L’Austria va a destra

di Michele Paris

I risultati non ancora definitivi delle elezioni federali anticipate in Austria di domenica scorsa sono stati giudicati universalmente come il segnale del drastico spostamento a destra del baricentro politico nel paese alpino. Anche qui come in altri paesi europei nei mesi scorsi, un partito xenofobo di estrema destra – il Partito della Libertà (FPÖ) – ha fatto segnare una netta impennata nei consensi, tanto da assicurarsi molto probabilmente l’ingresso nel nuovo governo di Vienna.

Il vero vincitore è stato però il giovanissimo ministro degli Esteri uscente, Sebastian Kurz, diventato leader del Partito Popolare Austriaco (ÖVP) nel mese di maggio grazie a una sorta di golpe interno messo in atto nel tentativo di risollevarne le sorti. Kurz aveva subito impresso una svolta autoritaria al suo partito e la campagna elettorale appena terminata è stata condotta coerentemente con queste premesse.

L’ÖVP ha in sostanza fatto proprie le posizioni anti-immigrati della destra estrema, combinando la promozione dell’immagine di Kurz con l’auto-celebrazione di quest’ultimo per essere stato il presunto responsabile della chiusura della “rotta balcanica” che i rifugiati provenienti principalmente dal Medio Oriente prediligevano per raggiungere l’Europa.

La strategia di Kurz è stata in definitiva quella di togliere il suo partito dalla decennale e sempre più paralizzata “grande coalizione” di governo con i socialdemocratici (SPÖ) per forzare elezioni anticipate, in modo da fermare l’emorragia di voti verso la destra xenofoba attraverso l’illusione del lancio di un nuovo e più moderno progetto politico conservatore.

L’ÖVP di Kurz ha così recuperato lo svantaggio che, a detta dei sondaggi, fino a pochi mesi fa vedeva il principale partito di centro-destra austriaco dietro FPÖ e SPÖ. Il Partito Popolare si è alla fine imposto come prima forza nel paese con quasi il 32%, pari cioè a un incremento dei consensi di circa l’8% rispetto alle elezioni del 2013. I socialdemocratici e l’estrema destra si sono attestati rispettivamente al 27% e al 26%, ma il secondo posto sarà deciso dal conteggio dei voti postali che verrà ultimato nei prossimi giorni.

Al di là degli equilibri definitivi, appare quasi scontato che il prossimo governo di Vienna sarà formato da una coalizione tra l’ÖVP di Kurz e l’FPÖ, il cui leader, Heinz-Christian Strache, è stato a lungo un militante attivo nei circoli neo-nazisti austriaci.

Il risultato del voto di domenica è ad ogni modo frutto di un clima di intolleranza nei confronti dei migranti che tutti i partiti, compreso quello socialdemocratico, hanno contribuito a creare per eludere le questioni economiche e sociali più pressanti che interessano oggi l’Austria come gli altri paesi europei.

Se l’SPÖ ha alla fine relativamente tenuto, ottenendo un risultato più o meno simile a quello della precedente tornata elettorale, il voto anticipato ne ha comunque decretato la marginalità e la quasi certa estromissione dal prossimo governo. I due partiti che hanno dominato la scena politica austriaca dal dopoguerra a oggi avevano infatti già annunciato da tempo che non avrebbero più proseguito l’esperienza della “grande coalizione”.

Sotto la leadership del cancelliere uscente, Christian Kern, il Partito Socialdemocratico aveva anch’esso adottato in buona parte la retorica della destra austriaca, tanto che i suoi vertici avevano mostrato la propria disponibilità a entrare in un’ipotetica alleanza di governo con l’FPÖ, assieme al quale, peraltro, dal 2015 l’SPÖ è alla guida dello stato orientale del Burgenland.

I socialdemocratici sono stati inoltre penalizzati da uno scandalo esploso al termine di una campagna elettorale tra le più accese della storia austriaca. Un consulente che l’SPÖ aveva assunto durante l’estate era stato arrestato in Israele per un caso di corruzione ed era poi emerso che quest’ultimo aveva aperto una serie di anonimi profili Facebook nei quali diffondeva false notizie sul leader conservatore Kurz con l’intento di dipingerlo come anti-semita.

Il virtuale abbandono di qualsiasi politica progressista da parte del centro-sinistra austriaco e l’adeguamento a un clima politico dominato dai temi promossi dall’estrema destra, oltre a portare con ogni probabilità al governo a Vienna un partito neo-nazista in un paese annesso dalla Germania hitleriana nel 1938, ha pesato anche sul risultato delle formazioni minori. I Verdi, a cui apparteneva l’attuale presidente Alexander Van der Bellen, hanno subito ad esempio un autentico tracollo e non saranno nemmeno rappresentati nel prossimo parlamento perché non in grado di raggiungere la soglia di sbarramento del 4% prevista dalla legge elettorale austriaca.

Il prossimo esecutivo potrebbe quindi avere un orientamento marcatamente xenofobo e anti-immigrati, sull’esempio dei governi di paesi come Polonia, Ungheria e Slovacchia, a cui il premier in pectore Sebastian Kurz ha infatti detto più volte di volersi ispirare. Il populismo di destra che caratterizzerà il nuovo governo di Vienna servirà poi a disorientare gli elettori per implementare una politica economica non esattamente a beneficio delle classi più disagiate.

Secondo l’economista Stephan Schulmeister, già consigliere dell’ex premier dell’ÖVP Wolfgang Schüssel, il partito di Kurz e l’estrema destra dell’FPÖ “vogliono entrambi ridurre le tasse sul reddito e sugli stipendi”, in un modo tale però che eventuali misure in questo senso “favoriranno la metà più ricca della popolazione”. In un’intervista al britannico Guardian, lo stesso Schulmeister ha aggiunto che provvedimenti di questo genere priverebbero il welfare austriaco di una cifra compresa tra i 10 e i 14 miliardi di euro.

Una delle questioni su cui Kurz e l’estrema destra di Strache potrebbero divergere è invece quella dell’Europa. Il leader dell’ÖVP continua infatti a mantenere ufficialmente una posizione filo-europeista, mentre l’FPÖ non ha alcuna simpatia per l’Unione. Lo stesso Kurz, durante la campagna elettorale e nei dibattiti in diretta televisiva, aveva spesso puntato il dito contro Strache per il suo anti-europeismo, accusandolo di volere “distruggere l’UE”.

La relativa moderazione del prossimo primo ministro austriaco sembra essere comunque di poco conforto per i vertici europei, i quali temono un aggravarsi delle forze centrifughe dopo il recente voto in Germania che ha premiato ugualmente l’estrema destra e le forze “centriste” animate da un crescente scetticismo nei confronti di Bruxelles.

Un commento al voto austriaco pubblicato lunedì dal Financial Times ha a questo proposito sollevato preoccupazioni anche per le posizioni di Kurz, il cui programma è sì ispirato a un certo europeismo ma, allo stesso tempo, chiede “riforme istituzionali per l’UE” e “respinge molte delle proposte per rafforzare l’integrazione avanzate dal presidente francese Macron”, prediligendo al contrario “il ritorno di molti poteri ai governi nazionali”.

In generale, la deriva verso destra del quadro politico austriaco, accelerata dal voto di domenica, rientra in un processo comune praticamente a tutta l’Europa. Se non esiste un reale consenso diffuso per l’intolleranza e la xenofobia, i movimenti che fanno leva su questi istinti per favorire la creazione di forme di governo sempre più autoritarie trovano terreno fertile grazie al discredito dei partiti tradizionali, incapaci di offrire una soluzione progressista alla crisi economica e sociale che continua a condizionare la vita di decine di milioni di persone in tutto il continente.

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