Jolanda – Religione

Come vi è l’oro vero e l’oro falso, come vi sono le gemme false e le gemme vere, così abbiamo la vera e falsa religione. E allo stesso modo che le false pietre preziose hanno talvolta uno sfolgorio più abbagliante e più vividi colori delle pietre di vero pregio, così la falsa religione abbarbaglia per le sue esteriorità, inganna per il suo grande apparato di fervore, d’omaggi, di compunzione, di preci. Vi sono delle persone che si farebbero scrupolo di lasciare una Messa, ma che non pensano al dovere di assistervi con vero raccoglimento, e vanno in chiesa come a un ritrovo qualunque, credendo aver soddisfatto il loro obbligo soltanto con l’esservi state. Altre intraprenderanno lunghe devozioni, reciteranno un numero stragrande di Padre Nostro e di Avemmarie, ma non sentiranno Dio accanto ad esse e il loro pensiero, la loro vita, non verranno nè illuminati nè purificati dalla preghiera, e continueranno tranquillamente a sottrarsi più che possono al molesto peso del dovere, a ribellarsi al sacrifizio, a lasciarsi andare alle loro debolezze, ai loro difetti, qualche volta perfino a gravi errori. Ma poichè osservano i precetti della Chiesa e soddisfano gli atti rituali del cristiano, si credono in perfetta regola con la coscienza.
Per molte e molte poi – la generalità quasi – la religione è ridotta a pochissime pratiche, da sbrigare il più presto possibile perchè non c’è tempo, come una qualunque azione della vita materiale, uno dei tanti obblighi sociali e civili. E lo spirito, nell’adempirle, resta nella sua sfera superficiale, non si raccoglie, forse perchè non sa raccogliersi o non lo trova necessario. E si capisce poi come questa religione, sentita dai più come una briga molesta, come un accessorio fra le occupazioni quotidiane, non possa nei supremi momenti del dolore, della prova, del pericolo, della lotta, essere efficace ausilio, conforto vero.
«Non offrite più sacrifizio inutilmente – dice la Divinità nelle sacre carte: – ho in abbominazione l’incenso… le vostre solennità sono odiose all’anima mia… E allorchè stenderete le vostre mani, rivolgerò gli occhi da voi: e allorchè moltiplicherete le preghiere non darò retta, poichè le vostre mani son piene di sangue. Lavatevi, mondatevi, togliete dagli occhi miei la malvagità dei vostri pensieri: ponete fine al mal fare. Imparate a fare del bene: cercate quello che è giusto; soccorrete l’oppresso».
Ecco in poche severe parole caratterizzata la falsa religione, sdegnata con disprezzo come pompa inutile e vana; e additata l’altra, la vera, che consiste, nelle opere più che nelle parole, nella purezza della coscienza più che nelle manifestazioni appariscenti, nella pietà e nell’amore più che nella sterile adorazione.
E questa necessità di armonizzare lo stato dell’anima con le esteriori pratiche religiose è insistentemente proclamata nei libri sacri, tanto la contraddizione delle parole, delle apparenze, con le azioni e coi sentimenti intimi e i nascosti pensieri è spiacevole a Dio.
«Non appressatevi a Lui con cuor doppio», ammonisce l’Ecclesiaste: «Prima dell’orazione prepara l’anima tua».
Meglio non pregare affatto, che pregare distrattamente, con la mente ingombra di pensieri frivoli, materiali, profani e talora colpevoli. Meglio non entrare in una chiesa che entrarvi per profanarla col contegno, coi propositi, con le parole, con l’esempio. Io stimo più la donna che smarritasi per false vie ha abbandonato del tutto quella religione che le imponeva un freno ai suoi istinti, di quella che ipocritamente se ne vale per conservarsi la stima altrui non più meritata; o ha la coscienza così profondamente assopita e corrotta da conciliare tranquillamente come direbbe il filosofo Rétté: il diavolo e Dio.
«L’esercitare la misericordia e la giustizia è più gradito al Signore che le vittime» sta scritto ancora negli Evangeli: semplice ed efficace massima che nessuno di noi dovrebbe dimenticare nell’esercizio delle azioni quotidiane. Far del bene a un fratello bisognevole d’aiuto: adoperarsi perchè il diritto del più debole non venga calpestato dalla prepotenza del più forte, è certo mostrare in modo più difficile ed efficace delle offerte votive la fede che si professa, la religione cui si appartiene.
Insistentemente la nostra religione ci raccomanda di soccorrere i poveri. L’atto pietoso di fraternità e d’amore è quello che trova più grazia presso Dio: «Stendi al povero la tua mano – si legge ancora nel grave libro dell’Ecclesiaste – affinchè sia perfetta la tua propiziazione e la tua benedizione».
Come riesce infatti più dolce, più spontanea e intima la preghiera dopo una buona azione! Il riflesso del bene operato, illumina d’una luce soave, ideale, l’animo nostro, e lo sentiamo beneficato dal beneficio compiuto, più degno di comunicare con la Divinità, più degno di essere ascoltato.
«Ecco, o Signore, noi diciamo, che ho agito secondo il tuo comandamento: ecco che ti ho obbedito. Ascolta ora l’anima mia che in Te si rifugia e si apre a Te».
E non per noi saranno allora le severe parole che riferisce san Luca nel suo Vangelo: «Ma perchè dite a me Signore, Signore, e non fate quello che dico»?
Ecco l’angoscia che più contristò la vita terrestre di Gesù: l’indifferenza, l’inadempimento dei suoi precetti semplici e sublimi. I discepoli e le turbe erano pronti a ricorrere a Lui nelle necessità della lor vita materiale, erano insaziabili nell’esigere il miracolo, ma poi una volta soddisfatti e proclamata con uno slancio la loro riconoscenza, tornavano alle loro abitudini, non obbedivano al loro Maestro, non lo rimeritavano nell’unico modo ch’Egli, dolcemente, chiedeva:
«Ma perchè dite a me Signore, Signore: e non fate quello che dico?» E continuava: «Non chiunque dice a me Signore, Signore! entrerà nel regno de’ cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio, quegli entrerà nel regno de’ cieli. Molti mi diranno in quel dì: «Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e non abbiamo nel tuo nome cacciato i demoni, e nel tuo nome operato molti prodigi»? E ad essi allora dichiarerò: «Mai non vi conobbi! Andate, lungi da me, operatori d’iniquità».
Non dunque chi parla nel nome di Dio, chi amministra la religione di Cristo, chi predica la bontà, la carità, la purezza di anima e di vita, chi punisce e conforta e riabilita in vece del Signore è benedetto da Dio, ma solo colui che è veramente degno del proprio altissimo ministero, e adempie la sua missione con coscienza, e con la sua condotta e coi suoi atti non contraddice o tradisce le leggi del Signore. Come dovrebbero riflettere su queste parole del Vangelo i sacerdoti indegni, gli educatori che non sentono il dovere dell’esempio!
«Poichè non quelli che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che la legge mettono in pratica saranno giustificati».
Facile ed anche grato è l’ascoltare i buoni consigli, il sentirsi dotti nelle buone teorie, il conoscere la via della virtù vera, del dovere cristiano, dell’abnegazione, del sacrificio: ma non è questo che dà la superiorità, che concede la vera vittoria.
È la pratica, è l’azione, è l’applicazione, nei casi della vita, delle nostre idealità più care, delle nostre convinzioni più sincere. A che varrebbe del resto l’elevatezza del pensiero, la supremazia della scienza, se non dovesse avere un’influenza diretta, sollecita e pratica, nella nostra vita quotidiana?
Raccogliamoci un istante e meditiamo; vi offro intanto a questo proposito un immacolato e profumatissimo fiore di preghiera dettato da una eletta anima femminile, e che vi consiglio di ricopiare e serbare nel vostro libro d’orazioni:
«Signore, leggendo i mòniti severi che a Te e ai Profeti e agli Apostoli tuoi inspirarono la fede sterile, la religiosità farisaica, io mi domando quante volte non ho osato pregarti, accostarmi ai tuoi altari, senza pensar a combattere nel mio intimo le passioni – senza pensar a combattere, in me e intorno a me, l’ingiustizia – senza pensar a compiere i doveri della carità verso i fratelli. Mi domando se alla mia fede corrispondono le opere, o se essa è quella fede morta che l’Apostolo paragona al corpo senz’anima, – mi chiedo se l’incenso delle mie mani possa salir sino a Te…»