Jolanda – Carità

Un giorno Gesù narrò questa parabola:
«Un seminatore uscì a seminar la sua semenza, e mentre egli seminava, una parte cadde lungo la via e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono tutta.
Ed un’altra cadde sopra la pietra: e come fu nata si seccò, perciocchè non aveva umore.
E un’altra cadde per mezzo le spine, e le spine nate insieme l’affogarono.
E un’altra cadde in buona terra; ed essendo nata fece frutto, cento per uno».
L’alto e sagace insegnamento che attraverso il simbolo ci viene dal Maestro Divino, non dovrebbero mai dimenticare coloro che per superiorità di mente, per ricchezza di sentimento, per posizione sociale, sono designati dal Signore a spargere il buon seme nel mondo.
L’esercizio del bene è un obbligo per le nature privilegiate. Come il faro del porto, la lanterna del minatore, la lampada famigliare non ardono per compiacersi del proprio splendore, ma per rischiarare le genti, così la fiamma dell’intelletto e del cuore non può essere termine a sè stessa, ma fu accesa da una Volontà sovrumana per servire ai suoi altissimi fini.
È un dovere ed è una missione, di cui bisogna sentire l’importanza e la responsabilità prima ancora che l’orgoglio. E si deve adempiere con semplicità, con fedeltà, anche se le circostanze lo rendessero malagevole, penoso, pericoloso.
Quante volte abbiamo sentito dire da chi dà tutto sè stesso per qualche bella missione educativa, da chi vive nella dedizione, nell’abnegazione assoluta per un ideale di bontà, da chi ama più che non sia riamato, da chi elargisce più che non riceva, quante volte abbiamo udito dire dolcemente: Fare, affaticarsi, sacrificarsi anche, non sarebbe niente se si fosse corrisposti, se si vedesse un po’ di gratitudine, se s’avesse il compenso di raccogliere qualche frutto, di vedere qualche buon risultato dell’opera nostra! Ma nulla! L’indifferenza, l’ingratitudine, l’aridità… e qualche volta la derisione per sopra più.
Allora bisognerebbe ripetere la parabola del seminatore. Il viandante distratto, le spine crudeli, l’arida pietra rendono vano e sterile il buon seme, ma se una sola piccola porzione verrà raccolta dal terreno fecondo, la mèsse futura compenserà anche di quella parte d’opera sprecata.
Certo, non è come avevamo sognato nei fervidi anni della nostra preparazione alla vita.
Allora, con l’anima piena di generosi entusiasmi di conquista, di fede salda nella nostra potenza di riuscita, inebbriati della forza e della bellezza dei nostri ideali di giustizia, di verità, il disseminare il bene sotto qualunque forma alletti di più, sia in opere che in parole, in ammaestramenti o in organizzazioni, sembra cosa facile e lieta, quasi, come una luminosa impresa di gloria. Chi deve essere tanto assurdo da precludere la via al bene? Chi deve essere tanto cieco o sordo per non profittare dei vantaggi che promette all’umanità? Oh, certo, tutto e tutti aiuteranno, e il mondo fiorirà come un giardino e si raggiungerà la vera felicità.
E gli apostoli ardenti si pongono all’opera, sorretti dalla loro magnifica energia, dalla interna letizia di esercitare la missione voluta dal Signore.
Ma presto, assai presto devono accorgersi d’una verità mostruosa, che sulla terra è più facile e vantaggioso fare il male, o almeno non impedirlo, che fare il bene e tentare di guarire il male.
Seguire la corrente e l’esempio comune che avverte consistere la suprema saggezza nel soddisfare il meglio possibile i propri istinti e le proprie passioni, esigendo dagli altri moltissimo e dando meno che si può; vivere godendo senza curarsi dei dolori altrui, raccogliendo la maggior quantità d’onori, di ricchezze, di potenza, con tutti i mezzi leciti ed illeciti, purchè non si urti nel Codice e si salvino le apparenze: vivere così, chiudendo gli occhi per non vedere e scansando ogni molestia, si chiami essa pietà o dovere, è assai più facile che andare contro corrente, e cercar rimedio ai mali, alle miserie, e confortare i dolori, e svellere gli istinti brutali e combattere le passioni, e distogliere le anime dai facili piaceri per darle al dovere austero e duro.
Dapprincipio il mondo – chiamiamolo così nel significato che ad esso davano gli asceti antichi – il mondo si mostra diffidente coi buoni seminatori, e nell’opera infaticabile vuol cogliere ad ogni costo un secondo fine: interesse particolare, ambizione, mezzo di riuscita. E se l’evidenza la costringe a trovar vani i suoi sospetti, vedrà nell’apostolo, nel missionario un utopista, uno squilibrato, un sognatore inutile, un gonzo che non ha saputo imparar l’arte di sfruttare il prossimo e si sacrifica per delle vane illusioni. E colui che fa il bene, si trova talora a vergognarsene quasi come d’un’inferiorità, la luce che lo abbagliava impallidisce a poco a poco, la sua fede vacilla, la sua energia scema. Egli si rivolge un giorno la terribile domanda «A che serve tutto quello che faccio se nessuno mi seconda? Chi ascolta quello che dico, poichè non convinco nessuno?» Sono terribili momenti di stanchezza, di scoraggiamento, che tutti coloro che hanno cura d’anime o intendono con paziente perseveranza a lenire i mali dell’umanità, conoscono. Eppure bisognerebbe superarli con la forza stessa della convinzione profonda, come la freccia lanciata verso la mira vola ratta e fedele sopra gli impedimenti finchè non la raggiunge. Bisognerebbe che l’uomo o la donna che ha ricevuto dalla divinità per mezzo dell’ingegno, d’una vocazione, d’una fiamma inestinguibile, il privilegio d’una di queste missioni educatrici, redentrici, consolatrici, riparatrici, si corazzasse d’una virtù impenetrabile di fortezza e di fede, non soltanto per resistere alle lusinghe della vita, ma per vincere ogni sintomo di scoraggiamento appena germogli nell’anima. Non si deve giudicare la bellezza e la bontà di una missione dal punto di vista comune, perchè tanto varrebbe allora essere gente comune. La superiorità che dona vista più acuta e coscienza più sensibile e più ricco fervore di azione, non indugi a guardare ai risultati immediati delle azioni e delle parole sue, e sopratutto non ne esiga il compenso come la soddisfazione d’un debito.
Si deve spargere la buona parola, compiere l’opera di giustizia e adempiere scrupolosamente il proprio dovere per l’intima convinzione propria, per seguire l’ispirazione del proprio spirito compenetrato della luce divina: non per piccoli motivi, per calcoli umani. Il buon seminatore sparge il seme per il pane di tutti, non per il suo solo pane: e se parte del seme va perduto, egli non s’attrista troppo poichè pensa a quello che germinerà e darà frutto.
Pensiamo: se Cristo avesse dovuto predicare il nuovo verbo di fraternità e di pace, solamente dietro compensi immediati, e avesse cessato per le derisioni, le opposizioni, l’indifferenza e l’aridità delle turbe, non avrebbe subito il martirio glorioso, ma la sua parola non avrebbe nemmeno potuto rinnovare il mondo e serbare dopo venti secoli tanta efficacia in mezzo a noi. Che importano il fango, il gelo della terra quando si cammina per una via di luce? Che importano i giudizi errati e la cecità degli imperfetti, i tradimenti dei deboli, lo sfuggire delle anime leggere, l’ingratitudine degli egoisti? Se saremo giunti a consolare veramente qualche sventura, a dar luce e nuovi ideali a qualche anima smarrita, a far meno amara qualche ingiustizia, a render più forte qualche virtù e più attiva la bontà, ecco che quel seme prezioso accolto da un terreno fecondo e custodito, cresciuto, coltivato dall’amore, si coronerà di messe gagliarda e renderà, come il grano della parabola di Cristo, cento per uno.
Sfogliando quel libro eterno di verità, di giustizia e di consolazione che è il Vangelo, c’incontriamo ad ogni tratto, come in una mistica fioritura primaverile, in un’accolta di precetti, di sentenze, di brevi meditazioni, che se lette con mente attenta e cuore ben disposto ad accoglierne l’aroma di purezza e di bontà di vita possono rinnovare ed elevare tutto il nostro mondo morale e servire di base ad una condotta veramente conforme agli ideali di Gesù.
Poichè la dottrina di Cristo, a differenza di quelle di molti filosofi, è essenzialmente pratica: e in tutto il suo insegnamento non troveremo un solo consiglio che non possa essere seguito perchè esorbitante dalla possibilità dell’umana natura. Tutto è semplice, limpido, piano: tutto risponde ad alcuna di quelle tendenze buone che dormono in noi e che troppe volte non risvegliamo per un mero senso di noncuranza o di accidia. Quando Gesù esorta con la sua dolce voce che i secoli ci hanno tramandato: «Non giudicate affinchè non siate giudicati» intendendo: non criticate con malignità, se non volete che la giustizia divina giudichi Voi severamente; non è un pensiero d’equità e di carità di cui tutti noi sentiamo la bontà indiscussa e il valore morale? E quando prosegue Gesù col noto simbolo: «E perchè osservi tu la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, e non badi alla trave nell’occhio tuo? O come puoi dire al tuo fratello mentre c’è una trave nell’occhio tuo: Lascia ch’io ti levi dall’occhio la pagliuzza?» non risponde Egli a un sentimento spontaneo che c’invade allorquando udiamo persone tutt’altro che incensurabili rilevare ogni debolezza, ogni difetto altrui e pretendere di dettar legge e riformare il mondo? Allora quanto ci sembrano risuonare a proposito gli accenti sdegnosi rivolti dal Maestro a costoro: «Ipocrita! Lèvati prima la trave dall’occhio, allora vedrai di levare la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
Cioè: emèndati prima dei tuoi difetti e purificati dalle tue colpe per avere il diritto di redimere il tuo simile.
Con altri detti più profondi, avvolti in un velo emblematico più denso, Gesù ci raccomanda di non profanare i nostri sentimenti più sacri, le nostre idealità di cui più siamo gelosi, le intime elevazioni del nostro essere e quanto altro forma il mistico tesoro dell’anima, parlandone con coloro che non possono comprenderli nè apprezzarli, e fraintendendo, faranno di questa nostra ricchezza un’arma da rivolgerci contro: «Non date ai cani ciò ch’è santo e non buttate le vostre perle davanti ai porci, che non le pestino coi loro piedi e si rivoltino a sbranarvi». – E quanto spesso purtroppo, o per esperienza nostra, o d’altrui; abbiamo potuto constatare la sapiente prudenza di queste parole!
Come dolce e consolante l’affermazione seguente, che dà ali all’anima e fiamma alla preghiera: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete: picchiate e vi sarà aperto».
E quanto illimitata e provvida appare attraverso alle parole di Cristo la Provvidenza divina, l’Ente supremo, che egli c’insegna e ci anima a chiamare col tenero nome di «padre»: «Chiunque chiede riceve; chi cerca trova: e a chi picchia sarà aperto. E chi mai è tra voi che se il figlio chiede del pane gli offra un sasso? E se chiede un pesce gli darà una serpe? Or se voi, cattivi come siete, sapete dar buoni doni a’ vostri figliuoli; quanto più il Padre vostro che è nei cieli, concederà cose buone a coloro che gliele domandano».
Notiamo che Gesù dice «cose buone». Due semplici parole di grande importanza e che potrebbero servire di risposta a molte e a molte delle persone che si lagnano di non essere esaudite quando pregano, e piuttosto d’accusare la propria insufficienza sarebbero tentati d’accusare Iddio. Chiedere a Dio cose buone vuol dire chiedere solo quello che è in armonia con la vita superiore dello spirito e non quello che il nostro piccolo egoismo pretende. Si può chiedere non pensando che a sè, un avvenimento o un’occasione favorevole dannosa o dolorosa o ingiusta per altri si può chiedere con cecità ostinata ciò che risulterebbe il nostro stesso male: si può anche domandare a Dio nell’aberrazione d’un sentimento qualchecosa che sia in contrasto con la religione stessa e i Comandamenti. E tante volte la limitatezza della nostra umanità che non può leggere nemmeno un millimetro nella gran pagina del destino, oltre l’oggi non può avvedersi subito degli alti e imperscrutabili fini dell’Altissimo quando non concede ciò che pure a noi sembrerebbe utile e buono e necessario.
Dunque Gesù dice di chiedere «cose buone» e seguendo sempre la bella similitudine del Padre e dei figliuoli, ci fa comprendere che Dio opera a guisa d’un padre, il quale non concede alle proprie creature ignare che quelle cose che non possono nuocer loro e che sono giovevoli.
«Fate agli uomini quanto volete ch’essi facciano a voi». Tutta la sapienza, tutta la bontà, tutta la giustizia e tutto l’amore sono rinchiusi nella breve, semplice frase che dovette parere quasi una mostruosità, certo una stravaganza, in un tempo in cui gli uomini si dividevano in due classi ben distinte: quella degli schiavi e quella dei padroni; quella degli oppressi e quella dei tiranni. E Gesù che stava cogli umili, che ne vedeva i mali, ne contava le lagrime, ne confortava i dolori con divine promesse, ne rialzava le umiliazioni risvegliando il senso della vita interiore che uguaglia e può mettere il povero al di sopra del ricco, Gesù non incitava alla rivolta, alla riscossa, alla vendetta, coloro che lo avrebbero certamente obbedito, ma sorgendo dalla folla oscura, bianca apparizione luminosa di pace, alzava la mano purissima che operava il miracolo verso i doviziosi, verso i dominatori, verso i gaudenti, e senza nulla chiedere, senza infliggere duramente, senza maledire, li esortava alla fraternità spirituale: – Non fate agli altri quello che non vorreste fosse fatto a voi: ma fatale ad essi ciò che vorreste che a voi fosse fatto. – Ed erano le basi d’una legge nuova destinata a sconvolgere il mondo che Gesù gettava con le suadenti, miti, famigliari parole.
Altro prezioso insegnamento pratico viene a noi dalla bella e poetica similitudine della porta. Cristo paragona l’inizio della pratica delle virtù austere che insegnano a rinnegare i propri istinti e spiritualizzano l’uomo, ad un arco angusto che s’apra su una via stretta e malagevole così che sono pochi quelli che la vedono praticabile e che vi si incamminano: mentre la via che permette all’uomo di secondare la sua animalità e di soddisfare le sue passioni senza d’altro curarsi che del suo benessere materiale, lasciando atrofizzare tutti i germogli e spegnere tutte le luci della vita superiore che lo guiderebbero al perfezionamento di sè, questo ingresso è spazioso e adorno a guisa d’un arco trionfale, e la via che segue è facile piana, e perciò scelta dai più.
«Entrate per la porta stretta: larga invece è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione: e molti sono quelli ch’entrano per essa. Quanto angusta è la porta e stretta la via che conduce alla vita! e son pochi quelli che la trovano!»
Così il Maestro non nascondeva le difficoltà ai suoi seguaci, non li illudeva con promesse ingannevoli, ma presentava tosto ad essi le difficoltà, le fatiche, i disagi che avrebbero incontrato, e nemmeno li incoraggiava coll’esempio dei più, pur tanto efficace, ma li avvertiva austeramente che essi – i coraggiosi, i forti, i puri, i degni – sarebbero stati in scarso numero su per la via aspra che guida alle stelle.
Se pensiamo infatti quanto più agevole è fare il male che il bene, la similitudine della porta spaziosa e della porta angusta ci appare appropriatissima e ci ricorrerà assai spesso alla mente. Forse perchè i più s’incamminano sotto il grande arco florido di lusinghiere promesse, per la via ampia e battuta, così facile da percorrere perchè declina verso il basso e condurrà adagio adagio dove nessun lume più brilla, quelli che volgono sdegnosamente le spalle all’attraente cammino per spingersi al lato opposto sotto la porta umile, di duro sasso, recante gli emblemi della passione, e fuor di quella s’avviano per lo stretto sentiero tra sterpi e roccie, reso ancor più malagevole dall’ascesa, questi sembrano stolti e si deride la loro stoltezza: sembrano alteri e sdegnosi e si disapprova la loro superbia: derisi, disapprovati, non compresi, si tenta – e molta volte si riesce – render loro ancor più dolorosa la via. Ma essi inoltrano dolorando e faticando, e inoltrando salgono, – e l’orizzonte si allarga, e l’azzurro è più vicino, e le fronti si cingono di luce, mentre il gregge degli altri va giù, verso il basso, a immergersi nelle tenebre.