James M. Barrie – Peter Pan nei giardini di Kensington – PDF – Traduzione di F. Ageno

I.

Il giro dei giardini

Voi dovete capire da voi stessi che è un po’ difficile seguir le avventure di Peter Pan senz’avere una certa familiarità coi giardini di Kensington. Essi sono in Londra, dove vive il re d’Inghilterra, ed io ho l’abitudine di condurci ogni giorno il mio David, salvo il caso che sia decisamente infreddato. Nessun bambino ha mai visto tutti, tutti i giardini, per la ragione che vien sempre così presto l’ora di tornare a casa. E la ragione per cui vien così presto l’ora di tornare a casa è questa, che, se voi siete così piccoli come il mio David, appena fa buio, avete subito sonno. Se vostra madre non fosse più che sicura di questo, non vi manderebbe a letto tanto di buon’ora.
I giardini sono circondati da un lato da una fila interminabile di omnibus, sopra i quali ogni governante ha tanta autorità, che basta alzi il dito verso uno di essi per ottenere che immediatamente si fermi. C’è per entrare nei giardini più d’un ingresso, ma uno solo è quello per cui ciascun bambino è solito entrare, e prima d’entrare ordinariamente egli si ferma a discorrere colla donna dei palloni, che se ne sta a sedere proprio di fianco. Essa tiene stretti stretti i suoi palloni, perché sa che, se per un momento allenta la mano, le volano via, e lo sforzo continuo a cui si trova costretta, ha fatto diventar la sua faccia d’un così bel colore di porpora che sembra una melagrana matura. Una volta ce n’era un’altra, ma poi non venne più perché aveva lasciato andare tutti i suoi palloni in un momento che, profondamente immersa in chi sa mai quali pensieri, teneva la testa reclinata sul petto, ed era certo distratta. David si dolse molto per lei, ma avrebbe desiderato di essersi trovato lì, quando aveva lasciato andare i palloni.
I giardini sono un luogo spaventosamente grande con migliaia e migliaia di alberi; il primo punto dove uno arriva, entrando per la porta degli omnibus che è la più frequentata, è la Camera dei Pari: ma voi sdegnate di fermarvi lì, perché la Camera dei Pari è il ritrovo di personcine superiori, a cui è proibito di mischiarsi col volgo dei mortali, ed è chiamata così appunto per questo. Il nome fu trovato da David ed altri eroi, e voi avrete una precisa idea delle maniere e degli usi vigenti in questa parte del giardino, quando vi sia stato detto che l’un Pari saluta l’altro al suo arrivo dandogli compostamente la mano e domandandogli notizie della sua salute! Mai un grido, mai un gioco movimentato: e parlar sempre in punta di forchetta. Qualche volta però un Pari ribelle scavalca la cinta e fa la sua entrata nel mondo dei vivi. Una di queste ribelli fu Miss Mabel Grey, della quale vi dirò di più, quando arriveremo all’ingresso che ha il nome da lei. Essa è l’unica Pari salita veramente in celebrità.
Adesso siamo nel Viale Grande, ed esso è tanto più grande degli altri viali, quanto, per esempio, vostro padre è più grande di voi. Dimodoché potete benissimo dire, come dice David, che il Viale Grande è il padre di tutti gli altri viali. Nel Viale Grande si trovano le persone che mette conto di conoscere, e di solito ce n’è con esse una adulta, per proibir loro di andar sopra l’erba bagnata e per costringerle a restare ignominiosamente sedute sul canto di una panca, se hanno fatto il mulo o le smorfie. Fare le smorfie è comportarsi come una bambina, piagnucolando perché la governante non vi vuol prendere in collo, o sorridendo scioccamente col dito nella bocca, e questa è una qualità proprio odiosa; ma fare il mulo è tirar calci a ogni cosa, compresa la governante, e compiere altre simili gesta, e perciò vi è una certa tal quale soddisfazione.
Se io volessi indicarvi tutti i punti notevoli a cui si passa dinanzi percorrendo il Viale Grande, prima che avessi finito, sarebbe tempo di tornare addietro, e perciò mi limito proprio ai principalissimi.
E, per cominciare, di fronte alla Camera dei Pari e vicino al cancello degli omnibus sorge l’albero di Cecco Hewlett, quel memorabile albero, ai cui piedi Cecco perdé la sua penna e cercandola trovò due soldi. Ci sono stati fatti molti scavi d’allora in poi.
Più su c’è la casetta di legno in cui andò a nascondersi Marmaduke Perry. È una storia terribile quella di Marmaduke Perry, che aveva fatto le smorfie per tre giorni di fila ed era stato condannato a comparire nel Viale Grande calzato colle calze di sua sorella. Egli corse a nascondersi nella casetta di legno, e rifiutò in ogni modo di venir fuori finché non gli portarono tanti bonbons, quanti era giusto di dargliene perché potesse superar la vergogna.
Ma eccoci in vista del gran Lago Rotondo, un bellissimo luogo, dove le governanti vorrebbero sempre opporsi ad andare, perché, già, sono donne e non han punto coraggio. In compenso però esse vanno volentieri dall’altra parte, dove, proprio di faccia, sorgono il Monumento e il Palazzo delle Bambole. Nel Palazzo delle Bambole abita tutto un popolo di queste care personcine, in mezzo a tutte le comodità della vita con un’infinità di giocattoli bellissimi a propria disposizione, e protetto da un immenso esercito poderosamente armato. Il Monumento è una statua situata proprio davanti al palazzo, e deve certo rappresentare qualcuno che in vita si divertiva moltissimo a vedere i giuochi che si fanno nel Grande Viale, perché ha voluto anche dopo morto esser messo lì a contemplarli, comodamente seduto in una larga poltrona.
Adesso ci troviamo davanti alla Gobba, che è la parte del viale dove si fanno tutte le corse; ed anche se voi non avete intenzione di correre, voi correte lo stesso appena arrivate alla Gobba, perché è un posto che invita così lusinghevolmente a farlo, che non ci si può trattenere dal cedere ed accettare l’invito. Non di rado a mezza strada si è stanchi e ci si sente battuti; ma allora c’è lì accanto un’altra casetta di legno, chiamata la Casa dei Vinti, e si va lì a rifare le forze. Lasciarsi poi venir giù per l’erbosa Gobba è un piacere che non ve n’ha certo l’uguale, ma non si può farlo nei giorni di vento perché allora non si è condotti ai giardini: lo fanno però in cambio le foglie cadute. Non c’è forse nessuno che si diverta tanto a venir giù per la Gobba quanto una foglia caduta.
Di sulla Gobba noi possiamo vedere l’ingresso a cui ha dato il suo nome Miss Mabel Grey, la Pari di cui ho promesso parlarvi. Essa era sempre accompagnata da due governanti, o da una governante e sua madre, e per molto tempo si mantenne una bambina modello che si voltava sempre da parte quando tossiva e domandava: “Come sta Lei?” agli altri Pari, e il cui solo divertimento era quello di gettare graziosamente in aria una palla e farsela poi riportare dalla governante. Ma un bel giorno si stancò di tutto questo e volle un po’ fare la pazza, e primamente, per mostrare che era diventata pazza davvero, si sciolse i lacci delle scarpe e cacciò fuori quant’era lunga la lingua mostrandola a tutti e quattro i punti cardinali; quindi gettò la sua cintura in una pozzanghera e ci ballò sopra finché l’acqua fangosa non le fu schizzata fino sopra la faccia, dopo di che scavalcò la difesa ed ebbe una serie d’incredibili avventure, e una delle ultime, tra queste, fu che lanciò in aria tutte e due le scarpine. Alla fine arrivò all’ingresso che ora ha nome di lei e corse fuori inoltrandosi per vie dove David ed io non siamo mai stati, sebbene ne abbiamo sentito dai giardini il rumore, e corri corri corri non si sarebbe più saputo nulla di lei, se sua madre non fosse balzata dentro una vettura e non avesse così riacchiappata la fuggitiva. Tutto ciò accadde, debbo dire, molto tempo fa e la Mabel Grey che David ora conosce è molto diversa.
Arrivati così all’altra estremità del Grande Viale, abbiamo alla nostra sinistra il Viale dei Bimbi, così pieno di carrozzelle che non v’è proprio gusto a trattenervisi, perché non vi si può correre liberamente e si è sempre sgridati dalle altrui governanti. Da questo viale un piccolo sentiero chiamato il Dito del Gigante, perché ha appunto questa larghezza, conduce al vialino del Picnic, dove si va a far merenda sotto i grandi castagni. Dall’altra banda del piccolo sentiero si trova invece il Pozzo di San Govor, che era pieno d’acqua il giorno in cui Malcolm l’Ardito vi cadde dentro. Era il cocco della mamma e in considerazione che questa era vedova, egli arrivava a permetterle che gli ponesse il braccio intorno al collo anche in pubblico; ma aveva una gran propensione per le avventure, e gli piaceva di giocare con un carbonaio che, quando faceva il carbone ne’ boschi aveva ammazzato una gran quantità d’orsi. Il nome del carbonaio era Neri, e un giorno, mentre stavan giocando vicino al pozzo, Malcolm vi cadde dentro, e vi sarebbe miseramente annegato, se Neri non si fosse lanciato dentro anche lui e non lo avesse salvato; ma quando furono tornati su tutti e due, attaccati alla grossa corda della secchia, si trovò che l’acqua aveva ripulito benissimo il viso del presunto Neri, che così la mamma di Malcolm potè riconoscere per il babbo del medesimo, pianto per morto da tanto tempo. E la conseguenza immediata di questo si fu che Malcolm non permise più oltre che la mamma gli cingesse il braccio attorno al collo davanti alla gente.
Tra il pozzo e il lago c’è il gran prato per giocare al cricket, ma assai spesso la formazione e l’ordinamento delle schiere porta via tanto tempo che, per giocare, ce ne resta assai poco. Ciascuno vuol battere primo, ed allora comincian le lotte, e mentre voi lottate, gli altri generalmente decidono di giocare a qualcos’altro. Nei giardini ci sono due specie di cricket: il cricket dei maschi, che è un vero cricket col suo batti-palla, e il cricket delle ragazze che si fa colla racchetta e la governante.
Le ragazze realmente non sanno giocare al cricket, ed a stare a guardarle mentre fanno i loro vani sforzi c’è da far le più matte risate e da dar loro la baia proprio di gusto. È vero però che una volta si dette uno sgraziatissimo caso, e fu quando alcune di loro sfidarono la schiera di David e una impacciosa creatura chiamata Angela Clare fece tanti colpi che… Ma, piuttosto che tediarvi collo starvi a raccontare lo strano risultato di questa rincrescevole gara, mi sbrigherò invece a condurvi in riva al gran Lago Rotondo che è la mèta preferita di tutti i frequentatori dei giardini.
Esso è nel bel mezzo di questi e una volta arrivati li voi non desiderate di andar più lontano. Non potete restar buoni tutto il tempo quando siete sulla sponda del Lago Rotondo, per quanti sforzi facciate. Potete restar buoni tutto il tempo nel Viale Grande, ma no in riva al Lago Rotondo, e la ragione ne è che voi ve ne dimenticate, e quando ve ne ricordate, siete ormai così bagnati che poco importa se vi bagnate un pochino di più. Ci sono molti che fanno navigare delle barche sul Lago Rotondo, delle barche così grandi che qualche volta le portano sopra delle carrette a mano.
Tra i marinai del Lago Rotondo ce ne sono di tutte le età: il che voi potete spiegarvi benissimo pensando che tutto dipende dal quando si comincia a possedere una barca. Il primo giorno è però senza paragone il più bello: in ispecie la soddisfazione che si prova nel fare ammirare la nostra proprietà a chi non possiede ancora nulla di simile, è qualche cosa di veramente impagabile. Ma l’abitudine, si sa, è nemica mortale del diletto: e perciò la popolazione marinaia delle sponde del Lago si rinnova molto rapidamente.
Tuttavia, siccome ci sono delle barche più belle e delle barche più brutte e dei bambini più incostanti e di quelli meno incostanti, non c’è regola fissa: v’è chi arriva a divertirsi con una barca persino una settimana! Questo accade particolarmente a quei bimbi che hanno la fortuna di possedere una barca molto bella: perché, voi capite benissimo, più la barca amata è bella e più l’amore ragion vuole che duri.
Da ogni parte affluiscono al lago sentieri, come bambini. Alcuni fra essi sono sentieri ordinari, che han la loro difesa da un lato e dall’altro e sono stati fatti da uomini in maniche di camicia, ma altri invece sono capricciosi e vagabondi, in un punto larghi e in un altro così stretti che vi possono passar fra le gambe. Questi si chiamano sentieri che si son fatti da sé, e David ha sempre desiderato di vederne uno mentre si stava facendo. Ma, come tutte le più maravigliose cose che accadono nei giardini, anche questo ha luogo – noi riteniamo – di notte, dopo che i cancelli son chiusi.
Uno di siffatti sentieri viene dal luogo dove si tosano le pecore. Quando David lasciò i suoi riccioli dal parrucchiere, disse loro addio – mi fu riferito – senza il minimo tremito nella voce, nonostante che sua madre avesse le lacrime agli occhi; perciò egli disprezza la pecora che cerca sfuggire al suo tosatore e le grida pieno di sdegno: “Vergognati, vigliaccona!” Ma, quando poi il tosatore l’afferra stretta fra le sue gambe, allora egli mostra il pugno a lui, perché adopera delle forbici tanto grandi. Un altro momento terribile è quando l’uomo ha liberato dal loro manto di sudicia lana le spalle della pecora, e questa improvvisamente prende l’aspetto di una dama quando appare al davanzale del suo palco in teatro. Le pecore hanno un tale spavento della tosatura, che ne diventano tutte bianche e insecchite, ed appena tornano libere, cominciano subito a morsecchiar l’erba, proprio ansiosamente, come se temessero di non dover mangiare più mai. David si maraviglia in vedere come si conoscan tutte fra loro e facciano conversazione e si bacino, e poi bisticcino e se le diano e si separino adirate ad ogni momento. Perché esse sono delle gran litighine, e così diverse d’indole dalle pecore di campagna, che ogni anno vengono a dar degli urtoni al mio cane di San Bernardo, Porthos. Porthos può fare scappare tutto un pascolo di pecore di campagna solo annunziando il suo arrivo, ma queste pecore di città, invece, gli vengono incontro, con tutt’altra intenzione che d’intrattenersi gentilmente con lui, ed allora il ricordo dell’anno passato illumina come un lampo la mente di Porthos. Egli non può per dignità, ritirarsi, ma si ferma e gira intorno la testa, come per ammirare il paesaggio, e poi riprende a camminare ostentando indifferenza e guardando verso di me con la coda dell’occhio.
Lì vicino comincia la Serpentina. È una magnifica riviera, dentro cui è affondata tutta una foresta. Se vi curvate sul margine, ne potrete veder gli alberi che crescono tutti all’incontrario. Di notte si dice che vi si vedono anche delle stelle affondate. Se è vero, Peter Pan le deve vedere quando traversa la riviera dentro il suo nido di tordo. Solo una piccola parte della Serpentina è dentro i giardini, perché presto essa passa al disotto di un ponte per arrivare là dove è l’isola, sulla quale nascono tutti gli uccelli che poi diventano bambini e bambine. A nessun essere umano, eccetto Peter Pan (e anche questi è solo a metà un essere umano) è permesso di approdare a quell’isola, ma voi potete scrivere ciò che desiderate (maschio o femmina, capelli neri o capelli biondi) sopra un pezzo di carta, e poi fate una barchetta con questo, ed essa a buio arriva all’isola di Peter Pan.
Adesso finalmente siamo sulla via del ritorno. Però è una bella pretesa voler girare tanti luoghi tutti in un giorno. Io avrei dovuto trascinar via David molto prima, o fermarmi su ogni sedile come il vecchio signor Salford. Noi lo chiamavamo così, perché egli ci parlava sempre di un bellissimo posto che si chiamava Salford e in cui egli era nato. Era un vecchio signore con una curiosa faccia di mela lazzerola, il quale andava errando tutto il giorno per i giardini da sedile a sedile, sempre in cerca di qualcuno che conoscesse la città di Salford. Ora, dopo un anno e più che avevamo fatta la sua conoscenza, ci capitò di far quella di un altro vecchio signore, il quale aveva una volta passata una domenica a Salford. Era un carattere timido e dolce, e portava scritto il suo indirizzo nell’interno del cappello, e, in qualunque parte di Londra dovesse recarsi, prima si portava sempre all’Abbazia di Westminster come a punto di partenza. Noi lo conducemmo in trionfo dall’altro amico e io non potrò mai dimenticare la esplosione di gioia con cui lo accolse il signor Salford. Da quel giorno son diventati amiconi, ed io ho potuto ammirare come vadano perfettamente d’accordo, l’uno sempre a parlare e l’altro sempre a sentire.
I due ultimi luoghi vicino a cui si passa prima di arrivare al nostro cancello sono la Tomba del Cane e il Nido del Fringuello. Noi però dichiariamo di non sapere che cosa sia la tomba del Cane: del cane nostro non è, perché Porthos è sempre con noi. Il Nido è un luogo molto triste. Esso è tutto bianco e la maniera in cui lo scoprimmo fu questa. Stavamo gettando un altro sguardo in mezzo ai cespugli per veder di ritrovare il gomitolo di filo di lana che David ci aveva qualche giorno innanzi perduto, ed invece del gomitolo trovammo un leggiadro nido fatto di filo di lana e contenente quattro uova, con sopra dei segni al tutto simili alla scrittura di David, cosicché noi pensammo che dovevano essere le affettuose lettere scritte alla mamma dai piccini che erano dentro. Ogni giorno che andavamo ai giardini, noi facevamo una visita al nido, badando bene che nessun bimbo crudele ci vedesse, e vi lasciavamo cadere dei minuzzoli di pane, cosicché in breve tempo l’uccello si abituò a considerarci come amici ed al nostro approssimarsi non fuggiva più via, ma rimaneva accovacciato nel nido e ci salutava battendo debolmente le ali e guardandoci amichevolmente con i suoi intelligenti occhiettini. Ma un giorno, quando arrivammo, non trovammo più che due uova nel nido, e la volta appresso niente. La cosa più triste era che la povera fringuellina svolazzava lì intorno lamentandosi acutamente e guardando noi con tale aria di rimprovero che si capiva come essa credesse che noi fossimo i colpevoli; e sebbene David cercasse di spiegarle che s’ingannava, era tuttavia tanto tempo dacché egli non aveva più parlato il linguaggio degli uccelli, che io temo che essa non comprese nulla di ciò che egli le disse. Tanto David quanto io quel giorno lasciammo i giardini colla nocca dell’indice davanti agli occhi.

II.

Peter Pan

Qualora voi domandiate alla vostra mamma se essa sapeva nulla intorno a Peter Pan quand’era ancora una bimba, essa vi risponderà: “Ma certo che ne sapevo, mio caro”; e qualora le domandiate se a quei tempi egli andava in giro sopra una capra, vi risponderà: “Ma che domande! Certo che ci andava”. Così, qualora domandiate alla nonna se sapeva nulla intorno a Peter Pan allorché era una bimba, essa pure vi risponderà: “Sicuro che ne sapevo, piccino”; ma qualora le domandiate se a quei tempi egli andava in giro sopra una capra, vi risponderà che essa non ha mai sentito dire che egli possedesse una capra. Forse lo ha dimenticato, precisamente come qualche volta dimentica il vostro nome e vi dà quello di un altro. Però sarebbe assai strano che avesse dimenticato una cosa così importante come la capra. E perciò è molto probabile che la capra non ci fosse ai tempi in cui la vostra nonna era ancora una bimba. Questo mostra che, nel raccontare la storia di Peter Pan, il cominciar dalla capra, come fanno tanti, è assai sciocco, non meno che mettersi la giacchetta prima della sottoveste.
Anche Peter Pan non è tanto vecchio quanto si potrebbe credere. Il vero è che egli ha sempre la stessa età, cosicché l’esser egli esistito anche ai tempi che la vostra mamma e la vostra nonna eran bimbe, non vuol dir proprio nulla. Egli ha solo una settimana di età e nonostante sia nato tanto e tanto tempo fa, non ha mai avuto un compleanno né c’è la minima speranza che sia mai per averne uno. La ragione ne è che egli scappò da essere una creatura umana quando aveva sette giorni; scappò per la finestra e rivolò addietro nei giardini di Kensington.
Se voi pensate che egli sia il solo bambino che abbia voluto scappare, ciò mostra solo quanto completamente abbiate dimenticato gli stessi vostri primi giorni.
Quando David udì questo fatto, dapprincipio era del tutto sicuro che egli non aveva cercato mai di scappare, ma io gli dissi di ripensarci su intensamente, con le tempie strette fra i pugni, e quando egli ci ebbe così ripensato intensamente e sempre più intensamente, finì col ricordarsi con la più grande chiarezza un suo giovenil desiderio di ritornare in sulle cime degli alberi e con tale ricordo ne vennero anche degli altri, come questo, che egli era a letto e meditava di scappare appena la mamma si fosse addormentata, e che una volta essa lo aveva ripreso a mezza via su per la cappa del camino. Tutti i bimbi possono farsi tornare simili ricordi stringendosi forte le tempie fra i pugni perché, essendo stati uccelli prima che creature umane, sono naturalmente dei piccoli esseri furastici durante le prime settimane, e si sentono un gran prurito alle spalle, al posto delle ali. Così mi dice David.
Io debbo spiegarvi che per le storie il nostro modo di procedere è questo: prima io racconto la storia a lui, e dopo lui rifà il racconto a me, colla differenza che non è più la stessa storia; e allora io torno a raccontarla ancora a lui colle sue addizioni e varianti, e così si va innanzi finché nessuno può più dire se la storia è mia oppure sua. In questa di Peter Pan, per esempio, la nuda narrazione e la maggior parte delle riflessioni morali sono mie, sebbene non tutte, perché anche David sa essere un severo moralista; ma i pezzi così interessanti circa gli usi e costumi dei bambini nello stadio uccellesco sono quasi esclusivamente reminiscenze di David, richiamate collo stringersi forte le tempie fra i pugni e pensare intensamente.
Dunque, Peter Pan andò via per la finestra, che per avventura era aperta. Stando sul davanzale egli potè vedere in gran lontananza degli alberi, che appartenevano senza dubbio ai giardini di Kensington, e nel momento che egli li vide, dimenticò completamente ch’egli era ormai un piccolo bimbo in camicia da notte e volò via diritto sopra le case verso i giardini. È una cosa maravigliosa che egli potesse volar senza ali, ma sentiva alle spalle un prurito tremendo e…. e…. forse che tutti quanti potremmo volare, se avessimo così profonda fiducia nella nostra capacità di farlo, come l’aveva l’audace Peter Pan quella sera.
Atterrò tutto allegro sull’ampio tappeto verde tra il Lago Rotondo e la Serpentina, e la prima cosa che fece fu di buttarsi sulla schiena e tirar de’ calci all’aria. Egli s’era affatto scordato di esser mai stato una creatura umana e pensava di essere un uccello, anche nell’aspetto, proprio come nei suoi primissimi giorni, e quando cercò di chiappare una mosca non si rese già conto che la ragione per cui l’aveva mancata era che aveva tentato di afferrarla con la mano, cosa che senza dubbio un uccello non fa. Si avvide, comunque, che doveva già esser passata l’ora della chiusura, perché c’era una gran quantità di fate e di gnomi in giro, ma troppo occupati per accorgersi di lui: erano intenti a prepararsi la cena e chi mungeva le mucche, chi tirava su l’acqua, chi faceva altra cosa.
A proposito, una cosa che bisogna io vi dica è che gli gnomi sono i maschi del popolo delle fate, il quale riceve il nome unicamente da queste solo perché alle signore spetta la preferenza. Anche noi abbiamo due nomi del tutto diversi per indicare i maschi e le femmine e cioè uomo e donna; solo che siamo meno gentili degli gnomi, poiché, se vogliam poi indicare tutti i maschi e tutte le femmine insieme, diciamo “gli uomini”.
Ora, la vista delle secchie fece venir sete a Peter Pan che volò per levarsela verso il Lago Rotondo. Si posò sulla sponda e tuffò il becco nell’acqua; egli credeva che fosse il becco, ma, certo, era solamente il naso, e perciò non venne su che poc’acqua e non così rinfrescante come di solito; allora volò in cerca di una pozza di acqua piovana, e trovatala, vi si calò giù con tanto impeto che ci cadde dentro. Quando un vero uccello cade dentro una pozza, esso gonfia le penne e le scrolla e le becca finché non sono asciugate, ma Peter non riuscì a ricordarsi che cosa fosse da fare, e decise piuttosto stizzito di andare a dormire sul salice piangente nel Viale dei Bimbi.
Dapprincipio trovò qualche difficoltà nello equilibrarsi sopra di un ramo, ma poi si ricordò la maniera, e si addormentò. Si svegliò molto prima dell’alba, rabbrividendo e dicendo a sé stesso: “Io non sono stato mai fuori con una notte cosi fredda”; realmente, egli era stato fuori in notti anche più fredde, quand’era un uccello, ma, senza dubbio, come ognun sa, quella che sembra una notte calda a un uccello è una notte fredda per un bimbo in camicia da notte. Peter perciò si sentiva stranamente indisposto, come se la sua testa fosse imbottita; udiva forti rombi che lo facevan guardare acutamente in giro, nonostante che non fossero che suoi propri starnuti. C’era qualche cosa che egli desiderava moltissimo, ma, sebbene sapesse che lo desiderava, non poteva rendersi conto che cosa mai fosse. Ciò che desiderava tanto era che sua madre gli soffiasse il naso, ma siccome non riusciva a venire mai in chiaro della cosa, così decise di rivolgersi alle fate per essere illuminato. Le fate hanno fama di esser molto sapienti.
Ce n’erano appunto due che se ne andavan passeggiando lungo il Viale dei Bimbi, tenendosi abbracciate per la cintura, ed egli si spiccò giù dal ramo per andarle a interrogare. Le fate hanno i loro motivi di malumore con gli uccelli, ma generalmente danno una risposta cortese a una cortese dimanda, ed egli restò molto male quando le vide scappar via a tutta corsa appena lo scorsero. Uno gnomo se ne stava sdraiato sur un seggiolone da giardino leggendo un francobollo che qualche creatura umana aveva lasciato cadere, ma come udì la voce di Peter si rifugiò rattamente, tutto spaventato, dietro un tulipano.
A sua gran confusione, Peter scoprì che la sua vista metteva in fuga ciascuno di quei piccoli esseri. Una schiera di operai che stava segando un fungo se la dette a gambe così precipitosamente che lasciò lì per terra tutti i suoi strumenti. Una ragazza che andava a munger del latte rivoltò la sua secchia e ci si nascose sotto. Presto i giardini furono tutti sossopra. Stuoli di fate andavan fuggendo in ogni senso, domandandosi fieramente tra loro chi era che aveva paura; tutte le luci si spengevano, tutte le porte venivano barricate, e dalle fondamenta del palazzo della regina Mab rimbombavano de’ rulli di tamburo, segno che la guardia reale era chiamata alle armi. Un reggimento di lanceri si precipitò alla carica giù per il Grande Viale. Erano armati di foglie d’agrifoglio con le quali nel passare sgraffiano terribilmente il nemico. Peter udiva il piccolo popolo gridar da ogni parte che c’era una creatura umana nei giardini dopo l’ora della chiusura, ma non gli venne fatto di pensare neppure un momento che la creatura umana fosse lui. Egli si sentiva la testa sempre più piena e imbottita, e sempre più desiderava sapere che cosa dovesse fare al suo naso, ma invano affrontava le fate con la importante domanda: le timide creature scappavano dinanzi a lui, ed anche i lanceri, quand’egli si trovò loro vicino sul pendio della Gobba, svoltarono lesti in un vialino di fianco, pretendendo di aver visto l’intruso fuggir per di là.
Disperando di ottener risposta dalle fate, egli risolse di consultare gli uccelli, ma nel tempo stesso si ricordò, come di una cosa stranissima, che tutti gli uccelli appollaiati sul salice erano volati via al posarsi di lui, e sebbene questo allora non lo avesse affatto colpito, adesso ne capì il significato. Ogni essere vivente scansava il suo incontro! Povero piccolo Peter Pan! Egli si sedette giù e pianse, e anche in quel momento non si accorse che, per un uccello, non sedeva sulla giusta parte. Fu una fortuna che non se ne accorgesse, perché altrimenti avrebbe perduto la fede nel suo potere di volare, e nel momento stesso che voi dubitate di poter volare, cessate anche dall’essere in grado di farlo. La ragione per cui gli uccelli possono volare, e noi no, è semplicemente questa, che essi hanno perfetta fede, perché avere la fede è avere le ali.
Ora, salvo che volando, nessuno può raggiungere l’isola che è in mezzo alla Serpentina, perché alle barche degli umani è proibito di approdarvi, e tutto in giro ci son tanti pali che spuntan fuori dall’acqua, su ciascuno dei quali siede di sentinella giorno e notte un uccello. Verso quest’isola spiccò adesso il volo Peter Pan, per andare ad esporre il suo strano caso al vecchio Salomone Gracchia, e vi atterrò con sollievo, molto contento di ritrovarsi finalmente a casa, come gli uccelli chiamano l’isola. Tutti dormivano, comprese le sentinelle, ma eccetto Salomone, che stava affatto sveglio sopra il suo ramo. Senza punto scomporsi, egli prestò tranquillamente orecchio al racconto che Peter gli fece del suo caso, e quindi altrettanto tranquillamente rivelò al consultante il motivo della generale paura.
– Guarda alla tua camicia da notte – gli disse – se non vuoi credere a me; – e Peter guardò con occhi sbarrati la sua camicia da notte e poi gli uccelli dormienti. Nessuno di questi portava addosso nulla di simile.
– Quante zampe hai? – domandò Salomone alquanto crudelmente, e Peter vide con sua grande costernazione che egli ne aveva due più del giusto. Il colpo fu così forte che gli vuotò subito la testa.
– Gonfia le tue penne – seguitò ancora Salomone, e Peter si sforzò disperatamente di arruffar le sue penne, ma non gli riuscì perché non ne aveva. Allora si levò su tutto tremante e per la prima volta dacché s’era posato sul davanzale della finestra, si ricordò di una bella signora che era stata veramente pazza di lui.
– Io penso che farò bene di ritornar da mia madre – disse con timida voce.
– Buon viaggio – replicò Salomone Gracchia guardandolo di sotto in su.
Ma Peter esitava.
– Perché non parti dunque? – chiese il vecchio ironicamente.
– Io suppongo – disse Peter tossendo – io suppongo che potrò ancora volare? –
Voi vedete che egli aveva persa la fede.
– Povero piccolo mezzo e mezzo – esclamò Salomone, che, in fondo, non aveva il cuore duro. – Tu non sarai mai più capace di volare, neppure nei giorni di vento. Devi rassegnarti a vivere nell’isola per sempre.
– E non potrò neanche andare fino ai giardini? – chiese Peter con tragico accento.
– Come puoi traversare l’acqua? – gli obbiettò Salomone.
Tuttavia, molto gentilmente, il vecchio uccello promise a Peter di insegnargli tutti quegli usi uccelleschi che con una forma così sgraziata fosse per poter imparare.
– Allora io non sarò un vero e proprio essere umano?
– No.
– E neppure precisamente un uccello?
– Neppure.
– Che sarò dunque?
– Sarai un Forse-che-sì-forse-che-no – rispose Salomone, e certamente egli era un gran saggio, perché la predizione si avverò per l’appunto.
Gli uccelli dell’isola non potevano mai abituarsi a lui. Le sue singolarità li meravigliavano ugualmente ogni giorno, come se fossero cose sempre nuove, sebbene fossero piuttosto gli uccelli che erano sempre nuovi. Ne venivan fuori cotidianamente dal guscio e si divertivano un mondo a veder Peter Pan; dopo, ben presto, volavano a diventare dei bimbi, e altri piccoli rompevano il guscio; e così seguitava sempre. Le accorte mamme, quando i piccoli tardavano a mettere il capino fuori del guscio, solevano spingerli a sbrigarsi sussurrando loro che non si lasciassero sfuggir l’occasione di veder Peter che si lavava o mangiava o beveva. Migliaia di uccellini si affollavano intorno a lui ogni giorno per vederlo a far queste cose, precisamente come voi osservate gli uccellini, e mettevano grida di gioia quando egli chiappava con le mani invece che, come usa, con la bocca le croste gettategli. Il cibo glielo portavano dai giardini gli uccelli adulti su ordine ricevuto da Salomone. Egli non voleva mangiare né vermi né insetti (ciò che, a loro parere, era molto sciocco da parte sua), e perciò essi gli portavano del pane nei loro becchi. Così, voi che gridate: “Ingordo, ingordaccio! all’uccello che fugge via colla grossa crosta nel becco, ora sapete che non dovete farlo, perché esso molto probabilmente la porta a Peter Pan.
Peter non indossava più la camicia da notte. Dovete sapere che gli uccelli stavano sempre a pregarlo di darne loro un pezzetto per rivestirne i loro nidi, ed egli, siccome aveva buon cuore, non sapeva dire di no; cosicché per consiglio di Salomone aveva nascosto quel che gli era di essa rimasto. Ma, sebbene egli fosse ora completamente ignudo, non dovete già credere che avesse freddo e fosse infelice. Era invece abitualmente felicissimo e gaio, e la ragione era che Salomone aveva tenuto la sua promessa e gli aveva insegnato molti costumi degli uccelli: il contentarsi di poco, per esempio, e lo star sempre facendo qualche cosa, ed il credere che, a qualunque cosa attendesse, si trattasse sempre di una cosa della più alta importanza. Peter diventò anche molto bravo nell’aiutare gli uccelli a fabbricare i loro nidi; presto li seppe fabbricare meglio dei colombi selvatici, ed in seguito altrettanto bene quanto i merli, sebbene non riuscisse mai a soddisfare i fringuelli; e costruiva dei piccoli abbeveratoi assai graziosi in vicinanza dei nidi e con le dita raccoglieva vermi pei piccoli. Diventò, insomma, assai dotto nella scienza uccellesca, e imparò anche, per esempio, a riconoscere il vento di levante da quello di ponente al loro diverso sentore, e venne in grado di veder l’erba crescere, e udire i vermi camminare sotto la corteccia dei tronchi. Ma la cosa più bella che Salomone aveva fatto, era stata quella d’insegnargli ad avere un cuore sempre lieto. Tutti gli uccelli hanno sempre il cuore lieto, salvo che voi prediate loro i lor nidi, e perciò, siccome quella era l’unica specie di cuore che Salomone conoscesse, non gli era stato difficile d’insegnare a Peter come fare per averla.
Il cuore di Peter era così lieto, che egli si sentiva obbligato a cantar tutto il giorno, precisamente come gli uccelli cantano per gioia, ma, essendo in parte creatura umana, egli aveva bisogno di uno strumento, e perciò si fece una zampogna di canne. Usava la sera andare a sedersi sulla spiaggia dell’isola, afferrando l’odore del vento e il mormorare dell’acque e raccogliendo manciate di lume di luna, e metteva tutto ciò dentro la sua zampogna, e poi suonava così dolcemente che gli uccelli ne restavano ingannati e dicevano tra loro: “È un pesciolino che guizza nell’acqua o è Peter Pan che suona la sua zampogna?”
Qualche volta egli cantava la nascita degli uccelli, e allora le mamme si guardavano intorno nei nidi per vedere se non avessero deposto un altr’uovo. Chi frequenta i giardini conosce certamente il castagno vicino al ponte, che mette i fiori prima di tutti gli altri castagni, ma forse non ha inteso dire perché quell’albero ha questo privilegio. Ciò è perché Peter desidera molto l’estate e suona che essa è venuta, e il castagno essendo così vicino lo ode e resta ingannato.
Ma qualche volta, quando Peter sedeva così sulla spiaggia e suonava così divinamente sopra la sua zampogna, gli venivano dei tristi pensieri, e allora la musica diventava triste pur essa, e la ragione di tutta questa tristezza era che egli non poteva arrivare sino ai giardini, sebbene potesse vederli attraverso l’arcata del ponte. Egli sapeva che non avrebbe più potuto tornare ad essere una vera creatura umana e poco gl’importava in realtà, ma, oh!, quanto, quanto bramava di poter giocare come giocano i bimbi, e senza dubbio per giocare non c’è posto più splendido dei giardini. Gli uccelli gli portavano notizie del come giocano i bimbi e le bimbe, e grosse lacrime di desiderio rigavano la faccia attenta di Peter.
Forse voi vi maravigliate che egli non traversasse a nuoto il braccio della riviera. La ragione era che egli non sapeva nuotare.
Desiderava d’imparare come si fa, ma nessuno era pratico, salvo le anatre, e queste son tanto stupide. Avevano tutta la buona volontà possibile di insegnarglielo, ma quanto sapevano dirgli era tutto qui: “Tu ti siedi sull’acqua in questa maniera e poi dài dei colpi di piede all’acqua stessa così”. Peter si provò varie volte, ma ogni volta, prima che potesse menare i piedi, affondava. Quello che egli realmente aveva bisogno di sapere era come ci si siede sull’acqua senza affondare, e le anatre dicevano che era affatto impossibile di spiegare una cosa tanto facile quanto quella. Occasionalmente approdavano all’isola dei cigni, ed egli dava loro volentieri tutto il suo cibo di quel giorno per poi saperne in ricambio come ci si siede sull’acqua, ma appena egli non aveva più nulla da dar loro, quelle cattive bestiacce lo ricompensavano a fischi e salpavano subito via.
Una volta egli credette realmente di avere scoperto un mezzo per raggiungere i giardini. Uno strano oggetto bianco, simile a un foglio di giornale fuggiasco, svolazzava su in alto sopra l’isola e a poco a poco venne cadendo giù a terra, ondeggiando e sbandando come un uccello che ha avuto rotta una delle sue ali. Peter ne fu così spaventato che corse a rimpiattarsi, ma gli uccelli gli dissero che non era altro che un cervo volante, e gli spiegarono che cos’è un cervo volante e che quello doveva avere strappato la sua funicella di mano a un qualche ragazzo e così esser volato via. Dopo di che ebbero a burlare Peter, perché si mostrava tanto innamorato del cervo volante; egli ne era infatti così innamorato che dormì persino con una mano su esso, ma io penso che questo era anzi commovente e grazioso, perché la sua ragione era a trovarsi nel fatto che il cervo volante aveva appartenuto a un bimbo vero.
Per gli uccelli questa era una ragione molto meschina, ma i più vecchi fra essi erano in quel tempo pieni di gratitudine per lui perché aveva assistito un buon numero di piccini presi dalla rosolia, e perciò si offrirono di mostrargli come gli uccelli fanno volare un aquilone. Cinque di essi presero l’estremità della funicella nei loro becchi e staccarono il volo tenendola stretta; e con grande stupore di Peter l’aquilone volò dietro loro e si levò anche assai più in alto di loro.
– Un’altra volta, un’altra volta! – egli pregò, e gli uccelli gentilmente servizievoli lo rifecero parecchie volte, e sempre invece di ringraziarli egli esclamava con voce di preghiera: – Un’altra volta! – ciò che mostra come egli non avesse ancora dimenticato del tutto le abitudini dei bimbi.
Alla fine, chiudendo un gran disegno nel valoroso suo petto, egli li supplicò di farlo un’unica volta ancora, ma con lui aggrappato alla coda.
Questa volta non più cinque, ma un centinaio di uccelli strinsero la fune nel becco, mentre Peter serrava tra le mani la coda coll’intenzione di lasciarla andare appena fosse sopra i giardini. Ma per aria la coda si staccò e Peter sarebbe affogato nella Serpentina, se non si fosse aggrappato a due cigni invano reluttanti e non li avesse costretti a ritrasportarlo sino alla riva dell’isola. Dopo di che gli uccelli dichiararono che non lo avrebbero più aiutato nella sua matta intrapresa.
Ciò nondimeno, Peter alla fine riuscì a raggiungere i giardini coll’aiuto della barchetta di Shelley, come ora vi racconterò.

III.

Il nido di tordo

Schelley era un giovane gentleman e così finito di crescere come non si sarebbe mai potuto aspettare che fosse. Era un poeta: e i poeti son gente che non è mai finita di crescere. Son persone che disprezzano il danaro salvo quanto ne occorre loro per l’oggi, ed egli di denaro ne aveva tanto che non riusciva a finirlo, per quanta buona volontà ci mettesse. Così, un giorno che passeggiava per i giardini di Kensington, fece una barchetta con un biglietto di banca e la mandò a navigare giù per la Serpentina.
La notte essa arrivò all’isola; e la sentinella la portò a Salomone Gracchia, che dapprincipio pensò fosse la solita cosa, e cioè il bigliettino di qualche signora, la quale gli dicesse che gli sarebbe stata obbligata se avesse voluto mandarle un uccellino buono. Le signore lo pregano sempre di mandar loro il più buono che ha, ed egli, se la lettera gli piace, ne manda uno della classe A, ma se lo indispettisce ne manda invece di quelli che hanno proprio l’argento vivo nelle vene. Qualche volta non ne manda addirittura nessuno e qualche altra volta ne manda una nidiata: tutto dipende dal modo con cui lo si piglia.
Egli ama che ci si rimetta a lui, e se si fa particolare menzione di ciò che si desidera, per esempio, d’aver “questa volta un maschietto”, è quasi sicuro che egli manda invece una femmina. Soprattutto poi ricordate una cosa: o che voi siate una signora o solamente un piccolo bimbo che desidera una sorella, datevi sempre cura di scrivere l’indirizzo ben chiaro; voi non vi potete immaginare quante volte Salomone ha mandato dei bimbi a chi non doveva.
La barchetta di Shelley, come fu da lui aperta, rese assai perplesso Salomone, che chiamò a consiglio tutti i suoi assistenti. Questi dopo averci zampettato sopra due volte, l’una in avanti e l’altra a ritroso, conclusero che doveva essere un biglietto proveniente da qualche persona ingorda, la quale chiedeva nientedimeno che cinque bimbi. Credettero così perché sul biglietto c’era stampato un grosso cinque.
– Idiota! – gridò Salomone tutto arrabbiato all’indirizzo della persona mittente, e regalò il biglietto a Peter: tutte le cose inutili che capitavano nell’isola venivano usualmente regalate a lui perché ci giocasse.
Ma egli non giocò col suo prezioso biglietto di banca, perché riconobbe di che cosa si trattava, essendo stato un grande osservatore durante quella settimana in cui era stato un bambino come tutti gli altri. Con tanto danaro, egli riflettè, avrebbe sicuramente potuto alla fine riuscire a raggiungere i giardini, e, considerate tutte le maniere possibili, decise (saggiamente, a mio credere) di attenersi alla migliore. Ma, per prima cosa, bisognava informasse gli uccelli del valore della barchetta di Shelley: ora essi, sebbene fossero troppo onesti per ritorgliela, rimasero tuttavia poco soddisfatti della cosa e gettarono tali neri sguardi sopra Salomone, il quale era piuttosto vano della sua chiaroveggenza, che questi s’andò a rincantucciare all’estremità dell’isola, rimanendo lì molto depresso con la testa nascosta tra l’ali. Allora Peter, che gli era affezionato e riconoscente, gli andò vicino e cercò di rincuorarlo.
Né questa fu la sola maniera con cui Peter cercò di riguadagnarsi la potente benevolenza del vecchio capo. Voi dovete sapere che Salomone non aveva intenzione di rimanere in ufficio per tutta la vita. Egli meditava di rinunziare un bel giorno al governo e ritirarsi a godere in agiata pace la sua restante vecchiaia sopra un certo cipresso della Camera dei Pari, che aveva colpito la sua immaginazione, e così per varii anni era venuto quietamente riempiendo la sua calza. Era una calza, appartenuta a qualche bagnante, che era stata gettata a riva sull’isola, e nel tempo di cui io parlo essa conteneva centottanta pezzetti di pane, quarantaquattro noci, sedici torsoli di mela, un puliscipenne ed un laccio da scarpe. Quando la sua calza fosse piena, Salomone calcolava che sarebbe stato al riparo dal bisogno e quindi in grado di attuar la sua idea. Ora Peter gli regalò una sterlina, che staccò dal suo biglietto di banca mediante un bastoncello appuntito.
Questa liberalità gli rese amico per sempre il vecchio Salomone, il quale, dopo che si furono consultati insieme, convocò un’assemblea generale dei tordi. Vedrete ben tosto perché solo i tordi furono invitati.
Il piano da esser sottoposto all’approvazione dell’assemblea era di Peter, ma fu Salomone che lo espose, perché egli perdeva presto la pazienza se un altro parlava e lui doveva star zitto. Cominciò col dire che egli aveva un’alta opinione dei tordi per la singolare ingegnosità che addimostrano nel fabbricare i loro nidi, e con questo dispose subito favorevolmente gli uditori, com’era il suo scopo nel dirlo: perché voi dovete sapere che tutte le quistioni che nascono fra uccelli vertono intorno alla migliore maniera di fabbricare i nidi. Gli altri uccelli, disse Salomone, omettono di rivestire internamente i loro nidi con fango, e il resultato ne è che questi non trattengono l’acqua. Qui egli gettò indietro la testa, come se avesse arrecato un argomento che non ammetteva replica; ma, disgraziatamente, all’adunanza era intervenuta, non invitata, una signora Fringuello, la quale, sentendo questo, strillò: – Noi non fabbrichiamo i nostri nidi per tenerci dentro dell’acqua, ma per custodirci le uova, – e allora i tordi persero tutto il loro buon umore, e Salomone rimase così perplesso che tirò su parecchie beccate d’acqua.
– Consideri Lei – obbiettò alla fine – quanto il fango rende caldi i nidi.
– Consideri Lei – rimbeccò la signora Fringuello – che quando l’acqua è entrata dentro i nidi e vi resta, i nostri piccini corron pericolo di morire affogati.
I tordi pregarono con gli sguardi Salomone di replicare con qualche argomento di peso, ma Salomone era rimasto di nuovo perplesso.
– Becchi un altro sorso- gli suggerì impertinentemente la signora Fringuello. Essa si chiamava Pepita e tutte le Pepite hanno la lingua pepata.
Salomone beccò un’altra sorsata, e ciò lo inspirò.
– Se – disse – un nido di fringuello è messo sulla Serpentina, si riempie e si sfa, mentre un nido di tordo resta sodo e sicuro come il dorso d’un cigno. –
Come applaudirono i tordi! Adesso sapevano perché rivestivano internamente i loro nidi di fango, e quando la signora Fringuello strillò: – Noi non andiamo a mettere i nostri nidi sulla Serpentina, – essi fecero quel che avrebbero dovuto fare sin da principio e cioè cacciarono via l’intrusa a beccate. Il che può parervi poco gentile da parte loro trattandosi di una signora: ma dovete ricordare che tra i tordi ci sono i maschi e le femmine, e David mi assicura che la violenza venne da queste.
Dopo, tutto procedette con ordine. Ciò che essi erano stati chiamati ad udire, continuò Salomone, era questo: il loro giovane amico lì presente, Peter Pan, com’essi ben sapevano, desiderava moltissimo di poter traversare la riviera per arrivar nei giardini, e ora s’era proposto, col loro aiuto, di costruirsi una barca.
A queste ultime parole i tordi cominciarono ad agitarsi, ciò che fece tremar Peter per il suo piano.
Salomone si affrettò a spiegar loro che ciò che egli voleva non era una di quelle incomode barche che sono usate dagli uomini; la barca progettata doveva essere un semplice nido di tordo grande abbastanza per contenere Peter.
Ma, con grande angoscia di Peter, i tordi seguitavano ancora a dar segni dì malumore. – Noi abbiamo molto da fare – brontolavano, – e questa vuol essere una grossa fatica.
– È vero – rispose Salomone, – ma Peter non intende che voi lavoriate gratis per lui. Dovete ricordarvi che presentemente egli si trova in buone condizioni di fortuna, e vuol pagarvi una mercede quale non avete mai ricevuta. Egli mi autorizza a dirvi che voi tutti e ciascuno riceverete da lui sessanta centesimi al giorno. –
A tanta promessa tutti i tordi si misero a saltellar dalla gioia, e quel giorno medesimo cominciò la famosa costruzione della Barca. Tutti i loro affari ordinari restarono addietro. Era il tempo dell’anno in cui essi avrebbero dovuto accoppiarsi, ma nessun nido fu costruito eccetto quel grande di Peter, e così Salomone presto rimase a corto di piccoli tordi con cui far fronte alle continue dimande che gliene arrivavano dal paese degli uomini. Quei bimbi bofficioni e piuttosto ghiotti che hanno un così bell’aspetto dentro le carrozzelle, ma che soffiano facilmente quando camminano, sono stati tutti dapprincipio tanti giovani tordi. Le signore hanno una speciale predilezione per questi, che sono quindi la razza più domandata. Che cosa credete che facesse Salomone? mandava su pei tetti a far requisizione di passeri e ordinava loro di depor le uova nei vecchi nidi dei tordi, e poi spediva i loro piccini alle signore, giurando che erano tordi! Quell’anno restò dopo celebre nell’isola come l’anno dei Passeri; e così, se mai voi incontrate nei giardini delle persone adulte che s’impettiscono e gonfiano come per darsi a credere a sé stesse ed agli altri per più grandi di quel che sono in realtà, pensate che probabilmente appartengono a quell’anno. Interrogateli, per sincerarvene.
Peter era un padrone onesto e pagava regolarmente ogni sera i suoi operai. Essi si schieravano in file sui rami e aspettavano pazientemente che egli avesse tagliato via tanti pezzetti da sessanta centesimi l’uno dal suo biglietto di banca. Finito ciò, erano chiamati a nome un per uno, e un per uno volavano giù e ricevevano la loro mercede. Dev’essere stata una bellissima vista.
Alla fine, dopo mesi di lavoro, la barca fu terminata. Oh, la gioia di Peter mentre la vedeva crescere sempre più, e sempre più prender la forma di un enorme nido di tordo! Sin dal primo principio della sua costruzione egli aveva preso l’abitudine di dormire a essa accanto, e spesso si svegliava per susurrarle delle cose gentili. Quando poi fu internamente rivestita di fango e il fango si fu seccato, allora invece ogni notte ci andò a dormir dentro. Dopo non ha mai smesso quest’uso che conserva ancor oggi, ed ha una maniera graziosissima di rannicchiarsi nel nido, che è grande giusto quanto basta perché egli vi stia comodamente se si rannicchia a tondo come un gattino. Il nido è internamente bruno, s’intende, ma di fuori è verde, essendo intrecciato d’erba e di vimini, e quando l’una e gli altri diventan gialli e marciscono, le pareti vengono intessute di nuovo con erba e vimini freschi. Ci sono anche qua e là alcune piume, perdute dai tordi durante la fabbricazione.
Gli altri uccelli erano estremamente gelosi, e dissero che la barca non si sarebbe sostenuta sull’acqua: ma, a loro confusione, vi si sostenne magnificamente bene; allora dissero che l’acqua vi sarebbe penetrata dentro e l’avrebbe fatta affondare: ma l’acqua non vi penetrò; finalmente trovarono che Peter non aveva remi, e questo fece sì che i tordi si guardassero angosciata mente l’un l’altro: ma Peter replicò che egli non aveva bisogno di remi, perché possedeva una vela, e con aria di soddisfazione e d’orgoglio fece vedere una vela da lui confezionata con la sua camicia da notte, e che sebbene avesse ancora una certa rassomiglianza con una camicia da notte, ciò nondimeno era pure una graziosa vela. E quella stessa notte, essendo piena la luna, e tutti dormendo gli uccelli, egli entrò a bordo e salpò dall’estrema punta dell’isola. E nel primo momento – egli non seppe spiegarsi il perché – i suoi occhi si levarono in alto, mentre le sue mani si giungevano; dopo invece il suo sguardo si fissò all’occidente.
Aveva promesso ai tordi di cominciare con viaggi corti, servendosi di loro per guide, ma laggiù c’erano i giardini di Kensington che occhieggiavano così lusinghieramente di sotto l’arco del ponte, ed egli non potè ritenersi. Il suo viso era in fiamme, ma non lo volse mai addietro: c’era una esultanza nel suo piccolo cuore, che ne aveva cacciato via ogni paura. Fu Peter l’ultimo eroe che salpò verso occidente incontro all’ignoto?
Dapprincipio la barca girò su sé stessa e fu respinta addietro verso il suo punto di partenza; in seguito a ciò egli diminuì la velatura, rimovendo una delle maniche, ma fu subito trascinato via da una brezza sfavorevole con suo non lieve pericolo. Allora lasciò cadere tutta la vela, ma il risultato fu che lo afferrò la corrente spingendolo all’ingiù, lontano dal ponte e verso un punto della costa, dove si levavano nere ombre, delle quali non conosceva, ma ben poteva sospettare i pericoli. Vedendo questo, issò e spiegò di nuovo la sua camicia da notte e riuscì così ad allontanarsi sempre più dalle ombre, finché un vento favorevole lo colse, che lo portò verso nord-ovest, ma a tanto gran velocità, che per poco non lo mandò a finire contro un pilone del ponte. Scansato il pilone, passò sotto il ponte e giunse, con immensa sua gioia, in piena vista dei dilettosi giardini. Ma, avendo provato a gettar l’ancora, che era una pietra attaccata all’estremità di un pezzo della funicella del cervo volante, non trovò fondo, e fu costretto a continuare cercando un ormeggio. Mentre saggiava la via, urtò contro una catena di scogli subacquei, e l’urto fu così violento che lo lanciò sopra bordo nell’acqua: mancò poco che affogasse, ma per fortuna riuscì ad arrampicarsi di nuovo dentro la barca. Poi scoppiò una furiosa tempesta, accompagnata da un tale muggito delle acque, quale egli non aveva udito mai per l’innanzi, ed egli fu sballottato di qua e di là dai venti e dalle onde, e le sue mani erano così intirizzite dal freddo che non poteva più chiuderle. Calmatosi un po’ il furore degli elementi, un ultimo colpo di vento lo trasportò gentilmente dentro una piccola baia, dove la sua barca potè alla fine galleggiare tranquilla.
Ciò nondimeno, non era ancor salvo, perché, quando volle sbarcare, trovò sulla spiaggia una moltitudine di piccoli esseri che gliene contestava il diritto e gli gridava iratamente di stare lontano, perché era passata da un pezzo l’ora della chiusura. Nel tempo stesso che gli gridavano questo, quei piccoli esseri agitavano con minaccioso contegno delle foglie di agrifoglio, e anzi una parte di loro era occupata a trasportare innanzi una freccia che qualche bimbo aveva dimenticata nel giardino e che essi si apprestavano a far servire da ariete.
Allora Peter, il quale sapeva che erano le fate, gridò loro a sua volta che egli non era una creatura umana simile alle altre e non aveva intenzione di far loro dispiacere, ma di esser loro amico; frattanto, avendo trovato un buon punto d’approdo, non se la sentiva di tornare indietro, e le avvertì che, se avessero cercato di fargli del male, ciò sarebbe stato a loro danno.
Così dicendo, saltò arditamente a terra. Il piccolo popolo si affollò intorno a lui coll’intenzione di ammazzarlo, ma tutt’a un tratto si levò un alto grido tra la parte femminile di esso, e ciò fu perché le fate avevano ora osservato che la vela della sua barca era una piccola camicia da notte da bimbo. Immediatamente furono prese da un grande affetto per lui e si dolsero infino che i loro grembi fosser troppo piccini per poterlo capire, mutamento improvviso di cui non so darvi ragione, se non dicendo che così fanno le donne. Gli gnomi allora riposero nel fodero le loro armi, vedendo il contegno delle loro donne, nell’intelligenza delle quali hanno una grande fiducia, e guidarono gentilmente Peter dalla loro regina, che graziosamente gli conferì potestà e privilegio di aggirarsi a suo piacimento nei giardini dopo l’ora della chiusura, sicché Peter d’allora in poi è libero di andare dovunque vuole e le fate hanno ordine di provvedere ai suoi comodi.
Tale fu il primo viaggio di Peter ai giardini, e dall’antichità del linguaggio usato alla corte voi potete facilmente concludere che esso dovette aver luogo molto tempo fa. Ma Peter resta sempre lo stesso e mai non cresce d’età, e perciò, se noi potessimo appostarci una notte lì sotto l’arco del ponte per vederlo passare (ma purtroppo non possiamo) è certo che lo vedremmo ancora venir verso noi dentro il suo nido di tordo, con la sua piccola camicia da notte per vela, veleggiando o remando. Quando va a vela, allora sta giù rannicchiato, ma per remare sta diritto in piedi. Ora debbo dirvi come venne in possesso di un remo.
Molto prima dell’ora in cui si riaprono i cancelli, egli ritorna furtivamente addietro alla sua isola, perché nessuno lo deve vedere (egli non è un essere del tutto umano come gli altri frequentatori dei giardini), ma ciò nondimeno ha dinanzi a sé parecchie ore per giocare, ed in esse egli giuoca, e la sua maniera di giocare è la stessa precisa dei bimbi veri. Almeno egli crede così, ma una delle cose che intorno a lui più commuovono è appunto il fatto che spesso egli giuoca in maniera del tutto sbagliata.
Voi capite, egli non aveva nessuno che gli dicesse come giuocano realmente i bimbi, perché le fate stanno tutte più o meno nascoste fino a buio, e perciò non ne sanno nulla, e gli uccelli, sebbene pretendessero di potergli dare una gran quantità d’informazioni, quando poi veniva il momento di dargliele, non è a creder quanto poche gliene sapessero dare in realtà. Per esempio, lo informarono giusto circa il giocare a rimpiattarsi, ma neppure le anatre dello stesso Lago Rotondo seppero dirgli che cosa rendesse il lago così attraente per tutti i bimbi. Ogni notte le anatre dimenticano tutti gli avvenimenti della giornata, eccetto il numero di pezzetti di schiacciata gettati a ciascuna di loro. Sono creature malinconiche e dicono che la schiacciata oggi non è più come era ai loro giovani tempi.
Così Peter aveva da trovare molte cose da sé. Spesso giocava a navigare sul Lago Rotondo, ma la sua nave non era che un bicchierino di latta, da lui trovato sull’erba. Senza dubbio, egli non aveva mai visto un bicchiere, e perciò, trovato ch’ebbe quell’uno, si domandò con maraviglia a che cosa mai voi poteste giocare con un simile oggetto, e dopo lunga riflessione concluse che voi ci dovete giocare pretendendo che sia una barca. Così egli lo metteva a galleggiare su l’acqua e lo faceva navigare lungo la riva del lago tenendolo per il suo manico (il che qualche volta faceva sì che la presunta nave imbarcasse dell’acqua), ed era molto orgoglioso di avere scoperto che cosa fanno coi bicchieri i bambini.
Un’altra volta, avendo trovato un panierin da merenda, egli credette che fosse fatto per sedervisi dentro, e volle provare, ma vi si trovò così allo stretto che a fatica ne potè riuscir fuori. Trovò anche un pallone. Lo scorse che ballonzolava sopra la Gobba come se stesse giocando da sé, e dopo una caccia molto mossa arrivò finalmente a chiapparlo. Ma lo prese per una palla, e siccome Jenny Scricciolo gli aveva detto che i bimbi fanno correre le palle a colpi di piede, così volle fare anche lui; ma tirato che gli ebbe un calcio, non fu buono di più ritrovarlo per quanto lo cercasse.
Forse l’oggetto più sorprendente che trovò fu una carrozzella. Stava essa sotto una gran pianta di limone, vicino all’ingresso del palazzo d’inverno della regina delle fate (che sorge in mezzo al cerchio formato dai sette grandi castagni), e Peter le si avvicinò con prudenza, perché gli uccelli non gli avevano mai fatto menzione di simili oggetti. Per paura che fosse un essere vivente, le rivolse la parola con gentilezza; e dopo, non avendo ricevuto risposta, si arrischiò ad avvicinarsi di più e a toccarla timidamente. Le dette una piccola spinta e la carrozzella si trasse rapidamente indietro, ciò che lo indusse a pensare che, se anche era muta, tuttavia viva era certo; Ma siccome aveva indietreggiato dinanzi a lui, così gli passò la paura. Stese quindi la mano per tirarla a sé; ma questa volta essa corse in avanti, ed egli ne ebbe un tale spavento, che scavalcò d’un salto la ringhiera e fuggì via a tutte gambe alla sua barca. Però voi non dovete già credere che egli sia un codardo: infatti la notte dopo ritornò con una crosta in una mano e un bastone nell’altra, ma la carrozzella se n’era andata ed in seguito egli non ne ha mai incontrata alcun’altra.
Ma io vi ho promesso di dirvi qualcosa intorno al suo remo. Vi dirò dunque che è una vanga da bimbi che egli trovò vicino al pozzo di San Govor, e credette che fosse un remo.
Forse voi sentite compassione di Peter, perché prende di questi abbagli? Se è così, io penso che ciò è sciocco da parte vostra. Voglio dire, insomma, che sentir compassione di lui qualche volta e per qualche cosa va bene, ma sentirne compassione sempre e per tutto sarebbe una cosa fuori di luogo. Egli è convinto di godersi le più belle ore possibili nei giardini e l’esser convinto di goderle è su per giù lo stesso che goderle realmente. Giuoca senza mai smettere, mentre voi spesso sciupate il tempo a fare i muli o le smorfie. Egli non può fare nessuna di queste due cose, perché non ne ha mai inteso parlare, ma credete che debba esser compatito per questo?
E com’è sempre allegro! È tanto più allegro di voi quanto voi, per esempio, siete più allegri del vostro babbo. Certe volte non può assolutamente star fermo un momento, per pura allegria. Avete mai visto voi un levriere a saltare le difese e le siepi dei giardini? Così è come salta Peter allora.
E poi, non dimenticate la sua zampogna e i dolci suoni ch’egli ne trae. Dei signori che tornavano a casa di notte hanno scritto qualche volta ai giornali d’aver udito un usignolo nei giardini, ma in realtà era la zampogna di Peter che avevano udito. Senza dubbio, egli non ha una mamma – o almeno a che gli serve o gli ha servito d’averla? Voi potete essere angustiati per lui a causa di questo, ma non dovete poi angustiarvene troppo, perché la prima cosa che ora io intendo di raccontarvi, è appunto come Peter tornasse a veder la sua mamma. Furono le fate che gliene fornirono il mezzo.

IV.

Chiusura

Tremendamente difficile è di scoprir alcunché intorno alle fate, anzi quasi quasi la sola cosa che si possa dare per certa è che ci sono fate dovunque ci sono bambini. Tanti e tanti anni fa questi non potevano entrar nei giardini, ed a quel tempo non c’era sul posto neppure una fata; dopo, i bambini furono ammessi e le fate accorsero in folla quella medesima sera. Esse non sanno tenersi dal seguire dappertutto i bambini, ma voi le vedete di rado, in parte perché durante il giorno esse vivono di là dalle difese, dove è proibito di andare, ma in parte anche perché sono delle personcine assai furbe.
Quando eravate uccellini, conoscevate le fate benissimo e durante l’età delle fasce tutti ricordate ancora molte cose di loro; sicché è un vero peccato che a quell’età non sappiate già scrivere: perché poi gradualmente viene l’oblio, tanto che io ho inteso dei bimbi dichiarare che essi non avevano mai visto una fata. E molto probabilmente, mentre dicevano questo, se erano nei giardini di Kensington, ne avevano qualcuna davanti! La ragione per cui non se ne accorgevano, era che la fata fingeva di essere qualche cos’altro, e loro si lasciavano prendere a quest’inganno. È una delle loro astuzie più comuni. Generalmente anzi pretendono di essere fiori, perché la corte risiede presso la Vasca delle Fate e là ci sono molti fiori, e molti ce ne sono pure lungo tutto il viale dei Bimbi, che è l’altro luogo più frequentato da esse, e allora, per la grande quantità, un fiore è la cosa che meno attrae l’attenzione. Esse vestono esattamente come fiori, e cambiano secondo le stagioni, mettendosi, per esempio, in bianco quando ci sono i gigli, in azzurro quando ci sono le lingue di leone, e così via. Amano molto tutti i fiori, ma la loro speciale predilezione è per i tulipani, e il vestirsi da tulipani è per loro il vestire più pomposo, cosicché la stagione dei tulipani è generalmente il tempo più adatto a sorprenderle.
Quando credono che voi non le vediate, allora saltellano vivamente qua e là, ma se il vostro sguardo si dirige verso di loro, ed esse temono di non aver tempo bastante a nascondersi, allora è il momento che rimangono perfettamente immobili e fanno finta d’esser dei fiori. E dopo che voi siete passati senza accorgervi che erano fate, corron subito a casa e raccontano alle loro mamme l’avventura che hanno avuta. La vasca delle Fate, per esempio, è tutta incorniciata di edera, con fiori che occhieggiano di tra il verde cupo qua e là. Molti di questi fiori sono realmente fiori, ma alcuni sono invece delle fate. Non è facile, certo, assicurarsene, ma un buon mezzo è quello di camminare simulando indifferenza e guardando dall’altra parte e poi voltarsi all’improvviso. Un altro buon mezzo, che qualche volta io e David adoperiamo, è di guardare fissamente il fiore sospetto. Dopo un po’di tempo la fata non può fare a meno di batter le palpebre ed allora voi siete ormai certi che è proprio una fata.
Molto frequentato da esse è anche, come si è detto, il viale dei Bimbi. Una volta ventiquattro di loro ci corsero una straordinaria avventura. Erano un collegio uscito a passeggio con la sorvegliante, e tutte portavano gonnelle di giacinto. Passeggiavano e chiacchieravano gaiamente tra loro, quando ad un tratto la sorvegliante portò il dito alla bocca, ed esse subito ammutolirono tutte e rimasero immobili sopra un’aiuola vuota, facendo finta di essere giacinti. Sfortunatamente le persone che la sorvegliante aveva udito avvicinarsi erano due giardinieri, che per l’appunto venivano a piantar nuovi fiori proprio in quell’aiuola. Spingevano una carretta a mano con dentro i fiori, e restarono non poco sorpresi di trovar l’aiuola occupata. “Che peccato di toglier via quei giacinti!” disse l’uno. “Ordine del Duca,” replicò l’altro, e tutti e due, vuotata la carretta dei fiori portati, presero su l’una dopo l’altra le malcapitate educande e ve le disposero dentro in due file. Naturalmente né la sorvegliante né le ragazze osarono di svelare che esse erano fate, e così furono trasportate via molto lontano di lì in una prigione di coccio, dalla quale scapparono senza scarpe la notte. La cosa destò molto rumore, e molti lamenti da parte dei genitori delle ragazze, e il collegio fu rovinato per sempre.
Quanto alle loro case, è inutile cercar di vederle, perché esse sono proprio il contrario delle nostre. Voi potete vedere le vostre case di giorno, ma non le potete più vedere nel buio. Ebbene, voi potete invece vedere le loro case nel buio, ma non le potete vedere di giorno, perché esse hanno il colore della notte ed io non so di nessuno che sia capace di veder la notte di giorno. Ciò tuttavia non significa che siano esse nere, perché anche la notte ha i suoi colori precisamente come il giorno, e più brillanti che questo. L’azzurro, il rosso, il verde delle case delle fate sono simili ai nostri con un lume di dietro. Il palazzo reale è costruito interamente di vetri multicolori, ed è la più graziosa residenza che si possa immaginare, se non che la regina qualche volta si lamenta perché la gente del popolo viene ogni poco a gettar delle occhiatine nell’interno per vedere che cosa essa sta facendo. Perché le fate, dovete sapere, sono persone assai curiose, e premono forte il naso contro il vetro per distinguere meglio, nel che sta la ragione del fatto che i loro nasi sono quasi sempre schiacciati.
Una delle grandi differenze fra noi e le fate è che esse non fanno mai nulla di utile. Hanno sempre l’aria di gente affaccendata, che non ha un minuto di tempo da buttar via, ma se voi domandaste loro che cosa stanno facendo, non vi saprebbero dare risposta.
Sono spaventosamente ignoranti e non sanno e non fanno che gettar polvere negli occhi. Così, per esempio, posseggono delle bellissime scuole, ma non vi s’insegna nulla: la più piccola, essendo la persona più importante, è sempre eletta maestra, e quando essa ha fatto l’appello, escono tutte a passeggio e non tornano più alla scuola sino alla mattina di poi, per rifare lo stesso. Una cosa molto notevole è appunto che nelle famiglie delle fate il capo di casa è sempre la persona più giovane: e i bambini si ricordano questo, e ciò spiega perché trovino ingiusto che tra gli uomini comandino i grandi.
Voi avete probabilmente osservato che la vostra piccola sorellina mostra una speciale inclinazione a voler fare una gran quantità di cose che la vostra mamma e la governante desiderano invece che essa non faccia: per esempio, di stare in piedi quando è tempo di star seduta, e star seduta quando è tempo di stare in piedi, oppure di stare sveglia quando dovrebbe dormire o rotolarsi sul pavimento quando ha indosso il suo vestitino migliore, e così via; e forse attribuite tutto questo a cattiveria. Ma non è: ciò significa semplicemente che essa fa quel che ha visto fare alle fate; essa comincia col seguire gli usi di queste, e ci vogliono circa tre anni perché si avvezzi alle abitudini umane. I suoi eccessi di collera che son tremendi a frenare e che usualmente vengon chiamati “dentizione”, non sono già questo: sono il segno della sua naturale esasperazione, perché voi non la comprendete nonostante che essa parli un linguaggio intelligibile. Essa parla fatesco. La ragione per cui mamme e governanti capiscono prima degli altri che “eh, eh” significa “bello, bello”, mentre “ieeeh” esprime il più alto grado dello scontento, è che, avendo avuto a che fare con tante piccine, hanno finito con l’imparare qualche parola del linguaggio delle fate. Voi vedete che è un linguaggio nient’affatto facile, perché le parole si rassomigliano molto, pur avendo significati diversissimi.
Ultimamente David ha concentrato la sua memoria stringendosi forte le tempie fra i due pugni, e così si è risovvenuto di un certo numero di frasi della lingua fatesca, ch’è io vi ridirò una qualche volta, se non me le scordo. Egli le ha udite in quei giorni che era ancora un tordo, e sebbene io gli abbia espresso il dubbio non forse invece sien frasi della lingua degli uccelli quelle tornategli a mente, egli asserisce di no, perché queste frasi si riferiscono a giuochi e avventure, mentre gli uccelli per solito non parlano d’altro che di niditettura. Egli si ricorda distintamente che gli uccelli usano andar da luogo a luogo fermandosi davanti a ogni nido, come le signore davanti alle vetrine dei negozi, e dicendo: “Che brutto colore che avete scelto, miei cari!”, e “Come sarebbe se ci metteste una soffice imbottitura?” e “Ma reggerà?”, e “Che fattura orribile, poveri voi!” e così via.
Le fate sono infaticabili ballerine, e questa è la ragione per cui i bimbi amano tanto o di ballare sulle ginocchia dei grandi o di fare il girotondo. Esse tengono i loro grandi balli all’aria aperta, dentro quello che è chiamato un circolo delle fate. Per parecchi giorni appresso voi potete continuare a vedere questo circolo sull’erba. Esso non c’è quando il ballo comincia, ma lo fanno poi loro, seguitando a ballare sempre a tondo. Qualche volta voi troverete dei funghi dentro la superficie del cerchio, e quelli sono poltroncine delle fate che i servi hanno dimenticato di riportar via. Le poltroncine ed i cerchi sono i soli segni che le piccole creature lasciano dietro di sé, e certo non lascerebbero neppur quelli, se non fossero così appassionate pel ballo, che seguitano a ballare proprio sino al momento della riapertura dei cancelli. David e io una volta abbiamo trovato uno di questi cerchi ancora caldo.
Ma c’è anche il mezzo di sapere del ballo, prima che esso abbia luogo. Voi conoscete i pali che portano scritto a che ora si chiudono i cancelli ogni giorno. Ebbene, quelle furbe di fate qualche volta cambiano abilmente l’indicazione dell’ora, per modo, ad esempio, che il palo dice che i giardini si chiudono oggi alle sei e mezzo invece che alle sette. Questo permette loro di cominciare una mezz’ora più presto.
Se in una tale notte noi potessimo restare nascosti dentro i giardini, come fece la celebre Maimie Mannering, vi vedremmo delle cose deliziose: centinaia di graziose fate affrettantisi al ballo, le maritate portando i loro anelli matrimoniali attorno alla vita per cintura; i signori, tutti in uniforme, che reggono gli strascichi delle dame, ed i servi che corrono innanzi, reggendo in mano delle ciliegie d’inverno, le quali sono le lanterne delle fate; il guardaroba, dove esse depongono le loro scarpine d’argento, ricevendo in cambio un biglietto col numero relativo; i fiori che accorrono in folla dal Viale dei Bimbi per goder lo spettacolo, e che sono sempre i benvenuti perché possono prestare uno spillo; la tavola della cena, con la regina Mab a capotavola, e dietro la sua poltrona il Gran Maggiordomo che tiene in mano un dente di leone sul quale soffia quando Sua Maestà desidera di conoscere l’ora.
La tovaglia varia secondo le stagioni, ed in maggio è fatta di fiori di castagno. La maniera in cui la servitù delle fate la fabbrica è questa: gli uomini, parecchie dozzine, si arrampicano sugli alberi e scuotono i rami, e i fiori cadon giù fitti come fiocchi di neve. Allora le donne li scopano colle loro sottane riunendoli insieme in figura regolare e pareggiando la superficie dello strato finché questo non ha assunto proprio l’aspetto di una tovaglia. Per piatti adoperano dei petali di rosa e per bicchieri e per tazze i calici del medesimo fiore, che fornisce loro anche i cucchiai e le forchette colle spine del suo stelo (sicuro, anche i cucchiai, perché ogni spina, divisa in due, è da una parte forchetta e cucchiaio dall’altra).
Come vedete, la rosa è un fiore molto utile per le fate: e per questo anche loro l’hanno proclamata la regina dei fiori. Quando le rose non ci sono, le spine sopra la pianta ci son sempre, e di piatti e di calici si fa provvista presso altri fiori, particolarmente presso le viole del pensiero. Si può dire che queste, le quali sbocciano, come sapete, quasi appena finito l’inverno, e le rose, le quali, come pure sapete, seguitano ad esserci sino ad autunno inoltrato, bastino da sole a provvedere le fate di stoviglie durante tutta la buona stagione; nell’inverno esse si accontentano di adoperare per piatti delle foglie di mirto e per calici dei semi scavati. Quando è l’ora della cena, si siedono in giro sopra i loro soffici funghi, e dapprincipio serbano un buon contegno e tossiscono sempre fuori di tavola, ma dopo un po’ non si tengono più così perbenino, e ficcano le dita dentro il miele o la conserva od il burro (che è fatto col latte di certe piante), o rovescian le tazze con dentro il caffè e latte od il tè, o, peggio ancora, si trascinano sopra la tovaglia dando la caccia colla lingua allo zucchero sparso. Quando la regina le vede far questo, fa segno ai servi di sparecchiare e riporre, e dopo tutte si mettono in via verso il luogo della danza, la regina alla testa e dietro a lei il Maggiordomo che porta in braccio due piccoli vasi, uno dei quali contiene del sugo di viole a ciocche e l’altro dell’unguento di rose. Il siroppo di viole a ciocche è appropriatissimo per somministrar nuove forze alle stanche danzatrici, mentre l’unguento di rose è un rimedio eccellente contro le ammaccature. Esse si producono spesso delle ammaccature, perché, a loro richiesta, Peter suona sempre più presto, finché la danza a tondo diventa vertiginosa, e allora voi capite com’è facile finir per le terre. Anche senza bisogno che io ve lo dicessi, voi vi sareste immaginati che Peter Pan è l’orchestra delle fate. Egli siede nel mezzo del cerchio, e oramai esse non si sognerebbero neppure di tenere un ballo veramente scic senza il suo concorso. Non c’è famiglia di buona società i cui biglietti d’invito non portino indicato: “P.P.,,. Il piccolo popolo delle fate è anzi un popolo riconoscente, ed al ballo che fu dato per festeggiare la maggiore età della principessa ereditaria (le fate diventano maggiorenni in occasione del loro secondo natalizio, e i loro natalizi ricorrono ogni mese) accordarono a Peter Pan il voto del suo cuore.
La maniera in cui ciò venne fatto fu la seguente. La regina gli ordinò d’inginocchiarsi, e, quando egli ebbe ubbidito, gli annunziò solennemente che, in premio dei suoi alti meriti come musicista, essa aveva decretato di accordargli il compimento del suo voto più caro. Tutti i presenti si strinsero intorno a Peter per udire quale fosse il voto del suo cuore, ma Peter restò a lungo silenzioso, perché neanche lui lo sapeva. Alla fine disse:
– Se io scelgo di tornar dalla mamma, potete accordarmelo, questo? –
Questa domanda riuscì loro sgradita, perché, se egli fosse ritornato dalla mamma, esse avrebbero perduto la sua musica, e perciò la regina arricciò sprezzantemente il nasino e rispose:
– Ohibò! Domanda dunque qualche cosa di più grande!
– Perché? È piccolo questo desiderio?
– Piccolo così – rispose la regina facendo combaciare le palme delle sue mani.
– Che dimensioni ha un desiderio molto grosso? – domandò egli allora.
Essa lo misurò spalancando ambedue le braccia e ciò faceva, nientedimeno, la larghezza della mano del vostro babbo. Allora Peter rifletté un pochino e disse:
– Ebbene, allora, io credo che posso domandare il compimento di due voti piccini, invece che di un solo grosso, non è vero? –
A questo le fate nulla potevano opporre, sebbene la furberia di lui le indisponesse un pochino, ed egli dichiarò dunque che il suo primo desiderio era di andare a rivedere la mamma, ma col diritto di ritornare ai giardini, per il caso di una possibile delusione. Il suo secondo desiderio preferiva di tenerlo in riserva.
Esse cercarono di dissuaderlo, ma tutto fu invano.
– Io ti posso accordare il potere di volare alla casa di lei – disse la regina, – ma non posso far sì che la porta sia aperta.
– La finestra almeno dalla quale io volai via sarà aperta – replicò Peter con la più ferma fiducia. – La mamma non la chiude mai nella speranza che io ritorni.
– Come lo sai? – domandarono le fate sorprese, e, in verità, Peter non potè spiegare come lo sapesse.
– Lo so – rispose.
Siccome egli persisteva nel suo desiderio, esse dovettero adattarsi. La maniera in cui gli dettero il potere di volare fu questa: tutte l’una dopo l’altra gli fecero il solletico sulle spalle, e allora egli cominciò a sentire un prurito terribile in quella parte, e, sentendo il prurito, si sollevò sempre più alto e volò via fuori dei giardini e sopra i tetti delle case.
Il piacere che provava era così delizioso che, invece di volar dirittamente verso casa, egli s’indugiò a vagabondare sopra San Paolo e il Palazzo di Cristallo ed il Parco del Reggente e il Tamigi, e quando alfine raggiunse la nota finestra, era cosa già quasi decisa nella sua mente che il suo secondo desiderio sarebbe stato di diventare un uccello.
La finestra era veramente spalancata, come Peter aveva saputo sin da prima, ed egli entrò nella stanza e là era sua madre che giaceva in letto e dormiva. Peter si posò leggermente sulla barra di legno ai piedi del letto e lì stette a guardarla. Essa giaceva con la testa sulla mano, e la fossa del cuscino era simile a un nido imbottito coi suoi folti capelli neri. Com’erano graziose le gale della sua camicia da notte! Egli era proprio contento di possedere una mammina così bella.
Ma essa aveva un’aria triste ed egli capiva il perché. Una delle braccia della dormiente si mosse come se volesse circondar qualche cosa, ed egli capiva che cosa desiderasse di cingere.
– Oh mamma! – disse a sé stesso. – Se tu sapessi chi sta seduto qui sulla sbarra ai piedi del tuo letto! –
Molto delicatamente carezzò con la mano il piccolo rialzo formato dai piedi di lei, e potè vedere dalla sua faccia che ciò le faceva piacere. Capì che non aveva da dir altro che “Mamma” altrettanto dolcemente, se voleva che essa si svegliasse.
Sempre le mamme si svegliano subito, appena voi chiamate il loro nome. E allora essa avrebbe gettato un tale grido di gioia e lo avrebbe serrato così forte al suo petto! Come sarebbe stato gradito per lui, ma, oh!, come sarebbe anche stato squisitamente delizioso per lei! Quello che mi colpisce, infatti, è la fiducia nel proprio valore che aveva Peter. Tornando da sua madre, egli non dubitava punto di farle il maggior regalo e procurarle la gioia più grande che si posson fare e procurare a una donna. Niente può esser più bello, egli pensava, che il possedere un piccolo bimbo proprio. Come ne sono orgogliose! Ed a ragione, anche.
Ma perché Peter si tratteneva così a lungo sulla sbarra; perché non diceva dunque alla mamma ch’egli era tornato?
Io debbo dire la verità: egli rimaneva lì fermo combattuto da due sentimenti. Ora guardava lungamente la mamma, e ora guardava lungamente alla finestra. Certo, sarebbe stato piacevole di ridiventare il caro piccino della sua mamma, ma, dall’altro canto, che belle ore eran quelle passate nei giardini! Poteva dirsi sicuro che non gli avrebbe dato noia il dover portar di nuovo delle vesti? Balzò giù dal letto ed aprì certi tiretti, per dare un’occhiata alla sua antica roba. Tutto era ancora lì, ma egli non potè venir a capo di ricordarsi l’uso di ciascun oggetto. Le scarpine, per esempio, si portavano alle mani od ai piedi? Era sul punto di provare a infilarsene una a una mano, quando corse una grossa avventura. Forse il tiretto aveva scricchiolato: improvvisamente la mamma si svegliò, perché egli la udì mormorare “Peter”, come se questa fosse la più cara e più bella parola di tutte. Egli rimase immobile seduto sul pavimento e trattenne il respiro, meravigliandosi come essa potesse sapere che egli era tornato addietro. Se essa avesse chiamato di nuovo “Peter”, egli era deciso a rispondere “Mamma” e correr da lei. Ma essa non parlò più, mise soltanto qualche piccolo gemito, e quando egli fece novamente capolino di sopra la sbarra del letto, era di nuovo addormentata, benché delle lagrime rigassero la sua faccia.
Questo afflisse molto Peter, e che cosa credete che egli facesse? Seduto sulla sbarra ai piedi del letto egli suonò una dolcissima ninnananna alla mamma sopra la zampogna. La compose da sé sulla maniera con cui la mamma aveva detto “Peter”, e non ismise finché non vide tornata essa in calma.
Trovava così bella la sua composizione che a fatica si seppe trattenere dallo svegliare la dormiente per sentirle dire: – Oh, Peter, come suoni divinamente! – Ma si trattenne, e, poiché essa oramai sembrava consolata, i suoi sguardi si volsero di nuovo verso la finestra. Voi non dovete già credere che egli pensasse di rivolare via e non tornare più addietro. Aveva assolutamente deciso di ridiventare il caro piccino della sua mamma, ma esitava a cominciare proprio quella notte stessa. Era il secondo desiderio che lo teneva incerto. Non pensava più a chiedere di esser trasformato in uccello, ma il rinunziare senz’altro alla facoltà di formulare un secondo voto gli sembrava da sciupone e, d’altra parte, formularlo non poteva se non tornando dalle fate. Inoltre, se avesse aspettato molto ad esprimerlo, ciò poteva esser male. Domandò a sé stesso se non fosse ingratitudine il non tornare a prender commiato da Salomone. – Avrei molta voglia di fare una traversata sulla mia barca una sola volta ancora – disse pensieroso rivolto alla mamma addormentata: egli ragionava con lei proprio come se essa potesse sentirlo. – Sarebbe così bello di raccontare agli uccelli di questa avventura – disse ancora con voce carezzevole. – Prometto di tornare – assicurò solennemente e, in realtà, pensava anche di farlo.
La fine fu, voi capite, che rivolò via. Due volte tornò indietro preso dal desiderio di baciare la mamma, ma temette che la deliziosa sensazione potesse svegliarla, cosicché, alla fine, le suonò un affettuoso bacio sopra la sua zampogna, e quindi rivolò verso i giardini senza più voltarsi addietro.
Molte notti e anche settimane e anche mesi passarono prima che egli esprimesse alle fate il suo secondo desiderio; e ciò per non poche ragioni. Una fu che aveva tanti addii da fare, dovendo salutare non solo i suoi particolari amici, ma anche tutti i suoi luoghi preferiti. Dopo, aveva da compiere la sua ultima traversata, e poi l’ultima davvero, e poi l’ultima di tutte, e così via dicendo. Inoltre, vennero date in suo onore un’infinità di feste d’addio; ed infine un’altra ottima ragione fu questa che, dopo tutto, non c’era furia, perché la mamma non si sarebbe stancata mai d’aspettarlo. Veramente, quest’ultima ragione non garbava troppo al vecchio Salomone, perché era un incoraggiamento a procrastinare. Salomone aveva alcune eccellenti sentenze per ispronare gli uccelli a compiere senza indugio ciò che dovevano fare, come, per esempio: “Non rimettete a domani quel che potete far oggi”; “oggi possiamo e domani chi lo sa?”; “l’occasione non si presenta due volte”; e ora Peter dava allegramente il cattivo esempio col suo spensierato temporeggiare, e non c’è nulla di più pericoloso del cattivo esempio. Gli uccelli lo facevano notare gli uni agli altri, e a poco a poco prendevano l’abitudine dell’ozio.
Tuttavia, nonostante che si mostrasse così pigro a ritornare dalla mamma, Peter era decisissimo a tornarci. La miglior prova di ciò era la sua prudenza di fronte alle fate. Queste avrebbero veduto assai volentieri che egli restasse, per l’egoistico motivo di non perdere in lui un così buon musicista, e a tale scopo cercavano sempre di spingerlo a fare qualche osservazione sul genere di questa: “Vorrei che l’erba fosse meno umida”, oppure ballavano fuori di tempo nella speranza che egli le riprendesse dicendo: “Desidererei che andaste più a tempo”. Allora esse avrebbero detto che egli aveva ormai espresso il suo secondo desiderio. Ma Peter frustrava le loro insidie, e benché qualche volta gli accadesse di cominciare: “Vorrei…”, pure, fortunatamente, si fermava sempre in tempo. Cosicché, quando alla fine disse loro risolutamente: “Adesso desidero di ritornare dalla mamma, e per sempre”, esse dovettero solleticargli le spalle e lasciarlo andare.
Egli venne in tutta fretta a questa decisione una notte, perché aveva sognato che sua madre stava piangendo e sapeva quale ne fosse il motivo ed era convinto che una carezza del suo diletto Peter le avrebbe subito ricondotto sulle labbra il sorriso. Oh!, egli non nutriva il minimo dubbio a tale riguardo, e questa volta gli tardava tanto di essere a nido fra le braccia di lei, che volò dirittamente alla finestra la quale doveva restar sempre aperta per lui.
Ma la finestra era chiusa, e v’erano ad essa delle sbarre di ferro, e, gettando dentro lo sguardo, egli scorse la mamma che pacificamente dormiva col braccio avvolto intorno a un altro piccino.
Peter chiamò: “Mamma! Mamma!,,; ma essa non lo udì; e invano egli scosse con le sue piccole mani le sbarre di ferro. Dové far ritorno, singhiozzando, ai giardini, e mai più non ha poi riveduto la sua cara mammina.
Che bravo bambino si era proposto di esser per lei! Ah, Peter, Peter! Tutti, quando abbiamo commesso qualche grosso sbaglio, come diversamente vorremmo agire alla seconda occasione! Ma dice bene Salomone: non si presenta una seconda occasione, almeno per la maggior parte di noi. Quando raggiungiamo la finestra, vi troviamo scritto sopra: Chiusura. E le sbarre di ferro sono lì per la vita.

V.

La Casina

Tutti hanno inteso parlare della Casina nei giardini di Kensington, l’unica casa in tutto il mondo costruita dalle fate per esseri umani. Ma nessuno l’ha vista, eccetto proprio due o tre, e questi non solo l’hanno veduta, ma ci hanno anche dormito, perché senza dormirci non è possibile vederla. La ragione di ciò è che essa non esiste quando voi vi addormite, ma esiste quando vi svegliate e ne uscite fuori.
C’è sì un modo in cui tutti possono vederla, ma ciò che allora uno vede non è proprio la casina, è solo la luce delle finestre. Questa luce si può vedere passata l’ora della chiusura. David, per esempio, la vide distintissimamente a una grande distanza in mezzo agli alberi una sera che tornavamo dal teatro delle marionette: io, per dir la verità, non la vidi, ma David afferma che quella sera io avevo troppo sonno per poter vedere qualsifosse cosa. Del resto centinaia di bimbi l’hanno veduta, chi questa sera chi quella, ora in questo luogo ora in quello, perché le fate la costruiscono ogni notte, sempre in una parte diversa dei giardini. Ma la prima persona per cui la Casina venne costruita fu la celebre Maimie Mannering.
Maimie era una bimba piuttosto straordinaria, e ciò precisamente di notte. Aveva quattro anni e durante il giorno era una bimba come tutte le altre. Le faceva molto piacere quando suo fratello Tony, un magnifico giovanotto di sei anni, mostrava di accorgersi della sua esistenza; e lo ammirava nella maniera dovuta, sforzandosi, per quanto vanamente, d’imitarlo, e si sentiva lusingata piuttosto che annoiata quand’egli la trascinava in giro con sé. Così pure, quando doveva batter la palla, accadeva molto spesso che essa si fermasse, nonostante che la palla fosse per aria, per mostrarvi che aveva in piede delle scarpine nuove. Era proprio una bimba come tutte le altre durante il giorno.
Ma appena cadevano le ombre della notte, Tony, il rodomonte, dimenticava il suo diurno disprezzo per Maimie e la guardava paurosamente con gli occhi sbarrati, e ciò non è maraviglia perché coll’oscurità gli occhi di lei prendevano un’espressione che io non vi saprei descrivere altro che chiamandola estatica. Era uno sguardo sereno che contrastava non poco con le occhiate inquiete di Tony.
Questi allora le offriva spontaneamente in regalo i suoi giocattoli favoriti (che regolarmente le ritoglieva la mattina di poi) ed essa li accettava con un sorriso assai sconcertante. La ragione per cui Tony diventava così gentile e Maimie così misteriosa era, a dirla in breve, che essi sapevano di dover di lì a poco andare a letto. Questo era il momento in cui Maimie diventava terribile. Tony la scongiurava ogni sera che non lo facesse quella notte, e la mamma e la governante nera la minacciavano di punirla, ma Maimie, per tutta risposta, si limitava a sorridere di quel suo sconcertante sorriso. E quand’erano rimasti soli col loro lumino da notte, tutt’a un tratto essa si rizzava sul letto ed esclamava con voce di pianto: “Oh Tony! Oh Tony! Che è questo, Tony?” Tony allora la supplicava: “Non è nulla, Maimie; non lo fare, non lo fare, Maimie!” e si tirava il lenzuolo fin sopra la testa. “S’avvicina”, essa piagnucolava. “Oh Tony! Oh, sta attento, Tony! Essa tocca il tuo letto colle sue corna! Buca la coperta! Oh Tony!”, e non ismetteva finché anche Tony non balzava su, gettando grida di terrore. Quando poi la governante accorreva, di solito trovava Maimie che tranquillamente dormiva – non per finta, veh!, ma davvero – e che pareva la più buona e innocente angioletta di questo mondo, il che, a mio credere, rendeva la cosa anche più irritante.
Ma, quand’erano nei giardini, naturalmente era giorno, e allora Tony faceva un gran discorrer di sé. Dai suoi discorsi voi potevate subito congetturare che egli doveva essere un ragazzo molto coraggioso, e nessuno andava così orgoglioso di lui come la sua sorellina Maimie. Essa avrebbe voluto portare un cartellino attaccato sul petto, dove tutti potessero leggere che essa era sua sorella. E in nessuna occasione lo ammirava di più che quando egli le dichiarava, come spesso faceva con eroica fermezza, che un qualche giorno pensava di rimanere nei giardini dopo la chiusura dei cancelli.
– Oh Tony! – essa esclamava allora col più grande rispetto; – ma le fate si adireranno!
– Se tu credi che me ne dia pensiero! – replicava Tony col più profondo disprezzo.
– Forse – essa continuava ammirata – Peter Pan ti farà fare un viaggio sulla sua barca!
– Vorrei vedere di no – rispondeva Tony. Nessuna maraviglia che essa andasse orgogliosa di lui.
Ma essi non avrebbero dovuto parlare così forte, perché una volta le loro parole furono sorprese da una fata, che stava raccogliendo delle foglie di felce nana, con cui esse fabbricano le loro cortine da estate, e da quel giorno Tony fu preso di mira. Le fate scioglievano i fili delle barriere prima che egli ci si sedesse sopra, cosicché, appena provava a sedercisi, si ritrovava invece a sedere per terra; lo facevan cadere pigliandolo per i lacci delle scarpe e corrompevan le anatre, perché gli affondassero la sua nave. Quasi tutti i brutti accidenti che vi occorrono nei giardini sono dovuti al fatto che le fate vi hanno preso a malvolere, e perciò bisogna che voi stiate molto attenti a quello che dite sul loro conto.
Maimie era una di quelle bimbe che amano di fissare il giorno in cui fare una cosa, ma Tony invece no, e quand’essa gli domandava in che giorno intendeva di rimanere nascosto nei giardini dopo l’ora della chiusura, egli si limitava a rispondere: “Un giorno”, rimanendo sempre incerto circa la data da fissare, salvo che essa non gli domandasse: “Sarà per oggi?,,, perché allora egli poteva sempre dare per certo che non sarebbe stato quel giorno. Così essa capì che egli aspettava una vera buona occasione.
Questo ci porta a un dopo pranzo che i giardini erano bianchi di neve e che c’era del ghiaccio sul Lago Rotondo: non era grosso abbastanza per poterci pattinare, ma almeno ci si poteva divertire a romperlo gettandovi delle pietre, e una gran quantità di bimbi e di bimbe si stava appunto divertendo così.
Quando Tony e Maimie arrivarono, avrebbero voluto anche loro andar diritti al lago, ma la loro governante disse che prima dovevano fare una passeggiata, e dicendo questo gettò uno sguardo su al palo per vedere a che ora si chiudevano i giardini quel giorno. Lesse le cinque e mezzo. Povera governante! Essa era una grande sciocca che rideva continuamente guardando i bambini che passavano (forse le pareva strano che ci fossero tanti bambini bianchi nel mondo), ma non doveva ridere molto più a lungo quel giorno.
Bene, essi andarono in su lungo il Viale dei Bimbi e poi tornarono indietro, e quando ripassarono dinanzi al palo dell’ora, la governante rimase sorpresa di vedere che presentemente vi erano invece segnate le cinque come ora di chiusura. Ma essa non conosceva le astuzie delle fate, e perciò non capì (come invece Maimie e Tony capirono subito) che l’ora era stata cambiata da esse, perché c’era un ballo quella notte. Ella disse che ormai non c’era più tempo che di arrivare sino alla Gobba e tornare indietro, ma, mentre i due bimbi trottavano oltre con lei, non indovinò punto quali sentimenti e quali idee si agitassero dentro i loro piccoli petti e dietro le loro fronti pensose. Voi capite che l’occasione di vedere un ballo delle fate era venuta. Mai, Tony lo sentiva benissimo, mai egli non avrebbe potuto contare sopra un’occasione migliore.
Egli doveva sentirlo perché Maimie lo sentiva così bene per lui. I suoi occhi bramosi domandavano chiaramente: “È per oggi?” ed egli sospirò e quindi accennò di sì col capo. Maimie insinuò la sua mano dentro quella di Tony, e la sua scottava, ma quella di Tony era ghiaccia. Allora essa fece una cosa molto gentile: si tolse la sua sciarpa e la dette a lui. “Per il caso che tu debba sentir freddo”, gli bisbigliò. La sua faccia era rossa infocata, ma quella di Tony era scura.
Com’essi si voltarono indietro, dopo esser giunti in cima alla Gobba, egli le susurrò:
– Ho paura che la governante mi veda, e allora non posso farlo. –
Maimie lo ammirò più che mai per non aver paura di nulla eccetto che della governante, quando c’erano tanti pericoli sconosciuti da temere, e gli disse forte:
– Tony, facciamo a chi arriva prima al cancello; – aggiungendo sottovoce: – Così ti puoi nascondere. –
E corsero via.
Tony poteva sempre distanziare facilmente Maimie, ma questa non lo aveva ancora mai visto andar così di volo come adesso, ed era sicura che si affrettava tanto per aver più tempo a nascondersi. “Bravo, bravo!” gli gridavano i suoi occhi espressivi, quando ad un tratto essa ricevette un gran colpo: invece di nascondersi, il suo eroe era corso fuori del cancello! A questa amara vista Maimie si arrestò pallida e confusa, e per la grandezza dello sdegno non potè neppur singhiozzare; in un impeto di protesta contro tutti i pulcini corse al pozzo di San Govor e si nascose essa stessa in luogo di Tony.
Quando la governante raggiunse il cancello e scorse Tony in lontananza lungo la strada di casa, credette che l’altro prezioso suo carico fosse pure laggiù, e passò oltre. Il crepuscolo scendeva lentamente sopra i giardini e centinaia di persone vennero passando il cancello, incluso l’ultimo, che ha sempre da correre, ma Maimie non lo vide. Essa aveva serrato fortemente gli occhi per non lasciarne uscire alcune cocenti lacrime, che però riuscivano a farsi strada lo stesso. Quando li riaperse, qualche cosa di molto freddo le correva su per le gambe e pel corpo e le s’insinuava nel cuore. Era il silenzio dei giardini. Poi essa udì clang, poi ancora da un’altra parte clang, ed ancora clang, clang in lontananza. Era la chiusura dei cancelli.
Era appena cessato di vibrare l’ultimo clang, quando Maimie udì distintamente una voce che diceva: “Ecco fatto!,,. Aveva un suono di legno e sembrava venire dall’alto, ed alzando la testa essa arrivò in tempo a vedere un olmo che stendeva le braccia, come per isgranchirsi, e sbadigliava.
Stava per dire: “Io non avevo mai saputo che Lei potesse parlare!” quando una voce metallica che sembrava venire dalla secchia del pozzo osservò all’olmo: “È un po’ fresco lassù, non è vero?,, e l’olmo rispose: “Mica tanto, ma Lei si gelerà a restar sempre ferma a quel modo!”; e così dicendo allargò e ripiegò energicamente le braccia facendo toccar ciascuna mano contro l’opposta spalla. Maimie fu non poco meravigliata di vedere che anche tutti gli altri alberi intorno facevano simili gesti, e furtivamente s’allontanò in direzione del viale dei Bimbi, dove s’insinuò, facendo un reverente inchino, sotto un agrifoglio di Minorca che alzò le sue spalle, ma non sembrò curarsi né accorgersi minimamente di lei.
Essa non sentiva affatto freddo. Aveva indosso una cappottina assai pesante colla fodera e col bavero e i risvolti grandi di pelliccia, ed in testa il cappuccio pure foderato di pelliccia, che non le lasciava scoperta se non la faccina ed i riccioli della fronte. Le gambe erano infilate dentro delle grosse calze di lana, e sotto la lunga cappottina, che scendeva giù sino quasi all’altezza degli stivalini, c’erano poi tante altre vesti perché stesse ben calda, che, nel complesso, e in ispecie a distanza, non le si poteva negare una certa somiglianza con una grossa palla.
C’era una gran quantità di gente a passeggio su pel viale dei Bimbi, e Maimie arrivò in tempo per vedere una magnolia e un lillà persiano scavalcare d’un salto il riparo e mettersi in via di buon passo. Veramente avanzavano a balzi, ma ciò era perché usavano trampoli. Un sambuco saltellava attraverso il viale e si fermò a chiacchierare con alcuni giovani cotogni, e tutti si reggevano su trampoli. I trampoli erano quei bastoni a cui vengono legati tutti gli arbusti e tutte le piante giovani. Erano oggetti ben famigliari a Maimie, ma essa non aveva mai saputo perché proprio ci fossero, fino a quella notte.
Dette un’occhiata su per il viale e vide la prima fata. Era una fata monella che correva lungo il viale divertendosi a chiudere gli alberi. La maniera in cui lo faceva era questa: premeva una molla nei tronchi e questi si chiudevano come ombrelli, inondando di neve le piccole piante che si trovavano sotto. “Oh! cattiva, cattiva creatura!” gridò Maimie sdegnata, perché sapeva bene che cos’è avere un ombrello gocciolante intorno alle orecchie.
Per fortuna, la fata maligna non era a portata di voce, ma un crisantemo udì le parole di lei ed esclamò con tanta ironia: “Oh, oh! Avete sentito?” che essa ebbe da venir fuori e mostrarsi. Allora tutto il regno vegetale rimase piuttosto imbarazzato circa il da fare.
– Veramente non è affar nostro – disse alla fine una fusaggine dopo una lunga discussione a bassa voce, – ma tuttavia Lei sa benissimo che non dovrebbe esser qui, e forse il “nostro dovere è di andarlo a dire alle fate; che cosa ne pensa Lei stessa?
– Io penso di no – rispose Maimie, e questa risposta li piombò di nuovo in un tale imbarazzo, che, non sapendo più cosa dire, le usarono la sconvenienza di replicarle che non si poteva ragionare con lei.
– Io non domanderei Loro di non farlo, se non lo credessi mal fatto – spiegò allora pazientemente Maimie; e, senza dubbio, dopo questa spiegazione, essi non potevano più andare a fare la spia. Perciò esclamarono: “Ahimè!” e “Così va la vita!” perché essi possono anche mostrarsi terribilmente sarcastici. Ma Maimie sentiva compassione per quelli fra loro che non avevano trampoli e, buona com’era di cuore, invece di prendersela, propose:
– Prima che io vada al ballo delle fate, amerei prenderli con me per una passeggiata, uno alla volta; Loro possono appoggiarsi a me, sanno? –
A queste parole essi batterono le mani e Maimie li condusse a passeggio su e giù per il viale dei Bimbi, uno alla volta, cingendo il braccio oppure il dito attorno alla vita ai più esili, badando a raddrizzare la loro andatura quando camminavano storti o sbilenchi in una maniera troppo ridicola, e trattando i forestieri con la stessa identica cortesia che gl’indigeni, sebbene non potesse capire una parola di ciò che essi dicevano.
Essi in complesso si comportarono bene e furono contenti, nonostante che alcuni si lamentassero sottovoce che essa non li aveva condotti a passeggio così a lungo come aveva fatto con Nancy o Grace o Dorotea, e qualche altro la bucasse, senza volerlo del resto, e senza che lei dicesse mai “Ohi!” perché era troppo compita per farlo. Tutte queste passeggiate le presero molto tempo, ed essa era ansiosa di mettersi in via per il ballo. Non provava più nessuna paura, e la ragione perché non provava più nessuna paura, era questa, che ormai s’era fatta notte, e di notte, voi lo ricordate, Maimie era sempre una bambina piuttosto straordinaria.
Adesso tutti quei vegetali non la volevano più lasciare andar via: “Se le fate la vedono” le dicevano, “le faranno del male: la uccideranno, o la costringeranno a far loro la serva, o la trasformeranno in qualche cosa di spiacevole, in una querce sempre verde, per esempio”. Così dicendo affettavano di guardar con pietà una querce sempre verde, perché nell’inverno tutti i vegetali che perdono le loro foglie sono invidiosi dei sempreverdi.
– Oi là! -ribatté la querce con maligna sodisfazione – com’è deliziosamente dolce di star qui abbottonati sino al collo a veder voi, povere creature nude, che rabbrividite dal freddo! –
Questo fece prendere loro una gran bile, nonostante che se lo fossero voluto, ed essi fecero a Maimie una pittura addirittura terrificante di tutti i pericoli che l’attendevano se si fosse ostinata a voler andare al ballo.
Essa apprese da un’avellana purpurea che presentemente a corte non c’era più il consueto buonumore, e che la causa n’era il cuore del Duca delle Margherite afflitto dal male del ghiaccio. È questo un terribile male che consiste nella incapacità di amare, ed il povero Duca, benché avesse girato molte corti, non s’era potuto mai innamorare di nessuna fra le tante dame vedute. Adesso era capitato anche nei giardini di Kensington, e la regina Mab aveva nutrito fiducia che le damigelle della sua corte lo avrebbero tosto guarito; ma invece il cuore di lui – diceva il dottore – rimaneva sempre freddo. Questo dottore un po’ irritante che era il suo medico particolare, appena qualche dama era stata presentata al Duca, si affrettava a sentire il cuore di questo, e invariabilmente scoteva la calva sua testa e annunziava: “Freddo, freddissimo”. Naturalmente la regina Mab ne era afflitta e umiliata non poco, e prima aveva ordinato alla corte di mettersi in lacrime per ben cinque minuti, e poi aveva rivolto dei severi rimproveri agli Amori e decretato che dovessero portare delle berrette da matti coi sonaglini attaccati, finché non fossero riusciti a fare sgelare il cuore ghiacciato del Duca.
– Oh!, quanto mi piacerebbe di vedere gli Amori con le loro berrettine da matti in sul capo! – esclamò Maimie e corse via per cercarli, ripromettendosi di rider di gusto: molto imprudentemente, perché gli Amori si offendono di esser burlati.
È sempre facile di scoprire dove vien tenuto un ballo di fate, perché tra il luogo del ballo e tutti i punti dei giardini dalle fate abitati sono stesi dei nastri, su cui le dame possono recarsi alla festa senza bagnare né sporcare i loro strascichi. Quella notte i nastri erano rossi e facevano un molto bell’effetto sopra la neve.
Maimie camminò lungo uno di essi un pezzetto senza incontrare nessuno, ma alla fine distinse un corteo che si avvicinava, ed ebbe giusto appena il tempo di piegare i ginocchi estendere innanzi le braccia fingendo di essere una poltrona da giardino.
A sua sorpresa, il corteo sembrava ritornare dal ballo. Sei cavalieri formavano la testa e altri sei la coda di esso. Nel mezzo camminava una prima dama con una veste dal lunghissimo strascico tenuto su da due paggi, e sopra lo strascico stesso come se fosse una portantina era adagiata una graziosa fanciulla, perché questa è la maniera in cui le fate dell’aristocrazia vanno in giro. La bella fanciulla indossava una magnifica veste azzurra trapunta d’oro e d’argento, che avrebbe reso perfettamente felice Maimie, ma non rendeva tale di certo la piccola dama, la quale al contrario appariva tutta triste e piangente. Un’aria piuttosto adirata avevano invece i membri del suo seguito, che arricciavano i loro piccoli nasi più di quel che la prudenza anche alle fate consiglia, e da tutto questo Maimie fu indotta a concludere che doveva trattarsi di un altro caso in cui il dottore aveva annunziato: “Freddo, freddissimo”.
Bene, passato che fu il corteo, essa continuò a seguire il suo nastro, fino a un punto in cui questo si trasformava in un ponte sopra una pozza, dentro la quale un’altra fata era caduta senza poterne più uscire. Dapprincipio la piccola creatura ebbe spavento di Maimie, che molto gentilmente si disponeva a soccorrerla, ma poco, dopo sedeva del tutto rassicurata nel grembo di lei, chiacchierando gaiamente e spiegandole che il suo nome era Bruna e che, sebbene non fosse se non una povera cantatrice di strada, pure era anch’essa diretta al ballo, dove la conduceva il desiderio di provare se il Duca s’innamorasse di lei.
– Certo però – disse in fine, facendosi improvvisamente un po’ triste, – io sono piuttosto mal messa; – e questa confessione commosse molto Maimie, perché veramente la povera piccina era mal vestita per una fata.
Era difficile trovare qualche cosa da rispondere.
– Io vedo che anche Lei pensa che non ci debbo sperare – soggiunse Bruna con rassegnata umiltà.
– Io non dico questo – rispose allora cortesemente Maimie; – senza dubbio la sua toilette è un pochino troppo modesta, ma… – Davvero, era proprio un peccato che la simpatica fatina non avesse un vestito più elegante da mettersi.
Per fortuna Maimie si ricordò in buon punto un’osservazione del babbo. Questi l’aveva una volta condotta a una gran fiera di beneficenza, dove tutte le più eleganti signore di Londra erano in vista per il modico prezzo di tre lire, e di ritorno a casa, invece di non esser più soddisfatto della mamma, aveva detto a essa, contemplandola amorosamente: “Tu non ti puoi immaginare, mia cara, che sollievo sia di tornare a vedere una giovine signora vestita con un po’ di semplicità!”
Maimie raccontò questo fatto, e la piccola Bruna ne restò maravigliosamente incuorata, tanto da non nutrire più il minimo dubbio che il Duca si sarebbe innamorato di lei. E subito corse via sopra il nastro, gridando a Maimie di non seguirla, se non voleva che la regina ne la facesse pentire.
Ma la curiosità era troppo forte e spinse innanzi Maimie, i cui occhi vennero alla fine colpiti da una luce meravigliosa che brillava tra i sette grandi castagni. Essa continuò ad avanzare pian piano senza far rumore, sinché non ebbe raggiunto il meno discosto tra i sette, ed allora fece prudentemente capolino di dietro il grosso tronco.
La luce, che era alta da terra tanto quanto la vostra testa, era formata da miriadi di lucciole (per le fate le lucciole ci sono anche d’inverno), che si tenevano tutte strette e serrate l’una accanto dell’altra, così da formare un baldacchino abbagliante sopra il cerchio delle fate. Fuori del cerchio, tutto all’intorno, si affollavano altre fate a migliaia, ma erano figure scialbe, in mezz’ombra, a paragone delle splendide creature nell’interno del cerchio medesimo, le quali sfolgoravano tanto che Maimie doveva batter le palpebre tutte le volte che le guardava.
Era cosa che la empiva veramente di stupore e nello stesso tempo di stizza il fatto che il Duca delle Margherite potesse restare anche un solo momento senza innamorarsi; eppure Sua Altezza Noia restava ancora indifferente: si poteva capirlo dalla tristezza e dall’umiliazione dipinta negli sguardi della regina e di tutta la corte (nonostante che volessero darsi l’aria di non curarsene), dal fatto che ogni bella damina novellamente condotta dinanzi a lui per ottener la sua approvazione cedeva subito il posto ad un’altra, scoppiando in pianto dirotto, e dalla stessa faccia scura e malinconica dell’incontentabile principe.
Maimie poteva anche vedere il solenne dottore che sentiva il cuore del Duca, e udirlo poi emettere il suo pappagallesco responso, ed era particolarmente angustiata per la sorte dei poveri amori, che se ne stavano rincantucciati colle loro berrettine da matti in sul capo in un angolo oscuro e ogni volta che udivan ripetere: “Freddo, freddissimo!” abbassavano vergognosamente le loro piccole teste.
Essa rimase tuttavia delusa di non vedere Peter Pan, ma io sono in grado di dirvi perché mai egli ritardasse tanto quella notte. La ragione fu che la sua barca s’era impigliata tra i campi di ghiaccio erranti sulla Serpentina, attraverso ai quali egli dovette aprirsi un pericoloso passaggio coll’aiuto del fedele suo remo.
Le fate avevano sin allora sentito poco la sua mancanza, perché non potevano ballare, tanto pesanti erano i loro cuori. Esse dimenticano tutti i passi quando sono afflitte, e se li ricordano di nuovo quando tornano liete. David mi afferma che le fate non dicono mai: “Siamo di buon umore”; dicono invece: “Siamo d’umor ballerino”. Bene, esse si sentivano veramente d’umore assai poco ballerino, quando a un tratto echeggiò un generale scoppio di risa da parte degli spettatori, causato da Bruna, che era giusto arrivata e insisteva nel suo diritto di esser presentata al Duca.
Maimie si sporse vivamente innanzi per vedere come la sua amica riusciva, benché in realtà non ci fosse luogo a speranza: nessuno pareva che credesse alla possibilità del successo, salvo Bruna stessa, che, nonostante tutto, si manteneva completamente fiduciosa. Essa fu condotta dinanzi a Sua Altezza, e il dottore poggiò delicatamente il dito sopra il cuore ducale (per comodità, era stata praticata nel petto una porticina d’accesso), e aveva già cominciato a dire meccanicamente: “Freddo, fred…” quando bruscamente s’arrestò.
– Che è questo? – esclamò, e scosso un po’ il cuore come un orologio, vi poggiò sopra l’orecchio.
– Oh, oh, oh! – esclamò di nuovo il dottore, e frattanto l’ansia tra gli spettatori era tremenda e molte fate svenivano a destra e a sinistra.
Tutti tenevano gli occhi fissi sul Duca, dimenticandosi perfino di tirare il respiro, mentre Sua Altezza appariva molto spaventata ed aveva l’aria di una persona che sarebbe molto volentieri scappata di lì.
– Dio di misericordia! – fu la terza esclamazione del dottore, e adesso il cuore doveva addirittura bruciare, perché egli ne ritrasse rapidamente le dita per ficcarsele in bocca.
L’attesa era immensa.
Allora con un profondo inchino e con voce sonora il medico solennemente annunziò:
– Altezza, io ho l’onore di informarla che Ella è in amore. –
Voi non potete immaginarvi l’effetto prodotto da queste parole. Bruna aprì le braccia al Duca e questi vi si gettò dentro; la regina si gettò fra le braccia del Gran Maggiordomo, e allora tutte le dame di corte si gettarono in quelle dei loro rispettivi cavalieri, perché l’etichetta vuole che si segua in ogni cosa l’esempio della regina. Così in un solo momento ebbero luogo più di cinquanta matrimoni, perché tra le fate le nozze si fanno appunto in tal modo: la signorina si getta fra le braccia del signore o viceversa, e tutto è fatto. Senza dubbio bisogna che sia presente il sindaco, ma esso era tra gl’invitati.
La folla degli spettatori non poteva più star ferma dalla gioia. Venne fuori la luna, e immediatamente un migliaio di coppie s’impadronirono dei suoi raggi come se fossero nastri per una danza di maggio, e cominciarono a ballare con disordinato abbandono attorno al cerchio della corte. Ma la vista più allegra di tutte la offrivano gli Amori che s’erano strappati di capo le berrettine coi sonagli e si divertivano a gettarle per aria, saltando e gridando come se fossero ammattiti davvero. E allora Maimie venne fuori e guastò ogni cosa.
Essa non potè trattenersi. Era sì lieta della buona fortuna toccata alla sua piccola amica che bisognava glielo dicesse. Fece dunque alcuni passi innanzi, ed esclamò come in estasi:
– Oh Bruna, come sono contenta! –
Tutti si fermarono, la musica tacque, i lumi si spensero, e tutto ciò in meno tempo che non s’impiega a dir: “Ohi!”. Un angoscioso sentimento del pericolo in cui si era messa s’impadronì di Maimie; troppo tardi essa si ricordò che era una bimba sperduta in un luogo dove a nessun essere umano è lecito di restare tra la chiusura e la riapertura dei cancelli; udì il mormorio minaccioso di un’adirata moltitudine; vide centinaia di spade brillare assetate del suo sangue, gettò un grido di terrore e fuggì.
Come correva! e i suoi occhi pareva le volessero schizzar via dalla testa. Parecchie volte inciampò e cadde, ma sempre immediatamente balzava di nuovo in piedi e riprendeva la corsa. La sua piccola mente era così occupata dal terrore, che essa non sapeva più che si trovava nei giardini e non poteva più uscirne sino alla mattina seguente. L’unica cosa che sapesse era che non doveva mai smettere di correre sinché non fosse arrivata a casa. E quando fu giunta alla Camera dei Pari le parve di riconoscere il suo letticciuolo e si stese giù sfinita a dormire. I fiocchi di neve che cadevano sulla sua faccia erano i baci della mamma che le dava la buona notte. La coperta di neve era la sua coperta di lana, ed essa voleva tirarsela fino sopra la testa. E allorché tra il sonno udì persone a discorrere pensò fosse la mamma venuta col babbo a veder se dormiva. Ma erano invece le fate.
Io son molto contento di potervi dire che le fate non avevano desiderato a lungo di farle del male. Quando essa era fuggita, avevano lacerato l’aria con acute grida di questo genere: “Ammazziamola!” e così via, ma l’inseguimento era stato ritardato dal fatto che prima era bisognato discutere chi doveva stare alla testa, e questo aveva dato tempo alla Duchessa Bruna di portarsi dinanzi alla regina e domandare una grazia.
Tutte le novelle spose hanno diritto a una grazia, e quella che essa domandò fu la vita di Maimie. “Qualunque cosa eccetto questa” rispose bruscamente la regina Mab, e tutte le altre fate fecero eco: “Qualunque cosa eccetto questa”. Ma quando ebbero appreso come Maimie era stata gentile con Bruna, sì da metterla in grado di venire al ballo a grande gloria e rinomanza di tutte, esse mutarono tosto di sentimenti, e, gridati tre urrà per la piccola umana, si misero in marcia come un esercito per andare a ringraziarla. In fronte avanzava la corte e il baldacchino veniva alla pari con essa. Maimie fu rintracciata facilmente a causa delle impronte lasciate dai suoi piedi nella neve.
Ma, sebbene la trovassero affondata nella neve dentro la Camera dei Pari, tornò loro impossibile di porgerle in effetto le decretate grazie, perché non furono capaci di risvegliarla. Adempirono alla forma, vale a dire che il nuovo Re montò sul corpo di lei e le lesse un lungo indirizzo di lieta accoglienza, ma essa non udì una sola parola. Fu anche sbarazzata dalla neve che la copriva, ma presto dell’altra neve l’aveva coperta di nuovo; e apparve chiaro che essa correva pericolo di morire di freddo.
– La trasformino in qualche cosa che non soffra il freddo – suggerì allora il dottore; ma l’unica sorta di cose di cui esse sapevano che non soffrivano il freddo, erano i fiocchi di neve. – Ed un fiocco di neve può sciogliersi – spiegò la regina, cosicché quest’idea dovette essere abbandonata. Fu fatta la prova di trasportarla in un luogo più riparato, ma sebbene fossero lì in tanti, essa era troppo pesante. Allora tutte le signore per la disperazione si misero a piangere nei loro fazzoletti, ma finalmente gli Amori ebbero una magnifica idea.
– Costruiamole attorno una casa! – essi gridarono, e subito ognuno capì che questa era la cosa da fare. In un attimo un centinaio di segalegna erano su pei rami degli alberi, ed alcuni architetti correvano intorno a Maimie prendendo le misure; un cantiere fu allestito ai suoi piedi, settantasette muratori apportarono la prima pietra e le Loro Maestà assisterono al suo collocamento; vennero nominati dei sorveglianti per tener lontani i ragazzi, sorsero le impalcature, l’intero luogo echeggiò dello stridor delle seghe e del rimbombar dei martelli, e ben presto il tetto era su ed i vetri venivano messi alle finestre.
La casa era esattamente della grandezza di Maimie, e infinitamente graziosa. Uno dei bracci di Maimie giaceva disteso, e questa cosa per la durata di un secondo aveva imbarazzato i costruttori, ma dopo essi avevano immaginato di costruire lungo e attorno a quel braccio una galleria coperta, e così la difficoltà era stata risolta. Le finestre e la porta erano certo troppo piccole perché Maimie si potesse affacciare alle une od uscire dall’altra, ma, in compenso, le doveva riuscir facile di affacciarsi ed uscire per di sopra sollevando il tetto. Le fate, secondo è loro costume, battevano con gioia le mani per felicitarsi del loro ingegno, ma erano così pazzamente innamorate della loro casina, che non potevano sopportar di pensare d’averla finita. Perciò le vennero dando numerosi ritocchi, e non si stancavano mai di pensarne dei nuovi.
Per esempio, due di esse si arrampicarono su per una scala portatile e collocarono una banderuola col suo bravo galletto all’estremità posteriore del tetto. Altri due non vollero esser da meno e presa un’altra scala collocarono sul davanti un gran fumaiuolo.
– Adesso abbiamo paura che sia proprio finita – sospirarono.
Ma no, perché altri due ancora si arrampicarono alla loro volta su per la scala e attaccarono al fumaiuolo un pocolino di fumo.
– Ora è certo finita – dissero con riluttanza.
– Non del tutto – obbiettò una lucciola; – se la bimba si sveglia così al buio, senza un lumicino da notte, si può spaventare; io sarò il suo lumicino da notte.
– Aspetta un momento – disse un negoziante di porcellane cinesi; – io ti darò una sottocoppa. –
Adesso, ahimè!, era assolutamente finita.
Nient’affatto, miei cari!
– Dio di misericordia! – esclamò un fabbro ferraio; – non c’è battente alla porta! – E ce ne mise uno.
Un’altro aggiunse un raschiatoio per le scarpe, e una vecchia signora si fece avanti con una stuoia per la porta. Poi dei pittori vollero pitturare le mura.
– Finita oramai, purtroppo finita!
– Finita? Come può esser finita – domandò sprezzantemente un fumista – prima che ci sia messo il riscaldamento? – E ci mise il riscaldamento. Dopo arrivò un esercito di giardinieri con carrette e con vanghe, e semi e bulbi e piccole serre, e presto ci fu un giardinetto di fiori dalla parte di qua della galleria coperta e un orticello dalla parte di là, e rose e clematidi su per le mura della casa, ed in meno di cinque minuti tutte le piante erano in pieno fiore.
Ma adesso bisognava anche chiudere l’orto e il giardino col loro muricciolo e l’inferriata di sopra ed il cancello d’ingresso: e questo pure fu fatto.
Oh com’era bella ora la piccola casina! Ma era anche terminata! davvero senza più nessuna speranza, e le fate avevano a lasciarla e tornare al loro ballo. Tutte nell’andar via le gettarono baci con le mani, e l’ultima a partire fu Bruna. Essa si fermò un momento più degli altri per calar giù attraverso la gola del camino un bel sogno dorato.
Durante tutta la notte la maravigliosa casina stette lì nella Camera dei Pari a protegger Maimie, e questa non se ne accorse. Essa dormì fino a che il sogno non fu tutto finito, e si svegliò che si sentiva deliziosamente riposata, giusto quando il mattino rompeva il guscio del suo uovo, e allora chiamò a voce alta “Tony”, perché credeva di essere a casa nella camera dei bimbi. Ma siccome Tony non dava risposta, essa si levò su a sedere, la qual cosa fu causa che la sua testa urtasse contro il tetto e questo si sollevasse sul davanti come un coperchio, ed allora, con suo grande stupore, essa vide dinanzi a sé i giardini di Kensington tutti coperti e abbaglianti di neve. Vedendo che non si trovava nella sua stanza, le venne il dubbio di non essere lei, e perciò si pizzicò le gote, il che la fece subito sicura che era proprio lei, la qual certezza la fece poi alla sua volta risovvenire della grande avventura in mezzo a cui si trovava. Si ricordò chiaramente di ogni cosa che le era accaduta dalla chiusura dei cancelli sino al momento in cui si era messa a correre disperatamente per isfuggire all’ira delle fate; ma come mai – domandava a sé stessa – come mai si era rifugiata e fermata là dentro? Pian pianino si rizzò un po’ di più, sorreggendo colle braccia alzate quello che credeva il coperchio della grande scatola, e sollevando prima una gamba e poi l’altra uscì fuori da un fianco e lasciò andare il coperchio, che ricadde. Poi, diritta, si voltò. Allora vide che il luogo dove aveva passata la notte non era una scatola, ma una deliziosa casina. E la vista di essa la rapì in tale estasi, che non le fu più possibile di pensare a null’altro.
– Oh carina! oh carina! Oh che amore di casina! – esclamò giungendo le mani.
Forse il suono di una voce umana spaventò la piccola casa, o forse pure essa capì che il suo compito oramai era finito: fatto sta che Maimie non aveva ancora terminato di dire, che la casina cominciò a diventare sempre più piccola; s’impiccoliva così lentamente che Maimie dapprincipio ci poteva appena credere: ma presto potè notare che essa non l’avrebbe contenuta più.
Rimaneva sempre intera egualmente, ma seguitava di continuo a impiccolire e il giardino impiccoliva nello stesso tempo esso pure, e la neve s’insinuava sempre più accosto, avviluppando la casa e il giardino. Oramai la casina non era più grande della cuccia di un piccolo cane; oramai non era più grande di una scatola da bambola, ma sempre voi avreste potuto vedere il fumo del camino e la banderuola col galletto e il battente della porta e le rose dei muri, tutto insomma, al completo. Il lume della lucciola si andava indebolendo, ma esso pure era ancor lì. – Cara, amore, no, non sparire! – supplicò Maimie cadendo in ginocchio, perché la casina aveva ormai la grandezza di un rocchetto di filo, nonostante fosse sempre completa. Ma nel tempo che essa stendeva implorando le braccia, la neve sembrò restringersi sempre più intorno alla casina finché si riunì, e dove la casina era stata non fu più che una ininterrotta superficie di neve.
Maimie batté i piedi indispettita e si fregò i pugni contro gli occhi, ma, mentre faceva questo, udì una vocina gentile che diceva: “Non piangere, piccola creatura umana, non piangere” e allora essa si voltò togliendosi i pugni di su gli occhi e vide un grazioso piccino tutto ignudo che la guardava con pensosa attenzione. E capì subito che doveva essere Peter Pan.

VI.

La capra di Peter

MAIMIE si sentiva addosso una gran timidezza, ma Peter non sapeva neppure che cosa fosse timidezza.
– Spero che abbia passato bene la notte – egli s’informò gentilmente.
– Oh, sì, grazie – essa rispose, – sono stata così comoda e calda. Ma Lei – e, così dicendo, con poco tatto accennava dello sguardo alla sua nudità – ma Lei non sente freddo?
Freddo era un’altra parola che Peter aveva dimenticato, e perciò rispose:
– Io non credo, ma potrei sbagliarmi: Lei vede che io sono un pochino ignorante. Io non sono propriamente un bambino: Salomone dice che io sono un Forse-che-sì-forse-che-no.
– Cosicché questo è il nome che Le vien dato – disse Maimie con aria pensierosa.
– Questo non è il mio nome – egli spiegò; – il mio nome è Peter Pan.
– Sì, senza dubbio – essa disse, – lo so, ogni persona lo sa.
Voi non vi potete immaginare quanto piacere facesse a Peter l’apprendere che tutte le persone al di là dei cancelli sapevano di lui. Egli pregò Maimie di dirgli che cosa esse sapevano e che cosa dicevano, e Maimie soddisfece il suo desiderio. Frattanto si erano seduti sopra un albero caduto; Peter ne aveva sgombrato dalla neve un tratto per Maimie, ma quanto a sé s’era assiso sopra un punto non sgombro.
– Si faccia più accosto – disse Maimie.
– Che cosa vuol dire? – egli domandò. Allora essa glielo mostrò ed egli lo fece.
Dunque, essi chiacchierarono insieme ed egli trovò che la gente sapeva una gran quantità di cose intorno a lui, ma non tutto, non che era tornato dalla mamma e aveva trovato la finestra sbarrata, per esempio, e di ciò non disse nulla a Maimie, perché la cosa ancora lo umiliava.
– Sa la gente che io giuoco esattamente come i veri bambini? – domandò con orgoglio.
– Oh, Maimie, raccontaglielo, ti prego! – Essi avevano ormai fatto amicizia e deciso di darsi del tu.
Ma quando egli le mostrò come giocava, facendo galleggiare e guidando pel manico il suo bicchierino di latta sul Lago Rotondo, e così via, essa restò semplicemente inorridita.
– Tutte le tue maniere di giocare – osservò guardandolo con due grandi occhi pieni di stupore – sono del tutto, del tutto sbagliate, e non rassomigliano affatto a come giuocano i bimbi. –
Il piccolo Peter emise un piccolo lamento a sentir questo, e, per la prima volta da non so quanto tempo, gli corsero giù delle lacrime per le gote. Maimie provò molta pena per lui e gli prestò il suo fazzoletto, ma egli non sapeva affatto che cosa farne, cosicché essa dovette mostrarglielo, vale a dire che si asciugò gli occhi, e poi gli porse il fazzoletto di nuovo, dicendo: “Ora fallo tu”; ma Peter, invece di asciugare i suoi propri occhi, asciugò quelli di lei, ed essa allora pensò che era meglio far finta di nulla e lasciargli credere che aveva inteso giusto:
Sentiva tanta pietà per lui che non potè trattenersi dal dirgli: “Se vuoi, ti do un bacio”; ma, sebbene un tempo egli avesse saputo che cosa sono i baci, oramai lo aveva dimenticato da un pezzo, cosicché rispose: “Grazie”, e stese la mano, credendo che si fosse offerta di metterglici dentro alcunché. Questo fu un gran colpo per lei, ma essa tuttavia sentì che non poteva spiegargli meglio la cosa senza farlo vergognare, e perciò con delicatezza squisita gli pose in mano o, meglio, infilò in dito un piccolo ditale che per caso si trovava in una delle sue tasche, dandogli a credere che quello fosse un bacio. Povero piccino! Egli le credette ciecamente e ancor oggi per ricordo porta in dito il piccolo ditale, nonostante che qualche volta si sia domandato con meraviglia perché mai i veri bimbi s’infilino in dito un oggetto così impaccioso. Ma voi, come Maimie, dovete mostrarvi indulgenti verso la sua ignoranza: sebbene fosse sempre tanto piccino, pure in realtà erano passati anni e anni dacché per l’ultima volta aveva rivisto sua madre, e il bambino da cui era stato sostituito doveva essere ormai un bel pezzo di uomo con tanto di baffi: salvo che non li portasse, per seguire la moda.
Non dovete tuttavia pensare che Peter Pan fosse un bimbo piuttosto da compiangere che da ammirare; se Maimie cominciò col pensarlo, presto trovò che si era di molto sbagliata. I suoi occhi brillarono d’ammirazione quando egli le raccontò delle sue avventure, e specialmente del come egli passasse continuamente dall’isola ai giardini e dai giardini nell’isola dentro il suo nido di tordo.
– Com’è romantico tutto ciò! – esclamò essa, ma quella era un’altra parola sconosciuta per Peter, e il povero piccino abbassò mesta mente la testa credendo che essa lo burlasse.
– Tony non lo farebbe, non è vero? – domandò con grande umiltà.
– Oh no, mai, mai! – essa rispose con convinzione; – è troppo pauroso!
– Come si fa ad esser paurosi? – chiese subito Peter con un ardore di desiderio che Maimie scambiò per isdegno. Egli s’immaginava che l’esserlo fosse una cosa assai bella. – Tu mi dovresti insegnare come si fa, se sei buona, Maimie!
– Io non credo che nessuno sia buono di insegnartelo – Maimie rispose con adorazione, ma Peter pensò che lo credesse troppo stupido. Essa gli aveva già parlato di Tony e adesso gli raccontò delle malignità che lei immaginava per ispaventarlo la notte (la signorina sapeva benissimo che erano delle malignità), ma Peter fraintese il senso delle sue parole ed esclamò:
– Oh quanto bramerei d’avere il coraggio di Tony!
Ciò finì coll’irritarla.
– Tu hai mille volte più coraggio di Tony – proruppe spazientita; – anzi, io non conosco nessun bambino che abbia tanto coraggio quanto te. –
Egli non poteva credere che essa lo pensasse davvero, ma, quando Maimie glielo ebbe solennemente assicurato, non potè trattenere un grido di gioia.
– E se desideri molto di darmi un bacio – Maimie aggiunse, – puoi benissimo darmelo.
Con molta riluttanza Peter cominciò a sfilarsi dal dito il piccolo ditale. Egli credeva che essa lo rivolesse addietro.
– Non volevo dire un bacio – essa s’affrettò a correggere, – ma un ditale.
– Che cos’è un ditale? – chiese Peter.
– È questo – essa disse, e lo baciò.
– Desidero davvero di darti un ditale – dichiarò Peter gravemente, e glielo dette. Anzi gliene dette una gran quantità, e poi una magnifica idea gli sorse nella mente.
– Maimie – disse, – ci vogliamo sposare?
Orbene, strano a dirsi, la medesima idea era venuta proprio nel medesimo istante in mente a Maimie.
– Volentieri – essa rispose, – ma ci sarà posto nella tua barca per due?
– Se ti stringi accanto a me, sì – egli si affrettò a dichiarare.
– Ma gli uccelli ne saranno contenti? –
Egli assicurò che gli uccelli sarebbero stati contentissimi di averla per ospite, sebbene io non sia convinto ch’egli lo sapesse di certa scienza, aggiungendo che del resto, siccome si era d’inverno, d’uccelli non ve n’erano molti.
– Senza dubbio però – egli dovette ammettere con un po’ d’esitazione – può darsi che ti chiedano le vesti.
Essa non accolse con punto piacere questa prospettiva.
– Le mie vesti? Oh no davvero! E per che farne, se è lecito?
– Essi hanno sempre in mente i loro nidi – egli spiegò a mo’ di difesa, – e ci sono certe parti del tuo abbigliamento – così dicendo passò sfiorando la mano sopra il pelo della cappottina – che ecciteranno molto i loro desiderii.
– Oh! ma non lo avranno davvero il mio pelo! – essa affermò bruscamente.
– S’intende – egli rispose, seguitando tuttavia ad accarezzarlo, – s’intende. – Oh! Maimie! – esclamò a un tratto con estasi, – sai tu perché t’amo? Perché rassomigli un bel nido. –
Questo poi, non so come, la inquietò affatto.
– A me pare che tu parli più da uccello che da bimbo ora – osservò tirandosi addietro; e realmente egli aveva un non so che d’uccello nel suo aspetto. – Già, dopo tutto, non sei che un Forse-che-sì-forse-che-no. – Ma questo lo ferì tanto che essa aggiunse immediatamente: – Del resto, dev’essere una cosa deliziosa di esserlo.
– Vieni e diventa anche tu uno, allora, diletta Maimie – egli la implorò, e tutti e due si misero in cammino verso la barca, perché era ormai assai vicina l’ora della riapertura dei cancelli.
– Non rassomigli mica punto ad un nido, sai? – egli le susurrò strada facendo, per riparare allo sbaglio di prima.
– Ma io credo che dev’essere anzi carino di rassomigliare ad un nido – ribatté essa con lo spirito di contraddizione proprio delle donne. – E, Peter mio caro, sebbene io non possa dare agli uccelli il mio pelo, non mi opporrò se vorranno costruirci in mezzo. Immaginati un nido nel mio bavero con i suoi piccoli uovi picchiettati dentro! Oh Peter, quanto ha da esser grazioso! –
Ma, come furono in vista della Serpentina, essa rabbrividì un pochino, e disse:
– Senza dubbio però io dovrò andare spesso a veder la mia mamma, molto spesso. Non è come se dicessi addio per sempre alla mia mamma, non è nient’affatto così.
– Oh certo che non è così! – la rassicurò Peter, ma nel suo cuore egli sapeva benissimo che invece era proprio così, e glielo avrebbe voluto anche dire, ma tremava troppo di perderla. Era tanto innamorato di lei, sentiva che non avrebbe potuto vivere senza. “Col tempo dimenticherà sua madre e sarà felice con me” disse, per calmare la sua coscienza, a sé stesso, e, passato il braccio attorno alla vita della sua sposa, la trascinò innanzi dolcemente, fermandosi tuttavia per darle un bacio ogni tanto.
Ma, anche quando essa ebbe vista la barca, e dimostrata un’ammirazione entusiastica per la sua leggiadria, anche allora il pensiero della mamma non voleva lasciarla e la rendeva esitante e dubbiosa.
– Tu sai benissimo, non è vero, Peter, che io non verrei, se non sapessi per certo che posso tornare dalla mamma tutte le volte che voglio? Non è vero, Peter? Tu me lo assicuri che ci posso contare? – Egli tornò ad assicurarglielo, ma non potè guardarla in faccia.
– Quasi tu fossi certa che tua madre desidererà sempre di rivederti! – aggiunse un pochino acremente.
– Quale idea che mia madre possa mai non desiderare di rivedermi! – esclamò Maimie, diventando di porpora in viso.
– Chi sa che un giorno o l’altro non t’abbia a chiudere fuori! – spiegò Peter tossendo.
– La porta di casa- replicò Maimie – sarà sempre, sempre aperta, e mia madre starà sempre sulla soglia ad attendermi.
– Allora – disse Peter, non senza malumore, – monta dentro se ti senti così sicura di lei; – e aiutò Maimie ad entrare nel nido di tordo,
– Perché non mi guardi in viso? – essa chiese prendendolo per il braccio.
Ma Peter rimase muto e seguitò a sfuggire il suo sguardo; poi tutt’a un tratto con una viva mossa liberò il proprio braccio, saltò novamente a terra e si sedette giù sulla neve in attitudine di grande abbandono.
Essa lo seguì e gli si pose vicino.
– Che cos’hai, caro, caro Peter? – gli domandò maravigliata.
– Oh Maimie! – egli rispose piangendo – non è bello di prenderti con me, facendoti credere che potrai tornare addietro. Ma la tua mamma… – e qui un grosso singhiozzo lo interruppe; – tu non le conosci così bene come le conosco io le mamme! –
E allora le raccontò la dolorosa storia del come egli era stato chiuso fuori, ed essa lo ascoltò col respiro sospeso.
– Ma la mia mamma – prese a dire, quando egli ebbe finito – la mia mamma…
– Oh sì, lo farebbe anche lei! – la interruppe Peter. – Son tutte uguali. Chi sa che non istia già ora pensando a sostituirti!
– Oh no, non posso crederlo! – esclamò Maimie impaurita. – Vedi, quando tu la lasciasti, la mamma tua rimase sola, ma la mia ha sempre Tony e certamente esse son soddisfatte, quando n’hanno già uno.
– Dovresti vedere le lettere che Salomone riceve da signore che ne hanno già sei! – replicò Peter con amara ironia.
Giusto in questo momento essi udirono uno stridente cric, seguito da altri cric, cric tutt’attorno ai giardini. Era l’apertura dei cancelli, e Peter balzò con nervosa risolutezza nella sua barca. Egli sapeva che ora Maimie non sarebbe più voluta partire con lui e bravamente si sforzava di non piangere. Invece Maimie singhiozzava ch’era una pena.
– Se dovesse essere troppo tardi! – esclamò con angoscia. – Oh Peter! Se essa mi avesse già sostituito!… –
Di nuovo egli balzò a terra, come se lei lo avesse chiamato indietro.
– Io verrò e cercherò di te stanotte – le susurrò facendosele accanto; – ma se corri via subito, io credo che arriverai ancora a tempo. –
Quindi egli depose l’ultimo ditale sulla dolce bocchina di lei, e si coprì la faccia con le mani per non vederla andar via.
– Peter, amato Peter! – esclamò essa in pianto.
– Maimie, adorata Maimie! – esclamò il tragico eroe.
Essa si gettò fra le sue braccia, il che fu una specie di matrimonio fatesco, e quindi corse via. Oh, con che fretta corse via in direzione del suo cancello!
Peter, potete immaginarlo, quella sera, appena sonata l’ora della chiusura, era già di ritorno ai giardini, ma non vi trovò Maimie, e così capì che essa era arrivata in tempo. Seguitò a sperar lungamente che una notte o l’altra sarebbe tornata da lui; spesso gli parve anche di scorgerla che lo aspettava in riva alla Serpentina, mentre la sua barca si avvicinava alla costa: ma Maimie non fece ritorno mai più. Essa lo desiderava, ma temeva che, se avesse rivisto il suo caro Forse-che-sì-forse-che-no, si sarebbe trattenuta con lui troppo a lungo, ed inoltre la governante la teneva oramai molto d’occhio. Spesso tuttavia essa parlava con amore di Peter, ed un giorno che andava pensando quale regalo di Pasqua egli avrebbe gradito di più, sua madre le dette un suggerimento.
– Nulla – disse seriamente – nulla gli potrebbe riuscire più utile di una capra.
– Infatti – confermò Maimie – egli potrebbe andarci sopra a passeggio e nello stesso tempo suonare la sua zampogna.
– Allora – domandò la mamma – perché non gli regali la tua, delle capre, quella con cui di notte fai spaventare Tony?
– Ma quella non è una capra vera! – obbiettò Maimie. –
– Sembra pur vera a Tony – replicò la mamma.
– Sembra terribilmente vera anche a me, anzi – ammise Maimie; – ma come posso regalarla a Peter? –
La mamma sapeva il mezzo, e il giorno appresso la condusse ai giardini insieme con Tony (che era realmente un fratello di cui si poteva andare orgogliose, nonostante non fosse da paragonarsi con Peter); là Maimie si pose diritta lei sola nel centro di un cerchio delle fate, ed allora la mamma, che era una signora alla moda e perciò amava l’arte e s’intendeva di versi, le chiese:

– Maimie, Maimie,dimmi su,
Al tuo Pan che doni tu? –

Al che Maimie rispose:

– Io gli dono, mia mammina,
una bella caprettina. –

E, detto questo, disegnò nell’aria una capra, e poi, colle braccia distese, girò su sé stessa tre volte.
Allora disse Tony:

– E se Pan la gradirà,
Con sé sempre la terrà?

E Maimie rispose:

– Sempre, Tony, te lo giuro,
Specialmente quand’è scuro! –

Essa lasciò anche, in luogo conveniente, una lettera per Peter, in cui spiegava a questo che cosa aveva fatto e lo pregava di chieder alle fate che trasformassero la capra in una adatta per andarci sopra a passeggio. E tutto seguì come essa aveva sperato, perché Peter trovò la lettera, e senza dubbio nulla poteva esser più facile per le fate che il trasformare la capra in una capra reale. Così dunque accadde che Peter venne in possesso della capra sulla quale adesso passeggia pei giardini ogni notte, suonando dolcemente sopra la sua zampogna. E Maimie tenne la sua promessa e non fece spaventare Tony mai più con una capra, sebbene io abbia inteso che ben presto ella creasse un’altra bestia per il medesimo scopo. Essa continuò a lasciar nei giardini dei regali per Peter (unitamente a lettere in cui spiegavagli il modo nel quale i bimbi giocavano con quegli oggetti) sino quasi a che non fu diventata una signorina grande; e non è già essa sola che abbia fatto ciò. Anche David lo fa, per esempio, anzi io e lui conosciamo il luogo più adatto per lasciare i regali, e, se volete, potremo anche dirvelo, purché non ce lo domandiate in presenza di Porthos, giacché questo va così pazzo pei giocattoli, che se venisse a sapere dov’è il posto, non ce ne lascerebbe mai uno.
Sebbene Peter non abbia mai dimenticato Maimie, è tuttavia tornato così allegro com’era prima, e spesso per pura allegria si getta supino sull’erba e si diverte a tirar calci all’aria. Oh!, egli ha una vita veramente felice! Ma conserva ancora una vaga memoria del tempo in cui era una creatura umana, e ciò lo rende specialmente gentile verso te rondini domestiche, quando vengono a visitare l’isola, perché le rondini domestiche non son altro che gli spiriti dei bimbi che muoiono. Questa è la ragione per cui fabbricano sempre i loro nidi sui tetti delle case (quelle che hanno amato quando erano creature umane) e qualche volta volano anche per le finestre aperte dentro le stanze.
E la casina? Ogni notte feriale (vale a dire ogni notte in cui non c’è ballo) le fate la costruiscono ancora per paura che ci sia qualche piccolo essere umano sperduto nei giardini, e Peter va attorno e perlustra tutte le regioni, e se ne trova uno lo carica sulla sua capra e lo trasporta sino alla casina, e allora quand’esso si sveglia ci si ritrova dentro e quando n’esce fuori la vede. Le fate costruiscono la casina e poi se ne vanno e non tornano più, perché il loro divertimento è finito quando l’han terminata, ma Peter, dopo fatto il suo giro, vi torna anche se non ha trovato nessuno, e vi passa e ripassa davanti in memoria di Maimie, e perché ama sempre egualmente di fare come crede che i bimbi veri farebbero.
Ma voi non dovete credere che, perché, ora in un punto ora in un altro, la Casina brilla così spesso attraverso gli alberi, sia una cosa senza pericolo di rimaner nei giardini dopo l’ora della chiusura.
Se per caso quella notte vi trova fuori e vi vede qualche fata maligna, essa vi farà certamente del male, ed anche all’infuori di questo, voi potreste morire di freddo e di paura pel buio, prima dell’arrivo di Peter. Parecchie volte egli è arrivato troppo tardi, e, quando vede che è troppo tardi, allora torna subito addietro fino al Nido di Tordo per pigliare il suo remo, del quale Maimie gli ha spiegato il vero uso, e con esso scava una tomba per il povero bimbo, e poi ci pone sopra una piccola pietra, sulla quale incide le iniziali del morto. Fa così perché crede che così i bimbi veri farebbero, e voi dovete aver notato queste piccole pietre, le quali sono sempre accoppiate. Egli mette sempre due bimbi insieme, perché così si tengono compagnia. Io credo che la vista più commovente dei giardini siano le due piccole tombe di Walter Stephen Matthews e Phoebe Phelps. Stanno l’una accanto all’altra nel punto dove la parrocchia di Santa Maria di Westminster confina con quella di Paddington. Peter trovò lì i due bimbi che erano caduti dalle carrozzelle senza che le loro governanti se ne accorgessero. Phoebe, la bimba, aveva tredici mesi e Walter era probabilmente più giovane, e pare appunto che sia stato per un senso di delicatezza che Peter ha tralasciato d’indicare l’età di lui sulla tomba. Essi giacciono dunque insieme e le iscrizioni delle due piccole pietre dicono semplicemente:

David qualche volta depone dei fiori bianchi su queste due innocenti tombe.
Ma, strano a dirsi, nessuno ha mai visto i genitori di Phoebe e di Walter venire a visitare essi pure le tombe dei loro poveri bimbi! David se ne maraviglia moltissimo. Tutto ciò, bisogna dirlo, è piuttosto triste.

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