Lorenzo Viani – Ceccardo

A ITALO SOTTINI che col poeta ebbe in comune la fratellanza apuana e la fede di Giuseppe Mazzini.

Mio caro Viani,

Le sono molto riconoscente per avermi con tanta cordialità invitato ad associarmi in qualche modo a lei nell’evocazione che si fa in questo libro della superba figura del poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, suo amico. Mi ha porto così facendo un’occasione ottima per esprimere con più di convinzione e caldezza di quel che non facessi anni addietro, quando mi avvenne di parlare di lui, la mia ammirazione per la sua arte; non solo, ma per il suo carattere, il quale non mi era noto allora che imperfettamente. Anzi, non pure imperfetta era la nozione che avevo di quel carattere che lei ci dipinge oggi con tanta vivacità, ma ne avevo un’idea del tutto falsa; com’era del resto il caso per molti in quel tempo; i quali non conoscendo di persona l’autore dei Sonetti e Poemi, eran per forza portati a fidarsi dei sinistri racconti, dei pettegolezzi e delle favole che sedicenti amici facevano, e hanno poi continuato a fare, intorno a lui.

E sì che, quanto a me, nè il desiderio mi è mancato di mettermi in rapporto diretto con esso – chè lo avevo sentito fin da quando leggevo quasi adolescente, in una biblioteca fiorentina, le sue prime opere poetiche -; nè avevo trascurato di adoprarmi per concordare un incontro fra noi appena si era presentato il destro di poterlo fare senza troppo scomodo nè per lui nè per me. Fu nel 1903, mi ricordo. Ero capitato a Nervi per caso, ma incantato da quel paese delizioso mi vi ero fermato con l’intenzione di trattenermivi un poco. Uno scrittore che vi avevo conosciuto e col quale parlavamo spesso di letteratura, mi aveva detto un giorno di conoscer bene Ceccardo Roccatagliata-Ceccardi; e poichè questi era allora a Genova, subito gli avevo manifestato quel mio desiderio. Egli mi promise di accontentarmi, e difatti gli scrisse ottenendo da lui un appuntamento per qualche giorno dopo nella Galleria Mazzini. Ma all’ora fissata, il poeta non venne, e l’aspettammo a lungo invano. Ci fece poi sapere che era stato impedito dal mantenere la promessa da una malattia sopraggiunta d’improvviso, non so più se a lui o a qualcuno della sua famiglia.

E fu una disgraziata combinazione. Se ci fossimo visti quella volta, avrei forse trovato nella sua conversazione un ausilio prezioso a meglio comprendere alcuni lati ed accenti delle sue creazioni posteriori che mi parvero meno sincere od ingenue; – mentre invece rappresentavano, come ho poi visto, l’espressione più profonda e schietta della sua personalità di poeta-eroe.

Ho detto «forse» e non a caso. Perchè può anche darsi che non fosse quello il tempo più propizio per me ad intendere pienamente il particolar mondo poetico di Ceccardo Roccatagliata-Ceccardi, qual’egli stava esternando in parte, ed ha più tardi rivelato compitamente. Troppe nuvolaglie e troppo ambigue c’erano allora all’orizzonte della poesia italiana perchè si potesse sicuramente sceverare le vere dalle false stelle.

E più che altro urgeva cacciar quelle nuvole e chiarificare il cielo. Ora, io stavo facendo appunto questo in quegli anni; come dovevo poi seguitare a farlo per tanti altri.

Era l’epoca, se si ricorda, della estrema degenerazione, in Italia, del carduccismo, del dannunzismo, del pascolismo e dell’estetismo preraffaellesco. Mandre di retori, di chitarristi, di professori traviati alimentavano quei movimenti con i loro muggiti o nitriti o belati da bestie pagane le une, cristiane le altre, ma tutte bolse e sfiatate; e fra così tedioso frastuono, non una voce che si levasse nuova e limpida a rammentare che la musa del nostro paese non era definitivamente affogata nella rigovernatura dei nappi, dei calici o delle tinozze che avevan servito ai riti e ai lavacri dei maestri della precedente generazione. Si trattava dunque d’incoraggiare qualche giovane a far sentire quella fresca voce; mettendo intanto la sordina alle altre per quanto era possibile. E tutt’i mezzi parevano buoni a questo effetto, dalla violenta stroncatura, al caustico vilipendio: era una maniera di giustizia sommaria che bisognava far funzionare – la sola efficace in tale contingenza; se non, certo, senza pericoli.

Uno fra i maggiori era quello, nel furor delle esecuzioni, di mettere in un mazzo con la raccaglia poetica giustiziabile, anche qualche buon artefice la cui fisonomia apparente non lo diversificasse da quella con assoluta nettezza. Fu ciò che avvenne appunto qualche volta al nostro ammirevole Ceccardo. Trattando egli argomenti cari a molti mediocri o pessimi seguaci delle tendenze soprannominate e facendolo con i modi della tradizione a cui essi medesimi si richiamavano, passò agli occhi di chi non poteva – nè doveva – allora guardar troppo per il sottile, passò per tutt’altro da quel che realmente era: e se non fu confuso con loro, non ne fu nemmeno distinto quanto sarebbe stato giusto e necessario.

Mi ha lungamente rimorso di non aver fatto neanch’io con abbastanza chiarezza questa doverosa distinzione; e ciò sebbene io fossi fra coloro che più erano in grado di pregiare la sua arte, e benissimo disposto per farlo. Ho sentito ancor più quel rimpianto dopo il nostro colloquio fiorentino in cui ella mi fece comprendere quanto una parola di plauso avrebbe rallegrato l’animo del suo amico.

Eppure, scrivendo di lui nella Voce (e fui uno dei pochi che lo facessero al tempo della pubblicazione del suo grande volume di versi) usai un linguaggio che non esprimeva nè l’indifferenza, nè il biasimo: molto al contrario! «Ceccardo Roccatagliata-Ceccardi – dicevo a un certo punto – è sincero: ha sentito quello che canta. È in una parola un poeta. E siccome un vero poeta anima tutto ciò che tocca, così i luoghi comuni e le reminiscenze, nutriti di nuova realtà e rinsanguati, pigliano nella sua opera il colore o il calore della vita e si levano su come creature resuscitate». E citavo parecchi esempi in suffragio di questa mia sentenza.

Ma tant’è: col passar degli anni e col compiersi di tante esperienze buone e cattive, ho indi sempre più riconosciuto come la poesia del generale meritasse altra attenzione ed altre lodi. Fino a questi ultimi tempi in cui essa mi è apparsa in tutta la sua splendidezza geniale; e lui quale uno fra i tre o quattro nobili, genuini ed eleganti poeti che ci siano nati nel secolo scorso. Anche come il più appassionatamente italiano.

Sì, caro Viani, questa è la mia opinione oggi: e son felice di manifestarla qui sul bel principio del suo volume amichevole, dopo avergliela manifestata a voce in quel caffè fiorentino dov’ella mi lesse il pittoresco e donchisciottesco episodio del processo di Pavullo.

Dopo quel trattenimento rievocatore, ho riletto l’intera opera ch’egli mi aveva offerta dedicata nel maggio del 1910 «con affettuoso animo di eguale». Nè quella rilettura fece altro che riconfermare in me la stima e l’amore già prima nati e ormai forti. Pregio ed amo nell’arte di Ceccardo Roccatagliata-Ceccardi l’aura d’imperiale italianità che la pervade, ed è sacro retaggio del romano passato della nostra razza perpetuamente rinnovellantesi. Amo l’orgogliosa religione delle memorie nazionali che ne sostiene e ne infiamma il ritmo e l’ansito, sopra il tumulto e l’osceno delirio antipatriottico di questo abbietto periodo della nostra storia. Amo soprattutto la forma sapiente ed incorruttibile onde si manifesta il suo genio poetico per via di immagini terse, vive, elettissime, colte dal vero; e le quali, raro o non mai sostituiscono od offuscano, ma anzi adornano e illuminano la pura idea, il vigoroso pensiero.

Quell’ambizione magnanima che alimentava il fuoco vorace dell’amor patrio nel suo petto, e quell’austera eleganza di modi sono le ragioni capitali per cui la poesia del vate apuano, alta sempre, attinge sovente, la sublimità. Non credo di illudermi affermando ch’essa può essere, se non comparata puntualmente, avvicinata almeno a quella immortale del cantore delle Grazie, di Leopardi, di Shelley e di Keats.

È certo, comunque, che i menestrelli odiernissimi, i quali, schifati di vane alchimie e giunterie letterarie rivelatesi alfine non buone che a produrre inezie o trivialità, pretendono in questo momento riavvicinarsi alla lucida maestà dell’arte classica (e incappano invece ignorantemente nella pedanteria e nell’arcadia) è certissimo, dico, che costoro potrebbero riconoscere in lui il più chiaro maestro di uno stile maravigliosamente atto ad esprimere la sensibilità moderna con dignità e perfezione antica. Ma bisognerà, credo, aspettare ancora perchè questo avvenga; e perchè la critica italiana, guarita una volta dalle sue malattie che sono la superficialità, l’impermeabilità, l’accademismo ed il cafonismo, discopra e scerna e magnifichi l’oro verace che splende in quella poesia.

Per il momento ci si deve contentare di assistere rassegnati all’incredibile, scandalosa baraonda estetica che si rivolge intorno a noi da ogni parte, sovvertendo grossolanamente ciascun principio e valore inerente alle arti, mettendo in un sacco di gemme e lordure, equivocando su tutto, degradando tutto. Ciò che possiamo fare è adorare pertinacemente ed asserire senza posa quali siano quei veri principî e valori; e quali e di che forza gli uomini che li hanno osservati ed esaltati nella creazione delle loro opere di bellezza.

Lei, caro Viani, ha assolto il suo compito col richiamare affettuosamente l’attenzione dei contemporanei sulla persona poetica e sui casi straordinari del suo eroe con queste pagine memorabili; io cerco di assolverlo, più modestamente è vero, ma con altrettanto affetto, aggiungendo alle sue queste poche parole d’illustrazione esegetica.

Quasi certamente nè lei nè io raggiungeremo il nostro intento, per ora. Ma un giorno verrà in cui potremo lodarci di non aver taciuto ad imitazione dei più. Non ne dubiti: e Ceccardo Roccatagliata-Ceccardi avrà il posto che gli compete nel Parnaso italiano – per impiegare questa espressione antiquata, ma che rammenta pur sempre cose belle e grandi.

Voglio terminare rammentandole che l’ultima avventura, la più grandiosa del suo concittadino ed amico, lei me la raccontò mentre passeggiavamo avanti e indietro sulla scalinata dinanzi alla chiesa di Santa Croce di Firenze. Allora nessuno di noi pose mente a quel caso: ripensandoci più tardi mi son domandato se non gli si potrebbe attribuire un carattere simbolico.

La saluto cordialmente.

Poggio a Caiano.

ARDENGO SOFFICI.

L'”Apua”

L’«Apua» è stata una «Compagnia» uccisa dalla guerra.

Anche se il poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, che ne fu il Generale, non avesse trovato nella morte la quiete ai lunghi travagli della sua tragica vita, l’«Apua», manipoletto di gente eroica, sarebbe finita ugualmente.

Perchè oggi, al gelo di questo realismo, non poteva più vivere un pugno di uomini di matura età che di continuo corresse dietro a fantasie di eroismo, di poesia e di gloria!

Negli ultimi giorni della sua vita il poeta, benchè avesse l’anima bruciata, non illuminata da una fiamma d’amore scriveva: «La nostra è stata una grande illusione eroica. Io, quietato il mio spirito, salirò sul cavalbianco, il fatale e me ne trapasserò di là nel paese degli immortali!»

Il poeta, sul declinar della vita, non dell’età (egli aveva soli quarantasette anni, troppi quando non si è collocati sopra un piedistallo!) si trovò solo per il mondo: il turbine aveva disperso tutti, ovunque e comunque, i suoi fidi apuani; solo con il figlioletto Tristano, chè il 25 Gennaio 1919 anche la sua compagna, devota e amorosa, dopo lungo strazio quietava per sempre la sua sofferenza mortale in Lavagna.

Noi, che fummo di lui «devoti senza mutamento», fermiamo su queste carte le sue avventure eroiche. Nessuno può arrestarci sull’uscio della sua stanza taciturna: solo per noi egli spezzò il capace involucro dei suoi sdegni e della sua ira per donarci tutto lo splendore della sua anima materiata di sogni immortali.

Le «apuanate» a cui sarà legato il nome di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi passavano come le antiche favole o le vecchie leggende, di bocca in bocca; taluno dimenticava un particolare, tal’altro ne aggiungeva un altro, e le apuanate perdevano così il loro carattere tragico o grottesco, nobile ed alto sempre, perchè nobile ed alto era l’uomo che le creava o le ispirava.

In questo libro sono le più caratteristiche, precisate su documenti, completate dalla memoria, inquadrate dall’affetto. Alcune sono deliberatamente tralasciate; quelle che qui per pietà di alcuni si omettono continueranno a correre sulla discreta bocca dei consapevoli. Così non diremo il nome di alcune ricche canaglie di mendicanti statali (lettere in archivio) i quali si scandalizzarono, chiudendo prestamente le loro borse gonfie come il sacco della loro bile e della loro avarizia, allorchè alcuni amici dettero il viatico del loro amore al poeta ammalato. Se queste anime basse e vili che noi non additiamo ma che vigiliamo, trovassero in queste pagine di tragedia argomento di facile riso, noi giuriamo che strapperemmo loro i denti falsi rilegati con l’oro che negarono al poeta, sicuri di trovarvi alle radici il succo delle vipere.

Nel libro ricorrono spesso i titoli dei personaggi della repubblica dell’Apua. È necessario, pertanto che si riporti qui le «Dignità del libro d’oro di Apua».

Ordine equestre: – Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Generale – Lorenzo Viani, Grande Aiutante – Luigi Salvatori, Grande Cancelliere – Italo Sottini, Sergente dei fucilieri – Ubaldo Formentini, Ammiraglio – Alceste De Ambris, Condottiero – Manfredo Giuliani, Generale dei frombolieri della morte – Torquato Pocai, Cavaliere della gloria – Peppino Chimico, Aereo Titano – Vico Fiaschi, Investito dei pieni poteri per tutto il Carrarese – Luigi Campolonghi, Grande Console di Francia – Giuseppe Ungaretti, Console d’Egitto – Giorgio Brissimisakis, Console dell’Isola di Creta – Moses Levy, Console di Tunisi – Mario Bachini, Difensore delle colline Cerbaie – Spartaco Carlini, Duce del manipoletto pisano – Enrico Pea, Sacerdote degli scongiuri.

Ceccardo Roccatagliata Ceccardi.

Ceccardo Roccatagliata Ceccardi nacque nel 1872 in Ortonovo, un borgo alpestre del Carrarese di fianco al Gabberi di Giosuè Carducci, che si accampa nell’aria come un enorme casco «con la visiera e il nasale».

Dall’umile crocchio di case della natìa Ortonovo al massiccio azzurro del Gabberi, si distende la poderosa criniera dentata delle Apuane: il Carchio dilaniato come il cuore di Prometeo, la Tambura ardua, la Pania aerea e l’Altissimo, dal gigantesco schienale di pietra; e sotto, l’oscura solitudine dei monti «che in onde brulle» giù per valli di ulivi digradano nel piano ove Luni è sepolta, tra il foscheggiar cupo della selva Feronia, e più in là il mare.

Le grandi ombre di Michelangelo e Dante ferirono il cuore del poeta giovinetto. Poichè fu nell’Apua che i due grandi ebbero le visioni più terribili. Il primo pensò di tramutare a colpi di scalpello la doppia vetta di Crestola in una vasta faccia ed in un faro (a giorno il monte, divenuto persona, a notte il faro dovevano annunciare ai veleggianti il Tirreno).

È questo il luogo d’Italia ove, come da Paro, gli uomini traggono il marmo per esaltare gli Iddii e gli eroi!… Chiarì Dante di particolari l’idea della sua cantica dolente allorchè s’inerpicò per quei ripiani di dirupi alla grotta di Aronte? – si chiedeva più tardi il poeta pensoso.

Dopo qualche secolo un’altra ombra migrò in quel grembo di alpe: Carlo Cafiero! Tutta l’Apua rosseggiò al fuoco della sua parola: il fuggitivo della sapienza e della ricchezza, tra quella libera plebe operosa gridava che ogni uomo doveva essere a se stesso Re e Dio! Il poeta giovinetto ricordava di aver veduto nel borgo di Ortonovo quella rude gente, avvezza allo schianto della mina, piangere come fanciulli alla di lui morte.

Più tardi, in Fossola, i vecchi anarchici lo ricordano, un giovinetto sceso a piedi dalla solitudine del suo paese, si alzò di sopra una folla ivi convenuta per commemorare il Grande e parlò con parola alta e solenne: era Ceccardo!

I genitori del poeta passavano di scorcio nei suoi ragionamenti; vero è che io ho conosciuto Ceccardo nella maturità, quando l’anima sua era ormai piena d’illusioni eroiche. Ogni tanto diceva: «Mia madre traduceva Shelley» e traeva dal portafoglio una vecchia fotografia in cui era effigiata una nobile signora, alta e composta. «Ha sentito le cannonate austriache del 48 in Genova!…».

Del padre, mai una parola. Io appresi che si chiamava Lazzaro, al Tribunale di Pavullo; pur tuttavia il poeta si compiaceva del suo nome irto di consonanti taglienti e, ogni tanto, fra sè ripeteva: – Ceccardo Roccatagliata Ceccardi sonoro come italiano!…

Guai a chi avesse amputato il trinomio del nome materno chiamandolo semplicemente Ceccardo Roccatagliata! Soggiungeva subito, discretamente irato: – Ceccardi, Ceccardi! – (Io ritengo che il poeta tenesse al nome Ceccardi anche perchè il bisavolo di sua madre, il capitano Pier Angelo Ceccardi, era un umanista del 700. Il poeta giovinetto potè consultare alcuni suoi scritti e trovò ivi la leggenda che egli più tardi verseggiò di un vescovo di Luni che salì in processione pei colli di Sarticola a maledire alcuni stormi voraci di merle che spogliavano quei vigneti).

Il poeta aveva un fratello. Quand’egli lo ricordava si esprimeva sempre genericamente: – La tragica ombra di mio fratello. – Ma di lui parlava spesso; l’ode in sua morte è tra le bellissime del poeta: – Mio fratello, caro ed eroico spirito! – Volle questi tentar la fortuna operando e si arruolò nei «Chasseur d’Affrique» la cavalleria della Legione straniera di Francia; fu in Algeria a Sidi Bel Abbes una cittaduzza fortificata sul confine del deserto; vide cadere in una monotona vita di guarnigione la sua illusione eroica e disertò con armi e cavallo raggiungendo Tangeri. – O tu fossi morto all’albor di Tangeri e il deserto fosse il tuo tumulo immenso! – La morte lo colse invece, «mentre conciliava il cuor vasto con più modeste cure, sulle Alpi Retiche». Era anche lui poeta e «di quella cara anima di rosignoletto scrisse con tanta affettuosità il Nencioni».

Qua e là nel volume miliare dei «Sonetti e poemi» si parla della rovina dei suoi, della rovina della sua casa, ma, di preciso, nessuno credo sappia nulla, perchè quando il poeta urlava: – La rovina dei miei! la rovina dei miei! – spezzava ogni domanda tanto era il dolore che palesava dalla voce e dagli occhi.

Da giovinetto frequentava il liceo a Massa. Penso che l’«Apua» sia nata proprio in quel tempo, perchè alla trattoria «Pitti» si adunavano, anche loro studenti: Arturo ed Alceste De Ambris di Licciana, Luigi Campolonghi di Scorcetoli, Vico Fiaschi «lo Carrarese», Pietro Ferrari, Orlandini Orlando e un tal Rossi col quale il poeta si accapigliava spesso a cagione della carta da visita che lo studente si era fatto stampare: – Rossi – studente – Achille.

Più che la scuola credo che frequentassero «Batti Milani», quella rivendita di vino apuano che dà sul Frigido, fra ghirlande di limoni e di aranci, tanto cara a Giovanni Pascoli quando fu insegnante al Liceo di Massa.

Un giorno, lungo il Frigido, qualcuno del primo manipoletto apuano per ristabilire la verità dell’Ode di Giosuè Carducci a Severino Ferrari andò a finire nel fiume!

La ruina dei Roccatagliata deve essere avvenuta nel periodo in cui egli studiava al liceo di Massa; dopo, Ceccardo si trasportò a Genova con l’onesto proposito di diventare un notaro. Frequentava il corso di legge in quella Università ma i fantasmi della poesia lo distrassero presto dalla consultazione dei codici. Viveva solo e povero, alla giornata; in quell’epoca si concluse tragicamente un suo disperato amore. L’«Emilia Novella» era una fanciulla apuana, di cui il poeta si era invaghito quand’egli frequentava il liceo di Massa. Lontano da lei egli non aveva requie.

«Mi gettavo sul direttissimo e quando alla grande curva del Magra sinuoso il treno rallentava io mi avventavo nell’aria e giù per filari di viti e di aerei pioppi correvo verso l’amata con nelle vesti ancora i pruni dei biancospini che fiancheggiano la linea ferroviaria».

L’«Emilia Novella» era la ingenua figlia di un rivenditore di fruste, di peperoni e fulminanti, e dimorava in una di quelle caratteristiche botteghine di sapore fiammingo che esistono ancora nei borghi del Carrarese. Certo la poveretta non era consapevole della terribile passione che aveva suscitato nell’animo dell’ardente Ceccardo. Forse anche per timidezza si credeva indegna di lui. «Era indifferente, vi dico!… Ella non ignorava il mio tragico proposito».

Un giorno il poeta, caricato il pistolone di suo nonno con veccioni, sassi e pezzi di ferro, con aria marziale si recò dalla timida fanciulletta e le chiese con voce sicura: – Otto centesimi di cappelletti! (capsule). – Ella non ignorava il mio tragico proposito: li contò ad uno aduno senza tremare…

Senza tremare… Viandante, è il tuo destino! Mi portai nel mezzo di un oliveto… salutai le stelle… e sparai contro il mio povero cuore.

Ceccardo Roccatagliata Ceccardi era «alto di mente e di statura». Oltre che costruttore sommo di odi e di sonetti, fu poeta nella vita. Tutto per lui si rivestiva di eroismo, chè aveva l’intima necessità spirituale di sognare sempre; da trentacinque anni viveva, com’egli soleva dire, in una grande illusione eroica. Elevato sull’ampia persona dritta come un querciolo fissava l’occhio cerulo nell’uragano delle sue illusioni dove cavalcavano le ombre infuriate del Côrso, di Gioachino Murat, di Bertrand, di Danton, di Cafiero…

Camminava distanziando i fidi del manipoletto apuano e forando l’aria con la «cravache» roteante gridava: – Fratelli miei di maschio cuor generoso, abbiamo creato il manipoletto apuano di cui io sono generale e imperatore, per l’ultima illusione eroica. Chiuso il valico dell’Abetone dal cader della nostra candida amica, la neve, il Generale, dalla solitudine alpestre di S. Andrea Pelago calerà al piano per l’opposta valle; forzati i valichi della Tambura con i manipoletti dei fidi compagni, ch’ei raccoglierà in quei casolari deserti, raggiungerà, d’improvviso nella notte alta, il piano di Luni e quivi, destato il grande Stato Maggiore apuano, il Generale si metterà alla sua testa di sul bianco cavallo e lo lancerà verso la gloria e verso Iddio!… E voi, o amici, cadrete come la guardia dell’Imperatore intorno al Generale…

Ma un subito dolore lo assaliva: la voce gli si velava di tristezza, il gelido soffio della realtà tragica freddava tutte le roventi illusioni, l’occhio cerulo si disfaceva in un tremolio di lacrime. – La grande nave – egli soggiungeva, – la «Senza paura» colpita nella chiglia si abbatterà su di un fianco: un gurgito breve di acque, e pace!! Nell’ora del trapasso mortale voi non mi lascerete solo, o amici fedeli di Apua… Il vostro religioso silenzio mi assente…

L’Italia egli l’amò santamente. L’Italia a cui nulla questo sventurato poeta doveva; che si accorse per la prima volta di lui quando cadde, sull’erta del suo calvario, in una corsia di ospedale.

Nell’alpestre solitudine di Sant’Andrea Pelago, lassù in quei deserti pianori di Appennino egli, triste e solo nella piccola casa adorna soltanto di povertà e di eroismo, nel gelo della vita e del tempo, rievocava le grandi ombre dei martiri primi per la libertà della Patria. Pensate a quest’uomo che nonostante gli mancasse «il magro arido pane» tracciava le trame del «Carme della Giovane Italia» mentre giù per le fessure del tetto l’acqua gli cadeva sulle spalle, il fuoco era spento e intorno aveva la solitudine.

Solo i primi vagiti del suo bimbo risuonavano nella piccola casa… e i lamenti di una sposa incaschita innanzi tempo misuravano gli esametri del poeta.

Molti poeti hanno cantato l’Italia ma, sovente, «in agapi fraterne», in regali conviti, in riunioni demagogiche o da cattedre ben salariate… Ceccardo la cantava «dal suo fatal eremo»; di lassù ascoltava il gelido vento della storia, il grande rasserenatore dei tempi, il giustiziere aquilone che si abbatte nella pigra caligine dei verni secolari ove lente sormontano le stirpi novelle sulle antiche in tra il sanguigno crepuscolo degli evi…

E di lassù gridava: «Italia! Italia! Italia!».

La “cravache”

Il poeta andava per la via con passo marziale che aveva l’inquadratura militare e la risonanza uguale e tenace del «viandante» e lo misurava al rotear di un vecchio frustino… «la cravache eroica».

Durante la lettura di queste pagine la «cravache» la vedrete in resta salutar l’ombra dell’Imperatore, rotear nell’aria come una balestra quando il poeta ristabilisce la precisione di un fatto storico, scendere giustiziera sulle spalle degli inimici, tracciare sulla via i piani del Côrso: sconsacrare amici indegni, benedire novelli eroi, vegliare, appesa ad un chiodetto del muro, i sonni sempre inquieti del Generale.

Ebbene, ne faremo la storia!

Verso il 1906 (il fatto accadde lassù, lontano, a Sant’Andrea Pelago) un avvocato… «vigliacchissimo ufficiale del re» accese una contesa con il poeta. A misurare la… gravità della faccenda, vi basti che sul giornale il «Panaro» si contestò al poeta, di aver fatto professione di giornalista. (Diciamolo: Ceccardo teneva più ad essere stato giornalista che un umile fante della «guardia imperiale» o poeta; la cosa pare inverosimile, ma è proprio così!).

Telegrammi «eroici» giungevano in quei giorni a Luigi Campolonghi, che allora era al «Lavoro» di Genova: «Un Vigliacchissimo ufficiale del re, contesta che io sia stato un giornalista. Scrivi, telegrafa. – Ceccardo».

Campolonghi scrisse che l’Italia era un ben disgraziato paese, se un poeta come Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, per essere preso in qualche considerazione aveva bisogno di giustificare che egli in passato perdè il suo tempo prezioso nelle redazioni dei giornali.

Ma il «vigliacchissimo ufficiale del re» fece stare in pensiero gli amici. Forse qualche aitante ufficiale di cavalleria con aria fatale passeggia alto coi suoi speroni, vicino alla casa del poeta repubblicano?

E qualche apuano salì lassù.

Vico Fiaschi, mi pare.

– Ebbene, Ceccardo, questo vigliacchissimo ufficiale?

Lampeggiamento astuto dei ceruli occhi di Ceccardo.

– Come?

– Lui!

Un modesto signore dall’aria rassegnata, passeggiava per le vie di Pieve Pelago.

– Lui, lui!

Dopo qualche giorno, i fogli narrarono che Ceccardo aveva preso a frustate quel signore.

Querele, processi, ecc.

Dopo qualche settimana, il poeta calò al piano con il trofeo del vecchio frustino che aveva punito lo «reo».

A memoria dell’avvenimento eroico, Anton Giulio Podestà regalò al poeta, in un convito di amici, un’elegante e ricca «cravache» rilegata in argento: «l’eroica cravache».

Nell’umile casa del poeta in Sant’Andrea Pelago, tanti anni dopo, io vidi appeso al muro, vicino ad un ritratto del Côrso, un pezzetto di canna d’India ingiallito dal tempo: «Il trofeo di guerra, il trofeo di guerra!».

L’incredibile storia di un candeliere.

Si sa ormai per certo che nella casa di Ortonovo, dopo che la signora Ceccardi discese le «avite soglie lungi pei silenzi dell’ombra» albergò solo il giovine figlio Luigi.

Ceccardo, il maggiore, dopo la ruina dei suoi, e dopo che uno stormo di villici «come augelli a nube di loppa era piombato a rapinar le lor terre», si recava assai raramente al paese natìo. Quando la sua vita raminga si faceva più dura al piano, Ceccardo risaliva il colle di Ortonovo e andava a favellar di Michelangelo e di Dante con il giovine fratello, il quale nel solitario eremo della casa Ceccardi studiava greco e latino.

Il soggiorno del giovinetto Luigi in quel di Ortonovo non doveva essere troppo gaio. Infatti si narrava a guisa di favola che perfino gli impostoni di rude castagno paesano fossero finiti nel fuoco e che le rondini «migratrici del cielo» volassero assai agevolmente da una finestra all’altra della casa avìta.

L’ultimo letto che era rimasto e sopportava il magro peso dello scarno corpo del fratello Luigi poggiava con i piedi sui travicelli delle sale sottostanti, le mattonelle di antica terra cotta erano state divelte e convertite in poca moneta. Una oscura parola, di cui più tardi il tempo mi ha chiarito il significato drammatico, veniva spesse volte pronunziata nella narrazione di queste singolari avventure: «abigeato».

Le conversazioni letterarie fra i due fratelli erano notevolmente concitate: puntigliosi entrambi, di carattere acceso ed eroico, si narra che a volte trascendessero a duelli non soltanto oratorii.

Le ultime volte che Ceccardo capitò in Ortonovo, all’avito Castello, questo era completamente spoglio e deserto: lo speco solitario era riempito dalla figura melanconica di Luigi e dalla sua tristezza.

Ceccardo sospinto dal pungolo del destino – l’iroso aratore che lo cacciava lungi dai domestici clivi pel deserto del mondo – risaliva lassù al poggio lunigiano col cuore già avvelenato dalla tristezza della sua vita grama.

Lacero e affamato, i dolci occhi ceruli velati di languore chiedevano qualche cosa agli stupiti occhi del fratello minore: pane, pace!

«Il meschino taceva…»

Ma nel deserto della casa rombavano strani echi di assalti, arrembaggi tumultuosi, rulli di tamburi, diane di guerra…

Luigi in cuor suo fantasticava già il pian di Atlante, l’immenso albor di Tangeri, e udiva i nitriti del focoso cavallo barbero che doveva trasportarlo sul confine del deserto verso la gloria e verso il nulla.

Un profondo ed oscuro sottoscala della «casa avita» non era mai stato diligentemente frugato dai due poeti. Fu in una sera di disperazione che essi decisero di scendere in quel breve pertugio. Chissà che ivi non fosse nascosto qualche pregevole utensile?

Ammannirono una bugia e cautamente s’inoltrarono traverso un oscuro corridoio che sapeva di muffa e di umidità, nel profondissimo «cigliere». Ogni sorta di ostacoli faceva loro aspro il cammino: un’arcolaio scricchiolato, vecchie casse tarmolate, telai, spranghe di ferro, stracci, e fittissime tele di ragno.

All’incerto lume della bugia, i due poeti intravidero appeso al muro un ordigno della forma di un’enorme gabbia toracica. Trasalì il già palpitante cuore di Ceccardo: lo scheletro forse di un antico gigante?

Era invece un vecchio arcocchio da culla «che s’ingrandiva a dismisura e feriva di sua ombra la parete…»

Ceccardo frugava diligentemente anche il piccolo foro, animato com’era di rinvenire qualche vecchio cimelio da poter vendere a qualche astuto mercante ligure. Dietro lui, Luigi teneva alta la bugia perchè l’acuto occhio del fratello maggiore potesse agevolmente penetrare nei più reconditi nascondigli.

Cosa è, cosa non è, la presta mano di Ceccardo nel rufolare nel fondo di un vecchio secchio crivellato, ghermì un ordigno assai pesante, di ambigua forma.

– Luigi, alza la bugia! – gridò Ceccardo. – La mia mano ha predato qualche cosa.

I due poeti all’incerto chiarore esaminarono l’oggetto rinvenuto.

Ceccardo con la manica della giubba lo strofinò ben bene, lo liberò dallo spesso strato di muffa e di polvere che lo ricopriva: l’oggetto con un luccichio come d’argento abbacinò gli attenti occhi dei due fratelli. Lo strofinarono ancora e il mistero fu tosto chiarito.

– Un magnifico candeliere dei primi del settecento – affermò risolutamente Ceccardo.

– Forse degli ultimi del seicento – interruppe timidamente Luigi.

– Del settecento ti dico, del settecento… – ribattè irato Ceccardo.

Per stabilire con precisione l’epoca e il valore del prezioso cimelio, decisero di uscir sull’aia della loro casa. Si scossero di dosso le tele di ragno che avevano su tutto il corpo ed uscirono all’aperto.

Ceccardo teneva bene stretto nel pugno il candeliere dal quale fantasticava trarre grande e giovevole profitto. Luigi chiedeva quasi implorando che il fratello gli facesse con più agio sperimentare il tesoro che ormai si era rassegnato a ritenere dei primi del settecento. Ma Ceccardo si schermiva destramente:

– Puoi ben vederlo anche s’io lo tengo chiuso nelle mie mani.

Sorse il dubbio a Luigi che Ceccardo volesse prendere possesso del candeliere e tal dubbio manifestò al fratello con contenuta preoccupazione, celando astutamente la sua ira e i fermi propositi di rivendicazione. Alla contenuta ira di Luigi, Ceccardo rispondeva con fare evasivo:

– Giunto che io mi sia a Genova, lo farò giudicare da un esperto antiquario, mio nobile amico di schietta razza ligure, e tostochè io abbia realizzato sia pur un modesto peculio, tu ne avrai adeguata tangente in moneta.

Luigi rimase impressionato dagli oscuri propositi di Ceccardo, tanto che d’improvviso diede un forte strappone al candeliere. Il pugno di Ceccardo, chiuso come un morsino, preso così di soprassalto cedette all’impeto nervoso della lesta mano di Luigi. E questi, appena fu in possesso del tesoro settecentesco, si lanciò a guisa di velocissimo scoiattolo giù per la mulattiera che da Ortonovo scende a Carrara, saltando a piè pari tutti gli ostacoli della strada accidentata.

Ceccardo, vinta la sorpresa, emise come un alto ruggito e si precipitò dietro il fratello con l’impeto di un giovane leopardo, tentando di ghermirlo ad ogni svoltone della strada. Nelle svoltate a secco, tale era l’impeto di Ceccardo che per non precipitare in qualche botro profondo doveva afferrarsi alle vette delle ceppate dei castagni che gli sfrucavano nelle mani. Ma Luigi si precipitava giù per gli scorcioni con sempre crescente agilità. Ansimava e ruggiva Ceccardo, nella frenesia della corsa, ma il pensiero che Luigi raggiungesse solo Carrara – il che sarebbe stato la sua rovina – gli metteva «ali al cuore e ali al piede».

Il giovane collo sudante di Luigi era a volte scaldato dall’infocato alito del fratello, ma Luigi lo distanziava subito, sospinto dal pensiero della sua rovina se le unghie di Ceccardo avessero potuto ghermirlo.

Fra discese e scoscese, tra balzi e rimbalzi, tra il mugolar ringhioso e feroce di Ceccardo che a volte bramiva come una belva, ecco apparire di tra il folto di castagni gremiti la bianca Carrara.

La desiata meta diè nuova lena al pulsante cuore del giovinetto. Il pensiero della perdizione imminente, spronava Ceccardo a una corsa folle. Con tale velocità entrarono nei sobborghi di Carrara. Luigi s’infilò nel primo caffè che gli si presentò davanti, ma fu mestieri ch’egli uscisse prontamente dalla porta opposta: Ceccardo fu a un pelo per afferrarlo; tavoli, e sgabelli vennero capovolti; il flagello delle stoviglie frantumate fece uscire il padrone di cucina armato di una marraccia e di un ticcio nodoso, ma troppo tardi chè i due avevano già scantonato e ora si rincorrevano lungo il Carrione fra i vicoli tortuosi.

Luigi tentava di perdere Ceccardo, ma Ceccardo lo seguiva a ruota. Luigi si precipitò nella tipografia Picciati, trafelato, ansimante, con la bava alla bocca. Ceccardo gli si buttò addosso di schianto, mezzo morto. Pure trovarono l’energia per darsi dei picchi sodi e per strapparsi a vicenda il candeliere.

Nei rivoltoni della colluttazione urtarono una cassa di caratteri che si capovolse su loro coprendoli di una pioggia fittissima di minuscole lettere che con un frastuono indiavolato si sparpagliarono per tutto l’impiantito. A tal rumore il proprietario uscì dal suo sgabuzzino e vedendo quel flagello, fu sopra i due fratelli, li afferrò entrambi per la collottola e chiamò i suoi uomini ai quali fece sprangare la porta. Dopo essersi impossessato del candeliere disse ai due fratelli:

– Ragazzi garbati, non riavrete il candeliere fino a che non avrete raccolto tutti i caratteri e non li avrete rimessi in buon ordine nella cassa.

Ai due poeti fu dato un largo tampone inchiostrato e un foglio di carta bianco su cui decifrare le lettere mischiate. Poi furono sgarbatamente inginocchiati di fianco alla cassa. I disgraziati cominciarono l’opra sillabando come ragazzi mentre con gli occhi inviperiti di rabbia si divoravano a vicenda. Ogni tanto Ceccardo digrignava:

– S’io fossi stato solo, avrei affrontato il certame contro questi ribaldi.

Il primo amore del poeta.

Ceccardo fu veramente amato da una dolce fanciulla di Lunigiana, che partì poi sposa con altro uomo. Di lei rimane, ora, soltanto l’ombra che or qua or là appare in molte poesie del suo volume.

La fanciulla doveva essere una «rassegnata».

… fanciulle timide – viole

de’ fossi, bianche, bianche margherite

da l’ombra dei cespugli umili uscite

incontro a un raggio tepido di sole –

raccolgono nel cuor, sognando…

Nel silenzio della casa paterna, dispersa in uno dei poggi lunigiani, davanti al mare, la giovinetta leggeva i primi versi del poeta adolescente, e nel giovin suo cuore, fantasticava di potere un giorno vedere questo essere caro e strano, chè già fin d’allora si parlava di lui favolosamente.

Un giorno la fanciulletta discese giù dal poggio in Carrara in compagnia di una sua amica, la quale, conoscendo di persona il giovine Ceccardo, le aveva promesso di indicarglielo appena lo avessero incontrato.

Infatti le fanciulle, passando davanti alla tipografia Picciati, scorsero, tutto assorto nella lettura, un giovinetto, alto magro e stralunato.

– Ceccardo!… – esclamò l’amica, e la piccola «rassegnata» al suono di quel nome si precipitò quasi di corsa nella bottega, con il pretesto di acquistare alcune cartoline illustrate, e potè così fissare bene negli occhi ceruli il suo ideale.

Pare che la giovinetta ne riportasse una grande impressione, che manifestò presto al fido amico di lui, Vico Fiaschi. Il quale, in tono quasi scherzoso, riferì al poeta: – Ceccardo!… Ma non sai che tu fai innamorare le ragazze?!.

Queste innocenti parole di Vico fecero divampare le fiamme alte della passione e dell’amore nella giovine anima del poeta.

Poi venne la rivolta del ’94 e l’insurrezione fiammeggiò sui monti del Carrarese… Con i moltissimi, anche il caro Vico finì nella oscura fortezza di Massa e dalle visite domenicali della giovine «rassegnata» egli sapeva che giù tra i folti boschi della foce errava come un’ombra Ceccardo…

Per varie vicende la famiglia della fanciulla si portò in Fossola, più vicina al mare, dove abitava una piccola casetta sul margine stesso del cimitero.

Là alla fresca ombra dei cipressi solitari, stava a giornate sdraiato il poeta, e anche la notte…

– Io la chiamavo con il dolce suo nome… – e le scrivevo: «Noi due poveri uccellini vivremo di poco, di aria e di amore».

Quel perdigiorni diede soprocchio al padre della fanciulla, un intraprenditor di case, il quale andò addirittura in bestia quando seppe che il giovine poeta vagabondo amava, riamato, la sua figlia minore.

Più tardi la fanciulla fu allontanata di soppiatto, e il povero Ceccardo se ne andò ramingo verso Genova, con il cuore martirizzato dalle prime ferite d’amore.

La fanciulla col tempo partì sposa «all’amore e alla morte». Oggi anch’essa è cenere ed ombra ma vive nei versi di lui.

Quando ci rivedremo

il tempo avrà nevicato

sul nostro capo, o amore;

avremo quasi passato

il mare, e sarà il cuore

più sincero e pacato.

Ma non avremo più remo:

io ne l’onda infinita

del sogno, tu, de la vita,

lo avremo infranto, o amore!

Come il poeta apprese la morte del fratello Luigi.

Luigi Roccatagliata Ceccardi ebbe vita procellosa e breve. Cuore di avventuriero, anima di poeta. Nella disperata giovinezza partì in esilio e, piegate le grandi ali di aquilotto apuano, prese soldo nella legione straniera di Francia. Fu nell’Africa orrenda, dove vedeva a quel torrido sole incenerire tutti i suoi sogni.

Un giorno, salito su di un cavallo barbero disertò, portando seco armi e munizioni. Per vari giorni camminò sul confine del deserto, quasi fosse saldato in arcione.

Raggiunse Tangeri ed ivi vendè armi e cavallo. Imbarcatosi poscia come mozzo su di un veliero, dopo un lungo viaggio di varie fortune, approdò alla sua terra natia. Il suo carattere tumultuoso e ardente, la sua disordinata presenza, il suo spirito inquieto gli resero aspra la vita. Stanco delle sofferenze atroci, il giovinetto si arruolò nelle guardie di finanza. La morte, che non lo aveva voluto nel grande tumulo del deserto, lo freddò sulle alpi Retiche nel quinto lustro della vita.

Ceccardo amava il giovinetto Luigi, l’amava con il tenero amore che i fratelli maggiori hanno per i minori dopo la morte dei genitori. Ma era possibile mai che la sua grande anima potesse districarsi dal suo corpo, relegata com’era giù sotto la scorza dell’ira, degl’impetuosi disdegni, delle collere e della passione? Anche in quest’affetto il poeta fu disgraziato.

Ma del fratello serbava un dolce ricordo. Ricorrevano spesso sulle sue labbra espressioni piene di rimpianto e di venerazione: «Mio fratello, caro ed eroico spirito»… «quella cara anima di rosignoletto»… «la tragica ombra di mio fratello»…

Si separarono un giorno e non s’incontrarono più.

I due Ceccardi furono un tempo compilatori di un giornaletto in quel di Carrara e conducevano delle aspre polemiche contro tutto e contro tutti, disperatamente.

Una notte (i Ceccardi abitavano in Fossola, un borgo vicino a Carrara) la loro casa fu accerchiata da una moltitudine di «inimici» urlante e minacciosa. Ceccardo, desto di soprassalto, assume la difesa del «fortilizio minacciato». Canterali, tavole, sedie furono addossati sull’uscio dell’ingresso. Tostochè questo fu barricato, Luigi gettò sugli assalitori ogni sorta di proiettili: catinelle, scodelle, secchie, laveggi. Intanto Ceccardo caricava un vecchio pistolone: appena l’arma fu pronta, fattosi «animo e scudo» del davanzale della finestra, sparò alla cieca contro l’urlante folla degli «inimici», i quali, al rombo del pistolone si dettero ad una fuga disordinata.

Dopo diligenti, accurate indagini i due fratelli furono identificati, ma passò qualche tempo prima che l’Autorità avesse potuto notificar le citazioni al loro domicilio, chè erano come due uccelli senza nido.

Una mattina dovevano rispondere al tribunale di Genova di molti reati: ferimenti, spari nell’abitato, ecc., e sul banco dei rei sedeva soltanto Ceccardo; Luigi era atteso da tutti.

Quando il presidente chiamò la causa per il fratello Luigi, dichiarò estinta a suo carico l’azione penale per decesso dell’imputato.

Ceccardo si alzò in piedi, dette un acuto grido:

– Mio fratello è morto!… Ohimè!!

E cadde sulla panca svenuto.

Il Côrso

Ceccardo amava tutti coloro che, nella storia e nella leggenda, hanno un metodo spicciativo per liquidare le loro querele: la morte.

Ma il Côrso grandeggiava su tutti.

Vi incontrava, vi invitata a bere un bicchiere di vino, voi per un ragionevole motivo qualsiasi rifiutavate. Lui esclamava infuriato: – Il Côrso ti avrebbe fatto fucilare!…

Il fanatismo per Napoleone, giungeva a tal segno che il poeta a volte esclamava: Io di me stesso Dio, Imperatore e Re, ego-archista anarchico aristocratico rivoluzionario, avrei dato tutto il mio ingegno per essere stato un umile fantaccino della guardia imperiale.

In tutti i momenti più eroici delle «apuanate» il Generale, digrignava questo verso, il solo che il poeta aveva scritto di un suo poema epico sul Corso – «A cavallo! – gridò l’Imperatore». – Poi roteava l’occhio infuriato su di noi per il timore che qualcuno gli chiedesse di andare oltre nella declamazione, e quando era ben certo di averci intimorito, ripeteva con raddoppiata energia: «A cavallo! – gridò l’Imperatore» e con aspetto marziale si poneva in testa al manipoletto dell’«Apua ferox» mormorando quasi in un vaneggiamento:

– Tête de colonne Desaix… Desaix, Kleber, Duroc, Murat… – dalle balzanti schiere… Massena… e tu Bertrand: il fedele…

(Il poeta ci narrava spesso che il glorioso Maresciallo offrì la moglie al Côrso nel tedio di Sant’Elena)

Qualcuno gli chiedeva marciando: – E tu Ceccardo, ti sentiresti l’animo di rinnovare l’offerta di Bertrand?

Il Generale sprofondava in una improvvisa meditazione, alza la testa, impietrita quasi, verso il cielo, e rompeva il silenzio con un grido, come una schioppettata: – Sì!…

Il manipoletto dell’«Apua ferox» marciava di sera, lungo il mare: laggiù lontani, i «gozzi da nicchi» pescavano a traina, fusi nei vapori violacei dei riflessi marini…

– Le grandi torpediniere italiche!… Non vedete, o amici, le grandi torpediniere italiche con il triplice erpice alato misuratrici di onde? Io mi fingo che su una di esse vi sia il Côrso, ritto, fatale lungo questo lido, come la fatal sera ch’ei fuggì di là, o amici, dall’Elba! Approdato alla terra di Francia si liberò come un Dio della palandrana di guerra ed esclamò ai suoi soldati: avreste il coraggio di sparare sul vostro imperatore! e i soldati presentarono le armi umiliati. È la resurrezione e la gloria. Poi?… la ruina, l’esilio! la morte! È l’apoteosi del ritorno… del ritorno… la spada di Austerlitz e di Friedland, il piccolo cappello grigio… e poi l’immensa tomba sotto la cupola degli Invalidi, sostenuta intorno dalle vittorie onuste di bandiere prese; e con ai due lati della porta di bronzo, fusa con i cannoni nemici, come in un letto di campo attendendo alla diana un ordine di battaglia, distesi per l’eternità con lui, Duroc e Bertrand…

– È proprio così? – mi chiedeva incuriosito qualche apuano. (Io solo ero stato a Parigi).

– Tale e quale!

– Il Generale è grande! – soggiungeva qualche altro.

Il Poeta, astuto, ascoltava o intuiva, i nostri ragionamenti:

– Il generale affida al discreto silenzio dei suoi soldati un terribile segreto: egli, benchè abbia datato da Parigi «Luglio 1901» il suo sonetto eroico «sulla tomba di Napoleone» dedicato alla grand’ombra di Vittore Hugo, non fu mai non dico a Parigi, ma nemmeno in Francia… L’aiutante che ebbe la fortuna di poter vedere la tomba del Grande, parli, dica se il Generale fu esatto nella descrizione… salvo il naturale travisamento della realtà nel sogno!… Dimmi dimmi, o Lorenzo… Lui è giù sepolto, come in un pozzo profondo… O beato te, che vedesti! te beato, o Lorenzo!

Io raccontavo d’una mia visita alla tomba di Napoleone.

– Il tepore delle prime giornate del maggio aveva rotto il cerchio di nebbia greve che pesava da mesi sul cuore, larghe macchie di azzurro apparivano tra gli strappi delle nuvole bigie. Sugli schiariti alberi dei boulevards inverdivano le prime gemme che mettevano note di colore sulle case grigie.

L’Aiutante con gli ultimi soldi che aveva comperò un mazzetto di viole e in un chiaro mattino le portò sulla tomba del Grande; quella nota di violette sui marmi bianchi era il solo omaggio all’imperatore nell’85° anniversario della sua morte.

Tu, o Ceccardo ben divinasti ogni particolare e mi sembrò davvero che nel silenzio dell’immensa tomba rombasse come un lontano inno di guerra!

Il Generale ascoltava dritto e fiero la mia narrazione, e al suo termine, mi dava il sacramentale colpetto di frustino sulla spalla… la benedizione apuana.

– Egli fu là prigione – il Generale accennava all’Elba – e fui qui in Viareggio, nell’imperial palazzo della Paolina, la che côrsa niobe Letizia ordì la fuga dell’aquilotto…

O solitaria casa d’Aiaccio

cui verdi e grandi le quercie ombreggiano

e i poggi coronano sereni

e davanti le risuona il mare.

La «cravache» si levava alta nel cielo, il poeta piegava umilmente il capo verso la terra e gridava:

– Lui!

L’ombra di Napoleone passava.

Gli apuani si facevano silenziosi e il poeta con voce velata come di pianto:

– Soldati, ecco le vostre bandiere; queste aquile vi serviranno sempre come punto di riunione. Queste bandiere saranno ovunque il vostro imperatore le giudicherà necessarie per la difesa del suo popolo e del suo trono. Voi giurate di sacrificare la vita per difenderle e di tenerle costantemente col vostro coraggio sulla via della vittoria… Io, poeta e cavaliere, per essere stato un umile fante della guardia imperiale darei anche quell’esile rametto di alloro che dicono ch’io mi abbia…

Venne poi l’ora del Côrso… Nel fatale 1914 il poeta balzava fiero sulle vie col cipiglio di un maresciallo in attesa di un richiamo di guerra.

Il poeta gridava, infuriato: – Lo schieramento di Austerlitz. La chiave di posizione!… Avanti in formazion di colonna!… a Wagram le schiere di Davaut… Il sopraggiungere delle colonne di Massena. Lo squillo dei cavalieri polacchi… la punta su Lubiana!…

Un giorno io e il poeta eravamo fermi davanti a un’edicola di giornali; io leggevo il sommario di un bollettino di guerra; a un tratto Ceccardo scattò indietro retrocedendo fino al muro delle case della parte opposta della via e a «cravache» alzata gridò:

– Mai! mai! mai!…

I passanti si fermavano stupiti, e il poeta seguitava a urlare come un ossesso:

– Mai! mai! mai!

Un giornale ivi esposto, aveva effigiato Cadorna la cui ombra proiettata riproduceva il profilo del Côrso.

La sfida all’ammiraglio Montecuccoli.

«Gaspera Amedea, nel suo testamento commise coi beni, ai suoi discendenti il suo desiderio che avesser dessi a conservar integra la bella tradizione di Casa Malaspina. Oh la vecchia gentildonna lunigianese già dubitava che essi avrebbero all’opposto seguìto il costume degli avi paterni vendendo lor braccio e il sangue allo straniero; ed ebbe presago cuore chè suo nepote Rodolfo Montecuccoli già combattè contro l’Italia a Lissa, ed oggi, venduti gli ultimi beni della nonna, ammiraglio in capo d’Austria, si ingegna di correre con le navi l’Adriatico, quel bel mare che fin dal 600 si chiamò golfo di Venezia, provandosi in finzion di guerra di puntare i cannoni contro il petto dell’augusta Madre. Oh quel dì, che egli coll’opera affretta, forse non verrà: ma se giungesse, cada lo sciagurato di libero piombo apuano. Questo l’augurio».

E il poeta soggiungeva:

«La terra di Anacarsi Nardi, morto coi Bandiera a Cosenza, deve esser lavata dall’onta dei Montecuccoli».

Il poeta, che in quel tempo abitava uno dei remoti borghi dell’alta Lunigiana, frequentava l’osteria del «Giardinetto Sport» che qualche amico malizioso chiamava giardinetto sporc. Forse il nome ultimo era il più proprio. Infatti intorno a quel vecchio vagone ritinto che era l’osteria, non fioriva erba o vegetazione veruna. Appoggiato ai muri di una vecchia casa fatta di pietre a secco, vi si accedeva da una piccola porta mezzo sgangherata e con i «vetri di foglio» e su, in alto, il cartello ritinto forse per la centesima volta: «Giardinetto Sport»; ai lati della porta due bombole di petrolio ripiene di terriccio in ognuna delle quali vegetava stentatamente un’esile pianta con quattro o cinque foglie accartocciate sui rami; intorno un fetore di orina che appestava e qualche carta unta abbandonata qua e là dai «signori clienti», quando andavano la sera a fare all’aria aperta quel che ha cantato anche Orazio…

Pilade, il proprietario, si compiaceva dell’onore di avere Ceccardo come cliente e il poeta si rintanava volentieri laggiù per sfuggire il controllo, che altrove avrebbero fatto, sulle sue bevute. Gli zii di Pilade, due vecchi nodosi aggobbiti dalla cava, risucchiavano entrambi la loro pipa aggrumata, uno in un canto uno in un altro dell’oscuro bugigattolo. Ogni tanto uno di loro mormorava: – O che il poeta oggi non viene? – E l’altro rispondeva: – Aspetta, mi’ omo, che viene di sicuro.

La moglie di Pilade stava sull’uscio dell’osteria con in grembo un bimbo che poppava, e con lo sguardo imbambolato spiava laggiù sulla «ruga» se apparisse il poeta, mentre con una mano tozza si grattava la testa rapata come un uomo per le conseguenze del tifo maligno; e il bimbo suo più grandicello, sborniato, si lamentava ai suoi piedi.

Ceccardo, ilare, alla solita ora del pomeriggio appariva di fondo alla via del Crocchio con la «cravache» rialzata all’altezza del torace, stretta nel piccolo pugno, «a mo’ dei ritratti di Vandik».

Quel giorno era più fiero e la sua aria era un tantino più fatale. Salutò con un leggero sogghigno ironico – heiniano – i clienti: il fornaio «marcaballe» che aveva già bevuto la settima «cavalleria», Drea il nanerottolo con le mani mozzate che si faceva «imbeccare» i quartucci, «Garibaldi di stucco» il calzolaio veterano, che portava sempre alla giubba i segni della gloria e del valore, e «Dio bollente», lo sbornione più forte del Borgo.

Laggiù, a ridosso del Carchio i «fogli» non arrivavano; il postino, il Monco, ne portava due soli, di giù, dalla bottega del piano, uno per il prete e l’altro per il poeta.

Il poeta aveva affidato ai giornali il testo della sfida che aveva spedito a Vienna a Rodolfo di Montecuccoli, il rinnegato!

Ma il giorno che il telegramma comparve sui «fogli», il Monco ebbe l’incarico di requisirli tutti. Quel giorno fatale Ceccardo portava seco un «foglio» sottolineato in rosso:

«Un maschio cuore apuano, vi colpirà con libero piombo!».

Il poeta passava, in quei giorni di attesa, da un’osteria all’altra per ascoltare le esclamazioni di sorpresa, di ammirazione, e anche di rammarico… Qualcuno vedeva già il poeta crivellato da quattro palle nel petto disteso sulla nuda terra; e tal dubbio manifestava all’impetuoso Ceccardo, il quale con tono di stanca superiorità alla vita e alla morte, rispondeva: – E be’, andrà come andrà! Ma la terra di Anacarsi Nardi deve essere lavata dall’onta dei Montecuccoli. – Aspetto!… – soggiungeva, con tono di alto ritegno.

E aspettava nel retro stanza del «Giardinetto Sport», con aria marziale, i secondi dello sciagurato! A lui erano intorno Drea, Marcaballe, Garibaldi di stucco, Dio bollente, Pilade, gli zii.

Spesso capitava di sentire:

– Forse sono le ultime volte che il poeta capita al Giardinetto. –

Uno degli zii ripeteva: – Io, Dio fottuto, avrei lasciato andare!… Ma che ti gira… con un ammiraglio… te lo stecchisce in terra come uno stoccafisso…

– E dice che vengano da Vienna proprio qui! Lui gli ha dato il nostro indirizzo…

Ceccardo intanto spiegava agli stupiti clienti la sua teoria della traiettoria del tiro: – Miro ai piedi per colpire nella fronte…

– Tò – commentava qualcuno – certe cose noi non si sanno… di noi ne farebbero tonnina…

– Ma io, lasciavo perdere!… – insisteva lo zio arrughito.

In uno dei giorni della vigile attesa, passarono dal Borgo due amici apuani; scendevano giù dall’Altissimo poggiati a bastoni ferrati, con un sacco di ruvida tela a tracolla e una giubba di fustagno alla cacciatora; avevano camminato quasi tutto il giorno per scendere lì, al Borgo, e passare la serata in compagnia del poeta. Giunti che furono alle prime case, chiesero dove si potesse trovare Ceccardo; qualcuno per non aver rimorsi sulla coscienza, rispose timidamente che ignorava dove egli fosse; qualcun altro, non credendo di nuocere tanto al poeta, indicò ai due ignoti l’osteria del «Giardinetto dello Sport».

Mentre i due amici scendevano giù a sbalzi per le strade inghiaiate, da tutte le finestre delle case e sui portici apparvero figure stranite di donne con in braccio i lor figlioli e su ogni porta di osteria si formò un crocchio di uomini silenziosi, che timidamente accennavano alle spalle i due strani ospiti.

Giunti all’osteria del «Giardinetto Sport» chiesero a Pilade se il poeta fosse lì. L’oste si tolse rispettosamente la pipa di bocca e con un fil di voce rispose: – Sì! –

– Allora fate il favore di dirgli che ci sono delle persone che desiderano parlargli.

Pilade, mezzo tramortito, ripetè al poeta l’ambasciata.

– Dite a quei due sciagurati, che il poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi li attende qui… a piè fermo… Domani io sarò cenere ed ombra, o la vostra terra… la mia terra… – soggiunse, con voce convulsa il poeta, – sarà lavata dall’onta dei Montecuccoli!

Pilade, tremante, rimangiandosi tutti i fieri propositi e gli impetuosi disdegni del poeta, disse semplicemente:

– Lor signori sono attesi dal poeta di là… – e la voce gli si spense lentamente nella gola…

Gli amici entrano di botto gridando:

– Ceccardo, Ceccardone!…

Il poeta, che si era irrigidito come una statua di basalto, li riconobbe alla voce: due apuani! Si gettò loro nelle braccia, esclamando: – Avete letto i fogli? No! Ho sfidato Roberto di Montecuccoli; voi mi farete da secondi; è il vostro destino!

Il barbaro dagli occhi celesti all’osteria del “Giglio”.

Eravamo il manipoletto apuano quasi al completo: il Grande Cancelliere, il Sergente dei fucilieri, il Difensore delle colline Cerbaie e io, quando entrammo all’osteria del «Giglio». Era notte profonda: forse le due del mattino. Ci sedemmo a un tavolone patriarcale nell’antisala.

Bevemmo e parlammo di poesia e a noi si unì una ragazza nottambula, Francesca, la quale assai volentieri bevve alla salute del poeta un quartuccio di vino. Il Gamba, proprietario, aveva accostato la seggiola al nostro tavolo perchè sentir parlar di poesia gli piaceva.

– Creda, sor Ceccardo, la ‘un andrei mai a letto per ascoltar poesie… ma lei per l’ottava non c’è, sor Ceccardo!…

Il poeta era cavaliere con le donne e aveva un debole per gli osti omaccioni grossi, pieni di umore pacifico e di bonomia. Sorrideva all’omone e alla ragazza e ogni tanto risucchiava una goccia di vino. Qualcuno di noi sonnecchiava; tutto faceva prevedere che la comitiva si sarebbe ridotta a letto, verso l’alba, in santa pace. Quando il campanello della porta suonò e due individui chiesero di bere un bicchier di vino. Uno era il nostro amico Dante Zarri e l’altro un nostro conoscente: lo scultore Tristan Kurz, tedesco.

Fu la nuvoletta che di lì a poco si tramutò in uragano. Io presentai al poeta il primo e poi, facendomi animo, dissi il nome del secondo.

Ceccardo, appena intese le consonanti irte e taglienti, rizzò gli orecchi come un cane da presa, si ravviò nelle mani la «cravache» e stese come soleva fare in simili casi un dito solo al tedesco; ma per il momento tacque.

Lo scultore tedesco, mortificato dalla fredda accoglienza del poeta, si permise toccarlo con un dito sulle ampie spalle e disse: – Tristan Kurz, alemanno. – Al che il poeta rispose: – Ceccardo Roccatagliata Ceccardi! –

Il tedesco aveva bevuto e non pago della digrignata ribattè: – Tristan Kurz, alemanno! – Il poeta si passò la «cravache» da una mano all’altra e ripetè: Ceccardo Roccatagliata Ceccardi!

Noi ci si guardò in faccia come per dire: – Addio, anche stasera ci siamo! – Ma ormai non si poteva più frenare la burrasca. Ceccardo si ravviava già la cravatta, si abbottonava convulsamente la giubba, ci guardava eroico, fremeva, quando l’incauto tedesco per l’ultima volta ripetè: – Tristan Kurz, alemanno. – Ceccardo si drizzò su se stesso, sbatacchiò la «cravache» sul tavolo e con un urlo disperato che fece rintronare l’albergo gridò: – Ed io Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, italiano: l’ultimo rappresentante del grande odio italico contro i barbari.

Il tedesco stupefatto sobbalzò indietro, ci guardò e poi balbettò: – Io… io… io brindo a Sadowa!!!

A questo punto noi ci alzammo per evitare guai maggiori ma il poeta con un gesto imperioso ci tenne indietro gridando: – Fermi: il barbaro conosce la storia… Se tu brindi a Sadowa io brindo a Davout e bevo a Margueritte epico cuore, che a Sédan cavalcò vendicatore fra la mitraglia e bevo a Garibaldi che a Digione ha umiliato nel fango le piccolette aquile imperiali e bevo a chi violerà i vostri borghi e bevo a chi stuprerà le vostre donne… le vostre donne… – E mentre con l’usata foga investiva il malcapitato, si traeva di tasca il portafoglio e da questo cavava lentamente la sua carta da visita. Quand’ebbe ultimato la sua invettiva storica, allungò il braccio verso il tedesco e gli porse la carta da visita dicendo: – E domattina vi uccido.

Il tedesco stupefatto, intontito, trasecolato, gli restituì la carta e si sedette mogio mogio. Allora si udì un altro grido del poeta: – Alla mia età non ci si batte che alla pistola: apuani a me!… Il Sergente dei fucilieri Italo Sottini e il pittore Lorenzo Viani, d’incarico del poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi…

– Amici, un’improvvisa ombra è passata davanti ai miei occhi: l’ombra di Ferdinando Lassalle… Capisco che io lo ucciderò; mirerò ai piedi e lo colpirò in fronte, e pace… Ma potrebbe anche uccidermi e allora, amici, è necessario che faccia testamento.

– Non pensare a queste malinconie – interrompeva l’avvocato Sottini. – Le paure sono ombre. E Ceccardo rispondeva irato: – Tu credi che il generale dia prova di vigliaccheria… – e scaricava una simbolica pistola nel petto del Sergente dei fucilieri e roteava il frustino come un mulinello di vento: – Domani nella selva Feronia io ucciderò il ribaldo che tre volte osò qualificarsi tedesco al mio cospetto.

L’alba non fu apportatrice di serenità nell’inquieto spirito del poeta; anzi alla sua luce le ombre prendevano consistenza. Ferdinando Lassalle si alternava con tutti i mani della sua terra apuana. – Il barbaro… il barbaro… – E la «cravache» roteava nell’aria. Il poeta di tanto in tanto gridava: culbuté… egorgé… ecrasé…

Noi si ascoltava taciturni. Il poeta navigava nel mare delle leggende, delle ombre, e delle paure.

– Domani può darsi che io sia cenere e ombra… ricordate l’epigrafe? Ve la ripeto per l’ultima volta: Hich constitit Viator.

Partimmo alla volta di Spezia. Il direttissimo volava nei golfi sereni di ulivi fra i colli di Versiglia; l’Apua era imminente con gli schienali giganteschi, con i ravaneti bianchi; torreggiava nel cielo chiomata di nuvole bianche. Sui pendii verdi i crocchi delle case sorridevano nel sole, le pievi bianche spiccavano sul pietrame grigio del paesaggio. La frenesia della corsa entusiasmava il poeta.

Quando passammo sotto il nativo borgo di Ortonovo che s’accampa in una vallata chiusa in una forra delle Apuane (- Il borgo natio!… il borgo natio! -) il poeta si alzò di scatto e diè un impetuoso saluto alla voce a tutti i mani della sua terra dispersi per il mondo: – Domani gelid’ombra spazierò per queste aure…

I compagni di viaggio ascoltavano stupiti le parole oscure e drammatiche del poeta. Giungemmo alla Spezia, per il qual paese Ceccardo aveva un singolarissimo odio. Mentre si correva quasi a precipizio per raggiungere la casa ov’egli abitava, il poeta, parafrasando la terribile maledizione dantesca contro Pisa, abbozzava una terzina che gli ruggiva tra i denti: – Muovasi il Timo e la Palmaria… e faccian siepe… sì che le acque in lor bacino… anneghino te… Brutta città maledetta…

Divorammo la strada. In pochi minuti giungemmo alla sua casa, salimmo vertiginosamente le scale. Prima d’introdurmi nella camera mi fece giurare che non avrei rivelato a nessuno, nemmeno ai più fidi marescialli apuani, nè ai consoli più lontani quel che avrei veduto scritto da capo al suo letto. Dopo che ebbi gridato forte e deciso: – Lo giuro! – il poeta diede una violenta girata alla chiave, spalancò l’uscio, lo sbatacchiò, lo rinchiuse e poi mi disse: – Vai e leggi.

In neretto, su un piccolo foglio di carta bianco, di suo pugno aveva scritto: «Inconsapevole di morire, si addormentò nel Signore».

Grande fu il mio stupore nel trovare questa sentenza cristiana al capezzale del poeta apuano vale a dire due volte pagano.

E allora balbettai timidamente: – Il nostro paganesimo?

– O Lorenzo, Lorenzo, tu non conosci le epistole di Agostino a Giuliano, a Giuliano ti dico… Sempre dinanzi ai nostri occhi sia l’ultimo dì e quando la mattina ci saremo levati, non ci fidiamo di venire alla sera; quando la sera ci saremo coricati non ci fidiamo di venire alla mattina: e in questo modo leggermente potremo raffrenare il corpo da ogni peccato. Lo Generale è pervenuto a questo pensiero dopo lunghe riflessioni. Alla mia età, alla mia età…

Ver la gloria o ver Dio

Cui ei credeva.

Oh! Lorenzo Lorenzo l’orrore della morte, lo pericolo del giudizio, la paura dello inferno mai dagli occhi del cuor tuo non lasciar dilungare, dilungare…

Io rimasi pietrificato perchè tutto mi aspettavo tranne che questi sermonici biblici.

Rapidamente impacchettai i libri, feci la valigia, me la caricai sulle spalle e insieme ci precipitammo verso la stazione.

A Viareggio intanto gli amici avevano combinato una bugia per evitare il duello che sarebbe stato il quarto del poeta in vita sua…

– Ceccardo tu non ti puoi battere con il barbaro perchè egli fu per qualche tempo… – E gli si narrò a guisa di leggenda che il Kurz era stato per qualche tempo internato in una casa di salute.

– Allora io avevo a che fare con un povero mentecatto, – sottolineò il poeta.

Il più colpito per quanto si seppe fu il Kurz. Pare che in una sua villa di Versilia egli avesse imbottito un fantoccio delle dimensioni del poeta e legatolo per una corda a una trave lo tempestasse di colpi con un vecchio fioretto per esercitarsi la mano per l’attacco imminente; se non che in un terribile a fondo il fantoccio spezzò la corda e l’impetuoso spadaccino cadde bocconi troncandosi una costola.

Un’avventura di libertà e di poesia.

In difesa dell’Ombra di Giosuè Carducci:

«Noi vogliamo ricordare il suo nome apuanamente. Intanto impediremo con violenza che al muro della sua umile casa sia murata qualsiasi pietra.

Un giorno getteremo in sua memoria sulla sommità del Sagro la base di un arco che si stenderà alto nel cielo per ripiombare a picco sulla Pania ardua.

Sul vertice dell’arco arderà in eterno un’immensa face; tutti gli uliveti della Versilia ci daranno l’olio per alimentarla; le nostre piane ci daranno la canapa che faremo ritorcere sulle rocche delle nostre donne; faremo un lucignolo grande come un mannello di grano…

E che si tarda, o amici?

Egli, il Generale, lancerà l’idea al popol di Versilia!»

Telegrafammo:

– Ceccardo Koccatagliata Ceccardi

SantAndrea Pelago.

Ti aspettiamo al piano parlandoti la parola del dovere – Ave!

Quei di Apua.

Di lì a due giorni Ceccardo raggiungeva il Quartier Generale di Viareggio, atteso alla stazione dal suo aiutante.

Tosto ch’ebbe messo il piede in terra ferma, domandò con contenuta concitazione:

– Ebbene, Lorenzino, novità? Ne avete preparata qualcuna delle belle? Avete detto la parola del dovere!… – Il Generale, tostochè ricevette l’imperioso ordine, benchè fosse accigliato il cielo e minacciosa la via, si è precipitato giù per il valico dell’Abetone: a piedi, Lorenzino, a piedi!… ha fatto tutta la valle della Lima per raggiungere Bagni di Lucca, ed ora eccolo qua, ai vostri riveriti comandi… Ne avete preparata qualcuna delle belle? parla Lorenzino, non temere della mia ira chè il Generale tiene alto il senso dell’obbedienza! Lo so… ubbidire, non è il tuo forte, Lorenzino! Non rispondi?! Mi sembra che tu sia diventato misterioso!… È forse imminente qualche moto insurrezionale nel carrarese?… Io debbo guidarlo?!… È giunto il dì dell’ombra e della gloria?

– Il Cancelliere ti riferirà tutto stasera!

La sera all’osteria di «Lazzaro», gli apuani attendevano il Generale. Appena ch’egli giunse con in mano la «cravache» a guisa di spada, il Grande Cancelliere parlò:

– Alcuni ignobili uomini in quel di Val di Castello, culla del Grande, recar vogliono offesa alla sua ombra, murandone una triste effigie al muro della sua umile casa.

Noi, gli apuani dalle ali di falco, tuoi soldati fedeli per la vita e la morte, ti abbiamo chiamato perchè tu ci guidi a punir gli rei!…

– Ben faceste, o nobili soldati!… – rispose irato il Generale: – Domani in formazion di testuggine, lo Generale in testa, a lui dietro i grandi Marescialli e il rimanente dell’armata, marceranno su val di Castello! Il Generale lo impone!

L’indomani l’esercito apuano partì alla volta di Val di Castello; ma anzichè in formazione di testuggine, su due bagheri mezzo sgangherati. Sul primo, guidato da Nanni Dell’Antinori, auriga di Apua, presero posto il Generale e gli altri apuani insigniti dell’ordine equestre; nell’altro il rimanente del glorioso esercito.

Nanni dell’Antinori, prima di partire comprò la biada per «Granturchino»: un solido bacchetto di vernacchio; dopo ci si mise in viaggio.

«Granturchino» pizzicato dalla frusta di Nanni, volava.

L’Antinori era fiero di trasportare in Val di Castello alcuni quintali d’intelligenza a far bufera; si era messo infatti il cappello alla «Oberdan» sulla scrocca, la cicca in bocca, e alla camicia, un gemello con una campanella, simile a quelle a cui prendono volta i bastimenti sulla calata del molo.

Tirava certe bacchettate al povero «Granturchino» che pareva pagato!

Bestemmiava e urlava battezzando e ribattezzando il povero «Granturchino» secondo gl’incontri che si faceva strada facendo.

Se ci s’imbatteva nei carabinieri Nanni urlava a squarciagola:

– Ih… ih… Ravachol!

Se s’incontrava un prete, «Granturchino» diventava nientemeno che l’eretico frate di Nola.

– Ih… ih… Giordano Bruno!

Nanni dell’Antinori per far questioni sarebbe salito sopra un tetto.

– Per far questione «andrei a opra»… Giordano! … ih!…

Come Dio volle si arrivò sani e salvi in Val di Castello. E l’Aiutante parlò.

– Amici, un fatal giorno, io e il nostro nobile amico Luigi Campolonghi, per l’opposta via di Camaiore bianca e diritta, tra un intercolunnio di pioppi chiari raggiungemmo gli uliveti che vi cenno, là sotto Santa Lucia, e seguendo quei viottoli rossi che a guisa di serpi strisciano su questi verdi pendii, raggiungemmo Val di Castello. Era morto Lui: il Titano.

La notizia della sua morte correva di forra in forra, di aia in aia, come correvano nell’antico le notizie della morte degli eroi. Ricordo un innocente pastore che teneva sulle spalle un agnello nato allora; fermò il branco delle pecore e ci chiese se era vera la notizia della morte di Giosuè Poeta. Le contadine ritte sugli usci di lor case e stupite ci ripetevano l’eguale domanda. Anche quel giorno Val di Castello era deserto. Vedete là… all’umil casa di Lui? Era inchiodato un mazzo di verde mortella. Tagliata sulla siepe dell’orto della sua casa, vicino al risonante rio che la bagna.

Il Gabberi era chiomato di nubi e ci apparve come a te, o Generale, un grande leone di pietra apuana che, poggiando al bastione alpestre del Matanna, stendesse la coda su Lombrici rocca di Roma e che allungasse nel fier atto di suo riposo le zampe unghiate fin dietro Monteggiori, nobil Borgo di nozze.

Ogni tanto Nanni dell’Antinori interrompeva il grande Aiutante, e rivolgendo verso il Borgo deserto urlava: – Venite a sentire, o cervelloni!

– Con la punta dei nostri coltelli – continuò l’Aiutante – cancellammo alcune parole di «Viva» e «Morte» che l’odio di una recente campagna elettorale aveva tracciato su questi muri sacri! E fin da quel giorno, o Generale, giurammo che sempre avremmo vigilato e protetto la casa del grande. Sono fiero oggi che il Generale in persona ci guidi a punire gli rei che oltraggiar la vogliono.

– Nobili parole le tue, o Lorenzo, non per nulla ti scelsi, tra le milizie devote, tra i tuoi eguali, mio grande aiutante!

Dopo questa cerimonia, c’incamminammo verso il borgo silenzioso. Ma non si scorse anima viva.

Allora vedendo appeso al muro di una casa una frasca di pin secco con su a guisa di fantastica rete di ragno una veste di fiasco, ci dirigemmo verso quel segno di Bacco. Anche l’osteria era vuota. Entrati con la luce ancora negli occhi, non potemmo subito scorgere il padrone, un omaccione grosso e bonario che si divertiva per ammazzare il tempo a fare il solitario.

Appena ci scorse, si alzò, dicendoci sommessamente:

– Buona sera a lor signori! Vogliono forse rinfrescarsi? Qui abbiano di quello dello Strinato di buona pasta.

Nessuno di noi diede ascolto alla gentilezza versiliese del pover’uomo. Ci sedemmo sgarbatamente ai tavoli e alcun di noi gli gridò: – Porta un fiasco e otto quartucci… e silenzio… che stasera ne vedrai di quelle belle!… Dove sono, piuttosto, gl’indegni concittadini di Giosuè Carducci?…

Il pover’uomo rispose timidamente, con un fil di voce: – A lavorare, signori!

– Intenderesti con ciò, ignobile vinattiere, fare qualche insinuazione per noi? Sappi che noi siamo dei signori: gli Apuani, i padroni del mondo!

Il poeta che fino allora era stato quieto e tranquillo al suo posto, sentendo che i suoi soldati lo soverchiavano in ardore pugnace si alzò di scatto e urlò al povero oste:

– Oh… ignobil’uomo, ben comprendo che anche tu sei fra coloro che recar vogliono offesa all’ombra del Grande.

L’oste stupito si profondeva in mille scuse.

– Ma lor signori hanno preso abbaglio, io non so nulla… Sono un galantuomo, che ha da fare e da dire per badare ai casi suoi.

Il poeta, che non ascoltava i lamenti del vinattiere, continuò:

– Oste, ricorda ai tuoi concittadini che io, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, poeta e cavaliere, stasera in quel di Pietrasanta sotto la rossa torre di Donato Benti, invocherò l’ombra di Lui per maledirvi in eterno!!!

Tostochè il poeta ebbe finito l’improperio, risalimmo sui bagheri e ci indirizzammo sulla via di Pietrasanta, dopo aver tracciato sull’ultima casa del Borgo una freccia rivolta verso l’abitato, con sotto scritto: Vigliacchi!

Quando arrivammo in Pietrasanta, la chiusa piazza dello scalpellatone Riccomanni era tumultuante di una folla varia: lavoratori e ammiratori del poeta. C’erano quelli di Viareggio, del Forte di Corvaia, di Strettoia, di Seravezza. La notizia che Ceccardo, dopo D’Annunzio e Pascoli, parlava del Grande, aveva richiamato al piano anche gli apuani dei monti più alti.

Il rito fu disposto che si compiesse nel chiostro di Sant’Agostino di puro splendore quattrocentesco. Ceccardo avrebbe così rievocato l’ombra di Lui sotto l’azzurra volta del cielo che in quella sera era tutto gremito di stelle. Lì, imminente, la Torre di rosso matton romano, che di sua ombra antica copriva per metà il chiostro, e su, alta nel cielo, l’Alpe: la grande Apua materna.

I fidi di Apua accompagnarono il poeta, agitando fiaccole ardenti, fino alle due colonne romane: il luogo dov’egli doveva parlare. Ma la magnificenza del luogo, l’accoglienza festosa della folla, la gigantesca ombra di Lui, che il poeta sentiva presente, lo splendore del cielo stesso, gravavano sull’infantil cuore di Ceccardo.

– Amici di Apua, io mi sento vanire. L’Ombra è accigliata… Ombra… è il popol tuo che mi chiamò giustiziere!…

Leone Tonacchera, chimico, ammannì prestamente una bevanda per calmare il poeta.

Quando il diligente speziale portò il calice con la misteriosa miscela alcun di noi gli chiese se era sufficiente a calmare il concitato Ceccardo.

Lo speziale rispose pacatamente: – È la dose per un cavallo!

Sorbita la famosa bevanda, il poeta esclamò: – E be’, andrà come andrà! – e di un salto salì sulla tribuna:

«Dal Gabberi il nostro gran lion di pietra apuana che poggiando dietro al bastion alpestre del Matanna piomba giù la coda su Lombrici, rocca di Roma, e allunga nel fier atto di suo riposo le zampe unghiute fin dietro Monteggiori, nobil borgo di nozze… L’ombra di Lui!»

Il discorso fu nobile ed alto, inquadrato in periodi classici perfetti… ma l’enorme fatica della dizione che fu tutta in tono maggiore fiaccò Ceccardo, il quale alla fine fu quasi sollevato di peso da una moltitudine di amici, e trasportato trionfalmente sulla via di Querceta. Gli apuani partivano per il Forte dei Marmi; ivi il poeta doveva ancora parlare di libertà e di poesia.

Qualche fido amico si accodò alla comitiva apuana. Strada facendo il poeta si quietò discretamente osservando il chiaror della via, che nella bianca lusinga lunare sembrava un ruscelletto chiaro di acqua fiancheggiato com’era da alte piante di ulivi.

Quando giungemmo al Forte, tutto era silenzio; la luna alta illuminava le lunghe stive dei marmi allineate lungo la spiaggia, sì che parevano una moltitudine di tombe di eroi che si avvicendassero sulla battima del mare.

Il poeta manifestò il desiderio di riposare, solo, vegliato in una stanza vicina dal suo aiutante.

Svegliai il Generale di buon mattino. Entrai nella sua camera ch’egli era ancora disteso nel letto avvolto in un candido lenzuolo. Aprii gli scuri della finestra ed egli mi apparve nella sua immensità.

Il grande corpo ravvolto nel candore dei lenzuoli mi sembrò che si allungasse smisuratamente. La testa sollevata di sopra due guanciali era enormemente drammatica: la fronte alta si eguagliava per chiarezza al bianco delle coltri, gli occhi ceruli si affissavan nel vuoto, i capelli arruffati come due ciuffi di erba marina, chiudevano la fronte.

La bocca sensuale ed irosa si contorceva in una smorfia dolorosa. A un tratto si alzò di scatto sul letto e mi disse: – L’ubbidienza non è il tuo forte, Lorenzino, ma guarda! – e nel dir così gettò via i lenzuoli e si scoprì tosto.

Mamma mia! Dalla parte del cuore la carne era aggricciata intorno ad una orrenda ferita, rimarginata da anni, e intorno ad essa una crivellatura di sforacchiature annerite.

Sull’avambraccio sinistro un taglio profondo che scendeva fin sotto l’ascella, e nel costato un enorme taglio lineare.

Io lo guardavo terrorizzato, ed egli mi disse: – Lorenzino, ubbidire non è il tuo forte, ma quando il Generale ti comanda non ti dimenticare di queste ferite. – E si lasciò cadere riverso sul letto come preso da improvviso malore.

“Il pallore del Côrso”.

Le apuanate si erano seguite in quei giorni «una tocca l’altra».

Il Generale era abbattutissimo. Una mattina andai a trovarlo (eravamo stati fuori fin quasi all’alba) e lo trovai che leggeva Tacito. L’ampia fronte, chiomata di capelli arruffati, emergeva col suo pallore sul rimanente del viso un po’ più scuro. Gli occhi ceruli erano tuttavia folgoranti, ma Ceccardo doveva soffrire tremendamente: sudava ghiaccio, le dita ceree tambureggiavano convulse la fronte: – Ceccardo – gli dissi – tu soffri, stamani! –

– No, è qualche asse riscaldato – e, alzandosi il bavero della giubba scura, si avvicinò, vincendo il dolore, ad un grande specchio, si fissò lungamente poi disse: – Non vedi? Vado assumendo il pallore del Côrso! –

Appena uscito dall’Ospedale di Genova, ove fu ricoverato per un terribile attacco di poliartrite, il poeta si recò in convalescenza in Lavagna, ospite dei Sanguinetti. Di là, verso la fine di marzo, mi scrisse: – Lo Generale d’Apua è finito, sono qui da giovedì sera e mi pare già un secolo. Delle gambe sto benino, delle braccia meno, ma come vedi scrivo un po’ meglio di prima. Solo il braccio sinistro mi ho ancora come ingessato e fermo all’omero. L’umore è nero d’inchiosto, di pece, di bocca di lupo, come ti piaccia di più, nè mi dilungo…

Il nero è nell’anima mia, e più che miglioro, e più mi vien fuori senza pietà, come a certi animaletti di mare allorchè, fuggendo ai pescatori, intorbidan l’acque intorno. Temo che questa malattia sarà senza rimedio, perchè allo spirito, anzi che ad essa dovrò portar rimedio. Così l’unico rimedio che comporti senza troppi indugi – habent sua sidera homines – (il travaglio allo spirito a cui angosciosamente allude il Poeta, io ritengo debba attribuirsi al pensiero della sottoscrizione che in quel tempo fu fatta in Italia per lui e per i suoi) – già ti dissi che di qui mi ricondurrei a Sant’Andrea; se resti in questi prossimi giorni costì, e sei disposto a farmi – come sempre mi hai fatto – un po’ di compagnia in questa sosta. Come già ti accennai, ho bisogno di qualche po’ di aiuto…

Ceccardo.

Il 3 Febbraio 1914 l’«Apua» era in festa: Ceccardo Roccatagliata Ceccardi lasciava l’ospital residenza della villa Sanguinetti, dove aveva passato la convalescenza e ritornava nella «sua terra». Man mano che il treno s’inoltrava nella pianura versiliese da ogni stazione salivano i fidi apuani avvertiti del passaggio del Generale. Quanto il treno giunse a Viareggio il poeta era in compagnia di un buon manipoletto di fidi: la guardia di Viareggio attendeva schierata in sottordine. Sorretto da venti braccia fraterne, il poeta fu trasportato su di una carrozza benchè avesse potuto agevolmente camminare a piedi. Fu quella una delle rare volte che ho veduto impallidire Ceccardo: era l’emozione dell’accoglienza. Ma sotto quella sua maschera cerea, illuminata dallo schiarito azzurro degli occhi, noi intravedemmo la fine, e ognuno di noi diceva sottovoce all’altro: – Ceccardo è finito.

Salimmo sulla carrozza, e a gran corsa si traversò il paese. – È ritornato Ceccardo! – Sono gli Apuani! – È un’apuanata, scansatevi! –

Si fece sosta all’osteria del «Buon Amico»: molta gente era sull’uscio. Il Buon Amico vivandiere, alcuni pescatori, delle pesciaie, delle ragazze che, di ritorno dalla fiera di S. Biagio, si erano incoronate con filze di nocciole come reginette negre, molti ragazzi con palloncini di ogni colore, tutti salutavano rispettosi il poeta.

Entrammo: il Buon Amico ci aveva apparecchiato un tavolone lungo lungo e nel mezzo un apuano aveva piantato un grande mazzo di garofani rossi. Il poeta aveva scritto che non poteva mangiare altro che carne bianca e lì, sulla tavola di marmo, era una stenderia di pesce fresco che sapeva ancora di mare: triglie rosse, ciortoni dalla schiena d’oro, ragni d’argento, sogliole di color nocciola: una festa di colori!

Sul tavolo un doppio ordine di fiaschi: di quello di buona pasta, rubino-chiaro; al posto del poeta una verde bottiglia di acqua di Uliveto!

Prendemmo posto.

– C’è tanta poesia nell’aria – esclamò il poeta sereno – tanta poesia! Poi soggiunse: – Il Professore, licenziandomi dall’Ospedale, mi ha chiamato in disparte e mi ha detto che se voglio vvere ancora debbo smettere di bere questo chiaro vino; io gli ho risposto apuanamente: – Mi ordini, s’ella crede, di bere, come Socrate, la cicuta ed io la beverò, ma il vino non l’abbandono! Un apuano non poteva rispondere altrimenti.

Egli amici: – Io lo conoscerei volentieri questo signor Professore – Maledetta la scienza! – Ti vogliono avvelenare anche la grande gioia di un bicchier di vino! –

Il poeta impose, deciso: – Mescete, o amici, un bicchiere al Generale, poi andrà come andrà! –

Quando il poeta diceva: «Andrà come andrà» diceva una cosa fatale. Si batteva in duello, diceva: «Andrà come andrà», si avventava nell’aria gettandosi per una illusione d’amore da un diretto in corsa: «Andrà come andrà»; sentiva i battiti fatali del polso e delle tempie ebbene: «Andrà come andrà». Quando caricò il pistolone di suo nonno e si sparò – «salutai prima le stelle» – e gridò anche allora: «Andrà come andrà».

– Mescete, o amici, il vino!, poi «andrà come andrà».

Il più vicino versò un calice di vino al poeta, il quale lo alzò nell’aria come per compiere un rito e gridò forte:

«Il villico t’insidia, alber dei miti».

Gli apuani si tacquero – il poeta voleva farci il dono di una nuova poesia.

– O amici, miei fidi compagni, nel tedio della corsia di un ospedale di Genova, ho terminato il sonetto a Corot che cominciai vent’anni fa a Venezia quando quel grande vi esponeva una collezione delle sue opere immortali. – Nella declamazione gli si infiammava il sangue e il poeta sembrò riessere quello di una volta. Ma tosto che ebbe finito un subito dolore lo assalse e gettandosi sulla sedia esclamò: «Il gladiatore morente! Il gladiatore morente!»

Ma non era un malore fisico. Guardò chi di noi sapeva quale oscura tragedia si nascondesse sotto la rievocazione della scultura famosa, e con più forte angoscia alzandosi fiero, con la «cravache» in resta, esclamò di nuovo: Il gladiatore morente!».

– Scaccia le ombre, Ceccardo! È stata una testimonianza d’amore degli amici; molti tuoi eguali sono stati come te infelici, ora a Pieve, nella serenità e nella pace, ritroverai la tua giovinezza; io ti accompagnerò, coraggio!

Partimmo per Lucca per proseguire verso la Porrettana.

– Voglio salutare Ilaria del Carretto! Ilaria Guinigi, Signora di Corvaia!! Di Corvaia! Della natìa Versilia!

Infatti scendemmo a Lucca e ci recammo nel Duomo di S. Martino, là nell’angolo dove dorme il sonno eterno Ilaria del Carretto.

– È bella, è bella! – esclamava il poeta. – Lo spirito ha vinto la materia; a volte la materia è condiscendente con l’artefice. Vedi? questo blocco di marmo ha offerto il pallore; è impallidito per secondare lo spirito di Iacopo Della Quercia. Io la toglierei di sotto queste arcate, sono un po’ fredde!… Io mi fingo vederla in un piano erbato di Versilia sopra i poggi di Corvaia, in un di quei sereni golfi di ulivi!… Sarebbe più bella e più serena! –

Uscimmo: sulla bella piazza lo zampillo della vasca di fianco alla Cattedrale metteva delle tenui note nell’aria; il giardino settecentesco di faccia alla Chiesa faceva cadere giù lungo il muro delle rappe di verde; di sopra al portichetto di una umile casa un ulivo esile metteva delle note di grigio argento nell’aria chiara.

– Lucca è bella! – esclamò il Poeta – io farò un canto su questa bella piazza! – E, passo passo, ci avviammo verso il centro. Le tende di aleppo rosso di un’osteria ci fecero sovvenire che era l’ora di desinare.

Nel pomeriggio ripartimmo. Ma il Poeta non era sereno: una profonda malinconia lo aveva assalito. Nel treno, quasi deserto, scegliemmo un vagone vuoto. Ravvolto nella sua «palandrana» si era gettato in fondo al vagone. Alla stazione di Pracchia ci aspettava la signora Francesca ed il figlioletto Tristano.

Io non conoscevo allora di persona la signora Francesca, nè il piccolo Tristano. Erano alcuni mesi che essi non vedevano il poeta; una ventata della morte l’aveva gettato in ospedale.

La signora, esile e pallida, ben palesava le martellate del dolore. Io mi ritrassi per lasciarli in perfetta intimità. Il poeta, alto su loro, reclinava il capo verso la moglie e con una mano accarezzava la testa del figlioletto. Delle ventate ghiacce scendevano dalle fredde gole dell’Appennino traverso le vie spianate dalla neve. Andammo verso l’albergo. Là il poeta mi presentò a sua moglie. Ci sedemmo a tavola, ma la cena fu triste. Ogni poco la signora dava in dirotto pianto. Il poeta impallidiva, mi guardava e certo dentro di sè diceva: «Andrà come andrà»! –

Quando la signora ebbe versato il calice delle sue lacrime amare si fece più quieta; fu allora che il poeta con un gesto infantile trasse da una profonda tasca della sua «giubba» un libretto della Cassa di Risparmio intestato a sua moglie e disse: – Tieni! Dicevi che non saresti scesa al piano se non avevi mille lire, eccoti! queste sono mille e cinquecento – e le porse il libretto. La signora lo prese, lo posò indifferentemente sul tavolo. Ella vedeva lontano lontano!

Il poeta si alzò, mi trascinò quasi in un corridoio dell’albergo freddo e deserto e quando fu ben lontano da sua moglie gridò forte: «Il gladiatore morente! il gladiatore morente!» e dette in un dirotto pianto.

Da una finestra di fondo al corridoio si scorgevano alcuni abeti, che, scossi dal vento gettavano del nevischio contro i vetri. Quello stridìo sembrava il tremito dei denti della morte che stesse in agguato.

La battaglia di Pavullo.

– Maggio 1914. – Al grande aiutante Lorenzo Viani. – Quartier Generale S. Andrea Pelago: – Requisisci automobili omicidiare – il 14 Maggio s’inizierà la grande battaglia di Pavullo. Ave. Ceccardo.

Preceduto da questo telegramma, pochi giorni dopo capitò a Viareggio il Generale in persona. Temeva che al suo Grande Aiutante fossero sopraggiunte in quei giorni «crisi di invisibilità» o che al momento eroico cadesse in un sonno letargico, il che gli era qualche volta accaduto.

Mi apparve improvvisamente al bar «Shelley» ed io non potei dissimulare una non gradevole sorpresa. Il Generale abbastanza irato si saldò sulla terra ad alcuni passi da me, e con la voce ironica che precedeva le «ceccardate» mi disse: – Lorenzino, tranquillizzati, eh, via… non sono capitato a tirarti le orecchie! Volevo accertarmi come tu eseguisci gli ordini dello Generale. Tu invece te la spassi da Torre… E bravo Lorenzino, bravo, ma bravo. Taci? Sei rimbecillito? Alzati!… – E con uno scatto in avanti roteò la «cravache» un metro sopra la mia testa gridando: – È la più grande battaglia della mia vita, della mia vita…

– Tu marcerai con me Lorenzino, è vero? Ti avverto che lo Generale è discretamente irato teco, e ti avverto inoltre che egli è disposto a brovingare chi indugia. – E fingendo di chiudere l’arma nel pugno la puntava a squadra contro di me digrignando: – Pan… Pan… Pan…

Non si vede nessuno?

E il Grande aiutante ignora ove sia il Grande Cancelliere? E il Sergente dei fucilieri di Apua? E il difensore delle Colline Cerbaie?…

E alzati Lorenzino; sei rimbecillito o tenti qualche tua fuga eroica? Parla, che il Generale perdona!

Io sapevo per esperienza che in quei momenti era prudente tacere. Mi alzai e insieme entrammo da Torre. Egli prese un atteggiamento eroico; le fedeli milizie di Apua sedute in crocchi silenziosi ai tavolini smessero di bere quei terribili ponci neri che Ceccardo graziosamente chiamava «caffè corretti» e salutarono rispettosamente il poeta che amavano e temevano.

Anche noi bevemmo qualche «caffè corretto». Il poeta, quietato il suo spirito, salutava con ilare voce or questo or quell’amico fido; poi, ritto sulla soglia dell’uscio, riceveva gli omaggi dei passanti, del che era lusingatissimo, e dolcemente urlicchiava…….

Paese dei fidi compagni

che meco del vino in tra ‘l lume

alternan lor impeti e lagni;

stanotte qual lode, com’eco qual vanto

nel cuor mi si infuse, tra il dolce costume

che or tremula incanto?

– Domani marceremo a tutto tempo!

La sera l’«eroico manipoletto» apuano si diè convegno all’osteria del Buonamico vivandiere di Apua.

In testa al tavolo sedeva lo Generale, ai lati il Grande Cancelliere depositario dei sigilli, Luigi Salvatori; il Grande Aiutante, Lorenzo Viani, ambedue dell’ordine equestre; schierati in sott’ordine il Sergente dei Fucilieri di Apua, Italo Sottini, e l’eroico difensore delle Colline Cerbaie, Mario Bacchini.

Dopo un saluto alla voce agli apuani assenti insigniti di alte cariche, ai consoli d’Oriente, di Francia e dell’Isola di Creta, cominciò il pasto. Una bistecca dura come la pelle del rinoceronte, che il poeta non poteva masticare diè pretesto alla prima apuanata. Il poeta se ne lagnava con il vivandiere, l’onesto Buonamico, un marinaio che conosceva molte tempeste apuane. Quella sera non si sa perchè osò di replicare agli improperî ceccardiani con queste innocenti parole: – Lei sarà un poeta, ma… ma…

Il Buonamico voleva concludere che lui era un cuoco; ma la parola gli fu spezzata in gola da un urlo di Ceccardo, che salito alla furia più furibonda gridava:

– Apuani, fucilate l’ignobile vinattiere che ha osato mettere in dubbio ch’io mi sia un poeta. Culbuté engorgé écrasé! –

La tavola fu mezza rovesciata, i commensali si alzarono per placare il Generale, mentre gli altri clienti uscirono e ci volle del buono e del bello per riportare la bonaccia.

Finalmente uscimmo all’aperto; era notte alta. Al chiarore lunare, nelle strade rettilinee non si scorgeva anima viva; soltanto sulle calate del molo qualche marinaro taciturno aspettava il «riempifondo» del mare per sciogliere la fune, e lasciare la paranza alla deriva della corrente. Il cielo era su noi chiaro e tempestato di stelle; le Alpi apuane nell’albore lunare perdevano la solenne impostazione monumentale; la sommità dell’Altissimo sembrava la cùspide di una cattedrale sommersa in un mare di vapori violetti. I battiti della maretta mettevano nell’aria note di eternità. Le ore in cui il poeta si rasserenava. Giunti che fummo alla estremità della palafitta del molo, il poeta si elevò su tutta la persona e cennando con la «cravache» il riflesso della luna sul mare – una tremula scìa d’argento sul verde palpitante delle acque – esclamò:

– O amici, quella è la via che un di noi farà, la via che conduce ai silenzi delle isole Elisee ove l’amore, la libertà, i sogni non hanno catene!

La scìa fu tagliata dalla prua di alcune paranze; il silenzio alto e sereno fu rotto dal cader cadenzato dei remi che scricchiolavano sullo schermo, sì che pareva che le incinte si scardinassero; i primi palpiti del vento aprivano nel cielo le larghe scapellature delle vele.

Barche da pesca

entro reti di albore

la luna trae pei silenzi del mare

all’alta notte

esclamò il poeta con voce piena di pensieri lontani…

Ritornando, noi parlavamo di cose che dovevano interessare poco il poeta, il quale desiderava che le nostre conversazioni avessero per soggetto lui o le sue poesie. Sentendoci divagare ci richiamò con un altissimo grido:

– Amici di Apua, io vedo il profilo di Lui… del Côrso… Egli è scolpito in quella criniera dentata che io vi cenno che va dal Carchio alla Pania aerea ed io mi fingo ch’egli poggi coi piedi all’umile crocchio di case della natìa Marciase, nell’opposto versante. – Al nostro stupore ripetè alto e sicuro: – Della natìa Marciase. O amici, amici io vi do una grande nuova: il Côrso è apuano… apuano vi dico, il Muntz mi assente!… I Buonaparte, banditi da Firenze in uno dei rivolgimenti della fine del Secolo XIV, ridottisi in Marciase in condizioni di villici, l’avolo di Napoleone emigrò in Corsica. È leggenda? No, amici di Apua, è realtà. In questa notte di eroica vigilia, io dò la grande novella ai miei fidi marescialli di Apua. Il Côrso è apuano, apuano vi dico. L’Aiutante resterà col Generale questa notte di eroica vigilia…

Verso l’alba bussammo all’albergo «Toscana». La padrona, desta di soprassalto, ci aprì che aveva ancora gli occhi semichiusi dal sonno, riconobbe Ceccardo dalla voce, e allora chiamò forte suo marito: – Alzati, alzati c’è il poeta! –

Il padrone apparve nel corridoio tenendosi su le mutande con una mano e con l’altra reggendo un mozzicone di candela; appena vide il poeta si profuse in grandi riverenze. Ceccardo, fattosi fiero, gli gridò: – A voi l’onore di ospitare il Generale di Apua e il suo Grande Aiutante alla vigilia della battaglia di Pavullo!…

La moglie dell’oste di fondo ad un corridoio gridò: – Dàlli il n. 3, ci son due letti rifatti.

La battaglia prese il nome di Pavullo perchè ebbe la sua conclusione in quel Tribunale dell’aspro Frignano; ma si svolse in S. Andrea Pelago. Un umile crocchio di case disperse sull’altipiano di Appennino tra il Rondinaio e il Cimone che sfumato di azzurro si accampa col suo schienale nel profondo dell’aria, e il Libro Aperto che si acciglia di ispidi greppi.

In quel borgo remoto su di un piccolo pianoro erbato di leopardiana tristezza vivea il poeta, il quale stanco di realtà spronava il suo spirito in continue cavalcate eroiche. L’osteria dello Stefanini nelle tediose sere di vento e di piova raccoglieva i pochi suoi amici, quel consigliere provinciale avvocato Settimio Vignocchi, caro spirito tra l’arguto e il pensoso, amico delle Muse e di Nembrotte; il dottor Paolo Mucci, viva anima di scienziato, cui sfida di venti o di neve non fanno indugiare nel cavalcar quotidiano fino ai più remoti pianori con in mano lo scudiscio e la bisaccia a tracolla; il signor Massimiliano Olivieri, un vecchio intraprenditore uso a solcar di strade, tra il rintuon di mine, così i fianchi del natìo Appennino, come le solitudini della Tessaglia, e Serafino Galli, un cuor d’artista, anch’esso sperso in quel cavo di monti.

La piccola osteria, decorata da un doppio ordine di bottiglie allineato su un tavolo, vecchio lambrusco di quel che schiara all’alba del quarto anno, sembrò al poeta un propugnacolo di eroi…

L’avvocato amico di Nembrotte, il medico dalla viva anima di scienziato, l’intraprenditore che venìa dalle solitudini della Tessaglia e quel cuor d’artista sperso nel cavo dei monti, eran tutti professionisti o artieri, che la marea della vita aveva confinato lassù a ridosso di quel bastione di monti ardui.

La comitiva eroica… odiava del singolar odio che si sviluppa oltre il livello dei mille metri sul mare, il sindaco di quel borgo alpestre. Però manteneva con questi cordiali rapporti, non esclusi i più ossequienti saluti. Ceccardo solo, al suo passare, levava alta la «cravache» e fendendo l’aria come per un improvviso rovescio di vento ululava: – Culbute, engorgé, écrasé.

La piccola fonte paesana, abbeveratoio anche dei negri muli delle carovane dei carbonai, poggiava al muro di cinta dell’orto del sindaco; questi per entrare più agevolmente nel breve recinto – la fonte era vicina al cancello – la rimosse trasportandola un poco più sotto. Fu il segnale della bufera. Il poeta forzò la porta del campanile della pieve di S. Andrea e diè «secondo l’uso latino» nelle campane a martello.

In breve tempo da tutte le contrade montane affluiron nel borgo di S. Andrea quanti abitatori conta «quella repubblica di lepri e di volpi»; i cupi rintocchi della campana echeggiarono sinistri a misurar l’eloquenza del poeta, il quale fulminò il protervo che aveva osato demolire la fonte del Baronio:

– Voi, o miei fidi, demolirete la costruzione nuova e insieme con libera opera ricostruiremo la fonte, là ove l’idearono i padri nostri…

La fonte nuova fu demolita, fu ricostruita la vecchia e una epigrafe, scritta dal poeta con un pennello su un foglio di carta fu impiastrata sul… monumento riconsacrato:

Perchè si ricordi

che addì XX Settembre MCMXII

il Popolo della Terra di S. Andrea

ai rintocchi della campana

che dalla Torre dell’antico Comune lo chiamavano

la Fontana del Baronio

rivendicando i calpestati diritti

con libera opera

ricostruiva.

CECCARDO ROCCATAGLIATA CECCARDI.

«Il poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi fu Lazzaro, visti gli articoli del codice penale 424-235, è citato a comparire per il 14 maggio ecc. ecc. al Tribunale di pavullo…».

La veglia d’armi all’albergo «Toscana» fu un po’ movimentata, chè il poeta soffriva di certi attacchi agli «assi roventi delle caldaie» e si doleva.

– Lorenzino, tu dormi? Non senti i sobbalzi della super-dreadnougt? Le onde precipitano con cupo rombo sul ponte… Tanatos, la tua fronte divina… mi volterò dall’altra parte e pace!

Con l’ampio torace poggiato ad un doppio ordine di guanciali, martellandosi con le dita frenetiche la fronte poderosa, con su le ginocchia un libro, postillava un telegramma cifrato che doveva misteriosamente preannunziare la nostra salita a S. Andrea. Per qualche ora furon numeri e parole convenute che sentii ronzarmi nel cervello intorpidito dal sonno. Finalmente, quando il telegramma gli sembrò definitivo, gridò: – Alziamoci, è l’alba del gran giorno!

La carovana partì al completo. Lucca fu la prima stazione. Poco dopo che ivi fummo giunti, alcuni «caffè corretti» risuscitarono in noi l’assopito spirito eroico. – Tu – mi disse – dipingerai il gagliardetto d’Apua: aquila che morde il naso alla lupa che simboleggiar deve la secolar lotta fra gli aspri apuani e i romani, disegno nero su fondo rosso.

Il gagliardetto fu prestamente dipinto sul marciapiede dell’osteria di «Pipi» intanto che gli altri amici erano andati in cerca di un’automobile «omicidiaria».

Poco dopo rombando e sobbalzando giunse una vecchia automobile dove erano già assisi gli amici apuani. Il gagliardetto fu subito inchiodato su una assicella di legno e piantato sopra il motore. Appena issato il feroce simbolo apuano, salimmo tutti sull’auto: il poeta si sedette di fianco al conduttore e quando il veicolo si mosse egli agitò la «cravache» gridando ai pochi stupiti osservatori: – Andrà come andrà, è la più grande battaglia della mia vita!

La macchina volava…

La pianura della lucchesìa passava di sotto i nostri occhi come un pezzo di carta multicolore portato via dal vento. Il gagliardetto nella frenesia della corsa svettava come una lastra di lamiera. Gli uliveti sulle colline, sotto i fremiti del vento pareva s’incenerissero; la voce del poeta, sfumata dall’impeto della corsa, sibilava: – La più grande battaglia… la più grande battaglia…

Quando ci inoltrammo nella sinuosa valle del Serchio per tentar la salita ardua dell’Abetone, la macchina cominciò a scoppiettare, a sbuffare, a rallentare.

L’ombra azzurra dell’acqua e quella verde e densa delle selve di castagni variata dal foscheggiar degli imminenti abeti esaltarono d’improvviso il poeta il quale si alzò di scatto e diede un frenetico grido: – Arrigo Heine! e il rombo della gloria resta. O amici, è in questa valle contesta di alberi secolari che il grande temprava i suoi versi immortali. La sua ombra ci è di auspicio: egli mi assente!

La macchina sobbalzando ci trasportava sempre più in alto. Ora potevamo dominare il Serchio sinuoso che «con lento stupore» si perdeva nella piana lucchese.

– Alcun di voi sa i miei propositi: conosce il mio piano di attacco – il suo piano era di farsi condannare per essere poi eletto deputato! – ma conviene che tutti abbian ben chiaro il mio divisamento. Dopo la condanna mi ridurrò in triste esilio e di là scriverò i Pamphlet contro i Moriana, i Moriana, vi dico, quelli dal girifalco dalle penne conte, quelli del passo di Varo. Voi clandestinamente li diffonderete fin per questi casolari deserti e giù nel piano e nell’Apua materna; il popolo non immemore, chiamerà il poeta con plebiscito unanime ed egli ritornerà in mezzo a una folla conclamante e a Roma, Roma, o amici, egli dichiarerà decaduti i Moriana o imiterà Rouget de Lisle…

Nel pomeriggio giungemmo a S. Andrea Pelago attesi da alcuni villici stupefatti ed attoniti, «i fidi… i fidi» avvertiti dal famoso telegramma cifrato, per il quale il poeta si era lambiccato il cervello tutta la notte della veglia d’armi.

Quella santa donna di sua moglie ci attese sulla soglia della umile casa con atteggiamento di mesta rassegnazione. Il figlioletto Tristano ci guardava come i ragazzi guardano le figure leggendarie.

Gli avversari… gli inimici spiavano chiotti chiotti dietro qualche uscio semichiuso. Ceccardo, fiero della nostra compagnia, schiamazzava su per le vie del paese: – Grande cancelliere vieni qua, vedi? Hic est locus. A me, il Sergente dei fucilieri. E il Grande Aiutante dov’è, Apuani a me! Vedete la torre ch’io vi cenno? È quella da cui arringai il popolo. Domani andrà come andrà.

La casetta del poeta era addossata ad altre casette del borgo. Vi si entrava da una piccola porta tagliata come le porte delle antiche canoniche; verde e sbiadita. Sul davanzale dell’unica finestra piccolina era un vasetto di gerani rosati dei primi tepori della primavera. La signora ci accolse amorevolmente, vestita di nero; il pallore cereo del viso s’illuminava di più; due grandi occhi neri si fondevano entro il viola dell’orbita.

Entrammo per un piccolo corridoio in quell’eremo alpestre, e ci sembrò lo speco di una famiglia santificata. Tutti i ricordi delle stramberie del nostro bizzarro amico s’inabissarono nell’anima. Egli ci apparve grande e sacro sotto l’ombra della sua povertà eroica.

Ci condusse nel suo studiolo: casse di libri ovunque, una vecchia arca di nozze di rude castagno (era l’«archivio di S. Andrea»), sulle pareti, povere stampe, ritagli di riviste, cartoline illustrate raffiguranti le battaglie del Côrso e si suoi Marescialli più fidi: la maschera di Lui era imbullettata al muro insieme a un rametto di alloro. Da una finestra che si apriva sul fianco della casa s’inquadrava un piccolo altipiano verde: nel fondo il muricciuolo quadrato e bianco di un piccolo cimitero, vicino al piccolo cancello nero un vialetto di mortella da cui s’innalzavano dei pioppi che sotto il tremito del vento mettevano delle note chiare nel cielo.

Io, pensoso, affissavo lo sguardo al di là del piccolo Cimitero, in una tumultuosa distesa di monti che si accalcavano in una vertigine azzurra verso il cielo lontano. Pensavo se valeva la pena di vivere, di lavorare e di sognare… quando mi sentii il poeta vicino. Mi scossi come preso da un tremito di paura.

– Guardi il cimitero, Lorenzino? Lo riconosci?

Certo io ero trasecolato. Egli si accorse che non capivo, si drizzò su tutta la persona, lampeggiò su di me un’occhiata eroica e infantile; poi si chinò e sussurrò al mio orecchio un nome:

– Maria! – e soggiunse: – Eppure lo sai, Lorenzino, non scrivo di maniera: ora dorme fra il canto discreto dei grilli, sul talamo immenso di Appennino…

Era Maria, una fanciulletta che il poeta amò santamente, e che trovò morta ritornando a S. Andrea Pelago dopo una lunga assenza. La giovinetta era morta la sera stessa del ritorno di Ceccardo, e il poeta nella notte scrisse questi versi:

Maria, questa notte tu dormi qui sotto pel cheto pendio,

nel canto d’un prato,

quel canto or dei pioppi che in fila dilungan col tremulo ombrio

dei rami celato.

Attorno la notte mi solca pel cerulo lago un albore

di vele in cammino,

s’effonde con l’alba di luna in un umido lume d’amore

sul chiuso Appennino.

E un canto perenne dai prati fluisce, e con fremiti eguali

di accordi s’immilla;

– dirada – e com’esile speme che trepida s’alzi con ali

più rapida, trilla.

Maria, or tu dormi la prima tua notte sotterra tra ‘l canto

discreto dei grilli:

quel canto che pare dal cuore dell’Alpe com’eco di pianto

nel tempo zampilli.

Non questa la prima tua notte che in sorte chiedevi pensosa

tra i giuochi, bambina,

al tempo che il cucul loquace cantando – quant’anni e poi sposa –

nei boschi mattina.

Non questa, non questa, fanciulla, l’amor con un primo richiamo

di rondini all’alba,

promiseti al tempo che il cuore d’un nembo di stelle qual ramo

di spino s’inalba!

Qual talamo immenso d’avene, di felci, d’ortiche, di logli

la bara pratìa!

Già i primi ranuncoli in vene lor d’oro sui rossi trifogli

rampollan, Maria.

Inviandomi subito questa lirica, il poeta mi scriveva appunto: – E tu sai, Lorenzino, che non scrivo di maniera…

Nube di malinconia dispersa da un alto grido del poeta, il quale intonò il primo verso del suo sonetto al Côrso: – Non qui la libertà piange deserta» o amici, in questo alpestre rifugio io inseguo l’ombra di Lui; guardatelo a piccol trotto con il piccolo cappel grigio, il cappotto… e là il Côrso riede taciturno… Non vedete il saluto alle aquile in Fontainebleau? Ecco lo squillo dei cavalieri polacchi; in quel profilo, è Lui nel tedio di S. Elena. O Amici, è tutta la leggenda dell’Imperatore che vi mostro… dell’Imperatore vi dico… Non vedete Desaix?! Il messo di Vittoria! E Lannes, l’Orlando dell’esercito napoleonico: ecco Duroc che conquistato il valico del S. Bernardo n’avea premio il morir… Nei tedi invernali è l’ombra di Lui che mi appare… –

Ceccardo chinò la fronte umilmente. La «cravache» che era in alto, roteando discese verso la terra lentamente. Noi affisavamo stupiti il poeta. Fuori il vento pareva volesse scardinare la casa. L’acqua precipitando nell’acciotolìo dei torrenti faceva il cupo rumore di un telone immenso che scendesse sullo scenario di una grande tragedia.

Il processo era fissato al tribunale di Pavullo. Nelle prime ore della mattina, si decise di portarci su quella «piazza» la sera stessa; l’auto rombò di nuovo e ci precipitammo sulle vie tortuose dell’altipiano di Appennino a una corsa da matti. Ogni «frasca» una fermata, e ogni fermata «un proposito eroico».

Entrammo in Pavullo sull’imbrunire, agitando il gagliardetto dall’aquila nera. Pavullo è un paese che si aggruma su di una via maestra a cavallo di un monte; cento chilometri lontano da Pracchia e altrettanti da Modena, la prima stazione ferroviaria a portata di mano.

Il Tribunale ha sede magnifica in un palazzo imponente ed il palazzo è situato in un parco romantico con sfondi un poco teatrali ma tuttavia suggestivi. I giudici che si alternano nella quieta residenza della capitale del Frignano son tutti vecchi giudici un po’ sgalembati confinati lassù ad attendere in santa pace la pensione.

Persone aliene da discussioni vivaci, trascinano i loro corpi pieni di acciacchi sulle comode poltrone dell’unico caffè detto «Centrale» per passare una parola colle «foche paesane». Quei poveri vecchi sarebbero saliti su un tetto per trovare un ospite nuovo con il quale trattenersi a parlare un pochino del più e del meno.

Dal processo di Ceccardo, si ripromettevano, i meschini, una bella cacciata di ospiti queruli… Infatti, quando la comitiva apuana irruppe nel caffè tumultuando e schiamazzando, al loro tavolo sedevano l’On. Nava e l’On. Borciani, saliti dall’opposto versante per difendere la comitiva apuana, certo per qualche lungimirante ragione elettorale.

Conciati da un paio di giorni di automobile, con in testa il rosso gagliardetto apuano, ci sedemmo ai due tavoli degli onorevoli, che nessuno di noi conosceva di persona.

Dalla tumultuosa discussione, dall’avvicendarsi caotico dei soggetti che in apparenza soltanto erano fra di loro antagonistici, dal guazzabuglio tra il Cardinale Bellarmino… e Bresci, capirono che la comitiva era la famosa compagnia degli apuani. Un di loro facendosi animo, si presentò a noi avvertendoci sommessamente che quei signori coi quali essi confabulavano erano i giudici del Tribunale che l’indomani dovevano giudicare il poeta… Ci avvertirono come per dire: siate prudenti… Una buona parte di noi non se ne fece nè in qua nè in là; ma quello che addirittura vinse a tale notizia un terno al lotto fu Ceccardo: il quale si alzò imponente, maestoso, fiero e ad alta voce gridò:

– Ella sappia che il poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Generale e Imperatore di Apua, anarchico rivoluzionario, ego-archista aristocratico, non accetta consigli di vigliaccheria da nessuno; uomo di penna e di spada, deposta l’una, impugna l’altra e che congetturasse di ridurlo al silenzio mal ne incorrerebbe… Dispregiatore dell’umana giustizia e della divina, non teme i rigori di nessuna legge… Domani, dopo la condanna, dal solitario esilio, egli scriverà la storia dei Moriana, dei piccoletti lusingatori, quelli dalla piccola aquila dalle penne conte, i traditori del passo di Varo…

Gli Onorevoli rimasero come incantati, i giudici sgusciarono fuori e noi seguitammo a urlare, a schiamazzare e a bere.

La mattina dopo.

Il processo fu chiamato per il primo. I giudici sedevano assonnoliti su delle poltrone verdi e prendevano visione più che degli atti del processo, di Ceccardo, il quale, non avendo ancora perduta la speranza di una condanna esemplare, stava sulla panca «degli rei» fiero e marziale. Il Cancelliere, con in dosso una vecchia toga strapanata come quella di «Brandano», si alzò; dalla sua carcassa dinoccolata fece uscire una voce fessa e schiappata e così cominciò l’appello degli imputati. Il trinomio ceccardiano gli rigurgitò più volte nella gola rauca; il poveretto credeva di cavarsela con un semplice: Ceccardo Roccatagliata; il poeta si alzò di scatto e con voce semi ruggente gli disse:

– Sa… scusi… Ceccardo Roccatagliata Ceccardi….

– Come ha detto? – replicò il Cancelliere allungando il collo come una biscia verso il poeta.

– Ho detto Ceccardo Roccatagliata Ceccardi – ma nell’impeto dell’ira la voce del poeta uscì un po’ sorda. Il cancelliere ripetè:

– Scusi io non capisco.

Allora il poeta cavò una voce potente e gridò:

– Io sono il poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi… sonoro nome italiano.

Il Presidente, fattosi ardito più che per la sua autorità per un segreto colloquio avuto con l’avvocato Vico Fiaschi, col quale avevano esaminato realisticamente la causa sfrondandola di tutte le illusioni eroiche, troncò bruscamente l’apuanata che si profilava per l’aria:

– Dunque lei è Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, fu Lazzaro (profondo inchino del poeta), dunque lei è imputato di avere in S. Andrea Pelago…ecc. ecc…

Ceccardo si alzò deciso di aggravare la sua posizione penale, e parlando intercalava il dire con frasi come questa: «io poeta e cavaliere… uomo di penna e di spada… che non crede alla umana giustizia nè alla divina…».

Il Presidente lo investì risolutamente: – Se lei non ha altre cose da dire, può sedersi.

Il poeta tentò riprendersi, ma il Presidente fu inflessibile, Ceccardo si sedette sulla panca e mettendosi ora un guanto ora togliendosi l’altro, mormorava: – L’umana giustizia… l’umana giustizia…

Con il grande intuito malizioso che lo aveva salvato più volte dalla perdizione, capì che qualcuno tradiva la causa.

– Non il nobile cancelliere di Apua, Luigi (ascoltai in piedi l’orazione del nobile amico in mia difesa…) ma quel Vico – l’avvocato Vico Fiaschi – è troppo loquace. Io pur lo definii un giorno querulo avvocato carrarese; e poi egli prudentemente taceva ieri, quando valicando il passo dell’Abetone esposi il mio piano… Vico, taci? – io gli chiedevo insidioso, ed egli fingeva commuoversi per il paesaggio che trovava ameno… E be’, andrà come andrà…

Queste cose le mormorava a me, mentre la litania uguale dei testi sfilava davanti al paziente Tribunale.

Quando Vico si alzò, Ceccardo ebbe come un tremito di febbre…

– E perchè non il Grande Cancelliere?… Lorenzo, sono perduto: mi assolvono, mi assolvono!

Io risposi: – Aspettiamo, le speranze non sono ancora perdute del tutto.

Vico parlò; parlò tanto, e il poeta potè ascoltare una buona metà del suo discorso senza dividersi in due; il «querulo avvocato» ridusse il fatto nelle linee aride della realtà uscendo con queste trovate: – … Lasciamo stare l’uso latino delle campane a martello… una campanella suonata in un borgo deserto… che chiamò a raccolta soltanto qualche sfaccendato o qualche curioso.

Il poeta commentava esasperato…

– Ma bravo… e bravo il tuo Vico…

Quando il sogno fu del tutto «sbriciato», il poeta si alzò, fece un largo inchino a qualche disperata ombra che in quel momento gli passava di sull’anima ed uscì solo nel parco.

L’assoluzione dopo la sua assenza fu rapida.

La notizia gliela portai io. Andai verso di lui, come se lo avessero condannato al capestro: – Ceccardo, ti devo dare una brutta notizia.

– Lo so… parla… mi hanno assolto?

– Sì…

La «cravache» roteò nell’aria contro invisibili nemici. Il poeta gridava alto:

– È la mia rovina… è la mia rovina… Io volevo Waterloo e lui m’ha portato a Borodino…

Il parco si adombrava già, il cielo grigio era su noi pesante e tedioso, soltanto un palpito di luce appariva al di sopra del Rondinaio: in Pavullo era già scurito.

– La grande armata apuana è ridotta un branco di cenciosi…

– Gli avvocati han deciso di scendere a Modena.

– Anche tu, Lorenzino, vai a Modena?… Puoi scegliere se ti piace di essere in compagnia del tuo grande Vico, vai pure; però ti prego di avvertire il nobile Luigi che sua sorella (la signora Fiaschi era sorella di Gigi Salvatori) rimarrà vedova… È scritto, è scritto nel gran libro del destino che l’ultimo dei Ceccardi uccida l’ultimo dei Fiaschi!…

(San Ceccardo, protettore di Carrara, si dice per una vecchia leggenda popolare, che fosse stato decapitato da un Fiaschi. Il poeta si vantava, non so con quanto fondamento storico, discendente diretto del Santo. Ceccardo Ceccardi… Siccardi… Siccardu… Dei Fiaschi era rimasto soltanto Vico e dei Ceccardi soltanto il poeta, il quale dalle fatali vicende della battaglia di Pavullo, traeva il fatal comandamento di vendicare il martirio del santo sull’innocenti ossa di Vico!).

Io rimasi col poeta. L’automobile omicidiaria era partita fin dal mattino. Ci gettammo in una di quelle automobili aperte (i testi e tutti gli imputati ci facevano compagnia); un’acquata con urli impetuosi di vento ci accompagnò lungo i cinquanta chilometri che ci separavano da S. Andrea Pelago. Un tendone dell’auto, staccate le corde che lo tenevano legato ad un sediolo, colpito dal vento ci sbatteva sul viso e sulle spalle acqua e fango. Il poeta mi guardava e diceva ogni tanto: – È una grande prova di fedeltà apuana che mi dai, Lorenzino.

Nella casetta della Pieve eravamo attesi tutti. Una formosa ragazza del paese era stata con tutto garbo abbigliata a cameriera, un vezzoso grembiule bianco le era stato appuntato con spilli sul seno palpitante di giovinezza montanina, e sui capelli folti un fiocco viola. Ma il Generale, che era umano, dopo la fuga in quel di Modena dei commensali, sciolse il grembiule della ragazza, snodò il fiocco e la fece sedere tra me e lui.

– Eguale!!

La signora Francesca era assai lieta del buon esito della causa chè il poeta non aveva svelato a nessuno il suo piano…

Il temporale aumentava. Nelle gole dei monti mugliava come un uragano di mare…

«Ei, grande spirto i nembi or cavalca…»

E Ceccardo accennava la maschera del Côrso: il rametto dell’alloro mosso dal vento che entrava da una fessura lo riempiva a volte di ombre… Dalla finestra nei palpiti di vivido azzurro dei lampi appariva il quadrato del Cimitero e il groviglio compatto dei rami dei pioppi che il vento sbatteva nella Cappella mortuaria…

«Quel canto che pare dal cuore dell’alpe come eco di pianto, nel tempo zampilli…» e il poeta guardandomi disse piano un nome.

«Già i primi ranuncoli in vene lor d’oro sui rossi trifogli rampollan….»

La mattina scendemmo insieme per prendere la corriera in Pieve Pelago. Il poeta sembrava rasserenato. Quando passammo davanti al piccolo cimitero, ci scoprimmo. L’erba alta superava le croci, qualche fiore metteva delle tenui note di colore sul fieno inverdito: il poeta ormai lontano da S. Andrea Pelago disse alto un nome e fermandosi si voltò verso il cimitero.

O talamo deserto

di donna cui con vigile tristezza

il silenzio costrinse i desideri

d’esiliati amori entro il profondo

malanconico lume delle ciglia;

oblioso presepe ai carrettieri:

ultimo albergo ai viandanti, io dico

l’umile vostra lode; e che un dì possa

raccogliere la mia fretta raminga

lunge al rumore e al tedio civili,

entro il lavacro dell’alpeste neve,

Vostra candida amica!…

Ma non potè continuare che un velo di pianto gli soffocava la voce… L’ora tarda ci faceva correre lungo il pendìo. Quando ci separammo mi abbracciò forte gridandomi:

– Hic constitit viator.

Ave, Ave, Ave.

Lezioni all’aperto.

Bisogna proprio dire che l’Università degli Apuani è stata la calata del molo di Viareggio.

Quante lezioni di storia vi ha impartito il Generale ai suoi fidi soldati, e quante illustrazioni di poesie: «Un giorno potrete ben dire ch’io fui un immenso faro che illuminò di sua luce le vostre menti.»

– Vedi, Lorenzino, il grande schienale del Sagro? E più sotto la grand’alpe del Carchio? E gli scabri varchi della Tambura, e l’Altissimo, la Pania, il Gabberi; i bei monti dai nomi sonori? Quelle furono un dì le Tirenidi. Perciò non ti colga stupore quando lo Generale a volte nel suo dire afferma: Apuani: vale dire due volte italiani. Perchè quell’arduo bastione di Monti: l’Apua nostra, fu una delle prime catene di monti italici che emersero dalle misteriose profondità del mare e un tempo furono dette le Isole tirenidi onde noi, se lo volessimo, potremmo chiamarci tirenidi.

– Dunque là nelle chiostre della Versilia – io timidamente chiedevo,- ci dovevano essere delle grandi insenature di acque?

– Si vede, Lorenzino, che tu presti poca attenzione, quando lo Generale ti legge le sue poesie e ti fa chiare le sue note. E pur ti ricorderai di quel Rutilio Numaziano, il poeta venturiero di cui io ho tradotto il fortunato viaggio ch’egli fece dalle coste di Francia a Roma grande su fragil legno, per ivi ascoltare dal senatore Simmaco, il superstite vegliardo pagano, il racconto della strage che i cristiani fecero della grande vittoria alata! Ebbene, al suo ritorno, dopo esser disceso laggiù alla Meloria a bastonare alcuni monaci che ivi facevano penitenze oscene, costeggiò le Tirenidi e veleggiò là ove ora vedi gli uliveti di Coria, e i poggi di Capriglia, a pochi metri dall’Altissimo.

La storia sotto l’appassionata fantasia del poeta si rivestiva di poesia. Una volta il Grande Cancelliere Luigi, disse al poeta: – Senti, Ceccardo, anche se la storia tu la inventi è bella lo stesso!

A tali parole il poeta fe’ un lancio in dietro, gettò via la «cravache» e poi gridò:- Avvocato Luigi Salvatori: la storia, non è la piccola menzogna socialista!

Ma il Generale si quietava subito, specialmente se notava che la sua ira improvvisa aveva mortificato qualcuno.

– Ma, mio caro Luigi, eppure tu hai una nobile cultura; come puoi farti sfuggire certe parole di fronte allo Generale?

E pur tu sai quanta fatica gli costa consultare la storia!!…

Un giorno io e il poeta si passeggiava, sempre sulla calata del molo. Immaginatevi che noi, gl’interventisti del manipoletto apuano, ci si era battuti sulle piazze, come diceva il Generale «eroicamente». Ceccardo quella mattina mi spiegava i probabili piani di attacco che noi avremmo lanciato sulla nostra fronte, e ogni momento ritornava una parola: l’Isonzo.

Io domandai improvvisamente al Generale:

– Ma mi dici che cosa è questo Isonzo?…

Ceccardo fulminò su di me un’occhiata carica di saette, ed io mi diedi a fuga precipitosa sicuro di averne commessa una delle belle. Quando fui quasi sulla cima del molo mi voltai e vidi il poeta che mi faceva cenno di avvicinarmi. Tostochè gli fui vicino mi disse: – Vedi… Lorenzino, sei convinto ora che tu sei un ragazzo leggero? Poco fa io ti saettai coi miei occhi e mi irritai discretamente perchè temevo che alcun dei nostri inimici avesse potuto intendere la tua… infantile domanda. Quando le cose non le sai, e perchè non le chiedi, con le debite cautele, al Generale?

Il mio grande Aiutante che ignora che cosa sia l’Isonzo!

Così parlando ci si avvicinò alla cima del molo. Seduti sul muricciuolo di ponente c’erano tre vecchi pensionati, a giudicare dai baffi intorchiati con la ceretta, e dai solini stirati a lucido che gli stecchivano il collo; dovevano essere pensionati militari. Quando il poeta fu quasi davanti a loro, dette un altissimo grido. Quelle tre figure, che parevano pietrificate, si scossero da capo a piedi.

– L’Isonzo è quel fiume che dalle chiostre montane scende giù… – E giù la storia dell’Isonzo fino al mare. Poi accalorandosi: – Fra poco su quel grande fiume italico, il piccolo uomo che si chiama Luigi Cadorna, tenterà di imitarvi i terribili piani del Côrso!!…

Nelle giornate di tempeste marine, quando gli enormi cavalloni si frangevano sulla scogliera di ponente, e con le tumultuose scappellature spazzavano la panchina, il Generale ci portava di corsa sull’ultima «bilancia» che pareva dovesse essere da un momento all’altro sepolta dal ribollire impetuoso del mare e ci declamava le lodi di Shelley misurandole all’impeto delle raffiche del vento di libeccio.

Nelle chiare mattine di bonaccia, quando le piccole onde di turchinetto chiaro palpitavano lievemente intorno al verde limo degli scogli, e laggiù all’orizzonte, come piccoli scafi di cobalto, le isole della Capraia e della Gorgona apparivano schiarite, il Generale a cavalcioni sul muricciuolo di pietra, ripiegava come i ragazzi un giornale in molte parti fino a che non aveva formato il «Galeone apuano»; poi ci metteva dentro per zavorra un piccolo sasso e scendendo giù per la scogliera, lo varava nel mare. Il palpitare breve del mare lo trasportava al largo e il Generale seguiva tutte le fasi del fortunato viaggio; quando la barchetta si impolpava d’acqua e discioglieva le incinte, il poeta urlava: – Il naufragio è imminente. Ecco il grande galeone apuano sta per essere sommerso dal tumulto delle acque. Marinai!!… fermi ai vostri posti! Ammainate le vele maestre!… Le ciurme si schierino alle murate… Eccole, eccole le grandi ciurme apuane… che aspettano fiere la morte. Io vedo il capitano! È là al suo posto sul grande ponte di comando.

Gabbieri… alzate il tricolore della patria!

Marinai in ginocchio!…

(Un piccolo colpo di mare lacerava la barca).

Ecco le ciurme eroiche che si lanciano in mare lottando con le onde: è la fine è la fine! Il galeone apuano è perito.

Il Generale sedeva sulla panchina trafelato.

Un giorno eravamo seduti sopra i sedili di una vecchia «bilancia». Io trassi di tasca un album per disegno. Volevo fermare la grande effigie del Generale. Ma Ceccardo temeva che io forzassi le sue linee, e manifestò chiaramente ch’Egli non gradiva punto il mio tentativo.

– Lorenzo, tu non sei David. – E accalorandosi. – Tu non sei David. –

Il pittore David, per quanto mi narrò poi il Generale, pare che facesse un rapido schizzo di Napoleone, mentre l’imperatore gli passò davanti a piccol trotto.

– Ma tu, Lorenzo, non sei David…

E nel dir così, egli assumeva un marzial aspetto napoleonico.

Tant’è: un giorno io tentai di fermare, con qualche fortuna dicono, l’effigie del poeta, in una xilografia. Lo feci però a memoria. Dal fondo nero si staccava la vasta fronte del poeta e i due occhi pieni di tristezza, il che era frequente nel suo sguardo; poi tirai la prima prova su di una vecchia carta a mano e la consegnai al Generale una mattina sul molo.

Ceccardo guarda.

– Grazie, Lorenzino. È bella! è bella!… Tu hai fatto di me un cavaliere spagnolo.

Oh… Lorenzo Viani il sole è sorto.

Oh… Lorenzo Viani il sole è desto.

Io ti compenserò con un mio sonetto che comincerà presso a poco così: – il sole è desto!…

Quella mattina era con noi il console di Creta, il dottore in filosofia Giorgio Brissimisakis, ed eravamo seduti sulla prima «bilancia». Parlavamo della Grecia, dell’Egitto, del Nilo, di Napoleone.

A un tratto, mentre noi si discuteva, il Generale si alzò a specchiarsi a una piccola spera appesa al muro; noi lì per lì non si diede troppa attenzione a quel che faceva Ceccardo. Dopo che si fu molto specchiato, assunse un fiero cipiglio, alzò la «cravache» la pose in resta, poi disse:

– Lorenzo, dovevi farmi così… eroicamente!

Il “Titano” fuggiva!..

Molti anni sono passati dal giorno in cui da S. Andrea Pelago ricevemmo una lettera dalla signora Francesca, con la quale ci avvertiva che Ceccardo da un mese e più era partito improvvisamente da casa, e da quel giorno non aveva più dato notizia di sè.

Noi cademmo in pensieri di tristezza.

Forse in uno di quei momenti di esasperazione irragionevoli il Generale riavrà caricato il pistolone di suo nonno?…

E la nostra fantasia ce lo faceva vedere, giacente, freddo, in qualche remoto speco delle Alpi apuane.

– Il titano fuggiva… il titano fuggiva… fuggiva, o amici!…

L’editore Formiggini aveva dato incarico a Ceccardo di chiudere entro poche pagine conclusive il profilo di Michelangelo – il titano! –

Il poeta si «tapinava» la testa per condensare in poche pagine la tumultuosa vita del titano.

Le librerie e le biblioteche di Versilia e della Lunigiana furono addirittura «capovolte». – Debbono esserci notizie di Lui! – esclamava esasperatamente Ceccardo. La scorribanda fu in qualche modo utile. Egli rinvenne difatti alcuni «contratti» che erano stati passati «all’archivio»…

– Ma il titano fuggiva, o amici! Egli fuggiva!

E un bel giorno anche il poeta fuggì dal rifugio alpestre di S. Andrea, valicò per viottoli scoscesi la montagna e si disperse in uno dei borghi carraresi!

Gli apuani dei due versanti avvertiti della scomparsa del Generale disposero che tutti i borghi fossero ispezionati dalle «vili milizie».

Il Generale aveva affidato ad uno solo il segreto: – Io debbo fuggire!… tu mi terrai nascosto anche agli amici più fidi… Poco strame e poco pane…

La nostra inquietudine, che cresceva a vista d’occhio, fece sciogliere la lingua all’apuano di razza «ignobile e vile»

– Sentite, Ceccardo è così…e così!… Da circa un mese s’è chiuso in una casa e non vuole veder nessuno; io gli porto da mangiare e da bere e lui non dice altro che: – Il titano fuggiva… il titano fuggiva…

L’apuano ci condusse circospetto davanti alla porta di una casa che il vicinato chiamava «la casa dei poveri»; con una grossa chiave aprimmo l’uscio sgangherato. Lo sbatacchiamento dell’uscio produsse un rumore che si diffuse sordo in tutte le stanze della casa vuota: del vuoto aveva anche il tanfo. I muri verdastri, dall’umido, si scortecciavano qua e là sbriciolandosi come ossa fracide e delle ragnatele enormi pendevano dai travicelli tarmolati; impigliate in quelle tele vi erano blatte e mosconi ed altri insetti schifosi.

La casa era senza impiantito e si camminava sulla nuda terra annerita dal sudicio e dall’umido. La stanza che albergava Ceccardo era chiusa da un paravento di legno. Quand’egli dal suo nascondiglio udì quel frastuono gridò:

– Chi è… chi è… che turba i miei sogni?

– Siamo noi: gli apuani! In nome di «Apua ferox» apri!

Dall’interno udimmo un frastuono indemoniato come di tavoloni che precipitavano sulla terra: il poeta si era barricato dentro! Finalmente aprì la porta. La stanza appariva vuota, alle pareti erano appesi dei pantaloni e delle giubbe nauseanti di unto e di sporco, alcune camicie ammucchiate in un canto verdi di muffa, nere sul collo e ai polsi. Il letto era coperto da una coperta di pezzami di stoffa di ogni colore, e ogni colore s’era spento nel sudicio. Da uno strappo del saccone uscivano «sfogli» di granturco tritato. Il guanciale giallastro portava nel mezzo l’impronta della testa: una macchia nerastra e untuosa, con su appiccicati dei capelli. Su i caviglioli di una sedia spagliata c’erano aggrumati scolaticci di candela. Quando il poeta spalancò l’uscio, l’aria piena fece fuggir da ogni parte un mucchio di blatte e di topi che rosicchiavano in un canto un paio di calzoni nauseabondi.

Il poeta abitava lì da un mese.

Il suo viso era come spaurito.

Qualcuno di noi gli consegno una lettera; egli l’apri e la lesse:

«Urge tua presenza in Viareggio; ti parliamo la parola del dovere».

«Quei di Apua».

Poi ci guardò, astuto e stette silenzioso.

Si tirò su i pantaloni, dette uno strappone al cintolino, l’aumentò di almeno dieci fori, poi si legò con tal violenza la cravatta che pareva dovesse impiccarsi, si ravviò i capelli con gli artigli; in ultimo staccò dal muro la «cravache».

– Eccomi, amici di Apua, portatemi pure al macello!

L’astuta insidia tesa dal poeta

al suo nobile amico Orazio Raimondo.

– Ceccardo!… Oggi, io, te, Ungaretti, Vico Fiaschi, Ciarlantini, D’Aste e Sottini siamo invitati a Torre del Lago dal signor Paolo; ci sarà Orazio Raimondo, Cesare Riccioni, insomma un mucchio d’amici… Poi ci sarà un pranzo esemplare.

– Non ci vengo… grazie… divertitevi!… Andate pur voi con il querulo avvocato ligure… Benchè sarebbe suadente una gita lungh’esso il lago per ascoltare il fruscìo delle arzagole e veder le negre folaghe levarsi a volo di sull’acque chiare… e le gallinelle e il beccaccino e il largo volo dei corvi sopra i canneti gialli ricurvi sotto il rosso cupo degli ontani…

– E allora andiamo; del resto ti avverto che in maggioranza siamo apuani, quindi!…

– La mia dignità m’impone di non accettare l’invito… cosa vuoi, Lorenzino, il mio nobile amico Orazio… oggi parlerà… parlerà… parlerà… e tutti ascolterete lui ed io passerò in sott’ordine; io, il poeta di Apua… io, il Generale!… Verrei al patto che tu e il console d’Egitto, mi teneste mano ad una astuta insidia di storia ch’io tenderò a Raimondo.

Voi, a guisa di due velocissime cacciatorpediniere spingerete l’incrociatore corazzato «Orazio Raimondo», sotto le grandi torri trinate della superdreaghnout «La senza Paura» ceccardiana; tosto ch’egli scopra il fianco, con una bordata di trecentocinque lo ridurrò al silenzio.

Dunque, tu, abilmente, porterai la discussione sull’epopea napoleonica; Ungaretti chiederà il giudizio di Orazio Raimondo, e poi io «vivamente» sollecitato da tutti voi, miei prodi soldati, quando capisca che sia giunto il momento, aprirò il fuoco.

Accetti Lorenzino?… E ritieni che Ungaretti sarà disposto a marciare?… Del resto io con la mia autorità di generale potrei comandarvi senz’altro!…

Ma tu Lorenzino non ne fare una delle tue… e sopra tutto stai regolato nel bere… che di consueto le discussioni avvengono dopo il pranzo…

Del resto vigilerò e ti terrò in sott’ordine!

All’ora fissata eravamo tutti puntualmente a tavola: un pranzo spettacoloso!

Vino di quello che fa risuscitare i morti! Apuanamente si mangiò in silenzio; le bevute avvenivano clandestinamente, o mescolate da discussioni sull’amenità del paesaggio o il foscheggiar cupo della Selva Feronia.

Gedeone non rivinceva a portar su dalla «biblioteca» del signor Paolo i volumi annosi… dello Strinato, del Grignolino, del Barbera…

Quando il paziente Gedeone ebbe sparecchiato, gli apuani cominciarono a bere dei caffè agghiacciati, al rhum. Ma a qualcuno «saziati gli stimoli» era a poco a poco cresciuto nella giocondità del vino l’allegro parlare dell’amicizia, e ci fu chi manifestò il desiderio del grande ponce classico; al bicchiere: rhum scaldato, bicchiere immerso nell’acqua calda, scorze di limone, quello insomma che leva l’unto di bocca, o più comunemente detto «un vuota cervelli». Poi venne l’ora delle «streghe».

Intanto Raimondo parlava, da par suo, con i più savi amici della compagnia, i quali si beavano della sua limpida e arguta parola.

Gli altri, pareva domandassero dei saggi consigli all’ogni presente Gedeone: una parola in un orecchio e subito si vedeva portare un bicchierino che l’apuano sorbiva come un medicinale miracoloso. Chi si raccolse nelle profonde poltrone di vimini e chi si distese nelle sedie a sdraio, e chi guardò il Lago e chi la selva Feronia.

A un tratto si sentì come un leggero accordo di violoncello: Ungaretti, il console d’Egitto, russava! Il signor Paolo sgranava l’occhio inviperito. Allora toccai la punte del naso all’alto dignitario apuano… il quale si scosse come dal mondo di là… e disse forte:

– Non dormo… Penso!

E gli apuani pensavano tutti…

Il Generale solo era desto, in vigile attesa…

– Lorenzino, vanisci…

Passava dalla mia testa Waterloo, Wagram, Jena… I corvi del Lago mi sembravano aquile…

Ma io non aprii bocca.

Ricordo, poi, che fui scosso dal sonno profondo da un urlo di Ceccardo.

– A cavallo, – gridò l’imperatore! – e Desaix fu al suo fianco… ai primi colpi della riscossa… quel Desaix che il 15 Giugno del 1800, nel pian di Alessandria, accorse con diecimila uomini al rombo del cannone fra le tre e le quattro del pomeriggio, presso S. Giuliano il Vecchio.

Il secondo che si riscosse dal sonno fu Ungaretti, il quale gridò:

– Dio fottuto!… è cominciata la battaglia!…

Raimondo nel parlare aveva nominato il Côrso.

La cattura del Principe di Bülow.

(gennaio, 1915).

Non saprei precisare il giorno, ma era un giorno di vento e piova, quando alla stazione di Viareggio discese Antonio Salandra.

A Roma in quei giorni si tumultuava.

Il poeta che allora abitava a Viareggio, passava buona parte delle sue giornate sotto la stazione ferroviaria perchè una delle cose che più lo esaltava nella vita erano le enormi macchine sobbalzanti sotto i freni.

Io credo che il lungo esilio di S. Andrea Pelago l’avesse legato a questo ordigno dinamico: andare, volare, precipitarsi…

Il poeta, avvistato Antonio Salandra, lo pedinò finchè non seppe ove egli era diretto. Precisato che il Presidente del Consiglio si dirigeva al Grand Hotel Royal, nel remoto viale Carducci, corse sbuffando al mio studio, quello della Camera del Lavoro: mi chiamò, mi portò seco lungo i vicoli deserti del Fosso, poi mi disse: – Lorenzino, a Viareggio, all’Hotel Royal è disceso Antonio Salandra ed io ho la intuizione apuana che ivi si trovi il Principe di Bülow. Noi lo cattureremo. Raduna stasera un buon nerbo di milizie apuane. Il Generale in persona guiderà l’assalto. Si congiura la rovina d’Italia; noi puniremo lo reo… In sott’ordine puoi parlare…

Io consigliai timidamente: – Senti, prima sarebbe prudente informarci; alla stazione noi abbiamo dei fidi apuani, se oggi o stanotte è giunto qualche persona dall’apparenza straniera, non è difficile saperlo, dato che in questi giorni sono rari i viaggiatori in arrivo: ti dico questo perchè si tratta di portare della gente al macello.

Il poeta rispose: – Bülow è giunto per mare all’altezza di Viareggio su di una torpediniera, poi con una lancia della R. Marina è sbarcato sulla spiaggia davanti all’Hotel Royal; ogni tua indagine quindi sarebbe negativa. Siccome però il tuo non è un consiglio di vigliaccheria, bensì di vigile prudenza, escogiterò io il mezzo «apuano» per assicurarmi se Bülow è realmente a Viareggio.

Trovammo alcuni fidi uomini, ai quali esponemmo il piano dell’attacco notturno, che fu approvato senza eccezione.

In ordine sparso ci unimmo dopo cena al bar «Principe», bar di eleganti sfaccendati che sapevano un po’ di pece tedesca. Per due buone ore a me fu inflitto di disegnare su ampio cartone pergamenato, due grandi aquile imperiali a guisa di stemma, che poi chiudemmo in una gran busta gialla.

Confezionammo il plico, e solo a lavoro compiuto si ordinò qualche caffè corretto. Inutile dire che si rumoreggiava e si disturbava i soliti frequentatori, tantochè il padrone, il pacifico Giannessi, ci avvertì di parlare sottovoce; il poeta rispose per tutti: – Pensi che il suo locale è di vetro!

Uno della comitiva si truccò da chaffeur di Casa Imperiale: grande pelliccia di orso, berretto di pelle incerata, e si presentò all’ufficio postale per spedire il plico, espresso urgente: – Al Principe Von Bülow – Hotel Royal – Spedisce: G. C. Console d’Oriente.

Mentre l’amico era corso all’ufficio postale per la spedizione, il manipoletto apuano lungo la spiaggia si portò all’altezza dell’Hotel Royal. La marcia fu accompagnata da un uragano marino. Gli apuani si dislocarono agl’ingressi dell’Hotel, protetti da un lato dalla pineta e dall’altro dalle palafitte dei bagni. Il Generale spiava l’ingresso principale, dove, secondo il piano d’attacco, il fattorino degli espressi urgenti doveva entrare per consegnare il plico.

– Attendere quieti e tosto che il fattorino uscirà lo catturerete per accertarsi se l’espresso è stato recapitato; poi ad un mio cenno assalirete da tutti i lati l’Hotel e prenderete prigione il principe straniero.

Mentre la pioggia e il vento annegavano «l’eroico manipoletto», il capo ufficio della Posta telefonava alla Questura che gli era stato consegnato un espresso urgente diretto al Principe di Bülow. Il Commissario corse trafelato alla posta, prese visione del plico… e telefonò ai carabinieri, al comando della Marina, alle guardie di Finanza, radunò insomma tutta la forza disponibile del paese e, subdorando una apuanata, la lanciò a tutta corsa verso l’Hotel Royal. Mentre noi si attendeva il fattorino, da ogni lato si sentirono passi concitati, corse folli; in un momento l’Hotel Royal fu piantonato… Protetti dall’ombra dei pini in ordine sparso gli apuani si dispersero.

Salandra salì rapidamente su di una velocissima automobile, che, scortata fino alla via Provinciale da uomini armati, filò dritta verso la Spezia. Il poeta osservandola disse: – Dentro c’è anche Bülow: l’inimico.

Più tardi il Poeta commentava alcuni suoi versi (aggiunti dopo questa «azione» alla sua ode per un brindisi di Guglielmo Imperatore), con questa nota:

«Già del resto tra il 6 e il 7 di Gennaio di quest’anno, allorchè corse voce che Von Bülow, già Cancellier di Guglielmo II, fosse in Viareggio a tramar qualche sua mala opra a danno d’Italia con un Ministro di Re Vittorio Emanuele III: (ah se Vittorio Emanuele III vuol ritornare un «vicarius imperii», peggio per lui, ma il popol italiano, ah no, per Dio!, non vuole rimutar l’Italia sua, l’Italia di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi e anche un po’ di Camillo Cavour in una marca tedesca) a quel successor di Rainaldo fu indirizzato (e ne parlarono i fogli) un dispaccio di ammonimento con un’espressa sentenza del diritto antico romano, con cui si negava ogni diritto di prescrizione ai delitti degli stranieri.

«E quel dispaccio diceva con qualche abbreviatura e qualche voluta zeppa di grammatica medioevale appunto così: «Albertus civis et consul mediolanensis domno Rainaldo archicancellario domni Frederici barba rubei regis, imperatoris Italie: In peregrinum ins sempiternum.»

La commemorazione dei primi italiani

morti in Serbia.

(Settembre 1915).

La commemorazione dei primi italiani morti in Serbia ebbe luogo nel vasto Politeama di Viareggio. Un’enorme folla di operai si assiepava nelle galleria, guidati da Ovidio Canova, allora segretario della Camera del Lavoro, amico del poeta, morto poi sul Carso nel compimento del suo dovere, benchè fervamente anarchico e contrario alla guerra.

Sul palcoscenico Ceccardo alto e solenne. In quel giorno si addicevano a lui i versi che l’apuano Carducci scrisse per Danton: pallido enorme. Torquato Pocai e il Sergente dei fucilieri con Giuseppe Ungaretti circondavano il poeta. Ceccardo parlò con l’usata irruenza, sfrenò il cavallo di tutte le leggende eroiche e con un largo volo di falco si posò sul pian di Kossovo.

Cominciò a lanciare nel cielo della leggenda i morti primi della prima guerra del liberato mondo, ricollegandoli in un ideale abbraccio a quelli sepolti nei fossati di Mantova. Fino a qui niente di male; eravamo ai morti primi, e l’assassinio di un paese faceva fremere il nostro popolo non ancora erudito da cinque anni di sapienza neutralista. Poi cominciaron le dolenti note. Il poeta voleva contrapporre al sapiente alchimista di brogli elettorali, l’ombra di Francesco Crispi. Fu l’uragano. Ceccardo si puntò su quel nome come su di una scogliera. La marea tumultuante si frangeva con tutte le contumelie contro di lui, e lui ripeteva alto e forte: – Francesco Crispi. – A quella parola un uragano di urli si scatenava, il teatro scricchiolava come una barca presa dalla maretta; ma il poeta gridava alto: – Francesco Crispi! Francesco Crispi! –

L’avvocato Luigi Salvatori, benchè non assentisse alle idee di Ceccardo, pur tuttavia tentò più volte di ristabilir la calma; ma la marea urlava sempre e il poeta ripeteva: – Francesco Crispi, Francesco Crispi! Nel loggione tumultuante egli intravvide Ovidio Canova; allora si rivolse a lui. Il pubblico, vedendo che Ceccardo parlava direttamente col Segretario Camerale, si tacque e Ceccardo potè dire con tono alto e severo: – Se la mercè di Ovidio Canova mi consentirà di continuare il mio discorso io ne sarò ben lieto, ma se il tumulto continua io, il poeta viandante, raccolti i miei scritti tornerò alla strada con i miei grandi sogni immortali.

Un subisso di applausi che partivano dal cuore salutò il commosso grido del poeta, e il discorso potè andare alla fine.

La battaglia dal Politeama passò al caffè «Margherita», dove avvenne un massacro. Una tavolinata di amici faceva corona al poeta; quasi tutti gli apuani insigniti di ordini erano là. Un’atmosfera repubblicana suscitata dalla rovente parola del poeta aveva pervaso tutti. L’elegante caffè era pieno zeppo di gente: era il XX Settembre. L’orchestra intonò la marcia reale; tutti si alzarono in piedi, esclusi quelli del tavolo apuano. Ad un tavolo vicino sedevano alcuni ufficiali, a uno dei quali venne la malaugurata idea, credendo gli apuani degli studenti, di alzarsi e di tirare un pugno sulla spalle di Ungaretti. Gli apuani scattarono in piedi: sedie, bastoni, sifoni di acqua di seltz, bottiglie, tutto volò sull’altro tavolo. Poi Torquato Pocai lanciò anche il tavolo. Il caffè si rivoltò contro di noi. Allora si udì la voce del poeta dominare il tumulto: – Apuani a me! – e giù una fitta bastonatura con rotture di grugni. Quando irruppe la polizia tutti i tavoli erano rovesciati e le stoviglie frantumate.

Gli apuani furon portati tutti in questura; là continuò la scena. Fuori il popolo gridava: – Liberate gli apuani! – Gli apuani dentro rivendicavano ognuno la propria parte di gloria. Ungaretti declamava alto al Commissario un sonetto del poeta gridando: – Sentite qual’è il poeta che si vuole imprigionare! – Gli apuani applaudivano Ungaretti; il Commissario non sapendo a che santo votarsi si rivolse a Ceccardo dicendogli: – Senta, poeta, lei che è un uomo equilibrato, veda di ridurre alla calma i suoi amici. –

Ceccardo lo investì: – Ella sappia che il poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi non fu mai un uomo equilibrato; egli è un’anima eroica… eroica vi dico! –

Il Commissario credè prudente di rilasciarci in libertà.

Gli apuani, fuori, furono accolti da una moltitudine di amici, con i quali in rumoroso corteo andaron a far testa alla fiaschetteria di «Neri» lo Sbrana.

Tutti i tavoli furono occupati e la moltitudine delle «oscure milizie» si arrampicò sulle panche e sui tavoli. Tosto che furono pieni i bicchieri di quello di buona pasta, il Generale si alzò e tutti si tacquero:

– Ho l’onore di annunziare ai grandi marescialli di Apua e a tutti i consoli assenti e presenti, che su proposta mia il Grande Stato Maggiore apuano ha stasera creato «l’ordine dei Cavalieri della Gloria» per il grande valore dimostrato nell’attacco al caffè Margherita. Ne è per primo fregiato l’apuano Torquato Pocai – un piccolo colpo di «cravache» sulla testa dell’iniziato, il quale era chiuso nella catena formata dalle braccia degli apuani, e il rito fu compito. – Ed ora – soggiunse il Generale – il grande console d’Oriente Giuseppe Ungaretti commemorerà il poeta Charles Peguy caduto sui campi di Francia. Apuani! Scopritevi…

Dopo la vibrante orazione di Ungaretti, (non ancora giunto alla notorietà di oggi, ma dagli apuani fin da allora indicato come uomo che avrebbe tenuto in alto i colori di Apua) il poeta che aveva ascoltato in piedi le alte parole del Console si fe’ triste: – Apuani, miei fidi soldati, e se il vostro generale e imperatore venisse a morte, chi chiamereste a sostituirlo?

Le milizie con altissimo grido: – Nessuno, nessuno!! – L’Aiutante, dopo il duplice grido soggiunse: – Quel giorno l’Apua alzerà il gagliardetto repubblicano perchè nessuno di noi, tuoi fidi soldati, può eguagliarti!…

Il Generale allora mi trasse in disparte e mi disse sottovoce:

– Lorenzo, quelle che hai detto sono nobili e generose parole, ma ti avverto che soffrendo di cuore, quando vuoi darmi queste grandi consolazioni, lo devi fare nel breve ambito dei consigli dell’Ordine Equestre. La mia dignità di generale m’impone di fronte alle oscure milizie un marzial atteggiamento… Sudo freddo, Lorenzino!

L’indomani sera, in ordine sparso tutti gli apuani ritornarono al caffè «Margherita» per la contro-offensiva. Appena il maestro di musica alzò la bacchetta, da ogni parte irruppero guardie, carabinieri e la vittima: il commissario di pubblica sicurezza. Ceccardo si alzò e gridò a gran voce: – Io chieggo l’inno di Mameli. – Il maestro spaurito rispose: – Non è nel programma signor poeta. – Allora le impongo di suonare l’inno di Mameli. – Il Commissario timidamente esclamò: – Queste intimazioni poi… – ma il padrone, intravedendo un’altra bufera, fece intuonare l’inno. Ceccardo si alzò e rivolto al commissario con aria fatale gli disse: – Ella sappia che i costruttori dell’Unità Italiana sono morti al sospir di Mameli, non al suono del piccoletto inno che intuonato ieri sera. Ella sappia che il poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi non ha mai pulito i mobili… Sa… ergo… lei m’intende? In una tal villa, in un parco qui vicino, a S. Rossore le dico, c’è un signore che pulisce i mobili… si diverte… Le Roi s’amuse – e giù scrosci di risa di tutti gli apuani. Il Commissario, irritato, invitò Ceccardo a seguirlo in questura. Il poeta si drizzò in piedi: – Lei oserebbe dichiarami in arresto? – Si pose con la «cravache» in resta… – Stasera tutto il manipoletto cadrà in difesa del generale! –

L’incontro di Ceccardo con Gabriele D’Annunzio.

La memoria del fraterno Poeta è per me congiunta allo splendore del nostro Maggio di Quarto.

La Sua fierezza fu pari alla Sua fortuna.

La Sua malinconia e la Sua solitudine mi parvero eroiche. Ponetelo non lontano dal Sepolcro di Mazzini, perchè riposi in quell’ideale che egli respirò fino all’estremo anelito.

GABRIELE D’ANNUNZIO.

L’incontro avvenne nell’imperiale sala di Palazzo S. Giorgio in Genova. Ceccardo era stato ufficiato dalla Magistratura del Porto di portare il saluto a Gabriele D’Annunzio in nome di Genova. Ceccardo non voleva «marciare»: a noi affluivano telegrammi da ogni parte perchè si consigliasse il poeta di aderire all’invito; gli apuani di ogni colore lo sollecitavano: Ceccardo devi marciare!

– Mi volete mandare al macello – digrignava il poeta.

– Tutta Genova ti aspetta!

– Ebbene sia convocato d’urgenza il manipolo viareggino all’osteria dei «Buoni amici» secondo le usanze di «Apua»: il più giovane degli iniziati avrà la parola perchè non rimanga influenzato dagli «anziani».

All’ora combinata, tutti gli apuani erano presenti e tutti dissero: – Devi marciare.

– Ebbene, obbedisco, ma avverto i miei fidi che mandano il Generale al macello!… Carta, penna, inchiostro: andrà come andrà!…

L’indomani mattina l’Aiutante e il Difensore delle colline Cerbaie, di buon’ora attendevano il Generale, il quale dalla sera innanzi scriveva, scriveva, scriveva.

Ci gettammo in diretto, e prima di mezzogiorno eravamo a Genova.

– Hotel Confidenza – comandò il poeta.

All’Hotel il poeta scrisse per tutta la giornata. Passeggiava per la camera concitato, inquadrando il discorso: «Augusto… santo è il luogo per secolar nobiltà – questo di azzurra pietra ligure e di rosso matton romano, istoriato palagium… è qui, ospite sommo… Voi Poeta… il giocondo fiore dei nostri inni… ma più fortunato di Pindaro… di Pindaro…».

E a questo nome Ceccardo si tamburellava la fronte che grondava sudore.

– Ho detto più fortunato, Lorenzino, più fortunato…

Poi soffermandosi, pensoso, esclamò: – Lo Generale ha fatto un’apuanata; io temo che nel Palazzo di S. Giorgio non vi sia traccia d’azzurra pietra ligure. L’Aiutante corra ad accertarsene.

L’Aiutante si precipitò per le vie tumultuanti di Genova e di corsa raggiunse il porto e il Palazzo S. Giorgio. Pochi minuti dopo da un bar telefonò al Poeta: «I portali e tutte le fasce delle bifore di Palazzo S. Giorgio sono di pietra ligure».

Quando l’aiutante ritornò all’Albergo Confidenza» il discorso era terminato.

Tutta l’Italia era convenuta nel Palazzo San Giorgio: col poeta traversammo il cortile tra un doppio cordone di carabinieri col moschetto alla mano.

– Non sono quelli di Pastrengo – ruggiva ad alta voce il Poeta – non sono quelli di Pastrengo!

Una moltitudine di amici attendeva Ceccardo, ma la sua commozione era tale che il poeta non poteva reggersi in piedi.

– Apuani, state vicini al Generale, andrà come andrà; mi avete portato al macello.

Quando egli salì al tavolo la sala sembrò dovesse crollare dagli applausi. Di contro a lui stava Gabriele D’Annunzio che osservava stupìto Ceccardo.

Il poeta apuano era solenne quella sera: la vasta fronte sembrò si rischiarasse come colpita da un improvviso raggio di sole; egli ebbe certo in quel momento l’illusione della sua vittoria… Quella sera Ceccardo fu grande. Al suo alto e nobile saluto, Gabriele D’Annunzio rispose:

«Questo sdegnoso poeta che qui m’accoglie e mi loda, questo fiero e solitario Apuano, non scorse già dalla sua Torre di Mulazzo l’esule di parte bianca ritornare per fato?

Egli viaggia. Contano le pietre

anco i suoi passi; e al pellegrin le porte

anco dischiude col suo nome in bocca

l’ospite gente…

Che qui, in questa sede delle Compere e dei Banchi, in questo archivio di cartolari e di registri, tra imposte, proventi, sconti, scuse, paghe mature, il novo Console m’abbia onorato accogliendomi con l’eleganza di un nobilissimo umanista discreto e squisito come quel vostro Andriolo della Maona di Scio, è già mirabile cosa. Ma che qui a colmarmi d’onore sia deputato un poeta mero e della specie più pura, è singolarissimo evento.

Questo mio fratello «diletto fratel mio di pene avvolto» in miserrimi tempi, levandosi di sopra ai trafficatori di ciance, si domandò in un’ode profetica. «Quando tornerà Garibaldi?»

Egli è tornato sopravveniente…».

Fino a notte alta indugiammo col poeta per le vie di Genova, silenziose.

– Vedi, Lorenzino, – mi disse – io oggi trionfo, ma quindici anni fa ho dormito sotto gli alberi dell’Acquasola e sotto quel portico – ed accennò un ampio portale arabescato di foglie di quercia e di allora – e rompendo il silenzio della notte profonda, gridò: – La mia vendetta, la mia vendetta!

Ceccardo e il sogno.

Quella notte era serena, il mare palpitava con lucide onde sulla spiaggia bruna, nel cielo rami densi di stelle. Per le strade soltanto i nottivaghi apuani ai quali quella sera s’era aggiunto Arnaldo Dello Sbarba. Il poeta guardava il «Carro» che col vomere d’argento s’apprestava a solcare l’antichissimo pian del firmamento…

– Sera di avventure eroiche… – gridò – Amici, stanotte approderemo alle isole Elisee; una barca sia immediatamente catturata, il Generale lo comanda!…

Era con noi un forte apuano, il meccanico Luigi Giorgetti; insieme andammo nella darsena nuova, levammo volta a una velocissima «Svamb», la «Così com’è».

Ci rifornimmo di benzina, poi ci s’imbarcò tutti, compreso l’onorevole Dello Sbarba, il quale non conosceva ancora le apuanate. Il poeta comandò: – Per direzione, il riflesso della luna: – La barca fu lanciata a tutta velocità: nella corsa vertiginosa affondava tanto il tagliamare che ai lati, come un enorme vomere, alzava due solchi di acqua. La frenesia della corsa faceva impazzire gli apuani. I violenti colpi del motore impedivano di ascoltare i consigli di prudenza, il motore era arroventato: da un momento all’altro la «Così Com’è» poteva inabissarsi o saltare per aria. Una piccola tragedia a bordo salvò l’imbarcazione. Il poeta aveva prestato all’Aiutante il suo pastrano e l’Aiutante era al timone. Nelle tasche del pastrano il poeta aveva portato da S. Andrea Pelago una francescana colazione; due uova sode ed un boccone di pane.

Sentendo questa roba, l’Aiutante sgusciò le uova e le cominciò a mangiare; senonchè il poeta nella scia rilucente che lasciava dietro di sè la «Così Com’è» vide galleggiare i gusci. Si gettò allora con la «cravache» in resta su di lui e giù colpi sulla schiena e sul capo. Gli altri, inconsapevoli di quell’improvviso attacco, fecero fermare il motore. Mentre la barca ondeggiava come un guscio di noce, trattennero il Generale e lo trasportarono a prua, mentre a poppa l’Aiutante si rassettava per i colpi ricevuti.

– Lo grande Aiutante si è reso reo di aver tentato di tagliare insidiosamente i rifornimenti allo Generale mentre questi guidava il manipolo ad un’impresa eroica. – L’Aiutante osò balbettare qualche scusa ma non potè finire; il poeta lo investì: – Aiutante, siete un mascalzone, bugiardo e stupido, vi prenderò a calci e sputi appena v’incontri in terra ferma.

Dopo la bufera, cambiata direzione, si fece prua per il Forte dei Marmi: – Lo Aiutante sia immediatamente sostituito; il più giovane maresciallo guiderà il «galeone» a quest’altra impresa…

Quella notte, in una piccola villa fra la pineta ed il mare, brillavano delle luci insolite; era ivi giacente la salma dell’ammiraglio Morin. Ceccardo mandò un tonante saluto alla voce all’Ammiraglio di Italia; poi, quasi a motore spento, il «galeone» approdò alla palafitta del ponte. Gli apuani, taciturni, si allontanarono diretti al primo lume di un’osteria che si era acceso come una lucciola nel sereno della notte.

Una volta Vico Fiaschi incontrò il poeta in un piccolo albergo di Via del Tritone a Roma.

– Mentre salivo le scale – ci raccontava l’amico più tardi – m’apparve come l’ombra di Ceccardo, un essere sbiancato e dimagrito, che aveva tutta la sagoma del Generale di Apua. Mi fermai di soprassalto e, o meraviglia!…, era proprio lui: Ceccardone…

– Lo Generale uscì ieri dall’ospedale di San Spirito. Qui in Roma grande e immortale, fu colto da acerbo malore che poco mancò non lo riducesse in polvere ed ombra. Da Milano mi ridussi in Roma chiuso… o Vico!… chiuso per ventiquattr’ore nel gabinetto di un vagone. «L’uomo delle tessere» che ivi per compiacenza chiuso mi aveva, per alcune ore fu impossibilitato, per ragion di servizio, di venirmi a liberare. Assetato io bevvi acqua impura talchè giunto ch’io fui in Roma fui accompagnato con una lettiga all’ospedale di San Spirito ed ivi sarei ridotto a morte, se il mio nobile amico Antonio Beltramelli, al quale scrissi di sulla soglia del nulla, non mi avesse subito prodigato cure fraterne; ed ora… eccomi qua.

Il Generale teneva sulle mani sbiancate due lire d’argento, le uniche che possedesse. Un medico, impietosito del caso, nel congedarlo dall’ospedale gli aveva lasciato cadere inosservato quella poca moneta nelle tasche.

Vico pensava di portar seco il Generale per ristorarlo in qualche trattoria con un buon desinare e sapendo che Ceccardo era più pratico di lui di Roma gli disse: – Ebbene, dove andiamo a ristorarci? – Alla tomba di Shelley – rispose con un fil di voce il poeta.

Il sole spaccava le cantonate e i marciapiedi erano arroventati come il lastrico dell’inferno; ma il Generale aveva comandato!

Strada facendo si accompagnò a loro un apuano delle «vili milizie». Dopo molto cammino, giunsero trafelati alla piramide di Caio Cestio e al piccolo cimitero dei protestanti. Quando fu davanti alla tomba di Shelley, Ceccardo disse ai due: – Scopritevi! – Poi, quasi che solo con il divino poeta volesse parlare, cominciò: – Oh tu che scrivesti il tuo nome sulle mobili onde del mare, o tu benedetto per l’improvvisa fortuna… le isole Elisee… le isole Elisee… oh benedette spiaggie… benedette spiaggie…

Il sole spaccava le pietre, talchè l’uomo delle «vili milizie», seccato, disse al poeta:

– A te, dio moster, ma mo’ andians’u a ber mez liter!

– Sciagurato!… sciagurato! – urlò Ceccardo – mi hai guastato il sogno!…

Un giorno Luigi Salvatori e Vico Fiaschi incontrarono in Genova Ceccardo alquanto preoccupato. Lo invitarono a pranzo e fecero un pranzo apuano. Quando si furono rimessi «in tirelle», con parecchie bevute di quello delle Cinque terre, Ceccardo si abbandonò a delle esclamazioni malinconiche.

– Ci arriverò alla gloria??? Ci arriverò, o amici, alla gloria?

I due rispondevano in coro: – Ma sì, ma sì che ci arrivi…

– Ci arriverò se Tanatos non mi afferra.

Vico, in vena di scherzare, disse al poeta: – Ma chi è Tanatos? È tua moglie?

– Sciagurato! – rispose Ceccardo, è la sorella Morte!

Tanatos «la sorella morte» è immanente in tutta la vita del poeta. Nella sua poesia appare, ma spiritualizzata e rasserenata. Cacciatosi nella disperata giovinezza sulle vie del mondo, sospinto dall’ansia di conquistare un esile rametto d’alloro, gli crebbe vicina insidiosamente. Nella maschia virilità il poeta chiese a questa sua ideal sorella, sospiri di gloria, palpiti d’eroismo, avvinghiamenti estremi. Ma più tardi, quando sul suo viso l’alito diaccio ventò troppo vicino, allora cominciò a dolersene disperatamente e sentì come una fatalità agghiacciante che gli pesò sulle spalle peggio che una dannazione. E lui, povero ragazzo, la vedeva sempre lì davanti ai suoi occhi, implacabile come il destino.

– Tanatos, il tuo sereno viso! – Mi volterò dall’altra parte e pace! – Viandante è il tuo destino! – È passata due volte stamani! – Andrà come andrà! – Mi vendicherete? – Fra il continuo mentire delle prove!…

Solo chi lo ha profondamente conosciuto, sa quale perturbamento portasse nell’animo del poeta il pensiero della fine imminente.

Perchè lui la vedeva lì!… Ora….ora…

Un frenetico martellamento delle dita sulla fronte… un sudore freddo…

– È passata – Centoventi pulsazioni… Lo Generale è finito…

E beveva…

Beveva per riscaldare gli artigli di lei che gli agghiacciavano il sangue. (E l’ombra cresceva smisuratamente). Allora egli la circondava di ventate eroiche, di rosse ali, l’affiancava al poderoso cavallo bianco: il fatale, e si lanciavano insieme verso la gloria, o verso Dio!

E così andava come il suo «carrettiere»

già deterso il cor della natìa

melanconia,

e il pensier da rimpianti – in compagnia

dei poeti, dei re, dei mendicanti…

Viandante, è il tuo destino!

Per valli silenziose, su per alpi, lungo le chiare vie maestre della Versilia e della Liguria, nel cuore delle città tumultuanti di folle… E inseguiva le ombre sue care, saltando di epoca in epoca, di eroismo in eroismo…

Se s’imbatteva in qualche suo amico, … traeva di tasca l’orologio con gesto quasi convulso: «il sogno!… il sogno!…». Il Côrso, ora, saliva a bordo dell’infido Bellerofonte!… «O visioni di crepuscolo di Autunno quando le nubi della scialba immensità dell’aria s’ingolfano al vento in quelle chiostre desolate! Il vento le caccia, le parte, le riaddensa, sbattendole in onda, contro i liti petrosi, ove si infrangono in un vapor grave; tra quel riflesso umido umor penetra il vento, ed in turbine molinando le scioglie in caligin piovorna nell’aria già opaca: quivi poi caligine e pioggia riaduna in nuvoli che contro l’alpe ricaccia. Così, finchè anche l’ultimo lume manca e la tenebra inghiotte la riviera tragica; quindi il vento mugghiando, e l’ombra di Dante soli riempiono la solitudine… Ma ovunque ei vede l’ombre sue predilette… I miei grandi fratelli… Giacono e Ugo…»

Vi capitava di lontano, ansante, trafelato e voi gli chiedevate:

– Per cosa sei sceso, Ceccardo?

Egli rispondeva, melanconico:

– Per il Sogno… Per il Sogno… amici, per il… Sogno!

Le apuanate “in minore”.

In Genova, sotto i portici di Via XX Settembre, il fotografo Sciutto, celebre per ridurre a buon fine tutte le teste famose (ci è riuscito perfino con quella irta e scabra di Ceccardo!) esponeva un giorno quella di Sem Benelli. L’effigie dell’autore della «Cena delle Beffe» era chiusa fra le ampie risvolte di una camicia alla Robespierre. Nell’artificiosa truccatura delle penombre «sciutane» la figura del Benelli aveva presa l’inquadratura sintetica della maschia figura di Byron.

Passò sotto i portici Ceccardo. Era diretto ai quattro canti di Portoria Balilla. Il poeta intravide la fotografia di Benelli scambiandola da prima per quella di Byron; quando s’avvide dell’errore comincò a giocarci sopra con la «cravache» e a urlare: – O signori costui non è Byron. Non è Giorgio Byron… è il verseggiatore Sem Benelli di Prato, il versificatore Benelli, non il poeta, non il poeta, non il poeta vi dico! Che i poeti nello antico eran pur vati…

Nel terribile Agosto del ’14 il poeta in un crocchio di amici convenuti da ogni parte d’Italia, decise di commemorare l’eroico generale Margueritte che a Sédan ferito mortalmente continuò a comandare la carica della sua cavalleria, al caffè Principe.

L’indomani Franco Ciarlantini, Gian Capo, Dante Dini, Ungaretti, Luigi Salvatori, Giorgio Brissimisakis, Italo Sottini a un tavolo aspettavano il Generale, il quale giunse qualche minuto prima delle 16 e mezza, l’ora della carica di Sedan.

Qua e là, sparsi negli altri tavoli, dei clienti estivi.

Il poeta trasse di tasca l’orologio, lo posò sul tavolo, perchè all’ora stessa della carica egli doveva iniziare l’orazione!

Quando la lancetta segnò l’ora eroica il poeta si alzò e, con una voce poderosa che riscosse tutti i presenti, declamò:

«Margueritte, epico cuore che a Sedan cavalcò, vendicatore fra la mitraglia!…»

L’ode spiegò le sue rosse ali nel sole… I colpi della «cravache» sul tavolo ne misuravano il ritmo grandioso.

Nella primavera del ’13 il poeta ed io ci trovammo a Roma. Roma resuscitava nell’anima di lui tristi ricordi, era quindi inquieto, specie quando vedeva ribollire nel Corso qualche fragorosa nullità nazionale…

Entrammo dritti da Aragno e ci indirizzammo difilati nell’ultima saletta. Due signori salutarono il poeta. Evidentemente erano vecchie conoscenze perchè parlarono con lui e con una certa familiarità.

Uno di loro chiese a Ceccardo:

– Lavorate, Poeta?

(Come tocche da quella magica parola, una diecina di quelle figure che fanno eterna corona alla celebrità del momento alzarono le loro facce inebetite di gloria).

Ceccardo si avvicinò a me e disse forte:

– Le maschere.

I due per troncare a metà l’«apuanata» ripeterono: – Dunque, lavorate?

Ceccardo assumendo certa sua aria fatale, rispose:

– Traduco Marziale.

Nelle giornate del maggio del ’15, quando a Roma si tentava di barattare l’Italia, il poeta pensava di recarsi colà per un grande gesto vendicatore. Era un momento in cui pareva che dal suo grande cuore fosse bandito ogni senso di pietà. Io lo seguivo silenzioso ed egli mi esortava ad accompagnarlo nell’impresa. Voleva partire subito: la catastrofe batteva le ali! Ad un tratto non odo più la squillante voce di Ceccardo, mi volto, vedo il poeta in mezzo alla strada a parlare un garzoncello di fornaio. Mi avvicino e sento che con la voce più dolce contrattava col ragazzo l’acquisto di un uccellino ferito. Con due soldi si prese quella «creatura del Signore» e insieme la portammo a far compagnia al verdone apuano. Il poeta completamente rasserenato governò entrambi con due fogliette di radicchio…

Ma l’ira politica in lui era spettacolosa. A qualche amico più temperato, atterrito dai suoi progetti punitivi, rispondeva: – Nei rivolgimenti della storia non c’è posto per la pietà.

Verso la fine del 1906 il poeta corse a Firenze chiamato da Lugi Campolonghi, apuano di fervido intelletto e di cuor generoso. Gigetto, dopo una clamorosa vertenza con il direttore del Fieramosca, (i fiorentini ricordano ancora la battaglia apuana di piazza Madonna), uscito dal Nuovo Giornale di cui era direttore, fondava il Popolo, il primo quotidiano di tono schiettamente apuano.

Quel foglio di battaglie visse cinquantadue numeri, precisamente, tra la metà del gennaio e quella del marzo. Giornale d’impetuosi propositi e di fieri sdegni, ebbe, col Campolonghi, uomini dell’alto ingegno di Domizio Torrigiani. Il giorno che Giosuè Carducci trapassava, assunto dal consesso unanime della patria alla gloria della nuova leggenda italiana, il poeta sul Popolo dimostrò come la sua spoglia non potea giacere in un’arca marmorea in mezzo di una piazza, come quella di un lettore di Giustiniano tra la barbarie gotica, o nella fredda pace cristiana di una Certosa, ma dovea solo aver riposo in sommo di un arco dei Cesari in quel foro dove egli ai suoi generosi anni s’era talor imbattuto ai colloqui della Dea Roma resuscitata con l’ultima Vestale o con Garibaldi.

Il poeta ebbe in quell’occasione qualche «graffiatella» da Luigi Lodi, il quale, non certo a suo vanto, disse che ignorava chi fosse colui che lanciava questa strana proposta e tentò di mettere sotto l’ascella del poeta (un troncone di ala atta ai grandi voli) il termometro del buon senso per misurargli la temperatura eroica.

Giovanni Borelli intervenne in difesa di Ceccardo scrivendo a Luigi Lodi: «Il vostro cipiglio fu improprio; Ceccardo Roccatagliata Ceccardi è finitimo della Versilia carducciana ed ha gli spiriti alati di un poeta quale al Maestro piacque: originali e profondi spiriti alati conchiusi in versi i quali quando gl’italiani sapranno leggere per lor conto e diletto, arderanno inconfondibili nel sole».

Il poeta tirò fuori l’artiglio apuano, e qualche pezzo di gelida carne rimase fra le sue unghie.

Trovandosi a Firenze, una città che egli odiava (i fiorentini non potevano essere ammessi nei manipoletti apuani e l’avvocato Mario Bachini fu per questa ragione posto a guardia sulle colline Cerbaie, perchè nessuno della città «dal fiore di zucca» potesse introdursi in Apua, eccezion fatta per Carlo Nasi chimico) trovandosi a Firenze, manifestò il desiderio di conoscere di persona Giovanni Papini. Il poeta giustificava dopo coi fidi apuani questo suo desiderio dicendo loro: «somiglia molto la tragica ombra di mio fratello…».

L’incontro deve essere avvenuto, secondo quanto narrava il poeta, in uno dei caffè centrali. Chi si prese quel delicato incarico, rivolto a Giovanni Papini – che allora non era cristiano – disse: – Presento il poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. Papini rispose: – Non leggo poesie moderne per non aver delusione.

E Ceccardo: – Ed io leggo soltanto filosofi greci e latini.

La cosa non faccia stupire Ardengo Soffici (Soffici scrisse il 1913 un articolo critico sull’opera del poeta e si compiaceva che Ceccardo a quaranta anni suonati non fosse professore), il poeta teneva molto ad essere professore. Professore vi dico.

L’amico avvocato Cesare Riccioni mi ha in questi giorni fatto vedere una carta da visita del poeta: – Ceccardo Roccatagliata Ceccardi – Letterato e critico d’arte. –

Quando Ceccardo si fece stampare questo biglietto, aveva già pubblicato il «Viandante» e il volume dei «Sonetti e Poemi».

Oh! se avesse potuto aggiungere: Professore! Nella vita tutto gli ha mentito; è potuto solamente arrivare a far stampare – C. R. C. incaricato di lettere e di storia al Liceo di Senigallia. –

Però a Senigallia ci andò soltanto un valigione di libri, dopo poco mi scriveva: «Una valigia di libri dorme in una tal stazione chiamata Senigallia.» Ma il poeta se ne andò verso Genova.

Quante volte ho sentito ripetermi: – Ma tu, Lorenzino, ignori che c’è la legge Casati? Quando uno ha raggiunto una chiara rinomanza per titoli letterari, per saggi di storia, ecc., ecc…

Ma intendiamoci amici… Professore sì, ma a modo suo. Nel 1917 fu incaricato di lettere e di storia all’Istituto Tecnico di Parma.

– Questa redingote nera si addice alla mia nuova dignità professorale.

Un giorno il Preside, con le dovute cautele, gli fece sapere che le sue lezioni, pure essendo alte e sapienti, forse non erano adeguate all’età e alla coltura degli alunni.

– Ella sappia, rispose il poeta, che io parlo unicamente per ascoltare il suono della mia voce che si perde nell’aula.

Ecco: professore così.

«Ugo Ojetti passando dal rifugio di Sant Andrea sulla sua velocissima auto, scorgendomi, mi ha gridato:

– Ceccardi, ho ricevuto il vostro libro, l’ho collocato in alto; tra i grandi!… tra i grandi… tra grandi!… andi…

Lorenzino! … hai veduto il Corriere della Sera? (sottovoce) ha pubblicato il mio ritratto!… (fortissimo) il mio ritratto!… atto… Sai che non lo ha mai fatto nemmeno con Pascoli o D’Annunzio?!!…».

Ceccardo fu giornalista anche al Lavoro di Genova.

Allora – una quindicina di anni fa – era Gino Murialdi che imperava in quel foglio ligure. Murialdi chiamò a sè i finitimi apuani. Assegnò a Ceccardo un cassetto di redazione perchè egli potesse chiudere i suoi manoscritti. Ma nel cassetto il poeta ci riponeva colletti sporchi, calze, camicie e i manoscritti rimanevano soltanto una nebulosa…

Una notte Gino Murialdi, sentendo un non gradevole profumo, cominciò a fiutare per la redazione. Poi ebbe un’idea luminosa: si armò di uno scalpello e fece saltare il cassetto di Ceccardo e tutto quel che ivi trovò fece gettare nella spazzatura.

Di lì a qualche ora capitò in redazione Ceccardo, il quale, vedendo forzato il suo cassetto, cominciò a strillare: – I miei manoscritti!… Ohimè! i miei manoscritti!… è la rovina! è la rovina!

Alcuni redattori uscirono dalle loro stanze e spiegarono a Ceccardo l’accaduto. Murialdi intanto era sceso nella tipografia per impaginare il giornale. Ceccardo uscì e si nascose all’ombra del leccio che è proprio sul piazzale della Salita di Negro. Poco dopo Murialdi si avviava prestamente giù per la ripida scala della salita di Negro. Quando ebbe sceso una decina di scalini Ceccardo gli gridò:

– O Gino Murialdi!… Io sono la rovere… e tu sei il porco che si ciba delle mie ghiande… ghiande.

Quando un Comitato ligure-apuano volle incidere un’epigrafe sul portico di Villa Maccarani in S. Terenzo che ricordasse che ivi con lacrimante ansia era stato atteso da Mary Godwin, Percy Bysshe Shelley, da Paolo Mantegazza ne fu dettata una che non ebbe l’approvazione del Comitato, il quale si rivolse a Ceccardo; ed egli dettò questa meravigliosa epigrafe che fu poi murata in detta Villa.

Da questo portico in cui s’abbatteva l’antica ombra di un leccio

il luglio del MDCCCXXII

Mary Godwin e Jane Williams attesero con lacrimante ansia

Percy Bysshe Shelley

Che da Livorno su fragil legno veleggiando

Era approdato per improvvisa fortuna

Ai silenzi de le isole Elisee

O benedette spiagge

Ove l’amore, la libertà, i sogni

Non hanno catene!

L’epigrafe fu inaugurata dopo una serie di aspre polemiche alle quali pose fine il poeta con un telegramma lapidario per rispondere al Mantegazza, il quale aveva detto che i piccoli uomini non dovevano parlare dei grandi:

«Sono alto di mente e di statura perchè nella mia adolescenza ebbi la fortuna di non conoscere i vostri libri: – Ceccardo.»

Nel 1894, all’epoca in cui fu proclamato lo stato d’assedio della Lunigiana per sedare la famosa rivolta politica, una sentinella fu messa a guardia del ponte che divide Ortonovo – «il natìo borgo» dalla Lunigiana.

Il poeta si recava spesso in Carrara. La sera, a piedi, si riduceva – come poteva – in Ortonovo.

Una sera la sentinella posta a guardia del ponte, vedendo avvicinarsi questa enorme ombra gesticolante, gridò un forte chi va là!!…

All’ostinato silenzio dell’ombra gridò ancora: chi va là!…

– Il Marchese Ceccardo Roccatagliata Ceccardi!… –

La sentinella presentò le armi e il poeta passò il ponte, beato, con il marzial atteggiamento di un condottiero.

Ogni apuanata in que’ tempi finiva con l’ode «Nave di Battaglia» Dopo la declamazione il poeta commentava: «O amici, la poesia è quella spirituale cosa!… spirituale cosa!… È un accordo musicale, Lorenzino. L’ode è un grande motivo… una sera declamai da Falciani a Venezia «La Nave di battaglia» al mio nobile amico Ferdinando Paolieri. Quando giunsi nel cuore dell’ode, al motivo centrale, che è un continuo crescendo polifonico, egli mi guardava stupito:

A uno a uno i pezzi sbalzar da’ fusti; falciate le ciurme

a manipoli cadder; poi quando in sulla strage, in sui muti

cannoni, e sui morenti

a lor abbracciati, ruinar con tutte le vele, le sártie –

gli alberi, e il ponte fu solo gorgóglio d’acqua e di sangue,

lor gittò Aroldo un fiore!

Egli rimase ammirato dell’improvviso accordo in minore… Mi dicono che io avessi delle attitudini musicali».

La rovina.

Verso gli ultimi mesi del ’18 il poeta si ridusse in Lavagna e di là scriveva ai suoi «fidi» lettere di dolore. La signora Francesca era molto incaschita, nè il dolce clima della riviera poteva risollevarla: stava per compiersi il fatale destino! L’ombra della morte si era diffusa in quella casa. Verso gli ultimi giorni del gennaio quella santa donna chiuse gli occhi per sempre… So che il poeta in quella notte si trovò solo con il figlioletto Tristano, e solo si recò alla Chiesa per chiedere il conforto della benedizione cristiana per la sua compagna amorosamente devota. «Oh possa rasserenata e memore rivivere nell’eternità di Dio, cui Ella credeva!».

Dopo ricominciò la dolente vita di osteria e di albergo, il viandante; con il fardello del suo destino riprese la strada e corse follemente verso i suoi sogni sospinto dall’ansia di cogliere un rametto di alloro prima che «Tanatos» lo afferrasse.

A Luigi Becherucci, che in quel tragico tempo gli fu come sempre amico devoto, così parlava: – «Il gatto – vedi – è un animale illuminato. Tu sorridi, non mi credi, hai torto. Il gatto è un animale illuminato; è un veggente: l’ho sempre creduto, e del resto ne ho una grande prova nella mia vita…

– Sarebbe?

L’automobile – perchè eravamo in automobile, sebbene la cosa possa sembrare inverosimile – filava lungo la riviera e il poeta a quando a quando s’interrompeva con piccole interruzioni: – una vela! gli ulivi! – e spingeva fuori la testa come ad abbeverarsi di sole.

– Sarebbe?

Pochi giorni dopo la sua morte, Essa ritornò. Passò nel mio studio, tra i miei libri, accanto a me. Io e mio figlio non lo avvertimmo. Il gatto sì, e il verdone nella gabbia si spaventò sbattendo le ali a lungo angosciosamente, fino a spennarsi. Il gatto, spaurito, si acquattò dopo una corsa pazza per la stanza. Dei libri caddero. Dei fogli volarono in aria. Era lei che passava. Sai che l’ho amata. Tu non lo credi, eppure i gatti sono illuminati. Che ne sappiano noi poveri uomini delle ombre e del mistero? Ci crediamo saggi e questo basta per il nostro orgoglio; non siamo che degli sciocchi. Un gatto ne sa più di noi: pensa, soffre e ama e si ammala e muore – perchè il gatto muore e noi ci si rassegna! – se una persona che gli è cara soffre, si ammala e muore… Sei diventato pensieroso. Che hai?»

Degli ultimi giorni di Ceccardo, scrisse Luigi Becherucci:

«Era sereno Ceccardo in quel pomeriggio del 22 Luglio che segnò l’ultima delle nostre conversazioni, raramente placide come quella, più spesso accese e vibranti, talvolta anche violente. Violente ma senza rancore, chè i brevi crucci finivano in una stretta di mano.

Sapeva egli della sua fine prossima? Certo ne parlava come di cosa certa. Ne parlava da un pezzo, specie se io gli ripetevo che pace al suo spirito esacerbato non avrebbe potuto trovare se non nel lavoro. Tentava, si faceva violenza, si condannava alla fatica, se ne esaltava, se ne compiaceva per un’ora, per un giorno, ma poi… Poi rieccolo vagare, assorto in un pensiero solo, l’inutilità della vita, attanagliato da un solo tormento straziante e continuo, il suo amore.

Dunque quel giorno, prima di lasciarmi, disse:

– Aspetta un momento.

– Cosa c’è

– Nulla. Un’idea che mi è venuta. Ti voglio regalare una cartolina.

– Ma perchè? Ma no…

Era già entrato in un negozio e ne usciva poco dopo con una bella riproduzione del famoso quadro del Farrè «ultima visione».

Napoleone morto. Sul letto i segni della sua grandezza, la sciarpa rossa e la spada. Sul capo un’aquila con le ali aperte quasi a un abbraccio.

– Guarda com’è bello, anche morto, eh?

– Ma che ti gira?

– Dammi la penna.

Pareva che avesse fretta. Scrisse: «Ceccardo a Luigi – ora e sempre – Genova lì 22 tra le tre e le quattro dopo il mezzodì (di ritorno da…)».

Sentiva dunque la morte imminente, così per fatalità, perchè, sebbene se ne sia scritto altrimenti, essa fu puramente accidentale. Non la temeva, la aspettava, come se per una via qualunque avesse dovuto arrivare. Raramente parlava di provocarla, quando l’orgasmo lo sovraeccitava fino al parossismo, ma quasi si pentiva, come d’una viltà. Erano periodi tragici. La sua insofferenza, la sua irrequietezza assumevano forme allarmanti. Gli amici se ne spaventavano. Tese le corde del collo, acceso in faccia e grondante di sudore, egli pareva divenire improvvisamente diabolico. Ma solo chi lo ha amato sul serio può rendersi conto dello sforzo eroico che allora esercitava sopra sè stesso, solo chi lo ha amato sul serio sa come egli corresse e forse corra ancora dietro la chimera che l’ha ucciso.

Le persone a modo avevano mille e una buona ragione per non accorgersi che egli passava, e per farsi da parte. I fabbricanti di quattrini e di massime morali non hanno tempo da perdere. I poeti a che servono? Eppoi poeta e straccione non è spesso la stessa cosa? Ed è quello il modo di andar per la strada, senza eleganza, trasandato, scalcagnato, coi capelli lunghi, la barba incolta, gesticolando con un vecchio frustino?

– Via, via – si dicevano gli uomini a modo – correndo all’ora canonica verso il desco profumato – via via codesti perdigiorni… Vada a lavorare, se ha bisogno».

La fine del poeta.

«L’anima mia, caro Lorenzo, non ha pace. È come un grande veliero con tutte le vele aperte al maestrale del Sud… Raggiungerà un porto o profonderà sotto il gran tumulto delle acque che già la raggiungono precipitando con un cupo rombo sul ponte? Guai se una gabbia cede; guai se un albero fiacca! È la fine. Ad ogni modo mi vendicherete, non è vero? Fra giorni tornerò (la mia dignità lo impone) a C… Ieri presentai la domanda di porto d’arme… Grazie tanto, e poi tanto di ogni tua gentilezza, e a te un abbraccio. Siate felici!

Tutto tuo fraternamente

Ceccardo».

Non sentite, fratelli, nel grido: Siate felici! un mare di rimpianto?

Sono queste le ultime sue lettere. La lontananza degli amici, la morte di quella santa donna che fu sua moglie, la solitudine avevano fatto cadere davanti ai suoi occhi tutte le illusioni di eroismo e di gloria. Il pensiero del figlioletto Tristano lo faceva curvare pensoso verso la terra. «Se sapessi la vita che conduco da 14 mesi solo con Tristano per il mondo: una gran rovina a passo a passo mi accompagna, di denaro, di cose, d’intelletto! e non ci vedo rimedio… Tiriamo via, un dì o l’altro verrà pur l’ora dell’epigrafe che già mi dettai: «Hic constitit viator» e ti giuro che mai come adesso ho desiderato di dormire davvero per un bel po’…»

. . . . .«S’apprestava il tempo in cui l’architetto Ceccardo avrebbe dovuto circondare di guglie marmoree la nera mole, qua e là ancora informe della Sua cattedrale. Egli lo sapeva e vi si apprestava… Ma il bisogno di un po’ di pace, la solitudine, la mia vita istessa e poi l’anima che ha diritti inesorabili, e i sensi che hanno i loro mi tesero un tragico agguato. L’architetto ascendeva già di palco in palco la gran nera mole della sua opera col capo all’insù, quando gli passò vicino una rondine. C’era tanto sole nell’aria: egli pensò un nido. La rondine gli batteva l’ali intorno zirlando. Egli si volse, forse un po’ in fretta, si sporse forse un po’ troppo per ghermirla. Ma ella fuggì via e l’Architetto cadde giù.»

. . . . .«A… mi abbandonai alle disperate fughe: verso Natale passai da Viareggio come una povera foglia tra la bufera. Andai a Roma, a Lucca, capitai a Firenze la sera dei funerali di Dedo di Dio, poi mi ridussi alla meglio a Genova dove mi raggiunse il figlioletto Tristano…

Ora sono solo con Tristano per il mondo ed ho cominciato una dolente vita di osteria e di albergo senza mai un giorno di pace, una sera di requie!… Ti giuro, Lorenzo, che se potessi far ritornare anche così un po’ malata, come fu sempre, quella mia Cara Morta, ne darei a prezzo il volume dei «Sonetti e Poemi» e quel rametto di alloro che si dice io mi abbia.

Ma i morti non tornano più e io sono nella battaglia più aspra e decisiva…

. . . . . Perdona questa mia più che lunga, lunghissima. Ma è domenica: le nuvole bianche della primavera fumano nel molle azzurro su Villetta di Negro, il cui museo veduto da una finestra del «Lavoro» tra il gran verde dei pini e delle palme, ha la grande apparenza aprica di un tempio dell’Ellade.

Più sopra un cipresso leva la negra ombra quasi a contrasto di un ciliegetto che sporge su le braccia fiorite… Un suono lungo di campane nell’aria; qualche canto di uccello, qualche gran lampo di sole e poi ancora nuvole bianche.

Una tristezza grande mi opprime: – sono solo e solo resterò fino a stasera. Non era meglio nascere un villico, un povero villico dei monti o un oscuro artiere di un borgo? Mi sfogo un po’ Lorenzo, solo un po’. E tu dammene venia».

Ora, e sono molti anni, col poeta indugiavamo in lunghe passeggiate sulle spiagge della natìa Versilia sotto il bastione azzurro delle Apuane. Egli cennando verso quella oscura solitudine di monti, diceva: «Lorenzo, se un giorno quieterò nella morte la mia vita raminga voglio essere sepolto lassù sotto i cipressi della Pieve di Filattiera: Voi, miei fidi soldati mi veglierete una notte e quando la rosea aurora tingerà di rosso i cipressi me eleverete alto nel sole e tu inciderai l’epigrafe che già mi dettai:

«Hic Constitit Viator».

«Viandante è il tuo destino!».

La guerra ci portò lontani; Egli deambulò per l’Italia ora invocando sulle Alpi natìe l’ombra del fuggitivo della sapienza e della ricchezza: Carlo Cafiero, a Parma l’ombra di Antonio Carrara «giustiziere di principi» ed a Milano gli squilli della campana della libertà che aspetta sul monumento di Porta Vittoria.

Da allora non l’ho più veduto: le sue lettere sono degli ultimi giorni della tragica vita: so che è rimasto in piedi, dritto come il destino, fino alle ore estreme. Mi dicono che il corpo fosse incaschito; non il suo spirito che tenne inchiodato come un gagliardetto di combattimento della «senza paura». Le grandi ombre lo hanno circondato fino all’ora del trapasso mortale. Negli ultimi giorni della sua vita un amico gli domandò perchè si fosse raso i baffi, e Ceccardo rispose, fiero: – Per somigliare Danton!

Il 3 Agosto del 1919 i giornali di Genova pubblicavano nella loro cronaca: «Stamani verso mezzogiorno una barella della Pubblica Assistenza ha portato all’ospedale di Pammatone Ceccardo Roccatagliata Ceccardi: una paralisi cerebrale lo ha colpito la notte, insidiosamente, nella cameretta della sua solitudine». – Luigi Becherucci, l’amico devoto, scriveva: «Giovedì sera, convitato da amici, si mostrò ilare e di buon umore. Abitualmente scontroso condiscese invece volentieri a recitare versi suoi e a fare un brindisi, compiacendosi come un fanciullo del successo. Ma il pensiero fisso lo dominava. Regalò alcune cartoline come per commiato. In fin di tavola disse tenendosi il polso: – Ho 120 pulsazioni! – Poi riprese a ridere.

Rincasato a tarda ora, il malore lo colse, solo. Non chiamò, non gridò. Sopravvisse ventiquattro ore senza soffrire, affermano i medici, certo senza conoscenza, chè noi lo chiamammo invano. Gli occhi erano chiusi e sono un rantolo rivelava la vita… Poi il rantolo cessò. Ceccardo Roccataglia Ceccardi, milionario di idee e di genio altissimo e puro spirito latino, rientrava nel mistero. Salito sul bianco cavallo delle leggende eroiche raggiungeva le Isole Elisee ch’egli invidiò a Shelley».

Il testamento.

Il giorno otto di agosto 1919 uno stuolo di amici devoti deponevano sulla bara di Ceccardo una magnifica ghirlanda tutta di schietta quercia ligure, che portava su due grandi nastri rossi, la dedica «A Ceccardo, Gabriele D’Annunzio».

In quel giorno veniva pubblicato il testamento del poeta, che qui ristampiamo a meglio illuminare la grande figura del nobile amico, tormentato dal sogno fino all’ultimo di sua vita:

«Lascio unico erede mio figlio Tristano.

«Di Dio accetto la formula di Benedetto Spinoza»: «Dio è la serie infinita dei modi finiti del pensiero e dell’estensione». Benchè io sia un «italico» di sentimenti e di dottrina, accetto il rito ario della purificazione del fuoco. Ai compagni, ai fratelli l’eseguirlo.

«Lascio le mie carte al Dottor Prof. Luigi Romolo Sanguinetti, e al maggiore Adolfo Potestà, fratello di uno dei miei più nobili amici, Antonio, e fratello mio i quali ne cureranno la pubblicazione nei limiti del possibile. Lascio i miei libri alla Comunità di Carrara (libri dispersi a Parma, Lavagna, Sant’Andrea). I seguenti miei amici compagni e fratelli possono chiedere o dalle mie carte un autografo, o dai miei libri un volume, a loro discrezione: sono: Agostino Berenini, Carlo Fontana, Amedeo Calcaprina, Giuseppe Macaggi, Luigi Campolonghi, Luigi Piola, Giuseppe Sacheri, Giuseppe Canepa, Arturo Cipollini, (di Massa mio compagno di scuola e fratello) Vittorio Rolandi Ricci, Luigi Becherucci, Arturo Salucci, Luigi Salvatori; i venerabili delle loggie (Trionfo Ligure) di Genova e di Carrara; Alessandro Del Bianco.

«Ho amato il Bene; ho combattuto per l’Ideale. Posso aver anche per la fralezza della carne o per la dubbia apparenza delle cose che le danno i sensi, commesso il male; ma senza mia precisa volontà; del resto sul bene e sul male mi compiaccio della sentenza di Agostino.

«Sulla mia urna, questa epigrafe: «Hic constitit viator».

«Sotto: il mio nome e cognome (paterno e materno) l’anno e il giorno di nascita e di morte in numeri e caratteri epigrafici romani.

«Lascio anche a mio figlio una terribile eredità di amore e di odio. Egli sa tutto, e sa quale rovina mi travolge. Se mi sopravvive a lungo, mediti, ricordi e non perdoni. La mia memoria agli amici, ai compagni, agli estimatori; la vendetta ai compagni e ai fratelli. E a mio figlio che benedico. Mi voglia perdonare. Addio ora e sempre.

Ceccardo Ceccardi Roccatagliata.

Carrara, li 17 Dicembre 1918.»