Lorenzo Stecchetti – Santo Natale

La signora Giovanna spalancò la porta e poco mancò che non me la sbattesse in faccia. Le scappò un atto d’impazienza e mi disse:
– Senta: faccia a mio modo. Lei vada a letto.
– Dunque – risposi – c’era ancora molto tempo?
– Lei non ci può far nulla. Anzi ci rompe la testa, ci imbarazza…. l’abbiamo sempre tra i piedi…. Vada a letto. Che cosa vuol farci lei?
E mi voltò le spalle avviandosi verso la cucina che dalla porta aperta fiammeggiava come una fornace accesa.
Io aveva sulla punta della lingua una domanda sciocca.
Volevo domandarle se il nascituro sarebbe maschio o femmina; ma capii che non era il momento di fare domande sciocche. Perchè s’impazientisse la signora Giovanna, di solito così cerimoniosa, bisognava proprio che avesse altro per la testa; e, piano piano, ritornai a chiudermi nello studio.
Il fuoco era acceso e la poltrona mi tendeva le braccia. Come sono lunghe le ore dell’aspettazione!
Di fuori nevicava e i fiocchi di neve gelati dalla notte e cacciati dal vento, battevano sui vetri, fitti fitti, con un fremito sommesso, quasi timido e doloroso. Il vento di quando in quando mandava un lamento, poi si chetava, e il silenzio non era rotto che dal rumore soffice e velato delle poche e lontane carrozze sulla neve e dal passo cadenzato e lento delle guardie che passavano sul marciapiede allontanandosi a poco a poco. Il silenzio della notte è sempre solenne e misterioso, ma quando si hanno i nervi tesi dalle veglie e dal caffè, quel silenzio diventa come vivo e pare che qualcuno o qualche cosa vegli in una aspettazione muta e paurosa nelle tenebre profonde. Si attende non si sa che, quasi come il silenzio dovesse essere squarciato dalla rivelazione improvvisa ed imminente di un mistero. Si aspetta, si tende l’orecchio inconsciamente come per interrogare il grande enigma delle tenebre silenti, finchè la tensione si rallenta e l’incubo dell’aspettazione si risolve nei vaneggiamenti del sogno.
Che libro leggessi non lo so e non lo sapevo neppur quella sera. Ma ricordo bene che presto mi cadde di mano e cominciai a fantasticare così tra la veglia e il sonno. Mi ritornavano in mente i bei giorni trascorsi in villa colla mia povera bimba e sentivo ancora le sue parole come se l’avessi lasciata poco prima. La rivedevo bionda, rosea, sorridente attraversare con me i campi dove le spighe mature erano alte come lei, dove i passeri, spaventati dalle nostre risa, volavano via cinguettando. Mi ricordavo. il giorno in cui andammo insieme a pescare ed io la portavo sulle spalle per attraversar l’acqua e stavamo tutti e due nascosti nell’erba fresca ed alta delle rive, in silenzio, aspettando. Sentivo il suo grido di trionfo quando una lasca minuscola finalmente penzigliò dall’amo, e la vedevo ritta, coi ricci per le spalle e la felicità negli occhi, batter le mani e gridare. Oh quegli occhi, azzurri come foglie di mammole, grandi come occhi di donna, io li vedeva e li vedrò sempre che mi guardano come nell’agonia sua, imploranti un aiuto che io non poteva dare, nuotanti già nelle nebbie della morte, ma sempre grandi, sempre azzurri, belli sempre ed ora per sempre chiusi. Si può soffrire al mondo quanto soffrii adagiandola colle mie mani nella cassa e chiudendole gli occhi, i dolci occhi che non posso ricordare senza sentire qualche cosa che si straccia nelle mie viscere?
Per questo desideravo che mi nascesse una bambina, e tremavo pensando che i presagi eran poco favorevoli al mio desiderio. Fino nel sogno mi inseguivano i pensieri angosciosi del giorno e li divideva certo la povera martire che sul suo letto di dolore aveva troppi altri strazi che la laceravano. E così sognavo, quando il silenzio notturno fu rotto da un grido acutissimo, da un vagito lungo che mi rimescolò tutto il sangue dentro e mi fece saltare in piedi desto ed ansante.
Accorsi, ma sull’uscio la signora Giovanna che entrava affaccendata, mi fermò col suo non si può rigido ed alle mie domande non rispose che con una alzata di spalle chiudendo l’uscio Non potevo star fermo, mi mordevo le labbra, mi tiravo i capelli ed avevo caldo. Aprii la finestra, dalla quale irruppe nella camera la luce chiara e diffusa del mattino fatta più viva dal riflesso bianco della neve. Di fuori non c’era altri che la guardia del gas che spense correndo gli ultimi lampioni, poi più nessuno. Il silenzio ridivenne profondo e cupo. Mi pareva, non so perchè, che stesse per accadere una disgrazia.
Quando Iddio e la signora Giovanna lo permisero potei entrare. Mi chinai sul letto e chiesi a mia moglie:
– Come va?
– E rinata la Lina. – rispose sorridendo.
Nella culla bianca, affondata tra i veli ed i pizzi, giaceva la nuova venuta riposandosi della fatica fatta nel venire al mondo. Quando allontanai il copertoio per vederla, la neonata aprì gli occhi e mi guardò.
Era lei! Erano i suoi occhi, i suoi dolci occhi, azzurri come le mammole! Era la povera morta che mi guardava ancora cogli occhi della sorellina!
Come non diventano matti i babbi in certe occasioni?
Oh, Santo Natale della bimba mia, che tu sia benedetto!

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