Jolanda – Luce

Vi è una cosa essenziale da chiedere a Dio nelle nostre preghiere, da chiedere incessantemente, e che pur trascuriamo così spesso, forse perchè non appartiene al numero dei nostri bisogni materiali, o perchè orgogliosamente si pensa che non sia necessaria per noi: la luce spirituale. Eppure senza di essa non vi è elevazione vera, non fede scevra di superstizione, non fortezza invincibile. Senza la luce che viene dall’alto seguiremo le pratiche del culto per abitudine e per obbedienza, ma nessun giovamento deriverà all’anima nostra; piegheremo affranti sotto il peso dei dolori, ci smarriremo nel labirinto delle passioni, non vedremo che ingiustizie, in cielo e in terra, perchè la corrispondenza del nostro spirito col suo Creatore sarà imperfetta e insufficiente a rivelarci il valore della vita.
In qualunque età, in ogni condizione, in ogni disposizione morale si può e si deve chiedere d’essere illuminati. I giovani per avere la rivelazione della loro missione futura: gli adulti per adempierla con efficacia e con zelo: i vecchi per riassumere degnamente il loro compito terrestre prima di comparire innanzi a Dio e per partire con tranquillità serena. I favoriti dalla fortuna invochino la luce per far buon uso dei loro averi, della loro potenza, del loro ingegno; i felici per non addormentarsi egoisticamente nella loro dolcezza. I diseredati la imploreranno affinchè la luce sovrumana dica il perchè del soffrire, e converta il dolore in una pura fiamma ritempratrice.
Luce significa percezione, significa sapienza, ma bisogna domandarla con umiltà e accoglierla con semplice cuore. Scrisse Tommaso da Kempis: «Quanto più uno starà raccolto, e diverrà semplice di cuore, tanto più intenderà le molte sublimi cose senza fatica; perchè allora riceve dall’alto il lume dell’intelligenza».
Occorre, infatti, saper rientrare in sè stessi e rinchiudersi nella propria anima segreta come in una cella chiusa ai tumulti esterni, in cui sulla nostra coscienza vigili solo lo sguardo di Dio. Il raccoglimento è così difficile e così raro nel nostro tempo di affanni materiali, di occupazioni pratiche, di lotta per la vita, di stordimento e di piacere; ma appunto per questi caratteri contemporanei è necessario a chi non vuol rinunziare a vivere la vita superiore che sola eleva l’uomo dai bruti e lo fa più forte delle miserie, delle infermità, della morte e dello stesso destino. E da questo raccoglimento, da questo esame silenzioso del nostro intimo, nella verità, verrà a noi una grande semplicità di cuore. La nostra natura si spoglierà dei suoi vani ornamenti come per un lavacro purificatore, e ritroveremo l’anima nostra di fanciulli per attendere trepidanti la parola divina del comando e della spiegazione. Le nebbie della presunzione e dell’orgoglio non lasciano passaggio al divino lume della Sapienza, ma tengono l’anima nella schiavitù delle tenebre giacchè ella s’illude di tutto conoscere e di saper reggersi da sè. Alcuni, anzi, pensando di poter raggiungere la luce con una scala di volumi, ammassano faticosamente cognizioni su cognizioni, si smarriscono in indagini sottili e pazienti per imprigionare l’infinito, per essere l’imponderabile, trascurando intanto la purezza del pensiero e la giustizia nelle azioni. Mentre la luce si raggiunge con un colpo d’ala e con un carico lieve. «Ma perchè molti si studiano piuttosto di sapere che di viver bene, per questo, spesse volte errano, e ne ritraggono poco frutto o quasi punto» si legge ancora nell’Imitazione. Invero, quante volte, per adornare il nostro spirito e acquistare così una superiorità su altrui, trascurammo i nostri elementari doveri, accogliemmo nel cuore sentimenti d’invidia, di malignità, di superbia, di disprezzo: alimentammo un rancore, vibrammo una ferita, negammo un aiuto, ci rifiutammo a compiere un atto di generosità, un sacrifizio occulto! A che giovò allora il nostro studio, la nostra superiorità di sapienza, se non ci potè fornire i mezzi per combattere i nostri istinti cattivi, trionfare di noi medesimi, mettere in pratica le nostre teorie più appariscenti, offrire agli altri la più efficace persuasione del nostro valore personale, che è quella data dall’esempio? L’esempio semplice, vivo, pratico, che opera più e meglio di cento prediche e di mille esortazioni…
Una persona di mente davvero illuminata non deve farsi largo e soverchiare, ostentando la propria grandezza, e cercar lodi e onori; ma, paragonando senza posa sè al proprio ideale, tenersi nell’umiltà e non lasciarsi abbagliare da vanità di trionfi, i quali possono impedirle di serbare un equo concetto di sè medesima. Ascoltiamo anche qui il consiglio dell’asceta antico, che ammonisce: «Quegli è grande davvero che è piccolo nel suo concetto, e ogni cima d’onore stima un nulla».
La necessità d’una vita monda e d’una semplice anima perchè Dio parli in noi e ci riconforti della sua celeste presenza, è ripetutamente affermata nei libri sacri. Uno dei più bei capitoli dell’Imitazione comincia così: «L’uomo si solleva con due ali sopra le cose terrene: cioè con la semplicità e con la purità». Infatti, non potrà essere capace di sacrificio, di elevazione, se non colui che segue la sua vita senza preoccuparsi degli ostacoli e delle impressioni altrui, e che si sente la coscienza in pace con sè stessa.
«Se tu fossi buono e puro intieramente – si legge più innanzi – non avresti impedimento a vedere ogni cosa, e la capiresti bene».
Anche questo, come è vero! Soltanto allorchè ci riesce di sgombrare l’anima da ogni caligine che ci ottenebra l’equa visione degli avvenimenti e delle cose, soltanto allorchè, attraverso al sacrifizio che Dio ci domanda e che ci pare troppo grande, riusciamo a far tacere il nostro egoismo, la ribellione dell’umana natura, ci appare in una zona di luce astrale la missione, il còmpito, che la Provvidenza ci assegnava e per cui è mestieri la rinunzia della nostra volontà.
Abbandonarsi a Dio, come il fanciullo stanco e dolente si abbandona sul seno fido, protettore della madre, ecco la suprema sapienza, ecco la profonda dolcezza. Non tentare con resistenze inutili e orgogliose di aprirsi una strada diversa da quella che Dio segretamente ci addita; non sottrarsi con pusillanime cuore dalle prove per cui Egli vuol farci passare per temprarci, per farci più veggenti e più puri. Vi è tanto conforto, vi è tanta pace, in questo umile atto d’omaggio supremo: in questa rassegnazione ampia e cosciente; in questa rinunzia grandiosa a tutte le lotte, a tutte le amarezze, a tutti gli affanni delle aspirazioni cocenti. «Vieni dietro a me – ha detto Gesù: – io sono via, verità e vita». E su quelle orme di luce noi dobbiamo incamminarci senza timore, certi che non ci smarriremo mai; che raggiungeremo, se anche per una via dolorosa, la vetta delle più alte idealità umane. Tutto ci può ingannare intorno a noi, la felicità, la ricchezza, l’amore, la gloria: tutti ci possono far danno, più o meno involontariamente, perfino gli esseri a noi più cari: noi stessi possiamo fallire alla prova, illuderci, essere infedeli ai nostri sentimenti più sicuri, alle nostre idealità più sacre. Perchè noi siamo deboli e infermi e senza la luce divina l’uomo torna ad essere quello che fu prima che il Creatore gli infondesse il suo soffio: un ammasso di fango. Ma se ci metteremo risolutamente sulle vestigia di Cristo, saremo nella chiarezza della verità, al sicuro da ogni agguato, da ogni tempesta, da ogni rovina.