Jolanda – Dedizione

Nel suo rapido passaggio sulla terra, Gesù, il celeste risvegliatore delle coscienze e delle anime, diede agli uomini l’esempio della più profonda, più sincera umiltà, e questo esempio aveva tanto più risalto ed era tanto più notato in un paese e in un tempo in cui il fasto, l’appariscenza, l’ostentazione della potenza, della grandezza e della dottrina parevano qualità inseparabili dal dominio materiale o intellettuale. Se Gesù avesse voluto secondare lo spirito dei tempi in cui visse, usando mezzi esteriori di facile conquista, e si fosse circondato di lusso, d’agi, di parassiti, di cortigiani e di guerrieri, avrebbe trovato meno opposizioni, meno incredulità, meno nemici sul suo cammino. Ma il suo regno – com’Egli disse – non era di questo mondo: il suo regno glorioso e luminoso era tutto spirituale, e i più invidiabili tesori della terra gli sembravano vanità al confronto del suo ideale divino. Venuto fra gli uomini non per gareggiare in potenza e in fama coi grandi del suo tempo, ma per restituire all’anima la dignità perduta, per renderla cosciente della sua superiorità, della sua missione, del suo altissimo fine, Gesù mai volle secondare le debolezze delle passioni, mai accordare importanza e privilegio alle cose caduche, alle cose mortali. E passò nella sua bianca tunica, simbolo di purezza, povero fra i poveri, benedicendo, consolando, perdonando. Passò illibato e incorrotto nella sua anima ardente aperta a tutto l’amore, passò nelle volontarie rinunzie, nell’abnegazione, nell’austerità, poco e semplicemente parlando, molto operando, facendo di sè vivo esempio alle sue dottrine ed olocausto al suo ideale fulgido, immenso, come l’universo.
Umile passò fra le genti il dolce Messo divino: ma non di quella umiltà convenzionale che tende ad annientare ogni valore e rende insufficiente ed inefficace la conquista. Gesù era cosciente (e come non lo sarebbe stato?) della sua missione di Salvatore, di Redentore, della sua origine divina: più volte lo disse a coloro che gli stavano intorno, con espressioni più o meno velate, come era suo costume. Allo stesso modo che sentì l’amarezza delle defezioni e del tradimento, che provò tutta la crudeltà dell’ingiusto supplizio, Egli avvertì l’orgoglio santo d’essere e di affermarsi Figlio di Dio.
È in questi momenti che la figura augusta del Salvatore rifulge misticamente pur nella soave mesta dolcezza dei suoi atti e delle sue parole: è allora che intorno al suo biondo capo si diffonde un chiarore oltremondano: ed ancora, dopo venti secoli, si ripercuote in noi quella specie di sbigottimento e di stupore di cui erano percossi e gli apostoli e le turbe quando Egli si rivelava.
Nazareth, la piccola città di sua Madre, la sua città d’origine, dove avea trascorsa l’adolescenza sottomessa, laboriosa e tranquilla, Nazareth, che racchiudeva i suoi ricordi più teneri, fu la prima città che seppe quale glorioso Spirito fiammeggiasse entro le delicate spoglie mortali del Maestro. È il vangelo che lo dice:
«E andò a Nazareth, dove era stato allevato, e di sabato entrò, secondo l’usanza, nella sinagoga, e s’alzò a leggere. Or gli fu dato il libro del profeta Isaia. E, svolto il libro, trovò quel passo, dov’è scritto:
Lo spirito del Signore su me; perciò m’ha consacrato per dare ai poveri la lieta novella; mi ha mandato a sanare i contriti di cuore, ad annunziare la liberazione ai prigionieri; la vista ai ciechi; a rimettere in libertà gli oppressi, a predicare l’anno accettevole al Signore e il giorno del premio.
Poi, ripiegato il libro, lo rese all’inserviente e sedette. E gli occhi di tutti, nella sinagoga, erano fissi in lui. Or cominciò a dir loro:
«- Oggi questa scrittura è adempita negli orecchi vostri».
Gesù intese dire: La profezia d’Isaia oggi, si compie, e le parole ch’io v’ho letto, e che voi avete ascoltato, sono io ora che le dico, io apportatore della lieta novella; io che reco il perdono di Dio ai veramente pentiti, io che scioglierò i prigionieri del Male dai lacci delle passioni; io che aprirò gli occhi degli uomini a verità eterne finora ignorate o noncurate; io che sono qui a rendere giustizia al debole contro il forte; a insegnarvi come dovete vivere e meritarvi il regno di Dio.
Così, nella sua città natale, semplicemente, senza salire in cattedra, ma obbedendo ad una pratica del culto insieme coi suoi correligionari, aprendo un libro, Gesù fece la prima rivelazione dell’altissimo còmpito che Dio gli aveva assegnato.
Non è sublime questo, diremo, primo atto pubblico della vita di Gesù? Nessuno quasi conosceva il giovane Maestro che s’era preparato nella solitudine, nella meditazione, nella preghiera, e tutti lo mirano stupiti. I più degni – pochi – credono subito, poichè la divinità del Cristo ha avvolto l’anima loro come una luce improvvisa; i meno degni – molti – i dubbiosi, gli scettici, i pigri di spirito, gli invidiosi, esitano e negano, non comprendono o non vogliono comprendere. E questi saranno coloro che più metteranno a prova la pazienza di Gesù con le obbiezioni, col sarcasmo, con la boriosa ignoranza o l’inutile sapere. E a costoro che si affannavano a cercare nelle Scritture delle prove contro l’asserzione del nuovo Profeta, Gesù tranquillamente rispondeva:
«- Voi investigate le Scritture perchè credete di avere in esse vita eterna: ora, queste son quelle che fanno testimonianza per me». (Giov. V. 39).
Sempre l’orgoglio umano presunse di conoscere e di vedere più dello stesso Dio! Sempre ed in ogni tempo la diffidenza, l’incredulità, intorbidarono la limpida onda della fede! Certo, questa gente, che chiedeva le prove materiali d’un fatto spirituale, non poteva intendere nè l’arcano linguaggio, nè le nuove dottrine di quello strano filosofo così diverso dagli altri. E Gesù compativa alla loro grossolanità, alla loro ostinazione, alla loro ignoranza, e osservava tranquillo:
«- Voi siete di quaggiù, io sono di lassù. Voi siete di questo mondo io non sono di questo mondo». (Giov. VIII, 23).
E a quelli che lo riguardavano con curiosità incerta, come uno straniero, ma che pure si avvicinavano a lui, e mostravano l’ansia, il bisogno dell’anima d’essere convinti; quelli che, allora come ora, sentivano forse in fondo ai loro cuori la divina nostalgia d’un conforto sovrumano, diceva pianamente Gesù:
«- Ebbene, conoscete me e sapete di dove sono: tuttavia non sono venuto da me; anzi veritiero è Colui che mi ha mandato, il quale voi non conoscete. Ma io lo conosco perchè son da Lui, ed Egli mi ha mandato.» (Giov. 7, 28-29).
Così il Redentore tentava insinuare in quelle anime primitive la consapevolezza della Sua vera individualità, della Sua vera missione quaggiù. E molti, turbati, scandolezzati, forse, mormoravano: «Ha detto: Son figlio di Dio!» E alcuni convinti da un solo suo sguardo profondo, affermavano: «Tu davvero sei figlio di Dio!» Poi un umile fra gli umili, un pescatore, messasi la mano al petto in attestato di sincero convincimento, proclama:
– Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente.
E Gesù, rispondendogli, disse:
«- Beato te, Simone, figlio di Jona: perchè non la carne e il sangue te l’ha rivelato, ma il Padre mio ch’è nei cieli» (Matt. 16, 16-17).
Nel giovine pescatore, Gesù aveva scoperto un eletto, poichè non aveva atteso d’essere persuaso materialmente per credere, ma aveva seguito l’impulso della arcana ispirazione celeste. Eppure, molte volte gli uomini sdegnano il suggerimento, l’impulso, la divinazione che viene ad essi dal mistero, perchè non possono sottoporla all’analisi come una sensazione della loro personalità materiale!
Come aspra, come ardua, come dolorosa apparve al dolce Messo divino la via dal suo inizio! Tutto la vide piena di ostacoli e di rovi, tutta la misurò, fino alla croce piantata sulla vetta estrema. Ma non se ne sgomentò, ma nulla – nemmeno la visione del martirio – giovò a farlo indietreggiare d’un passo. Anzi si esaltava in sè stesso, s’inebbriava del suo còmpito celeste, e le sue parole sembravano un inno di gloria e di allegrezza:
«- Io venni luce al mondo affinchè chi crede in me non resti fra le tenebre.
«- Io per questo son nato: e per questo son venuto al mondo, a rendere testimonianza alla verità. Chi è della verità ascolta la mia voce.
«- In verità, in verità vi dico: chi custodirà la mia parola, non vedrà la morte in eterno.
«- Io sono la porta. Chi per me passerà sarà salvo.
«- Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».
Consolanti, sublimi, veramente divine queste parole di Gesù! Luce, verità, vita, via, eternità: ogni parola dell’altissimo canto con cui il Martire proclamava la missione a lui affidata dall’Ente supremo, è un mistico asfodelo che sboccia come un nuovo astro sugli orizzonti del mondo. E noi, suoi seguaci, noi che ci chiamiamo dal nome Suo, Cristiani, siamo così pronti a scoraggiarci, così facili a stancarci, a pentirci, a mutar strada, a tornar indietro; ed anche, ahimè, a tradire i nostri ideali più cari appena ci accorgiamo che il premio non è sicuro, vicino, tangibile: che la ricompensa tarda troppo e potrà non venir mai! Noi, così pronti ad accusare le circostanze e il nostro prossimo, mentre la colpa è della nostra debolezza, del nostro egoismo, della nostra volubilità…
Impariamo dal nostro Modello divino che si deve amare ed esaltare, anche fra le maggiori lotte e amarezze, ed adempiere senza titubanze, senza transazioni, senza viltà, magari sino al martirio e alla morte, la missione che ci venne affidata, nascendo, dal Signore.