Le mani saudite sul Libano

di Michele Paris

Gli eventi mediorientali degli ultimi giorni hanno probabilmente segnato una nuova accelerazione dell’offensiva contro la crescente influenza nella regione dell’Iran da parte dell’Arabia Saudita e delle forze strettamente alleate alla monarchia assoluta sunnita, compresi gli Stati Uniti del presidente Trump.

In quest’ottica, la notizia più significativa è consistita nelle inaspettate dimissioni del primo ministro libanese, Saad Hariri, a nemmeno un anno dal suo ritorno alla guida del governo grazie a un accordo inter-settario che sembrava poter stabilizzare la delicata situazione nel “paese dei cedri”.

Hariri ha annunciato le sue dimissioni in un comunicato letto dalla rete televisiva saudita Al Arabiya mentre si trovava nella capitale del regno, Riyadh, facendo riferimento a una possibile minaccia contro la sua incolumità, peraltro smentita dai vertici delle forze di sicurezza libanesi.

La località da cui ha parlato sabato scorso Hariri e, ancor più, il contenuto del suo annuncio hanno lasciato pochi dubbi sul fatto che l’addio al governo di Beirut sia stato in sostanza ordinato dai suoi sponsor sauditi. La sua denuncia esplicita delle operazioni in Medio Oriente della Repubblica Islamica e di Hezbollah ha rappresentato infatti la conferma dell’allineamento delle forze sunnite libanesi, guidate dal clan Hariri, alla campagna anti-iraniana di Riyadh e Washington.

“Ovunque vi sia traccia dell’Iran”, ha sostenuto Hariri, “troviamo scontri e guerre”. Ribaltando la realtà dei fatti in relazione agli eventi degli ultimi anni in Medio Oriente, poi, il premier libanese ha accusato Teheran di “seminare distruzione” nel suo paese, ma anche in Siria, Bahrein e Yemen.

Se Hariri e la sua fazione politica e settaria in Libano costituiscono il contrappunto alle forze sciite guidate da Hezbollah e che fanno riferimento a Teheran e Damasco, a Beirut il primo ministro uscente era alla guida dallo scorso dicembre di un governo nato grazie a un’intesa con i propri “nemici”. Questo accordo aveva portato allo sblocco di un’impasse politica durata quasi tre anni e aveva consentito l’elezione alla presidenza del Libano dell’ex generale cristiano alleato di Hezbollah, Michel Aoun.

A cambiare le posizioni di Hariri e a determinare la sua inversione di rotta sul fronte interno, facendo cadere il suo governo di cui fanno parte esponenti di Hezbollah, è stata in definitiva l’accelerazione della campagna contro l’Iran e lo stesso “partito di Dio” impressa da Arabia Saudita e Stati Uniti, ma anche da Israele.

Questi sviluppi sono intimamente legati a quelli registrati in Siria negli ultimi mesi, con il governo di Assad, assistito da Russia, Iran e Hezbollah, in grado di riconquistare ampie porzioni di territorio dallo Stato Islamico (ISIS) e dalle altre forze dell’opposizione armata sostenuta dagli USA, dalla Turchia e dalle monarchie arabe.

Avendo fallito nei loro piani in Siria, questi ultimi intendono cioè spostare in Libano la guerra contro l’Iran e, più in generale, contro l’arco della resistenza sciita in Medio Oriente. Questa strategia include il soffiare sulle tradizionali divisioni settarie in Libano per far cadere il governo di “unità nazionale” guidato finora da Hariri e avvicinare nel contempo una nuova possibile guerra tra Israele e Hezbollah attraverso la demonizzazione del partito-milizia sciita.

I fatti più recenti erano stati preannunciati da una serie di eventi che avevano interessato il Libano negli giorni precedenti. In particolare, all’inizio della scorsa settimana il ministro saudita per gli Affari del Golfo Persico, l’ultra-settario Thamer al-Sabhan, aveva pubblicamente attaccato e minacciato Hezbollah, definito il “partito di Satana”, fino a prospettare “immediati sviluppi sconvolgenti”.

Subito dopo la presa di posizione saudita e in seguito all’incontro a Beirut tra Hariri e il diplomatico iraniano consigliere dell’ayatollah Khamenei, Ali Akbar Velayati, il primo ministro libanese è stato convocato a Riyadh, dove ha finito per annunciare le proprie dimissioni in TV recitando un copione scritto con ogni probabilità dallo stesso ministro Sabhan e dal numero uno di fatto del regime saudita, l’erede al trono Mohammad bin Salman.

Tra lunedì e martedì, la vicenda ha assunto contorni ancora più inquietanti. Il quotidiano libanese Al Akhbar ha scritto che Hariri sarebbe stato messo in stato di fermo dalle autorità saudite fin dal suo arrivo a Riyadh venerdì scorso. Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha da parte sua accusato il regime saudita di avere costretto il premier alle dimissioni, definendo “legittimi” gli interrogativi su una sua possibile detenzione a Riyadh.

I vertici sauditi hanno smentito l’arresto di Hariri, mentre la stampa del regime ha dato notizia che il leader sunnita libanese si è recato negli Emirati Arabi Uniti, dove ha incontrato il principe ereditario Sheikh Mohammed bin Zayed, per poi fare ritorno a Riyadh. Secondo alcuni media, però, lo stesso governo francese lunedì aveva chiesto al governo saudita di rimettere in libertà Hariri, con il quale era impossibile mettersi in contatto. A Beirut, intanto, il presidente Aoun ha affermato di non potere accettare le dimissioni del primo ministro fino a che quest’ultimo non tornerà in Libano e sarà fatta chiarezza sulla vicenda.

Nonostante una condotta al limite del criminale che mette in serio pericolo la stabilità del Libano, l’Arabia Saudita, tramite il ministro Sabhan, ha sostenuto che questo paese e Hezbollah avrebbero niente meno che “dichiarato guerra” a Riyadh, così che il regime sarà costretto ad adottare provvedimenti adeguati.

Martedì, poi, Mohammad bin Salman ha alzato ulteriormente il livello dello scontro, quando ha accusato l’Iran di avere messo in atto una “aggressione militare diretta” nei confronti del suo paese. Il principe saudita ha fatto riferimento alla distruzione, avvenuta sabato scorso, di un missile lanciato dai “ribelli” Houthis in Yemen e diretto a Riyadh. L’Arabia Saudita e gli altri regimi sunniti del Golfo accusano da tempo Teheran di sostenere militarmente e finanziariamente gli Houthis, protagonisti nel 2015 del rovesciamento del governo che Riyadh cerca da allora di reinsediare con una campagna bellica sanguinosa. 

Lo sfondo su cui si sono svolti i fatti più recenti era stato preparato già dalla visita di Trump in Arabia Saudita nel mese di maggio, quando il presidente americano aveva inaugurato l’offensiva anti-iraniana facendo appello alle forze ultra-reazionarie sunnite nel mondo arabo. A ciò ha fatto seguito la recente denuncia dell’accordo sul nucleare di Teheran siglato a Vienna nel 2015 e l’adozione, da parte del Congresso di Washington, di una serie di sanzioni punitive contro esponenti di Hezbollah.

A influire sulle decisioni prese a Riyadh negli ultimi giorni può per molti avere influito anche la visita in Arabia Saudita a fine ottobre del consigliere e genero di Trump, Jared Kushner, durante la quale potrebbero essere state concordate le mosse del regime sul fronte dell’offensiva anti-iraniana e anti-Hezbollah.

In qualche modo collegate alle dimissioni di Hariri sembrano essere inoltre le notizie arrivate sempre dall’Arabia Saudita nel fine settimana, con gli arresti e la destituzione forzata di numerosi principi, ministri e alti funzionari del regime sunnita. La nuova purga all’interno della casa regnante è stata ordinata da Mohammad bin Salman nel tentativo di azzerare le resistenze al consolidamento del potere nelle sue mani e reprimere le voci critiche contro la crociata anti-iraniana promossa dal 32enne principe saudita.

Che nei piani americani e sauditi debba svolgere un ruolo di spicco anche Israele è confermato poi dal fatto che le dimissioni di Hariri sono state subito commentate positivamente dal primo ministro Netanyahu. Quest’ultimo ha definito la decisione del premier libanese “un campanello d’allarme” che dovrebbe convincere la comunità internazionale ad “agire contro l’aggressione iraniana”.

Più precisamente, la mossa di Hariri telecomandata da Riyadh potrebbe servire, come ha spiegato un commento del Jerusalem Post, a “dare a Israele maggiore legittimità per una campagna intransigente e a tutto campo contro Iran e Libano, e non solo Hezbollah, in caso di guerra” oltre il confine settentrionale.

Quello che la nuova situazione libanese potrebbe comportare per il momento è una nuova crisi politica a Beirut e, anche senza prevedere il riesplodere della guerra civile, un riaggravarsi delle tensioni settarie, già alimentate dal conflitto in Siria. In Libano, ad esempio, nel 2018 sono previste elezioni che già sono state rimandate di ben quattro anni e, vista la cronica difficoltà a mettere assieme governi funzionanti, potrebbero essere nuovamente posticipate.

A ben vedere, in ogni caso, l’intensificazione della battaglia contro Iran e Hezbollah da parte americana e saudita, oltre a risultare estremamente rischiosa per la sorte del Libano, non è che la prova della disperazione di Washington e Riyadh, costretti a prendere atto del naufragio dei loro piani in Siria e in Iraq, ma anche degli effetti indesiderati della sanguinosa guerra in Yemen e dell’aspra disputa in corso con il Qatar.

I tentativi di destabilizzare ulteriormente la regione, di rovesciare governi ostili e di limitare l’influenza dell’Iran hanno finora ottenuto l’effetto esattamente contrario, ingigantendo cioè il ruolo della stessa Repubblica Islamica e della Russia in Medio Oriente. Gli sforzi diretti ora in Libano, perciò, se pure minacciano nuove violenze in quest’ultimo paese, potrebbero anche finire per riprodurre lo stesso identico risultato.

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