Kim e Trump, urla per negoziare

di Fabrizio Casari

Tra minacce e controminacce continua il colloquio a distanza tra Washington e Pyongyang. Difficile dire chi tra Kim Yong-un e Donald Trump la spari più grossa, ma certo nella storia delle relazioni internazionali poche volte si era assistito a toni di questa portata. Ma sono tuoni che precedono la grandine o si tratta solo di rumori che servono a coprire altro?

Le sanzioni economiche e commerciali contro la Corea del Nord avranno un impatto relativo, vista la scarsa commercializzazione internazionale del paese asiatico; Pyongyang compra poco e vende meno, dunque minacciarla di non acquistare o vendere è sterile e non mancheranno comunque le strade alternative a Kim per l’importazione di ciò di cui ha bisogno, vista la disponibilità a fornire cooperazione militare a diversi livelli.

Invece i temi delicati che sono sullo sfondo restano tali. La Corea del Nord avverte che non ha nessuna intenzione si seguire il destino dell’Irak e la minaccia di un attacco preventivo su Pyongyang ottiene in risposta la conseguente minaccia di ritorsioni su Seul e Tokyo, oltre che sulla base statunitense di Guam. Kim, che pure sembrerebbe essere ostaggio dei vertici militari, viene preso terribilmente sul serio. Vuoi per la miniaturizzazione degli ordigni, vuoi per la generata maggiore proiezione di lancio delle testate, Pyongyang sembra esser diventata molto meno folkloristica di quanto la si volesse dipingere ad Occidente.

La possibilità di un nuovo conflitto nucleare su scala regionale, che fino ad ora aveva messo gli USA relativamente al sicuro, potendo in ultima analisi scaricare sui suoi alleati asiatici il volume più alto del rischio, sembra poi venir messa in discussione dai progressi dell’arsenale militare nordcoreano, che per la prima volta nella storia viene considerato capace di poter raggiungere obiettivi USA.

Ma le opzioni militari, per fortuna, sono tutte piene di controindicazioni severe. Le forze armate di Pyongyang sono numerose e dotate di un ottimo addestramento, niente a che vedere con gli eserciti-operetta di Saddam o Gheddafi. La stessa dimensione geografica e la densità della popolazione rendono oltremodo difficile qualunque progetto d’invasione.

Eppure, il vicepresidente USA ha parlato di attacco preventivo. Ma non sarebbe semplice nemmeno questo, considerando due aspetti: l’efficacia dell’intelligence nordcoreana non assicura l’individuazione certa degli obiettivi e la certezza che, comunque, Pyongyang reagirebbe senza misura; in fondo da decenni si dedicano e si addestrano a ogni variante che questa ipotesi comporta. Dunque, un attacco preventivo agli impianti nordcoreani non salverebbe Seul dalla ritorsione di Pyongyang.

Lo stesso vale per un attacco destinato a colpire le postazioni dell’artiglieria di Kim, ovvero i 13.600 cannoni nordcoreani piazzati alla frontiera con la Corea del Sud. Proprio il loro numero renderebbe insufficiente un attacco; anche una ipotetica, straordinaria precisione statunitense (fino ad oggi tutta da dimostrare) necessiterebbe di giorni e giorni di attacchi per raggiungere l’obiettivo e dunque non eviterebbe una reazione che, per quanto parziale, sarebbe devastante per la Corea del Sud. Tutti gli specialisti concordano, peraltro, sulla relativa efficacia del sistema di difesa antimissilistico statunitense che protegge Corea del Sud e Giappone. Ne l’attacco all’artiglieria nordcoreana potrebbe esser svolto con missili a testata nucleare, perchè le radiazioni colpirebbero la Corea del Sud.

Idem dicasi per il Giappone, che sebbene fresco della riforma costituzionale che ne ha riabilitato lo spirito imperiale e fascistoide insito nel Sol Levante, non avrebbe strumenti efficaci per sentirsi al sicuro da un attacco nordcoreano. Ovvio dunque che Washigton non può permettersi di mettere a repentaglio la sicurezza dei suoi alleati: se lo facesse, il suo ruolo in tutto il mondo verrebbe fortemente messo in discussione, dal momento che nessun paese accetterebbe una protezione che non esita a sacrificarlo per gli interessi del protettore.

Gli strali di Trump sembrano essere soprattutto indirizzati verso la Cina, da lui sempre ritenuta responsabile della condotta di Kim o, per lo meno, in grado di condizionarlo attraverso la leva degli aiuti economici che Pechino assegna alla Corea del Nord. Ma le cose stanno in maniera diversa. Pechino agisce in funzione dei suoi interessi, certo, che in questo caso coincidono però con gli interessi della distensione regionale. Gli aiuti e la cooperazione cinese a Kim sono calibrati anche sul rischio d’impatto con una possibile carestia nordcoreana, che potrebbe determinare uno scenario che vedrebbe milioni di profughi nordcoreani alla frontiera cino-coreana.

Pechino non trae nessun vantaggio dalla situazione, che mette in discussione la sua leadership continentale; ha tentato in tutti questi decenni di orientare e condizionare le scelte politiche del vicino, ma l’avvento di Kim Yong-un ha complicato le cose. Con lui è cresciuto il ruolo dei militari e la stessa capacità di penetrazione dei servizi cinesi nei vertici castrensi e politici di Pyongyang è stata enormemente ridotta: la rete di Pechino è oggi molto più debole, i suoi uomini fidati sono stati esclusi e, in alcuni casi, eliminati e Pechino è molto meno influente di quanto lo fosse un decennio addietro.

In realtà Pechino ha tutto l’interesse a che la tensione non arrivi alle stelle, essendo preoccupata da un possibile conflitto. Il rischio che  questo si accenda al 38 parallelo ma poi si propaghi per buona parte dell’Asia, nel tentativo di stroncare la crescita dell’influenza militare cinese e che un eventuale conflitto scarichi sui confini cinesi alcuni milioni di nordcoreani in fuga, sono i due incubi di Pechino. Ciononostante, non aver posto il veto alla ultima risoluzione ONU sulle sanzioni alla Corea del Nord, rappresenta un messaggio chiaro sia a Pyongyang – che viene avvertita di non poter contare sull’ombrello cinese – sia a Washington – cui viene fatto presente che l’idea di una influenza cinese determinante sulla Corea del Nord è superata dai fatti.

La soluzione militare del conflitto, insomma, appare la meno probabile. Nessuno ne uscirebbe vincitore e solo una improvvisa impennata o una evoluzione ingovernabile degli eventi potrebbe togliere la sicura dal grilletto di entrambi. Sembra piuttosto di assistere ad un rialzo dei toni per meglio preparare un tavolo negoziale. La drammatizzazione del contesto serve a ridurre l’influenza degli attori non protagonisti e un possibile lavoro diplomatico tra USA, Cina e Corea del Nord potrebbe ispirarsi all’accordo tra USA e Unione Sovietica che chiuse la crisi dei missili a Cuba nel 1962. Garanzie reciproche, un maggiore bilanciamento militare e il reciproco riconoscimento d’interlocuzione politica, sarebbero un trionfo per Kim e una vittoria per Trump. E Pechino sorriderebbe dietro le quinte.

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