L’iniquo accesso ai farmaci

di Tania Careddu

Sono molti e importanti i fattori che influenzano l’accesso ai farmaci, ma ciò che ostacola più di tutti il raggiungimento della copertura sanitaria universale sono le esigenze di mercato. Basato su dinamiche di profitto – le case farmaceutiche investono in farmaci che possono produrre il guadagno più alto possibile – e non sui bisogni reali della popolazione, costringe gran parte di questa a essere tagliata fuori, a causa dei prezzi insostenibili delle medicine e dai sistemi sanitari pubblici che sono paralizzati dagli alti costi di molti farmaci salvavita.

Non è una questione che coinvolge solo il Sud del mondo: il mancato accesso ai farmaci è una priorità anche per molte economie ad alto reddito, compresi i paesi dell’OCSE e del G7. Secondo quanto riporta il dossier “Accesso ai farmaci. Una sfida globale contro la disuguaglianza” redatto da Oxfam, negli Stati Uniti il prezzo dell’insulina è aumentato del 7 per cento rispetto all’anno precedente (per misurare l’impatto di questo aumento si consideri che un cittadino americano su dieci è malato di diabete); in Europa, il costo medio dei farmaci antitumorali, negli ultimi quindici anni è quadruplicato.

In Italia, ancora nel 2016, i farmaci di nuova generazione (sofosbuvir) contro l’Epatite C costavano quarantacinquemila euro a ciclo (di tre settimane), gravando sulle finanze del Sistema Sanitario Nazionale già pesantemente compromesse. Si è resa necessaria una azione determinata da parte del governo e dell’Aifa per autorizzare l’utilizzo dei farmaci generici di produzione indiana per tutti i malati di Epatite C, contribuendo alla riduzione del costo.

Ma il diritto alla salute di tutti viene calpestato dalle lobby farmaceutiche che si oppongono alla necessità di riformare l’attuale sistema, certamente sostenute dal governo degli Stati Uniti, dalla Commissione europea, da paesi quali Regno Unito, Svizzera, Giappone e Germania. Le grandi aziende farmaceutiche, titolari di potere di monopolio e depositarie degli obblighi di tutela della proprietà intellettuale, accumulano ingenti ricchezze, enormemente sproporzionate rispetto agli investimenti fatti nel settore di ricerca e sviluppo biomedico (R&D), aggravando la disuguaglianza attraverso l’aumento dei costi della sanità che impedisce l’accesso alle cure mediche indispensabili a ciascun individuo.

Per questi motivi e per gli obblighi internazionali nei trattati commerciali dei governi (quali appunto l’impegno a tutelare la proprietà intellettuale) non vengono programmati strumenti che potrebbero far fronte a necessità sanitarie di base, come nuovi antibiotici, di cui esiste un urgente bisogno, mentre i vaccini che escono nuovi di zecca dai laboratori continuano a rimanere inaccessibili a molti.

Di questo passo, il raggiungimento dell’obiettivo numero tre che pretende di “assicurare la salute e promuovere il benessere per tutti” scritto nell’Agenda ONU per lo Sviluppo Sostenibile 2030, rischia di trasformarsi in una promessa scritta e nulla più.

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