Italo Svevo – Orazio Cima

I
Avevo circa 25 anni quando nelle riunioni sociali di Trieste fece la sua comparsa un ricco signore abruzzese certo Cima. Io non sapevo perché egli avesse prescelto Trieste a suo soggiorno. Non vi era condotto né da parentela né da affari. Glielo domandai: Trieste era una bellissima città per chi v’era nato ma a questo mondo c’era di meglio avendo la libertà di scelta. Avrei amato egli m’avesse detto che Trieste era la più bella città del mondo ma invece egli mi rispose: Vi si parlava italiano e vi aveva vigore la legge austriaca sulla caccia. Egli non sapeva che l’italiano e non ci pensava di andar a stare fra gente che non poteva intendere. Ora la legge sulla caccia in Austria aveva conservato ancora la possibilità della caccia. Egli era a Trieste il luogo più vicino al suo paese ove si poteva cacciare e pescare.
A me parve un uomo interessante. Mi legava a lui il ribrezzo che per lui provavo. Io non avevo ancora mai ucciso una bestia e mi parve che quello di uccidere fosse un segno di salute; l’impossibilità di uccidere era un evidente segno di debolezza. Me ne vergognai accanto a Cima e gli proposi d’associarmi a lui. Anch’io avrei temprato il mio cuore nella lotta. La lotta contro il debolissimo è anche una lotta se il debolissimo è rapido ed astuto. Un essere che non vuol lasciarsi mangiare è un avversario che domanda sforzi e forza. Poteva essere la mia cura.
Io fui in cotesta cura per tre volte con Cima.
S’era sparsa la voce che sul monte Nanos presso Trieste fosse stato veduto un orso e Cima mi propose di accompagnarmi a lui per dargli la caccia. Egli allora aveva già organizzata la sua vita nella nuova città: Aveva degli amici e anche un’amante. L’amante era una vera popolana triestina, un modello di triestina quando si sforzava di non apparire più popolana. Vestiva con una certa grazia e portava il cappello – una buona imitazione di qualche modello parigino – e perciò sapeva di appartenere oramai alla schiatta delle cappelline ciò che confessava all’occasione rivelando che sino ad allora ella s’era figurata la testa di una donna come che va adorna dei soli capelli. Era bellina, bionda pallida, dalla pelle bianca, dalla carne abbondante. Doveva essere una dolcezza venir a riposare fra quelle braccia bianche dopo una giornata piena di fatiche e di uccisioni. Ciò ricordava i sultani della Turchia che non riposavano mai altrimenti dopo le battaglie. E usavano anch’essi delle donne di altra razza. Cima, un bel ragazzo bruno con un barbino alla spagnuola (come usava allora) era proprio d’altra razza di Antonia. E se essa non apparteneva ad una razza soggiogata era tuttavia una donna soggiogata perché s’era compromessa e legata ed ora lo rimpiangeva e si trovava in eterna ribellione. Si bisticciavano sempre, lui sorridente perché non domandava la sommissione che in certi istanti; lei coraggiosa perché sapeva che tutte le ribellioni meno una sola le erano permesse. Non abitava con lei. Le aveva messo su un quartierino elegante.
Io aderivo a tutta questa vita così viva e completa con ammirazione e invidia. Devo anche dire che io vivevo ambedue quegli individui. Lui così attivo e giovine come io non sono mai stato e lei che con tanta brutalità difendeva la dolcezza ch’è il mio destino, e che io non sapevo difendere perché me ne vergognavo come di un’inferiorità.
Essa attaccava il suo amante proprio per la sua caccia e la sua pesca, le sue sole attività: «Assassino e carattere d’assassino!». Ammazzava tutto il giorno e non sapeva neppur mangiare la selvaggina. La rifiutava proprio come fa il cane da caccia cui somigliava. «Ma non potevi restare nel tuo Abruzzo?».
Cima sorrideva: «Nell’Abruzzo non ci sono tante bestie come qui». E, contento di aver trovata la buona risposta, attaccava: «Ma tu l’ami la selvaggina?».
«La comprerei» confessava Antonia. «Ma non saprei ucciderla. Povere bestiole! Io le mangio quando altri per malanimo le uccise. Che si può fare allora?».
Io mi mettevo di mezzo per far accordare chi uccideva la bestia e chi la mangiava e avevo anche un gioco abbastanza facile. Antonia fra gli amici del suo amante mi prediligeva perché mi sentiva differente da lui. Cima, poi, non soffriva di gelosia. Lui era molto distante dall’idea che un uomo fidato com’ero io avrebbe potuto insidiare la sua donna. Ammazzava tante bestie, ma viveva nel mondo morale in cui era nato con la sicurezza con cui certi animali vivono nella palude ed altri sul mare. Non discutono costoro per scegliere uno o l’altro. Egli si figurava che un uomo ch’era suo amico, quando avesse voluto amare, si sarebbe cercata un’altra donna e non la sua. A me Antonia piaceva e mi dilettavo di sentire la sua predilezione per me. Era poi già un poco mia perché era triestina. Egli rideva dei suoi modi di dire. Io li amavo, e li avrei baciati come uscivano da quella bocca rosea.
E Antonia non aveva nulla in contrario che provassi anch’io la caccia. Era certa che, provatala una volta, non l’avrei amata. Anche lei era stata a caccia, ma una volta soltanto. In sua presenza, Argo, il cane da caccia di Cima, aveva ricevuto una pallinata nella schiena perché non s’era tenuto fermo. Orrore! E Cima poi non aveva voluto far levare, da un chirurgo che s’era offerto, da quella schiena quei pallini perché diceva che acciocché un cane ricordi una lezione, deve portarla eternamente con sé.
Insomma io e Antonia andavamo molto d’accordo, con la differenza ch’essa biasimava Cima ed io invece avrei tentato di aiutarlo. «Non vi riuscirà» diceva Antonia accarezzandomi con l’occhio. M’amava perciò. Io speravo ch’essa sbagliasse ma intanto mi stendevo sotto a quella sua carezza come un gatto nervoso e voluttuoso. Volevo mutarmi e tuttavia incassavo il premio per essere fatto tanto malamente. Anche quando si ha il desiderio della metamorfosi, il più vivo, si sorride affettuosamente ai propri difetti. Rabbrividisco quando penso che avrebbe potuto toccarmi in sorte di essere un insetto dalle varie metamorfosi. Che rimpianti nella farfalla per quella vita modesta e adagiata comodamente del verme. Io conobbi un gobbo che aveva tanto bene attrezzato il proprio spirito intorno alla protuberanza che aveva nella schiena che sarebbe stato un uomo perduto se avesse potuto curarla. Era il gobbo più spiritoso di Trieste… Ma egli qui proprio non c’entra.
Io fra i due, insomma, stavo benissimo. Orazio m’amava perché tentavo di apparire simile a lui e Antonia perché calcolava non ci sarei mai riuscito.
Curioso il fiuto delle donne. Tanti amici di Orazio giravano per quella casa a cui si arrivava dalla caccia, dalla pesca o dal ballo ma io sono convinto che gli altri non destavano affatto la curiosità di Antonia. È vero che ciò può essere attribuito alla mia cecità nella quale posso aver somigliato al povero Orazio che non s’accorse come ero io prediletto.
Ma questa predilezione era divisa da ambedue e forse perciò egli non ne era colpito. Egli mi burlava volentieri come debole, mite, poco accorto, e lei lo imitava con piccole variazioni (oh, dolcissime!), mi metteva addosso le bianche mani per mettere a posto la mia cravatta e s’accompagnava a lui per deridermi ma per farlo meglio m’avvicinava la bocca dai piccoli denti, niente di perfetto ma bianchi come appena usciti dall’alveolo sulle gengive dal giusto colorito (Dio mio! che cosa è il colorito giusto nel nostro organismo?), scoperte solo dal riso che l’obbligava ad aprire le labbra rosse e sottili. A lui sembrava la stessa musica cui egli avesse data l’intonazione e anche a quella sempliciona di Antonia forse sembrava così. Ma insomma in presenza di Orazio noi arrivavamo spesso a toccarci. A me piaceva prenderla per il polso per trattenere una mano che minacciava la mia faccia o anche le mettevo una mano sul petto per tenerla lontana da me, arrivando ad una cosa soffice, resistente, una forma sempre sorprendente più che la faccia, le gambe o la schiena che certo servono ad altri scopi.
Ma anch’io ero d’accordo con Orazio che non bisognava insidiare la donna altrui. Questa era la base, la solida base della nostra amicizia, ed io procedevo perfettamente inconscio del mio desiderio, sordo al mio desiderio, cieco allo stesso come lo stesso Orazio. Si poteva quasi dire ch’eravamo in due a non intenderlo. Non in tre. Perché io già sapevo che Antonia s’era accorta dell’importanza ch’io attribuivo a ogni parte del suo corpo.
Devo ripetere qui a scanso di malintesi che se anche non ci fosse stata Antonia io avrei avuto tutte le buone ragioni per restare attaccato ad Orazio. Egli beveva e fumava come me ma in tutt’altre forme: Beveva ogni giorno e fumava ad ogni ora, ma tutto ciò con regolarità e piena serenità. Giacché non sapevo cessare né di fumare né di bere avrei voluto imitarlo per saper liberarmi almeno dei rimorsi. Poi quella sua grande fiducia cieca nell’amicizia e anche nell’amore (cioè quello ch’egli arrivava a sentire tale) che metteva la sua vita sotto una campana ch’era bensì di vetro ma che proteggeva da tutte le avventure non serie del dubbio, della diffidenza, dello sconforto, che imperversavano sulla mia vita, lo rendeva per me tanto amabile che proprio non mi pareva ci sarebbe stato il bisogno di Antonia per indurmi a preferire la sua compagnia. Io l’amavo sinceramente come i poeti amano i poeti grandissimi, certi soldati timidi i prodi. Sapeva cacciare, pescare e anche cucinare. Un’insalata condita da lui non si dimenticava più. Per un chilogrammo d’insalata abbisognava di un’ora, quattro intingoli varii che preparava in quattro bicchieri. Gettati sull’insalata sapeva mescolare per tre quarti d’ora così che alla fine ogni singola foglia era lesa e pregna di un sapore che non era il suo o cui il suo debolmente s’associava. Anche l’aglio ci entrava ma un barlume, un ricordo di cosa. Già, solo l’uomo sano sa mescolare a quel modo. Lavorare tanto senza vedere il risultato ma anticipandolo ricordando il gusto avuto è cosa propria da animale disciplinato. Spaccare della legna è tutt’altra cosa e ognuno la sa fare, naturalmente se ha avuto l’ascia in mano dalla prima giovinezza.
Egli preparava benissimo anche la selvaggina che poi non mangiava ciò che, come Antonia, io gli rimproveravo come un’aggravante del suo assassinio. Odiava le sue vittime anche oltre la morte.
Egli intendeva anche tutto: Persino cose che mi concernevano. Una volta gli confidai che m’era impossibile di cessare di fumare perché oramai fumavo già da 14 anni con circa cinquanta sigarette al giorno. Ammettiamo pure che sarei stato capace di restare senza fumare per interi altri quattordici anni. Quale sarebbe stato il risultato dell’enorme, impensabile sforzo? Dopo questi quattordici anni vuoti la media delle sigarette che avrei fumate per ogni giorno della mia vita si sarebbe ridotta a 25. Lo sforzo dava perciò risultato inadeguato. Altri, senza sforzo alcuno arriva a risultati ben altrimenti importanti.
Egli rifletté intensamente. Poi rise. Infine si rifece serio e disse: «Intendo perfettamente».
Però quando a cena in presenza di Antonia voleva seccarmi mi diceva: «Il signore della media».
Antonia rise di cuore ma mi ammirò: Nessun altro come me scavava nel passato e antivedeva al futuro. In tutta la sua vita essa non era capace di creare una media. Non c’era. E rifletté.
Quello sboccato di Orazio insisté: «Eh! via! pensaci. Compresi gli anni della balia quando arriverai ad una al giorno?».
Certo non è bene parlare così in presenza di stranieri. Io non seppi fare a meno di calcolare quanti uomini ci sarebbero voluti per far arrivare Antonia alla media proposta. Da quanto ne sapevo io essa aveva cominciato a sedici anni ed ora ne aveva ventidue. Sedici anni, se non sbaglio, fanno cinquemilaottocentoquaranta giorni vuoti mentre gli attivi sei anni non ne facevano che 2190. A me pareva che Cima, per quanto vigoroso non bastasse alla bisogna perché bisognava per arrivare alla media aggiungere i giorni innocenti a quelli che non erano stati tali. Si arrivava a ottomilatrenta che divisi per duemilacentotrenta producevano una attività di quasi quattro (come dirò?) sigarette al giorno comprese le domeniche e i giorni festivi.
Dissi ciò ad alta voce per dimostrare la rapidità con cui facevo i conti a memoria. Poi m’irrigidii per non dire di più e continuai a somigliare ad Orazio, ma anche Antonia rise di cuore. Si riversava sulla poltrona abbandonandovisi tutta. Era molto più sottile di quanto si sarebbe potuto credere. Il suo profilo si disegnava sullo schienale della poltrona e se ne vedeva l’eleganza espressiva prospettata sul fondo oscuro dello stesso. Dalla sua gonna sporgevano i suoi piedini e anche elegantissimi. Io la desideravo tutta intera, per la prima volta.
II
Una sera, a cena, Cima mi propose una caccia strana: Quella dell’orso. Si era nel 1886 e avevo anch’io letto sui giornali locali che un orso era stato veduto aggirarsi nei pressi del Monte Re. Fra le altre armi Cima possedeva anche due fucili Werndl di una portata lunghissima che facevano proprio per la caccia all’orso.
Antonia trovò ch’era bene per me esordire con quella caccia. Intanto per un bestione simile, pericoloso, essa non sentiva compassione.
Io mi abbandonai ad una perorazione che non voleva finire più sul diritto alla vita anche degli animali forti. Era una disgrazia che l’avvento sulla terra dell’uomo avesse rese nevrasteniche tutte le bestie sulla terra. Io mi figuravo che tanti animali si fossero fatti notturni perché in passato l’uomo (prima che arrivasse Cima e le sue abitudini) aveva avuto bisogno della luce del sole per muoversi. Mi figuravo anche che molte bestie si fossero cacciate sotterra per nascondersi soltanto allora, altre nel fitto dei boschi ove temporaneamente potevano trovare ricetto ma non a lungo perché l’uomo era per eccellenza il distruttore dei boschi dei cui alberi aveva bisogno per stampare i suoi giornali. Parlavo tanto a lungo per potere tenere rivolto lo sguardo ad Antonia che quella sera era vestita virginalmente con un grembiule tutto pizzi e fiori che le dava un aspetto di fanciulla che anche di sera conserva abbellito l’arnese che di giorno nei suoi lavori in casa la protegge dal sudiciume cui deve esporsi nei lavori in cucina e nelle stanze. Oramai il grembiule fine non esiste più ma nella mia giovinezza era proprio l’attributo della fanciulla. E su Antonia quel grembiule era veramente eccitante.
«Dunque» disse Orazio «tu alla caccia dell’orso non ci vuoi venire?»
Con dolore mi rivolsi a lui: «Anzi! Anzi!» dissi. «Vorrei però essere informato donde sia capitato tale orso. E se fosse semplicemente un orso domestico scappato al suo padrone? Figurati che sorpresa la nostra se dopo di aver ammazzato il bestione gli trovassimo indosso un collare col nome del proprietario e l’indirizzo». Avremmo distrutto una parte d’umanità perché la bestia rappresentava il frutto di un lavoro umano non facile.
Io sapevo la storia di un cane domestico ch’era stato ucciso non so più in che paese, per essere stato preso per un lupo. Le armi da fuoco erano anche perciò una cosa nefanda: Raggiungevano l’obbiettivo senza permetterne prima un’accurata disamina. Mi rivolsi di nuovo ad Antonia e al suo grembiule: «Si tocca il grilletto ed è finita. È un’infamia che tanta potenza sia stata posta alla disposizione dell’uomo».
Antonia protestò: «Guai se non ci fossero i fucili. Gli orsi camminerebbero per le nostre vie».

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