Jolanda – Il Vangelo

Molti libri sono stati composti con pensieri e massime raccolte da questo o quell’autore; e diversi autori, anche, hanno riunito le scintille e le gocciole del loro ingegno creativo e meditativo a formare volumetti ricchi di saggi insegnamenti e densi di idee originali e profonde. Ma nessuno ancora, ch’io mi sappia, ha pensato di raccogliere in un piccolo libro, che dovrebbe essere di veste preziosa e austera come il suo contenuto, alluminato sui margini da qualche fine artista di puro cuore e d’ispirazione misticamente ardente; nessuno, ch’io mi sappia, ha, finora pensato di raccogliere i pensieri e le massime del Grande Maestro della vita spirituale e pratica: di Gesù di Nazareth. Il Vangelo è ricco di questa fioritura olezzante e fresca e spontanea come quella d’un rigoglioso prato di qualche vergine pendice alpestre, nei bei giorni del maggio. Già ne considerammo alcuni il mese scorso; vediamo oggi alcuni altri, compresi in quel capitolo del Vangelo di S. Matteo sotto il semplice titolo di «Diversi precetti».
Nessuna cosa ebbe Gesù in dispregio come l’ipocrisia, questa profanazione che commette il vizio a danno della virtù. Indulgeva Egli e perdonava ai peccatori che provavano il dolore e la vergogna del loro fallo – ma sbugiardava e additava al disprezzo – Egli così mite – i subdoli artefici del male. – «Guardatevi dai falsi profeti – diceva – che vengono a voi in vesti da pecore; ma di dentro son lupi rapaci». E insegnava il modo infallibile per distinguerli: osservare i risultati delle loro azioni. Giacchè se non è difficile agli astuti salvare le apparenze, come comunemente si dice, difficilissimo, anzi impossibile è nascondere le conseguenze palesi delle male azioni e della cattiva condotta. – «Li conoscerete da’ loro frutti – avvertiva Cristo. – Si coglie forse uva dalle spine, o fichi dai triboli? Così ogni buon albero porta buoni frutti: e ogni albero bacato porta frutti cattivi.
Non può un buon albero fare frutti cattivi, nè un albero bacato fare frutti buoni. – Il Maestro divino insisteva su questo, sapendo quanto spesso la generalità degli uomini si lascia abbagliare e persuadere dalle apparenze, dalle parole, dalle forme, ostentate. Egli che consigliava a pregare brevemente e semplicemente e a fare di tutta la propria vita, invece, una preghiera in azione, dava grande importanza ai risultati, alle opere, all’esempio. E invero, la dottrina di Gesù non ci apparirebbe così sublime se oltre ad essere stata predicata, non fosse vissuta dal suo divulgatore.
– «Ogni pianta che non porti buon frutto, si taglia e si getta nel fuoco, continuava. Voi li riconoscerete dunque dai frutti loro». Era il consiglio prudente di allontanare da noi e non farne conto, chi è sterile di virtù buone, fosse anche il più potente personaggio della terra.
Rileviamo lo spirito profondo di questo breve discorso in cui traluce l’anima sopraumana del più grande dispregiatore delle apparenze vane e pompose, delle convenzionalità farisaiche, che abbia avuto il mondo.
Non chi si consuma nelle lunghe preghiere fatte materialmente col labbro e nelle implorazioni d’una misericordia che poi non usano col prossimo, conducendo una vita in disaccordo coi precetti del Signore, avrà l’aiuto divino della grazia. E nemmeno chi si fa ministro di Dio e profana la fede e il culto con le opere troppo in aperta opposizione con le facili esortazioni della parola e il materiale esercizio del proprio ufficio. Alte e terribili ai preti indegni, agli ecclesiastici che abusano dei loro poteri per esercitare ingiustizie sugli uomini «mondi di cuore e dalle pure intenzioni» alte e terribili devono suonare dal profondo degli evi le severe sdegnose meritate parole di Colui nel cui nome falsamente agiscono e sotto cui tentano ricoverarsi
«Non v’ho mai conosciuti – ritiratevi da me, voi tutti operatori d’iniquità».
Il Maestro divino afferma ai suoi seguaci la sicurezza, la pace, l’intima gioia che possono venire all’anima dal mettere in pratica i suoi suggerimenti di vita, così semplici, così dolci, così puri, così ben uniformati al desiderio intimo d’amare, di beneficare, d’elevarsi, di mondarsi, ch’è insito nell’anima accesa da Dio. – «Chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica – dice Gesù – sarà paragonato ad un uomo avveduto che fondò la sua casa su la roccia. E cadde la pioggia, i fiumi inondarono, soffiarono i venti, imperversarono contro quella casa, e quella non andò giù; perchè era fondata su la roccia».
Con questa poetica immagine, il Salvatore intende che chiunque possiede la fede vera e vive e agisce secondo il Vangelo, e nella religione si ripara, è al salvo dalle tempeste dell’esistenza e dagli attacchi degli uomini e della cattiva sorte. Il contrario accade a chi non si cura di mettere in pratica le norme della religione vera, di opere, di sentimenti e non d’esteriorità e di parole superficiali: – «Chi ascolta queste mie, parole e non le pratica, sarà simile a uno stolto che edificò la sua casa sopra la sabbia. E cadde la pioggia, inondarono i fiumi, soffiarono i venti, imperversarono contro quella casa e quella andò giù e fu grande la sua rovina».
E fu grande la sua rovina! Sì, grande, completa, irreparabile la rovina di quell’anima, di quella vita, di quell’intelligenza, che allorquando viene il giorno del pericolo, della sventura, della battaglia, non può opporre nessuna salda forza fondamentale, e tutto le crolla intorno, ed essa rimane in una aridità desolata, nella completa solitudine che accascia, nella disperazione che uccide. Gli affanni, le perdite, le delusioni, il dolore, a cui nessuna vita umana può esimersi, perchè appunto non è che una vita terrestre, hanno ben diversi effetti su chi sta saldo abbracciato alla sua fede invitta, e nella sua passione vede riflessa la Passione del Maestro eletto e all’esempio di Lui tenta, vuole attenersi, e con gli Spiriti beati e con l’Ente supremo stesso, comunica nella fervente preghiera di lagrime e d’offerta umile: – e chi lasciò illanguidire, prima, e spegnersi poi la lampada del santuario, chi si sottrasse poco a poco al dovere rude, maestro austero, e seguì le lusinghe d’una falsa e fugace felicità fondata sull’egoismo e fidò che la vita potesse sempre essere una primavera in un giardino, e su quelle lusinghe, su quelle parvenze edificò un’esistenza e un avvenire, fine a sè stessi.
Che cosa opporranno questi illusi quando il giorno della prova verrà? Nulla: si lascieranno travolgere come le piume, come i pètali caduchi delle corolle dei verzieri, come le foglie dei boschi all’autunno. La più grande e gloriosa vittoria della natura e dell’anima: la rinascita – sarà – a loro interdetta e il destino loro si troverà ad essere, così miseramente compiuto.

Vi è un libro che tutti dovrebbero leggere, e non una volta sola, dalla prima all’ultima pagina, tanto per dire di averlo letto, ma a tratti, non più di dieci minuti ogni giorno, con attenzione profonda, e giunti alla fine ricominciare senza stancarsi mai. Un libro che non dovrebbe mancare in nessuna biblioteca: da quella composta di migliaia di volumi signorilmente rilegati che il proprietario guarda con compiacenza, a quella che non conta se non qualche libretto da pochi centesimi, qualche opuscolo popolare a cui l’operaio torna per ricrearsi lo spirito offuscato da ore e ore di materiale e faticoso lavoro.
Ma purtroppo questo libro che tutti dovrebbero aver famigliare e serbare con devoto amore, a cui tutti dovrebbero chiedere quotidianamente elementi di forza morale, di pace; di giustizia, di conforto e di concordia, ben da pochi è posseduto, e raramente aperto, e molti e molti non lo conoscono se non per qualche citazione rinvenuta altrove. Questo libro, questa pura fonte perenne di consolazione e di energia, è il Vangelo – dice il P. Ghignoni – è sempre quello che Gesù annunziò alla Samaritana: una fonte di acqua viva e perenne…. Quante massime gettate là, sulla vostra coscienza l’avranno turbata! Ma poi nel fatto le trovaste bugiarde. Quanti desideri, in apparenza grandi e generosi; destativisi in cuore, un momento, caddero a contatto con la realtà, e da ultimo li giudicaste un sogno vano e stolto!
«Allora, non vi accadde di vedere spontaneamente sostituirsi alle massime ingannevoli una parola del Vangelo, ascoltata o letta, chi sa dove e quando? ai ciechi desideri del cuore non sopravvenne un altro desiderio lucido e colmo di bene, di un bene più modesto, ma insieme più vero, quale soltanto il Vangelo sa ispirare? Vi aveva colpito una delusione; ma dopo come eravate contenti! Noi abbiamo il senso della verità e quando lo possediamo, ci si riposa in lei».
Riflettete sulla giustezza di queste ultime parole. Nulla infatti dà tanta calma e serenità allo spirito quanto il sentirci dire la parola della verità, sia pur severa: quanto la coscienza di essere sulla via vera e di seguirla, nonostante non sia la più facile nè la più allettevole. E una luce e una guida immancabile per seguire questo retto cammino di onestà e di giustizia, le troviamo nel Vangelo, nel codice sacro, austero e semplice, in cui tutte le leggi derivano da una giustizia, da una sapienza suprema. Nessun concetto della mente più evoluta, nessun risultato dello studio più profondo, possono vincere in bellezza, in bontà, in efficacia le norme, i consigli che Cristo stesso dettò e che ci diede l’esempio di seguire per il primo.
Sono oramai venti secoli che quel libro fu composto, eppure serba tuttavia una freschezza, una modernità inalterata: eppure la nostra complicatissima e stanca anima contemporanea vi si rispecchia nelle sue passioni fondamentali, nelle sue necessità, nelle sue debolezze: e se interroga, chiede, ricorre dubbiosa, riceve sempre come le turbe di Galilea e della Palestina, la risposta appagante, il raggio rischiaratore della rivelazione.
Il Vangelo dovrebbe essere in ogni famiglia come un focolare spirituale. Lo so che, date le basi su cui si edificano oggi le famiglie, l’assenza di religione, la malintesa indipendenza dei membri che la compongono e che non di rado la disgregano e la profanano – questa aspirazione può parere ormai utopia. Eppure quali fondamenta di morale schietta e sicura, di vicendevole amore, d’indulgenza, di rispetto da una parte e di protezione dall’altra, quale ordine nella compagine sociale formata di tante famiglie, potrebbe derivarne! E come si osservano gli obblighi sociali, spesse volte dando un’importanza massima anche alle minime formalità, e in questo in famiglia si è tutti d’accordo, così si dovrebbe essere tutti ben preparati e propensi a soddisfare questo grande obbligo morale verso Dio, verso la nostra fede e la nostra coscienza. Dieci minuti di lettura del Vangelo in famiglia, sarebbero un alto insegnamento per grandi e piccini, e varrebbero più d’ogni esortazione, di ogni rimprovero; ed anche di qualche pratica religiosa adempiuta per stretto obbligo e nulla più.
La meschinità, la superficialità di fede, ed anche l’assenza totale di essa che constatiamo ai nostri giorni, hanno in gran parte origine nell’ignoranza del lato veramente grandioso e divino della religione che diciamo di professare, ma che in realtà non seguiamo se non nelle manifestazioni più comuni, senza curarci di risalire alle sue fonti auguste, di afforzare il nostro sentimento nella sua pura onda lustrale. Il Vangelo è l’essenza del Cristianesimo, è la dottrina di Gesù raccolta dalle sue labbra medesime e divulgata dai suoi discepoli che ancora sentivano l’eco della sua voce: è il verbo di pace e di amore che trasformò una società più della filosofia dei sapienti e delle leggi dei giuristi. Le parabole fragranti di poesia, sono il fiore degli insegnamenti di Gesù, e in esse noi troviamo adombrato tutto un metodo di vita, esempi per ogni contingenza, consigli e ammonimenti e conforti. Si ripensi, fra le altre, alla parabola del Fariseo e del Pubblicano, di cui l’uno prega con orgoglio e l’altro con vera compunzione; alla parabola del Figliuol Prodigo in cui il ravvedimento è celebrato con festa; – la parabola del Samaritano che insegna ad amare coi fatti, non con le vane parole.
E le sentenze del Vangelo? Esse scintillano a caratteri aurei, e splenderanno fulgide di verità nell’animo di chi ha famigliare il libro divino, come una risposta arcana, come una difesa suprema. Colti dalla passione dell’orgoglio, ci sovverremo dell’umiltà di Cristo che diceva di sè: «Il figliuolo dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire» ed anche: «Imparate da me che son mite ed umile di cuore» oppure: «Chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». E se la nostra fede s’intiepidirà, ecco la voce del Maestro, dolce e severa, a richiamarci: «Senza di me non potete fare nulla»
Se poi ci vincerà la cupidigia delle conquiste materiali, del guadagno, degli onori, la Buona Parola ci risuonerà all’orecchio: «Che giova all’uomo guadagnare tutto il mondo se poi perde l’anima?» E se le passioni dei sensi avvolgeranno di caligini la nostra coscienza, ecco la più soave tra le Beatitudini sfiorarci la fronte come la bianca ala di un angelo: «Beati i puri di cuore perchè vedranno Dio!». Certo che per bene leggere il Vangelo e sentirci compenetrati dal suo spirito, occorre avere l’animo disposto a mettersi in comunicazione con esso. Non si aprirà come un libro qualunque, in presenza d’altri, scorrendone le pagine per arrivare alla fine del capitolo, ma serberemo per questa lettura i migliori momenti di raccoglimento della nostra giornata, procurando di sgombrare la mente da ogni pensiero frivolo ed estraneo, facendo precedere alla lettura una breve preghiera od una fervente invocazione a Dio. «Senza il lume divino – dice un autore pio – il Vangelo non è che lettera morta, un libro chiuso; e invano si sforzerà chiunque d’intenderlo salutarmente, ove non siasi prima rivolto con umile fiducia al Padre, chiedendo luce a Lui che solo può darne».
Coloro, che giudicassero i precetti del Redentore troppo semplici, e primitivi per l’umanità evoluta de’ nostri tempi, mostrerebbero di non saperne penetrare il mirabile significato avvolto nel velo dell’emblema. Così, quand’Egli parla del regno dei cieli, non è sempre dell’oltre vita che intende parlare, ma di quello stato di felicità e di pace che viene allo spirito dalla sua comunicazione con la divinità, dalla sua armonia con l’infinito, dalla sua purezza di coscienza, dalle sue elette aspirazioni. Infatti i tesori dell’anima che sono le opere buone, il perfezionamento di sè, il sapere acquisito, la dedizione ardente di sè al proprio ideale, non potranno mai deteriorarsi col tempo nè esserci rapiti, perchè inafferrabili ed immortali. E il nostro cuore sarà dov’è il nostro tesoro: o tra le materialità della vita, in basso: o su in alto, nelle plaghe spirituali. Colui che ripone le sue gioie e la sua fede al riparo dalle offese della fortuna, cioè nei regni immateriali, non sarà mai toccato eccessivamente dal dolore.
Udite quest’altra dimostrazione sottile:
«Lume del tuo corpo è l’occhio. Se il tuo occhio è puro, tutto il tuo corpo sarà illuminato. Ma se il tuo occhio è viziato, tutto il corpo sarà ottenebrato. Se dunque la luce ch’è in te diventa buio, quanto grandi saranno le tenebre!»
L’occhio diventa, nel pensiero del Maestro divino, la percezione dell’intelletto, il giudizio, il concetto dell’esistenza. Se vedremo con chiarezza la via da seguire, e i doveri che c’incombono e il bene e il male: se valuteremo con giustizia i pensieri e le azioni altrui; se ameremo la verità in ogni cosa e ci affrancheremo dai ceppi delle apparenze, tutta la nostra vita si svolgerà dietro una regola sicura, e risulterà limpida e benefica. Il contrario avverrà se partiremo da concetti alterati o falsi, se verremo a transazioni con la nostra coscienza, se saremo indulgenti con l’ipocrisia, pusillanimi, nelle nostre affermazioni, nella difesa delle nostre fedi più sante, se ci avvezzeremo a poco a poco a considerare, per esempio, l’immoralità dal punto di vista utilitario, il vizio come una porta aperta alla felicità e al dominio, ecco che avremo ottenebrato la pupilla dell’anima e le ombre e le tenebre ci avvolgeranno.
Nel suo insegnamento Gesù insiste a riprovare il soverchio attaccamento al denaro come mezzo di piaceri egoistici e di godimento materiale. E con quanto maggior motivo darebbe oggi il suo biasimo se si trovasse in mezzo a noi, in questa nostra età in cui tutto fa capo al benessere del corpo, e così poco e così falsamente è guardata la vita dello spirito che chi vi attinge i maggiori conforti e dà ad essa la maggior importanza è riguardato quasi come un essere ingenuo e anormale!
«Nessuno può servire a due padroni – ammonisce Gesù. Invero o odierà l’uno e amerà l’altro: o sarà affezionato al primo e disprezzerà il secondo.
«Non potete servire a Dio e al mammona» (nella lingua volgare di Palestina significa ricchezza).
Sono infatti troppo diverse e in opposizione fra loro queste due tendenze perchè si possano conciliare nella vita del cristiano. Seguire i precetti del Signore vuol dire la generosità, l’abnegazione, il disinteresse, il sacrifizio, la semplicità di vita, la rinunzia: e l’attaccamento al lucro, al vantaggio personale, alle dovizie, ai propri piaceri, è rinnegare assolutamente lo spirito Evangelico.
Per questo il buon Maestro ha detto che non si può essere fedeli ad un tempo a Dio e al mondo.
Udite con quali parole soavi e semplici e piane Egli ci esorta a non preoccuparci affannosamente della nostra sorte, dei nostri bisogni, mentre su voi vigila Dio:
«Per questo vi dico: non v’angustiate per il vostro vivere: di quel che mangerete, nè per il vostro corpo di che vi vestirete. La vita non vale più dell’alimento, e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli dell’aria che non seminano, nè mietono, nè empiono granai, e il vostro Padre celeste li nutre. Or non siete voi assai da più di loro?»
L’abbandono completo, la fiducia assoluta nell’Ente supremo che Gesù ci ha insegnato a chiamare teneramente «Padre»; il riconoscimento della nostra pochezza, della nostra incapacità od ignoranza di fronte alle divine opere della creazione – ecco quello che Cristo attendeva ad inculcare nei suoi seguaci. «Chi di voi, pur ingegnandosi, può aggiungere alla sua statura un cubito?» Il che equivaleva a dire che l’uomo non può nulla, non è nulla, se non invoca l’aiuto del Signore e in quello confida.
«E perchè, vi prendete pena del vestito? Pensate come crescono i gigli del campo: essi non lavorano nè filano. Or vi dico, che nemmeno Salomone, in tutta la sua splendidezza, fu mai vestito come uno di questi. Se dunque Dio riveste in tal modo l’erba del campo, che oggi è, e domani si getta nel forno: quanto più voi, gente di poca fede?»
Spesso il Maestro dolce usava questo appellativo che suona rimprovero: gente di poca fede. Allora come ora, l’incredulità che si barrica dietro la superbia o l’ignoranza, la diffidenza scettica, analizzatrice, che vuol vedere e toccare per convincersi, incapace d’uno slancio, d’un ardente volo dell’anima, che s’annienta e divampa nella fiamma della sua fede immensa ed infinita, che non esita, che non discute, che non s’arresta nemmeno innanzi all’impossibile; la scarsità, il languore della fede, era ciò che più addolorava e offendeva Gesù. Non chiedeva intelligenza, non chiedeva dottrina, non chiedeva esperienza, autorità, e nemmeno virtù: chiedeva la fede, la fede semplice, umile, silenziosa. La ricercava insistentemente, come un elemento necessario; subito ne avvertiva la scarsità o la mancanza. Egli non rivelò la sua potenza, la sua natura sovrumana ai grandi, ai filosofi, agli uomini rappresentativi della loro schiatta, ma a coloro che credevano, che in un cuore umile gli portavano l’offerta maravigliosa della loro fede incrollabile: «Credi tu?»
«Si, o Signore – io credo». E il miracolo si compiva tra la natura e la divinità.
La fede, dalla sua manifestazione più alta, direi eroica, che attinge alle sfere superne e misteriose, alla sua espressione più semplice e affettuosa e tranquilla che meglio può essere indicata col nome di fiducia: è una delle basi su cui si edifica la chiara e mite dottrina del Nazareno. Non cessa Egli dal raccomandarla, dal ravvivarla, dal chiederla, per le grandi e per le piccole circostanze della vita, per l’eccezione e per la regola: «Non vogliate angustiarvi dicendo: Cosa mangeremo, o cosa berremo, o di che ci vestiremo? Chè i Gentili ricercano tutte queste cose. Ora il vostro Padre sa che abbisognate di tutto ciò».
Quanto riposo, quanto conforto contiene il semplice dire! E perchè non lo ricordiamo più spesso, non lo ricordiamo sempre, noi che tanto ci inquietiamo del domani, che tanto ci affanniamo e ci affliggiamo e disperiamo come coloro che sono senza speranza?
«Cercate pertanto, in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia, e avrete di soprappiù tutte queste cose».
Vivete, cioè, la vita superiore, la vita fedele agli insegnamenti del Signore in cui unica legge sono quelle virtù che rendono l’uomo giusto, e le vostre preoccupazioni scompariranno perchè vi sembreranno cosa secondaria e perchè vi appariranno quasi un’offesa alla provvidenza divina.
«Non vogliate dunque mettervi in pena pel domani; il domani avrà pensiero di sè stesso: basta a ciascun giorno il suo affanno». (Matteo V. 19-26).
Questa non è noncuranza o imprevidenza, è sapienza profonda. Se ben pensiamo, il tormento maggiore della vita è sempre per noi il pensiero di ciò che ci attende in un avvenire più o meno prossimo – è la visione paurosa del domani peggiore dell’oggi già triste. Mentre molte volte, nel domani, diventato oggi, non troviamo di più della tristezza già nota; anzi qualche volta un raggio di sole impreveduto lo illumina e lo consola.
Così Gesù sapientemente ammonisce di non caricarci dei crucci dell’avvenire oltre quelli del presente «Basta a ciascun giorno il suo affanno». E nell’avvenire c’è Dio giusto, clemente, provvido. – Ora, chi non avrà coraggio per un giorno?