La lanterna di Genova

I

Lo spettacolo piú degno di contemplazione che ci si possa spiegare innanzi, quello è certo delle bellezze della natura, accompagnate dai portenti dell’arte e da illustri reminiscenze. Allora le immagini piú luminose della creazione si intrecciano ai pensieri piú nobili, agli affetti piú generosi; poiché gli occhi, la mente ed il cuore godono al tempo stesso di tutte le facoltà loro, vivono, direi quasi, la stessa vita. Se ti avviene d’incontrar quest’unione, questa gara o piuttosto quest’armonia tra il cielo e la terra, di’ pure che il soffio dell’Onnipotente spirò in quella contrada maggior parte di sua deitade, e che la volle sopra le altre privilegiata.
E questo spettacolo ti si rivela d’improvviso, quasi in ampio anfiteatro, non sí tosto varcate le porte della Lanterna, abbracci d’uno sguardo la città di Genova, sedente in cerchio al lunato suo porto, regina del mar Ligustico; le colline, i giardini incantevoli coronati di palazzi che le si attergano: la lunga fila di fortificazioni che scorrono sulla penna delle sue montagne, e quindi le innumerevoli banderuole svolazzanti alle antenne dei navigli che vi recano il commercio di tutte le nazioni. Mentre il sole, in bel mattino, si innalza dal mare, e colora in viva porpora le azzurrine montagne di Portofino, quindi le cupole sfavillanti, le torri, le gallerie dei vantati edifizii della città, ti occorrono alla mente i versi del Chiabrera, che mi sia lecito di qui riferire per amore del mio grande concittadino:

Ove son piú belle Albe in ciel sereno?
Od Esperi piú chiari?
Ove di Flora e di Vertunno, o meno
Ove son di Pomona i numi avari?
Sul dorso ampio dei mari
Qui ti conduce a volo
Cerere da lontan prore infinite,
E dall’avverso polo
Per l’onde appena in fra gli antichi udite
Qui ti sparge tesor nuova Anfitrite.

Ma se, cessata la prima maraviglia per la bellezza della scenica prospettiva, chiedi a te stesso chi potè inalzare palagi cosí splendidi e in sí gran numero, che forse non ne racchiude altrettanti il reame intero di Francia, non sarà minore la tua meraviglia per la virtù d’un popolo che, al dire del Giordani, serbò viva piú che altrove la fiamma del valore italiano. Le creste di quelle montagne, coronate di forti, attestano l’eroica difesa di Massena e la costanza ancora piú eroica dei cittadini; que’ giardini, quelle marmoree colonne che, ordinate a doppia galleria, soprastanno e quasi si specchiano nell’acque del porto, ti ricordano Andrea Doria che, solamente col terror del suo nome, sgombrava il mare dai Barbareschi; in quel palazzo accogliea a convito Carlo V, Filippo II, e rinunziava alla signoria di Genova, per aver titolo di padre della patria e restauratore della pubblica libertà; poco lungi, nell’acque stagnanti della darsena, cadeva e periva miseramente co’ suoi magnanimi divisamenti Luigi Fieschi; e una caterva di scrittori dilaniavano atrocemente il suo nome, come avrebbero dilaniato quello di Cesare, se a Cesare incogliea la sorte di Catilina. Su quella piazzetta, ivi presso, deponeansi le trionfiali spoglie di Palestina, dell’Asia Minore, di Almeira, di Tortosa e di Minorica, che i guerrieri genovesi, preludiando alle crociate, aveano strappate ai Mori di Spagna, e anteriormente, a quelli di Tunisi e di Sardegna. E qui pure, laceri e sanguinosi si ritraevano i soldati di Botta Adorno, cacciati a furia da un popolo che avea sopportati pazientemente i colpi di cannone e non volle sopportar quelli del bastone; d’un popolo che gettò il suo coltello nella bilancia in cui si pesava l’oro di Genova, e restituì genuflesso le chiavi della città al Doge, raccomandandogli di meglio custodirle per l’avvenire. E questo popolo, insospettito, appuntava poco dopo le artiglierie contro le porte del senato; ed ossequioso se ne ritraeva alla voce d’un solo cittadino, che ardì apporre alla bocca del cannone il suo petto immacolato, volendo prima cader morto, che assistere cogli occhi propri a quello scempio cittadinesco. Ma come discorrere le mille ricordanze che ad ogni passo ti si presentano?
Se poi, spiccandovi dalla terra, volgete lo sguardo alle acque, a quella selva di antenne che, percorsi i mari piú lontani, qui convengono a fratellanza di commercio, subito vi ricorre che salparono da questo porto, figliuoli prediletti della vittoria, Oberto, Lamba, Luciano, Pietro, Andrea, tutti Doria, membri tutti d’una sola famiglia, che per fama non cederebbe a quelle dei Fabii, dei Scipioni, se a tanta gloria di ammiragli non fosse mancata la penna d’un Cornelio o d’un Plutarco; e specialmente a quel Pagano che vincitore nel Bosforo e nel golfo di Messene, morì povero, e fu sepolto a spese del pubblico, perché avea compartito ai soldati bisognosi tutte le sue ricchezze. E dove lascio Biagio Assereto, Ambrogio Spinola, e quel Serra che, nuovo Orazio Coclite, stette a fronte d’un esercito, e Te, o Colombo, grandissimo tra tutti i grandi, non meno illustre per eccellenza di cuore che per altezza d’ingegno? Oh ricevete, spiriti magni, questo umile tributo di lode da un vostro concittadino! Gloria a Voi per sempre, intrepidi capitani, santissimi cittadini!
Quale è mai l’Italiano che, affacciandosi a queste porte e comprendendo con uno sguardo, in cerchio cosí ristretto, tante bellezze di natura, tante glorie, tanti portenti delle arti avite, non si senta compreso d’un brivido religioso e superbo di appartenere a questo eroico lignaggio?

II

Il marinaio che naviga a notte chiusa le onde ligustiche, vede brillar lontana una fiamma, alta, solitaria, fantastica, scomparire e risplendere nuovamente, a guisa di disco che si ravvolge intorno a se stesso; e quella fiamma, sia procellosa o serena la notte, indica tra due moli l’imboccatura del porto, e risveglia nel cuore del navigante le rimembranze della patria. Questo fanale è la Lanterna di Genova, edificata di pietra bianca, alta 127 metri sopra il livello del mare, compreso lo scoglio che la sostiene. La piú antica memoria che ne rimanga, appartiene all’anno 1218; ma solamente nel 1316 fu destinata a servire di faro. Ebbe pur ella le sue vicende, poiché diroccata nel 1512, fu poi ricostruita nel 1543, come si argomenta dall’iscrizione seguente:
Anno a Christo nato 1543 rcstitutae libertatis anno 16 instaurata turris haec olim structa maioribus nostris et 1512 in oppugnatione arcis Lanternae direpta.
E poiché siamo tra le iscrizioni, riferiremo eziandio la seguente, per talentare agli studiosi di storia e di archeologia, e sostenere di alcuna notizia positiva il nostro racconto.
Quando fu edificata a spese del pubblico la nuova cintura di muraglie che serrano la città, Jacopo Lomellino, doge, gettò solennemente la prima pietra al capo del Faro, vale a dire della Lanterna, e in monumento dell’accaduto si incastrò nella porta di essa una lapide con questa iscrizione:

NE MUNIMENTA NATURAE
HOSTIS VERTERET IN PERICULA
TERTIUM SIBI MURORUM AMBITUM
PER ORAM MARIS ET JUGA MONTIUM
PERICULOSISSIMIS TEMPORIBUS
LIBERTAS TRIENNIO
FESTINABAT
ANNO SAL. MDCXXXVII.

Bellissimo, come dicemmo, a chi viene dal mare, è l’effetto dei molti lumi, i quali, raccolti a fascio, costituiscono quella fiamma; ma se vi regge la lena di poggiare per una scala spirale sino alla cima della Lanterna, e di resistere al calore che vi si addensa, riesce veramente nuovo e stupendo l’artifizio delle immense ruote di cristallo che raccolgono in un centro i molti raggi, e ne tramandano cosí lontano il riverbero, che giá lo scorgete come una stella dalle coste della Corsica, e in dimensioni molto maggiori dalle spiagge di Savona. Quando la fiamma, osservata da vicino, vi passa, ne’ suoi giri perpetui, sotto lo sguardo, porge imagine d’un’aurora brillantissima coronata di iridi, che vanno dilatandosi, pei cerchi delle ruote cristalline, in mille gradevolissime temperanze. Il panorama di Genova e delle riviere, orientale e occidentale, la vista del porto, delle colline, dell’estensione delle acque e dei navigli in alto veleggianti, è spettacolo che, abbracciato dalla cima di questa torre, supera di gran lunga la potenza della parola per non dir quella del pensiero.
E questo scoglio donde spicca la Lanterna, è testimonio di fatti tali che basterebbero ad illustrare, non solamente una città, ma Italia tutta. Qui sorgea minacciosa la fortezza intitolata la Briglia, fabbricata con gran dispendio dai Francesci per tenere a freno i cittadini; ma questa fortezza, come or ora racconteremo, fu spianata da Ottaviano Fregoso, soprannominato il santissimo, uomo superiore ad ogni encomio, che piú amante della libertà pubblica che della grandezza della propria famiglia, non volle, tra le fazioni che straziavano la sua patria, né speranza di tirannide cittadinesca, né pericolo di giogo forestiero. Correa l’anno 1512; e il governatore francese, inviato da Luigi XII a tener le sue veci, pauroso dei mali umori del popolo, si era rifugiato nella fortezza. I Genovesi, rivendicatisi in libertà, la stringevano d’assedio per terra e per mare; e disperando di ottenerla colla forza, perché la era cinta dall’acqua, edificata sopra uno scoglio d’asprezza inaccessibile e munita di molti e validi difensori, si confidavano di ridurla colla fame, potentissimo su tutti i mezzi.
L’oppugnazione e l’espugnazione della Briglia importava sommamente ad ambo le parti; ai Francesi, perché cacciati dal rimanente dell’Italia, servia loro di ricovero e di porta sempre libera a ritentar la fortuna con nuove invasioni; ai Genovesi, perché signoreggiati dalle sue artiglierie, non si teneano mai sicuri dal giogo forestiero. Il Casoni ci racconta che questa rôcca comunicava colla terra solamente per un ponte levatoio, e che riusciva una delle migliori e piú ben intese fortezze che vi fossero in Italia. Ma qual è la fortezza che possa reggere contro il petto d’un eroe che combatte per la salvezza della patria? La formidabile cittadella fu superata, e per consiglio d’un solo, d’un giovane marinaio, Emmanuele Cavallo.

III

Facea una notte spaventevole, una di quelle notti che regnano solamente, in tutta la maestà del loro terrore, sui flutti tempestosi o sulle cime delle montagne fra i torrenti e i precipizi. Il sole, che è tramontato, non lanciò in tutto il giorno che un solo raggio verso sera, un raggio livido e sanguinoso sulla marina, per cui si è traveduta fra i nembi lontani, accavalcati, una grossa nave che tenea il largo, quasi temesse d’avvicinarsi per non rompere contro gli scogli della costiera. Tra il furioso rombo dei flutti che si spezzano ai piedi della roccia, odi lo strillo dell’alcione che dal campo degli assediati vola ed aleggia a larghe ruote sull’opere degli assediati; odi tratto tratto il grido della sentinella che passeggia tra i merli della fortezza, ed ora si illumina col luccicare delle armi nella vampa delle miccie che ardono di continuo presso i cannoni, ed ora si dilegua nella funebre oscurità della notte. Le navi della repubblica, che, schierate in semicerchio all’imboccatura del porto, chiudono ogni via per mare, si reggono a stento sull’àncore poderose contro la furia delle acque e della bufera, che le flagella da ponente tanto piú irrefrenabile, quantoché in que’ tempi non sorgevano ancora a rattenerla i ripari solidissimi del nuovo Molo. Da una parte l’aspetto d’una gran città, d’un popolo generoso che vuol redimersi ad ogni costo dal giogo forestiero; dall’altra, una prode guernigione, una fortezza, in mezzo all’acque, sopra uno scoglio, coronata d’artiglierie, che regge all’urto d’ogni macchina guerresca ed agli orrori della fame. Lo spettacolo delle umane forze ad estremo cimento, e quello d’un cielo e d’un mare che sembrano anch’essi gareggiar di furore, è scena che atterrisce e sublima nel tempo stesso.
Quella nave che poch’anzi, combattuta dai venti contrari, tenea il largo, ora, secondata dalla fortuna, imbocca il porto; e i vascelli d’assedio, vedendo inalberata all’antenna bandiera genovese, le cedono liberamente il passo. Ma quella, fatte le mostre di volersi inoltrare in porto, piega di subito a mano manca, e va difilata a gettar l’àncora presso lo scoglio della Lanterna, sotto la protezione delle artiglierie della Briglia, tra gli applausi degli assediati e le imprecazioni degli assedianti. Per tal modo la fortezza, già strema di viveri e di munizioni, e perciò vicina ad arrendersi, sarà rinfrescata d’armi, d’uomini, di vettovaglie portate in abbondanza dai lidi di Francia; sarà rimessa in istato di poter reggere a nuovo assedio, finché giungano soccorsi piú efficaci a ricacciar sotto il giogo Genova riluttante, e minacciar quindi il resto dell’Italia. Ed in vero, tanta era l’importanza in cui si teneva, e ben a ragione, questa piazza fortissima, che il sig. Le Noble, scriveva poco dopo al re di Francia Luigi XIV: “Genova e Marsiglia, congiunte sotto il vessillo de’ Fiordiligi, darebbero leggi a Cadice e ai Dardanelli, terrebbero la Barberia in forzato rispetto, e farebbero tremare il Sultano nel suo stesso serraglio di Costantinopoli”, Tale è la situazione di Genova che, mutando ella governo, si è mutato od alterato gravemente tutto lo stato d’Italia.
La notizia dell’accaduto gettò lo spavento ed una cupa costernazione in tutti gli ordini della città. Allora si conobbe lo stratagemma dei nemici e si tenne per micidiale.
La vista di un’immensa popolazione che trae anelante ai templi de’ suoi maggiori; quegli archi, quelle vôlte che rimbombano e quasi tremano allo sparo delle artiglierie dei nemici; quelle voci innumerevoli che si innalzano in una sola preghiera da tutto un popolo, ridotto alla dura alternativa o del servaggio o della fuga; que’ vecchi, cui troppo durò la vita, ed invidiano le sepolture dei loro amici che dormono sotto i lor piedi; quelle vergini che abbracciano impallidite i marmi degli altari; que’ fanciulli che, fatti adulti, periranno, se magnanimi, sotto le scure dello straniero, o invecchieranno, come Tacito scrivea, per silentium; que’ rintocchi delle campane lugubri, concitati, che suonano a stormo nell’ora d’una pubblica calamità, e invadono gli animi, strascinano la moltitudine qua e là ondeggiante come i flutti del mare, trepida, sconsigliata, quest’ora solenne e terribile è tale da svegliar nell’animo le piú eroiche risoluzioni, le piú energiche virtù cittadine.
È l’ora in cui i tredici abitanti di Calais si presentano, la fune al collo, dinanzi al trono dell’Inglese vincitore, ed offrono volontari la propria vita in salvezza della patria.
È l’ora in cui il greco Capsali appicca il fuoco alle polveri, e si seppellisce coi nemici sotto le rovine e tra le fiamme del tempio in Missolungi.
È l’ora in cui Pietro Micca, raccomandata la sua famiglia, salva, morendo, la capitale del suo re e forse l’Italia.
Insomma è l’ora degli eroi; e Genova ebbe il suo e con evento piú felice, poiché i funesti auspizii di quest’ora ricaddero tutti sul capo dei nemici.

IV

I padri, raccolti in senato a notte innoltrata, stavano consultando fra di loro a qual partito appigliarsi in tanto pericolo della repubblica. Il popolo, o pregava nelle chiese, o fremea alle porte e nell’ampie gradinate del palazzo, aspettando ansiosamente la decisione del Gran Consiglio. Giano Fregoso, creato doge da pochi giorni, coll’aiuto della fazione vincitrice, sedea in trono cupo e taciturno; né avresti facilmente indovinato se in quell’animo ambizioso prevalesse la paura del ritorno de’ nemici o della fazione avversaria; se piú gli importasse la salvezza della repubblica o quella della sua casa; tanta era l’infame peste dei partiti, da cui gli animi anche i più generosi erano invasi, e per cui talvolta si preferiva al trionfo d’un rivale il giogo d’un forestiero.
Gli anziani, sedendo in cerchio ad ambo i lati del trono, anch’essi taciti e concentrati, pareano attoniti alla gravezza dell’accaduto, improvvidi alle minaccie dell’avvenire.
— Se v’ha alcuno, cominciò il Doge, cui soccorra un consiglio qualunque sia, lo proponga liberamente per amor della patria.
E fu silenzio nell’assemblea.
— Al dileguare di queste tenebre che ancora ci difendono, proseguiva il Fregoso, cadrà forse per sempre la libertà della patria; e forse il luogo stesso, dove ancor ci troviamo per consultare, sarà innondato dal sangue nostro. Il governatore francese tornerà certo in quest’aula, e voi sarete le prime vittime o del popolo furibondo che non sapeste proteggere, o del nemico forestiero che a tempo non opprimeste.
E fu nuovo silenzio nell’assemblea; la voce del Doge moriva funebremente nell’ampiezza della sala; il popolo fremea al di fuori come l’onda del mare; la notte intanto s’avanzava e accresceva le paure della moltitudine.
Si apersero le porte del senato; e di mezzo a folto popolo che stava per irrompere nella grand’aula, si trasse innanzi un giovane popolano, si inchinò reverente ai piedi del Doge, e poi sollevando una fronte aperta e serena, imbrunita dal sole, improntata di quel coraggio, di quell’ingenua fidanza nelle proprie forze, che è tutta propria della gioventù e dell’anime d’alta tempra:
— Io, cominciava con piglio risoluto, e recandosi la mano al petto quasi in atto di giuramento, coll’aiuto di Dio e di S. Giorgio, protettore della città nostra, farò salva la repubblica, se l’opera mia, se la mia vita le sono accette.
— E quale il nome vostro, animoso giovane? gli chiese il Doge.
— Emmanuele Cavallo, marinaio; rispondea quegli, premendo con una specie di orgoglio sulla parola marinaio. Mio padre non mi ha lasciato per eredità che un remo ed una balestra; quella balestra che ei seppe maneggiare, coll’aiuto di Dio e di S. Giorgio, alla battaglia contro Alfonso d’Aragona. Quel remo, quella balestra e il figliuolo del marinaio sono ancora al servigio della repubblica.
Il popolo, a quelle parole, ruppe in applausi e salutò il suo eroe.
— E quale è il vostro divisamento? quali i mezzi necessari all’impresa?
— Un solo e pronto, rispose il giovane. Accordatemi un galeone; navigherò in modo da penetrare tra la nave testè giunta e lo scoglio della fortezza; un colpo di scure alle fune di rimorchio — all’arrembaggio — e tutto è finito.
La voce energica e concitata con cui Emmanuele pronunciò queste poche parole, accompagnandole coll’atteggiamento della persona, quasi già fosse alle mani coll’avversario, suscitarono nuovamente l’entusiasmo del popolo, e rintronò la vôlta della gran sala per le grida di gioia e gli evviva.
Stupirono i padri; e sebbene ammirassero l’ardimento e la devozione anziché la prudenza del giovane nel partito precipitoso cui si metteva, acconsentirono alla proposta. Il Doge, levandosi allora in piedi, e ponendo gravemente la sua destra sopra il capo di Emmanuele, che si era di nuovo inchinato ai piedi del trono:
— Vanne, animoso giovane! soggiungeva alzando gli occhi quasi in atto di preghiera. Sia teco la fortuna della nostra patria, e possa ella in migliori tempi renderti premio eguale al merito!

V

Giano Fregoso, sciolta l’assemblea, si ridusse nella superba sua magione, splendida di lusso principesco e cosí torreggiante, che lo sguardo, dalle alte sue gallerie, dominava tutta quanta la città di Genova e lo spettacolo incantevole delle sue vicinanze. Domani dovrà forse abbandonar queste sale al saccheggio della plebe, indracata sempre contro chi fugge o alle vendette de’ rivali o all’ire dei forestieri! Agitato dalle paure dell’avvenire, che pareano vieppiù aggravarsi colle ombre della notte, aprì la finestra e guardò Genova; guardò l’orizzonte sopra il mare che una striscia di luce cominciava a colorire; guardò le stelle nel sereno dei firmamenti che tacitamente già tramontavano; da ultimo, e quasi suo malgrado, gettò uno sguardo sopra la torre del Faro, sulla terribile cittadella che stava per ricacciarli sotto il giogo degli stranieri, e distinse le miccie ardenti presso i cannoni appuntati a vomitar mille morti…
— E Cavallo, il semplice marinaio, pensò fra se stesso, che non ha palagi né ricchezze a difendere, emuli a spegnere, onori aviti, privilegi a sostenere, tra poco farà olocausto della sua vita… alla patria? Alla patria! Certo, questo nome suonar deve qualche cosa di grande, di magico, perché un umile popolano si reputi felice morir per lei, senza miglior conforto che di salvarla!
Ma lasciamo che l’ambizioso patrizio riordini mille disegni, si travagli nell’inquietudine, nell’ansietà del domani; piú ci aggrada l’intrattenerci col povero marinaio, in quella casuccia, dove forse ormai trascorre la suprema delle sue notti, senza paura, senza rimorso, composto solennemente al passaggio dell’ eternità.
Uscito appena dalla sala del Gran Consiglio per sottrarsi agli applausi dei popolani, si cacciò per quelle viuzze che solcavano tutta quanta l’antica Genova, e per giro piú ampio corse sollecito a casa sua. Una vecchiarella, giá consapevole dell’accaduto, stava aspettandolo sopra le soglia, e non sí tosto lo vide a comparire, le corse incontro, e, tremando piú che per gli anni, per l’eccesso della gioia, gli stese le braccia al collo.
— Iddio benedica la tua giovinezza, disse ella nell’abbracciarlo, unico figliuol mio! e serbi ai canuti tuoi capelli la gioia che tu mi rechi!
Dopo que’ primi impeti di espansione, temperata da dolci lacrime, la vecchiarella condusse Emmanuele verso un umile letticciuolo, ed accennandolo colla destra:
— Tuo padre, soggiungeva, è morto su questo letto; tu eri fanciullo, e forse appena te ne ricorda come d’un sogno. I Francesi entravano vittoriosi nella città cosí a lungo e fieramente contrastata dai soli popolani… nel fasciar le ferite di tuo padre moribondo, udia lo scalpito dei cavalli, lo squillo delle trombe, e, lo crederesti?… gli applausi di gente cittadina che rientrava vincitrice coi forestieri. Tuo padre, all’udir quelle grida, si stracciò le bende furiosamente, e riaperse le ferite; raccogliendo poi le sue forze, mi disse solennemente: — Bianca mia, ringrazio Iddio della morte che mi toglie veder la gioia di traditori; solamente mi strazia l’anima l’abbandonarti e abbandonar teco il nostro Emmanuele. Non possiamo lasciargli nulla; ma ciò non importa. Quando sarà adulto, se il braccio e il cuore di lui somiglieranno a quelli di suo padre, rimettigli questa scure, questa balestra che io portai tante volte all’arrembaggio… — e moriva!
Il giovane, lacrimando e riaccendendosi al tempo stesso nel desiderio della gloria e della vendetta:
— Padre mio, esclamava, il sangue che tu mi hai dato, m’arde sí nelle vene, e saprò versarlo!
Ma la buona vecchia, acquetandolo, proseguiva:
— Allora ci innalzarono quella fortezza là sulla roccia della Lanterna, e per meglio svergognarci, la disser Briglia. Si rizzarono le forche, e coloro che aveano combattuto piú fortemente, vi perirono come assassini. Lo stesso Paolo da Novi(1), l’amico del padre tuo…
— Paolo da Novi, interruppe il giovane, il tintore creato doge?
— Quegli appunto. Venduto da un infame alle vendette dei Francesi, mentre tentava salvarsi a Roma, fu strascinato, come un ladro, sulla piazza del palazzo pubblico…
— L’avete voi veduto, madre mia, quell’eroe?
— Pur troppo l’ho veduto, Emmanuel mio, né potrò dimenticar mai quella figura e quel istante. Io pure mi cacciai fra le turbe del popolo cupo e taciturno, che non potendo strappar di mano a’ suoi carnefici il proprio difensore, volea almeno consolarne colla presenza i momenti estremi. Quel forte soprastava di tutto il capo alla schiera dei soldati che lo circondavano; il suo sguardo si volgea tardo e sereno sulla moltitudine; non v’era sdegno né paura su quella fronte, ma la sublime rassegnazione d’un martire ed una pietà profonda per coloro che rimanevano.
— E niun si mosse per liberarlo?
— Assiepati da mille alabarde, minacciata la città di sterminio, morti in guerra o sul patibolo i piú valorosi, non ci restava che fremere o lacrimare.
— Ed aspettare! riprese il giovane con uno sdegno concentrato, aspettar l’alba di domani!
— Salito sopra un gran palco, proseguiva la vecchiarella, levò gli occhi, non già le mani, ché gli erano legate al tergo da un nodo di funi, e pregò. Ma quando il carnefice alzò la scure, mi volsi addietro, mi strinse un brivido e poco stette che non cadessi. Rinfrancatami, rimirai: il carnefice stringea pei capelli quella testa sanguinosa, che aperse gli occhi ancora una volta… i soldati ne impallidirono, il popol pianse.
— A me dunque la vendetta di quell’eroe, la redenzione della patria! dove è l’ascia, la balestra di mio padre?
La vecchiarella, tratte allora da un ripostiglio e rimesse al figliuolo quest’armi:
— Ti resta a compiere ancora un dovere, le soggiungea tosto con un’amara tenerezza. Se Dio ti chiamasse a sé, o Emmanuele! andiamo a pregare ancora una volta sopra la tomba di tuo padre; andiamo a dirgli che i suoi comandi sono compiuti… che tu sei pronto!
E nell’avviarsi la buona vedova nascose le sue lacrime; il giovane silenzioso la seguitava.
Facea appena un barlume lievissimo, un’ora avanti il giorno. Le strade erano ancora deserte e taciturne; una sola chiesa era aperta, e vi entrarono. L’aspetto delle colonne gigantesche che nascondevano ancora nell’ombra le cime dei capitelli; le statue adagiate su funebri monumenti, che scarsamente illuminava la lampada del santuario, l’augusto silenzio delle navate, le lapidi sepulcrali qua e là biancheggianti sul pavimento, l’altar maggiore nel fondo della chiesa, i cui limiti non distinguevansi, riempirono il cuore del giovanetto d’un sentimento malinconico e religioso, che il lettore potrà meglio intendere che noi spiegare. Ma da quell’augusto raccoglimento vennero a scuoterlo la voce sottomessa della buona vecchia, la quale, inginocchiandosi presso una lapide:
— Tuo padre, disse al giovane, è qui sepolto; preghiamo insieme per lui; preghi anch’egli… per te… per me!
Emmanuele, inclinata la fronte sopra quel marmo, sentì il freddo del sepolcro e la sua argilla ne tremò tutta. Chi sa che la notte di domani non dorma anch’esso sotto quel marmo! E qui l’intrepido marinaio pregò per l’anima di suo padre e pregò per se stesso.

VI

Facea l’alba, ma ancor dubbia e nebulosa per l’ombre della notte e quelle della tempesta che avea imperversato. Il galeone di Emmanuele s’avanzava tacitamente, a gran forza di remi, verso la Briglia, indifferente ad una grandine di moschettate, di scariche di bombarde e di sassi, con cui la nave e la guernigione francese tentavano di allontanarlo. Emmanuele Cavallo, grande ed aiutante della persona, tutto acceso nella luce del mattino, che, erompendo in quel momento da un nero nugolone, quasi a presagio di glorioso giorno, salutar parve il vessillo genovese trionfante per tanti mari, Emmanuele Cavallo, sfolgorante d’armi e piú nel volto per l’entusiasmo dell’imminente assalto, stava sulla poppa, stringendo da una mano la paterna scure e governando coll’altra il timone. Subito dietro lui, e piú compagno che seguace, si distinguea un altro giovane, una di quelle fronti che sembrano predestinate dalla natura agli allori della vittoria, una di quelle fronti che i secoli si trasmettono l’uno all’altro effigiate in bronzi ed in marmi a decoro dell’uman genere. Eppure questo giovane non ha ancora segnato lo scudo, come gli antichi direbbero, d’alcuna impresa; viene egli la prima volta all’esperimento dell’armi navali; ma il primo passo che ei tenta in questa ardua carriera, è il passo del gigante. Questo giovane sconosciuto è Andrea Doria. All’altro fianco di Emmanuele, e disdegnoso del secondo posto, vedi guerriero bellissimo della persona, sul fiore dell’età, tutto lucente di ricchissime armi, appoggiato sopra una spada a due mani, che sembra attendere con impazienza il grido dell’arrembaggio; e questi è Giustiniano, cui le ricchezze e i titoli di nobiltà avita non sono argomento per tenersi in disparte dai pericoli e spegnersi lentamente nell’ozio turpe dell’opulenza, ma di sprone a superare la gloria de’ suoi antenati. Sopra i tetti delle case, sulle cupole delle chiese, sulle antenne delle navi, lunghesso le mura della città, sul declive delle colline vedi una immensa corona di spettatori che, palpitanti e taciti per maraviglia, aspettano le dubbie sorti dell’ineguale combattimento.
— Viva S. Giorgio! all’arrembaggio, all’arrembaggio!
— Questo era il grido di guerra dei Genovesi nell’accostarsi alle navi dei nemici. Cosí Emmanuele diede il segno della battaglia, e tutta la ciurma de’ marinai, coll’accette, colle scuri, cogli uncini alla mano, ripetè: — All’arrembaggio! all’arrembaggio!
Non fu che un momento, ma un momento decisivo, terribilissimo. Emmanuele seppe dirigere con tanta arte e con tanta prontezza il suo galeone che riuscì a penetrare tra la nave francese testè arrivata e lo scoglio della fortezza. Con un fendente di scure recide la fune di rimorchio che l’equipaggio nemico avea gettata agli assediati; balza primo sul cassero della nave avversaria, mentre i suoi compagni si sforzavano di uncinarla al galeone, ed ivi si impegna un combattimento mortalissimo a fendenti di scure, di accette, a colpi di coltello, arme prediletta e rinomata de’ marinai Genovesi, petto a petto, braccio a braccio, in campo chiuso. Non v’è certo battaglia terrestre che possa paragonarsi in ferocia a queste zuffe d’arrembaggio; è una specie di duello a morte tra corpo e corpo, poiché è chiusa ogni via di fuga; sono ferite atrocissime aperte dallo stile, dal coltello e dall’accetta, che menano strage molto piú orrenda ed oscena che non le armi da fuoco; ivi è un odio, direi quasi personale, che anima i combattenti, un furore disperato che il piú delle volte non concede quartiere; ciascuno ubbidisce all’impeto proprio od al caso, senza ordine di capitano; ciascuno ha una pugna sua propria, accanita, mortale, ciò che non avviene nelle battaglie terrestri, dove il soldato combatte in linea e quasi sempre a molta distanza.
Il cassero della nave, ingombro di moribondi e di cadaveri straziati in mille guise, inondato da rivi di sangue che si riversano perfino in mare, diventa sdrucciolevole e mal sicuro ai combattenti; ma i Genovesi, usi al mare, e sveltissimi per natura, seppero avvantaggiarsene cosí acconciamente che, sebbene flagellati aspramente a tergo dalle batterie del forte, la mischia, in poco d’ora, ebbe piú aspetto di carneficina che di battaglia. Pochi tra i Genovesi caddero morti; ma Andrea Doria, in quella che si stringea addosso al capitano francese, fu colto di tal ferita, tra il nembo dei projetti lanciati dalla fortezza, che cadde semivivo, e stette a poco che la carriera di quel grandissimo ammiraglio, non sí tosto cominciata, avesse fine. E fu questa la sola ferita che toccò in tanti combattimenti, quasi che la fortuna in quel primo scontro avesse voluto sfogar contro esso ogni suo mal umore, per quindi favoreggiarlo sino all’estremo del suo lungo e glorioso vivere.
Giustiniano, veduto cader l’amico, infiammato di collera ed avido di vendicarlo, ruppe a fendenti di spada qualunque ostacolo si frapponesse, ed accennando il Doria a due robusti marinai che lo seguivano tra la calca di amici e di nemici, tra un gruppo di uomini sanguinosi e furibondi, intrecciati e lottanti come serpenti:
— Ritraetelo in salvo, gridò loro, e fategli buona guardia — e correa intanto anch’esso furibondo sulle orme vacillanti del capitano francese che, veduta disperata ogni resistenza, si cacciò in mare per raggiungere a nuoto la vicina costa e rifugiarsi nella fortezza. Ma Giustiniano, accanito nell’inseguir la sua preda, si slaccia l’elmo, getta via la grave spada, e sguainato invece un acutissimo pugnaletto che portava alla cintura, si precipita anch’egli in mare, lo incalza, lo stringe, l’acciuffa col ferreo guanto, e minacciandolo col pugnale alla gola, lo costringe a tornare addietro e lo trae prigione sul legno genovese.
Emmanuele, grondante sudore e sangue, abbassò finalmente l’orrenda scure e guardò attorno, solo gigante in mezzo a un cerchio di cadaveri. Gli pareva aver sugli occhi un velo di sangue, e tra quel buio della mente ove passavano i fantasmi piú spaventevoli, trasognato guardò di nuovo i cadaveri e quindi se stesso; avrebbe inorridito di quello spettacolo, se tanta carneficina non fosse stata necessaria alla libertà della patria. Appena riprese i sensi e acquetò la mente, intimò a’ suoi di ristare; e diffatti non v’era piú battaglia. I Francesi, spaventati di quel genere di mischia, tuttoché gagliardi ed animosi, parte si arresero a discrezione, parte si gettarono in mare ed affogarono, aggravati dall’armi od oppressi dalle ferite; altri piú fortunati o piú destri, superato lo spazio che stava tra la nave e la costa, si arrampiccarono tra gli scogli e si raccolsero cogli amici nella fortezza. L’armi, le vettovaglie, la nave stessa rimasero preda del vincitore che, traendosi dietro il legno conquistato, girò il corno del porto e si ridusse in S. Pier d’Arena.
— Evviva S. Giorgio e la repubblica, gridò Emmanuele agitando il vessillo vittorioso della sua patria; e quel grido fu ripetuto da tutta la ciurma, perfino dagli schiavi che remigavano, e dall’immensa corona de’ spettatori che accorsero all’incontro del vincitore. Le campane della città suonavano a festa; cento e piú mila abitanti non avevano in quel momento che un solo ed istesso palpito.
Cosí si combatteva da un popolo italiano; e poco prima, Biagio Assereto, con 13 legni mercantili e 3 sole galee apprestate alla meglio, e con soli 2400 uomini tra marinai e soldati, menava prigioniera nel porto stesso un’armata doppia della sua, composta di navi da guerra, e che portava due monarchi, alcune centinaia di baroni e seimila soldati delle vecchie bande aragonesi. Ma torniamo al nostro racconto.
Emmanuele Cavallo, preceduto da trentadue prigionieri francesi incatenati, e che poi furono avvinti al remo delle galere repubblicane, fece l’ingresso trionfale per porta San Tomaso, e si recò difilato al palazzo del Gran Consiglio dove, in brevi parole e senza lode di se medesimo, espose il glorioso evento dell’impresa.
La repubblica riconoscente concesse ad Emmanuele Cavallo ed a tutti i suoi discendenti, in perpetuo, l’esenzione delle pubbliche gravezze ossia tasse; ed era questa la maggior ricompensa che si induceva ad accordare, e ciò rarissimamamente, ai cittadini piú benemeriti dello Stato. Andrea Doria, riconstituita la libertà patria, ottenne lo stesso premio.

VII

Il giovane marinaio rientrò modestamente ne’ suoi lari, e qui scomparve l’eroe popolano. Al remo, alla scure e alla balestra di suo padre unì la corda di rimorchio che avea troncata alla nave francese. Gloria al valore e alla modestia dei liguri marinai! Anche Assereto, nell’uscir dal porto, ricusò gli onori decretati dalla repubblica a’ suoi ammiragli, mentre partivano, e rispose che li serbassero al vincitore.
Emmanuele Cavallo avea dato prova di quel valore impetuoso, di quella forza individuale che Omero, nei tempi eroici della Grecia, avrebbe celebrata ne’ suoi canti; ma l’atto che stava per compiere con maturo consiglio Ottaviano Fregoso, nella resa della fortezza, si deve annoverare fra gli esempi piú illustri di virtù cittadina; e possiamo credere che non ne fosse immemore lo stesso Andrea Doria, testimonio oculare, quando, piú tardi, rifiutò la signoria di Genova offertagli da Carlo V. Ottaviano Fregoso era doge, quando la Briglia, stretta dalla fame, dovette capitolare. Ritenendola in proprie mani, avrebbe egli potuto consolidare la grandezza di sua famiglia, perpetuare in essa la corona ducale, spegnere insomma la libertà della patria o divenirne l’arbitro assoluto. A ciò caldamente lo confortavano il Cardinale suo fratello, gli amici, i partigiani; ma Ottaviano ben giudicando che se quella roccia fortissima fosse nuovamente caduta nelle mani d’un nemico, Genova ne sarebbe ita a precipizio, stette fermo nel suo magnanimo divisamento, e la Briglia fu atterrata. Ottaviano Fregoso è una di quelle imagini luminose, che ci ricordano le severe virtù di Sparta e di Roma repubblicana; una di quelle imagini che la storia ci conserva nelle sue pagine, in compenso di tanti ladroni avventurati che misero in ferri e la patria propria e popoli innocenti per libidine di signoria.

VIII

Ma il fatto della Briglia non rimase invendicato dalle armi francesi; e questo scoglio dove sorge la Lanterna, fu testimonio d’una vendetta in eterno deplorabile. La maestà di Luigi XIV, il gran re, quel sole senza pari che avea fissato(2) il punto massimo della sua gloria, in farsi ubbidire da tutti e in far tremare ognuno, vi diè tale un saggio di atroce barbarie, da infamarne il nome d’Attila, e di quanti devastatori di città e popoli insorsero mai a vergogna e lutto dell’uman genere. Quel re splendidissimo che assisteva ai sermoni di Massillon, e di Bossuet, erede della corona di S. Luigi, per punire la repubblica la quale, conoscendo i diritti propri, avea rifiutato d’accondiscendere alle ingiuste sue domande, di disarmare quattro galee che ella, arbitra ne’ propri stati, potea allestire, come Luigi XIV armava le sue, le mandò sopra una flotta di 160 vele e tredicimila bombe che, duranti dieci giorni, la tempestarono; e ciò avveniva, perché nulla manchi all’esattezza storica, dal giorno 18 al 28 di maggio 1684.
Quella città, piena di popolo, floridissima per commercio, decantata per i suoi monumenti, non è a dire quanto danno ne sopportasse. La guerra, a campo aperto, a bandiera spiegata, soldato contro soldato, spada contro spada, ha pure qualche cosa di nobile, almeno in apparenza, sebbene sia pur sempre necessità lacrimevole. Ma il bombardare impunemente una città inoffensiva, i tetti del povero artigiano, sotto cui trema una famigliuola, le chiese dove abbiam pure una religione comune d’amore e di fratellanza, fulminar gli ospedali, dove l’umanità, già travagliata da mali inevitabili, si dibatte contro la morte, amareggiare, accelerar questa morte sotto rovine infiammate degli edifizi, lanciare insomma tredicimila bombe per un capriccio personale, per una detestabile prepotenza in casa altrui, per l’orgoglio d’un uomo solo che, per Dio, deve anch’egli morire, è infamia tale, che tutte le penne di storici venduti e traditori del vero, non possono se non accrescere colle loro lodi; è infamia tale che abbassa qualunque maestà di corona molto al dissotto dell’assassino. Ma procediamo nel nostro racconto.
Quella pioggia sterminatrice, come abbiam detto, durò dieci giorni; le navi francesi capitanate dal figliuolo del gran Colbert, cui si doveva per memoria del padre missione piú onorevole, fronteggiavano tutta quanta la città, poiché dalla rupe della Lanterna si stendevano sino alla foce del Bisagno. Nella furia maggiore delle bombe, i soldati francesi tentarono uno sbarco ad ambo i capi di Genova, ma i cittadini, cui fu dato finalmente di venire alle mani uomo contro uomo, gagliardamente li respinsero, li rincacciarono sulle navi, donde quelli continuarono impunemente a fulminare i tetti e l’inerme popolazione. L’onore di S.M. il gran re Luigi XIV non era ancora soddisfatto; esigeva che il Doge, Lercaro e quattro senatori si recassero a Parigi, ed umilmente lo supplicassero di perdono e di misericordia; e siccome papa Innocenzo XI lo scongiurava a voler desistere da quello scandalo, il monarca rispondeva non poter compiacere a S. Santità senza pregiudizio del proprio onore. E veramente quell’atroce bombardamento era stato onorevole, degnissimo del gran re; e quest’onore gli venia tributato, a misura del merito, perfino da uno storico francese(3), laddove dice che cotesto atto fu un attentato al diritto delle genti e l’azione furibonda d’un monarca ambizioso che volea incatenare tutta l’Europa. La carità di patria e il timore di un nuovo bombardamento indussero il Lercaro e i suoi colleghi a recarsi a Parigi, dove egli interrogato che vi trovasse di piú singolare, rispose il vedermici!
La lezione fu dura ma profittevole ai Genovesi, che accrebbero le difese verso il mare, fortificando di artiglierie il Molo nuovo e la Lanterna. E vennero a farne esperimento gli inglesi la prima volta, nel 1745, con undici navi da guerra e quattro palandre; ma dovettero ritirarsi tra le fischiate del popolo e tra le palle de’ cannoni.
Ricomparvero nel 1800; e il popolo genovese, non escluse le dame che accorreano sopra le mura, prendea molto diletto dalle serenate alla Keith, poiché l’ammiraglio inglese Keith solea regalarli ogni sera di una tempesta di bombe affatto innocue per la soverchia distanza in cui le batterie del Molo e della Lanterna teneano le navi inglesi. E partirono nuovamente tra le fischiate del popolo, lasciando inconsolabili i monelli di strada, i quali si accapigliavano tra di loro per correr primi a spegnere ed a raccogliere qualche bomba che per avventura cadea nelle vie. Ma gli Inglesi si ricordarono anch’essi molto opportunamente e con una magnanimità senza pari, della polvere inutilmente spesa, mentre Genova stava in armi; e quando le sorti aveano deciso, le imposero di riscattare perfino le catene degli schiavi e le pubbliche carte che si conservavano negli archivii. Quale è l’animo onesto che non senta pietà e ribrezzo nel vedere una gran nazione, annoverata tra le prime nell’umano incivilimento, abbassarsi ad uno strazio, ad una rapina di cui si adonterebbero i Barbareschi? La giustizia e la morale non è forse una sola per le nazioni e per l’individuo?
E questa era quella Genova che prima stette baluardo dell’Italia e della Cristianità intera contro l’impeto dei Barbareschi; che sino dal 1016 li cacciava da tutte le isole dei nostri mari, e finanche di Spagna, soggiogando Almeira e Tortosa col valore di pochi suoi figli, i quali scalarono primi le mura di quelle città; che mandava all’impresa di Terrasanta i suoi guerrieri, tra cui Guglielmo ed Eustacchio Embriachi salivano innanzi a tutti sulle mura di Gerusalemme e di Cesarea; come più tardi un ligure giovanetto salia primo su quelle di Metellino, e tre altri su quelle di Corone. Era quella Genova che, disdegnando vincere i suoi nemici altrimenti che per virtù propria, udito che tredici galee pisane erano state sommerse da una tempesta, inviò ambasciatori a quella repubblica, mentre infieria la guerra, per condolersene ed offrir pace onorevole a non piú gravi condizioni che prima offerte avesse ai Pisani armati ed incolumi; ed ora, questa Genova cosí benemerita, cosí generosa ricevea guiderdone che non è d’uopo specificare, perché la storia l’ha già eternato nelle sue pagine. Ma oggigiorno la patria di Andrea Doria, d’Ambrogio Spinola, di Colombo, di Giulio II, raccolta colle sorti del belligero Piemonte, sotto il paterno scettro della stirpe di Filiberto, ripiglia nuova vita; e la gloriosa impresa di Tunisi sembra giustificare l’ardimentosa espressione d’un poeta forestiero:
— Che la gloria del nome genovese è la figliuola primogenita del mare. —