L’Asia e il fattore Trump

di Mario Lombardo

Il presidente americano Trump ha iniziato mercoledì in Cina la terza tappa di una lunga trasferta in Estremo Oriente, il cui obiettivo primario è quello di raccogliere consensi e serrare i ranghi tra gli alleati in vista di una possibile aggressione militare diretta contro il regime nordcoreano.

La seconda parte della visita a Seoul, che ha preceduto l’arrivo a Pechino, come quella precedente a Tokyo aveva visto Trump tornare duramente all’attacco della Corea del Nord in un discorso al Parlamento dai toni ben diversi rispetto a quelli relativamente insoliti di poche ore prima. Martedì aveva infatti sorpreso molti prospettando una qualche apertura a Pyongyang, se non addirittura la possibilità di raggiungere un accordo diplomatico per risolvere la crisi.

Mercoledì mattina, al contrario, il presidente americano ha parlato di gulag e violazioni dei diritti umani in relazione al regime di Kim Jong-un, mentre ha invitato gli altri paesi a isolare completamente la Corea del Nord. Le minacce dei mesi scorsi sono state inoltre ribadite quando Trump ha avvertito Pyongyang a “non sottovalutare né mettere alla prova” gli Stati Uniti, vista anche la presenza di ben tre portaerei americane nel Pacifico occidentale impegnate in esercitazioni militari.

Proprio in Corea del Sud, Trump e il presidente Moon Jae-in avevano anche concordato un massiccio piano di fornitura di armamenti americani a Seoul, inclusi sottomarini nucleari, mentre saranno con ogni probabilità aumentati nel prossimo futuro la forza di fuoco e il personale militare USA dispiegato sul territorio dell’alleato asiatico.

L’unica via d’uscita pacifica alla crisi in atto, secondo Trump, sarebbe lo stop da parte della Corea del Nord al programma di sviluppo di missili balistici e la “totale denuclearizzazione” del paese.  L’insistenza su simili concessioni preventive impedisce però di fatto anche solo l’avvio di negoziati concreti, poiché il regime di Kim continua comprensibilmente a escludere di abbandonare programmi militari che potrebbero rappresentare l’unico deterrente contro un’aggressione americana.

In merito al vertice con il presidente cinese, invece, i media americani hanno insistito nel ricordare la presunta sintonia tra quest’ultimo e Trump, già emersa nel corso della visita di Xi negli USA nel mese di aprile. A confermare l’intesa a livello personale tra i due leader sarebbe stata anche l’insolita decisione di Xi di accompagnare il presidente americano e la consorte in una visita alla Città Proibita di Pechino.

Al di là delle apparenze, la tappa cinese di Trump è senza dubbio la più delicata del tour asiatico in corso. Le tensioni tra le prime due potenze economiche del pianeta continuano infatti a crescere in parallelo allo scontrarsi dei rispettivi interessi in Asia e su scala globale.

L’ingresso di Trump alla Casa Bianca ha ulteriormente peggiorato una situazione già segnata da fattori oggettivi legati alla perdita di influenza internazionale del capitalismo americano e alla costante crescita di quella cinese.

L’agenda ultra-nazionalista del presidente repubblicano e la promozione assoluta degli interessi americani a discapito di qualsiasi altro paese, sia esso partner o rivale di Washington, hanno accelerato da subito il deterioramento dei rapporti tra Washington e Pechino.

Da un lato, la crisi più o meno latente nella penisola di Corea è esplosa fino a giungere sull’orlo di un conflitto di vasta scala e, dall’altro, gli squilibri della bilancia commerciale negli scambi USA-Cina sono diventati consuetudine nel dibattito politico americano e internazionale.

A Pechino, così, al centro della discussione tra Trump e Xi ci sono proprio la questione coreana e quella commerciale, in un mix di avvertimenti e incentivi che caratterizzerà il faccia a faccia formale previsto nella giornata di giovedì.

L’intenzione di Trump sarebbe di convincere il governo cinese a raddoppiare gli sforzi per rimettere in riga l’alleato nordcoreano, implementando in pieno le sanzioni punitive approvate dalle Nazioni Unite e, in sostanza, limitando al massimo o azzerando del tutto i legami economici e finanziari.

La disponibilità di Pechino ad assecondare almeno in parte il gioco americano è in ogni caso limitata. Oltre al fatto che l’ascendente cinese su Kim è oggetto di discussione, la Cina ha già fatto molti passi in questo senso per poi ritrovarsi puntualmente esposta a nuove pressioni da parte degli USA.

Xi Jinping e l’apparato di potere cinese sono d’altra parte ben consapevoli che l’obiettivo americano è precisamente quello di ridurre il peso strategico di Pechino in Estremo Oriente attraverso un’offensiva diplomatica e (forse) militare contro la Corea del Nord. Allo stesso tempo, tuttavia, pur non potendo tollerare il crollo del regime, il governo cinese ha scelto di fare una serie di concessioni all’amministrazione Trump, così da evitare di dare a quest’ultima la giustificazione per attaccare il regime nordcoreano e destabilizzare l’intera regione.

Un’eco della necessità di Pechino di muoversi con cautela nell’approccio al governo USA si è visto da vari commenti apparsi sui media ufficiali cinesi, i quali mercoledì hanno assunto un tono generalmente positivo nei confronti di Trump e sottolineato la disponibilità del governo guidato da Xi a rafforzare i rapporti bilaterali tra le due potenze.

In ultima analisi, la moderazione cinese nell’affrontare la portata distruttiva dell’aggressiva politica estera USA è dettata dal bisogno di allentare le tensioni e disporre di un clima internazionale disteso per mettere in atto l’ambizioso piano di integrazione economica globale che ha ricevuto un nuovo impulso nel recente Congresso del Partito Comunista Cinese.

Il fattore destabilizzante della situazione asiatica e internazionale è determinato però dal fatto che gli Stati Uniti puntano a ostacolare i progetti di crescita cinesi, mettendo in atto pericolose provocazioni negli scenari di crisi dove appaiono più sensibili gli interessi di Pechino, come appunto nella penisola di Corea o nell’ambito delle contese marittime e territoriali nel Mar Cinese Meridionale.

Dopo la Cina, ad ogni modo, la trasferta asiatica di Trump proseguirà venerdì in Vietnam, dove parteciperà al summit dell’APEC (Cooperazione Economica dell’Asia e del Pacifico) e potrebbe incontrare il presidente russo Putin, per poi concludersi domenica nelle Filippine.

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