The Project Gutenberg EBook of Alessandro Manzoni, by Alessandro De Gubernatis Copyright laws are changing all over the world. Be sure to check the copyright laws for your country before downloading or redistributing this or any other Project Gutenberg eBook. This header should be the first thing seen when viewing this Project Gutenberg file. Please do not remove it. Do not change or edit the header without written permission. Please read the "legal small print," and other information about the eBook and Project Gutenberg at the bottom of this file. Included is important information about your specific rights and restrictions in how the file may be used. 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Letture fatte alla _Taylorian Institution_ di Oxford nel maggio dell'anno 1878 NOTEVOLMENTE AMPLIATE. FIRENZE. 1879. INDICE DEL VOLUME. A FEDERICO MAX MULLER Proemio del Libro I. Prologo II. La nobiltà del Manzoni III. Il Manzoni a scuola IV. Primi versi V. Il Manzoni ed il Parini VI. Il _Trionfo della Libertà_ VII. Il Manzoni Poeta satirico VIII. Il Manzoni e Vincenzo Monti IX. I primi amici X. Carme autobiografico XI. Il Manzoni a Parigi XII. L'_Urania_.--L'Idillio manzoniano XIII. La Conversione XIV. Il Manzoni a Brusuglio.--Gl'_Inni Sacri_ e la _Morale cattolica_ XV. Il Manzoni Poeta drammatico XVI. Il Manzoni unitario XVII. Intermezzo lirico: Le strofe del _Marzo 1821_--Il _Cinque Maggio_ XVIII. I _Promossi Sposi_ XIX. Il Manzoni e la critica A FEDERICO MAX MÜLLER Professore nella Università di Oxford e Curatore della _Taylorian Institution_ _Illustre Amico_, _Nessuno meglio di Voi potrebbe dire in qual modo sia nato inaspettatamente questo mio nuovo tenue volume. Chè, se mia fu la scelta del tèma, Vostro fu il merito, posto che il libro non accresca i miei torti verso le lettere, se mi venne fornita l'occasione di scriverlo. E quale occasione! La più solenne che amor proprio di autore potesse ambire. Nè contento di avermi coi vostri insigni colleghi, i Curatori di codesta illustre _Tayloriana Istituzione_ intesa a promuovere fra gli Inglesi lo studio delle lingue e delle letterature moderne, messo in condizione di ragionare per tre volte, innanzi ad un pubblico veramente eletto, intorno al sommo fra i nostri scrittori contemporanei, la vostra bontà e cortesia volle non pure che, tra le agiatezze della vostra casa ospitale, io dimenticassi in Inghilterra la mia condizione di straniero, ma ancora che, nelle vostre domestiche contentezze, se pure visibilmente contristate da un amaro ricordo, io vedessi, in alcune parte, l'immagine di quelle vivissime che mi attendevano al mio ritorno in patria. A Voi, illustre concittadino ed ammiratore di quel Goethe che diede al Manzoni nostro il vero battesimo della gloria, a Voi avvezzo, dal cielo olimpico e luminoso in cui spaziate, a contemplar le cime più ardue di quell'_açvattha_ infinito, ch'è l'albero della scienza, non increscerà, io spero, dopo avere, con la vostra costante benevolenza accresciuto coraggio al vostro amico lettore, se io sono in qualche modo riuscito a presentarvi del Manzoni un ritratto abbastanza fedele, ritrovacelo nuovamente innanzi come figura degna di Voi; questo ritratto, in ogni maniera, nel mio desiderio Vi appartiene, se non altro come ricordo di quegli obblighi di sentita gratitudine, per i quali sono lieto io medesimo di non esservi più interamente straniero. Con questi sentimenti, gradite, illustre amico, il libro che Vi invio con la fiducia, non vorrei dire solamente speranza, che ne durasse lungamente in Voi la memoria, se non per alcun merito particolare del biografo, almeno sicuramente per la nobiltà della vita intellettuale che impresi a descrivere, dalla quale, fin che le nuove generazioni deriveranno luce ed esempio, le lettere continueranno sempre a sostenere il loro desiderabile e necessario ufficio d'instauratrici amabili e generose di ogni civile sapienza._ Il vostro ANGELO DE GUBERNATIS. PROEMIO DEL LIBRO Il Discorso che segue, col quale tentai di studiare la vita del primo fra i nostri moderni scrittori, fu letto in tre giorni consecutivi dello scorso maggio in una sala della _Taylorian Institution_ di Oxford, innanzi ad eletto uditorio che mi è venuto intorno, fino all'ultimo, crescendo per numero e benevolenza. Dovendo ogni lettura restringersi al breve giro di un'ora, dovetti pure, per non abusare della pazienta de' miei cortesi uditori, sopprimere parecchie parti del Discorso che io avea preparato per la importante & splendida occasione, e che un'ora non avrebbe bastato a svolgere. Desidero ora dunque ricolmare nella stampa le inevitabili lacune di que' discorsi, lieto d'offrire, per intiero, ai dotti e gentili Curatori dell'Istituto Oxoniano e a' miei proprii concittadini il frutto di que' pochi studii da me fatti sopra lo scrittore italiano, che ho più ammirato nell'età nostra e dal nome del quale tolse pure il proprio il carissimo fanciullo nel quale io ho riposto le mie migliori speranze. Mi sia ora indulgente la critica, com'io sono sicuro che furono onesti tutti gl'intendimenti che mi hanno mosso a scrivere; e chi ha poi qualche cosa di meglio e di più da dire intorno al Manzoni lo dica, che non troverà, per un tèma così simpatico, alcun lettore più attento di me e più desideroso d'imparare. Io non sono, e lo dichiaro subito, idolatra d'alcun nome; ma è pure tanto in me il sentimento della grandezza dell'uomo che ha chiuso in Italia tutto un secolo di storia letteraria, che spero di non essere accusato per falsa modestia, s'io confesso ingenuamente che il tèma altissimo mi sgomenta, e ch'io lo riconosco, pur troppo, superiore ad ogni mia virtù. S'io dovessi qui solamente discorrere degli scritti di Alessandro Manzoni, mi farei animo a ragionarne, reso forte ed illuminato dal consenso ammirativo dell'universo che legge; ma quando un uomo s'inalza alla grandezza del Manzoni, quando, dopo avere contemplato questo mirabile gigante dell'arte nostra, è necessità persuadersi che la sua originalità è specialmente riposta nel suo modo particolare di sentire, e questo modo di sentire non si può bene comprendere e non si ha quindi il diritto di giudicarlo, se non fa germogliare insieme il proponimento virtuoso di conformare la propria vita a que' sentimenti medesimi, io mi domando con piena sincerità: "Sono io degno di parlare di Alessandro Manzoni?" Io non voglio inalzarmi qui come critico sopra di esso; voglio anch'io guardare in su, e con tanto maggior obbligo di Giuseppe Giusti che pure avrebbe avuto per la qualità dell'ingegno il diritto di guardare il Manzoni in faccia; ma le parole verrebbero a morirmi sopra le labbra, se io non sapessi ammirare il Manzoni altrimenti che come un altro uomo che sia stato più grande di noi tutti, per sè stesso soltanto, e non ancora per lasciarci alcun memorabile esempio. Ora io che ho sempre desiderato richiamare molta gioventù della mia terra a ristudiarlo con me, io che lo propongo sicuramente ad esempio[1] non lo potrei, non dovrei poterlo fare, se prima non avessi fatto promessa a me medesimo di seguire docilmente i principii di quella filosofia letteraria che ammiro sovra ogni altra. E, pur troppo, per quanto sia grande in me il desiderio, sento povere le forze ed insufficienti all'uopo; e ripeto, pieno di confusione e di sincerità, il _domine, non sum dignus_. Ma io prevedo, pur troppo, a questo punto il moto impaziente di alcuni lettori, i quali prima di proseguire avranno già sentenziato presso a poco così: "Abbiamo capito, l'Autore ci promette un panegirico, invece d'uno studio critico; invece d'un Manzoni diminuito e fatto minutamente, come ora si deve, in pezzi, avremo un Manzoni altissimo, iperbolico, messo sugli altari ed idealeggiato, per edificazione de' buoni." Chi ha di tali impazienze non legga più oltre. Io voglio sì, io spero provare come il Manzoni fu grande, com'egli è stato, e sarà forse ancora per molto tempo, il massimo de' nostri scrittori; ma chi teme una tale dimostrazione, chi non la permette, chiuda il libro; che, in verità, io non lo scrivo con la speranza di convertire alcun profano, ma nel desiderio, il quale può ingannarmi, ma è onesto, di delineare il Manzoni quale mi apparve, dopo averlo ricercato attentamente ne' suoi scritti e nelle memorie del nostro tempo; e, poichè ne verrà fuori, come io spero, non solo la figura di un grande scrittore, ma ancora quella di un grand'uomo, sì mi tenta anche la speranza che alcuno già ben disposto, innamorandosi più forte della sua figura, si giovi dell'esempio che sotto di essa si cela, come tento io stesso di cavarne come posso alcun profitto non solo per l'arte dello scrivere, ma per quella assai più difficile del vivere. Da queste stesse parole si deve, parmi, capire che io non mi propongo di scrivere la vita d'un Santo; se il Manzoni fosse stato un uomo perfetto in ogni cosa, non ci rimarrebbe altro che adorarlo. Ma poich'egli era mortale come noi e soggetto ad errare ed alcuna volta può avere anch'esso umanamente errato, sarà utile a noi l'apprendere in qual modo egli vincesse le sue battaglie ideali, e quale ostinazione virtuosa egli abbia messo per vincere. "Ma noi non vogliamo più la noia di libri siffatti, che ci diano la biografia d'uno scrittore, con l'intendimento dichiarato di offrirci un modello virtuoso. Dateci l'uomo come l'avete visto. Penseremo noi alla conclusione, se ce ne sarà da farne alcuna, o non ne faremo, che sarà il meglio. Risparmiateci dunque i vostri fervorini." Sento già correre in aria queste parole più di minaccia che di consiglio; e, mettendomene in pensiero, prometto, fin d'ora, che risparmierò i fervorini, quanto mi sarà possibile, ma non prometto poi nulla di più: perchè, se, nello scrivere, mi accadrà, in qualche momento, che il cuore mi batta un poco più rapido, e mi esca per avventura una parola più calda, io non sacrificherà quel po' di fuoco che m'accende ancora, ad alcun domma della nuova critica; poichè io non ammetto, e lo dichiaro subito, in alcuna opera d'arte, principii, i quali escludano il principale, anzi il solo creatore d'ogni arte grande, che è il sentimento. [1] Che la mia venerazione pel Manzoni sia óramai antica, ne recherò qui un breve documento. Ero studente nella Università di Torino; nella Facoltà di lettere si era disegnata la fondazione di un giornale letterario; io doveva esserne il direttore e proporne il titolo. Posi innanzi il nome di _Alessandro Manzoni_. Ma, temendo pure che al Manzoni potesse non piacere che da lui s'intitolasse un giornale di studenti, il quale avrebbe potuto riuscir battagliero, gli scrissi, in nome de' miei compagni, per domandare un permesso che alla nostra fiera, ma pur delicata, baldanza giovanile pareva necessario. Il venerando uomo si turbò all'idea che il suo nome potesse diventar simbolo di una battaglia di giovani, e c'indirizzò la lettera seguente, finqui inedita, l'autografo della quale trovasi ora nelle mani dell'egregio Antonio Ghislanzoni a Lecco: "Pregiatissimi Signori, Non ho mai avuto nell'animo un conflitto d'opposti sentimenti, come quello d'una profonda riconoscenza e d'un vivo dispiacere che m'ha fatto nascere la troppo cortese lettera, di cui m'hanno voluto onorare. Ma la benevolenza che attesta in ogni sua parte, mi da la certezza che di que' sentimenti non mi rimarrà che il primo. Per codesta così spontanea e per me preziosa benevolenza, Vi prego dunque, o Signori, di non dare al giornale, l'annunzio del quale mi rallegra, il titolo che v'eravate proposto. Sarebbe una cagione di vero e continuo turbamento alla mia vecchiezza, che, per quaggiù, non aspira ad altro che alla quiete. L'indulgentissimo vostro giudizio è già una gran ricompensa per de' lavori che non hanno altro merito, che d'esser fatti in coscienza. Confido, anzi mi tengo sicuro che non me la vorrete cambiare in un castigo, e che potrò goder subito in pace la speranza de' frutti che mi promette il saggio del vostro ingegno e del vostro cuore. Chiudo in fretta la lettera, perchè arrivi a tempo, come desidero ardentemente, e mi rassegno _Milano, 1 novembre 1859_. Dev.mo obbl.mo ALESSANDRO MANZONI." Ricevuta questa lettera stimammo debito nostro, per rispetto alla volontà del Manzoni, rinunciare tosto al primo titolo desiderato di _Alessandro Manzoni_, e lo sostituimmo perciò un altro che, nel nostro pensiero, doveva riuscire equivalente. Il nuovo giornale s'intitolò per tanto: _La Letteratura civile_; ebbe, tuttavia, la vita solita de' giornali compilati da studenti. I. Prologo. Se bene a molti rechi oramai gran tedio che si parli ancora nel mondo del Manzoni, e tra i molti i più siano persuasi che sopra un tale argomento, da essi chiamato giustamente _eterno_, non ci sia più nulla di nuovo da dire, dovendo io tener discorso intorno ad un nostro moderno scrittore, innanzi ad un'eletta d'Inglesi, presso i quali da Giuseppe Baretti ad Ugo Foscolo, da Ugo Foscolo a Gabriele Rossetti, da Gabriele Rossetti a Giuseppe Mazzini, per tacere degli onorati viventi che hanno insegnato od insegnano tuttora la letteratura italiana in Inghilterra, le nostre lettere da un secolo in qua furono sempre coltivate con amore, io non ho saputo trovare alcun tèma non solo più nobile, ma più _nuovo_ del Manzoni. Non sorridete, o Signori. Io so bene che gli stranieri, i quali hanno fatto i loro primi, in verità, non molto divertenti esercizii d'italiano sopra i _Promessi Sposi_ e sopra le _Mie Prigioni_, riguardano come stranamente idolatrico il nostro culto manzoniano. Lo so, e se credessi che la loro opinione avesse buon fondamento, me ne turberei; poichè, in verità, se il Manzoni fosse per noi un idolo, innanzi ad un idolo lo vedrei solamente possibile una di queste due altitudini: adorare tacendo con gli occhi chiusi, che non è il miglior modo per veder bene; o passargli accanto sdegnosi, sprezzanti, correndo via, che non è, di certo, un modo di veder meglio. Io ammiro grandemente il Manzoni, ma non l'adoro, e però, quantunque pieno di riverenza a tanta umana grandezza, oserò accostarmele e studiarla, anco perchè stimo che giovi il vedere come un uomo non solo sia nato, ch'è merito di natura, ma come abbia saputo egli stesso divenire e mantenersi grande. Ogni vanto di priorità in lavori simili al presente mi parrebbe, o Signori, intieramente oziosa e puerile; e però, prima d'accennare ad un fatto singolare che mi riguarda, debbo dichiararvi candidamente che non solo io non me ne faccio merito alcuno, ma che mi vergognerei se alcuno attribuisse a me un merito ch'è stato del caso. Ora sono più di sei anni, quando il Manzoni era pur sempre vivo, avendo io la debolezza di credere che la letteratura abbia alcuna virtù educatrice, tentai, come potei meglio, rinfrescare nella mente de' giovani il ricordo, e nel cuore di essi la riconoscenza per gli scrittori italiani, i quali avevano, a parer mio, più efficacemente cooperato non solo a mantenere vivo il decoro delle nostre lettere, ma a farle operative di virtù domestica e civile. Io m'era detto e persuaso che la loro modestia avrebbe loro vietato di parlare prima di scendere nel sepolcro; intanto i giovani che vengono su, poichè, ad uno ad uno, i nostri buoni vecchi se ne vanno, poco o nulla ne potranno sapere, onde mancheranno ad essi quei nobili esempi ed eccitamenti che in parte servirono, in parte avrebbero dovuto servire a noi per animarci nel sentimento del nostro dovere e per educarci alla virtù del sacrificio. Era dunque, o almeno parevami, che fosse debito nostro servire d'anello ideale fra la generazione che passa e quella che viene, portare virilmente ai giovani la parola de' vecchi; e, non credendo di potere far meglio, incominciai da Alessandro Manzoni. Ma quale non fu il mio stupore, quando, messomi intorno a cercare se esistessero biografie italiane del nostro primo scrittore vivente, in un secolo pur così prodigo di biografie, dovetti, con molta confusione, rinunciare alla speranza di trovarne alcuna e provarmi a tentar da me solo con le notizie del Fauriel e del Loménie, con gli sparsi articoli di critica letteraria, con le onorevoli disperse testimonianze degli amici a ammiratori del Manzoni, e con una nuova lettura delle sue opere, la prima biografia del grande Poeta milanese! La cosa parrebbe incredibile, se non fosse vera. Morto il Manzoni, il 22 maggio dell'anno 1873, in età di ottantotto anni, quel primo saggio biografico ebbe naturalmente la buona fortuna di servire come addentellato ad altri, che lo resero presto insufficiente; seguirono! pertanto nuove spigolature e nuove biografie, tra le quali convien ricordare quelle di Vittorio Bersezio, Giulio Carcano, B. Prina, F. Galanti, Antonio Stoppani, A. Buccellati, Cario Magenta, Carlo Romussi, Giovanni Sforza, Salvatore De Benedetti, Felice Venosta, Nunzio Rocca, Antonio Vismara; Carlo Morbio e Cesare Cantù tutte diversamente pregevoli per la nuova luce che recarono alla biografia manzoniana. Ma è cosa singolare che non sia ancora comparso fin qui alcun discorso critico un po' largo sopra tanta novità di materia biografica. Non ci si è pensato, pur troppo; onde è ancora veramente un caso per me felice, ma non lieto per l'Italia, che, dopo oltre sei anni dal mio primo saggio biografico, io abbia ancora, senza alcun merito e senz'alcuna pretesa, ad essere per ordine cronologico, il primo che tenti una biografia ragionata di Alessandro Manzoni. Chè, se io mi sono, ora volge il sest'anno, messo nell'impegno difficile di lodare il Manzoni vivo, senza tradire la maestà di quel _santo vero_ che fu la sua prima e vorrebb'essere la mia religione, ognuno intenderà facilmente come una parte delle indagini, le quali son divenute possibili, sarebbero state sconvenienti, quando il grand'uomo era vivo e potea provarne pena; ognuno si persuaderà dunque come un nuovo studio biografico intrapreso in così diversa, e, per rispetto alla critica, migliorata condizione, deve necessariamente riuscire alquanto più ricco e più dimostrativo del primo. Queste dichiarazioni scuseranno pure il tono alquanto dimesso del mio presente Discorso. Non si tratta qui, invero, di giudicare dall'alto, che sarebbe sempre una impertinenza, nè da lontano, che non si potrebbe senza molta imprudenza, un Manzoni già ben cognito, o supposto tale, per farne, con pochi vivaci tratti di penna, un nuovo e splendido ritratto ideale. Il mio ufficio vuol essere, almeno per questa volta, assai più modesto. Si tratta, cioè, semplicemente di ristudiare da capo il nostro Poeta, di seguirne passo passo la vita, i pensieri, i sentimenti, prendendo per guida principalissima i suoi proprii scritti. Questo esercizio minuto richiede naturalmente un po' di pazienza, tanto in chi lo intraprende, quanto in chi conviene ad osservarlo; ma, s'io non erro, poichè avremo, voi ed io, fatto prova insieme di questa necessaria virtù, ci troveremo finalmente innanzi, quasi senz'accorgercene, vivo ed in piedi, un nuovo Manzoni, che nè voi nè io ci eravamo, prima di ristudiarlo, immaginato fosse per riescire così grande, per quanto lo ingrandisse già la nostra ammirazione, nè così importante, per quanto fosse già molto viva la nostra curiosità di conoscere tutto ciò che lo riguardava. II. La nobiltà del Manzoni. In una delle sue lettere alla propria moglie, Massimo d'Azegiio le narrava una visita fatta al paese originario di casa Manzoni: "Ci hanno detto (egli scrive) che i vecchi della famiglia, ai tempi feudali, avevano un certo cane grosso, che quando andava per il paese i contadini erano obbligati a levargli il cappello, e dirgli: _Reverissi, sur can _(La riverisco, signor cane)." Un proverbio della Valsássina, ove i Manzoni una volta spadroneggiavano come signori del luogo insieme con la famiglia de' Cuzzi, suona ancora così: Cuzzi, Pioverna e Manzòn Minga intenden de resòn. Cioè, le famiglie Cuzzi e Manzoni ed il torrente Pioverna, quando straripa, non intendono punto la ragione. Dalla Valsássina la famiglia Manzoni passò ad abitare in quel di Lecco, dove il signor Pietro Manzoni, padre del nostro Poeta, possedeva molte terre ed una bella palazzina detta _Il Caleotto_, che nell'anno 1818 Alessandro Manzoni fu costretto a vendere, insieme con gli altri beni per la mala amministrazione di chi aveva tenuto, per oltre un decennio, la procura ed il governo di quelle terre, una parte delle quali si trovava nel Comune di Lecco, altre in Castello, altre in Acquate, il villaggio per l'appunto de' _Promessi Sposi_. Come Renzo si trova obbligato a lasciare il proprio villaggio ed a vendere la propria vigna per recarsi ad abitare nel Bergamasco; così il nostro Poeta dovette, per salvar la villa di Brusuglio, abbandonar luoghi che gli erano cari, dove aveva passata una parte della sua infanzia, dov'era tornato a villeggiare tra gli anni 1815 e 1818, onde non è meraviglia l'intendere dallo Stoppani che in quegli anni, per l'appunto, Alessandro Manzoni si trovasse pure a capo dell'amministrazione del Comune di Lecco; meno ancora ci meraviglieremo, dopo di ciò, che la scena de' _Promessi Sposi_ sia stata posta dall'Autore nel villaggio di Acquate, nel territorio di Lecco, nei luoghi ove lo riportavano le prime e le più care sue reminiscenze e dai quali egli s'era dovuto staccare per sempre con un vivo dolore, tre anni e mezzo soltanto innanzi ch'egli incominciasse a scrivere il proprio romanzo. I Manzoni erano dunque nobili, ma nobili decaduti dai loro titoli di nobiltà e dalla loro antica potenza. Avevano dominato una volta con la forza. La fortuna d'Italia volle che col sangue del Manzoni, che la tradizione ci rappresenta quali uomini violenti, si mescolasse un giorno un sangue più gentile, e che, per gli ufficii dell'economista Pietro Verri e, come vuolsi, del poeta Giuseppe Parini, l'illustre marchese Cesare Beccaria sposasse un giorno la non ricca, ma bella, giovine ed intelligente sua figlia Giulia al proprietario del _Caleotto_, a Don Pietro Manzoni, uomo intorno alla cinquantina; e che da quelle nozze fra una nobile fanciulla milanese ed un grosso signorotto di provincia, il 7 marzo dell'anno 1785, nella città di Milano, nascesse un figlio. Se mi si domandasse ora qual conto il nostro Poeta facesse della sua origine nobilesca, mi troverei alquanto imbarazzato a rispondere. Nel suo discorso, nel suo contegno, tutto pareva in lui signorile; ma, nel tempo stesso, egli si adoprava a riuscir uomo semplice ed alla mano.[1] Forse in gioventù aveano desiderato dargli una educazione più aristocratica che la sua vera condizione di nobile decaduto non comportasse; Don Pietro Manzoni, uomo alquanto materiale, venuto dalla provincia a stabilirsi in Milano[2], dovea, fra i nobili milanesi, trovarsi alquanto spostato e l'arguta intelligenza del figlio potè sentire, per tempo, ciò che v'era di falso in quella condizione della propria famiglia fra l'alto patriziato lombardo. Se è vero che, nella educazione del giovane Ludovico, divenuto poi Fra Cristoforo, il Manzoni abbia inteso, in qualche modo, rappresentare la propria gioventù, convien dire ch'egli non avesse della propria nobiltà gentilizia, per la stima che se ne faceva a Milano, una opinione superlativa; ma, come discendente dagli antichi signori di Barzio nella Valsássina, come antico proprietario del _Caleotto_ egli dovea pure ricordare che i suoi padri erano stati una volta il terrore delle terre da loro dominate e persuadersi che, se la sua nobiltà contava poco a Milano, avea contato troppo dalle parti di Lecco. Questa speciale contradizione nella stima ch'egli potea fare della propria nobiltà, lo tirava ora a farsi piccino con Renzo, ora a immaginarsi grande con l'Innominato, ora a collocarsi ragionevolmente fra i due con la figura di Fra Cristoforo. Ma quali fossero i panni, di cui gli piacesse vestirsi, o rivestirsi, egli doveva sentir sempre l'altezza del proprio ingegno sovrano, la quale poi si dimostrava altrui molto più nella modestia che ne' vanti volgari. Poichè uno de' privilegi degli uomini grandi (un privilegio che talora può anche divenire una loro debolezza) è quello di trovar compiacenza nel farsi piccini. Crediamo, dice, con molto garbo, il conte Carlo Belgioioso, che una squisita modestia convivesse coi Manzoni con una ben misurata stima di sè. Egli riconobbe di certo i privilegi della propria intelligenza, e ne ringraziò Dio; ma li scordò davanti agli uomini. Della nobiltà del Manzoni altri si occuparono, non lui; quando il signor Samuele Cattaneo di Primaluna[3] pensò fargli cosa grata, inviandogli l'antico stemma de' Manzoni ch'egli avea ritrovato nella casa di Barzio, il Poeta ringraziò tosto del pensiero amorevole, ma non aggiunse altro. Gli pareva sul serio di offender qualcheduno, quando avesse lasciato capire ch'egli sapesse o sentisse, e, peggio ancora, si compiacesse d'appartenere ad una casta privilegiata. Ma tanto fa, egli era un signore; e, quando s'accostava al popolo per fargli del bene, mosso da un sentimento di umanità, di giustizia, di carità cristiana e da una gentilezza squisita, quando, nella vendita del _Caleotto_ e delle sue terre ereditate dal padre in quel di Lecco, egli tirava un frego sopra i debiti de' suoi contadini e affittaioli e li perdonava tutti, si mostrava generoso ed umile al modo di quell'ottimo suo marchese erede di Don Rodrigo de' _Promessi Sposi_: quel marchese, se vi ricordate, volendo far del bene a Renzo ed a Lucia e riparare verso di essi i gravi torti del suo predecessore, compra la vigna di Renzo pagandola il doppio del prezzo richiesto; poi invita i due fidanzati al suo palazzotto, fa loro imbandire un buon desinare ed ordina che venga servito bene, anzi lo serve, in parte, da sè, ma non si mette addirittura a tavola coi villani. A questo punto il Manzoni entra direttamente in iscena, ed osserva: "A nessuno verrà, spero, in testa di dire che sarebbe stata cosa più semplice fare addirittura una tavola sola. Ve l'ho dato per un brav'uomo, ma non per un originale, come si direbbe ora; vi ha detto ch'era umile, non già che fosse un portento di umiltà. N'aveva quanta ne bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in pari." Questo brano mi pare abbastanza eloquente per sè, nè mi obbliga ad aggiugnere altro intorno al modo con cui il Manzoni sentiva la propria signoria,[4] [1] Quanto alla fisionomia del Manzoni, non si potrebbe tuttavia dire che essa avesse un carattere diverso da quello de' popolani di Lecco, ove, come me ne assicura il prof. Stoppani, s'incontrano spesso contadini, alla vista de' quali vien voglia di gridare:--Ecco il Manzoni.--Cade quindi l'indiscreta ciarla nata in Milano, per cui si suppose possibile che il Manzoni fosse figlio dell'Imbonati, ciarla, alla quale alludeva forse il verso del noto Carme giovanile, _In morte dell'Imbonati: Contro il mio nome armaro L'operosa calunnia_. [2] Don Pietro Manzoni abitava allora nella Via San Damiano, nella casa che porta ora il numero venti, e il battesimo venne celebrato nella chiesa di Santo Babila dal prete Alessio Nava; al fanciullo furono imposti i nomi di Alessandro, Francesco, Tommaso, Antonio. Il primo nome era quello del padre di Don Pietro, ossia del nonno del Manzoni, allora già morto; il secondo il nome del padrino Don Francesco Arrigoni. Il nome di Tommaso gli fu imposto, senza dubbio, perchè la Chiesa il dì 7 marzo festeggia San Tommaso. Antonio era il nome di un cugino canonico in San Nazaro; ma potrebbe pure esser venuto al Manzoni da una madrina Antonietta, intorno alla quale tuttavia, per ora, non sappiamo proprio nulla. Poichè si è qui ricordata la prima abitazione del Manzoni (l'ultima in Via del Morone, ove egli morì, è ben nota), ricorderò ancora col Morbio le altre case abitate dal Manzoni in Milano: "Altra casa, già abitata precedentemente da Manzoni, col padre, oltre l'accennata a San Damiano, fu quella segnata col N, 134, in Via Santa Prassede, ora Via Fontana, N. 44. Manzoni fu molto instabile nelle sue dimore. Nel 1808 abitava in Via Cavenaghi al N. 2528, ora N. 5. Sul declinare dell'anno 1810 scelse un'altra dimora; e colla madre, la sposa e la figlia Giulia, recossi ad abitare in Via San Vito al Carrobbio, al vecchio N. 3883, ora N. 27. Ponete un'iscrizione su quella casa. Ivi cominciò ad ideare gli _Inni Sacri_; ma essi furono ultimati e perfezionati nella sua Villa di Brusuglio, e precisamente in una capannuccia del giardino." [3] Cfr. il volume delle _Lettere_ pubblicato da Giovanni Sforza. [4] Intorno alla nobiltà della famiglia Manzoni, ecco quanto scrisse l'erudito Carlo Morbio nella Rivista Europea dell'anno 1874 "Fu creduto da quasi tutti i biografi di Manzoni che Egli fosse stretto in parentela colla Francesca, celebre poetessa e letterata, della quale lungamente scrisse l'Argelati, che morì nel 1743 alla Cerreda sua villetta presso Lecco, nella ancor fresca età di 33 anni. Ma io già provai con lettera, direttami dallo stesso grande Poeta, nel 25 gennaio 1844, che Egli colla Francesca non aveva di comune che il cognome, comunissimo del resto, com'Egli m'osserva, nei territorio di Lecco e della Valsássina. Il grande Poeta fu egli di nobile casato? I Manzoni ebbero, è vero, feudi e onoranze in quei paesi, ma la loro nobiltà non venne mai ufficialmente riconosciuta. Don Pietro, padre di Alessandro, ed i suoi fratelli, presentarono bensì nel 1794 un'istanza documentata al Consiglio Generale della città di Milano, onde essere ammessi agli onori del Patriziato Milanese; ma prima che il Consiglio si pronunciasse in proposito, i supplicanti in causa d'urgenti affari di famiglia chiesero ed ottennero la restituzione de' loro documenti, obbligandosi però a riprodurli a tempo opportuno. Ma non mi consta che la famiglia Manzoni riproducesse più tardi la sua istanza. È poi assolutamente erroneo che la sua nobiltà venisse riconosciuta dal Tribunale Araldico, con sentenza del 10 luglio dell'anno 1771, perchè i Manzoni non si trovano accennati in nessuno degli elenchi dei nobili cittadini, proclamati come tali dal Tribunale Araldico e dal Consiglio Generale della città di Milano.--Manzoni non ha mai fatto uso di stemma gentilizio, neppure nelle lettere; il suo sigillo porta semplicemente le sue iniziali, entro un cerchietto a linee concentriche. III. Il Manzoni a scuola. Io non mi fermerò ora a darvi notizie della culla del Manzoni, che fu ritrovata e si conserva in una villa del signor Rosinelli a Mozzana sopra Galbiate; nè della cascina detta _La Costa_, ove il grand'uomo fu allattato da Caterina Zanzeri, nè di questa nutrice, la quale vogliono che fosse svelta, vivace e piacevolona.[1]. Ma non è senza importanza il fatto che a soli sei anni il fanciullo Manzoni fu allontanato da casa sua e chiuso nel Collegio de' Frati Somaschi di Merate, ove rimase dall'anno 1791 all'anno 1796.[2] La mamma ve l'accompagnò, ma scomparve intanto che il fanciullo era tenuto a bada da un frate maestro. Si possono facilmente immaginare gli strilli del povero fanciullo non appena egli s'accorse che la mamma sua l'aveva lasciato; ma, poichè ad uno de' prefetti parve pure che il pianto durasse troppo, il fanciullo ricevette un colpo sulla guancia accompagnato da queste parole: "E quando la finirete di piangere?" Quello fu il primo dolore provato dal grand'uomo, che se ne rammentava anche negli ultimi anni della sua vita. "Buona gente (del resto egli concludeva, parlando di que' suoi primi istitutori), quantunque, come educatori, lasciassero troppo a desiderare che fossero prima un po' più educati loro stessi." I frati di Merate lo avvezzarono dunque ai primi castighi. Ad undici anni, Alessandro Manzoni passò nel Collegio di Lugano, ove gli toccò la buona fortuna di avere tra i suoi maestri il buon padre Francesco Soave,[3] onesto letterato e, per quei tempi, educatore assai liberale, sebbene s'indispettisse contro il nostro piccolo scolaro, che s'ostinava a scrivere le parole _Re, Imperatore e Papa_ con la prima lettera minuscola. Il Manzoni parlando un giorno del Soave a Cesare Cantù gli disse, tra l'altre cose: "Teneva nella manica della tonaca una sottile bacchetta, presso a poco come quella che fa i miracoli dei giocolieri; e quando alcuno di noi gli facesse scappare la pazienza, egli la impugnava, e la vibrava _terque quaterque_ verso la testa o le spalle del monello, senza toccarlo; poi la riponeva e tornava in calma." Al Manzoni rincresceva d'avere talvolta inquietato quel Padre, che tanto fece, sebbene non sempre il meglio, per l'istruzione della gioventù. Narrava pure il Manzoni come una volta gli scappasse detto in iscuola "ne faremo anche a meno," quando il Padre Soave annunziò che fra poco ci sarebbe stata la lezione d'aritmetica. Il Padre maestro si levò allora dalla cattedra, e si mosse gravemente verso il piccolo ribelle, che si sentiva già agghiacciare per lo sgomento il sangue nelle vene; gli si accostò, gli pose sulla guancia legermente due dita, come per carezzarlo, ma dicendogli con voce grossa: "E di queste ne farete a meno?" come se lo avesse percosso ferocemente. Il Manzoni, come assicura lo Stoppani e come si può ben credere, rimase "profondamente colpito da tanta mitezza, e ne parlava ancora con vera compiacenza quasi 70 anni più tardi." Ma la _via crucis_ de' collegi non era ancora finita pel nostro piccolo proscritto. Verso il suo tredicesimo anno, lasciati i Somaschi di Lugano, egli veniva raccomandato ai Barnabiti del Collegio di Castellazzo, poscia a quelli del Collegio de' Nobili di Milano; e qui sebbene egli n'abbia poi detto un gran male nei noti versi _In morte di Carlo Imbonati_, nacque e si rivelò fra il tredicesimo e il quindicesimo anno il suo genio poetico, o per lo meno, la sua felice attitudine al poetare.[4] [1] Cfr. _I primi anni di Alessandro Manzoni_, spigolature di Antonio Stoppani. [2] La poca armonia che dovea regnare in casa di Don Pietro Manzoni fra moglie e marito, onde sappiamo che, alcuni anni dopo, la signora Giulia Beccaria si trasferiva con l'Imbonati a Parigi, dovette essere una delle principali cagioni, per le quali il Manzoni, in così tenera età, fu rinchiuso in collegio. Il Manzoni concepì poi per la vita di collegio una tale avversione, che, al dire del Loménie, egli non volle mandare in collegio alcuno de' suoi figli, ch'egli educò, invece, presso di sè. "On dit (aggiunge il Laménie) que, par suite de son excessive tendresse de père, l'expérience de l'éducation domestique ne lui a pas parfaitement réussi." Ed è vero, pur troppo, per quello che riguarda i maschi, i quali, ad eccezione forse del primogenito Pietro, che gli fece almeno buona compagnia negli ultimi anni della vita, non risparmiarono al grand'uomo noie e dolori. [3] Francesco Soave era nato in Lugano nel giugno dell'anno 1743; avea fatto i suoi primi studii a Milano, quindi a Pavia, finalmente a Roma nel Collegio Clementino. Soppressa la Compagnia di Gesù, della quale faceva parte, andò nel 1767 ad insegnare poesia a Parma; fu allora che pubblicò la sua _Grammatica ragionata_ della lingua italiana. Non è inutile avvertire che il primo impulso agli studii di lingua, che poi l'occuparono tanto, può esser venuto al Manzoni dai primi insegnamenti del Soave. Avendo, dice un biografo del Soave, la Reale Accademia di Berlino proposto il quesito: "Se gli uomini abbandonati alle loro facoltà naturali sieno in grado per sè medesimi d'istituire un linguaggio, e in qual modo potrebbero pervenirvi," il Soave vi mandò una dissertazione latina che ottenne il primo _Accessit_. Lo stesso Padre Soave la tradusse poi in italiano e la pubblicò in Milano nel 1772; quantunque Gesuita, il Padre Soave vi sosteneva arditamente il concetto poco ortodosso, che l'uomo può da sè stesso istituire il proprio linguaggio. Nello stesso anno 1772, il conte Firmian elesse il Padre Soave a leggere nel Collegio di Brera la filosofia morale, quindi la logica e la metafisica; nel tempo stesso egli coltivava le scienze fisiche e adopravasi a divulgare le nuove scoperte scientifiche; alcune delle sue osservazioni parvero anzi vere invenzioni. Per eccitamento del conte Carlo Bettoni di Brescia, il Padre Soave scrisse pure le _Novelle morali per la Gioventù_, e ne ottenne un premio di cento zecchini. Un altro riscontro curioso si può notare fra la vita del maestro Soave e quella del discepolo Manzoni. Il primo, inorridito nell'anno 1789 e ne' successivi per i rivolgimenti di Francia, imprese a scrivere un libro storico, sotto l'anagramma grecizzato di _Glice Coresiano _(Soave Luganese), col titolo: _La vera idea della rivoluzione di Francia_; il secondo termina la sua vita scrivendo per l'appunto un libro sopra la rivoluzione di Francia, per disapprovarla (sebbene in modo e per motivi assai diversi) come il suo primo vero maestro. Quando il Soave riparò nel 1796 in Lugano e vi ammaestrò il nostro piccolo Manzoni, era fuggiasco da Milano, ove spadroneggiavano vittoriosi i Sanculotti. Si capisce pertanto qual animo fosse allora il suo contro i repubblicani e come li dovesse rappresentare a' suoi piccoli alunni del Collegio di Lugano. Da Lugano lo richiamava poi in Napoli il principe d'Angri per affidargli l'educazione del proprio figliuolo. Il Manzoni dovette rivedere il Soave nel 1803 a Pavia, ove il buon Padre insegnava l'analisi delle idee; chi sa che il Manzoni non abbia pure frequentate le sue nuove lezioni di logica. Accennerò finalmente come, a promuovere le idee del giovine stoico Manzoni, può avere pure conferito alcun poco l'esempio del Soave che ci è rappresentato come uomo "d'ingenui e sinceri costumi, dal parlare lento e grave, dal viso alquanto austero, dal far contegnoso, non ostante il quale, la bontà sua lo rendea caro e venerato." [4] "I locali del _sozzo ovile_ (scrive Carlo Morbio, che fu egli pure alunno nel Collegio de' Nobili) non avevano subìto cambiamento importante dall'epoca in cui fuvvi Manzoni; così almeno assicuravano i vecchi del Collegio, che si ricordavano benissimo del vispo e caro Don Alessandro o Lisandrino. Verso la seconda corte ed i giardini, il Collegio spiegava un aspetto grandioso, ma melanconico e severo. Nell'interno, ampi eranvi i corridoi e le camerate. Era, per dir così, la fronte d'un vasto caseggiato, che non venne poi condotto a compimento. Verso il Naviglio poi l'Imperiale Collegio presentava una fronte ignobile e bassa. Gli alti pioppi di quella seconda corte già avevano ombreggiato il capo del giovane Poeta, il cui ritratto ad olio, grande al vero, stava appeso fra quelli dei più distinti allievi (Principi) del Collegio. È quindi troppo assoluta la sentenza della signora Dupin che i ritratti di Manzoni giovane sarebbero apocrifi. Questo all'incontro è bene autentico e genuino. È anche fama che a vent'anni Manzoni si facesse ritrarre a Parigi, a guisa d'inspirato, colle chiome sciolte e collo sguardo volto al cielo. (Con gli occhi rivolti in su lo rappresentava pure nella virilità il pittore Molteni in un quadro ad olio, che si conserva presso la marchesa Alessandrina Ricci D'Azeglio.) Fu scritto da quasi tutti i biografi di Manzoni, che egli da giovinetto fosse di tardo ingegno, e punto non istudiasse. Non ignoro che il grande Poeta, forse burlando, lasciò creder ciò; ma io combatto Manzoni colle stesse sue anni, coi bellissimi suoi _Versi giovanili_ alla mano; ma io cito l'onoranza del ritratto, certamente non sospetta, che egli ottenne nello stesso Collegio Longone, ove fu alunno dal 1796 all'anno 1800." IV. Primi versi. Invero, ch'egli amasse molto i versi e ne scrivesse fin dal tempo, nel quale sedeva ancora sui banchi della scuola, ce lo dice egli medesimo in un sermone giovanile diretto al suo compagno Giambattista Pagani di Brescia,[1] onde rileviamo ch'egli prediligeva già, fra tutti i metri, il verso sciolto, e che non gli toccarono mai, per cagione di poeti, quali Orazio, Virgilio e il Petrarca, quelle battiture che non gli saranno certamente mancate per altre ragioni. Ma, ingegno precocemente riflessivo, egli dovette accorgersi assai presto della vanità degli esercizii rettorici, ne' quali i frati maestri del Collegio de' Nobili in Milano costringevano allora, e così non li costringessero più ora, frati e non frati, nelle scuole d'Italia, i giovinetti ingegni. Nel suo sermone al Pagani egli si burla delle gonfie orazioni che, giovinetto, gli toccava comporre nella scuola, travestito, com'ei dice satiricamente, da moglie di Coriolano, e dell'arte rettorica, per la quale si chiude "in parole molte, poco senso," precisamente l'opposto di quello ch'egli fece dipoi, dicendo sempre molto in poco: Pensier null'altro io m'ebbi infin dal tempo Che a me tremante il precettor severo Segnava l'arte, onde in parole molte Poco senso si chiuda; ed io, vestita La gonna di Volunnia, al figlio irato Persüadea, coi gonfii sillogismi, Ch'umil tornasse disarmato in Roma, Allor sol degno del materno amplesso. Me dalla palla spesso e dalle noci Chiamava Euterpe al pollice percosso Undici volte, nè giammai di verga Mi rosseggiò la man, perchè di Flacco Recitar non sapessi i vaghi scherzi, O le gare di Mopso o quel dolente "Voi che ascoltate in rime sparse il suono." Ma vi ha di più: io sono lieto di potervi oggi recare una nuova prova meravigliosa della precoce potenza, con la quale Alessandro Manzoni sentì sè stesso. Uno de' più geniali amici della sua vecchiaia, il professor Giovanni Rizzi, poeta gentile e sapiente educatore, conservava inedito presso di sè un mirabile Sonetto, composto dal Manzoni nell'anno 1801, il che vuol dire sul fine del suo quindicesimo o sul principio del sedicesimo anno della sua vita. Egli mi permise, per tratto di grande amorevolezza, in questa occasione a me tanto solenne, di levarlo dall'oblio immeritato, in cui rimaneva da settantasette anni. È, come vedrete, un ritratto fisico e morale che lo stupendo giovinetto faceva di sè stesso; vi è qualche cosa d'ingenuo nell'espressione, ma nel tempo stesso vi si ammira, insieme con una grande e preziosa sincerità, il felice presentimento di una vita lunga e gloriosa. Capel bruno, alta fronte, occhio loquace, Naso non grande e non soverchio umìle, Tonda la gota e di color vivace, Stretto labbro e vermiglio, e bocca esìle. Lingua or spedita or tarda, e non mai vile, Che il ver favella apertamente o tace; Giovin d'anni e di senno, non audace, Duro di modi, ma di cor gentile. La gloria amo e le selve e il biondo Iddio.[2] Spregio, non odio mai; m'attristo spesso, Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio. All'ira presto, e più presto al perdono, Poco noto ad altrui, poco a me stesso, Gli uomini e gli anni mi diran chi sono. Quest'ultimo verso profetico mi scioglie dall'obbligo di qualsiasi commento. Vi è qui tutto l'afflato del genio potente, che doveva rivelare al suo secolo ed alla sua terra una nuova poesia. [1] Anche nell'_Urania_, il Manzoni dice ch'egli ambì la fama di poeta italiano fin _dai passi primi nel terrestre viaggio_: Da' passi primi Nel terrestre viaggio, ove il desio Crudel compagno è della via, profondo Mi sollecita amor che Italia un giorno _Me de' suoi vati al drappel sacro aggiunga._ [2] Variante: "Di riposo e di gloria insiem desìo." V. Il Manzoni ed il Parini. Nella sua prima maniera satirica il Manzoni parineggia; il Parini, egli non avea conosciuto di persona, se bene lo potesse per le relazioni che il poeta di Bosisio avea avute con la famiglia Beccarla. Quando il Parini morì, il Manzoni, quattordicenne, incominciava già a sentire la poesia e ad ammirare veramente i poeti; si narra anzi ch'egli leggesse per l'appunto la celebre Ode _La caduta_, quando gli venne annunciato che il Parini era morto.[1] Il Manzoni vecchio dolevasi con Giovanni Rizzi di non averlo cercato, e scusavasi malamente col dire che allora egli era "un ragazzaccio che non sapeva nulla di nulla." Il vero è che non ci avrà pensato, che non avrà, come accade, creduto il Parini già così vicino a morire, e che la vita di collegio gli avrà pure diminuite le occasioni d'incontrarlo. Che se, al dire di Giulio Carcano, quando, nel Collegio de' Nobili, il giovinetto Manzoni fu, la prima volta, presentato al Monti come nipote di Cesare Beccarla, il Monti gli parve un Dio, è probabile che il vecchio Parini, quantunque non bello, gli avrebbe lasciata nell'animo una impressione più soave e più durevole. Ricordano gli amici del Manzoni che egli sapeva a memoria tutto il _Giorno_ e che, sul fine della propria vita, quando sentiva affievolirsi la memoria, per assicurarsi di non averla perduta tutta, soleva trascrivere a mente qualche verso del suo Parini.[2] Quando, nel settembre dell'anno 1803, il diciottenne Manzoni mandava al suo maestro Monti un Idillio allegorico intitolato: _L'Adda_, egli lo accompagnava con una lettera, di cui, perchè si vegga quanta destrezza e causticità d'ingegno era già nel giovine Poeta, riporterò qui le prime parole: "Voi mi avete più volte ripreso di poltrone, e lodato di buon poeta. Per farvi vedere che non sono nè l'uno nè l'altro, vi mando questi versi."[3] Il discepolo domanda al maestro un parere sopra i suoi nuovi versi, per limarli, ed, intanto, invita il Monti alla propria villa. Nell'Idillio, il fiume Adda personificato in una Dea si volge così al Monti: Te, come piacque al ciel, nato a le grandi De l'Eridano sponde, a questi ameni Cheti recessi e a tacit'ombra invito. L'Adda sa bene di non poter contendere col Po, presso il quale il Monti è nato, e prima di lui Lodovico Ariosto ed il Guarini, ma pur si gloria che presso le sue rive abbia cantato un giorno Giuseppe Parini, l'Orazio lombardo. L'Adda dice: Quivi sovente il buon cantor vid'io Venir trattando con la man secura Il plettro di Venosa e il suo flagello, O traendo l'inerte fianco a stento, Invocar la salute e la ritrosa Erato bella, che di lui temea L'irato ciglio e il satiresco ghigno; Ma alfin seguïalo e su le tempie antiche Fêa di sua mano rinverdire il mirto. Qui spesso udillo rammentar piangendo, Come si fa di cosa amata e tolta, Il dolce tempo della prima etade, O de' potenti maledir l'orgoglio, Come il genio natìo movealo al canto E l'indomata gioventù dell'alma. Or tace il plettro arguto e ne' miei boschi È silenzio ed orror. Te dunque invito, Canoro spirto, a risvegliar col canto Novo rumor Cirreo. A te concesse Euterpe il cinto, ove gli eletti sensi E le imagini e l'estro e il furor sacro E l'estasi soavi e l'auree voci Già di sua man rinchiuse. A te venturo Fiorisce il dorso brïanteo; le poma Mostra Vertunno e con la man ti chiama, Ed io, più ch'altri di tuo canto vaga, Già mi preparo a salutar da lunge L'alto Eridano tuo, che, al nuovo suono, Trarrà meravigliando il capo algoso, E tra gl'invidi plausi de le Ninfe, Bella d'un inno tuo corrergli in seno. Nonostante la grazia di questo voluttuoso invito, il Monti non può muoversi, e se ne scusa con una lettera, la quale incomincia cerimoniosamente col _voi_ e prosegue affettuosamente col _tu_. Loda moltissimo i versi, e conchiude: "Dopo tutto, sempre più mi confermo che in breve, seguitando di questo passo, tu sarai grande in questa carriera; e se al bello e vigoroso colorito che già possiedi, mischierai un po' più di virgiliana mollezza, parmi che il tuo stile acquisterà tutti i caratteri originali." Nell'amore del Parini fu ancora confermato il Manzoni dall'affetto che lo legò poco dopo alla memoria del più caro discepolo dell'Autore del _Giorno_, l'Imbonati, dall'ombra del quale, nel noto Carme, ei si fa dire: ......Quei che sul plettro immacolato Cantò per me: _torna a fiorir la rosa_,[4] Cui, di maestro a me poi fatto amico, Con reverente affetto ammirai sempre, Scola e palestra di virtù. E i consigli dell'Imbonati non sono altro, in somma, se non quelli che si trovano già espressi nei versi sentenziosi del Parini. Il Manzoni sentì che erano veri, e li fece suoi proprii, per seguirne i precetti. Scegliere il vero per farne argomento e fondamento di alta poesia è virtù di pochi ingegni potenti. Il Manzoni non solamente sceglie bene, ma quello ch'egli ha scelto, perfeziona e migliora. Spoglia, a poco a poco, di una parte del loro apparato classico e mitologico i nobili pensieri del Parini e li rifeconda col proprio sentimento, per esprimerli con un linguaggio più caldo e più semplice. [1] Tutti ricordano il principio commovente dell'Ode pariniana: Quando Orïon dal cielo Declinando imperversa, E pioggia e nevi e gelo Sopra la terra ottenebrata versa, Me, spinto nella iniqua Stagione, infermo il piede, Tra il fango e tra l'obliqua Furia de' carri la città gir vede; E per avverso sasso Mal fra gli altri sorgente O per lubrico passo Lungo il cammino stramazzar sovente, ec. Il Manzoni vecchio che, per timore di cadere, soleva sempre, quando usciva, farsi accompagnare, dovette spesso pensare al suo Parini. "Una volta (mi scrive il Rizzi), quando egli andava a passeggio, una carrozza signorile passò così accosto a una povera donna che quasi la schiacciava. Avessi veduto che occhi fece, in quel momento! E pazienza gli occhi! Gli scappò nientemeno che questa frase: _porchi de sciori!_ (porci signori!). E tutti intorno la sentirono." [2] Le ultime parole trascritte dal Manzoni, per quanto me ne assicura il professor Giovanni Rizzi, furono versi del _Giorno_. [3] Cfr. il libro del signor Romussi, _Il Trionfo della libertà._ [4] Allude all'Ode _La educazione_, che il Parini scrisse pel giorno natalizio del suo allievo undicenne Carlo Imbonati all'uscire da una malattia, e che incomincia: Torna a fiorir la rosa Che pur dianzi languia E molle si riposa Sopra i gigli di pria. Brillano le pupille Di vivaci scintille. Questi versi sentenziosi del Parini dovettero far pensar molto il Manzoni, e persuaderlo; il Carme _In morte dell'Imbonati_ ha perfetto riscontro di pensieri ed anche di parole con essi: Dall'alma origin solo Han le lodevol opre. Mal giova illustre sangue Ad animo che langue. --Chi della gloria è vago Sol di virtù sia pago. --Giustizia entro il tuo seno Sieda e sul labbro il vero.-- --Perchè sì pronti affetti Nel core il ciel ti pose? Questi a Ragion commetti, E tu vedrai gran cose. --Sì bei doni del cielo, No, non celar, garzone, Con ipocrito velo, Che alla virtù si oppone. Il marchio, ond'è il cor scolto, Lascia apparir nel volto. Dalla lor mèta han lode, Figlio, gli affetti umani. Si può, si deve combattere per la patria, ma chi vince Pietà non nieghi Al debole che cade. Soccorriamo il povero, e l'uomo si mostri _fido amante_ e _indomabile amico._ Il Giusti, nell'_Elogio_ del Parini, scriveva: "La Lombardia perdè il suo poeta e non poteva cadere in mente ai cittadini, che lo piangevano, di consolarsene nel caro aspetto di un fanciullo di tredici anni ch'era allora in Milano e che di lì a poco fu quell'uomo che tutti sanno." Il Manzoni avrebbe pure potuto far propria la famosa strofa dell'Ode pariniana, _La vita rustica_: Me non nato a percotere Le dure illustri porte, Nudo accorrà, ma libero, Il regno della morte. No, ricchezza nè onore Con frode o con viltà Il secol venditore Mercar non mi vedrà. Il Manzoni vide pure, come il Parini, nell'educazione un mezzo per rialzare non solo i costumi, ma la patria infelice ed oppressa. Nella Canzone: _Per l'innesto del vaiuolo_, il Parini intese anco a preparar fanciulli sani, perchè potessero un giorno dar prova D'industria in pace o di coraggio in guerra. Nell'Ode: _L'educazione_, facendo apostrofare da Chirone il giovinetto Achille Nato al soccorso Di Grecia, il Parini rammenta al giovine Conte lombardo che può intraprendere ogni più ardua impresa per la patria Un'alma ardita, Se in forti membra ha vita. Così la poesia pariniana non è un vano giuoco, come non saranno mai pel Manzoni le lettore; tutta la sua letteratura è civile, anche dove scopre meno direttamente il suo intento educativo. VI. Il _Trionfo della Libertà_. Il Manzoni, per sua natura, s'accostava, invero, più al fare un po' rigido del Parini che a quello pieno ed ampio, ma un po' reboante del Monti; quindi il Monti, che pur lo lodava tanto, desiderava in lui alcuna maggiore larghezza e rotondità di frase, ossia, come diceva, "un po' più di virgiliana mollezza," che si sarebbe ancora definita convenientemente "pastosità lombarda." Nel Sonetto giovanile che vi ho già riferito, il Manzoni si accusa da sè stesso come "duro di modi." Questa durezza è pure un poco nella sua poesia, quando alcun sentimento specialmente soave e vivace non viene a commuoverlo, obbligando il critico arcigno a tacere innanzi al poeta commosso. Tuttavia il Manzoni, negli anni de' suoi studii a Pavia, più tosto che un alunno e un ammiratore del discreto, austero e _parco di versi tessitor_, ci si dimostra un seguace dell'impetuoso Monti, verseggiatore facile, ad un tempo, e solenne ed altitonante, dal quale egli dovette pure avere appreso a studiare e ad imitar la _Divina Commedia_.[1] Dall'_Autobiografia_ del medico inglese Granville, il quale nell'anno 1802 studiava la Medicina nell'Università di Pavia, rilevo che, in quell'anno medesimo, egli vi conobbe il Manzoni, il quale doveva esservisi recato per frequentare specialmente le lezioni di eloquenza italiana di Vincenzo Monti. Sappiamo ancora che il Monti, dalla sua cattedra di Pavia, fulminava dantescamente il governo temporale de' preti, parlava alto dell'amore di Dante per la patria e per la libertà. Le impressioni ricevute a quella scuola si rivelano chiaramente nel primo componimento manzoniano che si conosca, un poema in terza rima, diviso in quattro canti, intitolato: _Il Trionfo della libertà_, scritto ad imitazione dei _Trionfi_ del Petrarca, e con molte reminiscenze della _Divina Commedia_, della _Bassvilliana_ e della _Mascheroniana_ del maestro Monti; il Manzoni lo concepì e lo scrisse fra il 1800 e il 1801, il che vuol dire tra il fine del suo quindicesimo e il principio del suo sedicesimo anno. Rileggendo alquanto più tardi il suo lavoro giovanile, il Manzoni, che lo poteva fare, poichè non s'era pubblicato, non lo distrusse; ma si contentò di porvi su la seguente Avvertenza: "Questi versi scriveva io Alessandro Manzoni nell'anno quindicesimo dell'età mia, non senza compiacenza e presunzione di nome di Poeta, i quali ora, con miglior consiglio e forse con più fino occhio rileggendo, rifiuto; ma veggendo non menzogna, non laude vile, non cosa di me indegna esservi alcuna, i sentimenti riconosco per miei; i primi come follia di giovanile ingegno, i secondi come dote di puro e virile animo." L'Avvertenza manca di quella lucidità e naturalezza che divenne, specialmente nella prosa, uno de' privilegi dello stile manzoniano, il che mi fa naturalmente sospettare che risalga essa stessa ad un tempo, nel quale il Manzoni, non più giovinetto, ma pur sempre giovanissimo, non era ancora interamente padrone di sè come prosatore, e probabilmente all'anno, in cui egli scriveva la faticata _Urania_. Il Manzoni parlando di un ritratto che gli aveano fatto in gioventù (forse quello di Parigi), con gli occhi rivolti al cielo, diceva: "Io era in quell'età, nella quale chi si lascia fare un ritratto, si crede in obbligo di prendere l'attitudine di un uomo ispirato." In quell'età soltanto il Manzoni poteva, dunque, parlando di sè, scrivere "io, Alessandro Manzoni," e vantarsi del suo "puro e virile animo." Il Manzoni, divenuto cattolico convinto, avrebbe della propria persona e delle proprie virtù parlato con molto maggiore umiltà. Il Manzoni vecchio poi non solo avrebbe scritta altrimenti quell'Avvertenza, non solo vi avrebbe condannati molti de' sentimenti sdegnosi espressi in quel poema; ma, cosa più probabile, ei non l'avrebbe scritta affatto, che, invece di scriverla, egli avrebbe semplicemente distrutti, con uno spietato _auto-da-fè_, i versi giovanili che rifiutava. Quando, assai più tardi, egli disapprovò pure ed anzi ripudiò, per molte gravi ragioni, i versi _In morte dell'Imbonati_, non era più in suo potere il distruggerli, perchè già troppo divulgati. È cosa certa poi, o almeno può tenersi come probabile fino alla certezza, che il Manzoni, dall'anno 1818 in qua, non avrebbe mai scritta in prosa la parola _laude_, invece di _lode_, la sintassi finalmente dell'Avvertenza rivela ancora l'impaccio del periodo classico, dal quale il Manzoni pose dipoi tanto studio a liberarsi. Il prosatore Manzoni, che conosciamo come maestro di mirabile naturalezza ed evidenza, non avrebbe mai detto, per esempio: _non cosa di me indegna esservi alcuna_; ma semplicemente: _non esservi alcuna cosa indegna di me_. Sono minuzie, lo vedo, delle quali parrà forse superfluo che si pigli nota in un breve discorso biografico. Ma, se io ammettessi che il Manzoni non pur vecchio, ma dopo il suo anno ventesimoterzo, avesse potuto scrivere quella singolare Avvertenza, non comprenderei più il Manzoni e sarebbe un cattivo principio per chi ha impreso a parlarne con la pretesa, la quale vedrete voi stessi in qual misura sia legittima, di farlo meglio conoscere agli altri. Il Manzoni tra i venti e i ventidue anni, non ancora risoluto di credere cattolicamente, ma già seguace di Zenone lo Stoico ed avido insieme di gloria poetica, poteva benissimo, nella fiducia di aver fatto qualche progresso nell'arte sua, ripudiare la forma letteraria del suo primo componimento per impedirne la stampa e, in pari tempo, compiacersi nella manifestazione di sentimenti, ai quali non aveva ancora rinunciato, nè poteva facilmente rinunciare fin che si trovava in mezzo ai liberi ragionari degli atei o deisti, dei materialisti o ideologi, dei rivoluzionarii, in ogni modo, e in pari tempo, galantuomini suoi amici, i quali frequentavano la _Maisonnette_. Il Manzoni vecchio sarebbe stato forse alquanto più indulgente, per quella serenità olimpica ch'è la bontà de' vecchi, ai difetti letterarii del suo componimento giovanile; ma egli ne avrebbe, senza dubbio, deplorato i sentimenti che vi si esprimono in modo violento, contro la Madre Chiesa, e contro quella povera Maria Antonietta, la quale, appena che il Manzoni incominciò a studiare criticamente la storia della prima rivoluzione francese, diventò una delle sue più forti simpatie storiche. Io so bene che a molti deve piacere il poter affermare che il Manzoni, riconoscendo come proprii i sentimenti espressi nel suo poema giovanile, si schierò addirittura contro il Papato e coi repubblicani; ma per un tale riconoscimento la questione cronologica è di capitale importanza, quando noi non vogliamo, per seguire le nostre fantasie o le nostre passioni, foggiarci, ad inganno di noi medesimi, in un discorso biografico sopra il Manzoni, un Manzoni diverso dal vero. Il quindicenne Manzoni, nel suo poemetto intitolato: _Il Trionfo della libertà_, ci dà l'aspetto di un generoso aquilotto che vuol tentare il primo suo volo. Egli sente già le ali che gli battono i fianchi generosi, ma ignora ancora quale via terrà. Si capisce già che egli ambisce volar alto, quando invoca la sua Musa, perchè rinfranchi la cadente poesia italiana, perchè sostenga la virtù che vien meno: Tu la cadente poesia rinfranca, Tu la rivesti d'armonia beata, E tu sostieni la virtù che manca; mirabili versi per un poeta di quindici anni che esce dalle scuole de' frati e da un secolo cicisbeo educato fra le canzonette del Metastasio e del Frugoni; ma il giovinetto non ha ancora potuto pensare a crearsi una propria forma letteraria. Noi vediamo nel suo _Trionfo_ piuttosto la destrezza di un forte ingegno imitatore, nutrito di buoni studii, che gl'indizii del più originale fra i nostri scrittori moderni. Egli ha già studiato molto, e incomincia a sentire gagliardamente, ma gli manca ancora l'abitudine, che fa grande l'artista, di meditare lungamente sopra i suoi sentimenti ed il proposito virile di esprimerli con naturalezza. Si sente già in parecchi versi il fremito di un'anima ardente, ma il paludamento del poeta è ancora tutto classico. Qualche indizio di originalità lo troviamo, appena, in que' passi, ove il poeta abbassa la tonante terzina ad uno stile più umile, vinto dalla propria urgente natura satirica. Egli incomincia allora ad esercitare la più difficile e la più utile di tutte le critiche, quella che uno scrittore intraprende sopra sè stesso, temperando talora l'iperbole di alcune immagini sproporzionate. Dopo avere, per esempio, dantescamente imprecato contro la città di Catania, onde era partito l'ordine regio delle stragi napoletane, dopo aver fatto invito tremendo all'Etna, perchè getti fuoco e cenere sopra tutta la città, il Poeta s'accorge da sè stesso che sarebbe troppo castigo, e che non si può per un solo reo punire tutto un popolo innocente; dominato però da quel sentimento della giusta misura così raro nell'arte, e pel quale appunto egli divenne poi artista così eccellente, modera e corregge l'imprecazione, trasportandola sopra il solo capo della regina Carolina: Deh! vomiti l'acceso Etna l'ultrice Fiamma, che la città fetente copra E la penetri fino a la radice. Ma no; sol pèra il delinquente; sopra Lei cada il divo sdegno, e sui diademi, Autori infami de l'orribil'opra. E fin da lunge e nei recessi estremi, Ove s'appiatta, e ne' covigli occulti L'oda l'empia tiranna, odalo e tremi. In altri passi del poema pare affacciarsi direttamente il poeta satirico, ossia incominciarsi a rivelare uno de' caratteri più specifici dell'ingegno manzoniano. L'attitudine de' Lombardi innanzi al Francese arrivato come liberatore, e dominante come padrone, non contenta il giovine Poeta, anzi gli muove la bile; rivolto pertanto all'Italia, egli le domanda che cosa facciano i suoi figli, per rispondere tosto: ...... I tuoi figli abbietti e ligi Strisciangli intorno in atto umile e chino; E tal, di risse amante e di litigi, D'invido morso addenta il suo vicino, Contra il nemico timido e vigliacco, Ma coraggioso incontro al cittadino. Tal ne' vizii s'avvolge, come Ciacco Nel lordo loto fa; soldato esperto Ne' conflitti di Venere e di Bacco. E tal di mirto al vergognoso serto Il lauro sanguinoso aggiunger vuole, Ricco d'audacia e povero di merto. Tal pasce il volgo di sonanti fole, Vile, di patrio amor par tutto accenso, E liberal non è che di parole. Un giovinetto capace di scrivere tali versi annunzia non solo un ingegno precoce, ma ancora una precoce e formidabile esperienza della vita. [1] Cfr. il _Trionfo della libertà_, e il Carme: _In morte dell'Imbonati._ VII. Il Manzoni poeta satirico. In questi versi vi è già la forza, ma non ancora la finezza dell'umorismo manzoniano. Egli li apprese troppo di fresco nelle scuole, per poterli già smettere, quell'accento rettorico, quel fare magniloquente che presto sdegnò ed evitò poi sempre negli altri suoi scritti. La rima stessa doveva inceppargli il pensiero; la terzina imporgli quasi l'obbligo d'imitare ora il Dante ora il Monti, quando, non imitando alcuno, egli avrebbe già, fin d'allora, potuto rivelarsi come Manzoni. Negli anni seguenti, sebbene egli ricordasse ancora altri modelli poetici, avendo preferito il verso sciolto e quella forma di sermone pedestre che, nel secolo passato, il veneziano Gaspare Gozzi avea messo in qualche voga, il Manzoni potè sfogar meglio il suo umore satirico. I suoi _Sermoni giovanili_ che si conoscono, pubblicati dal professore Antonio Stoppani, risalgono agli anni 1803 e 1804. Il terzo Sermone, diretto all'amico Pagani, fu scritto dalla patria stessa del Gozzi, nel marzo dell'anno 1804.[Veggasi la lettera diretta da Venezia al Pagani, pubblicata dal signor Carlo Romussi] Il Poeta sente d'avere un po' malato il cervello; egli s'era innamorato in quel tempo, egli, diciottenne studente, di una ragazza veneziana sulla trentina, ed era andato tanto in là ne' desiderii e nelle speranze da chiederle la mano. "All'età vostra (gli fu risposto) si pensa ad andare alla scuola, non a fare all'amore."--"Sotto quella doccia a freddo (scrive lo Stoppani) la guarigione fu istantanea, nè di quell'aneddoto altro rimase al Manzoni che la memoria per riderne piacevolmente coi famigliari negli anni più tardi." Egli si consola dunque della disgrazia amorosa nella gioconda vita e nei versi; non ha ardori belligeri, nè smania di divenire un gran filosofo, od un legislatore e uomo di Stato potente; la sua cura solenne sono i versi: Valido è il corpo in prima, e tal che l'opra Non chiegga di Galen; men sano alquanto Il frammento di Giove, e non è rado Che a purgar quei due morbi, ira ed amore, O la febbre d'onor, mi giovin l'erbe Dell'orto epicureo. Chè se mi chiedi: "A che l'ingegno giovinetto educhi?" Non a cercar come si possa in campo Mandar più vivi a Dite, o, con la forza Del robusto cerèbro, ad un volere Ridur le mille volontà del volgo, E i feroci domar; ma freno imporre Agli indocili versi, e i miei pensieri Chiuder con certo piè; questa è la febbre, Di cui virtù di farmaco o di voto Non ho speranza che sanar mi possa. A scuola, noi lo abbiamo già detto, i versi gli erano sempre piaciuti; ora che egli, avendo il primo pelo sul mento, potrebbe quasi già venir coscritto fra le milizie del Regno, risolve consacrar tutto il suo tempo alla poesia: Ed or di pel già sparso il mento e quasi Fra i coscritti censito, in quella mente Vivo, e quant'ozio il fato e i tempi iniqui A me concederanno, ho stabilito Consacrarlo alle Muse. Or come il mio Furor difenda, dolce amico, ascolta. Egli, discepolo ideale del Parini, non cura le ricchezze, nè l'illustre discendenza, nè i palazzi, nè la gran signoria, nè il rumore di eccelsi fatti, perchè ne parlino i tardi nepoti; Giove, a lui più mite, lo obbliga ai versi. Ma quali versi? Oramai gli vennero a noia i sonanti, e però, prendendo nota di ciò che vede intorno a sè, che non è degno di poema, egli prosegue a scrivere umili sermoni, ad occuparsi di quella povera plebe, che sarà pure primissima cura dell'Autore de _Promessi Sposi_: Or ti dirò perchè piuttosto io scelga _Notar la plebe con sermon pedestre_, Che far soggetto ai numeri sonanti Detti e gesta d'eroi. Fatti e costumi Altri da quei ch'io veggio a me ritrosa Nega esprimer Talìa. Egli avrebbe bisogno, per rappresentar degli eroi, di vederne intorno a sè; ma non ne vede pur troppo; quelli che vorrebbero passare per eroi, invece di destare in lui ammirazione, lo fanno più tosto ridere. Quando la fantasia lo porta fra gli antichi, _al fervido pensiero_, ei dice: Mi s'attraversa Ubaldo, il qual pur ieri Pitocco, oggi pretor, poco si stima Minor di Giove e spaventar mi crede Con la novella maestà del guardo. Se anche il nostro tempo, ei dice, opera cose grandi, lo tentano poco le odierne guerre e le paci, e i nuovi Greci e Quiriti, e la ghigliottina nuovamente inventata per affrettar la morte che finqui pareva venire all'uomo troppo lenta: ... quella cieca Famosa falce, che trovò l'acuto Gallico ingegno, onde accorciar con arte La troppo lunga in pria strada di Lete. Un altro Sermone dello stesso anno 1804 fu diretto ad un autore di cattivi versi per nozze. Il giovine Poeta si sdegna che si mettano a far versi i medici e gli avvocati, come se fosse cosa facile il frenare Di questa plebe indocile i tumulti. Si burla il poeta dell'uso di scrivere versi per ogni matrimonio che si celebra, onde vengono fuori tanti cattivi poeti e tanti versi scellerati; ognuno deve fare l'arte sua; ma ogni arte ha bisogno d'essere appresa; egli non crede che la poesia sia un'arte sacra e necessaria; ride anzi volentieri di chi lo pensa e lo dice; necessaria è l'agricoltura, che insegna all'uomo il modo di alimentarsi, necessaria la scienza della legislazione; ma è un'arte, insomma, anche la poesia e domanda molto studio. I versaiuoli che cantano sopra ogni cantante, e scrivono per ispassarsi, quelli certamente non sudano. Ma sudava invece il divino Parini nel tornire i suoi versi oraziani: Quando sull'orme dell'immenso Flacco Con italico piè correr volevi, E dei potenti maledir l'orgoglio, Divo Parin, fama è che spesso a l'ugne, Al crin mentito ed a la calva nuca Facessi oltraggio. Indi è che, dopo cento E cento lustri, il postero fanciullo Con balba cantilena al pedagogo Reciterà: _Torna a fiorir la rosa_. Dopo il Parini, il giovine Poeta rende uno splendido omaggio all'Alfieri morto Fanno innanzi,[1] per condannare con esso i poeti Metastasiani; quindi, come pensa Paolo Ferrari, il poeta viene pure a condannare il melodramma grottesco con le maschere, la tragi-commedia, il dramma semi-serio che ottenne favore sulle scene italiane e francesi nel principio di questo secolo: Mentre Emon si spolmona e il crudo padre Alto minaccia, e la viril sua fiamma Ad Antigone svela, o con l'armata Destra l'infame reggia e il cielo accenna, Odi sclamar dai palchi: "Oh duri versi! O duro amante! Dal tuo fero labbro Un _ben mio_! non s'ascolta. Oh quanto meglio Megacle ad Aristea, Giulia ad Orazio!" Che ti val l'alto ingegno e l'aspra lima, Primo signor dell'italo coturno? Te ad imparar come si faccia il verso, Degli itali aristarchi il popol manda. Mirabil mostro in su le ausonie scene Or giganteggia. Al destro piè si calza l'alto coturno e l'umil socco al manco; Quindi va zoppicando. Informe al volto Maschera mal s'adatta, ove sul ghigno Grondan lagrime e sangue. Allor che al denso Spettatore ei si mostra, alzarsi ascolti Di voci e palme un suon, che per le cave Vôlte rumoreggiando, i lati fianchi Scote al teatro e fa sostar per via Maravigliato il passeggier notturno. Qui il verso è già intieramente sicuro; l'artista appare padrone della sua materia e la domina; il fanciullo sembra intieramente scomparso. Il Manzoni a diciannove anni è uomo. I compagni di scuola del Manzoni, Giambattista Pagani, Ignazio Calderari, Luigi Arese, incominciano a mescolare all'affetto un po' di ammirazione; il Foscolo gli diviene amico,[2] il Monti incomincia a temerne i giudizii. Poco prima, egli aveva sul giovinetto autorità di maestro e quasi di padre. [1] Vittorio Alfieri era molto ammirato dal giovine Manzoni; dubito tuttavia assai che il Manzoni abbia conservato sempre la stessa ammirazione per l'illustre Astigiano. Tra i due poeti erano alcune conformità nel comune disdegno della poesia vana e servile, e della mitologia, {Il Manzoni non doveva ignorare la terzina alfieriana: Certo in un Dio fatt'uom creder vorrei A salvar l'uman genere, piuttosto Che in Giove fatt'un tauro ai furti rei.} nel sentimento comune dell'ufficio civile delle lettere, nello studio posto da entrambi gli scrittori a scrivere non pure italianamente, ma toscanamente: il Manzoni adorò tuttavia quella Francia che l'Alfieri odiò fino all'oltraggio; il Manzoni pose ogni cura a scrivere con naturalezza, l'Alfieri volle esser duro ed aspro, sperando riuscire più efficace. Nella gioventù accade tuttavia che s'ammira ingenuamente tutto ciò ch'è grande, senza domandarsi troppo se l'ammirazione abbia fondamento in alcuna viva simpatia, il giovane ammira talora con entusiasmo un grande per una sola qualità principale che lo tenta; l'età matura vuole rendersi maggior conto della stima che concede agli uomini; quindi accade che l'uomo ammiri tanto meno, ma ami poi e stimi molto più profondamente del giovane. Il Manzoni giovine aveva ammirato l'Alfieri che il Parini e l'Imbonati ammiravano; l'Imbonati è perciò dal Manzoni fatto parlare, nel modo seguente, intorno all'Alfieri: Venerando il nome Fummi di lui, che nelle reggie primo L'orma stampò dell'italo coturno; E l'aureo manto lacerato, ai grandi Mostrò lor piaghe e vendicò gli umìli. Quando poi l'amico Pagani fece al Manzoni la poco piacevole sorpresa di dedicare a Vincenzo Monti, in nome del poeta, in modo alquanto infelice, il Carme per l'Imbonati, il Manzoni gli scrisse in termini abbastanza vivaci e risentiti. In quella lettera del 18 aprile 1806 che il signor Romussi ci ha fatta conoscere, son notevoli queste parole relative all'Astigiano: "Tu mi parli di Alfieri, la cui vita è una prova del suo pazzo orgoglioso furore per l'indipendenza, secondo il tuo modo di pensare, e secondo il mio un modello di pura, incontaminata, vera virtù di un uomo che sente la sua dignità, e che non fa un passo, di cui debba arrossire. Ebbene, Alfieri dedicò. Ma a chi e perchè dedicò? Dedicò a sua madre, al suo amico del cuore, a Washington, al popolo italiano futuro, ec." Nella lettera francese al Chauvet sopra l'unità di tempo e di luogo, pubblicata nell'anno 1820, il Manzoni, che combatteva come poeta drammatico le unità alfieriane, poneva pure una parola di biasimo contro l'Autore del _Misogallo_: "Un uomo celebre, cui l'Italia era avvezza ad ascoltare con riverenza, aveva annunziato ch'egli avrebbe lasciato postumo uno scritto, al quale erano confidati i suoi più intimi sentimenti. Vide la luce il _Misogallo_, e la voce d'Alfieri, la sua voce che usciva dalla tomba, non levò alcun rumore in Italia, perchè una voce più potente si levava in ogni cuore contro un risentimento che mirava a fondare il patriottismo sull'odio. L'odio per la Francia! per la Francia illustrata da tanti genii e da tante virtù, donde sono sorte tante verità e tanti esempi! per la Francia che non si può vedere senza provare un'affezione somigliante ad amore di patria, e che non si può lasciare senza che al ricordo d'averla abitata non si mescoli qualche cosa di malinconico e di profondo simile all'impressione di un esiglio." [2] Il Manzoni dovette conoscere il Foscolo, quando ritornò studente da Pavia. Gliene dovette conciliar la simpatia, oltre l'ingegno fervido, il culto che il Foscolo professava al Parini e il suo amore dell'indipendenza che lo rese forte contro l'adulato Buonaparte. Il Manzoni dovea essere tornato da Pavia meno entusiasta del Monti che non fosse quando vi si era recato: ne' litigi letterarii che il Monti ebbe col Foscolo, il Manzoni non parteggiò forse per alcuno, ma probabilmente ascoltò più volentieri il poeta più indipendente. Il Foscolo venerava l'Alfieri; al Monti, invece, parlando un giorno dell'Alfieri in casa del conte Venéri, scappò detto: "Un'arietta del Metastasio val più di tutte le sue opere insieme." Nel passo citato del Sermone manzoniano, ove si difende l'Alfieri contro i Metastasiani, è forse un'eco dei battibecchi letterarii fra il Monti ed il Foscolo: il Monti chiamò poi sacrilegio epico la traduzione alfieriana dell'_Eneide_, e non ebbe tutti i torti. Il Foscolo faceva credere che il Monti lo evitasse per timore di compromettersi, a motivo del suo carattere indipendente; è dunque assai possibile che ne' suoi colloquii degli anni 1804 e 1805 col Foscolo il Manzoni abbia udito più volte giudicare il Monti severamente. Il Foscolo parlando di sè dice: "Il Foscolo, figlio della Repubblica veneta che Buonaparte distrusse, si nutrì nel sentimento dei più, i quali considerano l'indipendenza de' rispettivi Stati d'Italia come la sola causa necessaria che può essere produttrice della intera sua rigenerazione. Coerente dunque a tali principii, egli non volle mai intervenire nelle adunanze dei Collegi elettorali di cui era membro, per non trovarsi nell'obbligo di prestare il solito giuramento di obbedienza." Per quanto una parte della condotta del Foscolo sotto l'impero non sia stata conforme a queste parole, non è dubbio che l'animo del Foscolo era piuttosto alieno dalla signoria napoleonica in Italia; e il Manzoni che aveva frequentata la contessa Cicognara e appreso da essa a giudicare il Buonaparte, dovette assai naturalmente accostarsi più volentieri al Foscolo dopo avere conosciuto il Monti. Dico più oltre come mi sembri pure scorgere un'allusione contraria al Monti nel Carme _In morte dell'Imbonati_. Se io non mi sono ingannato in tale congettura, si spiega forse meglio come, pubblicando i _Sepolcri_ a Brescia nell'anno 1807, il Foscolo provasse una certa maliziosa compiacenza nel citare, per segno d'onore, in una nota i versi del Manzoni, relativi ad Omero libero, che non adulava i potenti, ad Omero, di cui il Monti e il Foscolo rivali traducevano allora l'Iliade, I versi citati sono questi per l'appunto: Non ombra di possente amico, nè lodator comprati avea quel sommo D'occhi cieco e divin raggio di mente Che per la Grecia mendicò cantando. Il Foscolo che non avea perdonato al vecchio Cesarotti la _Pronea_, di cui diceva: "Misera concezione, frasi grottesche, verseggiatura di dramma per musica e per giunta gran lezzo d'adulazione, infame ad ogni scrittore, ma più infame ad un ottuagenario che non ha bisogno di pane o poco omai può temere dalla fortuna," non dovea perdonare più tardi al Monti la dedicazione servile della sua _Iliade_ al Beauharnais. È giusto tuttavia avvertire che il Monti divenne aperto nemico dell'Autore dei _Sepolcri_, la _polvere_ dei quali minacciava di scuotere, solo tre anni dopo. Ma poichè il motivo primo della guerra fu la rivalità per la versione dell'_Iliade_, il primo saggio pubblico della quale comparve insieme coi _Sepolcri_ nel 1807, non mi pare improbabile che, quantunque per tre anni nelle loro esterne relazioni i due poeti siansi mostrati amici, in privato avessero già incominciato a lacerarsi. Checchè ne sia, per altro, dell'intendimento, col quale fu scritta la nota de' _Sepolcri_, essa basta in ogni modo a provare l'amicizia e la stima che il Foscolo nutriva pel giovine Manzoni; come il Parini aveva pronosticata la gloria poetica del Foscolo, così il Foscolo augurò bene di quella nascente del Manzoni. Quando poi questi si convertì al Cattolicismo, e diede motivo a molti commenti maligni, tra i quali non doveano mancare quelli dei mitologisti Montiani, il Foscolo, che aveva potuto pregiare la sincerità de' sentimenti del suo giovane amico, no prese apertamente in Milano le difese, come rileviamo da una nota lettera di Silvio Pellico a Nicomede Bianchi. VIII. Il Manzoni e Vincenzo Monti.[1] Il professore Stoppani narra un aneddoto, secondo il quale il giovinetto Manzoni sarebbe stato corretto dal vizio del giuoco, per un solo affettuoso rimprovero che gli fece Vincenzo Monti. "Il così detto _Ridotto_ del Teatro alla Scala" era allora precisamente un ridotto di biscaiuoli. L'inesperto Alessandrino si era lasciato prendere all'esca, confessando egli stesso più tardi che si sentiva già fortemente invasato da quella terribile passione, che può in brev'ora trasformare un amoroso padre di famiglia in un parricida, e in suicida un giovine morigerato. Una sera Alessandro Manzoni sedeva al banco dei giuocatori. Tutto a un tratto si sente leggermente battere sopra la spalla. Voltosi indietro, si trovò in faccia lo sguardo affascinante di Vincenzo Monti, il quale gli disse queste semplici, ma gravi parole: "Se andate avanti così, bei versi che faremo in avvenire!" Dopo di quella sera il Manzoni, quantunque, per avvezzarsi a contemplare lo spettacolo del vizio, senza lasciarsene signoreggiare, abbia continuato di proposito, per un altro mese, a frequentare ogni sera il _Ridotto_, non giuocò più. Ma il giovinetto che nel bollore degli anni primi aveva potuto cedere egli stesso all'impeto di qualche passione infelice, non tardò ad acquistare non pure tra' suoi compagni, ma presso il proprio maestro, una singolare e veramente straordinaria autorità come consigliere sapiente. Onde, per esempio, quando il Monti, che apparteneva forse più di ogni altro poeta all'_irritabile genus_, entrò in lunga briga col mediocre letterato e poeta De Coureil e sostenne contro di lui un'acerba polemica letteraria, gravemente ammonito per lettera dal giovine suo discepolo che quello scandalo gli avrebbe fatto gran torto e diminuito quel prestigio che il Monti aveva sperato invece di accrescere rispondendo al De Coureil, il maestro ne rimase così colpito, che ne fece motto in una sua lettera del 6 febbraio 1805, diretta ad Andrea Mustoxidi, dandogli facoltà di pubblicare, se lo credeva utile, la lettera del Manzoni consigliatrice del partito più ragionevole, se pure non era il più piacevole all'amor proprio ferito del poeta-storiografo delle Alfonsine.[2] Ma nel 1805, conviene pur dirlo, il Manzoni era già lontano da quel primo entusiasmo, col quale quindicenne, nel _Trionfo della libertà_, ammirando più che altro la gloria di colui che chiamavano allora il Dante ringentilito, egli aveva glorificato e difeso contro i suoi detrattori il suo maestro Vincenzo Monti. Questo magnifico ed enfatico elogio del Monti fatto dal giovinetto Manzoni merita di venir riscontrato col famoso iperbolico epigramma, col quale ei lo piangeva morto, dopo ventott'anni: Salve, o Divino, cui largì natura Il cor di Dante e del suo Duca il canto; Questo fia 'l grido dell'età ventura, Ma l'età che fu tua tel dice in pianto. Piacque al giovine Manzoni la gloria del suo maestro, ed è ben chiaro dal fine del saluto del nostro mirabile giovinetto al Monti, ch'egli sperava già o ardeva, almeno, del desiderio di acquistarne una simile: Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi Fai de' tuoi carmi e trapassando pungi La vil ciurmaglia che ti striscia ai piedi. Tu il gran cantor di Beatrice aggiungi E l'avanzi talor; d'invidia piene Ti rimirali le felle alme da lungi, Che non bagnâr le labbia in Ippocrene, Ma le tuffâr ne le Stinfalie fogne, Onde tal puzzo da' lor carmi viene. Oh limacciosi vermi! Oh rie vergogne De l'arte sacra! Augei palustri e bassi; Cigni non già, ma corvi da carogne. Ma tu l'invida turba addietro lassi E, le robuste penne ergendo, come Aquila altera, li compiangi e passi. Invano atro velen sovra il tuo nome Sparge l'invidia, al proprio danno industre, Da le inquiete sibilanti chiome; Ed io puranco, ed io, vate trilustre, Io ti seguo da lunge, e il tuo gran lume A me fo scorta ne l'arringo illustre. E te veggendo su l'erto cacume Ascender di Parnaso, alma spedita, Già sento al volo mio crescer le piume. Forse, ah che spero? io la seconda vita Vivrò, se alle mie forze inferme e frali Le nove suore porgeranno aita. Notiamo presso quell'ambizioso _io, vate trilustre_, quel prudente, ma non meno ambizioso forse tutto manzoniano, messo innanzi al _vivrò_ immortale che ci prenunzia già l'Autore del _Cinque Maggio_ predestinato a sciogliere all'urna del primo Napoleone un cantico Che _forse_ non morrà. Quando il Manzoni scrive, nell'anno 1803, al Monti, lo fa già in un tuono di una certa famigliare baldanza che rivela la poca soggezione, e gli dà del _voi_. Il Monti invitato a dir la sua opinione sopra l'Idillio del Manzoni, gli risponde lodandolo sinceramente, facendo i migliori augurii al giovinetto e dicendogli finalmente: "Io non sono da tanto da poterti fare il dottore." Fra maestro e discepolo un tale linguaggio colpisce. Nella risposta del Monti, il maestro dice che egli ha incominciata la stampa del _Persio_. Nel marzo dell'anno 1804, il Manzoni si trovava a Venezia e scriveva di là al suo amico Pagani, studente di giurisprudenza a Pavia; nella sua lettera è una parola impaziente contro il Monti, che può già dimostrare la scaduta riverenza del discepolo. "Se Monti (egli scrive) vuol mandarmi il _Persio_, lo faccia avere, nel nome di Dio, a mio padre, a Milano." Questi indizii mi bisognava raccogliere per ispiegare non pure la vivacità del battibecco letterario che nacque dipoi fra i Manzoniani e i Montiani sopra l'argomento della mitologia nella poesia moderna, ma ancora per illustrare qualche passo del Carme _In morte dell'Imbonati_. Il giovine Poeta rammentando l'indegna educazione ed istruzione ch'egli avea ricevuta specialmente nel Collegio de' Nobili, non rattiene, com'è ben noto, il proprio sdegno, e lo sfoga in una forma intemperante che non si trova poi più in alcun altro suo scritto; ed accennando in particolare ad un maestro di poesia che lo disgustò, dice che da lui si rivolse, invece, agli antichi poeti: Questa Qual sia favilla, che mia mente alluma, Custodii com'io valgo e tenni viva Finor. Nè ti dirò com'io, nodrito In sozzo ovil di mercenario armento, Gli aridi bronchi fastidendo, e il pasto Dell'insipida stoppia, il viso torsi Dalla fetente mangiatoia, e franco M'addussi al sorso dell'ascrea fontana; Come, talor, discepolo di tale, Cui mi sarìa vergogna esser maestro, Mi volsi ai prischi sommi, e ne fui preso Di tanto amor, che mi parea vederli Veracemente e ragionar con loro. Qui mi arresta un dubbio assai penoso. Chi fu mai codesto maestro, da cui il Manzoni, sentendo vergogna di lui, si diparte per correre ad inspirarsi direttamente presso i poeti antichi? Io so bene che, a questo punto, qualche amico discreto mi raccomanderà discrezione, invitandomi a passar oltre, a non arrischiar congetture che potrebbero riuscir vane ed ingiuriose. Ma passar oltre vuol dire o non capire o non voler capire. E se noi contemporanei ci contentiamo di leggere così il primo fra i nostri scrittori viventi, come potranno sperare d'intenderlo meglio quelli che verranno dopo di noi? So bene che il vivente discepolo del vecchio Vincenzo Monti, l'illustre Andrea Maffei, il quale ricorda pur sempre come, dopo l'anno 1820, il Manzoni visitasse spesso il Monti infermo, come nel mandargli la _cantafera_ de' suoi _Promessi Sposi_ glieli raccomandasse affettuosamente,[3] come lo encomiasse morto con lodi iperboliche, non farà buon viso alla nostra congettura; ed essa ripugna pure vivamente a me stesso, come ripugna, per dire il vero, ogni maniera o specie d'ingratitudine. Ma io non posso tacere che corsero parecchi anni, ne' quali il Manzoni ed il Monti apparvero veramente come avversarii; la storia letteraria ha i suoi diritti, e, per quanto c'incresca vedere il Manzoni, che aveva egli stesso fatto grande abuso, ne' primi suoi studii poetici, della mitologia, divenirci aperto derisore del Monti che volea mantenerla in onore, e colpirlo direttamente con l'Ode satirica intitolata: _L'ira d'Apollo_, ove, con nuova malizia, s'imita pure lo stile cancelleresco della Polizia austriaca, quale era adoprato allora da un poeta da strapazzo, Pietro Stoppani di Beroldinghen, e da un giornalista venduto, il Pezzi, grandi lodatori entrambi di Vincenzo Monti divenuto buon servitore dell'Austria, il Manzoni, che giovinetto avea molto ammirato e lodato, come sappiamo, il suo maestro Monti, divenuto amico di Ugo Foscolo, imparò forse da lui a giudicarne con minore indulgenza la condotta politica; e nella diminuzione di stima per l'uomo è assai probabile che siasi pure diminuito il concetto che il Manzoni si formava del Monti poeta. Recatosi poi a Parigi, in mezzo a una società, per la massima parte repubblicana, anzi che pietà, parve ch'egli concepisse un vero disprezzo pel Monti. Il Manzoni dice che tra i _prischi sommi_, egli cercò prima di Omero, per la traduzione del quale specialmente nacque tra il Foscolo ed il Monti così fiero dissenso, e, nominando Omero, sembra volerne, per antitesi, ferire il traduttore: .... Non ombra di possente amico, Nè lodator comprati avea quel sommo D'occhi cieco e divin raggio di mente Che per la Grecia mendicò cantando. Nè era, io debbo pur ripeterlo, forse intieramente innocente e fuor d'ogni intendimento malizioso Ugo Foscolo, quando in una nota al suo Carme de' _Sepolcri_, volendo nominare il Manzoni, per mostrargli il conto ch'ei ne faceva e com'ei fosse memore di lui lontano, citava precisamente que' versi relativi ad Omero, ove si dice più tosto quello che non era stato Omero e quello ch'era invece qualche altro moderno poeta. L'amico Pagani, che ristampava a Milano il Carme per l'Imbonati, desiderava egli forse distruggere il sospetto che si alludesse con que' versi al Monti, quando, senza averne avuto l'incarico, dedicava, anche a nome dell'Autore, il poemetto a Vincenzo Monti? Lo ignoriamo; ma ci è noto intanto che l'imprudenza e l'arbitrio del Pagani maravigliarono ed irritarono grandemente il giovine Poeta, e furono per guastare l'amicizia di que' due buoni compagni di scuola. Il Manzoni voleva, invero, obbligare il Pagani a pubblicar subito una protesta che disdicesse la dedicatoria. Il Pagani gli opponeva che il dedicare non è un avvilirsi; che anche l'Alfieri avea fatto delle dedicatorie, e nessuno potrebbe negarlo uomo libero ed indipendente. Il Manzoni rispondeva esser vero, ma l'Alfieri essere stato "un modello di pura, incontaminata, vera virtù, di un uomo che sente la sua dignità e che non fa un passo, di cui debba arrossire."--"Ebbene (soggiungeva ancora da Parigi il nostro giovine Poeta), Alfieri dedicò; ma a chi, e perchè dedicò? Dedicò a sua madre, al suo amico del cuore, a Washington, al popolo italiano futuro." Ci è noto finalmente come il Manzoni deplorava il Carme per l'Imbonati per altre ragioni più gravi che non fossero le allusioni al Collegio de' Nobili. Una di queste ragioni può essere stato il tacito biasimo del Monti, e l'altra ragione la vedremo in breve. Fu detto da qualche biografo che, quando nel 1801 il Manzoni pubblicò l'_Urania_, il Monti abbia esclamato: "Questo giovine incomincia dove vorrei finire." È possibile che un giorno il Monti abbia reso un tale omaggio al suo discepolo; ma a questo detto suppongo che siasi attribuita un'origine troppo recente. Il Manzoni non incominciava più con l'_Urania_; da ben sette anni egli scriveva, ed i primi suoi componimenti il Monti aveva letti e lodati; è assai probabile quindi che il complimento, di cui si tratta, siasi fatto veramente dal Monti, ma nel 1801, poich'egli ebbe conosciuto il _Trionfo della libertà_, poema che il discepolo avea scritto per imitare, forse per emulare il maestro, e che termina in ogni modo, come abbiamo già udito, con la esaltazione del Monti sopra lo stesso Dante. [1] Cfr. il paragrafo VI. [2] La lettera è questa; il Manzoni era ancora in Milano, onde partì soltanto nella primavera, dopo la morte dell'Imbonati: Ad Andrea Mustoxidi. "In appendice alla mia del passato ordinario ve ne acchiudo un'altra del nostro amico Manzoni. Egli ha voluto farla passare per le mie mani, perchè mi risguarda direttamente e contiene una sua onesta disapprovazione dell'essermi io avvilito a parlare di De Coureil. Del quale mio errore io non meriterei veramente perdono, se non mi scusasse il fatto di quelli che hanno confuso il reverendo lor nome con quello d'un pazzo, e si sono condotti peggio di me, e non veggo che abbiano ancor redenta questa ignominia, separandosi da così vile e disonesta compagnia. Vera è pur troppo la riflessione di Manzoni che, prendendo briga col De Coureil, è _forza che i buoni si scordino di quella gentilezza che pure è il primo frutto delle lettere,_ vero per conseguenza che in quella mia nota sono corsi dei termini non gentili. Ma se un facchino imbriaco, mentre io vado per la mia strada, mi viene addosso con villanìa, e mi lorda di fango, dovrò io dirgli:--Signore, siate più rispettoso coi galantuomini; signore, maltrattatemi con più discrezione; considerate, vi prego, che mi si deve un poco più di rispetto--e altre simili gentilezze? Chi può dunque incolparmi d'aver dato al mio critico i nomi ch'ei merita? Le creanze si usano con chi le pratica, e il bastone con gli asini mal educati. Ma parlerò con altro linguaggio, se avverrà che io sia forzato a drizzare più alto il mio giusto risentimento. Il contegno che così si usa con me, ha ormai irritata tutta l'Italia, e la sana porzione dei letterati, anche stranieri, ha già manifestato il suo sdegno su queste vili e scandalose ingiustizie. Della lettera di Manzoni fate l'uso che più vi piace, anche pubblico. Milano, 6 febbraio 1805" [3] Il Monti non fu, tuttavia, a quanto pare, de' lettori più solleciti de' _Promessi Sposi_, secondo quanto trovo scritto nelle _Memorie autografe di un ribelle_, di Giuseppe Ricciardi (Milano, 1873): "Recatici a visitare l'Osservatorio astronomico posto nel Palazzo di Brera, trovammo quivi l'Oriani e il Carlini. Altri uomini, più o meno illustri, conoscemmo indi a poco, fra cui nominerò primo il Manzoni. Il quale io vidi la prima volta in Milano, nel giugno del 1827. Sedeva in mezzo alla sua bella e numerosa famiglia e ad un nobile crocchio d'amici, in cui tenevano il primo luogo Ermes Visconti, Tommaso Grossi e Giovanni Torti, cioè, quasi tutta la così detta Scuola romantica. Ci fu introduttore in casa Manzoni il Rosmini, giovanissimo allora, ed il quale avevo conosciuto per mezzo di un assai colto e gentil veneziano, per nome Antonio Papadopoli. I _Promessi Sposi_ erano usciti in luce pochi dì prima, ed io li avevo divorati con un piacere infinito, tanto più poi in quanto che m'avevo sott'occhio i luoghi, dei quali parla quel mirabile libro. Desiderosi oltremodo di salutare il decano dei poeti allora viventi, Vincenzo Monti, n'andammo a Monza col Papadopoli. Trovammo il povero vecchio adagiato, o, per dir meglio, giacente in un seggiolone. Teneva gli occhiali inforcati sul naso, e leggicchiava non so qual commedia di Goldoni. Scorta sur un tavolino una copia dei _Promessi Sposi_, mio padre chiese al buon vecchio che ne pensasse, e quegli rispose aver provato alquanto fastidio nel leggere il primo capitolo, ma pur voler trapassare al secondo. Ne mostrò poi una bella lettera scrittagli dal Manzoni nell'inviargli in dono il suo libro." IX. I primi amici. Il libro del signor Romussi ci ha recata in quest'anno una grata sorpresa, ponendoci sott'occhio alcune lettere o frammenti di lettere giovanili del Bianconi, dalle quali ricaviamo il nome de' suoi tre primi amici. Il più intimo tra questi fu Giambattista Pagani di Brescia, col quale il Manzoni avea studiato a Pavia; le lettere del Manzoni ce lo mostrano affettuoso, devoto, pronto a render servigii, alcuna volta anche troppo, come quando volle dedicar di suo capo, in nome del Manzoni, a Vincenzo Monti il Carme _In morte dell'Imbonati_, che si ristampava in Milano dal De Stefanis.[1] Veniva secondo Ignazio Calderari, che il Manzoni stesso chiamava _aureo_, _amabile_ e _rispettabile_; e pure doveva essere un giovine ardente e pieno di entusiasmo, a giudicarne dalla lettera, in cui egli descrive il proprio viaggio a Brusuglio, la nuova villa manzoniana, per conoscere la madre dell'amico e per vedere se l'amico era sempre il medesimo. Pare che il Manzoni fin d'allora scrivesse lettere mal volentieri, e preferisse, stando a Milano, incaricare l'amico Calderari di mandare i suoi saluti al Pagani, anzi che scrivere egli stesso. "Aggiungi (egli scriveva al Pagani) che nel mio soggiorno a Milano la facilità di aver tue nuove per mezzo del nostro Calderari favoriva e scusava la mia pigrizia, la quale, a dir vero, non era scossa da alcuna tua sollecitudine a scrivermi." Il terzo amico, Luigi Arese, morì tisico nel 1806, intorno a' suoi vent'anni; gli amici lo chiamavano: "caro e adorabile."[2] Non è raro il caso che le amicizie fatte nella scuola si raffreddino e si dileguino nella lontananza, per tornare a ravvivarsi nella vecchiaia. Il Calderari non accompagnò altrimenti la vita del Manzoni; la loro corrispondenza parve cessare quasi intieramente nell'anno 1808, quando il Manzoni, sposata Enrichetta Blondel, si ritrasse a vivere per alcuni anni isolato In Brusuglio; ed anche l'amicizia col Pagani cessò, dopo quell'anno, dall'essere attiva. Così non sappiamo altro dell'amicizia che il Manzoni parve avere con Antonio Buttura, letterato amico di sua madre,[3] e con Francesco Lomonaco. [1] Mi giova qui intorno al Pagani riferire per intiero la nota che trovasi nell'importante volume del Romussi; "Giambattista Pagani fu condiscepolo di Manzoni nel Collegio dei Nobili (Longone) di Milano, e gli conservò sempre un'amicizia che molti anni di lontananza non riescirono nè a spegnere, nè ad indebolire. Fino ai loro ultimi giorni si scambiarono con schietta cordialità proteste di affetto; e la ritrosia di Manzoni in questi ultimi anni a scriver lettere non lo fece mai tardo nel rispondere all'antico amico. Il Pagani era nato nel 1784 in Lonato: era quindi maggiore di un anno di Manzoni. Terminati gli studii del Collegio, il Pagani passò a Pavia a studiar giurisprudenza, e colà conobbe Vincenzo Monti, che teneva cattedra d'eloquenza, e che lo accolse fra i suoi famigliari. In quel tempo Manzoni erasi recato a Venezia, e di là mandava all'amico i versi che man mano scriveva, fra cui un Sermone allo stesso Pagani indirizzato, e nel quale parla dapprima della vocazione ch'ebbe fin dall'infanzia di essere poeta e giustifica il genere satirico di poesia, cui intendeva consacrarsi. Questo Sermone rimase ignoto fino al 1874, in cui fu pubblicato dall'abate Antonio Stoppani nel suo bel libro: _I primi anni di Alessandro Manzoni_. Il Pagani aveva ingegno da comprendere l'amico, egli pure scrisse reputati lavori: opere giuridiche, perchè avea per la severa scienza del diritto una vera passione, e opere letterarie, cui si applicava per diletto, ma con molta intelligenza. Fra queste ultime si ricorda un _Discorso intorno all'Adelchi_ letto all'Ateneo di Brescia, in difesa dell'opera dell'amico che era allora da molti, con indegna guerra, combattuto. Fra le giuridiche sono lodati il _Repertorio legale pei diritti reali_ ed un _Trattato sulle Rendite giuridiche_. Durante il primo Regno d'Italia era stato eletto Conservatore delle Ipoteche in Brescia. Nei dolorosi anni della dominazione straniera conservò, con dignitosa fermezza, la fede e l'affetto per la patria, che ebbe la gioia di vedere risorta. Morì nel 19 febbraio 1874, e fu pianto da tutti i buoni, che perdevano un vivente esempio d'integrità e di modestia." [2] Le due lettere del Manzoni al Calderari e la lettera intermedia al Pagani, pubblicate dal Romossi, volgono intorno alla malattia ed alla morte dell'Arese; le riproduco, perchè rivelano bene l'animo ed i pensieri del giovine Manzoni, il preteso ateo che dovea fare il miracolo di convertirsi: "Parigi, 7 settembre 1806, "Mio Calderari, L'amara novella che mi hai data mi ha riempito di dolore e di melanconia. Io era per iscrivere a te, a Pagani, al povero Arese per annunciarvi il mio ritorno a Parigi, e per chiedere di voi tutti. Non puoi credere quanto m'abbia colpito l'annuncio della grave malattia del nostro Arese. La speranza che tu conservi, rianima la mia; ma le circostanze che tocchi, la indeboliscono pur troppo (_In questo passo si vede già l'amore speciale del Manzoni per le antitesi, amore che si può pure avvertire nella lettera del 1803 al Monti già citata._) L'apparato della morte è quello che la accelera. Chi ha avuto il cuore di dargli la sentenza finale? Di farlo soffrire nei forse ultimi suoi momenti? Oh piaccia a Dio che io possa avere da te nuova del suo rivivere! Quando un malato ha presso di sè dei veri amici che gli nascondono il suo stato, egli muore senza avvedersene; la morte non è terribile che per quelli che rimangono a piangere. Ma quando gli amici sono allontanati, quando vi sentite intronare all'orecchio: Tu devi morire! allora la morte appare nel suo aspetto più deforme. Povero Arese! Ho sempre davanti gli occhi quella sua camera deserta degli amici, senza te, senza Pagani che potreste sollevarlo. Alcuni sono morti che sarebbero guariti, pel timore solo cagionato loro dalla sentenza che fu data al povero nostro Arese. Ti prego di scrivermi presto e senza interruzione; non ho bisogno di raccomandartelo. Mia madre divide la mia afflizione, e freme parlando della fredda crudeltà che è tanto comune nei nostri paesi. Scrivimi, ti prego, a lungo ogni minuzia che riguarda Arese. Povero Arese! nel fiore dell'età! Ti prego di scrivere a Pagani che io non ho ora testa nè tempo di scrivergli, ma che, al primo ordinario, lo farò sicuramente. Se mai il mio silenzio gli fosse dispiacente, digli che io sono sempre il suo Manzoni; al mio Pagani ciò deve bastare. Tu amami, Calderari, e sii certo che io ti amo e ti riverisco veramente, e scrivimi presto. Addio; dammi nuove di Arese. Il tuo MANZONI B.a" "Mio Pagani, M'hai tu dimenticato davvero? Sono tre mesi che non ho tue nuove; e l'ultima mia lettera, nella quale ti annunciava la mia partita da Parigi, è rimasta senza risposta. Non posso dubitare della tua salute, giacchè il nostro aureo Calderari che mi scrive, me ne avrebbe senza dubbio fatto cenno. Io sperava che Zinammi, col quale ci siamo abboccati, avesse qualche tua lettera a consegnarmi; ma, non vedendone ed aspettandone di giorno in giorno, tardai a scriverti fino al mio ritorno. Scrivimi al più presto, dimmi se sei ancora il mio Pagani, com'io sarò sempre il tuo Manzoni; dammi nuove di te, e di tutto quello che ti è a cuore. Non puoi credere quanta pena mi abbia fatto la nuova della grave malattia del nostro povero Arese; e mia madre, che divide ogni mio affetto, ne fu pure assai triste ed in timore. Calderari mi annunciò qualche miglioramento che mi riempì di gioia e di speranza. Duolmi amaramente che gli amici non abbiano adito al suo letto, e che invece egli debba aver dinanzi agli occhi l'orribile figura di un prete. Nè puoi figurarti quanto dolore ed indignazione abbia in noi eccitato il sentire da Calderari che ad Arese era stata annunciata la fatale sentenza (spero, per Dio! che sarà vana). Crudeli, così se egli schiva la morte, avrà dovuto nullameno assaporare tutte le sue angosce! E quante volte l'annunzio della morte ha ridotto agli estremi dei malati che, ignorando il loro stato, sarebbero guariti? Basta: i mali del caro ed infelice Arese, che ho sempre dinanzi agli occhi, mi allontanano sempre più da un paese, in cui non si può nè vivere nè morire come si vuole. (_Qui vi sono accenti intieramente foscoliani._) Io preferisco l'indifferenza naturale dei Francesi, che vi lasciano andare pei fatti vostri, allo zelo crudele dei nostri, che s'impadroniscono di voi, che vogliono prendersi cura della vostra anima, che vogliono cacciarvi in corpo la loro maniera di pensare, come se chi ha una testa, un cuore, due gambe e una pancia, e cammina da sè, non potesse disporre di sè e di tutto quello che è in lui a suo piacimento. Mi accorgo di aver fatto un pasticcio di parole, pazienza! Il mio Pagani è buono. Due parole di me. Io continuo il ben cominciato modo di vivere, senza cangiamento, senza interruzione. Se tu rileggi le mie passate lettere, ti farà ben maraviglia l'udire da me che mia madre, quest'unica madre e donna, ha aumentato il suo amore e le sue premure per me. Eppure la cosa è così. Io sono più felice che mai, e non mi manca che d'esserlo vicino a te e ai pochi scelti nostri amici, che si riducono ad Arese che vorrei risanato, e a Calderari che vorrei felice come egli merita. Ho vergogna di dirti che, dopo i versi stampati, non ne ho fatto più uno: ora però voglio mettermi il capo tra le mani, e lavorare, massime che mia madre non ha mai lasciato di punzecchiarmi, perchè io cacci la mia pigrizia. A proposito di versi, devo parlarti di un affare che mi è a cuore assai assai, e che in conseguenza premerà anche a te. Io non ho avuto dal libraio un soldo per l'edizione, e mi sono messo in puntiglio di non rilasciargli niente niente, perchè non voglio essere lo zimbello di nessuno e massime d'un libraio. La sua renitenza o noncuranza è veramente stomachevole. Nè ha alcun appiglio per eludere le mie richieste e per evitare di rendermi il mio. Perchè o le copie sono vendute e mi dia il danaro, o sono invendute e me le renda. Arese si era impegnato di parlargli. Rispose che egli aveva ottocento copie non vendute: io scrissi a Zinammi quello che doveva fargli dire da Arese, ma il povero Arese cadde malato. Ecco la mia risposta: rendere al signor Zinammi, procuratore di mia madre, il prezzo delle 200 vendute e le 800 copie invendute. E veramente mi fa maraviglia che il numero di quelle che sono in bottega sia così grande, non già perchè io credessi che dovessero avere grande spaccio (giacchè v'è un ostacolo a ciò, non so se per colpa dell'opera o dei lettori), ma perchè tu mi avevi annunziato che si vendevano a furia. Come tu facesti il negozio col libraio, così spero che vorrai ora ridurlo a fine, e te ne prego caldamente. Ho veduto su un giornale di Roma un giudizio di quei versi, con una lode tanto esagerata, che non ardisco riportarlo. "Caro Pagani, scrivimi ed amami, anzi amaci, giacchè tu sai che mia madre non ha mediocre stima di te e desiderio della tua amicizia. Scrivi a lungo e vale." Il tuo MANZONI B.a" "Parigi, 30 ottobre 1806." "Caro il mio Calderari, O Arese, giovine buono, amico vero della virtù e degli amici, giovine che in tempi migliori saresti stato perfetto, ma che nella nostra infame corruttela ti conservasti incontaminato, ricevi un vale da quelli che ti amarono caldamente in vita, e che ora amaramente ti desiderano. Povero Calderari, tu lo amasti, tu lo desideri e tu non hai potuto vederlo, consolarlo! Egli è morto nel fiore degli anni, nella stagione delle speranze, e l'ultimo oggetto che i suoi occhi hanno veduto non è stato un amico. Egli che era degno di amici! Povero Calderari! Mia madre ed io piangiamo sopra di Arese e sopra di te. Seppi da Buttura che tu eri assiduo alla sua porta, che le tue lagrime mostravano la forza del tuo affetto, ma invano. Noi rileggiamo le lettere di Arese, quel che ci resta di lui, quello che rimane in questo mondaccio di quell'anima fervida e pura. Odi quello che egli ci scrisse nell'ultima lettera, dove traspira quasi un presentimento della sua separazione. Egli parla con mia madre e con me, e par ch'egli non abbia voluto darmi l'ultimo addio, se non unendomi con Lei che tutto divide con me, e che abbia voluto così render più sacre per me le ultime sue parole. La lettera è del mese di giugno o di luglio al più tardi: "Ho veduto con sommo dolore partire il mio Pagani. Mi rimane Calderari, che è un angelo. È veramente degno di miglior sorte e di.... Le sue disgrazie, che egli soffre con animo veramente forte, mi stringono a lui più fortemente, e mi servono di un grande esempio. Oh Giulia, Giulia! non è così rara in Italia la virtù come tu pensi!" E finisce con queste parole che mai non rileggiamo senza un fremito di dolore e di speranza: "Giulia, Alessandro, ci rivedremo certamente. Un giorno, superiori all'umano orgoglio, beati e puri ragioneremo sorridendo delle passate nostre debolezze. Addio." Oh sì! ci rivedremo. Se questa speranza non raddolcisse il desiderio dei buoni e l'orrore della presenza dei perversi, che sarebbe la vita? Calderari, noi siamo afflitti di non poter essere con te. Tu sei degno d'aver degli amici, e in noi troveresti del cuore, quello di cui tu hai bisogno. Non posso scrivere a Pagani. Egli pure deve essere conturbato. In verità la morte di un amico nel fior degli anni vi lascia, oltre il dolore, un certo risentimento; pare un'orribile ingiustizia. Addio, caro ed infelice Calderari, amami e scrivi. Addio. Il tuo MANZONI B.a" [3] "Buttura Antonio (scrive il Romussi) buon critico e poeta, nato a Malcesine sul Lago di Garda nel 1771, partigiano della Repubblica francese a Venezia, epperciò favorito da Napoleone, si trasferì, dopo il Trattato di Campoformio, a Parigi, dove morì nel 1832. Fu professore al Pritaneo di San Ciro ed all'Ateneo, dove successe al Ginguené; la traduzione del Boileau, di cui parla il Manzoni (in una sua lettera del 1806), fu pubblicata nel 1816. X Carme autobiografico. Quantunque già pubblicato a Lugano in fronte alle _Vite degli illustri italiani_ di Francesco Lomonaco, fino a pochi anni innanzi era pochissimo noto il Sonetto giovanile di Alessandro Manzoni, ove si muove lamento, perchè l'Italia trascuri i suoi migliori ingegni, fin che son vivi, per piangerli morti: Tal premii, Italia, i tuoi migliori; e poi, Che pro se piangi e 'l cener freddo adori, E al nome vôto onor divini fai? Sì, da' barbari oppressa, opprimi i tuoi, E ognor tuoi danni e tue colpe deplori Pentita sempre, e non cangiata mai. Nel principio del Sonetto, diretto a Francesco Lomonaco, si compiange la sorte di questo giovine e già illustre esule napoletano, obbligato a condur vita misera e raminga come Dante, l'antico esule gloriosa fiorentino, del quale il Lomonaco aveva narrata la vita. Due anni innanzi, in una nota al terzo canto del _Trionfo_, ove si descrivono le stragi di Napoli, il Manzoni raccomandava già "l'energico e veramente vesuviano rapporto fatto da Francesco Lomonaco patriotta napoletano". Vogliono che il Manzoni vecchio dicesse avere in gioventù concepite del Lomonaco grandi speranze, che non furono poi mantenute; ma chi riferì quelle parole del Manzoni dovette frantendere; il Lomonaco non ebbe tempo d'acquistar maggior gloria, poichè nell'anno 1810 che era, a pena, il trentesimoprimo della sua vita, egli miseramente s'uccise. L'ingratitudine è cosa mostruosa in tutti, ma più nei grandi ingegni. Ora io non posso credere che il Manzoni degli scrittori che lo fecero maggiormente pensare, e quello che importa, pensar giusto. Io ho voluto rileggere la _Vita di Dante_ scritta dal Lomonaco. Ora, udite quali parole si leggono in fine di quella _Vita_: "I benemeriti della repubblica letteraria non sono i pedanti, o i servili imitatori, bensì quei che informati di una qualche potenza vivificativa sanno altamente e profondamente pensare. Un filosofo interrogò una volta l'Oracolo: quai mezzi praticar dovesse per divenir immortale, e l'Oracolo gli rispose: _Segui il tuo genio_." Ci sono simpatici quegli scrittori che esprimono meglio i nostri proprii sentimenti; il Manzoni deve aver detto leggendo tali parole: esse furono scritte per me; ed averle presenti quando, due o tre anni dopo, scriveva in Parigi il suo programma civile e poetico, ossia il Carme per l'Imbonati.[1] È vera fortuna per l'Italia che, nella primavera dell'anno 1805, Alessandro Manzoni abbia dovuto recarsi in Francia. È possibile, invero che proseguendo a rimanere in Milano, a respirar l'aria delle scuole letterarie d'Italia, a vivere tra le maldicenze puerili e pettegole de' nostri letterati, egli, a malgrado di tutta l'originalità del proprio ingegno, non avrebbe trovato così presto quella forma chiara, schietta, popolare di linguaggio, pel quale veramente col Carme dell'Imbonati per la nostra poesia _incipit vita nova_. A Parigi egli si trovò libero d'ogni impaccio scolastico, ed il suo genio, per la prima volta, potè spaziare per vie proprie e non ancora battute. _Sentir_ e _meditar_: ecco la sua gran formola poetica; in Francia egli trovò pure il modo di esprimere naturalmente questi _sedimenti meditati_, per l'esempio che gli offrivano gli scrittori francesi. Il Carme per l'Imbonati è una prova eloquente che il Manzoni ha sentito, meditato e imparato a scrivere con semplicità e naturalezza. Esaminiamo ora dunque quali forti sentimenti dovessero agitarlo e commuoverlo, quali pensieri governarlo, quando egli scrisse a vent'anni, in Parigi, il bellissimo Carme. Che cosa sia veramente avvenuto nella famiglia Manzoni, nel principio dell'anno 1805, quando la signora Giulia Beccaria s'indusse a lasciare precipitosamente Milano in compagnia del figlio Alessandro, non si può fino ad ora bene affermare. Che il giovine Alessandro avesse avuto in Milano de' grossi dispiaceri, si può argomentare dai versi stessi del Carme, ov'egli si sfoga contro i vili che armarono contro il suo _nome_ l'operosa calunnia. Carlo Imbonati era morto il 15 marzo dell'anno 1805, in Parigi, assistito dalla signora Giulia Beccaria, madre del Manzoni. La Giulia accompagnò le spoglie dell'amico a Brusuglio: villa, di cui egli, sebbene avesse parecchie sorelle, l'aveva fatta erede. La madre ed il figlio, dopo quella morte, partirono per Parigi, lasciando solo Don Pietro in Milano; l'eredità lasciata alla Giulia Beccaria diede occasione a molte ciarle; ora le ciarle, nelle quali anche gli uomini eletti che vi si abbandonano, diventano volgo, le nove volte su dieci, come sono figlie dell'ozio, sono madri di maldicenza. La signora Giulia Beccaria non dovette essere risparmiata. Che fece allora il figlio? Prima di tutto, egli non l'abbandonò più, e poi si preparò a vendicarne, come potè, la fama oltraggiata. Del padre che morì settantenne in Milano, due anni dopo la morte dell'Imbonati, e a cui il figlio, avvertito troppo tardi in Parigi, non arrivò in tempo a chiudere gli occhi, non troviamo se non un rapido cenno, abbastanza freddo, per annunciarne la morte, in una lettera che il Manzoni diresse nel marzo del 1807 all'amico Pagani da Brusuglio, ov'egli s'era per pochi giorni condotto con la madre a mettervi in ordine i suoi affari più urgenti. Nella stessa lettera, invece, il Manzoni rappresenta all'amico la propria "felicità di avere per madre ed amica una donna, parlando della quale, egli dice, troverò sempre più ogni espressione debole e monca."[2] Ignazio Calderari, comune amico del Manzoni e del Pagani, avendo poi, allora per l'appunto passato, com'ei diceva: "due mezze giornate in paradiso," o sia, nella villa dell'amico Manzoni a Brusuglio, scrivendo nel giorno stesso al Pagani, gli fa il ritratto della signora Beccaria: "Che dirotti di sua madre? Mi palpitava il cuore nel viaggio pel desiderio di conoscere una tal donna, che io già amava e venerava come quella che forma la felicità del nostro Manzoni, e da quanto vidi non posso ingannarmi che l'uno formi la contentezza dell'altro, perchè nulla è tra loro di segreto: l'uno a vicenda ambisce di prevenire i desiderii dell'altro, e si protestano l'un dell'altro indivisibili. Tu trovi in lei una donna, cui, non mancando alcuna delle vere grazie che adornano una donna, è dato un senno maschio ed una facile quanto soave ed affettuosa parola; è poi nel discorso tutta sentimento; ma quel che più attrae l'ammirazione, è il vedere queste prerogative d'ingegno e di cuore accompagnate da modestissimo contegno e spoglie affatto d'ogni donnesco, benchè minimo pettegolezzo; mi pare insomma che essa si assomigli perfettamente a quello che ce la rappresentavano le sue lettere a te e al sempre caro e adorabile Arese, quando le leggevamo insieme. Che bella coppia è mai quella! In verità, io credo non si possa pregare miglior cosa ad un uomo che di avere una tal madre o un simile padre!" Ma è pure unica la fortuna di una donna, la quale abbia avuto per padre un Cesare Beccaria[3] e per figlio un Alessandro Manzoni.[4] La madre del Manzoni, quando si recò a Parigi, non si faceva chiamare altrimenti che la signora Giulia Beccaria; il nome del Beccaria servì di passaporto e di commendatizia anche al nostro giovine Alessandro presso la più eletta e la più colta società parigina, ov'egli ebbe pure occasione di conoscere, fra gli altri valentuomini, lo storico piemontese Carlo Botta, il quale, non potendo ancora presagire in lui il futuro caposcuola del romanticismo in Italia, gli divenne amico.[5] Il Manzoni stesso, in quel tempo, un poco per farsi meglio conoscere, ma molto più forse per compiacere alla propria madre, firmava le proprie lettere col doppio nome di Manzoni-Beccaria; quando poi l'amico suo Pagani fece ristampare in Milano, per conto dell'Autore,[6] il Carme _In morte dell'Imbonati_, egli lo pregò di aggiungere pure sul frontispizio il nome del Beccaria, specialmente dopochè il poeta Lebrun, allora molto in voga, inviandogli un suo nuovo componimento stampato, lo avea, senz'altro, salutato col nome di Beccaria, soggiungendo nella dedicatoria manoscritta queste parole: "C'est un nom trop honorable pour ne pas saisir l'occasion de le porter. Je veux que le nom de Lebrun choque avec celui de Beccaria."[7] Il Pagani o dimenticò o finse o volle dimenticare il singolare desiderio espressogli dall'amico, il quale dovette contentarsi di sentirsi chiamare semplicemente: Alessandro Manzoni. I versi per l'Imbonati non furono dunque scritti, come sembrami siasi creduto fin qui, immediatamente dopo la morte di colui, che, discepolo del Parini, dovea, se avesse vissuto, divenire la guida spirituale del Manzoni; ma parecchi mesi dopo, nel febbraio dell'anno 1806, quando s'appressava l'anniversario della sua morte, ed assai probabilmente per dare, in quel giorno funebre, una consolazione alla nobile amica derelitta dell'Imbonati. Noi sappiamo ora intanto dal signor Romussi che, per quell'anniversario funebre, il Manzoni faceva ristampare i suoi versi in Milano, per mezzo del suo amico Pagani, al quale soggiungeva il seguente poscritto: "Il 15 corrente è il fatale giorno anniversario della morte del virtuoso Imbonati. Mia madre dice che un tuo sospiro per lui sarà a lui un omaggio, una consolazione a lei, e che in quel momento le nostre anime saranno unite."[8] Nel Carme commemorativo, ove si esalta la virtù dell'Imbonati, ove si confessa pubblicamente l'amicizia che lo legava a Giulia Beccaria, ove si promette dal poeta all'ombra dell'Imbonati ch'egli avrebbe seguito i sapienti consigli dell'amico di sua madre, si esalta insieme e si consola la virtù e il dolore della madre. Sotto questo aspetto speciale, parmi che il Carme, sebbene già notissimo, _In morte dell'Imbonati_, possa ora venir riletto dagli ammiratori del Manzoni, con più viva, se pure non nuova, curiosità, poichè insieme col genio nascente del poeta ci mostra il coraggioso ed eloquente affetto del figlio vendicatore dell'onore materno.[9] Incomincia il Poeta accortamente col rivolgersi alla madre, rammentando com'egli fosse solito a scusarsi presso di lei, per avere fino a quel di coltivata solamente la poesia satirica, poichè non gli era apparso sopra la terra un solo raggio di virtù, al quale potesse consacrare l'ingegno poetico. Ma, dopo avere inteso come la madre rimpiangesse la rara virtù dell'amico che le era stato tolto, gli parve almeno che il ricordo di quelle virtù potesse destare in alcuno il proposito di farle rivivere in sè. Il giovine Poeta vede veramente o immagina d'avere veduto in sogno il conte Carlo Imbonati, ma in figura di malato già consunto dal proprio male. Egli serba tuttavia sempre molta calma nell'aperto volto e nell'aspetto, i quali inspirano pronta fiducia anche agl'ignoti. Pensosa è la fronte di lui, mite e sereno lo sguardo, il labbro sorridente. Il Poeta ventenne fa prontamente atto di volerlo abbracciare e di favellargli: ma irrigidita Da timor, da stupor, da reverenza Stette la lingua. Allora l'Imbonati stesso prende a parlare, e dice come un affetto imperioso lo muova a ritornar presso di lui, che, nel fine di sua vita, era stato oggetto dei suoi più vivi desiderii: E sai se, quando Il mio cor nelle membra ancor battea, Di te fu pieno, e quanta parte avesti Degli estremi suoi moti.--Or, poi che dato Non m'è, com'io bramava, a passo a passo, Per man guidarti su la via scoscesa, Che, anelando, ho fornita, e tu cominci, Volli almeno una volta confortarti Di mia presenza. L'Imbonati, non credendo forse ancora imminente l'ultimo suo giorno, avea diretta al giovine Manzoni che, in quel tempo, dovea condurre fra la gioventù milanese una vita alquanto dissipata, una prima ed ultima lettera eloquente, dove gli dava alcuni suoi consigli amorosi, fiducioso certamente di deporre il buon seme in ottimo terreno. Il Manzoni, alla sua volta, rispose con una lettera caldissima; ma la risposta arrivò all'Imbonati, quand'egli avea già chiusi gli occhi alla luce. Mi si domanderà: Come sapete voi questo? In quale biografia l'avete voi letto? Avreste, per avventura, vedute quelle preziose lettere? No: lo non le ho vedute; ma ho semplicemente letto, con intento biografico, i versi stessi del Manzoni. Gli abbiamo letti anche noi, e sono chiari abbastanza da non abbisognare di commenti. Io ne convengo perfettamente, e vi prego dunque soltanto di rileggerli ancora una volta: .... Allor ch'io l'amorose e vere Note leggea, che a me dettasti prime, E novissime fôro, e la dolcezza Dell'esser teco presentìa, chi detto M'avrìa che tolto m'eri! E quando in caldo Scritto gli affetti del mio cor t'apersi, Che non sarìa dagli occhi tuoi veduto, Chiusi per sempre! Or quanto e come acerbo Di te nutrissi desiderio, il pensa. Il Manzoni non pare dunque aver conosciuto l'Imbonati, ma essersene solamente innamorato per la fama delle sue molte virtù e per l'affetto sincero e profondo che egli aveva inspirato alla signora Beccaria; il che è intieramente regolare, poichè sappiamo dal Fauriel che la Beccaria s'era recata a Parigi con l'Imbonati fin dai primi anni del Consolato. Si spiega quindi pure come, per un certo periodo della vita giovanile di Alessandro Manzoni, appaia educatrice di lui non già la madre, ma una zia uscita da uno de' conventi soppressi, nel tempo in cui i Manzoni abitavano nella Via di Santa Prassede.[10] Essa aveva l'incarico di accompagnare in chiesa il giovinetto, e di fargli dare lezioni di musica e di danza, forse pure di scherma. Come spiegarsi altrimenti che l'Imbonati fosse così poco noto al figlio di colei, per la quale egli era tutto, e che, invece di parlare al Manzoni, egli si risolvesse a scrivergli? Un giorno qualche altra lettera inedita ci darà forse la chiave di questo enigma biografico; intanto proseguiamo la nostra lettura: Io sentìa le tue lodi; e qual tu fosti Di retto, acuto senno, d'incolpato Costume e d'alte voglie, ugual, sincero, Non vantator di probità, ma probo, Com'oggi, al mondo, al par di te nessuno Gusti il sapor del beneficio, e senta Dolor dell'altrui danno. Egli ascoltava Con volto nè superbo, nè modesto. Io, rincorato, proseguia: se cura, Se pensier di qua giù vince l'avello, Certo so ben che il duol t'aggiugne e il pianto Di lei che amasti ed ami ancor, che tutto, Te perdendo, ha perduto. L'Imbonati sorride mestamente, e risponde: Se non fosse Ch'io l'amo tanto, io pregherei che ratto Quell'anima gentil fuor delle membra Prendesse il vol, per chiuder l'ali in grembo Di Quei ch'eterna ciò che a Lui somiglia. Che, fin ch'io non la veggo, e ch'io son certo Di mai più non lasciarla, esser felice Pienamente non posso. A questi accenti Chinammo il volto, e taciti ristemmo; Ma, per gli occhi d'entrambi, il cor parlava. Dopo questo omaggio che il giovine Poeta, preteso ateo, rende per le parole dell'Imbonati alla credenza in Dio e nella immortalità dell'anima umana, egli domanda all'ombra dell'Imbonati quale impressione essa abbia provato nel punto della morte.[11] Essa risponde evasivamente che non provò alcun dolore, che le parve liberarsi da un breve sonno; ma poi, ridesta alla vita eterna, le increbbe non ritrovarsi più vicina la cara donna che vegliava, con amorosa pietà, al fianco di lui infermo. Altro l'Imbonati non può rimpiangere di questa vita mortale, nè il tristo mondo ch'egli abbandonò. Anima virtuosamente stoica e scettica ad un tempo, comunica il proprio scetticismo all'amica diletta ed al carissimo alunno: Che dolermi dovea? forse il partirmi Da questa terra, ov'è il ben far portento, E somma lode il non aver peccato? Dove il pensier dalla parola è sempre Altro, è virtù per ogni labbro ad alta Voce lodata, ma ne' cor derisa; Dov'è spento il pudor, dove sagace Usura è fatto il beneficio, e frutta Lussuria amor; dove sol reo si stima Chi non compie il delitto; ove il delitto Turpe non è, se fortunato; dove Sempre in alto i ribaldi e i buoni in fondo. Dura è pel giusto solitario, il credi, Dura e, pur troppo, disugual la guerra Contro i perversi affratellati e molti. _Tu, cui non piacque su la via più trita La folla urtar che dietro al piacer corre E all'onor vano e al lucro, e delle sale Al gracchiar vôto, e del censito volgo Al petulante cinguettìo, d'amici Ceto preponi intemerati e pochi, E la pacata compagnia di quelli Che, spenti, al mondo anco son pregio e norma, Segui tua strada; e dal viril proposto Noti ti partir, se sai._ Qui