Lev Tolstoij – La Sonata a Kreutzer – Traduzione di Duchessa d’Andria

E io vi dico che chi guarda una donna con cupidigia ha già fornicato con essa in cuor suo.
(Matt., V, 28).

Gli dissero i suoi discepoli: Se tale è il dovere dell’uomo verso la donna allora è meglio non sposarsi. Egli allora disse loro Non tutti comprendono questa parola ma solo quelli cui è dato di comprenderla.
(Matt., XIX, 10-11).

I.
S’era all’inizio della primavera. Noi viaggiavamo da due giorni. Nella vettura ferroviaria entravano e uscivano passeggeri, ma tre di essi soltanto viaggiavano con me dal luogo di partenza del treno: una signora nè bella nè giovane, che fumava molto, con un viso smunto, un mantello e un berretto di pelliccia di foggia quasi maschile; il suo compagno, un uomo sulla quarantina, discorsivo, che aveva valige nuove e di buona apparenza; e poi un altro signore che si teneva in disparte, piuttosto basso di statura, dai movimenti bruschi, non vecchio ancora, coi capelli ricciuti fatti grigi da un evidentemente precoce incanutimento e con gli occhi straordinariamente luccicanti, che passavano con rapidità da un oggetto all’altro. Egli indossava un vecchio pastrano con pelliccia che doveva essere stato fatto da un sarto dai prezzi cari, e aveva un alto berretto anche di pelliccia. Di sotto al pastrano, quando lo apriva, si vedeva una sottoveste e una camicia russa ricamata. La particolarità di questo signore consisteva in ciò, che ogni tanto egli emetteva strani suoni che somigliavano a colpetti di tosse o a scoppi di risa repressi.
Questo signore per tutto il tempo del viaggio aveva ostinatamente sfuggito ogni rapporto con gli altri passeggeri. Al suo discorsivo vicino rispondeva con parole brevi e recise, e, o si metteva a leggere o, guardando fuori dal finestrino, fumava, o, cavando dalla sua vecchia sacca alcune provviste, beveva o mangiucchiava qualcosa.
Mi pareva che egli soffrisse di quell’essere così appartato e più volte avevo voluto discorrere con lui, ma ogni volta, quando i nostri occhi s’incontravano, il che accadeva spesso, visto che eravamo seduti di traverso uno di faccia all’altro, egli si voltava in là e prendeva un libro o si metteva a guardare fuori dal finestrino.
Verso la sera del secondo giorno, nel tempo di una fermata in una grande stazione, questo nervoso signore fece bollire dell’acqua e si preparò del the. Invece il signore dalle belle valige nuove, un avvocato, come seppi più tardi, scese a prendere il the alla stazione con la sua vicina, la signora che fumava e aveva il mantello e il berretto quasi da uomo.
Nel tempo che il signore e la signora erano assenti, montarono nella vettura altre persone e fra queste un vecchio alto, sbarbato, rugoso, evidentemente un mercante, con una pelliccia fangosa e un berretto di panno con un’enorme visiera. Il mercante sedette di faccia al posto della signora che era in compagnia dell’avvocato e subito entrò in discorso con un giovane, che all’aspetto sembrava un impiegato di commercio e che era salito anche lui nella vettura a quella medesima stazione.
Io ero seduto di lato e siccome il treno era fermo, potevo, nei momenti che nessuno passava, udire dei frammenti dei loro discorsi. Il mercante fin da principio spiegò che egli andava in una sua proprietà che era vicina alla prossima stazione; poi, come accade sempre, parlarono dei prezzi delle derrate, del commercio, dissero, come sempre, che ora Mosca era una città di traffico; poi parlarono della fiera di Nijni-Novgorod. L’impiegato di commercio raccontò le orge di un noto, ricchissimo mercante là alla fiera; ma il vecchio non lo lasciò parlare e si mise a raccontare le orge di un tempo a Kunavin, alle quali aveva partecipato egli stesso. Evidentemente si gloriava di avervi partecipato e con visibile piacere raccontava come, insieme con un suo conoscente, essendo ubriachi tutti e due, una volta a Kunavin, aveva fatto uno scherzo di tal sorta che bisognò raccontarlo sottovoce, e a udire il quale l’impiegato empì delle sue risate tutta la vettura, e il vecchio anche si mise a ridere, mostrando due denti gialli.
Ma, non aspettandomi di udire nulla d’interessante, mi alzai con l’intenzione di passeggiare sul marciapiede sino alla partenza del treno. All’uscita incontrai l’avvocato con la signora che parlavano animatamente.
– Non farete a tempo – mi disse l’ufficioso avvocato – ora daranno il secondo segnale.
E, difatti, non ero giunto all’estremità del treno che si udì il segnale. Quando tornai, fra la signora e l’avvocato continuava l’animata discussione. Il vecchio mercante sedeva in silenzio di faccia a loro, guardando con aria severa davanti a sè e arrotando di tanto in tanto i denti con disapprovazione.
– In seguito al che essa dichiarò nettamente a suo marito – diceva sorridendo l’avvocato al momento che io gli passavo davanti – che essa non poteva e non voleva vivere con lui, sicchè…
Ed egli seguitò il discorso ma io non potei udire altro. Dopo di me entrarono ancora dei viaggiatori, passò il conduttore, balzò dentro di corsa un operaio e il frastuono durò abbastanza a lungo, in modo che non si udì per un pezzo ciò che si diceva fra quei due. Quando tornò il silenzio ed io potei udire di nuovo la voce dell’avvocato, il discorso da un caso particolare era già trascorso alle considerazioni generali.
L’avvocato diceva che la questione del divorzio occupava ora l’opinione pubblica in Europa, e che da noi si facevano sempre più frequenti simili casi. Accorgendosi che si udiva soltanto la sua voce, l’avvocato troncò il suo discorso e si rivolse al vecchio.
– Ai tempi antichi ciò non accadeva, vero? – disse egli, sorridendo con fare amichevole.
Il vecchio voleva rispondere qualcosa, ma in quel momento il treno si mosse, e il vecchio, togliendosi il berretto, cominciò a segnarsi e a dire sottovoce una preghiera. L’avvocato, rivolgendo altrove gli occhi, attese cortesemente. Avendo finito la sua preghiera e fatto tre segni di croce, il vecchio si calcò il berretto dritto in capo, si accomodò al suo posto e cominciò a parlare.
– Ciò accadeva anche prima, signore, ma meno di adesso – disse egli. – Al tempo d’oggi è impossibile che queste cose non accadano. La gente è diventata troppo istruita.
Il treno, aumentando sempre la sua velocità, faceva un gran frastuono sulle rotaie, e m’era difficile udire la conversazione: ma siccome m’interessava, andai a sedermi più dappresso ai due. Il mio vicino, il signore nervoso dagli occhi luccicanti, evidentemente s’interessava anche lui e, senza alzarsi dal suo posto, tendeva l’orecchio.
– Ma perchè è un male l’istruzione? – disse la signora con un sorriso appena percettibile. – Era forse meglio sposarsi come in passato quando i due fidanzati non si dovevano vedere neppure? – continuò essa rispondendo, secondo l’abitudine di molte signore, non alle parole del suo interlocutore, ma alle parole che pensava che egli avrebbe dette. – Non sapevano se si amavano, se potevano amarsi, si sposavano così a caso ed erano infelici per tutta la vita. Secondo voi era meglio così? – disse essa, rivolgendo evidentemente il discorso a me e all’avvocato più che al vecchio col quale parlava.
– La gente è diventata troppo istruita – ripetè il mercante, guardando con disprezzo la signora e lasciando la sua interrogazione senza risposta.
– Sarebbe desiderabile sapere come voi spiegate il nesso fra l’istruzione e la discordia nel matrimonio – disse l’avvocato, sorridendo in modo appena percettibile.
Il mercante voleva dir qualcosa, ma la signora lo interruppe.
– No, quel tempo è passato – disse. Ma l’avvocato la fermò.
– No, lasciate che esprima il suo pensiero.
– Sciocchezze che si commettono per via dell’istruzione – disse recisamente il vecchio.
– Far sposare delle persone che non si amano e poi stupirsi che non vadano d’accordo! – si affrettò a dire la signora, gettando un’occhiata all’avvocato e a me e anche all’impiegato di commercio il quale, essendosi alzato dal suo posto, ascoltava il discorso col gomito appoggiato alla spalliera del sedile.
– Così si possono accoppiare soltanto gli animali, secondo la volontà del proprietario, ma le persone hanno le loro inclinazioni, i loro affetti – disse la signora con l’evidente desiderio di pungere il mercante.
– È inutile che diciate questo, signora – replicò il vecchio. – Le bestie son bestie, ma all’uomo è stata data la legge.
– Ma come vivere con un uomo quando non c’è amore? – si affrettò ancora la signora a metter fuori i suoi aforismi che, di certo, le sembravano molto nuovi.
– Prima non si facevano tante distinzioni – disse il vecchio con tono ispirato. – Ora soltanto si usano queste cose. Al minimo urto ora la moglie dice: «Me ne vado». Anche fra i contadini è venuta questa moda. «Su – dice la donna – eccoti le tue camicie e i tuoi calzoni e io me ne vado con Vanka che ha i capelli più ricciuti dei tuoi». Vacci a discutere! Nella donna per prima cosa ci deve essere il timore.
L’impiegato guardò la signora, poi l’avvocato, poi me, trattenendo evidentemente un sorriso, pronto a burlarsi delle parole del mercante o ad approvarle secondo gli paresse che fossero prese da noi.
– Quale timore? – disse la signora.
– Questo: il timore del ma-ri-to! Ecco quale timore.
– Questa è roba del tempo passato, buon uomo – disse la signora con una certa rabbia.
– No, signora, per queste faccende il tempo non è passato. Come era Eva, la donna formata dalla costola dell’uomo, così rimarrà sino alla fine dei secoli – disse il vecchio, scotendo il capo con un fare così severo e così trionfante che l’impiegato subito decise che la vittoria era dalla parte del mercante, e si mise a ridere forte.
– Così giudicate voi uomini – disse la signora senza arrendersi e guardando verso di noi. – Concedete a voi stessi ogni libertà, e la donna la volete tener chiusa nel serraglio. Voi vi permettete qualunque cosa.
– Nessuno dà di tali permessi, ma c’è questo soltanto: che a cagione dell’uomo non accade nulla in casa: per la donna è un altro affare, l’involucro è fragile – continuò il mercante. La sicurezza del tono di lui evidentemente soggiogava gli ascoltatori e perfino la signora si sentiva scossa ma non si dava per vinta.
– Sì, ma io penso, e voi sarete d’accordo, che la donna è una creatura umana e ha sentimento come l’uomo. Che deve fare se non ama il marito?
– Non l’ama! – ripetè minaccioso il mercante, con un moto delle sopracciglia e delle labbra. – Lo deve amare! –. Quest’argomento inatteso piacque particolarmente all’impiegato che ebbe un mormorio di approvazione.
– Ma no, non la si può forzare – ribattè la signora. – Quando l’amore non c’è non si può costringere uno ad amare.
– E se la moglie tradisce il marito che si deve fare allora? – disse l’avvocato.
– Non si deve ammettere questo caso – disse il vecchio – bisogna impedirlo.
– Ma se la cosa accade? Eppure accade.
– Accade a qualcheduno, ma da noi non accade – disse il vecchio.
Tutti tacquero. Ma l’impiegato si mosse, si avvicinò ancora e, non volendo esser di meno degli altri, cominciò sorridendo:
– Già, ecco, in casa del nostro principale è accaduto uno scandalo. Ma è troppo difficile giudicare come sia andato il fatto. Lei è una donna che ama la dissipazione. Lui invece è un giovane serio, istruito. Lei cominciò con un commesso. Il marito la riprese con le buone. Lei non smise. Seguitò a fare ogni specie di svergognatezze. Cominciò a rubargli il denaro. Lui la battè. Ma andò sempre peggio. Si mise ad amoreggiare con un ebreo, parlando con creanza. Che doveva fare il marito? Abbandonarla del tutto. Così lui vive da scapolo e lei seguita a far la donnaccia.
– Perchè lui è un imbecille – disse il vecchio. – Se da principio non le avesse lasciata la briglia sul collo, ma l’avesse rimproverata a dovere, ora lei vivrebbe in grazia di Dio. Bisogna non concedere libertà fin da principio. Non ti fidare del cavallo in campagna aperta nè della donna in casa.
In quel momento venne il conduttore a chiedere i biglietti per la prossima stazione. Il vecchio diede il suo biglietto.
– Sì, bisogna domare il sesso femminile, se no tutto va in rovina.
– Ma, come raccontavate voi stesso poco fa, alla fiera di Kunavin c’erano degli uomini ammogliati che facevano baldoria – dissi io, non potendo trattenermi.
– Questi son fatti particolari – disse il mercante e facendosi burbero, tacque.
Quando si udì il fischio, il mercante si alzò, tirò di sotto al sedile una sacca, si ravvolse nel mantello e, sollevando il berretto, uscì dalla vettura.

II.
Appena fu uscito il vecchio, cominciò un discorso a più voci.
– È un patriarca del vecchio testamento – disse l’impiegato.
– Ecco un Domostroi8 vivente – disse la signora. – Che idee selvagge sulla donna e sul matrimonio!
– Già, siamo lontani dalla concezione europea del matrimonio – disse l’avvocato.
– Ma la cosa principale che certa gente non vuol capire – disse la signora – è che il matrimonio senza amore non è matrimonio, e che vero matrimonio è soltanto quello consacrato dall’amore.
L’impiegato ascoltava e sorrideva, desiderando tenere a mente per suo profitto quanto più poteva di quei discorsi interessanti.
Mentre la signora parlava, dietro a me si udì come un risolino represso o forse un singhiozzo, e, guardandoci intorno, vedemmo il mio vicino, quel signore solitario dai capelli grigi e dagli occhi luccicanti, il quale, durante la conversazione, che senza dubbio lo interessava, s’era approssimato a noi, senza farsi scorgere. Egli stava ritto, con le braccia appoggiate sulla spalliera del sedile ed era evidentemente agitato: aveva il viso congestionato e gli tremava il muscolo della gota.
– Che cos’è questo amore… amore… che consacra il matrimonio? – disse egli balbettando.
Vedendo l’agitazione del suo interlocutore, la signora si sforzò di rispondere nel modo più mite e più preciso che fosse possibile.
– Il vero amore… quell’amore fra un uomo e una donna… possibile anche nel matrimonio – disse la signora.
– Già: ma che cosa s’intende per vero amore? – disse il signore dagli occhi luccicanti, sorridendo con un certo imbarazzo e facendosi timido.
– Ognuno sa che cosa sia questo amore – disse la signora, che evidentemente desiderava interrompere quel discorso con lui.
– Ma io non lo so – disse il signore. – Bisogna definire che cosa intendete…
– Come? È molto semplice – disse la signora, ma si mise a riflettere. – L’amore? L’amore è l’esclusiva preferenza per una persona che si mette innanzi a tutti gli altri.
– Preferenza per quanto tempo? un mese, o due giorni o mezza ora? – proruppe il signore canuto, e si mise a ridere.
– No, permettete, si vede che voi non parlate della stessa cosa.
– No, proprio della stessa cosa.
– La signora dice – entrò nel discorso l’avvocato, indicando la sua compagna – che il matrimonio dovrebbe nascere da un attaccamento, da un amore, se così volete, e se questo effettivamente c’è, allora, soltanto in questo caso, il matrimonio rappresenta per se stesso qualche cosa, è, per così dire, santificato. Quindi ogni matrimonio alla base del quale non è posto un vero attaccamento, un amore, se volete, non ha moralmente in sè nessun freno di dovere. Ho capito bene? – si rivolse egli alla signora.
La signora con un cenno del capo espresse la sua approvazione per quel chiarimento del suo pensiero.
– Quindi… – proseguì a dire l’avvocato, ma il signore nervoso, che ora schizzava fuoco dagli occhi e visibilmente si tratteneva a stento, cominciò, senza permettere all’avvocato di continuare
– No, parlo della stessa cosa, della preferenza per uno o per una che si mette innanzi a tutti gli altri, ma soltanto domando: preferenza per quanto tempo?
– Per quanto tempo? Per molto, per tutta la vita a volte – disse la signora, stringendosi sulle spalle.
– Questo si vede solo nei romanzi, ma nella vita mai. Nella vita accadde che questa preferenza per uno innanzi a tutti gli altri, duri qualche anno, il che è molto raro, più spesso qualche mese, magari qualche settimana, qualche giorno, qualche ora – disse egli, comprendendo che faceva stupire tutti con questa sua opinione, ma contento di farlo.
– Oh! che dite! Ma no… no, permettete – esclamarono ad una voce tutti e tre. Anche l’impiegato mandò fuori un grido di disapprovazione.
– Già, lo so – gridò più forte di noi il signore canuto – voi parlate di ciò che si crede che esista, ma io parlo di ciò che è. Ogni uomo ha provato quello che voi chiamate amore per qualsiasi bella donna.
– Ah! è terribile ciò che voi dite: ma pure esiste fra la gente questo sentimento che si chiama amore e che dura non mesi e anni, ma tutta la vita.
– No, niente affatto. Anche ammesso che un uomo possa preferire una data donna per tutta la sua vita, questa donna, secondo tutte le verosimiglianze, preferirà un altro, e così è stato sempre ed è nel mondo – e tirando fuori il portasigarette si mise a fumare.
– Ma l’amore può essere anche reciproco – disse l’avvocato.
– No, non può essere – replicò l’altro – come non può essere che in un carico di ceci due ceci segnati in un dato modo capitino vicino. E non è neppure una probabilità ma è una certezza che verrà la sazietà. Dire che si può amare per tutta la vita un uomo o una donna, è lo stesso che dire che una candela può durare tutta la vita – disse egli, stiracchiandosi con voluttà.
– Ma voi parlate sempre dell’amore fisico. Che forse non ammettete un amore fondato sulla conformità d’ideali, sull’affinità spirituale? – disse la signora.
– Affinità spirituale! Conformità d’ideali! – ripetè egli con quel suo sghignazzo solito. – Ma in tal caso non c’è bisogno di stare a letto insieme (scusate la grossolanità). La conseguenza di questa conformità d’ideali è di andare a letto insieme – disse egli, e rise nervosamente.
– Ma permettete – disse l’avvocato – il fatto contraddice a ciò che voi asserite. Noi vediamo che il matrimonio esiste, che sempre l’umanità o la maggior parte di essa è vissuta coniugalmente, che molti conducono e finiscono insieme una vita coniugale.
Il signore canuto rise di nuovo.
– Voi dite che i matrimoni si basano sull’amore, e quando invece io esprimo il dubbio sull’esistenza dell’amore che non sia sensuale voi volete provarmi l’esistenza dell’amore perchè esistono i matrimoni. Ma il matrimonio a tempo nostro non è altro che un inganno.
– No, permettete – disse l’avvocato, – io dico soltanto che sono sempre esistiti ed esistono i matrimoni.
– Esistono! Ma perchè esistono? Sono esistiti ed esistono per coloro che vedono nel matrimonio qualcosa di sacro che li obbliga dinanzi a Dio. Per coloro esistono, ma per noi no. Ora la gente sposa vedendo nel matrimonio soltanto una associazione, e quindi esso non è che ipocrisia e violenza. Quando è ipocrisia meno male. Il marito e la moglie ingannano soltanto la gente facendo credere di vivere in monogamia, ma invece vivono in poligamia: ma quando, come spesso avviene, il marito e la moglie hanno preso davanti alla gente l’impegno di vivere insieme tutta la vita e al secondo mese già si odiano l’un l’altro e desiderano separarsi ma tuttavia vivono insieme, allora questo diventa un orrendo inferno nel quale ci si ubriaca, si tirano colpi di rivoltella, ci si uccide, ci si avvelena, o si uccide l’altro – disse egli, parlando sempre più rapidamente, non permettendo a nessuno di mettere una parola e riscaldandosi sempre più. Tutti tacevamo e ci sentivamo a disagio.
– Sì, senza dubbio, vi sono avventure critiche nella vita coniugale – disse l’avvocato, desiderando interrompere un discorso che diventava spiacevolmente eccitato.
– Voi, a quel che vedo, sapete chi sono – disse il signore canuto a voce bassa e con apparenza tranquilla.
– No, non ho il piacere…
– Piacere piccolo. Io sono Pozdnicev, colui che si trovò avere quella critica avventura cui voi accennate, e che uccise sua moglie – disse egli dando una rapida occhiata a ciascuno di noi.
Nessuno trovò una parola da dire e tacemmo tutti.
– Eh! tanto vale – disse egli con quel suo sghignazzo. – Del resto, perdonatemi! Oh!… non voglio importunarvi.
– Ma no, anzi, prego… – disse l’avvocato, senza saper neppur lui a che si riferisse quel «prego».
Ma Pozdnicev, senza ascoltarlo, con un rapido movimento si voltò e tornò al suo posto. L’avvocato e la signora discorrevano piano. Io mi misi a sedere di faccia a Pozdnicev, non sapendo immaginare una parola da dire. Era troppo scuro per leggere e perciò chiusi gli occhi e finsi di aver voglia di dormire. Così giungemmo in silenzio fino alla prossima stazione.
Alla stazione il signore e la signora passarono in un’altra vettura e si misero a parlamentare col conduttore. L’impiegato si accomodò sul divano e si addormentò. Pozdnicev seguitava a fumare e a bere il the che aveva fatto bollire fino dalla precedente stazione.
Quando io aprii gli occhi e lo guardai, egli a un tratto si rivolse a me con fare deciso e irritato.
– Forse vi è sgradevole star qui con me sapendo chi sono io? Allora me ne vado.
– Oh! no, ve ne prego.
– Volete favorire? Soltanto è un po’ forte.
E mi mescè il the.
– Chiacchierano… e son tutte menzogne… – disse egli.
– Di che cosa volete parlare? – chiesi io.
– Sempre della stessa cosa: di quel loro amore che credono che sia così. Non avete voglia di dormire?
– Niente affatto.
– Allora volete che vi racconti come questo amore mi ha condotto dove sono giunto?
– Sì, se ciò non vi è molto penoso.
– No, mi è penoso il silenzio. Bevete il the… se non è troppo forte.
Il the veramente era del color della birra, ma io ne bevvi un bicchiere. In quel momento entrò il conduttore. Egli lo accompagnò con uno sguardo cattivo e appena fu uscito cominciò.

III.
– Dunque, io vi racconterò… Ma voi davvero volete?…
Io confermai che davvero volevo ascoltare. Egli tacque un poco, si passò le mani sul viso e cominciò:
– Se si racconta, bisogna raccontare tutto dal principio: bisogna che vi racconti come e perchè io mi ammogliai, e che uomo ero fino al mio matrimonio.
Io son vissuto fino al mio matrimonio come vivono tutti, cioè quelli del nostro mondo. Io sono proprietario e laureato all’università ed ero maresciallo della nobiltà. Son vissuto fino al mio matrimonio come vivono tutti, cioè corrottamente e come tutti gli uomini del nostro mondo, vivendo corrottamente ero sicuro di vivere come si deve. Di me stesso pensavo di essere un uomo simpatico, un uomo perfettamente morale. Non ero un seduttore, non avevo gusti sfrenati, ma facevo di questi lo scopo principale della vita come fanno molti dei miei contemporanei e mi davo alla dissolutezza di tanto in tanto, serbando il decoro, per salute. Fuggivo quelle donne che o con l’aver figli o con l’attaccarsi troppo a me potevano legarmi. Forse anche c’erano dei figli e c’erano degli attaccamenti, ma io facevo come se non ci fossero. E questa vita non soltanto io la credevo morale, ma me ne gloriavo…
Egli si fermò, fece quel suo solito sghignazzo che faceva evidentemente quando gli si presentava qualche nuovo pensiero.
– E in ciò è la principale turpitudine! – gridò. – La dissolutezza non consiste negli atti fisici, qualunque eccesso fisico non corrompe: ma la corruzione, la vera corruzione consiste proprio nel liberarsi dalle relazioni morali verso la donna con la quale si hanno rapporti fisici. Ma questa liberazione io la consideravo come un merito. Mi ricordo di essermi una volta molto tormentato per non esser riuscito a pagare una donna che forse si era data a me per amore. Mi tranquillai soltanto quando le ebbi mandato del denaro, mostrando con ciò che io non mi consideravo affatto legato moralmente a lei… Non scotete il capo come se foste d’accordo con me – mi gridò egli a un tratto. – Conosco questo trucco. Voi tutti, anche voi, nel migliore dei casi, se non siete una rara eccezione, voi avete le stesse idee che io aveva allora. Via, lasciamo andare, perdonatemi – seguitò – ma ciò è orribile, orribile, orribile.
– Che cosa è orribile?
– L’abisso d’incoscienza nel quale tutti viviamo riguardo alle donne e alle nostre relazioni con loro. Io non posso parlarne con calma e non perchè a me sia accaduta quella tale avventura, come diceva quel signore, ma perchè dal momento che mi toccò quell’avventura mi si aprirono gli occhi e io vidi ogni cosa sotto un’altra luce. Tutto un rivolgimento, tutto un rivolgimento!
Egli accese una sigaretta e, poggiando il gomito sul ginocchio, ricominciò a parlare.
Nell’oscurità io non gli vedevo il viso, soltanto udivo a traverso il rumore del treno la sua voce sincera e simpatica.

IV.
– Sì, soltanto torturandomi come mi sono torturato, soltanto in grazia a questa mia tortura ho capito dove sta la radice di tutto, ho capito quel che dovrebbe essere, e perciò ho veduto tutto l’orrore di quel che è.
Vogliate dunque considerare come e quando ha avuto principio ciò che mi ha condotto alla mia avventura. Ciò ha avuto principio quando non ero ancora sedicenne. Accadde allorchè io ero ancora al ginnasio e il mio fratello maggiore era studente di primo anno alla università. Io non conoscevo ancora donne ma, come tutti gli infelici ragazzi del nostro mondo, non ero già più un fanciullo innocente: già da due anni ero stato corrotto dai compagni: già la donna, non una data donna, ma la donna, ogni donna, la nudità della donna mi turbava come qualcosa di seducente. La mia solitudine non era più pura. Io mi tormentavo come si tormentano 99 su 100 dei nostri ragazzi. Mi spaventavo, soffrivo, pregavo e cadevo. Ero già corrotto nell’immaginazione e nella realtà, ma l’ultimo passo non era stato ancora fatto. Mi corrompevo da solo ma non avevo ancora messo le mani su di un altro essere umano. Ma un compagno di mio fratello, uno studente, un allegrone, un così detto buon ragazzo, cioè un gran cattivo soggetto, che ci aveva insegnato a bere e a giocare a carte, ci persuase una volta, dopo averci fatto bere, di andare in un certo luogo. Noi andammo. Mio fratello era anche lui tuttora innocente e in quella notte perdette la sua innocenza. Io, ragazzo di quindici anni, mi ero già corrotto da me e avevo contribuito a corrompere delle donne, ma non capivo quel che facevo. Da nessuno di quelli maggiori di me avevo mai sentito dire che fosse male quel che facevo. E anche ora non lo sento dire da nessuno. A dir vero ciò è scritto nel decalogo, ma il decalogo serve soltanto per poter rispondere al prete quando si fa l’esame, e non è neppur tanto necessario quanto il sapere la regola sull’uso dell’ut nelle proposizioni finali.
Sicchè da quelle persone maggiori di me, l’opinione delle quali io stimavo, mai mi venne fatto di udire che quello che facevo fosse male. Al contrario, udivo dalle persone che io consideravo, che ciò che facevo era ben fatto. Udivo dire che le mie lotte e le mie sofferenze si sarebbero calmate dopo l’atto sessuale, lo udivo dire e l’ho letto, e udivo dire da quelli maggiori di me che ciò era un bene per la salute: dai miei compagni poi ne udivo parlare come di un merito, di una bravura. Sicchè non vi si vedeva altro che un bene. Pericolo di malattia? Anche questo è preveduto. Il governo provvido se ne prende cura. Esso sorveglia il regolare andamento delle case di tolleranza e assicura la corruzione degli studenti di ginnasio. E medici, dietro compenso, esercitano la sorveglianza. Così va. Essi affermano che la dissoluzione è un beneficio per la salute e istituiscono una corruzione normale, accurata. Conosco delle madri che si preoccupano in questo senso della salute dei loro figli. E la scienza li manda nelle case di tolleranza.
– Perchè la scienza? – chiesi io.
– E chi sono i medici? Sacerdoti della scienza. Chi corrompe i giovani affermando che ciò è necessario per la salute? Essi. E poi con tremenda gravità si cura la sifilide.
– E come si potrebbe non curarla?
– Se l’uno per mille degli sforzi che si fanno per curare la sifilide si adoprasse a sradicare la corruzione, da un pezzo non si nominerebbe neppur più la sifilide. Ma questi sforzi servono non a sradicare la corruzione, ma a fomentarla, rendendone innocue le conseguenze. Ma non si tratta di ciò. Si tratta che per nove decimi dei giovani, se non più, e non soltanto della nostra condizione, ma di tutti i gradi sociali, anche contadini, accade questa cosa spaventevole che accadde a me, cioè che io soggiacqui non alla naturale attrazione che esercitava su di me il fascino di una data donna, no, nessuna donna mi sedusse, ma io caddi perchè gl’individui dell’ambiente che mi circondava vedevano in questa caduta, gli uni una funzione legale e profittevole alla salute, gli altri un divertimento naturale, non soltanto perdonabile, ma anche innocente per un giovane. Io non capivo che ciò fosse una caduta, e semplicemente cominciai a darmi a ciò che in parte era un piacere, in parte una necessità e che, come mi si diceva, era confacente alla mia età; cominciai cioè a darmi alla dissolutezza come avevo cominciato a bere, a fumare. E tuttavia in quella prima caduta vi fu qualcosa di particolare e di commovente.
Mi ricordo che laggiù, subito, prima di uscire dalla camera, diventai triste, triste, tanto che mi venne voglia di piangere. Piangere sulla perdita della mia innocenza, sulla rovina una volta per sempre dei miei rapporti con la donna. Sì, i rapporti naturali, semplici con la donna erano distrutti per sempre. Puri rapporti con una donna io non ebbi più da quel momento e non potevo averne. Ero diventato quel che si chiama un dissoluto. Ma l’essere un dissoluto è uno stato fisico simile allo stato del morfinomane, dell’ubriacone, del fumatore a oltranza. Come il morfinomane, l’ubriacone, il fumatore a oltranza non è più un essere normale, così l’uomo che ha conosciuto parecchie donne per il suo piacere non è più un essere normale, ma è rovinato per sempre, è un dissoluto. Come al viso, agli atti si può riconoscere subito un morfinomane, o un ubriacone, così pure un dissoluto. Il dissoluto può contenersi, correggersi, ma non potrà mai più avere semplici, chiari, puri rapporti con le donne.
Dal modo come egli dà uno sguardo, un’occhiata a una giovane donna, subito si riconosce il dissoluto. E io diventai un dissoluto e rimasi tale e ciò è quello che mi ha rovinato.

V.
Già, proprio così. Poi andai sempre più giù, sempre più giù, con ogni specie di traviamenti. Dio mio! quando mi ricordo le mie turpitudini a quel riguardo, me ne spavento io medesimo. E mi rivedo allorchè ero oggetto delle canzonature dei compagni sulla mia pretesa innocenza. Ah! quando sento parlare della gioventù dorata, degli ufficiali, dei parigini! E tutti questi signori ed io, dissoluti di trent’anni, abbiamo sulla coscienza centinaia dei più obbrobriosi, terribili delitti nei nostri rapporti con le donne; eppure, noi dissoluti di trent’anni, entriamo in un salotto o andiamo al ballo, ben lavati, con la barba accuratamente rasa, profumati, con la biancheria fresca fresca, in frack o in uniforme, emblema di onestà, di dignità!
Dunque, pensate un po’ a ciò che dovrebbe essere e a ciò che è. Dovrebbe essere che quando, in società, uno di cotesti signori si avvicina a una mia sorella o a una mia figlia, io, conoscendo la sua vita, lo chiamassi in disparte e gli dicessi sotto voce: «Ragazzo mio, io so come tu vivi, come passi le notti e con chi. Qui non è il tuo posto. Qui ci sono fanciulle pure, innocenti. Vattene!». Questo dovrebbe essere: ma invece è così: quando uno di questi signori comparisce e balla con mia sorella o mia figlia, tenendola abbracciata, noi c’informiamo se è ricco, se ha brillanti relazioni. Forse egli si degna di mia figlia dopo d’essere stato da Rigolbosch. Forse anche ha tuttora le conseguenze di qualche malattia, non importa; ora si curano bene queste malattie. Conosco alcune fanciulle della più alta società date dai genitori a uomini ammalati di una ben nota malattia. Oh! turpitudine! Ma verrà il tempo in cui queste turpitudini e queste menzogne saranno smascherate.
Qui più volte egli emise quei suoi strani brontolii e si occupò di nuovo del the. Il the era terribilmente forte e non c’era acqua per temperarlo. Io sentivo che i due bicchieri che avevo bevuto già mi davano una certa agitazione. Naturalmente anche su di lui il the doveva avere il medesimo effetto, perchè diventava sempre più eccitato. La sua voce si faceva sempre più sonora ed espressiva. Egli cambiava continuamente posizione, ora si toglieva il berretto, ora se lo metteva, e il suo volto mutava stranamente in quella penombra nella quale eravamo immersi.
– Ecco, così io vissi fino a trent’anni, ma non un momento solo abbandonai l’intenzione di ammogliarmi e di formarmi un’alta, onesta vita di famiglia, e con questo proposito osservavo le fanciulle che a questo scopo avvicinavo – seguitò egli. – Io m’insozzavo nella più putrida corruzione, e intanto cercavo quelle fanciulle che per la loro purezza fossero degne di me.
Ne scartai molte proprio perchè non erano abbastanza pure per me: finalmente ne trovai una che giudicai degna di me. Era una delle due figlie di un proprietario di Penza, che una volta era stato ricco ma s’era rovinato.
Una sera che, dopo una passeggiata in barca, tornavamo a casa al lume di luna e io, seduto in carrozza accanto a lei, ammiravo la sua figura ben fatta, stretta in un jersey, e i riccioli dei suoi capelli, a un tratto mi convinsi che era lei quella che cercavo. Mi pareva quella sera che essa capisse tutto, tutto ciò che io sentivo e pensavo, e io sentivo e pensavo le cose più sublimi. In sostanza c’era di vero che quel jersey le stava benissimo, che i suoi riccioli erano ben disposti, e che dopo aver passato la giornata vicino a lei avevo il desiderio di avvicinarmele anche di più.
È cosa meravigliosa questa illusione che abbiamo che la bellezza sia anche bontà. Una bella donna dice delle sciocchezze, tu l’ascolti e ti pare di udire non delle sciocchezze ma delle cose piene di senso. Essa dice e fa delle cose abbiette e tu non vedi altro che gentilezza. Quando essa non dice nè sciocchezze nè cose abbiette, allora subito sei persuaso che essa è un prodigio d’intelligenza e di virtù.
Io tornai a casa entusiasta e mi convinsi che essa fosse il sommo della perfezione morale, e perciò fosse degna d’essere mia moglie, e il giorno seguente le feci la mia dichiarazione.
Qui sta l’inganno! Fra migliaia di uomini che si ammogliano, non soltanto nella nostra condizione, ma sventuratamente anche nel popolo, appena ce ne sarà uno che non sia già sposato decine, centinaia e migliaia di volte, come Don Giovanni, prima del matrimonio.
Per verità vi sono ora, lo sento dire e l’osservo, dei giovani puri, sensibili, che sanno che il matrimonio non è uno scherzo ma una cosa grave. Dio li aiuti! Ma a tempo mio non ce n’era uno su diecimila. E tutti lo sanno e fingono di non saperlo. In tutti i romanzi sono particolareggiatamente descritti i sentimenti degli eroi, i laghetti, i boschetti fra i quali passeggiano; ma descrivendo il loro grande amore per una data fanciulla non si descrive mai la vita di questi interessanti eroi prima di quel momento: non una parola delle loro case di ritrovo, delle cameriere, delle cuoche, delle donne maritate. Se vi fossero tali sconvenienti romanzi non sarebbero dati nelle mani delle fanciulle, specialmente di quelle che più avrebbero bisogno di sapere tali cose.
Da prima si finge davanti alle ragazze che questa corruzione, la quale riempie metà della vita delle nostre città e anche delle campagne, non esiste affatto. Poi ci si abitua tanto a questa finzione che, alla fine, si comincia a creder davvero che siamo tutti uomini morali e che viviamo in un mondo morale. Le ragazze, poverette! ci credono sul serio. Così credeva anche la mia infelice moglie. Mi ricordo quando io, fidanzato, le mostrai il mio diario dal quale essa poteva apprendere un poco del mio passato e specialmente la mia ultima relazione che avrebbe potuto apprendere da altri, ragione che mi fece credere necessario di rivelargliela io. Ricordo il suo terrore, la sua disperazione, il suo sgomento quando seppe e capì. Vidi allora che essa voleva rompere con me. Ah! perchè non lo fece!…
Egli emise quel suo brontolìo, bevve ancora un sorso di the e tacque.

VI.
– Ma no, del resto: meglio così, meglio così! – esclamò egli. – Mi sta bene. Ma non si tratta di questo. Volevo dire che in queste faccende sono ingannate soltanto le povere ragazze.
Le madri lo sanno, specialmente le madri, istruite dai loro mariti, lo sanno benissimo. E fingendo di credere nella purezza degli uomini nel fatto agiscono del tutto diversamente. Sanno con quale amo attirare gli uomini per loro e per le figliuole.
Noi uomini non sappiamo e non sappiamo perchè non vogliamo sapere: le donne invece sanno perfettamente che l’amore il più alto, il più poetico, come lo chiamiamo, non dipende dalle qualità morali, ma da una intimità fisica, dalla maniera di pettinarsi, dal colore, dal taglio di un vestito. Domandate a un’esperta civetta, che si è prefisso lo scopo di inebriare un uomo, quale rischio vorrebbe correre piuttosto: di essere convinta, in presenza di colui che vuol sedurre, di menzogna, di crudeltà e magari di turpitudine, o di mostrarsi davanti a lui con un vestito brutto e mal fatto: ognuna preferirà sempre il primo rischio. Essa sa che la nostra razza mascolina mentisce sempre quando parla di sentimenti elevati, che c’importa soltanto del corpo, e che quindi perdoniamo tutte le turpitudini ma non perdoniamo la tinta di un vestito che sia brutta, senza gusto e disadatta.
La civetta lo sa con conoscenza di causa, ogni fanciulla innocente lo sa per istinto, come lo sanno gli animali.
Perciò quei jerseys abbominevoli, quei poufs, quelle nudità delle spalle, delle braccia, quasi del seno. Le donne, specialmente quelle passate per la scuola dei mariti, sanno benissimo che i discorsi intorno ad argomenti elevati sono chiacchiere, e che all’uomo importa del corpo e di tutto ciò che lo mette in una luce artificiale ma seducente: e fanno tutto in conseguenza. Se mettiamo da parte l’abitudine che abbiamo fatta a questa bruttura e che è diventata per noi una seconda natura, e guardiamo alla vita delle nostre alte classi come veramente è, con tutte le sue impudicizie, vedremo che essa non è altro che tutta una casa di tolleranza… Non siete d’accordo con me? Permettete, ve lo dimostrerò – riprese egli, interrompendomi. – Voi dite che le donne nella nostra società hanno altri interessi che le donne nelle case di tolleranza, e io vi dico di no e ve lo dimostro. Quando le persone differiscono negli scopi della vita, nell’interno contenuto della vita, allora questa differenza si esprime immancabilmente anche nell’esteriore e l’esteriore sarà differente. Ma guardate quelle infelici che tutti disprezzano e le più alte signore della società: gli stessi abbigliamenti, gli stessi modi, gli stessi profumi, le stesse nudità delle spalle, delle braccia, del seno, gli stessi rigonfi di dietro, la stessa passione per i gioielli, per le cose care e vistose, gli stessi divertimenti, e danze e musica e canti. Come quelle cercano di attirare con tutti i mezzi, anche queste lo fanno. Non c’è nessuna differenza. A voler essere esatti bisogna soltanto dire che le prostitute a breve scadenza sono abitualmente disprezzate e le prostitute a lunga scadenza sono abitualmente rispettate.

VII.
– Così anch’io fui attirato dal jersey, dai riccioli, dal pouf.
Ma era facile conquistarmi perchè io ero stato allevato come tutti i giovani che, simili ai cocomeri nelle serre, godono di condizioni privilegiate. La nostra nutrizione troppo abbondante ed eccitante e il completo ozio fisico non sono altro che sistematici inviti alla concupiscenza. Che ve ne meravigliate o no, così è. Ma io stesso fino a questi ultimi tempi non me ne accorgevo. Ma ora me ne sono accorto. Quello che mi tormenta è che nessuno sa queste cose e si dicono sciocchezze, come quella signora poco fa.
Vicino a casa mia, in primavera, lavoravano dei contadini a un terrapieno per la strada ferrata. Il cibo ordinario per un giovane contadino è pane, kvas9, cipolle; egli è vivace, robusto, sano; fa un lavoro leggero di campagna. Se va a lavorare alla strada ferrata gli dànno per cibo della cascia10 e un funt11 di carne. Ma egli digerisce questa carne con sedici ore di lavoro a portare pesi di 30 pudi12. E sta bene. Ma noi che mangiamo due funt di carne, selvaggina e pesci e ogni specie di cibi e bevande riscaldanti, dove se ne va tutto questo? In eccessi sensuali. E se va così e si apre questa valvola di sicurezza, tutto sta bene: ma chiudete la valvola, come l’avevo un tempo chiusa io, e subito ne avrete un’eccitazione che, passando a traverso il prisma della nostra vita artistica, si esprime con un amore della più pura acqua, magari a volte platonico.
E tutto accadde come sempre; gli entusiasmi, gl’intenerimenti, la poesia. In realtà questo mio amore era mantenuto per una parte dall’attività della mamma e delle sarte, per l’altra dall’abbondanza soffocante del cibo e dall’ozio della mia vita. Se non fossero state da una parte le passeggiate in barca, le sarte, le vite attillate, ecc., e mia moglie fosse stata vestita con un camice informe e rimasta a casa, e io, per l’altra parte, fossi stato un uomo in condizioni normali, nutrito quanto occorre per il lavoro, e avessi avuto quella tale valvola aperta, mentre invece in quel tempo era chiusa, io non mi sarei innamorato e non sarebbe avvenuto nulla di quanto è avvenuto.

VIII.
Così andarono le cose: il mio patrimonio e i suoi bei vestiti e le passeggiate in barca fecero il loro effetto. Venti volte non approdarono a nulla, ma una volta approdarono. È come una trappola. Ora i matrimoni si combinano come si mette una trappola. È forse naturale ciò? Una ragazza è fatta grande, bisogna maritarla. Sembra una cosa semplice se la ragazza non è un mostro, o se vi sono uomini che desiderano ammogliarsi. Anticamente si faceva così. Quando una ragazza era matura per le nozze, i genitori combinavano il matrimonio. Così si faceva e si fa ancora in tutto il mondo: presso i Cinesi, gl’Indiani, i Maomettani e anche da noi nel popolo: così si fa in tutto il genere umano, o almeno per 99 su 100. Soltanto noi, l’uno per cento e anche meno, noi corrotti, abbiamo trovato che ciò non andava bene e abbiamo inventato del nuovo. Ma qual è questo nuovo? Il nuovo è questo, che le ragazze son sedute in giro, e gli uomini, come in un bazar, passeggiano e fanno la loro scelta. E le ragazze aspettano e pensano, senza osare di dirlo: «Giovanotto, scegli me! no, me! Non quell’altra, me; guarda un po’ le mie spalle e il resto». E noi uomini, passeggiamo e guardiamo in giro e siamo molto contenti. «Lo so e non ci casco». Si passeggia, si guarda e si è molto soddisfatti che le cose sieno combinate così per noi. Guarda ma non farti prendere, e poi tutt’a un tratto ci si casca.
– Ma come fare? – dissi io – Eh che? Debbono forse le donne far le dichiarazioni?
– Non so: ma se ci deve essere parità che sia davvero parità. Se si crede umiliante fare un matrimonio combinato, questo è mille volte più umiliante. In quello almeno le probabilità sono eguali, ma così la donna è o la schiava in un bazar, o l’esca nella trappola. Dite a una mamma o magari a una ragazza la verità, cioè che esse sono soltanto occupate a pescare un fidanzato. Dio mio, che offesa! Eppure esse non fanno altro che questo. E quel che è spaventevole si è vedere occupate in ciò delle fanciulle giovanissime, povere innocenti! Ripeto, se ciò si facesse apertamente, pazienza. Ma invece è tutto un inganno. «Ah! la propagazione della specie, com’è interessante! Ah! Lily si occupa molto di pittura! Andrete all’esposizione? È una cosa molto istruttiva. E le troike, e gli spettacoli, e le sinfonie? Ah! molto importante! La mia Lily è pazza per la musica. E poi perchè non condividete questa opinione? Ah! andare in barca!…». E non hanno che un pensiero: «Prendi me, prendi me! La mia Lily! No, me! Prova almeno». Oh! turpitudine! menzogna! – concluse egli, e, dopo aver bevuto un ultimo sorso si mise a riporre le tazze e l’occorrente per il the.

IX.
– Ma sappiate – cominciò egli, richiudendo nella sua sacca il the e lo zucchero – che la potenza delle donne, per la quale il mondo intero soffre, proviene tutta da ciò.
– Come? la potenza delle donne? – diss’io. – I diritti, la maggior parte dei diritti sono dal lato degli uomini.
– Ma è così, è proprio così – m’interruppe egli. – È proprio quello che voglio dirvi e che spiega lo straordinario fenomeno, cioè che da una parte sia perfettamente giusto il dire che la donna è spinta al più basso gradino dell’umiliazione e che dall’altra parte essa è onnipotente. Accade proprio come per gli ebrei: essi con la loro potenza finanziaria si vendicano della loro umiliazione, come le donne. «Ah! voi volete che noi siamo soltanto trafficanti? va bene. Noi, trafficanti, vi detteremo la legge», dicono gli ebrei. «Ah! voi volete che noi siamo soltanto istrumenti di sensualità? va bene: noi, come istrumenti di sensualità, vi sottometteremo», dicono le donne. La mancanza dei diritti per la donna non consiste nella privazione del voto o nell’inibizione di amministrare la giustizia – l’occuparsi di queste cose non costituisce diritti – ma consiste in ciò che nelle relazioni sessuali essa deve essere l’eguale dell’uomo, avere il diritto di approfittare dell’uomo, di respingerlo, secondo il suo desiderio, secondo il suo desiderio scegliere l’uomo e non essere scelta. Voi dite che ciò è sconveniente. Va bene! Allora neppur l’uomo deve avere questo diritto. Ora la donna è priva di questo diritto che ha l’uomo. Ed ecco, per sostituire questo diritto, agisce sui sensi dell’uomo e a traverso i sensi lo doma in modo che egli soltanto formalmente sceglie, ma di fatto è lei che sceglie. E una volta in possesso di questi mezzi essa ne abusa ed acquista una terribile potenza sugli uomini.
– Ma dove sta questa sua particolare potenza? – chiesi io.
– Dove sta la sua potenza? Da per tutto, in tutto. Andate nei magazzini di qualsiasi grande città. Vi sono valori di milioni e non è possibile valutare il lavoro che vi è stato impiegato, ma vedete se nei nove decimi di questi magazzini ci è qualcosa per uso maschile. Tutto il lusso della vita è preteso e mantenuto dalle donne.
Contate tutte le fabbriche. Una enorme parte di esse lavora a inutili ornamenti, equipaggi, mobili, gingilli per le donne. Milioni di persone, genìe di schiavi periscono in questi lavori forzati delle fabbriche soltanto per i capricci delle donne. Le donne, come regine, tengono in catene di schiavitù e di penosa fatica nove decimi dell’umanità. E ciò perchè esse sono state umiliate e private dei diritti eguali a quelli degli uomini. Ed ecco che si vendicano con l’agire sulla nostra sensualità, ravvolgendoci nelle loro reti. Sì, tutto proviene da ciò.
Le donne foggiano con le loro stesse persone tali armi per agire sulla nostra sensualità, che un uomo non può trattenersi tranquillamente con una donna. Appena un uomo si avvicina a una donna, tosto cade sotto a questo suo oppio e perde la testa. Un tempo io mi sentivo sempre imbarazzato, turbato quando vedevo una signora in pomposo abito da ballo, ma ora mi fa un effetto pauroso e ci vedo qualcosa di pericoloso per gli uomini e di contrario alle leggi, e vorrei gridar a un poliziotto, chiamarlo a difesa contro il pericolo perchè s’impadronisca di quell’oggetto pericoloso e lo porti via.
– Ma voi ridete! – mi gridò egli – eppure questo non è punto uno scherzo. Son sicuro che verrà un tempo, e forse molto presto, in cui gli uomini capiranno queste cose e si meraviglieranno che sia potuta esistere una società nella quale era lecito commettere tranquillamente atti dannosi contro la comunità come questi eccitamenti dei sensi per mezzo degli adornamenti del corpo che sono ammessi per le donne nella nostra società. È come se si mettessero nelle passeggiate, nelle strade delle trappole, e anche peggio! Perchè sono proibiti i giuochi d’azzardo e non si proibisce alle donne di portare questi adornamenti che eccitano la sensualità? Sono mille volte più pericolosi.

X.
Ecco dunque come fui preso. Io ero quel che si dice innamorato. Non soltanto mi rappresentavo lei come il colmo della perfezione, ma in quel tempo del mio fidanzamento mi tenevo anch’io come il colmo della perfezione. Non v’è nessuno di così abbietto che, cercando, non trovi degli esseri in qualche cosa più abbietti di lui, e che quindi non possa trovar motivo d’insuperbire e d’essere contento di sè. Così fu per me: io non mi ammogliai per denaro, l’interesse non c’entrò per nulla, non feci come la maggior parte dei miei conoscenti, che sposavano per il denaro o per la posizione: io ero ricco, lei povera: e uno. Secondo, il motivo per cui m’inorgoglivo era che gli altri si ammogliavano con l’intenzione, già da prima, di seguitare a vivere in poligamia, come vivevano anteriormente al matrimonio: io invece avevo la ferma intenzione di vivere in monogamia dopo il matrimonio, e davanti a me stesso il mio orgoglio, per questo fatto, non aveva limiti. Sì, ero un orribile porco e m’immaginavo d’essere un angelo.
Il tempo del mio fidanzamento non durò a lungo. Ora non posso ricordarmi senza vergogna di quel periodo di fidanzamento! Che ignominia! È sottinteso che l’amore è spirituale e non sensuale. Ma se l’amore è spirituale, un’affinità spirituale, allora quest’affinità spirituale dovrebbe esprimersi con le parole, coi discorsi, con le conversazioni. In quanto a noi non accadeva nulla di ciò. Il discorrere, quando eravamo soli, diventava terribilmente faticoso. Era come una fatica di Sisifo. Bisognava trovare un soggetto per conversare: si discorreva un poco e poi di nuovo silenzio, di nuovo cercare un altro soggetto. Non avevamo di che parlare. Tutto quello che si poteva dire intorno alla vita che ci aspettava, al nostro modo di organizzarci, ai nostri progetti, era stato detto: e che altro? Se fossimo stati animali avremmo almeno saputo che non giovava il discorrere; ma noi invece dovevamo parlare di nullaggini, poichè quello che ci occupava non si poteva esprimere a parole. Oltre a ciò, quella volgare abitudine dei dolciumi, quella rozza ingordigia di cose inzuccherate, e tutti quegli odiosi preparativi delle nozze: le discussioni sull’appartamento da prendere, sulla camera da letto, sul letto, sui cappelli, sulle vestaglie, sulla biancheria, sulle toilettes. Ora voi capite che se si sposasse secondo il Domostroi, come diceva quel vecchio, allora le coperte di piuma, il corredo, il letto, tutti questi particolari farebbero parte del sacramento. Ma presso di noi, quando su decine di uomini che sposano ce n’è appena uno solo che creda, non dico nel sacramento, ma che almeno creda che il matrimonio è un’obbligazione; quando di cento uomini appena uno non è già stato unito a qualche donna, e di cinquanta ve n’è uno solo che già da prima non si prepari a tradire sua moglie appena gli se ne porga il destro; quando la maggior parte riguarda quella passeggiata alla chiesa soltanto come una condizione necessaria per possedere una data donna, pensate un po’ quale orribile significato rivestano tutti questi particolari. Il matrimonio fatto così, consiste soltanto in una specie di mercato. Si dà una fanciulla innocente a un uomo corrotto e si stabilisce questo mercato su certe date formalità.

XI.
Così tutti si ammogliano, così anch’io mi ammogliai e si cominciò la tanto vantata luna di miele. Ma il suo nome, che mistificazione! – borbottò egli rabbiosamente. – Una volta passeggiavo per Parigi in mezzo alle baracche di una fiera ed entrai a vedere la donna barbuta e il cane acquatico annunziati dal cartellone. Non era altro che un uomo scollato, in abito da donna, e un cane ravvolto in una pelle di foca che nuotava in una vasca con l’acqua. Tutto ciò era ben poco interessante: ma quando uscii, il padrone della baracca mi accompagnò cortesemente e, rivolgendosi al pubblico che era sull’entrata, disse mostrandomi: «Ecco, domandate a questo signore se mette conto di vedere lo spettacolo. Entrate, entrate, un franco a testa». Mi mortificai di rispondere che non metteva conto, e quell’uomo di certo aveva fatto assegnamento su di ciò. Così, verisimilmente, accade con coloro che hanno fatto l’esperimento delle abbiezioni della luna di miele e non osano disingannare gli altri. Anch’io non disingannai nessuno, ma ora non vedo perchè non si dice la verità. Anzi stimo che sia necessario dire questa verità. Malessere, vergogna, disgusto, pietà e sopratutto noia, noia sino all’inverosimile! È qualcosa di somigliante a ciò che io provavo quando imparai a fumare: mi si voltava lo stomaco e mi veniva in bocca la saliva e io l’inghiottivo e facevo finta di aver molto piacere. Il piacere di fumare, se pure esiste, viene dopo un certo tempo: così bisogna che i coniugi educhino in loro stessi questo vizio per provarne piacere.
– Come, un vizio? – dissi io. – Ma voi parlate della facoltà più naturale dell’uomo.
– Naturale? – disse egli. – Naturale? No, io vi dirò al contrario che io sono venuto nel convincimento che non è naturale. Sì, assolutamente non è naturale. Chiedetene ai giovanetti, chiedetene alle fanciulle non pervertite. Mia sorella si sposò molto giovane ad un uomo dissoluto, che aveva il doppio dell’età sua.
Mi ricordo come fummo tutti stupiti quando essa, disgraziata! la notte delle nozze, se ne scappò via da lui tutta in lacrime, e, tremando in tutto il corpo, disse che a nessun costo avrebbe potuto neppure accennare a ciò che egli voleva da lei!
Voi dite: naturale!
Naturale è mangiare. Ma il mangiare è una cosa piacevole, facile, lieta e di cui fin dal principio nessuno si vergogna: qui invece si tratta di cosa bassa, vergognosa, dolorosa. No, ciò non è naturale! E una fanciulla non corrotta, ne sono persuaso, ne avrà sempre orrore.
– Ma come allora – dissi io – si continuerebbe il genere umano?
– E perisse pure il genere umano! –– disse egli con rabbia ed ironia insieme, come se avesse aspettato questa risposta a lui ben nota, fatta in malafede. – Predicate l’astenersi dalla procreazione in nome del diritto dei lords inglesi a conservare le loro ricchezze, e sta bene. Predicate l’astensione dalla procreazione in nome di un piacere maggiore, e sta bene. Ma dite soltanto una parola intorno all’astensione dalla procreazione in nome della morale. Dio buono! che gridi!… Il genere umano non finirà perchè qualche decina di uomini voglia smettere dal fare i porci. Del resto, scusatemi, mi dà noia quella luce. Si può spegnere? – disse egli, mostrando la lampada. Io dissi che per me era lo stesso, e allora egli, frettolosamente, come in tutto ciò che faceva, si alzò e tirò giù la tendina di seta della lampada.
– Tuttavia – dissi io – se tutti prendessero ciò come legge della propria vita, il genere umano finirebbe.
Egli non rispose subito.
– Voi chiedete come potrebbe continuare il genere umano! – disse egli, dopo essersi di nuovo seduto di faccia a me, allargando le gambe e ficcando giù i gomiti fra le gambe allargate. – E perchè continuarlo questo genere umano!
– Come, perchè! Se no noi non esisteremmo.
– Ma perchè dobbiamo esistere!
– Come, perchè? Per vivere.
– Ma perchè vivere? Se non c’è nessuno scopo, se la vita ci è data solamente per viverla, la vita non ha un perchè. E se è così, gli Schopenhauer, gli Hartmann, e tutti i Buddisti hanno assolutamente ragione. Che se poi c’è uno scopo alla vita, allora è chiaro che la vita deve finire quando questo scopo è raggiunto. Tale è la conseguenza – disse egli con visibile agitazione, tutto preso dalla propria idea. – Tale è la conseguenza. Badate qui: se la mèta del genere umano è il buono, il bene, l’amore, come volete voi, se la mèta del genere umano, è quel che è detto nelle Profezie, che cioè tutti gli uomini saranno uniti in un solo amore, allora che cosa impedisce il raggiungimento di questa mèta? L’impediscono le passioni. Delle passioni la più forte, la più cattiva, la più ostinata, è l’amore sessuale, carnale, e poichè se le passioni tutte saranno annientate, e sarà annientata, per ultimo anche la più forte fra esse, l’amore corporale, allora la Profezia sarà compiuta e la gente sarà unita nell’amore: quindi la mèta del genere umano sarà raggiunta e la vita non avrà più un perchè. Finchè esisterà, il genere umano avrà innanzi a sè un ideale e, naturalmente, non sarà l’ideale dei conigli o dei maiali di procreare, cioè, quanto più è possibile, nè l’ideale delle scimmie o dei parigini di godere quanto più è possibile dei piaceri carnali, ma un ideale di bene per raggiungere la continenza e la purezza. A questo ideale sempre hanno mirato e mirano gli uomini. E vedete a che siamo giunti.
Siamo giunti a che l’amore corporale è una valvola di sicurezza. L’umanità ora vivente non ha raggiunto la mèta soltanto a cagione delle passioni che sono in essa, la più violenta delle quali è l’amore sessuale. L’amore sessuale dà vita a una nuova generazione e, in conseguenza, alla possibilità di raggiungere la mèta nella seguente generazione. E se quella non la raggiungerà, ne verrà un’altra fino a che non sarà raggiunta la mèta e adempiuta la Profezia, riunendo tutti gli uomini in un solo amore. E che accadrebbe? Se ammettiamo che Dio abbia creato gli uomini per il raggiungimento di un dato fine, li avrebbe creati o mortali senza le passioni sessuali, o immortali. Se essi fossero mortali, senza le passioni sessuali, che accadrebbe? Che essi trascorrerebbero la vita e morirebbero senza aver raggiunto il fine prescritto: e per raggiungere il fine Dio avrebbe dovuto creare altri uomini. Se poi essi fossero stati immortali, allora ammettiamo (quantunque sarebbe più difficile agli uomini delle nuove generazioni correggere gli errori e avvicinarsi alla perfezione) ammettiamo che raggiungessero il fine dopo molte migliaia di anni, ma allora perchè vivrebbero? e perchè avrebbero figli? Perciò il meglio di tutto è ciò che è… Ma forse a voi non piace questa forma di espressione e siete evoluzionista. Ma si viene sempre allo stesso. La specie più alta di animali, l’umana, essendo sempre in lotta con gli altri animali, deve unirsi, come uno sciame d’api, che sussurra, e non procreare continuamente; deve quindi, come le api, allevare dei neutri, cioè deve di nuovo mirare alla continenza, e non a quegli eccitamenti lascivi ai quali tende tutta l’organizzazione della nostra vita –. Egli tacque per poco. – Il genere umano finirà? Ma forse qualcuno, se appena osserva il mondo, può dubitarne? Ciò è indubitabile come la morte. In tutte le dottrine della Chiesa è predetta la fine del mondo e tutte le dottrine scientifiche dicono egualmente che è inevitabile. Che vi è dunque di strano che la dottrina morale porti alla stessa conclusione?
Dopo aver detto questo egli tacque a lungo, finì di fumare la sua sigaretta, ne tirò fuori delle altre dalla sacca e le mise nel suo vecchio e sudicio portasigarette.
– Capisco la vostra idea – dissi io – qualcosa di simile affermano gli Schekeri.
– Sì, sì, ed essi hanno ragione – disse egli. – La passione sessuale, in qualunque modo si esplichi, è un male, un terribile male, contro cui bisogna combattere e non sottomettercisi, come facciamo noi. La parola del Vangelo che chi guarda una donna con concupiscenza ha già fornicato con essa, non riguarda soltanto le donne estranee, ma proprio, e principalmente, la propria moglie.

XII.
– Nel nostro mondo si fa proprio il contrario: se un uomo, essendo scapolo, pensava alla continenza, una volta ammogliato crede che oramai la continenza non sia più necessaria. Questi viaggi di nozze, la solitudine nella quale si trovano i giovani, col consenso dei genitori, tutto ciò non è altro che il permesso di darsi alla dissolutezza. Ma la legge morale medesima si vendica quando la si offende. Per quanto io mi sforzassi di abbellire la luna di miele, essa non fu altro che abbiezione, vergogna e noia. Ma ben presto diventò anche tormentosamente penosa. Ciò cominciò assai presto. Al terzo o quarto giorno cominciai a trovare mia moglie annoiata; le chiesi perchè fosse così, volli abbracciarla pensando che tale fosse il suo desiderio, ma essa respinse il mio braccio e si mise a piangere. Perchè? Non lo sapeva dire. Ma era triste, oppressa. Verisimilmente i suoi nervi sfiniti le avevano suggerito la verità intorno alla turpitudine delle nostre relazioni; ma non lo sapeva dire. Seguitai a interrogarla: mi disse che si sentiva triste senza la madre. Mi parve che non fosse vero. Mi misi ad esortarla, senza parlare della madre. Io non capivo che essa soffriva e che la madre era soltanto un pretesto. Ma essa si offese perchè io non le parlavo della madre, come se non avessi creduto alle sue parole. Mi disse che vedeva bene che io non l’amavo. La rimproverai per i suoi capricci, e a un tratto il suo viso mutò completamente; invece della mestizia vi apparve l’irritazione e con le più amare parole cominciò ad accusarmi di egoismo e di crudeltà. La guardai. Tutta la sua fisionomia esprimeva la freddezza e l’ostilità, quasi l’odio verso di me. Mi ricordo quanto mi atterrì quella vista. «Come? Che è? – pensavo –. L’amore, l’anima gemella, e invece ecco qui!…» Ma non può essere, ma non è lei! Mi provai a raddolcirla, ma mi urtai a tale un impenetrabile muro di fredda, velenosa ostilità che in un baleno mi sentii preso anch’io dall’irritazione e ci lanciammo l’uno all’altro un mucchio d’invettive. L’impressione che ebbi da quel primo bisticcio fu tremenda. Io lo chiamo bisticcio, ma quello non era un bisticcio, era la scoperta dell’abisso che difatti era fra noi. L’amore era esaurito con la soddisfazione dei sensi, e restavamo l’uno di faccia all’altro nella realtà delle nostre reciproche relazioni, cioè due esseri estranei l’uno all’altro, egoisti, che desideravano trarre quanto più piacere potessero l’uno dall’altro. Io chiamo bisticcio quel che avvenne fra noi, ma quello non era un bisticcio, era soltanto la conseguenza dell’appagamento dei sensi che ci faceva vedere la realtà della nostra situazione l’uno verso l’altro. Io non capii allora che quelle relazioni fredde e ostili erano le nostre normali relazioni, non lo capii perchè quelle relazioni ostili furono, nei primi tempi, mascherate da una nuova ondata di acuta sensualità, cioè di quel che credevamo amore.
Io pensavo che ci eravamo bisticciati e avevamo fatto pace e tutto era finito. Ma in quel primo mese di matrimonio venne ben presto di nuovo un periodo di sazietà, di nuovo cessammo di essere necessari l’uno all’altro, e cominciò un’altra lite. Questa seconda lite mi fece anche maggiore impressione della prima. «Dunque, la prima non è avvenuta per caso, ma così doveva essere e così sarà in avvenire», pensai. La seconda lite mi colpì tanto più perchè sorgeva dal più inverosimile dei motivi. Fu una questione di denaro, mentre io mai ho rimpianto il denaro speso, e tanto meno lo avrei rimpianto trattandosi di mia moglie. Ricordo soltanto che essa voltò la cosa in modo da dare a una mia semplice osservazione il significato di volerla dominare a mezzo del denaro, basando io esclusivamente sul denaro il mio diritto; una cosa impossibile, stupida, disgustosa, che non era nel mio carattere, nè nel suo. Io m’irritai, l’accusai d’indelicatezza, essa ritorse l’accusa, e così via. Nelle sue parole, nell’espressione del suo viso, dei suoi occhi, io vidi di nuovo quella stessa crudele, fredda ostilità che tanto mi aveva colpito l’altra volta. Con mio fratello, con gli amici, con mio padre, lo ricordo, avevo avuto degli alterchi, ma mai c’era stato fra noi quel che di particolarmente cattivo, velenoso che c’era qui. Ma passò alquanto tempo e questo reciproco odio fu nascosto sotto l’amore, cioè la sensualità, e io di nuovo mi confortai col pensiero che questi nostri due alterchi erano stati degli errori che si potevano emendare. Ma ecco che venne la terza, la quarta lite, e io capii che ciò non era un caso, ma che così doveva essere e così sarebbe in avvenire e mi spaventai di ciò che mi aspettava. Oltre a ciò mi tormentava anche l’orribile pensiero che soltanto a me accadesse di vivere in così sconcio modo con mia moglie, in modo così diverso da quello al quale mi attendevo, mentre ciò non accadeva agli altri coniugi. Io in quel tempo non sapevo ancora che questa è la sorte comune, ma che tutti, come me, credono che sia una sventura che tocchi esclusivamente a loro, e nascondono questa particolare, vergognosa sventura, non soltanto agli altri, ma financo a se stessi e non se lo confessano.
Questa condizione di cose cominciò dai primi giorni e continuò sempre e sempre crebbe e si fece più crudele. Nel profondo dell’anima io, dalle prime settimane, sentii d’essere precipitato in un abisso, sentii che mi accadeva ciò a cui non mi sarei mai aspettato, che il matrimonio non soltanto non era la felicità ma era qualcosa di molto penoso; ma io, come tutti, non volevo confessarlo a me stesso (e non lo confesserei neppur ora se la catastrofe non fosse avvenuta) io lo nascondevo non soltanto agli altri, ma a me stesso. Ora mi sorprende di non aver veduto allora la mia vera situazione. E l’avrei potuta vedere perchè i nostri alterchi cominciavano da così futili motivi che dopo, quando avevamo fatto la pace, non era più possibile ricordarsi quali fossero questi motivi. La ragione non sa trovare motivi di liti sotto a quella nostra costante ostilità. Ma era ancor più sorprendente la futilità dei motivi di far la pace. A volte erano parole, spiegazioni, anche lacrime, ma a volte… oh! Me ne vergogno ancora a ricordarlo, dopo le più crudeli parole che ci eravamo dette l’uno all’altro, a un tratto, in silenzio, sguardi, sorrisi, baci, abbracciamenti… Turpitudine! Come potevo io non vedere l’orrore di questo, quando?…

XIII.
Entrarono due viaggiatori e presero posto su di un sedile più lontano. Egli tacque finchè gli altri si furono seduti, ma appena tornò il silenzio egli seguitò, senza perdere evidentemente neppure un istante il filo dei suoi pensieri.
– Quel che è più abbietto – cominciò egli – si è il presupporre in teoria che l’amore debba essere qualcosa d’ideale, d’alto, mentre in pratica l’amore è qualcosa di così basso, di così bestiale, che al solo parlarne e ricordarne si ha disgusto e vergogna. E se si ha disgusto e vergogna si deve confessarlo. E invece la gente fa finta che il disgusto e la vergogna sieno invece bellezza ed elevatezza.
Quali furono i primi segni del mio amore? Questi, che cioè io mi diedi ad eccessi bestiali, non soltanto senza vergognarmene ma gloriandomi, chi sa perchè, di questi eccessi sensuali senza darmi pensiero non pure della sua vita spirituale ma neanche della sua vita fisica. Io non potevo capire donde venisse quella nostra reciproca ostilità, ma la cosa era perfettamente chiara: questa ostilità non era altro che la protesta della natura umana contro quella bestiale che la sopraffaceva.
Io mi meravigliavo dell’odio che sentivamo l’uno per l’altro. Ma ciò non avrebbe potuto essere diversamente. Quest’odio non era altro che l’odio reciproco di due complici di un delitto, sia per l’istigazione a delinquere, sia per la partecipazione al delitto. Non fu forse un delitto quando, fin dal primo mese, la poveretta essendo incinta, continuò il nostro legame bestiale? Voi credete che io mi allontani dal mio racconto. Niente affatto! Io vi fo sempre la storia del come ho ucciso mia moglie. Nel giudizio mi chiedevano perchè, come avevo ucciso mia moglie. Stolti! Credevano che io l’avessi uccisa con un coltello, il 5 ottobre. Io non la uccisi allora, ma molto prima. Appunto come essi tutti ora uccidono, tutti, tutti…
– Ma in qual modo? – chiesi io.
– Ecco una cosa sorprendente, che, cioè, nessuno vuol riconoscere quel che è così chiaro ed evidente, quel che debbono sapere e predicare i medici ma che essi tacciono. La cosa è semplicemente orrenda. L’uomo e la donna sono stati creati nello stesso modo degli altri animali, cioè, che dopo l’amore carnale viene la gravidanza, poi l’allattamento, stati nei quali, sia per la donna che per il bambino, l’amore carnale è nocivo. Donne ed uomini sono in egual numero. Che avviene? Mi pare sia chiaro. E non ci vuol mica una grande sapienza per dedurre da questi fatti la conseguenza che ne deducono gli stessi animali: che è necessaria cioè la continenza. Ma no. La scienza giunge alla scoperta di certi leucociti che corrono nel sangue, e di altre simili sciocchezze, e quelle cose lì non le arriva a capire. Ma almeno non si ascolti quando dice questo.
Per la donna vi sono soltanto due uscite: una, fare di sè stessa un mostro, distruggere in sè la possibilità di essere donna, cioè madre, perchè l’uomo possa tranquillamente e continuamente godere; e l’altra uscita (che non è neppure un’uscita ma una semplice, selvaggia, diretta offesa alle leggi della natura), la quale si pratica in tutte le così dette famiglie oneste e che consiste in ciò: che la donna, a dispetto della sua natura, debba essere nel medesimo tempo gestante, nutrice e amante, debba giungere cioè dove le bestie stesse non giungono. Le forze non le possono bastare. E perciò nella nostra condizione abbiamo l’isterismo, la nevrastenia, e nel popolo le donne ossessionate. Osservate che nelle fanciulle, nelle vergini non esiste l’ossessione, ma soltanto esiste nelle donne maritate che vivono coi loro mariti. Questo da noi. E lo stesso accade in Europa. Tutti gli ospedali per donne isteriche sono pieni di donne che hanno violato le leggi della natura. Ma le donne ossessionate e le clienti di Charcot sono uno stuolo di donne mutilate e rese sterili. Soltanto a pensare quale grande opera si svolge nella donna quando in lei si matura il frutto delle sue viscere, o quando nutre il figlio che ha partorito! Si forma in lei chi ci continuerà, ci sostituirà. E quest’opera santa è guastata, e da chi? Terribile a pensare! E si discute della libertà, dei diritti della donna! È come se dei cannibali nutrissero dei prigionieri per divorarli e intanto assicurassero di esser preoccupati della loro libertà e dei loro diritti.
Tutto ciò era nuovo per me e mi colpì.
– Ma come? – dissi io. – Se fosse così, si potrebbe possedere la propria moglie soltanto ogni due anni, e l’uomo…
– E per l’uomo è indispensabile, eh? – replicò egli. – Di nuovo questi cari sacerdoti della scienza lo assicurano. Io vorrei poter ordinare a questi maghi di far loro l’ufficio di quelle donne che, secondo la loro opinione, sono necessarie agli uomini: che cosa direbbero allora? Suggestionate un uomo, ditegli che gli è indispensabile la vodka, il tabacco, l’oppio e tutto ciò gli diventerà indispensabile. Ne viene per conseguenza che Dio non capiva ciò che era necessario all’uomo e quindi, senza chiedere il parere di questi maghi, si è regolato male. Ma la cosa non va così. Per l’uomo è necessario, indispensabile, così hanno deciso costoro, di soddisfare le sue cupidigie, ma la procreazione e l’allattamento dei figli lo disturbano, disturbano il soddisfacimento di queste sue pretensioni. Come fare? Rivolgersi ai maghi, essi rimedieranno. Essi inventano difatti il rimedio. Oh! ma quando saranno smascherati questi farabutti e i loro inganni? Sarebbe l’ora. Si è giunti all’estremo limite: s’impazzisce e si tirano colpi di rivoltella, e sempre per la stessa ragione. E come potrebbe essere diversamente? Si direbbe che gli animali sappiano che la loro discendenza continua la loro specie e mantengono una data legge in questi rapporti. Soltanto l’uomo non lo sa e non lo vuol sapere. E si preoccupa soltanto di godere quanto più può. E chi è costui? Il re della natura, l’uomo. Osservate che gli animali si accoppiano soltanto quando possono ottenere una posterità, e quest’ignobile re della natura sempre, quando ne può ricavare piacere. E non basta: egli eleva questo mestiere da scimmia all’altezza della perla dell’esistenza, all’amore. E nel nome dell’amore, cioè della libidine, rovina che cosa? una metà del genere umano. Delle donne che dovrebbero essere le sue coadiuvatrici nel cammino dell’umanità verso il vero ed il bene, egli, in nome del suo piacere fa, non le sue coadiutrici, ma le sue nemiche. Osservate un po’ chi è che impedisce l’avanzare progressivo dell’umanità: le donne. E perchè? Soltanto per questo. Ma sì, ma sì – ripetè egli più volte e cominciò a muoversi, a tirar fuori le sigarette, a fumare, desiderando visibilmente di calmarsi alquanto.

XIV.
– E in questo modo bestiale vissi anch’io – continuò egli nel tono di prima. – Il peggio era che, conducendo questa vita turpe, io m’immaginavo, visto che non mi lasciavo sedurre da altre donne, di menare un’onesta vita di famiglia, di essere un uomo morale e di non avere colpa alcuna, e se c’erano liti fra noi, la colpa era di lei, del suo carattere.
La colpevole, naturalmente, non era lei, Essa era come tutte le altre, come la maggior parte almeno. Era stata educata come la posizione delle donne nella nostra società impone, come sono educate tutte, senza eccezione, le donne delle classi agiate e come non possono non essere educate. Si discute sul nuovo indirizzo dell’educazione da darsi alla donna. Sono tutte parole vuote: l’educazione della donna è quale dev’essere, tenuto conto di quel che veramente si pretende dalla donna nella società.
E l’educazione della donna sarà sempre corrispondente alle vedute dell’uomo su di lei. Tutti noi sappiamo come gli uomini riguardano le donne: «Wein, Weib und Gesang» come dicono i versi dei poeti. Prendete tutta la poesia, tutta la pittura, la scultura, cominciando dai versi d’amore e da Venere e da Frine, e vedrete che la donna è un istrumento di piacere; è così a Truba e a Gratcevka13 e a un ballo di corte. E badate alla furberia del diavolo: se si parlasse soltanto del piacere, si direbbe che la donna è un boccone prelibato e basta. No, da principio i cavalieri assicurano che essi adorano la donna (l’adorano, ma tuttavia la riguardano come un istrumento di piacere), poi assicurano di rispettare la donna. Alcuni le cedono il posto, le raccolgono il fazzoletto; altri riconoscono i suoi diritti ad occupare tutti gl’impieghi, a partecipare al governo, ecc. Fanno sempre questo ma tuttavia la riguardano nel medesimo modo. Essa è un istrumento di piacere. Il suo corpo è il mezzo del piacere. Ed essa lo sa. Tal quale come la schiavitù. La schiavitù non è altro che lo sfruttamento esercitato da alcuni sul forzato lavoro delle folle.
Poichè la schiavitù non esiste, bisogna che coloro che non vogliono sfruttare i lavori forzati degli altri, considerino questo sfruttamento come un peccato e una vergogna. Intanto si sopprime la forma esteriore della schiavitù, si aboliscono i contratti di vendita degli schiavi, e si crede e ci si persuade che la schiavitù non esista più e non si vede e non si vuol vedere che la schiavitù continua ad esserci, perchè la gente ama come prima e crede buono e giusto approfittare delle fatiche altrui. E dato che lo crede buono, si troveranno sempre persone più forti o più astute delle altre che lo sapranno fare. Lo stesso accade con l’emancipazione della donna. La schiavitù della donna consiste soltanto in ciò, che gli uomini desiderano e credono onesto usare di lei come di un istrumento di piacere. Ed ecco emancipano la donna, le concedono tutti i diritti eguali a quelli degli uomini, ma seguitano a considerarla come un istrumento di piacere; così la educano fin dall’infanzia, così essa è tenuta nell’opinione pubblica. Ed essa è sempre una schiava umile e corrotta e l’uomo è sempre un negriero corrotto.
Emancipano la donna con corsi di studi, con aprirle le aule di giustizia, ma la considerano come un oggetto di piacere. Insegnatele, come le insegnano qui da noi, a riguardarsi tale essa medesima, ed essa rimarrà sempre un essere inferiore. O essa, con l’aiuto di medici scellerati, impedirà il concepimento, e diventerà quindi una perfetta prostituta, giungendo al grado non di una bestia ma di una cosa; o, come nella maggior parte dei casi, ammalerà di mente, diventerà isterica, infelice, senza neppure il soccorso di uno sviluppo intellettuale.
I ginnasi, i corsi di studio non possono mutare questo stato di cose. Mutarlo potrebbe soltanto un cambiamento nel modo che gli uomini tengono nel considerare la donna e che le donne tengono nel considerare sè stesse. Ciò dunque muterà soltanto quando la donna crederà che la verginità sia lo stato perfetto e non, come ora, che lo stato perfetto di una creatura sia la vergogna e il disonore. Finchè ciò non avverrà, l’ideale di ogni fanciulla, qualunque sia la sua educazione, sarà sempre di allettare il maggior numero possibile di uomini, il maggior numero possibile di maschi per avere la facilità della scelta.
Se una conosce le matematiche, un’altra sa suonare l’arpa, questo non vuol dir nulla. Una donna è felice ed ha ottenuto tutto ciò che può desiderare, quando ha stregato un uomo. E quindi il maggior problema per una donna è di saperlo accalappiare. Così è stato e così sarà. Così è la vita di una fanciulla nel nostro mondo e così seguita quando è maritata. Nella vita della fanciulla ciò è necessario per la scelta, nella vita della maritata per prendere dominio sul marito.
Una sola cosa impedisce per un certo tempo alla donna di esercitare il suo dominio sull’uomo: i figli e il periodo dell’allattamento. Ma ecco di nuovo i medici.
Mia moglie, che volle essa medesima allattare i cinque figli che seguirono il primogenito, quella prima volta si ammalò. I medici, che la spogliarono cinicamente, e la maneggiarono per tutti i versi – e perciò dovetti esser loro grato e pagarli – questi cari medici giudicarono che essa non dovesse allattare, e così quella prima volta essa fu privata di quell’unico mezzo che poteva salvarla dalla civetteria. Si prese una nutrice, cioè noi profittammo della povertà, del bisogno, dell’ignoranza di una donna, la togliemmo al suo bambino per darla al nostro, e per questo le mettemmo in capo un kokoscnik14 gallonato. Ma non si tratta di ciò. Si tratta che durante quel tempo in cui fu libera dalla gravidanza e dall’allattamento, in mia moglie si risvegliò l’assopita civetteria femminile. E in me, per conseguenza, nacquero con particolare veemenza i tormenti della gelosia che non cessarono di straziarmi per tutto il tempo della mia vita coniugale, come non possono non straziare tutti quei mariti che vivono con le mogli come vivevo io, cioè immoralmente.

XV.
In tutto il tempo della mia vita coniugale non ho mai cessato dal provare i morsi della gelosia. Ma vi erano periodi nei quali maggiormente ne soffrivo. E uno di questi periodi fu quando dopo il primo bambino i dottori proibirono a mia moglie di allattare. Io ero particolarmente geloso in quel tempo: primo, perchè mia moglie provava quella naturale inquietudine della madre che porta con sè la interruzione della solita vita; secondo, perchè, vedendo con quanta facilità essa aveva potuto abbandonare il suo dovere morale di madre, io, giustamente quantunque incoscientemente, conclusi che con la stessa facilità avrebbe potuto trasgredire al suo dovere di moglie, tanto più che essa era perfettamente sana e che, a dispetto dei cari dottori, potè nutrire da sè gli altri figli e compiere benissimo l’allattamento.
– Ma voi non amate i medici – dissi io, notando l’espressione particolarmente aspra della sua voce ogni volta che egli soltanto li nominava.
– Non si tratta di amarli o non amarli. Essi hanno distrutta la mia vita, come hanno distrutta e distruggono la vita di migliaia, centinaia di migliaia di persone, e non posso non collegare le conseguenze con le cause. Capisco che essi vogliano, come gli avvocati e altra gente simile, guadagnar denaro, ma io darei loro volentieri la metà delle mie rendite, e ogni persona se soltanto capisse ciò che essi fanno, darebbe loro volentieri la metà di quanto possiede, purchè essi non si mischiassero nella sua vita di famiglia e non gli si avvicinassero. Non ho fatto mica indagini, ma conosco diecine di casi, e sono infiniti! nei quali essi hanno ucciso o il bambino nell’utero della madre, assicurando che la madre non avrebbe potuto partorire, e la madre di poi ha partorito benissimo; o la madre, sotto il pretesto di non so quale operazione. Ma nessuno ha contato questi assassinii come non si sono contati gli assassinii dell’inquisizione, perchè si supponeva che ciò si facesse per il bene dell’umanità. Ma tutti questi delitti sono nulla in confronto della corruzione morale del materialismo che essi introducono nel mondo, specialmente per mezzo delle donne.
Non parlo neppure del fatto che, se si volesse seguire le loro indicazioni, grazie all’infezione che vedono dappertutto e in tutti, la gente dovrebbe andare non verso l’unione, ma verso la disunione: ognuno, secondo i loro insegnamenti, dovrebbe starsene in disparte, tenendo davanti alla bocca uno spruzzatoio d’acido fenico (del resto, hanno scoperto che neppur questo giova). Ma anche questo è nulla. Il veleno maggiore sta nella corruzione e specialmente delle donne.
È impossibile oggi dire: «Tu vivi male, vivi meglio», impossibile dirlo nè a sè nè agli altri. Se vivi male, la cagione è lo squilibrio dei nervi o simili. E bisogna andar da loro, ed essi vi scriveranno ricette di medicine che costano 35 kopeki15 in farmacia, e voi le prendete.
Starete peggio, e allora di nuovo medicine, di nuovo dottori. Magnifico scherzo!
Ma non è in ciò la questione. Io dico soltanto che essa allattò benissimo i bambini e che la gravidanza e l’allattamento erano le sole cose che mi salvassero dalla gelosia coniugale. Se non fosse stato per ciò, il fatto sarebbe accaduto molto prima. I bambini salvavano me e lei. In otto anni essa partorì cinque figli. E tutti, meno il primo, furono allattati da lei.
– E dove sono ora i vostri figli? – chiesi io.
– I figli! – ripetè egli come spaventato.
– Perdonatemi, forse vi è penoso il ricordarli.
– No. I miei figli li presero la sorella e il fratello di mia moglie. Non me li hanno ridati. Io rimetto loro del denaro, ma essi non me li rendono. Io son tenuto per pazzo. Adesso vengo da loro. Li ho visti, ma non me li hanno consegnati. Se me li dessero io li alleverei in modo che non diventassero come i loro genitori. Ma è fatale che diventino anche loro così. Che farci? Si capisce che non me li vogliano dare e che non abbiano fiducia in me. E io non so se mi sentirei la forza di educarli. Credo di no. Io sono un rudero, un uomo finito. Una sola cosa c’è in me. So. Già, questo è vero, so quel che tutti un tempo apprenderanno.
Sì, i miei figli sono vivi e crescono come dei selvaggi, al pari di tutti coloro che li circondano. Io li ho veduti, tre volte li ho veduti. Non posso far nulla per loro, nulla. Ora vado a casa mia, nel Sud. Là ho una piccola casa e un giardinetto.
Sì, un giorno la gente apprenderà ciò che io so. Nel sole e nelle stelle c’è molto ferro e altri metalli, ciò si può imparare presto: ma quello che accusa la nostra condotta da maiali, quello è difficile, terribilmente difficile a imparare!
Voi mi ascoltate, e io ve ne sono grato.

XVI.
– Mi avete rammentato i figli. Che orribile inganno c’è intorno ai figli! I figli, la benedizione di Dio! I figli, la gioia! Tutto ciò è una menzogna. Una volta era così, ma non ora. I figli sono un tormento e niente altro. La maggior parte delle madri lo sente e a volte lo dice. Chiedete alla maggior parte delle madri del nostro ambiente di persone dabbene: vi diranno che non desiderano figli per la paura che essi possano ammalarsi e morire, e non vogliono allattarli, se già son nati, per non essere legate e non soffrire. Il piacere che dà loro un bambino con la sua graziosità, quelle manine, quei piedini, tutto il corpicino, la gioia che dà il bambino è minore della sofferenza che esse provano, senza parlare delle malattie o della perdita del bambino, al solo timore di soffrire per la possibilità delle malattie e della morte. Pesando i vantaggi e gli svantaggi sembra che gli svantaggi siano maggiori e che perciò non sia desiderabile aver figli. Esse lo dicono chiaramente, arditamente, immaginando che questi sentimenti nascano in loro per l’amore dei bambini, sentimenti dei quali si vantano, come di sentimenti buoni e alti. Non si accorgono che con questi ragionamenti negano l’amore e confermano soltanto il loro egoismo. Per loro è minore la gioia che viene dalla grazia del bambino che la sofferenza che viene dal timore per lui e perciò non vogliono il bambino che esse potrebbero amare. Esse non si sacrificano per un essere amato, ma vogliono un essere da amare.
È chiaro che questo non è amore ma egoismo. Ma nel giudicare queste madri, appartenenti a famiglie dabbene, non bisogna, per questo loro egoismo, mettersi le mani in capo quando si pensa a tutto ciò che esse soffrono a cagione della salute dei bambini, sempre grazie a quei tali dottori che intervengono nella nostra vita delle grandi città. Quando mi rammento, anche ora, la vita e lo stato di mia moglie nei primi tempi, quando c’erano tre e quattro bambini ed essa era interamente oppressa da loro, ciò mi sembra tremendo. Non avevamo più una vita nostra. La vita era un pericolo continuo, e, salvati da quel pericolo, di nuovo s’inciampava in un altro pericolo, di nuovo sforzi disperati, di nuovo la salvezza, e sempre si stava come su di una nave che è per affondare. A volte mi pareva che ciò fosse fatto apposta, che essa fingesse di essere inquieta per i bambini per potermi sopraffare. Tutto questo maneggio si risolveva sempre a suo profitto. Mi pareva a volte che tutto ciò che essa faceva e diceva in queste circostanze essa lo facesse e dicesse apposta. Ma no, essa medesima si tormentava orribilmente, si affannava di continuo per via dei bambini, della loro salute, delle loro malattie. Era una tortura per lei e per me. E le era impossibile di non tormentarsi. Ma questo attaccamento ai bambini, l’animalesca funzione di nutrirli, di accarezzarli, di difenderli era per lei, com’è per la maggior parte delle donne ma non nel modo come è per gli animali, un mezzo di sfuggire alle immaginazioni e alle riflessioni. La gallina non si agita per ciò che può accadere al pulcino, non conosce tutte queste malattie che gli possono venire, non conosce tutti questi mezzi coi quali la gente immagina di poter salvare i figli dalle malattie e dalla morte. E i figli per essa, per la gallina, non sono un tormento. Essa fa per i suoi pulcini tutto ciò che le è naturale e piacevole di fare: i figli per essa sono una gioia. Quando un pulcino comincia ad ammalarsi, le sue cure sono molto circoscritte: lo riscalda, lo nutrisce. E facendo questo, sa di fare tutto quanto è necessario. Se il pulcino muore essa non si domanda perchè muore, dove va; pigola un poco, poi smette e seguita a vivere come prima. Ma per le nostre sventurate donne e specialmente per mia moglie non era così. Non parliamo delle malattie, del modo di curare, di allevare i bambini; ma essa tendeva dovunque l’orecchio, e leggeva senza posa per conoscere tutti i differenti metodi e continuamente cambiava le sue direttive. Nutrirli così, in questo modo: no, non così, non in questo modo, ma invece in quest’altro modo: come vestirli, come dar loro da bere, e dar loro il bagno, e metterli a dormire, e farli passeggiare, e far loro prendere aria, su tutte queste cose noi, e specialmente mia moglie, apprendevamo ogni settimana nuove regole. Come se i bambini fossero cominciati a nascere soltanto ieri. E non bisognava nutrirli così, non dare il bagno così, e in quel momento, e se il bambino si ammalava la colpa era nostra, non avevamo fatto quel che si doveva fare.
Questo quando il bambino stava bene. Ed era un tormento. Se poi si ammalava, allora, era addirittura l’inferno. Si suppone che la malattia può essere curata e che v’è una scienza apposta e che vi sono certi tali, i medici, che la conoscono. Ma non tutti, soltanto i più bravi la conoscono. Ed ecco, il bambino è malato e bisogna ricorrere a quel medico più bravo di tutti, a quello che lo può salvare, e allora il bambino sarà salvato; ma se non puoi acchiappare questo medico o se non abiti nel paese dove abita questo medico, il bambino morirà. E questa non era l’opinione soltanto di mia moglie; è l’opinione di tutte le donne del suo mondo e da tutte le parti essa udiva dire: Katerina Semenovna ha perduto due bambini perchè non è stato chiamato in tempo Ivan Zakharic, e invece a Maria Ivanovna Ivan Zakharic ha salvato la figlia maggiore; e i Petrovic per consiglio del dottore, avevano lasciato la loro casa ed erano andati all’albergo, e così i bambini erano rimasti in vita, ma se non fossero andati all’albergo i bambini sarebbero morti. E il tal altro aveva un bambino malaticcio: per consiglio del dottore erano andati al sud e il bambino s’era salvato. Come non tormentarsi e non agitarsi per tutta la vita, quando la vita dei bambini, alla quale essa era legata in modo bestiale, dipendeva dal sapere in tempo che cosa pensasse di loro Ivan Zakharic? Ma che cosa pensasse Ivan Zakharic nessuno lo sapeva, e lui meno di tutti, giacchè egli sapeva benissimo di non saper nulla e di non poter aiutare nessuno, ma che egli andrebbe giù a precipizio se soltanto gli altri smettessero di credere che egli sapesse qualcosa. Se essa fosse stata a dirittura come gli animali non si sarebbe tormentata così: se fosse stata a dirittura un essere umano, avrebbe avuto la fede in Dio e avrebbe pensato e parlato come parlano le donne credenti, anche le donne del popolo: «Dio ce l’ha dato, Dio ce l’ha tolto, non si può fare contro la sua volontà». Avrebbe pensato che la vita e la morte erano per i suoi figli come per tutti gli altri non in potere degli uomini, ma in potere di Dio, e non si sarebbe tormentata col credere che fosse in sua facoltà impedire le malattie e la morte dei figli; ma essa non faceva così. Per lei invece la situazione era questa: i bambini sono esseri deboli, sottoposti a infiniti mali. Per questi esseri essa sentiva un attaccamento appassionato, animalesco. Oltre a ciò questi esseri erano affidati a lei e intanto i mezzi di conservare questi esseri erano ignoti a lei, e conosciuti soltanto da persone estranee che potevano rivelarli unicamente per molto denaro, e anche non sempre.
Come non tormentarsi? Ed essa si tormentava continuamente. A volte ci eravamo appena calmati dopo una scena di gelosia o semplicemente un alterco e volevamo riposarci, leggere un poco, riflettere: o stavamo occupati in un affare e ad un tratto giunge la notizia che Vasi vomita o che Mascia ha un accenno di dissenteria, o Andriuscia ha uno sfogo di pelle, ed ecco la vita è sospesa. Dove correre? quale medico chiamare? E cominciano i clisteri, i termometri, le medicine e i medici. E appena questo finisce, comincia un’altra cosa. La vita di famiglia regolare, serena non esisteva. Ma v’era, come vi dicevo, la continua paura di pericoli immaginari o reali. Così è ora nella maggior parte delle famiglie. Nella mia famiglia era particolarmente penoso. Mia moglie era superstiziosa e insieme poco credente.
Sicchè la presenza dei figli non soltanto non rallegrava la nostra vita, ma l’avvelenava. Oltre a ciò i figli erano per noi un nuovo pretesto a litigi. Dal momento che vennero i figli e quanto più crescevano, tanto più spesso i figli medesimi erano pretesto o oggetto di litigi. Non soltanto erano oggetto di litigi ma erano armi per la lotta. Pareva che noi combattessimo l’uno contro l’altro con i figli per armi. Ognuno di noi aveva il suo bimbo preferito, arma di combattimento. Io combattevo specialmente con Vasia, il maggiore, e lei con Liza. Oltre a ciò, quando i ragazzi cominciarono a farsi grandi e a definire i loro caratteri, essi diventarono degli alleati che ognuno di noi tirava dalla parte sua. Essi soffrivano terribilmente di ciò, poveretti, ma noi, nella nostra continua guerra, non pensavamo punto a loro. La bambina era la mia alleata, e invece il ragazzo maggiore, che somigliava alla mamma, era il suo favorito e a volte mi diventava odioso.

XVII.
– Così vivevamo. Le nostre relazioni diventavano sempre più ostili, e finalmente giunsero a tal punto che non erano i dissensi che producevano l’odio, ma l’odio che produceva i dissensi: essa stava per dire una cosa e io già la contraddicevo prima che l’avesse detta, e lo stesso faceva lei.
Ma al quarto anno eravamo già a tale che comprendevamo l’impossibilità di star d’accordo. Smettemmo perfino di tentare di condurre un discorso sino alla fine. Sulle più piccole cose, specialmente quando si trattava dei bambini, ognuno rimaneva con la sua opinione. Come ora ricordo, le opinioni che io sostenevo non mi stavano talmente a cuore che non avessi potuto abbandonarle; ma essa era dell’opinione contraria e avrei dovuto cedere, cedere a lei. Questo io non potevo fare e lei neppure. Essa era sempre persuasa di aver ragione contro di me e io credevo sempre di esser un santo a paragone di lei. Sicchè eravamo quasi ridotti al silenzio o a conversazioni che anche gli animali, credo, potrebbero avere fra loro: «Che ore sono? È tempo di andare a dormire. Che c’è di pranzo oggi? Dove si va? Che c’è nel giornale? Bisogna chiamare il dottore. Nascia ha mal di gola». Bastava allontanarsi di un capello da questo stretto cerchio di argomenti per andar subito in furore. Avvenivano urti e ci scambiavamo espressioni di odio per il caffè, per una tovaglia, per una carrozza, per un giuoco di carte, sempre per motivi che non potevano avere alcuna importanza nè per questo nè per quello. In me, almeno, l’odio verso di lei spesso ribolliva terribilmente. A volte osservavo come lei mesceva il the, come dondolava un piede, come portava il cucchiaio alla bocca, come soffiava sui liquidi caldi, come li aspirava, e l’odiavo per questi suoi gesti come se fossero cattive azioni. Io non notavo allora che i periodi d’irritazione si succedevano in me a intervalli regolari, alternandosi con periodi che noi chiamavamo di amore: un periodo di amore, un periodo d’irritazione; un violento periodo di amore, un lungo periodo d’irritazione; un periodo più debole di amore, un corto periodo d’irritazione. Allora non capivamo che quest’amore e questa irritazione erano il medesimo animalesco sentimento, soltanto con differenti fini. Vivere così sarebbe stato terribile se ci fossimo resi conto della nostra situazione; ma noi non capivamo e non ce ne accorgevamo. La salvezza e insieme il supplizio dell’uomo stanno in ciò che, quando egli vive irregolarmente, può ingannare sè stesso per non vedere la miseria della sua posizione. Così facevamo anche noi. Essa tentava stordirsi sforzandosi di occuparsi, di esser sempre affaccendata: il maneggio della famiglia, la casa, i suoi vestiti e quelli dei bambini, la loro istruzione, la loro salute. Anch’io avevo la mia ebbrezza: ebbrezza pel mio ufficio, per la caccia, per il giuoco. Tutt’e due eravamo continuamente occupati. Tutt’e due sentivamo che quanto più eravamo occupati più cresceva la nostra ostilità uno verso l’altro. «Tu puoi bene far la smorfiosa – pensavo – ecco, mi hai tormentato con le tue scene tutta la notte e io domani ho una seduta». – «Tu te la spassi – essa non soltanto pensava, ma diceva – e io tutta la notte non ho dormito per via del bambino». Queste nuove teorie sull’ipnotismo, le malattie della psiche, l’isterismo, tutto ciò non è una semplice stupidaggine, ma una stupidaggine cattiva, turpe. Di mia moglie Charcot indubbiamente avrebbe detto che era isterica, di me avrebbe detto che ero un anormale, e di certo si sarebbe messo a curarci. Ma non c’era nulla da curare.
Così vivevamo in un continuo inganno senza accorgerci della situazione nella quale ci trovavamo. E se non fosse accaduto ciò che accadde, io avrei seguitato così fino alla vecchiaia, e, morendo, avrei creduto di aver menato una vita buona, non assolutamente buona, ma neppure cattiva, così, come quella di tutti: non avrei compreso la sventura senza fondo e l’ignobile menzogna nelle quali mi dibattevo.
Eravamo due galeotti che si odiavano l’un l’altro, legati alla stessa catena, avvelenando la vita l’uno dell’altro e sforzandosi di non accorgersene. Io allora non sapevo che 99 su 100 coniugi vivono in un tal inferno simile a quello in cui vivevo io e che non può essere diversamente. Io allora non sapevo queste cose nè per esperienza mia nè per conto d’altri.
*
*   *
È strano come vi sieno tante coincidenze sia nella vita regolare che in quella irregolare! Ogni volta che la vita diventa insopportabile ai genitori per cagione dell’uno verso l’altro, diventa necessaria la vita di città per l’educazione dei figli. Ed ecco che si presenta il bisogno di trasferirsi in città.
Egli tacque, e due volte fece quello strano verso con la bocca che ora era proprio simile a un singhiozzo represso. Eravamo vicini a una stazione.
– Che ore sono? – chiese.
Io guardai l’orologio: erano le due.
– Non siete stanco? – domandò.
– No, ma voi forse siete stanco.
– Mi sento soffocare. Permettete, vado a bere un po’ d’acqua.
E barcollando traversò lo scompartimento. Io rimasi solo e ripassai in mente tutto ciò che egli aveva detto, ed ero così assorto nei miei pensieri che non mi accorsi che egli era ritornato dall’altro sportello.

XVIII.
– Già, io divago sempre – cominciò egli. – Ho molto riflettuto. Su molte cose ho adesso un punto di vista diverso e vorrei dire tutto ciò. Basta, ce ne andammo in città. In città la vita è meno penosa per gl’infelici. In città un uomo può vivere cent’anni e non accorgersi d’esser morto e putrefatto da un gran pezzo. Non ha mai il tempo di raccogliersi, è sempre occupato. Gli affari, le relazioni di società, la salute, l’arte, la salute dei bambini, la loro educazione. Ora bisogna ricevere i tali e i tal altri, ora andare da questi e da quelli; ora bisogna veder la tal cosa, o udire la tal altra. In città ad ogni momento vi è una persona celebre e a volte due e magari tre, che non si può mancare di conoscere. Ora bisogna curarsi, o curare qualcun’altro, il precettore, il ripetitore, la governante, e la vita è vuota, è tutta una vuotaggine. Dunque si viveva così e sentivamo meno la sofferenza di quel nostro vivere insieme. Oltre a ciò nei primi tempi c’era un immenso da fare: stabilirsi in una città nuova, in una casa nuova, e poi ancora occupazioni per trasferirsi dalla città in campagna e dalla campagna in città.
Passò l’inverno e nell’inverno seguente accadde una circostanza che non fu notata da nessuno e che pareva insignificante, ma che fu tale da trascinare dietro di sè tutto ciò che poi avvenne.
Mia moglie era sofferente e i medici le vietarono un nuovo concepimento e le insegnarono il mezzo di evitarlo. Ciò era per me disgustoso. Io lottai, ma essa con un’ostinazione piena di leggerezza rimase ferma nel suo proposito e io mi sottomisi: l’ultima giustificazione della nostra vita animalesca, i figli, era tolta via, e la nostra vita diventò ancora più abbietta.
Al contadino, all’operaio i figli sono necessari: per quanto sia loro penoso il nutrirli, pure ne hanno bisogno e quindi le loro relazioni coniugali hanno una giustificazione. Ma a noi che già abbiamo figli, altri figli non sono necessari: essi sono inutili preoccupazioni, spese, nuovi coeredi per i figli già nati, un peso, insomma. E la giustificazione della nostra vita animalesca è finita. O ci liberiamo artificialmente dei figli o li consideriamo come una sventura, come la conseguenza di un’imprudenza, il che è ancora più abbietto.
Nessuna giustificazione. Ma siamo così decaduti moralmente che non sentiamo più neppure il bisogno di una giustificazione.
La maggior parte delle persone dell’attuale buona società si dà a questo genere di turpitudine senza il minimo rimorso di coscienza.
Rimorsi non ne ha nessuno perchè col nostro modo di vivere la coscienza non esiste o esiste soltanto la coscienza dell’opinione del mondo e del codice penale, se questa si può chiamare coscienza. Ma in questo caso non si trasgredisce nè all’una nè all’altra: non c’è da aver rimorsi davanti all’opinione del mondo, tutti fanno così, e Maria Pavlovna e Ivan Zakharic. Altrimenti si creano dei mendicanti o ci si deve privare della possibilità d’una vita mondana. Aver paura o vergogna del codice penale, ma no! Le fanciulle dell’infima classe e le ganze dei soldati gettano i bambini negli stagni e nei pozzi; quelle lì, si capisce, bisogna gettarle in prigione, ma noi facciamo le cose a tempo e pulitamente.
Così vivemmo ancora per due anni. Il mezzo di quei dottori farabutti cominciava evidentemente a produrre i suoi effetti: mia moglie era fisicamente imbellita e ingrassata, come l’anno che sta per finire, riveste una nuova bellezza. Essa lo sentiva e si occupava molto di sè. In lei si andava sviluppando una certa bellezza provocante che turbava gli uomini. Essa era in tutta la pienezza della donna di trent’anni che non ha più figli, si nutre bene ed è eccitata. E comunicava la sua eccitazione. Quando passava in mezzo agli uomini attirava i loro sguardi. Era come una cavalla ben nutrita, che è stata un pezzo ferma, attaccata alla carrozza e a cui si sia tolto il freno. Non aveva freno come non ne hanno 99 su 100 delle nostre donne. Io lo sentivo e ne ero atterrito.

XIX.
A un tratto si alzò e andò a sedere accanto al finestrino.
– Perdonatemi – riprese, e fissando gli occhi al finestrino, rimase così in silenzio per qualche minuto.
Poi sospirò faticosamente e di nuovo venne a sedersi di faccia a me. Il suo viso era diventato addirittura un altro, gli occhi facevano pena e una certa strana cosa, quasi un sorriso, gl’increspava le labbra. – Sono un poco stanco, ma seguiterò a raccontarvi. Abbiamo ancora molto tempo, non è peranco giorno. Già – cominciò di nuovo, accendendo una sigaretta. – Essa era ingrassata dacchè non aveva più figli, e quella sua malattia, il soffrire continuo per via dei bambini, era passata… non si può dire passata, ma pareva che essa avesse ripreso coscienza dopo un’ubriacatura e si ricordasse, e comprendesse che esiste tutto l’universo di Dio con le sue gioie, che essa aveva dimenticate, nel quale non sapeva più vivere, l’universo di Dio che essa non comprendeva affatto. «Purchè non sparisca tutto ciò! Il tempo passa e non torna indietro». Così mi pareva che essa pensasse o piuttosto sentisse, ed era impossibile che pensasse o sentisse diversamente; l’avevamo allevata nell’idea che una cosa sola conta nel mondo: l’amore. Si era sposata, aveva conosciuto qualcosa di questo amore ma non soltanto era lontano da ciò che si era promesso, da ciò che aveva atteso, ma era stata una delusione, una sofferenza: e poi qual tormento inatteso, i figli! Questo tormento l’aveva sfinita. Ed ecco, in grazia dei servizievoli dottori, essa aveva appreso come si possano evitare i figli. Se ne era rallegrata, aveva fatto la prova e s’era rimessa a vivere per la sola cosa che le importava: l’amore. Ma l’amore con un marito inquinato dalla gelosia e da ogni sorta di difetti non era più per lei. E si mise a fantasticare di un altro amore, puro, nuovo: o almeno io così pensavo di lei. Ed ecco, cominciò a guardarsi intorno, come aspettando qualcuno. Io lo vedevo e non potevo far di meno d’esserne turbato. Continuamente accadeva che mi rivolgesse la parola con l’intervento di altri, cioè parlando con le persone presenti ma indirizzando il discorso a me; senza pensare che un’ora prima aveva detto il contrario, metà sul serio, metà scherzando, esprimeva arditamente l’idea che l’interessamento per i figli è un inganno, che non val la pena di sacrificare tutta la vita ai figli, quando si è giovani e si può godersi la vita. Si occupava meno dei bambini e non con l’ansietà di prima, ma si occupava sempre più di sè stessa, della sua apparenza, sebbene lo nascondesse, dei suoi piaceri ed anche del suo sviluppo intellettuale. Si rimise con entusiasmo al pianoforte che da tempo aveva interamente abbandonato. Da ciò ebbe principio ogni cosa.
Di nuovo si voltò verso il finestrino e guardò fuori con occhi stanchi, ma subito, con un visibile sforzo su di sè, continuo:
– Già, comparve quell’uomo… – Esitò e per due volte fece quel suo solito verso col naso.
Vedevo che gli era penoso nominare quell’uomo, ricordarlo, parlare di lui. Ma fece ancora uno sforzo e come se avesse tolto via un ostacolo che lo tratteneva, continuò risolutamente:
– Ai miei occhi, secondo il mio apprezzamento, era un uomo spregevole. E non lo dico per l’importanza che ha avuto nella mia vita, ma perchè realmente era tale. Del resto l’esser lui un mascalzone è una prova di quanto mia moglie era irresponsabile. Se non lui, sarebbe stato un altro: la cosa doveva accadere! –. Di nuovo tacque. – Sì, era un musicista, un suonatore di violino, non un musicista di professione, ma mezzo professionista, mezzo mondano.
Il padre era un proprietario, vicino di mio padre. Lui, il padre, si rovinò, e i figli, erano tre maschi, si situarono alla meglio: uno soltanto, il minore, questo qui per l’appunto, fu mandato dalla sua madrina a Parigi. Là fu messo al conservatorio, perchè aveva talento per la musica, e ne uscì violinista e suonava nei concerti. Era un uomo… –. Evidentemente voleva dir qualcosa di brutto riguardo a lui ma si trattenne e disse in fretta: – Non so che vita facesse laggiù, ma so soltanto che in quell’anno comparve in Russia e si presentò da me.
Occhi languidi, tagliati a mandorla, labbra rosse, sorridenti, baffetti impomatati, pettinatura all’ultima moda, un viso banalmente bellino, quel che le donne chiamano «non brutto», debole di complessione ma non deforme, con le natiche particolarmente sviluppate, come le donne e come, si dice, abbiano gli Ottentotti. Si dice pure che gli Ottentotti siano molto sensibili alla musica. Scivolava nella familiarità quando poteva, ma furbo e sempre pronto a fermarsi appena si sentisse respinto, con una certa riservatezza, una certa dignità esteriore, con quella particolare sfumatura parigina, stivaletti con bottoni e cravatte dai colori vivaci, ecc., che gli stranieri acquistano a Parigi e che per la sua speciale novità fa sempre effetto alle donne. Nei modi una gaiezza artificiale ed esteriore. Quella maniera, sapete, di parlar sempre per allusioni, senza che il discorso avesse un filo, come se voi doveste sapere tutte quelle cose, ricordarvele e poter riempire le lacune.
Ecco colui che con la sua musica fu cagione di tutto. Al tribunale la causa fu impostata sul presupposto della gelosia. Niente affatto, non fu così: o per meglio dire, fu e non fu così. In tribunale fu deciso che io ero un marito ingannato e che avevo ucciso difendendo il mio onore oltraggiato (così dicono nel loro gergo). E perciò mi assolsero. Io, al tribunale, mi sforzai di chiarire il senso del fatto, ma essi capirono che io volessi riabilitare l’onore di mia moglie.
I rapporti di mia moglie con questo musicista, qualunque essi fossero, non hanno importanza per me e non ne ebbero neppure per lei. Ha importanza invece ciò che vi ho raccontato, la mia depravazione. Tutto accadde perchè fra noi c’era il terribile abisso di cui vi ho parlato, l’orribile tensione di un odio reciproco, a cagione del quale ogni motivo era buono a produrre una crisi. Gli alterchi fra noi negli ultimi tempi erano diventati qualcosa di spaventevole, ed erano particolarmente penosi perchè si alternavano con accessi di bestiale passione.
Se non fosse venuto lui sarebbe venuto un altro. Se non ci fosse stato il pretesto della gelosia ce ne sarebbe stato un altro. Io insisto su questo, che tutti i mariti che vivono come vivevo io, debbono o menare una vita dissoluta, o dividersi, o suicidarsi o uccidere la propria moglie come ho fatto io. E se ciò non accade è una rara eccezione. Io, prima di finirla come la finii, fui più volte sull’orlo del suicidio ed essa anche tentò di avvelenarsi.

XX.
– Sì, le cose stavano a questo punto poco prima della catastrofe.
Vivevamo apparentemente in pace e non v’era nessun motivo che potesse turbare questa pace: a un tratto cominciò un discorso su di un cane che all’esposizione aveva avuto una medaglia, dicevo io. Essa disse: Non una medaglia, ma un diploma d’onore. S’iniziò una discussione. Si cominciò a saltare da un argomento ad un altro, vennero i rimproveri: «Già, si sa da un pezzo, sempre così», « tu hai detto…», «no io non l’ho detto», «dunque io mentisco!…». Si sentiva che stava per nascere uno di quei tremendi litigi per i quali io volevo uccidermi o ucciderla. Tu sai che sta per nascere, ne hai paura come del fuoco, vorresti trattenerti ma l’ira s’impossessa di tutto l’essere tuo. Essa si trova nel medesimo stato, anche peggio; apposta essa ritorce ogni tua parola, dandole un falso significato: ogni parola di lei è impregnata di veleno; essa ti colpisce sempre nel punto più doloroso. Più si va oltre, peggio è. Io grido: Taci! o qualcosa di simile.
Essa scappa via dalla stanza, corre nella camera dei bambini. Io tento di trattenerla per finire il discorso e spiegarmi, e l’afferro per un braccio. Essa finge che io le abbia fatto male e grida: «Ragazzi, vostro padre mi batte». Io urlo: «Non mentire!». «Già, non è la prima volta – urla lei. I ragazzi si slanciano verso di lei. Essa li acqueta. Io dico: «Non fingere!». Essa dice: «Per te tutto è finzione: uccideresti un uomo e gli diresti che finge. Ora ti ho capito. Questo vorresti!». «Oh! se tu crepassi!» – grido io. Ricordo come mi atterrirono queste orribili parole. Non avrei mai creduto di poter dire tali orribili, brutali parole e mi meraviglio che potessero uscire dalla mia bocca. Urlai queste orribili parole e fuggii nel mio studio, mi misi a sedere e cominciai a fumare. Sentii che essa usciva in anticamera e si preparava ad andar fuori di casa. Le chiesi: «Dove vai?». Non rispose. «Il diavolo se la porti!» dissi fra me, tornando nello studio e di nuovo mi sdraiai e mi misi a fumare. Mille progetti differenti mi passavano per la testa: vendicarmi di lei, liberarmene, o accomodar tutto e fare come se nulla fosse avvenuto. Penso a tutto ciò e fumo, fumo, fumo. Penso di fuggire da lei, di nascondermi, di scappare in America. Arrivo fino a fantasticare sul modo di sbarazzarmi di lei, e a immaginarmi come sarà bello, come mi unirò con un’altra donna, una donna bellissima, tutta diversa da mia moglie. Me ne sbarazzerò se muore o se divorziamo e penso al modo di divorziare. Capisco che mi confondo, che non penso come dovrei e per non seguire questi pensieri sballati, fumo.
Ma la vita in casa continua. Entra la governante, chiede: «Dov’è madame? Quando ritorna?». Il domestico chiede: «Si deve servire il the?». Vado in sala da pranzo; i ragazzi, specialmente la maggiore, Liza, che già capisce, mi guardano interrogativamente e con ostilità. Beviamo il the in silenzio. Lei non si vede. Viene la sera: lei non si vede. Due sentimenti si alternano nell’animo mio: l’ira contro di lei perchè tormenta me e i ragazzi con la sua assenza, la quale poi finirà con un ritorno, e la paura che non ritorni e che commetta qualcosa su di sè. Andrei a cercarla: ma dove? Da sua sorella? Ma è stupido andare a chiedere di lei. Dio l’accompagni! Se vuole tormentarci che si tormenti anche lei. Del resto, non aspetta altro. E la prossima volta sarà anche peggio. Ma se non è dalla sorella? Se tenta qualcosa su di sè o l’ha già tentato?… Le undici, le dodici! Non vado in camera, sarebbe stupido mettermi a letto solo e aspettare, e mi sdraio nello studio. Vorrei occuparmi di qualche cosa, scrivere una lettera, leggere, ma non posso far nulla. Me ne sto solo, nel mio studio, mi tormento, mi arrabbio, e sto con l’orecchio teso. Le tre, le quattro, e non si vede. Verso la mattina mi assopisco. Mi sveglio, non è tornata.
Tutto in casa procede come sempre, ma tutti stanno in sospeso e mi guardano interrogativamente e con rimprovero supponendo che io sia la cagione di ogni cosa. E in me lottano l’irritazione per il tormento che essa mi dà e l’inquietudine per lei.
Verso le undici di mattina viene la sorella, mandata da lei. E comincia la solita storia: «Lei è in una situazione tremenda. Ma perchè tutto questo? Se non è successo nulla!». Io parlo della difficoltà del suo carattere e dico che io non ho fatto niente.
– Ma non si può mica rimaner così – dice la sorella.
– È affar suo e non mio – dico. – Io il primo passo non lo faccio. Vuol divorziare? Divorziamo.
Mia cognata se ne va senz’aver concluso nulla. Io ho detto recisamente che non farò il primo passo: ma quando lei se n’è andata e io vado di là e vedo i ragazzi tristi, spaventati, sono pronto a fare il primo passo. Sarei contento di farlo ma non so come farlo. Di nuovo mi metto a camminare in su e in giù, a fumare, a colazione bevo della vodka acquavite e del vino e giungo a ciò che inconsciamente desidero: non vedo più la stoltezza, l’abbiettezza della mia posizione.
Verso le tre essa giunge. Incontrandomi non dice niente. Immagino che si sia calmata, comincio a dirle che mi aveva provocato coi suoi rimproveri. Essa, col medesimo viso severo e terribilmente abbattuto dice che è venuta non per spiegarsi ma per prendere i bambini perchè non possiamo più vivere insieme. Io dico che la colpa non è mia, che è lei che mi provoca. Essa mi guarda con una solennità severa e poi dice: «Non parlare più: te ne pentirai». Io dico che non posso soffrire le commedie. Allora essa grida qualcosa che io non intendo e scappa in camera sua. Si sente il rumore della chiave nella serratura: si è chiusa dentro. Io picchio: nessuna risposta e io me ne vado irritato. Dopo una mezz’ora arriva Liza correndo, in lacrime. «Che è? Che cosa è successo?». «Mamma non dà segno di vita». Andiamo. Io scuoto la porta con tutta la mia forza. La serratura chiude male e i due battenti si aprono. Vado verso il letto. In sottana e con gli stivaletti lei è buttata sul letto. Sulla tavola c’è una bottiglina d’oppio vuota. La facciamo rinvenire. Lacrime e finalmente la pace. Ma non è pace; nell’animo di ciascuno di noi c’è sempre la vecchia ostilità dell’uno verso l’altro, con l’aggiunta dell’irritazione prodotta dal male che ha fatto quest’ultimo alterco, che ciascuno mette sul conto dell’altro. Ma bisogna pur finirla in qualche modo, e la vita seguita come prima. I soliti litigi, e anche peggiori, erano diventati continui: ora una volta alla settimana, ora una volta al mese, ora tutti i giorni. E sempre in un modo. Una volta io avevo già fatto il passaporto per l’estero, il litigio durava da due giorni. Ma poi di nuovo una mezza spiegazione, una mezza pace, e io rimasi…

XXI.
– Sicchè eravamo in questi termini quando comparve quell’individuo. Quell’individuo giunse a Mosca – il suo cognome era Trukhacevsky – e si presentò a casa mia. Era di mattina. Io lo ricevetti. Una volta ci davamo del tu. Egli si provò a dir delle frasi un po’ in tu, un po’ in voi, appoggiando sul tu, ma io subito misi il discorso in voi ed egli immediatamente si sottomise. Fin dalla prima occhiata non mi piacque punto. Ma, strana cosa! una forza inesplicabile, fatale mi spingeva verso di lui, e invece di respingerlo, di allontanarlo, io mi sentivo avvicinare a lui. Sarebbe stato così semplice parlargli freddamente, congedarlo senza presentarlo a mia moglie. Ma no: io, come se lo facessi apposta, gli parlai dell’arte sua, gli dissi che mi avevano riferito che egli avesse abbandonato il violino. Mi disse che, al contrario, ora suonava più di prima. Si ricordava che anch’io suonavo una volta. Gli dissi che io non suonavo più ma che mia moglie suonava bene. Fatto soprendente! Le mie relazioni con lui nel primo giorno, nella prima ora del nostro incontro furono tali quali avrebbero potuto essere soltanto dopo ciò che è avvenuto. Nelle mie relazioni con lui, c’era qualcosa di teso: io tenevo conto d’ogni parola, d’ogni espressione sua o mia e vi attribuivo importanza.
Lo presentai a mia moglie. Subito il discorso si avviò sulla musica ed egli offrì i suoi servigi per suonare con lei. Mia moglie, come sempre in quegli ultimi tempi, era vestita con molta eleganza, molta cura ed era di una bellezza provocante. Si vedeva che lui le era piaciuto dal primo momento. Oltre a ciò, si rallegrava di poter avere la soddisfazione di suonare con l’accompagnamento del violino, il che essa amava moltissimo, tanto che a volte faceva venire un violinista del teatro per suonare con lei; e questa soddisfazione le era dipinta in viso. Ma, guardandomi, capì subito il mio sentimento e mutò espressione: così cominciò un giuoco di vicendevoli inganni. Io sorridevo gaiamente, facendo le viste di esser molto contento. Egli, guardando mia moglie come tutti gli uomini depravati guardano le belle donne, faceva finta che soltanto il soggetto del discorso lo interessava, mentre era proprio la cosa che non lo interessava affatto; essa si sforzava di parere indifferente, ma quella mia espressione falsamente sorridente di uomo geloso, che lei ben conosceva, e le occhiate voluttuose dell’altro l’eccitavano visibilmente. Io vedevo che, fin dal primo momento dell’incontro, gli occhi le brillavano in modo particolare, e che, forse a cagione della mia gelosia, fra loro s’era stabilito subito quella corrente elettrica che dà la medesima espressione agli sguardi e ai sorrisi di due individui. Essa arrossiva, egli arrossiva. Essa sorrideva, egli sorrideva. Si parlò di musica, di Parigi, di tante futilità. Egli si alzò per andarsene e, sorridendo, stava in piedi col cappello appoggiato sulla coscia, che dondolava un poco, e guardava ora lei ora me, come aspettando per vedere che cosa avremmo fatto noi. Ricordo quel preciso momento perchè in quel momento avrei potuto non invitarlo a tornare, e allora non sarebbe accaduto nulla. Ma io gettai un’occhiata a lui, a lei. «Non creder mica che io sia geloso di te» – dicevo a lei in mente mia – «o che io abbia paura di te» – dicevo a lui in mente mia, e lo invitai a portare una qualche sera il violino per suonare con mia moglie. Essa stupita mi guardò, arrossì, e come spaventata, volle rifiutare, disse che suonava troppo male. Questo rifiuto di lei mi irritò più che mai e insistetti maggiormente. Ricordo la strana sensazione con la quale guardavo la nuca, il collo bianco del musicista che contrastava con i capelli neri divisi a metà del capo, mentre egli si allontanava con la sua andatura saltellante, simile a quella d’un uccello. Non posso fare a meno di confessare che la presenza di quell’uomo mi dava noia. Dipende da me, pensavo, di fare in modo da non vederlo più. Ma agire così significa confessare che io lo temo. Ciò sarebbe troppo umiliante, dicevo fra me. E là, nell’anticamera, sapendo che mia moglie mi ascoltava, io insistetti perchè egli venisse quella sera stessa col violino. Me lo promise e se ne andò.
La sera venne col violino e suonarono loro due. Ma per un pezzo non andavano d’accordo: non c’erano le carte di musica che ci sarebbero volute e quelle che c’erano mia moglie non le poteva leggere così all’improvviso. La musica mi piaceva molto, e prendevo parte anch’io a quello che facevano, accomodando il leggìo, voltando le pagine. Suonarono alcune cose: certe canzoni senza parole e una sonatina di Mozart. Egli suonava a perfezione: possedeva al più alto grado ciò che si chiama tono. Oltre a ciò un gusto fine, nobile, proprio all’opposto del suo carattere.
Naturalmente era molto più forte di mia moglie e l’aiutava, e intanto lodava cortesemente il suo modo di suonare. Si comportava molto bene. Mia moglie sembrava interessarsi unicamente della musica ed era molto semplice e naturale. Io, quantunque fingessi d’interessarmi della musica, per tutta la serata non smisi un momento dal rodermi di gelosia.
Dal primo momento che egli incrociò lo sguardo con quello di mia moglie, io mi accorsi che la bestia che era in loro due, passando oltre a tutte le convenienze mondane, chiedeva: «Si può?», e rispondeva: «Oh sì! certo!». Mi accorsi che egli non si sarebbe mai aspettato di trovare in mia moglie, in una signora di Mosca, una dama tanto seducente e ne era molto contento. Egli non dubitava che lei avrebbe acconsentito. Tutto stava che l’insopportabile marito non diventasse un ostacolo. Se io fossi stato puro non avrei capito queste cose, ma io, come la maggior parte degli uomini, finchè non ero ammogliato, pensavo nello stesso modo sul conto delle donne e quindi leggevo nell’anima di lui come in un libro aperto. Io mi tormentavo specialmente perchè vedevo in maniera non dubbia che l’unico sentimento che io ispiravo a mia moglie era una continua irritazione, interrotta solamente di tanto in tanto da una abituale sensualità, e che quell’uomo, per la sua eleganza tutta esteriore, per la novità e sopratutto pel suo talento musicale, che incontestabilmente era grande, per l’intimità che veniva da quel suonare insieme, pel fascino che la musica esercita sulle nature impressionabili, e specialmente il violino, che quell’uomo, dico, doveva non soltanto piacerle ma, indubbiamente, senza la minima difficoltà, vincerla, ammollirla, torcerla come un cencio, toglierle ogni resistenza, far di lei tutto ciò che voleva. Io non potevo non vederlo e soffrivo orribilmente. Ma nonostante ciò, o, forse, proprio per ciò, una certa forza, contro la mia volontà, mi obbligava ad essere non soltanto cortese ma affettuoso con lui. Se io lo facessi per mia moglie e per lui, per mostrare che io non avevo paura di lui, o per me stesso, per ingannarmi, non lo so, ma è certo che fin dai miei primi contatti con lui non potei essere semplice. Io dovevo, per non lasciarmi trascinare dalla voglia di ucciderlo lì per lì, fargli una quantità di gentilezze. Gli facevo bere a cena dei vini costosi, mi entusiasmavo quando suonava, gli parlavo col più affettuoso dei sorrisi, e lo invitai per la prossima domenica a venire a pranzo e a suonare con mia moglie. Dissi che avrei invitato alcuni miei conoscenti, amatori di musica, per ascoltarlo. Già, così finì.
E Pozdnicev cambiò posizione, molto agitato, e fece quel suo solito verso.
– È strano come la presenza di quell’uomo agiva su di me! – cominciò egli di nuovo, facendo un visibile sforzo per essere calmo. – Il secondo o terzo giorno dopo questa visita, io torno a casa dall’esposizione, entro nell’anticamera e a un tratto sento balzarmi in cuore qualcosa di pesante come una pietra e non posso rendermi conto che cosa sia. Era questo, che, traversando l’anticamera, mi accorsi di qualcosa che mi fece pensare a lui. Soltanto quando fui nel mio studio mi resi conto di quel che era, e tornai in anticamera per assicurarmi. Non mi sbagliavo: era il suo mantello. Sapete, un mantello di moda. (Tutto ciò che riguardava lui, benchè non me lo confessassi, io l’osservavo con insolita attenzione). Domando: sì, c’è lui. Non traverso il salotto, ma passo dalla stanza di studio dei ragazzi e vado nella sala grande. Liza, la mia figliuola, è seduta con un libro, e la bambinaia col piccino fa girare un coperchio sulla tavola. La porta che mette nella sala è chiusa, e io odo venir di là un arpeggio cadenzato e la voce di lui e di lei. Ascolto, ma non posso capir nulla.
Di certo, gli accordi sul pianoforte sono fatti apposta per soffocare le loro parole, i loro baci… forse. Dio mio! che cosa allora si solleva in me! Che cosa immaginai! Soltanto a ricordare che bestia feroce viveva dentro di me in quel momento, c’è da sentirsi raccapricciare! Il cuore a un tratto mi si strinse, si fermò, e poi si mise a battere come colpi di martello. Il sentimento più forte che ho sempre provato in ogni eccesso d’ira è stato la pietà verso me stesso. Accanto ai figli! Accanto alla bambinaia! pensai io. Dovevo avere un aspetto terribile perchè Liza mi guardava con occhi strani. Che dovevo fare? mi chiedevo. Entrare? Non posso: Dio sa che cosa farei. Ma non posso neppure andarmene. La bambinaia mi guarda come se capisse la mia situazione. È impossibile non entrare, dissi fra me, e aprii la porta. Egli sedeva al pianoforte ed eseguiva quegli arpeggi con le sue grosse dita bianche, dalle punte volte in su. Essa era in piedi, all’angolo del pianoforte a coda, chinata sulla carta di musica aperta. Essa per prima mi vide o mi udì e mi guardò. Si spaventò e fece finta di non spaventarsi o davvero non si spaventò, ma di certo non trasalì, non si mosse, e soltanto arrossì, ma anche questo dopo un po’ di tempo.
– Come son contenta che tu sia venuto! Non avevamo ancora deciso che cosa si debba suonare domenica – disse lei con un tono di voce che non avrebbe avuto se fossimo stati soli. Questo tono di voce e l’aver lei detto noi parlando di sè e di lui mi sconvolsero. Salutai quell’uomo in silenzio.
Egli mi strinse la mano e subito con un sorriso, che mi parve canzonatorio, cominciò a spiegarmi che aveva portato della musica per suonare la domenica successiva e che non s’erano messi d’accordo su che cosa dovessero suonare: dei pezzi più difficili e classici, e proprio la sonata di Beethoven per pianoforte e violino, oppure delle cosette facili? Tutto ciò era così naturale e semplice che sarebbe stato impossibile prendersela con chi si sia, ma intanto io vedevo ed ero sicuro che tutto ciò era menzogna e che essi stavano parlando del modo d’ingannarmi.
Una delle più penose condizioni per i gelosi (e gelosi sono tutti nella nostra vita di società) è trovarsi costretti a quelle relazioni mondane che mettono in una grande e pericolosa intimità gli uomini e le donne. Bisogna diventar ridicoli oppure permettere l’intimità nei balli, l’intimità fra i medici e le loro clienti, l’intimità con gli artisti, i pittori e specialmente i musicisti. Le persone si occupano insieme della più nobile fra le arti, la musica: perciò è necessario quella tale intimità, e quest’intimità non ha nulla di biasimevole: soltanto un marito scioccamente geloso può vedervi qualcosa di male. E intanto tutti sanno che proprio a mezzo di queste occupazioni, e specialmente della musica, avviene la maggior parte degli adulterii nel nostro mondo. Evidentemente io li avevo messi nella medesima situazione penosa nella quale mi trovavo io: per un pezzo non mi riuscì di dir nulla. Ero come una bottiglia capovolta dalla quale l’acqua non esce perchè è troppo piena. Volevo ingiuriarlo, scacciarlo, ma sentivo che dovevo invece mostrarmi amabile e affettuoso con lui. E così feci. Finsi di approvare tutto, per quello stesso strano sentimento che mi obbligava a rivolgermi a lui con tanta maggiore gentilezza quanto più la sua presenza mi era penosa. Gli dissi che mi affidavo al suo gusto e consigliai lo stesso a mia moglie. Egli rimase ancora un poco, quanto bastava per scancellare la sgradevole impressione che aveva prodotto la mia subitanea entrata nella stanza, con quel viso stravolto e quel mio silenzio, e poi se ne andò, figurando di aver finalmente deciso quel che si dovesse suonare. Io ero interamente persuaso che a paragone di ciò che li preoccupava la questione dei pezzi da suonare era per loro senza alcuna importanza.
Con molta cortesia lo accompagnai fino all’anticamera. (Come non accompagnare un uomo che è venuto per turbare la pace e distruggere la felicità d’un’intera famiglia!). Strinsi con particolare cordialità la sua mano bianca e molle.

XXII.
– Per tutto quel giorno non parlai a mia moglie, non potevo. La sua vicinanza provocava in me un tale odio verso di lei che io avevo paura di me stesso. A tavola, davanti ai ragazzi, mi domandò quando sarei partito. Nella settimana seguente dovevo assistere a una seduta del consiglio distrettuale. Le dissi il giorno. Mi chiese se mi occorresse nulla per il viaggio. Io non dissi nulla e in silenzio rimasi a tavola e in silenzio me ne andai nello studio. Negli ultimi tempi essa non veniva mai nella mia stanza e specialmente a quell’ora. Mi sdraio nel mio studio e mi rodo di rabbia. A un tratto, un passo ben noto. E mi viene in mente un orribile, ignobile pensiero: cioè che essa, come la moglie di Uria, volesse già nascondere il peccato oramai commesso e perciò venisse a me a quell’ora insolita. «Viene dunque da me?», pensai, udendo i suoi passi che si avvicinavano. Se viene, vuol dire che ho ragione io. E nell’anima mi ribolliva un odio indicibile verso di lei. I passi si fanno sempre più vicini. Forse passa oltre, va nella sala. No, la porta scricchiola, e sulla porta la sua alta, bella figura, e nel viso, negli occhi una timidezza, qualcosa d’insinuante che essa vorrebbe nascondere, ma che io vedo e di cui capisco il significato. Per poco non soffocai, così a lungo trattenni il respiro e, seguitando a guardarla, presi una sigaretta e mi misi a fumare.
– Che è? Vengo a stare un poco da te e ti metti a fumare? – Ed essa mi sedette accanto sul divano, appoggiandosi a me. Io mi scostai per non toccarla.
– Vedo che tu sei malcontento perchè io voglio suonare domenica – disse lei.
– Non sono malcontento – dissi io.
– Che forse non lo vedo?
– Mi congratulo con te se lo vedi. Io non vedo altro se non che tu ti conduci come una cocotte… Ma tu hai gusto alla depravazione, e per me è orribile!
– Se tu vuoi leticare come un cocchiere da nolo, me ne vado.
– Vattene, soltanto sappi che se a te non è caro l’onore della famiglia, a me non importa di te (il diavolo ti pigli!) ma dell’onore della famiglia.
– Ma che cosa c’è?
– Vattene, per amor di Dio, vattene!
Fingeva di non capire di che io parlassi o realmente non capiva, ma si offese e si adirò. Si alzò da sedere, ma non uscì e si fermò in mezzo alla stanza.
– Decisamente sei diventato intrattabile – cominciò. – Hai un carattere tale che neppure un angelo potrebbe vivere con te – e, come sempre, tentando di ferirmi nel punto più sensibile mi ricordò un incidente con sua sorella (m’era accaduto una volta di perdere le staffe e d’insultare sua sorella). Essa sapeva che questa cosa mi dispiaceva e voleva colpirmi proprio in quel punto. – Dopo di ciò nulla mi sorprende da parte tua – disse.
«Già, vuole offendermi, umiliarmi, disonorarmi e farmi trovare in colpa», dissi fra me, e a un tratto fui preso da una così tremenda rabbia verso di lei che ancora non ne avevo provato una simile.
Per la prima volta mi venne voglia di esprimere materialmente questa rabbia. Saltai su e feci un movimento verso di lei; ma nell’istante in cui saltai su, me lo ricordo, ebbi coscienza di quel mio scatto d’ira e chiesi a me stesso: «Fo bene a lasciarmi andare a questi sentimenti?», e subito risposi che facevo bene, che questo l’avrebbe spaventata, e invece di frenare la mia rabbia, l’attizzai ancora e mi rallegravo di sentirla sempre più ribollire dentro di me.
– Vattene o ti ammazzo! – gridai avvicinandomele e afferrandola per le braccia. Apposta esagerai l’intonazione irata della mia voce dicendo questo. E dovevo avere un’espressione tremenda perchè essa s’intimidì al punto da non aver più la forza di muoversi e soltanto disse: – Vassia, che hai? ma che hai?
– Vattene! – urlai io ancora più forte. – Tu mi puoi far diventar pazzo. Io non rispondo di me.
Dando sfogo al mio furore io me ne ubriacavo e avrei voluto far qualcosa d’insolito che dimostrasse il grado di quel mio furore. Avevo una tremenda voglia di batterla, di ucciderla, ma sapevo che non lo potevo fare, e per dare in qualche modo sfogo al mio furore presi dalla tavola un pressacarte e un’altra volta urlando: «Vattene!», lo scaraventai a terra vicino a lei. Avevo mirato molto bene in modo quasi da sfiorarla. Allora essa fece per uscire dalla stanza ma si fermò sulla porta. E mentre essa di là poteva ancora vedere, io prendevo altri oggetti sulla tavola (e facevo apposta perchè lo vedesse) candelieri, calamaio, e li gettavo a terra seguitando a gridare: «Vattene! Scappa! Non rispondo di me!». Uscì e io subito smisi.
Dopo un’ora venne da me la bambinaia e disse che mia moglie aveva un attacco isterico. Andai: essa singhiozzava, rideva, non poteva parlare e tremava in tutto il corpo. Non fingeva: era davvero sofferente.
Verso giorno si calmò e facemmo la pace, sotto l’impero di quel sentimento che noi chiamavamo amore.
Quando, la mattina, le confessai, dopo la pace, che ero geloso di Trukhacevsky, essa non si confuse punto e rise nel modo più naturale: tanto strano le sembrava, diceva lei, il supporre che si potesse essere attratti da un uomo simile.
– Forse che per un tale uomo potrebbe mai una donna per bene provare altro sentimento che il piacere che procura la musica? Se vuoi, sono pronta a non vederlo più… neppur domenica, benchè sieno stati già fatti gl’inviti. Scrivigli che non sto bene e tutto è finito. Soltanto mi secca che qualcheduno possa pensare, e specialmente lui stesso, che lo si trova pericoloso. E io sono troppo orgogliosa per permettere che si pensi così.
Ed essa non mentiva, credeva a ciò che diceva: sperava con queste parole risvegliare in sè il disprezzo verso quell’uomo e con ciò difendersi da lui, ma non ci riusciva. Tutto si volgeva contro di lei, sopratutto quella maledetta musica. Così finì tutto e la domenica vennero gl’invitati e loro due sonarono di nuovo.

XXIII.
– Credo superfluo il dire che io ero molto vanitoso: se non si fosse vanitosi nella vita abituale che meniamo non ci sarebbe scopo a vivere. Sicchè, quella domenica, mi occupai con piacere a disporre tutto per il pranzo e per la serata musicale. Andai io stesso a comprare alcune cose per il pranzo e a invitare gli ospiti.
Verso le sei gli invitati erano riuniti, ed egli comparve, in frack e con dei gemelli di brillanti di cattivo gusto. Aveva un contegno disinvolto, rispondeva a ogni domanda in fretta, con un sorrisetto di acquiescenza e d’intesa: sapete, con quella particolare espressione che significa che tutto quello che voi fate o dite è proprio quello che si aspetta. Tutto ciò che c’era in lui di sconveniente io lo notavo con particolare piacere perchè tutto ciò doveva tranquillizzarmi e mostrare che, per mia moglie, egli era tanto al disotto che lei, come mi aveva detto, non poteva abbassarsi fino a quel punto. Io ora non mi permettevo più d’esser geloso. Prima di tutto, m’ero già tormentato abbastanza e avevo bisogno di riposo: secondo, volevo credere alle assicurazioni di mia moglie e ci credevo. Ma, quantunque non fossi geloso, ero tuttavia impacciato con lui e con lei, e durante il pranzo e la prima metà della serata, finchè non cominciò la musica, io seguii gli sguardi e i movimenti di loro due.
Il pranzo fu come suole essere un pranzo, noioso, convenzionale. Abbastanza presto cominciò la musica. Oh! come mi ricordo tutte le circostanze di quella serata! Ricordo come egli portò il violino, aprì l’astuccio, tolse la fodera che gli doveva aver ricamata una qualche signora, prese l’istrumento e si mise ad accordarlo. Ricordo come mia moglie, con aria falsamente indifferente, sotto la quale io la vedevo nascondere una grande timidezza, timidezza specialmente cagionata dalla sua poca valentìa nella musica, sedette davanti al pianoforte a coda e cominciarono i soliti la del pianoforte, il pizzicato del violino, la disposizione delle carte di musica. Ricordo poi come si guardarono fra loro, guardarono gli astanti, si dissero qualcosa e cominciarono. Egli prese i primi accordi. La sua fisonomia diventò seria, austera, simpatica, e, con l’orecchio teso al suono, egli fregava accuratamente le corde. Il pianoforte gli rispondeva. E cominciò il pezzo…
Pozdnicev si fermò e più volte fece quel suo solito verso. Voleva ricominciare a parlare ma tirò su il fiato dal naso e si fermò di nuovo.
– Sonarono la Sonata a Kreutzer di Beethoven – seguitò. – Conoscete il primo tempo, il presto? Lo conoscete? Oh! Oh! – esclamò. – Tremenda cosa questa sonata! E specialmente questa parte. E in generale, tremenda cosa la musica! Che cosa è mai? Io non capisco. Che cosa è mai una simile musica? Che cosa fa? e perchè produce di tali effetti? Dicono che la musica agisca sull’anima elevandola. Stoltezza! menzogna! Agisce sì, agisce terribilmente, lo dico per parte mia, ma non eleva affatto l’anima. Agisce non elevando nè abbassando l’anima, ma irritandola. Come dirvi? La musica mi fa dimenticar me stesso, la mia vera esistenza: mi trasporta in un’atmosfera che non è quella della mia vera esistenza; sotto l’influsso della musica mi par di sentire cose che assolutamente non sento, di capire cose che non capisco, di poter far cose che non posso fare. Io spiego questo col dire che la musica agisce come lo sbadiglio, come il riso: non ho voglia di dormire ma sbadiglio guardando uno che sbadiglia; non ho motivo di ridere ma rido guardando uno che ride.
La musica, a un tratto, immediatamente mi trasporta nello stato d’animo in cui si trovava colui che ha scritto quella data musica. Io mi confondo con l’anima sua e con lui passo da uno stato all’altro: ma perchè ciò accada io non so. Colui che ha scritto la Sonata a Kreutzer, Beethoven, sapeva perchè si trovava in quel tale stato d’animo: questo stato lo aveva condotto a compiere alcune date azioni e quindi questo stato per lui aveva un senso, ma per me non ne ha nessuno. Perciò la musica eccita soltanto senza portare a una conclusione. Suonano una marcia militare, i soldati camminano al suono di questa marcia e la musica ha ottenuto il suo effetto; suonano un ballabile, si balla e la musica ha ottenuto il suo effetto; si canta una messa, io mi comunico e la musica ha ottenuto il suo effetto: ma questo non produce che eccitazione, e ciò che deve compiersi mediante questa eccitazione non si compie. E per questo, a volte, la musica ha un effetto così tremendo, così spaventevole. In Cina la musica è prerogativa dello Stato. E così dovrebbe essere dappertutto. Si può forse ammettere che chiunque voglia, possa ipnotizzare una o più persone e poi farne quello che gli piace? Specialmente poi se questo ipnotizzatore è il primo uomo immorale che capita?
È un mezzo pericoloso messo nelle mani di uno qualunque. Per esempio, il primo presto di quella sonata a Kreutzer, si può mai sonare in un salotto, fra signore scollate? Sonare questo presto e poi applaudire, e poi prender gelati e parlare dell’ultimo pettegolezzo? Queste cose si possono sonare soltanto in date circostanze, importanti, significative, e allorchè si debbono ottenere delle date azioni, corrispondenti a questa musica. Sonare e far poi ciò che questa musica esprime. Ma suscitare energie e sentimenti non corrispondenti nè al tempo nè al luogo e che non conducono a nulla, non può far di manco di avere un effetto deleterio. Su di me, almeno, questo pezzo agiva in modo terribile: era come se mi si svelassero sentimenti che a me parevano assolutamente nuovi, nuove possibilità a me sconosciute fino a quel momento. «Ah! ecco, è così: non come io vivevo e sentivo prima. Ah! ecco, è così!». Mi pareva che mi dicesse una voce nell’anima. Questa cosa nuova che io avevo appresa, io non me ne potevo rendere conto, ma la coscienza di questo nuovo stato del mio spirito mi rallegrava. E tutti i presenti, compresi mia moglie e lui, mi si presentavano in un’altra luce.
Dopo questo presto sonarono l’andante, bello ma comune e non nuovo, con ignobili variazioni e un finale assolutamente debole. Poi sonarono ancora, a richiesta degl’invitati, un’elegia di Ernst e vari altri pezzi. Tutto ciò era bello ma non mi fece neppure la centesima parte dell’impressione che aveva prodotta in me il primo pezzo.
Tutto ciò passava oramai sul fondo di quell’impressione che avevo ricevuta dal primo pezzo.
Tutta la sera mi sentii leggero, allegro. Non ho veduto mai mia moglie come la vidi quella sera. Quegli occhi lucenti, quell’austera, significativa espressione mentre sonava, quell’essere assolutamente estranea a ciò che aveva intorno, quel lieve, triste e languido sorriso dopo d’aver finito: io vedevo tutto ma non vi annettevo altro significato che questo: cioè che essa provava le stesse cose che provavo io; che a lei, come a me, si rivelavano nuovi, sconosciuti sentimenti, come se a un tratto li ricordasse. La serata finì molto bene e tutti se ne andarono.
Sapendo che fra due giorni io dovevo andare alla seduta del Consiglio distrettuale, Trukhacevsky, salutandomi, disse che sperava, in una sua prossima venuta, ripetere il piacere di quella serata. Da ciò io conclusi che egli non credeva possibile venire in casa mia nella mia assenza, e me ne compiacqui.
Siccome io non sarei tornato prima della sua partenza, pensai che non si saremmo più veduti.
Per la prima volta gli strinsi la mano con molto piacere e lo ringraziai del godimento che ci aveva procurato. Egli si congedò definitivamente da mia moglie. E i loro addii mi parvero naturalissimi e convenienti. Tutto andava bene. Mia moglie ed io eravamo contentissimi della serata.

XXIV.
– Dopo due giorni io partii, dopo essermi congedato da mia moglie nella migliore e più serena disposizione di spirito.
Al consiglio del distretto c’era sempre un cumulo di affari, e si conduceva una vita tutta particolare in un ambiente tutto particolare. Per due giorni avemmo sedute di dieci ore ciascuna. Il secondo giorno, mentre ero al consiglio, mi fu portata una lettera di mia moglie. E la lessi subito.
Mi scriveva dei ragazzi, dello zio, della bambinaia, di certe compre, e, fra le altre cose, come se si trattasse della faccenda più semplice del mondo, diceva che Trukhacevsky era tornato, le aveva portato la musica promessa e le aveva proposto di sonare ancora insieme, ma che essa aveva rifiutato.
Io non mi ricordavo che egli avesse promesso di portarle della musica; mi pareva che quella sera si fosse congedato in modo definitivo e quindi fui sgradevolmente sorpreso. Ma c’era tanto da fare che non ebbi tempo di riflettere, e soltanto la sera, tornato nel mio alloggio, rilessi la lettera.
Oltre alla notizia che Trukhacevsky era tornato un’altra volta, in mia assenza, tutto il tono della lettera mi sembrò stentato. La furibonda bestia della gelosia. ruggiva nella sua tana e sarebbe voluta saltar fuori, ma io avevo paura di questa bestia e la richiusi dentro al più presto. «Che infame sentimento è questa gelosia!» dicevo fra me. «Che c’è di più naturale di quanto essa mi scrive?».
E mi misi a letto e cominciai a pensare agli affari che si dovevano trattare il giorno seguente. Dormivo sempre poco durante il tempo di queste sedute, trovandomi in un luogo nuovo, ma questa volta mi addormentai molto presto. E, come avviene, sapete, a un tratto, si sente quasi una scossa elettrica, e ci si sveglia. Così mi svegliai col pensiero di lei, del mio amore carnale per lei, di Trukhacevsky, con l’idea che fra loro tutto era già accaduto. Il terrore e la rabbia mi martellavano il cuore. Ma tentai di ragionarmi. «Che sciocchezza! – dicevo a me stesso – Non c’è nessuna base a queste supposizioni. Non è accaduto nulla. E come posso io avvilire lei e me supponendo simili orrori? Capita un violinista di mestiere, un uomo di cattiva fama, e a un tratto una donna onesta, una madre di famiglia rispettabile, mia moglie!… Che insulsaggine!» Questo dicevo da una parte. «Ma perchè non potrebbe essere?» dicevo dall’altra parte. «Perchè non potrebbe essere nato fra loro quello stesso sentimento per il quale io l’ho sposata, quello stesso in virtù del quale son vissuto con lei, quell’unica cosa che lei voleva, che volevo io ed altri, e che vuole anche quel musicista? Egli è un uomo scapolo, robusto (mi ricordo come masticava le cartilagini della cotoletta e con che avidità le sue labbra rosse afferravano il bicchiere del vino), ben pasciuto, lindo, e non soltanto privo di principii, ma anzi con l’evidente principio di profittare di quei piaceri che gli si offrono innanzi. E fra loro il legame della musica, il sentimento più raffinato della voluttà. Che cosa può trattenerlo? Nulla. Tutto, invece, lo attrae. Lei? Ma chi è lei? Lei era un mistero e tale è rimasta. Io non la conosco. La conosco soltanto come animale. E un animale nulla può, nulla deve trattenerlo».
Ora soltanto mi rammentavo i loro visi, quella sera, quando essi dopo la Sonata a Kreutzer eseguirono un certo pezzo appassionato, non ricordo più di chi, un pezzo sensuale fino alla sconvenienza. «Come son potuto partire?» dicevo fra me, rammentandomi i loro visi. – «Non era forse chiaro che fra loro tutto s’era compiuto in quella sera? e forse non si vedeva che già in quella sera fra loro non soltanto non c’erano più barriere, ma che ambedue, e principalmente lei, provavano una certa vergogna dopo ciò che era accaduto loro? Rammento come lei sorrideva debolmente, tristemente, languidamente, asciugandosi il sudore dal viso arrossato, quando io mi avvicinai al pianoforte. Già fin d’allora essi sfuggivano dal guardarsi l’un l’altro, e soltanto a cena, mentre egli le mesceva dell’acqua, si scambiarono un’occhiata ed ebbero un lieve sorriso. Io rammentavo ora con terrore quello sguardo che avevo sorpreso fra loro e quell’impercettibile sorriso. «Sì, tutto è compiuto» mi diceva una voce, e immediatamente un’altra voce mi diceva proprio l’opposto. «È un’ubbia che t’è salita al cervello. Non è possibile», diceva quest’altra voce.
Mi era penoso stare al buio; accesi una candela, e provai un senso di terrore trovandomi in quella piccola stanza con la tappezzeria gialla. Presi una sigaretta, e, come accade sempre quando ci si rigira continuamente nello stesso cerchio, senza saper risolvere le contraddizioni, fumai: fumai una sigaretta dopo l’altra per ingannare me stesso e non vedere le contraddizioni.
Non dormii per tutta la notte, e alle cinque, avendo deciso che non potevo rimaner più in quello stato di tensione e che dovevo subito partire, mi alzai, svegliai il custode che mi serviva, e lo mandai a fare attaccare i cavalli. Mandai poi una lettera al Consiglio spiegando che un affare di somma premura mi richiamava a Mosca, e pregando che mi sostituissero con un altro consigliere. Alle otto montai sul tarantass16 e partii.

XXV.
Entrò il conduttore e, vedendo che la nostra candela era già tutta consumata, la spense, senza metterne una nuova. Di fuori cominciava ad albeggiare. Pozdnicev tacque, sospirando faticosamente, per tutto il tempo che il conduttore rimase nello scompartimento. Continuò il suo racconto soltanto quando il conduttore fu andato via, e nella penombra della vettura non si udiva altro se non il rumore dei vetri che il movimento del treno faceva tremare e il monotono russare dell’impiegato di commercio. In quella luce incerta dell’alba non distinguevo più Pozdnicev. Udivo soltanto la sua voce sempre più affannosa e agitata.
– Dovevo percorrere 35 verste in carrozza e far otto ore di ferrovia. In carrozza si andava magnificamente. Era un tempo d’autunno, ghiacciato, con un sole splendido. Sapete? quel tempo quando i cerchioni delle ruote s’imprimono sulla strada che pare insaponata. Le strade erano lisce, la luce chiara e l’aria viva. Nel tarantass si stava bene. Quando fu giorno e mi misi in via, mi sentii più leggero. Guardando i cavalli, i campi, la gente che s’incontrava, mi dimenticavo dove andavo. A volte mi pareva di viaggiare semplicemente, senza scopo, e che tutto ciò che mi agitava non esistesse. E questa incoscienza mi dava una gioia tutta particolare. Quando mi ricordavo dove andavo, dicevo fra me: Allora si vedrà. Ora non ci pensare. A metà della via mi accadde un incidente che mi trattenne un pezzetto e contribuì a divagarmi: il tarantass si ruppe e bisognò farlo accomodare. Questa rottura ebbe molta importanza perchè mi fece giungere a Mosca non alle cinque, come io contavo, ma alle dodici e a casa al tocco, visto che avevo perduto il diretto e avevo dovuto prendere un treno omnibus. Il viaggio in vettura, la riparazione al tarantass, il pagamento, il the all’albergo della posta, le chiacchiere con l’albergatore, tutto questo mi divagò sempre più. Al venir del crepuscolo tutto era pronto e di nuovo mi misi in via, e di notte il viaggio fu ancora migliore che di giorno. C’era la luna nel primo quarto, una leggera ghiacciata, una strada anche più bella, buoni cavalli, un postiglione allegro, e io andavo ed ero contento, quasi senza pensare a ciò che mi aspettava, o forse proprio perciò ero contento, perchè sapevo quel che mi aspettava e mi congedavo dai piaceri della vita. Ma questo mio stato tranquillo, la possibilità di dimenticare la mia preoccupazione finirono quando finì il viaggio in carrozza. Appena montai in treno, cominciò a essere tutt’un’altro affare. Quelle otto ore di viaggio in ferrovia furono per me qualcosa di orribile, che non dimenticherò per tutta la vita. Sia perchè, montando in treno, m’immaginavo al vivo d’esser già arrivato, sia perchè la ferrovia ha un’azione eccitante sui nervi, fatto sta che dal momento che fui seduto nel vagone non potei più dominare la mia immaginazione, ed essa, senza tregua, con una straordinaria chiarezza cominciò a dipingermi dei quadri che infiammavano la mia gelosia, uno dopo l’altro e uno più cinico dell’altro e sempre sullo stesso soggetto: quel che accadeva laggiù nella mia assenza, come essa mi tradiva. Io ardevo di sdegno, di rabbia, e di un certo qual senso di ebbrezza della mia umiliazione nel vedere quei quadri e non potevo staccarmi da essi, non potevo non contemplarli, non potevo cancellarli dalla mia mente, non potevo non evocarli. E quanto più contemplavo quei quadri immaginari tanto più credevo nella loro realtà.
La chiarezza con la quale mi si presentavano questi quadri pareva servire di dimostrazione che quello che io immaginavo fosse la realtà. Come se un demonio, contro la mia volontà, inventasse e mi suggerisse le più orrende immaginazioni, mi ricordavo di un discorso fatto molto tempo prima col fratello di Trukhacevsky e con una specie di voluttà mi laceravo il cuore con quel discorso, attribuendolo a Trukhacevsky e a mia moglie.
Ciò era stato molto tempo prima, ma io lo ricordavo. Il fratello di Trukhacevsky, rammento, una volta, avendogli chiesto se frequentasse le case pubbliche disse che a una persona per bene non conviene andarvi, potendo ivi buscarsi qualche malattia, ed essendo quelli luoghi luridi e ignobili, mentre si può sempre trovare qualche donna della buona società. Ed ecco, suo fratello aveva trovato mia moglie. Per vero essa non è della prima gioventù, le manca un dente da una parte ed è un po’ grassa, pensavo io a conto di lui, ma che cosa fa? bisogna usufruire di quel che c’è. Già, egli le fa un favore prendendola per amante, dicevo fra me. Prima di tutto essa è senza pericolo per la sua preziosa salute… No! è impossibile! dicevo a me stesso, spaventato. Non c’è nulla di simile, nulla. E non c’è neppure una base per supporre una cosa tale. Non mi ha forse detto lei stessa che si sentiva umiliata al solo pensiero che io potessi esser geloso di lei? No, essa mentisce, mentisce sempre! gridavo, e poi cominciavo di nuovo… Nella nostra vettura c’erano soltanto due viaggiatori: una vecchietta col marito, ambedue molto taciturni, e scesero a una stazione intermedia sicchè rimasi solo. Io ero come una fiera in gabbia: ora saltavo su e mi avvicinavo al finestrino, ora barcollando camminavo in su e in giù per la vettura, come se mi sforzassi di far andare così più rapidamente il treno: ma la vettura con le sue panche, i suoi vetri, seguitava il suo solito tremolìo, ecco, come ora…
E Pozdnicev fu scosso da un brivido, fece alcuni passi, poi sedette di nuovo.
– Oh! ho paura, ho paura delle vetture ferroviarie, mi viene il terrore. Sì, è tremendo! – continuò. – Io dicevo fra me: Debbo pensare ad altro. Sì, mettiamo, all’albergatore della posta, presso il quale ho preso il the. Ed ecco che nella mia immaginazione compariva l’albergatore, con la sua lunga barba, e il suo nipotino, un ragazzo della stessa età del mio Vassia. Il mio Vassia? Egli vede il musicista che abbraccia sua madre. Che cosa avviene mai nella sua povera anima? Che cosa mai? Essa ama… E di nuovo sorgono le immagini consuete. No, no… Penserò alla visita all’ospedale. Già, ieri un ammalato si lamentava del dottore. Ma il dottore ha i baffi come Trukhacevsky. Ah! come mi ha mentito colui!… Ambedue mi hanno ingannato quando lui diceva che sarebbe partito. E di nuovo si ricominciava. Tutte le cose alle quali pensavo avevano qualche rapporto con lui. Io soffrivo orribilmente. La maggior sofferenza consisteva nella sfiducia, nel dubbio, nell’esser diviso in due, nel non sapere se dovevo amarla o odiarla. La mia sofferenza era così forte che, mi rammento, mi venne il pensiero, che sempre mi ha sedotto, di andare sulla strada, sdraiarmi sulle rotaie al passaggio del treno e finirla. Almeno avrei smesso di dubitare.
La sola cosa che m’impediva di farlo era la pietà verso me stesso ma subito poi mi si risvegliava l’odio per lei. Per lui provavo uno strano sentimento di odio, la coscienza della mia umiliazione e della sua vittoria, ma per lei il mio odio era tremendo. «Non posso farla finita con me stesso e lasciar lei così: bisogna che lei almeno soffra alquanto, che almeno capisca che io ho sofferto», dicevo fra me. A tutte le stazioni scendevo dal treno per divagarmi. A una stazione vidi qualcuno al buffet che beveva, e subito mi misi a bere della vodka. Accanto a me c’era un ebreo che anch’egli beveva e che cominciò ad attaccar discorso con me: io, soltanto per non rimaner solo nel mio vagone, me ne andai con lui nel suo vagone di terza classe sudicio, pieno di fumo e sparso di bucce di semi. Là mi sedetti accanto a lui ed egli cominciò a chiacchierare e a raccontare aneddoti. Io lo ascoltavo ma non riuscivo a capire quel che diceva perchè seguitavo a pensare a me stesso. Egli se ne accorse e pretendeva che io gli prestassi attenzione: allora mi alzai e me ne tornai nella mia vettura. «Bisogna riflettere – dissi a me stesso – e vedere se ciò che io penso è vero e se io ho motivo di tormentarmi». Sedetti, desiderando di riflettere tranquillamente, ma subito invece della tranquilla riflessione, cominciò di nuovo la solita cosa: invece di riflessioni quadri e immagini. «Quante volte mi son tormentato così», dicevo (mi ricordavo i precedenti accessi di gelosia, simili a questo) «e poi tutto finiva in niente. Così pure adesso, forse, ed è anche più verosimile: la troverò a dormire placidamente: si sveglierà, si rallegrerà di vedermi e dalle sue parole, dal suo sguardo capirò che non c’è stato nulla e che erano tutte sciocchezze. Oh! come sarebbe bello se fosse così!». «Ma no, troppo spesso è stato così e ora non sarà più la medesima cosa», mi diceva una voce e di nuovo si ricominciava. Ecco dov’è il supplizio! Io non condurrei un giovane in un ospedale di sifilitici per togliergli il desiderio delle donne, ma nell’anima mia, a vedere i demoni che la lacerano! Era orribile che io mi riconoscessi senza esitare un pieno diritto sul corpo di lei, come se fosse il mio, e intanto sentivo di non poter possedere quel corpo, sentivo che non era mio e che essa poteva disporne come voleva e voleva disporne in modo contrario alla mia volontà. E io non potevo far nulla nè contro di lei nè contro di lui. Egli, come il Vanka leggendario davanti alla forca, avrebbe cantato una canzone sulle dolci labbra che aveva baciate. E così sarebbe stato al disopra. E con lei potevo fare ancora meno. Se essa non era caduta di fatto ma ne aveva avuto la volontà, era ancora peggio: meglio che fosse caduta e che io lo sapessi e non fossi più nell’ignoranza. Io non avrei potuto dire quel che desideravo. Io desideravo che essa non volesse ciò che doveva volere. Era assoluta follia.

XXVI.
Alla penultima stazione, quando il conduttore venne a ritirare i biglietti, io, avendo radunato le mie robe, uscii sulla piattaforma della vettura, e la coscienza di ciò che oramai era prossimo, cioè la soluzione, aumentò ancora il mio orgasmo. Avevo freddo e le mascelle mi cominciarono a tremare al punto da farmi battere i denti. Macchinalmente uscii con la folla dalla stazione, presi una vettura da nolo, mi ci sedetti e si partì. Io, strada facendo, guardavo i rari passanti, i portieri e l’ombra che i fanali della mia vettura proiettavano ora davanti ora di dietro, e non pensavo a nulla. Dopo una mezza versta sentii freddo alle gambe e pensai che nel vagone m’ero tolto le calze di lana e le avevo messe nella sacca. Dov’era la sacca? Qui? Sì, qui. Ma la cesta? Mi venne in mente che avevo dimenticato del tutto i bagagli, ma, tornati che mi furono in mente, tirai fuori lo scontrino, poi decisi che non metteva conto di tornare indietro per questo, e seguitai per la mia strada.
Per quanto ora mi sforzi di ricordare, non posso ritrovare il mio stato d’animo di allora: che cosa pensavo, che cosa volevo, non ne so nulla. Ricordo soltanto che avevo la coscienza che si preparava qualcosa di tremendo e di molto grave nella mia vita. Era così grave perchè tale me lo figuravo nel pensiero o avevo qualche presentimento? Non lo so. Forse dopo quanto è accaduto tutti i momenti che precedettero il fatto hanno preso nel mio ricordo una tinta funesta. Mi avviai verso il portone di casa mia. Era il tocco. Alcune vetture da nolo stavano davanti alla casa aspettando clienti, visto che le finestre erano illuminate (le finestre illuminate erano nel nostro appartamento: la sala grande e il salotto). Senza rendermi conto del perchè così tardi ci fosse ancora luce alle nostre finestre, io nell’aspettativa di qualcosa di orrendo, corsi su per le scale e sonai il campanello. Il domestico, Iegor, un buon uomo, zelante e molto sciocco, venne ad aprirmi. La prima cosa che mi colpì lo sguardo, nell’anticamera, fu un mantello, appeso all’attaccapanni insieme ad altri indumenti. Io avrei dovuto esserne sorpreso, ma non ne fui sorpreso perchè me l’aspettavo. «È così», dissi fra me, quando, avendo chiesto a Iegor chi c’era egli mi nominò Trukhacevsky. Domandai: – C’è qualcun’altro? – Egli disse: – Nossignore –. Ricordo che egli mi rispose con un’intonazione tale che pareva che egli mi volesse far cosa gradita e dissipare il mio dubbio che vi potesse essere qualcun’altro. «È proprio così!» pensai. – E i bambini? – Grazie a Dio stanno bene. Dormono da un pezzo.
Io respiravo a stento e non potevo fermare la mascella che tremava. «Ma dunque è come io credevo: per il passato a volte prevedevo una disgrazia, e poi invece tutto stava bene, come prima. Ora però non è come prima, e tutto è come io me l’immaginavo e già vedevo quel che mi aspettava e che era la realtà. Tutto, ecco…».
Stavo lì lì per singhiozzare, ma il diavolo mi disse: «Tu piangi, fai il sentimentale, ed essi intanto si separeranno tranquillamente, non ci saranno prove e tu dubiterai e ti torturerai». E subito quella sentimentalità su me stesso svanì e comparve uno strano senso, non lo crederete, un senso di sollievo perchè il mio tormento stava per finire, perchè ora avrei potuto punirla, avrei potuto sbarazzarmi di lei, avrei potuto lasciar libera la mia ira. E lasciai libera la mia ira, diventai una belva, una cattiva e astuta belva. – Non importa, non importa, dissi a Iegor, che voleva avviarsi in salotto. – Invece ecco che cosa devi fare: prendi subito una vettura e va… Tieni lo scontrino; fatti dare i miei bagagli. Va! – Egli infilò il corridoio per prendere il suo pastrano. Temendo che egli li facesse scappare, lo accompagnai fino alla sua cameretta e aspettai finchè fu pronto. Dal salotto, a traverso un’altra stanza, veniva rumore di voci, di posate e di piatti. Essi erano a tavola e non avevano udito il campanello. «Basta che non escano ora», pensai. Iegor rivestì il suo pastrano col bavero d’astrakan e uscì. Io lo lasciai uscire e chiusi la porta dietro di lui, e mi venne un senso di pena quando sentii che ero rimasto solo e che ora dovevo agire. Come, ancora non lo sapevo. Sapevo soltanto che ora tutto era compiuto, che non poteva esservi più dubbio sulla sua colpa e che adesso l’avrei punita e avrei cessato ogni relazione con lei.
Prima io avevo delle esitazioni, mi dicevo: «Ma forse non è vero, forse io mi sbaglio». Ora questo dubbio non esisteva più. Tutto era deciso senza possibilità di tornare indietro. Di nascosto a me, sola con lui, di notte! È un assoluto oblìo di tutto! O anche peggio: apposta ostentano quest’ardire, quest’audacia nella colpa, perchè quest’audacia serva loro come prova d’innocenza. Tutto è chiaro. Non c’è dubbio. Io temevo soltanto una cosa, che essi sfuggissero e meditassero qualche nuovo inganno e mi privassero di quelle prove evidenti e della possibilità di dimostrare la loro colpa. E per sorprenderli più presto, io in punta di piedi andai nella sala, dove essi erano, non a traverso il salotto ma a traverso il corridoio e la camera dei bambini.
Nella prima camera dormivano i bambini. Nella seconda, la bambinaia si mosse e stava per svegliarsi e io mi figurai ciò che essa avrebbe pensato quando avesse saputo tutto, e mi prese tanta pietà di me stesso a quest’idea che non potei trattenere le lacrime e, per non destare i bambini, uscii nel corridoio in punta di piedi e di là andai nel mio studio, mi gettai sul divano e scoppiai in singhiozzi.
Io, un uomo d’onore, figlio di genitori quali erano i miei, io che tutta la vita avevo sognato la felicità di un’esistenza di famiglia, io che, uomo, non l’avevo mai tradita… Ed ecco! Con cinque creature, essa abbraccia un sonatore qualunque soltanto perchè ha delle labbra rosse!
No, non è un essere umano! È una cagna, un’immonda cagna! Accanto alla camera dei bambini, che essa aveva finto di amare tutta la vita. E scrivendomi quel che mi aveva scritto! E aver avuto tanta audacia, quando mi si gettava al collo! Ma che cosa so io? Forse è stata sempre così. Forse coi domestici ha avuto tutti i figli che io ho creduto miei!
E se fossi giunto domani mi sarebbe venuta incontro tutta ben pettinata, col suo vitino e le sue graziose indolenti movenze (io vedevo il suo viso seducente e odioso), e questa belva della gelosia mi sarebbe rimasta per sempre nel cuore e l’avrebbe lacerato. Che cosa penserà la bambinaia?… E Iegor?… E la povera Lizoschka? Essa già capisce qualcosa. E questa impudenza e questa menzogna, e questa sensualità animalesca che io conosco tanto bene! dicevo fra me.
Avrei voluto alzarmi e non potevo. Il cuore mi batteva così forte che non mi reggevo sulle gambe. Sì, io morrò di questo colpo: mi ucciderà. Ma è ciò che lei vuole. Che le importa che io sia ucciso? Ma no, sarebbe un troppo grande vantaggio per lei e io non le darò questo piacere. Già, io son qui e loro di là mangiano e ridono e… Sì, quantunque lei non sia della prima freschezza, non l’ha mica sdegnata colui: e anche se fosse bella, la cosa principale per lui sarebbe sempre che non vi fosse pericolo per la sua preziosa salute. Perchè non l’ho strangolata allora? pensavo, ricordandomi quel momento quando, una settimana prima, la spinsi fuori dal mio studio e poi misi in pezzi degli oggetti. Mi ricordavo al vivo lo stato in cui ero allora: non soltanto me lo ricordavo ma sentivo la stessa volontà di battere, di uccidere che avevo sentita allora. Mi ricordo come mi venne il bisogno di agire e qualsiasi ragionamento mi fuggì via dalla mente, salvo quel tanto di ragionamento che mi serviva per agire. Diventai allo stato di una belva o di un uomo sotto l’influsso di un’eccitazione fisica, in un momento di pericolo, quando l’uomo agisce appunto, non frettolosamente, ma senza perdere un minuto e soltanto diretto tutto ad un unico e determinato fine.

XXVII.
La prima cosa che feci fu di togliermi le scarpe, e rimasto coi soli calzini, mi avvicinai al muro dove, sopra al divano, erano appesi fucili e pugnali, e presi un pugnale ricurvo di Damasco che non era stato adoprato neppure una volta e con la punta molto acuta. Lo tolsi dal fodero. Mi ricordo che il fodero scivolò dietro al divano e ricordo che io dissi fra me: Bisogna poi ricercarlo chè non si perda. Poi mi tolsi il pastrano che avevo tenuto addosso fino allora, e pian piano, coi soli calzini, mi avviai là.
E, avvicinatomi furtivamente, in silenzio, aprii con violenza la porta.
Ricordo l’espressione dei loro visi. Ricordo quest’espressione perchè essa mi procurò un tormentoso piacere. Era l’espressione del terrore. E questo io volevo. Non dimenticherò mai l’espressione di disperato terrore che apparve al primo momento sui visi di loro due quando mi videro. Egli sedeva, mi pare, presso la tavola, ma vedendomi o udendomi entrare, saltò in piedi e si fermò con la schiena contro l’armadio. Sul suo viso era soltanto un’indubitabile espressione di terrore. Anche in viso a lei era la stessa espressione di terrore ma insieme ve n’era anche un’altra. Se fosse stata quella la sola forse non sarebbe accaduto quel che accadde: ma nell’espressione del suo viso, almeno così mi parve in quel primo momento, c’era anche il dispetto, il malcontento d’essere disturbata nell’incanto del suo amore e della sua felicità, come se nulla al mondo le importasse se non d’esser lasciata tranquilla nella sua gioia. Queste due espressioni rimasero un attimo soltanto sui loro visi. L’espressione di terrore sul viso di lui si mutò subito in un’espressione interrogativa: si poteva mentire o no? Se si poteva, bisognava cominciare: se no cominciare subito qualche altra cosa. Ma che? E guardò lei interrogativamente. Sul viso di lei l’espressione di dispetto e di malcontento si mutò, a quanto mi parve, quando essa lo guardò, in un’espressione di sgomento per lui.
Un istante io rimasi sulla porta, tenendo il pugnale dietro la schiena.
In quell’istante egli si mise a sorridere e cominciò con un tono indifferente fino al ridicolo: – Ecco, eravamo qui a far della musica…
– Non ti aspettavo! – cominciò lei nello stesso momento, imitando il tono di lui. Ma nessuno dei due finì la frase: quello stesso furore che io avevo provato una settimana addietro s’impossessò di me. Di nuovo provai quella smania di distruzione, quella violenza, quell’entusiasmo del furore e mi vi abbandonai.
Nessuno dei due finì la frase. Cominciava quell’altra cosa che egli temeva e che di un colpo troncò le loro parole. Io mi gettai su di lei, nascondendo ancora il pugnale, acciocchè egli non m’impedisse di colpirla al fianco, sotto al petto. Io avevo scelto questo punto fin dal principio.
Nel momento che io mi gettai su di lei, egli vide e, cosa che non mi sarei mai aspettata da lui, mi afferrò il braccio e gridò: – Rientrate in voi stesso: ma che fate?… Gente!…
Io liberai il mio braccio e in silenzio mi gettai su di lui. I suoi occhi s’incontrarono coi miei, a un tratto si fece bianco come un cencio, bianco fino alle labbra, i suoi occhi ebbero un lampo particolare e, cosa che neppure mi aspettavo da lui, scivolò sotto al pianoforte e andò verso la porta. Io mi precipitai dietro a lui, ma sentii qualcosa di pesante che mi si aggrappava al braccio sinistro. Era lei. Io diedi un balzo. Essa si appese al mio braccio anche più forte e non mi lasciava andare. Quest’ostacolo inaspettato, quel peso sul mio braccio e il contatto ripugnante di lei mi accesero ancora di più. Sentivo di essere completamente furioso e di dover apparire spaventevole, e ciò mi dava piacere. Con tutte le mie forze strappai dalla sua stretta il mio braccio sinistro e col gomito la colpii in piena faccia. Essa mandò un grido e lasciò andare il mio braccio. Avrei voluto correre dietro a quell’uomo ma mi venne in mente che era ridicolo correre in calzini dietro all’amante di mia moglie, e non volevo essere ridicolo, volevo essere tremendo. Malgrado lo spaventevole furore nel quale mi trovavo, io mi preoccupavo continuamente dell’impressione che avrei prodotta sugli altri e anzi quell’impressione guidava bene spesso la mia propria. Mi voltai verso di lei. Essa era caduta sulla sedia a sdraio e, tenendo la mano nel punto in cui l’avevo colpita, mi guardava. Nel viso aveva dipinta la paura e l’odio verso di me, verso il nemico, la paura e l’odio del topo quando si apre la trappola nella quale è stato preso. Io, almeno, non vidi altro in lei se non questa paura e quest’odio verso di me. Erano questa paura e quest’odio verso di me che avevano dovuto suscitare il suo amore per un altro. Ma forse ancora mi sarei trattenuto e non avrei fatto quello che feci se essa avesse taciuto. Ma a un tratto cominciò a parlare e ad afferrare con la sua mano la mia mano che teneva il pugnale.
– Rientra in te! Che hai? che t’è accaduto? Non c’è nulla, nulla, nulla… te lo giuro!
Avrei ancora esitato, ma quelle ultime parole di lei, dalle quali io conclusi il contrario, cioè che tutto era avvenuto, provocavano una risposta. E la risposta doveva essere corrispondente a quella disposizione di spirito nella quale m’ero messo, a quel furore che saliva sempre come un crescendo e doveva continuare a salire. Anche la follia ha le sue leggi.
– Non mentire, sgualdrina! – ruggii, e con la mano sinistra le afferrai il braccio, ma essa si svincolò. Allora io, senza lasciare il pugnale, con la mano sinistra l’afferrai per la gola, la ributtai giù e strinsi… Com’era duro il suo collo! Con tutt’e due le mani essa afferrò le mani mie e le staccò dalla sua gola, e io, come se non aspettassi altro, con tutta la mia forza la colpii col pugnale dalla parte sinistra, sotto le costole.
Quando la gente dice che in un accesso di furore non si capisce quel che si fa, è una sciocchezza, una bugia. Io capii sempre e neppure per un istante persi la coscienza di quel che facevo. Quanto più fortemente attizzavo in me le vampe del mio furore tanto più chiara si accendeva nel mio spirito la luce della coscienza che mi faceva vedere tutto quello che facevo. Ad ogni istante sapevo quel che facevo. Non posso dire che sapessi in precedenza ciò che avrei fatto: ma nel momento che lo facevo, anzi, mi pare, alquanto prima, io sapevo quel che facevo come se avesse voluto darmi la possibilità di pentirmi, per poter dire a me stesso che avrei potuto fermarmi. Sapevo che colpivo sotto le costole e che il pugnale penetrava dentro. Nel momento che lo facevo, sapevo di far qualcosa di tremendo, qualcosa che non avevo mai fatto e che avrebbe avuto tremende conseguenze. Ma la coscienza ebbe lo scatto di un lampo e l’atto tenne subito dietro alla coscienza. Fui consapevole dell’atto con una straordinaria chiarezza. Sentii, e lo ricordo, la resistenza che il busto fece per un attimo, e poi la penetrazione della lama in qualcosa di molle. Essa si afferrò con le mani al pugnale, si tagliò, ma non lo trattenne.
Molto tempo dipoi, in carcere, dopo che un rivolgimento morale s’era compiuto in me, ripensai a quel momento, tentai di ricordarmi quanto potei, e di coordinare le mie idee. Ricordai che per un istante, soltanto per l’istante che precedette il fatto, avevo avuta la tremenda consapevolezza che stavo per uccidere, uccidere una donna, una donna indifesa, mia moglie! Mi ricordo ancora con terrore di quella consapevolezza e poi ho ricostruito e anche ricordato vagamente che appena affondato il pugnale volevo ritirarlo, desiderando riparare a quanto avevo fatto e fermarmi. Per un momento rimasi immobile, aspettando quel che sarebbe accaduto e chiedendomi se fosse possibile rimediare.
Essa balzò in piedi, gridò: – Balia! Mi ha uccisa!
Avendo udito rumore, la bambinaia stava sulla soglia. Io ero sempre lì in piedi, aspettando e non credendo a quel che avevo fatto. Ma di sotto al busto vidi scorrere sangue. Allora soltanto capii che era impossibile rimediare, ma subito anche decisi dentro di me che non era necessario rimediare, che era proprio quello che io avevo voluto e proprio quello che doveva accadere. Aspettai finchè la vidi cadere e la bambinaia gridando: – Padri miei! – si lanciò verso di lei, e allora soltanto gettai via il pugnale e uscii dalla stanza.
«Non bisogna agitarsi, bisogna che mi renda conto di quel che ho fatto» avevo detto fra me, senza guardare nè lei nè la bambinaia. La bambinaia urlava, chiamava la cameriera. Io seguii il corridoio, e dopo aver chiamato la cameriera, andai nella mia camera. «Che cosa si deve fare ora?» chiesi a me stesso, e subito capii che cosa si dovesse fare. Entrando nel mio studio andai direttamente alla parete dove erano le armi, staccai il revolver, l’osservai: era carico, e lo posai sulla tavola. Poi raccattai il fodero del pugnale, dietro al divano, e sedetti sul divano.
Per un pezzo stetti lì, seduto. Non pensavo a nulla, non mi ricordavo di nulla. Udivo che di là si trasportava qualcosa, poi qualcuno passò, poi ancora qualcuno. Poi udii e vidi Iegor che portava nel mio studio la cesta da viaggio lasciata alla stazione. Come se oramai potesse servire a qualche cosa!
– Hai sentito quel che è successo? – dissi. – Dì al portiere che si avvisi la polizia –. Egli non disse nulla ed uscì. Io mi alzai, chiusi la porta, presi le sigarette, i fiammiferi e mi misi a fumare. Non avevo finito la sigaretta che mi prese il sonno e mi vinse. Dormii, credo, due ore. Ricordo che in sogno mi pareva di stare d’accordo con lei, ci eravamo bisticciati ma poi avevamo fatto la pace: però c’era ancora qualcosa che mi turbava un poco, ma ci volevamo bene. Mi svegliò un colpo battuto alla porta. «È la polizia» pensai svegliandomi. «Ho ucciso, forse. Ma forse è lei e non è accaduto nulla». Picchiarono di nuovo alla porta. Io non risposi e volevo risolvere la questione: «È accaduto o non è accaduto? Sì, è accaduto». Mi ricordai la resistenza del busto e la penetrazione della lama nella carne, e mi corse un gelo per le reni. «Sì, è accaduto. Sì, è accaduto! E ora bisogna che anch’io…» dicevo fra me, eppure nel dirlo sapevo che non mi sarei ucciso. Ma mi alzai e di nuovo presi in mano il revolver. Strano fatto! ricordo che prima molte volte mi ero trovato più vicino al suicidio che non fossi in quel giorno; e anche ultimamente, in ferrovia, m’era sembrato facile, facile proprio perchè pensavo come questo avrebbe stupito lei. Ora non soltanto non potevo uccidermi, ma neppure pensarvi. «Perchè lo farei?» mi chiedevo, e non c’era risposta. Di nuovo fu picchiato alla porta. «Sì, prima bisogna sapere chi è che picchia. Avrò tempo poi». Posai il revolver e lo coprii con un giornale. Andai all’uscio e lo aprii. Era la sorella di mia moglie, vedova, buona e stupida.
– Vassia! Che è stato? – disse, e le lacrime, che aveva sempre pronte, le si misero a sgorgare.
– Che vuoi? – chiesi io ruvidamente.
Capivo perfettamente che non si doveva esser ruvidi con lei e che non ce n’era il perchè, ma non potevo prendere nessun altro tono.
– Vassia, essa muore! Ivan Zakharic l’ha detto.
Ivan Zakharic era il medico, il suo medico, il consigliere.
– È egli dunque qui? – chiesi io, e tutta l’ira che avevo contro di lei si sollevò di nuovo. – Ebbene, che vuol dire?
– Vassia, va da lei. Ah! che cosa terribile! – disse mia cognata.
«Andar da lei?» posi a me stesso il quesito. E subito risposi che dovevo andare. Di certo si fa sempre così: quando un marito uccide la moglie, come avevo fatto io, bisogna che immancabilmente vada a vederla. «Se si fa così, devo andare» dissi fra me. «Ma se è necessario che io vada, sarò sempre in tempo», pensai, alludendo alla mia intenzione di farmi saltar le cervella. E seguii mia cognata.
«Ora ci saranno frasi, smorfie, ma io non mi lascerò commuovere» dissi dentro di me.
– Aspetta – dissi poi forte – è stupido andar senza scarpe: fammi almeno mettere le pantofole.

XXVIII.
– Cosa sorprendente! Di nuovo, quando uscii dallo studio e passai per le stanze abituali, mi balenò la speranza che nulla fosse accaduto, ma l’odore di quelle sudicerie medicinali, iodoformio, acido fenico, mi colpì. No, tutto era accaduto. Andando pel corridoio passai davanti alla camera dei bambini, e vidi Lizanka. Essa mi guardò con occhi spaventati. Mi parve anzi che ci fossero tutti e cinque i ragazzi e che mi guardassero. Mi avvicinai alla porta e la cameriera di dentro mi aprì e uscì fuori. La prima cosa che mi venne davanti agli occhi fu, su di una sedia, il suo vestito grigio chiaro, tutto chiazzato di nero dal sangue.
Sul nostro letto matrimoniale, anzi dalla parte mia (era stato più facile per il trasporto) essa giaceva, con le ginocchia sollevate. Giaceva a metà sdraiata sui soli guanciali, e aveva la camicetta aperta. Sul posto della ferita era stato messo qualcosa. Nella camera c’era un forte odore di iodoformio. Prima di tutto e più di tutto mi colpì il suo viso tumefatto, di un gonfiore livido da un lato del naso e sotto gli occhi. Era la conseguenza della mia gomitata, quando essa voleva trattenermi. Non aveva più alcuna bellezza e mi parve anzi che ci fosse in lei qualcosa di ripugnante. Mi fermai sulla soglia. – Avvicinati, avvicinati a lei – mi disse la sorella –. «Sì, forse vuol confessare la sua colpa», pensai. «Perdonare! Sì, muore e bisogna perdonarle», e mi sforzavo di essere magnanimo. Mi accostai. Faticosamente essa levò gli occhi su di me: uno degli occhi era illividito. Faticosamente disse balbettando:
– Sei giunto a quello che volevi, mi hai uccisa… –. E nel suo viso, attraverso la sofferenza ed anche la vicinanza della morte, si dipinse quell’antico, freddo, bestiale odio verso di me che io ben conoscevo. – I bambini… però… non li affido a te… Lei (la sorella) li prenderà…
Quello che per me era la cosa principale, la sua colpa, il suo tradimento, pareva che essa non credesse neppure necessario nominarlo.
– Sì… rallegrati di quello che hai fatto – disse poi, guardando verso la porta, e ruppe in singhiozzi. Sulla soglia stava la sorella coi ragazzi. – Sì, ecco che cosa hai fatto.
Diedi un’occhiata ai nostri figli e poi al volto di lei, gonfio e livido, e per la prima volta dimenticai me stesso, i miei diritti, la mia dignità, per la prima volta vidi in lei una creatura umana. E così insignificante mi apparve allora tutto ciò che mi aveva offeso, tutta la mia gelosia, e così grave ciò che io avevo fatto che avrei voluto curvarmi col viso fino alla sua mano e dire: «Perdonami!» ma non osai.
Essa taceva, chiudendo gli occhi, e si vedeva che non aveva più la forza di parlare. Poi il suo viso, diventato mostruoso, ebbe un tremito e si raggrinzì tutto. Debolmente mi respinse.
– Perchè è avvenuto tutto questo? perchè?
– Perdonami – dissi io.
– Perdonare? Tutto ciò è cosa da nulla!… Solo che io non morissi! – gridò, sollevandosi un poco, e i suoi occhi che luccicavano di febbre si fissarono nei miei. – Sì, sei giunto a quello che volevi!.. Ti odio!… Ahi! Ahi!… – urlò già in delirio, come spaventata di qualche cosa. – Tutti, tutti… uccidili… e anche lui!… Se n’è andato!… se n’è andato!… Su uccidimi, uccidimi, non ho paura…
Il delirio continuò sino alla fine. Non riconosceva nessuno. Quella stessa mattina, verso mezzogiorno, morì. Ma prima che morisse, alle otto, mi condussero al commissariato e di là in carcere. E là rimasi per undici mesi, aspettando il giudizio, e per tutto quel tempo meditai su di me e sul mio passato e lo compresi. Cominciai a comprendere al terzo giorno: il terzo giorno mi condussero là…
Voleva dire ancora qualcosa, ma non avendo la forza di trattenere i singhiozzi, si fermò. Raccolte le sue forze, proseguì:
– Cominciai a comprendere soltanto quando la vidi nella bara…
Singhiozzò un momento, ma subito continuò in fretta.
– Soltanto quando vidi il suo cadavere capii tutto quello che avevo fatto. Capii che io, io l’avevo uccisa, capii che per causa mia lei, che era viva, che si moveva, che era calda, era diventata immobile, bianca come la cera, fredda, e che rimediare a ciò non sarebbe stato possibile mai; nessuno, per nessun mezzo avrebbe potuto farlo. Chi non ha vissuto un momento simile non può capire… Oh! oh! oh!… –, urlò più volte, poi tacque…
Per un pezzo stemmo in silenzio. Egli singhiozzava e tremava, lì davanti a me, in silenzio. Il viso gli si era come affinato, allungato, e la bocca appariva in tutta la sua larghezza.
– Sì – disse a un tratto – se io avessi saputo quello che so ora sarebbe stato tutt’altra cosa. Non l’avrei sposata per nulla al mondo… non mi sarei mai ammogliato.
Di nuovo ci fu un lungo silenzio.
– Su, perdonate… –. Si voltò dall’altra parte e, mezzo sdraiato sul sedile, si ravvolse nel plaid. Quando giungemmo alla stazione dove io dovevo scendere – erano le otto di mattina – mi avvicinai a lui per salutarlo. Dormiva o fingeva di dormire e non si mosse. Lo toccai con la mano. Si scoprì il viso e fu chiaro che non dormiva.
– Addio – dissi io, stendendogli la mano. Egli mi diede la sua ed ebbe un impercettibile sorriso, ma tanto triste che mi venne voglia di piangere.
– Perdonatemi – disse egli, ripetendo la parola con la quale aveva concluso tutto il suo racconto.

Lascia un commento