la chiamaste puttana e femmina di mondo, ed ora per contrario dite tanto ben di lei? LIVIO. Sarebbe forse la prima nobile e d'animo grande che è stata puttana? Che è stata la Tullia d'Aragona, Isabella di Luna e altre? Anche il Lasca che pure si atteggia, benchè un po' tardi, ad amante della Tullia, nel XXII madrigale lagnandosi che la sua donna, anch'essa cortigiana lodata ancor non sia con dolce stile e soave armonia, dice che celebrar si sente ognora con gloria alta e divina e Tullia e Totta e Fioretta e Nannina che, bench'elle sieno oggi al mondo rare, non si ponno agguagliare alla Cecca gentil che m'innamora. [49] Noli discedere a muliere sensata et bona, quam sortitus es in timore Domini: gratia enim verecundiae illius super aurum. (_Eccl_. VII, 21). [50] =Cereseto G. B.= _Storia della poesia in Italia_. Milano, Silvestri, 1857, vol. I. [51] =Aretino P.= _Ragionamenti_. Cosmopoli, 1660, parte I, giornata III.--=Graf A.= op. cit. pag 19 e seg. [52] Il Domenichini nelle sue _Facetie, etc._pag. 32, ricorda una disputa che alcuni cortigiani ebbero in casa dell'Aragona sui pregi del Petrarca. [53] Vedi nota a pag. 29. [54] Per i riscontri usiamo delle _Rime di _=F. Petrarca=_con l'interpretazione di _=G. Leopardi =_e con note inedite di _=F. Ambrosoli=. Firenze, Barbèra, 1879. [55] Questo dialogo fu edito in Venezia dal Giolito nel 1547 in-8 e ristampato a Milano nel 1864 dal Daelli nella sua _Biblioteca rara_con prefazione di Eugenio Camerini (Carlo Téoli). [56] _Il Meschino e il Guerino_. Poema. In Venezia, per Gio. Battista Melchior Sessa, 1560, in-4. [57] =Crescimbeni=, op. cit., vol. I, c. 341. [58] =Gordon di Percel.= _Biblioth. des Romans_, tom. II, pag. 193.--=Crescimbeni=, op. cit., vol. I, carte 331.--=Fontanini G.= _Dell'eloquenza italiana_, lib. I, cap. XXVI.--=Zambrini F.= _Le opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV ecc._Bologna, Zanichelli, 1878.--=Melzi=. _Bibliografia dei romanzi di cavalleria in versi e in prosa italiani_.__Milano, Daelli, 1865. [59] Produciamo a saggio del nostro asserto due sole ottave: Ma de l'ostier l'innamorata figlia non potendo frenar l'accesa voglia, ch'ognun dorma per casa il tempo piglia e poi d'ogni timor lieta si spoglia: disiando il camin di molte miglia, non pensa che 'l Meschin se ne distoglia: ponglisi a canto ignuda, e gli si accosta nè fu pari a la voglia la risposta. Sveglia messer Brandisio, e fagli offerta de la da lui già ricusata preda, de la qual poi che 'l francioso s'accerta non sa s'ancor ben chiaramente creda s'ei non esce a battaglia più aperta dicendo: E basta che mi si conceda, ridendo seco, e franco s'appresenta di sorta tal che la mandò contenta. [60] Mentre il Meschino è condotto alla corte di Pacifero le guide ammirandone il femmineo volto gli chieggono se egli sia uomo o donna: inteso essere uomo gli manifestano l'uso del paese, che ricordava quello di Sodoma. Il Meschino si sdegna, e vorrebbe non entrare in tal corte, ma il re gli fa promettere che sarebbe rispettato, e l'accolse benignamente con ogni onore. E poi la sera volse ch'egli andasse a cena seco e fu sopra un tappeto disteso in terra, e tal fu la sua asse; ma quel lussurioso ed indiscreto senza aspettar che più 'l Meschin cenasse, per mano il piglia e con atto inquieto lo sfrenato desir gli fa palese onde 'l Meschin di collera s'accese. Rinchiuso in prigione per non aver voluto soddisfare Pacifero, vien salvato dalla figliuola del re, che innamoratasi di lui va continuamente a trovarlo ove spesso . . . . . abbraccia al Meschin suo la gola ma ben che freddamente fosse centa da lui nel mezzo con le braccia, fece quel che stimar si può, ma dir non lece. E dopo due sole altre ottave l'innamorata donzella apparisce gravida. [61] Cf. =Rajna P=. _Ricerche intorno ai Reali di Francia_. Bologna, Romagnoli, 1872.--Il Zambrini e il Melzi citano le edizioni del _Guerino_ nell'ordine seguente: Venezia 1473, Bologna 1475, Venezia 1477, ivi 1480, Milano 1480, ivi 1482. L'Aragona ignorava forse l'autore di esso che il Rajna afferma essere Maestro Andrea de' Magnabotti da Barberino di Valdelsa maestro di canto. RIME DI TULLIA D'ARAGONA A DONNA ELEONORA DI TOLEDO DUCHESSA DI FIRENZE *** TULLIA D'ARAGONA Io so bene nobilissima e virtuosissima Signora Duchessa, che quanto la bassezza della condizion mia è men degna della altezza di quella di V. Eccell. tanto la rozzezza de' componimenti miei è minore dello ingegno e giudicio suo; e per questa cagione, sono stata in dubbio gran tempo se io dovessi indirizzare a così grande e così onorato nome quanto è quello di V. Eccell., così picciola e così ignobile fatica, come è quella de' sonetti composti da me più tosto per fuggir l'ozio molte volte, o per non parer scortese a quelli che i loro mi aveano indirizzati, che per credenza di doverne acquistar fama o pregio alcuno appresso le genti. Ma desiderando io di mostrare in qualche modo qualche parte della devotissima servitù mia verso V. Eccell. per gli obblighi che le ho molti e grandissimi sì a lei, e sì a quella dello invitto e gloriosissimo consorte suo, presi ardimento, e mi risolsi finalmente di non mancare a me medesima, ricordandomi che i componimenti di tutti gli scrittori hanno in tutte le lingue, e massimamente quegli de' poeti, avuto sempre cotal grazia e preminenza, che niuno quantunque grande, non solo non gli ha rifiutati mai, ma sempre tenuti carissimi. Perchè io ancorchè, come ho detto, conosca benissimo così l'altezza dello stato suo, come la bassezza della condizione mia, presento umilmente con devotissimo cuore queste mie poche, basse e picciole fatiche, alle moltissime, grandissime e altissime virtù di lei, pregandola con tutto l'animo non al dono voglia nè a chi dona, ma a sè medesima riguardare. I. -- Al Duca di Firenze Se gli antichi pastor di rose e fiori sparsero i tempii, e vaporar gli altari d'incenso a Pan, sol perchè dolci e cari avea fatto a le Ninfe i loro amori: quai fior degg'io Signor, quai deggio odori, sparger al nome vostro, che sian pari a i merti vostri, e tante, e così rari, ch'ognor spargete in me grazie e favori? Nessun per certo tempio, altare, o dono trovar si può di così gran valore, ch'a vostra alta bontà sia pregio eguale. Sia dunque il petto vostro, u' tutte sono le virtù, tempio; altare, il saggio core; Vittima, l'alma mia, se tanto vale. [V. 7 B. pari.; D. cari.] II. -- Allo stesso _(Cod. Magliabecchiano, II, I, IV)._ Se gli antichi pastor di rose e fiori sparsero i tempii, e vaporar gl'altari di maschi incensi a Vener, poichè cari fece e dolci alle Ninfe i loro amori: a voi, che sceso dai più nobil cori degl'angiol sete, e ch'ai desiri miei cari rendete i favor, quai più rari fiori offrirò io? quai grati odori? Veramente non tempio, altare, o dono trovar si può di tal pregio e valore, ch'a vostra cortesia sia merto uguale; fuor che fia 'l petto vostro il tempio, u' sono alti pensieri; e 'l saggio vostro core fia altar; vittima, l'alma mia immortale, [V. 6. Nel mss. leggesi: _miei o cari_.] III. -- Allo stesso Signor, pregio e onor di questa etade, cui tutte le virtù compagne fersi, che con tante bell'opre e sì diversi effetti gite al ciel per mille strade: quai fien, che possan mai tante, e si rade doti vostre cantar prose, nè versi? In voi solo (e son parca) può vedersi giunta a sommo valor, somma bontade. Voi saggio, voi clemente, voi cortese; onde nel primo fior de' più verd'anni vi fu dato da Dio sì grande impero, per ristorar tutti gli andati danni: e, con potere eguale al bel pensero, por sempiterno fine a tante offese. [V. 7 B. sol, - 13 pensiero.] IV. -- Allo stesso Signor d'ogni valor più d'altro adorno: Duce fra tutti i Duci altero e solo: Cosmo, di cui dall'uno all'altro polo, e donde parte, e donde torna il giorno, non vede pari il sol girando intorno: me, che quanto più so v'onoro, e colo, prendete in grado, e scemate il gran duolo de l'altrui ingiusto oltraggio, e indegno scorno. Nè vi dispiaccia, ch'el mio oscuro e vile cantar, cerchi talor d'acquistar fama a voi più ch'altro chiaro, e più gentile; non guardate Signor, quanto lo stile vi toglie (ohimè) ma quel che darvi brama il cor, ch'a vostra altezza inchina umile. [V. 9 D. scuro.] V. -- Allo stesso Nuovo Numa Toscan, che le chiar'onde del tuo bel fiume inalzi a quegli onori ch'ebbe già il Tebro; e le stelle migliori girano tutte al gran valor seconde; le tue virtuti a null'altre seconde, alto suggetto a i più famosi cori, da l'Arbia, ond'oggi ogni bell'alma è fuori, mi trasser d'Arno a le felici sponde. E al primo disio, nuovo disire, m'accende ognor la tua bontà natìa: tal che miglior non spero, o bramo albergo. Così potessi un dì farmi sentire cortese no, ma grata con la mia zampogna, ch'a te sol, bench'indegna, ergo. [V. 1 E. Novo; chiare.] [2 innalzi a quegl'onori.] [6 ai.] [7 Dall'; infiori.] [9 novo.] [11 talchè.] [12 potess'io.] [14 che a te.] [È inserito anche nei _Componimenti poetici delle più illustri rimatrici_ raccolti da LUISA BERGALLI. Parte prima, che contiene le rimatrici antiche fino all'anno 1573. In Venezia 1726, appresso Antonio Mora, _con licenza de' superiori e privilegio_, pag. 110.] VI. -- Allo stesso _(Cod. Magliabecchiano II, I, IV)._ Almo Pastor, che godi alle chiar'onde del più bel fiume che Toscana onori, cui s'aggiran le grazie e i santi amori, lieti spargendo intorno fiori e fronde: le tue virtuti a null'altro seconde, alto soggetto a più gentil pastore, da i colli ornati già di mille allori, mi volser con mie gregge a le tue sponde. E al primo mio disir, nuovo disire, aggiunto ha dentr'al cor tua cortesia, che in le tue piagge eterno sia 'l mio albergo; e vorrei bel almen farmi sentire grata al tener della zampogna mia, ma a dir el ver tant'alto el suon non ergo. VII. -- Allo stesso Signor, che con pietate alta e consiglio, (onde tanto più ch'altro al mondo vali) venisti a medicar gli antichi mali, del fiorito per te purpureo giglio; io che scampata da crudele artiglio, provo gli acerbi e ingiuriosi strali quanto sian di fortuna aspri e mortali, a te rifuggo in sì grave periglio; e solo chieggo umil, che come l'alma secura vive omai ne la tua corte, da la vicina e minacciata morte, così la tua mercè di ben n'apporte tanto, che l'altra mia povera salma libera venga per le ricche porte. [V. 12 B. m'apporte.] [Questo sonetto leggesi anche nel_: Libro primo delle rime spirituali, parte nuovamente raccolte da più autori, parte non più date in luce_. In Venetia, al segno della Speranza, M.D.L. in-12, a carte 40.] VIII. -- Allo stesso Dive che dal bel monte d'Elicona discendete sovente a far soggiorno fra queste rive, ond'è che d'ogn'intorno il gran nome Toscan più altero sona: d'eterni fior tessete una corona a lui, che di virtù fa 'l mondo adorno, sceso col fortunato Capricorno, per cui l'antico vizio n'abbandona. E per me lodi, e per me grazia a lui rendete, o Dive, che lingua mortale, verso immortal virtù s'affanna indarno. Quest'è valor, quest'è suggetto tale, che solo è da voi sole, e non d'altrui: così dicea la Tullia in riva d'Arno. [V. 4 B. suona.] IX. -- Allo stesso Nè vostro impero ancor che bello e raro, nè d'argento e di gemme ampia ricchezza, che men da chi più sa si brama e prezza, vi fanno al mondo sì famoso e chiaro: quanto l'aver, Signor pregiato e caro, la ben nata e gentil anima avvezza, con severa pietate e dolce asprezza perdonar, e punir, ch'oggi è sì raro. Queste vi fanno tal, lunge e dappresso, ch'al grido sol del vostro nome altero l'alma s'inchina, e come può vi onora. E se al caldo disìo fia mai concesso stile al suggetto ugual, ritrarne spero fama immortal, dopo la morte ancora. [V. 1 E. degno e raro.] [10 Che al.] [11 v'onora.] [12 desio.] [13 soggetto.] [B. egual.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 110.] X. -- Alla Duchessa di Toscana Non così d'acqua colmo in mar discende, nè di tante dorate arene vago si mostra al suo paese il ricco Tago, d'onde 'l nome real di voi si prende, come del valor vostro a noi si stende di mille opre divine alto ampio lago: e quante (benchè in dir nulla m'appago) bellezze scorge in voi chi dritto intende. Quest'è l'arena d'oro, e queste l'onde di beltate e virtù, che 'l bello e santo animo e volto vostro, a l'Arno infonde. Non più la Spagna omai gioisca tanto, che s'ella ha 'l Tago con l'aurate sponde, Leonora avrem noi con maggior vanto. [V. 14 B. avremo.] XI. -- Alla stessa O qual vi debb'io dire o Donna o Diva, poi che tanta beltà, tanto valore riluce in voi, che 'l vostro almo splendore abbaglia qual fu mai fiamma più viva? Mi dice un bel pensier che di voi scriva, e renda grazie, e qual si deve onore; ma dove s'erge l'animoso core, non giunge penna, o voce umana arriva. So ch'ogni alto favor da voi mi viene, come la luce al dì da quella stella, che surge in oriente innanzi al Sole. Ma poi che pur al fin mal si conviene a tanta altezza l'umil mia favella, v'appaghi il core in vece di parole. XII. -- Alla stessa Donna reale, a i cui santi disiri grazia già fece la bontà superna di me, ch'or fatto son chiara lucerna sopra i celesti, ardenti, alti zafiri; poi che fuor di sospetto e di martiri, godo del ben che ne l'alme s'interna, deh! non turbate la mia pace eterna col pianto vostro, e co' i vostri sospiri. Qui mi viv'io, dove 'l pensier non erra; dove luogo non ha terreno affetto; e co' i piè calco gli stellanti chiostri. E se quassù giungesser gli occhi vostri, vedendo fatto me novo angeletto, qui bramareste, e non vedermi in terra. [V. 1 B. a cui i.] XIII. -- Alla stessa S'a l'alto Creator de gli elementi sete, Donna Real, cotanto cara, che de la stirpe vostra altera e rara, volle ornare i suoi chiostri eterno ardenti; e s'or, per acquetar vostri lamenti, vi rende il cambio di quell'alma chiara, che di voi nata, tutto 'l ciel rischiara, a Dio lode cantando in dolci accenti; ragion è ben, che con eterni onori vi cantin tutti gli spirti più rari, com'onorata in terra e in ciel gradita. Arno alzi l'acque al ciel, le rive infiori, suonino i tempii, e fumino gli altari, che 'l nuovo parto a festeggiar n'invita. [V. 3 B. De la stirpe vostra.] [6 Il principino D. Pietro morì il 10 giugno 1 47, e D. Garzia nacque il 5 luglio dello stesso anno.] XIV. -- A Maria Salviati de' Medici Anima bella che dal padre eterno creata prima in ciel nuda e immortale, or vestita di vel caduco e frale, mostri qua giuso il gran valore interno: da gli alti chiostri in questo basso inferno u' si n'aggrava il rio peso mortale, scendesti a torne noia e a darne l'ale al sommo bello, al sommo ben superno; chiunque te pur una volta mira, sente sgombrar da l'alma ogni vil voglia, e arder tutta di celeste amore. Dunque ver me col divin raggio spira del disiato tuo santo favore, ch'io voli al Ciel con la terrena spoglia. [V. 7 E. ne.] [9 B. sol.] [11 Ed; tutto. - _Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 111.] XV. -- Alla stessa _(Cod. Magliabecchiano II, I, IV)._ Anima bella, che dal Padre eterno pura fosti creata e immortale, e ingombra di velo oscuro e frale, pur di fuor mostri il tuo valor interno: dal ciel scendesti in questo vivo inferno, u' n'aggrava il terren peso mortale, per innalzarne dibattendo l'ale al sommo bello, e sommo ben superno. Tu di casti pensier, d'onesta voglia ingombri l'alma a chi tuo esempio mira, e le fai vaghe del verace amore. Dunque ver me col vivo raggio spira del desiato tuo almo favore, ch'io m'erga, e inalzi al ciel da questa spoglia. XVI. -- A. D. Luigi di Toledo Spirto gentil, che dal natìo terreno la chiarezza del sangue, e dal ciel chiara anima avesti, e a cui d'ogni più rara virtù colmar le sante Muse il seno; poi che 'l cor vostro è d'alto valor pieno, e real cortesia da voi s'impara, non mi sia, prego, vostra mente avara di ciò, ch'altrui donando, non vien meno. Voi sete quel, ch'avete ambe le chiavi di quegli eccelsi, e gloriosi cori che fan più ch'ancor mai felice l'Arno; or volgetele a me così soavi, ch'entro raccolta, mai non esca fuori; e prego umil non sia 'l mio prego indarno. XVII. -- A D. Pedro di Toledo Ben si richiede al vostro almo splendore del chiaro sangue, e a la virtù eccellente, che si canti Signore eternamente ne' giochi di Parnaso il vostro onore; ond'è ch'a dir di voi, dentr'al mio core s'accende ognor un vivo foco ardente; ma come a l'alta impresa non si sente l'anima ugual, si spenge il novo ardore. Non s'assicura nel profondo seno di vostre glorie entrar mia navicella sotto la scorta del mio cieco ingegno. Solchi 'l gran mar di vostre lodi a pieno più felice alma, a cui più chiara stella porga favore in più securo legno. XVIII. -- A Pietro Bembo Bembo, io che fino a qui da grave sonno oppressa vissi, anzi dormii la vita, or da la luce vostra alma infinita, o sol d'ogni saper maestro e donno, desta apro gli occhi, sì ch'aperti ponno scorger la strada di virtù smarrita; ond'io lasciato ove 'l pensier m'invita de la parte miglior per voi m'indonno: e quanto posso il più mi sforzo anch'io, scaldarmi al lume di sì chiaro foco, per lasciar del mio nome eterno segno. E o non pur da voi si prenda a sdegno mio folle ardir, che se 'l sapere è poco, non è poco, Signor, l'alto disìo. [V. 2 B. dormì; - C. D. dormii.] [3 E. dalla.] [12 Ed oh! - _Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 111.] XIX. -- A Ridolfo Baglioni Signore in cui valore e cortesia giostrano insieme ognor tanto ugualmente, che discerner non puote umana mente, di qual di lor più la vittoria sia; mia fredda Musa a voi già non s'invia per celebrar vostra virtute ardente; ma perch'in voi nomar conosce e sente, sorger nel vostro onor la gloria mia. Ben porta nel mio core un caldo affetto il vivo lume vostro, ch'è sì chiaro, che risplender si vede in ogni parte. Ma prenda voi per degno alto suggetto, chi al quieto Apollo è tanto caro, quanto voi sete al bellicoso Marte. [V. 2 B. egualmente;] [8 C. scorger.] XX. -- A Francesco Crasso La nobil valorosa antica gente, che di novo i fratelli ancisi vede, e in acerbo esilio a pianger riede, Signore, a te, s'inchina umilemente. E potendo vendetta arditamente gridar da' monti, e piaghe, e mille prede, mercè sola e pietate a te richiede, di comune voler, pietosamente. O sanator de le ferite nostre, mira la velenosa e cruda rabbia, che 'l sangue giusto, ingiustamente sugge. Così tosto avverrà, ch'in te si mostre, com'a gran torto, tanti danni or abbia la gente, cui pietate e doglia strugge. [V. 2 B. D. E. nuovo.] [6 B. C. D. E. de' morti. _Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 112.] XXI. -- Al Molza Poscia (ohimè) che spento ha l'empia morte l'alma gentil, ch'in sua più verde etade, a gran passi salìa l'erte contrade che menan dritto a la superna corte; chi fia che leggi così crude e torte, spirti amici d'onor e di bontade, non pianga meco ognor, ch'a le più rade virtù die' sempre il ciel vite più corte? Molza ben pianger dei, poi ch'al camino ove ti sprona un disusato ardire, perduta hai meco la più fida scorta. Io per me dopo sì fero destino non voglio altro, non deggio che morire se morir deve e puote, chi è già morta. [V. 1 B. l'avara; C. D. empia.] XXII. -- Al Colonnello Luca Antonio Poi che rea sorte ingiustamente preme voi, ch'alto albergo sete di valore, sento, spirto gentil, un tal dolore, che con voi l'alma mia ne giace insieme. L'anima mia ne giace, e 'l petto geme, di non poter mostrar nel riso il core, a voi, cui bramo con perpetuo onore, piacer servendo, insino a l'ore estreme Il disìo d'ora in ora a voi mi porta: quindi rispetto onesto mi ritiene: e disvoler conviemmi quel ch'io voglio. In sì dubbioso stato mi conforta, che ben v'è noto quel che si conviene, e questo fa minore il mio cordoglio. [V. 1 E. Poichè.] [2 siete.] [8 all'ore. - _Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 112.] XXIII. -- Ad Ugolino Martelli Mentre ch'al suon de i dotti ornati versi, fate d'Arno suonar l'ampie contrade, cantando insieme a più ch'ad una etade con le virtù, ch'a voi sì amiche fersi, a me, caro Martel, sono tanto avversi i fati, ch'ogni ben dal cor mi cade; e per occulte, solitarie strade, vo' lagrimando il dì che gli occhi apersi. Tal che del pianto mio, del mio languire, languisce e piagne ogni sterpo e ogni sasso, e le fiere e gli augelli in ogni parte. Voi mentre affligge me l'empio martire, deh! consolate lo mio spirto lasso, con vostre eterne e onorate carte. XXIV. -- Allo stesso Più volte, Ugolin mio, mossi il pensiero per risonar con la zampogna mia, vostra rara virtute e cortesia, poggiando al ciel col bel suggetto altero. Ma, lassa, invan m'affanno (o destin fero) che roco è 'l suono, e la mia sorte ria, sì dietro a i miei dolor tutta m'invia, che levarmi da terra, unqua non spero. Cantino altri di voi tanti pastori, che pascon le lor gregge a l'Arno intorno, a cui le Muse, a cui fortuna è amica; io s'unqua al mio felice stato torno, non pur non tacerò miei santi ardori, ma voi sarete mia maggior fatica. [V. 1 E. movo] [10 greggie.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 115.] XXV. -- Allo stesso _(Cod. Vat. Ottob. 1595)._ Ho più volte, Signor, fatto pensiero di risonar con la zampogna mia, di te il valor e l'alta cortesia, salendo al ciel presso al suggetto altiero. Ma, lassa, invan m'affanno, o destin fiero, che roco è 'l suono, e mia fortuna rìa, sì dietro a miei dolor tutta m'invia, che levarmi di terra indarno spero. Cantin di te tanti gentil pastori, che pascon le lor greggie al Po d'intorno, a cui le Muse, a cui fortuna è amica: forse il mio Mopso ancor, fatto ritorno, farà sentir non pur suoi bassi amori, ma tu sarai la sua maggior fatica. [Questo sonetto diretto prima al Martelli, appare qui scritto per il Muzio come chiaramente rilevasi dal nome di _Mopso_.] XXVI. -- Allo stesso Ben sono in me d'ogni virtute accese le voglie tutte, e gli spirti alto intenti; ma 'l poter e l'oprar sì freddi e spenti, ch'io mi veggo aver l'ore indarno spese. Onde non lodi no, ma gravi offese mi son le rime vostre, e però tenti vostr'alto stil, fra tante e sì eccellenti, mille di lui cantar più degne imprese. Ben può celar il ver finta bugia, a qualche tempo, o 'n qualche loco, o parte: ma non sì ch'ei non vinca, e 'n sella stia, dunque per più secura e corta via, rivolgete, Ugolin, tanta vostra arte, ch'in altrui molto, in me poco sarìa. [Risposta al sonetto, del Martelli: _Se lodando di voi quel che palese._] XXVII. -- A Benedetto Varchi Varchi, da cui giammai non si scompagna il coro de le Muse, e ch'a l'affanno com'a la gioia, a l'util com'al danno, sempre avete virtù fida compagna; qual monte, o valle, o riviera, o campagna, non sarìa a voi più che dorato scanno: se come fumo innanzi a lei sen vanno gli umani affetti, ond'altri più si lagna? O perchè errar a me così non lice con voi pe' i boschi, com'ho 'l core acceso, de l'onorate vostre fide scorte? Ch'avendo ogni pensiero al cielo inteso, vivendo viverei vita felice, e morta sperarei vincer la morte. XXVIII -- Allo stesso Varchi, il cui raro e immortal valore, ogni anima gentil subito invoglia, deh! perchè non poss'io, com'ho la voglia del vostro alto saver colmarmi il core? che con tal guida so ch'uscirei fore, de la man di fortuna, che mi spoglia d'ogni usato conforto: e ogni mia doglia cangerei in dolce canto, e 'n miglior ore. Ahi! lassa, io veggio ben che la mia sorte contrasta a così onesto e bel desire, sol perchè manch'io sotto l'aspre some. Ma s'i me pur così convien finire, la penna vostra almen, levi il mio nome fuor degli artigli d'importuna morte. [V. 4 E. saper.] [5 fuore.] [6 Delle.] [11 Sol perch'io manchi.] [_Componimenti poetici_, ecc. ediz. cit. pag. 113.] XXIX. -- Allo stesso Quel che 'l mondo d'invidia empie e di duolo, quel che sol di virtute è ricco e adorno, quel che col suo splendor un lieto giorno chiaro ne mostra a l'uno e all'altro polo: quel sete Varchi voi, quel voi che solo, fate col valor vostro oltraggio e scorno a i più lontan, non ch'ai vicin d'intorno; ond'io v'ammiro, riverisco e colo. E di voi canterei mentre ch'io vivo, s'al gran suggetto il mio debile stile, giunger potesse di gran spazio almeno. O pur non fosse a voi noioso e schivo questo mio dire, scemo e troppo umile: che per voi renderassi altero e pieno. XXX. -- Allo stesso Se 'l ciel sempre sereno e verdi i prati, sieno al bel gregge tuo, dolce pastore vero d'Arcadia e di Toscana onore, più chiaro fra i più chiari e più pregiati: se tanto in tuo favor girino i fati, che mai tor non ti possa il dato core Filli, nè tu a lei tuo santo amore, onde vi gridi ogni uom saggi e beati: dinne, caro Damon, s'alma sì vile e sì cruda esser può, ch'essendo amata renda invece d'amor tormenti e morte. Ch'io temo (lassa) se 'l tuo dotto stile non mi leva il dubbiar, d'esser pagata di tal mercede, sì dura è mia sorte. [V. 7 E. casto.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 114.] XXXI. -- Allo stesso Dopo importuna pioggia s'allegrano i pastor, quando 'l sereno ciel si discopre lor di stelle pieno; e dopo 'l corso de l'instabil luna, ne l'apparir del sole, gioisce ogni animal che brama il giorno; e l'alto Dio lodar ben spesso suole, dopo l'aspra fortuna, spaventato nocchier al porto intorno; e 'l Varchi è al suo ritorno seren, sol, porto: e chi ha d'onor disìo, si rallegra, gioisce e loda Iddio. [V. 10 B. Varchi al; C. D. Varchi è al.] XXXII. -- A Girolamo Muzio Voi ch'avete fortuna sì nimica, com'animo, valor e cortesia, qual benigno destino oggi v'invia a riveder la vostra fiamma antica? Muzio gentile, un'alma così amica è soave valore a l'alma mia, ben duolmi de la dura e alpestra via con tanta non di voi degna fatica. Visse gran tempo l'onorato amore ch'al Po già per me v'arse. E non cred'io che sia sì chiara fiamma in tutto spenta. E se nel volto altrui si legge il core, spero ch'in riva d'Arno il nome mio alto sonar ancor per voi si senta. [V. 1 E. nemica.] [13 all'Arno.] [14 Alto per voi suonare ancor si senta.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 113.] XXXIII. -- Allo stesso Fiamma gentil che da gl'interni lumi con dolce folgorar in me discendi, mio intenso affetto lietamente prendi, com'è usanza a tuoi santi costumi; poi che con l'alta tua luce m'allumi e sì soavemente il cor m'accendi, ch'ardendo lieto vive e lo difendi, che forza di vil foco nol consumi. E con la lingua fai che 'l rozo ingegno, caldo dal caldo tuo, cerchi inalzarsi per cantar tue virtuti in mille parti; io spero ancor a l'età tarda farsi noto che fosti tal, che stil più degno uopo era, e che mi fu gloria l'amarti. [V. 5 E. coll'alta.] [8 foco lo consumi.] [14 d'amarti.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 114.] XXXIV. -- Allo stesso Spirto gentil, che vero e raro oggetto se' di quel bel, che più l'alma disìa, e di cui brama ognor la mente mia essere al tuo cantar caro suggetto; se di pari n'andasse in me l'effetto con le tue lode, onor render potrìa mia penna a te; ma poi mia sorte rìa m'ha sì bramato onor tutto interdetto. Sol dirò, che seguendo la sua stella, l'anima tua da te fece partita, venendo in me, com'in sua propria cella; e la mia, ch'ora è teco insieme unita, ten può far chiara fede, come quella, che con la tua si mosse a cangiar vita. [V. 2 D. Sei; E. desia.] [5 si andasse.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag, 116. - Risposta al sonetto del Muzio: _Donna, il cui grazioso e altero aspetto_.] XXXV. -- A Bernardo Ochino Bernardo, ben potea bastarvi averne co 'l dolce dir, ch'a voi natura infonde, qui dove 'l re de fiumi ha più chiare onde, acceso i cuori a le sante opre eterne; che se pur sono in voi pure l'interne voglie, e la vita al vestir corrisponde, non uom di frale carne e d'ossa immonde, ma sete un voi de le schiere superne. Or le finte apparenze, e 'l ballo, e 'l suono, chiesti dal tempo e da l'antica usanza, a che così da voi vietati sono? Non fora santità, fora arroganza torre il libero arbitrio, il maggior dono che Dio ne diè ne la primiera stanza. XXXVI. -- Ad Emilio Tondi Siena dolente i suoi migliori invita a lagrimar intorno al suo gran Tondi, al cui valor ben furo i cieli secondi, poscia invidiaro l'onorata vita. Marte il pianger di lei col pianto aita, morto 'l campion, cui fur gli altri secondi; io prego i miei sospir caldi e profondi, ch'a sfogar sì gran duol porgano aita. So che non pon recar miei tristi accenti, a voi, messer Emilio, alcun conforto, che fra tanti dolori il primo è 'l vostro. Ma 'l duol si tempri; il suo mortale è morto; vive 'l suo nome eterno fra le genti: l'alma trionfa nel superno chiostro. XXXVII. -- A Tiberio Nari Se veston sol d'eterna gloria il manto quei che l'onor più che la vita amaro, perchè volete voi, gentil mio Naro, render men bella con acerbo pianto quella lode immortale e chiara tanto, di cui mai non sarà chi giunga al paro del valoroso vostro fratel caro, che morendo portò di morte 'l vanto? Scacciate 'l duol è rasserenate il volto; e le unite da lui nemiche spoglie sacrate a lui, che già trionfa in cielo. E da questo mortal caduco velo più che mai vivo, ormi libero e sciolto, par ch'a seguirlo ogni bell'alma invoglie. XXXVIII. -- A Piero Manelli Poi che mi diè natura a voi simile forma e materia, o fosse il gran Fattore, non pensate ch'ancor disìo d'onore mi desse, e bei pensier, Manel gentile? Dunque credete me cotanto vile, ch'io non osi mostrar cantando, fore, quel che dentro n'ancide altero ardore, se bene a voi non ho pari lo stile? Non lo crediate, no, Piero, ch'anch'io fatico ognor per appressarmi al cielo, e lasciar del mio nome in terra fama. Non contenda rea sorte il bel desìo, che pria che l'alma dal corporeo velo si scioglia, sazierò forse mia brama. [V. 7 D. m'ancide.] XXXIX. -- Allo stesso Amore un tempo in così lento foco arse mia vita, e sì colmo di doglia struggeasi 'l cor, che quale altro si voglia martir, fora ver lei dolcezza e gioco. Poscia sdegno e pietate a poco a poco spenser la fiamma, ond'io più ch'altra soglia libera da sì lunga e fera voglia, giva lieta cantando in ciascun loco. Ma 'l ciel nè sazio ancor (lassa) nè stanco de' danni miei, perchè sempre sospiri, mi riconduce a la mia antica sorte; e con sì acuto spron mi punge il fianco, ch'io temo sotto i primi empii martiri cader, e per men mal bramar la morte. [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 115.] [_Parnaso italiano ovvero raccolta di poeti classici italiani_, Venezia 1787, presso Antonio Zatta, vol. XXX, pag. 240.] [_Scelta di sonetti e canzoni dei più celebri rimatori d'ogni secolo_. Quarta edizione con nuova aggiunta. Parte seconda che contiene i rimatori dal 1550 sino al 1600 e del 1600. In Venezia, presso Lorenzo Baseggio, 1784 in-12, a carte 532.] XL. -- Allo stesso Qual vaga Filomela, che fuggita è da l'odiata gabbia, e in superba vista sen va tra gli arboscelli e l'erba, tornata in libertate e in lieta vita; er'io da gli amorosi lacci uscita, schernendo ogni martìre e pena acerba de l'incredibil duol, ch'in sè riserba qual ha per troppo amar l'alma smarrita. Ben avev'io ritolte (ahi stella fera!) dal tempio di Ciprigna le mie spoglie, e di lor pregio me n'andava altera; quand'a me Amor: le tue ritrose voglie, muterò, disse; e femmi prigioniera di tua virtù, per rinovar mie doglie. XLI. -- Allo stesso Felice speme, ch'a tant'alta impresa ergi la mente mia, che ad or ad ora dietro al santo pensier che la innamora, sen vola al Ciel per contemplare intesa. De bei disir in gentil foco accesa, miro ivi lui, ch'ogni bell'alma onora, e quel ch'è dentro, e quanto appar di fora, versa in me gioia senz'alcuna offesa. Dolce, che mi feristi, aurato strale, dolce, ch'inacerbir mai non potranno quante amarezze dar puote aspra sorte; pro mi sia grande ogni più grave danno, che del mio ardir per aver merto uguale più degno guiderdon non è che morte. [CRESCIMBENI: _Istoria della volgar poesia_, Venezia, presso Lorenzo Baseggio, 1730, vol. IV, pag. 68.] XLII. -- Allo stesso S'io 'l feci unqua che mai non giunga a riva l'interno duol, che 'l cuor lasso sostiene; s'io 'l feci, che perduta ogni mia spene in guerra eterna de vostr'occhi viva; s'io 'l feci, ch'ogni dì resti più priva de la grazia, onde nasce ogni mio bene; s'io 'l feci, che di tante e cotai pene, non m'apporti alcun mai tranquilla oliva; s'io 'l feci, ch'in voi manchi ogni pietade, e cresca doglia in me, pianto e martìre distruggendomi pur come far soglio; ma s'io no 'l feci, il duro vostro orgoglio in amor si converta: e lunga etade sia dolce il frutto del mio bel disire. XLIII. -- Allo stesso Se ben pietosa madre unico figlio perde talora, e nuovo, alto dolore le preme il tristo e suspiroso core, spera conforto almen, spera consiglio. Se scaltro capitano in gran periglio, mostrando alteramente il suo valore, resta vinto e prigion, spera uscir fuore quando che sia con baldanzoso ciglio. S'in tempestoso mar giunto si duole spaventato nocchier già presso a morte ha speme ancor di rivedersi in porto. Ma io, s'avvien che perda il mio bel sole, o per mia colpa, o per malvagia sorte, non spero aver, nè voglio, alcun conforto. XLIV. -- Allo stesso Se forse per pietà del mio languire al suon del tristo pianto in questo loco ten vieni a me, che tutta fiamma e foco ardomi, e struggo colma di disire, vago augellino, e meco il mio martìre ch'in pena volge ogni passato gioco, piangi cantando in suon dolente e roco, veggendomi del duol quasi perire; pregoti per l'ardor che sì m'addoglia, ne voli in quella amena e cruda valle ov'è chi sol può darmi e morte e vita; e cantando gli di' che cangi voglia, volgendo a Roma 'l viso, e a lei le spalle, se vuol l'alma trovar col corpo unita. XLV. -- Allo stesso Ov'è (misera me) quell'aureo crine di cui fe' rete per pigliarmi Amore ov'è (lassa) il bel viso, onde l'ardore nasce, che mena la mia vita al fine? Ove son quelle luci alte e divine in cui dolce si vive e insieme more? ov'è la bianca man, che lo mio core stringendo punse con acute spine? Ove suonan l'angeliche parole, ch'in un momento mi dan morte e vita? u' i cari sguardi, u' le maniere belle? Ove luce ora il vivo almo mio sole, con cui dolce destin mi venne in sorte quanto mai piovve da benigne stelle? XLVI. -- Ad Alessandro Arrighi Spirto gentil, s'al giusto voler mio non è cortese il cielo e amico tanto, ch'io possa con ragion lodarvi quanto me fate, e io far voi spero e desio; dolgomi del mio fato acerbo e rio, che ciò mi niega, rivolgendo in pianto il mio già lieto e dilettoso canto, per cui fan gli occhi miei si largo riso. Ma se fortuna mai si mostra amica a le mie voglie, non dubito ancora poter cantarvi tal qual mio cor brama, e far sentir per questa piaggia aprìca quant'è 'l valor, ch'in voi mio core onora, piacciavi s'or lo riverisce e ama. [Risposta al sonetto dell'ARRIGHI: _S'un medesimo stral duo petti aprìo_.] XLVII. -- A Lattanzio de' Benucci Io ch'a ragion tengo me stessa a vile, nè scorgo parte in me che non m'annoi, bramando tormi a morte e viver poi ne le carte d'un qualche a voi simile, cercando vo per questo lieto aprile d'ingegni mille, non pur uno o doi suggetti degni de i più alti eroi, e d'inchiostro al mio tutto dissimile. Però dovunque avvien, che mai si nome alteramente alcuno, indi m'ingegno trar rime, onde s'eterni il nome nostro. E spero ancor, se 'l mio cangiar di chiome non rende pigro questo ardito ingegno, d'Elicona salire al sacro chiostro. [Risposta al sonetto del BENUCCI: _Deh, non volgete altrove il dotto stile_.] XLVIII. -- Ad Antonio Grazzini _(Lasca)_ Io che fin qui quasi alga ingrata e vile sprezzava in me così l'interna parte, come u' di fuor, che tosto invecchia e parte da noi ben spesso nel più bello aprile, oggi, Lasca gentil, non pur a vile non mi tengo (mercè de le tue carte) ma movo ancor la penna ad onorarte, fatta in tutto a me stessa dissimile. E come pianta che suggendo piglia novo licor da l'umido terreno manda fuor frutti e fior, benchè s'attempi: tal'io potrei, sì nuovo mi bisbiglia pensier nel cor di non venir mai meno, dar forse ancor di me non bassi esempi. [V. 3 B. un; C. D. u'] [Risposta al sonetto del LASCA: _Se 'l vostro alto valor, Donna gentile_.] XLIX. -- A Nicolò Martelli Ben fu felice vostro alto destino, poi che vena vi die' tanto feconda, che 'l santo Apollo il vostro dir seconda più ch'ei non fece al suo diletto Lino. Il coro de le Muse a capo chino lieto v'onora, e 'l bel crin vi circonda di vaghi fiori e d'odorata fronda: perchè ragion è ben s'a voi m'inchino. Il cantar vostro l'anime innamora, e le fa da se stesse pellegrine, che celeste virtù può ciò che vuole. E 'n voi mirando grazie sì divine chi ha più gentil spirto più v'onora, altri d'invidia si lamenta e dole. [V. 7 adorata; C. D. odorata.] [8 E. Quindi.] [11 fa.] [14 duole.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 116. - Risposta al sonetto del MARTELLI: _Se 'l mondo diede allor la gloria a Arpino._] L. -- A Simone Porzio Porzio gentile, a cui l'alma natura e i sacri studi han posto dentro 'l core virtù, ch'esser vi fa primo cultore di lei, cui 'l cieco mondo oggi non cura; poi che rendete a feconda coltura sue alpestre piaggie, onde d'eterno onore semi spargete, e d'immortal valore cogliete frutti che 'l tempo non fura; piacciavi, prego, che vostra alta mente a l'umil pianta mia volga il pensieio, s'ella forse non n'è del tutto indegna, che di quel che per me poter non spero, col favor vostro a la futura gente di maraviglia ancor si farà degna. LI. -- A Giordano Orsini Alma gentil, in cui l'eterna mente, per farvi sovra ogni alma, bella e chiara, pose ogni studio; onde per voi s'impara la via di gir al ciel sicuramente; sì come il mondo della più eccellente cosa di voi non ha, nè tanto cara; e come sola sete e non pur rara d'ogni virtute ornata interamente; potess'io dirne appien quanto 'l cor brama, che d'invidia empirei e di dolore ogni spirto più saggio e più gentile, benchè vostro valor eterna fama per se vi acquisti, caro mio signore, quanto 'l sol gira e Battro abbraccia e Tile. LII. -- Al Card. di Tournon Sacro pastor, che la tua greggia umile, di caritade acceso e d'Amor pieno, guidi fuor del mortal camin terreno, per ricondurla al suo celeste ovile; se 'l ben'oprar ti rende a Dio simile, or che raggio divin le scalda il seno, ricevi o Santo nel tuo pasco ameno questa tua pecorella errante e vile; sì che possa ridotta in piagge apriche, ove nocer non può contraria sorte, nè fiere stelle al nostro danno intente; poste in oblìo l'acerbe sue fatiche fuggir le pompe, e disprezzar la morte, tenendo sempre in Dio ferma la mente. [Sta nel: _Sesto libro delle rime di diversi eccellenti autori, nuovamente raccolte et mandate in luce con un discorso di GIROLAMO RUSCELLI, al molto Reverendo et honoratiss. Monsignor Girolamo Artusio. Con gratia et privilegio_. In Vinegia, al _Segno del Pozzo_, M.D.LIII, a carte 182.] LIII. -- Allo stesso Signor nel cui divino alto valore tanto si gloria l'una Gallia altera, e l'altra tutta mesta e afflitta spera por fin a l'aspro suo grave dolore, poscia che voi tornando, il suo splendore torna e fa bella Roma: ecco la sparsa chioma, ella v'accoglie lieta, e manda fore, voci gioconde a asciuga gli occhi molli, e Tornon grida 'l Tebro e i sette colli. La pace, la letizia, a la sublime schiera de le virtù sacre, ch'a noi spariro al partir vostro, ora con voi riedono, e fan contesa al tornar prime le Muse a celebrarvi in versi e in rime; destano i chiari spirti, ond'or s'ergano i mirti, e i lauri spargon l'onorate cime, e prima de l'usato il mondo infiora, e l'aria empie d'odor Favonio e Flora. Fra tanto almo gioir, fra tanta festa, ch'oggi al vostro tornar si mostra e sente, anch'io la speme, e la letizia spente poter nudrir ne l'alma dubbia e mesta, se mirate, Signor, quel che m'infesta noioso e aspro duolo che voi potete solo ridurmi in porto da crudel tempesta, e volgendo ver me pietoso il ciglio trar mia vita di doglia e di periglio. Canzon, se innanzi a lui per grazia arrivi, che dee chiuder di Giano il tempio aperto, benchè nulla è 'l mio merto, pregal, che sola non mi lasci in guerra poi che per lui si spera pace in terra. [_Sesto libro delle Rime_ raccolte dal RUSCELLI, Venezia 1553, c. 183.] LIV. Se materna pietate afflige il core onde cercando in questa parte e in quella il caro figlio tuo, Lilla mia bella, piangi, e cresci piangendo il tuo dolore: a te, ch'animal se' di ragion fore, e non intendi (ohimè) quanto rubella sia stata ad ambe noi sorte empia e fella, togliendo a te 'l tuo figlio, a me 'l mio amore; che far (lassa) degg'io? Qual degno pianto verseran gli occhi miei dal cor mai sempre, che conosco il tuo male, e 'l mio gran danno? Chi potrà di Psichi con alto canto cantar l'altere lodi: o con quai tempre temprar quel, che mi da sua morte affanno? [V. 3 Lilia; C. D. Lilla.] [5 C. D. sei.] [12 C. D. Chi di Psichi potrà.] LV. Ben mi credea fuggendo il mio bel sole scemar (misera me) l'ardente foco con cercar chiari rivi, e starne a l'ombra ne i più fronzuti e solitarii boschi; ma quanto più lontan luce il suo raggio tanto più d'or in or cresce 'l mio vampo. Chi crederebbe mai che questo vampo crescesse quanto è più lontan dal sole? E pur il provo, che quel divin raggio quant'è più lunge più raddoppia il foco: nè mi giova abitar fontane o boschi, ch'al mio mal nulla val, fresco, onda od ombra. Ma non cercherò più fresco, onda od ombra, che 'l mio così cocente e fero vampo non ponno ammorzar punto fonti o boschi; ma ben seguirò sempre il mio bel sole, poscia che nuova salamandra in foco vivo lieta, mercè del divo raggio. [V. 10 B. longe; C. D. lunge.] [LV.] _(Codice Vat. Ottob. 1595, c 118-119)_ Ben mi credea fuggendo il mio bel sole scemar misera a me l'estremo fuoco, con cercar chiari rivi e stare all'ombra dei verdi faggi ed abitar fra boschi; ma quanto più lontano è il suo bel volto tanto più d'or in or cresce 'l mio vampo. Chi crederebbe mai che questo vampo crescesse quanto è più lontan dal sole? Io pur il provo, che quel divin volto accresce e 'n me raddoppia ognor il fuoco, nè mi giova cercar fontane o boschi, che questo sol non cuopre e frondi ed ombra. Non cercarò vie più posare all'ombra per minuire il mio cocente vampo, nè, lassa, errando, gir tra folti boschi; ma ben seguirò io sempre quel sole per cui sì lieta mi nutrico in fuoco, che a ciò mi sforza il cielo col suo bel volto. Deh! perchè non m'alluma il vivo raggio ovunqu' io vado, o per sole o per ombra, che lieta soffrirei sì dolce foco, e contenta morrei del suo gran vampo? Ma non spero giammai, lassa, che 'l sole scopra giorno sì chiaro in questi boschi. Ond'avrò sempre in odio i monti e i boschi che m'ascondon la luce di quel raggio, che splende e scalda più de l'altro sole; biasmi chi vuole e fugga i raggi a l'ombra, ch'io per me cerco sempre e lodo il vampo che m'arde e strugge in sì possente foco. Quanto dunque mi fora grato il foco, ingrati i monti, e le fontane, e i boschi, u' non veggo il mio sole e sento il vampo s'io potessi appressar l'amato raggio e del mio stesso corpo a lui far ombra, e quando parte e quando torna il sole. Prima sia oscuro il sole e freddo il foco, nè faranno ombra in nessun tempo i boschi, che del bel raggio in me non arda il vampo. [V. 11 B. certo.] Deh! perchè non è meco il sacro volto dovunque io vadi, o per sole o per ombra, ch'avria forse men forza al cuore il fuoco e soffrirei più lieta ogni mio vampo; ma puote solo un raggio del mio sole farmi beata ne gli ombrosi boschi. E perciò in odio avrò sempre quei boschi che torrammi il veder del sacro volto, e i chiari raggi dell'almo mio sole che fean sgombrar le nube e fuggir l'ombra, e me sola gioir nel chiaro vampo qual salamandra nel più ardente fuoco. Quanto mi fora dilettoso il fuoco, noiosi i fonti e via men grati i boschi, men cari i faggi e men noioso il vampo, s'unir potessi il mio volto al bel volto e col mio stesso corpo al suo far ombre, ben d'arder godrei toccando il sole. Deh, dicesse il mio sole: anch'io sto in foco però non cercar più ombra ne' boschi, che vo' che 'l volto mio tempri il tuo vampo. [Questo componimento fu probabilmente diretto al MANELLI, quantunque il _sacro volto_ lasci credere trattarsi di qualche porporato.] LVI. Alma del vero bel chiara sembianza, a cui non può far schermo nè riparo così gentil e cristallina stanza che non mostri di fuor l'altero e raro splender, che sol ne da ferma speranza del ben, ch'unqua non fura il tempo avaro: deh! fa, se morta m'hai, ch'in te rinnovi acciò di doppia morte il viver pruovi. [CRESCIMBENI. _Istoria della volgar poesia_, ecc., ediz. cit., vol. I, pag. 36.] LVII. _(cod. Vat. Ottob. 1595, c. 119)_ Lieto viss'io sotto un bianco lauro e vivrò fin che 'l bianco amor m'infondi non per ornar le tempie d'ostro e d'auro ma sol delle tue sacre altiere frondi; ma poi che più e più volte il sole in Tauro tornato fa che i suoi bei crini ascondi se s'affredda stagion mutarà il corso, i frutti seccarà, le frondi e il dorso. [Questa stanza è attribuita all'Aragona e diretta a _Madonna Laura Spinelli_, alias _Ninì_. Nell'edizione prima delle _Rime_ posseduta dalla Biblioteca Vittorio Emanuele il sonetto n. XXX porta scritto sopra a penna: alla _S. Philomena Ninì_.] RIME A TULLIA D'ARAGONA 1. -- Di Girolamo Muzio Amor nel cor mi siede e vuoi ch'io dica di qual esca racceso a l'alma mia sia 'l novo ardor, qual il soggetto sia ch'è de l'animo mio dolce fatica. Alma gentil d'alti pensieri amica, lumi amorosi, angelica armonia, fan ch'ogni mio disir lieto s'invia per le vestigia de la fiamma antica. Colei ch'io canto, nacque in su le sponde del chiaro fiume che d'eterni allori ben mille volte ornò le verdi chiome; visse in tenera etate presso a l'onde del più bel fonte che Toscana onori: la sua stirpe è Aragon: Tullia il suo nome. 2. -- Dello stesso Donna che sete in terra il primo oggetto a l'anime amorose e ai gentil cori, e i cui gloriosi e alteri onori sono al mio stile altissimo soggetto; in voi stessa si volga il chiaro aspetto de l'alma vostra, in cui degli alti cori risplende il bel, e 'n tutti i vostri ardori fiammeggiar si vedrà celeste affetto. Vedrete in voi mirando l'alma mia, ch'in voi sempre si specchia e si fa bella, per infiammarvi in me del vostro lume. E 'l farà sì, per quel che mi favella nel petto amor, se rio mortal costume dietro a bassi pensier non vi disvia. 3. -- Dello stesso Anima bella, che da gli alti chiostri fosti mandata in questo cieco inferno a consumar nel suggetto ampio e eterno, i più famosi e più purgati inchiostri; mentre s'affannan gl'intelletti nostri a contemplar il tuo valore interno, con la voce e con gli occhi al ben superno gl'inalzi, e d'ire al ciel la via ne mostri. Quinci è che quale ha in terra alma più rara, infiammata dal sol, ch'in te riluce, più lieta a te rivolge ogni pensero. Ed io, poi che tua fiamma in me traluce, forse più ch'in altri soave e chiara, e porto 'l cor d'eterna gloria altero. 4. -- Dello stesso Quando 'l raggio del bel, ch'in voi risplende, per l'orecchie e per gli occhi al mio mortale trapassa, o Donna, un chiaro ardor m'assale, che d'eterno disio tutto m'incende. L'anima allor, che 'l novo affetto intende mover d'alta cagione, ogni mortale piacer schernendo, e al ciel battendo l'ale, verso l'amato lume il camin prende: e com'aquila al sol drizzando gli occhi al foco vostro s'erge a la salita, dove alfin pace le promette amore. Deh! siate larga a lei del bel splendore, e porgete al suo volo pronta aita, acciocchè inferma e cieca non trabocchi. 5. -- Dello stesso Mentre le fiamme più che 'l sol lucenti, onde amor m'arde e già gran tempo m'arse, vaghi occhi miei non vi si mostran scarse, mandate nel mio core i raggi ardenti; orecchi miei, mentre bramosi e intenti notate 'l suon, che di su in terra apparse, e ne van le sue voci all'aura sparse, inviate a la mente i sacri accenti; anima mia, mentre in mort