Jolanda – La Via

Mai la divina parola di Gesù fu più comprensiva ed eloquente che nell’ultima riunione coi suoi discepoli, allorquando spezzò insieme con essi ancora una volta il mistico pane di vita.
Il dolore del tradimento e dell’abbandono, l’amarezza della delusione e dell’offesa ricevute da tutti coloro che rimanevano indifferenti o increduli ai suoi ammaestramenti o che gli volgevano le spalle insultandolo e deridendolo e accusandolo come un malfattore, questo dolore per la cecità degli uomini lo opprimeva più dell’affanno dell’imminente martirio.
E nella sua parola, come sempre dolce, austera e profonda, passa l’accoramento segreto, l’ansia di penetrare nelle coscienze e nei cuori – nelle coscienze incerte, ottuse; nei cuori languenti e minaccianti di addormentarsi di nuovo quand’Egli non fosse più accanto a loro per farli vibrare con la sua voce calda e viva. – Le parole pronunziate da Cristo dopo l’ultima Cena, possono essere da noi considerate come il suo testamento spirituale, come le raccomandazioni estreme che un buon padre commette ai suoi figliuoli prima di separarsi per sempre da essi, nel desiderio di saperli anche nell’oltrevita riuniti nel pensiero di lui, eredi delle sue convinzioni più care, continuatori del pensiero, dell’opera, del nome suo. Ma fra Gesù e i discepoli vi è una discordanza di stato d’animo – se così posso esprimermi – che non potrebbe riscontrarsi forse tra un padre e dei figliuoli intorno al suo letto di morituro. Conscio del poco tempo che ancora gli rimane per adempiere la sua missione terrestre, Gesù par volere concentrare nei suoi ammaestramenti dell’ultima ora quanto di più luminoso e prezioso e immortale contiene la sua eccelsa e pur così semplice dottrina, onde ne risulti come un compendio chiaro e definito, atto ad essere subito messo in pratica, e dai suoi contemporanei, e dalle generazioni ch’Egli, in una divinazione della sua mente augusta, vide negli evi futuri a perpetuare il suo verbo col rozzo piccolo libro degli Evangeli che pur avrebbe vinto le più elaborate e superbe teorie dei filosofi greci e latini. E a quelle parole, al testamento di Gesù, giova a noi ritornare di quando in quando come alla più pura e sicura fonte della nostra fede per afforzarla, non solo, ma per rinnovarci nella memoria (che troppo sovente li dimentica) gli obblighi, le caratteristiche della dolce religione di Cristo in cui siamo nati e nella quale vogliamo vivere e morire.
«Figliuoli, – disse tristemente Gesù volgendo intorno sui suoi pochi fedeli gli azzurri occhi divini: – figliuoli, io sono con voi ancora per poco. Mi cercherete, ma ciò che dissi ai Giudei: «Dove io vo’, voi non potete venire» dico adesso anche a voi. Vi lascio però un comandamento nuovo: di amarvi scambievolmente: amatevi l’un l’altro così, come io vi ho amato. Da questo tutti riconosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore uno per l’altro».
Oh l’ingiunzione soave! Amarsi, cioè sorridersi, proteggersi, aiutarsi, compatirsi a vicenda: cioè espandere verso il fratello quel bisogno tormentoso e dolce dell’anima umana di donarsi, di piegarsi, di congiungersi nella luce alle anime sorelle per sentirsi paga e glorificar Dio! Il primo distintivo della nostra religione cristiana, così spesso fraintesa e tradita, anche da coloro stessi che più la dovrebbero comprendere ed onorare, è l’amore: l’amore che fa compiere i miracoli, che fa perdonare, che fa indovinare, che trova le parole della giustizia, della persuasione, della pace, della pietà. Facciamo di non dimenticare mai questo dovere nostro; questo fiammante emblema del nostro vessillo; amiamo Dio, amiamo la patria, amiamo gli uomini, tutti gli uomini, anche i malvagi, anche quelli che ci offesero e ci danneggiarono, anche quelli caduti nell’abbiezione così profondamente che la loro anima più non si ritrova sotto il cumulo del fango di cui sono imbrattati. Non neghiamo mai una parola, un soccorso, un perdono. Ricordiamoci che un atto generoso d’amore è più efficace del più profondo disprezzo per il ravvedimento, e che il perdono semplice e completo è l’atto che più vale presso Dio.
All’annunzio della prossima dipartita del Maestro, quegli uomini ignoranti si turbarono, conoscendo la loro pochezza ed anche, forse, temendo ch’egli li avesse ingannati e illusi per poi abbandonarli. E Gesù che leggeva limpidamente nei cuori disse:
– Non si turbi il cuor vostro. Abbiate fiducia in Dio e abbiate fiducia in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se così non fosse, non vi avrei detto che vo’ a preparare il posto per voi. E quando sarò andato a prepararvi il luogo, verrò di nuovo e vi prenderò con me, affinchè dove son io siate anche voi. E dove io vado voi sapete, e sapete la via.
Tommaso gli dice:
– Signore, non sappiamo dove vai; or come potremmo sapere la via?
E Gesù: «Io sono la via, la verità, la vita: nessuno va al Padre se non per me. Se aveste conosciuto me, certo conoscereste anche il Padre mio: conoscetelo dunque sin d’ora: voi già lo avete visto».
Il dolce profeta di Galilea volle rassicurare così i suoi seguaci tentando di far loro intendere che il premio oltre la vita non sarebbe per lui solo, ma per tutti coloro che avessero vissuto secondo le regole e gli ammonimenti ch’egli loro prescriveva per farli più buoni e puri. E il mezzo di convertirsi o di migliorarsi ed affinarsi oramai lo sapevano: bastava camminassero sulle sue orme luminose lungo la via dell’abnegazione, della rinunzia, della preghiera, della mansuetudine. Se noi imiteremo Cristo, non saremo mai separati da lui, giacchè egli sarà in noi, nell’anima nostra come in un Santuario, e solo allora comprenderemo Dio.
Ma i discepoli erano tardi a intendere e spesso la diffidenza, propria ad ogni ignoranza, si elevava come un muro tra le loro menti e la parola del Salvatore. Come i fanciulli, domandavano sempre le prove materiali e visibili di ogni asserto. Quindi un altro d’essi, Filippo, chiese maliziosamente a Gesù – Mostraci il Padre e ci basta. — E Cristo dolcemente rimproverandolo risponde: «Da tanto tempo sono con voi, e non mi conoscete? (Cioè: potete supporre che io sia un mistificatore?) Filippo, chi vede me, vede anche il Padre. Come dici dunque: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e che il Padre è in me? Le parole che vi dico, non le dico da me: il Padre che sta in me fa le opere sue. (Cioè: io parlo e agisco secondo le rivelazioni misteriose che ricevo da Dio). Non credete voi ch’io sono nel Padre e che il Padre è in me? Se non altro credetelo per le stesse opere! In verità vi dico: chi crede in me, le opere ch’io fo le farà egli pure: anzi ne farà di maggiori, poichè io vado al Padre e tutto ciò che voi chiederete al Padre in mio nome io lo farò, perchè nel Figlio sia glorificato il Padre….»
Dopo il precetto d’amore ecco l’alto insegnamento della fede. Non occorre vedere Dio per prostrarsi ad adorarlo. Basta semplicemente osservare i comandamenti di Gesù: imitarlo, operare come egli operava, onorare Dio nei pensieri, nelle parole, negli atti della vita: basta chiedergli quella luce e quella forza che Gesù chiedeva al suo Padre Celeste. Dio non si può vedere, ma si può sentire e sentir Dio è la maggior rivelazione della Divinità, è la risposta ottenuta dalla Fede. Ed ancora Cristo esorta i suoi discepoli a risvegliare in essi la luce che permette di credere, di comprendere, senza le prove materiali, la luce che li doveva fare più sapienti degli altri uomini perchè più prossimi alla Verità:
«Ed io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Consolatore che in perpetuo rimanga con voi: lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere perchè non lo vede nè lo conosce. Ma voi lo conoscerete perchè abiterà con voi e sarà in voi».
Altra prerogativa del cristiano, la luce spirituale, quella luce che scesa sui raggi della fede aiuta a vivere e a morire dopo aver compiuto la missione che Dio chiede da noi.
«Chi ha i miei comandamenti e li osserva – disse ancora Cristo – quegli è che mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io pure lo amerò e a lui mi svelerò».
E disse pure, soavemente:
«Vi lascio la pace, vi dò la mia pace: ve la dò non come suole il mondo. Non si turbi il cuor vostro nè impaurisca».
Ricca eredità lasciata da Cristo a’ suoi fedeli, la pace! Più preziosa d’ogni dovizia poichè non ha limiti e chiunque può acquistarla vivendo nell’esercizio della virtù, con cuore semplice e puro; non chiedendo nulla, donando tutto….
Trascinati dal divino fervore, dell’eloquenza piena di luce e di bontà i discepoli forse si commossero e manifestarono in qualche modo l’eccelsa, miracolosa trasformazione che la parola del Maestro operava in essi, poichè Gesù con una frase sola li fece degni:
«Voi già siete puri per la parola che v’ho detto. Rimanete in me com’io in voi. Come il tralcio non può da sè dar frutto se non rimane nella vite, così neppur voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci, se uno rimane in me ed io in lui, questo fa gran frutto: perchè senza me non potete far nulla».
Ecco dunque che il Maestro Divino raccomanda ai suoi adepti di rimanere in comunione spirituale con lui, per vivere della vita superiore e dare buon frutto. E come i tralci dal ceppo della vite, noi cristiani dobbiamo attingere dalla dottrina e dai comandamenti di Gesù gli elementi vitali e idealmente fecondatori.
Poi volle infondere ai novelli apostoli, ai probabili martiri, nuova fortezza; tentò renderli consci della loro missione austera, ridestare in essi la fierezza, quasi, del sapersi perseguitati e combattuti in nome della lor fede:
«Se il mondo vi odia – disse, – sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò ch’è suo. Ma poichè non siete del mondo, ma io vi elessi dal mondo, per questo il mondo vi odia. Rammentatevi della parola ch’io vi dissi: non c’è servo più grande del suo Signore. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi: se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a cagione del nome mio: perchè non conoscono Colui che mi ha mandato».
Meditiamo, meditiamo le divine parole di Gesù che vedeva lontano nei secoli e le persecuzioni, e le derisioni, e le violenze e le vergogne del rispetto umano, e le diserzioni e le aspostasie. Il mondo, cioè la gente che vive solamente la vita superficiale, la vita dei sensi, non ama e non comprende coloro che vivono d’una vita più intensa e più alta nel segreto dell’anima loro, in eccelsa comunione con Dio. «Non c’è servo più grande del suo Signore» cioè: se gli uomini hanno misconosciuto e disprezzato me, banditore del nuovo verbo, disconosceranno e sdegneranno pur voi che siete i miei seguaci e non potrete avere miglior ventura di me. Così Cristo non illudeva i suoi figli, non li adescava con vane promesse. Egli li chiamava a una missione dura, ad una missione aspra, e li confortava a tutto sopportare e soffrire dietro il suo esempio, ad essere anzi orgogliosi di questo martirio. E pregò per loro il suo Padre Celeste, e raccomandò ancora ad essi di amarsi l’un l’altro così come Egli li aveva amati, con indulgenza infinita, poichè perdonava anche, considerando l’umana debolezza, il loro prossimo abbandono: «Vi disperderete, ognuno dal canto suo e mi lascierete solo: però non sono solo, perchè meco è il Padre. Tali cose v’ho detto affinchè in me abbiate pace. Nel mondo avrete afflizioni, ma confidate: io ho vinto il mondo».
Ripetiamo a noi stessi le sublimi parole, quando siamo stanchi, quando siamo agitati o percossi dal dolore, e la pace, il conforto verranno immancabilmente a rialzare la nostra fronte reclina: «Tali cose v’ho dette affinchè in me abbiate pace…. Confidate: io ho vinto il mondo!».