Jessie White Mario – La miseria in Napoli

ALLA MEMORIA

DI GIUSEPPE MAZZINI

MAESTRO

Uomini d’Inghilterra, perchè arare per i padroni che vi mietono? perchè tessere con fatiche e cure le ricche vesti che i vostri tiranni indossano?

Perchè cibare o vestire o curare dalla culla alla tomba quegl’ingrati fuchi che spremono il vostro sudore e che vorrebbero anzi bere il vostro sangue?

Avete riposo? conforto? calma? asilo? cibo? il balsamo d’amore? Che cosa dunque pagate così caro colla vostra paura, col vostro dolore?

Seminate, ma non lasciate mietere al tiranno; cercate le fonti della ricchezza, ma sottraetele agli speculatori che non se ne impadroniscano.

Tessete le vesti, ma per non lasciarle indossare dagli oziosi. Fabbricate le armi, ma per portarle in vostra propria difesa. E se no, strisciatevi alle vostre buche, cave, celle. I palazzi che avete costrutti un altro abita. Perchè scuotere le catene che avete fabbricate? Non vedete che la lama che vi trafigge fu da voi temperata? Con l’aratro, con la zappa, con la vanga, col telaio, scavatevi la fossa, tessete il vostro lenzuolo funebre, fìnchè la bella Inghilterra vi sia sepolcro.

SHELLEY.

L’Inghilterra «dicono» è ricca, è forte, è religiosa.

Qui in Roma sto ad ascoltare.

Di là dalle Alpi viene una voce: –

«È crudele l’Inghilterra! salvateci alcune

delle vittime dalle sue mani.» –

Questa voce ascolto. Che cantino gli altri,

che altri poeti lodino qui la patria mia:

io in Roma , sospirando,

imploro da Dio perdono per la sua grandezza.

E. B. BROWNING.

PARTE PRIMA.

GL’IPOGEI.

CAPITOLO PRIMO.

Londra e Napoli.

Così al cominciamento del secolo cantava il poeta dell’ideale, il poeta che più che altro mai intendeva la vera libertà, del cuore come dell’intelletto, del braccio come dello spirito. E più tardi, anzi pochi anni fa, la più soave musa dell’Inghilterra alzava la sua voce contro il paese nativo per la crudeltà sua o piuttosto pel suo obblìo dei bambini sulle strade di Londra.

Lo Shelley e la Browning vissero lungamente in Italia e amavano

Questo paradiso degli esuli

in modo da far ingelosire i proprii compatriotti; non sospettando mai che nella patria del loro cuore vi fossero miserie e squallore e dolori insuperati anche nei tempi peggiori dell’Inghilterra.

E gl’Inglesi tutti, cosa fieri ed orgogliosi di ogni cosa britannica, gl’Inglesi, che non si commuovono alle lodi straniere e ne sprezzano il biasimo, arrossirono e non seppero replicar sillaba, quando alle loro proteste contro la schiavitù politica, in cui furono tenuti gl’Italiani d’allora, qualcheduno degli oppressori rispondeva: «E che libertà hanno le vostre plebi? la libertà di morir di fame!»

Se non che nessuno straniero immagina per un momento quali abissi di miserie e di degradazione esistano in Italia, in questo «giardino d’ Europa,» ove, secondo il detto comune, si gratta la terra e si semina, e pensano l’aria ed il sole a provvedere cibo per tutti, ove, come disse il Byron, «i campi d’oro perenne, solcati soltanto dai raggi del sole, basterebbero» per il granaio del mondo:

Thou, Italy! whese ever golden fields

Plough’d by the sun beams solely, would suffice

Far the world’s granary.

Dobbiamo credere che gl’Italiani stessi ignorino in gran parte le condizioni di una larga porzione della propria famiglia.

Per quasi un secolo, la passione politica assorbì le anime e le menti più elette: creare una patria, cacciare lo straniero. E riescì loro fatto, a cagione dell’indole generosa e coraggiosa del popolo, che senza discutere o patteggiare, correva sulle barricate e versava il proprio sangue in ogni campo di battaglia; lieto, se sopravvissuto, di vedere decorato il suo capitano, di sentire lodata la compagnia, alla quale apparteneva, non sperando nè sognando compenso personale.

Or la patria è creata, le mèssi sono raccolte e divise. Al popolo toccarono nuove tasse, prezzi accresciuti delle cose di prima necessità della vita, qualche scuola per chi ha scarpe e abbastanza decenti per frequentarla. Nient’altro. Dacchè nulla esso per sè sperava, il disinganno non venne per sopraggiunta alle sofferenze. Ignaro de’ suoi diritti, avvezzo all’ingiustizia, o accetta con rassegnazione il duro destino, o dovendo subire qualche nuova vessazione, come quando, per esempio, il mugnaio scema troppo il sacco di granturco, guadagnato con tanta fatica, o gli si vende il deschetto se ciabattino, ovvero si mettono all’asta i cenci di casa, dice soltanto con patetica ironia: «Si stava meglio quando si stava peggio!»

Ma questa più che cristiana pazienza non può durare a lungo. Le idee del diritto dei cittadini s’infiltrano nelle moltitudini a poco a poco; le scuole stesse le insegnano; e se chi «sta in alto,» o in suso come dicono i Veneziani, non pensa e non provvede, provvederanno più tardi quelli che non regolano l’azione col pensiero.

Molti si meravigliano, perchè in Inghilterra l’aristocrazia mantenga ancora tanta autorità e tanta influenza, la ove da trent’anni le idee del diritto e dell’uguaglianza hanno fatto più progresso che in altri paesi, in cui esse ebbero culla. La spiegazione è facilissima. L’aristocrazia inglese vive osservatrice vigile, scrutatrice profonda dei segni del tempo, e dell’umore giornaliero della nazione. Quando sa di dover cedere sopra un dato punto, essa cede prima di riceverne l’intimazione, e cede con tanta grazia e buon garbo, che spesso figura d’essere lei l’iniziatrice della desiderata riforma o della concessione.

E ciò che è vero in sommo grado per la classe più elevata, è ancora vero per la borghesia alta e bassa. L’Inglese non si lascia venire l’acqua alla gola al primo segno di marca, allestisce la barca di salvamento. Ed i pensatori, nei libri e nei giornali, speculano teorie, e narrano fatti, ed avvertono dei pericoli. I rappresentanti del popolo, che prendono sempre dalla stampa il do della solfa, anch’essi narrano, discutono e propongono, nè verrebbe mai in alcuno la fantasia di dire: «Zitto, parlate sotto voce, non propalate che esiste tutto questo male.»

Ed in Inghilterra vediamo scioperi e lotta. Le classi al pianterreno all’edificio sociale vanno prendendo possesso dei piani superiori con una crescente sicurtà, ed i ci-devant pigionanti si vanno restringendo in appartamenti più piccoli. Ma difficilmente avverrà una battaglia per le scale; perchè tutto è già tacitamente combinato e convenuto a priori.

Qui, invece, appena si scrive o si parla delle enormità che uno vede o sente, gridasi d’intorno «acqua in bocca;» non isvegliate il leone che dorme. Ma il bendare gli occhi per non vedere il fucile appuntato non impedisce al condannato di ricevere in pieno petto le palle, nè il silenzio oggi sull’inaudita miseria esistente in Italia impedirebbe che il misero, quando un barlume di diritto gli penetri nel cervello, od uno spasimo troppo acuto gli trafigga il corpo, non salti addosso all’incauto gaudente, gridando: «Dammi la mia parte della comune eredità, chè troppo tempo l’hai sfruttata per tuo proprio conto!»

Ripeto che credo fermamente sia ignorato, da chi potrebbe porvi rimedio, il vero stato del povero in Italia. Difatti ci si vive lungo tempo senza venirne sulle tracce.

Mi ricordo che la prima volta, in cui la mia mente rimase impressionata, che guai, diversi da quelli derivanti dallo straniero, opprimevano questo popolo, fu nella campagna del 1867, quando fermandoci fra Monte Rotondo e Roma per piantare un’ambulanza, ci trovammo a Marcigliana in uno dei poderi della campagna romana. Qui vivevano e morivano i lavoranti del suolo in stanzucce sudicie, malsane, ammucchiati peggio delle bestie nelle stalle, nutriti con cibo pessimo ed insufficiente, ed obbligati, nella totale mancanza del vino (benchè per questo vadano famosi i contorni), a bere acqua cattiva ed in certe stagioni putrida.

Eppure, come disse nel 1872 l’onorevole Bertani esponendo la necessità di un’inchiesta agraria, questa gente sta bene in confronto dei 13,000 individui ricoverati nelle grotte dell’Agro Romano.

A rinforzare le impressioni del 1867, seguirono le visite che feci lungo il Po, nella ricca e fertile Lombardia, durante le inondazioni del 1872. Quale miseria permanente, assoluta, sopportata con una pazienza che sapeva della disperata pace, pazienza di gente che nulla sperava da alcuno sulla terra! E fui testimone oculare del fatto, che i carabinieri e gl’ingegneri stessi dovettero portare via per forza famiglie dalle case pericolanti, le donne dicendo: «Meglio morire annegati tutti insieme, che morire a uno a uno di fame, di stenti, o di tifo».

Eppure a vedere gli uomini lavorare e faticare, ed arrischiare perfino la propria vita per trarre a salvamento la roba dei padroni, era cosa da destar meraviglia. Ed il contadino lombardo sa il suo conto meglio del contadino meridionale, e più d’uno lì, parlando di certi proprietarii, i quali non vollero pagare per il rinforzo delle sponde e così impedire una possibile rotta, disse: «Peggio per loro, questa volta; sono di loro le viti e le raccolte; le braccia rimangono a noi.» Un po’ più di questa logica ed i ricchi proprietarii ed affittuarii lombardi, veneti e mantovani, sarebbero costretti a migliorare per interesse, se non per giustizia, lo stato dei loro dipendenti.

Ancora più triste mi riescì una visita al Manicomio femminile di San Clemente di Venezia, ove il chiaro filantropo e medico primario di quel luogo di dolore mi disse e mi provò con i registri, che mentre fra le pazze, dodici sole furono colpite per vizii, sopra più di cinquecento, due terzi erano alienate per pellagra, cioè per essere esclusivamente, e spesso insufficientemente, nutrite di polenta e d’acqua non sempre sana e pura. E chi oggimai ignora che le donne venete lavorano per lo meno altrettanto, e spesso più degli uomini? C’è difatti una duna o isoletta – Sottomarina – che ho visitata, ove gli uomini fumano, mangiano, bevono, dormono e vestono panni, e le donne, oltre a tutte le faccende di casa, remigano e lavorano la terra, per poi finire all’ospedale dei pazzi, o sotto il Ponte dei Sospiri.

Mi convinsi da ultimo che in nessun paese della terra il povero è più laborioso e più miserabile dell’Italiano. Sopraggiunsero poi le Lettere Meridionali, rivelatrici dello stato di Napoli.

Quelle lettere mi fecero senso grandissimo, perchè non dettate da poeta che sogna l’ideale, nè da romanziere che scruta il secreto delle commozioni drammatiche, nè da critico politico, solitamente partigiano, perocchè ogni parola di quelle lettere era una terribile, e probabilmente involontaria, accusa al partito, di cui lo scrittore fu uno dei più incliti membri. Andai a Napoli, e per mezzo di lettere del Ministero dell’Interno alle Autorità ho potuto visitare all’improvviso e vedere in tutto e per tutto luoghi e stabilimenti, ove difficilmente occhio profano era dapprima penetrato.

E trovai a Napoli moltissimi individui che, nel solo riconoscermi infermiera del Sessanta, mi prodigarono lumi e aiuto.

E le mie lettere private d’introduzione erano di color piuttosto bianco e nero che rosso e rosa. E in questo modo nessun pregiudizio di parte mi occupava il pensiero, e per meglio tenermi imparziale ho voluto vedere ogni cosa da me stessa prima di leggere i molti e bei libri scritti intorno a Napoli da patriotti e uomini dotti; riserbandomi di leggerli uniti colle note che stesi ogni sera dopo le varie gite.

Eppure, arrivato il momento di lasciar Napoli, io sentiva di aver visto troppo poco, e la paura mi assalse che, se cominciassi a scrivere anche quel poco, mi si risponderebbe: medico, cura te stesso. Ossia, andate nel vostro paese e ne vedrete di peggio.

Ma quando al Villari è venuto fatto d’indurmi ad intraprendere questa gita, io gli aveva già manifestato questo dubbio; ed egli mi promise che avrebbe rivisitata Londra.

Sapendolo di ritorno, io lo pregai di comunicarmi le sue impressioni nette e schiette. Ed egli mi scrisse la seguente lettera:

«Firenze, 30 maggio 1876.

»Gentilissima Signora,

»Ella mi scrive che è ora tornata da Napoli, dove fu per esaminare lo stato della popolazione più povera, e vedere coi proprii occhi i tugurii e le miserie che io ho descritte nelle mie Lettere Meridionali. Nessuna notizia può essermi più grata di questa. Solo vedendo e discutendo, si può sperare di giungere una volta a qualche risultato. Ho ragione di credere che altri ancora s’apparecchiano a fare simili escursioni. Lo stato vero delle cose sarà noto fra poco a tutti, e non sarà più messo in dubbio da nessuno.

»Ella però fa ancora una domanda, scrivendomi: – So che nello scorso autunno, dopo avere già pubblicato le Lettere Meridionali, andò a visitare i tugurii, dove si trova la popolazione più povera di Londra. Io sono da molti anni lontana dall’Inghilterra, e quindi vorrei sapere da Lei se ha trovato a Londra miserie simili o peggiori di quelle vedute a Napoli. –

»Perchè io possa convenientemente rispondere alla domanda, ho bisogno di fare un poco di storia. Deve dunque scusarmi se non sarò breve.

»Quando io pubblicai le Lettere Meridionali, si sollevò una viva polemica, e ricevei giornali che mi lodavano e giornali che mi biasimavano in gran numero. Si disse, fra le altre cose, che io non conoscevo Napoli, perchè da molti anni ne ero lontano, e che descrivevo cose non vedute o vedute solo da molto tempo, ignorando che tutto era mutato. Si disse che non conoscevo la grande miseria di Londra, peggiore assai di quella di Napoli, ec., ec. Io che a Londra ero stato, e negli ultimi anni avevo molte e molte volte riveduto Napoli, presi nonostante nota di tutte le critiche, per potere a tempo opportuno, con nuovi fatti, tornare sull’ argomento. Forse questo tempo verrà. Per ora mi limito solo a rispondere alla sua domanda; ma non posso resistere al bisogno di raccontare una cosa, che può sembrare estranea ad essa.

»S’era, fra le altre cose, detto che avevo molto esagerato la misera condizione, in cui si trovano i fondaci. Tutto era mutato in meglio. Non si riconoscevano più! Io avevo fatto una descrizione da romanzo!

»Per caso, solo qualche mese dopo pubblicate le Lettere Meridionali, dovetti tornare a Napoli. Mi recai a visitare i fondaci, e nel primo giorno ne vidi tre a Porto. Andavo con due amici, i cui nomi potrei indicarle se volesse essere accompagnata colà.

»Ella sa come questi fondaci siano generalmente formati d’una corte, da cui per una scala si sale a diversi terrazzini o balconi, che girano intorno alle quattro mura, e dànno adito a molte camere, che sono per lo più senza finestre, e ricevono luce dall’unica porta che si apre sul terrazzino.

»Nella prima di queste corti io vidi in un angolo una specie di stalla, in cui si lessavano teste, piedi, budella d’animali; poi si spellavano le teste e i piedi, e l’acqua e il sangue si versavano nella corte, dove restavano in gran parte fermi, per la poca inclinazione del suolo. In un altro angolo era un deposito di petrolio, che mandava un orrendo puzzo. In un altro era una buca, e questa in comunicazione con un forno, il cui fumo passava la notte per essa, entrando nella corte. Così quando le porte di quelle camere senza finestre si chiudevano, ci restavano dentro il puzzo delle budella, del petrolio ed il fumo. Più di tutto alle donne dava noia il petrolio e se ne lamentavano amaramente. In una delle camere del primo piano vidi una giovane di circa venti anni, che delirava nel letto, colpita dal tifo. Altre donne erano intorno a guardarla, e più di tutto deploravano che fosse stato necessario tagliarle i bellissimi capelli! Se avesse visto, dicevano, che capelli aveva! Il fondaco che si trova in questo stato, mi fu assicurato esser proprietà d’una ricchissima Opera pia, cioè dello Spedate degl’Incurabili.

»Entrai in un secondo fondaco, e là trovai che da circa due settimane la cloaca aveva dato di fuori, ingombrando tutta la corte, in modo che si passava, in punta di piedi, rasente le mura. Salito al primo piano, vidi le donne appoggiate alle mura del terrazzino, ridere guardando dei grossissimi topi che traversavano e quasi nuotavano in ciò che la cloaca aveva versato nella corte. E mi dicevano: – Signorino, guardate i passeggieri! – Tirarono su dal pozzo una secchia, per farmi vedere che non era piena d’acqua, ma pareva invece tirata su dalla cloaca stessa, che infatti s’era messa in comunicazione col pozzo!

»Ho una memoria assai confusa di ciò che vidi nel terzo fondaco. Era di state, il puzzo incredibile, la stanchezza di ciò che avevo veduto, ed il sentirmi ripetere dai compagni: – In questa strada vedrà dal principio al fine la medesima scena, – fecero sì che andai via per quel giorno a cercar l’aria libera.

»Ma io non debbo continuare questo racconto, tanto più che Ella deve aver visto cose peggiori; se, come sento dalla sua lettera, è andata per tutto.

»Rispondo dunque alla sua domanda. Due mesi dopo la mia visita a Napoli, cioè nello scorso ottobre, andai a Londra. Mi presentai con una lettera ad uno dei capi della Polizia, e fu fissato che il giorno dopo alle 7 pomeridiane avrei avuto con me dei policemen, per visitare la sera i quartieri più miserabili di Londra. Di giorno mi dissero che non sarebbe stato possibile trovare e vedere i poveri nelle loro abitazioni, perchè erano in giro per la città.

»All’ora fissata venne infatti al mio uscio un detective, cioè un policeman senza l’uniforme, e preso un cab andammo nell’east-end, gita che durò circa un’ora e mezza. Colà, vicino ai docks, cominciarono le nostre prime perlustrazioni. Entrai in un ufficio di Polizia, esaminai i registri, vidi operare alcuni arresti, e poi in compagnia di due altri detectives che si unirono al primo, cominciammo le nostre visite.

»Io ripetevo sempre: – Fatemi vedere ciò che vi è di più orribile in Londra, desidero vedere le abitazioni della gente più misera e disgraziata. –

»Fare qui, in una lettera, la descrizione di tutto ciò che vidi a Londra nel mese di ottobre, è impossibile; dovrei distendermi troppo.

»Ma siccome Ella non mi chiede altro che una mia opinione, ecco in breve ciò che io posso dirle.

»1° Quando entrai nel cab, il detective cominciò il suo discorso così: – Signore, sono trent’anni che io servo nella Polizia di Londra. Posso sul mio onore assicurarle che Ella s’inganna, se crede di poter trovare e vedere in Londra ciò che gli stranieri potevano vederci trenta o venti anni fa. Tutto è mutato. Il Parlamento ha fatto leggi sopra leggi per migliorare le condizioni dei poveri. –

»Ciò che si poteva vedere al mondo di più orribile, erano i lodging houses di Londra, dove andavano e vanno a dormire con pochi pennies i più miseri, che non hanno tetto. Questi lodging houses, una volta abbandonati a se stessi, furono a poco a poco sottoposti a tante e così rigorose formalità, che, quantunque mantenuti da privati a loro rischio e pericolo, si possono dire pubblici stabilimenti. Il riscaldamento, la circolazione dell’aria, la misura delle stanze e dei letti, la qualità delle lenzuola, tutto è determinato dalla legge, e sottoposto ad una continua ispezione. Alcuni lodging houses sono ispezionati costantemente due o tre volte la settimana. Quelli per gli uomini sono diversi da quelli per le donne, e ve ne sono altri per marito e moglie, ognuno secondo le norme stabilite.

»2° Visitati i lodging houses, andai dove sono i fumatori d’oppio, dove sono ridotti e bagordi d’ogni specie. Qui, mi dissero più volte i detectives, un policeman non potrebbe venir solo, perchè sarebbe accoppato. Entrai in alcune case di poveri, e mi fu detto: – Peggio di questo nessuno le farà mai vedere in Londra. – Certo io non posso affermare di avere visto ciò che v’ha di peggio in Londra, posso bensì affermare che ho fatto quanto era in me per vederlo. Ebbene, io le assicuro sul mio onore di essere convinto, che i poveri di Napoli stanno infinitamente, senza paragone alcuno, peggio di quelli di Londra. Che se a Londra qualche volta si muore di fame ed a Napoli no, oltre che questi casi non sono sì frequenti come si pretende, ciò dipende dal clima peggiore, non dalla maggiore miseria. Se a Napoli ci fosse il clima di Londra, un numero assai grande dei nostri poveri troverebbe subito pace nella tomba, cessando di menare una vita peggiore della morte.

»Nei ridotti di Londra spesso mi sedetti coi detectives, e bevvi della birra e dei liquori, tanto per non parere di andare colà da semplici osservatori. E non vidi mai nulla che si potesse paragonare al puzzo e al sudiciume di alcuni ridotti di Napoli. Nelle case dei più poveri il detective entrava con un rispetto incredibile, e più volte trovai insieme colla miseria estrema una fierezza e indipendenza singolare. Più volte ricusarono di riceverci in casa, ed il detective diceva: – Andiamo oltre, il domicilio è inviolabile. Noi abbiamo tanto diritto di entrare qui, se non ci vogliono, quanto di entrare in casa sua se non ci vuol ricevere. – A Napoli quando entrai nei fondaci, trovai insieme colla miseria un avvilimento, un abbattimento straordinario. Si entrava con un’aria di comando, quasi minaccioso, e si era obbediti. Qui, con questa gente, non si può fare a meno di usare questi modi, mi dicevano sempre.

»I miei giudizii, come tutti i giudizii umani, possono essere erronei. Una cosa sola posso dirle. Grande, immensa è la miseria di Londra: ma mi sono persuaso, che chi dice che i poveri di Londra sono in condizioni peggiori di quelli di Napoli, o non conosce gli uni o non conosce gli altri.

»Non dimentichi il discorso del detective. – Il Parlamento inglese ha fatto leggi sopra leggi pei poveri. – Quando le faremo noi ? Per ora stiamo sempre al lasciate fare, lasciate passare.

»E se qualcuno mi chiedesse ora: perchè tu che sei Italiano dici queste cose ad una signora che è Inglese? Io gli ricorderei che ella è nata in Inghilterra, ma ha speso la sua vita in favore della unità e indipendenza della patria nostra.

»E se poi mi si ricordasse, che ella ha sempre militato sotto la bandiera di un partito politico che non è il mio; allora io non risponderci nulla a chi mostrasse d’ignorare che per certe quistioni tutti gli onesti appartengono ad un solo partito.

»Mi creda con sincera stima ed amicizia

»Suo dev ed obb.

»P. VILLARI.»

CAPITOLO SECONDO.

I trogloditi.

Questa lettera mi consolava, da una parte, dimostrandomi che gl’immensi sforzi fatti dall’Inghilterra e da individui ordinati in società e dal Governo che coll’istituzione del sistema del governo locale arroga a sè il diritto di provvedere all’igiene, all’istruzione e alle necessità della vita per tutti i suoi sudditi, non sono rimasti infruttiferi; e d’altra parte m’incoraggiò a narrare ciò che vidi co’ miei occhi. Questa lettera ha saldate le mie convinzioni; cioè che in nessun paese d’Italia e d’oltralpe la miseria umana giunga al grado assoluto di quella di Napoli, e che, giunta a quel grado, il peso di un sol grano di sabbia di più significhi la morte. Accettai dunque l’offerta del proprietario del Pungolo di descrivere le mie impressioni nel suo giornale; e devo dire che egli mi diede ampia libertà, non esimendosi da pubblicare varie mie cose, le quali di certo non dovevano saper di dolce ai suoi lettori.

Essendo ogni articolo separato e compiuto in sè, trattai prima quegli argomenti, per cui avevo più pronto il materiale. Ora riproducendoli, seguirò piuttosto l’idea che m’informava nelle gite: ed era, da una parte, di conoscere la miseria genuina; dall’altra, gli sforzi delle presenti e delle passate generazioni per alleviarla e diminuirla.

La cortesia della signora Scwhabe aveva messo a mia disposizione un appartamento nell’ex-Collegio medico, ove essa ha stabilito lo stupendo Giardino d’Infanzia, di cui più tardi parleremo. Nelle Lettere Meridionali, una delle pagine che mi occupò di maggior pensiero fu la descrizione delle grotte delle Spagare. Il lettore si ricorderà che l’autore descrive queste grotte, ove vivevano o morivano venti o trenta famiglie, e da dove la Scwhabe ha sottratto a morte certa una madre con cinque bimbi, affamati, nudi, orridi d’insetti schifosi. E questa madre doveva, la notte, vegliare costantemente, perchè i topi non cibassero la carne delle sue creature. La vista delle quattro figlie di costei, ora sane, robuste, allegre e studiose, e l’udir da capo dalle maestre di quella scuola descrivere, quali testimoni oculari, lo stato in cui esse furono trasportate a quell’ospitale asilo (trasportate, mi piace di ricordare, in carrozza e in braccio da quella nobile Tedesca che non indietreggiò davanti alla nausea e al pericolo di malattia contagiosa, perchè il tifo regnava nella grotta), destava sempre più il mio desiderio di visitare il luogo, da cui furono tolte. Accompagnata da un amico e da un delegato di Pubblica Sicurezza, andai dunque al quartiere di Monte Calvario al di sopra dei giardini di Santa Lucia al Monte.

Il delegato, i membri del Municipio, ed altri, mi avevano assicurato che queste grotte non servivano più di abitazione umana, ma che gli abitanti furono tramutati a spese del Municipio in più salubre quartiere.

Difatti, giunti alle falde del Monte d’Echia, abbiamo trovate per la più parte queste grotte occupate da greggi di pecore e di vacche, che con campanelle al collo girano mattina e sera per le belle vie di Napoli, i loro proprietarii urlando: latte da vendere, latte da vendere, per chi vuole e per chi non vuole prestarvi orecchio. Una di tali grotte però era ingombra da parecchie famiglie, ed io penetrai fino in fondo ripopolandola, coll’immaginazione, di quelle trenta famiglie che vi stavano pochi anni fa. Le grotte, che somigliano precisamente alle catacombe di Roma, sono scavate nel monte; epperò chi possiede l’appartamento all’entrata può stimarsi inquilino del piano nobile a cagione dell’aria e della luce abbondanti.

Ma penetrandovi e spartendo questa lunga grotta in trenta quartieri, appena può idearsi la condizione di coloro che vivono in fondo, ove l’atmosfera è di carbonio puro, ove nulla difende questi infelici dall’umidità, onde son sature la vôlta e la nuda terra, ove una semplice marca convenzionale divide l’una dall’altra famiglia, come segno di proprietà, e ove codesti infelici ospiti spagari, lavorando ciascheduno 18 ore al giorno, pervengono a torcere 50 matasse di spago per guadagnare 15 grani; dai quali deducendone sette di spesa, restano otto grani per vivere. Ognuno deve possedere la propria ruota per avvolgere il canape e svolgerlo in fili più o meno sottili; e miseri fanciulli affamati girano lunghe ore il perno fissato nell’asse della ruota.

Però, uscita una volta dalle orribili caverne e fermatami a parlare colle spagare, non potetti a meno di rallegrarmi dell’aria purissima e della stupenda vista del mare e della città stesa sulle sue sponde e dell’ampio spazio del cielo azzurro, mentre nei quartieri bassi, per cui eravamo passati, l’aria mancava e le case altissime, che sembrano toccarsi in cima, precludevano la vista e del sole e del ciclo.

Domandai alle poche spagare rimastevi, dove fossero andate le altre; esse mi risposero, che una ricchissima milady Inglese aveva provveduto a molte e che alle altre aveva pensato il Municipio.

«Siamo noi le infelici, – soggiunsero, – qui rimaste; e Lei non vede il peggio; bisogna aspettare l’estate, quando non c’è una goccia d’acqua da dissetarci, quando per due mesi la Vergine maledetta non ci manda un filo di pioggia, e bisogna andare fino al Vico Giardinetto e pagare un tornese la secchia; allora sì che si capisce che cosa vuoi dire Monte Calvario!»

«E pare a voi, – proruppe un vecchio, con la fisonomia beffarda, ma non cattiva, – che siano andati a stare in Paradiso quegli altri? Vi dico che laggiù stanno ancora peggio di voi quassù, e chi vuol capacitarsene ci vada.» E qui indicava un sito, di cui non ricordo il nome, al delegato di Pubblica Sicurezza ben conosciuto. Io gli dissi di voler andarvi, e per arrivarci abbiamo dovuto traversare gran parte della stupenda nuova strada detta Corso Vittorio Emanuele. Ivi le case fabbricate sono belle, e anche le camere a pianterreno abitabili.

Ma rientrando nel vecchio quartiere si giunse ad un vicolo in figura di scalinata; in fondo del quale la bocca aperta di una fogna esalava i più mefitici odori. Bambini quasi nudi vi brulicavano intorno, e all’ingiro case diroccate, nel cui pianterreno quella mefite permaneva come in proprio regno.

Presi alcuni dei bambini in braccio, essi serbavano appena sembianza umana; teste sproporzionate, occhi infossati, rachitici tutti, magri da inorridire.

Dalla scalinata centrale si diramano a destra altri scalini, ed io seguivo sempre la guida. Scesi o piuttosto scivolai. Egli fermandosi ad una apertura fece «Ecco alcune delle spagare che in altri tempi abitarono le grotte.» M’introdussi in un sotterraneo col fango per pavimento, i muri fradici, e dal soffitto a vôlta grondava umidità. Ivi contai quindici esseri fra donne e bimbi che chiacchieravano intorno ad un mucchio di paglia, ove giaceva col tifo una ragazza appena diciottenne, la faccia scolorata, le labbra annerite e delirante. Parlai con alcune di loro, le quali mi dissero essere otto famiglie differenti e quello l’unico alloggio per tutte; averle il Municipio snidate dalle grotte dando loro una mezza mesata, ossia lire cinque per famiglia. Soggiunsero di non posseder più ruote, ossia istrumenti per esercitare il proprio mestiere, nè avere altro lavoro, nè altri mezzi per campare la vita. E avrebbero potuto aggiungere, «nè speranza alcuna, salvo la morte.»

Quasi soffocata mi ritirai col cuore gonfio, pensando quanto sarebbe stato meglio averle lasciate sul Monte Calvario, ove almeno, se dovevano passare la notte nelle grotte, potevano di giorno almeno sotto il baldacchino dei cieli rinfrescarsi il corpo e lo spirito coll’aria balsamica.

Di fatto Monte Calvario è una delle sezioni meno infelici dei poveri di Napoli, specialmente se confrontata colle sezioni di Porto, Pendino e Mercato. Esteriormente la Sezione di Porto è migliorata dal 1860, quando uomini e bestie, legumi in istato di putrefazione, carne corrotta e pesce puzzolente, facevano miscuglio in mezzo alla strada. Ora l’abbiamo girata di giorno e di notte, ed il giorno di mercato abbiamo visto gli asini relegati in una piazza, i banchi e i botteghini confinati sui lastrici, la carne ed il pesce esposti per la vendita sani e freschi.

Moltissime case imbiancate facevano risaltare di più l’indecenza di certi palazzi coll’accumulata sporcizia di secoli sulla facciata. E la gente ci disse che questi miglioramenti si devono ad un ex vice-sindaco molto energico e probabilmente un tantino prepotente. Fatto sta che egli fu troppo equo per un paese, ove la camorra domina. Ebbe l’assurda pretesa che, avendo fatto imbiancare tutte le catapecchie, anche un gran signore, consigliere, commendatore, deputato, imbiancasse il palazzo proprio. Costui si appellò al sindaco di allora, il quale rispose che un Napoletano con tanti titoli aveva il diritto di conservarsi sporco a suo piacimento. Il vice-sindaco rappresentava al sindaco che la sua autorità sarebbe compromessa, e che non oserebbe forzare gli altri a fare ciò che costui rifiutava. Il sindaco volle rispettato il deputato e la sua sporcizia. Il vice-sindaco, con la pelle fina proverbiale in Italia, si dimise dall’officio. Così fece gl’interessi dell’avversario, lasciando incompiuta l’opera propria e molto desiderio di sè nel quartiere.

La storia delle dimissioni è, del resto, una singolarità di questa penisola. Un Anglo-Sassone non la può capire. Il Bright e il Cobden furono soli nel domandare alla Camera la revoca delle leggi sul grano, e non li rimeritarono che con derisione e con insulti i loro colleghi, con brickbats (selci) e con uova guaste il popolo. Ciò fece raddoppiare i loro sforzi; stettero eglino sulla breccia finchè vissero, ed il libero commercio è opera loro. «Speriamo, – mi disse il popolo di Porto, – che col nuovo Municipio ci ritorni il vecchio vice-sindaco.» Lo speriamo anche noi, perchè continui l’opera cominciata, e porti la nettezza, che si principiava a vedere di fuori, anche dentro le abitazioni.

Io credo che una qualunque Commissione sanitaria ordinerebbe la distruzione di moltissimi dei fondaci di Napoli, o almeno decreterebbe che essi non debbano servire se non come magazzini di mercanzia e non di carne umana. Visitai parecchi sotterranei: per arrivare ad uno, passando per il Chiassuolo, fu difficile vincere il ribrezzo che mi assaliva per quattro dei cinque sensi, perchè il solo gusto non c’entrava. Ascesi, col pericolo di cascare, la scala esterna di fango, e una dopo l’altra, entrai in tutte le stanze. C’erano sei piani, una media di sette stanze per piano, e la media di abitanti di varie famiglie era di otto. La pigione mensuale di ogni stanza variava da otto a quattordici lire; eppure scommetto che le mura interne non odorarono di calce dopo il 1837, quando grazie alle stragi fatte dal colèra queste tombe di viventi furono per ordine superiore imbiancate. I soffitti crollavano, molte delle stanze totalmente buie, l’una ricevendo luce dall’altra, e questa dalla porta, oppure da buchi, chiamati finestre; ma senza vetri. Questo speciale fondaco (differente da altri visitati, i quali non hanno neppure un cesso) aveva quasi in ogni camera un buco nel muro. E tutti questi buchi scolano giù nella cloaca, che, ben inteso, fraternizza col pozzo. Tenendo bene in mente che molte delle camere sono occupate da due ed anche tre famiglie, se ne comprendo facilmente tutta la luridezza. Alcune delle famiglie posseggono mobilia sufficiente, altre appena un letto. In una delle soffitte vidi un mucchio di paglia, che letteralmente camminava da sè, a cotal punto che lo credetti un nido di formiche. Ma – erano ben altri insetti! – come mi capacitò la mia cameriera, con infinita nausea, al mio ritorno in casa.

In una camera abitava una madre con sette bambini, l’ultimo attaccato inutilmente all’arido petto, e cosi su su sino all’età di dodici anni, sei scheletri che mi ricordavano l’ossario di Solferino. E di che potevano nutrirsi? Il padre, poco abile al lavoro per recente tifo, guadagnava da un ottonaio una lira al giorno, e ne pagava nove mensuali per la camera. Una bambina filava, un’altra portava in braccio una piccina ammalata. Io soffriva a vederle, e a non poter nulla per esse. In tanta miseria parmi crudeltà fare distinzioni fra i miseri. In un’altra stanza c’era un vecchio del tutto inabile al lavoro, e, da quel che capii, mantenuto dalla carità degli altri inquilini della camera – ed erano sette, ed i letti erano tre!

Dal qual fondaco io uscii coi miei compagni, ambedue Napoletani, oppressa dal senso della troppa rassegnazione di tutto e di tutti. La pazienza delle bambine ammalate ed affamate farebbe piangere qualunque madre, che sa quanto deve aver sofferto e patito una creatura di tre, quattro o cinque anni, prima di aver capito l’inutilità del lamento. E sostando nell’uscire, in mezzo di un gruppo di bambini, feci quasi inconsapevolmente i miei pronostici sull’avvenire di ciascheduno. Questo (parlo dei maschi, per ora), dissi fra me e me, poco soffrirà e poco farà soffrire: costerà tutto al più al Municipio quattro tavole per la cassa. Cotesto invece, con quegli occhi avidissimi, quel piglio audace, che guarda dentro una bottega di pane, non aspetta altro che il fornaio vòlti la testa per involare quell’appetitoso ciambellone coll’uovo di Pasqua nel centro. Primo gradino della scala che lo condurrà per facile salita a Sant’Efremo, ove avrà lavoro provveduto e pagato, ed ove con la sua industria si ciberà di piselli con prosciutto, o se di più gli verrà talento, di fragole o lamponi o qualunque frutto di stagione. Una terza categoria ne inchiude molti; i segni del vizio prematuro, ereditato ed alimentato coll’esempio quotidiano, additano i futuri rei; i Caini dell’avvenire, colla mano contro tutti, e con le mani di tutti contro loro. Essi senza volerlo vendicheranno i torti della società; pur troppo saranno gl’innocenti che cadranno sotto il loro coltello, o nel loro laccio.

E le ragazze? Troppo facile, troppo terribilmente sicuro torna il leggere il libro della loro vita.

Senza per ora toccare la più tremenda delle tremende piaghe sociali, che esistono in tutte le grandi città, ed in Napoli forse primeggia, io vorrei che qualche madre napolitana conducesse le sue figlie, non a Porto, sarebbe forse troppo pretendere, ma al Vico Nuovo a San Biagio, numero 4, Sezione Pendino, per vedere la povertà onesta che lotta senza speranza di vincere. Ivi nel sotterraneo di una casa appartenente al Demanio, o, come dice il popolo, al demonio, se i carabinieri non l’hanno già cacciata, troveranno una famiglia di cinque persone, fratelli e sorelle. Il padre morì di tifo agl’Incurabili, la madre morì di parto. La ragazza maggiore guadagna mezza lira al giorno, lavorando da un sarto per uomini. Un’altra guadagna da una crestaia mezza lira la settimana; un piccino, malatissimo quando io visitai quella bolgia d’inferno, sarà, speriamo, già morto: se no, sono ancora cinque persone che debbono campare con cinquantasette centesimi il giorno, e pagare nove lire al mese per quella pozzanghera che abitano.

Questo basso sotterraneo, al quale si scende per cinque scalini, è difeso da un’enorme porta a grandi catenacci; non vi ha altra apertura, nè io capisco come la notte non vi si muoia asfissiati. Al dire di tutto il vicinato, il padre, laborioso e sobrio, lavorava e manteneva con quanta decenza può osservarsi in detta casa la sua famiglia, nè si dipartì dal banco di falegname che quando già delirava per febbre. Pagò anticipatamente ogni mese la sproporzionata pigione. Oggi le ragazze non possono pagare, ed il giorno in cui io abbandonai Napoli – un sabato – mi dissero, che erano già state avvertite che il lunedì i carabinieri le avrebbero messe sul lastrico. Nè io indico questa famiglia come più miserabile di un centinaio di altre che vidi. La indico solamente perchè quella strada ove abitano può visitarsi dalla più schifiltosa dama napoletana; e dirò soltanto, che se tale miseria, così coraggiosamente ed onestamente sopportata, esistesse in qualunque città inglese, il rettore della Chiesa anglicana, ovvero il pastore battista, anabattista o metodista, avrebbe avvertito le signore della rispettiva congregazione, affinchè provvedessero. Ma io in tutti i giri che feci a Napoli, non trovai mai nè prete nè frate in questi tugurii: al contrario li vidi a centinaia alla festa di Portici, alle corse di cavalli fuori di città, ai giardini pubblici, ovunque il dolce far niente era anche rallegrato dal sole e dalla bellezza della natura.

Se mai queste nostre parole incitassero qualche pietosa, la quale non trovasse più la Giovanna Trotti, ed i suoi fratelli nel mentovato sotterraneo, si rivolga al fornaio di faccia, al numero 4, o ad altro dei vicini, che molto hanno a cuore cotesti derelitti. Volendo poi esplorare il quartiere di Pendino in lungo ed in largo, ricorra al delegato di Pubblica Sicurezza del quartiere, uomo intelligentissimo e di buon cuore, e si faccia dare a guida una guardia calabrese, che conosce per filo e per segno le persone e i canili, e può narrare storie strazianti, che superano le più tragiche vicende dipinte dal veridico romanziere Francesco Mastriani nelle sue Ombre, Vermi e Misteri di Napoli.

Del resto, per formarsi un’idea netta e schietta di ciò che importi una popolazione accovacciata nei bassi, nelle sottoscale, nei bassolini, bisogna proprio visitare la Sezione di San Lorenzo. Manca in quasi tutti i cortili lo scolo per le acque sporche e per le materie infette; in Vico Donna Regina dei bassi vi difetta la ventilazione al punto che per la conseguente infezione nessun padrone di casa napolitano vi metterebbe i porci, e certamente i conigli vi deperirebbero; in Vicolo Freddo c’è un bassolino, ove non entra un fiato di aria pura e ci abitano dieci persone. Le sottoscale non hanno che una breve porticina d’accesso.

Molti dei bassi giacciono al di sotto del livello della strada e del cortile, onde la feccia del cortile vi s’infiltra.

Chi teme ch’io carichi le tinte, interroghi il libro citato di Marino Turchi intorno alle 12 Sezioni di Napoli, e visiti uno per uno i 330 bassi o sottoscale che l’autore esplorò nella Sezione di San Lorenzo nel 1866 e ci dica i progressi compiuti in questa Sezione. Le ore proprie di passare, in rivista la popolazione dei bassi, che somma a 12 mila anime, sono le mattutine quando i mesti abitatori si affrettano di uscire da quei sozzi e stomachevoli canili, ove non evvi acqua nè caminetto per cucinare, nè cesso nè altro, sicchè tutte le funzioni della vita si esercitano in istrada. Uomini e donne, presso a poco in istato di natura; nessun pensa a lavarsi, ma le donne s’ingegnano di pettinarsi scambievolmente e di estirpare almeno porzione della famiglia che abita nelle loro teste, e mentre la pettinatrice sta in piedi e la pettinata seduta in terra, questa si occupa a sbucciare piselli e fagiuoli per il vicino mercato, e credo che colui, il quale ha assistito a questa operazione, preferisca di sbucciare da sè i proprii legumi.

La pigione di tutti questi bassi è sempre enorme, eppur nessuno costrinse ancora gli esosi padroni di casa di fornir gl’inquilini delle cose di elementare necessità per la decenza, e si può dire per la vita stessa.

E se alcuno di codesti bassi fu chiuso per ordine del Municipio, che il visitatore si dia la pena di verificare dove finirono gl’infelici cacciati. Spesso il Municipio ne chiuse per forza, ma gli abitanti sono gettati sul lastrico, e nove volte sopra dieci obbligati di rifugiarsi in un tugurio peggiore, ma non tanto in evidenza.

Termini la gita provvedendosi di qualche disinfettante, segnatamente per Vico Donna Regina vicino al banco Vittorio Emanuele, per Vico e Largo Madonna delle Grazie, per Vico Santa Luciella e pel Vicoletto Consolazione.

Giudicherà poi se questi luoghi immondi debbano portare nomi cotanto graziosi, che aggiungono la satira all’ingiuria.

Chiunque dopo avere esplorato i fondaci, dopo esser calato nei bassi, dopo essersi arrampicato sulle grotte, crede esaurito il novero delle miserie dei poveri di Napoli, s’inganna a partito. Deve invece girare di notte, vedere le così dette locande, da grana due a grana sei per letto. Nel libro intitolato: Notizie e documenti riguardanti le condizioni igieniche della città di Napoli, di Marino Turchi, leggesi la lista delle locande esistenti nelle varie sezioni. Parlando della Sezione di Porto egli scrive: «In queste locande spesso un solo letto si affitta, a parte, a due e tre individui, e nello stesso letto si trova una famiglia intera.» Egli, sempre nella Sezione di Porto, in 105 locande trovò 188 stanze e 2793 letti. Questo calcolo darebbe in media letti cinque e mezzo per camera: ora io, visitando le locande di quella Sezione, vidi sette, otto, fino a nove letti nell’istessa stanza.

In un letto vidi tre persone, e nella locanda, ove contai 95 letti, il cesso per tutti consisteva in una buca aperta in mezzo alla cucina. Le persone costrette a dormire in questi luridi alloggiamenti, vi si riducono perchè senza letti proprii e senza danaro da pagare una pigione mensuale anticipata.

A udire i locandieri, gli uomini stanno da una parte, le donne da un’altra, ma ciò non è vero, come tante volte ha verificato la Polizia nell’occasione di eseguire un arresto. In una camera vidi un ragazzo colpito di epilessia nella sua più tremenda forma; mi dissero i suoi compagni che talvolta l’accesso epilettico rinnovossi due o tre volte la notte; esso non ha mezzi di sussistenza di sorta; ammesso una volta all’Albergo dei Poveri, poi ne fu cacciato.

Bisogna anche notare che le meretrici di quarta classe, senza domicilio fisso, alloggiano promiscuamente tra la gente onesta.

In un’altra locanda mi s’è indicato il ricovero prediletto dei fanciulli da sette a dodici anni, orfani, o abbandonati dalle loro famiglie, che non possono campare se non con mezzi illeciti.

Costoro compongono una famiglia da sè. Chi siano i loro padri, nessun d’essi lo sa e pochissimi conoscono la madre. Non sono nemmeno tutti di Napoli, ma molti, veri nomadi, delle provincie. Ostensibilmente sono cenciaiuoli o raccoglitori di ossa e di vetri rotti o mendicanti, o vanno alle osterie o alle case, ove comperano i residui dai garzoni e dalle serve; ma sono veramente tutti al servizio della camorra, cioè apprendisti camorristi; rubano fazzoletti, nel primo stadio, e cibi esposti dai banchi e dalle botteguccie, e la preda portano agli speciali loro capi camorristi; e hanno un gergo partirolare, onde avvertono i maestri ladri dell’avvicinarsi della Polizia, e alla loro tenera età sanno distinguere un poliziotto amico da uno nemico. Nudo il capo, scalzi i piedi, coperti di piaghe, sotto i pochi cenci che indossano, portano coltelli e stili che porgono al bisogno ai loro capi.

Prima di mezzanotte, questi miserelli non tornano alla locanda; ogni vizio, anche quelli innominabili, è loro conosciuto e da loro praticato; i grandi vendono i piccoli sotto la denominazione di guagliuni.

Queste locande dei fanciulli sono la culla del delitto, la prima scuola o l’asilo infantile; sono le carceri giudiziarie, ove ammucchiati crescono nutriti nell’ozio senza ombra di vigilanza.

E chi non sa, o sa poco, del vizio o del delitto, impara dai più grandi.

Quando eglino non riescono a guadagnarsi il grano per pagare l’alloggio notturno, dormono in istrada; nell’estate sul lastricato, nell’inverno ammucchiati sotto i panconi, sotto le fornaci dei friggitori, sotto i portoni aperti o nel portico vicino alla chiesa di Monserrato.

CAPITOLO TERZO.

La prostituzione.

Giunti a questo capitolo, è facile che molti, e se son donne moltissime, chiudano il libro, dicendo che certi argomenti non devonsi trattare pubblicamente. Ma a male pubblico, pubblico rimedio; nè rimedio può applicarsi a questa tremenda piaga sociale, se le donne stesse, che sono in gran parte causa della piaga, non portano allo studio di essa tutti i lumi della loro mente e del loro cuore.

Che significa la prostituzione come oggi organizzata? Significa aver appartata con leggi ideate e formulate dai soli uomini una classe d’iloti, il cui solo destino è di soddisfare ai più brutali istinti dell’uomo; e finchè le donne, che per combinazioni favorevoli si sottrassero a cotanta ignominia, non alzano la voce, protestando contro tale soperchieria dell’uomo, e non istendono la mano di sorelle alle sventurate cadute, non si può sperare pentimento da una parte, nè riabilitazione dall’altra.

Che fanno invero le donne, le quali sono additate e accettate come modelli di moralità e di purità, per venire in soccorso delle cadute? La loro condotta somiglia a quella del Fariseo, che veduto l’uomo ammalato sulla via passò per altra parte. Esse non si dànno un pensiero al mondo della loro sorte: basta un solo fallo, perchè nessuna voglia la peccatrice in casa, nè come istitutrice e nemmeno come serva. Eppure tutte in proprio cuore sanno che nessuna donna cade la prima volta, se non per amore, o a cagione della suprema miseria e della fame. Prendete il mesto registro di qualunque Ufficio di Sanità e vi troverete tre categorie di casi: 1° Seduzione ed abbandono; 2° Miseria; 3° Istigazione dei mariti e dei genitori.

Dall’altra parte, queste sante signore, che non vorrebbero nemmeno che in loro presenza fossero nominate quelle infelici, come si conducono verso gli autori dei loro mali?

La riputazione di libertini non basta per escluderli dalle loro sale.

Se poi a tale riputazione aggiugnesi la nobiltà del casato, lo splendore del grado e la fortuna, costoro vi sono festeggiati; e le rispettabili madri scelgono di grand’animo fra essi i mariti delle loro figlie. Certamente una madre s’affligge di aver figli libertini; ma come adoperano esse per impedire che eglino tali divengano?

Esse, in ogni altra questione morale, inculcano nel loro cuore le massime di non rubare e di non mentire, di non ubbriacarsi, di non giocare. Ma dov’è l’insegnamento di mantenere le passioni sensuali sotto l’imperio della ragione? Dove la madre, la quale chiarisca il proprio figlio che monachismo e libertinaggio peccano ugualmente contro le leggi di natura? Che quelle passioni senza l’amore sono peccato mortale, peccato che ha assai più attrazione per l’uomo che per la donna? Molto più urgente adunque la necessità di prevenirlo nell’età delle più fiere tentazioni. Ma la madre non se ne occupa punto per falso pudore. E il padre, se pur se ne impensierisce, contentasi d’indicare al figlio le case più sane e i giorni della visita: oppure con mezzi indiretti gli procura qualche sana ed innocente creatura, promettendo agl’infami genitori una somma sufficiente per ingannare altr’uomo o per indurlo a tòrsela in isposa ad ogni modo. I genitori non si sgomentano, se il loro figliuolo diventa immorale e libertino; non s’attristano eccessivamente, se esso seduce o abbandona ragazze oneste, purchè non ne sposi una senza dote, o di grado sociale inferiore al proprio. La storia della prostituzione è vecchia, si dice; ed anche ogni genere di male è vecchio; il canibalismo, l’omicidio e via via, e contro ogni altro male la società reagisce, cerca rimedio, inventa pene, applica riforme proporzionate alla civiltà propria, ma per la prostituzione si procede in ragione inversa. Sembra che le legislazioni di tutti i paesi abbiano per iscopo supremo, non di combattere il vizio, ma di provvedere che i viziosi godano l’impunità.

Fino all’anno 1864, l’Inghilterra andò immune da così immorale legislazione; pur troppo in quell’anno le leggi, già vecchie sul Continente, ottennero sanzione furtiva dal parlamento.

Scoppiò immediatamente la protesta, e scoppiò dalle labbra d’una nobilissima donna e madre, Giuseppina Butler, che trovò subito collaboratore un segretario di Stato, un discepolo del Mazzini, James Stansfeld; e questi due nobili pionieri trovarono centinaia e migliaia di seguaci, e fra essi donne delle altissime sfere, che superata la naturale ripugnanza, e l’opposizione accanita di coloro, ai quali non garba che gli schiavi si ribellino agli oppressori, presero la parola in pubbliche adunanze e scrissero e firmarono proteste per la stampa e mandarono petizioni al parlamento; e ogni anno i muovi abolizionisti crescono in numero e in convinzione come in America, ove, dopo lotta tremenda che durò trent’anni e ne emerse la gran guerra civile, fu finalmente abolita la schiavitù dei Negri; e così cesserà questa schiavitù delle donne bianche.

E se l’abolizione della prostituzione tardasse, chi persiste nell’infame commercio ne subisca la pena e l’ignominia.

In Italia la stessa crociata ebbe cominciamento, iniziata anche qui dai discepoli del Mazzini, e sancita da uno dei più grandi patriotti e illustri medici della Penisola. Se non che, gli abolizionisti in Inghilterra non si restringono a una semplice agitazione contro le leggi; ma in molte città si stabiliscono Comitati di salvamento (Rescue Committee). Questi Comitati, composti nella maggior parte di donne, procuransi con ogni mezzo possibile aiuti pecuniarii, provvedendo lavoro e asilo per le ragazze pericolanti; e togliendo le cadute all’azione illegale ed arbitraria della Polizia.

E queste lacrimevoli vittime, una volta perdute, e senza speranze di riabilitazione, vengono volontarie ai membri del Comitato per aiuto e protezione.

A Devonport, ove, il sîgnor Marshall e sua moglie apersero un asilo temporaneo, proprio accanto all’Ufficio di Sanità, nel primo anno, oltre le molte donne da loro cercate e salvate, cento novantuna vittime presentaronsi ad esso, varianti in età da’ tredici a’ quarantasei anni.

Leggendo il giornale tenuto da coteste persone, c’è da piangere su certi casi. M. H., di sedici anni, senza mezzi di sussistenza, còlta dall’agente nel momento del suicidio, condotta all’asilo e provveduta.

H. E., di quattordici anni, morente di fame e quasi ignuda.

E. M., di venti anni, dopo passati due giorni nelle strade senza cibo, venne da sè all’asilo.

E. P., risoluta di tòrsi la vita a diciott’anni, piuttosto che farsi prostituta.

E. N., di sedici anni, orfana, sulla strada per quattro notti, senza cibo per ventiquattro ore.

E. A. B., di tredici anni, venne dalla provincia a Londra con altre due compagne. Elleno vendettero i loro abiti; adocchiate dalla Polizia speciale, condotte alla visita; due immantinente registrate come prostitute. All’Ufficio stesso alcune delle anziane, commosse dalla tenera età della A. B., la condussero all’asilo.

E. C., di diciotto anni, orfana, perseguitata dalla Polizia speciale, si presentò all’asilo con queste parole: «Non ho tetto, non ho cibo, non vorrei gettarmi al male, salvatemi.»

A. A. M., figlia d’un avvocato, orfana, morente di fame, disse che la Polizia non le diede pace e non potè stare in nessun sito, la Polizia minacciando le persone che l’alloggiavano. Per dieci giorni e notti ramingò sulle vie. Fu tenuta nell’asilo, finchè ricuperò le forze; ora è istitutrice rispettata e contenta in una famiglia di Cornovaglia. E non sembra questa un’opera degna del cuore della donna? Non procurerebbe alla donna le lodi, onde il Cristo, in cui esse fanno professione di credere, rimeritò il buon Samaritano? E come possono mettersi all’opera, se ricusano di conoscere le cause e gli effetti di così orrenda piaga sociale?

Non mi proposi, nè sarebbe ora il caso, di ripetere le argomentazioni degli abolizionisti e degli antiabolizionisti. Basti dichiarare che io mi schierai sotto la bandiera dei primi: indottavi da considerazioni a priori, confermate da fatti che mi accadde di vedere.

Il right honorable James Stansfeld, dopo aver protestato contro la legge dal punto di vista morale e costituzionale, dimostra l’assoluta inutilità di essa dal punto di vista igienico. In un opuscolo sulla Statistica esposta annualmente dal Governo inglese intorno all’azione di questa legge, si prova la fallacia e il sofisma di tali statistiche: si prova che la diminuzione nelle malattie, e apparentemente nella prostituzione, devesi ad altre cause, non alle leggi, e che essendo le leggi applicate in Inghilterra solamente in sedici distretti, se in essi il numero delle prostitute diminuì, gli è perchè le infelici per isfuggire alle atroci regole se ne andarono altrove.

Dall’altra parte sussiste l’evidenza, che rendendo innocue le conseguenze di un vizio al vizioso si rieccita la tentazione e si moltiplica il numero dei viziosi. Ma se avessi mai titubato su questa materia, prima della mia visita a Napoli, se per avventura diedi troppa importanza alla questione igienica e parvemi più autorevole il voto dei medici di quello dei filantropi, dopo la visita rimasi convinta non solo dell’immoralità di quelle leggi stimolatrici dei vizio, ma altresì della loro inutilità rispetto all’igiene.

Coll’ordine speciale del Ministro dell’Interno sono stata abilitata ad esplorare l’Ufficio Sanitario ed i suoi registri, ad interrogarne i medici e gli iniziali addetti, a visitare il Sifilicomio e le case delle tre categorie, in cui sono relegate queste infelici.

Or la penosa investigazione da una parte, e le visite notturne nei bassi quartieri della città, altrove descritti, m’impressero nell’animo che Napoli offre agio allo studioso di questa desolante materia di verificare uno stato di cose derivato dall’impero della legge, eseguita a puntino; e dall’altra parte, lo spettacolo non meno ributtante delle città marittime d’Inghilterra, posteriormente alla legge sulla prostituzione.

A Napoli vi ha la prostituzione legale, che frutta larga somma al Governo; e finchè governava il Ministero ultimo, non un soldo distraevasi per rendere abitabile un solo asilo a favore di quelle sventurate, le quali si rifiutassero alla mesta e penosa professione o cercassero di uscirne.

Le meretrici registrate sono in piena balìa delle infami tenitrici di postriboli e della Polizia; quelle e questa solamente frenate dal maggiore o minor senso di giustizia dell’Ispettore capo dell’Ufficio Sanitario. Colui che sopraintendeva all’Ufficio durante il mio soggiorno, e mi fu largo di notizie e di lumi, e difatti mi conduceva nelle dolorose gite, era per buona sorte uomo giusto e pietoso, nè mai lagnanza di veruna delle disgraziate giacque negletta; all’incontro, ad ognuna faceva seguito una severa inchiesta.

Quando, per esempio, una di loro esprimeva il desiderio di voler ritirarsi o tornare a’ suoi parenti o ridursi in altro paese, egli non permetteva mai che il suo debito verso la casa ne la impedisse: dimostrando sempre che quelle inumane megere trafficatrici si erano già lucrato il cento per cento sulle loro clienti; ed egli non permetteva mai che la Polizia registrasse per forza una ragazza, la quale potesse in qualsiasi forma provare di possedere mezzi di sussistenza, o anche un protettore.

Ma è giusto e prudente abbandonare così numerosa classe in pieno arbitrio d’un sol uomo?

Della pubblicità e dell’atrocità delle visite è impossibile parlare, nè credo che vi abbia chi dopo di avervi assistito una sola volta sentasi da tanto di sottomettersi ad una seconda prova.

Un solo quesito vorrei porre: dove il vantato beneficio igienico, quando lo stesso speculum serve per sani e per infetti?

Passando al Sifilicomio, nulla c’è a dire intorno alla cura, alla mondizia, alla disciplina; le quali cose, del resto, potrebbero ottenersi avendo sale separate negli ospedali comuni. Ma anche in ciò non si ottiene lo scopo speciale, per cui, al costo di più d’un milione all’anno, si fondarono i Sifilicomii. Vuolsi con essi impedire il contagio: se non che i figli nati di donne, mandato a partorire nei Sifilicomii perchè infette, sono immediatamente spediti all’Orfanotrofio dell’Annunciata, col pericolo d’infettare le balie, le quali allattano sempre due, e talvolta tre bambini. Interrogai molte delle ammalate; trovai generalmente un cinismo che sarebbe ributtante, se non si riflettesse che codeste sventurate sono ridotte al bivio – o cinismo o suicidio.

La risposta di una mi fece impressione. Era una bella contadina di circa venticinque anni. Questa, mi disse uno dei chirurghi, ha subìto una operazione e per miracolo non è morta, eppure ritornò allo stesso mestiere. Ella vòltasi con fiero piglio: «Io che altro posso fare? Non son costretta a prendere il libretto nell’istante, in cui mi licenziate? Non debbo servirmene se voglio? Mi dareste voi lavoro onesto, se anche fossi morente di fame?» Il chirurgo non rispose, nè poteva rispondere.

Sulla scala incontrai fra le nuove venute di quel giorno una bellissima ragazza, che non aveva ombra d’indizio delle cause che avrebbero dovuto condurla in quel luogo. Non dimostrava quattordici anni.

La fermai e le parlai. Mi disse che cominciò a undici anni ad esercitare il mestiere, ch’era malata, e veniva di propria volontà ad esservi curata, non avendo ancora l’età che autorizza la Polizia a spingervela. Io le domandai se fosse orfana, e risposemi di no, soggiungendo che sua madre le fece patire la fame. Domandai da capo se, potendo trovare lavoro non troppo faticoso, avrebbe abbandonato il mestiere. «Vi pare! – rispose: – fra tre mesi avrò il libretto.» Questa risposta mi fece inorridire più di qualunque altra intesa da quelle disgraziate. E ci volevano le ripetute gite nei fondaci, nei bassi e nei sotterranei per non risguardare quella ragazza come un essere anormale; ma ripensando ai covili, ove tutta una famiglia dorme nello stesso letto, e varie famiglie nella stessa stanza, mi persuasi che ella non aveva perso il senso morale, ma che non aveva mai potuto conoscerlo vivendo in un ambiente, ove, come abbiamo detto altrove, la prostituzione è un mestiere come un altro; mestiere unico per non morire d’inedia. Le ragazze, sedotte per la prima volta, ignare tuttavia del male o del bene, si dànno naturalmente a quel commercio, che procura loro cibo e comparativo agio.

Fino a sedici anni la Polizia non può intromettersi, non può registrare una ragazza; sicchè elleno vivono a casa o nelle strade, d’onde le sfrenate oscenità che ad ogni passo s’incontrano. Nè solamente queste fanno spettacolo pubblico di vizio, ma le poverissime, che si vendono per un grano o due, dormono sul lastrico o negli alloggiamenti. Domandai all’Ispettore come mai tale pubblicità sussista in un paese, ove leggi speciali sono in vigore. Mi rispose questi, che ci vorrebbe un reggimento di poliziotti per dare loro la caccia ogni notte, e sarebbe mestieri fabbricare nuove prigioni per rinchiudervele, e che i suoi subalterni facevano quel che potevano.

Le prostitute registrate non superano le tremila; superano il doppio le clandestine. Anche qui l’Ufficio Sanitario non pretermise cura per iscoprirle. L’Ispettore più d’una volta si dolse con certi giovani, richiamando la loro attenzione sulle malattie fisiche, a cui essi espongonsi. Costoro risposero: «Che volete! il libretto ci spoetizza.» Povera poesia! Egli mi disse un giorno: «Spesso, e in passato ancora più d’adesso, giovani del basso popolo innalzavano voti a San Gennaro per ottenere certi favori, cioè la guarigione di una malattia o certi guadagni, per isposare una trovatella o una prostituta.» E ogni volta che ciò accade, e l’Ispettore osservò la condotta di parecchie di tali spose, gli venne provato che esse divengano mogli esemplari, e sono di tale una severità colle proprio figlie quale non si riscontra in altre madri del basso ceto. Il Regolamento esercita un’altra pessima influenza sulle povere. Alludo a povere, operaie oneste, e non lazzarone, le quali guadagnano a stento la vita, lavorando quanto le contadine della Venezia e della Lombardia.

Andai un giorno in un vicolo abitato da esse per verificare il motivo che allontanava i ragazzi e le ragazze dalle scuole elementari. Mi fu posta sotto gli occhi l’impossibilità di vestirli e di calzarli, e mi si narrarono le difficoltà e le spese occorrenti per ottenere dal Municipio le fedi di nascita necessarie. Non si può nemmeno varcare la soglia della porta municipale senza mancia al bidello.

Il vicolo sboccava proprio in Toledo, e durante il colloquio passava una carrozza di prostitute che andavano alla visita. «Quelle sì, – dissero le mie interlocutrici, – sono le beniamine del Governo, hanno case, vesti, carrozza, ospedale per riceverle malate. E se di prima classe, i medici le visitano fino in casa. E con esse i nostri mariti sciupano la nostra sostanza, ed esse ce ne alienano i cuori. Dobbiamo provvedere noi e sopperire a ogni cosa per i figli, fin che piccoli. E quelle signore ci seducono anche i maschi quando adulti. E il loro lusso e il loro ozio sono spettacolo micidiale alle nostre figliole. E le padrone di quelle case adoperano ogni arte per indurle a imitarne l’esempio.»

Che rispondere a tali lamenti?

Come spiegare la distinzione fra il tollerare, il sancire, il premiare e promuovere il vizio?

Insomma al Regolamento delle prostitute non viene e non può venir fatto, neppure con spionaggio alla francese, di arrestare e confinare una terza parte di costoro. E quand’anche potesse, troveremmo il Regolamento ugualmente immorale e fautore d’immoralità.

Ma non potendo, l’infausto Regolamento si chiarisce inetto al fino prefisso. Non rimane pertanto via di mezzo. È necessaria la sua abolizione immediata, e contemporaneamente bisogna trar partito di tutti i mezzi del Governo, delle Istituzioni di carità e degl’individui benevoli, per rimuovere le cause che conducono le donne al mal passo, e per punire i viziosi e i manutengoli che ve le spingono.

Riordinato il sistema generale del pauperismo in Italia, questa famiglia d’infelici rinverrà naturalmente il proprio posto nella categoria, a cui lo Stato deve pensare e provvedere, senza che una legge particolare la contempli.

CAPITOLO QUARTO.

Condizione speciale di Napoli.

Quanto torna facile scoprire e rivelare i mali esistenti in una società, altrettanto parmi difficile suggerire i rimedii specifici, e più difficile in Napoli che altrove.

Pochi Italiani, e forse nessuno straniero non residente in questa bella e singolare città, conoscono la coesistenza di due genti affatto distinte, quanto l’inglese e l’irlandese, e oserei affermare la nera e la bianca.

Si assevera che le distinzioni fra Lazzaroni e Galantuomini appartengono al passato, che la parola lazzarone rimonta al tempo dei Vicerè spagnoli, e indicava in quel tempo la gente soggetta, la quale sotto quell’infamissimo governo, e sotto il feudalismo, discese ad uno stato di miseria indescrivibile; e da ultimo che questa gente, in battaglia perpetua coi dominatori o galantuomini, non esiste più e si confuse con essi.

Noi invece ci accertammo che essa persevera tuttora di fatto e perfettamente individuata. In altre parti d’Italia il Comune ha assimilato le classi sociali, ma in Napoli il sentimento del Comune non mise mai radice nel popolo. I Vicerè ed i Borboni per regnare si appoggiavano ora ai galantuomini, ora ai lazzaroni, e imperarono dividendo. La sollevazione di Masaniello ebbe nemici i nobili. La congiura del Macchia (nobile) non fu secondata dai lazzaroni, benchè invitati e bramosi di vendicarsi degli Spagnuoli, assassini del loro Masaniello, tuttavia oggetto di culto fra loro: lo Championnet fu combattuto dai lazzaroni, e le orde del cardinal Ruffo componevansi di lazzaroni.

Il solo Garibaldi riuscì a produrre una momentanea fusione, ma anch’egli fu avvertito che, se non assistesse al miracolo di San Gennaro, avrebbe tutti i popolani contro. E da quel momento gli odii, l’intensa inimicizia, l’assoluta incompatibilità delle due genti scemarono al punto da sottrarsi all’occhio che si appaghi di contemplare la superficie della società.

Ma chi guarda più addentro, scorge che ancora oggidì differenze fisiologiche, differenze di gusto nel cibo, nel vestire, dividono le due genti.

Pochi popolani vivono nei quartieri alti, ma quei pochi non pèrdono la loro specialità. Il popolano agiato mangia la stessa qualità di cibo del povero; maccheroni, pesce, legumi crudi, e abbiamo avuto occasione nell’Asilo infantile di Sant’Aniello di osservare l’immensa difficoltà di assuefare i piccirilli al cibo dei galantuomini: minestra di riso, pasta al brodo, zuppe di legumi, ec. – Se andiamo fra gli operai, ci si affacciano subito due classi: gli artigiani e i lazzaroni. Non accade mai che un galantuomo si faccia tagliare i capelli da un popolano, nè viceversa questo da quello: al barbiere del primo paghi mezza lira, e del secondo venti o venticinque centesimi. Non troverete un lazzarone tra le fonderie di ferro, non uno all’arsenale; pochissimi falegnami, muratori, calderari, sartori; nessuno commesso di commercio, d’orefice, nessun giovine di bottega, toltane la bottega di commestibili.

I principali mestieri del popolano sono: cappellaio, saponaio, maruzzaro (venditore di lumache), pizzaiuolo, venditore di fiammiferi, acquaiuolo, carnecottaro (venditore di carni cotte), fruttivendolo, venditore di commestibili per il proprio quartiere, venditore di lupini, di pine, cantiniere, carbonaro, tintore, ciabattino, che di rado si eleva al grado di calzolaio; fabbricatore di cannelli da pipa e di mattoni; venditore di roba vecchia, materassaio, pescatore, cocchiere, facchino. Esclusi gli spazzatori di strada, nessuno fa parte delle guardie e degl’impiegati municipali.

La differenza fra queste classi mi si rendeva sensibile ogni di più, nel continuare le mie ricerche nel sottosuolo. E domandando spiegazioni a due intelligentissime persone che per modestia non vogliono esser nominate, riseppi molti di questi particolari, senza dubbio esattissimi.

Ora quei mestieri, molti dei quali equivoci, richiedono poco studio, poca intelligenza, poca attività, se non della gola per urlare lungo le strade, – a guisa di fedecommesso trasmettonsi fedelmente dalle une alle altre generazioni.

E quando manca il lavoro, i lazzaroni non si dànno per perduti: un fazzoletto o una catenella scippata, qualche frutto, sottratto alla vigilanza del contadino che conduce al mercato il suo asino, qualche soldo guadagnato portando fagotti alla Stazione, qualche elemosina avuta dai guaglioni, basta per campare la vita senza cura del domani, ed allegramente. Se non si ha casa propria, ci sono le locande di 1a, 2a e 3a categoria; e se non si posseggono i due soldi per il letto, vi sono i portici e il lastrico. Spensierati e senza l’idea elementare dell’onestà, quando trovano lavoro lavorano molto e sono mal pagati. I soli facchini della Dogana e della Stazione hanno una tariffa fissa: i galantuomini non pagano ai cocchieri lazzaroni più di mezza lira la corsa, mentre il forestiere paga settanta centesimi, secondo la tariffa; i fabbricanti di pipe debbono dare pipe compìte quattro per un soldo; i facchini che sbarcano il carbone guadagnano da settanta a settantacinque centesimi al giorno; e ne guadagnano settantacinque quegl’infelici costretti, come una volta i condannati in Inghilterra, di girare tutto il giorno la macchina medioevale per torcere e ammatassare il cotone. Difficilmente troverete un lazzarone che sappia leggere e scrivere. Ed abbastanza strane sono le sue nozioni di moralità.

Sarebbe calunniare Napoli segnalandola con giudizio sommario più immorale delle altre grandi città; ma quando scendiamo fra i popolani nei quartieri bassi, non si esagera affermando totalmente ignota la nozione del bene e del male.

In amore il lazzarone è gelosissimo, e sfregia col rasoio la donna infedele alla sua promessa; sfregia pur quella, con la quale i genitori impediscono il matrimonio, anche se questa rifiuti altro sposo. E la donna va orgogliosa della cicatrice: segno che fu amata!

Ma per i lazzaroni la terribile piaga della prostituzione non riveste quel carattere vergognoso, che in altre parti del mondo, e anche nel mondo dei galantuomini di Napoli stessa, segrega le prostitute dal resto della convivenza cittadina, e le costringe a menar vita e dà loro costume e abitudini e gusto a parte.

La prostituzione nelle infime classi è un mestiere come un altro; non ha nulla di particolare; permette perfino di essere buona madre di famiglia.

Di giorno le prostitute vivono come tutte le altre donne: lavorano un po’, ciarlano, hanno famiglia, hanno figli, e non sono punto sfuggite dalle non prostitute. Il mestiere notturno è in coscienza loro onesto, quanto onesto il furto.

E come possedere idee di moralità? Vivono nelle stesse camere varie famiglie: dormono nello stesso letto padre, madre, fratelli, sorelle. Al teatro anatomico, ove si sezionano i cadaveri dei poveri che non pagarono il mortorio, fra le ragazze dai dodici anni in su non si notò nessuna vergine.

Questo stato di cose, il fatto che nessun galantuomo sposerebbe e nemmeno sedurrebbe una lazzarona (fatto non verificatosi nemmeno fra schiavi e bianchi in America, ove invece il solo nome del bianco negavasi alla negra e alla creola),spiega la deteriorazione della stirpe. Chi non passeggia che per Toledo e per Chiaia, esclama: «Che superba stirpe questi Napolitani, siano essi poveri o ricchi, operai o signori!» Ma ove si scenda nei quartieri bassi, avvertonsi subito il colore linfatico, le glandule enfiate, cicatrici di piaghe, nasi rosicchiati: i quali segni indicano che il temperamento linfatico traligna in iscrofoloso.

V’è differenza persino nella struttura ossea. Mi fu fatto osservare, e realmente osservai, che gli uomini dei quartieri bassi hanno le gambe storte in dentro; mentre quelli dei quartieri alti sono diritti e ben piantati. E nelle donne, mentre quelle dell’alto sono sempre snelle e ben formate, hanno la vita proporzionata, il petto ampio; quelle dei quartieri bassi sono goffe, con spalle curve, petto angusto, collo incassato.

Mi servo delle parole quartieri alti e bassi come generalità. – Per verità alcuni lazzaroni vivono nei quartieri alti, specialmente a Montecavallo e San Giuseppe, e diversi mercanti galantuomini tengono botteghe e vivono nei quartieri inferiori, specialmente nelle località chiamate dei Mercanti, dei Lanzieri, degli Orefici, della Giudeca e dei Materazzari; e molti poveri dei galantuomini, a causa delle pigioni e con immensa ripugnanza, abitano anche le strade più brutte dei quartieri bassi, ma non per ciò le due classi si mischiano o si confondono; e nell’abisso che le separa, nessuno finora ha tentato di gettare un ponte.

I precedenti Municipii non pensarono, o ci pensarono poco, a migliorare la condizione dei poveri in genere; e il poco operato si ristrinse a favore dei poveri o degli operai della classe dei galantuomini, che somiglia a tutti gli altri operai d’Italia. E codesti operai guadagnano discretamente, vivono civilmente e non mancano alla propria dignità e ai proprii doveri: e frequentando le scuole e costituendosi in associazioni, si vengono progressivamente illuminando nei proprii diritti.

Nei miglioramenti, onde i Municipii antecedenti bonificarono la città, non vi compresero che la Via del Duomo, la quale traversa i quartieri superiori, Foria, la Marina, il Corso Vittorio, i nuovi quartieri del Museo, di Mergellina, il nuovo Rione Principe Amedeo. Furono all’opposto trascurati tutti i quartieri infelici degl’infelicissimi.

Anche le case economiche, promosse da Marino Turchi, si costrussero nella parte più ridente di Capodimonte, e non sono economiche, nè potrebbero essere pagate dai popolani. Le cucine economiche avviate dalla egregia signora Ravaschieri ebbero buon esito, credo, a Montecavallo e a Chiaia, quartieri nobili non però al Pendino e alla Vicaria, perchè nella scelta dei cibi non si tenne conto del gusto della bassa gente. Tutto dunque rimane a fare, nè si tornerà, speriamo, all’eterna disputa, se si debba risolvere prima la questione dell’istruzione o quella del miglioramento materiale dacchè l’una deve procedere di pari passo coll’altra, se si vogliono evitare convulsioni morali paragonabili a quelle del Vesuvio.

«Che volete, – domanda il Villari, – che faccia dell’alfabeto colui, a cui manca l’aria e la luce, che vive nell’umido e nel fetore, che deve tenere la moglie, e le figlie nella pubblica strada tutto il giorno? Non otterrete mai nulla.

»E se un giorno vi riuscisse d’insegnare a leggere ed a scrivere a quelle moltitudini, lasciandole nella condizione in cui si trovano, voi apparecchiereste una delle più tremende rivoluzioni sociali.

»Non è possibile che comprendendo il loro stato restino tranquille.»

Verissimo.

Dall’altra parte, se per una malintesa filantropia si facessero un giorno, come in Inghilterra, grandi sforzi per migliorare le condizioni fisiche, stabilendo per legge che atti o inetti al lavoro abbian diritto ad essere mantenuti dallo Stato, aprendo Case di ricovero senza scuole, Case di lavoro senza insegnamento industriale, l’Italia ben presto avrebbe, come l’Inghilterra ebbe, un dì, una classe di grassi, oziosi e viziosi pitocchi, che si moltiplicano come i conigli e divorano la sostanza dei laboriosi e di chi sdegna stendere la mano per l’elemosina.

Trovare il modo di costruire le due strade, parallele per un po’ di tempo, e gradualmente convergenti al punto obbiettivo di un popolo consapevole dei diritti e dei doveri proprii, that is the question, sulla quale il Governo riparatore e i Municipii progressisti, e ogni individuo che vuol essere tenuto buon cittadino, debbono darsi la mano per rinvenire la risposta fruttuosa.

E in quanto a Napoli, il primo passo è di trovare il modo di fare scomparire il fenomeno delle due caste.

PARTE SECONDA.

LA RICCHEZZA DEI POVERI.

CAPITOLO PRIMO.

Introduzione.

Come venivo visitando il popolo stesso nelle sue tane, mi fu dato di esaminare alcuni degl’Istituti di Napoli, ricchissimi e numerosi.

Leggendo il capitolo sulle Opere pie, nell’Italia Economica del 1873, fecemi profonda impressione la seguente statistica. Esistono in tutta la Penisola 20,123 di queste istituzioni. Il patrimonio di tutte insieme somma a lire 1,190,932,603, e la rendita complessiva a lire 84,585,240.

Il dottor Pietro Castiglioni, l’autore di quel capitolo, dimostrando l’origine e l’importanza della statistica, così a suon di trombetta, loda la legge del 1862 promulgata dal Parlamento dell’Italia unita.

Una legislazione nuova, inspirata ai principii della libertà, e forse precorritrice di tempi, in cui ne saranno più maturi i frutti, per quel lavorio progressivo di assimilazione che ne fa penetrare il succo vivificatore nel corpo sociale, fu introdotta in Italia con la Legge 3 agosto 1862 sull’amministrazione delle Opere pie, e col Regolamento per l’esecuzione della medesima, del 27 novembre 1862. Destinata ad effettuare il massimo snodamento, questa legislazione subentrò d’un tratto, nelle diverse regioni italiane, a un sistema di tutela governativa, che vincolava le locali Amministrazioni, e qualche volta impacciava il conseguimento dello scopo delle pie istituzioni; mentre non aveva saputo impedire il dissesto finanziario e il decadimento di non poche di esse, anco tra le più importanti.

La legge del 1862, mirabilmente parca ed efficacemente succosa, abbraccia tutti gl’Istituti di carità e di beneficenza, e gli enti morali destinati al soccorso delle classi meno agiate, ancorchè vi sia immischiato uno scopo ecclesiastico, o il suo reggimento sia affidato a persone ecclesiastiche sì regolari come secolari, obbligando queste a tenere l’amministrazione distinta, separati i redditi e il patrimonio.

Il legislatore esclude soltanto i Comitati di soccorso e le altre istituzioni mantenute per temporanee obbligazioni di privati, e la fondazione di amministrazioni, meramente private, a favore di una o più famiglie determinate e specificatamente indicate dal fondatore; perocchè le prime stanno sotto l’egida del diritto costituzionale di associazione, le altre sotto quella del diritto individuale e domestico.

Rispetta le tavole di fondazione, gli speciali regolamenti e le antiche consuetudini circa lo scopo e l’amministrazione delle singole Opere pie; ma, cessando tale amministrazione statutaria o regolamentare, vi provvede col Decreto reale, udito il voto della Deputazione provinciale. E quando venisse a mancar il fine di un’Opera pia, o al suo fine più non corrispondessero gli statuti, o l’amministrazione e la direzione di essa, stabilisce che il fine possa mutarsi, e gli statuti e le amministrazioni o direzioni riformarsi, discostandosi il meno possibile dalle intenzioni dei fondatori, e lasciandone la iniziativa e proposta ai Consigli comunali o provinciali, sulla quale decide il Decreto reale, previo l’avviso della Deputazione provinciale e il voto favorevole del Consiglio di Stato.

Aveva io dunque ragione di credere che in sedici anni lo spirito di questa legge tanto lodata avrebbe informato il corpo delle Opere pie.

Nel libro intitolato: Studio di Sociologia, che contiene i più profondi pensieri della mente inglese intorno alla questione sociale, Herbert Spencer dimostra le numerose e straordinarie difficoltà che circondano questo studio. – In primo luogo la storia ci fornisce pochi dati. – È per lo più una serie di biografie, una narrazione di battaglie; poco o nulla vi s’insegna, se non incidentalmente, della graduale trasformazione della società, che ha prodotto un Aristotile o uno Shakespeare, un Alessandro o un Napoleone.

La scienza sociale presenta una selva di difficoltà, che egli divide in subbiettive e in obbiettive; e fra le obbiettive ne addita una principalissima, quella derivata dalla distribuzione dei fatti nel tempo. – Leggesi un paragrafo su quest’argomento così adatto alla materia, di cui si discorre, intorno alle riforme amministrative, alle quali mirano oggi il Governo riparatore e i Municipii liberali, che crediamo fare cosa utile riproducendolo:

«Coloro, i quali considerano la società o creata da forze sovrannaturali, – o creata da un atto di Parlamento; – che per conseguenza considerano le fasi successive della sua esistenza indipendenti le une dalle altre, – continueranno a dedurre conseguenze politiche da fatti transitorii, senza tener nota della pigra genesi del fenomeno sociale; – ma quanti si persuasero che la struttura, le funzioni, il crescere delle società sono tante evoluzioni, staranno lungo tempo a contemplare il continuo e lento sviluppo, attraverso al quale cause remote producono tardi risultati.

»È difficile di apprezzare al loro giusto valore i fatti successivi della vita di un individuo, – perchè non possiamo afferrare i processi graduali che hanno condotto agli ultimi effetti. – La madre debole, cedendo al figlio perverso, guadagna il beneficio immediato della pace, e non prevede il male di dissensioni croniche che questa debolezza produrrà nell’avvenire.

»E nella vita di una nazione, che, se di tipo elevato, continua per almeno cento generazioni individuate, la giusta valutazione torna ancora più difficile, essendo osteggiata dall’immensa durata delle azioni, per mezzo delle quali le antecedenti conducono alle conseguenti. Giudicando del bene e del male politico, il legislatore volgare pensa presso a poco come la madre intorno al figlio perverso. Se un dato modo di trattarlo produce un beneficio immediato, quel beneficio è ritenuto giustificazione sufficiente. Recentemente si è fatta un’inchiesta intorno ai risultati di un’amministrazione, che ha durato solo cinque anni, col tacito consenso che, se i risultati immediati venivano provati buoni, l’amministrazione sarebbe giustificata.(1)

»Eppure quelli che studiano i ricordi del passato, non per divorare le narrazioni di battaglie, nè per deliziarsi negli scandali delle Corti, ma per iscoprire come sono nate leggi e istituzioni, come si sono elaborate, quali effetti hanno prodotto, si convincono non sussistere verità più lampante di questa, che generazioni e generazioni si succedono e scompaiono, prima che si possano tracciare le conseguenze di un’azione.

»Prendiamo l’esempio fornito dalle nostre leggi sui poveri, Poor Laws. Quando il villeinage scomparve e i servi non furono più mantenuti dai loro padroni, quando i feudatarii nè comandavano nè curavano i vassalli, – si formò una classe di mendicanti, di robusti mascalzoni, la quale preferiva il rubare al lavorare, come dice lo Shakespeare, e nel tempo di Riccardo II diedesi autorità ai giudici e ai magistrati su questi turbatori della pace pubblica, ed essi obbligarono servi, lavoranti e mendicanti a star fermi nelle loro località rispettive, e gli abitanti di dette località furono resi responsabili pei mendicanti, che erano veramente inabili al lavoro, e così s’è riprodotta in forma generale l’idea feudale dell’uomo legato al suolo, – al suolo che deve dargli sussistenza. – Ora i fautori di quelle leggi e provvedimenti non sognarono punto di avere gettato le basi di un’immoralità, la quale minaccia rovina generale.

»E quando nei secoli successivi la mendicità cresceva e le pene non valevano a reprimerla, gli stessi provvedimenti, riconfermati con certe modificazioni, obbligarono gli abitanti di ogni parrocchia a mantenere i proprii poveri, promulgando leggi severissime contro il vagabondaggio, che si puniva con la morte senza il conforto della religione, nessuno mai prevedeva che gli elementi penali di questa legislazione sarebbero trascurati in modo da non impedire punto l’ozio, mentre gli altri elementi assumerebbero tali proporzioni da incoraggiarlo e premiarlo. Nè legislatori nè altri prevedevano che la tassa per i poveri accresciuta a 175 milioni diverrebbe preda pubblica.

»Gl’ignoranti la credettero un fondo inesauribile, che loro apparteneva. – Per ottenerne una parte, l’ozio brutale minacciava gli amministratori; i viziosi presentavano i loro bastardi; i semplici infingardi incrociavano le braccia e l’aspettavano; ragazzi e ragazze stupide si maritavano calcolando di viverci sopra; ladri, contrabbandieri, meretrici, intimidivano ed estorcevano; i giudici la spandevano per rendersi popolari, i dispensatori per non essere seccati.

»I buoni furono vinti dai cattivi. L’operaio che pagava le tasse, dopo vana lotta stendeva la mano per essere soccorso. La ragazza modesta moriva di fame, mentre la sfacciata vicina riceveva di pieno diritto due franchi ogni settimana per ogni figlio illegittimo.

»Come conseguenza della legge di Elisabetta, nessuno immaginava che gli affittuali (fermiers), i quali nei Distretti rurali amministravano il fondo dei poveri, pagherebbero il salario ad una parte dei contadini che lavoravano i campi loro, prelevandolo da questo fondo, accrescendo così le tasse degli altri cittadini, e che queste relazioni anormali fra contadino e proprietario porterebbero seco la cattiva coltivazione della terra. Nessuno immaginava che per evitare le tasse dei poveri i possidenti cessassero di costruire case per i contadini,(2) anzi demolissero quelle esistenti, provocando così l’agglomeramento della popolazione e i danni conseguenti fisici e morali.

»Nessuno immaginava che le così dette Case di lavoro diverrebbero case d’ozio, luoghi ove le coppie maritate si divertono a sfogare le loro affinità elettive.(3)

»Eppure questi e assai altri danni che richiederebbero pagine ad essere enumerati, danni che arrivano al colmo con quello maggiore di tutti, di aiutare gli oziosi indegni a moltiplicarsi, a spese degli onesti e laboriosi, sono i risultati dei provvedimenti presi secoli fa per mitigare certi mali in modo immediato.»

Ora ci sembra che tutti coloro, i quali pensano seriamente ai problemi sociali, ammetteranno la giustizia di queste riflessioni e l’utilità della loro applicazione, e dacchè tutto il mondo è paese, ciò che è vero per l’Inghilterra è vero anche per Napoli; e volendo riformare efficacemente i mali sociali, bisogna studiarne l’origine nella storia, confrontare e correggere i fatti l’uno coll’altro.

L’azione delle leggi dei poveri in Inghilterra per incoraggiare l’ozio, il pauperismo, l’improvvida moltiplicazione della specie, corrisponde in Italia e in Napoli, – in primo grado in Napoli, – all’azione delle Opere pie. E qui e là ci sono poveri inabili al lavoro, e qui e là ci sono istituzioni e fondi per sopperire ai veri bisogni; ma i poveri rimangono senza soccorso, e i fondi sono consumati dagli oziosi, dai viziosi e dai loro manutengoli.

Noi non abbiamo una predilezione esagerata per la statistica speciale, per la statistica comparata, e per le conclusioni che se ne vogliono dedurre, oggi che la statistica è in gran moda, perchè troppo spesso, volendo provare una data serie di fatti, si prende una sola serie statistica senza modificarla con altre serie, le quali contribuirono a produrre quelle conseguenze, che si vogliono attribuire a una sola e data causa.

Ma vi ha certe statistiche così semplici, certe cifre così eloquenti, che bisogna almeno tenerne conto, proponendosi di conoscere le condizioni di un paese. Apriamo, per esempio, il capitolo delle Opere pie, e troviamo che nei cinque compartimenti riuniti delle Provincie napoletane gli abitanti sommavano a 6,787,289, e il numero delle Opere pie era di 8418, con un patrimonio totale di 200,940,434 franchi.

Un patrimonio di dugento milioni, ben amministrato, deve in verità bastare a soccorrere gl’infermi e gl’inabili al lavoro, e ad allevare, educare, istruire le nuove generazioni a guadagnarsi la vita e a conservarla sana e robusta, in modo che nella giovinezza e nella virilità si possa mettere da parte quanto basta per sostenere con decoro la vecchiaia.

E veramente per toccare questo scopo si ha da ritornare alla tanto calunniata età pagana, all’epoca grecoromana, quando le opere di pubblica beneficenza, nelle Provincie napoletane, erano Collegi e Corporazioni d’arti e mestieri, che i frati e le monache convertirono in Congregazioni, Confraternite e Diaconìe, trasformando allo stesso tempo i lavoranti in mendicanti, gl’indipendenti in dipendenti.

Restringendoci pertanto alla sola città di Napoli, troviamo 349 Opere pie, con una rendita annuale di lire 7,154,859.

Alcune delle quali meritano veramente la pena di essere visitate dai sotterranei al tetto; e in primo ordine sta il maestoso Albergo dei Poveri.

Ci sono istituzioni per tenere i fanciulli poveri d’ambo i sessi dai due ai sette anni, per dar loro gratuitamente l’educazione fisica ed intellettuale, per nutrirli durante il giorno, dovendo essi la sera rientrare nelle rispettive famiglie; per curare donne inferme a cagione di mali acuti; per educare fanciulle di natali civili e di scarsa fortuna, ed accogliere donne nubili e bisognose, di civil condizione, atte al servizio dello Spedale, della Casa di educazione e del Conservatorio; per ospitare, vestire ed alimentare vecchi maschi napolitani, poveri, ed inabili al lavoro, dell’età dai 50 ai 70 anni, per accogliere, educare ed istruire sino a 25 anni fanciulle e giovinette oneste e povere dell’età dai sette ai 15 anni, e avviarlo ad un’arte o mestiere; per mantenere ulteriormente donzelle, che essendo giunte al 25° anno non abbiano trovato collocamento, purchè orfane; per ricevere e curare gratuitamente i poveri della città di Napoli, ovvero che in essa si trovino, affetti da malattie acute e, permettendolo i mezzi, per dar ricetto anche a donne affette da malattie acute, ed allogare, in caso di malattie contagiose o epidemiche, gl’infermi colpiti da tali morbi nella Casa alla Pacella; per ammettervi gratuitamente i preti poveri ed infermi cronici, appartenenti al Clero di Napoli; per mantenere, educare ed istruire le fanciulle cieche e povere.

C’erano poi 11 istituti per ricoverare, nutrire ed educare donne pericolanti e donne traviate, pentite della mala vita; per accogliere, educare ed istruire donzelle napoletane, che abbiano perduto il fiore della verginità, e le orfane donzelle in pericolo di perderlo.

Veramente, dissi fra me e me, tutti questi vecchi cattolici, non bastando loro l’animo di obbedire alle dottrine di Gesù Cristo in vita, vollero fare ammenda col testamento, dando quello che non poterono portar seco nella tomba, ai poveri e infelici.

Senza qui sofisticare intorno a ogni dono o lascito, che formò nei tempi passati ciò che oggi si chiama il Patrimonio delle Opere pie, non si può contrastarci l’affermazione che quel patrimonio appartiene ai diseredati, che costituisce la ricchezza dei poveri.

La narrazione che diamo nei capitoli seguenti del modo, onde amministrasi questo patrimonio in Napoli, del come e a chi si distribuisce questa ricchezza, è veridica, benchè incompiuta. Veridica, perchè ogni fatto è stato riscontrato, ogni resoconto verificato coi nostri proprii occhi, e stampato sul giornale più divulgato di Napoli, e questi fatti e queste statistiche non patirono la più lieve smentita, nè tampoco soggiacquero a un solo contrasto.

È incompiuta, perchè delle 333 istituzioni ho potuto visitarne pochissime; ma tutte le persone, alle quali chiesi informazioni, e tutti i libri stampati sulle Opere pie, con parola concorde attestano che dissi meno del vero e che sussistono cose peggiori da vedere, e rivelazioni più gravi da fare, di quelle contenute in queste nostre pagine.

CAPITOLO SECONDO.

Il Reale Albergo dei Poveri.

Abbiamo visitato questo Stabilimento, varie volte, e possiamo ringraziare tutti gli ufficiali e amministratori per la cortesia, mercè la quale col mostrarci tutto, col rispondere ai nostri quesiti, col fornirci i documenti necessarii, ci misero in grado di giudicare dei suoi pregi e dei suoi difetti, come istituzione di beneficenza.

Carlo III l’ha fondato col proponimento di riparare a «quei disordini che derivavano da tanti poveri che inondano la popolatissima città.» – Il Decreto riconosce il diritto dei vecchi, dei ciechi, degli storpi e degl’inabili alla fatica, ad essere soccorsi; ma nota che la maggior parte dei mendici, vagabondi e robusti si determina a professare la mendicità per menare espressamente vita oziosa e libertina, e che pupilli e orfani vanno assuefacendosi al mestiere di limosinare senza apprendere arte alcuna, e divengono facinorosi e perniciosissimi allo Stato.

Fu dunque fondato l’Albergo per accogliere e mantenere i veramente miseri, ed insegnare ai sani arte o mestiere. – Durante il dominio francese amministravalo una Giunta nominata dal re Giuseppe; e l’arricchirono molti beni di monasteri soppressi. – Al tempo della Restaurazione, si commise l’errore capitale di unire all’Albergo dei Poveri, sotto la diretta e immediata dipendenza dello stesso, altri otto stabilimenti, ciascuno colla propria dote, con un unico bilancio.

È però indubitabile che per molti anni l’Istituto rispondeva allo scopo della sua fondazione.

Nel 1835 l’Albergo e gli Stabilimenti riuniti accoglievano 6310 poveri, ben nutriti con 16 once di pane, due buone pietanze e vino ogni giorno, e con carne due volte la settimana.

La rendita di allora sommava a lire 1,062,139. C’erano poi scuola di leggere e scrivere, scuola di lingua italiana, scuola normale, frequentate da 700 giovani; scuola degli elementi di matematica, con sessanta allievi; scuola di musica, di figura e di ornato, e la famosa scuola dei Sordo-muti.

Più, una stamperia con sei torchi, litografia, officina dei punzoni d’acciaio, detti matrici, e dei caratteri a stampa, ove più di cento individui lavoravano. Una fabbrica di spilli con cento operai, che fabbricavano per dodicimila lire di spilli all’anno. Una fabbrica di piccoli chiodi, detti punte di Parigi, fabbrica di sete, fabbrica di piastre da fucile, fabbrica di lime e raspe. Aggiungivi piccoli lavori di bronzo e di pietre del Vesuvio. La fabbrica di vetro e di cristallo colorato andò molto rinomata; così il lanificio, ove lavoravano 120 poveri, e la manifattura di tele, che occupava cento uomini e cinquanta donne, provvedevano di panni l’Ospizio e il restante vendevasi.

Le scuole poi di sarto con 140 operai, di calzolaio con altrettanti, di fabbro con 120, di muratore con 40, di falegname e tornitore con 50, fiorivano.

Dalla parte delle donne poi c’erano scuole di cucire e di musica vocale, fabbriche di tessuti di cotone, di cappelli tessuti, di ricami d’ogni sorta.

Epoca splendidissima dell’Istituto. Ogni povero capace di lavorare apprendeva un’arte o mestiere; chi non poteva lavorare era mantenuto con decoro.

D’allora in poi troviamo un fatto singolare. – Le rendite crescono, i poveri mantenuti scemano, il trattamento peggiora sempre. Le scuole a poco a poco vengono sopprimendosi.

Poveri. Spesa.

1862………….. 4,518 994,927

1870………….. 3,024 1,452,407

1871………….. 2,700 1,719,399

1872………….. 2,700 1,483,912

Negli ultimi anni abbiamo un disavanzo ora di 260;000, ora di 220,000 lire, malgrado della notevole diminuzione dei mantenuti e la vendita di molti beni immobili.

Esaminiamo lo stato presente dell’Istituto:

La rendita totale è di……………….L. 1;235,786

Detratte tasse e tributi……………..» 89,106

Rimangono………….L.1,146.680

Gli ospiti dell’Albergo e degl’istituti annessi il 28 aprile 1876 ascendono a 2545. Di questi ne sono mantenuti a carico delle Provincie, dei congiunti, o di pubbliche Autorità, o del Comitato di beneficenza napoletana, 558: restano dunque 1987.

Diciamo mille novecento e ottanta sette individui, mantenuti con un milione cento e quaranta sei mila seicento ottanta lire, nette da tasse e da tributi.

E ignoriamo il debito odierno, oltre il deficit.

Vediamo ora il trattamento dei gratuiti e dei paganti.

Il vino prescritto dall’antica tariffa è abolito.

Due volte la settimana un chilogrammo di carne vaccina spartesi fra nove persone, cioè 107 grammi ciascuna; nella domenica a desinare si dànno 121 grammi di maccheroni e 74 grammi di semola la sera, con una porzione di frutta.

Il giovedì, carne la mattina. Gli altri giorni, 421 grammi di maccheroni la mattina, 51 grammi di semola la sera.

Il pane di ogni giorno 535 grammi per gli uomini, 428 per le donne.

S’immagini l’appetito ne’ giorni senza carne, e sono cinque sopra sette.

Il pane, del tutto insufficiente, diviso in tre parti: la mattina ⅓ con sola acqua; a mezzogiorno ⅓ con sola minestra, e la sera colla semola o una meschina porzione di frutta; un boccone ogni volta.

Queste razioni basterebbero appena per i ragazzi di tenera età. In quanto alle donne, all’insufficiente nutrimento si aggiunge la vita sedentaria variata dallo star lungo tempo ginocchioni e non mai da passeggiate o esercizii ginnastici. Il colore terreo e la carne floscia di tutte senza eccezione chiama l’attenzione del meno veggente visitatore sulle violate leggi elementari dell’igiene.

Il trattamento degl’infermi è discreto. Un chilogrammo di carne per nove persone ogni giorno, e minestra di maccheroni, pasta minuta, semola o riso mattina e sera; e nell’Ospedale di Loreto la razione di carne è di grammi 134. Per gli ammalati gravemente si eseguiscono le prescrizioni mediche.

Sufficiente e di buona qualità il trattamento dei Sordo-muti.

In quanto alla mondizia lo Stabilimento lascia molto a desiderare; i dormitorii, segnatamente dei ragazzi, sono sporchi sotto i letti e malsani. È molto se ogni ragazzo ha un lenzuolo; nè vogliamo domandare quante volte all’anno le lenzuola si mutano. I letti quasi si toccano; le latrine sono schifose, e a pian terreno; e sale tal puzzo da indurre nella supposizione che il sottosuolo sia una vasta cloaca.

Nella mia prima visita allo Stabilimento rimasi attonita nel vedere pochissimi ragazzi, e mi fa detto che nella maggior parte erano a casa a cagione delle feste di Pasqua. Eppure io sapeva che, eccettuati i posti a pagamento, nessuno non assolutamente miserabile deve essere ammesso nello Stabilimento. E qui invece più che la metà della famiglia erasene ita a casa propria. Visitai allora le camere delle scuole vuote, e trovai umidità e cattivo odore pertutto, eccettuati il refettorio, la chiesa, il teatro.

Passai allora alla parte femminile, e quivi la polizia era veramente lodevole; ma i dormitorii affollati, le stanze umide, i lunghi corridoi senza ventilazione di sorta, rendono triste il soggiorno delle povere prigioniere. Le femmine essendo totalmente in balìa delle Suore e delle Figlie di Carità, che buscansi uno stipendio annuo di lire 12,705 e sono in numero di 24, si capisce che gran parte del tempo va speso in orazioni, messa, vespri ed altri esercizii spirituali; l’istruzione – quella delle Sordo-mute eccettuata – incompiutissima, ma i lavori femminili perfezionati. Le camere pulite, la tavola servita, la cucina fatta dalle ragazze a turno sotto la vigilanza delle Suore. Le donne mature lavorano guanti e calze, le ragazze ricamano meravigliosamente, e i fiori artificiali possono credersi venuti da Parigi. Ma il guaio sta qui; le ragazze uscendo non hanno appreso un mestiere, perchè il lavoro è diviso e suddiviso, sicchè una sa fare le foglie, un’altra i petali, una terza il gambo, e così via via, e nessuna può cominciare e compiere una ghirlanda. Si mira al guadagno e si guadagna; molte signore di Napoli affidano l’intero corredo di nozze allo Stabilimento, ma nè buone maestre di scuola, nè buone mogli di operai usciranno da quel convitto.

Nella mia seconda visita facevasi scuola, e mi riprometteva vedere in attività le fabbriche e le manifatture.

Derisione! delle fabbriche, manifatture, scuole di arti e mestieri rimangono appena le tracce, e per quel vantaggio che recano, sarebbe meglio fossero abolite.

C’è la tipografia, ove un direttore ha il quartiere gratuito coll’obbligo d’insegnare a 20 alunni, i quali per otto mesi non ricevono mercede, e dal nono al diciottesimo devono percepire 50 centesimi e indi 85 al giorno. – Nel passato, da quella tipografia escirono composizioni ragguardevoli e bravi tipografi, ma ora il lavoro è poco e non si ammaestrano i piccoli. Di fatto trovo solamente iscritti sei vecchi e sei giovani.

Nella calzoleria il capocalzolaio lavora e fa lavorare per proprio conto, e, se non erro, riceve uno stipendio. Ha l’obbligo di mantenere sette operai almeno per coadiuvarlo nell’insegnamento, di sborsare lire 100 all’anno agli alunni che passano alla scuola di perfezionamento, di dare agli apprendisti centesimi 6, ai garzoni 15, e nella scuola di perfezionamento mercede secondo la tariffa. Appena vi figurano inscritti 28 giovani e 14 vecchi. Vorremmo sapere quanti calzolai escono di quella scuola!

Parebbemi derisione parlare della così detta bottega di falegname. Nè maestri, nè legname; solo alcuni ragazzi arrampicati su per le finestre e qualche ferro del mestiere.

Nella sartoria c’è un caposarto con stipendio; entrando, abbiamo visto molti ragazzi che giocavano e si bisticciavano; una vera babilonia. Il sarto disse mancare di lavoro da dar loro, e gli allievi di capacità.

Nella bottega di barbiere, con maestro retribuito, abbiamo visto dodici monelli trastullarsi, ed uno che mollemente insaponava la faccia ad un vecchio, al quale bastava l’animo di sottomettersi all’operazione.

Nella fabbrica d’istrumenti musicali c’era un bravo vecchio che insegnava a tre ragazzi, uno sembrava abile.

Queste scuole dei mestieri costano allo Stabilimento 8948 lire. La scuola d’orticultura, che ne costa 900, parvemi bentenuta; ma ha spazio così ristretto, che scarsa messe può dare.

Per l’istruzione elementare raccomandiamo all’Ispettore degli studii di fare esami rigorosi, e a uno dei 40 professori in medicina di proibire assolutamente che 150 ragazzi piccini (li abbiamo contati) stieno rinchiusi in una camera, ove esala tale fetore, che abbiamo dovuto andarcene al più presto. Certissimo il danno della salute, e il profitto intellettuale, considerando che un solo maestro insegna a 150 fanciulli, molto dubbio.

Finalmente, eccoci nella sala delle belle arti. E qui almeno si può dire che gli allievi sono bene istruiti, e notabili i progressi tanto nel disegno, quanto nella scultura. Un ragazzo, a cui una vaporiera troncò le due gambe, diventò scultore valente; altri lavori di altri allievi, specialmente certe teste in terra cotta, sono ritratti viventi. Il disegno è largo e corretto, il maestro mira più all’imitazione della natura che alla produzione di eleganti lavori.

Anche nei lavori in lava vi ha del buono, e notai qualche cammeo ben tagliato.

Ci dicono la banda musicale eccellente; dev’esserlo di certo, perchè ci vennero veduti quasi altrettanti maestri che allievi, e una classe separata per ogni istrumento. Nondimeno l’istruzione impartita nell’Albergo dei Poveri sottostà a quella delle scuole industriali ed elementari altrove.

E per questi risultati s’impiegano 700 persone, come apparisce dalla seguente tavola dell’aprile 1876:

Amministrazione generale del Reale Albergo de’ Poveri e degli Ospizii e Stabilimenti riuniti, Segretariato generale e Personale.

Spesa

Num. Distinta. Mensuale. Annuale.

38 Ufficiali amministrativi 4,232 00 50,784 00

6 Direttori-Capi Stabilimenti 640 00 7,680 00

24 Suore e Figlie di Carità 1,058 00 12,705 60

35 Capi e Sottocapi comp. 1,425 50 17,106 00

331 Addetti alla Cassa discip. 1,738 94 20,867 28

25 Direttori e Maestri di Lettere 1,085 50 13,026 00

31 Direttori e Maestri di Musica 1,319 40 15,832 80

14 Direttori eMaestri di Belle Arti 490 25 5,883 00

13 Arti e Mestieri Maestri e spese 329 02 3,048 24

2 Insegnanti Scuola ortic. 75 00 900 00

1 Direttore della Ginnastica 75 00 900 00

40 Professori in Medicina 1,373 00 16,476 00

11 Ecclesiastici 433 25 5,199 00

10 Inservienti Culto 42 91 514 92

79 Infermieri ed Inservienti 818 28 9,819 36

12 Cappellani 366 07 4,392 84

3 Addetti alle esazioni fondi urbani 61 75 741 00

1 Guardiano-custodia fondi rustici 40 00 480 00

31 Sussidiati. Assegnatarii ed in disponibilità

708 TOTALE L. 16,426 59 197,119 08

Dunque ad ogni tre poveri si mantiene un impiegato per sopravvedere o ammaestrare o curare l’anima o il corpo.

Aggiungi 11 ecclesiastici, 10 inservienti e 12 cappellani. Il culto figura sul bilancio per 14,988 lire.

Venendo poi al Regolamento di disciplina, affermiamo che mai cosa più abbietta, più umiliante per i poveri, non ci è capitata fra le mani.

Sapevamo bene di rinvenirvi, come in tutti i regolamenti di Opere pie, capitoli sulla religione molti, sulla morale pochi; ma speravamo trovarvi anche l’orario degli studii, provvedimenti intorno ai bagni e agli esercizii ginnastici, e fra le mancanze disciplinari quelle di mentire e di rubare.

Nulla di tutto ciò. Ci sono due razze nell’Albergo: due caste: i superiori e gl’inferiori. Interdetto all’inferiore ogni esitazione o richiamo od osservazione, quand’anche ei si credesse ingiustamente punito.

«In questo caso potrà però in seguito presentare le sue lagnanze nel modo prescritto dall’Art. 32.»

Ora ecco l’Art 32:

«Nel caso che ad un inferiore venisse inflitto un castigo che fosse da lui riputato ingiusto, egli deve ubbidire senza fare doglianza alcuna, finchè non abbia scontata la punizione impostagli!»

Bella riparazione! L’Art. 33 dice poi:

«Ogni inferiore che voglia presentarsi ad un superiore, deve prima per la via gerarchica fare chiedere il suo assenso.»

Art. 34:

«Ogni reclamo o domanda, sia scritta che verbale, deve essere strettamente individuale e presentata per via gerarchica da un solo individuo. Se fosse collettiva o presentata da due o più individui, costituirebbe una grave mancanza di subordinazione, e sarebbe quindi rigettata e punita!»

Non è questo fosfato di dispotismo?

Il capo IV del Regolamento di disciplina parmi tanto ameno da meritare la riproduzione. Esso riguarda, per la parte maschile, il saluto.(4)

Art. 40. – Ogni individuo della famiglia deve il saluto al SS. Sacramento, alle LL. MM. il Re e la Regina, alle persone della Famiglia reale, ai Ministri di Stato in divisa, al Sopraintendente, ai Governatori ed alle nazionali Insegne.

Chi è subordinato, secondo le prescrizioni del capitolo precedente, deve il saluto al Superiore di qualunque colonna della tabella A, ed al Superiore di qualunque corpo dell’Esercito.

Il saluto è dovuto in ogni tempo e luogo, sì di giorno come di notte.

I sergenti, caporali ed alunni salutano tutti i decorati dell’Ordine militare e civile di Savoia, e della medaglia al valor militare, civile o di marina.

Tutti i superiori, che ricevono il saluto dai loro subalterni, sono tenuti a restituirlo.

Nei luoghi pubblici e nelle passeggiate, ed in altre simili circostanze di andirivieni, si saluta una sola volta.

Art. 41.- Gl’individui che incontrano il SS. Sacramento mettono il ginocchio a terra e si scoprono il capo.

Art. 42. – In tutte le altre circostanze si saluta colla mano nel modo prescritto dal Regolamento di esercizio.

Art. 43. – Gl’individui a capo scoperto salutano prendendo la posizione di attenzione.

Art. 44. – Ogni individuo della famiglia saluta le LL. MM. il Re e la Regina, e le persone della reale Famiglia, arrestandosi di fronte a venti passi prima d’incontrarle, finchè siano oltrepassate di altrettanti.

I sergenti, caporali ed alunni salutano in simile modo, a sei passi di distanza, i Ministri di Stato in divisa, le Insegne nazionali, ed il Sopraintendente ed i Governatori.

Art. 45. – In ogni caso non specificalo negli articoli precedenti deve salutarsi senza fermarsi.

Art. 46. – Passando un superiore, l’inferiore, che fosse seduto od avesse in bocca la pipa o il sigaro, deve alzarsi in piedi e volgersi verso di lui, togliendosi di bocca il sigaro o la pipa.

Art. 47. – L’inferiore che parla ad un superiore deve stare nella posizione del saluto sino a che il superiore accenni di cessarlo, rimanendo quindi nella posizione di attenzione.

Art. 48. – I graduati che si presentano ad un superiore in una stanza si scoprono il capo, ed aspettano per accomiatarsi di esserne invitati.

Art. 49. – Allorchè gli alunni escono a diporto formati in compagnia, quegli che li comanda darà la voce di attenzione all’approssimarsi di un superiore, salutandolo egli solo colla mano; si arresta e mette di fronte all’occorrenza, secondo le norme suindicate, e quando incontri o passi in prossimità del SS. Sacramento fa scoprire il capo agli alunni, comandando: Ginocchio a terra.

E come se questo capitolo non bastasse, è replicato nel capitolo sul «Modo di ricevere i Governatori o altri superiori nelle camerate,» ove in tutte le circostanze gl’inferiori si tengono immobili sino alla partenza del superiore.

Troppo lungo sarebbe esaminare i doveri di religione eseguiti al comando di: Levàt berètt, dato dal rispettivo comandante.

Ci sembrava trasognare, vedendo che questo Regolamento porta la data di Napoli 1871, e che è firmato da uomini appartenenti al partito liberale, cioè: Castellano, De Zerbi, Melchionna, Castelli. E tutti ci dicono che l’Albergo dei Poveri è riformato, e aggiungono «Se l’aveste visto nel 1860!» E noi rispondiamo adesso come allora: «Il popolo lo chiamava il serraglio, e fu ed è il nome appropriato.»

Nè basta la buona volontà del Segretario generale, nè del Comandante, nè del Direttore, chè tutti mi sembravano ansiosi di bene e zelanti del proprio dovere – chi può riformare tale Istituto? – Essi non possono migliorare il cibo, nè trasformare ciarle in pane, e molto difficilmente possono rifiutare un ospite se proposto dal Prefetto o da un Governatore.

Vorrei una diligente statistica degli allievi; e apparirebbe quanti veri orfani ci sono e quanti godono ingiustamente i beni dei poveri!

Qui per rifare bisogna disfare – e verificato chi ha diritto di starci, mantenerlo decentemente se inabile al lavoro, obbligarlo al lavoro se abile. – E ai bambini e bambine sopprimere il lusso nell’istruzione, e, in quel cambio, cibo, aria, esercizii e quell’educazione che può farne nell’avvenire cittadini onesti, atti a guadagnarsi di che vivere. Così non assisteremmo allo sconcio spettacolo degli allievi usciti che alla porta mendicano; nè udremmo la risposta frequente nei giovani carcerati, richiesti donde vengano: «Dall’Albergo dei Poveri.»

Ci pensi il nuovo Municipio. Là ci sono 1,235,786 lire che appartengono di diritto ai poveri e non ai benestanti, mentre nei fondaci o nei bassi il vero povero muore di fame e di stento.

In una delle mie prime visite all’Albergo dei Poveri di Napoli provai grata meraviglia nella scuola femminile delle Sordo-mute, tenuta da una Suora di Carità che vi venne espressamente da Pisa. Le quindici o venti disgraziate ivi raccolte mi fecero impressione, per lo stato di salute assai più florido di quello delle altre ragazze rinchiuse. Il vitto, affatto insufficiente in generale, è, per queste, abbondante e nutritivo. Tutte le ragazze nate sordo-mute parlano ed intendono quanto voi dite, con tale rapidità e sicurezza da sembrarvi impossibile che non vi odano.

Non solamente risposero a tutte le domande della maestra sulla nascita, sui nomi del padre e della madre, sull’età, il numero e il nome dei sensi a loro mancanti; non solamente ci diedero una lezione compiuta di geografa, l’una correggendo l’altra del più piccolo errore; ma appena terminato l’esame, cominciarono ad interrogarmi: «Chi sei? Donde vieni?» e saputo il nome e la patria, scrissero il primo sulla lavagna, e cercarono la seconda sulla mappa. Mostrarono con grande soddisfazione i loro quaderni; scrittura bellissima; quesiti in aritmetica bene sciolti; tèmi uguali, se non superiori a quelli delle altre ragazze dell’istessa età. La smania di apprendere, la curiosità di tutto sapere, l’emulazione fra loro veramente singolare. «Chi è la più brava fra voi?» dimandai. «Io, io!» strillò una con una faccia molto intelligente, «io ho avuto la medaglia d’oro;» – «ed io d’argento,» un’altra fece; «ed io di bronzo,» una terza; «ed io la menzione onorevole,» una quarta.

Pregai la Suora d’indicarmi il sistema, onde aveva ottenuto così stupendi risultati. Allora mise tutte le ragazze di fronte a sè, e cominciò la ginnastica di lingua, di gola e di polmoni e di braccia. C’era da rimanere sordo, nè io capisco come quella gracile donnina resista a tale fatica.

Le ragazze sono trattate diversamente dalle altre, non hanno soggezione; la servilità, la cieca ubbidienza, generalmente notabili in queste convivenze, qui per buona fortuna non allignano; e la Suora mi disse, che, essendo mezzo principale di riuscita lo svegliare l’intelligenza, ella non perde mai occasione di secondare qualche iniziativa delle allieve stesse; che avendole da piccole, la fatica è minima, ma che pervenute ad una certa età nulla evvi da sperare. – Sarebbe grande fortuna che questa donna avesse sotto di sè un certo numero di allieve per comunicar loro la sua teoria e la sua praticai del sistema labiale. Essa sembrami una direttrice unica per una Scuola normale di persone che volessero dedicarsi all’istruzione ed all’educazione di questa classe di disgraziate.

Avendo saputo che nelle sedici Provincie napoletane si conta d’ambo i sessi un totale di 4535 Sordo-muti, ed avendo letto nella troppo lodata Nuova Guida di Napoli e dintorni, di Carlo Tito Dalbono, che la scuola famosa dei Sordo-muti fondata nel 1871 migliora sempre, passai nel quartiere maschile del Reale Albergo dei Poveri, tutta desiderosa di vederla.

E qui cominciano le dolenti note: girai e rigirai e ritornai in quello Stabilimento, e trovai i Sordo-muti, ma mesti, sporchi, senza ombra d’intelligenza sulle pallide faccie, benchè anche per loro seppi esservi la stessa distinzione nel vitto che c’è per le femmine.

«Ma la scuola?» dimandai; «fatemi vedere la famosa scuola!» – «Pur troppo,» mi risposero in coro i direttori, che gentilmente mi accompagnavano, «pur troppo la scuola non esiste più; la sciolse l’ex-ministro Scialoia nel 1871 col proponimento di ricostituirla sulle primitive e vere sue basi governative, ritogliendola dalla soverchia ed illegittima dipendenza dell’Albergo.» – «Come!» ripigliai, «io intesi che questo fosse l’unico Istituto governativo per i Sordo-muti, in tutte le sedici Provincie napoletane. Com’è possibile che per il solo arbitrio di un Ministro questi infelici trovinsi privi di un diritto così essenziale al loro bene fisico e morale?»

«Fatto sta che la scuola fu chiusa allora,» mi rispose uno, «e rimane chiusa tuttavia; nuovo nel mio ufficio, non conosco il colpevole, nè da me dipende il rimediarvi.»

Io uscii occupata da molto pensiero, non potendo capacitarmi di tanta enormità. Domandavo a tutti informazioni, e tutti vagamente mi ripetevano che la scuola fu chiusa dallo Scialoia; che il Bonghi deputato protestò, ma che il Bonghi ministro non la riaperse.

Finalmente, la mercè d’una visita fattami dal signor Pietro Simoni e d’un giornale intitolato: La Beneficenza Napoletana, mi venne dato di mettere insieme i seguenti fatti.

Sia che Girolamo Cardano, pavese, o Pietro Ponci, monaco benedettino spagnuolo, contemporanei, fossero gl’inventori del sistema oggi in voga per l’educazione dei Sordo-muti, è certo che il Governo napoletano, ad imitazione di quello di Roma, istituiva nel 1790 la scuola dei Sordo-muti nel locale del Collegio detto del Stivatore, annesso all’Università, e che questa scuola fu oggetto dell’ammirazione degli stranieri che vennero a visitarla, e riprodurla in Francia, in Germania, in Irlanda e perfino in Filadelfia. E nell’Archivio generale dell’ex-Regno, sotto il titolo: Ministero dell’Interno di Napoli, Fascio n. 2310, Scuola dei Sordo-muti, trovansi due grossi volumi contenenti le carte legali ed amministrative riferentisi a detta scuola.

Nel 1806 essa ricevette determinato carattere. governativo, con edificio suo proprio, riconfermato ed accresciuto sui fondi dell’Università medesima, tanto pe’ maestri e il direttore, quanto per gli allievi; ed in quel tempo fu esplicitamente dichiarato la vigilanza della scuola doversi spettare alla Commissione dell’istruzione. Analogo decreto di «Giuseppe Napoleone, re di Napoli e di Sicilia,» ristabilì la scuola dei Sordo-muti nel Gesù Vecchio e fornilla di tutto il necessario, e di più fu stabilito un insegnamento pei maestri che avessero in animo di dedicarsi all’educazione dei Sordo-muti, formandosi così una scuola magistrale.

Il metodo fisico, cioè l’insegnamento della parola al Sordo-muto, apparteneva integralmente a questa istituzione, adattata subito per ricevere in convitto cinquanta Sordo-muti, i quali dovevano avere l’età non minore di anni sette, e non maggiore di quindici, avendo l’esperienza dimostrato che, se l’arte dei segni e della scrittura si può insegnare anche in età adulta, l’arte della favella non si può con organi troppo deboli o indurati.

Il Cazzolini, direttore, riuscì in modo straordinario a dare la parola ai Sordo-muti, e per verità il Governo pose grande amore all’andamento dell’Istituto e gli assegnò 1600 lire mensuali con nuovo rescritto, e le lezioni davansi in pubblico, e Governo e popolo se ne innamorarono sempre più.

Nel 1818 fu deciso che la scuola si trasferisse dall’Università al Reale Albergo dei Poveri. Pur non cessò mai di essere Istituto governativo e d’insegnamento. Figuravano 17,000 lire annue sul bilancio dello Stato; ma reputato insufficiente appannaggio, si risolse che dovesse sopperirvi il largo patrimonio dell’Albergo dei Poveri.

Ed ecco il genuino motivo dell’interrogazione del deputato Abignente nel 1874 sulla chiusura della scuola dei Sordo-muti. Egli prese la parola sul capitolo XXXIII del bilancio per la Pubblica Istruzione, Istituto dei Sordo-muti. Richiamò l’attenzione del Ministro sopra un Decreto del 24 luglio 1873, che scioglieva la scuola dei Sordo-muti. Fece la storia, e la fece bene, fino all’anno 1862, quando scoppiò il conflitto fra la Direzione governativa e l’Amministrazione dell’Albergo dei Poveri. Egli mostrò che il Ministro, per non romper fede alla regola dell’economia fino all’osso, toglieva dal bilancio la somma di 17,772 lire, quasi che fosse stata un dono governativo, un atto di carità verso i poveretti, e non si trattasse invece di una dotazione risalente a molti anni addietro. Ma nel 19 aprile 1871, per cura dell’onorevole Bonghi, si dovette riconoscere che non si aveva facoltà di togliere dal bilancio quella somma, la quale non dono od elemosina, ma debito era strettissimo del Governo.

L’onorevole Bonghi fece scrivere la somma al suo posto, cioè nel bilancio dell’Istruzione Pubblica. Non perciò la scuola rifioriva. Anzi la sciolsero, ma sempre con la scusa di meglio ricostituirla. Di più, fu messo in disponibilità il Corpo insegnante della scuola.

Al lungo, ma giusto discorso dell’Abignente il Commissario regio riconobbe l’esattezza della storia narrata, e la verità che, in conseguenza dell’interrogazione Bonghi, la somma di 17,000 e tante lire dapprima notata sul bilancio del Ministero dell’Interno, dall’ onorevole Lanza radiata nel 1870, passò nel bilancio dell’Istruzione Pubblica.

Egli però difese il Ministero della Pubblica Istruzione, dando torto all’Amministrazione dell’Albergo dei Poveri.

Disse che il Ministro fu attivissimo, ma che l’Amministrazione dell’Albergo persistette nelle strane pretese di volere il denaro stanziato nel bilancio del Ministero di Pubblica Istruzione, e di ricusare il personale addetto all’istruzione e qualsiasi ingerenza governativa. Soggiunse altresì che il Ministero aveva fatto calda raccomandazione al nuovo Prefetto, e che certamente lo zelo del Mordini sarebbe riuscito a dipanare la matassa. L’Abignente rispose: «Temere che il povero Ministro credesse di esser vivo essendo morto.» Nè oggi ripeteremmo lo scherzo, se non a cagione della sua verità pel Ministero d’allora e ancora più pel successore.

In quella stessa tornata, il Bonghi pronunciò nuovo discorso forbito, eloquente e concludente. Egli qualificò la condotta del Ministro come violenta e fiacca.

E fu tale. Violenta contro lo Stabilimento dei Sordo-muti, contro il suo Direttore che ci aveva messo intelligenza, impegno, passione, nell’istruire ed educare quei disgraziati. I maestri, mandati a Milano per sostenervi la prova degli esami, tornarono con gli attestati più lusinghieri di quell’Istituto reputato primario in Italia. E pure, per compiacere all’Amministrazione dell’Albergo de’ Poveri, vidersi obbligati a domandare la disponibilità.

Fiacca, perchè il Ministro non seppe fronteggiare le esigenze dell’Amministrazione. L’onorevole Bonghi rese, dunque, grande servizio ai Sordo-muti, coll’insistere nel 1871 che la somma tolta dal Lanza al bilancio dell’Interno fosse iscritta nel bilancio dell’Istruzione Pubblica; e col tornare nel 1874 alle offese, considerato che ai Sordo-muti si tolse quel poco di favella, onde la natura avevali orbati e la scienza regalati.

Ciò di che non sappiamo renderci conto, è come l’ardente campione dei Sordo-muti, divenuto Ministro, e Ministro dell’Istruzione Pubblica, sia uscito dal Ministero abbandonandoli nello stato, in cui li mise il suo violento e fiacco predecessore: cioè senza scuola, e in balia dell’Albergo dei Poveri.

Ci punse il dubbio che forse le 17,775 lire promesse non fossero veramente iscritte sul bilancio dell’Istruzione Pubblica, e tornati in Roma abbiamo voluto esaminare i bilanci di prima previsione, le nuove proposte, ed i bilanci definitivi dell’Istruzione Pubblica per cinque anni. In ognuno, sotto al capitolo Sordo-muti troviamo: Sordo-muti personale, Sordomuti materiale, senza particolari come segue:

1871 Personale 43,776 Materiale 77,014 Totale 120,790

1872 » 31,840 » 147,080 » 178,920

1873 » 25,900 » 156,640 » 182,50

1874 » 22,820 » 166,565 » 192,385

1875 » 23,900 » 140,240 » 164,1140

Solamente nei bilanci definitivi del 1875, pagina 117, Allegato n. 29, Cap. n. 33, troviamo particolari sul denaro speso per i Sordo-muti nei vani Istituti d’Italia:

Personale di Milano………………….L. 20,500

» di Parma…………………………1,200

» di Torino…………………………2,200

E per il materiale degl’Istituti dei Sordo-muti in

Milano……………………………………..L 49,433

Palermo……………………………………….12,650

Siena……………………………………………..7,500

G. Alvise Venezia…………………………..2,938

Manin Venezia……………………………….5,925

Roma…………………………………………..27,021

Genova………………………………………….7,000

Napoli………………………………………….17,772

Oneglia………………………………………….2,000

Torino……………………………………………8,000

————

L. 140,249

Personale…. 23,900

TOTALE… L. 164,140

Si trova questa distinta unicamente nel 1875, ma lice presumere che lo stanziamento fosse fatto dal 1871, perchè sussiste una differenza notevole fra la somma approvata con lo stato di prima previsione e la previsione definitiva pel 1871.

Prima previsione.

Personale……………………………L. 43,776

Materiale………………………………….77,014

————

TOTALE…….L. 120,790

Definitivo.

Personale……………………………L. 45,576

Materiale…………………………………111,719

————

TOTALE…….L. 157,295

E per spiegare questo notevole aumento, leggesi a pagina 183 della Situazione del Tesoro 1871: «Si ritiene necessario un maggiore stanziamento di lire 34,772 per mantenere in vita, fornendo i mezzi necessarii per l’istruzione, gl’Istituti dei Sordo-muti di Genova, Oneglia, Napoli e Torino, i quali si trovano nell’impossibilità di mantenersela con denari proprii, dopo la soppressione fatta dei rispettivi sussidii dal bilancio del Ministero dell’Interno.»

Emerge adunque la realtà dell’assegno delle 17 mila e 775 lire al Ministero dell’Istruzione Pubblica dal 1871 in qua, per l’Istituto dei Sordo-muti in Napoli.

Dall’altra parte quest’Istituto, sciolto dallo Scialoia, non rivisse più; sicchè in cinque anni accumularonsi presso a poco 90 mila lire nella Cassa forte del Ministero per questi infelici.

Speriamo che vi si trovino intatte al pari dei milioni decretati al Papa come lista civile, e per ragioni personali non mai tocchi da esso.

Ben ci ricordiamo che l’anno passato, l’onorevole Abignente annunciò tre interrogazioni: sui regolamenti, sull’istruzione secondaria, e sui Sordo-muti; alle quali nell’assenza, per malattia, del Bonghi, il suo Segretario generale Belli si dichiarò incompetente a rispondere e l’onorevole Abignente cortesemente acconsentì a differirle fino alla discussione del bilancio definitivo dell’Istruzione Pubblica. Vedemmo riannunciata l’interrogazione dopo la caduta del Bonghi; ma 1’Abignente, consigliere di Stato, cessò pel momento d’essere deputato.

Non dubitiamo punto che l’onorevole Coppino, nuovo ministro dell’Istruzione Pubblica del Governo riparatore, riparerà anche a questo sconcio.

Parmi però che la stampa, quel quarto potere, in Inghilterra così potente da essere più temuto degli altri tre, e in Italia così debole da essere appena ascoltato, potrebbe ad ogni modo occuparsene.

Senza entrare nella questione del dove abbia ad esistere questa scuola, bisogna ricordarsi la decisione dei Tribunali competenti, che obbliga il Reale Albergo dei Poveri ad aiutare tutti i Sordo-muti di tutte le sedici Provincie napolitane.

A questo Albergo, che porta sullo scudo la seguente iscrizione: Regium totius regni pauperum hospitium, appartengono i seguenti Stabilimenti:

Santa Maria di Loreto,

San Francesco di Sales,

Cesarea,

Santa Maria dell’Arco,

Santa Maria la Vita,

Santa Maria Maddalena ai Cristallini.

Gli ospiti degli Stabilimenti riuniti al giorno 20 aprile 1876 sommavano a 2545 persone, di cui 449 a carico delle Provincie, dei Congiunti, o della pubblica Autorità.

Così il Reale Albergo dei Poveri con una rendita di 1,238,784. lire mantiene solamente 2096 persone.

Può dare pertanto tetto e vitto ai Sordo-muti, e, ciò fatto, le 17,772 lire di dotazione basterebbero pel personale dell’Istituto, che deve dipendere dal Ministro dell’Istruzione Pubblica.

Le 80 o 90,000 lire accumulate, anche senza interesse, servirebbero a fornire la scuola di ogni necessario materiale, anche se si dovesse trasferirla ad altro luogo.

Del rimanente, come può accadere conflitto fra il Governo e l’Amministrazione, composta di un Sopraintendente e quattro Governatori, i quali rimangono in ufficio tre anni e sono nominati dal Re, e per sua delegazione dal Prefetto della provincia?

CAPITOLO TERZO.

La Reale Casa dell’Annunziata.

Di questo Stabilimento così tristi furono le impressioni ricevute nel 1860, che confesso di avere esitato prima di decidermi a ritornarvi. Esso pareva un pandemonio. C’erano vecchie che sembravano le Streghe di Macbeth, altre le Parche di Michelangelo; c’erano ragazze e donne di ogni età, alcune sfacciate pasciute, altre magre affamate, spaventate, che si affollarono intorno al Garibaldi narrando tali istorie di sofferenze, di sevizie, che egli pianse e con lui molti prodi, non usi ad intenerirsi per poco. Abbiamo cercato di capire qualche cosa intorno allo Stabilimento, e come mai un’istituzione fondata per le Trovatelle potesse ospitare vecchi di 80 e fin di 90 anni, e bimbi neonati, che erano affidati a balie luride e cagionevoli, e femmine di età mezzana; appena riesci fatto di sapere che tutte erano figlie dell’Ave Gratia Plena, o in lingua popolare «figlie della Madonna.» Certamente la Madonna aveva poca ragione d’inorgoglirsi della prole, e questa più scarso motivo di riconoscenza. Difficilmente l’immaginazione può figurarsi luogo più orribile: fisonomie, ove ogni vizio era dipinto; l’evidenza dell’abuso d’illecito potere da una parte, della paura abbietta dall’altra. Nel 1860 la Reale Casa dell’Annunziata era il tipo del Governo dei preti e delle monache, e di una superfetazione che si chiama Oblatismo, indegna di sì nobile città.

Oggi è senza confronto uno degli Stabilimenti più ben ordinati e perfettamente regolati di Napoli, e per chi si contenta di guardare solamente all’esteriore delle cose, lo si direbbe Brefotrofio-modello. Questo si può asserire senza cadere nell’adulazione chè tutto ciò che un’intelligente filantropia potè effettuare senza violare lo Statuto fondamentale dell’Istituto, senza infrangere i diritti inalienabili delle figlie predilette della Madonna, è stato effettuato. Eppure dopo lungo e minuto esame, dopo le cortesi risposte a tutti i quesiti mossi al Direttore, alle Suore, alle ragazze e ad altri inquilini; dopo il raffronto delle statistiche e della storia di questo con altri Brefotrofii in Italia e all’estero, non ci rimane il minimo dubbio che per rispondere al vero scopo, per cui i Brefotrofii esistono, questo ha bisogno di essere riformato, rimodellato dalla sua base: Instauratio ab imis fundamentis.

Chi entra in quella ridente sala e guarda quei letti ornati di lindo velo; chi nota la quantità e la qualità della biancheria, e, vero miracolo a Napoli, l’abbondanza di acqua; chi osserva la pulizia delle balie, la decenza degl’indumenti, il decoroso contegno di questo donne, tutte probabilmente reiette dalla società, trova che chi si permette una critica lo fa per ispirito di pedanteria o di presunzione. E continuando la visita alle grandiose sale, ove, floride e vispe, sono raccolte le ragazze intorno al telaio, eseguendo trine che sarebbero premiate a Genova, ricami in oro, in seta e in cotone insuperabili, o intendendo a tagliare e cucire biancheria di casa, non si può che rimanere ammirati. Le scuole poi sono modelli per aria, comodità e nettezza. Le cucine e il refettorio destano appetito a chi ha, già mangiato, la qualità del cibo è buona e la quantità non iscarseggia. In nessuna parte della Casa un cattivo odore! C’imbattemmo in alcune delle antiche Parche e Streghe ridotte a sembianze umane; e, lode alla savia prescrizione, affatto divise dalle ragazze giovani. C’era forse una trentina di oblate, ma non lice più aumentare l’ibrida razza; altro bene ottenuto. Sicchè, se non avessimo fatte ulteriori indagini e se non fossimo discesi nell’ufficio dell’Amministrazione, saremmo venuti via tutto lodando e convinti che il meglio sarebbe nemico del bene.

Ma pur troppo appena aperte le cortine di quei letti, i visini sparuti, malaticci, sofferenti delle creature vi stringono il cuore. Più di cento ne abbiamo esaminati; non dieci avevano il peso, la carnagione, la voce della propria età. E la ragione vi salta agli occhi, vedendone due e anche tre nello stesso letto, e l’uno dopo l’altro succhiare le mammelle della stessa donna che, esausta di forze, malgrado dell’abbondante nutrimento, non può far bastare a tutti ciò che è appena sufficiente per uno!

Debbo rammentare che il Direttore e le Suore mi avvertirono d’un numero stragrande di bambini a cagione delle feste, e mi soggiunsero di dover tenere a mente che tutti i bambini belli, e si può dire tutti i maschi, toltine i malati o i deformi, sono portati via ed allevati gratuitamente dalle popolane di Napoli e dei Circondarii, e che essendo libera la scelta, naturalmente le creature inferme, le mingherline, le brutte rimangono. E sta bene; ma rispondesi che precisamente per questa ragione alle infelici che rimangono, devesi dare una balia a testa.

Presto detto, ma non si trovano balie sufficienti a causa della grande ricerca che ne fanno le signore, nè i fondi dello Stabilimento possono sopperire alla spesa; di più, mi soggiunse la Suora addetta a queste sale:

– Se oggi prendessimo 150 balie, domani un terzo rimarrebbe senza poppanti.

– Quanti ne muoiono? – domandai.

– Una buona metà, ma c’era un tempo, in cui ne morivano 80, 85, fino a 90 per cento! –

Di fatto, consultato quel libro stupendo intitolato I Brefotrofi e la esposizione dei bambini, del professore Niccola Crescenzio, impariamo che la mortalità dei bambini nel Brefotrofio di Napoli durante il secolo presente ondeggia fra il 95 ed il 30 per cento.

C’era dunque un tempo, in cui questa mortalità si ristrinse al 30 per 100? e uno, in cui salì fino al 95! E si può tracciare il minimum ed il maximum al numero più o meno dei bambini allattati nell’interno dello Stabilimento o dati a balia fuori.

Il minimum avvenne nel 1849, quando sopra 2226 ne uscirono a balia 1038 e non ne morirono che 567; mentre il maximum si toccò nel 1811, quando ammessi ne furono 2424 e ne morirono 2121: più del 95: precisamente quando il sistema dell’allattamento interno diventò la moda o la necessità.

E che a questa causa debbasi la tremenda mortalità, lo prova il fatto che nonostante tutti i miglioramenti igienici introdotti dopo il 1860: pulizia, nutrimento dicevole delle balie, spaziose sale, acqua a sufficienza, letti separati per le balie, e caloriferi nell’interno invece di quelle malsane bragiere di carbone acceso; nonostante che dei bambini si abbia, e ci è grato di ripeterlo bene, ogni cura possibile in uno Stabilimento sotto altri aspetti; dal momento che nel 1862 si diminuì il numero dato fuori, e si agglomerò quello dell’interno, si accrebbe il numero dei morti fino al 52 per 100, e nel 1867 fino al 64.

Perchè dunque persistere nel sistema? si domanda: e ci si risponde, come a gran numero di quesiti, in questo modo: Perchè i fondi dello Stabilimento non bastano ad assicurare a tutti l’allattamento fuori; perchè quando l’Ospizio era in quello stato deplorevole, in cui l’abbiamo trovato nel 1860, si spendevano 108,000 lire annue per l’allattamento esterno, e quando per riforme e abbellimenti si dovette dar mano al capitale, si ridusse quella somma a 20, a 15 e fino a 12,000 lire. E la mortalità cresceva e quasi raddoppiava.

Questo fatto che risulta chiaro dai registri, a onore di chi ha impiantato l’Ufficio e di chi tiene il Segretariato, assottiglia di non poco la soddisfazione che si sente per le riforme effettuate e per l’andamento mirabile dello Stabilimento, e si chiede subito: C’è o non c’è rimedio?

C’è di certo: basta che tutti i fondi dello Stabilimento sieno dedicati al baliatico, e che l’assurdo sistema dell’Alunnato e del Conservatorio venga, come l’Oblatismo, abolito.

La rendita odierna dell’Annunziata è di L. 444,065. Da cui si deducono:

Tasse e tributi. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . L. 55,398

Culto. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12,833

Pensare che, mentre si dovette economizzare sul latte per questi sventurati, i preti intascano la somma che avrebbe serbato in vita gran numero di essi, par cosa incredibile! ma tutta la storia dell’Annunziata dimostra l’immensa potenza della superstizione sull’anima del popolo napoletano.

Nelle altre città, la Ruota aprivasi solamente la notte per facilitare l’ammissione segreta dei così detti figli del peccato. A Napoli invece stette sempre aperta di giorno, e con la mira di far sì che i figli diventassero «figli della Madonna,» non solamente le fanciulle disgraziate mandarono i neonati, ma madri e padri spedirono la prole legittima al battesimo della Ruota! Che abusi succedessero, si può immaginare; fin cinque figli di una vedova che voleva entrare in seconde nozze; una famiglia di minori per lasciare al maggiore tutta la sostanza; ragazze di otto fino a dieci anni furono messe nella Ruota.

Insomma si calcolano due terzi degl’inquilini figli legittimi! Messa in disparte la superstizione, pensando alla miseria che imperversa a Napoli, non mi meraviglio che una madre, la quale non ha nulla da dare alla propria creatura, profitti della opportunità di farla vivere al Brefotrofio; ma non per ciò questi abusi possono tollerarsi, e se, fino alla visita dell’Annunziata, io ebbi un resto di rispetto per la Ruota, dopo la narrazione del De Crescenzio scomparvemi affatto. E l’abolizione di essa è il primo passo verso la riforma del Brefotrofio, da cui dipende la vita o la morte di tanti innocenti. Durante i fatti verificati da lui e da’ suoi colleghi cessò la paura che l’abolizione accrescesse il numero degl’infanticidii. E fu provato che l’obbligo della presentazione documentata del bambino, cioè dell’estratto dello Stato Civile, non ha prodotto nessuna spiacevole conseguenza, e questo per la semplice ragione che nè durante l’esistenza della Ruota, nè dopo la sua abolizione vi furono mai madri che vi recassero le proprie creature, ma levatrici o terze persone: e che nei rari casi, ove le madri vennero in persona, i bambini erano già stati per più o meno tempo allattati da esse, sicchè il fatto della maternità era cosa non più segreta; e sapevasi che quasi tutte quelle che deponevano nella Ruota i bambini, entravano poi nell’ufficio per farsene staccare la ricevuta.

A Napoli inoltre quasi tutti i figli naturali sono esposti, e vengono alla maternità degl’Incurabili, alla Clinica ostetrica e alle tante case delle levatrici le donne delle Provincia vicine a sgravarsi, e immediatamente le creature sono denunciate al Comune dalle levatrici o dall’Ufficio stesso: questo in virtù dell’articolo 373 del Codice Civile, che impone alla levatrice o a chiunque abbia assistito al parto di fare la dichiarazione di nascita. Ora tra il fare tale dichiarazione una o due volte non corre divario, e bisogna ben tenere in mente che, mentre i Tedeschi e gli Austriaci obbligano la madre di dare il proprio nome al figlio, gl’Italiani e i Francesi non impongono quest’obbligo. Se bene o male, non occorre qui decidere: nel caso presente giova, perchè il Codice non obbliga la denuncia del nome della madre; anzi chi abbia assistito al parto di un bimbo non legittimo non denuncia il nome o la professione o il domicilio della madre, se questa non acconsente alla dichiarazione. E difatti noi abbiamo visto una quantità di fedi, ove dichiarasi dal Sindaco che la madre vuole restare sconosciuta. Se poi desiderasi la prova che l’abolizione della Ruota non ha violentato il sentimento della popolazione, bisogna ricordare che per alcuni mesi fu reso facoltativo il mettere gli esposti nella Ruota o presentarli nell’Ufficio, e che, nei primi mesi, venti soli furono messi nella Ruota e finalmente non un solo.

Alla fine del 1875 la famiglia constava di 690 individui: 29 oblàte, 416 alunne rinchiuse nel Conservatorio e nell’Alunnato, 167 bambini poppanti, 78 balie. Grazie poi alla gentilezza del Direttore abbiamo potuto avere le statistiche dei primi tre mesi dell’anno, e senza occuparci per ora delle alunne ed oblate, vediamo le condizioni dei neonati. In questi tre mesi l’Ospizio accoglieva 463 bambini, cioè 42 legittimi (ricevuti a pagamento), 17 naturali riconosciuti dalla madre: 366 di genitori ignoti, 36 restituiti dalle allevatrici, e due richiamati in Ospizio. Di questi 194 furono dati ad allevare gratuitamente: a pagamento 182. Ebbene, fra quelli esistenti in dicembre 1875, e gli ammessi nel trimestre e rimasti nell’Ospizio ne morirono 184! Ora è da supporre che dati ad allevare fuori quei 184 bambini morti in tre mesi nell’interno sarebbero in gran parte vissuti mercè l’aria della campagna e tutto il latte di una donna per ciascheduno almeno non ne sarebbe morto che il numero ordinario. E viene dunque il quesito: Dato il denaro che esiste per i Trovatelli, chi ne aveva più diritto: le oblate, alunne e vecchie mantenute a nulla fare, le alunne giovani, a cui s’insegna il canto e il disegno e alle quali si dànno abiti di necessità e di lusso, cioè merinos grigio chiaro ornato di celeste, o quelle povere creaturine, alle quali il latte e l’aria avrebbero conservata la vita?

Tale quesito ci porta nel gran campo delle così dette «alunne,» e sarà necessario parlare del sistema in genere e non solamente di quello dell’Annunziata. Ma prima di lasciare i poppanti, vogliamo notare un gravissimo male indicatoci da uno dei medici primarii del Sifilicomio, ed è che i nati dalle donne malate, che partoriscono in quell’Ospedale, sono portati immediatamente all’Annunziata e consegnati alle balie, che forse ne allattano altri due e certamente uno!

Ora chi sa che quella terribile malattia spesso non si rivela subito, ma si comunica dopo molti mesi dalla nascita alla balia, e per conseguenza agli altri poppanti, facilmente intende la gravità del fatto che si potrebbe così senza difficoltà evitare.

A tutta prima ci sembrava semplice il rimedio di tanti mali, cioè l’allattamento artificiale.

In Inghilterra e in Isvizzera le balie sono rarissime: latte di capre, di asini e di vacche e cibo farinaceo, suppliscono sempre, quando le madri o per morte o per inabilità (sole cause dell’astensione) non possono allevare i proprii bambini. Ma i medici e le madri napoletane ci assicurarono che l’allattamento artificiale ha dato risultati infelici, e bisogna arrendersi alle loro asserzioni disinteressate. Sicchè resta a speculare il modo di risolvere l’arduo problema del come assicurare a tutti i nati di genitori ignoti il diritto di vivere, uguale a quello di tutti gli altri membri della società.

Questo, e questo solo è lo scopo del Brefotrofio al dì d’oggi. E in Napoli deve conseguirsi più facilmente che altrove, perchè il popolo è buono e amorevole, e mi si assicura che mai i bambini tolti dall’Ospizio, o gratuitamente o dati a paga, non sono maltrattati.

Qui fin la superstizione trova un aiuto, e l’idea che sono i «figli della Madonna» li protegge. Ma i tempi son duri e i viveri cari e il gratuito allevamento diviene sempre più raro, sicchè bisogna trovare modo di pagare le balie esterne, e per le femmine come per i maschi anche trovare il modo d’indurre la famiglia adottiva a tenere seco sempre le femmine come tiene i maschi.

CAPITOLO QUARTO.

Il sistema dell’Alunnato del Brefotrofio dell’Annunziata.

Ammesso che lo scopo dei Brefotrofìi sia di provvedere alle necessità della vita per le creature abbandonate dai genitori, ai quali la Legge in Italia non impone nemmeno l’obbligo di dare ai figli il proprio nome, non per ciò questi Istituti devono servire a creare una classe d’oziosi e per conseguenza di viziosi a spese della società.

A ciò appunto ha servito finora il Brefotrofio di Napoli, come altri Istituti, per un vizio di ordinamento che lo rende dannoso invece di utile: vera causa questa della sua impotenza a ottenere lo scopo prefissogli.

I maschi, che ieri si deponevano nella Ruota e oggi si consegnano all’Ufficio di presentazione, sono quasi tutti dati fuori a balia, e divenendo poscia utili a questa o alla sua famiglia sono raramente restituiti. Se restituiti, l’Annunziata li affida all’Albergo dei Poveri dopo l’età di sette anni, e ad ogni modo dopo questa età non se ne piglia più cura.

E questo è male, perchè spesso caduti in mano di gente cattiva ed inetta trovansi abbandonati a se stessi e divengono vagabondi o perversi.

L’Istituto che li ha paternamente raccolti deve almeno sorvegliarli fino ad una certa età, obbligando la famiglia che li adottò a mandarli a scuola, finchè abbiano percorse le classi elementari e ad insegnar loro il mestiere del padre di detta famiglia, salvo a profittare del loro lavoro per un dato numero di anni in compenso del nutrimento, delle cure e dell’insegnamento; e gli amministratori dei rispettivi Comuni possono facilmente vegliare all’adempimento dei doveri reciproci dei giovanetti e dei loro padri adottivi, quando siavi una legge speciale simile a quella che regola gli apprendisti. E così si creerebbe una nuova generazione di operai e di agricoltori istruiti ed abili, e lo Stato avrà fatto tutto ciò che può o deve, perchè l’innocente non isconti la colpa dei genitori, e sia tolto dalla condizione anormale che la stessa società ha creata per i figli illegittimi.

E qui torna sempre più in evidenza l’utilità dei training ships, o bastimenti ad uso scuola, per istruire marinai per l’avvenire di questo paese, rivale futuro, e rivale unico in Europa, dell’Inghilterra sul mare. Quando si pensa che lo Stato per obbligo della propria sicurtà ò costretto ad albergare, custodire, nutrire e vestire tutti i suoi figli una volta che sono rei, è strano davvero che se ne dia così poco pensiero, finchè sono innocenti e in grado di divenire utili ed onesti cittadini. Oggi che, forse per la prima volta durante quindici anni, il Municipio di Napoli opera in accordo col Governo, oggi sarebbe il momento per il capo di detto Municipio d’intendersi col Ministro della Marina per avere uno o due bastimenti ancorati in Napoli: e coi Ministri del Commercio e Agricoltura, e dell’Istruzione Pubblica per fondarvi le scuole necessarie. Questo sarebbe un bel monumento ad onore del Municipio progressista davvero!

Ma se per i maschi la Reale Casa dell’Annunziata è immemore ed improvvida, essa prodiga alle femmine tali privilegi e diritti da diventare ingiusta ed assurda.

Fino all’altro giorno tutte le femmine messe nella Ruota avevano diritto a vivere mantenute e morire nell’Ospizio. Quelle date fuori nelle famiglie, gratuitamente allevatevi od a pagamento, poteano essere restituite o tornarvi a propria volontà, per poi uscire da capo e da capo ritornarvi secondo il loro libito. Sicchè accadeva e tuttora accade che il desiderio della libertà e la ripugnanza al lavoro alternandosi producano un andirivieni continuo, rendendo vano ogni tentativo di ordine e di decoro. Una bambina allevata per esempio nei bassi quartieri di Napoli, rientrando nell’Ospizio, o perchè la famiglia che l’ha allevata è stanca di mantenerla, o perchè essa non vuole lavorare, o perchè vuole acquistare la dote concessa alle figlie che trovansi nell’intorno dello Stabilimento e non a quelle che si maritano mentre son fuori, porta seco tutte le nozioni del vizio acquistate in quei luoghi, ove l’idea stessa del bene è ignota. Che esempio fatale per le interne non ancora messe in contatto col mondo!

Fino al 1833 tutte queste ragazze, o non mai uscite o ritornate, erano rinchiuse nel Conservatorio, ove acquistavano prevalenza facendosi oblate: specie di esseri non religiosi, perchè senza voto di castità, di ubbidienza o altro; non secolari, e perciò esenti dai doveri di cittadine.

E queste oblate vivevano padrone dello Stabilimento, ognuna avea stanza propria e da 50 centesimi a una lira al giorno, mentre le semplici recluse avevano comune la stanza e talvolta ricevevano il pane e 21 centesimo al giorno; e per vivere dovevano lavorare sotto gli ordini ed il capriccio delle oblate, che maltrattavano le une e guastavano le altre, secondo che erano più o meno docili ed utili. Nessun refettorio, nessuna sorveglianza. La Casa della Madonna mutata in postribolo. Chi vuol conoscere quella Casa legga il Ranieri; nulla vi è esagerato, mi dicono coloro che di quel tempo bene si ricordano, ed ai quali facilmente si crede pensando allo stato dell’Ospizio nel 1860.

Gli abusi scomparvero; oblate più non se ne fanno; l’Alunnato è un progresso dal Conservatorio; ma il vizio del sistema, dapprima accennato, rimane, nè si può correggere, senza distruggerlo assolutamente.

L’Alunnato oggi sta sotto la direzione delle solite Suore di Carità, che tengono ordine, pulizia; istruiscono assai bene e insegnano, come abbiamo detto, a lavorare all’ago, a far guanti, ricami, fiori, e oltre alle classi elementari, il canto corale, il disegno di ornato e il lineare. Ogni alunna, oltre il vitto eccellente, ha tre vestiti, uno da casa, uno di mezza tenuta, ed uno di gala.

Ora qual sorte attende queste signorine così ben istruite?

Anche nei bassi strati va sempre diminuendo la riverenza superstiziosa per «le figlie della Madonna,» e queste non trovano marito, e se ne trovano, come possono adattarsi alla vita di fatica, di disagi, di stenti, che solo un operaio può loro offrire? E quando per istinto di libertà, così potente nella gioventù, escono, e si offrono come lavoratrici o cameriere, come si può pretendere che persistano nel lavoro, quando hanno come rifugio, a cui tornare, la Casa della Madonna col suo lusso e comparativo ozio? O ritornano peggiorate, o aumentano quella tremenda categoria delle meretrici che esiste dappertutto, e a Napoli sovrabbonda. Sono allevate al lusso e così solamente possono ottenerlo. Nè si dica questa un’affermazione arrischiata.

Il Direttore dell’Annunziata mi disse che le allieve di questa Casa dànno un grande contingente alla prostituzione.

L’Alunnato costa allo Stabilimento 150,000 lire annuo per una media di 450 ragazze : quasi una lira al giorno ogni alunna per ottenere poi questo bel risultato! E il denaro così male speso rappresenta la vita mancata alla metà delle creature, che per economia si alleva nell’Ospizio, ossia si lascia morire.

Ma ci si domanda, che cosa fare, di queste ragazze? Una volta nello Stabilimento, possiamo metterle alla porta, o anche uscite, possiamo rifiutare di riceverle?

E si risponde: Avete già deciso che al di là di venticinque anni non potete più tenerle, e le mettete alla porta. Ora a quell’età la donna nè trova marito agevolmente, nè si adatta a vita nuova. Bisogna dalla nascita della bambina prefìnire il modo di collocarla nella società, darle casa, interessi, affetti e vita propria. E questo si può fare solamente, incoraggiando le stesse famiglie che allevano le bambine a continuare le loro cure fino a che esse divengano donne. Questo ci pare facilissimo nelle Provincie napolitane quanto altrove.

Il professore De Crescenzio nel libro citato, in cui molti de’ guai da noi narrati sono esposti, dimostra che un anno per l’altro nella Provincia di Napoli nascono 33,000 bambini e che nel primo anno di vita ne muoiono 7000, sicchè ci sono 7000 donne che hanno latte inutile; basta un terzo di queste per dare a ogni esposto una possibilità di vivere. E che la nutrice si affezioni al poppante è una verità così notoria, che non abbisogna di dimostrazione. Chi dunque meglio della balia può fare da madre alla creatura? Mancata la madre propria e il genitore, parmi la cosa più naturale e più facile per offrire alla disgraziata un avvenire. E qui viene la Casa materna dell’Annunziata, dando alla madre adottiva il soccorso necessario per cibare, vestire ed alloggiare la figlia adottiva, coll’obbligo di mandarla alla scuola ed educarla in tutti i doveri di donna, conferendole tutta l’autorità della madre e altresì la responsabilità. Nel caso di morte o di disgrazia, queste ragazze non sono in istato peggiore o differente da tutte le altre orfane, e han sempre la Casa materna o Brefotrofio che sorveglia e vigila. Havvi grande probabilità che la figlia adottiva sposi qualche membro della famiglia, in cui si alleva; e la Casa che ha fondi può aiutarla con una piccola dote. Oggi l’una per l’altra, le alunne mantenute nell’Ospizio fino a ventun’anno costano 7350 lire ciascheduna.

S’imagini con quanto meno un’onesta contadina o artigiana manterrebbe la sua figlia adottiva! Il De Crescenzio fa un calcolo che per 2139 esposte, date al di là di sette anni lire 2,50 al mese per le fanciulle, con premio per il collocamento definitivo di esse, premio di 60 lire per il tenutario e di 20 per il delegato che sorveglia e s’interessa, inchiusa la dote per 275 fanciulle da pagarsi al tempo del matrimonio di 60 lire per ognuna, il totale delle spese sarebbe di 207,360 lire per la famiglia esterna.

Questo sistema dunque unisce l’economia, la salute e la massima possibilità di una vita normale per tutte.

In casi eccezionali, provvedimenti eccezionali. Per certe ragazze, di cui, a cagione di disgrazia o morte della madre adottiva, o di difficoltà di collocamento, la Casa dell’Annunziata deve riprendere la tutela, l’Ospizio può avere il diritto di farne delle apprendiste di quel mestiere, onde mostransi atte, di farle ammettere ad una Scuola normale, ad un Ufficio telegrafico, alle Poste, di aprir loro insomma, nè più nè meno, lo stesso avvenire, il quale è aperto alle ragazze nate da genitori conosciuti.

E qui ci viene a taglio di ripetere una proposta spesse volte fatta a chi ci dice che non vi sono carriere aperte alle ragazze, le quali non trovano marito. Perchè non si ha da educare e istruire le nostre ragazze apposta per dirigere le tante istituzioni di beneficenza in balia delle religiose?

Perchè non istabilire una Scuola normale a tale uopo? Ospedali, case di ricovero, case di lavoro, case di reclusione, prigioni femminili, esisteranno per necessità anche quando l’Italia avrà riformato dalla base tutte le sue Opere pie. Perchè così fatte istituzioni non possono essere dirette e governate da donne intelligenti di amministrazione, d’igiene, di tutto ciò che costituisce una buona direttrice? Fa pietà il pensare che oggi, con tante donne che non sanno guadagnarsi il pane, a cui l’ozio pesa e il tedio della vita diviene malattia, ogni volta che ci vogliono matrone per le carceri, infermiere per gli Ospedali e Manicomii, soprintendenti per i Brefotrofii, per i Convitti femminili, per ogni Stabilimento pubblico, si ricorra al convento, e nove volte sopra dieci facciasi domanda al Belgio e alla Francia per queste Suore e Figlie di Carità, così dette, che non sono che tante gesuitesse, mosse dall’unico scopo di far servire il proprio ingegno, la disciplina perfetta, l’abilità grande, a procurarsi proselite, a creare nuove generazioni di femmine che mettano il confessore prima del marito, la contemplazione celeste prima dei doveri terrestri, di madre, di sposa, di cittadina.

Faccia il nuovo Municipio una statistica delle religiose impiegate e lautamente pagate e mantenute in Napoli da una parte, e dall’altra parte delle ragazze, oggi oneste e atte a divenire capaci infermiere, matrone, sopraintendenti e intelligenti direttrici da qui a quattro anni. Vedrà che troverà con poche spese il modo di mettere al posto tutte quelle alunne dei numerosi Stabilimenti che oggi sono imbarazzo e causa di perplessità agli amministratori.

E a queste figlie di nessuno, e per le quali la Madonna finora si è mostrata madre capricciosa, ora troppo severa, ora troppo indulgente, si pensi specialmente, creando loro un avvenire normale per un altro anno, impedendo che nemmeno continuino a formare una casta a parte, inutile, oziosa, infelice.

In quanto alla Casa di Maternità, che il De Crescenzio vorrebbe vedere accanto ad ogni Brefotrofio «come vivaio delle balie per il servizio del baliatico interno (di cui anche egli deplora l’esistenza), e come Istituto che vi metta sulla via di spandere i beneficii sulla madre e sul figlio e giovare ad entrambi,» la proposta apre un campo così vasto e così irto di spine, che sarebbe presunzione pretendere di percorrerlo per lungo e per largo in queste pagine.

Tanto meno si può in così ristretto spazio rispondere all’altro quesito secco:

«Perchè non concedere alla madre quel compenso di baliatico che dovrete dare ad un’altra per far nutrire il suo bambino?»

«Come non potranno essere benedette quelle otto lire mensuali date alla madre piuttosto che ad un’estranea, la quale non potrà mai avere l’affetto della madre propria?»

Temiamo che per quanto queste proposte trovino eco nel cuore, producano un effetto tutt’altro che favorevole al concetto di virtù e di moralità che rappresenta l’ideale, della società d’oggidì.

Questa società vorrebbe figli nati solamente per unione legittima, nè vorrebbe quest’unione che quando i genitori fossero in grado di mantenere i proprii figli. Questa società riconosce il suo dovere di conservare la vita e allevare i poveri gettatelli, ma difficilmente acconsentirebbe di ricompensare la genitrice che essa società ritiene colpevole.

Ora lo stabilire una Casa di Maternità per «le sole illegittimamente incinte,» e annetterla a un Brefotrofio che pagherebbe la madre per il latte che dà al proprio figlio, sarebbe un premio offerto alle fanciulle madri a preferenza che alle madri spose. Temiamo che molti uomini che oggi fanno sacrifizii, che si serbano sobrii, economi e laboriosi pur di sposare la fanciulla amata, eviterebbero il legame, quando fossero sicuri di vedere allevare i proprii figli dalla loro madre – amante e non sposa di lui – a spese dello Stato.

Non bisogna mai dimenticare il fatto sopra ricordato, che in Napoli già tutti i figli naturali vengono esposti: i non esposti stanno come 1 a 100, mentre in Milano come 1 a 40, in Bologna come 1 a 30. – Si vede dunque che il Brefotrofio inventato da papa Innocenzo, spaventato dal gran numero d’infanticidii, provati dalla quantità di neonati pescati nelle reti dei pescatori del Tevere, ha contribuito in Napoli a rendere, snaturate le madri. – Ora se tale Istituto premia tali madri, avremo un accrescimento di figli illegittimi, come avvenne in Inghilterra, quando ogni madre che presentava un figlio illegittimo riceveva due scellini alla settimana.

Finchè, si crede necessaria l’esistenza dei Brefotrofii, questi debbono servire al solo scopo di dare alimento e mezzi di procacciarselo a quei figli, di cui è impossibile rintracciare i genitori. Altre istituzioni e mezzi educativi possono rendere più umane le madri e i genitori, ma entrano in un altro ordine di idee e in un’altra categoria di fatti. Confondere questi con quelle sarebbe una nuova ingiustizia aggiunta a quella tremenda già inflitta dalla società ai figli illegittimi di genitori sconosciuti.

CAPITOLO QUINTO.

Ospizio dei Santi Pietro e Gennaro Extra-Moenia,

e il Collegio di San Vincenzo Ferreri.

Le riflessioni suggeriteci dall’Alunnato dell’Annunziata confermò pienamente la visita fatta a questi due Stabilimenti, che come il Brefotrofio soggiacquero a quelle riforme che un’intelligente filantropia ha consigliate, guidate e praticate; nè più in là esse possono spingersi, essendo pervenute all’ostacolo insormontabile del «rispetto alla volontà dei fondatori,» feticismo sanzionato dalla Legge famosa del 1862 sulle Opere pie.

L’Ospizio, conosciuto sotto il nome di San Gennaro dei Poveri, sulle colline di Capodimonte, è una fabbrica vasta e splendida, sana e amena, tanto che ci nasce il desiderio di saperlo dedicato a quei poveri tisici condannati a languire e a spegnersi in quell’orrenda grotta, in quel luogo di dolore che si chiama l’Ospedale degl’Incurabili. Oggi invece serve di ricovero a oblate, a vecchi, a vecchie, a donzelle e a fanciulle.

È vero che l’energico direttore cavaliere Pietro Pezzullo, la cui Relazione sul riordinamento delle Opere pie merita di esser consultata da tutti i riformatori, conseguente al proprio convincimento della necessità che cessi l’Oblatismo, fece quanto per lui si poteva per la segregazione «di tutti gli elementi vecchi destinati a perire, e che costituiscono l’anacronisrno dell’epoca presente, da quelli giovani e capaci di essere menati in una vita più conforme alla civiltà dei tempi.»

Egli confinò le oblate all’ultimo piano, forse per facilitar loro la contemplazione dei cieli, e intanto separare le giovani generazioni dal loro deleterio contatto. – Abolì i luridi dormitorii, e costrinse i vecchi, ancor abili al lavoro, a pulirsi alquanto e tenere nette le stanze, in cui non ci son più di due letti; obbligò ognuno che avea un mestiere di esercitarlo a pro dell’Ospizio. Difatti la bella gradinata nuova, i ristauri ed i lavori necessaria per separare le ragazze di differente età, sono fatti con poca spesa dagli ospiti. – Nè troviamo a ridire contro quel bizzarro costume delle associazioni funebri. È un gusto come un altro, volersi seguito alla tomba da vecchi decrepiti pagati un tanto a testa secondo che eglino portano o no la bandiera. Non è più assurdo che il costume inglese di fare seguire il feretro da uomini vestiti a lutto, con passo lento e fisonomie atteggiate a dolore, benchè questi «desolati pagati» non conoscano nemmeno l’estinto. Meno assurdo degl’Irlandesi che pagano più chi più urla e piange, e poi finiscono a gozzovigliare e ubbriacarsi in casa del morto. – Per i poveri vecchi di San Gennaro è un esercizio ginnastico, un mestiere che frutta 72,000 lire all’anno, un terzo della meschina rendita annua che somma in tutto a 175,000 lire. – Parmi veramente notevole che con sì poca somma si mantenga una famiglia di 800 persone con decoro e sufficiente nutrimento, permettendo a ciascheduno di aggiungere qualche cosa alla parca mensa col guadagno del proprio lavoro.

Ben inteso, non vi s’incontra un battaglione d’impiegati come all’Albergo dei Poveri, ma solo dieci persone con stipendio complessivo annuo di lire 13,000. Medico e chirurgo con 240 ciascheduno, un sagrestano con 500, un aiutante confessore con 300, e un assistente all’infermeria con 306 e l’abitazione gratuita.

Ma mentre si va estinguendo l’Oblatismo, mentre l’assistenza dovuta a’ vecchi e alle vecchie inferme diventò decorosa, qui come altrove si crea o si alimenta una nuova piaga coll’Alunnato.

Qui si ricevono alunne gratuite e a pagamento le prime, orfane di entrambi i genitori, o di un solo, o di padre inabile al lavoro; e anche fanciulle aventi entrambi i genitori, purchè la povertà loro sia accertata sopra informazione del Governo.

Le alunne, con pagamento di lire 20 mensuali, e con diritto di entrata di lire 50 per provvedere al corredo, sono trattate come le gratuite.

Mi mancò l’opportunità di assistere all’esame formale delle alunne, ma da quel che mi riescì fatto di osservare, l’istruzione parmi buona: la impartiscono maestre patentate e approvate dal Consiglio scolastico, circoscritta alle classi elementari, più il canto corale. Veramente eccellenti sono: la scuola di cucire con e senza macchina, i molti telai da cui escono tele di lana e filo e cotone finissime, tovaglie o tovagliuoli di squisiti disegni molto ricercati, e che fruttano copiosamente allo Stabilimento. Buona la scuola di sarta, e in genere le arti e mestieri sono cose di fatto e non di mera apparenza. La Direttrice ha uno stipendio di 900 lire, la Vice-Direttrice di 500, le tre maestre di 300 ciascuna, coll’intiero trattamento e con l’obbligo di pernottarvi. Sufficiente Regolamento. C’è un po’ di ginnastica alternata allo studio e al lavoro; la preghiera giornaliera non deve durare più di mezz’ora, e più di due non devono le sacre funzioni nei giorni festivi, e ogni festa le alunne debbono uscire per passeggiare, e così il giovedì quando non evvi lezione di canto corale.

L’Alunnato di San Gennaro, guardato nell’insieme, non ha difetti come scuola-convitto per ragazze povere fino a 15 o 16 anni, età in cui tutte le figlie di operai o contadini si guadagnano la vita col rispettivo mestiere o nelle faccende domestiche. Invece tutte le alunne possono rimanere nell’Ospizio fino all’età di 25 anni, benchè l’escirne prima sia facoltativo. E quando non trovino collocamento fuori dell’Ospizio, compiti i 25 anni, passano nella classe delle ricoverate.

Ora per le alunne povere sembrami assai preferibile il collocamento presso famiglie oneste, come ho avvertito per le «figlie della Madonna;» ma ammesso che il Convitto debba stabilire l’età da 16 o tutto al più da 20 anni per il loro collocamento in qualità di serve o di sarte, di filatrici, di tessitrici o con altro mestiere, bramerei la classe delle ricoverate abolita del tutto. Il creare una classe, per cui lo Stato o un Istituto di beneficenza deve provvedere lavoro se può, tetto e cibo in ogni caso, dinota accrescere il numero degli oziosi che non troveranno mai impiego stabile, finchè l’asilo rimarrà loro aperto.

Inoltre opino che l’Ospizio di San Gennaro debba esser limitato a un solo scopo: od ospedale per i poveri infermi, o casa di ricovero per i poveri vecchi inabili al lavoro, compresevi le esequie che pare vengano diminuendo di lucro dopo l’istituzione della sepoltura civile e gli appalti funebri del Municipio; o Educandati-Convitti; e in tal caso questi hanno da esistere per le fanciulle povere fino all’età di sedici o venti anni.

Nè qui il più inveterato idolatra «della volontà dei fondatori» può addurre alcuna obbiezione, dacchè se fu fondato l’Ospizio in nome di tutta la cittadinanza per raccogliere i poveri nel locale eretto sopra le antiche catacombe ad uso di convento, esso fu trasformato successivamente in caserma e in lazzeretto; e i fondi odierni derivano da varii donatori senza obbligo espresso; mentre certi suoi beni, come il Feudo di Selvalonga, passarono in mano privata, senza che siasi rinvenuto modo di consultare il donatore.

La Provincia ha dunque libera la mano, e può operare senza ferire il più superstizioso adoratore della volontà dei morti.

Il Collegio di San Vincenzo Ferreri riformato, di cui parlerò, offre per la sua storia e nel suo insieme tutti gli elementi per lo studio dell’Oblatismo non solo, ma per quello dei resultati, a cui conduce il sistema di tenere in ozio le donne, dette alunne, dopo una certa età.

A tal segno erano giunti gli scandali, gl’intrighi, gli abusi di questo Pio Luogo, che dopo le informazioni prese da una Commissione d’inchiesta fu nominato un Commissario regio, che operava con grande energia.

In questo Ospizio, fondato per le orfane derelitte in sulla via pubblica, il Commissario rinvenne oblate vecchie, donne d’ogni età, e povere fanciulle sottomesse ai capricci o ai maltrattamenti delle oblate, le quali oltre i centesimi 50 che ricevevano dal luogo, lucravano sul lavoro delle fanciulle obbligate di cucire guanti dalla mattina alla sera, ed a cui nemmeno si permetteva di frequentare le due classi elementari aperte nel 1862. Il Commissario cominciò a separare le fanciulle dalle vecchie, ad aprire scuole di lettere, di disegno e di canto; nominò una Direttrice, e ristrinse le vecchie alunne al piano superiore, stabilendo un refettorio comune, un vestire decente, e un po’ di disciplina fra le alunne.

Le oblate misero la rivoluzione in casa; tali furono le scene, tale il linguaggio osceno, da mettere ribrezzo. Con lusinghe e minacce ottennero che le fanciulle invece di studiare voltassero le spalle alle maestre, e recitassero orazioni ad alta voce. – Nella classe di disegno, oblate e fanciulle intonarono la seguente pia preghiera: «Dio! fate che chi viene su queste panche si rompa le gambe.»

Finalmente aspersero di acqua ragia il letto della Direttrice, che dovette chiudersi in camera.

Qui s’esaurì la pazienza del Commissario, il quale cacciò dieci oblate e disperse le altre fra i conventi di Regina Paradisi e San Gennaro. Ma bisognò pagare 10 lire al mese per l’alloggio e 50 centesimi al giorno di pensione.

Anche le vecchie donzelle alunne guardarono di mal occhio questi cambiamenti. Ognuna aveva il proprio confessore, ora invece ce ne sono pochi per tutte. Esse abitano in luride stanze, col fornello sotto il letto, colla roba da mangiare nella camera, gelose l’una dell’altra, pettegole, oziose. – Avvicinandole vi baciano le mani, poi di dietro vi mandano maledizioni da far fremere.

E queste parasite, che passano il centinaio, debbono esser mantenute fino alla morte, e così occupano il posto di tante orfanelle, che avrebbero il diritto di entrare nell’Istituto.

Per quelle che ci sono, le cose non vanno male. Sventuratamente la scelta della prima Direttrice laica non fu felice: faceva la camorrista, come dicono i Napoletani ormai per qualunque abuso di potere o per estorsioni. E il Commissario regio, invece di ricordarsi delle tanto buone istitutrici che escono dalle Scuole normali e che fecero buona prova di sè nel Convitto femminile, corre difilato ad Ivrea per cercarvi Suore, e ad esso è affidato il Collegio. – Per suore fanno bene. La Direttrice è un’energica Milanese, che le vecchie alunne hanno in santo timore, benchè ella cerchi di urtare i loro pregiudizii il meno possibile, e dirige la Casa egregiamente. Le scuole di cucire, di stirare e specialmente di rammendare sono efficacissime – e utilissima quella del disegno applicato ai lavori femminili, condotta dal professore Torno. Ma tutte le ragazze hanno quell’aria dimessa, e tutt’altro che giovanile, delle santocchie, e gli esercizii spirituali prendono troppo il posto della ginnastica. C’è questo di buono, che contrariamente al consiglio del Commissario regio, si decise che le alunne escano dal Collegio a 21 anno al più tardi. – Visto che ogni allieva partecipa dei guadagni risultanti dai proprii lavori, e che i premii dànnosi in denaro, ognuna esce dallo Stabilimento con un libretto della Cassa di Risparmio per cominciare la propria carriera nel mondo.

Con poche modificazioni, e sotto direzione laica, il Collegio di San Vincenzo Ferreri potrebbe trasformarsi in eccellente convitto per le fanciulle abbandonate fino a 16 anni; sempre però riducendo il numero a quelle, alle quali non viene dato di trovare collocamento in qualche famiglia onesta fino dalla tenera età. Ben inteso non prolungando mai oltre l’età prefissa il soggiorno delle medesime nel Collegio.

CAPITOLO SESTO.

Santa Maria succurre miseris.

E se un esame dei Luoghi Pii riformati, compatibilmente col loro statuto originale, dimostra che per esser resi utili ai poveri di oggi fa d’uopo la rifabbricazione (instauratio ab imis fundamentis) dalla base, chi può ideare l’impressione di colui che penetrasse in uno di quei ritiri, ove i pretesi diritti del Clero impedirono alle Autorità laiche di metter mano?

La dittatura del Garibaldi avea tolta l’ingerenza del Clero nelle amministrazioni delle Opere pie, e il decreto fu confermato e perfezionato nel 1861, e una legge contrassegnata Mancini, 1861, annullatrice di ogni altra legge in contrario, esentava tutti gli ecclesiastici dagli ufficii che avevano nelle Opere pie. Venne la legge Rattazzi, venne l’energico appello dello Spaventa nel 1864 alle Rappresentanze interessate che rimanevano inerti, seguirono le sue giuste osservazioni sul debito che ha lo Stato di vigilare che per eccessivo ossequio al diritto dei singoli non si disordini il giure pubblico e privato di tutti, massime dove si tratta di perpetuare abusi e pregiudizii di altre età e di altri costumi.

I giornali parlarono, si pubblicarono opuscoli e memorie, ed il Reale Istituto di Incoraggiamento bandì un concorso per chi avesse presentato Memorie intorno agli Stabilimenti di beneficenza di Napoli, e ai modi di renderli utili alle classi bisognose. Ed i lavori del Turiello, del Dominicucci e del Petroni giudicaronsi eccellenti, e furono nominate Commissioni di inchiesta, e le proposte del Pezzullo veramente pratiche ed effettuabili; e l’opuscolo dello Spinelli rivelava molti abusi, e fra le altre cose il fatto che 54 tra Conservatorii e Ritiri, con un’annua rendita di 716,688 lire, non contenevano che 2669 persone, incluse 487 pigionanti, che il 22 % fu speso in amministrazione e culto, senza le somme legate per messe. Egli ci rivelò abusi e disordini di ogni sorta dappertutto, e fece eccellenti proposte; e dopo lui Achille Lazzaro in un grosso libro: Riforma delle Opere Pie, epilogando il detto dai suoi predecessori, mostrò l’urgenza di provvedere alla riforma, e il Prefetto ne era convinto, ma interrogatone il Ministero d’allora, questo consigliava lo statu quo, temendo offendere le suore e i preti. E intanto l’Oblatismo, una delle maggiori piaghe, fiorisce invece di spegnersi.

Nel 1865 le oblate erano 1446, e all’ultimo censimento sommavano a 1688. – Meno male se rinchiuse in una diecina di ritiri: invece, a dieci, a dodici, a venti, a cento, elleno occuparono i migliori luoghi di Napoli.

Rimasi attonita udendo dall’egregio Delegato, addetto all’Uffizio di sanità, che per le donne determinate di ritirarsi dalla mala vita non vi ha penitenziarii: luoghi in cui la società, che rifiuta di riammetterle nel suo seno, le provveda almeno di mezzi per procacciarsi onestamente la vita, senza l’obbligo di farsi oblate, o sottoporsi a stenti e disagi, che fan troppo distacco dalla vita fin allora menata. Guardai il libro delle Opere pie della Provincia, e ne trovai undici destinate a questo scopo dai fondatori.

Visitai uno Stabilimento, e vi trovai 120 oblate, suore, monache e pigionanti, con sole 20 orfane, e una scuola esterna; e avendo uno dei Governatori disapprovata una tale visita, mi valsi dell’ordine del cortese comm. Movizzo, che allora faceva le veci del Prefetto dimissionario, e accompagnata da un amico medico napoletano mi presentai alla porta di Sant’Antonio alla Vicaria, detto Sant’Antoniello, o Santa Maria succurre miseris.

Lo scopo antico e odierno di tale istituto è di ricoverare, mantenere ed educare donne pericolanti, donne traviate e pentite della mala vita. Stando fuori della porta, si sente un assordante schiamazzo. Aperta la porta, qualche dozzina di oblate si presentano curiose e pettegole. Domandai della Direttrice. Una rispose: «Malata;» un’altra: «Andata a spasso;» una terza: «Col confessore.»

– Si può vedere lo Stabilimento?

– Bisogna chiederne al prete.

– Dove è il prete?

– Assente.

Vidi una tavola coperta di monete di rame, come nella strada della Sezione Mercato, ove i camorristi cambiano in moneta i biglietti del popolino, ritenendosi l’un per cento. Domandai che cosa ciò significasse. Mi dissero che le povere ragazze tenevano per turno il banco di cambio.

Le donne affermarono che c’erano 137 oblate e qualche pentita. M’importava vedere lo Stabilimento, perché il Direttore della SS. Annunziata mi aveva detto che vi stavano rinchiuse undici delle sue pecorelle smarrite, e lasciando i nostri biglietti di visita, avvertimmo che si sarebbe ritornati fra poco. Ed infatti tornammo fra un’ora, e ci aprì il prete, e ci condusse in una stanza di fuori, ove c’intrattenne a discorrere di antichità e di storia, e malgrado della nostra impazienza ci disse che era affatto senza importanza il visitare lo Stabilimento, che una volta s’era presentato alla porta il Prefetto, e che le oblate avevano rifiutato di lasciarlo entrare, e che questi aveva lodato il rigore della consegna. Si capiva facilmente che egli guadagnava tempo per lasciar preparare per la visita. Finalmente ci accompagnò nel cortile, con queste parole: «Ecco, ora avete visto!»

«No, – dicemmo, – vogliamo vedere le inquiline.»

Batti, ribatti, chiamò un’oblata, a cui diè ordine sotto voce. Essa ci accompagnò in un’ala dello Stabilimento, e malgrado dei tentativi di mettere un po’ d’ordine, tanto l’amico medico quanto io ci siamo confessati di non aver mai veduto o immaginato un simile luogo. Qua e là c’erano donzelle, che interrogate dissero di essere uscite dall’Annunziata; e queste per lo più facevano guanti. Le stanze per isporcizia, luridezza e fetore vincevano i tugurii dei Cattolici irlandesi, nei quali maiali, asini ed uomini vivono insieme.

Nessun refettorio; ognuna provvede da sè cogli scarsi centesimi che dà il luogo, e fa cucina da sè in camera da letto.

Nessuna istruzione, nessuna disciplina; c’era una ragazza alienata, c’erano delle malate; impossibile parlare con una delle ragazze, senza che rispondesse un’oblata. In un’ala esalava tale fetore, che l’amico, benchè medico, ed io, abbastanza abituata alla miseria ed alle cose che ne derivano, scappammo a tempo per non isvenire.

Discesi, ritrovammo il prete, che presiedeva alla tavola coperta di rame.

«Avete visto?» ci domandava beffardamente.

«Abbiamo visto,» risposi. Il medico spese qualche parola sullo stato nefando, sulla probabilità che morissero tutte, se ci entrasse il colèra o il tifo, ed il prete sogghignando rispose, che non avevano quattrini nè gente di servizio per la mondizia.

Noi risapemmo poi che quel prete era uno dei fidi dell’Arcivescovo di Napoli.

Tralasciamo di descrivere lo stato degli Stabilimenti diretti «da un ecclesiastico nominato dall’Arcivescovo, dal parroco o dal sacerdote.» Ricordiamo sempre che ove c’è Oblatismo, non c’è nemmeno il voto di castità, che tutte le oblate vanno e vengono e ricevono chi vogliono di fuori, che il grado di libertà di ciascheduna dipende dal più o meno grande favore del prete dominante, e che anche in quegli Istituti, ne’ quali il prete non governi apparentemente, ei vi regna e vi comanda.

E ciò in diretta opposizione delle leggi 61, 62, 64!

Pensare poi che colla miseria esistente in Napoli, colle difficoltà finanziarie, ond’ha da lottare il presente Municipio di Napoli, ci sono Istituti come:

Santa Maria Antesæcula, che ha la rendita annua di 31,000 lire per mantenere 39 persone, fra cui 28 oblate;

Spirito Santo, con 80,000 lire, per 100 oblate con alunne affidate ad esso,

Santa Maria del Rifugio, con 31,000 lire annue, per 38 oblate e qualche alunna;

Suor Orsola Benincasa, con 100,000 lire, per 30 oblate, 7 educande e 6 converse;

Rosario a Portamedina, con 28,000 lire, per una famiglia di 23 persone, di cui 21 oblate;

Rosario al Largo delle Pigne, con lire 43,000, per una famiglia di 38 persone, fra cui 32 oblate.

Per non tediare il lettore con una lista di cifre, concludiamo col Collegio della SS. Concezione di Monte Calvario, il quale con una rendita di 115,000 lire mantiene solamente 35 oblate. E mentre scriviamo, ci cade sott’occhi la sdegnosa protesta di Tommaso Carlyle, quando un falso sentimentalismo riempiva di vagabondi e di oziosi le Case dette dei Poveri.

Fingendo di essere il capo del Governo, così il Carlyle finisce un discorso : «Agli indigenti e incompetenti schiavi della birra e del diavolo.

«Santo cielo! Ho da spendere otto o nove milioni di lire sterline e da rovinare la moralità della mia popolazione laboriosa, ciò che importa più del danaro, per impedire che la vita si spenga in voi, in voi? Un cattivo servizio vi rendo davvero, come vado ripetendomi amaramente. Pur troppo davanti all’alto cielo devo registrare questa mia convinzione.

«Io penso che i vecchi Spartani, i quali vi avrebbero ucciso, mostrerebbero più umanità che non faccio io. Più umanità, più virilità, più senso di ciò che la dignità domanda imperiosamente da voi, da me, da tutti. Noi chiamiamo carità, beneficenza e con altri termini questo brutale sistema, e non è che pigrizia, mancanza di cuore, ipocrisia, codardìa, bassezza d’animo.

«Venite d’ora innanzi a domandarmi la polenta. La guadagnerete, se vi piace, e sappiate che sotto nessun altro patto ne avrete. Davanti alla terra, al cielo e a Dio creatore, io dichiaro che è uno scandalo di vedere tale vita mantenuta in voi col sudore e col sangue dei vostri fratelli, e se non puossi cangiar registro, la morte è da preferire. Se volete mangiare, lavorate; se devo pescare 10 milioni, voglio essere corrisposto. Lavorate, avrete il salario; rifiutate, evitate la fatica, disubbidite, io vi ammonirò e cercherò di eccitarvi al ben fare. Se tutto è inutile, vi bastonerò, e se anche così non riescirò, vi fucilerò, e libererò la terra di Dio da esseri simili.

«Dunque, al lavoro tutti, ogni mano al lavoro!»

M’immagino il santo orrore che tale linguaggio desterà in Italia, in cui oggi sembra che la pietà e la commiserazione sia tenuta in serbo per gli oziosi, per i viziosi e per i rei. Quando fu udito in Inghilterra, essa rinnegava il suo più grande scrittore, il suo più originale pensatore. Ma poi s’avvide che egli aveva ragione, e le nuove leggi dei poveri ne sono il benefico risultato

CAPITOLO SETTIMO.

Istituti ospitalieri.

Lessi che si cambiano i Governatori di varie Opere pie in Napoli, e fra le altre dell’Albergo dei Poveri e dell’Ospedale degl’Incurabili. Ma il cambiare gli uomini, senza cambiare il sistema dalla base alla cima, tornerà cosa vana.

Non mi propongo di parlare a lungo dell’Ospedale degl’Incurabili, per la semplice ragione che mi riescì impossibile, malgrado delle larghe promesse, di avere dati e statistiche accurate. Ma lo visitai per filo e per segno, e mentre credo che difficilmente si troverà un Ospedale meglio ordinato di quello della Pace, non dubito di esagerare, affermando che difficilmente in Europa oggidì esiste un luogo così infelice e disadatto ad alleviare le sofferenze e a curar le malattie dell’umanità, quanto il giustamente nominato degl’Incurabili. La sudiceria, l’aria mefitica, la polvere nauseante che si sollevano dai pavimenti, i buchi senza scolo che servono per cessi, lo squallore e la luridezza dappertutto, ma specialmente nella quinta sala, fanno sì che per lo meno si debba scrivere sul vestibolo: «Lasciate ogni speranza, o voi che entrate.»

Eppure nel libro: Le Istituzioni Pie, lavoro statistico pubblicato a spese del Consiglio provinciale, si legge: «Venuto il Pio Luogo a celebrità di beneficenza, divenne tosto la riunione dei primi luminari delle scienze medico-chirurgiche. Infatti esso, oltre di essere una gloria patria dei Napoletani, è uno dei più cospicui Nosocomii d’Italia, sia per la varietà e moltiplicità dei casi e dei morbi, che per le celebrità medico-chirurgiche e per la vastità, scompartimento, ordine e salubrità.»

In quanto alle celebrità medico-chirurgiche, non mi stimo giudice competente; ma per tutto il resto le lodi suonano sarcasmo. Parlate cogli ammalati ivi raccolti, con quei che hanno avuto la buona fortuna di uscirne, udite ciò che eglino vi diranno della dieta, del trattamento, del cangiar della biancheria. Parlate con alcuni disgraziati, che si ripromisero un onesto guadagno come appaltatori della biancheria, e vi diranno che lenzuola e camicie scomparvero a centinaia alla volta, e che dovettero ben presto ritirarsi dall’impresa, per non soccombere. Parlate con un altro pietoso, che vedendo il ributtante pasto dato agli ammalati, lo commise allo stesso venditore che serviva la casa propria: ma serviti di minestra, gli ammalati lamentavansi più che mai, perchè chi aveva interesse a fare scomparire il pietoso, aveva messo la nuova pasta ad ammuffire in cantina.

La razza degl’infermieri negli Ospedali è in genere trista; sembra che la presenza costante dei patimenti indurisca, invece d’intenerire, il cuore. Era la nostra gran difficoltà nel 1860, quando non fu possibile far assistere i feriti dai proprii camerati. Per quanto fossero lauti gli ordini alimentarii dei medici, per quanto questi ubbiditi a pennello, venuto il momento del rancio, il cibo era scarso e cattivo.

Un giorno il Garibaldi, durante una sua visita, prometteva a tutti che avrebbero avuto qualunque cosa che il medico, passando la rivista, non avesse giudicato dannosa. La domane trovai prescritto un numero notevole di petti di pollo. Scesi in cucina, e conobbi che i polli erano in numero bastevole alla richiesta; ma a pranzo non un sol petto di pollo figurò tra le pietanze. Ridiscesi in cucina allora, coll’energico Direttore di quell’Ospedale, il compianto Morosini, e ci vennero veduti delicatamente accomodati e panati tutti i petti per il pranzo degl’infermieri. Messi dei Garibaldini capi-cucina, gl’infermieri civili si ammutinarono e minacciarono. Li cacciammo fuori tutti, e le cose procedettero un po’ meglio.

Ove i religiosi e le religiose fanno da infermieri, si sa bene che chi tra i malati si presta agli esercizii spirituali ha il corpo rinfrancato con brodi ristretti e bocconcini squisiti, mentre i renitenti son trattati ad acqua salata, e ad ossa da rosicchiare.

L’Ospedale degl’Incurabili ha una rendita di 830,395 lire, spende per il culto 17,277 lire, ed Achille Lazzaro nel 74 affermava che il costo dell’amministrazione ascese al 57 per cento. Egli nel suo capitolo sugl’Istituti ospitalieri espone molte utili osservazioni, e dice tra l’altre cose che, mentre negli Ospedali c’erano 1647 letti, non c’erano che 1353 infermi, e non pertanto si videro infermi dappertutto respinti : ciò deriva dal fatto, che essendo divisi gli Istituti tra clinici, acuti, cronici, feriti ed altri, spesso vuoti gli Ospedali acuti, son pieni i cronici, e questi pieni, e gli acuti non potendo ricevere cronici, viene la conseguenza che gl’infermi non hanno dove andare, benchè altrove ci sieno letti vuoti. Egli propone il rimedio di una unificazione legislativa con decentramento amministrativo, e questa proposizione, come dirò altrove, parmi l’unica applicabile a tutte le Opere pie.

Per fermo, di tutti gl’Istituti di beneficenza, quelli dedicati agli ammalati poveri, infermi dì mente o di corpo, sono i più necessarii. L’Italia che non ha leggi, così dette, dei poveri, ha però, questo di superiore ad altri paesi, che concede assistenza medica a quanti non possono procurarsela per sè; ma a che servono i devoti servizii dei medici? E devoti lo sono per la maggior parte, e mal retribuiti, e faticosi, da giustificare il Fusinato nel dire

Arte più misera,

Arte più rotta

Non c’è del medico

Che va in còndotta.

Ma a che serve, ripetiamo, tutta la loro abnegazione e devozione, quando gl’infermi non hanno letti, nei quali ricoverarsi, nè biancheria, nè assistenza, nè quiete, nè dieta adattata al loro stato, e spesso neppure medicine?

Difficilmente un individuo, per quanto sia ozioso o vizioso, domanda senza estremo bisogno ingresso in un ospedale, cotanto suol regnarvi triste e melanconica l’atmosfera. È vero che abbiam letto che l’Ospedale-infermeria nella Colonia di New-South-Wales in un anno ricevette 1769 persone, ed è talmente attraente che ci va chi poteva farsi curare altrove, e che in tasca di varii individui ammessi dietro ordine del Segretario furon trovate rispettivamente 78, 170, 193, fin 215 sterline. Non c’è da temere che chi possiede altrettante lire, domandi ammissione all’Ospedale degl’Incurabili.

Ma in confronto degli altri Istituti di beneficenza in Napoli, molti dei quali dannosi ed inutili, gl’Istituti ospitalieri non sono sufficienti per la popolazione. Londra ha 78 Ospedali per differenti malattie, di cui 11 per bambini, e in un anno ha ricevuto in essi 38,382 persone, e dato soccorso medico a 830 persone; inoltre 43 farmacie, ove si dispensano medicine gratuite, ed il costo è presso a poco di un milione di sterline, e questo senza includervi un gran numero d’istituti privati, per aiutare gl’infermi poveri. E poi recentemente, essendo sottomessi anche i guardiani dei poveri al Local Government Board, sono obbligati nelle dette Case di Ricovero di tenere edificii separati per i sani e gl’infermi, e nelle 30 parrocchie, in cui la metropoli è divisa, 26 hanno ospedali od infermeria propria. E che questi Istituti stiminsi necessarii, lo prova il fatto che in tutte le chiese una domenica all’anno è dedicata al così detto fondo per gli Ospedali, e alla fine del discorso del predicatore si fa una colletta, e la carità pubblica vi versa migliaia di sterline.

Nella sola città di New-York c’è un Ospedale per i ciechi, per gl’incurabili; l’Ospedale di Bellevue; l’Ospedale della Carità per i febbricitanti, per i paralitici, per gli epilettici, per gli ubriachi, per gl’idioti e per i matti, e questi ospitano 50,000 persone all’anno. Or Napoli con una popolazione di circa 500,000 abitanti non ha che cinque Ospedali, con una rendita complessiva di un milione e 313,115 lire; mentre, come ho già detto, la rendita delle Opere pie nella città ascende a 7 milioni e 154,859 lire, di cui 717,942 lire spendonsi in culto. Nei 68 Comuni della Provincia otto soli hanno Ospedale, cioè Castellamare uno, Forio d’Ischia 2, Giugliano 3, Gragnano 4, Napoli 5, Pozzuoli 6, Procida 7, Sorrento 8; in tutti questi Ospedali messi insieme non ci sono che 2346 posti per una popolazione di oltre un milione di abitanti, ossia un posto per ogni 387 abitanti. Devesi notare che in alcuni Istituti c’è un ospedaletto, come per esempio quello di San Pietro e Gennaro, e nel Comune di Casamicciola uno Stabilimento balneario di acqua termo-minerale, dipendente dal Monte della Misericordia, ove un anno per l’altro curansi mille infermi, e costa 55,000 lire annue.

Naturalmente l’organizzazione degli Ospedali non rappresenta che una sola parte delle grandi riforme sanitarie, necessarie in Italia dappertutto e specialmente in Napoli.

CAPITOLO OTTAVO.

Monti ed Istituti elemosinieri.

Ho passato parecchi giorni nel visitare i Monti di pietà, così detti, che bisogna distinguere in Istituti elemosinieri e Monti di prestiti, i quali senza quest’ultimi posseggono complessivamente una rendita annua di un milione; e mi son domandato: Quanta ne gode il povero?

Si sa che questi Monti ebbero origine nella generale reazione contro l’usura praticata dagli Ebrei. Fu il Padre Bernabò da Terni dell’ordine dei Frati Minori, che prima indirizzò ai ricchi una commovente preghiera di trovare i mezzi per salvare i poveri dalle unghie degli usurai, e i ricchi risposero creando un Banco di prestiti, detto Monte di pietà o Banca della carità. Gl’interessi pagati per i prestiti bastavano appena a coprire le spese del servizio; Perugia fu la prima; Orvieto, Viterbo, Savona, Bologna presto seguirono l’esempio; Roma dipoi, il Piemonte solamente, quando l’interesse in piazza salì al 30 per cento. Gli altri paesi di Europa copiarono questi Istituti molto più tardi, la Germania nel XVIII secolo, la Russia proprio al fine di esso secolo, la Francia nel 1750, ed ora gl’Istituti francesi possiedono un capitale di 30,000,000, somma uguale a quella posseduta dai 300 Monti della sola Londra. Ma nessun Istituto di beneficenza è più deteriorato dallo scopo suo originale che questi Monti, i quali sono puramente e semplicemente Banchi d’usura. Io so bene che mi si possono dimostrare quante riforme si vennero introducendo nei Banchi principali di Napoli: come poco tempo fa il povero non poteva impegnar la sua roba se non dandola ai sensali, i quali esigevano quasi altrettanto interesse dello stesso Monte; che gl’impiegati si appropriavano e vendevano i pegni; che si defraudavano i proprietarii del di più ottenuto dalla vendita forzata; che ogni specie di abuso fu commesso, e che ora non si permette a un sensale come quelli di salire le scale; che il furto non più esiste; e che le aste avvengono alla luce del sole, presiedute da tre diversi membri dell’Amministrazione, donde la difficoltà grande di un abuso concertato.

Raramente ho visto un Monte tenuto con più ordine e precisione del Monte di Donna Regina. Sopra ogni pacco, numerato e registrato, in quell’immenso labirinto di camere e scansie, si può in un batter d’occhio metter la mano. Restituendo il pacco, lo si apre, ed il possessore verifica il contenuto. Per dire il vero rimasi attonita del prezzo pagato per cenci e per altri oggetti venduti all’asta. Difficilmente, portati a una bottega, avrebbero essi ottenuto tal somma.

Il sistema che obbliga lo stimatore ad essere responsabile per le somme date su certi oggetti, fa sì che non troppo ragguardevoli siano le somme prestate, ciò che stimola il proprietario a ritirare l’oggetto, per non perderlo. Ma qui come negli altri Istituti ricordati bisogna cangiare il sistema non rimediabile nei particolari. Le Banche di Napoli, come credo quasi tutte in Italia, esigono l’interesse del 6%, più del doppio di quelle di Londra, e non basta. Si esige inoltre 1% all’atto di ogni pegno. Verace abuso.

Mentre il pegno di gemme, di oggetti preziosi, di oggetti di lusso insomma, commuove poco l’anima, confesso che la miseria di Napoli non mi fu più visibilmente presentata che allo spettacolo della enorme quantità di letti impegnati. Domandai all’impiegato che mi condusse, uomo compito e cortese, se questi letti furono spesso disimpegnati.

«Al più presto possibile, – mi rispose, – perchè bisogna pensare che chi impegna il letto, non ha altro da impegnare, e gli tocca intanto dormire in terra.»

La stessa osservazione si applica a’ così detti metalli rozzi, che sono, per la più parte, utensili di rame o di ferro per la cucina. Con molta accuratezza e precisione il Ragioniere della Cassa di pietà mi ha posto sott’occhio il movimento dei pegni del 76, sia degli oggetti preziosi, sia dei metalli rozzi. Mentre i pegni degli oggetti preziosi rimangono quasi invariabili, ondeggiando tra sei o settemila al mese, quelli dei metalli rozzi crescono e diminuiscono colla inclemenza della stagione. Un po’ d’influenza la esercitano anche le feste: a Natale e a Pasqua, per lo meno, il povero vuol mangiar bene, e benchè sia facile, per chi si siede regolarmente due volte al dì a lauta mensa, di criticarlo, sembrami cosa assai naturale. La media del danaro prestato su questi utensili è di 13 mila lire al mese per i pegni nuovi, 7 mila per i rinnovati, 17 mila per gli oggetti spegnati e rimpegnati; or ciò prova che quella povera gente ritirò gli utensili più volte, e fu obbligata a rimetterli, e ogni volta le toccò di pagare l’uno per cento di nuovo, sicchè ammesso che la pentola o il paiuolo siano stati quattro volte impegnati e spegnati, l’infelice in un anno avrebbe pagato il 10 per cento d’interesse. I pegni consentiti dal Monte di pietà di Napoli, da cui tutti dipendono, ascendono a più di 20 milioni, tra cui le sole pannine figurano per quasi due milioni.

La nuova regola poi che dopo un certo tempo bisogna spegnare per rimpegnare, riesce ad una forzata vendita per moltissimi.

A Roma bisogna farlo ogni anno, a Napoli ogni 10 mesi. Sicchè il Monte di pietà per il povero risolvesi nella più spietata delle istituzioni. Che dire poi di quella infinità d’istituzioni dette Monti per soccorsi a domicilio, e per scarceramento di debitori, ec. ec. ?

Primo Monte per suffragi a defunti, non che per doti a donzelle povere e soccorsi a mendici.

Secondo Monte per suffragi a defunti, per doti a donzelle povere, soccorsi a poveri ed all’Ospizio di collocamento.

Monte di dotazioni a povere civili donzelle e ceti determinati.

Primo Monte per dotazioni a povere fanciulle del popolo.

Secondo Monte per doti a povere e per prestiti senza pegno alle infime classi del popolo, Monte per culto.

Monte speciale per doti a povere donzelle e per scuola popolare.

Ormai il carceramento dei debitori accade di rado a cagione dell’obbligo dei creditori di mantenerli in prigione. In quanto al Monte per suffragi ai defunti, la cosa in sè è un vero anacronismo; a questo speciale Monte poi, con 122 mila lire annue di rendita, si permette ancora la questua.

Quello del Purgatorio ad Arco per rendersi più plausibile fa mostra di dar dote ai poveri e soccorsi ai mendici; di dote a donzelle povere si dànno 1400 lire, di elemosina 4250 lire; mentre se ne spendono 6771 nell’amministrazione, 54,000 per il culto. Come spendasi il resto, nessuno lo sa; in tasca dei preti vivi per liberar le anime dei morti! Le stesse tenebre avvolgono l’Amministrazione di Santa Maria Vertecœli, la cui rendita diminuisce annualmente; anche a questa si permette la questua. La rendita inscritta depurata da ricchezza mobile somma a lire 131 mila, di cui 35 vanno per ispese di culto, escluse le Messe. L’Istituto dà 34 mila lire per elemosina; si parla di patrimonii per preti e cappellanìe; ma come, a chi, o con che diritto, s’ignora.

Le doti a donzelle si dànno a capriccio qui come altrove. Mi narrò un Professore napoletano, ora residente a Firenze, che nella famiglia, in cui egli alloggiava, sufficientemente benestante, una delle figlie faceva tutti gli affari di casa, ragazza esemplare; l’altra bazzicava in chiesa a messe mattutine, a ufficii vespertini, Marta e Maria novelle. A Maria, il Monte detto di Beneficenza dava un sussidio mensuale, a Marta tutto fu negato. Del resto, nè l’una nè l’altra erano in condizione di dovere stender la mano per la carità pubblica.

I Monti di prestito senza pegno, ben diretti, sarebbero provvidenziali, ma in quelli esistenti va via il 60 per cento in amministrazione. In quanto a mantenere un Monte speciale per culto, non si può parlarne senza cadere nel ridicolo.

Un Consiglio provinciale o comunale, che oggi riformasse i singoli Istituti, somiglierebbe all’architetto inteso al ristauro del tetto di una casa, le cui fondamenta sono scosse, i muri crollanti, le travi cadenti. Tutti i Luoghi Pii, tutte le Opere di beneficenza son fuori di stagione; non solamente non servono più ad alleviare i mali e le sofferenze umane, ma diventarono fomite di nuovi mali, e servono ad accrescere la miseria. Nè ci vengano a parlare del rispetto dovuto alla volontà dei testatori. Lord Bacone definisce questi legati:

«Il dono di ciò che non è più nostro, ma che è divenuto proprietà di un altro.»

Tommaso Hare, che ha studiato e ponderato molto l’argomento, dice:

«Ogni generazione dev’essere aiutata da una legge, è invitata dal sentimento di trasmettere alla posterità tali Istituti, che possano sollevare il carattere, arricchire l’intelletto, ed accrescere la potenza dell’uomo. Ma nessuna generazione deve imporre sulle generazioni successive l’obbligo perpetuo di amministrare in modo prescritto quei frutti della terra, per produrre i quali ci vuole il lavoro delle generazioni nuove. Portate davanti a questa pietra di paragone, tutte le Fondazioni dette di Carità, ond’è coperta l’Inghilterra, sono viziose in teoria e in pratica.»

Lord Brougham dice, «che a nessuno deve esser permesso di far legati che possano danneggiare la società.» Egli concederebbe la massima autorità alle Corti giudiziarie per sentenziare su tutti i legati di beneficenza.

A me pare che accettando come principio che tutti i legati di beneficenza furono dai legatarii destinati ad alleviare le sofferenze dell’umanità, mantenendo fermo questo scopo generale si rispetta benissimo la volontà dei testatori, senza prender nota dell’oggetto speciale, a cui tali intenzioni caritatevoli furon dirette.

È stato detto e ridetto che Corpi morali non devono possedere beni stabili, perchè non possono amministrarli. Difatti, se fabbricati, gli architetti, gl’ingegneri per riparazioni e costruzioni consumano gran parte della rendita; se fondi, ora la gragnuola, ora la pioggia, ora l’arsura, serve di scusa ad infidi amministratori di mostrare le diminuzioni delle rendite. Nelle molte gite nei sotterranei di Napoli, se chiedevo il nome del proprietario della più lurida fra le luride abitazioni, ero sicura, in risposta alla mia domanda, di udire: l’Albergo dei Poveri, l’Ospedale degl’Incurabili, o qualche altro pio Istituto. E le mura sfasciate, e le scale pericolanti, ed i tetti che non proteggevano gl’inquilini dalle intemperie, non iscompagnavansi mai da pigioni esorbitanti, e queste dalla fiscalità nella esazione.

Ma visto che la conversione delle proprietà immobili in rendita offre un vasto campo ai disonesti ed agli speculatori, il Municipio progressista e il Governo riparatore possono andar d’accordo sui modi più adatti per utilizzare ed economizzare ogni cosa posseduta; o cespite di rendita; e mentre si stanno combinando i modi, devesi studiare e concretare un progetto di legge per regolare il pauperismo in Italia in guisa da sollevare più efficacemente l’esistente miseria, ma con tutte quelle cautele insegnate dall’esperienza delle altre nazioni per impedire che la miseria prodotta da cause diverse, di cui molte transitorie, non si trasformi in un pauperismo cronico e crescente.

Nel grazioso opuscolo di Emilio Morpurgo intitolato: I Prestatori di danaro al tempo di Dante, si dànno molti importanti ragguagli intorno all’avversione degli uomini buoni e grandi di tutti i tempi all’usura.

Il grande Alighieri, egli scrive, ch’è l’osservatore più acuto ed in uno il giudice più intemerato de’ suoi tempi, non serbò il silenzio sopra questa pagina secreta del passato. Dalle serene regioni degli affetti, dalle miserande lotte di fratelli che straziano il bel paese, dalle virtù o dalle colpe di coloro che potevano appellarsi alla violenta ragione della spada, egli discende bene spesso fino al popolo. Il suo canto non è l’epopea d’eroi divinizzati, ma bensì la rivendicazione animosa dei diritti dell’uomo.

Tutte queste turbe d’oppressi passano dinanzi al suo sguardo, ed egli le raccoglie sotto le grandi ali della sua poesia per eternarne la memoria, i dolori e le speranze. Questa spaventosa apparizione della miseria popolare, che mai non si dilegua di mezzo agli uomini, sembra posarsi davanti a lui pure: essa lo guida a raffrontare il passato al presente; lo invita a dipingere con incantevole sorriso la semplicità degli antichi costumi, lo infiamma d’ira generosa contro l’avidità dei contemporanei; ed anche in mezzo a tenebre che potranno esser diradate soltanto da tardi studii e da lontane generazioni, anche in mezzo ad errori che nemmeno oggidì sono dimenticati, egli sembra mirare al grande problema della ricchezza sociale.

Così l’usura, in quell’epoca stessa di onnipotente sovranità religiosa, è per lui ben più che una colpa denunciata dalla Teologia; egli la combatte siccome dissolutrice dei vincoli fraterni che dovrebbero tenere congiunti tutti gli uomini; egli disprezza con quest’intendimento la gente nuova e i súbiti guadagni. In questa grande emancipazione ch’egli vede compiersi sotto a’ suoi sguardi e che, colla divinazione dell’ingegno, presente più gagliarda nell’avvenire, egli sembra detestarla siccome una forma di civile tirannia, più terribile forse d’ogni altra, perch’essa snerva e demoralizza le vittime. Così narravasi che, sul cadavere d’un usuraio, Sant’Antonio proferisse queste parole: Dove è il tuo tesoro, ivi è il cuor tuo, – e la tradizione popolare, sì pronta ad accogliere ogni fatto che abbia il prestigio del maraviglioso, racconta che il cuore si rinvenne ancor caldo fra i mucchi di danaro.

Dante si arresta egli pure davanti a questa colpa del suo secolo; ed accettando, come tutti i suoi contemporanei, la preponderanza della Teologia, chiede al maestro come usura offende la divina bontade. Virgilio epiloga allora con l’usata austerità il dogma sociale del Medio Evo, che non era diverso da quello di Roma pagana; riprova siccome opera non naturale ed irreligiosa il trar guadagno dai prestiti; e chiarisce il concetto in questi versi:

…. perchè l’usuriere altra via tiene,

Per sè natura e per la sua seguace

Dispregia, poichè in altro pon la spene.

Una persona che ha mezzi di assicurarsi della verità, mi fa a questo paragrafo le seguenti osservazioni:

«Quando ella parla del Monte di pietà, assicura che sia facile l’impegnare senza ricorrere ai sensali. Si disinganni. Necessità legislativa o regolamentare non ce n’è, e non ce n’è stata mai. Ma siccome i sensali sono conosciuti e forse, e senza forse, spartiscono cogl’impiegati, trovano subito accesso e sono subito sbrigati; laonde chi non ha tempo da perdere in aspettare il comodo del lento ed affaccendato impiegato, è sempre costretto moralmente a ricorrere ai sensali. E tanta è questa difficoltà d’impegnare al Monte, che a Napoli brulica un lombricaio d’impegnatori clandestini non autorizzati dalla Questura, oltre gli autorizzati che prestano a pegno coll’interesse di un soldo per lira alla settimana, e stipulano un mondo di negozii. Ed io ci ho conosciuto (ora è morto) il padre di un Brigadiere di Pubblica Sicurezza, persona, nel resto, proprio di buonissimo cuore.»

CAPITOLO NONO.

Conclusione della Parte seconda. – Opere pie.

Preparando per la ristampa questo articolo sulle Opere pie scritto un anno fa, avrei sperato di potervi aggiungere:

«Ora tutto ciò è cambiato, ossia il tempo delle inchieste, dei poteri eccezionali è finito. Il Governo ha messo la falce alla radice dell’albero marcio, ha inaugurato un sistema uniforme per principio e adattato ai bisogni delle singole e diverse provincie.»

E ce lo dicono a ciò deliberato e vogliamo prestar fede al fausto detto.

Ma le stesse cose ci vennero udite durante sedici anni.

E intanto stampiamo due articoli trovati a caso: quello del Pungolo sopra un fatto speciale; quello del Diritto intorno alle Opere pie in generale.

L’articoletto del Pungolo riguarda lo Stabilimento di Santa Maria Vertecœpli (Pia Associazione per mutuo soccorso e per opere di carità e di beneficenza).

Scopo antico di questo Stabilimento era di servire come opera di culto e per conferimento di doti alle figlie così dei confratelli che degli estranei al Sodalizio se orfane e povere, e concessioni di patrimonii sacri ai figli dei medesimi confratelli e soccorsi in denaro ai poveri. Suo scopo presente sono opere di cristiana pietà, di carità, di beneficenza pubblica, amministrate da un Sopraintendente nominato dal Prefetto della Provincia e di tre ascritti coi nomi di Priore, Sottopriore e Fiscale, eletti dai confratelli per terne, e prescelti e nominati dallo stesso Prefetto, udita la Deputazione provinciale. La sua storia si compendia nelle seguenti parole: Taluni tra i più zelanti collettori di elemosine che già appartennero ad una pia Associazione detta di Santa Maria a Sicula, poi rimasta disciolta, proseguirono privatamente la pia pratica, e volendo renderla duratura, si riunirono nel tempietto di Santa Maria Vertecœeli posto nel Vico dell’Etera nell’anno 1646, e fu formato uno Statuto che s’è posto in esecuzione in virtù di regio assenso conceduto dal Duca d’Arcos vicerè, in data 27 marzo 1648. Lo scopo della istituzione era il Mutuo soccorso e la celebrazione di Messe per le anime del Purgatorio. L’Opera pia si mantenne modesta ed oscura fino a che le vicende della peste nell’anno 1657 non fecero accreditare tale istituzione, essendosi in quel tempo generalizzata la divozione alle anime del Purgatorio, e così si accrebbe di molto il numero degli ascritti e le entrate diventarono più ingenti. Allora venne ampliato il tempio, acquistando dal Principe di Marsiconuovo un giardino ed un edificio. Ha Statuto approvato con R. Decreto 25 aprile 1867.

Ecco dunque l’articoletto del Pungolo, del 6 aprile 1877:

«Giorni or sono, l’onorevole deputato Marcello Pepe, delegato regio sull’Amministrazione di Vertecœli, convocò nella chiesa dell’Opera tutta la fratellanza, alla quale, con cifre e dati di fatto alla mano, mostrò lo stato e le condizioni, in cui avea trovato lo Stabilimento.

«La esposizione rivelò che, per lo spendere lautissimo ed improvido, e per la trascuraggine nelle esazioni delle rendite, e pel disordine amministrativo, il Patrimonio dello Stabilimento avea patito non poca diminuzione di capitali, e versava in condizioni tali da potersi dire sullo sdrucciolo del fallimento!

«Disse che nello scorcio solo del 1876 si erano vendute oltre 5000 lire di rendita per estinguere obbligazioni contratte, e che, non ostante le 78,000 lire ricavate da tale rendita, esistevano ancora obbligazioni arretrate da estinguere, fra le quali i maritaggi del 1875 e 1876!

«Deplorò la leggerezza, con la quale si amministrava un patrimonio sacro alla carità civile, e la facilità con cui si largheggiava nel profondere denari, fino a sconfinare dal bilancio positivo fra le entrate e le spese, e far sorgere necessità di pignorare rendite e gravare l’opera di obbligazioni.

«Aggiunse, che mentre l’Amministrazione versava in grave sperequazione economica, egli avea trovato nella Segreteria un personale abusivo sì per numero di persone che per misura di stipendii; e conchiuse dichiarando che, a rialzare la efficienza economica e morale dello Stabilimento, egli avrebbe adottato uno stretto rigore di giustizia e di amministrazione per raggiungere il pareggio del bilancio e risollevare il prestigio dell’Istituto.

«La fratellanza, accorsa numerosa come non mai da gran tempo era avvenuto, udì con grande attenzione le parole franche e severe dell’onorevole Pepe, le quali, avendo rivelato piaghe profonde e tracciato i rimedii opportuni, riscossero viva adesione.

«Le condizioni deplorabili di quell’importante Luogo Pio non ci giungono nuove. Purtroppo, pel passato, si era invano domandato un rimedio; ma oggi si può confidare nell’opera onesta e solerte dell’onorevole Pepe.»

Ed ecco l’articolo del Diritto, 21 marzo

«Abbiamo in Italia un patrimonio di circa un miliardo e mezzo, la cui condizione si può riassumere in questi termini:

«Gestione arbitraria; irresponsabilità degli amministratori; sorveglianza derisoria; destinazione di una parte dei redditi a fini contrarii al bene pubblico, o in aperta opposizione colle necessità e le esigenze della società moderna.

«Questo è il patrimonio di quegli Istituti e Lasciti che la legge chiama, con linguaggio che serba l’impronta delle secolari usurpazioni ecclesiastiche, Opere Pie.

«Si vogliono fatti? Eccoli: scegliamo a caso, nelle Statistiche pubblicate dal Ministero dell’Interno.

«Nel 1873 su circa 25,000 Istituti, Lasciti o Enti morali con fini di beneficenza, solo 5236 avevano compilato i loro bilanci; e le Deputazioni provinciali non avevano avuto il tempo di approvare 15,211 resoconti; 1330 Opere pie mancavano di registri, di protocolli, di deliberazioni, di archivii; 4429 mancavano perfino di qualsiasi inventario! – È il disordine eretto a sistema.

«Nella capitale del Regno, sotto gli occhi del Governo, 420 Opere pie non avevano presentato i loro conti; 1270 li avevano arretrati; 355 mancavano perfino degl’inventarii!

«Nella Provincia di Palermo non avevano presentato i loro conti 474 Opere pie, e 5354 li avevano arretrati.

«Nella Provincia di Messina mancavano i bilanci di 298 Opere pie; 5128 avevano i conti arretrati, e 207 non avevano inventarii.

«Non parliamo della dispersione e del consumo dei patrimonii: non dell’uso che si fa dei redditi anche da parte degli amministratori onesti, quando si tratta di istituzioni sedicenti caritative, come i Monti frumentari, i Monti per doti, i Monti di pietà: sono fatti e cifre spaventevoli.

«E questi fatti e queste cifre le ricaviamo dalle Relazioni del Ministero dell’Interno, compilate sui dati, la cui insufficienza sarà giudicata quando si pensi che esso li riceve dai Prefetti, i quali non hanno altri elementi se non quelli delle Deputazioni provinciali, cui è affidata la tutela delle Opere pie, tutela che adempiono così bene, come si è veduto.

«È chiaro: la Legge 3 agosto 1862 è una legge assurda: essa è fatta per perpetuare lo sperpero, il disordine, lo sviamento della beneficenza, e, diciamolo pure, per favorire la pubblica e privata immoralità. V’è dunque una gran riforma da compiere.

«Ma come compierla? Con quali criterii? Con quale scopo?

«Abbiamo dei progetti. Egregi cultori delle scienze economiche e amministrative, che si sono occupati con amore e con competenza delle Istituzioni di beneficenza, hanno pubblicato eccellenti lavori: e basterà citare quelli dell’egregio Scotti che ne scrisse lungamente e con amore, degli onorevoli avvocati A. S. De Kiriati, E. Salvagnini. Essi espongono sagaci considerazioni, e suggeriscono riforme utili.

«Ma si tratta di ben altro.

«È necessario anzitutto penetrare a fondo in questa «selva selvaggia e aspra, e forte,» che è il patrimonio delle Istituzioni di beneficenza: di conoscerlo in tutti i suoi elementi, in tutte le sue condizioni: di esaminarne gl’indirizzi, l’organismo, la sostanza: è necessario, in una parola, di aprir una larga e vigorosa indagine, che penetri in tutti i meati di questa immensa ricchezza, che ora è un arcano sospetto.

«A dir breve, è necessario che il Parlamento ordini e organizzi una inchiesta in tutte le Istituzioni di beneficenza, per poi studiare e votare una legge con cui questo patrimonio, che ora si spande e disperde, acqua sterile o miasmatica, divenga forza motrice e fattrice feconda di redenzione delle nostre classi diseredate.

«Le poche e confuse notizie che abbiamo delle Opere pie, sono sprazzi fuggenti che gittano una luce sinistra sulle oscurità profonde e inquietanti.

La teoria del laisser faire, laisser passer non va spinta fino alla tacita complicità dello Stato col disordine mantenuto a sistema. Da Torino a Palermo l’Opera Pia oggi è essenzialmente in urto colla società, in urto coll’interesse generale, in urto persino col nostro diritto pubblico. Ecco ciò che non bisogna dimenticare.

«Il Governo e il Parlamento non mancheranno alla loro missione. Ordinando un’inchiesta, si farà conoscere all’Italia di quali forze latenti essa dispone, e si preparerà per le Istituzioni di beneficenza un ordinamento, che le metterà in armonia colle vere e reali necessità del nostro tempo e del nostro paese.»

PARTE TERZA.

PROPOSTE E TENTATIVI FATTI

PER MIGLIORARE LE CONDIZIONI DI NAPOLI.

CAPITOLO PRIMO.

Bibliografia.

Sarebbe grande ingiustizia non parlare dei moltissimi volumi scritti e delle proposte di cittadini Napoletani per migliorare la condizione della loro città. Oltre i libri citati, diamo una lista di altri che andrebbero consultati con molto profitto da tutti quanti desiderano conoscere le condizioni sociali di Napoli.

Importantissimo è il libro: Le Opere Pie di Napoli, Studii storico-critici e Proposte di riforma, per Achille Lazzaro, benchè non consentiamo con lui in tutte le sue proposte, volendo egli escludere le infermiere dalle sale degli uomini; mentre noi crediamo che l’infermeria è luogo, in cui l’uomo si trova del tutto fuori di posto, non avendo nè la pazienza nè la pietà della donna per la sofferenza in sè.

Egli poi mostrasi troppo generoso verso le oblate, che noi vorremmo immediatamente riunite in un solo e ben appartato edificio; le abili obbligate a guadagnarsi la vita, le altre mantenute con lo stretto necessario.

Vorremmo fatto oggi l’inventario di Napoli sull’igiene, sulla mondizia, sulla miseria, sui lavori di pubblica utilità, sulle carceri giudiziarie, affinchè i nuovi Consiglieri possano dire al fine del loro mandato: «Ecco, concittadini, come abbiamo trovato la nostra città nel rispetto sociale-economico-amministrativo. Ecco come l’abbiamo lasciata; giudicate la nostra opera.»

E, per dire il vero, se i membri dei Municipii passati poco o nulla operarono per rimediare allo stato normale e inveterato della città, hanno almeno raccolto i fatti e i dati necessarii per iniziare quelle riforme.

Fra una vera biblioteca intorno alle condizioni di Napoli, troviamo due Autori singolarmente coscienziosi nell’esporre lo stato presente e nel proporre i rimedii, che per la più parte ci sembrano efficaci – Marino Turchi e Achille Spatuzzi.

Nel libretto: Sulla igiene pubblica, Marino Turchi dà uno sguardo generale agli edifzii privati, ai pubblici stabilimenti, agli ospedali, alle case di educazione, ai teatri, alle prigioni, agli stabilimenti d’istruzione pubblica e privata, agli stabilimenti di beneficenza, ai cimiteri, ai macelli, alle abitazioni dei poveri. Trova ovunque violata la legge elementare di decenza e di igiene, e fa proposte per le acque potabili, per gli edifizii, ec. Divide le proposte in quattro serie: la prima concernente le cose che già esistono; la seconda quelle che dovrebbero aggungersi; la terza i rimedii morali; la quarta le cose da domandarsi al Governo.

Questo libro risale al 1862.

Nel 66 lo stesso Autore stampò nella tipografia del Municipio: Notizie e Documenti riguardanti le condizioni igieniche della città, raccolte nelle dodici Sezioni.

Per mezzo di una circolare indirizzata dal Questore della città di Napoli ai 12 Ispettori di Pubblica Sicurezza delle Sezioni, egli ottenne risposte categoriche a domande intorno alle locande, alle manifatture, alle arti insalubri, ai depositi di ossa, al baccalà, alle immondizie, alle vie e piazze non lastricate, alle case dirute o cadenti, cagioni speciali d’insalubrità e di miseria, ec. ec.

Quesiti e risposte ugualmente stampate: per l’appunto dieci anni fa. Centosessanta poi furono le proposte fatte – buone tutte, alcune necessarie.

Per non ripetere cose inutili, dimandate da me all’egregio Autore per sapere che cosa è stato fatto d’allora in poi, riferiamo la sua risposta:

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Dopo il 1866 poco o nulla si è fatto per la sanificazione della città. – La questione dello acque è rimasta tale e quale fu lasciata dal primo Consiglio municipale, al quale appartenni; e lo stesso può dirsi per le cloache. Sennonchè è da confessare che si è fatto un contratto di concessione per trasportare in Napoli le acque del Serino; ma non pare che avrà alcuno buon successo per qualche articolo del contratto, che è un errore igienico ed è un errore economico. Il concessionario non è riuscito quindi ad organizzare una Società, nè so se vi riuscirà.

Per le cloache nulla si è determinato, nè il Municipio ha mostrato una sola opinione nel modo di sanificare; mentre il modo da me proposto sino dal 1863 è stato dalla scienza e dalla esperienza di altri tredici anni confermato poi migliore: ed è quello adoperato in Londra e nelle altre città d’Inghilterra, che fu prescelto da Bruxelles fin dal 1867 e che ora si vuole adottare in Parigi. Solo è da notare che, mentre in Londra dopo molti gravi studii ed inchieste sono stati aboliti 300,000 pozzi neri, qui si pubblicò una Ordinanza, perchè venissero ristabiliti com’erano prima di un’altra Ordinanza, che stabilì che i cessi delle case si mettessero in comunicazione con le pubbliche cloache. Del resto, sì la prima come la seconda Ordinanza son rimaste lettera morta, ed ogni proprietario di case ha fatto quello che ha voluto. Perocchè questo è proprio il paese della libertà, come s’intende da molti: ognuno è libero di fare quel che vuole, purchè non cerchi il permesso.

Aggiungo, che i pubblici orinatoi e le pubbliche latrine sono aumentati di numero, ma sempre con i difetti da me già notati nelle mie opere: in guisa che il sottosuolo è divenuto di più in più infetto.

Nella Riviera di Chiaia si è fatto qualche cosa per le cloache: in guisa che esse non stanno più come io le descrissi nel 1863; ma sono state coverte mercè la banchina che sta progredendo verso Mergellina. Però le fogne che ora si aprono a mare, non hanno il necessario declivio, e così le materie escrementizie rimangono sotto la strada e le abitazioni di Chiaia.

La quale regione di Chiaia ha acquistato in Europa fama d’insalubre, mentre è la parte più bella della città ed abitata dall’aristocrazia.

Laonde i forestieri che vengono, si trattengono poco e partono, e sovente preferiscono gli alberghi che si van fabbricando sul Corso Vittorio Emanuele.

È da aggiungere anche: si son fabbricate nel nuovo Rione Principe Amedeo delle case, ma per gente agiata e non pel popolo.

Più, si è andato ripulendo la città nelle mura esterne, ma a sanificare le abitazioni non si è mai pensato….

Se intanto si volesse fare un paragone tra Napoli avanti il 1860 e Napoli d’oggi, vi si troverebbe una notevole differenza derivante in buona parte dall’abbellimento dei muri esterni; sennonchè è da confessare che talune regioni sono migliorate di pianta e ne nomino tre: quella degli Studii, che pel sito, per la novità delle belle strade e dei belli edifizii privati e pubblici è notevolissima; la magnifica strada del Duomo, e l’altra del Corso Vittorio Emanuele, che si va, tutta quanta è lunga, popolando di palazzi. Solo vuolsi lamentare che il sistema delle latrine non è quello che dovrebbe essere, ed è tutto abbandonato al capriccio degli architetti e degl’imprenditori…. Lo spazzamento lascia molto a desiderare. Certa cosa è che molte delle nefandezze da me notate scomparvero, tra le quali merita ricordo il girare che facevano i maiali per la città, pei quali il basso popolo avea una specie di venerazione e li chiamava maiali di Sant’Antonio abate!!!…

La mia personale ispezione conferma tutte questo asserzioni. E volendo altra conferma, basta aprire la Statistica medica diretta all’ordinamento amministrativo della igiene pubblica della città di Napoli, per Achille Spatuzzi, medico statista del Municipio.

Questo libro scritto da un uomo allo stesso tempo medico e filantropo, osservatore minuto e ragionatore logico, torna specialmente utile per i capitoli concernenti le epidemie ed endemie che infestano la città di Napoli, e per la proposta riforma igienica della città, desunta dai criterii della Statistica medica.

Una volta Napoli fu tenuta uno dei più salubri soggiorni di Europa. Oggi gli stranieri la evitano come luogo infetto, e nella più celebre Guida di Roma – quella di Murray – si legge che il clima di Roma è calunniato, che la maggior parte delle febbri dette romane sono importate dai viaggiatori provenienti da Napoli. Questa è certo un’esagerazione; ma nessuno può visitare i quartieri popolosi della città di Napoli senza maravigliarsi, non già che molti si ammalino, ma che tutti non muoiano – che il colèra e il tifo non facciano tavola rasa nei fondachi, nei bassi, nei sotterranei e specialmente nelle locande; e non si può spiegare il sopravvivere del maggior numero che al modo di quella vecchia, la quale, a chi osservava che deve fare male alle anguille l’essere spellate vive: «Ci sono abituate,» – rispondeva.

Nel capitolo sulle epidemie ed endemìe lo Spatuzzi osserva giustamente: «Non possiamo considerare una epidemìa come un fatto isolato. Le epidemie coleriche fanno più spavento delle tifose, delle vaiolose e simili; ma si avvicinano tra di loro con ripetute ricorrenze, e lasciano tracce sempre più funeste. Anzi ad esse si aggiungono le endemie miasmatiche, come osserviamo in quei siti della vecchia Napoli, ove si affolla sempre più una gente mal vestita e mal nutrita e pessimamente albergata tra il luridume, tra i ristagni delle acque di rifiuto, e tra la mal consigliata dispersione di sostanze escrementizie. Non vi è benignità di clima, non resistenza di costituzione fisica che possa trionfare di tante cause di malsania. Le ripetute recrudescenze delle epidemie e delle endemie ci mostrano evidentemente, che esse lasciano tracce sempre più funeste e si associano alle manifestazioni sempre più gravi della scrofola e del tubercolo e di tutte le malattie costituzionali che depauperano l’organismo.»

Anche l’Igiene pubblica della città di Napoli e le passate Amministrazioni, del dottor Luigi Romanelli, è libro importante:

«E noi fermandoci a preferenza su queste ultime parole che rivelano una verità incontrastabile, diciamo, che se l’interesse del Comune sotto il rapporto della sanità pubblica è supremo interesse della Provincia e dello Stato, la Provincia e lo Stato hanno il dovere santissimo di non trascurarlo abbandonandolo al Comune, che non sa, non vuole e non di rado non puote come dovrebbe occuparsene. Nè crediamo d’ingannarci su questo punto. Imperocchè se lo Stato ha il dovere di tutelare tutt’i diritti dei cittadini, non vi ha diritto più sacro di quello che riguarda la vita ed il benessere materiale della Nazione, su cui si appoggiano, come su vera base, tutti gli altri diritti ed interessi di ordine morale e civile.»

E il dottor Freschi opina che l’igiene pubblica e privata entri nella polizia sanitaria, e che a comporre una buona legislazione sanitaria in armonia con tutto l’organismo civile delle odierne Società richiedesi il concorso intelligente del medico, del legislatore e dell’amministratore, dovendo la legge essere il risultato di questo triplice ordine di cognizioni.

Il Romanelli dice che il Consiglio provinciale di Sanità dovrebbe col mezzo del Prefetto proporre al Governo un’inchiesta sulle condizioni igieniche della città di Napoli, sulle norme di quella istituita dal Governo inglese nel 1843.

Egli pertanto ignora che l’Inghilterra, in virtù della Legge sulla pubblica salute del 1875, obbedisce interamente al Governo centrale. Le Autorità sanitarie ivi sono indipendenti da qualsiasi altra Autorità locale. Perfino gli antichi tiranni, guardiani dei poveri, sono loro sottomessi. Trecentoquarantatrè articoli determinano i confini della loro azione; e venendo all’argomento, tutti gli Ospedali inglesi dipendono da quelle, che possono aprirne altri, sia provvisorii, sia permanenti. E fin che così fatto sistema non regoli l’igiene pubblica in Italia, tutti i palliativi e tutti i cambiamenti di Governatori degli Ospedali lasceranno il tempo che trovarono come il vento garbino.

Importantissimo è il libro: Le Opere Pie di Napoli, Studii storico-critici e Proposte di riforma, per Achille Lazzaro, e il suo gran pregio deve ravvisarsi in ciò: che ogni Opera Pia è stata dall’Autore visitata, onde il libro in certo modo compie quello compilato a spese del Consiglio provinciale intorno alle Istituzioni Pie della Provincia di Napoli.

I Brefotrofi, di Nicola De Crescenzio, sembrami un capolavoro, perchè egli ci dà agio di confrontare le varie istituzioni e i varii sistemi in Italia e altrove; e i suoi suggerimenti procedono tutti in compagnia delle ragioni e dei criterii che lo condussero a questo o a quell’altro proponimento; sicchè il lettore, quand’anche non s’accordi colle sue proposte, sentesi lieto di esser padrone delle armi dell’avversario.

Le forze produttive della Provincia di Napoli, per Alessandro Betocchi, è libro che dà un quadro compiuto delle produzioni del credito e delle industrie della Provincia, industrie estrattive, alimentari, chimiche, tessili, ec. ec., e del movimento commerciale, e l’inventario di ciò che Napoli e le Provincie posseggono.

Il libro: Provincie Napoletane, del Franchetti, mi ha fatto profonda impressione, benchè letto dopo il mio ritorno da Napoli, mentre faceva varie escursioni nella Campagna Romana per vedere i Calabresi e gli Abruzzesi, di cui egli parlava, nell’atto di lavorare quell’infelice e malsana terra. A questo libro andrebbe bene aggiunto il capitolo fornitomi da un ingegnere, che visse molto tempo in Benevento, che io pubblico, tacendo il nome dell’Autore, chè così ei m’impose per modestia.

Questo libro (come i due grossi volumi intitolati I Contadini in Sicilia, per Sidney Sonnino; Condizioni politiche e amministrative, del Franchetti) ha il gran pregio di essere scritto sul luogo e di non essere ispirato da pregiudizii politici o da spirito partigiano; ciò che scema il valore di molte inchieste votate dal Parlamento, perchè spesso, almeno nel passato, le Commissioni, anche inconsciamente, esagerarono i torti del partito avversario, e tacquero o mitigarono gli errori del proprio.

I romanzi di Francesco Mastriani sono degni di ristampa in una edizione popolare.

L’Inghilterra deve non poche riforme alla meritata popolarità e alla gran divulgazione dei romanzi del Dikens. Questo elasticissimo ingegno, che abbiamo perduto recentemente, nato dal popolo, figlio d’un macellaio, visse fra il popolo e scrisse la iliade del suo dolore e della sua miseria. Narrava storie vere, cambiando soltanto i nomi, indicando le oppressioni dei ricchi e degli uomini in autorità, con tale precisione da renderli riconoscibili; provocò molte ire e dispetti da una parte, ma pervenne alla sua mèta. Il Littl Dorritt racconta le sofferenze e le tristi conseguenze delle prigioni per i debitori, e tali prigioni furono abolite.

Si può dire che ogni romanzo del Dikens produsse l’abolizione dei mali indicati da esso.

Il Mastriani finora non ebbe altrettanta fortuna; ma egli ha adoperato lo stesso sistema. Nei suoi romanzi avete i fatti e la storia della camorra, del lavoro mal pagato, della miseria del popolo, dell’infanticidio (non sappiamo chiamarlo con più dolce nome) che succedeva nel Brefotrofio, dei delitti perpetrati e dal vizio propagati nelle carceri, delle cause, effetti e costumi della prostituzione. Egli non cade mai nel difetto, prevalente tra gli studiosi di questioni sociali, di additare i ricchi come tutti crudeli e indifferenti ai mali del povero, nè vi dipinge i poveri come tanti santi e vittime. Addebita alle due classi i veri e proprii difetti, e indica i mali che ne derivano; propone molti rimedii, e in ogni suo libro trabocca la vera pietà per i sofferenti.

Chi vuole apprezzare i lavori del Mastriani deve prima veder Napoli, poi leggerli; se no, chiuderà i suoi libri, dicendo: – Queste sono esagerazioni di romanziere, sogno di rivoluzionario. – Ma dopo aver visto coi proprii occhi esclamerà mestamente: – Pur troppo egli ha scritto la verità, null’altro che la verità, ma non tutta la verità! –

I libri inglesi che cito, Poor laws in Foreign Countries – Fourth Annual Report of The Local government Board 1874-75 – Public Health, e molti fascicoli sul nuovo organamento del pauperismo, l’opuscolo sull’istruzione elementare del 1866, l’opuscolo sull’organizzazione recente della Società per l’amministrazione della carità privata, meritano d’esser letti e in gran parte tradotti per chi vuole penetrarsi delle radicali riforme introdotte in Inghilterra. Imperocchè in uno scritto così breve come il presente non è possibile darne un sunto compiuto e ampio.

Nota dei libri consultati in quest’opera.

DATA CITTÀ TIPOGRAFIA OGGETTO

1872 Napoli Vico de’Santi Filippo e Giacomo, 21 Statuto Organico dell’Ospizio de’Santi Pietro e Gennaro Extra-Moenia in Napoli

1875 Idem Raimondi Banco di Napoli, Relazione dei Consiglio di Amministrazione al Consiglio Generale per l’esercizio 1874.

1868 Idem Stamperia del Fibreno, Pignatelli a San Giovanni Maggiore Discorso di Leopoldo Rodinò, Presidente dell’Opera per la mendicità, letto nella tornata del 15 marzo 1868, e pubblicato a spese d’un contribuente.

1873 Idem Vitale, Strada Pisanelli a Regina Coeli, 23. Relazione del direttore Pietro Rossi sulle Regie Scuole Normali di Napoli, dalla loro fondazione sino ad agosto del 1873.

1871 Idem Nel R. Albergo dei Poveri, diretta da Stanislao De Sella Regola mento di disciplina per la parte maschile dell’Albergo dei Poveri.

1875 Idem Antonio Cons, Strada Sant’Antonio alla Vicaria, 44 Statuto organico della Real Santa Casa dell’Annunziata di Napoli.

1871 Firenze Stabilimento di G; Livelli, Via Panicale, 59 L’Italia Economica nel 1873, per cura del dott. Pietro Maestri.

1876 Napoli Dei Classici Italiani L’igiene pubblica della città di Napoli e le passate Amministrazioni. Discorso proposto per Luigi Romanelli.

1874 Idem Di Domenico De Pascale, Strada Anticaglia, 35 Relazione sul Cholèra dell’anno 1873 nella Sezione Mercato di Napoli, pel dottor Luigi Romanelli.

1873 Aversa Istituto artistico di San Lorenzo La Statistica medica diretta all’ordinamento amministrativo dell’igiene pubblica della città di Napoli, per Achille Spatuzzi, medico statista del Municipio.

1874 Napoli Pansini, nell’abolito Collegio medico Le Opere Pie di Napoli. Studii storico critici e Proposte di riforme, per Achille Lazzaro.

1849 Firenze Del Progresso Storia del Reame di Napoli del 1734 al 1825, del generale Pietro Colletta.

1873 Roma Barbèra L’Italia Economica nel 1875 Tavole grafiche.

1861 Firenze Felice Le Monnier Stato attuale della questione sulle carceri, rispetto all’isolamento, del dottor R. I. Mittermaier.

1874 Roma Artero e C., Via Monte Brianzo Stato attuale della Riforma penitenziaria in Europa e in America.

1876 Napoli Di Francesco Giannini, MuseoNazionale, 34 Sul bilancio del Municipio di Napoli. Relazione al Consiglio Comunale presentate dall’assessore V. Pizzuti nella tornata del 6 marzo 1876.

1866 Napoli Del Municipio Notizie e Documenti riguardanti le condizioni igieniche della città di Napoli, raccolte nelle dodici Sezioni per cura di Marino Turchi.

1872 Idem. Antonino Montefusco, editore, Strada Molo, 8 Le Ombre. Lavoro e Miseria. Romanzo storico-sociale di Francesco Mastriani. – I Vermi e i Misteri.

1865 Padova Stabilimento Prosperini I Prestatori di denaro al tempo di Dante, di Morpurgo T.

1874 Napoli Strada Foria , Vico Avallone, 7 La Beneficenza Napoletana: Giornale settimanale.

1874 Idem Del cav. Gennaro De Angelis, Pertamedina alla Pignasecca, 44 Forze produttive della Provincia di Napoli, per Alessandro Betocchi.

1874 Roma Barbèra L’Italia Economica nel 1875, 2a edizione, riveduta e ampliata.

1875 Firenze Della Gazzetta d’Italia, Via del Castellaccio, 8 Condizioni economiche ed amministrative delle Provincie Napoletane, Abruzzi e Molise, Calabrie e Basilicata. Appunti di viaggio del Franchetti, – La Mezzeria in Toscana.

1875 London Printed by George E. Eyre and William Spottiswoode, Printers to the Queen’s most excellent Majesty. For Her Majesty’s stationery office Fourth Annual Report of the local gnvernment Board. 1874-75.

1875 Idem Idem Poor Laws in foreign Countries. – Reports comnrunicated to the local government Board, by Her Majesty’s secretary of state for foreign affairs; With Introductory Remarks, by Andrevo doyle Esq. local government Inspector.

1875 Idem Idem Public Health (38 T., 39 Viet., Ch. 35). Arrangement of Clauses.

1875 Idem Idem Rural sanitary Authority Regulations: Medical Officier of Health.

1875 Idem Idem Cholera Odu.

1872 Idem Idem Urban sanitary Authority Regulations: Medical Officier of Health.

1873 Idem Idem Urban sanitary Authority. Regulations: Inspector of Naisances.

1844 Idem Idem To tte Guardians of the Poor.

1852 Idem Idem Idem

1847 Idem Idem Idem

CAPITOLO SECONDO.

Istruzione elementare.

Toccherò volando questo importantissimo fra i provvedimenti contro il pauperismo delle generazioni future, a causa della confusione della istruzione elementare al tempo delle mie visite. I miei quesiti erano rivolti al partito clericale, il quale accusava del malfatto i Moderati e i Radicali ad essi succeduti nell’amministrazione municipale, e questi adducevano prove che i Clericali annullarono con un tratto di penna i provvedimenti da loro adottati. Nel momento del mio soggiorno reggeva le Scuole elementari il Commissario regio, che mi fu molto cortese e per ordine del quale mi si consegnò il seguente specchio:

MUNICIPIO DI NAPOLI.

ISTRUZIONE PUBBLICA.

Napoli, maggio 1876.

Notizie sulle Scuole elementari.

Scuole maschili diurne…………………………………………………………….N. 40

» femminili » ………………………………………………………………. 44

» maschili serali………………………………………………………………… 31

» » di disegno………………………………………………………….. 5

» femminili serali………………………………………………………………. 4

» femminili di disegno (festive)…………………………………………… 1

___

N. 125

Personale adibito.

Maestri di 1a Categoria con annue Lire 1000………………………………N. 54

» di 2a » » » 1200 8

» di 3a » » » 1200 6

___

N. 68

Maestri di 1a Categoria con annue Lire 900 N. 122

» di 2a » » » 1000 24

» di 3a » » » 1200 5

» di 4a » » » 1400 3

» di Classi infantili con » 600 44

___

N. 198

Maestri serali con Lire 600 » 104

___

TOTALE….N.370

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Gli Alunni che frequentano le scuole sono N. 15,500, gli inscritti sono N. 16,418.

Io visitai alcune di quelle Scuole elementari che mi furono indicate come le migliori e le peggiori; dappertutto trovai bambine ben vestite appartenenti ai galantuomini e agli artigiani. Nessun piccirillo dei quartieri bassi.

Ma dalla povertà all’ignoranza è breve il passo. L’ignoranza genera e alimenta la miseria. Non si può dunque parlare dei mezzi di redimere il povero, senza accennare a quell’uno essenzialissimo, che è l’istruzione.

Ho letto gli articoli del Pungolo di Napoli sulla Relazione del professor Trinchera al Delegato straordinario municipale, e sono perfettamente d’accordo con lo scrittore di essi, specialmente dove questi si raccomanda all’onorevole Assessore che studii seriamente la questione dell’insegnamento professionale d’arti e mestieri, aggiungendo che, se egli riuscirà a risolvere una parte sola del problema, acquisterà titolo alla riconoscenza della città di Napoli; ed io soggiungerei dell’universale. La semplice istruzione letteraria data ai poveri, se non inutile, certo non basta; bisogna accoppiarvi, mentre sono innocenti, l’educazione al lavoro, porgere quei mezzi di procacciarsi il vivere che la società non esita a dar loro, una volta che hanno commesso contravvenzione alle sue leggi; e qui, pregando il lettore di studiare l’ultimo Rapporto del Training Ship, sotto il sindacato della Scuola distrettuale dei poveri detta Forest Gate. I giornali europei segnalarono lo splendido contegno di questi ragazzi, quando al principio dell’anno presente il bastimento arse.

Il Rapporto per il 74-75 dimostra che da questo bastimento 59 ragazzi entrarono nella reale Marina, e 114 nella Marina mercantile, e la loro condotta riuscì esemplare, e il salario che essi hanno dai capitani mercantili è maggiore di quello dato ad altri ragazzi. Importante è un diario tenuto dai guardiani dei poveri dell’Unione di San Giorgio in Londra. Sopra 63, due soli finirono male, di quattro nulla si sa, tutti gli altri fanno bene.

Uno andò in China per tre anni con salario di 1500 lire, un altro ha 70 lire al mese, un altro, mandato al Goliath, perchè troppo turbolento, per essere domato nelle scuole di terraferma, ora si distingue a bordo del bastimento Violetta. Un altro ha ricevuto un premio per abilità marinaresca, dopo due soli mesi di servizio nella reale Marina, altri sono nelle Colonie, parecchi suonatori nei reggimenti; di tutti, eccettuatine due soli, si hanno notizie incoraggianti e soddisfacenti.

Unica prova, in fatto d’educazione dei poveri, onde gl’Inglesi siano finora contenti, imperocchè ancora si dibatte del come meglio, coll’istruzione, preparare quella disgraziata e numerosa classe alle battaglie della vita.

Nelle scuole addette alle Case di Ricovero si nota che i bambini rimangono mesti e disanimati come misere creature senza legame e affetti col mondo esterno.

C’erano le così dette scuole Regged o Scuole degli straccioni. Ma con la recente Legge sull’educazione esse rimangono indirettamente abolite: pessima cosa, nell’opinione mia, perchè bambini molto sporchi e laceri tolleransi difficilmente nelle scuole frequentate dai bambini del ceto civile.

Visitando le Scuole elementari napoletane, io rimasi attonita di vedere tutti i bambini e le bambine senza eccezione netti, ben pettinati, calzati. La quale cosa contrastava siffattamente coll’aspetto dei miseri ragazzi che brulicano a migliaia per le strade, che domandai a parecchie persone se esisteva una legge locale; la quale permettesse ai maestri ed alle maestre di rifiutare chi non si presenta decentemente vestito. Anzi il professore Trinchera pose, in mia presenza la questione ad una delle principali Autorità scolastiche. Tutti in coro risposero di no, ma tutti ammisero che, venendo all’atto, il no mutasi in sì. Infatti interrogai centinaia di madri nei più miseri quartieri di Napoli, perchè elleno non mandassero i loro bambini alle Scuole comunali, non fosse altro, per tenerli fuori delle strade e dei pericoli tante ore al giorno, e tutte mi risposero che già le difficoltà di avere i certificati di nascita dal Municipio erano grandi, e che anche ottenutili, i bambini venivano respinti dalle scuole, perchè laceri e scalzi. Io qui non posso e non voglio indagare di chi sia la colpa, e se ce ne sia. I bambini stessi non amano andare alle scuole, ove i compagni li deridono e li schifano ed ove i maestri, i quali veggono che per la nessuna sorveglianza di casa quelli non fanno profitto, hanno meno cura di loro che degli altri. Forse non sarà peggiore questo stato di cose in Napoli che altrove; ma a Milano ed anche a Roma dobbiamo riconoscere i grandi sforzi fatti per togliere i bambini indigenti al vizio e all’ignoranza.

E Napoli possiede una scuola-modello; e benchè fondata da una straniera, avvertiamo, con molta soddisfazione, che progredisce e sveglia simpatie. Vogliamo parlare del Giardino d’Infanzia della signora Schwabe, filantropa signora tedesca, che quando l’Italia lottava per la indipendenza assistette con mano munificente i volontarii e specialmente i feriti, ed ora all’Italia libera dedica la vita e le sostanze a migliorare la condizione sociale dell’infimo popolo napoletano. Narrare partitamente i casi di cotesta scuola occuperebbe troppo spazio, sebbene tornerebbe molto istruttivo il dimostrare l’opposizione accanita diretta e indiretta che i Clericali oppongono a qualunque tentativo di migliorare la sorte del popolo, e come gli uomini anche disposti al bene cadano nel laccio volendo allearsi con loro.

Qui non parliamo per ispirito di partito, perchè appoggiarono e fecero possibile quella scuola due Ministri d’Istruzione Pubblica del partito moderato, benchè in gran parte il loro aiuto fosse reso inefficace, dal Municipio clericale; ma intanto lo Scialoja diede alla signora Schwabe il diroccato, ma sanissimo stabile dell’ex-Collegio medico e 30 mila lire di scorta. Questo, finora, è tutto l’aiuto governativo; il resto, e passa le 100 mila lire, la signora Schwabe lo ha messo del proprio, e tassando i suoi amici per quanto le è potuto venir fatto. Ora la scuola va, e va bene; ma senza ulteriori aiuti cadrà, come cadde la benemerita Opera della mendicità.

Non dovrebbe temersi possibile tale sventura, mentre la cosa pubblica sta in mano di un Governo riparatore e d’un Municipio progressista.

Prima di essere sindaco l’onorevole Sandonato ha sempre aiutata la scuola, come presidente del Consiglio provinciale. Oggi, sindaco, confidiamo che darà più potente aiuto, e so da buona fonte che il presente Ministro d’Istruzione Pubblica adoprerà ogni potestà sua per dare a quella scuola parte dei fondi destinati all’istruzione elementare.

Per ben capire come tale scuola adattisi alla svegliata, irrequieta e pur docile indole napoletana, vorremmo che ognuno dei nostri lettori vi passasse un giorno, e ciascuno può recarvisi senza preavviso, perchè al contrario delle scuole paterne dei preti, ove nessuno può penetrare, essa apresi a tutti. Vi è allo stesso tempo convitto e scuola diurna. Un’Amministratrice dirige con molta intelligenza, con amore e con rara economia il convitto. Vi ha un Direttore italiano impratichito nella difficile professione della pedagogia in Inghilterra, sua moglie tedesca educata nell’Istituto fröbelliano di Germania ed altre due maestre, torinese e lombarda, educate pur esse in Germania. A questa eletta compagnia di persone interamente devote al faticoso lavoro sono dovuti il raro ordine e l’armonia ammirati in questa scuola, e associate con loro sono molte maestre toscane e napoletane, le quali vengono man mano perfezionandosi nel sistema.

E mentre il Governo ed i privati possono consolidare e allargare la scuola, il Municipio farebbe opera egregia stabilendovi una Scuola normale. Si sa quanto costi, quanto sia difficile mandare una giovanetta all’estero.

Per Napoli non è necessario. Essa possiede la sua Scuola normale, dove ci sono allieve che promettono bene; ma erra grandemente chi suppone si possa divenire maestra de’ Giardini d’Infanzia senza un corso normale speciale. Ora le allieve che si sentono disposte a questa specialità, possono essere istruite e far pratica di sistema fröbelliano o nel convitto o frequentando la scuola Schwabe dalla mattina alla sera. Così in breve tempo potrebbe il Municipio aprire almeno una scuola in ognuno dei 12 quartieri della città.

All’ex-Collegio medico di Sant’Aniello accettansi in proporzione dei mezzi pecuniarii tutti i bambini che si presentano; chi non può pagare vi è accolto gratuitamente; c’è poi chi paga poco e chi paga di più, ma vi ha parità di trattamento, e se non guardate le scarpe, non distinguereste il figlio del deputato A, del medico B, del commendatore C, da tre bambini che dormivano la notte in un sottoscala prestato da un carbonaio, o da quattro bambine convittrici che la signora Schwabe rinvenne lacere, affamate, febbricitanti, coperte d’insetti e rosicchiate da topi nelle famose grotte degli Spagari.

Ma per giungere a tale risultato, quanta abnegazione, quanta devozione e quanta insistenza! Le porte delle scuole apronsi alle otto, le maestre sono già al posto, e ad uno ad uno i bambini si sottopongono a ispezione.

Se sporchi, lavati e rasi; poi tutti vestiti col grembiale netto, nè la Direttrice permette che ad un solo grembiale manchi un bottone od un nastro.

Suonata l’ora della scuola, i maschi grandi vanno in un’ala separata, ove il Direttore e le maestre patentate dànno istruzione fino alla quarta classe elementare. In una classe le ragazze grandi apprendono a cucire a mano ed a macchina, e soprattutto a rammendare; e quindi si fa e si rassetta tutta la biancheria dello Stabilimento.

I piccini e le piccine spartonsi in varie classi, ed hanno tutti i giocattoli ed il materiale per lavoro che fa parte del sistema. L’intero metodo del Fröbel essendo basato sull’attività spontanea, e avendo per iscopo di avviare i bambini a formarsi e produrre da sè, la ginnastica occupa il maggior tempo. Gli esercizii fisici alternàtivi col canto morale, con lezioni date sugli oggetti e su tutte le figure geometriche, la costruzione di case, di oggetti di mobilia, con fuscelli e stecchi, fanno sì che i bambini non si stancano mai, nè hanno mai l’aspetto languido e annoiato abituale su quei visini nelle scuole ordinarie. Viene poi la gradita ora del pranzo, e tutti i bambini del Giardino raccolti in una sala da ciò mangiano una buona minestra.

Curioso a dirsi! la gran difficoltà consisteva nel far mangiare questa minestra ai poveri. I bambini civili la divoravano, e il vero lazzarello preferiva un torso di cavolo alla minestra di riso; ma una volta assuefattosi divoravasi uno, due, tre e fin quattro piatti di minestra; e dopo la minestra la ricreazione, e poi ancora l’istruzione.

E queste scuole sono i veri vivai per le altre arti ed industrie, su cui, con tanta ragione, lo scrittore del Pungolo insiste.

La scuola presente non conta in tutto che 259 inscritti, di cui in media sono presenti 214.

Ma l’edificio è adattatissimo ad un gran convitto, e se tutti i locali di esso appartenessero alla scuola, il Giardino d’Infanzia potrebbe ricevere almeno 500 fanciulli, e quella di Sant’Aniello potrebbe diventare una scuola-modello, da imitarsi non solo in Napoli, ma nelle Provincie e nelle altre città.

Visitai da ultimo, fra le istituzioni educative, la Scuola normale femminile, ove le ragazze esterne e convittrici si preparano per la patente.

La prima cosa che mi colpì fu l’affollamento delle classi, l’angustia dei dormitorii; e sì che s’era nello splendidissimo ex-Collegio dei Gesuiti, edificio che conosco per filo e per segno avendocelo concesso il Garibaldi nel 1860 pei feriti.

Domandai chi occupava il resto del palazzo, e mi fu risposto: «Vedove e parenti o sedicenti vedove e parenti dei militari morti.»

Ma se il Ministro di Guerra désse un’occhiata alle fedi di nascita di quelle inquiline, ne scoprirebbe molte di costoro ivi raccolte abusivamente, le quali ad ogni modo potrebbersi alloggiare altrove, lasciando a quelle ragazze, che secondo me lavorano troppo e passeggiano poco, almeno lo spazio necessario e l’aria respirabile per mantenerle in salute. Io non conosco mestiere, se coscienziosamente esercitato, più faticoso di quello di una maestra degli Asili infantili e delle Scuole elementari: fatica di mente, di polmoni e di braccia.

E se cominciano con poca lena morale e gracile salute, avremo scolari fiacchi e maestre malate.

In un piccolo, ma molto succoso opuscolo del direttore Pietro Rossi sulle Scuole normali di Napoli, leggonsi le seguenti osservazioni degne di meditazione, perchè appropriabili a quasi tutte le ragazze della stessa età in Italia.

Conosco una madre di numerosa prole, la quale mi disse francamente che i proprii figli avrebbeli tollerati liberi pensatori, ma che voleva le femmine allevate nei riti più rigorosi del Cattolicismo.

Nell’ottobre del 1862, scrive il direttore Pietro Rossi, alcune fra le giovani, che frequentarono la Scuola magistrale, si presentarono all’esame per la seconda classe e ne riuscirono approvate dodici; mentre altre 30 su 38 presentatesi furono inscritte nella prima classe. Molte però non vennero mai, oppure pochi giorni dopo lasciarono la scuola. Chi volesse darsi ragione di tali fatti dovrebbe conoscere le condizioni di quegli anni; e vedrebbe quante difficoltà siansi rizzate contro questa scuola, le quali sono certo diminuite di molto, ma non del tutto cessate. Ne dirò alcune.

Per l’educazione delle fanciulle di agiata condizione esistono i due grandi educatorii detti di San Marcellino e dei Miracoli, ed alcuni privati Istituti. Per le fanciulle appartenenti a famiglie di scarsa fortuna vi sono molte Pie Case o Conservatorii, come si chiamano. In quelle Case di educazione vi s’insegnavano molte fra le discipline che a bennate giovani si addicono, in queste si coltivavano i lavori di cucito e di ricamo; ma oltre il leggere e lo scrivere, fatto senza riflettervi sopra, null’altro s’insegnava.

Vi erano anche pubbliche Scuole gratuite per le fanciulle (nel 1868 erano 17); ma pure in queste le maestre occupandosi di un po’ di lettura e scrittura, dei lavori donneschi e del catechismo romano, punto non svolgevano le facoltà mentali, nè davano quella istruzione più ampia dalle condizioni civili richiesta. L’istruzione era stimata come ornamento, non come bisogno di ogni persona, molto meno come mezzo di conoscere i proprii doveri ed aiuto ad adempirli. In molte famiglie poi a qualche monaca di casa era commessa la cura d’insegnare: la quale, oltrechè ignorante, avea la mente ed il cuore pieni di pregiudizii e superstizioni. In conseguenza si doveano prima di tutto persuadere le famiglie che le giovinette sui 15 o 20 anni potevano, senza rimanerne umiliate, frequentare la pubblica scuola, e conveniva far loro acquistare stima per l’ufficio di maestra. Anche l’Autorità religiosa consigliava ai genitori di non mandare le figliuole loro alla pubblica scuola, molto meno alla normale, sia perchè non era necessario che tante cose imparassero di lingua o di aritmetica, di storia, di geografia e di scienze naturali, sia per non apprendere, come dicevano, massime contrarie alla dottrina cattolica. A tutto questo deve aggiungersi la triste condizione della scuola per il luogo angusto e tanto cattivo, che qualche giornale in quel tempo scrisse avere l’aspetto più di cantina che di scuola. E, se non sembrasse ch’io volessi muovere censura all’Autorità scolastica preposta allora alle scuole primarie, io aggiungerei che pure grandemente nocque alla Scuola femminile l’aver conservato per un anno nello stesso locale e al medesimo piano l’uffizio del regio Ispettore per gli Studii primarii, al quale doveano recarsi ogni giorno molte persone, senza che potesse osservarsi la vigilanza necessaria per una Scuola femminile.

Ora la Scuola normale, a cui annettesi una Scuola elementare per il tirocinio, è frequentatissima.

Ho assistito a tutta una lezione, e le composizioni erano eccellenti. Le istitutrici e le amministratrici del convitto mi sembravano devotissime nel compimento dei loro doveri; e in esse notai la modestia delle vesti, mentre in molte allieve esterne la pettinatura incipriata e i fronzoli del vestiario scimmiottavano ed esageravano l’ultima moda.

Or pensando quanto tempo avranno preso quelle goffe acconciature, quanto danaro quegli abiti, mettendoli a riscontro col miserabile salario che riceveranno come maestre, sarebbe molto utile che quelle buone istitutrici cercassero di far seguire il proprio esempio. Le lezioni, a cui assistetti date da un prete, che conobbi all’asilo, erano veramente edificanti per la lucidità del pensiero e la pazienza, ond’egli si accertava che ognuna avevalo compreso.

Da questa scuola sono già uscite più di 300 maestre, e l’istituto continua a vigilare la loro carriera. Molte insegnano nelle Scuole comunali di Napoli, altre nei Comuni della Provincia, altre nei reali Educatorii, negli Asili d’Infanzia e negli Istituti privati. Altre sono andate a Salerno, ad Avellino, a Bari, a Lecce, a Potenza, ove per lo più, divengono direttrici delle Scuole magistrali.

E ora una parola al Ministro della Istruzione Pubblica del Governo riparatore.

Quando queste povere fanciulle, con infiniti sacrificii dei genitori e gran fatica propria, si presentano a chi di ragione per avere un posto come maestre, così profonda radice ha preso la camorra, che in moltissimi casi esse debbono pagare, e largamente, sul loro salario la mancia a chi le nomina; e ciò quando non sono obbligate a pagare col più prezioso tesoro della donna.

Nè ciò asserisco con leggerezza. Queste ragazze, temendo ulteriori vendette, vi pregano di non denunciare i loro nomi.

Ma ci sono persone pronte a garantire i fatti. E per onor del vero devesi dire che nè questi nè altri abusi ebbero luogo durante i tre anni, nei quali il cav. Girolamo Nisio, che ha lasciato tanto desiderio di sè nei maestri e negli allievi, fu Provveditore degli Studii in quella Provincia.

Non mi è venuto fatto, per quanto m’adoperassi e per quanto si adoperassero molti amici miei, di penetrare in una delle scuole dette Paterne che sono assolutamente in mano del Clero, e che giudicando da quelle che ho viste in altre Provincie, non sono capaci di riforma, ma devono essere abolite ipso facto.

CAPITOLO TERZO.

L’Opera per la mendicità.

Sarebbe ingiusto chiudere l’esame dei tentativi fatti per aiutare i poveri di Napoli senza parlare di quell’opera veramente pia ed efficace, iniziata e condotta da Leopoldo Rodinò a Napoli nel breve corso di sei anni. Quando egli si accinse all’opera, trovò che malgrado dell’enorme numero di Stabilimenti di beneficenza nella città e nella Provincia la città era infestata da 13 mila accattoni.

Egli mosse dal principio che la Questura deve arrestare i mendicanti, i magistrati devono punire i malvagi, i pubblici Ospizii ricoverare coloro che vi hanno diritto, l’Opera per la mendicità provvedere a’ casi speciali: visto che nè lo Stato, nè la Provincia, nè il Municipio ci pensavano, egli e i signori che gratuitamente hanno prestata l’opera loro, fondarono un Deposito dei mendicanti, affinchè questi, appena raccolti dalle strade, avessero vitto ed alloggio per tre giorni, quanti bastassero a liberarli dalla loro sorte.

Sperarono che gl’Istituti pii, secondo le rispettive categorie, avrebbero ricevuto vecchi infermi e orfani, come avrebbero dovuto, ma rimasero in gran parte delusi. La Questura arrestava gli accattoni. I non Napoletani erano mandati nelle loro Provincie a spese dell’Opera, o scortati dai carabinieri con raccomandazione ai Prefetti, se inabili al lavoro. I Napoletani validi denunciavansi al Potere giudiziario, e scontata la colpa con la pena del carcere, erano provveduti di lavoro; gl’impotenti erano dal Magistrato consegnati alle loro famiglie, quando le famiglie avevano l’obbligo e la possibilità di sostenerli. L’Ospedale della Pace e di Sant’Eligio ricevettero sempre gl’infermi di malattie acute, l’Albergo dei Poveri e l’Ospedale degli Incurabili li accettavano il meno possibile; restò a carico del Rodinò e de’ suoi amici gran parte dei raccolti, e queglino fondarono un Ospedale per i mendicanti affetti da malattie croniche incurabili, e poi coll’aiuto di una signora inglese, Lady Strachan marchesa di Salsa, fondarono un Convitto e una Scuola per le fanciulle cieche, mendicanti, od appartenenti a famiglie di mendicanti.

A loro toccò di provvedere per infermi cronici incurabili, non accettati a Santa Maria del Popolo, per inetti al lavoro non Napoletani che non possono rimandarsi nelle loro Provincie senza pericolo di vita, per fanciulle che di sotto ai sette anni non si sa dove collocarle, per padri e madri che per ragioni di moralità non si possono staccare dalla propria famiglia, per fanciulle che per le stesse ragioni bisogna staccare dalla propria madre, per fanciulli d’ignota provenienza che servono di speculazione a uomini apparentemente ciechi o storpi, e finalmente per famiglie intere, alle quali o per infermità del corpo o per la condizione dei tempi mancarono i guadagni ed il modo di vivere.

Che tragedie, che misteri, che rivelazioni, che prove di mal governo di un paese in mano de’ preti! che ammaestramenti per un Governo che vuol meritare il titolo di riparatore, non devonsi trovare nell’Archivio di quell’Opera nobilissima! Stampavansi i conti ogni mese, e risulta che in poco più di sei anni furono collocate 63 fanciulle nel Convitto, 120 figliuoli di mendicanti vestiti per essere ammessi negli Asili e nelle Scuole, 760 accattoni accasati nei pubblici Ospizii, 1/12 dei quali mantenuto a spese dell’Opera.

Per duemila si provvide lavoro sufficiente alla sussistenza, seimila si spedirono nelle loro Provincie, più di 10 mila si denunciarono al Potere giudiziario. Sua mercè si chiusero le botteghe, ove davansi a prezzo i fanciulli sani per 5 soldi al giorno , per 10 gli storpi. Sua mercè si chiuse la bottega, ove gli arrivati dai paesi vicini scambiavano gli abiti loro coi cenci dei mendicanti. Sua mercè, e non senza molto pericolo, finirono sgominate e disfatte le camorre dei mendicanti costituiti con leggi e regolamenti proprii, specialmente quelli di Santa Carolina, di Santo Spirito e di San Gaetano.

Quante ragazze povere e oneste salvate dalla necessità di prostituirsi! quanti ragazzi avviati all’onesto lavoro invece di dedicarsi al furto e all’ozio! E fino al 67 l’Opera fioriva, anzi la cassa aveva un avanzo, ma in quell’anno per varie cause crescevano i bisogni e scemavano le entrate. Interrogai molte persone intorno a quest’Opera. Tutte mi assicurarono che essa fu condotta con intelligenza, con abnegazione, con zelo veramente filantropico; che a nessun falso sentimentalismo, a nessuna raccomandazione di potenti, a nessuna influenza privata riescì fatto di ottenere, a favore dei rei o di oziosi, aiuto, e di farlo mancare ai veri miserabili.

Il bilancio è veramente lodevole. Qualunque bilancio di qualsiasi Opera Pia in Napoli scapita in confronto.

Trentamila e seicento lire d’entrata furono spese come segue:

Pel Convitto………………………………………………………………….L. 4,200

Per l’Ospedale………………………………………………………………..» 5,800

Per soccorsi a domicilio e provvedimenti temporanei………….» 8,800

All’Ospizio dei vecchi……………………………………………………..» 4,400

All’Albergo dei Poveri……………………………………………………..» 5,400

Impiegato……………………………………………………………………….» 0,720

Spese di registri, di scrittoio, di stampe e premii di esazione.. » 1,280

_________

Uscita L. 36,600

Ma coll’anno 67 questa misera entrata non bastava. Gli accattoni ricevuti al Deposito superavano i 1000 al mese, bisognava tener forniti i letti, dar da mangiare per i tre giorni, mentre si provvedeva al loro destino, e spesso durante 10, 15 e 20 aspettare che venissero i carabinieri per condurli in patria, o che si scoprissero i genitori, o che l’Ospedale o l’Albergo si decidesse a dare un posto. Poi provvedere a quelli, di cui la Questura non voleva occuparsi, e talvolta a famiglie intere di padre condotto in carcere. Con tutto ciò i capi dell’Opera non domandarono che 12 mila lire di più all’anno per continuare il lavoro così bene avviato.

Eppure nè dalla Provincia, nè dal Municipio, nè dalla carità privata, le si potettero ottenere. Il Municipio, che ha speso in tredici anni un milione e mezzo per la sola mendicità, non si capacitò del suo tornaconto nell’aiutare questo istituto, che forse a quest’ora avrebbe annientato del tutto lo sconcio dell’accattonaggio. Fatto sta che alla fine del 1868 l’Opera per la mendicità si sciolse, lasciando al Municipio tutti gli obblighi assunti da essa.

Oggi per rinvenirne traccia fa mestieri andare nelle carceri, ove i mendicanti si confessano d’avere commesso qualche piccola mancanza per esservi rinchiusi, e, credo, nel così detto Ospizio o Ufficio di mendicità nel gran convento dei Domenicani in San Domenico Maggiore. Lì, proprio lì, proprio vicino a tanti luoghi di progresso, di civiltà e di dottrina, proprio lì trovi e penetri in una bolgia, dove ti è dato di osservare e studiare una miscela di lordure e d’infingardaggine, d’inabili poveri e di accattoni malvagi, di fanciulle che giuocano e di fanciulle che gridano. I quali tutti in attenzione di un ignoto destino sono ivi buttati come una merce qualunque e delle più sudice. E avvertasi che nel 74 quell’Opera costò al Municipio 100 mila lire, e troviamo nel bilancio passivo che la beneficenza, senza spese di culto, senza istruzione, supera le 200 mila lire.

Non era miglior consiglio coadiuvare l’Opera in discorso, mettendola in comunicazione con una Casa di lavoro, come fu domandato, stabilendo relazioni facili fra la Questura e il Potere giudiziario, anzichè lasciarla cadere del tutto e render necessario il ricominciamento ab ovo?

Non m’intertenni alquanto a lungo di un istituto morto per mero debito di giustizia verso l’operoso iniziatore a me personalmente ignoto, ma perchè riconosco nella sua compagine il germe del futuro ordinamento del pauperismo in Napoli, di cui parlerò poi. Del suo lavoro avanza solamente il Convitto delle fanciulle cieche.

Mi rincresce di non aver avuto tempo di visitare quest’Ospizio, che mi dicono eccellente, e che oggi il Municipio soccorre con cinquemila lire all’anno.

Gli Ospizii per i ciechi e per i sordo-muti sono fra quelli che necessariamente devono esistere sempre; perocchè solamente con un sistema che va ognor più perfezionandosi, sia per l’una, sia per l’altra categoria di disgraziati, con un sistema che non può esser messo in pratica che collettivamente, si giunge ad alleviare la loro infelice condizione.

CAPITOLO QUARTO.

Carceri.

Se la miseria inaudita che trovai in Napoli mi preparava alle tristi verità rivelate dalle Statistiche delle carceri, le visite lunghe e particolareggiate a queste carceri mi han fatto quasi meravigliare che il numero de’ rei non fosse ancor più grande; tale è il contrasto fra gli agi che essi godono e lo stento dei liberi e innocenti.

Quando il filantropo Howard cominciava la sua crociata contro il sistema brutale usato nelle prigioni d’Inghilterra, era ben lontano dall’immaginare che in meno di cinquant’anni le prigioni muterebbonsi in luoghi di delizia, confrontati alle loro abituali dimore. Egli descriveva le celle che visitava, piccole, oscure, senz’aria e senza scolo, tombe di viventi. Diceva che una settimana di quelle sporche, fetide, crudeli case di tortura era peggio di un anno di qualunque altra sofferenza: terribili per il dolore inflitto, di efficacia sicura nella loro corruttela, colpendo gl’innocenti con un senso di disperazione, provocando il colpevole a delitti ancora più audaci. Il grande Beccaria viveva contemporaneo dell’Howard; ambedue nei rispettivi paesi seppero persuadere i loro concittadini che la società ha il diritto di proteggersi, non di vendicarsi, che lo scopo della punizione del reo deve ristringersi a protestare energicamente contro il male e prevenire il crimine, a dissuadere coll’esempio la consumazione di altri delitti.

Al principio di questo secolo, una donna quacchera contribuì potentemente a migliorare la condizione dei carcerati. Elisabetta Fry nel 1813 scosse l’Inghilterra da capo a fondo col narrare le condizioni orrende di Newgate, ove insubordinazione, sporcizia e depravazione eran pervenute all’ultimo grado. Si costituirono Società per visitare le prigioni ed i bastimenti che trasportavano i condannati alle Colonie penali; si fondarono dappertutto Penitenziarii per le donne, Riformatorii per i minorenni.

Gli Stati Uniti in ciò come in tante altre cose vinsero la madre patria, e mai come in questa materia non fu provata la tendenza della natura umana a procedere per azione e per reazione. La filantropia degenerava in sentimentalismo, ed i sentimentali ragionavano così: «La colpa dell’individuo è il risultato della colpa della società, della disuguaglianza, dell’ingordigia dei capitalisti, delle guerre fatte a pro di un potente, dell’ignoranza inculcata dai preti e permessa dallo Stato. Dunque si compensi il delinquente per il male che la società l’ha condotto a fare.»

Ed ecco subito Prigioni-modello, i migliori uomini per mente e per cuore scelti a dirigerle, lavoro leggiero e piacevole provveduto e compensato, punizioni severe proibite, maestri di scuola e pastori pagati per istruire e convertire al bene i rei. L’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda poi gareggiavano coi loro sistemi. Sembrava che l’unico problema del secolo fosse quello di raddolcire le pene di chi aveva infrante le leggi.

Primo a protestare contro questo eccesso di reazione fu Tommaso Carlyle, che in un opuscolo intitolato: Le Prigioni-modello, dimostrava il lato esagerato del movimento, asseverando che invece di accarezzare i Reggimenti di linea del Diavolo (così egli umoristicamente chiamava i condannati) sarebbe meglio istruire, far lavorare, aiutare i ventidue milioni che finora s’erano rifiutati di arruolarsi nel detto esercito. Descrisse una prigione-modello di Londra. Bellissimo Stabilimento, oasi di purità per i soldati del diavolo, costrutto in un quartiere di misere abitazioni, ove i non ancora arruolati lottano virilmente contro la tentazione di arruolarsi, lottano nelle tetre officine, spezzando marmo, segando legna, conciando pelli; nelle luride cantine, al deschetto del ciabattino, nelle umide bottegucce, vendendo sardelle incrociate con pipe; lottando insomma di tutta forza per tenere il diavolo fuori della porta, e non cedere alle sue tentazioni. «Ed è tassando questi, – esclama l’Autore, – che avete costruite quelle stupende caserme per i reggimenti del diavolo. Sì, tassando il misero venditore di sardelle, fate quelle sugose minestre per gli eletti di Satana.»

Entra poi nello Stabilimento stesso, assaggia il pane, il cacio, la minestra, la carne, trova tutto eccellente. Entra nella camera di lavoro, ove in ariosi appartamenti di temperatura deliziosa e di perfetta ventilazione i prigionieri puliscono lino, canape e fanno altri lavori poco faticosi; poi, quando sono stanchi, fanno un’ora di passeggiata in cortili spaziosi ed ariosi; pace metodica, pulizia esemplare, benessere sostanziale regnano dappertutto. Entra nelle celle separate, ove ognuno ha un cortile privato per passeggiare, e così apostrofa un noto delinquente letterato «O felicissimo scellerato, eccovi qua sequestrato dal mondo e dalle sue cure, padrone del vostro tempo e delle vostre attitudini mentali: ahimè! se io fossi così sequestrato, così chiuso, con carta e inchiostro, nutrito, vestito, non dovendo pagar tasse o aver altre seccature, scriverci un libro che da me, vivendo come vivo in mezzo alle umane disgrazie, il mondo giammai non avrà.»

Parla col Direttore dello Stabilimento, che gli dice non essergli permesso di punire i 1200 soldati del diavolo se non privandoli di una pietanza; doverli governare coll’amore, colla persuasione, colle preghiere; e inveisce contro il suo paese, ridotto ad una «Universale Società Protettrice di oziosi e di ribaldi.»

Quando io leggeva quest’opuscolo ventisei anni sono, mi pareva non scevro di esagerazione il Carlyle, sebbene egli fosse lo scrittore idolatrato dalla gioventù d’allora; ma quando io visitava le prigioni di Napoli, le Case di pena di Sant’Eframo e fino i Bagni di Nisida, mi associava pienamente alle sue critiche e sentiva tutta la forza della sua invettiva.

Oggidì la pena di morte è virtualmente abolita. La società moderna sentesi talmente convinta della sua ingiustizia e della inutilità come esempio, che nei casi più flagranti di delitto, o il Giurì non la applica o trova circostanze attenuanti; e se il giudice condanna, il pubblico manda al capo dello Stato una petizione per grazia, e il reo finisce per essere oggetto di commiserazione, invece di giusta riprovazione.

Divengono poi sempre più rare le condanne di galera a vita, o se avvengano, le pene sono commutate. L’idea di vendetta, l’idea unica che in altri tempi informava le legislazioni penali, è bandita, e giustamente, perchè la vendetta offusca la mente di chi la esercita, come il cane idrofobo comunica il proprio veleno ad altre vittime, e così di mano in mano. Tutti accettano che debbasi trovare il modo di convincere del misfatto il reo, ispirargliene orrore, cosicchè ritornato alla società, o per vera penitenza, o per paura delle conseguenze del male, egli non abbia a ricommetterlo. Ma per ottenere questo scopo, bisogna fare in modo che, venuto il dì dell’uscita dalle carceri, tale sia stata la punizione che, quando Dio non lo privi della ragione, non passerà mai più l’aborrita soglia, ove ogni cosa, ogni fisonomia, ogni occupazione gli diceva: «Sei reo.» Ora nulla può provare se questo scopo sia ottenuto quanto le statistiche dei recidivi. A noi non pare che in Italia generalmente, e in Napoli specialmente, questo scopo sia ottenuto.

Esistevano nelle Carceri giudiziarie di Napoli alla fine del 1875, 1417 maschi e 159 femmine. Nel Napoletano, tutto compreso, presso a poco 13,000. Ma il credere che queste cifre ci dieno un’idea del numero dei veri delinquenti, è una vera illusione, e la sarà sempre, finchè la Polizia resterà tale qual’è.

Nè i Moderati nè i Progressisti vogliono persuadersi che i poliziotti di Napoli si conservino, quali erano sotto il Borbone, profondamente corrotti. Sotto i Moderati, continuavano il sistema appreso sotto il Borbone, il sistema dell’arbitrio e della prepotenza: arrestavano, minacciavano, bastonavano da orbi, liberavano chi li pagava.

Tali grida vennero udite contro il modo d’operare dei poliziotti, che i Progressisti se ne impensierirono, e avvennero molti traslocamenti di alti funzionarii. Le guardie di Pubblica Sicurezza soggiacquero a rigori eccessivi, fino a vedersi vietata l’uscita dalla loro sezione non accompagnati, nelle poche ore di libertà.

Si sono quindi proibiti rigorosamente il volpino (nerbo) e le bastonate, e si pretende che queste guardie, avvezze ad insegnare il dovere al lazzarone col bastone, si conducano con garbo, e trattino gli arrestati con tutte le regole della civiltà; e risulta che essi si trovano come pesci fuori dell’acqua, non fanno il servizio e non sanno più farsi rispettare. I mariuoli, avvezzi ad esser bastonati, approfittano di questa rilassatezza, e mentre prima si prendevano quante bastonate si davan loro, ora nell’atto che i poliziotti si accingono ad arrestarli, essi gridano loro: «Badate, non toccatemi, o ve la faccio pagare.»

L’Autorità avvedendosi che i mariuoli alzavano la testa, ne mandò molti a domicilio coatto, ciò che il Napoletano teme più di qualunque altra punizione, ma non pertanto la giustizia si fa strada. Bisogna che le Autorità si convincano per sempre che gente avvezza ai sistemi del Borbone non può essere adatta ai nuovi. Se non si vogliono importare poliziotti dall’Italia superiore, si prendano almeno Pugliesi, Abruzzesi, Calabresi o Siculi, purchè non siano di Napoli, e non abbiano aderenze nella città e nei dintorni.

Bisogna far tavola rasa del vecchio arnese del Borbone, perchè senza uomini nuovi il nuovo Regolamento rimarrà inefficace.

Da questa corruttela nella Polizia emerge la gran difficoltà di scoprire i rei. Costoro riescono sempre a mantenere corrispondenza di fuori; spesso se la famiglia di un arrestato paga bene la Polizia, questa disdice il già detto, e confessa di essersi ingannata. Per quanto faccia il Direttore delle Carceri giudiziarie, per quanto cerchi di depurare il personale, di classificare i detenuti, di separare specialmente i camorristi, egli non può riuscire anche per la natura dei locali a separare gl’innocenti dai colpevoli.

Lavoro organizzato non ci può essere in una popolazione che cambia ogni giorno. Sono tutti ben trattati, mangiano per la maggior parte assai meglio che in casa loro, hanno una razione di pane giornaliera da soldato, divisa in due parti, una minestra condita con olio o con lardo nei di feriali, una zuppa al brodo con carne di bue o di vitella la domenica. Di più si permette loro di mangiare tutto ciò che manda la famiglia.

Ogni loro richiamo è ascoltato all’istante, e col sistema vigente di lungo imprigionamento preventivo trovate detenuti da sei mesi e anche da un anno; e quando eglino escono per non farsi luogo a procedere, dopo il lungo tempo di ozio e di convivenza con malvagi ritornano alla società col senso dell’ingiustizia sofferta, colle cattive idee acquistate, e alla fine dei conti colla sensazione che al postutto non si sta tanto male in prigione, quanto nei tugurii, ove, per mangiar miseramente, bisogna lavorar molto.

CAPITOLO QUINTO.

Stabilimenti penali e Bagni.

Un solo dei Bagni del Napoletano ho potuto visitare: quello di Nisida; e tutte le osservazioni fatte nelle Case di pena e di correzione mi si vennero confermando in quell’oasi di pace, di salute, di buon ordine, ove si combina la dolce vita dell’agricoltore, ben diretto dallo studio, con altre occupazioni e ricreazioni che formerebbero la delizia di molta nostra gioventù chiusa nei collegi, in Italia per lo più malsani e monotoni, e certamente dei soldati costretti in tempo di pace ad ozio forzato e alla fastidiosa disciplina. Il presente Comandante ha proprio trasformato l’Isola: a forza di farvi lavorare i galeotti ci sono strade bellissime, che conducono dal basso all’alto dell’Isola, su cui sorge la fortezza. C’è una cascina magnifica con grande numero di vacche, il latte e il burro delle quali vincono in bontà quelli assaggiati da me in Napoli. Il vino, che vi si fabbrica di varie qualità, gareggia col Capri, e l’allevamento dei conigli piglia proporzioni ragguardevoli. Se il Governo volesse col tempo annettervi una conceria e una fabbrica di cappelli e facilitare quell’allevamento, ora che i Napoletani cominciano a gustarne la carne nutritiva e saporita, si potrebbe accrescere di molto l’introito dello Stabilimento penale. Raramente vidi un assortimento di esseri umani così sani e robusti con fisonomie così poco attraenti. Eccettuatine pochissimi, notansi in tutti le tracce della lunga e persistente carriera del delitto: furberia ed astuzia ne costituiscono il carattere più spiccato.

Sono in numero di 1100, divisi in 70 camere, calcolandovi 11 metri cubi d’aria respirabile nei dormitorii per ciascun detenuto. Le punizioni permesse: il banco di rigore, il puntale, cioè un aggravamento di catene, la cella isolata. Le ricompense in uso nei Bagni: il passaggio di classe, la nomina a mozzo o inserviente, l’alleggerimento della catena, le proposte di grazia, che soltanto possono farsi agli ascritti alla prima categoria.

Anche qui veggo che il Direttore, il quale conosce ad uno ad uno tutti quei signori e distrusse la camorra che vi esisteva in tutta regola, disprezzando le minacce e sfidando il tentato ammutinamento, presentò 33 proposte di grazie. Ma mentre nove soltanto di queste sono state accolte, le grazie ottenute fuori delle proposte, ma con informazione della Direzione, sono 32, e le grazie ottenute fuori delle proposte e delle informazioni della Direzione, sono 41!

Considerata la natura degl’individui, il numero delle infrazioni disciplinari in un anno reputasi scarso e di poca importanza: 245 in tutto; e nessun condannato a cella di rigore con pane, acqua e ferri; un solo a cella e vitto legale da uno a sei mesi.

Il lavoro di questi galeotti per servizii domestici, per le amministrazioni dei Bagni fuori e dentro, rappresenta L. 39,811, di cui alla massa di economia L. 21,456, e alla massa dei condannati L. 18,054.

I galeotti hanno una razione di pane, 750 grammi; e che pane! spesso i Bersaglieri di guarnigione se lo comprano. Hanno altresì minestra e una razione di carne ogni quindici giorni, e il Regolamento del 1860 concede loro una misura di 14 centilitri di acquavite.

Hanno inoltre il vitto del lavorante, e se viene fatto un maximum di lavoro, vi ha la retribuzione del vitto di ricompensa.

Mentre negli altri Bagni, come a Genova, ad Alghero, a Brindisi, a Cagliari, a Procida, a Civitavecchia, ec., i galeotti lavorano molto per conto del Municipio e dei privati, a Nisida ciò è impossibile, e le principali difficoltà per le Direzioni si compendiano nella impossibilità di trovar lavoro sufficiente.

Ed è un fatto significante quello dei richiami e delle domande, nel periodo di un anno, dei detenuti ammessi alle udienze: mentre altrove i richiami feriscono il personale di custodia a cagione del vitto e del trasporto in altri Stabilimenti, a Nisida si additano tre sole categorie di reclami: 89 domande di notizie ufficiali intorno ai parenti; 454 per scrivere; 185 per aver lavoro!

Un solo suicidio. E le inchieste e indagini di parecchi mesi, per conoscere se patite sevizie avessero condotto lo sciagurato al fatale passo, dimostrano la sollecitudine del caduto Ministero per i galeotti; mentre lasciava commettere impunemente ogni sorta di abusi dagli Agenti delle tasse sui poveri, impotenti a pagarle; e mentre più di un impiegato si tolse la vita per le intollerabili soperchierie dei capi di servizio, senza che altrettali investigazioni fossero ordinate.

Insomma reclusi e galeotti, imputati e condannati, stanno tanto bene nelle Case di pena e nei Bagni di Napoli, da scommettere, che se oggi si vuotassero carceri e galere obbligandone gli ospiti a menare un sol anno di vita del povero, ancora intemerato, o, come direbbe il Carlyle, un anno di vita di coloro che lottano per tenere il diavolo tentatore fuori di casa, tutti o quasi tutti commetterebbero qualche reato lieve o grave per tornare ai comodi, agli agi e al piacevole lavoro, così bene ricompensato, così gratamente alternato con le passeggiate, coi riposi e coll’istruzione e con ogni ben d’Iddio.

Egli è evidente adunque che per l’amministrazione delle carceri si elessero le più probe e intelligenti e pazienti e benevole persone d’Italia, e che le carceri non fanno punto passar la voglia nei delinquenti di tornare ad abitarvi.

Una volta condannato alle Case di correzione o di pena, o ai Bagni, l’individuo che fin allora aveva conosciuto solamente il pubblicano, l’ufficiale di leva e lo sbirro, principia ad accorgersi che ci sono anche le Autorità benevole e cortesi, le quali pensano e provvedono ai suoi bisogni materiali, alla sua istruzione, perfino all’anima sua!

Appena entrato in carcere, egli è ricevuto dal Direttore, condotto in una cella netta ed ariosa; cambia i cenci in abiti di lana, se d’inverno, di tela o di canape, se d’estate, e probabilmente per la prima volta in vita sua si lava con acqua e sapone; è servito con una buona razione di pane e minestra, visitato dal cappellano, che lo esorta al lavoro e alla buona condotta, come mezzo di alleviare la punizione presente e ottenere la libertà più presto.

Trova un buon letto di ferro con saccone trapunto, ripieno di foglie di granturco o di crino vegetale, con lenzuola di lino o di canapa , con una o due coperte di lana e con guanciale.

Quanti carcerati avranno dormito su tal letto, la prima notte del carcere, il miglior sonno della loro vita!

Trascorso il periodo di esperimento, il detenuto introducesi in laboratorio per esercitarvi un mestiere, possibilmente il suo proprio.

E allora egli ha, oltre del pane e della minestra, una pietanza di carne bovina od ovina due volte la settimana, e negli altri giorni di verdura condita d’olio e d’aceto, se cruda: più il vitto di ricompensa del lavorante; più 25 centilitri di vino, tre volte la settimana.

Questo per le Case di pena, dove il lavoro è ad economia.

Nelle Case poi, in cui il lavoro va per appalto, invece di detto vitto di ricompensa, ha due decimi della mercede disponibile; e con questi due decimi egli può comperarsi un sopravitto di sua elezione a prezzi combinati fra l’Impresa e la Direzione, le cui tariffe stanno affisse in ogni laboratorio. Altri due decimi poi costituiscono un fondo di riserva pel tempo della liberazione. Le altre ricompense ai detenuti laboriosi e di buona condotta sono: 1° autorizzazione di visite e di corrispondenze epistolari; 2° stralcio del fondo di riserva (purchè i due terzi residuali non siano minori di venticinque lire) in favore dei proprii genitori, della moglie e della prole minorenne; 3° acquisto facoltativo di sott’abiti, libri, istrumenti di mestiere; 4° incarichi di fiducia da parte della Direzione. Recentemente poi s’introdusse per coloro, i quali durante sei mesi non avessero subito alcuna punizione disciplinare, il passaggio ad una Colonia penale agraria.

Le punizioni sono: 1° ammonizione; 2° isolamento in cella di rigore con pane ordinario e con una minestra sola, da uno a tre giorni; 3° isolamento a pane ed acqua; 4° isolamento in cella da uno a sei mesi, però con vitto legale. E notisi, che anche le celle di punizione sono fornite di un letto da campo.

Bisogna tenere a mente, che le più gravi punizioni non le può infiggere il Direttore da se solo, ma ci vuole una sentenza del Consiglio di disciplina, composto del Direttore presidente, del Vice-Direttore e di un impiegato. Assistono a questi Consigli il Cappellano, l’Ufficiale sanitario e la Superiora delle suore, se carceri per le donne. E nemmeno i castighi deliberati dal Consiglio di disciplina oltrepassano i tre mesi; se di maggior durata, occorre la sanzione del Ministro.

Ogni carcerato poi frequenta le scuole, almeno tre volte per settimana; e nella domenica lo si ricrea con conferenze scolastiche!

Io, già informata delle regole disciplinari delle Case di correzione e di pena, m’immaginava che i detenuti ivi chiamati a sì mite pena e a sì dolci ricompense avessero commesso «piccole mancanze» o almeno li credeva non macchiati di veri delitti.

Fui veramente costernata nel leggere la lista dei reati nella stessa riga della pena annessa.

C’era in una delle Case di pena di Napoli un vero mostro: ogni suo lineamento portava l’impronta dello scellerato.

Convinto di stupro sopra una ragazzina di nove anni, che ne morì in conseguenza, fu condannato a soli dieci anni di reclusione! – Cinico, insubordinato, di pessimo esempio ai compagni, indarno e Cappellano e Direttore vuotarono tutto il serbatoio delle ammonizioni e delle persuasioni. Egli vanta il proprio delitto e sospira il giorno, in cui potrà tornare a commetterne un altro.

Or bene, l’ho trovato in una cella nitidissima con superba vista di Napoli dalla finestra, con letto comodo, vitto intero!

A proposito dell’ineguaglianza delle pene inflitte, c’è nello stesso carcere un giovane condannato per mancato omicidio. Un giornalista insultò suo padre; egli lo pregò di desistere; quegli insistette. Il figlio in un accesso di sdegno aggredì l’insultatore. Non lo uccise, e fu condannato a dodici anni; e il mostro stupratore a dieci!

In altro camerone egregio con finestre al settentrione, vetri, impannate e tutto il necessario per l’arte della pittura, trovai un famigerato falsario, che col padre si esercitò in questa professione per parecchi anni, rovinando molte famiglie. Il padre n’era già uscito, graziato.

Ed io pensando alla penosa vita che conduce taluno dei più splendidi genii dell’arte in Napoli per provvedere alla fama propria e alla fame di numerosa prole, mi persuasi che il pittore falsario godendo ogni comodo di vitto, potendo ricevere anche clienti per farsi ritrattare, e mettere da parte danaro per l’avvenire, non avrà troppa fretta di abbandonare quel dolce fruttifero soggiorno.

So bene che il fatto della perduta libertà costituisce da sè solo una grande punizione, ma i passati Governi almeno fecero sì che la paura di questa pesasse formidabilmente sull’anima dei detenuti.

Fra le risposte ai quesiti del Comitato centrale internazionale trovo la seguente:

I carcerati possono in virtù della loro buona condotta e del lavoro ottenere una diminuzione di pena? E secondo quali norme applicasi questa diminuzione?

Il Regolamento generale per le Case di pena statuisce che quando il Consiglio di disciplina, legalmente convocato dal Direttore locale, riconosca esservi luogo ad invocare la grazia sovrana in favore di alcun carcerato, e formuli le sue proposte, esso Direttore debba inviare la deliberazione del Consiglio alla Direzione generale, e questa, riscontrate le proposte nei fogli di matricola, spedire il plico al Guardasigilli, a cui spetta di promuovere le sovrane disposizioni.

Oltre alle condizioni, che tanto naturalmente limitano simili proposte a pro dei soli detenuti di esemplare condotta, il Regolamento vuole che il titolo di condanna del candidato alla grazia non sia di quelli indicanti profonda corruzione e perversità d’animo, ed abbia scontata già la metà della sua pena. Di più, le proposte di ogni Direttore non debbono eccedere normalmente la proporzione annua del cinque per cento sul complesso dei carcerati reclusi.

Sembrerebbe da tale risposta, che solamente per buona condotta certificata dal Direttore un condannato potesse ottenere commutazione di pena.

Ma studiando per bene le Statistiche carcerarie del 1874, trovo tre categorie di «Grazie ottenute:»

1a Grazie ottenute in seguito alle proposte fatte dalla Direzione;

2a Grazie ottenute fuori delle proposte, ma con informazione delle Direzioni;

3a Grazie ottenute fuori delle proposte e delle informazioni della Direzione.

In un anno solo furono concesse a richiesta delle Direzioni:

1° Condannati ai Bagni………………………………..161

Agli Stabilimenti penali……………………………..85

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Totale… 246

mentre le proposte delle Direzioni erano 583.

2° Fuori delle proposte, ma con informazione delle Direzioni:

Condannati ai Bagni……………………………………364

Agli Stabilimenti penali………………………………114

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Totale… 478

3° Fuori delle proposte e delle informazioni delle Direzioni:

Condannati ai Bagni……………………………………133

Agli Stabilimenti penali………………………………102

____

Totale… 235

Ora domandiamo prima: perchè non si è confessata la verità davanti il Comitato Centrale internazionale? E poi perchè non si è indagato se questo sistema contribuisca a rinforzare l’autorità della Direzione, ad eccitare i carcerati alla buona condotta, a proteggere la società contro una ripetuta infrazione delle sue leggi?

Qualunque punizione incorsa dai carcerati è iscritta sul registro loro di matricola caratteristico e di contabilità morale. Sicchè nel registro A non si trova punizione, perchè A non ha commesso infrazioni ai Regolamenti disciplinari delle carceri.

Trascorso un certo tempo, il Direttore propone una remissione della restante pena o una commutazione o una riduzione. Più della metà delle sue proposte vengono respinte.

B invece è stato frequentemente punito. È noto nelle carceri come indisciplinato, provocante coi compagni, renitente al lavoro.

Ciò non fa caso. Per un numero, che supera di un terzo le proposte dei Direttori e di due terzi le grazie concesse, vengono dall’arbitrio di un Ministro remissioni, commutazioni, riduzioni di pene.

A rimane sfiduciato e scoraggiato: B torna allegramente a riprendere la sua delittuosa carriera interrotta dal grato soggiorno della carcere!

Ha fatto gran senso in Napoli un caso successo a Sant’Eframo in questo anno.

Notisi, che dovendo vivere in mezzo a questi condannati, nessuno dei quali è mai incatenato, e per i quali la camicia di forza riesce un’incognita, è rigorosamente proibito ai guardiani di portare indosso un’arma qualunque. Notisi poi, che molti dei condannati, falegnami, calzolai, ec., hanno sempre in mano, per necessità di mestiere, istrumenti taglienti.

Or bene, mentre a Sant’Eframo i condannati calzolai stavano pacificamente lavorando, uno di essi si alza e freddamente ferisce con ripetuti colpi uno dei guardiani, così improvvisamente, che i compagni sono appena arrivati a tempo a strapparglielo dalle mani prima che fosse vibrato il colpo mortale. Direttore, guardie, compagni rimasero attoniti, perchè costui aveva tenuto un’esemplare condotta durante lunghi anni di prigionia; non aveva mai dato segno di alienazione mentale, nè sussisteva causa alcuna di contesa coll’infelice guardiano. Interrogato sul motivo del misfatto, costui rispose con freddezza: «Prima di entrare in carcere o di commettere delitto, ho saputo che cosa significhi miseria e fame. Ora mi condanneranno da capo.»

Nelle Case di pena per tutta l’Italia abbiamo il 30 per cento di recidivi. In Napoli essi superano il 50. Nè è da meravigliarsene.

Ci stanno così bene da voler tornarvi e da istigare i compagni di miseria nei fondaci e nei bassi a tentare qualche colpo grosso o piccolo, tanto da far la prova della differenza.

PARTE QUARTA.

ANCORA DEI RIMEDII.

CAPITOLO PRIMO.

Leggi europee.

I medici di mali fisici, una volta fatta la diagnosi, ne cercano i rimedii nell’esperienza altrui e nei proprii studii su questa esperienza.

Nè altrimenti devesi procedere per i mali morali e sociali. L’Italia finora non riconosce la necessità che o Stato o Provincia o Comune abbia il dovere di tutelare i poveri, e oggi si può dire che lo stato del povero in Italia è miserando al pari di qualunque altro al mondo, e che in alcuna parte della Penisola è pessimo.

Dieci anni fa, l’Inghilterra certamente aveva questo doloroso vanto. Se non che la colpa non fu tanto delle leggi per i poveri o della mancanza di esse, quanto dell’esecuzione di queste leggi, abbandonate a mani irresponsabili e arbitrarie. I guardiani dei poveri furono eletti dai pagatori delle tasse per i poveri; chi possedeva una rendita di 50 lire sterline aveva un voto, chi ne aveva 250 lire sterline sei voti, e via discorrendo. C’erano giudici di pace che potevano ordinare sussidii; c’erano sovraintendenti, anziani di chiesa; e tutti questi dispensatori delle tasse raccolte per legge a favore dei poveri amministravano press’a poco come voleva il prete o il più ricco della parrocchia.

I più sfacciati e oziosi erano largamente assistiti; i veri bisognosi, se timidi, letteralmente negletti.

Inoltre il ribrezzo dell’onesto e laborioso artigiano per la Casa di lavoro giugneva a tale, che esso sarebbe morto prima di entrarvi.

Nondimeno il costo alla Nazione per il mantenimento dei poveri era sì alto, cotanta la vergogna di sentirsi dire ad ogni momento che nella ricca Inghilterra i poveri morivano di fame, che il Parlamento fece frequenti inchieste e nuove leggi. Finalmente venuto al potere il partito liberale col Gladstone, fu propagata l’idea del dovere di un Governo di sorvegliare tutti gl’interessi della Nazione, d’impedire il male pur acconsentendo alle Provincie e ai Comuni illimitata facoltà di far il bene, e di obbligarli ad applicare rigorosamente tutte le leggi emanate dal Governo centrale.

James Stansfeld, il campione d’Italia nei giorni della sventura, il Ministro che sotto il Palmerston introdusse nel Ministero della Marina quegl’innovamenti radicali, quei miglioramenti che furono una vera rivoluzione e di cui egli ebbe tutte le noie, le fatiche e le lotte, mentre i suoi successori ne raccolsero la lode, ispirò quella riforma.

Egli, tornato al potere, ordinò e organizzò quel vasto sistema di Governo locale che dipende dall’istituzione, nuova per l’Inghilterra, chiamata il Local Government Board. Egli presidente della Commissione, non solamente praticò un’ampia inchiesta in tutta t’Inghilterra intorno alle condizioni dei poveri e all’applicazione delle leggi che li riguardano; ma per mezzo dei Consoli e degli Ambasciatori all’estero ottenne un Rapporto intorno ai principii, che informano la legislazione sul pauperismo nei varii paesi d’Europa. Propose egli stesso i quesiti, pregando i suoi dipendenti di aggiungere osservazioni e suggerimenti.

Le risposte pervennero al Governo dopo la caduta del Ministero Gladstone, e un libro di 500 pagine è stato molto ben compilato dal signor Andrew Doyle, uno degl’ispettori dei poveri, con una luminosa introduzione.

Tre sole delle Nazioni continentali tolsero dall’Inghilterra l’idea che l’individuo ha diritto di essere sostenuto dalla Nazione, cioè la Russia, la Svezia e la Danimarca, e crearono una tassa speciale a beneficio del povero; essa entra in tutti i bilanci dei Municipii come parte fondamentale dell’amministrazione. Il sistema non dura che da nove anni, e già tutti i danni riconosciuti in Inghilterra come conseguenza di quello stesso sistema si manifestano anche colà tali e quali. Il pauperismo è accresciuto: i distributori dei soccorsi non sanno distinguere fra aiuti per malattie o per l’inverno, o per pagar l’affitto; famiglie intere vivono della carità pubblica. Le Società di Mutuo soccorso ed altre provvide istituzioni languiscono. Gl’individui trovano più comodo di farsi mantenere dallo Stato, che di aiutarsi da se stessi, o scambievolmente.

I Danesi ammettono tutti l’erroneità del sistema: fu nominata una Commissione d’inchiesta, che raccomanda di separare affatto la carità pubblica dalla privata, di negare soccorsi in denaro se non in casi eccezionali, di ricevere solamente nelle Case di ricovero gl’incapaci al lavoro; e mano mano anche gli altri paesi che cominciarono ad ammettere il diritto dell’individuo ad essere mantenuto, come la Svezia e la Norvegia, arrivano infallibilmente agli stessi risultati. In altri tempi, dicono i Commissarii svedesi, ogni famiglia provvedeva ai suoi, impotenti e miseri, e si sarebbe vergognata di ricevere aiuto da altri; ora che l’artigiano riposa sul diritto di aiuto dalla parrocchia, è impróvvido, non fa risparmii, ed accetta l’elemosina senza vergogna.

Nel 1871 la Svezia fece riforme radicalissime, proibendo soccorsi a ogni persona atta al lavoro, raccogliendo le incapaci nelle Unioni, ove sono rigorosamente registrate. Di più, ai Direttori di quegl’Istituti si concedette il diritto di rifarsi sui guadagni dell’operaio pei soccorsi dati in momenti critici, e riversossi sui padroni la responsabilità del mantenimento dei proprii operai.

In Norvegia, la stessa esperienza. Il diritto per tutti riconosciuto nel 1845, venne limitato nel 1863 agli orfani e ai pazzi.

Il paese fu diviso in 660 distretti con una Commissione in ciascuno, e a ogni membro della Commissione assegnato il proprio distretto separato. Per un certo tempo le Commissioni distrettuali ebbero la facoltà di applicare una tassa pel mantenimento dei loro poveri. Ma il Governo tolse questa facoltà alle Commissioni, dando autorità ai Municipii di riscontrarne le spese.

D’allora in poi avvenne una notevole diminuzione nel pauperismo. In Austria i Comuni rispondono dei proprii poveri, e ove manca il ricovero speciale, tutti i benestanti devono a turno provvedere tetto e cibo per gl’incapaci al lavoro.

Il mantenimento dei poveri in Francia è un sistema molto complicato, ed ha tutti i vizii e le virtù dell’accentramento, perchè lo Stato riceve e distribuisce tutti i soccorsi. Non c’è tassa dei poveri, lo Stato non guarentisce il mantenimento a chicchessia, ma il Comune e lo Stato e la carità privata, di comune accordo, raccolgono somme enormi: e in Case di ricovero o con soccorsi esterni mantengono i bisognosi.

Si sa che, durante la grande rivoluzione furono aboliti o trasformati gli Ospedali, gli Asili ed altre Opere pie, ed avendo i Governi successivi accettato il dogma che il mantenimento del povero fosse debito nazionale, fu istituito un libro di carità pubblica, ove s’inscrisse il nome di ogni bisognoso, a cui si dava una pensione da 120 a 160 lire all’anno. Per trovare i fondi necessarii a questa assurda istituzione, si confiscarono e si vendettero tutti i beni delle Opere pie: goccia nell’oceano.

Il pauperismo aumentava così spaventevolmente, che tutti i beni della Nazione non sarebbero bastati a sostentare i così detti poveri. Allora si cercò di ristabilire possibilmente le Opere pie con doni pubblici e privati, e ricoveraronsi di nuovo i miserabili. I soccorsi esterni sono condotti dai Bureaux de bienfaisance, che sono Commissioni provvedute di fondi dalla carità volontaria, dai Comuni e da una tassa sui biglietti del teatro.

In ogni Comune una Commissione gratuita, composta di cinque persone, col Sindaco a presidente, amministra il soccorso interno ed esterno.

In Parigi la Commissione dipende dal Prefetto della Senna e dal Ministro dell’Interno; ha più di 6000 impiegati, e il sindacato di 18 Ospedali, 10 Asili, 3 Case di rifugio, 20 Ufficii di beneficenza, 57 Case di soccorso. La rendita annuale fissa di questi istituti ascende a circa 12,500,000 lire. Le spese interne ed esterne ad un milione; il Municipio di Parigi contribuendo al deficit, gli Stabilimenti della Commissione sono perfettamente organizzati; hanno magazzini di carni, vino e medicine proprii; dànno 50,000 libbre di carne al giorno; 400,000 persone sono mantenute negli Ospedali, 13,000 nelle Case di soccorso; 500 fanciulli, abbandonati, negli Asili; 12,000 distribuiti alle balie in campagna; 9000 apprendisti o famigli presso contadini.

Quanto a soccorsi esterni, i 20 distretti municipali hanno ciascuno un Ufficio di beneficenza, presieduto dal vice-sindaco, 12 amministratori e molti benefattori. Ogni distretto suddiviso in 12 zone, quanti gli amministratori. Ad esse è indirizzata ogni domanda di soccorso dalle signore o dal medico. I soccorsi sono dati in pane, minestra, biancheria, abiti vecchi e assistenza medica gratuita.

Nel paese generalmente è ufficio delle Suore di carità di ricercare e visitare i mendicanti nelle proprie case, fare da infermiere, riconoscere le vaccinazioni, stimolare i bambini a recarsi a scuola.

I fatti e dati forniti da esse sono incorporati in un Rapporto annuale; è difficile calcolare la quantità di persone impiegate. Ove in Inghilterra basterebbe un ispettore, in Francia troverete undici Suore di carità nutrite, alloggiate e pagate con 500 lire a testa. I Francesi, beninteso, sono innamorati del loro sistema, perchè, secondo loro, arriva a mitigare qualunque forma di miserie. Il Brefotrofio, l’Orfanotrofio e l’Istituto dei lattanti raccolgono tutti i miserelli; le Scuole di carità e le Colonie agrarie, gli adolescenti; gli Ospedali e le Case di ricovero, gl’infermi e gl’incapaci; il Monte di pietà serve per tutti. E il signor L. Hemilton, il console autore del Rapporto sulla Francia, trova il sistema eccellente.

Non così sembra a noi. Pensiamo come il signor Harvey che dice: «L’operazione di questi ufficii è di organizzare un sistema gigantesco di piccole elemosine atte a raffermare il pauperismo, impotenti a soddisfarlo.» E il signor De Watteville, interrogato sull’utilità di questi doni, rispose secco: «Nessuna: e si può affermare che l’indigente non soffrirebbe di più, se questi soccorsi derisorii, distribuiti così uniformemente e con un perfetto accordo, cessassero di essergli dati mensualmente.»

Il Belgio ha esagerato i difetti del sistema francese, obbligando ogni Comune a instituire un Ufficio di beneficenza.

Sir Henry Baron dice che nel Belgio il 40 per cento degli operai figura nel registro dei miserabili, e una volta inscritti sulla lista degli Ufficii di beneficenza, l’indipendenza è perduta, nè mai si riacquista: dappertutto si trova che il pauperismo cresce in proporzione dei fondi stanziati pel suo sollievo, e che le Provincie più ricche sono quelle che hanno inscritto il maggior numero di poveri. In Inghilterra v’ha il 4 e mezzo per cento di poveri. Nel Belgio il 15 e mezzo per cento. Ma in Inghilterra ogni povero costa 200 franchi, nel Belgio 30 franchi, ciò che prova che nel primo paese si aiuta radicalmente un bisognoso – e che nel Belgio invece trattasi di un sistema di minuta elemosina alle moltitudini. Leggendo il Rapporto del Baron, risulta chiaramente che il Belgio diventò la terra classica del pauperismo in virtù dell’enorme numero dei suoi istituti per sollevarlo, e dell’attitudine assunta dallo Stato di elemosiniere universale.

Della Spagna non abbiamo relazione alcuna: poco si sa del Portogallo e di Costantinopoli. In Russia non sussiste sistema nazionale, nè pauperismo nel vero senso della parola: troppo recente l’emancipazione dei servi; sufficiente il lavoro in confronto alla popolazione; grande la carità privata. Sicchè eccettuate alcune Provincie del Baltico, ove, secondo il Regolamento, ogni parrocchia deve mantenere i proprii poveri, la quistione non è stata pubblicamente discussa.

Resta da esaminare il Rapporto del signor Herries sul pauperismo in Italia, e da dare un’idea del sistema di Helberfeld, l’unico che ci sembri degno di minuto studio e, in molte sue parti, d’imitazione.

CAPITOLO SECONDO.

Le Leggi europee. – Continuazione.

La Relazione del signor Herries erroneamente attribuita nel libro inglese all’ambasciatore Sir A. Paget, e quella su Venezia di Giovan Battista Ruffini sul pauperismo italiano, sono piuttosto una storia delle Opere pie che una narrazione che ci aiuti a conoscere il numero dei poveri e il modo con cui questi vengono trattati; nè la si può criticare, perchè non esiste in Italia un’organizzazione che proporzioni le sovvenzioni alle necessità, le offerte alle domande. Nessun paese al mondo possiede tanti Ospedali, Asili, Case di ricovero, Monti di pietà, Istituti detti Opere Pie; nè ha sì cospicue rendite. Ma i veri poveri, gl’incapaci al lavoro, i vecchi, gl’infermi, non sono quelli che ne approfittano. Gli amministratori delle Opere pie seguono la dottrina evangelica:

«A lui che ha, sarà dato. A lui che non ha, sarà tolto anche quello che ha.»

Le Opere pie dividonsi in ventiquattro categorie, e nel 1861, esclusa la Venezia e Roma, sommavano a 20,123. Il patrimonio rappresentava la somma di 1,190,932,603 franchi! Di questa ingente somma si spendeva il 14 per cento per culto, stipendii e onorarii pagati a Ministri del culto, oltre al reddito delle Diocesi, delle Parrocchie, dei Canonicati, dei Conventi, dedicati unicamente a provvedere il pane delle anime del volgo, il pane del corpo dei soli eletti, i ministri di Dio.

Il Veneto possiede 715 Opere pie, con un patrimonio di 93,252,608. Le Romagne 473, con un patrimonio di 63,938,079 franchi.

Roma in questo dipartimento come in ogni altro rimase città distinta. Ora i Papi incoraggiarono e incoronarono la mendicità; ora la punirono come ai tempi più barbari in Inghilterra, quando si flagellava, si mutilava degli orecchi, si bandiva, si condannava alla berlina, alle carceri, perfino alla galera, chi stendeva la mano.

La Compagnia di Santa Elisabetta fu una Società ben organizzata di mendicanti. Tutti erano divisi in quartieri e si bastonavano scambievolmente, quando un individuo che aveva il diritto di mendicare in un rione, tentava d’invaderne un altro. Teneva un poeta improvvisatore, una banda; e una volta all’anno i ciechi condotti dagli zoppi andavano in processione alla chiesa scortati dai soldati. Ben inteso che tutti pagavano lo scotto ai preti per Messe a suffragio delle anime del Purgatorio.

Ci si narra che dopo il 1870 nous avons changé tout ça. Ma chi vive a Roma sa che la mendicità, lungo il Corso e nelle case, ove persone ben vestite vanno e domandano e trovano l’elemosina con insistenza e alterigia, costituisce una delle molte piaghe della città eterna.

Epilogando, si può dire: sconosciuto in Italia il numero dei poveri; nessuna legge regolatrice della povertà; le Opere pie in balia delle Provincie senza nemmeno l’obbligo di fare un pubblico bilancio.

Oggi stesso siede la Commissione nominata per l’inchiesta sulle Opere pie. Speriamo che saprà riformare quella fatale legge del 1862, che il dottor Pietro Castiglioni chiama «invariabilmente parca ed efficacemente succosa, inspirata ai principii della libertà, e forse precorritrice di tempi, in cui saranno più maturi i frutti, per quel lavorìo progressivo di assimilazione che ne fa penetrare il succo vivificatore nel corpo sociale.» (Vedi il già citato capitolo Opere Pie nell’Italia Economica, compilato dal dottor Pietro Castiglioni.)

Questa legge nella sua applicazione alle Provincie Meridionali per lo meno è stata parca per i poveri, succosa per gli amministratori e per le oblate; e tale confusione ne derivò, che le Amministrazioni destreggiando abilmente coll’equivoco possono rifiutarsi al rendiconto, dicendo al Ministro dell’Interno:

«La nostra istituzione è educativa, voi non c’entrate;» e al Ministro d’Istruzione Pubblica: «La nostra è Opera Pia, come per esempio tutti gli Asili infantili, e voi non ci avete ingerenza.»

I membri della Commissione hanno innanzi a sè un lavoro difficile in verità; però, volendo semplificare, tutto si riduce alla semplice regola del tre: se tanti sono i poveri in Italia e tanta la rendita, quanto tocca a ciascheduno? Moltiplicato il secondo e terzo termine insieme e dividete per il primo. – Ciò fatto, si vedrà se in complesso i fondi delle Opere pie bastino oggi a mantenere chi non ha i mezzi di guadagnarsi la vita: beninteso, noi non ammettiamo mai che nè lo Stato, nè i Comuni, nè la carità privata debbano mantenere chi è capace di lavoro.

Il Reichstag della Confederazione della Germania del Nord nel 1870-71 stabilì certi principii fondamentali per sindacare il pauperismo, lasciando l’applicazione di essi al Parlamento di ogni Stato.

Le Leggi federali stabiliscono che ogni Tedesco abbia diritto di domandare al suo Comune un tetto, le assolute necessità della vita, assistenza medica, decente sepoltura. E il paese per questo scopo fu diviso in Unioni locali (Consorzii) o Ortsarmenverbände, che consistono in una o varie parrocchie, secondo la grandezza e la ricchezza e il numero dei poveri. Due anni di residenza stabiliscono il diritto, e le Autorità possono soccorrere il petente ammettendolo alla Casa di ricovero o fornendogli lavoro.

Ci sono anche Consorzii provinciali, Landarmenverbände, per assistere quei che non hanno i due anni necessarii di residenza in un Comune. In Prussia il Parlamento obbliga i cittadini ad assumersi i doveri d’Ispettori dei poveri. – Ogni Comune è indipendente dallo Stato, ma lo Stato distribuisce annualmente quattro milioni di lire fra i Comuni più poveri.

Prendiamo Helberfeld come modello.

C’è una Commissione di un presidente e otto membri scelti dal Municipio e dagli abitanti benestanti, di cui ogni anno un dato numero si ritira per essere sostituito da altri. – Questa Commissione o Armenverwaltung sta a capo di un Corpo d’ispettori, Armenvorsteher, e di visitatori, Armenpfleger: tutti questi ufficii sono gratuiti, ma tanta dignità ed importanza v’è annessa, che sono ricercati anzichè schivati.

Ogni visitatore prende la sua strada – tutti i bisognosi si dirigono a lui. Se il bisogno è urgente, può di suo arbitrio supplire; ma se gli appartiene l’autorità, appartiengli anche la responsabilità, perchè ogni quindici giorni i visitatori si radunano col Presidente e l’Ispettore del quartiere, e ognuno deve rendere conto del suo operato, giustificare i soccorsi dati, e sottomettere alla discussione generale i casi dubbii che il voto risolve.

La Corte è la Commissione che decide tutte le questioni, e davanti alla quale gl’Ispettori debbono presentarsi ogni quindici dì.

I vantaggi di questo sistema sono evidenti. Ogni visitatore viene in contatto personale col povero che domanda soccorso; non ha nessun interesse di negare il necessario o di dare il superfluo ed essendo il loro intento quello di diminuire il pauperismo, egli è spinto a predicare l’economia, l’industria, ed a cercare lavoro per il petente.

Il povero domanda e riceve soccorso; ciò fa sì che questo cesserà tosto che cessi l’assoluto bisogno: il povero non può dare nulla ad intendere a chi viene a verificare personalmente, e ha mezzi da punirlo.

Se l’aiuto non porgesi in modo da spingere il povero a fare tutto il possibile per non averne più bisogno, diviene un incentivo all’ozio, un premio allo sperpero; così dicevano gl’iniziatori di tale sistema.

Le istruzioni ad ogni visitatore, fra gli altri articoli, contengono il seguente: «Che può essere imprigionato per un periodo da sette a trenta giorni:

» Chi per ozio o ubbriachezza si è ridotto all’indigenza;

» Chi rifiuta lavoro che non supera le sue forze;

» Chi domanda soccorso senza poter provare d’avere esauriti tutti i mezzi per procacciarsi lavoro.»

C’è in Helberfeld una Casa di ricovero per i vecchi e decrepiti senza famiglia in istato di mantenerli; ma l’orgoglio dell’operaio, a cui la mendicità è resa così difficile, consiste nel nulla domandare per sè o per i suoi. – E le cifre parlano con eloquenza.

Nel 1852, in una popolazione di 50,000, c’erano 4000 mendici che costavano 225,000 lire annue. In quell’anno M. von der Heydt inaugurava il sistema ora esposto; e adesso, benchè aumentata la popolazione, non vi si noverano che 1062 poveri, che costano in complesso 100,000 lire.

Quanto è superiore questo sistema a quello del Belgio e della Francia, che ha per così dire classificato e perpetuato il pauperismo come stato sociale!

A Helberfeld la povertà non suona delitto, ma disgrazia; non si punisce, ma trattasi come una malattia che guarisce il più presto possibile. Qui il ricco trovasi in contatto giornaliero colla povertà; il povero s’abitua a riguardarlo come il medico, a cui tutto deve dire e nulla nascondere, e precisamente perchè l’ingerenza altrui è per se stessa fastidiosa, il povero trova lavoro più presto per esser più presto liberato dalla vigilanza del visitatore.

E dacchè nessun visitatore può per il Regolamento occuparsi di più di quattro casi alla volta, non regge la scusa della mancanza di tempo. Egli può osservare, scrutare, soccorrere, o proporre il soccorso o la punizione senza rubare tempo ai proprii affari. E in quel modo che ogni individuo deve fare il suo dovere come un militare, così ognuno aiuta o è aiutato pel bene comune.

CAPITOLO TERZO.

Tentativi inglesi. – Il Local Government Board

e le Società private.

Il Parlamento inglese votò nel 14 agosto 1871 l’Atto che istituisce questa Commissione di Governo locale. Componesi essa di un Presidente nominato dalla Regina, del Presidente del Consiglio privato di Sua Maestà, di tutti i Segretarii generali di Stato, del Ministro delle Finanze e del Lord guardiano del sigillo. Il solo Presidente e gl’impiegati sono retribuiti.

Questa legge trasferisce al Local Government Board tutte le attribuzioni che per lo passato appartenevano al Poor law Board.

Le facoltà del Segretario di Stato che passarono al Local Government Board, sono determinate dagli Atti seguenti: – Registrazione delle nascite, morti e matrimonii. – Pubblica igiene. – Governo locale. – Scolo delle acque stagnanti. – Materie sanitarie, Bagni. – Miglioramenti pubblici e delle città. – Abitazioni degli artigiani ed operai. – Tasse locali.

Il risultato dell’inchiesta fatta dalla Commissione fra i poveri e le Statistiche raccolte è veramente edificante; e quali rivelazioni non ne emersero!

A Guilford un mendico riceveva sussidii come pauper, mentre possedeva un giardino, maiali, carro e cavallo.

Numerosi ricoverati hanno moglie e figli che potrebbero benissimo mantenerli con decoro.

Nè meno notevoli furono le inchieste sull’igiene. Bisogna proprio dire che tutto il male non viene per nuocere, perchè ciò che fa d’uopo chiamare una rivoluzione nelle leggi sanitarie inglesi è dovuto per nove decimi al fatto che per un pelo il tifo, preso a cagione di cattiva fognatura, non uccise il Principe di Galles erede del trono. Durante anni ed anni, uomini di scienza, medici e filantropi venivano dimostrando che la schiatta peggiorava; che la tisi progrediva; che la scrofola cresceva per negligenza delle leggi elementari d’igiene; e se ne ottennero regolamenti parziali e fiacchi.

Ma quando il tifo livellatore osò attaccare l’inviolabile sangue reale, allora si mise mano all’opera, e il ferro penetrò nella radice del male.

Nel 1871 fu stabilito il Local Government Board; nel 72 costituita una Commissione di salute pubblica centrale; il paese diviso in distretti sanitarii, rurali e urbani; e ogni cosa che riguarda l’igiene, la decenza, la salubrità pubblica, posta sotto la dipendenza di lei. Fogne, acque potabili, cloache, consumo di fumo da forni e fornaci, fabbriche di alcali, domicilii privati, bagni, forni, lavatoi pubblici, tutto soggiace a questa Commissione.

E il Medico e il Commissario possono entrare dappertutto, interrogare o esaminare documenti, citare tutti i nomi, multare e punire chi rifiuta di prestare aiuto. Citiamo a caso un Regolamento sui lavori di alcali. I proprietarii debbono condensare il 95 per cento del gas. A chi manca la prima volta, multa di 50 sterline; la seconda, di 100 sterline; la terza, chiusura della fabbrica.

Se veniamo poi al Regolamento per le Lodging houses, ossia Locande per i poveri, le disposizioni sono del tutto e in tutto cangiate. Chi vuol tenere una locanda, ossia un Lodging house, deve presentarsi all’Ufficio del Registro munito del certificato di onestà e moralità con la firma di tre proprietarii del paese. Una volta aperta la casa, deve tenere spalancate le finestre, i letti esposti all’aria durante quattr’ore; avere il pavimento spazzato ogni giorno e lavato una volta la settimana: quattro volte all’anno deve imbiancare il soffitto e le pareti con calce, e quattro volte all’anno ogni oggetto di lana o di colore deve essere lavato. La ventilazione di queste case, la quantità di acqua per le abluzioni degl’inquilini, devono essere stabilite dalla Commissione sanitaria locale, i cui membri possono entrare liberamente a qualunque ora, visitare, criticare, citare quanti disobbediscono ai Regolamenti. I locandieri vanno ammoniti, multati, e finalmente la loro casa chiusa, se si mostrano renitenti alle leggi.

Ogni anno il Governo stampa un Rapporto del Local Government Board, in cui tutte le relazioni ricevute dalla Provincia s’inseriscono, se degne di considerazione. Ha richiamato molto la nostra attenzione la lettura della prima parte, ove figura l’amministrazione delle leggi per il sollievo dei poveri; ma tale lettura particolareggiata annoierebbe i non Inglesi, tanta è la pedanteria e le complicazioni con cui la nuova organizzazione ha dovuto lottare! Perciò vogliamo solamente indicare le riforme, a parer nostro, radicali in questo Compartimento:

Riforma prima. – Classificazione dei poveri.

Riforma seconda. – Rifiuto di soccorsi ai poveri a casa propria, toltine casi eccezionali.

Riforma terza. – Trattamento e istruzione dei bambini dei poveri.

Per capire il beneficio della classificazione, cioè lo spartimento in classi: Vecchi, infermi, abili al lavoro, ma senza mezzi momentanei per trovarlo; Fanciulli orfani o abbandonati, ma sani; Fanciulle orfane o abbandonate, ma atte ad apprendere uno dei tanti mestieri, per cui sono adatte – basta immaginare lo stato di una madre di numerosa famiglia che deve provvedere a differente cibo, vestiario e istruzione per ogni membro.

Che cosa succede, quando tutte queste varie classi sono agglomerate nello stesso Stabilimento? I vecchi già corrompono i giovani, se non altro coll’esempio dell’ozio, coi pettegolezzi e le narrazioni poco edificanti. La disciplina diventa quasi impossibile; l’abile al lavoro vuole godersi tutte le indulgenze permesse ai vecchi e infermi; e per mantenervi la disciplina fa mestieri una torma d’impiegati.

Invece, col sistema della divisione, ogni classe di poveri essendo distribuita in differenti Stabilimenti con Regolamenti adatti ai bisogni, si ottiene grande economia.

I poveri sono assai meglio curati. Gli oziosi e anche coloro che si aiutano, non perchè malati o infermi, ma perchè per il momento senza lavoro, si possono tenere con tanta disciplina e tanta economia, che non veggono l’ora di trovare i mezzi di guadagno proprio.

Londra, per esempio, ha stabilito la Casa di lavoro a Poplar, per i seguenti distretti: Bethnal Green, Camberwell, Chelsea, St. Giles e St. George, Bloomsbury, Greenwich, Hackney, Hampstead, Holborn, Islington, Kensington, Lewisham, St. Marylebone, Paddington, St. Pancras, Stepney, Strand, Wandsworth e Clapham, e White Chapel.

E benchè questa Casa di Poplar possa accogliere 768 poveri, non ne aveva che 381; prova che molti abili al lavoro non si adattarono alle Case di ricovero, ove pur si mangia bene e si ozia.

In ogni luogo il numero e il sistema degli Ospitali aumenta e migliora.

In Londra ogni distretto dei poveri ha ospedale ad hoc, il numero dei pazzi e imbecilli raccolti cresce ogni anno, mentre prima eglino furono trascurati e anche maltrattati: e in tutte le Provincie viene effettuandosi lo stesso sistema. Nè si creda ingiusto quest’obbligo ai contribuenti, perchè non bisogna immaginare che con ciò ogni piccolo paese sia chiamato a fabbricare e mantenere un Ospedale, una Casa di lavoro, una Casa di ricovero, un Orfanotrofio per i maschi o per le femmine: le così dette Parrocchie si collegano e s’accordano per stabilire in una città o villaggio, o anche in campagna, uno di sì fatti Stabilimenti per tutti i poveri di tutto il distretto di una data categoria. Solamente gli Ospedali e le Scuole diurne debbono essere sufficientemente frequenti e vicine.

Venendo alla seconda riforma sul rifiuto di soccorsi ai poveri a casa propria, fuori dei casi eccezionali, essa ogni giorno matura i suoi frutti benefici, avendo diminuito largamente il numero di coloro che ricevevano soccorsi alla propria casa, e adoperavan tali soccorsi per lavorar meno o per comprarsi qualche oggetto di lusso. Ora costoro debbono entrare nella Casa di lavoro: e durante l’inverno passato, nelle sole Unioni di Uxbridge, 37 padri di famiglia si presentarono per soccorso, dicendo di non trovar lavoro. I Commissarii li invitarono ad entrare nella Casa di lavoro con tutte le loro famiglie in numero di 200 persone; non uno di costoro approfittò dell’offerta.

Il difficilissimo dei problemi è il quid agendum dei figli orfani o abbandonati, o dei parenti inabili. Ci sono scuole per i poveri che dipendono dai Direttori delle Parrocchie. In molti casi, la Parrocchia manda i bambini e le bambine alle Scuole elementari comunali; in altri distretti, segnatamente nella campagna, si collocano nelle famiglie dei poveri, obbligando la famiglia adottiva di mandarli alle scuole vicine, costringendoveli fino all’età legale.

E ogni anno l’Ispettore del Local Government Board visita tutti i distretti e compone un Rapporto intorno ai fatti osservati, registrando le proprie opinioni intorno al sistema seguito. Senza dubbio l’interesse dei contribuenti e il soccorso dei poveri trovano miglior presidio oggi che non dieci anni fa; e, coadiuvato così potentemente come lo è dalla nuova Legge sull’istruzione pubblica elementare, non può a meno di ridurre il pauperismo delle generazioni future al minimo possibile.

Quest’organizzazione governativa per la tutela dei poveri riceve vigoroso ausilio dalla Società dell’ordinamento della benevolenza privata con lo scopo di reprimere la mendicità.

Questo scopo essa proponesi di ottenere, partendo dai seguenti principii:

1° Cooperazione sistematica cogli amministratori giusta la Legge dei poveri, colle Istituzioni caritatevoli e coi privati caritatevoli;

2° Investigazione speciale e diligente per mezzo di ufficiali competenti delle condizioni di ogni persona che domanda soccorso;

3° Somministrazione di aiuto con i fondi di detta Società o di altre Istituzioni caritatevoli, e informazione ai Guardiani dei poveri di quei casi che non possono essere così aiutati;

4° Diffusione e incoraggiamento di abitudini d’indipendenza, di previdenza e di risparmio, e di quei principii sanitarii e sociali, necessarii al bene dei poveri;

5° Repressione della mendicità e dell’impostura e della mala amministrazione della carità.

Vi ha un Consiglio centrale con ramificazioni in ogni distretto di Londra; i membri del Consiglio centrale essendo delegati dai distretti.

Gradualmente questa Società si è messa in comunicazione con tutte le Istituzioni caritatevoli; e il suo compartimento detto d’inchiesta è specialmente servizievole nello scoprire e palesare e far punire gl’impostori. Secondo l’ultimo Rapporto, 15 mila casi furono separatamente esaminati. Dei quali quasi seimila rigettati come non bisognosi; cinquemila raccomandati ai Guardiani dei poveri, alle Istituzioni caritatevoli, o a individui benevoli; cinquemila aiutati con doni o prestiti o mandati agli Ospedali privati, o forniti di lavoro. Avendo il signor Peek dato 25 mila lire per tre anni alla Società da essere impiegate nell’istruzione di quei poveri che non vengono aiutati altrimenti, la Società si mise in comunicazione colle Commissioni scolastiche, e i Rapporti tornano molto istruttivi per il numero dei meritevoli aiutati e degl’immeritevoli rimandati. I doni più frequenti sono di scarpe e di vestiario. In varii casi, quando l’Ufficiale d’inchiesta si presentava all’abitazione del questuante, questi lo respingeva dalla porta, dicendo: «Se veniva a far la spia, egli non avea bisogno della sua carità.» In altri fu verificata l’inutilità di qualunque aiuto, perchè il padre o la madre l’avrebbe speso nel bere; e la necessità d’inviare i figli ad una Casa di ricovero.

Fra gl’impostori denunciati alla Giustizia notavasi Gregory Seccombe, che aveva raccolto e impiegato per sè danaro dato in soccorso ai Pompieri. Fu condannato a tre mesi di lavori forzati. Certo Gaultier avea fatto l’impostore per 19 anni e ottenuto molto danaro sotto falsi pretesti. Costui ebbe sette anni di lavori nelle Colonie. Un reverendo Pastore, successivamente di varie Parrocchie, fu trovato indegno di qualunque aiuto e scacciato dal Vescovo della diocesi. Una contessa B**** aveva stabilite in alcuni distretti cucine economiche. Ottenute sottoscrizioni dai filantropi, scomparve col denaro.

Un altro impostore, intascate durante tre anni 30 mila lire sotto pretesto di alloggiare e impiegare donzelle indigenti, si seppe che in tre anni tre sole ragazze erano state alloggiate.

E tali casi si ripetono a centinaia. Dopo che i rapporti e i bilanci di questa Società sono riprodotti da tutta la stampa inglese, ne nasce il doppio beneficio di salvare gl’individui caritatevoli dalla frode e d’indurli a contribuire col lavoro volontario o col danaro al più agevole ottenimento degli scopi di carità.

Quest’organizzazione presieduta dai primi signori d’Inghilterra si propaga nelle Provincie, e le Associazioni si vanno formando in molte delle principali città. Il suo sempre crescente buon successo prova l’errore della paura, espressa da molti, che l’alta vigilanza delle Commissioni locali per i poveri, arrogatasi dal Governo, avrebbe diminuito la carità privata, e affievolita l’attività delle Istituzioni locali.

CAPITOLO QUARTO.

Tentativi inglesi. – L’istruzione primaria.

«La Chiesa è il nemico mortale di ogni nuova speranza sociale, come lo fu sempre di qualunque nuova verità scientifica. (L’Autore citato parla della Chiesa anglicana, che pure posa sul principio del libero esame.)

»La Chiesa di Stato rappresenta un ordine di idee in decadenza, di idee che divengono.più ristrette e più intense, in ragione della loro disarmonia colla vita intellettiva del tempo.

»La Chiesa di Stato figurò sempre come l’alleata della tirannide, l’organo dell’oppressione sociale, il campione della schiavitù della mente.

»Qual sorta di abilità politica può mai reputarsi quella, che in momenti di crisi come i presenti investe i preti di una nuova funzione, affida ad un esercito sacro di mitologi la sovraintendenza della istruzione nazionale?

»Mentre si sta costituendo e definendo per l’istruzione un gran Circondario dell’organamento dello Stato, sicchè l’istruzione stessa debba procedere per la sua vitalità ed efficacia dalla somma d’interessamento, di simpatia e di cooperazione attiva del popolo, vi sembra savio consiglio assimilarla agli elementi retrogradi e stazionarii, piuttosto che agli elementi progressivi della nostra vita civile, e mettere le sue basi nella gara delle sètte, piuttosto che nell’energia disinteressata della Nazione?»

Tali osservazioni e domande fatte da John Morley, uno dei capi del partito liberale nel Parlamento, direttore della più avanzata Rivista inglese, il Fortnightly Review, meritano bene di essere ponderate da chi, in un paese nuovo alla vita pubblica, sta elaborando una legge per l’istruzione, primaria.

Ci vuol invero una gran mente, una lunga esperienza, uno spirito scevro di pregiudizii, una cognizione estesa e circostanziata di ciò che praticarono le altre nazioni, per presentare una legge di tale importanza in un paese, in cui l’indole della popolazione appare così svariata nelle sue diverse parti.

Sappiamo bene che nessuna istituzione può essere importata da un paese all’altro senza modificazioni; ma, esistendo gli stessi bisogni dappertutto, l’esempio d’ogni paese può tornar utile agli altri.

Oggi prevale la moda, anche in Italia, d’innalzare alle stelle il nuovo sistema d’istruzione pubblica, introdotto in Inghilterra, perchè obbligatorio e, molti dicono, laico. Che sia avvenuto un progresso inaspettato, sta bene; opiniamo però che non si possa riuscire all’obbligo senza la gratuità. In quanto ad esser laico l’insegnamento, bisogna conoscere ben poco la caparbietà, la persistenza e la forza d’inerzia che il Clero sa mettere in opera, quando i mezzi aperti di opposizione gli falliscono, per congratularsi così presto che siangli stati accorciati i panni davvero. Fra gli scritti pedagogici del professor Villari, due mi sembrano eccellenti: Sull’istruzione elementare dell’Inghilterra e su quella della Scozia. Egli non si è contentato di aride liste di cifre. Viaggiò nei due paesi, visitando le scuole, interrogando, esaminando e compulsando ogni cosa; comprese lo spirito che informa l’educazione dell’uno e dell’altro, e nelle sue osservazioni e conclusioni ha quasi sempre colpito nel segno. Le varie fasi che traversò l’Inghilterra dal principio del secolo, quando lo Stato non ispendeva un centesimo per educare il popolo, fino ad ora, in cui spende oltre un milione di lire sterline, non hanno grande valore per gli stranieri.

Importa solo di essere notato: che mentre devesi ai dissenzienti dalla Chiesa stabilita il merito dell’iniziativa dell’istruzione popolare, la Chiesa stabilita, per mezzo del Clero o dell’Aristocrazia, adoperò immediatamente tutte le sue ricchezze e tutta la sua influenza ad impossessarsi del movimento. Costituì sino ad ora in principio di governo l’incoraggiare e l’aiutare l’iniziativa privata, dando denaro e casa a quei Comuni, ove si apersero scuole e lasciandone senza quelli, ove mancò tale iniziativa.

Ma gradualmente l’Inghilterra va convincendosi: che l’ignoranza di un solo suo membro torna dannosa a tutta la comunità; che come lo Stato ha diritto di sindacare tutto ciò che conduce alla prosperità ed all’incremento della Nazione e di promuovere l’igiene e la moralità, così spettagli anche il dovere di rendere l’istruzione accessibile ad ogni bambino e bambina, e di costringere i genitori, affinchè essi ne approfittino. John Stuart Mill additasi fra i più strenui avvocati dell’istruzione elementare, gratuita ed universale per l’Inghilterra, ed in questo accordavasi con J. B. Say, il maggior economista francese, e con M. Duruy e M. Emilio Delaveleye, i più sensati scrittori della Francia e del Belgio.

Contro la possente idea sorsero e Clero e Aristocrazia; d’onde una lotta tanto accanita, che un popolo indifferente in materia religiosa, come l’italiano, non può formarsene un concetto.

L’anno scorso, mentre a Roma si discuteva se una bella scuola fondata dalla compianta signora Gould, americana, dovesse passare in mano della grettissima setta dei Valdesi, oppure in altre mani, dalle quali sarebbersi ottenuti tutti i beneficii materiali e morali, ottenuti e sperati dalla fondatrice, sorse un settario a domandare:

«Che dottrina religiosa s’insegnerà a codesti bambini?»

A cui rispose T. A. Trollope:

«Per venticinque anni in Inghilterra si agitò tale questione. E frattanto i figli dei poveri rimasero presso i rigagnoli delle vie e nell’ignoranza, non avendo nessuno pensato a loro.»

In tale risposta l’epitome della situazione. Il Villari, scrivendo nel Sessantasette, crede impossibile in Inghilterra un sistema di educazione puramente laico; ma fu quivi intendimento espresso del partito liberale d’inaugurare questo sistema colla legge del 1870. Solamente il Gladstone, allora ministro, mancò al suo partito, forse involontariamente, sopraffatto dalle arti subdole del Clero. Tanto quella legge, quanto il recentissimo Atto dell’ultima Sessione, raddoppiano e rafforzano la supremazia della Chiesa, dominante nelle scuole. I tratti caratteristici della legge del 1870 furono l’istituzione di Seggi scolastici e l’introduzione della così detta clausola di coscienza. Per tale clausola, in nessuna scuola sussidiata dal Governo la religione poteva essere insegnata, se non in certe ore, al cominciamento od alla fine della scuola, e nessun bambino poteva esservi costretto.

Si statuì che ogni bambino dovesse essere mandato a scuola, che ciascun Seggio dovesse provvedere un numero sufficiente di locali, vedere e vigilare la frequenza dei bambini, multare e punire i genitori che non v’inviassero i figli. I membri del Seggio avevano facoltà di pagare, in parte o intieramente, la tassa scolastica per i bambini troppo poveri e di mandarli alla scuola scelta dai genitori, sia che essa appartenesse alla Chiesa anglicana, od a qualunque delle varie sètte.

Indescrivibile la lotta per le elezioni del Seggio, dappertutto. Prendendo ad esempio una delle principali città, Birmingham, ove i non conformisti e liberali sono in maggioranza, la lotta ricordò, a cagione del fervore suo, l’agitazione avvenuta per il libero commercio. I preti anglicani dissero dal pulpito che, vincendo i liberali, la Bibbia sarebbe bandita dall’Inghilterra: quale assicurava le sue pecorelle, che gli Angeli aspettavano il risultato dell’elezione; quale dichiarava, che le elezioni deciderebbero se Dio avesse cessato di regnare nella Gran Bretagna.

La Chiesa anglicana vinse per i primi tre anni, e nella maggior parte questi tre anni si consumarono nel tentativo d’introdurre, per vie nascoste, l’istruzione religiosa proibita dalla legge. Alla fine del triennio, fu provato che 20 mila bambini non frequentavano alcuna scuola. Nelle seconde elezioni vinsero i liberali e fecero più in un anno, che non i chiesastici in tre.

Ma il difetto del sistema è di permettere, che sotto qualsiasi pretesto il denaro pagato da tutti possa spendersi in iscuole, ove s’insegnano dottrine religiose, approvate da una sola parte dei contribuenti. Ed ecco, dove la clausola 25, che permette ai Seggi di pagare le tasse per i bambini poveri, concentra daccapo il potere in mano della Chiesa, la quale riceve già il 73 per cento della somma totale, somministrata dallo Stato per l’istruzione primaria dei bambini.

La Commissione scolastica di Manchester dava quasi tutti i 333 sterlini assegnati a persone, che si diceva volessero mandare i bambini alle Scuole anglicane.

Nonostante le enormi somme sborsate dallo Stato alla Chiesa e raddoppiate dalle contribuzioni private, gl’Ispettori dicono, che il 90 per cento dei bambini, i quali escono dalle scuole, non sa nulla, che l’unico esame superato è quello della Sacra Scrittura e del libro delle preghiere comuni. È una commedia il leggere gli annunci nei giornali, intorno alla ricerca di un maestro per così fatte scuole. Questi, oltre all’essere maestro e al professare saldi principii intorno alla Chiesa moderata anglicana, deve saper suonare l’organo in chiesa, deve condurvi i bimbi e vivere nella casa del prete; altro annunzio dice, che il maestro, oltre a servir da chierico, insegnare il canto e suonare l’armonium, DEVE ESSERE BECCHINO. Il prete impera sulle scuole, e quel maestro che non si piega alla sua volontà, viene licenziato e maltrattato.

Testè il Vicario di Dudley scrisse in una lettera pubblica, a proposito di un maestro con cui aveva avuto qualche dissidio: «Sono io il presidente della Commissione e non lui, e non permetterò mai che egli m’insulti apertamente senza insegnargli che le nostre relative condizioni sono quelle di padrone e di servo.»

Vi ha un’altra cosa da notare. La legge dice, che i fanciulli non devono essere obbligati a frequentare l’istruzione religiosa, ma il prete ed i suoi servi possono impedire che coloro, i quali non frequentano le dette classi, vengano ammessi alle feste campestri ed al concorso per i premii. Si dànno anche casi, nei quali si fa pagar doppio denaro ai genitori che non appartengono alla Chiesa.

E vuol segnalarsi come massimo danno in Inghilterra, che le Scuole normali trovinsi quasi tutte in mano dei preti, i quali per esse ricevono 60 mila sterlini. Or bene, non puossi descrivere l’incapacità di cotesti maestri. Nei Rapporti degli esami troviamo, che tutti fannosi onore nella Sacra Scrittura, ma in grammatica, in geografia, in istoria ed in aritmetica, non passano. Sentono la necessità di doversi rendere competenti per le Scuole clericali. Epperò si vengono capacitando, dover essere le scuole vivai dei principii della Chiesa, lo scopo delle scuole esser quello di preparare i fanciulli per la prima comunione, di educare giovani cristiani per la Chiesa, e l’intero corso scolastico dover condurre l’alunno, passo passo, fino a che tocchi questa mèta. E dacchè lo Stato ha abbandonato la Chiesa e le Scuole normali, Canon Norris addita (con grande unzione) i progressi ottenuti in maturità di pensiero religioso, l’anno passato. Bene inteso, osserva John Morley, l’arguto scrittore sopra citato, i maestri pervengono a così fatta maturità di pensiero religioso, a spese della geografia, dell’aritmetica e della grammatica.

In Lancaster, ove il Clero è onnipotente, delle donne maritate nel 1870 il 40 per cento non seppe scrivere il proprio nome, facendo invece del nome una croce. In un distretto, sopra 194 persone, 120 firmarono colla croce.

Mentre dunque l’Inghilterra ha fatto moltissimo nell’estendere il numero delle sue scuole, poco o nulla ha fatto per la qualità.

A migliorare la qualità bisogna proibire che i maestri impartiscano qualunque istruzione religiosa, o che un prete qualsiasi passi la soglia della scuola.

Se i genitori desiderano istruzione religiosa, hanno la domenica, mezza giornata di vacanza di ogni settimana, e la sera di ogni giorno.

Durante molti anni, gl’Inglesi si attennero al sistema di far pagare chi può per l’istruzione, fondandosi sul principio, che ciò che si ha per nulla, non si estima. L’esperienza invece di queste ultime prove in Inghilterra e quella d’altri paesi ci viene persuadendo della necessità del sistema universale, obbligatorio e gratuito. I mezzi termini, adoperati in Inghilterra, dànno troppo arbitrio al Seggio, e poi i fanciulli che pagano, chiamano i non paganti figli della carità.

Si sa che negli Stati Uniti ogni Stato fa le proprie leggi. Fino all’altro giorno, parecchi Stati mantennero la tassa scolastica, ora tutti (senza eccezione) hanno scuole gratuite, ed il sistema introdotto nel Connecticut condusse di primo acchito 10 mila fanciulli alla scuola e 30 mila in Nuova York.

Se non che la Legge inglese sulla educazione passata nell’anno 1876 ha di buono, che obbliga ogni bambino o bambina fra i cinque e i quattordici anni di ricevere educazione, e non può lasciare le Scuole elementari, senza certificato di aver toccato un dato grado di competenza.

Secondo l’ultima legge, tutti i Consigli municipali o Commissione dei poveri sono obbligati di nominare Comitati scolastici, che hanno dovere di verificare che tutti i fanciulli vadano a scuola. Questi Comitati possono colla sola denunzia ottenere un ordine dai Magistrati, e se i parenti rifiutano o negligono di mandare i figli alla scuola, la prima volta pagano una multa di cinque franchi e le spese; la seconda, il figlio è mandato ad una scuola industriale, con l’obbligo del parente di pagare due franchi e mezzo la settimana.

La Commissione scolastica può stabilire Scuole gratuite e Scuole industriali, ove i bambini hanno uno o più pasti al giorno, ottenuto il consenso del Segretario di Stato, e un sussidio in denaro dal Parlamento; e a queste Scuole industriali possono esser mandate bambine condannate per una prima offesa, invece di esser mandate ad un Reclusorio.

Altra questione risoluta efficacemente è quella del non diritto dei parenti di mettere i fanciulli di tenera età al lavoro, invece che alle scuole.

La legge del 76 opera su scala progressiva: fanciulli di 11 anni nel gennaio del 77 non possono essere obbligati alla scuola per tutto il giorno, e i Comitati di educazione possono far Regolamenti separati, per permettere ai fanciulli di lavorare parte della giornata e andare a scuola l’altra parte.

Ma, cominciando dall’anno 1877, nessun fanciullo minore di nove anni può esser mandato a lavorare; e dopo l’anno 77 nessuno minore di dieci.

Durante l’anno 77, ragazzi da 10 a 14 anni possono essere impiegati, se superano gli esami nella seconda classe, o producono certificati di aver frequentate le scuole dugentocinquanta volte l’anno per due anni.

Ma dopo l’anno 77 crescono le difficoltà; e giunto il 1881, nessun fanciullo minore di quattordici anni può essere impiegato, se non produce il certificato di esame della quarta classe o la prova di aver frequentata la scuola dugentocinquanta volte all’anno per cinque anni. E affinchè questo provvedimento non rimanga lettera morta, come il Comitato d’istruzione locale ha pieni poteri di punire e multare i parenti che non mandano i figli a scuola, così ha uguale potere di multare i proprietarii o anche i loro dipendenti, se costoro impiegano un fanciullo senza il dovuto certificato.

Ci sono eccezioni a favore dei fanciulli dei contadini durante i mesi del raccolto. Anche bambine di otto anni possono lavorare per sei settimane col permesso del Comitato durante gli anni 77 e 78; anche questi nell’81 dovrebbero presentare certificato, dell’esame della quarta e di aver frequentata la scuola 250 volte all’anno.

E quell’affittuale o contadino o genitore che impiega anche adesso un fanciullo senza il certificato, paga la multa di 50 lire. E chiunque cerca d’impedire ad una delle Autorità locali di visitare gli opificii o le tenute per iscoprire la trasgressione di questa legge, paga 500 lire. I certificati degli esami e della frequenza alla scuola rilasciansi gratuitamente. Quando risulti provato che i parenti non sono in grado di pagare per l’educazione dei figli, se non c’è una Scuola gratuita o una Scuola industriale vicina, la Commissione dei Guardiani dei poveri ha autorità di pagar la tariffa.

Quando il Comitato locale non eseguisce i proprii doveri, cioè non eseguisce la Legge sull’istruzione pubblica del 76, il Ministero dell’Istruzione Pubblica manda ufficiali apposta, e il Municipio è costretto di supplire alle spese, senza però aver punto autorità sugli ufficiali a tal’uopo delegati. Nei distretti rurali, i Guardiani dei poveri nominano i Comitati locali di educazione e li mettono a parte di una porzione del fondo speciale, detto tassa per i poveri per l’istruzione dei figli di genitori indigenti. Oramai nessuna Parrocchia ha la scelta di accettare o rigettare la legge del 76: deve obbedire.

Nessuna istruzione religiosa è oramai obbligatoria; nessun bambino che entra in una scuola pubblica elementare, può esser costretto a frequentare scuole domenicali o chiesa qualunque, o di osservare qualsivoglia rito religioso, o esser presente alla scuola se si tratta di religione, e nemmeno di provare che riceve istruzione religiosa a casa o altrove.

E nelle scuole fondate dalle varie sètte l’istruzione religiosa deve impartirsi o al cominciamento o alla fine delle ore scolastiche, e le ore per la religione debbono indicarsi su speciale tabella, in ogni sala della scuola, e i parenti possono ritirare i bambini durante dette ore.

Per stimolare i parenti e i figli il Ministero dell’Istruzione Pubblica pagherà per tre anni le spese della scuola, quando il ragazzo o ragazza abbia passato il quarto esame all’età di 11 anni. L’autorità data dal Parlamento al Ministero dell’Istruzione è oramai immensa. Ma esso soggiace sempre alle così dette Corti di giurisdizione sommaria, composte di due giudici e un magistrato, e al Parlamento stesso.

Le fonti alimentatrici della educazione elementare sono:

1° Sottoscrizione volontaria;

2° Pagamento per parte dei parenti;

3° Sussidii o prestiti del Parlamento alle Commissioni locali;

4° Tasse pei poveri;

5° Il così detto Fondo scolastico di ogni Parrocchia.

E quando questi fondi reputansi insufficienti, le Autorità possono aggiungere una tassa locale. Questa facoltà d’imporre spetta nei Boroughs ai Consiglieri municipali; nelle Parrocchie ai Guardiani dei poveri. Gl’Ispettori governativi hanno facoltà di praticare ispezioni in tutte le scuole e di farne rapporto al Ministero, che provvede immantinente.

A prima giunta questa legge pareva un grande progresso; ma, scrutatala, il guadagnato si residua a poca cosa.

Il Clero formerà sempre parte, e gran parte, delle Commissioni, e troverà sempre più degni di aiuto quei bimbi che frequentano la scuola domenicale e l’istruzione religiosa; e persuaderà sempre i parenti essere migliore una scuola religiosa gratuita di una scuola atea, ove bisogna pagare!

È bene rendere l’istruzione obbligatoria! Le Scuole industriali sono un vero acquisto al paese.

Ma perchè non abolire quell’intricato sistema di provvedere il denaro per l’educazione?

Una tassa locale, la quale non toccasse coloro che possiedono una rendita minore di una data somma, e un sussidio annuo del Parlamento, basteranno per rendere l’istruzione gratuita per i poveri e per obbligare gli agiati a pagare per tutti.

Così ogni potere sarebbe stato tolto ai Comitati locali di accettare Tizio e di rifiutare sussidio a Caio.

E sopprimendo affatto l’istruzione religiosa nelle Scuole elementari, toglierebbesi il pomo della discordia.

Nè ci si favelli d’intolleranza. Ripetiamo: i parenti e i preti hanno tutte le sere, i sabati e le domeniche, per insegnare quel che vogliono ai fanciulli, e sono nel loro diritto.

Ma sembrami aperta violazione della libertà l’obbligare i bambini a inghiottire la pillola religiosa sotto pena di perdere il pane quotidiano.

Mio fratello, a cui scrissi per le ultime notizie intorno all’istruzione elementare in Inghilterra, mi risponde: «Il Governo nulla paga per l’insegnamento religioso come tale; paga un sussidio di non più di 17 scellini a testa, secondo il progresso degli allievi negli studii secolari. E ciò a due specie di scuole:

» I. Alle scuole volontarie, cioè le scuole mantenute da contribuzioni volontarie;

» II. Alle scuole fondate dalle Commissioni locali.

» Queste scuole sono oramai stupende e numerosissime a Londra. Possono nelle ore prescritte leggere la Bibbia, non possono insegnare dottrine speciali, nè obbligare chicchessia a frequentare l’istruzione religiosa.

» Birmingham ha respinto totalmente, qualunque insegnamento religioso; anche i non conformisti votando coi liberi pensatori, perchè ritengono che lo Stato non deve intromettersi nella religione in qualsiasi modo.

» Generalmente nelle ultime elezioni i liberi pensatori votarono per la politica non settaria, cioè la politica non settaria delle Commissioni scolastiche; mentre quattro anni fa io e molti altri liberi pensatori non votammo che per candidati, i quali vollero esclusa assolutamente qualsiasi istruzione religiosa.

» Ciò abbiam fatto per dar il gambetto alle miserabili scuole dette nazionali e che sono clericali.

» Verrà presto il nostro turno, e l’istruzione religiosa verrà del tutto esclusa. È il più gran movimento dei nostri tempi. A tutta prima, il popolino non era punto contento della compulsione, ma presto si è adattato risentendone i benefizii.

» Ed io potrei additarvi molti agiati artigiani, i cui figli grandi non sanno nè leggere nè scrivere, mentre i piccini hanno già una discreta istruzione. Per aver un’idea del progresso fatto bastano le seguenti cifre

» Nel 4835 pagavamo lire sterline 26,750; ora nel 1875, lire sterline 3,972,008.»

CAPITOLO QUINTO.

I Contadini.

Per bene eseguire le nuove leggi l’Inghilterra fu divisa in distretti urbani e distretti rurali: c’è una Commissione con dovere e con potere; e le clausole di queste leggi sommano a 343. I Commissarii o Ispettori hanno il potere di entrare in ogni luogo e a qualunque ora del giorno per esplorare tutti gli Stabilimenti pubblici e anche le case private, ove loro sembra che possa esistere qualche cosa o qualche usanza dannosa alla pubblica salute. Ove non c’è acqua sufficiente o di buona qualità in un distretto, possono obbligare le Autorità locali a provvederla. Altrettanto dicasi della fognatura e dello scolo. Dipendono dalla loro autorità tutte le case d’affitto, ed eglino chiusero tutti i bassi e le cantine, e nessun luogo sotterraneo può appigionarsi, nè altro che non abbia sette piedi in altezza e soprastia di tre alla strada, che manchi di fognatura, di cesso e di luogo chiuso per le immondizie, di un caminetto con gola, con finestre di nove piedi quadrati: e chi affitta luoghi sotterranei altrimenti, è esposto alla multa di 20 scellini al giorno.

L’Ispettore deve visitare e approvare ogni locale prima di permetterne l’uso, obbligare il locandiere a registrarlo come tale, e quegli può visitarlo quando gli pare e piace, può costringere costui di dare ad ogni individuo tanti piedi cubici di spazio e acqua sufficiente per bere e per lavarsi; d’imbiancare le mura e il soffitto due volte all’anno, di notificare il nome di tutti gl’inquilini; di far bucato ogni 15 giorni; di lavar le coperte e la roba di lana due volte all’anno.

I Commissarii locali hanno facoltà di costringere i Comuni a disegnare una mappa degli scoli e fognature, di multare chi costruisce case nuove anche private senza fognature e senza cesso, e specialmente negli Stabilimenti industriali; di far portar via tutti i rifiuti della città in luogo innocuo agli abitanti, utile all’agricoltura; d’impedire qualunque commercio malsano nei distretti popolati; di forzare i Comuni a provvedere sufficienti Ospedali, e altresì di provvedere provvisoriamente le medicine per gli ammalati. I mercati, i macelli, l’amministrazione del gas appartengono alla loro giurisdizione, ed eglino possono autorizzare i Comuni a contrarre prestiti per i lavori necessarii alla salute pubblica, dando in garanzia le tasse locali.

Tali leggi e quelle riferentisi al lavoro dei fanciulli e ai suoi limiti non trionfarono senza accanita opposizione delle classi industriali, dei così detti principi mercanti. Costoro si lagnano delle leggi regolatrici delle ore delle fattorie, e proibitrici del lavoro dei bimbi, e specialmente della ultimissima sull’Istruzione Pubblica, le quali autorizzano gl’Ispettori governativi a penetrare nei loro Stabilimenti dal granaio ai sotterranei, a esigere che troppe persone non lavorino nella stessa stanza, che le ruote e le altre parti del meccanismo siano protette in guisa da impedire disastri, che ci sia un medico pagato dal padrone dello Stabilimento, ec. ec. Essi accusano tale sistema di violazione della libertà individuale, d’infrazione della teoria del libero commercio.

Senza dubbio queste leggi umanitarie sono moleste a questi principi mercanti, come fu odiosa l’abolizione della schiavitù ai tenutari di schiavi. Il grand’uomo di Stato americano, Calhoun, aveva messo l’assioma, che la libertà dei Bianchi fondasi sulla schiavitù dei Neri. E gl’Inglesi, se non in parole, chiarirono coi fatti che i bimbi operai e le donne sono le cariatidi della loro prosperità, della loro prepotenza e delle loro colossali fortune. Non neghiamo che queste leggi applicate rigorosamente produrranno temporanee crisi commerciali, trasferiranno molti milioni di sterline da una mano sola in molte mani.

Ma gl’Inglesi hanno ben ponderato tutte queste conseguenze prima di votar le leggi, e bisogna sempre tenere in mente che non è un partito politico piuttosto che un altro, da cui queste leggi emanano; abbiamo avuto in 11 anni tre elezioni generali, e in ogni Sessione il Parlamento le rinvigorisce e rinforza i poteri degli esecutori; nè ci vengano a dire che volendo far bene alle classi povere si riesce a danneggiarle.

Quando il Governo inglese chiude un basso o un sotterraneo, vede e provvede che ci sia una casa a non maggior prezzo, ove il povero inquilino possa ricoverarsi; quando costringe il contadino o l’operaio a non approfittare del lavoro del suo piccino, dimostrata l’impossibilità dei parenti di dargli cibo che costoro non guadagnano, o di vestirlo decentemente per la scuola, vi provvede vestendolo e mandandolo alle Scuole industriali. E per queste scuole la sola Londra, che l’anno passato spendeva 20,000 sterlini, oggi ne spende 28,000. E dappertutto esse vanno moltiplicandosi approvate dall’universale. A noi pare inutile che si cerchi di rimediare ai mali esistenti trattandoli empiricamente ad uno ad uno, inutile l’istruzione senza la salute, senza una certa agiatezza che la possa conservare; laonde un Governo, se non erro, dovrebbe stendere un inventario dell’avere e dei bisogni dei suoi sudditi, formarsi un concetto complessivo dei provvedimenti necessarii e porvi mano analiticamente.

Io opino che facendo l’inventario in Italia a uso Helberfeld e stabilendo una Direzione centrale di tutti i locali bisogni e dei rimedii, adattando, ben inteso, le leggi al proprio paese, si getterebbero le basi di un’Italia futura, prospera e benestante, di cui oggi non esiste l’ombra.

Ben sappiamo che agli affaristi tale idea dispiacerà; che il ricchissimo sarà costretto a lavorare alquanto, se il povero ha da lavorar meno e goder di più. Ma questo lavoro beneficherà il ricco quanto il povero e nella salute e nella moralità.

Credo non ci sia popolo longanime come l’italiano. Io scrivo dalla Provincia mantovana, donde emigrano pel Brasile più di duemila famiglie. Esse vendono ogni lor masserizia, lasciano ogni persona diletta, vanno via a proprie spese, senza certezza di lavoro, senza nemmeno la certezza di trovare l’imbarco a Genova! Anzi molte famiglie respinte ritornano.

I signori, che non hanno pensato di pagar loro un equo salario o di metterle almeno a parte dei proprii lauti guadagni applicando il sistema della mezzadria, attenendosi al principio della cointeressenza, si fanno cospicui sottoscrivendo qualche centinaio di lire per venire in soccorso degl’infelici. Eppure altre famiglie ed altre partono egualmente.

Ho parlato con alcune di queste, e ne ho anzi indotto due ad indugiare per qualche settimana: ma anch’esse, un muratore con quattro figli, un fabbricatore di paste con un bambino di un anno e la moglie incinta, se ne andarono con molti altri.

Hanno una sola risposta: «Peggio di così non potremo stare. Forse staremo meglio. In ogni caso i figli non possono rimproverarci di non avere tentato di migliorare la loro sorte.»

La grande maggioranza di questi emigrati componesi di contadini. Io credo fermamente che questa tragica e silenziosa partenza sia l’ultima pacifica protesta dell’uomo, che per secoli ha bagnato il suolo de’ suoi sudori a fine di provvedere all’ozio e al lusso altrui; l’ultima protesta di chi semina, perchè altri raccolga.

I poveri illusi che vanno al Brasile, coloro ai quali l’Oceano non aperse pietosa tomba durante il disastroso viaggio, troveranno bensì terre da dissodare e legname da costruire case. Ma quando le terre saranno coltivate e le case erette, i sopravvissuti alle febbri e alle malattie prodotte dal cambiato clima e dalla mutata dieta si accorgeranno anche là di aver lavorato per altrui. E l’ingordo speculatore, l’ingaggiatore, tirerà fuori la nota delle spese d’alloggio, del mantenimento, delle medicine, delle sepolture, dimostrerà che i conti sono almeno pari, e che a lui restano la terra per seminare e le case per abitare.

E l’emigrato o ritornerà, o scriverà in patria, dissuadendo i concittadini dal seguire il suo esempio, consigliandoli di mettere a profitto la sua triste esperienza.

E se ciò accadde? succederà in Italia una rivoluzione tanto più tremenda, quanto che senza alternativa.

Pensi adunque il Governo riparatore a disseppellire quelle montagne di quesiti e risposte fatte durante l’inchiesta domandata dall’onorevole Bertani nel 72, e a riuscire a qualche pratica conclusione.

L’emigrazione bene organizzata come nel passato per gli Stati Uniti, i quali ora ne rovesciano da capo parte nel Canadà, e in parte ne rigurgitano in Europa, può essere un beneficio per i paesi poco popolati: ma per l’Italia, che ha vaste terre fertili e incolte, ricche miniere inesplorate, è una vera disgrazia; e un bene elaborato sistema d’immigrazione, ossia di passaggio di lavoranti dai luoghi, ove manca il lavoro, ai luoghi, ove mancano le braccia, parrebbe più sano consiglio.

Or ci giunge la notizia che la nuova Commissione d’inchiesta agraria è nominata, e speriamo che i Commissarii saranno armati di tali mezzi e di tanta autorità da potere svelare il vero stato del contadino, proponendo rimedii adattati alle regioni. A tal’uopo eglino debbono ascoltare in persona o col mezzo di rappresentanti fidati il contadino quanto il proprietario, imperocchè ogni regione ha i suoi proprii guai. Il Franchetti ci rivelò in gran parte i guai negli Abruzzi e nel Molise, nelle Calabrie e in Basilicata, e Napoleone Perelli, nel romanzetto intitolato: La Terra Promessa, colorisce quadretti terribili della bassa pianura milanese. Ed io conchiuderò questa parte del mio lavoro, pubblicando la seguente descrizione, fattami in lettera privata da un ingegnere che per modestia non vuol essere nominato, all’indirizzo di quanti gridano all’esagerazione e a motivi men che nobili in chi pigliasi l’assunto di lumeggiare il deplorabile stato del povero, ponendolo in antitesi a quello del ricco:

«Ho vissuto per alcun tempo in San Bartolommeo in Galdo, infelicissimo capoluogo di Circondario nella Provincia di Benevento, situato nella parte montuosa della Puglia.

» I contadini abitano nel borgo (perchè malsana l’aria della campagna) in casupole o meglio catapecchie, generalmente col solo pianterreno, senza camino e senza cesso, disposte in ripidissime e mal selciate strade sulla china del monte, ove si arriva con pericolosa ascesa. La terra è eminentemente argillosa, e perciò appunto di più difficile e faticosa coltivazione.

» Ma per la miseria dei contadini, per ignoranza e negligenza dei proprietaria la si lavora con un chiodo confitto nell’aratro tirato da muli, e più spesso con la sola zappa. La coltivazione è così imperfetta, che quel terreno rende quattro o cinque misure per una di semente, quantità di cereale incapace di rimunerare la fatica del contadino e satisfare l’ozio del proprietario.

» Questa povera gente suda tutto l’anno, sia tempo buono o cattivo, e deve partire ogni mattina dalla propria casa, dove ha potuto dormire, Dio sa come!, fare spesso un lungo tragitto, zappare tutto il giorno, ritornarci; ed ancora non è terminata la via crucis, perchè bisogna provvedersi dell’acqua. Non vi sono pozzi di acqua potabile; vi è la fontana, cioè un’ironia di fontana. Giacchè fontana non si può chiamare se esausta nell’estate e se nell’inverno essa spiccia acqua torbida. Or il Municipio perchè non provvede l’acqua? – sarebbe non difficile condurre copiosa acqua mediante un tubo; ma il Municipio sta in mano dei Signori, e i Signori hanno altro da pensare che all’acqua per la povera gente; eglino possiedono le loro brave cisterne, che riempiono d’inverno. La povera gente paghi il macinato e il dazio consumo e triboli per aver l’acqua.

» Orbene, l’inverno bisogna che questa si rassegni all’acqua torbida per bevere e cucinare; nell’estate poi c’è il cisternone del Comune. Il quale però si apre in date ore, onde possiamo figurarci la folla ed il tempo, acciocchè ciascuno ne attinga, e possiamo figurarci quanto devono esser gradite si fatte noie dopo aver lavorato tutto il giorno! Negli anni di siccità l’acqua del cisternone finisce. Ed allora? – Il condotto porta contemporaneamente l’acqua alla fontana pubblica ed alla fontana del Barone. D’estate viene sempre un filo d’acqua. Però il Barone ha elaborata in modo la pendenza del canale, che quando l’acqua scarseggia finisca tutta da lui. Con tutto ciò non vuolsi credere, che la povera gente vada a pretendere per forza l’acqua del Barone. Oibò! essa è troppo rispettosa. Invece veggonsi in questo caso quelle infelici donne appressare il labbro alla cannella della fontana, oppure cacciarvi il dito dentro, e ritirarlo, e fare uscire così un poco di acqua, che viene richiamata da quel poco di vuoto ottenuto, e durare ore ed ore a questo supplizio per empire una conca; o tutt’al più avviene che si versi un meno sottile filo d’acqua, quando i servi del Barone hanno l’avvertenza di chiudere i rubinetti, e non mandano l’acqua, come spesso fanno, ad annaffiare i proprii orti! o altrimenti quelle debbono adattarsi a lunghissimi tragitti per trovarne di bevibile. – Avutala, bisogna cucinare qualche cosa; e questo qualche cosa consiste in foglie di rapa, di cui si fa grande uso in queste Provincie e le chiamano broccoletti di rapa, che condiscono col sale e qualche volta con un poco di olio e di aglio soffritto. Della qual cosa e di pane e fagioli componesi generalmente il loro cibo. È materia di lusso il raro piatto di maccheroni condito con solo pomidoro.

» Dopo tante fatiche per mangiare così male, eglino si coricano in camere affumicate e luride, stipati e spesso nella indispensabile compagnia del mulo e del maiale. Io non so davvero che cosa stia a fare al mondo certa gente. Forse per patire? o per nutrire chi vive di ozio? Che attrattive può avere così la vita? Eppure sono buoni, docili, e non si lamentano. Si lasciano scorticare, e baciano la mano dello scorticatore. – E come sono scorticati!

» Difatti, prima del 1860 questa gente prendeva ad affitto i poderi dei Galantuomini, pagando una quantità stabilita di cereali all’epoca della raccolta; e quando andava a lavorare ad opera era rimunerata con due carlini, che corrisponderebbero a 17 soldi (senza alcuna somministrazione di cibo). Venne il 1860; il prezzo del denaro decrebbe per equiparare a quello dell’estero; o in altri termini i generi rincararono; inoltre, tasse sempre più gravose s’imposero sui proprietarii e sul popolo.

» Sembrerebbe che per questi due fatti la mercede del contadino avrebbe dovuto crescere.

» Eppur no. L’affitto fu pagato con una maggiore quantità di grano, la mercede giornaliera rimase di 17 soldi. E tutto cotesto perchè? Perchè il ricco non voleva diminuire la propria rendita, e doveva rifarsi delle tasse aumentate, diminuendo la mercede del contadino; chè perseverare nei 17 soldi suona diminuzione di mercede, considerando che tutti i generi crebbero del doppio nel prezzo.

» Per fermo, nessun miglior modo della testa china del povero, ignorante e senza spirito, per conservare la propria rendita; tanto più che così si evita qualunque fastidio, qualunque pensiero. Fastidii e pensieri necessarii, quando si fosse voluto provvedere invece allo sviluppo dell’agricoltura, al benessere proprio e contemporaneamente a quello dei contadini. Ma questa non è stata la via seguita, perchè le terre di San Bartolommeo rendono sempre quattro misure per una di semente; ad onta di tutte le fatiche e dei sudori e dei sacrificii di quei poveri e buoni contadini, veramente buoni nel senso più commiserabile della parola.

» Ma tutto questo sarebbe un nonnulla. A San Bartolommeo non ci sono letteralmente strade rotabili, nè mercati di generi. Quindi il grano non si vende nel luogo, ma a Foggia, e per trasportarvelo ci vogliono robusti e numerosi muli. Pochi proprietarii ne posseggono, ed eglino soltanto possono fare tutto il commercio. Per cui si costituisce da sè naturalmente un monopolio, che costringe il povero contadino, il quale debba vendere porzione del suo grano, a mettersi alla discrezione dei proprietarii, arbitri del prezzo.

» E ciò se l’annata è buona; ma quando riesca avversa, il contadino cade davvero in piena balia dei proprietarii, che si trasformano in usurai e prestano una porzione del loro grano per riceverne il doppio alla futura raccolta. E mentre con una mano prestano da giudei, con l’altra fanno l’elemosina con isfarzosa ed avvilente e avara ostentazione. Soleva il Barone del paese nell’inverno, ogni settimana, distribuire due centesimi ad ogni povero che si recasse a questuare alla sua porta!!

» Tanti travagli, e l’aria malsana e l’acqua cattiva sono fomiti di febbri, e le febbri di fatto prostrano cotesta popolazione e la annichilano, giacchè nelle malattie la miseria si raddoppia. C’è un ospedale; ma quale schifezza!

» Non ci va mai nessuno, ne fuggirebbero anche i cani, perchè peggiore di un canile. Non ci son letti, c’è solo paglia per terra. Ella, Signora, parla giustamente degl’Incurabili, ma dovrebbe vedere l’Ospedale di San Bartolommeo in Caldo! Vi ha un medico pagato dal Comune, esclusivamente per curare i poveri, mi pare con 200 lire l’anno.

» Ma non fa altro che ordinare chinino, ed il chinino costa caro e non si può comprare da chi vive così male; epperò le febbri li estenuano e li avviliscono sempre più, finchè la Madonna opera il miracolo di guarirli o di mandarli all’altro mondo; che è meglio per loro; perchè se guariscono, rimangono sempre più soggetti a prendere altre febbri, nonchè agl’ingorghi di milza, e vivono malaticci e deboli. Eppure eglino formano una popolazione di una certa intelligenza e di buonissima indole che meriterebbe di viver meglio, e lo meriterebbe certo più dell’infingardo lazzarone di Napoli.

» Non vi succede mai un furto. Questa gente vive di abnegazione.

» Da poco morì il Barone di un paese vicino, Baselice. Questi fin dopo il 1860 godette del diritto di jambage, esercitandolo su alcune belle spose di quei villici. A tanto giunge la loro rassegnazione!

» Quando leggevo i Misteri del Popolo di Sue, allorchè l’Autore parla del Medio Evo, mi pareva di stare a San Bartolommeo. Quella pittura non è esagerata, perchè ne vediamo ancora disgraziatamente un originale che le rassomiglia, se non in tutto, in molte parti.»

CAPITOLO SESTO.

La Cooperazione.

Ci sono stati Missionarii di ogni fede sparsi per la terra, religiosi, politici, sociali; ora ce ne vorrebbero per diffondere i principii della cooperazione. È sentenza oggimai passata in giudicato – che nessuno può aiutare un popolo od un individuo, se questi non aiuta se stesso. E in Italia, se lo Stato ed il Comune si unissero a sollevare tutti i poveri oggi esistenti, saremmo daccapo da qui ad un anno, ove detto popolo non pensasse ad ingegnarsi per guadagnare e per risparmiare.

Trent’anni fa, la condizione delle classi operaie in Inghilterra era più trista che in qualunque altro paese in Europa. Le nuove macchine industriali inventate, le strade ferrate stesse distrussero molte industrie, e ridussero temporaneamente migliaia di onesti e laboriosi alla miseria. Varii rimedii si proposero e provarono: I ricchi stessi, commossi dal crescente squallore, formarono delle Società. Le tasse per i poveri furono aumentate; altri predicò l’astinenza assoluta da bevande spiritose, altri l’emigrazione alle Colonie ed in America.

Rimedii parziali e di breve durata, finchè i Pionieri di Rochdale praticarono il principio di cooperazione. Cominciarono con 500 lire, messe insieme a forza di stenti e di privazioni, da dieci individui. Oggi questa Società fa affari per 6 milioni e 250 mila lire; più, gli operai hanno case proprie, scuole proprie, gabinetti di lettura: e cotanto soprabbonda il capitale sociale da doversi impiegare in altre imprese industriali. Non solamente in ogni grande città inglese, ma anche nei distretti di campagna, artigiani e contadini si servono ai Magazzini cooperativi; e, visto che si spendeva molto nella prima compera all’ingrosso e che l’ostilità dei bottegai schiacciò spesse volte le piccole Società, si pensò di stabilire un magazzino centrale all’ingrosso: e nel 1872 questa Società fece affari per 50 milioni, e d’allora in poi ogni trimestre crebbe dal 37 al 60 per cento. Oggi il principio cooperativo è penetrato nelle viscere del mondo operaio. E se i suoi discepoli scansano certi scogli e resistono a certe tentazioni, non molto tarderà il tempo, in cui il lavoro detterà al capitale la legge, invece di riceverla: in altre parole, il capitale sarà nelle stesse mani che provveggono il lavoro necessario per la produzione e per la distribuzione della ricchezza.

Venendo all’atto pratico, guardiamo questo principio in azione. Venti persone mettono insieme una piccola somma. Con essa comprano all’ingrosso le cose di prima necessità. Le vendono tra di loro a chi le vuol comperare. Ad ogni acquirente con ogni compera si dà un gettone di latta. Non si fa un centesimo di credito a chicchessia; alla fine del trimestre il profitto fra la compera all’ingrosso e la vendita al minuto, sempre al prezzo della giornata, spartesi fra i compratori, riserbandosene una data quota per chi diede il capitale. Se detti socii sono veramente saldi nel voler portare i principii della cooperazione alle ultime loro deduzioni, non ritirano il capitale, ma lo lasciano accumulare, e fanno nuove compere, e mano mano che crescono gl’individui impiegati nel vendere, se i socii sono veri apostoli della fede, acconsentono che anch’essi partecipino dei profitti. Quelle Società invece, e sono pur troppo molte, che vogliono i profitti riserbati ai soli capitalisti o socii, commettono lo stesso reato di cupidigia, onde costoro accusano i capitalisti individuali, e tolgono all’impiegato quello sprone alla diligenza e all’economia che egli usa, quando sente che facendo prosperare gli affari altrui fa pure prosperare i proprii. L’esperienza dell’Inghilterra stabilisce l’evidenza, che chi devia dal sistema suo originale riesce meno bene.

Gl’impiegati civili in Londra riunironsi in corpo all’uopo di aprire Magazzini cooperativi per ogni cosa loro necessaria; ma invece di vendere al prezzo del giorno e dividere il profitto alla fine del trimestre, con la mira d’indurre molte genti a servirsi da loro, vendono gli oggetti a prezzi minori. Ne risulta che gl’individui, i quali trovando un piccolo peculio alla fine del bimestre l’avrebbero lasciato accumulare, non si dànno la briga di mettere da parte ogni giorno i soldi che risultano dalla differenza tra i prezzi di questa bottega (la propria bottega) e quelli soliti delle altre.

Il patto imprescindibile in tutte le Società è quello dei pronti contanti, il quale offre tre vantaggi:

1° Che il povero, non facendo debiti, non è schiavo di nessuno, nè obbligato di servirsi ad una bottega e di accettare le cattive qualità dei generi e gli alti prezzi che il creditore gl’impone;

2° Che la Società stessa non può far cattivi affari, perciò col denaro alla mano va al primo mercato, compra i migliori generi e a minor prezzo;

3° Che essa non è costretta ad aggiungere nulla al prezzo dei generi venduti per garantirsi contro i cattivi debitori, mentre si calcola che in tutte le botteghe, ove si dà a credito, il bottegaio aggiunge il 20 % a questo scopo; e il 20 % rappresenta virtualmente una tassa sui buoni pagatori, in favore di coloro che non pagano mai.

Si capisce difficilmente, perchè tale sistema o sia fallito o non abbia in generale fatto buona prova in Italia; se non che si è speso troppo nell’impianto in lusso di bottega, di mobilie, di oggetti di cancelleria, in tipografia, e in banchetti per vantare i non ancora assicurati trionfi della Società. E mentre poi gli operai inglesi, diffidenti di ogni altra classe, si professano fra loro scambievole stima, forse non esiste il medesimo fondo di onestà e di probità fra la gente, la quale si fa assolvere i peccati ogni settimana dai preti, che trovasi in quell’altra, la quale sa che non evvi assoluzione per chi ruba e per chi mentisce, e che queste colpe fanno perdere irremissibilmente la riputazione e la fiducia dei fratelli. Epperò noi diciamo che ci vuole un vero missionario. Ci vuole chi si dedichi all’educazione del povero, e lo prenda sezione per sezione, e gli dica: «Vedete come A vi fa pagare i maccheroni, e di sì cattiva qualità; come B vende frutta guaste e legumi appassiti: lavorate un po’più per tre mesi, scegliete quel tale in cui avete fiducia, fatelo cassiere dei piccoli risparmii, poi cominciate a piantar bottega da voi con questo sistema.»

I cattivi popolani napoletani sanno bene associarsi per il male; la camorra ha origine tra essi; e aggi si associano egregiamente per il furto, e neppure da un lazzaroncino di dieci anni voi cavereste il nome dei complici. Ora le stesse forze morali che fanno buona prova nel male, possono essere vòlte al bene; basta che qualche devoto al bene dell’umanità si ponga all’opera.

Nel principio si capisce che il sistema si applicherà solamente al piccolo commercio; poi si estenderà alle fabbriche ed alle manifatture. Queste trionfarono tanto in Inghilterra, quanto in Francia. Si calcola che gli operai di Oldham possiedano 12 milioni e mezzo in fabbriche di cotone.

Una sola Società spese un milione e 875,000 lire; e sebbene abbia sofferto, non fallì durante la crisi del cotone prodotta dalla guerra americana, e oggi distribuisce l’interesse del 12 ½ per cento in media, sebbene in certi tempi esso sia asceso al 22 per cento. Ora ci sono piccole manifatture che esigono un piccolissimo capitale.

I fabbricatori di cornici, per esempio, incominciarono con pochi sterlini; presentemente tale manifattura additasi fra le più fiorenti.

A Parigi i muratori la vinsero, eppure vi si accinsero in soli diciassette, deponendo ogni settimana un decimo dei guadagni in cassa comune. Alla fine dell’anno non ebbero per verità che 450 lire.

Ma con questa somma assunsero lavori per loro conto, ed alla fine di otto anni il capitale sommò a lire 370,000.

Quattordici fabbricatori di pianoforti, privandosi quasi delle necessità della vita, accumularono 1250 lire, e si son messi all’opera: un fornaio li provvide di pane per 350 lire, colla condizione che eglino gli dessero il primo pianoforte fatto. Ora negoziano per 200,000 lire. Per Napoli è inutile parlare dell’applicazione del sistema cooperativo all’agricoltura; ma in altre parti d’Italia sarebbe esso la vera ristaurazione della più disgraziata classe della popolazione.

Il sistema cooperativo tornerebbe utilissimo nella fabbrica delle case per i poveri. E qui, volendo, i ricchi potrebbero assistere i poveri col prestito del primo danaro necessario per la compera del suolo e del materiale. Vicino a Clapham Junction c’è un pezzo di terra di 40 acri, ove son già costruite 370 case, e ove si ha in animo di costruirne altre 410. A lavoro finito, comparirà una piccola città di 7000 abitanti. C’è già una gran sala di lettura; ci sono scuole e un bel pezzo di terra riserbato a giardino pubblico. Gli operai edificano le case da sè, dietro però un disegno generale, con rigorosa osservanza delle leggi d’igiene, e si praticò un compiuto sistema di fognatura e di scolo.

Ogni casa ha un piccolo giardino e ventilazione perfetta. Si calcola che in media l’operaio diviene proprietario della sua casa in dodici anni.

Il prestatore di danaro non corre rischio di sorta, perchè ha ipoteche sul suolo e sulle case fino ad estinzione del debito. E poi in un altro modo possono i benestanti aiutare i poveri ed aiutare se stessi, cioè fondando Banche cooperative, come sono state stabilite in Germania sotto la direzione del signor Schulze Delitzch. Lo scopo di esse consiste nel rendere direttamente accessibile il capitale all’operaio. Evidentemente un solo operaio non può valersi di capitale prestato, perchè non può dar garanzia sufficiente di rimborso. Invece un’associazione di operai lo può, quando tutti unitamente e separatamente divengano responsabili per i debiti dell’associazione: perchè prima di ammettere un membro nella medesima, essendo tutti individualmente responsabili, tutti hanno cura di accertarsi dell’onestà e della diligenza dei singoli membri.

Il self help (aiuto di sè) costituendo il caposaldo di ogni associazione e rimanendo esclusi dall’associazione tutti i lavoratori di dubbia fede, il rischio diventa minimo.

Un candidato che vuol essere ammesso all’associazione, deve esporre tutto il proprio stato, quel che guadagna, se ha debiti, ed esibir prove di frugalità e di operosità. Se questi dati appaiono soddisfacenti, tutti i membri dell’associazione fannosi responsabili per lui, tutti esercitano vigilanza reciproca, il capitale viene costituito dalle sottoscrizioni dei membri stessi e da prestiti ottenuti sulla loro illimitata responsabilità: e secondo l’undecimo Rapporto dei Commissarii, esistevano in Germania 498 Associazioni di credito, composte di 170 mila membri, e il denaro annualmente messo in giro somma a 250 milioni di lire.

Non vediamo ragione alcuna, perchè questi mezzi di progresso così efficacemente adoperati in Inghilterra, in Francia ed in Germania, con applicazioni speciali adatte ai singoli paesi, non possano ottenere le carte di naturalità in Italia, e perchè, posto il quesito del come risolvere il problema di distruggere la miseria e far progredire le classi oggi così infelici, gli sforzi delle menti associate rappresentate dallo Stato, dai Comuni e dalla compagine degl’individui, non debbano approdare a buon porto.

CAPITOLO SETTIMO.

I Bastimenti-Scuola.

Varia molto l’opinione intorno al miglior sistema di educare i figli dei poveri, ma tutte s’accordano nell’ammettere che questi Bastimenti-Scuola sono di un’utilità incontrastabile e che quanto più si può moltiplicarli, tanto più si diminuisce il numero dei poveri, e si accresce il servizio effettivo della Marina nazionale.

L’Italia ha molte scuole, è vero; ma i fanciulli sporchi, ignudi, scalzi, di cui io parlo, quand’anche ottengano di entrare in queste scuole, sono affamati e quasi tutti malati: e quando nel giorno hanno appreso a leggere e scrivere, tornano al loro covile, ove, se non sono mandati fuori a rubare la cena, veggono tali cose, odono tali massime, e vivono in mezzo a tali esempi, da disperare che divengano cittadini onesti e morali. Molti di essi frequentano ben altra scuola, quella dei maestri borsaiuoli, ove sopra un fantoccio coperto di campanelli apprendono a rubare il fazzoletto, la catena, la borsa, l’orologio. Quando acquistano tanta destrezza da estrarre l’oggetto senza far suonare un solo campanello, ricevono la patente, ed è loro permesso di portare la preda ai maestri, in altre parole ai camorristi.

E se la Polizia li trova, esercitando il mestiere, li mena alle Carceri giudiziarie, ed è proprio a queste carceri che vorrei si guardasse. Dite dunque che il Ministro dell’Interno, il superstite del Pisacane, il ferito di Sapri, il galeotto di Favignana, il quale di carceri napoletane deve saperne un tantino, mandi un patriotta che s’intenda di economia pubblica, abbia occhio scrutatore, facilità nella diagnosi, esperienza dei mezzi terapeutici, a fare degli studii in questi luoghi, ove il reo o supposto reo si ferma a mezza via, fra il reato commesso e la pena che deve espiare.

Se la scelta cade su uno, che ha visitato le carceri nel 1860, egli rimarrà maravigliato del miglioramento materiale, della pulizia, del vitto, della disciplina, della nessuna sevizia permessa contro i carcerati, della prontezza con cui una petizione o protesta è trasmessa ai superiori, e applaudirà certamente al rigoroso sequestro dei camorristi, per quanto sono conosciuti. Dirà di certo che il reo è assai meglio vestito, nutrito, albergato, del povero onesto e laborioso: nè si meraviglierà che centinaia di mendicanti commettano qualche «piccola mancanza» per esservi rinchiusi.

Ma se davvero lo scrutatore s’intende di economia pubblica, sarà dolorosamente colpito in tutte le prigioni, e specialmente alla Concordia, nel vedere ragazzi da nove anni in su, arrestati o come vagabondi, o per furto o rissa, e fin per omicidio, giudicati e giudicabili, rinchiusi insieme negli stanzoni, oziosi o tutto al più facendo filacce, ciò che non impedisce che i corrotti corrompano gl’innocenti, e che tutti, scambiando le nozioni del mio e del tuo succhiate nei rispettivi covili, non tramino insidie, non si perfezionino nel delitto: così pervertendo «le forze delle menti associate.»

Della popolazione media delle Carceri giudiziarie in Italia, che somma a 43,944, il Napoletano fornisce 17,402! In questa Provincia la proporzione per 10,000 sulla popolazione libera è di 109; mentre le Romane, che vengono in seconda riga, non giungono che a 88.

Non troviamo distinta l’età per le varie Provincie. Il totale dei maschi al di sotto di 16 anni saliva a 2453, e secondo il Curzio, quelli al di sotto di 21 anno toccano la cifra di 9993 in tutto il Regno, eccettuata la Venezia.

Ma passando alla categoria dei minorenni, pei quali l’Autorità giudiziaria o amministrativa ha autorizzato il ricovero forzato, troviamo che dei 1844 rinchiusi in una Casa di custodia o in un Reclusorio, 528 appartengono alle Provincie Napoletane. Di questi, 206 hanno meno di 10 anni, 237 meno di 14, 90 meno di 18 anni.

Negli Istituti Pii di ricovero o Reclusorii del Regno, la popolazione media è di 3371, ivi rinchiusi per sentenza od ordinanza di Autorità competente, inviativi per correzione paterna, o provenienti da altri Istituti e Case di custodia, da Carceri giudiziarie, evasi ricuperati, ec.

Qui, come nelle Case di custodia, il costo individuale giornaliero è in media di 80 centesimi. A Napoli la Casa di custodia è un vero Reclusorio, e precisamente qui si vede l’indole docile, l’intelligenza svegliata, la volontà di lavorare del fanciullo napoletano. Io mi meravigliai nel vedere il lavoro fatto da piccoli fabbri-ferrai, e ottonai, e fabbricanti di organi, ed a sentire la banda musicale, e notai che l’abbrutimento, il vizio, la paura e la sfacciataggine che si vedevano sulle fisonomie dei ragazzi nelle Carceri giudiziarie, erano già scomparsi. Osservando le infrazioni disciplinari, non vi si legge un sol «rifiuto al lavoro,» non un sol «tentativo di fuga.» Si può avere la speranza che molti di questi, uscendo, diverranno cittadini onesti e laboriosi padri di famiglia.

Ma intanto per necessità rinchiusi, la loro salute non ne guadagna. Quegli esseri, già indeboliti dal cattivo e insufficiente cibo, dall’aria infetta e dalle malattie ereditarie, che il vizio e la miseria trasmettono di generazione in generazione, abbisognano di moto, di luce, di sole, di aria viva. E poi uscendo ameranno; e alla donna che domanderanno in sposa, dovranno dire: «Bada che fui reo e ho passato la mia gioventù in una Casa di custodia.»

E poi – sono già costati all’Erario una somma enorme. Su i 20 e più milioni che il sistema carcerario costa allo Stato, i minorenni figurano per almeno tre milioni.

L’impedire, il prevenire il male, reputasi certamente più savio che il rimediarvi, quando per negligenza esso è già avvenuto. E qui, intanto che il Ministro dell’Interno prende i provvedimenti per l’avvenire, mandando uomini atti allo scopo – il Ministro di Marina può cominciare immediatamente il lavoro preventivo.

Egli trova invenduti e invendibili i bastimenti, di cui il suo predecessore ottenne la condanna per voto della Camera, voto determinato forse dall’assenso del Garibaldi. – E mentre gli avversarii di lui lo biasimano per ciò, essendo rimasti invenduti, noi ravvisiamo in tale fatto la sua maggiore giustificazione, perchè i bastimenti che nessuno vuole non possono essere adattati alla Marina italiana. – Ma se, invece di distruggerli per prezzo di materiale, il Ministro di Marina proponesse alla Camera di assegnarne uno ad ogni Porto italiano, e almeno due a Napoli, come scuola di mozzi, Training Ships, essi diverrebbero di altrettanta utilità a difesa della patria, quanto il Duilio, corazzata a torri, e costruita interamente di ferro e di acciaio.

L’Italia parmi l’unica nazione al mondo che possa nel tempo futuro rivaleggiare con «la Regina del Mare,» e che oggi possa adunque prendere dall’Inghilterra stessa esempio e modello.

I fanciulli, quivi educati per mozzi a bordo dei bastimenti, sono orfani, miseri, derelitti, raccolti prima che siano divenuti rei, e tale n’è la riuscita, che tutti i capitani fanno ricerca di questi mozzi e a 16 anni li pagano come uomini. Uno degl’Ispettori dei Training Ships Chichester e Arethusa, ove erano allevati 400 mozzi, scrive che in un anno ogni ragazzo in media avea guadagnato 7 chilogrammi in peso, 15 centimetri in altezza e 20 centimetri in larghezza di petto. Si calcola che ogni ragazzo in Inghilterra costa 500 lire all’anno, mentre in Italia ne costa appena 300.

Quando in gennaio due di questi bastimenti presero fuoco, il Goliath e il Warspite (quest’ultimo durante la notte), fu tale la disciplina, il coraggio e il sangue freddo dei piccirilli, che non s’udì un grido di sgomento; i battelli di salvazione furono calati, e, o in questi o nuotando come pesci, i grandicelli aiutando i più piccoli, tutti o quasi tutti si salvarono, e il paese, fiero, colpito da ammirazione per tale nobile condotta, presto rifece i danni per sottoscrizione privata.

Ora supponiamo che a Napoli si comincino a raccogliere 400 bambini dai quartieri di Porto, Mercato, Pendino, Montecalvario – dai nove ai sedici anni; che si prendano i marinai, i quali hanno diritto alla pensione, per educarli al mare; i maestri, destinati alle Scuole comunali, per l’istruzione elementare – in cinque anni saranno certamente 400 di meno che presenterannosi alla porta delle carceri; 400 di più che faranno suonare alto il nome d’Italia sul bastimento mercantile, e anche della Real Marina.

Nè ci si obbietti la spesa dell’impianto. Parlasi di più di 103 milioni per nuove carceri: che si spenda qualche danaro ad adattare i vecchi bastimenti a scuole di mozzi, e poi, quando venga quel giorno, in cui il Ministero metta veramente mano all’amministrazione delle Opere pie di Napoli, esso troverà cespiti di rendita destinati alla educazione di fanciulli poveri, cespiti ora traviati affatto dal loro scopo.

CAPITOLO OTTAVO.

Da una città minima.

Sto correggendo le bozze di stampa di questo piccolo volume in Lendinara, graziosa cittadella lungo l’Adigetto che la divide in due parti, e ove a tutta prima direbbesi l’agiatezza abbastanza diffusa. Difatti, oltre a parecchi ricchi possidenti, pregevoli agricoltori, quasi ognuno ha un campicello. C’è mercato il sabato e un tantino il giovedì; Pretura, un caffè che per ampiezza di edificio si può nominare dopo quello Pedrocchi nel Veneto; una popolazione svegliatissima, arguta e cortese con i forestieri. Sopra seimila abitanti Lendinara diede 450 volontarii per la guerra dell’indipendenza, e una famiglia sola fra le più ricche diede cinque figli sopra sette. Benchè il paese sia puramente agrario, gli artigiani potrebbero passarsela benissimo, se non ci fossero 14 chiese, più di 30 preti, 32 osterie e botteghe di liquori (detti sampagnin o sgagna). I preti hanno organizzato il Circolo Cattolico, a cui va aggiunto un Sotto-Circolo di artigiani, i quali contribuiscono un tanto al mese per Messa ebdomadaria; il resto del loro guadagno, salvo alcune eccezioni, va nelle bettole. Il denaro esaurito, eglino e anche altri estranei al Circolo tornano a casa a battere e maltrattare le mogli, esigendo non solamente che esse mantengano loro e i figli, ma che li provvedano di denaro per giuoco e sampagnino. E le donne, ammaestrate dal prete a dover sottomettersi a tutte le potestà cominciando da quella di Dio e finendo con quella del marito, o viceversa, tacciono e lavorano. Vanno sempre alla Messa, e sperano una ricompensa delle pene sofferte quaggiù nel regno dei cieli. E intanto cresce una meschina figliuolanza, e ancora i preti non vogliono che la filantropia cittadina supplisca a’ suoi bisogni.

Da poco tempo in qua si è aperto un Asilo infantile con due maestre, gratuito per i poveri. Chi può, paga due lire al mese. I bambini dai tre ai sei anni vanno alle 9 ant. e ci stanno fino alle 5 pom. L’Asilo è stabilito in un bel palazzetto con sufficiente luogo scoperto per gli esercizii ginnastici. I signori del paese donano vino, paste, riso e fagiuoli, affinchè a mezzogiorno tutti mangino una buona minestra, ed è tanto buona, che i signori, che pagano cinque lire al mese, sono contenti che i loro figli se ne cibino.

Ebbene, il Circolo Cattolico e i preti insegnano ai poveri di non mandarvi i loro bambini, perchè andranno all’Inferno.

Alcuni, sedotti più dalla minestra presente che dalla manna celeste, mandano i bimbi, e il Medico condotto m’assicura che questi furono ricostrutti fisicamente da non riconoscersi più, cotanto sono floridi e vispi e cingallegre. La città spende trentasettemila lire per l’istruzione, e le Scuole elementari hanno cinque classi. Ma si è permesso ai Cavanis (varietà della Compagnia di Gesù) di aprire Scuole elementari dette paterne, e costoro sono riusciti a portar via dalle Scuole comunali gran parte della scolaresca.

Però un recente divieto del Ministero obbligolli a chiudere le due classi inferiori, che essi nondimeno riapersero, ma che furono chiuse di nuovo con un secondo Decreto, e speriamo per sempre.(5)

L’influenza del Clero sul contadino e segnatamente sulle contadine manifestasi ancora più deleteria. Qui i braccianti guadagnano da 60 a 80 cent. al giorno, le donne da 40 a 50 cent. Nei giorni di pioggia, nessun guadagno; nei festivi, secondo il Calendario cattolico, i preti proibiscono che lavorino, e guai se lavorano! Adesso abbiamo passate appena le feste di Pasqua, tre feste di seguito. Un uomo che lavora per noi con moglie e tre figli, è venuto di soppiatto a lavorare qualche ora in queste feste e ha ricevuto un bel rimbrotto dai Frati d’un convento chiuso, ma, viceversa, aperto e rigoglioso.

E frati e preti per altro pigliansi da questa povera gente e frumento e frumentone, e noci, e qualche libbra di lino o di canape, e piccioni e polli; e magari dalle femmine all’insaputa dei mariti. E qui ancora raccolgono gli arcipreti e i preti la decima, il cinquantino, il quarantino. E così fieramente il terrore dell’Inferno tiranneggia le donne di servizio, massime le contadine, che nei giorni di magro anche quando devono sobbarcarsi alle fatiche del bucato o pulire il rame, si rifiutano ad ogni cibo non prescritto dalla Chiesa; e nei giorni di digiuno, quasi letteralmente non mangiano; e non mangiano affatto nelle Quarant’ore, o tutt’al più un pane e un po’di caffè nero. E il povero bracciante che suda e nutresi male e dorme peggio e patisce la mal’aria della macerazione della canapa e del lino sotto il cocente sole d’agosto, e non può ripararsi bastevolmente dal freddo all’inverno e finisce all’Ospedale con la pellagra, si consola allo spettacolo della miseria ancor più tragica del prete, che esso prete gli vien tratteggiando con la seguente antitesi: — A vu un bel sardelon, coto in gradela col so ogio; a mi un caponeto coto ne l’acqua con do grani de sale. –

Volli visitare le Opere pie, e per ciò non ebbi mestieri di un ordine del Ministro, avendomene dato permesso il Sindaco e le rispettive Autorità.

Vidi adunque la Casa di ricovero, l’Ospedale civico, e il così detto Monte di pietà; e ogni visita mi ha confermato quanto scrissi sulle Opere pie di Napoli; esser cioè inutile cambiare gl’individui; necessario mutare sistema, perchè, col sistema presente, quello che chiamiamo la ricchezza dei poveri va sperperato in mille modi. Le Istituzioni pie di Lendinara non dipendono dal Comune, benchè pesi sul Sindaco una certa responsabilità senza che siagli riconosciuta ombra di autorità. Difatti i conti di questi Istituti, invece di essere sottoposti al sindacato della Giunta municipale nell’interesse dei poveri e anche nell’interesse dei contribuenti, trasmettonsi direttamente al Prefetto di Rovigo, il quale o perché non possiede la chiave esplicatrice, o non ha tempo, o si fida, li firma, senza essere in grado di esaminare gli allegati.

La Casa di ricovero deriva i proprii fondi da lasciti cittadini, e la rendita somma a 117,383 lire. Ho visitato questa Casa, bella e ariosa. Ivi son raccolti i vecchi e le vecchie, più o meno inabili al lavoro, e finora bambini e bambine orfani o abbandonati.

C’è un Direttore nominato a vita e un Amministratore: posti ambedue gratuiti. Ho domandato che mi si favorisse un conto di qualunque anno, e mi fu dato lo specchio generale.

Ebbi poi gli allegati. Non m’assumo di analizzarli tutti. Leggo a caso: Titolo, Spese di campagna:

Entrata………………………………L. 34 00

Uscita………………………………..» 338 36

Eccone i particolari:

TITOLO, Spese di campagna:

A Munerato Andrea, per fascine onde costruire una siepe……………………..L. 8.50

Quaglio Marta, per legna da viti………………………………………………………….» 8.34

Munerato Giovan Battista, per lavori da contadino. (I Trimestre.)…………..» 52.36

Stocco Giuseppe, per arature………………………………………………………………» 35.00

Toso Domenico, idem………………………………………………………………………..» 6.00

Munerato Giovan Battista, per lavori da contadino. (II Trimestre.)………….» 58.96

Idem, come sopra. (III Trimestre.)……………………………………………………….» 61.78

Toso Domenico, per arature………………………………………………………………..» 17.50

Munerato Giovan Battista, per lavori da contadino. (IV Trimestre.) » 59.92

________

Totale. L. 338.36

Domandai: Perchè questo podere, la cui rendita non apparisce che in lire 34, non è dato in affitto, o perchè non vi lavorano i ricoverati abili? Perchè non si fa vangare dalle fanciulle, come vangano le ragazze di campagna della loro stessa età? Queste ragazze che variano dall’età di cinque a ventidue anni, tutte linfatiche, che vanno alla Messa alla mattina, dicono il Rosario tutto il giorno, nessuna delle quali ha passato la terza classe, perchè non sono mandate alle Scuole elementari, ove apprenderebbero a stare al mondo trovandosi al tu per tu con le loro coetanee? O perchè non le fanno lavare, stirare, cucire, apprendere a far le cuoche, affinchè uscendo possano guadagnarsi la vita? Perchè esse e le vecchie abili non fanno tutti gli abiti necessarii per la Casa? Se si guarda la lista del vestiario si vedrà quanto si spende.

Andando alla partita vitto, chi vi capisce qualche cosa?

Per ridurre in salami due maiali grassi si spesero lire 10,50 di budella; lire 61,04 per l’artefice dei salami; e poi tutti i seguenti titoli che cosa significano?

All’Amministrazione, per rifusione e spese minute…………………………….. L. 67.83

Al Direttore dottor Luigi Ganassini, per rifusione e spese minute…………..» 16.47

Idem……………………………………………………………………………………………….» 20.60

A suor Alessandrina Martini, per rifusione e spese……………………………….» 7.22

A Munerato Andrea, per rifusione e spese minute………………………………..» 23.30

A suor Alessandrina, idem………………………………………………………………..» 5.60

Al dottor Luigi Ganassini, idem…………………………………………………………» 27.35

________

A riportarsi L.168.37

Riporto L. 168.37

All’Amministrazione Pelà, idem……………………………………………….» 57.99

Al dottor Luigi Ganassini, idem……………………………………………….» 12.40

Idem……………………………………………………………………………………..» 19.05

All’Amministrazione Pelà, idem……………………………………………….» 67.87

Al dottor Luigi Ganassini, idem………………………………………………..» 25.89

Idem………………………………………………………………………………………» 26.73

Idem………………………………………………………………………………………» 28.44

Idem………………………………………………………………………………………» 28.96

All’Amministrazione Pelà, idem………………………………………………..» 71.82

Al dottor Luigi Ganassini, idem………………………………………………..» 03.10

Idem………………………………………………………………………………………» 23.20

All’Amministrazione Pelà, idem………………………………………………..» 42.02

Al dottor Luigi Ganassini, idem…………………………………………………» 14.00

________

Totale. L. 614.84

Il rendimento di conti di un Istituto Pio deve mettere ogni persona in grado di dire: «Tanti sono gl’inquilini, tanti i giorni di presenza di ciascheduno, tanti i sani, tanti gl’infermi, e ognuno costa tanto. Ciò non si può fare di certo nella Casa di ricovero di Lendinara. Notando l’aria malaticcia delle ragazze, mi informai se il Medico condotto ha obbligo di visitare frequentemente questa Casa: mi fu risposto: «Avrebbe obbligo, ma il Direttore, medico egli pure, fa da sè. Epperò per questa Casa di ricovero il Comune paga inutilmente maestri e medici!»

All’Ospedale le cose vanno peggio. Quest’Ospedale non ha che 2000 lire di rendita propria, e ne spende 1300 per Suore di carità!

Non c’è sala per anatomizzare i cadaveri; di fatto la sezione si eseguisce nel cortile, ove si ammazzano i maiali: non c’è sala separata per i malati da chirurghi e da medici; per il che tutte le operazioni si fanno in presenza dei poveri malati; mentre un’ala intera dello Stabilimento, ben addobbata, appartiene alle Suore di carità.

Or l’Ospedale di Lendinara è il solo per i Comuni del distretto: e per ogni malato questi Comuni pagano lire 1,50 il giorno; lieve cosa in confronto al prezzo dei viveri, ma grave, se ragguagliata al costo delle Suore.

E anche qui il Direttore è a vita: e tempo fa, durante un’inchiesta, tante e tali rivelazioni escirono fuori intorno allo sperpero e alla insipiente amministrazione, che un uguale risultamento in azienda privata avrebbe indotto il proprietario a far tavola rasa di tutti e di tutto.

Ma che! l’Ospedale non è che roba dei poveri. Perciò l’istesso sistema continua; rimangono le stesse Suore, lo stesso Direttore dirige.

Se veniamo al Monte di pietà, mi dichiaro incapace di decifrare l’abbiccì del suo Regolamento e del suo ordinamento. Una sola cosa parmi lampante, ed è che sarebbe meglio assai per il povero che esso non esistesse. Mercè la cortesia del Direttore ho potuto esaminare il luogo, i pegni, i conti.

Che pegni desolanti! filo, canape in tutti gli stadii; e quando si pensa che quei miseri hanno faticato tutto un anno per avere quel po’ di materiale, e che per mangiare durante l’inverno dovettero privarsene, viene un groppo alla gola. C’è tela fatta, ci sono lenzuola, pentole, utensili di cucina; tutto ciò che rende tollerabile la vita.

E in che modo questi oggetti sono impiegati? Si porta la roba: lo stimatore, legato da forte cauzione, dà poco e stima poco l’oggetto, perchè, avvenendo che colui che impegna non rinnovi la polizza a tempo, l’oggetto si vende all’asta, e se resta invenduto, egli ne è responsabile.

Ora, il povero non sa leggere: si ricorda della stagione, nella quale ha impegnato, perchè o zappa, o spiga, o spannocchia, o fa le canne, o vendemmia; ma difficilmente fra dodici o venti polizze sa distinguere quale scada, supponiamo, il 20 giugno o il 3 settembre. Il tempo segnato trascorre, il suo rotolo di tela si vende, e probabilmente al tempo della vendita ei ne ha già pagato due volte il valore con gl’interessi pagati!

Io conosco una famiglia di povera gente, che illustra la nessuna pietà e la spietata natura di cosa fatti Istituti Pii.

Il padre raccoglieva il quarantino per l’arciprete: aveva moglie e tre figlie. Stavano bene, possedevano una piccola casa con orticello; la casa e ogni oggetto contenutovi bruciarono, credesi per vendetta, quindici anni sono.

Nessun Banco o Monte di pietà avrebbe prestato a questi miseri la sommai necessaria per rifarsi del danno sofferto, qualche persona caritatevole diede una materassa con lenzuolo.

Il padre discese allo stato di bracciante, le figlie al tempo della sciagura erano nell’infanzia.

Il padre ammalò e morì di pellagra. E tutto ciò che le eredi possedevano, fu impegnato al Monte. Nessuno le aiutò: queste tre donne debbono vivere sulle proprie braccia, zappando, andando a carriole, facendo tutti i lavori che in altri paesi spettano agli uomini, e guadagnano 40 cent., talvolta 50 cent. al giorno, e si alimentano fedelmente di polenta e bevono acqua: null’altro. La domenica un zinzino di riso condito con 10 cent. di sego. Vestono con una pulitezza estrema, sono di un’onestà specchiata. Ebbene, che cosa ha fatto in favor loro il Monte di pietà? Ha succhiato il 6 per cento d’interesse per 10 anni sopra un rotolo di tela di 45 braccia; e l’anno passato, dimenticatesi le misere donne di rinnovare la polizza, quella tela fu venduta, e fra interesse e spese pochi soldi residuarono. Altrettanto accadde di una coperta da letto.

Io esaminai le dodici polizze e le trovai in regola; dicono in testa che entro un anno bisogna rinnovarle; ma non dicono al piede – nel giorno tale – come è prescritto. Domandai alla madre come mai si lasciò ella cogliere all’improvviso. Mi disse d’aver chiesto ad un contadino, che sa leggere e scrivere, se ci fossero scadenze, e colui le rispose di no. Quando dopo la spigolatura andò a rinnovellare la polizza, la vendita era avvenuta.

Ora queste donne, che guadagnano in tutte tre lire 1,20 al giorno, quando non è festa e non piove, e che si mantengono decenti e onorate con quella somma e con gli scarsi incerti della spigolatura e della conocchia, ec., non possiedono in caso di malattia una riserva qualsiasi. Il Comune non le provvede di medicine, e non c’è istituzione alcuna nel paese che porga loro un fil d’aita. Porteranno tutto al Monte, e consumato che abbiano il ricavato, il Monte venderà ed elleno resteranno senza nulla. Or se le prigioni erano costrutte per i vagabondi e i delinquenti, i Monti erano istituiti per soccorrere l’onesta povertà e la temporanea miseria. – E mancano assolutamente al loro oggetto.

Nè sono questi i soli danni. A Lendinara si prende il ½ per cento ad ogni rinnovamento di polizza o di pegno; laonde un povero costretto ad impegnare e a disimpegnare un istrumento di lavoro o un utensile di cucina mese per mese, finisce per isborsare il 12 per cento.

Quando accade una vendita, bisogna pagare tasse allo Stato, il cursore del Comune, i facchini pel trasporto degli oggetti e colui che registra. E anche tutto questo gravita sul povero consolato da così fatta pietà.

Ho letto il Regolamento, approvato prima dall’Austria, poi dalla provinciale Autorità del Regno; e i Direttori del Monte operarono in piena conformità con esso.

Ma appunto dai regolamenti e dai sistemi dissentiamo. Perchè mai questo stesso Monte, così duro coi poveri, presta con ipoteca parecchie migliaia di lire ai ricchi? E ciò per nove anni; mentre dall’altra parte con tanti cenci agglomerati non è nemmeno assicurato contro l’incendio? Assicurato è adunque il capitale dato a mutuo, ma non gli oggetti di pegno. Per il che le proprietarie delle dodici polizze, in caso d’incendio, perderanno filo, tela, lenzuola, tutto: e così gli altri. E poi avvenendo una rottura dell’Adige soprastante a Lendinara, o un’annata di carestia, come risponderanno i Direttori del Monte alla turba accorsa per prestiti?

Dovranno pur dire: «Amici, il denaro destinato ai vostri bisogni l’abbiamo prestato altrove, e per nove anni non lo possiamo ritirare!»

Parmi provato che nei piccoli come nei grandi centri dell’Italia il povero, oltre che oppresso da tasse e da oneri ingiusti ed iniqui, è anche defraudato di ciò che è suo; e che una vera riforma delle Istituzioni pie implica restituzione. A me sembra necessaria una legge che ridia ai poveri tutto il frutto che con buona amministrazione può essere duplicato di quel miliardo, centonovanta milioni, 932 mila 606 lire, che costituiscono il loro patrimonio. Quando non si vogliono fare le cose giuste, facilmente trovansi le difficoltà: ma con onestà e buon volere l’amministrazione di uno Stato torna quasi facile come quella di un podere. Immaginiamo che il Parlamento voti una legge, assegnando alle Provincie tutte le Opere pie e il rispettivo patrimonio che trovasi entro i limiti di ciascuna Provincia: obbligandole entro un dato tempo e non subito a convertire i beni immobili in rendita; esigendo che tutti i poveri siano divisi in varie categorie; che per vecchi, infermi, orfani, orfane, sordo-muti, ciechi, imbecilli, ci siano separati Stabilimenti, e che i Sindaci e le Giunte municipali di ogni Comune rispondano per quell’Istituto che esiste entro la loro giurisdizione e che dappertutto per una data popolazione ci sia un Ospedale, unica istituzione che, eccettuato le scuole, debba essere d’immediato accesso ad ogni cittadino; che cosa succederà? Succederà che i rappresentanti del popolo, Sindaci e Giunte, sapranno quale Istituto si convenga al proprio paese. Qui una Colonia agraria; costì una Scuola industriale; là un Brefotrofio per raccogliere momentaneamente i neonati e darli a balia fuori (e questo Istituto avrà necessariamente ramificazioni dappertutto); in altro luogo un Banco di prestiti e di pegni che non prenderà interesse se non al di sopra di una certa somma; una Banca centrale per la Provincia con agenzie nei rispettivi Comuni; Banchi che piglino il posto dei Monti di pietà, rivolgendoli allo scopo santo originariamente prefisso a questi ultimi; altrove un Istituto per i ciechi, per i sordo-muti, per i vecchi e vecchie infermi, e via discorrendo. Portate le proposte davanti il Consiglio provinciale, ne seguiranno le deliberazioni. Così ogni Comune sarà interessato nel buon andamento di tutti gl’Istituti: perchè in ciascheduno sì troveranno cittadini suoi, da ciascheduno si spenderà il denaro di tutti per il bene di tutti; e starà a cuore a tutti che questo denaro non si sprechi dovendovi supplire, se sprecato, con tasse. I conti dapprima sottoposti al Sindaco e alla Giunta, l’immediato ente responsabile e autorevole, saranno poi trasmessi al Consiglio provinciale. Mai più allora avverrà che i conti si approvino come presentemente dal solo Prefetto, il quale raramente legge lo specchio generale, e non mai gli allegati; e di solito firma a occhi chiusi, avendo ben altre cose, alle quali attendere.

Nè basta questo sindacato. Il Governo, esecutore delle leggi votate dal Parlamento, ha l’obbligo di verificarne la generale e rigorosa esecuzione. Epperò o il Ministro dell’Interno o meglio un Collegio speciale, come il Local Government Board, avrà uno Stato Maggiore d’Ispettori e di Medici, che a turno e sempre improvvisi visitino tutti questi Istituti e ne riferiscano al capo, il Presidente del Collegio centrale.

E questi Ispettori, pagati e subordinati al Governo, senza legame o interesse, o influenza di luogo, esporranno gli abusi e le mancanze e i difetti; e il Presidente chiamerà all’ordine i Consigli provinciali e questi i Sindaci; e se ciò non bastasse, invierà Commissarii per rimediarvi con piena potestà e a spese del Comune, cioè dei contribuenti.

Così fatto sistema alleggerirebbe la miseria esistente, la quale i cittadini stessi accerterebbero; preverrebbe la miseria futura e vi provvederebbe educando la nuova generazione, insegnandole arti e mestieri.

Ignoro se il patrimonio presente basterebbe a sollievo di tutti i miseri che, per colpa della società, delle guerre e degli sconvolgimenti politici ed economici, siano incapaci di lavorare per vivere o manchino di lavoro. Se no, bisognerebbe supplirvi con imposte locali, sopprimendo molte sinecure, tassando il superfluo. Ma oggi in Italia non si può negare nè affermare che quel patrimonio basti; tale è la dilapidazione, tanti gl’impiegati oziosi ed inetti che come locuste lo divorano! E qui, torniamo ancora sull’argomento degli amministratori e reggitori di questi Istituti.

Volere o non volere, essi sono in mano dei preti, delle Suore e dei loro partigiani.

Perchè non s’ha a fondare Scuole normali per istruire le donne italiane così intelligenti, e pietose, e laboriose, a divenire direttrici e amministratrici?

Perchè non una Scuola normale per le infermiere, come ci sono Scuole normali per maestre e per levatrici?

Si otterrebbero così due benefizii: il povero, vecchio, vecchia, orfano e orfana, disgraziato o infermo, avrebbe una persona che ha cuore e senso d’umanità per tutrice: queste donne penserebbero a migliorare il loro stato, ad addolcire le loro sofferenze, non a fare proseliti, sudditi di un Principe straniero e nemico della patria italiana in questo mondo, e abitanti di un mondo ignoto nell’avvenire: queste donne sarebbero tante madri per gli orfani, tante soccorritrici illuminate dei malati e degl’infelici. E per le donne stesse, quale beneficio! Oggi che carriera fanno esse? Quella che non si marita, deve diventare maestra o serva: appena le si permette d’apprendere la telegrafia e si paga il suo lavoro la metà di meno di quello degli uomini, pur confessandolo eseguito altrettanto bene, e, spesso, meglio.

Scuole normali per direttrici di Opere pie per infermiere, per Istituti di sordo-muti e ciechi, ne assicurerebbero il buon andamento, e salverebbero un numero grandissimo di donne dall’unico mestiere, oggi ad esse non contrastato, la prostituzione.

Ci pensi il Governo riparatore, ci pensino i Municipii progressisti, ci pensino tutti e tutte: Monarchici, Unitari, Federalisti! Qui sta uno dei mezzi graduali, effettuabili, evidenti, per gettare le basi di un’Italia libera, florida, potente.

CAPITOLO NONO.

Conclusione.

Terminando queste pagine, mi tornano in mente parecchie obbiezioni fattemi da persone che non vorrebbero toccata in Italia la questione sociale: dicono che, quand’anche la sofferenza sia intensa quanto noi la dipingiamo, i miseri vi si abituarono così da non accorgersene, e soggiungono che le nostre avvertenze sono inopportune e semenza di discordia. A ciò rispondiamo, che il vedere un sonnambulo sull’orlo di un precipizio e non tentare di salvarlo, sarebbe delitto: che questi miseri per ora non sanno leggere, e nessuna cosa nel loro passato li persuade che anima viva si pigli pensiero di loro.

Per il che gli sforzi di quanti vorrebbero inaugurare uno stato migliore, riduconsi realmente ad un appello a chi sta in alto: al Parlamento per migliorare le leggi oppressive pel povero; al Governo per eseguirle; ai possessori del suolo, ai proprietarii delle case, a chi dà lavoro agli operai ed ai contadini. È un appello alla loro umanità, alla loro giustizia: è anche un avvertimento del pericolo, a cui eglino vanno incontro, non provvedendo tempestivamente.

E se riesce fatto di addolcire la spietata sorte del popolo, il progresso sociale avverandosi di pari passo coll’istruzione ed avvenendo parallelo alla giustizia e all’umanità di chi sta in alto, la nuova generazione di poveri, giunta all’età di operare per sè, non avrà motivi nè occasione di violenze, d’insurrezioni. E così si può evitare in Italia uno scombuiamento sociale.

Comunque, di tale avvenimento non dovrà mai addebitarsi chi dà l’avvertenza, chi narra fatti esistenti e verificati; ma all’incontro coloro, i quali chiudono gli occhi all’evidenza e le menti alla persuasione.

C’è poi per me un’attrazione e un obbligo speciale di fare il poco possibile nel limitatissimo spazio consentitomi. E credo che quest’obbligo esista per tutti i miei condiscepoli.

Le ultime armi del Mazzini miravano ad allontanare dall’Italia gli orrori d’una guerra civile.

Egli, durante tutta la vita, aveva lottato contro lo straniero, contro gli oppressori materiali della sua patria. Con la potenza del genio, con la ferrea volontà, col fascino della sua appassionata fede, egli costrinse più d’una generazione a dedicarsi all’emancipazione dell’Italia.

E durante quella lotta di tutti gl’Italiani contro il nemico comune, il grand’uomo consolavasi che in Italia una guerra fra classe e classe fosse impossibile.

Ma, la lotta finita, egli s’avvide della possibilità di questa sciagura, se ne avvide coll’intelletto intuitivo d’amore, essendogli mancati il tempo e l’agio di penetrare negli abissi di miseria, che pure esistevano ai suoi tempi.

Egli temeva che l’insana ferocia che privò i Comunisti francesi della ragione e del pudore (al punto di spingerli a lacerare, distruggere, violare, profanare sotto gli occhi dell’invasore cose e persone che l’invasore avea rispettate), avesse potuto trasfondersi per contagio negl’Italiani.

E la sola idea della cosa lo trafisse come mortal ferita.

«Piuttosto la schiavitù d’un terzo sopra voi (egli prorompeva), che veder voi stessi invasi dal demonio di odio e di vendetta gli uni contro gli altri.»

E per allontanare cotanto pericolo, egli raccolse tutte le estreme forze.

Negli articoli contro gl’Internazionalisti converse tutta la virtù dell’ingegno per dimostrare la fallacia delle loro dottrine: tutta la forza dell’uomo eminentemente puro e morale per dipingere il male e l’iniquità di quelle dottrine; e, col tatto esercitato dell’uomo uso a servirsi degli uomini per un dato scopo, chiariva l’inutilità, l’impossibilità di arrivare per questa via alla mèta prefissa; poi, coll’angoscia del padre che sa di morire e sente che i figli hanno ancora bisogno della sua tutela e del suo aiuto, gridò con voce soffocata dalle lagrime ai suoi discepoli:

«Continuate il mio insegnamento; fate questo in memoria di me.»

E fu l’ultima parola. Con tal grido scoppiò il cuore del Prometeo moderno; di colui, la cui vita fu un lungo, accettato dolore; di colui che rapì per i figli suoi il fuoco della libertà, sfidando gli Dei, soggiacendo all’ingratitudine e alla perdita di ogni bene e di ogni gioia: nè mai patteggiò con la tirannide o col male.

Allora dal tanto soffrire la morte lo liberò, legando ai discepoli l’obbligo sacro di tradurre in azione il novissimo suo pensiero; di dedicarsi ognuno con opera indefessa all’alto fine di unire con legame di famiglia gl’Italiani di ogni classe e di ogni regione.

Lecito a tutti di operare come meglio credono, purchè si operi in armonia coll’insegnamento del maestro.

Ora inutile parmi discutere sulle forme di Governo.

Monarchia oggi: Repubblica unitaria o federale domani: finchè le moltitudini sono condannate all’ignoranza assoluta, e ad intollerabile sofferenza, il corpo sociale non può risanare, nè l’anima sociale rigenerarsi.

Base del sistema del Mazzini è il dovere. E il dovere implica una cosa da farsi.

Nel passato era dovere creare una patria; perciò bisognava cospirare, tentare, ritentare, sfidare prigione e morte sulla forca o sulle barricate.

Oggi la patria esiste, e il dovere parmi consista nell’aiutare tutti gl’Italiani a rendersi degni dei nuovi destini, affinchè quella divenga fautrice di bene e di progresso nell’umanità.

Finchè persevera uno stato di cose come quello che esiste oggi in Napoli e in Sicilia e in minor grado altrove, l’officio è mancato; quando non si voglia appropriarsi il detto del Calhoune: La libertà dei Bianchi è fondata sulla schiavitù dei Negri.

Per la qual cosa il dovere emerge chiarissimo. Il ripetere i detti e le frasi e gl’insegnamenti del Mazzini senza confortarli di applicazione pratica ai bisogni di ogni dì, il desolarsi per la perdita del maestro, l’inginocchiarsi davanti alla sua tomba e non soddisfare ai suoi desiderii, non obbedire a’ suoi precetti, non applicare le sue dottrine, sembrami cosa sterile e men degna di lui. Sembrami invece che per ogni uomo, o donna, o bimbo, o bimba, strappato alla degradazione, al dolore, egli con quel sorriso ineffabile, che fu largo compenso per qualunque lavoro o sagrifizio fatto da altri durante la sua vita, ci ripeta ancora: «In quanto l’hai fatto pel più intimo dei miei fratelli, l’hai fatto per me.»

E dev’essere per noi incentivo doppio il ricordarci che abbiamo lasciato trascorrere tanto tempo senza operare, e che altri di partito opposto presero l’iniziatura.

È questo un campo neutro, in cui possono scendere tutti gli amici del bene e della giustizia, e unitamente combattere quanti vogliono continuati l’ingiustizia e l’egoismo, causa e alimento di ogni male.

APPENDICE(6).

Seconda Interrogazione sui Sordo-muti.

PRESIDENTE. Essendo presente l’onorevole Ministro della Pubblica Istruzione, debbo rinnovare la comunicazione d’una domanda d’interrogazione che fu presentata, or sono più giorni, dall’onorevole Bertani, che è la, seguente:

«Il sottoscritto desidera interrogare l’onorevole Ministro per la Pubblica Istruzione circa la condizione dell’Istituto dei Sordo-muti per i maschi in Napoli.

Prego l’onorevole Ministro a dichiarare se intende che questa interrogazione abbia luogo.

COPPINO, ministro per l’Istruzione Pubblica. Sono pronto anche adesso.

PRESIDENTE. L’onorevole Bertani ha facoltà dl parlare per isvolgere la sua interrogazione.

BERTANI. Mi sarebbe penoso l’invadere un campo, nel quale l’onorevole Abignente, che spero tornerà presto fra noi, ha già preso la parola coll’autorità che gli compete e che l’interesse pel nativo luogo gl’inspira, se già non fossi persuaso del suo consenso non solo, ma anche del suo contento, perchè al più presto possibile si venga ad una risoluzione circa il tèma dei Sordo-muti di Napoli da lui tanto prediletto.

Alla mia parola, assai meno efficace di quella dell’onorevole Abignente, supplisca il buon volere, l’importanza dell’argomento, la benevola attenzione del Ministro dell’Istruzione Pubblica, e l’evidenza delle cose che sto per esporre.

Io comincio dal domandarmi, se esista ancora in Napoli l’antico ed onorato Istituto maschile di educazione ed istruzione pei Sordo-muti poveri; e disgraziatamente devo rispondere: non più.

Vi ha bensì nell’Albergo dei Poveri di Napoli una scuola, in cui sono educate e istruite 15 a 20 fanciulle sordo-mute: scuola così bene avviata nella molteplice istruzione e specialmente nella labbiale, così bene e con tanto amore condotta, che qualunque visitatore degl’Istituti più accreditati pei Sordo-muti in Italia, in Germania, in Francia, in Inghilterra, potrebbe certamente partirne soddisfatto ammiratore.

Ma, oltrepassato appena un cortile, voi non trovate che dei Sordo-muti di ogni età sporchi, negletti, ignoranti ed oziosi, meno pochi, i quali sono adoperati in qualche mestiere, ed altri nella tipografia, ultimi resti di un’intelligenza educata nei tempi passati, quando vigeva ancora quell’Istituto d’istruzione così benemerito.

E perchè, o Signori, tanto disdoro per Napoli? E perchè dura cotanto? Ne è responsabile il Governo? Ne è responsabile l’Albergo dei Poveri di Napoli?

Il Governo ha l’obbligo di concorrere per quella scuola con una somma, che costituisce il particolare patrimonio di quell’Istituto ora chiuso, patrimonio che data da molto tempo, quasi da un secolo: e l’Albergo dei Poveri ha inoltre tanti mezzi da poter mantenere ed anche, se volesse, mezzanamente istruire tutti i Sordo-muti in esso ricoverati.

Io credo, o Signori, che, quale più quale meno, ci abbiano colpa il Governo e l’Albergo dei Poveri in litigiosa vicenda.

E dall’uno e dall’altro è quindi urgente che venga un provvedimento, ed un provvedimento radicale.

La buona tradizione per l’istruzione dei Sordomuti in Napoli ci è, e dura quasi da un secolo, dal 1790, quando quella scuola, ad imitazione di altre iniziate in Italia ed altrove, fu inaugurata dal celebre Abate Cozzolini.

E i provvedimenti adottati per quella scuola, invero assai poco per iniziativa dell’Albergo dei Poveri, ma quasi tutti d’iniziativa del Governo, erano savii ed utili all’educazione ed istruzione di quei disgraziati. E con questi due mezzi: la tradizione che stimola e conforta il sentimento caritatevole avito in Napoli, e coi provvedimenti applicati, le cose camminarono senza gravi e pubblici reclami sino al 1871.

In quell’anno fatale per l’Istituto dei Sordo-muti di Napoli, un Ministro della Pubblica Istruzione, ed appunto napoletano, l’onorevole Scialoia, ha creduto di sciogliere quella scuola per ricostituirla sulle primitive sue basi, certamente colla migliore intenzione di renderla più proficua e di più larga applicazione.

In quell’anno stesso fu cancellata dal bilancio dell’interno, dove era fuori di proposito inscritta, trattandosi di Stabilimento d’istruzione, la somma di lire 17,777 che equivale ai 4000 ducati, patrimonio o dote stanziata già da sette diecine di anni per provvedere appunto a quella Scuola dei Sordo-muti.

Se non che le vive istanze fatte dall’onorevole Relatore del bilancio definitivo della pubblica istruzione di quell’anno stesso, dall’onorevole Bonghi, hanno procacciato sì che quella somma venisse inscritta appunto in quel bilancio, e ciò debbo desumere dal vedere molto cresciuta la somma stanziata pei Sordo-muti nel bilancio definitivo rispetto al bilancio di prima previsione.

Ma intanto quell’Istituto, in obbedienza al decreto Scialoia, era morto, e non spuntava provvedimento per farlo risorgere. Nel 1872, nel 1873 e 1874 non si vide più iscritta nel bilancio della pubblica istruzione una somma designatamente per l’Istituto dei Sordomuti di Napoli; e soltanto nel bilancio del Ministero della Pubblica Istruzione pel 1875 quella somma ricomparve in tutta la sua pienezza e nella sua applicazione. Nel 1875 era appunto Ministro per l’Istruzione Pubblica l’onorevole Bonghi, altro cittadino napoletano, il quale, certamente ispirato ai medesimi sentimenti che avevano suggerito all’onorevole Scialoia di sopprimere quella scuola per ricostituirla su basi migliori, non potè, o qualche cosa gli mancò per riparare a tanto danno della patria sua.

Ora abbiamo approvato il bilancio definitivo per la pubblica istruzione del 1876, e l’articolo 24, che riguarda gl’Istituti pei Sordo-muti, è muto anch’esso per quello di Napoli.

So che pende un litigio tra il Ministero della Pubblica Istruzione e la Commissione amministratrice dell’Albergo dei Poveri di Napoli; so che vi ha una tal quale intimazione del Ministro dell’Istruzione Pubblica al Consiglio d’amministrazione dell’Albergo dei Poveri di Napoli, con cui s’invita questo a desistere da certe sue pretese, se non voglia perdere la speranza di vedere un di ristabilita quella scuola. Questa grave minaccia sarà certamente fondata su motivi gravi egualmente; ma, comunque vogliasi, è un fatto.

Mi permetta pertanto l’onor. Ministro per l’Istruzione Pubblica d’indirizzargli queste tre domande:

1a Perchè, sciolta la Scuola dei Sordo-muti di Napoli fino dal 1871, non fu ancora riorganizzata ed aperta?

2a Se fu stanziata, come debbo supporre, la somma di 17,777 lire dal 1871 al 1876, e quella somma non fu spesa per quell’oggetto, dove è andata essa a finire, o dove e quanta se ne asconde?

3a Quali provvedimenti intende adottare l’onorevole Ministro della Pubblica Istruzione pel ristabilimento della scuola? E come egli intende di agire riguardo alla pretesa già avanzata in altra circostanza dall’Amministrazione dell’Albergo dei Poveri di Napoli, di non permettere che il Ministro della Pubblica Istruzione, il quale ha stanziata questa somma di 17,777 lire, non abbia da avere influenza in quella scuola stessa?

Attendo dalla compiacenza dell’onorevole Ministro della Pubblica Istruzione tali risposte e promesse, che possano soddisfare con me la pubblica opinione perturbata in questo delicato proposito, ravvivando la speranza di vedere ristabilito finalmente un Istituto così utile ed onorevole per Napoli.

MINISTRO PER L’ISTRUZIONE PUBLICA. Io consento molto facilmente con l’onorevole interrogante sulla utilità e sulla necessità e, dico anche, sul dovere di riaprire la Scuola dei Sordo-muti in Napoli, che stette fino al 1871 aperta nell’Albergo dei Poveri. Ma mi permetta l’onorevole interrogante che io non consenta colla stessa facilità, non solo in quella parte di storia che mi pare egli volesse fare, allorquando diceva chiusa la scuola dal ministro Scialoia, senza che più si provvedesse a iniziare pratiche per la riapertura; ma ancora e specialmente che io non consenta sopra una frase che, o non ho bene intesa, o certamente non corrisponde alla verità. Mi pare indicasse gli ultimi provvedimenti fossero di tale intimazione, che, dove l’Albergo dei Poveri non li avesse accettati, si dovesse quasi rinunziare alla speranza di veder riaperta questa scuola. Io non ho capito queste parole, sebbene mi sembri sieno state pronunziate; ma non le ho capite, perchè, essendo così lontane dalla realtà delle cose, era evidente che mi dovevano produrre una sorpresa.

Comincierò a dire che uno degli ultimi atti, non l’ultimo, dell’Amministrazione, la quale a me è affidata in questo quarto d’ora, fu una lettera scritta al Prefetto, perchè richiamasse l’Amministrazione dell’Albergo dei Poveri all’esecuzione delle intelligenze passate tra il Rappresentante del Ministero e il Commissario che ha l’Amministrazione dell’Albergo dei Poveri.

Uno dei periodi di questa lettera riguardante questo capo diceva così: «Io, infine, sono tanto convinto delle buone ragioni, onde è confortato il Governo (e il Governo è quello che vuole che l’Albergo dei Poveri possa tenere queste Scuole aperte), che sto esaminando la questione, se convenga confermare oggi con un Decreto reale le disposizioni del 24 marzo e 7 maggio 1819, disposizioni ministeriali, ma date con l’approvazione esplicita di un Monarca assoluto, e quindi diventate vere e proprie leggi del Regno, ec.»

Detto ciò, mi permettano che io faccia la storia delle vicende di questo Istituto negli ultimi tempi, e facendone la storia, risponderò alle interrogazioni che mi furono dirette.

Nel 1871 fu chiusa la Scuola dei Sordo-muti nell’Albergo dei Poveri; ne tacerò i motivi; solamente dirò che, stando così le cose, come si rivelavano in quella scuola, anche a me sarebbe parso conveniente di chiuderla. Ma a quale fine, e con quali intendimenti chiuderla? Si voleva abbandonare la istruzione, che doveva essere somministrata a quegl’infelici, oppure la chiusura non aveva altra ragione che di somministrare un mezzo per rimettere su nuove e migliori basi la scuola medesima?

Io credo che quel provvedimento da niun’altra cosa che da questa fosse consigliato. Ma la Camera sa che molti degli assegni fatti ad alcuni di tali Istituti, che hanno quasi una natura mista tra Opera pia e Opera d’istruzione, stettero per molto tempo iscritti sul bilancio del Ministero dell’Interno. Nel 1871 la somma che era iscritta sul bilancio del Ministero dell’Interno fu cancellata, e allora, relatore essendo del bilancio dell’istruzione pubblica l’onorevole Bonghi, tanto si fece e tanto si disse, che questa somma di 17,772 lire fu trasportata al bilancio della pubblica istruzione. Restava sempre il concetto e l’obbligo di riaprire la scuola; e dico obbligo, imperocchè l’onorevole deputato Bertani ha accennato come essa contasse oramai un secolo. È nata difatti nel 1788, fu ristorata nel 1806, e congiunta all’Università vi stette fino al 1819. In tale anno si deliberò che uscisse dall’Università, dove si comprende come male ci stésse, e la si congiungesse coll’Albergo dei Poveri, determinando così una specie d’obbligo per quell’Istituto, obbligo che aveva però il suo compenso in quelle parecchie migliaia di ducati che il Governo si dispose a pagare. Dunque questa scuola, per decreti, i quali hanno una grande autorità, è in certo modo congiunta colla grande istituzione dell’Albergo dei Poveri, sopra la quale istituzione mi pare che una qualche parola mezzo fiera dicesse l’onorevole Bertani; nè io mi metterò davanti alla fierezza della sua parola, ma lascerò che vada ove egli l’ha indirizzata. Ora, iscritta nel 1872 questa somma, pare che si cominciasse a studiare come la scuola dovesse essere riordinata.

DI SAN DONATO. E il danaro?

MINISTRO PER L’ISTRUZIONE PUBLICA. Anche del danaro, mi chiede l’onorevole Bertani, Del danaro risponderò poi.

Ora seguitiamo il processo più importante, che è di osservare questa vita latente o manifesta della Scuola dei Sordo-muti in Napoli.

La Camera sa che in quel periodo di tempo si studiava, poi le fu presentata una legge che doveva governare l’insegnamento dei Sordo-muti. Ora, pendendo una legge di questa natura, si soprassedette dall’attuazione temporanea di qualche disposizione che non pareva troppo perfetta; sventuratamente, mentre si ricercava la perfezione, la scuola restava sospesa. Ma i fondi tuttavia erano iscritti. Come e dove furono spesi? Qui rispondo ad una parte dell’interrogazione dell’onorevole Bertani, ed all’interruzione dell’onorevole duca Di San Donato.

Giovi anzitutto notare che la somma di 17,772 lire, iscritta in bilancio, deve servire a due scopi: a pagare i professori, e a mantenere alunni che si trovavano ospitati nell’Albergo dei Poveri; vale a dire, la somma che paga il Governo non serve solo all’insegnamento, ma anche al mantenimento di alcuni posti gratuiti. Ora, nel 1872, quella somma fu versata nelle mani del Prefetto, indi divisa fra questi due capi di spesa: 9000 o 10,000 lire andarono agl’insegnanti, i quali, abbenchè non facessero scuola, tuttavia non erano stati messi, nè in disponibilità, nè a riposo; l’altra parte servì a pagare la pensione di quei giovanetti o di quelle giovanette che seguitarono a restare nell’Albergo dei Poveri. Così, quanto allo stanziamento del 1872, l’impiego appare.

Quanto alla restituzione della scuola, mi rincresce di dire la parola, ma debbo dirla: si studia.

Veniamo al 1873: ed è a questo punto che mi parve l’esposizione dell’onorevole nostro collega Bertani non fosse precisa. In quell’anno il ministro Scialoia (facendo l’unica cosa che veramente si doveva fare, imperocchè una scuola che non va si sospende o si chiude, e in tal caso si cancella il fondo stanziato per essa), il ministro Scialoia, dico, con un Decreto del 24 luglio scioglie la scuola: onde si entra in una posizione legale: e con un successivo Decreto del 16 ottobre ne mette in disponibilità gl’insegnanti, e allora si comincia a pensare un po’ più vivamente come e dove si debba e si possa riattivarla.

E anche qui noi abbiamo una distribuzione del danaro, fatta secondo il suo giusto e naturale procedimento. Infatti, le disponibilità che cominciano nel 1873, si protraggono fino al 1875, come vuole la legge.

Ora, che cosa, si fa per la scuola? S’interroga, si tratta, ma non si viene a conclusione definitiva finchè nel 1875 il Ministro nomina suo rappresentante il Mordini, prefetto della Provincia. Il Commissario (mi pare che era un Commissario), il Commissario dell’Albergo dei Poveri (era il De Zerbi) tratta per l’Albergo; e si viene concludendo fra di loro a stabilire come debba essere riaperta la Scuola dei Sordomuti nell’Albergo dei Poveri.

Ma pare che alcune cose là siano mobili; comincia il Commissario a ritirarsi; poi, quando si è sul punto di attuare ciò che è convenuto fra le due Autorità, quella che rappresenta l’Albergo dei Poveri e quella che rappresenta il Ministro della Pubblica Istruzione, il Consiglio d’Amministrazione del Pio Istituto ritorna sui patti, già stati concordati. Allora si disputa gli uni per fare accettare, gli altri per respingere le nuove correzioni.

In questo mentre, in mezzo a tali trattative, il Ministero della Pubblica Istruzione è affidato a me; ed io cerco di venire ad una conclusione: nè del perchè ci si debba venire è il caso che io dica i motivi. Abbiamo sul bilancio della pubblica istruzione uno stanziamento, il quale resta inoperoso; o si cancella o si attua. Ma c’è una cosa più grossa; c’è una grande istituzione, e c’è un grande bisogno di soccorrere ad una dolorosissima necessità. Non vi dirò il grido di dolore delle sedici Provincie Napoletane.

Queste si volgono al Ministero e dicono: perchè non si riapre questa Scuola dei Sordo-muti? E si capisce da coloro, i quali sanno quali questioni vi sieno tra le Provincie Napoletane e l’Albergo dei Poveri, volendo le une averci diritto loro, negando l’altro….

DELLA ROCCA. È decisa dai Magistrati.

MINISTRO PER L’ISTRUZIONE PUBLICA. Io non entrerò in cotesta questione che l’onorevole Della Rocca dice essere stata decisa dai Magistrati; ma sino ad ora noi abbiamo una contesa, e la contesa versa su questo punto. Ed ecco una delle interrogazioni che mi ha fatto l’onorevole Bertani.

Dunque, se era conveniente che il Ministero si adattasse a pagare la somma stanziata, doveva avere in compenso un certo numero di posti gratuiti, tanto per maschi che per femmine; l’Albergo dei Poveri doveva creare una specie di convitto, il quale fosse capace di albergare almeno un cento alunni; con una scuola ed anche con una clinica speciale.

L’Albergo dei Poveri diceva: Ma io non voglio una sorveglianza, la quale giunga sino a guardare come gli alunni sono nutriti. Non era questa una grande questione, imperocchè si doveva pure avvertire che creando una istituzione di tale natura, non poteva essa nè doveva essere trattata male; ma la questione che ha trattenuto il Ministero è questa. L’Albergo dei Poveri disse: Ma può avvenire che il Governo cessi dal contribuire; può avvenire che uno dei contraenti trovi di dover rompere questi patti, i quali la prima volta hanno da durare sei anni; e poi sono vitali di tre in tre.

Io non voglio, dice l’Albergo dei Poveri, essere obbligato a nulla; non voglio che la capitolazione che ora si stringe, possa, quando per avventura cessasse, portare per l’avvenire un qualche peso all’Albergo dei Poveri, nè restargli onere alcuno pel mantenimento del mentovato Istituto. E il Governo ha risposto: Se voi avete dei doveri verso le Provincie, io non entro a giudicarli, io non posso riconoscere la facoltà di esonerarvi da obblighi, i quali vi possono provenire dalla vostra istituzione; concediamo questo: quanto al resto, c’intenderemo; ma se domandate a noi che vi liberiamo da qualunque onere, ci domandate una cosa, la quale, ancorchè la concedessimo, non saprei qual valore potrebbe avere, perchè coteste Provincie Napoletane che fanno una questione per l’Albergo dei Poveri, non ci hanno mica dato il mandato di trattare per esse.

L’Amministrazione non poteva governarsi altrimenti: noi vediamo qui una istituzione, la quale è sorta in virtù di un potere assoluto; noi vediamo qui dei Ministri di un Governo assoluto, i quali hanno portato là dentro la scuola stabilendo un contributo; andremo noi a dire che non crediamo all’obbligo dell’Albergo dei Poveri di dare quest’insegnamento; andremo noi a liberarlo da quest’obbligo, il quale nasce se non dalla sua fondazione, certo dalle vicende della sua fondazione?

Il sussidio, cui si era obbligato lo Stato, fu regolarmente ogni anno stanziato; pel fatto del Governo la scuola può essere riaperta quando che sia, e non penso che con la grande opera dell’Albergo dei Poveri si abbia a disputare più a lungo intorno al limite che essa voglia mettere a se stessa, quanto al corrispondere a quelle funzioni che in qualità d’Opera Pia le debbono essere molto accette.

Ed ecco come noi abbiamo scritto quella lettera che è del 2 maggio, alla quale però non abbiamo ancora avuto risposta. Ma io dico che il Ministero della Pubblica Istruzione ha risoluto di volere che questa scuola come per i precedenti decreti, per le precedenti trattative si è voluto che fosse aperta, così veramente si apra; le difficoltà che possono esserci frapposte, debbono essere da un comune spirito di concordia superate; concederemo all’Albergo dei Poveri quella legittima ingerenza che esso chiede, perchè alcuni degl’inconvenienti che si sono verificati nel 1871 non si possano verificare; faremo le condizioni più favorevoli, perchè vogliamo che la scuola essenzialmente stia, e renda buoni risultati.

Facendo così il nostro dovere, e usando quei fondi che la Camera ha conceduto, non ci mettiamo di mezzo a giudicare la questione che la Pia Opera possa avere con questa o con quell’altra Provincia. È troppo chiara questa cosa, cioè che la Scuola dei Sordo-muti è passata, per autorità di chi poteva farla passare, nell’Albergo dei Poveri: e la miglior disputa sarà intorno al modo di attuarla più presto e meglio.

Ora mi resta a dire dei fondi; è una storia che si fa facilmente, e permetta la Camera che io la faccia in poche parole.

Nel 1872 si stanziano adunque quelle 17,772 lire che prima erano sul bilancio del Ministero dell’Interno; si versano nelle mani del Prefetto, il quale, come ho detto, doveva far fronte con questo allo stipendio dei professori, che non erano stati mandati via, ma solamente avevano ricevuto l’intimazione di non più fare la scuola; ed al pagamento di quelle pensioni, le quali prima si pagavano a quei Sordo-muti che stavano nell’Albergo dei Poveri. Nel 1873 abbiamo il medesimo stanziamento, ma questo fondo non resta libero e disponibile fino al presente. Chi guardi la situazione del Tesoro del 1874 vedrà essere portata un’economia che pareggia quasi lo stanziamento. Nel bilancio definitivo del medesimo anno 1874 (e si può verificare) vi è un’economia di 5000 lire, cosicchè nella situazione del Tesoro del 1874 e nel bilancio definitivo del 1874 vengono in economia 17,604 lire e 8 centesimi, più 5000 lire; cioè in tutto lire 22,604 e 8 centesimi.

L’economia non si ferma lì. Nella situazione del Tesoro del 1875 trovate ancora in economia la somma di lire 16,027 60. Sugli stanziamenti che ci furono da quell’epoca in poi, si pagarono nel 1874 lire 3719 38 per gli assegni di disponibilità; nel 1875 si pagarono lire 1565 71 per la medesima cagione; in tutto, lire 5315 19. Andò in economia per tre atti successivi che ho indicati, cioè: situazione del Tesoro del 1874, situazione del Tesoro del 1875, bilancio definitivo del 1874, la somma di lire 38,631 68.

La somma dunque, la quale ci sarebbe rimasta, è di lire 27,141 33; sono i fondi che voi avete votato nel bilancio definitivo alcuni giorni sono, e che rimangono a disposizione del Ministero per ristabilire questa scuola.

Dunque, ricapitolando, dirò che la somma stanziata dalla Camera fu impiegata regolarmente secondo si doveva; quella parte che non fu spesa, è andata in economia.

Questa è la situazione della scuola. Io credo che quelle parole che ho letto prima, indicano la risoluta volontà del Governo di fare il suo dovere. Ciò indurrà l’Amministrazione a togliere quell’unica difficoltà, la quale ormai rimane, e che io confido sarà superata dal sentimento di rendere un grande servizio al proprio paese. Sì, io sono convinto che l’Amministrazione dell’Albergo dei Poveri, per diversi titoli benemerita, riconoscendo come il Governo e come la Camera desiderino che l’istituzione viva, sarà lieta di renderne facile l’attuazione.

PRESIDENTE. Il deputato Bertani ha facoltà di parlare.

BERTANI. Io non entrerò in contestazioni di cifre e di date; pure assicurando l’onorevole Ministro che altre date ed altre cifre io mi procurai da buone fonti; soltanto vorrei osservare che non capisco il titolo di spesa per pensioni ai Sordo-muti.

MINISTRO PER L’ISTRUZIONE PUBLICA. Posti gratuiti.

BERTANI. Non lo capisco, perchè io penso che gli allievi Sordo-muti erano tolti dall’Albergo dei Poveri, che è obbligato a mantenerli gratuitamente, e perciò mi riesce difficile, senz’altra spiegazione, di comprendere come dei ricoverati poveri, gratuitamente mantenuti, abbiano poi da essere pensionati, solo perchè furono tolti dalle Scuole gratuite, ove erano istruiti.

Ma anche su questa differenza non insisto, poichè deve esservi o un’incognita o un equivoco, constandomi, che per quante controversie siano avvenute, l’Albergo dei Poveri di Napoli non si è mai rifiutato di mantenere gratuitamente tutti i poveri Sordo-muti ivi ricoverati, i quali non sono tanti naturalmente, quanti ne contengono le sedici Provincie Napoletane che sommano a più di quattromila….

DI SAN DONATO. E quanti ne contiene la città di Napoli.

BERTANI. Inoltre osserverò all’onorevole Ministro che si è allarmato per le mie parole un po’ fiere, a suo avviso, che io le mantengo conformi alla mia opinione.

MINISTRO PER L’ISTRUZIONE PUBLICA. No: di fronte all’Albergo dei Poveri.

BERTANI. Ed appunto su quest’Albergo dirò fra poco brevi parole.

Consta a me che l’Amministrazione dell’Albergo dei Poveri è in oggi retta da un Commissario, nella aspettazione che si riorganizzi il Consiglio d’Amministrazione e, se io non m’inganno, durante questa aspettazione, durante questo stato provvisorio, il Commissario ha creduto di tener sospesa la decisione circa la grave differenza che esiste tra il Consiglio cessato dell’Amministrazione dell’Albergo dei Poveri e le recenti proposte e ripulse ministeriali. A me fu ciò manifestato da una informazione, che non ha invero l’autorità di un documento, ma viene da buona fonte e mi dice che il Commissario, nella qualità di Amministratore provvisorio, non potendo arrogarsi la facoltà di una risoluzione definitiva in sì grave vertenza (essendo intervenuta una Sentenza di tribunale che dava ragione all’Amministrazione dell’Albergo dei Poveri), pregava il Ministro a differire ancora per poco ogni risoluzione, tanto che fosse ricostituito il governo del Pio Luogo. E il Ministro vi ha acconsentito.

La risoluzione dell’affare è aggiornata adunque fino all’imminente ricostituzione del nuovo governo dell’Albergo dei Poveri.

Ora io credo che in questa circostanza appunto siano state espresse dal Ministro delle intenzioni, che sicuramente non rivelavano la decisa negazione della Scuola dell’Albergo dei Poveri, ma avevano un accento da mettere in dubbio l’attendibilità della pretesa dell’Albergo dei Poveri, che forse andava al di là di quello che il Ministro avrebbe voluto concedere.

Comunque, io confido nelle intenzioni e nella sollecitudine dell’onorevole ministro Coppino, il quale mi auguro che, dopo i due Ministri che lo precedettero, giunga terzo riparatore auspicato a ristabilire, dopo quattro anni dalla sua chiusura, questo Istituto, che tanto onora la carità e l’intelligenza di quella splendida città italiana.

E giacchè ho detto parole fiere, come rilevò l’onorevole Ministro, circa l’Albergo dei Poveri di Napoli, io mi permetto di aggiungere queste osservazioni soltanto. Quell’Albergo dei Poveri ha una fama antica, ed un retaggio lautissimo, che credo abbia convertito in rendita da pochi anni in qua, vendendo una parte o tutto il suo patrimonio in stabili, rendita che si eleva ad un milione e duecento trentacinque mila lire. Con questo reddito mantiene 2096 poveri; e per mantenere 2096 poveri paga 700 impiegati.

DI SAN DONATO. Domando la parola.

BERTANI. Di maniera che, facendo l’induzione del quanto costa annualmente all’Albergo dei Poveri ogni ricoverato, risulta che costa 600 lire l’anno; mentre il Governo dà in appalto altri mantenimenti d’Istituti e di Carceri e di Orfanotrofii, e d’Istituti insomma che dipendono da lui, per 80 centesimi, per 58 centesimi, per testa e per giorno, e credo che il mantenimento delle alunne dell’Educandato di Napoli costi appunto 50 centesimi l’uno.

Se questi dati sono veri, come ho motivo di credere, non solo mantengo il viso fiero coll’Albergo dei Poveri; ma poichè l’onorevole Ministro mi ha lasciato a fronte di quell’Istituto, che celebra veramente la carità fraterna napoletana, ma non celebra sicuramente la economia, se sorgeranno contestazioni, mi riservo a dare, lo dirò con una frase napoletana, ai miei contradittori il resto del carlino. (Si ride.)

DI SAN DONATO. Glielo darò io. (Ilarità.)

PRESIDENTE. L’onorevole Ministro per l’Istruzione Pubblica ha facoltà di parlare.

DI SAN DONATO. Io aveva chiesto di parlare.

PRESIDENTE. Parlerà dopo.

MINISTRO PER L’ISTRUZIONE PUBLICA. Io, lasciando che il resto del carlino se lo disputino tra loro gli onorevoli deputati Bertani e Di San Donato, accetto l’augurio che quegli mi fa, che io possa ristabilire la Scuola dei Sordo-muti; non l’accetto solo per me, ma per qualunque uomo possa essere chiamato dalla fiducia della Camera e della Corona in questo luogo. Irnperocchè io credo che ogni interesse d’istruzione congiunto ad un grande interesse di carità e di beneficenza debba stare egualmente a cuore di tutti.

Io ho domandato la parola per sciogliere un dubbio dell’onorevole Bertani. Non capisco, diceva egli, come ci siano pensioni governative, mentre l’Albergo dei Poveri è pure obbligato ad ospitare gratuitamente questi infelici.

Ora, le pensioni governative sono qui come dappertutto; imperocchè il Governo, concorrendo in moltissime opere pie, opere d’istruzione, di educazione, mette come condizione del concorso che egli presta una specie di riserva per potere o proporre, o concedere alcuni posti ad infelici, i quali, per le condizioni locali di molte di queste opere pie, non potrebbero forse esservi raccolti.

D’altronde, badi l’onorevole Bertani, le pensioni, di cui egli parlava, hanno consumato il fondo del 1872; dappoi tutto rimase a carico dell’Albergo dei Poveri. È quindi sciolto il suo dubbio.

Dirò ancora una parola in risposta ad un’altra sua osservazione, o dubbio che si voglia chiamare.

Ho sentito, disse egli, a parlare di Amministrazione e di Consiglio, mentre so che l’Albergo dei Poveri ha un Commissario.

Verissimo; ma bisogna ritenere che il commissario De Zerbi, il primo che trattò e conchiuse, dava la sua dimissione, od altrimenti si ritirava dall’ufficio. Le sue proposte andarono innanzi al Consiglio dell’Albergo dei Poveri; del quale ho qui i verbali, che non leggerò, perchè ho detto il punto del dissenso, e le cui conclusioni sono nel senso da me accennato.

Ora abbiamo un nuovo Commissario, e siccome questo sospetta di non avere autorità sufficiente per trattare e conchiudere questa vertenza, noi ci siamo rivolti al nostro egregio Delegato, perchè solleciti così che la convenzione possa essere presto sottoscritta. La dilazione sarà breve, e tale fu significata alle Provincie che instavano presso il Ministero, nè ci abbatteremo più una seconda volta ad una vicenda infruttuosa, che rimandi d’anno in anno la definizione della vertenza.

Credo non dovremo aspettare molto tempo a conchiudere. Ed è poi mestieri far presto, perchè l’ordinamento di una scuola di tal genere non è come quello di un’altra scuola, per la quale si trovano dappertutto abili maestri. Inoltre, non si tratta qui di riaprire una scuola soltanto, ma di una vera riforma, e bisogna assolutamente far sì che la scuola sia costituita in modo da provvedere efficacemente non solo ad un’opera di beneficenza, ma eziandio ai migliori metodi d’istruzione.

DI SAN DONATO. A rischio anche di meritarmi il resto del carlino, come minacciava di dare l’onorevole nostro collega Bertani, io chiedo licenza alla Camera per dire poche parole. E principio col dichiarare che non intendo di scusare l’Amministrazione dell’Albergo dei Poveri di Napoli della condotta serbata sul ritardato riordinamento della Scuola dei Sordo-muti, che da più tempo avrebbe dovuto essere messa in condizioni di funzionare.

Le poche parole che io, a modo incidentale, mi permetterò di dire, sono dirette a rilevare due inesattezze dette. Un esercito di 700 impiegati in una Amministrazione come l’Albergo dei Poveri di Napoli? Chi gliel’ha detto al nostro collega Bertani ha esagerato deliberatamente. Ed hanno anche deliberatamente esagerato, quando hanno dato all’Albergo dei Poveri (il che io mi augurerei) la rendita che l’onorevoli Bertani ha citato alla Camera. Egli è vero che l’Albergo dei Poveri avesse una forte rendita. Dico avesse, perchè, in grazia delle tasse che noi abbiamo poste su tutti i contribuenti, l’Albergo dei Poveri si è veduto molto menomate le sue risorse. E qualche cosa di più: alcuni privilegi che gli antichi Stabilimenti Pii si godevano in Napoli sino al 1860, li ha interamente perduti!

Difatti l’immenso fabbricato dell’Albergo dei Poveri di Napoli e quelli delle sue pietose dipendenze non erano soggetti alla tassa fondiaria. Venuto il Regno d’Italia, non so se regolarmente, ma certo senza carità, ha messo tra le tante imposte gravissime anche quella sul fabbricato. Chi di loro Signori è stato a Napoli e ha certamente visto l’immensa mole di quel fabbricato, può immaginare la somma che esso paga di fondiaria.

L’onorevole Bertani dice che questo Albergo, che prima racchiudeva 4000 e più poveri….

BERTANI. No, no!

DI SAN DONATO. Li racchiudeva, onorevole Bertani. Posso garantire che questo Albergo racchiudeva una volta 4000 poveri e qualche cosa di più. Questa Opera Pia provvede ancora a due ospedali: l’Ospedale di Loreto e l’Ospedale della Vita. Provvedeva anche, rara istituzione, alle povere donne pentite che ricovera nei Cristallini. Si aggiungano a queste opere l’Ospizio dei ciechi posti alla Riviera di Chiaia, dove di queste misere creature condannate alle tenebre si fanno dei professori di musica, e voi, onorevoli Colleghi, vi formerete un’idea del personale e della spesa che occorre per condurli bene innanzi.

Se io dunque mi sono permesso di prendere la parola, è stato per rilevare in certo modo delle inesattezze; me lo perdoni, l’onorevole Bertani, poichè ella certamente non è responsabile delle notizie che ha avute; ed anche per salvare le passate Amministrazioni dell’Albergo dei Poveri da una specie di rimprovero che l’onorevole Bertani faceva, di avere molto ristretta la famiglia dei poveri. Essa, egli è vero, è stata ristretta, ma se ne è grandemente migliorata la condizione.

Io che fui incaricato, ora sono molti anni, dal Consiglio provinciale di Napoli di fare un’inchiesta sul modo come erano tenuti i poveri di quell’Albergo in quei tempi, posso dirvi, o Signori, e raccapriccio nel ricordarlo, di avere riconosciuto che esso non rappresentava che un magazzino di carne umana, di gente nuda, che non aveva camicia, che non mangiava che cattivissimo pane soltanto, e rarissime volte aveva una pessima minestra. Una massa abbrutita, niente istrutta.

Ora io dico all’onorevole Bertani: vada ad osservare l’attuale condizione dell’Albergo dei Poveri, e troverà che, grazie alle cure specialmente dell’ultima Amministrazione, il modo come sono trattati i poveri ivi albergati conforta l’animo. Vi è rifiorita l’arte musicale, e quella d’ogni mestiere. L’istruzione progredisce per bene, ed anche le Belle Arti cominciano ad avervi accesso. Aggiungerò di più, che per i ragazzi quell’Albergo piglia tutte le proporzioni e l’aspetto di un grandioso convitto. Oramai il povero che ivi è ricoverato, non vive più di ozio, e può essere utile a qualche cosa.

Dimenticavo ancora una penosa eredità in quell’Albergo: c’è, per esempio, l’Opera di San Francesco di Sales che conteneva da 450 a 500 donne che, in forza di Decreto regio, avevano diritto di avere alloggio lì, vitto, e qualche volta anche ad una pensione.

Osservi l’onorevole Bertani tutti questi pesi che l’Albergo dei Poveri deve sopportare, e si formerà un criterio esatto delle spese a sostenere e del personale a pagare.

Detto questo, chiedo scusa all’onorevole Bertani se mi sono permesso di fargli delle osservazioni. Ma sentiva il dovere di rilevare qualche inesattezza e di fare in modo che la Camera non fosse rimasta sotto l’impressione che l’Amministrazione dell’Albergo dei Poveri non siasi migliorata da qualche anno in qua.

Ciò non toglie che io mi unisca a lui per domandare il sollecito riordinamento della Scuola dei Sordo-muti.

BERTANI. Io non posso impugnare che l’Amministrazione dell’Albergo dei Poveri abbia progredito, dal momento che l’onorevole Di San Donato ci riferisce che una volta era un magazzino di carne umana e nulla più; poichè ogni istituzione, anche mediocremente sorvegliata, poco o tanto ha progredito. Debbo però osservare che l’Albergo dei Poveri di Napoli è ancora, in oggi, se non un magazzino di carne umana, certamente un Istituto che lascia troppo a desiderare come magazzino di miserie umane, anche per parte del fabbricato, che è al di sotto delle esigenze igieniche e dello scopo caritatevole, cui è destinato.

Io tengo fermo intanto tutto quello che ho detto circa il reddito di 1,235,000 lire, sul numero complessivo di 2096 ricoverati. Ammetto che vi siano molti dispendii; ma quando mi verrà provato che la cifra di 600 lire, come spesa per ogni ricoverato, sia adeguatamente ridotta a quella che il Governo paga per i ricoverati in altri Ospizii, dove sonvi pure persone sane e malate che mangiano e bevono e prendono medicine, io mi dichiarerò perfettamente convinto di quello che l’onorevole Di San Donato ha voluto oppormi; per ora, me lo consenta l’onorevole Collega, non posso che tenere fermo quello che ho detto, senza mutarvi una sillaba. –

Il resto del carlino, l’onorevole Bertani diede al duca Di San Donato, sindaco di Napoli, in un lungo articolo inserito nella Capitale, avendo fatti venir da Napoli precisissimi dati, fatti e statistiche, e il Duca sindaco non fiatò, nè per quanto ci consta finora la Scuola dei Sordo-muti si è riaperta.

E se qualcheduno trova eccessiva questa nostra insistenza sulla Scuola dei Sordo-muti, li preghiamo di visitare l’Albergo dei Poveri in Napoli, di vedere la Scuola femminile da una parte e i Sordo-muti senza scuola da un’altra: tenendo sempre in mente che anche ritardando l’istruzione di altri esseri umani si può supplire più o meno anche in tarda età, mentre passata l’età fanciullesca per i Sordi-muti nulla si può loro insegnare, e sono condannati a passare la vita in un stato di abbrutimento, che in poco differisce da quello delle bestie. Bisogna pensare poi a ciò che si fa in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti d’America per questi disgraziati – bisogna pensare che l’impulso fu dato a quest’ultimo paese da Napoli stesso – alle Scuole di Milano, Roma, ec., ec., per capire tutta la vergogna della chiusura prolungata della Scuola di Napoli.

Nel Discorso dell’onorevole Coppino, citato di sopra, si legge: «Quanto alla restituzione della scuola si studia…. Si comincia a pensare un po’più vivamente come e dove si debba e si possa riattivarla…. Io dico che il Ministero della Pubblica Istruzione ha risoluto di volere che questa scuola, come per i precedenti Decreti per le precedenti trattative si è voluto che fosse aperta, così veramente si apra. Io credo che quelle parole che ho letto prima, indicano la risoluta volontà del Governo di fare il suo dovere.»

Il Discorso risale a 17 mesi fa! Che il Governo avrebbe voluto fare il suo dovere, siamo persuasi; ma perchè non costringere l’Albergo dei Poveri a compire il proprio? E se i reggitori presenti vi si oppongono, perchè non sono destituiti? Perchè il Governo, che non esita in casi meno urgenti di fare sentire il suo potere, non arroga a se stesso la direzione di tanti infelici? «Non vi dico il grido di dolore delle sedici Provincie Napoletane,» esclamò l’onorevole Coppino nel giugno del 1876.

E non teme egli che quel grido non si trasmuti nella interrogazione terribile di Jehova a Caino? Può rispondere il Governo riparatore come Caino? Egli stesso ci dice: «Noi vediamo qui una Istituzione sorta in virtù di un potere assoluto; noi vediamo qui dei Ministri di un Governo assoluto, i quali hanno portato là dentro la scuola stabilendo un contributo.» Egli dunque riconosce il diritto dei Sordo-muti alla scuola, che fu un dì fornita di tutto il necessario, dotata di maestri eletti e amorevoli, che si dedicarono al non lieve ufficio di ridare agli sventurati quella favella, onde la natura avevali orbati. Per quale ragione dunque può il Governo riparatore dell’Italia una privarli più a lungo, o permettere che altri li privino di questo diritto sacrosanto, quanto è sacrosanta la miseria?

Qui non c’è scusa o uscita possibile.

Per il Governo del Regno d’Italia «volere è potere.»

FINE.

INDICE DEL VOLUME.

PARTE I. – GL’IPOGEI

CAPITOLO I. Londra e Napoli

CAPITOLO II. I trogloditi

CAPITOLO III. La prostituzione

CAPITOLO IV. Condizione speciale di Napoli

PARTE II. – LA RICCHEZZA DEI POVERI

CAPITOLO I. Introduzione

CAPITOLO II. Il Reale Albergo dei Poveri

CAPITOLO III. La Reale Casa dell’Annunziata.

CAPITOLO IV. Il sistema dell’Alunnato del Brefotrofio dell’Annunziata

CAPITOLO V. Ospizio dei Santi Pietro e Gennaro Extra Moenia , e il Collegio di San Vincenzo Ferreri

CAPITOLO VI. Santa Maria succurre miseris

CAPITOLO VII. Istituti ospitalieri

CAPITOLO VIII. Monti ed Istituti elemosinieri

CAPITOLO IX. Conclusione della Parte seconda. – Opere pie.

PARTE III. – PROPOSTE E TENTATIVI FATTI PER MIGLIORARE LE CONDIZIONI DI NAPOLI

CAPITOLO I. Bibliografia

CAPITOLO II Istruzione elementare

CAPITOLO III. L’Opera per la mendicità

CAPITOLO IV. Carceri

CAPITOLO V. Stabilimenti penali e Bagni

PARTE IV. – ANCORA DEI RIMEDII

CAPITOLO I. Leggi europee

CAPITOLO II. Le Leggi europee. – Continuazione

CAPITOLO III. Tentativi inglesi. – Il Local Government Board e le Società private

CAPITOLO IV. Tentativi inglesi. – L’istruzione primaria

CAPITOLO V. I Contadini

CAPITOLO VI. La Cooperazione

CAPITOLO VII. I Bastimenti-Scuola

CAPITOLO VIII. Da una città minima

CAPITOLO IX. Conclusione

APPENDICE. – Seconda Interrogazione sui Sordo-muti

NOTE

(1) Qui l’Oratore si riferisce all’inchiesta intorno alla legge recentemente introdotta per regolare la prostituzione – che egli crede non giustificata, quando anche fosse provveduto che la malattia ne viene diminuita, a causa dei mali morali che si legalizzano e accrescono e si trasmettono alle generazioni future.

(2) Le tasse locali per i poveri sono messe sui beni stabili, non mai sulla ricchezza mobile.

(3) L’Autore spiega la sua allusione al famoso libro del Goethe colla seguente nota: «In una Casa di lavoro, sopra trenta coppie maritate non c’era un sol uomo che vivesse colla propria moglie, e alcuni avevano cambiato compagna due o tre volte dopo la loro entrata. E questi e altri fatti analoghi egli cita dai libri di suo zio, presidente dell’Unione o Consorzio di «Bath.»

(4) Variante di questo capo per i ciechi, fermo rimanendo pei graduati ciò che è detto nel capitolo stesso. I ciechi salutano, scoprendosi il capo, levandosi in piedi, se sono seduti, e togliendosi di bocca il sigaro o la pipa, se fumano, quando il superiore dice loro: «Salutate,» o quando il quartigliere annunzi l’avvicinarsi d’un superiore o d’altra persona, alla quale, secondo il capo IV del Regolamento, pei reggenti è dovuto il saluto.

Speriamo che l’autore dell’Art. 44 abbia provveduto un contatore apposta per numerare i saluti, e che i superiori in genere non siano distratti al punto da dimenticare di accennare che l’eterno saluto cessi.

(5) Per Decreto più recente furono chiuse addirittura tutte le classi.

(6) Questa Appendice compie quello che fu detto nel Capitolo secondo della Parte seconda.

da:www.liberliber.it