Londra, il volto noto del terrore

di Mario Lombardo

A un paio di giorni dalle elezioni, il governo britannico del primo ministro, Theresa May, continua a dover far fronte a polemiche e pressioni in seguito alle notizie emerse su almeno due dei tre responsabili dell’attentato di sabato scorso a Londra. Tra lunedì e martedì, le autorità di polizia hanno infatti diffuso i nomi degli attentatori, due dei quali erano ben noti a servizi di sicurezza che, ancora una volta, per qualche motivo hanno finito col perderne le tracce e consentito l’esecuzione di un atto sanguinoso preparato in maniera indisturbata.

Al momento non ci sarebbero indicazioni che il 30enne Rachid Redouane abbia avuto precedenti con la giustizia britannica o sia stato sotto sorveglianza per attività legate al fondamentalismo islamico. Prima di trasferirsi a Londra, Redouane viveva a Dublino, da dove la polizia irlandese ha fatto sapere di non avere nessuna segnalazione che lo riguardasse.

Ben diversa è invece la situazione relativa agli altri due autori della strage. Il primo è il 27enne di origine pakistana Khuram Shazad Butt, mentre l’ultimo è l’italo-marocchino Youssef Zaghba di 22 anni, la cui identità è stata resa nota solo nella giornata di martedì. I precedenti di entrambi sollevano gli ennesimi interrogativi sul comportamento di un servizio segreto, come quello britannico, dotato di vasti poteri di sorveglianza, consolidati contatti con gli ambienti integralisti in patria e ampia discrezionalità nella gestione dei casi di terrorismo.

I dubbi non sono peraltro nuovi, poiché si ripresentano con una sconcertante puntualità dopo ogni singolo attentato registrato in Gran Bretagna e altrove. Butt era stato oggetto di segnalazioni, almeno due secondo le testimonianze raccolte finora dalla stampa britannica, che descrivevano le sue inclinazioni fondamentaliste.

Nel primo caso era stata una donna di origine italiana, Erica Gasparri, a rivelare alla polizia come Butt cercasse di indottrinare dei giovani in un parco pubblico nel sobborgo londinese di Barking. Un amico dell’attentatore aveva invece informato la “linea anti-terrorismo” della polizia britannica dei suoi commenti di approvazione per alcuni attentati e l’ammirazione per un predicatore integralista che incitava alla jihad.

Lo scorso anno Butt era anche apparso in un documentario di Channel 4 sui jihadisti britannici, nel quale era stato protagonista con altri di uno scontro con la polizia dopo avere dispiegato una bandiera dello Stato Islamico (ISIS) a Regent Park. Butt era stato trattenuto dalle autorità per essere poi rilasciato di lì a poco.

Questi elementi sarebbero stati valutati dai servizi di sicurezza, i quali non avevano però rilevato elementi concreti che motivassero una sorveglianza più stretta. Se, teoricamente, ciò può apparire giustificato, è invece molto più difficile credere che Butt sia stato ignorato dalla polizia e dai servizi segreti dopo che era emersa la sua affiliazione al gruppo estremista salafita di base in Gran Bretagna, al-Muhajiroun. Questa organizzazione, messa fuori legge dal governo di Londra nel 2005, e il suo leader ora in carcere, Anjem Choudary, hanno reclutato decine o forse centinaia di cittadini britannici per compiere attentati terroristi, alcuni dei quali andati effettivamente a buon fine.

L’insieme di questi elementi indica come le segnalazioni sul comportamento fortemente a rischio di Butt siano state molteplici, rendendo a dir poco sospetto il sostanziale disinteresse nei suoi confronti dei servizi di sicurezza britannici.

Altri particolari riportati dalla stampa nei giorni scorsi rendono ancora più problematico il quadro dell’attentato di sabato. Il Daily Telegraph ha scritto ad esempio che gli uomini dell’antiterrorismo nel mese di maggio avevano reperito informazioni su una cellula riconducibile all’ISIS nel sobborgo di Barking i cui membri stavano discutendo una possibile azione da condurre con un furgone e con l’utilizzo di armi da taglio, cioè con le stesse modalità di quella portata a termine sabato.

Per quanto riguarda Youssef Zaghba, le notizie finora emerse sono da rintracciare in Italia. Nel marzo del 2016, il giovane di madre italiana era stato fermato all’aeroporto di Bologna mentre cercava di imbarcarsi su un volo diretto in Turchia per poi recarsi presumibilmente in Siria.

Sul cellulare di Zaghba, poi requisito, furono rinvenuti filmati e immagini relativi a operazioni dell’ISIS, sufficienti a far scattare un’indagine e il sequestro del passaporto. Gli indizi raccolti non avrebbero portato alla formulazione di un’accusa per terrorismo, ma il nome di Zaghba venne comunque inserito nella lista di soggetti pericolosi e l’informazione passata all’intelligence britannica. Sia la polizia che i servizi segreti del Regno Unito non sembrano però avere tenuto sotto controllo il 22enne italo-marocchino.

Viste le pressioni crescenti sui servizi di sicurezza per non essere stati in grado di impedire non solo il più recente attentato di Londra, ma anche quelli del 22 maggio a Manchester e del mese di marzo ancora a Londra, nonostante le informazioni a disposizione sugli attentatori, le autorità di polizia e i politici si sono dati da fare per offrire qualche giustificazione all’opinione pubblica e ai media.

Il motivo principale degli “errori” o delle “sviste” che hanno consentito agli attentatori di operare liberamente sarebbe il numero elevato di individui inclusi tra quelli sospettati di simpatie o legami con il terrorismo internazionale, così che alcuni di essi finiscono inevitabilmente per sfuggire alla rete della polizia e dell’intelligence.

A questo proposito, è importante rilevare come i parametri per considerare reale una potenziale minaccia terroristica da parte delle autorità si siano tacitamente allargati in seguito al moltiplicarsi di episodi di violenza in varie città europee commessi da individui noti ai servizi di sicurezza.

Se prima, cioè, la minaccia principale veniva indicata nei cosiddetti “lupi solitari”, coloro che passano attraverso un processo di radicalizzazione senza legami diretti con organizzazioni fondamentaliste, principalmente tramite la rete e i social network, e quindi difficilmente controllabili, oggi le cose appaiono diverse.

Il problema è diventato improvvisamente l’impossibilità di monitorare anche i sospettati che evidenziano comportamenti allarmanti, che manifestano apertamente le proprie inclinazioni jihadiste o entrano addirittura in contatto con reti terroristiche e, per queste ragioni, ricevono le attenzioni delle forze di polizia o dei servizi segreti.

La scarsa credibilità di giustificazioni di questo genere è da ricercare anche nel fatto che quasi sempre le azioni terroristiche richiedono sforzi organizzativi non indifferenti, quindi difficili da condurre indisturbatamente, e talvolta, com’è accaduto nel caso di Manchester, ripetuti viaggi in paesi dove operano organizzazioni terroriste.

Tutte queste attività che stanno dietro a molti attentati degli ultimi anni in Europa dovrebbero perciò essere state portate a termine senza che nessuna polizia o agenzia di intelligence abbia avuto la possibilità di intervenire malgrado i responsabili fossero sempre stati in qualche modo sotto una più o meno stretta sorveglianza.

L’altro fattore che inciderebbe sull’incapacità di prevenire gli attentati, almeno in Gran Bretagna, sono i tagli alle forze di polizia imposti in questi anni dai governi conservatori e che hanno ridotto il personale addetto alla sorveglianza e alle indagini sui sospettati di terrorismo.

Questa linea è stata adottata per motivi elettorali anche dai leader laburisti, tra cui il sindaco di Londra, Sadiq Khan, e il numero uno del partito, Jeremy Corbyn. Tuttavia, la teoria che caratterizza la lotta al terrorismo come vittima dell’austerity fatica a stare in piedi. Infatti, come già dimostrato, informazioni spesso esplosive sugli attentatori sono quasi sempre giunte ai servizi di sicurezza anche con i mezzi esistenti, tanto da fare pensare che i mancati interventi di questi ultimi siano dovuti piuttosto a scelte deliberate.

La ragione di questo comportamento da parte delle autorità preposte all’antiterrorismo risiede nei loro legami, spesso ambigui, con i gruppi fondamentalisti islamici e i loro affiliati che risiedono o transitano in territorio europeo, utilizzati quando necessario per le operazioni di cambio di regime all’estero. Emblematica è la vicenda recentemente ricostruita dell’attentatore di Manchester, Salman Abedi, legato agli ambienti del cosiddetto Gruppo dei Combattenti Islamici Libici (LIFG), appoggiato da Londra per rovesciare il regime di Gheddafi nel 2011.

In altre parole, combattere seriamente la minaccia terroristica comporterebbe una scelta impossibile da fare per i servizi di sicurezza e i governi che li controllano, perché contraria ai propri interessi strategici, ovvero chiudere il flusso di uomini, armi e denaro destinato ad alimentare i conflitti in paesi come Libia, Siria e Iraq.

Qualsiasi legge o provvedimento che non includa un’iniziativa di questo genere avrà perciò effetti trascurabili sulla lotta al terrorismo e, anzi, rischia soltanto di restringere ulteriormente le libertà democratiche già seriamente compromesse in questi ultimi anni.

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