Lorenzo Viani – Il cipresso e la vite

IL CIPRESSO E LA VITE

Da Val di Castello a Bolgheri i cimiteretti sono tagliati in mezzo a floridi vigneti, un quadrato di cipressi presenta rigido le armi lanceolate. Dalla camera mortuaria alla prima tinaia non c’è che un tiro di schioppo. Sotto al muro che recinge l’isoletta dei morti, le radici della vite e del cipresso si stringono come mani di amici:

E non sapeva

l’uno che da un sentiero

di morte egli cresceva;

e non sapeva l’altra

che le foglie d’autunno

s’arrossano alla brina

come sangue, ed al vento

cadono come gocce

di pianto.

Quando l’estate si è del tutto spenta, nell’autunnale quiete le ultime pampine delle viti ardono come fiammelle al calcio dei cipressi terminali e i cipressi, nello sfacelo, spiccano più neri e risoluti.

Stamane, tra il fischio lacerante di una locomotiva e i sussulti della macchina che, di sulla via Aurelia, ci trasporta a Roma i cipressi del celebre viale carducciano, simili ad incappati della Misericordia, salgono verso il cimitero ov’è sepolta nonna Lucia. Le passerette ciciurlano come al Carducci un loro lagno strillante, il mare di piombo argenta, coi battiti sonori, la rupe di Talamone. Le floride donne maremmane vendemmiano e cantano, i bovi statuari alitano nebbia dall’umide froge e col pennecchio nero della coda pennelleggiano i campi di ginabro.

I poeti, quelli dai versi incorruttibili come il legno del cipresso, avvicinano sovente l’albero del pianto alla vite, che, col suo umore, dona l’oblio; anche il contadiname imparenta la vite al cipresso (è assai diffusa la credenza che le bacche del cipresso, bollite nel vino legittimo, rassodino la nervatura dei bambini) e su, verso le colline, e giù, verso il mare, i ragazzi maliscenti vengono messi in fusione in questa lavanda.

Il cipresso è detto l’albero del pianto, ma ad inciderne il tronco non geme altro che una specie di gomma dragante. Se invece tagliate, quando è in succhio, o, come dicono in Versilia, quando è in amore, la vite, essa piange lacrime schiette, ed è ancor vivo il dittaggio: «Ei piangeva come vite taglia».

L’austero cipresso, scontroso al saluto degli uragani, taciturno ai richiami d’amore, austero e sdegnoso, longevo egoista ed altero (ogni pianta che gli si avvicina la isterilisce e l’uccide), va in amorevole accordo con il salice del pianto. Spira dal negromante cipresso un’aura funebre, le coccole che scuote dalle sue rame sono amare come il fiele, le tavole stagionate del suo tronco arginano le tombe, ma egli non lacrima che a pioggia dirotta. La vite, invece, che con il suo umore dona l’oblio del dolore e dello sconturbato amore, piange di nulla, e massimamente se è in amore. Del resto anche gli ubriachi piangono di nulla. Pochi sanno che vi sono perfino le sbornie piangine assai prossime a quelle ridarelle: «E se si piange non è amaro il pianto».

*

Domè, uno dei più forti bevitori e trascurati di queste fertili contrade, falegname nelle ore lucide, era così terrorizzato di doversi ricongiungere alla terra che quando ne parlava era preso da ribrezzo. Inteso dire, dai suoi congeneranti, che il legno cipresso resiste al corrompimento della terra, allora fece tanto e poi tanto che, sacrificando un po’ d’umor della vite al giorno, potè acquistare il tronco stagionato di un cipresso di bracciata, e stagionato che fu lo segò a tavoloni e ci si fece la cassa da morto.

– Cara sangue…. questa cassa – diceva il suo amico «Tabacchino» osservando la cassa lunga distesa per la bottega.

– Cara vino – rispondeva enigmatico il pavido Domè.

Dal giorno che Domè aveva rifilato sotto la coperta del suo tettuccio la famosa cassa le traversità parevano cascare a ombrello aperto su di lui, e poi quell’odorino di cipresso (vago richiamo di cimitero) gli sconturbava i sonni e gli corrompeva i sogni, talchè sognava sempre di aver tre braccia di terra addosso, e si svegliava con la palpitazione. «Il vino mi teneva in allegria, il cipresso mi tiene in agonia». Avvenne che una sera dei trascurati gli scalfirono, a punta di coltello, il mento, la scalfittura gemeva sangue come lo zipolo di una botte, in un momento gli abiti di Domè ne furono mézzi. Una casigliana dell’imperterrito Domè, incontratolo in quello stato, urlò:

– O Domè, v’hanno assassinato!

– Non mi spaventate che la ferita non è vicina al cuore.

Il dimane Domè trasse di sotto il lettuccio la famosa cassa e disse:

– Sono stanco di rimescoli di sangue, il cipresso, che mi mette in agonia, ritorni vino che mi mette in allegria – e fece baratto della cassa con vino legittimo.

*

La colleganza del cipresso con la vite è antica quanto la storia dell’uomo; gli antichi non disdegnavano tracciare anche sulle mura nude dei cimiteri questa parentela. Nell’antico cimitero, di Pisa, dirimpetto al terrificante affresco dell’Orgagna Il trionfo della morte:

Da che prosperitade ci ha lasciato,

o morte medicina d’ogni pena

deh vieni a darne ormai l’ultima cena!

(la morte, con la falce fienaia roncolita e nera, miete a più non posso, e massimamente i gaudenti, postergando gl’infermi che la invocano coi versetti scritti qui sopra), c’è la famosa scena della vendemmia con l’ubriachezza di Noè. Grandioso è lo stile anche di questo affresco di Benozzo. A sinistra si vede il Patriarca che, dopo aver dato ordini per la vendemmia, ne lascia la cura alla famiglia. Uno dei figli porge una canestra d’uva alla vecchia madre, appoggiandosi alla scala. Sem, come il più provetto, con le gambe ignude pesta l’uva, mentre uno dei ragazzi, per curiosità, pone il capo sull’orlo del tino. Un cane abbaia ai viandanti avvogliati d’uva.

Nel mezzo del fresco è riunita, con calici e coppe dove schiumeggia e braveggia il vino rivoltino, abboccato e tondarello di buona beva, tutta la famiglia. A destra si vede la scena dell’ubriachezza di Noè. Cam lo dileggia; Jafet, tra la curiosità e la vergogna, tolto un mantello e camminando a ritroso, si prepara a coprire le nudità del Patriarca; una delle nuore (che il popolino chiama la vergognosa) si nasconde il viso, ma guarda tra un dito e l’altro la scena.

Sul verde piazzolo di terra santa portata dai vecchi pisani sui galeoni dalla Terra Santa nereggiano alti cipressi che, oltre le mura, pare si affissino sulla pianura pisana tutta feconda di vigneti prosperi. Le cave di San Giuliano, rosse di pietre, sembrano colossali tinaie colanti denso umore di vite. Queste fantastiche tinaie dilungano sull’argine del lago di Massaciuccoli fino ad imparentarsi con le Alpi Apuane, dove le cave di Ceragiola sembrano serbatoi trasparenti di vino ambrispumante, ed i ravaneti delle avvoglianti cascate del nettare degli dei.

*

In questa Maremma, un tempo desolata da stagni d’acqua nocente, rosseggia oggi la vite. Carra rosse sangue, su cui stanno delle botti capaci, aspettano le donne floride, le vendemmiatrici ben proporzionate come quelle dipinte da Benozzo, che sul capo gagliardo equilibrano ceste colme d’uve. Qui spazia l’anima di Enotrio:

La nebbia a gl’irti colli

piovigginando sale,

e sotto il maestrale

urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo

dal ribollir de’ tini

va l’aspro odor de’ vini

l’anime a rallegrar….

Un acre odore di vinacce calpestate esala dai cellieri; sotto le gronde del camino domestico, sui ceppi accesi, scoppietta lo spiedo; gli uccelli esplodono a sciami dalle piante e come un pugno di semente, s’annientano nell’antichissimo piano del firmamento, dove suole arare, di notte tempo, un carro dal vomere d’argento.

I cipressetti di Bolgheri, mossi dal vento, dicono sì e no col capo.

IL CARDUCCI

E GLI «ARRUOTINI IMPAZZITI»

Un pomeriggio di qualche anno fa, in compagnia del vecchio amico Brilli, passeggiavo sull’argine di un fiume, difeso dai veicoli che transitavano sulla via maestra da una fitta piantagione di pioppi, inghirlandati di pampini, quando un ciclista, sbisciando tra un albero e l’altro, con la ruota anteriore frisò il pastrano del Brilli; egli vecchio, ma impetuoso, gli urlò:

– Arruotino impazzito!

– Questa la passo al libro maestro, – dissi.

– Ma non è mia, rispose ancora incollerito il Brilli; – è di Giosuè Carducci. – Seppi così che Giosuè Carducci non poteva soffrire i ciclisti, e quando ne scorgeva qualcuno infarinato o inzaccherato sulle vie emiliane gridava: – Arruotino impazzito!

*

Nei giorni primaverili, quando i cimiteri di campagna sembrano giardini, e i passeri cantano e bezzicano sui vialetti cipressati, e dai cancelli si scorgono i bovi andar sui campi rosi come nuvolette bianche portate dal vento marino, si sostava sovente in quei Campisanti a leggere le epigrafi.

Questo era il mio compito perchè, all’estremo margine della sua vita, il Brilli era quasi cieco. Il Brilli, col cappelluccio floscio calato sugli occhiali e le mani poggiate sul manico del bastone, ascoltava attento come se dovesse imparare qualche cosa.

Leggevo: «L. M., a dì 20 febbraio 1856 diventato cittadino del cielo, per mano vendicativa».

– Sì!… – diceva con certa gravità il Brilli.

«Fermati passeggero se cristian ti appelli.»

– Sì! … Vedi? Carducci odiava le epigrafi. Poi ne riparleremo.

*

Giosuè Carducci aveva messo nell’animo dei suoi scolari il terrore dello scrivere vano e del parlare vano. Ugo Brilli parlava sempre con ardore e gravità di ogni cosa. Mi confessava che, pensando a Grosseto di Maremma, immensa culla di fierezza, di grandezza e di dolore, la commemorazione del Maestro, aveva sempre davanti agli occhi l’ombra accigliata di lui.

E parlò del Maestro con modestia e purità di cuore, – come in modestia e purità di cuore lo aveva avvicinato per molti anni in Bologna, – virtù indispensabili a chi vive presso i grandi per conoscerli veramente e degnamente.

– Dunque ti ho detto che Giosuè Carducci odiava le epigrafi. Ascolta: le epigrafi, come ben dice l’Orioli, sono, per consentimento dei dotti, il più modesto genere di componimento rettorico, e sono contente le più volte di adornarsi soltanto della semplicità, della chiarezza, della brevità, della efficacia…. Parole, ma il guaio è che, come diceva il Carducci, «si commette al letterato di far l’epigrafe come al marmista di fare il coverchio….». Poi vedrai quale orrore avesse egli per le epigrafi.

Ritornando in paese, spesse volte ci si rinfrescava in una osteriola di campagna dove abitualmente stazionava una combriccola di pittori, artigiani, antiquari, rigattieri, procaccini, ambulanti, i quali filosofeggiavano sempre seduti al medesimo tavolo. Noi ci si alluogava a un tavolo da refettorio color fegato. Sul tavolo della combriccola loquace c’erano libercoli, dispense, riviste, sommari, estratti, poligrafati, vino e liquori. Rimasi assai stupito nell’osservare che il Brilli ascoltava attentamente i discorsi che si facevano a quel tavolo. Quando fummo usciti, e dopo aver fatto una diecina di passi, il Brilli mi disse, tra l’indignato e lo sconsolato:

– Di’ un po’ su: e chi sono tutta quella manica d’imbecilli?

– Arruotini impazziti! –

Al calcio di un leccio c’erano una ventina di biciclette poggiate una sull’altra.

*

Di sotto a una galleria di verde si ritornava verso casa, e io, sapendo che il Brilli lo gradiva, gli dicevo dei brani di epigrafi, d’epitaffi, di scritti succinti: «Matteo Civitali rese loquaci i marmi a parlare della sua perfezione». «A Girolamo Segato – al nuovo genio della creatrice sapienza italiana che le umane spoglie – dall’ugna al capello, dalla fibra all’ossa, dal cerebro al sangue – colla splendidezza dei natii colori – pietrifica elasticizza ineterna»….

– Ripeti, – e il Brilli batteva forte forte il bastone in terra. Ma quello che lo faceva ringiovanire di dieci anni era un fattarello che mi era accaduto qualche anno prima in un paesetto nel cui tempio v’erano alcuni affreschi del mio primo maestro, Michele Marcucci. Narravo: «Appena messi piede nel paese vidi una pietra su cui erano scolpite e dipinte in nero queste parole: – Chi bestemmia è un vigliacco. – Entrato nel tempio rivolsi il capo verso la cupola; il rettore, vedendomi così interessato ai dipinti, mi chiese se fossi stato, al caso, un pittore.

– Sono stato allievo dell’autore degli affreschi.

– Era un sant’uomo.

– E come si comportano, reverendo, i parrocchiani? – domandai.

– Non ci sarebbe male, ma sono una massa di vigliacchi.

E si passava in rassegna le epigrafi rapidissime: «L. G. in un’ora visse, pianse e morì». «Mio nome doveva essere G. A. Nacqui ebbi l’acqua cristiana e morii». «L. B, respirò aspirò sperò spirò».

Era l’ora in cui gli arruotini impazziti dalla città ritornavano alla campagna e noi s’era costretti a camminare sui vialetti riservati ai soli pedoni sui quali tuttavia davano delle piallate circolari le ruote dei cicli e per temenza d’essere arruotati dovevamo interrompere i nostri discorsi.

*

Oggi rovistando tra le carte di Ugo Brilli ho potuta spiegare l’arcano dell’odio carducciano per le epigrafi.

Là, verso il 1894, Ugo Brilli aveva mandato al Carducci a emendare l’abbozzo di una epigrafe, – almeno da questi appunti pare si tratti di un abbozzo, dietro i quali con una calligrafia discretamente nervosa ci sono segnati i pareri del maestro.

Dice l’epigrafe: «Tra le donne eroiche d’Italia – Che negli anni tristi del servaggio vilissimo – Pensarono tacquero piansero – Patirono operarono e fecero – Ricordiamo – Caterina Scordino Plutino – Figliuola e nipote di Agostino e Antonino – Fiori del patriottismo calabrese – Giovinetta – Osò difendere in faccia al Borbone – L’esistenza del padre proscritto e condannato – Durò tutta la vita – Anche nelle afflizioni della sventura – Immacolato forte stupendo esempio – Di donna moglie e madre italiana – La notte del IV gennaio MDCCCXCIV – Dell’età sua cinquantanovesimo moriva all’improvviso – Santamente proferendo – Pregate pregate!».

«Caro Brilli. Pol., 12 ott. 1894.

«Ho segnato quelle che a me paiono pècche di ridondanza. Patriottismo è vocativo nuovo, non direbbero gli epigrafisti puri, da epigrafe…. non vo correggere perchè proprio non so. Ti prego di non far nè anche trasparire o trasentire che io abbia riveduto. Odio le epigrafi per molte ragioni, ma speciali perchè sono un’opera di commissione. Si commette al letterato di far l’epigrafe come al marmista di fare il coverchio.

«Lessi con molto interesse le tue ultime lettere. Scrivimi di te. Qui l’autunno è bello e ci sarebbe da leggere. Il 22 sarò a Roma. – Tuo Giosuè Carducci».

*

Una epigrafe, breve, efficace, bellissima, ha scritto Ugo Ojetti, non per commissione, ma per amore al suo professore Ugo Brilli. L’iscrizione è da tempo graffita sul basamento ove posa un busto del Brilli vigorosamente modellato, scalpellato dallo scultore Alfredo Angeloni.

Non è il caso di dire che questa scultura vada da Erode a Pilato perchè è da mesi e mesi compiuta nello studio dello scultore, – al Giannotti di Lucchesia: – nè vi sono livelli sopra perchè il magnifico blocco statuario da cui è stata cavata fu donato dal sen. Albicini, legato al Brilli da amicizia fraterna e lo scultore ha lavorato per l’amore e per la gloria. Nè manca la fervida adesione di Sua Eccellenza il ministro dell’Educazione Nazionale Balbino Giuliano e di moltissimi uomini di lettere.

Manca di scegliere un paio di metri quadrati di terreno nei giardini pubblici e dire risolutamente: «Lo collochiamo qui!». Anche se nella vecchia pista che li delimita frullano, a giornate sane, degli arruotini impazziti.

IL POETA

RACCOMANDA UN «TRASCURATO»

Non so più in quale volume delle prose Giosuè Carducci sibila, presso a poco, così: «Non chiesi voti al popolo, raccomandazioni a ministri….». Però, Egli, verso i suoi scolari più degni fu prodigo di raccomandazioni a ministri pregandoli di prendere a cuore e proteggere la sorte di loro. Ma tristi e guai se qualcuno sgarrava; allora Giosuè diventava un leone.

Dopo la raccomandazione i beneficati venivano messi, da Lui, sotto una specie di vigilanza speciale: per il bene e per il male.

Roma, 6 maggio 1895.

Caro Brilli,

Sai del torto che la mattia fece al Casini, sbalzato a un tratto, senza ragione, in Sardegna. Per riparo avevano pensato di mandarlo a Ravenna; prima che io parlassi del tuo desiderio. Se altra destinazione si trova, farò a te Ravenna; ad ogni modo mi è stato promesso che dentro l’anno avrai altra collocazione nell’Italia Centrale.

Anche tu ricorda e scrivi al Chiarini a suo tempo. Ti tengo dietro.

Molte cose avrei a dirti, ma sono occupatissimo di faccende e studi. Fra qualche giorno avrai una mia Ode a Ferrara.

Addio. Io parlo spesso di te col buon Severino.

tuo Giosuè Carducci.

Appena raggiunta la sede desiderata Ugo Brilli deve aver scritto al Maestro, manifestandogli gratitudine.

Caro Brilli,

A tue molte lettere risposta sola.

Ho caro che tu faccia energicamente il dover tuo e che tu lavori.

Solo il lavoro consola nell’oblio almeno temporaneo della triste realtà.

Un po’ pazienza, e a suo tempo si penserà a te e ad allogarti meglio. Meglio, no; perchè tu stai bene dove c’è da far per il meglio morale….

….Ma va via, Brilli, ormai, chè mi diletta assai di piangere più che di parlare….

tuo Giosuè Carducci.

Ugo Brilli deve aver inviato al Maestro un modestissimo dono: forse il famoso pacchetto con le caramelle del Caselli di Lucca.

Caro Brilli,

Grazie della memoria buona, degli auguri, del dono. L’ho già gustato con l’Elisa e dimani lo gusterò con Severino.

Il qual Severino studia fortemente e profondamente, e sempre più diventerà valente quanto è onesto.

Io oltre che pensare alla storia dal 1846 al 49 son dietro alla stampa delle Letture del Risorgimento.

Così si fa meno triste la vita cercando d’adempiere il proprio dovere.

Anche tu veggo che pensi allo stesso modo, dal modo onde lavori. Bene, molto bene.

Mi ricorderò di te.

Cordialmente ti saluto e t’auguro perseveranza nel bene.

tuo Giosuè Carducci.

*

Ugo Brilli, che fu l’occhio diritto di Carducci, oltre che perseverare nel bene, voleva anche far del bene a un antico scolaro del Maestro e di lui e per lui scrisse al Carducci presso a poco così:

«Egli, com’Ella sa, è stato un giovane raccolto e studioso, e fino a un certo tempo equilibrato, ma poi…. poi…. si sa la vita faticata, l’avversa fortuna, i disagi…. ebbe tempeste di mente di quelle che fanno ingrossare il sangue e l’ingegno ed ora è come infuocato, arso, bruciato dalla disperazione.

Maestro misericordia di lui. Ella può molto. Comprenda e perdoni lo sventurato amico».

E il Maestro ebbe misericordia e scrisse al Chiarini ed ottenne una cattedra liceale per lo sventurato scolaro. Una cattedra in una cittadella remota priva di lusinghe e di tentazioni.

*

Il beneficato, dato fondo a tutto quel che gli rimaneva di soldi, si aggeggiò per le feste: falde di pannetto nero con le rovesce di seta, pantaloni a righe bianche e nere, ghette madreperlate, scarpe di «chevreau», cappello duro, camicia bianca stirata, cravatta a palline gialle e nere, il bastone, e da ultimo una bella borsa di cuoio.

La cittadella di F., spersa nella ferace terra romagnola, a cui striscia come un serpe il fiume Lamone, aspettava nell’ottobre del…. l’educatore.

Sul piazzaletto della stazione non c’era nessuno. Appoggiati al muro della casa del capo, a godersi le ultime fiamme del sole già scemato dalla inflessibile linea dei campi, c’erano tre infelici: un gobbo, una gobba e uno sciancato, i quali dettero il benvenuto all’educatore.

Il vetturale appena scòrse il signore schioccò la frusta che sibilante dal bacchetto pareva una anguilla presa all’amo.

L’educatore si avvicinò al vetturale e parlò con lui lungamente; dopo poco i due si battevano reciprocamente le mani sulla spalla come soglion fare i vecchi conoscenti.

– Poi si beve una di Sangiovese!

– Due: una per occhio.

L’educatore parlava e l’altro badava a dire ripetutamente:

– Sì, sì, sì, sì; ma sì.

Dopo tutti questi «sì» l’educatore si assise sulla vettura: il vetturale con una frustata pelò gli orecchi alla brenna, e via al trotto; il pietrato sfavillava sotto lo zoccolo ferrato.

*

Dopo tre giorni dall’apertura delle scuole il preside non sapeva più cosa rispondere alle disturbate famiglie del paese che in massa si recavano alla scuola chiedendo:

– Ma il professore d’italiano non è ancor giunto?

– Se domani non si presenta io telegrafo al Ministero: state pur tranquilli; da domani metto un supplente: poveri ragazzi.

*

Nella raccolta cittadella si sparse la nuova che in una casa situata verso le sponde del Lamone aveva preso stanza un signore che ne sapeva più di un baccelliere di Salamanca.

– Ma perchè è andato ad abitar proprio lì? – si chiedevano tutti perplessi.

I trascurati del paese asserivano che l’uomo all’ingegno accoppiava anche la modestia e che alla mattina era il primo ad alzarsi, sfornellava, sventolava, bolliva il latte, abbrustoliva il pane, lo imburrava e lo portava alle padrone. Poi, mentre queste si satollavano, lui declamava delle poesie, palcheggiava, misurando la stanza a grandi passi.

*

Il preside fermò il vetturale.

– Era un signore alto quanto me?

– Sì.

– Con le falde nere?

– Sì.

– I pantaloni a righe bianche e nere?

– Sì.

– La cravatta a palline nere e gialle?

– Sì.

— I capelli incolti, i baffi folti, gli occhi chiari, il naso rincagnato, le basette lunghe?

— Sì, sì, si.,

– Ma che diavolo gli ha soffiato negli orecchi! – disse il preside disperato. – È stato certo colto da pazzia fulminante.

*

Il dimani egli fece un rapporto dettagliatissimo al Provveditore agli studi, e questi lo rimise al Ministero della Pubblica Istruzione.

Dal Ministero della P. I. scrissero al Carducci press’a poco così: «Il giovane tanto caldamente raccomandato da Lei, e la cui sorte fu presa a cuore, giunto in sede, forse colto da improvvisa alienazione mentale, ha preso stanza….».

Il resto è intuitivo. Carducci rimase di sasso e chiamò telegraficamente Ugo Brilli a gran rapporto.

*

Quando Ugo Brilli, presago del temporale che stava per scatenarsi sulla sua testa, entrò nello studio, parve un gatto quando lo gettano nella gabbia di un leone.

Carducci pallido, poggiato il capo pesante sulla mano, pareva già diventato una statua. Il rapporto del Ministero della Pubblica istruzione, ch’egli aveva aperto sul tavolo, pareva intarsiato. Giosuè fe’ cenno a Ugo Brilli di chiudere l’uscio. Brilli dette una mandata a chiave e si approssimò al tavolo.

Carducci gli porse il rapporto:

– Leggi!

*

Mano mano che Ugo Brilli scorreva il minuzioso rapporto impallidiva e alzava gli occhi umiliati e li fissava in quelli d’onice di Carducci.

Al finale Brilli fe’ un salto come se le marmette dello studio si fossero tramutate in pietre focaie.

– Ma no, ma no!

Carducci strappò in due il foglio, come quando si stacca il capo ad una aringa.

– Via! – urlò come spiritato.

*

Dopo un mese capitò alla sede di Brilli l’educatore, il quale stava fuori del Provveditorato. come un mendicante. Tutti gl’indumenti avevano perso il nuovo; la borsa di cuoio pareva un ventre di cane spelato che si fosse cibato di fazzoletti e di calze. Quand’egli fu scorto da Brilli urlò:

– Compassione, fratello!

– Ma perchè? – gli disse Brilli col pianto alla gola.

– Fratello, fratello, ricordati l’Epistola: «Lussuria fa tempesta di mente. Lussuria induce viltà e servitudine. Lussuria induce bestialità. Lussuria ingrossa l’ingegno. Lussuria vince i grandi e i piccoli». I miei giorni son passati via più leggeri che la spola del tessitore e son venuti meno senza speranza.

– Ma vai al diavolo! – urlò Brilli.

«CI FA CERTO VINO ALLA MAULINA!»

Dopo il vino, della Maulina, Giosuè Carducci lodò la gente, Maulina terra di Lucchesia interchiusa tra la Freddana e il Serchio: «Qui gente buona, semplice, laboriosa; mi pare che mi rifarei fra questi vecchi onesti e diritti e faticanti, fra questi giovani robusti e modesti lavoratori, fra queste donne buone e schiette e che parlano così bene, fra questi bambini che all’occorrenza vanno scalzi. Quanto pagherei a esser un di loro e a non essere io! Io se il mio infame nonno non avesse sciupato tutto scioccamente, poteva essere così un piccolo possidente e buon lavoratore dei suoi campi, e non uno che, per esempio, se la pigliasse con Mario Rapisardi. Ah….».

Oggi, su per questi poggi, tra grandi ombre di lecci, stampate in nero sul verde vellutato delle borraccine, sotto cui, cinquant’anni fa, si sedeva, come un antico agreste, Giosuè Carducci ad emendare alcune delle sue pagine più belle, quelle del Ça ira, ed a pensare, con l’usata vigoria, quelle di Giambi ed epodi che scrisse poi qui nella casa Bevilacqua, mi è stato di guida il vecchio colono Giuseppe Bertini, affabile ed ospitale, – uno di quegli agricoltori lucchesi che fan tosto amicizia anche con chi non conoscono, – il quale accompagnò più volte il Poeta là sul Colle da cui, in un volger d’occhio, si domina la Val di Serchio e tutta la catena delle Pizzorne.

Da monte Catino diroccato, – la cui torre campanaria è stata in questi giorni scerpata dalla saetta, – all’aguzzo spicchio del monte Brancoli dove grandeggia, con un verdore cupo, l’altissima croce, sta il bianchissimo convento dell’Angelo dei Padri Passionisti i quali, per il cuore rosso trapunto sul saio nero, sembran tutti feriti a morte. La Freddana e il Serchio sono adimate tra sbancacciature cretacee; se ne intravede il corso per un vasto ondeggiar di pioppi chiomati, varianti bianco e smeraldo come onde marine.

Onde brulle appaiono i monti del Pisano; lembi di cielo azzurro presentano il mare e se l’aria si purga, là, oltre un margine di piano soffuso dai vapori che fiata l’Arno, si può scorgere la rocca di San Miniato.

*

– Com’era d’aspetto il Poeta? – chieggo.

– Robusto, ma con la barba già un po’ brinatella.

– E come parlava?

– Ci vuol che un predicatore! Qui un giorno si fermò d’impeto e mi disse: «Ci fa certo vino alla Maulina!».

– A proposito di predicatori; o i preti di queste pievanie cosa pensavano di lui?

– Nel tempo che lui soggiornava di qui, su, loro, non salivano più il Colle. Si schernivano: «Ora ci avete il Carducci». Eppure io l’ho visto farsi, una sera, il segno della Santa Croce.

Siccome il Bertini è un po’ bleso per una recente incisione ch’egli ha avuto sulla lingua, ho voluto che mi ripetesse il singolare fatto carducciano.

– Una sera i suoi dicevano «il bene», lui non disse il bene, ma alla fine si fece il segno della Croce: e come bene!

– Ma, allora, andava anche alla messa?

– A quella no! Accompagnava i suoi alla chiesa, ma lui non vi entrò mai.

Il Bertini, vedendo che questi particolari mi avevano lasciato un po’ perplesso, mi ha detto:

– Non creda, poi poi, che si sia tanto allo scuro: giù di qui c’era un ragazzo che conosceva a memoria l’Inno a Satana come l’Ave Maria.

*

Ci fermiamo davanti alla casa dei Bevilacqua; una sposa fiorente come la bionda Maria occupa buona parte dell’uscio da cui si è affacciata, fiammata nel viso, con gli occhi ceruli; è imbarazzata perchè il marito è fuori ed ha seco la chiave della cameretta in cui scrisse e dormì il Poeta. Dalla finestrella spalancata si vede il soffitto fregiato di fresco.

– Vedano; è stata imbiancata di fresco. Quel rosoncino ce lo ha fatto un imbianchino del luogo; quando seppe che ci aveva dormito il Carducci disse: «Se me lo dicevi prima, ti ci facevo un fregio carducciano».

Per farmi una idea della grandezza della camera sono entrato nella stanzetta sottostante: un coniglio spelacchiato brucava del palèo, un gallettaccio, a gamba zoppa, saltabeccava di qua e di là. (Un giorno il Carducci immaginò così il poeta; che abbia avuto lo spunto qui alla Maulina?). Ma l’ansietà di vedere la cameretta mi ha spinto sopra una scala a pioli sui quali dopo il Credo stanno le galline grogie grogie, come dicono da queste parti. Ho infilato il capo nella finestrella, la cameretta nuda, vedova di mobilia, sembra la botteguccia di San Giuseppe; c’è soltanto un banco da falegname con la pialla, la sega, il martello.

– Nelle case c’è sempre da riparar qualcosa, – dice tranquilla la sposa. La giovane sposa non può darci notizie: – A quei giorni non ero nata, ma qui sotto la corte abita una vecchia signora che sa, che ricorda, che parla come un libro stampato.

Scendiamo il poggio inebriati dal profumo di salvie, ruta, menta, rosmarini, pepirini, accestiti sul ciglio di una redola verde. La signora attende con grande dignità di essere interrogata.

– Interroghino pure, io poi risponderò.

Non avevo ancora formulato una domanda che la sposa ha detto: – Ho mostrato ai signori la camera dove dormì e scrisse il Carducci.

A fronte increspata, con la gravità di una àugure turbata, la signora ha asserito che mai il Poeta scrisse o dormì nella cameretta.

– Se mai, ci dormì la prima sera che capitò da queste parti. Dormiva, solo, là in quella casa che vedono tra quei lecci, e là scriveva, sempre con un fiasco di vino rosso davanti come una lanterna.

Nella disputa interviene una terza donna che si è affacciata all’improvviso da un uscio. Il colono Bertini, interpellato con tono fiscale, non proferisce altro che degli avverbi di dubbio. Tre donne taceranno se due non ci sono. Qui le due giovani hanno taciuto e noi ci siamo pacificati sulle affermazioni della vecchia signora. Si è saputo che qui il Carducci era espansivo, – specialmente con la gente, -e che godeva quando vedeva la Lauretta disurpare – mangiare avidamente – uva e melograni, e che sovente parlava di cose difficili con dei signori i quali capitavano qui da Livorno e da Firenze.

Sulla facciata della casa dove Giosuè Carducci avrebbe scritto e dormito c’è una edicoletta con la Madonna del Buon Consiglio, tutta bianca e celeste. Un contadino con la camicia blu altomare, i calzoni verdi bottiglia, gli occhi grigi, i capelli e la barba ramati, ci dà la nuova che la camera del Poeta, durante un restauro, fatto qualche anno fa, fu incorporata con un’altra.

Cerco inutilmente la piccola finestra della cameretta che dava sui campi in cui il Carducci lesse al Chiarini e al buon Carlo Bevilacqua, suo genero, le pagine del Ça ira: «Benchè settembre faceva ancora assai caldo nella campagna lucchese, e l’aria che per la finestra aperta penetrava nella stanza, benchè temperata dalla verde frescura degli alberi di fuori, era pur sempre l’aria d’estate. Ma, tutti attenti alla lettura, che fin dalle prime pagine ci aveva afferrati, e ci teneva incatenati, non sentivamo il caldo». Che abbia proprio ragione la sposa fiorente che abbiamo incontrata sul colle? La cameretta, sotto cui brucava un coniglio e razzolava un gallettaccio, ha molti connotati corrispondenti alla descrizione che ne fece il Chiarini.

*

«Qui gente buona semplice laboriosa… fra questi vecchi onesti e diritti e faticanti, fra questi giovani robusti e modesti lavoratori, fra queste donne buone e schiette e che parlano così bene, fra questi bambini che all’occorrenza vanno scalzi….». Ho riletto qui sul colle della Maulina il brano carducciano: gli occhi ogni tanto lampeggiavano sul colle di Mutigliano dopo il quale è il luogo che ebbero i miei in enfiteusi.

Nei mattini lucenti di sole, quando le erbe son gemmate di brina e ogni festuca s’imporpora, mia madre parava la greggia giù per i poggi della Freddana e col suo fare buono e schietto parlava così bene con la sua sorella minore mentre io scalzato andavo avanti a tutti, saltando come un capretto. Intanto il mio nonno, col forcone, sconvolgeva il fieno, o capovolgeva il concio fumante, o faceva la recisa ai giovenchi, affezionato al Posto provvido.

«…Io, se il mio infame nonno non avesse sciupato tutto scioccamente, poteva essere così….».

Ruote di frantoio, cavate dai piastroni ruzzolati dalle piene impetuose della Freddana, si veggono perniate alle trava, odor forte di sansa e olio legittimo, olio per tanto condime, si mischia ai profumi dei peporini; lezzo di stamo, pennecchi ritorti sulla ròcca incendiati dal sole meridiano; strepito di telari, lunghe lingue grige di tela ergastolana stesa a bianchire sull’erba verdissima, e lunghe file di botti allineate nelle celle vinarie, tutte di pietra come casematte; sintesi della Maulina.

Molte cose sono cambiate, su per questi colli, dal giorno in cui vi capitò Giosuè Carducci, ma non sei cambiato tu, o vino della Maulina, sangue legittimo dell’uva; anche Mosè, sciogliendo il Cantico, ti avrebbe gradito nelle coppe maiuscole.

«Ci fa certo vino alla Maulina!».

CARDUCCI A SPASSO PER LA VERSILIA

La signora Aristea, antica proprietaria dell’Albergo viareggino, in cui, ai bei tempi, Giuseppe Giusti, come attesta l’epigrafe murata sulla facciata, scrisse versi flagellatori, ornati di tutte le grazie dell’idioma toscano, una sera asseriva che quel signore tarchiato, – dalla barba e dai capelli ricci, dal naso corto e schiacciato di Sileno sotto un’ampia fronte rupestre, con due occhi di fuoco, – il quale, accigliato, tritolava, coi denti acuti, il pan biscottato e beveva vino – «vino non è ch’ei beve, – è un rosso mar» – in quantità, era Giosuè Carducci. La signora Aristea accennava con grande discrezione agli intimi lo strano signore il quale ogni tanto, quasi a cacciare torbi pensieri, ripeteva: – Bella è Versilia mia!

I connotati dello strano ospite corrispondevano davvero a quelli della stampa inquadrata nel salotto buono, in cui era effigiato Giosuè Carducci. Il padre della signora Aristea, uno di quei poeti popolani toscani di memoria pronta e tenace, che sanno a memoria interi canti del Tasso, dell’Ariosto e di Dante, un pezzo d’uomo dalle gambe un po’ roncolite per essersi, egli, guardiafili telegrafico, rampicato con gli scarponi artigliati da granfie di ferro sui paloni lungo le vie maestre, – e di lassù cantava, tra voli di rondini e di falchi, – aveva qualcosa di grifagno nel viso: occhi vetrini, naso ad uncino, bocca predace. Il popolano cantore era di sentimenti razionalisti. Quando il misterioso ospite domandò di visitare la camera in cui aveva albergato Giuseppe Giusti, i familiari della signora Aristea lo fissarono dal salotto buono. Quando l’ospite ebbe visitato la camera del poeta di Valdinievole, si accomiatò con bel garbo dalla signora Aristea. Stava per uscire quando l’impetuoso popolano proruppe nella declamazione:

A te, de l’essere

principio immenso,

materia e spirito,

ragione e senso….

Si dice che il misterioso ospite, a quei versi, declamati con tanto calore, rimanesse come incantato, con la maniglia della porta tra le mani; poi, sbatacchiando l’uscio, uscì.

– È lui, è lui! le trombe, le campane!

Le trombe e le campane di Val di Castello, quel giorno medesimo, avevano fatto andare in collera Giosuè Carducci; il misterioso ospite dell’Albergo era proprio lui. Recatosi al paese nativo, all’insaputa di tutti, per rivedere la casetta in cui nacque il 27 luglio del 1835, alle ore 11 di sera, e il paesetto in cui passò l’infanzia («Io della mia infanzia non ho memorie nè belle nè buone nè curiose»), pare si aggirasse tra la casetta e la chiesa in cui fu battezzato, il tragitto di un tiro di schioppo, rannuvolato e accigliato. Forse lo spettro del grave signore, con gran barba nera e con un libro in mano, che, con gridi ed urli, gli aveva conturbato quella pessima giornata della sua infanzia, gli ribalzava incontro con un sottinteso in corpo ed egli, brandendo ancora la fune con la quale giocava al serpente con una bimba dell’età sua, come fosse un flagello, mentalmente gli riurlava: – Via, via, brutto te! – quando una voce urlò: – Oh, Giosuè!

Ad aver prestato fede a quella vecchierella dimagrita, dagli occhi vividi e dai capelli bianchi come una roccata di stoppa, vestita di nero, una nonna Lucia senza solennità, che, appena qualche forestiero si approssimava alla casa del Poeta, faceva apparizione da una casupola ridossata al monte, con la chiave della casa, grande, spropositata, fu lei che, quel giorno, riconobbe il Poeta e lo chiamò familiarmente Giosuè, perchè anche lei era, se bene alla lontana, del ceppato carducciano.

– Ma come riconosceste il Poeta, dopo tanti anni?

– Eh, signore! Il sangue non è mica acqua!

Ad aver prestato fede al cavatore dell’Alta Versilia, Zeus, e a un suo compagno, grave come Epaminonda Tebano, là verso l’ottanta, Giosuè Carducci sarebbe stato avvistato al Marcaccio, presso Seravezza, sul portichetto lastricato della casupola di «Cecco Frate» (lo scolopio versiliese Francesco Donati, amico del poeta e primo maestro del Pascoli, in Urbino). Il volto del Donati, un tempo balenante alfieriana austerità, luminoso e sereno, si era, per un terribile male che lo rodeva, rattratto e aggrinzito e gli occhi appannati da una nube di tedio; la barba sagginata e incolta e i capelli lunghi e sviati gli davano l’aspetto di un eremita mendico. Lo scolopio, che ai suoi tempi ebbe il capo pieno zeppo di diavolerie poetiche, scendeva, a braccio del cantore di Satana, il poggio sotto cui aspettava un vetturale noleggiato dal Carducci a Massa. È, in succinto, il racconto che fa il Chiarini di questo incontro nelle memorie carducciane. Un gruppetto di cavatori, insospettito che quel fiero e sdegnoso uomo barbuto, accigliato, fosse il Carducci (i connotati corrispondevano a quelli della stampa che effigiava il Poeta, appesa sulle pareti del «Crocchio»), proruppe istintivamente in una declamazione corale di sondaggio:

A te disfrenasi

il verso ardito

te invoco, o Satana,

re del convito.

Dopo la declamazione, gli sguardi aggufiti dei cavatori, appollaiati sotto uno scheggione, si fissarono in quelli del falco predace, ma nulla vi trapelarono.

*

L’effigie che il Carducci sceglierebbe per sua tra le migliaia che circolano, credo sarebbe quella fatta direttamente su lui da Adriano Cecioni, rustica, scabra, taurina, e quella fotografia del 1860 fatta da qualche ignoto fotografo pistoiese, quel viso plebeo riceppato d’alterigia, con una ciuffaia di capelli ricci e lanosi sulla fronte piatta e dura, gli occhi iracondi, divergenti, la bocca beffarda, il naso schiacciato, il collo lungo e piegato come i falchi catalani, quando stanno per scendere. Scultura e fotografia tramandano l’immagine del Poeta tal quale se l’è plasmata nella fantasia il popolo di questa terra che della vasta opera di lui conosce soltanto l’Inno a Satana ed il Ça ira.

Tale era l’ansietà, in questi popolani, cresciuti in un’atmosfera carducciana, di conoscere in persona il Poeta che, a ognuno il quale delle immagini descritte avesse avuto i connotati, anche guasti e corrotti, e si aggirasse nei luoghi del Poeta, dopo essere stato inquisitivamente squadrato da capo a piedi, gli si declamavan versi concitati di sondaggio:

Se da le donne tua maschia dolcezza

tenne il mio tosco accento,

io non voglio i tuoi marmi, o Seravezza,

per il mio monumento.

L’ignoto, a questa declamazione, si voltava, associandosi al rammarico che era nella voce del declamatore: – Pare impossibile! È tanto bello! – E ignoto e declamatore si estasiavano davanti alla varata della «Tacca bianca», il canalone più fulgido del monte Altissimo.

Certi fanaticoni, per i caratteri spiccati che avevano degli uomini più tipici di questa terra versiliese (il Carducci li assommava tutti nel suo volto possente) e un po’ per certa vanità di abile trucco, sembravano – ai semplici – tanti Carducci a spasso. I fanaticoni, con certi libri misteriosi, si aggiravano nei luoghi più collegati ai ricordi carducciani, sicuri che, prima o poi, qualcuno gli avrebbe chiesto: «Ma lei è parente del Carducci?»

– Il ceppato è quello.

*

Ventisei anni fa, come oggi, nuvole grigie, portate dal vento, veleggiavano sul cielo, cenerino; mandrie di pecore, come nuvole dense di bufera, andavano sulla via maestra; sulle spalle dei pastori, sotto l’ombrellone verde, che portavano lette bianche e bigie, gli agnelli nati allora. A cavalcioni alle cavalle rossastre, ravvolte in teli neri, alcune donne allattavano le loro creature.

I pioppi dalle stecchite braccia, lineanti il fiume e gli uliveti, eran ghiacciati dal bianco di manifesti listati di nero: «Cittadini, Giosuè Carducci è morto. La Versilia, che gli dette i natali, non può lasciare che il giorno del dolore trascorra senza che sia udita la sua voce materna».

La voce, che si udiva della Versilia, spenta dal grigiore degli ulivi, era quella del vento che dallo schienale della grande alpe del Gabberi andava al mare a fondersi con la sua romba. Quelli di Val di Castello, che lo avevano visto nascere, esponevano, quasi increduli, il suo ritratto fra tricolori abbrunati e similmente quelli del Fornetto, presso Stazzema, che lo avevano veduto grandicello. Nessuna imagine corrispondeva all’altra e su tutte era stampato: «Tal fui qual fremo in quest’imagin viva».

– Come sarà stato lui?

Un foglio della sera portava la maschera di Giosuè Carducci, formata sul vero: gli occhi sigillati sotto l’impero della vasta fronte, la bocca sigillata sotto il naso ricalcato, tutta l’ossatura leonina in rilievo per la fralezza della carne, barba e capelli ricci a svolazzi bianchi, come la spuma del mare.

Lui, più la morte.

«CECCO FRATE»

Ai tempi dei tempi sullo spigolo della prima casa di Corvaia, quasi schiacciata dal monte Croce, irto d’aculei neri, stava appoggiato uno spaccasassi cieco seduto sopra un mucchio di sassi cubati, ch’egli, prima di sera, riduceva in macèa da selciare strade. Vicino allo spaccasassi c’era accucciato un cagnaccio nero il quale, quando il cieco malediceva gli automobilisti, abbaiava come il gran cane della morte. Nei giorni di dimostrazione, lo spaccasassi e il cane si vedevano sotto le risvolte di un gonfalone nero su cui abbrividivano bianche le parole: «L’arco che si tende si chiama Bios».

I cavatori di Versilia, abituati a sincopare e a incorporare le parole, il velaccio nero lo chiamavano il «Bios».

Nel marzo del 1907 il «Bios», che di solito sventolava tra le sollevazioni della folla esagitata, lo si vide aperto sulla casetta ove nacque Francesco Donati, «Cecco frate», situata sotto i ravaneti del monte Costa, al Marcaccio presso Seravezza.

I cavatori avevano voluto associare al nome di Giosuè Carducci quello del suo umile e grande amico Francesco Donati, che del Poeta fu consigliere dotto e ascoltato. Associazione tra Satana e la Croce?

Quando, all’epoca del «Satana», per le vie di Bologna la gente vedeva Giosuè Carducci, tutto fuoco e fiamme, con uno scolopio, estremamente focoso, fulvo di chioma, acceso in volto, con la fronte altissima, gli occhi ceruli, con atteggiamenti e sdegni alfieriani, rimaneva di sasso.

Erano da tempo trascorsi i bei tempi, del 1856 e del 1857, in cui il Carducci e il Chiarini convenivano spesso nella cella del padre Donati a San Giovannino, in Firenze, ed egli apprestava con le sue mani agli amici dei ponci mirabili, che stuzzicavano l’estro. Il Chiarini, – Rodolfo Renier: Un amico del Carducci, – seppe ridarci a memoria un sonetto del Carducci al Donati, che sgorgò da uno di quei festevoli estri giovanili:

O padre Consagrata, io ti vo’ fare

in nova foggia una laudativa.

O Cecco mio da bene, o mio compare

o padre Consagrata, evviva, evviva.

Evviva chi ti tenne a battezzare,

chi t’allattava e chi ti rivestiva.

*

Qui, in Versilia, chi primo mi parlò di «Cecco frate» fu un vecchio cavatore, Ubaldo Sarti, a cui lo schianto di una mina aveva scamozzato un braccio. Il vecchio cavatore, aiutandosi coi denti, ricoglieva i sarmenti in un vigneto scassato a piè dell’Altissimo, e, azzannando i salici, sembrava un uomo primitivo che si cibasse di radici rosse.

– «Cecco frate» che io ho udito predicare giù in Seravezza, – l’uomo parlava dalle pianacce di Giustagnana, – era amante del vino nativo, delle poesie scomunicate, del latino e dei sonetti. «Cecco», armato da foco e da taglio, cacceggiava su per queste contrade e cantava come mai s’è più udito. La sua compagnia era di scomunicati e di quelli che potevan più vino in corpo che sulle spalle. Ma cantava come un rosignolo».

Che «Cecco frate» amasse le muse e il vino è chiaro. Egli stesso scrivendo ad un ignoto amico, – Pietrasanta, 6 novembre 1858, – dice:

«….Accetto di essere uno dei compilatori del Poliziano, ma pei primi numeri non ho in pronto alcuna cosa. Degli associati non ho potuto trovarne più che due, nè ho speranza di trovarne altri. È da ieri che sono tornato a Pietrasanta: tutto il settembre e l’ottobre l’ho passati pei monti e boschi cacciando; io non ho fatto altro mai. Ora mi sto confitto in camera a cagione di una bellissima stincatura fattami tra la neve giovedì sera, mentre modestamente avvinazzato, di buia notte e sotto l’ombra dei castagni, pretendevo di andar spedito là dove non era via da vestito di cappa. Intanto mi reca non poca meraviglia come il mio capo sia tutt’ora attaccato al busto, e così quello di due amici miei ch’eran con meco, e che non saltarono meno di me, come non avean bevuto di meno. Basta, e questa la ho raccontata. Il Leopardi non lo comprare altrimenti».

Domandai al vecchio cavatore: – Ma anche voi, scommetto, bevete?

– Cosa vuole, beve anche il prete all’altare, – rispose; e soggiunse filosoficamente: – Il vino agli uomini e l’acqua agli animali.

Egli, che dopo aver lasciato un braccio nella cava aveva fatto per anni trenta il postino rurale, asserì: – Chi beve acqua, novantanove su cento, scrive delle lettere anonime.

Ritornato dopo tanti anni su per queste pianacce ho dimandato del vecchio cavatore.

– Sciagure grosse, – mi è stato detto. – Nel salir da Seravezza gli fallì un piede e si spaccò il capo come una noce.

– Morto?

Secco come un chiodo.

*

Giosuè Carducci ebbe per «Cecco frate», – mente sicura, propositi fermi, tutto fuoco e fulmini per i tepidi cultori della natìa favella e degli antichi poeti, – un affetto grande e un’ammirazione grandissima. Il 22 gennaio del 1859 il Carducci scrive al Donati: «E di rime tue nulla? Che hai fatto? Che fai? Una prosa e canzone tua lessi con molto piacere, elegantissima la prima, dignitosa e forbita e immaginosa, come oggi non se ne fa, la seconda».

L’abito non aveva vinto il contrasto dei sentimenti e delle passioni che battagliavano nel cuore di Francesco Donati; dopo i rigori, egli scioglieva al vento il suo spirito torturato «Prendo a scriverti collo stomaco pieno di ponci e di vino e colla testa piena dei fumi che esalano quei liquori. Da questo esordio sarai indotto a credere che io mi sia in cuccagna o in ben godi. Affeddiddio, ammazzo i dispiaceri e l’uggia coi ponci e col vino, e mi auguro prossima la morte». È il brano di una lettera che «Cecco frate» scrisse ad un amico da Pietrasanta il 15 novembre del 1857. Quasi nel tempo stesso il Donati scriveva questa Ballata:

Vattene, o ballatetta,

fra ‘l Serchio e la Versilia a la Marina

in vista di novella pellegrina.

Se amor ti guidi e tua buona fortuna,

giugni a la terra accortamente allora

quando l’aria comincia farsi bruna,

e più sente disio chi s’innamora,

e va senza dimora

a quella che di tutte è la più fina

e amor la chiama….

Oggi, giorno d’asciuttore, la conca di Seravezza con le cave, gli ulivi, le case, le carra stridule, i bovi, i greti dei fiumi è come incenerita; gli scheggioni rossi di Ceragiola sembrano calcinati, tutto crepe come sono. Riveggo un fondaco in cui, parecchi anni fa Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, che col Donati ebbe tante rassomiglianze, parlò di lui e della sua opera.

– Peccato che bevesse – commentò uno di quegli uomini normali che si impancano sempre con quelli di cuore avventuroso.

– Lei beva la cicuta se crede – commentò all’istante il Ceccardi.

Giù in cantina stavano levando l’olio a quello del monte di Ripa, bianco trasparente che dipinge i volti di lacca, onde celebrare il rito per «Cecco frate» con tutte le convenienze.

Gl’intimi di Ceccardo, sapendo di compiacer il poeta, gli dicevano: – Tu e «Cecco frate» siete gemelli.

– E bè – sospirava Ceccardo.

Un crocchio di Apuani s’era appollaiato sotto una bassa arcata dell’osteria e uno di loro asseriva, chi sa con quale fondamento, che Francesco Donati avesse sofferto d’agorafobia. I più non sapevano di quale malanno si trattasse: Ceccardo, che era sospettoso come un coniglio che qualcuno sparlasse di lui, udito il malanno che avrebbe afflitto «Cecco frate» e per dimostrare che proprio tra lui e il Donati erano gemelli, urlò, tra lo stupore del crocchio: – Ho sofferto anche quella.

Un giovane filosofo greco, che sapeva di greco e di latino, trovandosi nella comitiva, spicciolò per tutto l’«agrofobia».

– Precisamente – disse grave Ceccardo.

*

Dopo un’assai lunga vita di travagli spirituali Francesco Donati, disperato del suo destino, si ridusse al Marcaccio presso Seravezza. Su quel poggio, nel giugno del 1877, s’ebbe la visita di Giosuè Carducci e del Chiarini.

Carducci in quel tempo era a Massa, mandatovi dal Ministero ad ispezionare quel liceo – è il Chiarini che narra: – «Il 14 mi scrisse una cartolina, invitandomi ad andare a raggiungerlo per recarsi insieme la domenica prossima, 17, a Seravezza a vedere Francesco Donati, ch’era da qualche tempo ammalato».

La gita fu fatta su di una carrozzella. La strada rotabile, da Massa a Seravezza, rasenta precipiti balzi e speroni di monti rassomiglianti a gigantesche prue profondate negli acquitrini. In alto la grand’alpe del Carchio, l’Altissimo, le Panie, e tutto l’impervio paese degli Apuani. Sassaie sanguinanti entro sereni golfi di olivi, rozze croci su poggi terminali, ghirlande di pampini avviticchiate agli olmi, ciocche d’olivi schiappate dalla saetta, branchi di pecore e campani, bovi aggiogati alle mambrucche cariche di statuario, poi Seravezza e il Marcaccio.

Il Marcaccio rimane verso Val Ventosa sulla via che da bimbo fece Giosuè Carducci quando con tutta la famigliola andò ad abitare al Fornetto presso il Ponte a Stazzema. «E di questo luogo ho vivissima memoria».

Su i tirreni lavacri un’ardua terra

lontano siede, cui de le ventose

spalle protegge genitor di nembi

il sasso d’Appennin.

Bella è Versilia mia!

All’apparir del Carducci e del Chiarini, «Cecco frate», dopo le prime espansioni di gioia e di affetto, si rannuvolò un poco e disse tristamente: – Vedete come è ridotto il vostro «Cecco»! Vi ringrazio, amici, che siete venuti a darmi l’ultimo addio.

Il Chiarini tracciò del Donati morente questo tragico ritratto: «Veramente non c’era più nemmen l’ombra dell’uomo di un tempo. Quella faccia, nella sua alfieriana austerità, luminosa e serena, era divenuta fredda e smorta; la fronte ampia, solcata d’infinite rughe, pareva come rattratta: gli occhi, privi della loro vivezza e mobilità, erano come velati d’una nube di tedio; le guance scarne e infossate. E la barba da parecchi giorni non rasa, e i capelli incolti, e le vesti trasandate davano al povero amico nostro l’aspetto di un uomo che, sentendo d’avere un piè sulla fossa, avesse detto a se stesso. A farmi la toilette per l’altro mondo non ci ho da pensare io».

Sulla facciata della casa ove nacque e morì «Cecco frate» c’è murata una modestissima pietra con su una semplicissima epigrafe, e in fondo, al posto ove comunemente ci si legge: la Famiglia o il Comune, c’è scritto: L’amico Garfagnini. Q. M. P.

IL POETA DEI CAVATORI

Seravezza, – che da secoli, con la maschia potenza dei suoi cavatori, ronca e palleggia i bianchi marmi al sole in su gli aerei piazzali delle sue cave, che, nelle sgrigiolanti segherie, dentate di sabbia silicea, affetta i blocchi ciclopici, abbeverandoli con la tersa acqua dei suoi ruscelli e torrenti precipiti, che, nei laboratorii strepenti, li fulmina coi pistoletti elettrici, li scalpella, li sagoma, li arrotonda sui torni girevoli, li quartabona e cuba, – Seravezza ha fatto scalpellare in una tacca bianca dell’Altissimo il volto austero e luminoso di un suo figlio degno: «Cecco frate», lo scolopio Francesco Donati, poeta innamorato della bellezza, ardente di amor patrio.

All’ombra di una piantata di rovere, di contro ai ruinanti dirupi delle cave di Costa, alla cui base s’aggronda, coi tetti neri di piastroni, il borgo del Marcaccio, sorge l’erma votiva. Tutta la Versilia, era adunata in Seravezza per celebrare l’inaugurazione del palazzo del Governo e del durevole ricordo a «Cecco frate», il cui busto è centrato nel parco del palazzo medesimo.

Di Francesco Donati, figlio d’umile gente operosa e fiera, che aprì gli occhi il giorno 16 marzo del 1821, al Marcaccio, presso Seravezza, e li sigillò per sempre il 5 luglio del 1877 in Torcicoda, al limite estremo di questa cittadella marmifera, dovevano scrivere Giosuè Carducci, che gli fu devotissimo sempre, e Giovanni Pascoli, che, in Urbino, al Liceo «Raffaello», esile convittore, l’ebbe come maestro.

C’è una lettera del Carducci al Chiarini in proposito, assai esplicita. Postilla il Chiarini: «Il Carducci e io volevamo fare qualche memoria di lui; ma la mancanza di notizie della sua vita e altre difficoltà furono cagione che il nostro proposito rimase per allora senza effetto. Certe cose, anzi molte cose, se non si fanno subito, non si fanno più». Il Chiarini non ebbe torto. Giovanni Pascoli, quattro mesi prima di morire, scrisse al Renier. «Ottimo amico, in altri tempi, sì, volevo scrivere sul padre Donati o «Cecco, frate». Perchè ne fui distolto? C’è nel principio delle Mie prigioni questo perchè. È un broncio. Fa’ dunque tu. Rivolgiti al Comune di Pietrasanta, per averne in prestito un prezioso plico, ch’io ebbi due volte in mano, in cui è quasi tutto, o tutto, ciò che il padre Donati stampò, e manoscritti. Io ero e sono convinto, che «Cecco frate», è un «creditore». –

Per sconsigliata negligenza, le carte di lui andarono quasi tutte disperse; un nucleo di esse pare sussista ancora. Dove? Comunque in tutta la Versilia, massimamente nella parte montuosa l’impetuoso scolopio è ancora amato e compianto; e l’amore e il dolore i vecchi cavatori li hanno trasmessi a questa generazione ringagliardita.

Perchè il cavatore della Versilia, affabile e ospitale, massimamente se gli ospiti lo intrattengono in materia di poesia, ama cantare, cantare stornelli, «rispetti», «bruscelli», «buffonate» o «maggi», ma cantare sempre, quando si lavora e quando si riposa. Giosuè Carducci, verso il 1869, sollecitava «Cecco frate» a salire verso le altitudini pietrose, per ascoltare quei canti che prorompono da velocissimi ingegni e cuori di fuoco, e raccoglierli e commentarli.

«Cecco frate» (questo nome sarebbe stato dato allo scolopio dai cavatori seravezzini; ma sta di fatto che il Donati fu chiamato così anche dagli «amici pedanti» di Firenze) fulvo di chioma, acceso in volto, gli occhi ceruli, con atteggiamenti più da moschettiere che da ecclesiastico, salì sui dirupi apuani; e mattinò e meriggiò, nelle selve di Giustagnana e di Terrinca, con lo schioppo a tracolla, insidiando quante volpi erano ascose in quei poggi silvestri e ascoltando i canti armoniosi.

Il Donati, come già si è ricordato, scriveva ad un amico; «Tutto il settembre e l’ottobre li ho passati pei monti e pei boschi cacciando. Ora mi sto confitto in camera a cagione di una bellissima stincatura…».

Nel borgo di Giustagnano quei vecchi cavatori ricordano ancora il buon «Cecco», sbandato lassù dalle tempeste della vita. Perchè in quei tempi Francesco Donati giù nelle grigie città, era riguardato sì con rispetto, ma quasi con terrore. A ciò contribuiva, oltre la libertà del suo pensiero, l’indole del suo temperamento estremamente focoso. «Vivo ingegno, eletta e ben fondata cultura, ottimo cuore, – scrisse di lui Isidoro Del Lungo, ma credo si logorasse anzi tempo nel contrasto dei sentimenti, ai quali si abbandonava di primo impeto per pentirsene a breve andare».

Vita certamente parecchio travagliosa e agitata quella di «Cecco frate». Di salute spesso malferma, col desiderio di piaceri dell’intelletto, che non sempre riusciva a soddisfare, angustiato non di rado da strettezze economiche, con un temperamento eccitabile e intollerante, che mal sopportava i contatti della comunità, non fu certo un uomo felice. Fu almeno sorretto dalla fede codesto monaco, amico d’increduli? «Checchè possano autorizzare di sospetti o d’incertezze certe sue frasi, Francesco Donati fu uomo di fede schietta e intera senza crolli, nè dubitazioni per tutta la vita». Questa esplicita dichiarazione è di Isidoro Del Lungo, che del Donati fu amico sin dalla prima ora.

È certo che in Urbino la scolaresca del Liceo «Raffaello» adorava Francesco Donati; lo adorava, nonostante gli scatti del suo indomito temperamento, perchè sentiva in lui il vero Maestro, innamorato dei classici, largo di pensiero, efficace nella dizione, variamente ed elegantemente dotto. Quando leggeva e commentava Dante, con la sua bella voce sonora, con la vivacità dello sguardo e del gesto, tutta la scolaresca pendeva dalle sue labbra. Alla parola franca e arguta, cui conferiva sveltezza e precisione la purità toscana, consentiva l’anima della scolaresca.

*

Gli ultimi anni di «Cecco frate» trascorsero in compagnia di cavatori, che tribolavano una «quindicina» sulle paurose «tecchie» della cava e nei ricoveri aggiaccandosi, come le pecore, su letti di brenti silvestri, cibandosi di teste di cipolla e di pane, abbeverandosi con acqua schietta, nè assaggiando vino, nè altri liquori. Ma che baldorie, la domenica di paga. Allora, buon vino faceva buon sangue, e buon sangue buon intelletto, e dove entrava il vino usciva la vergogna, e le comitive congregate nei «Crocchi», presente anche il dotto scolopio, che se ne compiaceva, cantavano quelle poesie popolari, fresche come la ruta.

Tutte le cose si potessen fare,

quelle che passa fra la fantasia,

le case si potessen tramutare,

anch’io volentier tramuterei la mia,

in cima all’Alpe la vorrei portare,

dove riposa la speranza e il cuore,

dove ha la casa lo mio primo Amore.

Lì nascevano i «contrasti» coi pastori della Garfagnana, – amanti del bel canto accanto ai cavatori di Versilia, – che nell’estate portavano le loro gregge a meriggiare nelle selve ombrose.

I cavatori cantavano ancora: quando il telo bianco, che copriva il volto luminoso di «Cecco frate», cadde e il busto, scalpellato dallo scultore seravezzino Vezzosi nervosamente bene, radiò nella fitta ombra dei roveri, un cavatore dinoccolato, sul cui capo petroso verdeggiava il cappello di vecchio alpino con la freccia della «bella penna nera», e sul petto quadrato c’era il sigillo di una medaglia al valore con una nota di celeste cielo, risalendo verso le vette nude, cantava: «Addio, Versilia mia, ligure lido – di longobardi conti!». Proprio così.

GIOVANNI BATTISTA GIORGINI

Trascorrevano i tempi in cui gli Italiani, nelle settimane elettorali, alzavano i gonfaloni sulle torri comunali a sfida del paese finitimo, quando Pietrasanta elevò il suo su quella rude e quadra di Donato Benti contro Viareggio che faceva garrire l’ancora in fondo bianco di sul vertice della torre della Principessa Matelda. Gli uni si battevano per Giorgio Giorgini Diana, gli altri per Angiolo Giambastiani. I viareggini non erano riusciti a portare nemmeno una sentinella morta oltre Tonfalo: il confine; i pietrasantini, invece, avevano stabilito una rocchetta giorginiana in Viareggio proprio nell’antico albergo «la Vittoria» dove un dì Giuseppe Giusti scrisse la satira:

Che i più tirano i meno è verità.

I pietrasantini stimarono giovevole alla lor causa di fare un colpo che dovesse confondere i nemici col vanto di un nome congiunto a quello del loro cuore; e riuscirono, chi sa con quale arte, a far scendere dalla Rocca Romana di Montignoso alle deserte sale del «Vittoria» il senatore Giovan Battista Giorgini. E per tutto quel giorno i pietrasantini, dalla veranda dell’albergo, fecero sventolare un bandierone di tre teli: W. Giorgio Giorgini Diana».

G. B. Giorgini «dalla cui bocca scaturirono più che mel dolci d’eloquenza i fiumi – non a lusinga di passioni, non per adulazioni di vanità, non a piaggiar vizii o debolezze d’uomini, sì ad ammonire, persuadere, convincere…», stazionò per breve tempo nell’albergo dal nome fatidico e quello lo impiegò a leggere l’epigrafe murata sotto la finestra della camera che occupò il suo grande amico e a scandir versi di lui:

Oh mondo mondo oh gabbia d’armeggioni

di grulli, di sonnambuli, d’avari

i pochi che per te fan dei lunari

son pur minchioni.

*

Monte Tignoso che si eleva sulla città di Massa, sprone simile a un promontorio entro il piano che si ricongiunge sopra, col crescer del dorso, con la grand’Alpe del Carchio e con tutto il vasto e impervio paese degli Apuani, fu la residenza preferita del senatore G. B. Giorgini. A Massa, tra il 1907 e il ’14 fu provveditore Ugo Brilli. Anche costì egli era consolato da’ memorie di poesia; pochi anni prima Giovanni Pascoli vi aveva insegnato greco e latino al Liceo «Pellegrino Rossi»; e a Brilli era nota una villetta situata in mezzo a un vasto giardino pieno di fiori e di nidi ove le sorelle del poeta, Ida e Maria, accoglievano festose gli amici di Giovannino.

Stabilitosi nell’ufficio di Massa, Ugo Brilli rompeva la monotonia delle «pratiche» salendo sovente di Montignoso, ospite del senatore Giorgini. I ricordi di quelle visite e dei dialoghi sono notati in un quaderno di scuola; – «Con mirabile chiarezza ricordo:

a) dualismo nel Carducci: pareva gli si avvivasse al tavolino ciò ch’era in lui più di violento e impetuoso, quasi l’inchiostro lo ubriacasse;

b) il Manzoni era in letteratura assolutista. Il libro era prima di tutto un’azione; bello se buono, brutto se cattivo. Così non faceva nessuna stima del Foscolo e del Leopardi: «Io sono gobbo: dunque Dio non c’è»: ecco definito il Leopardi.

Sei agosto 1907. – Il senatore lodò i versi pseudo-carducciani del Tanganelli: recitandoli a memoria li migliorava nella forma. a) Significò come in certo modo si sentiva solo, premortirgli tutti i coetanei. Il Luzzatti, – andato a trovarlo col D’Ancona, – era giovinetto quando lui si trovava al suo apogeo. b) Volevo persuadere il senatore a pubblicare nella Nuova Antologia la lettera al Martini e la «Pagina di Storia». Voleva rifondere tutto, non farne nulla. Il senatore è, come stilista, incontentabile. «Lo scrittore per volere essere troppo chiaro non deve lasciare «inattivo» il lettore: citò in proposito Livio e Tacito. Il Manzoni ammirava del Giusti la lingua. Non ha pensiero. In La terra dei morti per esempio non c’è un argomento; sequela di immagini. Lo presentò lui al Manzoni, la visita che avrebbe dovuto essere di ventiquattro ore si prolungò a quaranta giorni. Il Manzoni faceva disperare il Giusti a furia di chiedergli i «perchè».

Il senatore non voleva nè men sentir nominare il Carducci. Il Bonghi gli aveva detto come dicesse male del Manzoni. «Alla fin fine il Manzoni trae la gente in sacrestia». La signora Matilde gli lesse un giorno come di ignoto Sui campi di Marengo. Di lì cominciò l’ammirazione di lui.

Undici settembre 1907. – Gli ho portato i due ultimi poemi latini del Pascoli. La signora Matilde ha letto Il Ciocco e qualche altra cosa dei Canti di Castelvecchio. Egli ha osservato che il poeta non deve cercare l’ignoto come fa il Pascoli, ma scoprire quello che è in noi. La nostra coscienza è come tanti papiri avvolti su cui stanno assembrate le impressioni accumulate nella vita: il poeta ci svolge quei papiri, donde il diletto che proviamo leggendo nell’opera di lui quello che è stampato dentro noi. Ha detto essersi accorto che il Pascoli subisce la reputazione del Carducci.

Martedì due ottobre 1907. – Beppe Sforza mi ha condotto dal senatore. Era nervosissimo: ha detto che dalle poesie del Carducci c’è da cavare un volume (scelto) bellissimo scegliendo di qua e di là da per tutto. E così del Pascoli. Di questo anzi parve disposto a giudizi severissimi. Cercherò fargli chiarir meglio il concetto. Ricordò come il Carducci, giovinetto selvaggio, avesse frequentato le sue lezioni a Pisa come andasse col Nencioni a raccomandarsi a lui, che lo accolse gentilmente, ma non lo contentò: si adoperasse a farlo nominare a Pistoia, di che il Carducci non fu contento. Si lodò molto del Carducci, che famoso disse bene di lui specie per le versioni latine e di un giudizio sulla questione della lingua. A proposito di che affermò che il Carducci voleva scrivere sul Fanfulla contro la prefazione al «Nuovo Vocabolario», ma ne fu dissuaso dal Martini.

Martedì 8. – Mi partecipò, un giudizio del Manzoni. «La vita dare imagine di una gran vasca dentro la quale ci fossero molti uomini in pericolo di affogare. Per salvarsi cerca l’uno di sopraffare l’altro: si salva il più bravo in cotesta lotta disperata».

Mi ha mandato a prendere da Beppe. Aveva ricevuto una lettera della figlia del Digny per un’iscrizione da mettersi sulla tomba del suo amico. Lodando e chiamando ricordi del Digny gli venne fatta chiacchierando questa:

«Guglielmo Cambrai Digny – ciò che lo distinse – dagli uomini della sua età – fu la tempra del suo carattere – ma nel tempo stesso incrollabile fermezza – colla quale – sdegnoso delle facili glorificazioni di un’ora che passa – ricercò quella più durevole fama – che dopo morte va di grado in grado crescendo – e la salvezza del popolo antepose – al suo plauso».

Rileggendola la ridusse alle ultime cinque linee.

Domenica 13 ottobre. – Ha accennato alla grande ammirazione del Manzoni pel Monti. Come questi non volesse apprezzare il Cinque Maggio. Il Monti vecchio ce l’aveva con l’Imperator d’Austria: «Morto sparatemi, raccogliete quello che avrò nelle budella e mandatelo all’Imperatore in un vaso d’oro». Raccomandò al Manzoni, morendo la sua fama. «Che altro posso, – replicò questi, – che recitare i versi? Così si spiega il «Salve o divino cui largì natura».

Disse alcuni sonetti del Prati improvvisati al Consiglio Superiore contro il Bonghi:

Platonico puttin pieno d’ingegno

che rinnovi alla sacra Iside il velo

e contro Mamiani:

Sillogizzar sull’intime ed eterne

leggi del ver che in ogni tempo fue.

e una rivolto a lui

Giorgini Giorgin Giorgin mio bello.

Fu egli contrario nel Consiglio Superiore all’insegnamento del greco obbligatorio. Nel Consiglio Superiore ai suoi tempi solo il Bonghi sapeva il greco: lo volevano obbligatorio il Villari, il Mamiani, il Brioschi che non lo sapevano. Anche il Manzoni non lo sapeva.

Vi fui solo (14, mercoledì). Gli narrai del successo della Nave (era di buon umore) e dello spettacolo magnifico. Mi disse che le tragedie del Manzoni non erano state rappresentate mai, che vi era troppo pensiero; e il pubblico non poteva tener dietro al poeta. Il Manzoni mandò l’autografo del Cinque Maggio all’Imperatrice Eugenia per consiglio del Giorgini, al quale il Manzoni richiesto disse che in quell’Inno non v’erano che due sentimenti in giuoco: meraviglia e pietà.

Venerdì 5 Marzo. – Il senatore pensa a tradurre il Porta. Aveva già tentato, insieme col Giusti, – e col Manzoni dietro le spalle, – a tradurlo, ma avevano dovuto riporre il pensiero. La signora Matilde mi diceva stamani – sabato 26 – che suo padre cessò di studiare nel ’48 (a trentadue anni) buttandosi alla vita pubblica e di società e riprese a meditare, se non a studiare, a 85 anni (1901). Diventò cieco: «Se fossi diventato cieco prima, avrei potuto lasciar qualcosa».

Del prodigio della sua memoria in questi ultimi anni diceva: «Pare una cloaca dove confluisce ogni rifiuto. L’altro giorno recitò tutto l’Inno alla terra del Carrer. Ieri sera recitò a me dei versi greci di Ero e Leandro, ricordandone la traduzione del Padre Gatteschi». –

*

Una lontanissima sera il Giorgini volle esperimentare la prodigiosa memoria in un salotto aristocratico pisano ove il Giusti declamava a una scelta raccolta di signore una lunghissima poesia sua inedita. Quando il poeta ebbe terminato la declamazione tra il plauso dei presenti, il Giorgini si alzò e disse: «Signore, il Giusti stasera è in vena di scherzare perchè la poesia che egli ha declamato è mia e ve ne do la prova manifesta».

Il Giorgini all’istante declamò per filo e per segno la poesia. Tutti stupirono compreso il Giusti che si accigliò anche, ma lo stupore crebbe quando il Giorgini volle dare la controprova risalendo, nella declamazione, dall’ultimo al primo verso.

*

Quale arte diabolica avranno esperimentato quelli di Pietrasanta per indurre un tale uomo a scendere dalla Rocca Romana di Montignoso nella rocchetta di Viareggio?

In segno di giubilo per tutta quella notte, sotto la rossa torre di Donato Benti, ci fu baldoria. Uno scalmanato guidò la sciurma d’agitati a folleggiare sotto al monumento di Leopoldo, sulla cui base era stato scritto a scherno dei finitimi: «Abbasso quelli che san di stoppa, di pece…. e di sale!».

Se lo scalmanato avesse saputo che, il 25 aprile del 1839, in Firenze, Giovan Battista Giorgini aveva scritto, per incarico di Cosimo Ridolfi, il manifesto della rivoluzione, forse anche la statua del flemmatico Canapone, in quella notte memorabile, sarebbe stata gettata nel Tonfalo.

CONFORTINI E CARAMELLE

Nei soggiorni che, da giovane giovane, ho fatto nelle grandi città strepitose, spesso conditi di tedio, mi riducevo sovente nei parchi solitari, nei giardinetti appartati, nei cimiteri antichi sulle cui mura una rete fittissima, contesta di edere e cuoricini, pare ammagli i pensieri di tristezze mortali. I viandanti, in quei gorghi vorticosi d’uomini e veicoli, gravitano verso l’«esteriore» e con il pensiero annaspano il nulla.

Un giorno, uno di quei giorni in cui le lucertole sembrano serpi, mi ritrovai al jardin des Plantes, tra le bestie feroci. Parigi rombava da ogni lato. Dei ragazzi puppati dal freddo, per riscaldarsi, facevano il «giro tondo».

On dit qu’ il est un petit vieux

qui vient le soir jeter du sable

dans tous les pauvres petits yeux

des enfants qui sortent de table.

Le loro madri agucchiavano e sforbiciavano fitte fitte con la lingua. Degli uomini trascurati stazionavano torno torno alla cancellata che recingeva la fossa degli orsi. Un ragazzo sciamannato si avvicinò alla cancellata e gettò nella fossa un gatto scarnito. Gli orsi, che parevano slacciati nelle giunture, scattarono bramendo e diluparono il gatto. Un altro ragazzo con un tozzo di pan secco faceva «cincilecca» alle belve; faceva l’atto di tirargli il crostello e poi lo ritraeva; con questa lusinga costringeva gli orsi a star ritti sulle zampe posteriori e a fare quello che si suol dire «ballomanno». Io mi ero fissato sopra una gabbia in cui si arribisciava sitibonda una iena che aveva gli occhi sobbolliti di sangue. La belva annusava un ciotolone vuoto, contorceva la nervatura alzava il pelame, diacciava la lingua fuor del telaio dei denti e ruggendo percoteva il capo nell’inferriata. Più oltre, davanti alla gabbia di un leone statuario per la solennità, c’era un bimbo acceso di colore, occhi ceruli, capelli di un cherubino, il quale aveva nelle manine color rosa delle pietrine di zucchero. Il re della foresta, al di là delle spranghe, osservava languido, come un accattarotto chiedone, le leccornie del fanciullo. Il ragazzo peritoso tirava una zolla e si ritraeva, il leone con le zampe unghiate faticava a tirare a sè la piccola zolla e, con la lingua bollente, la struggeva in bocca e si riponeva nella posizione monumentale.

*

Questa scena mi si è balenata stamani sfogliando alcune lettere di Ugo Brilli. La nostra generazione ha del Carducci una concezione leonina, anche fisicamente. La maschera stessa di lui squadra, con gli zigomi in alto rilievo, con la ciuffaia della barba attorcinata e le chiome partite in ciocche maestre ci fa sovvenire il leone.

Carducci, per noi, è il satanista ombroso, collerico, dagli occhi fulminanti di sotto la gronda del cappello alla «peona».

Il discepolo, di passaggio da Bologna, andò, come soleva, a riverire il maestro. Egli era seduto al tavolo del suo studio, la fiera testa scarduffata, eretta sulle spalle, le mani poggiate sui braccioli: statuario. Ugo, peritoso, si fermò a due passi dal maestro e, timido timido, trasse di tasca un involtino e lo pose sul tavolo. Giosuè lacerò l’involucro e, oh meraviglia! una diecina di caramelle si sparpagliarono tra le carte; il maestro guardò stupefatto il Brilli.

– Oh, maghetto maghetto, vuoi tu placare la belva con i dolciumi?

Le caramelle avevano una fasciatura di grande dignità: carta al tino con su impresse le stampe che decorano le cronache del Sercambi; Lucca turrita, guerrieri, lucchi, scudi e celate. Sopra uno stampo rosso mattone un nome: Alfredo Caselli: il droghiere per cui Pascoli cantò.

Se tu sei nulla, noi siamo nulli

che in tutto, Alfredo, simile io t’amo.

Per le fanciulle, per i fanciulli

noi lavoriamo.

Abbiamo per loro sempre qualcosa

mentre la vita già li tormenta:

sempre qualcosa che sa di rosa

d’uva di menta.

*

Giosuè Carducci, memore dei versi scritti alla bottiglieria Ravinazzi, una sera dell’ottobre del 1879 allorchè il maghetto divorava certi pasticcini:

Ei mangia mangia i confortini.

ei mangia mangia, e mai sazio non par:

confortini non son, son gli Appennini:

vino non è ch’ei beve, è un rosso mar.

È il rosso mar del sangue dei cialtroni.

perdonò il maghetto, anzi trovò squisite le caramelle lucchesi e manifestò il desiderio di averne una scatolona. Nel frattempo le caramelle ebbero una medaglia d’oro a Nizza e il droghiere s’ebbe il compiacimento dal Pascoli: «Carissimo Alfredo, prima di tutto un gran rallegramento per la tua medaglia d’oro…. noi siamo tutti e due grandi guadagnatori di medaglie d’oro. Ti annunzio prossima un’odicina a proposito delle caramelle che avrà per motto: Virginibus puerisque, e conterrà un paragone tra me e te».

Alfredo, è un’ape certo il poeta

ma che non punge.

Prenda chi vuole, prenda chi viene,

prenda di grama voglia e non possa

anche chi scende, vivo, in catene

nella sua fossa

Mentre la pena l’urge, crudele

più di lui stesso che fu pur tanto

tanto crudele; senta il tuo miele,

senta il mio canto.

*

Premio ambitissimo per il Caselli, droghiere e poeta, fu il desiderio di Giosuè Carducci: «Mio caro Brilli, ci voleva proprio la sua lettera di stamani per mettermi il diavolo in corpo e per darmi tanta consolazione.

«E subito mi sono messo a farle da me, le caramelle, e le ho fatte con orgasmo, con un certo battito di cuore che poche volte avevo provato. Stasera è partita la scatola diretta presso Zanichelli il quale ho separatamente pregato di pagare il dazio e di farla recapitare alla casa del Maestro e l’ho anche scritto: proprio io Alfredo figlio di Carluccio Caselli che osa scrivere a Lui. Ho cercato d’essere semplice e sincero senza tante caricature. Vorrei assicurarla che io non voglio nemmeno la carta di visita: a me basta l’orgoglio, la soddisfazione intima di essere aggredito dal Maestro. Giovannino (Pascoli) è passato stamani; anche lui era in grande orgasmo».

*

Alfredo Caselli, mercante e ospite di Giovanni Pascoli, e di quanti amici della poesia passavano da Lucca, fu anche consigliere saggissimo del cantore di Castelveechio: «Vorrei domandarti un consiglio serio, ponderato sull’acquisto del mio Castellaccio. Sarebbe un affare che si potrebbe forse fare. Avrei voluto sapere da te se, consegnando a Lucca il mio oro, – l’oro delle medaglie vinte nei concorsi internazionali di latino, – a una banca, io potrei essere ammesso al credito. L’oro depositato in una banca starebbe più sicuro che in casa mia e specialmente per viaggio». Il Castellaccio a cui allude il Pascoli è la casetta di Castelvecchio, oggi monumento nazionale. La notte che il Pascoli e Maria vi si addormentaron padroni, tutto il borghigiano, Castelvecchio, Caprona, Albiano, fu scosso dal terremoto. «Che destino! La prima notte ch’essa poteva dirsi nostra e che noi l’occupavamo da padroni, ecco comincia a traballare, tra forti assidui rombi o soffi sotterranei, come se una grossa bestia sbuffasse e minacciasse e scotesse la vecchia casa…. Ma la grossa bestia non prevarrà».

La casa s’abbellì di fiori e il giardinetto di piante.

Caro Alfredo, l’alberino color Serchio

è piantato nel giardino:

ha qualche rosina in cerchio.

O bell’alberino mezzo

tra l’ulivo e il pino!

Vorrei che fosse già grande,

per metterci le ghirlande

di calendule e crisantemi

e di rose appassite.

Albero glauco perchè tremi?

perchè vedi nuda la vite?

perchè vedi cader le foglie?

perchè vedi cader la vite?

E nessuno le raccoglie.

Il vento le porta via.

*

Tutti cenere e ombra oggi: Giosuè, Pascoli, Brilli e l’umile droghiere. Io mi fingo vederli raffigurati in una di quelle litografie, così care ai nostri avi; spettri avvolti in grandi manti di dignità, cinto, i maggiori, il capo di una corona di lauro, vaganti tra nuvole di bambagia, con il poeta di Castelvecchio che introduce l’ombra umile nel gran Concilio:

Se tu sei nulla: noi siamo nulli!

TRA LE CARTE DEL «MAGO»

Qualche anno fa, in Lucca, una sera di vento e di piovasco, un uomo basso e pingue, discretamente intabarrato, si aggirava cauto, sospettoso, guardingo, nei pressi della «Scuola serale Volpi», spiando, di sotto le gronde di un cappello a fungo pioppino, i ragazzi che sfalcavano dai vicoli e dai chiassoli per raggiungere ratti la scuola, allogata in un palazzo vescovile. Per una fuga di sottoportici che si addossavano in basse arcate al rosso palazzo turrito di Paolo Guinigi, lo scenario e l’uomo ricordavano il Trovatore. Il misterioso uomo, baffi a granturcale, naso a petonciano, era Ugo Brilli, che, provveditore agli studi della provincia, spiava, circospetto gli alunni dell’unica scuola non inquadrata nei suoi ruoli. Da Roma gli avevano scritto che quelli studenti erano un esempio. Approssimandosi l’ora che dava termine alle lezioni, Ugo Brilli accese un mezzo toscano e si appiattò dietro il canto. I primi due scolari che uscirono come frecce dal portale baloccarono qua e là col capo, poi, scorto l’uomo intabarrato, gli andarono incontro urlando:

– Un fiammifero al volo!

– Vedete fanciulli, – redarguì paternamente il Brilli dovevate dire: «Signore, per favore, avrebbe da regalarci un fiammifero?».

– L’abbiamo detto, – soggiunsero impronti i ragazzi.

– Vedete fanciulli, ora aggravate l’atto ineducato con una bugia.

– Noi gli si è detto tutto il conveniente.

– No, – ribattè risoluto il Brilli.

– Eh, si è capito con chi s’ha a che fare! Arrivederci a poi. –

E lasciarono il Brilli a bocca spalancata.

*

Dopo quarantacinque anni di insegnamento Ugo Brilli prese commiato dalla Scuola e si ridusse in Viareggio: il mio paese. Rasi i baffi serotini, che un dì gli valsero il soprannome di «Mago», il viso glabro aveva del canonico accigliato; quasi cieco, incerto nell’incedere, ma grave, con la fronte a larghe bozze, aculeata di ciglia aspre, su cui sgrondava un cappelluccio fioscio e leggero, il Vecchio faceva sosta all’«Orione». Nella piccola mescita intestata al figlio di Poseidone, tra i discorsi senza costrutto veruno e senza fondamento, egli doveva affliggersi, chè assumeva degli atteggiamenti disperati, ora serrandosi la fronte con ambo le mani, ora lasciando cadere la testa pesante sul petto: – Oh Dio, oh Dio!

Un pomeriggio capitammo all’«Orione» io e un amico conoscente del Brilli, il quale gli gridò:

– Qua c’è Viani.

Brilli si scosse come da lento torpore e ruzzolò verso noi tutti gli sgabelli che aveva a portata di mano, gridando:

– Sedete, bevete, parlate.

Dopo pochi minuti si navigava in pieno Carducci.

Per tutto quel pomeriggio parlò quasi sempre lui di cose solenni: del pessimismo in Leopardi e in Carducci, dell’educazione, della morale, di Dio.

*

Ugo Brilli, seduto ai tavoli dell’ «Orione», – marmo di breccia, fior di pesco dell’Altissimo, – popolava di ombre i lunghi silenzi; tra queste balzavano, primi, i compagni di scuola. «Una fresca mattina dei primi dell’ottobre 1873 entravo lento e pensoso sotto il portico del Bibbiena, che è l’atrio esterno del Comunale di Bologna, quando un giovinetto, alto, smilzo, con aria di collegiale sperduto che veniva su da via dei Castagnoli, attirò curiosamente i miei occhi. Avvicinatici, egli guardò me, io lui: forse dai reciproci sguardi guizzò un lampo di simpatia. Sopra il suo viso pallido, incorniciato di due ciocche d’oro spioventi, di sotto le tese strette di un cappelluccio duro, colsi un’impressione di tristezza: osservando bene parve mi ravvisasse nella fantasia l’immagine di Medoro schizzato dall’Ariosto nell’ottava che si chiude col verso soavissimo Angiol parea di quei del sommo coro». È il primo incontro del Brilli con Giovanni Pascoli. Poi, in ordine di tempo e di luogo, Gherardo Casini, di buona famiglia di Badia Polesine, Roberto Della Colla, di Bobbio, Licurgo Pieretti recanatese, Giovanni Ricagni, coscienza adamantina di studente piemontese. Tutti quelli che, insieme al Brilli, riuscirono vincitori delle sei borse di studio che in quell’anno il Municipio di Bologna aveva messo a concorso.

Anche il Pascoli serbò del vecchio compagno di scuola un affetto fraterno. Il destino li volle vicini: Castelvecchio dista pochi chilometri da Lucca. Quando il Brilli fu traslocato da Lucca a Reggio Emilia, il Pascoli fu desolatissimo. «Perchè, – egli scrive, – per me a vedere Brilli era di una dolcezza, di una gioia, di una luce giovanile. Per i miei miseri conti d’avvenire ci voleva a Lucca il mio Brilli! E che fare? Caro Ugo, vieni, vieni, vieni amato e desiderato, parleremo, mangeremo, beveremo e sogneremo. E poi debbo fare la prefazione alle Odi e Inni, e devo prendere appunti. Stai allegro, mio caro amico vecchio, come si può in questo decrepito mondaccio intarmolito. Pascoliamo brucando questa erbetta sui fossi della strada come queste due vaccherelle a cui è interdetto il prato pieno di trifoglio. «Giova anche così». Vieni subito, il 28 debbo partire. Per San Giovanni non mi mancare, per carità. Ti racconterò belle cose. Parti subito, io ci conto. Tre o quattro o cinque giorni di fraterni colloqui ci faranno bene a tutti e due. Poi ritornerai per la grande calura. Ridiverrai poeta come a quel tempo, in quella viuzza di Bologna…. Merlino onnipossente incantatore. Caro Ugo, vuoi venire? Prendi la diligenza e avvisami il giorno prima che ti verrò a prendere o a Barga (se prendi quella di Barga: piazza Sant’Andrea: due lire), o al ponte di Campia (se prendi quella di Castelnuovo di Garfagnana: Albergo della Campana: tre lire). Vieni prima di San Giovanni (24 del mese), nel qual giorno Maria (che ti saluta), mi festeggia con un caro desinaretto: quadretti con rigaglie, prosciutto, lesso di manzo all’italiana, vitella in umido alla paesana, galletti di primo canto, arrosto alla casalinga; vini: toscano vecchio, bianco delle Cinque Terre, sangiovese di sette anni, caffè. L’abito non è di rigore. Si mangia, se si vuole, in maniche di camicia.

«Ma, ma non sai che devo pubblicare Odi e Inni e l’altro volume? E che l’uno e l’altro avranno una prefazione? Il primo rievocherà nella prefazione gli anni di Bologna, quindi te. Prima avevo pensato di dedicarlo a Giosuè Carducci e di parlare di lui, di te, di Severino, et ceteris. Poi, ho mutato definitivamente pensiero: rivolgermi al Maestro parrebbe un volere accattare il suffragio di lode o di compatimento. Mi rivolgo dunque a te e parlerò di lui. Va bene? E sta’ zitto. Io voglio dedicarmi a un’impresa che tornerà molto più a utile mio che tuo, quella di farti venire a Lucca. Oh, potessi venir tu presto! Mi pareva d’avere a Lucca un caro parente, – ci sono cari parenti e parenti cari, – da cui andare a passare un po’ di tempo tra dolci memorie e festosi banchetti! Vado a Pisa senza nessun entusiasmo. Se tu venissi a Lucca, avrei fatto bene; se non vieni a Lucca, così così. Ama il tuo Giovanni».

*

Molte cose io chiedevo al Brilli per farmi una idea esatta del Carducci uomo. Seppi gli acerbi corrucci, gl’impeti contenuti, gli sdegni per il rumore sollevato intorno al libro che uscì contemporaneamente alle Odi Barbare, edito coi tipi medesimi e dalla stessa Casa. Seppi di certi schizzi d’acqua di seltz contro il soffitto di una fiaschetteria bolognese, accompagnati da un bramito: – Poesia anche questa. – Seppi che il Maestro consegnava al discepolo alcune poesie manoscritte inedite e voleva ch’egli le postillasse e ne scoprisse i lati vulnerabili. – Io, – narrava ancora timoroso il Brilli, – rivoltavo giornate intere nelle tasche il manoscritto, disperato per il compito assegnatomi, e la sera, alla fiaschetteria dove soleva trovarci, non avevo il coraggio di fissare in volto il Maestro che m’interrogava arcigno con gli occhi.

– È vero, – chiesi una sera al Brilli, – che il Carducci non andò mai a Parigi per superbia, non pronunziando il francese a perfezione?

– Dica per orgoglio! – strepitò minaccioso il Brilli. – Dica per orgoglio!

Passato l’uragano, avanzai un’altra domanda:

– E di Dio, cosa pensava il Maestro?

Brilli sospirò questi versi:

Profonda, solitaria, immensa notte

visibil segno del divin Creato.

E mi fece un gesto con la mano che voleva significare: «Ne riparleremo».

Il 25 agosto del 1925 Ugo Brilli s’abbattè sereno nella morte. Nella via strepitosa trombe di automobili, come rauche voci d’ombroso augurio, conturbarono il trapasso sereno. Un carnevale estivo folleggiava intorno alla casa silenziosa. L’effigie di Giosuè Carducci: «Al mio vecchio amico Ugo Brilli» era da capo al suo eletto, quelle di Severino e di Pascoli erano ai lati.

Aperte le «carte», in una busta con su scritto Dio – appunti era conservata questa lettera della figlia di Giosuè Carducci, in cui vaga la grande Ombra.

«Caro amico Brilli,

«Purtroppo ho poco da dire. Ricordo che l’agonia durò parecchio tempo. Il malato viveva per forza d’ossigeno e per le punture cutanee che all’ultimo più non sentiva. La mamma, seduta sulla sponda sinistra del letto, teneva una mano di lui nelle sue di niente altro curante; noi, le tre figlie, sedute in fondo alla camera per lasciare aria al malato, tenevamo gli occhi fissi al caro volto straziate dal respiro affannoso e sembravamo statue. Manlio andava e veniva, così Gnaccarini. Vi era lo zio Walfredo, il marito della Libertà, fuori di camera però; le tre bimbe, cioè l’Elvira, la Margherita e la Luisa, erano nella stanza attigua insieme a Giosuè che in grande silenzio passeggiava su e giù. Le bimbe ogni tanto facevano capolino, ma erano prestamente allontanate dal Boschi, il quale nervosissimo non avrebbe voluto assolutamente nessuno nella camera, e noi, io e la Libertà, dovemmo accontentarlo; ma per poco stemmo lontane dalla camera dove avevamo lasciata la nostra anima. Proprio agli ultimi ci raccogliemmo tutti nella stanza. Egli respirò più forte…. poi debolmente…. poi più nulla.

«Non parlò mai…. forse non poteva più; muoveva appena gli occhi alla voce del dottore, all’ultimo non sentiva più neppure quella e non sentì forse nemmeno la mia quando gli domandai «Babbo, mi senti? Sono la Bice». Dunque non ha mai parlato e non ha mai pronunziato: Dio. Se n’è andato come un bambino, direi quasi senza sapere di andare. C’eravamo; tutti, tranne Giulio che arrivò dopo due ore, con quale sgomento lo sa Iddio solo. A poco per volta ritornammo alle nostre case, Manlio rimase; egli aveva già vegliato due notti e si preparava a vegliare la terza, fu lui che chiuse gli occhi al nonno tanto amato ed ecco quanto posso ricordarmi e spero di aver ricordato fedelmente; ma ero tanto disorientata che mi sono rimasti ricordi confusi. Di certo non parlò, nè nominò mai: Dio.»

*

Rileggendo stasera questo scritto appassionato di sul folto dei pini a levante, dove nereggiano le cime dei cipressi sotto i quali riposa Ugo Brilli, mi è apparsa come la sua ombra rasserenata in un gesto discreto: – Ne riparleremo.

– Di là?

VISITA A CASTELVECCHIO

Portato da una macchina al cui volante è un giovane medico, sono risalito in vetta al colle di Caprona. L’automobile rampica arditamente su per le redole, profumate d’erba nascente, bofonchiando come un calabrone di metallo; i paesani di Castelvecchio, vecchi e ragazzi, chè le donne son tutte su per le selve, sporgono il capo dalle pendane delle viti sostenute ai giovani pioppelli per vedere l’incauto automobilista che si è infilato in quel labirinto senza uscita.

Sul piazzaletto vicino alla tomba del Poeta c’è ingombro di laterizi: un antico sogno di «Giovannino» e di Mariù si è realizzato: l’Asilo per i ragazzi di Castelvecchio manca soltanto del tetto. È un nido che Mariù ha voluto cinguettasse vicino alla tomba del grande fratello che tanto amava i ragazzi, e massimamente questi di Castelvecchio, che li aveva sempre per casa. L’Asilo sarà intitolato al nome dei genitori: Caterina Allocatelli Vincenzi e Ruggero Pascoli.

Bussiamo con grande peritanza al portone conventuale, che subito s’apre per darci asilo. Mariù, che attendeva tra un chiacchierio di nidi sul portichetto dalla parte del giardino solitario, ci precede. Sostiamo nel salottino, ove in un crepaccio di muro, lavorano le famose api e dove ad un tavolinetto, piccolo piccolo, lavora Mariù, lavoro di penna al momento, chè il tavolinetto è occupato da tanti foglietti minuti segnati da una aperta calligrafia.

– Così, presto avremo il vero Pascoli. Si ripete con qualche insistenza che Lei scrive la Vita di «Giovannino».

– Storie, tutte storie! Immagini che non ho nemmeno il tempo di rispondere alle lettere – e Mariù ne solleva un fascio. – Riordino, archivio, ricerco. Negli ultimi tempi Giovannino, appuntava anche su foglietti volanti le idee fuggevoli, i pensieri e anche dei versi; la Cattedra gli prendeva molto tempo, e tutti questi abbozzi pensava, raggiunta la pensione, di riordinare lui, sviluppare, concretare; invece….

Nulla è mutato in questo salottino da tre anni, ed è ferma intenzione di Mariù che tutto rimanga così; sulla parete più in luce noto un solo cambiamento: di fianco all’immagine del Pascoli è stata messa quella del Re, e le due effigi sono divise da una fiammante tricromia garibaldina: Alba di gloria di Plinio Nomellini; sulla rossa falange spiccano l’Eroe a cavallo e un trombettiere che suona la diana della riscossa. Svelo a Mariù che per quell’ardito trombettiere posai io, ventotto anni fa, sulle friabili sponde del lago di Massaciuccoli. A un rapidissimo esame del trombettiere fatto dal giovane medico risulta che non tutti i tratti somatici sono crollati.

E ricordo che quando Nomellini, in quei giorni di apoteosi garibaldina, saliva sul colle di Caprona, Pascoli speculava dall’altana e tosto che avvistava Nomellini caricava un fonografetto e vi metteva il disco dell’Inno di Garibaldi e da solo applaudiva. Pascoli sognava di vedere sulle pareti di questa casa una trasfigurazione di Garibaldi fatta dal pittore labronico.

*

M’accorgo che sopra un tappeto s’attruciola, s’arribiscia, un cucciolo, un lupetto dallo sguardo malizioso che ha ridotto la cocca del tappeto a guisa di un orecchio di porco e l’azzanna e la ciancica e la strappa. Da Mariù sappiamo il suo nome, un nome già noto in questa casa: Drigo. Drigo è nato a Forlimpopoli in Romagna ed è stato portato qui da Mariù quando Drigo era come un batuffolo di lana. Scacciato dal tappeto, Drigo, a cui debbono prudere i denti, s’accuccia ai piedi degli ospiti guardando invido i cappelli, repentinamente ne azzanna uno, sgridato lo lascia e addenta una scarpa. I cappelli, per consiglio di Mariù, sono messi in capo. Drigo si dispera a suo modo in un canto.

Mariù ci racconta che il colossale Argo, un cane che ha ormai la sua storia, quando vide per la prima volta padre Ermenegildo Pistelli, capitato qui a salutare il Pascoli, lo tenne d’occhio sempre, colpito dal largo cappello nero, e appena gli capitò a tiro si alzò sulle zampe posteriori, s’appoggiò con quelle anteriori sulle larghe spalle del famoso scolopio, gli addentò il cappello e si dette al fugone nel giardino.

Mentre Drigo (a cui nessuno fa reprimende perchè fa guasto sul suo) si addenta la coda, entra nel salottino un giovanottone che fa il manovale all’Asilo, e che, ai tempi in cui viveva il Poeta, era uno di quei ragazzi di Castelvecchio che eran sempre per la casa. Mariù prega il medico di visitare il «ragazzo» il quale accusa dei dolori allo sterno e al costato. Il medico lo percuote come un timpano sul petto possente, ed ascolta attento, come quelli di un orologio, i battiti del cuore: «Tutto bene». Il ragazzo rinfrancato saluta e parte arditamente come un guerriero.

– Sono stati sempre per la casa, poveri figlioli – dice maternamente Mariù.

*

Ecco che sullo sfondo color ombra del salone appare l’Attilia, la fedelissima. Solenne come un affresco, ha nelle mani il dono per gli ospiti: i bicchieri avvinati e una bottiglia di quello governato dalle mani sacre del Poeta che dopo molti anni suole ribollire nei cuori.

Dopo tanti mesi d’acqua incruenta non sarebbe stato irriverente cantare con l’impeto di un fraterno Poeta:

Ave, e tu, vino, che tra calde dapi

sempr’usi fole tessere co’ fasti!

tu che in secol più chiaro inebriasti

principi e papi.

Ho sorbito quel vino come un cordiale di vita mentre gli ultimi raggi del cadente sole incendiavano i pampini avvinti alle graticole della casa.

Ora Mariù sogna di udire tra poco, nelle sale dell’Asilo, le garrule voci dei bimbi e di vederli indugiare sul piazzaletto come uno sciame di uccelletti bianchi e che il fratello possa ascoltarli dal sarcofago in cui riposa per l’eternità, egli che tanto amava i bambini.

Porto a Mariù gli omaggi e i saluti di un bimbo, chè tale per Mariù è rimasto il professor Guglielmo Lippi. Le racconto come insieme abbiamo spezzato i rigori di una stretta clausura invernale, e le rigide vigilie, leggendo e rileggendo Pascoli, sempre Pascoli. E come io abbia letto su Fior da fiore, donato dal Poeta al bimbo, l’autografo

Il coglitore

di fior da fiore

va sì lontano!

e piano piano

gli piange il cuore.

– Amava tanto i bambini!

E come egli abbia inciso nel bronzo, ma più che nel bronzo nel cuore, l’epigrafe che «Giovannino» scrisse per la morte del padre suo: «Guglielmo Lippi – Medico – Che a venticinque anni – Tre mesi dopo la laurea, un mese dopo le nozze – Quando ebbe trovato il perchè della vita – Perdè – Il VII novembre MDCCCXCVII – Spentagli dal morbo che egli combatteva negli altri – L’utile vita – Lasciandola ad un essere che sbocciò dopo la morte – La dolcissima vita.

– Manda un vagito la culla ed un palpito manda la tomba. – Dice la tomba: Chi sei? – Dice la culla: – Son te».

Prendiamo commiato da Mariù quando il sole, al di là della Pania, getta un rovescio d’ombre azzurre sulla casa della poesia, le edere sulla tomba battono come tanti cuori verdi. Cuori di bimbi innamorati? Forse!

IL VERO PASCOLI

Sono ritornato a Barga oggi, pomeriggio affocato. Nella canicola par vibri anche il mare di pietra scolpito nella formella che è sopra la porta, e la barca, stemma della città, tombi le vele.

Salve di Barga porta vetusta

che a noi ricordi l’aspre contese

d’antiche glorie ancora onusta

il benvenuto ci dai cortese.

Sono versi del podestà.

Le strade ripide e strette sono fresche come cisterne. Il Pian Grande è traforato dalle cicale alacri. Il Duomo, che il podestà, Morando Stefani, sta audacemente scattivando, è smontato: pezzi d’architrave, di mensole fiorite, di capitelli, di bifore, sono sparpagliati sull’Arengo. Il cielo vi è sopra come un gigantesco calice capovolto: se l’infinitamente grande potesse essere apparagonato all’infinitamente piccolo, il Duomo sembra un orologio sul tavolo verde di un orologiaio e il cielo il bicchiere smanicato.

Di quassù la immobilità della rada gente che frescheggia sotto i portichetti, di contro alla Pania grande e forte, dà l’immagine pietrificata del telescopio.

Rasente il Serchio, sulle vie bollenti di sole, tra fumate di polverone, seduti in caldaie di cuoio, a scappamento aperto, con Gigi Maragliano al volante, a cui facevano ombra agli occhi i folti cernecchi arsicci, ci siamo ridotti statue di gesso. L’ospite, il podestà di Barga – Cogli amici d’oro, coi nemici di ferro – per un suo vestito di tela cruda sembra di cemento, il pittore bargèo Alberto Magri una statua di legno: legnose, scabre, trasumanate, le sue figure umili sotto il monte che regna tra il fumo del nembo e tra il lume degli astri.

La nostra mèta è Castelvecchio. Mariù ci aprirà la porta di casa amorevolmente.

Dopo il lieve ondeggiare del Pian Grande tentiamo la salita per la redola sassosa. Per rigirare la macchina dobbiamo portarla sulla piazzola ove chiocciola la «Fonte di Castelvecchio». Tutto il paese ci ha dato una mano per infilare entro un portichetto angusto, gli infermi ci davano consigli.

I miei compagni sono tre giovani medici: Ferrari, Maino e Maragliano. Il nome dell’ultimo trova risonanza anche in questa valle per la magìa paterna.

Mentre ci risciacquiamo e beviamo alla polla, le donne vanno e vengono bilanciando sul capo la secchia di rame, vestite di nero, fan saltellare l’anche sul tronco scarno, rigido come un tagliere, il capo vi è sopra chiavardato. Dalla selva scendono gli uomini con la crinella di salice colma di fogliame per il letto delle bestie. Una ragazza ci offre un asciuttamano di bucato coi peneri, cifrato di rosso, lindo come una tovaglietta d’altare. Io, montagnolo d’origine, sento asciugandomi, odor di telaio, di bozzima, di spigo. La nuova del nostro arrivo è corsa per le corti; di qua e di là sbucano gl’infermi: un vecchio sciancato arranca poggiato a un vernacchio di castagno, una fanciulla tutta soppesata sulle grucce, con le gambe cionche, fa forza di spalle per salire, cricchiolando ossa e grucce, uno ha un impalpo sulla fronte che lo acceca. È un frammento dell’Orgagna che si stacca dai muri delle case:

O morte medicina d’ogni pena

vieni….

Il vecchio sciancato interroga il primo della comitiva, poi il secondo, il terzo: cerca Maragliano. Si stupisce ch’egli sia così giovane, lo squadra da capo a piedi malfidato. Maragliano scruta l’infermo di sotto una cuffaia di capelli abbaruffati. Il vecchio asserisce d’esser tormentato da una «vena secca». I tre giovani sussurrano, come congiurati: morbo di Reynold.

– Cosa? – Chiede insospettito il vecchio.

Come tutta la gente di qua, l’infermo è eloquente, parla degli effetti del Jodone, del Joduro e della Elastina.

– Conosce anche la Elastina, – si sussurra. Poi più forte: – Conoscete anche la Elastina?

La faccenda minaccia di farsi seria. In ultimo, dopo aver sviscerato tante specialità, si è ricorsi al sole che par sia, come la morte, medicina di ogni pena.

– Provate un po’ a metterla al sole.

*

Entriamo sull’aia della Casa: una facciata di cielo, una porta con su una crocetta, delle edere abbarbicate. Il pensiero da questo insieme è condotto verso la «Madonna dell’acqua». Tra il verde dei clivi esce sinuosa la via bianca che il poeta sognava fare un giorno tra uno stanco suon di campane. Barga è ora dirimpetto; il campanile ha le bifore celesti.

La tomba del poeta è sotto una volta: un sarcofago di marmo su cui ramificano alcune rose, un nido d’uccelli è nell’intrico.

Mariù aspetta con dolce rassegnazione nella penombra del salotto; un colpo di luce le avvampa la testa, accende gli occhi chiari e tutto entra in sotto tono crepuscolare. Rapida la figlia del Zi Meo; grigia, archi dei cigli neri, occhi smaltati, avviva i bicchieri: «Flos Vineae Johannis Pascoli», un vinello razzente e mussante ribolle nei bicchieri capaci.

Di sopra nello studio è un tavolo, uno scrittoio all’antica: alcune noci nel mallo incuoiato son dentro un piattino; erano il trastullo del poeta quando volava. I lauri che s’affoltano alle finestre danno di verde su tutti i banchi; uno scaffale vetrato contiene i libri di Bologna, gli altri sono come li ha lasciati il poeta.

Qui provo la consolazione di essere riconosciuto da Mariù. Malgrado un lieve cenno della mano, che aveva della carezza e del monito e ch’ella abbia sussurrato la parola «un giornalista», è stata molto espansiva e cordiale: mi sono accorto che Mariù è molto vigile, sa tutto quel che si scrive e si dice su Giovannino. Ella, dopo aver ricorso mentalmente molte pagine scritte sul poeta, ha uno scatto romagnolo che la ringiovanisce: «Bugie! Bugie! Bugie!».

Tanto s’è scritto sul Pascoli uomo che si sono imbrogliate le lingue come a Babele. Del «Poeta» hanno, parlato. Serra, Cecchi, Borgese, Pietrobono, Croce, ecc.; essi però si sono misurati nella fatica d’indagare il perchè dei perchè, ma quel che fa ribollire Mariù è la cronaca minuta, la plastica dell’uomo Pascoli.

*

Parlo a orecchio: profilando un poeta uomo normalmente si fa della cronaca minuta, si cammina cioè sull’orlo delle muraglie come i sonnambuli che pericolano sempre ma non precipitano mai. Tutti si propongono d’essere fedeli: c’è la fedeltà maliziosa, poi subito viene lo scrittore che plasma a sua immagine e somiglianza, in tutti noi è un atomo d’Iddio, in ultimo viene la bugia coi capelli serpigni e l’ugna di gatto.

– Bugie! Bugie! Bugie!

– O perchè non scrive lei la vita di Giovannino? Avremmo così il vero Pascoli.

Ho potuto comprendere che Mariù è già con la scrittura alla «Stazione» di Livorno che è la quarta del Calvario sul quale folgorava la gloria d’Iddio: Bologna. Sette anni di purgatorio son lunghi, quindi non affermerò che Pascoli bramasse d’entrare in gloria.

*

Un giorno del 1903, in Pisa, io insieme con un amico addentrato nelle lettere s’entrò «dal Garzella», un’osteria popolare, e ci si sedette a un tavolo: a uno più in là era seduto un bell’uomo dal viso giovevole, camicia floscia, fiocco nero volante, vestito comodo, il quale, mangiando, inseguiva con gli occhi delle chimere.

– Quello lì è Pascoli – mi disse piano l’amico.

Ho riveduto oggi, in questo santuario, il ritratto di quell’uomo ravvolto in cappa magna. Accanto a questa fotografia di grande dignità ce n’è un’altra di lui che ha poggiato il gomito nel cavo di un albero con la camicia slacciata, il fiocco sciolto, mezzo toscano tra le dita e sorride al mondo: questo mi pare il vero Pascoli.

Tutto qui lo conferma. Passiamo in una saletta: sopra una parete è un usciolo simile a quello che i contadini mettono sul cavo del muro ove ripongono la «libbretta» dell’olio: Tutus inest thesaurus. Habet sua tela. Cave fur, vi è scritto sopra. Apro, al di là di un vetro traffica un bugno di api e ho l’illusione che travaglino sotto una spera d’acqua tersa; è il medesimo che apparve sui rottami il giorno in cui il poeta fece rassettare la casa divenuta sua e lo volle sacra.

Mariù ci ammette anche alla visita della camera dove riposò il poeta, alla cella potremmo ben dire, tanto è piccola e raccolta. Fatto l’occhio alla penombra, si scorge appeso al muro un astuccio di cuoio ove sembra sia custodita una pipa enorme. Apprendo che dentro invece vi è un fucile che, dopo aver sparato una volta sola a un uccellino, sparò soltanto il sabato santo a gloria del Signore risorto.

Nel giardino v’è Tigro, un cane lupo slegato, senza museruola, che abbaia, guattisce, latra. Mariù ci conduce anche nel giardino. Tigro salta, s’avventa nel vialetto, ritorna ansimante a lingua fuori, s’arribiscia sull’erba, fa ponte del capo e scatta sulle quattro zampe, lecca le mani degli ospiti, dà la zampa, scodinzola. Sotto un folto di lauri, d’orbaco, di mortella, di corbezzi e di cipressi è sepolto Guly: una colonnina toscana antica ne tramanda il ricordo.

*

Il bastione delle Apuane, a cagione che il sole è calato verso il mare; è diventato tutto celeste; nel Monte Forato è infilata una spada d’oro; un arcangelo par nascosto dietro il clipeo della Pania. È l’ora che scandisce il chiacchierio dell’acqua sui greti e qui sotto c’è la Corsonna e più in là il Serchio. È l’ora dei commiati.

«I castagni forti e pii, che danno i chicchi ai bimbi, i dolci ai poveri, il cibo ai lavoratori, la legna al focolare, il letto alle bestie, le travi alla casa» arcano immobili con tutto il fogliame le cicale li hanno screziati con un lavorio di traforo sul cielo turchino. Gli uomini legnosi e trasumanati passano curvi sotto la crinella colma d’erbe che esalano profumo di tramonto. Gl’infermi sono ammutoliti sotto l’ombra dei portici. Nei poggi i grilli s’accordano per l’elegia notturna.

C’è silenzio lassù, dov’erra

quel falcetto con qualche stella.

Solo il bimbo strilla da terra

Bianchina Colomba Turella.

Una vaccherella scoscendendo da un greppo sembra scosciarsi. Quelle attruppate sulla strada battono con l’ugna un motivo antico. La macchina cornacchia e dà di benzina sul profumo dei mentastri. Tutto involve uno sfacelo di polvere.

L’AVVENTURA ELETTORALE

DI GIOVANNI PASCOLI

Volete la prova che molta gente scrive? Leggete. Volete la prova che poca gente legge? Scrivete: l’eterno dissidio tra coloro che si ostinano a non leggere. Chi se stesso condanna ai lavori forzati deve leggere, scrivere o plasmare, con la midolla del pane mantrugiato, delle statuette, come i galeotti.

Se, di primavera, spalancate i finestroni dello studio, chi ha la fortuna di averlo dirimpetto al mare, vedrà le rondini dipanare goiate nere entro il telaio. Se aprite la porta a chi ha nel cuore prigioniera una rondine, il vostro studio diventerà un paretaio. Perchè l’uomo vuole cantare, cantare, cantare, come urlava l’invasato Cyrano.

*

Guido Brancoli, non indegno discepolo di Cyrano, canta e gorgheggia a suo modo; la rondine ch’egli ha prigione nel cuore, se volesse liberarsi dalle pareti, dovrebbe spuntare il becco di un picchio, perchè il Brancoli è tarchiato e sodo come un tronco millenario; uno di quegli uomini rubesti che hanno un cuore tenero come le fogliette dei pioppi che chiacchierano con i venticelli leggeri.

Quando egli si innesta sul pavimento del mio studio, Ornella, Mila e Franco gli zirlano intorno perchè dai ramoni delle braccia di lui pendono rosette, stelle di campo, margherite ripiene di cioccolata. Una quercia intenerita campeggia sullo sfondo del mare.

Egli parla di Giovanni Pascoli e del Cyrano italiano: Ceccardo, che è sul mio tavolo, calco mortuario di gesso, con i vigorosi pensieri e le immagini incorruttibili aggelate sulla fronte rattratta; memento homo a tutti quelli che travagliano intorno alla terribile parola: Poesia. Nelle prose di lui, che l’Italia non si può ancora permettere il lusso di ignorare, questa parola frulla almeno tre volte per pagina. Nei dialoghi esplodeva: – La poesia è quella spiritual cosa…. – Il periodo lo terminava la «cravache» scagliata nell’aria come una zagaglia.

*

La poesia fece scoprire a Giovanni Pascoli l’America nella chiusa chiostra del Barghigiano. Le Americhe, si potrebbe dire: America yankee e America latina insieme. America abbreviata che io contemplo dall’altana. Le ultime propaggini dell’Appennino a levante, sul cui ultimo colle è Barga, sarebbero le Ande; a ponente la arida seghettata appuntita fila delle Alpi Apuane, lucenti di marmo, che altro sono se non le Montagne Rocciose? Che piccolo Mississippi è cotesta Corsonna. E le Pampe?

– Niente Pampe.

Dall’Alpi Apuane agli ultimi contrafforti dell’Appennino, in questa digradante da Barga al Serchio non c’è un palmo di terra che non sia solcato dall’aratro o sconvolto dalla vanga. Niente Pampe!

Nell’America piccola non mancano le macchine. La trebbiatrice non manca, no, ma si muove a mano o, a dir meglio, a braccia. È una macchina senza fuoco e senza fumo, che ha, da lontano, il suono di un coro di raganelle in un acquitrino. In un giorno può battere da cinquanta a sessanta sacca: i ricolti di cinque o sei campi.

*

Ai nostri giorni, anche nella piccola America le trebbiatrici acciabattano le ciantelle sulle strade salienti e scornocchiano vertiginosamente sull’aie; ma il 10 luglio 1908, Giovanni Pascoli, corrispondente del giornale americano La Prensa, mise nelle «Meditazioni d’un solitario italiano» quel canto di raganelle dai denti di acciaio.

Se a quei tempi, nelle lotte elettorali, il programma non fosse stato «tirami che io ti tiro», quale ottimo rappresentante al Parlamento avrebbero potuto indicare i corrispondenti apuani!

Ma Barga, non immemore, il 24 giugno 1905 proclamò Giovanni Pascoli candidato, capo di una lista di concentrazione d’ordine e il Poeta riuscì primo eletto con quattrocentoventotto voti su quattrocentotrentadue votanti.

Dal Colle di Caprona, la viottola rosata e tortuosa strisciante sul pian grande doveva apparire al poeta come la «Picada» di Don Pedro che dall’Atlantico conduceva le truppe brasiliane a guerreggiare nel Paraguay, e il palazzotto Angeli, sede comunale, il Palazzo di Cristallo.

Il 25 giugno dell’anno medesimo risultò che il Poeta era ineleggibile perchè, sebbene cittadino onorario di Barga, non resultava inscritto nelle liste elettorali del comune. Risultò inoltre che la eleggibilità era stata contestata in antecedenza.

Si pensò ad una rappresaglia massonica, particolarmente per la conferenza tenuta dal Poeta a Pisa: «La Messa d’oro» in onore di monsignor Bonomelli.

Pascoli tacque fino al giorno dopo le elezioni amministrative del 1907, nelle quali, benchè il Poeta fosse inscritto nelle liste elettorali, il suo nome fu lasciato nel dimenticatoio, – dice la minuta storia che il Brancoli ha scritto su questo singolare avvenimento. – Nel «pensatoio» di Castelvecchio, avrei detto io.

*

Lettere minute, circostanziate, precise, esatte si incrociarono tra il Poeta e il sindaco di Barga. La Giunta in seduta plenaria: «riaffermando la propria stima al Poeta illustre, confida che vorrà ancora considerarsi cittadino onorario di Barga». Centocinquanta cittadini, – seguono le firme, – come uno scaglione ardito dell’esercito di Don Pedro si istradò sulla «Picada» aperta nel pian grande. «Barga, che ammira la grandezza del Genio Vostro, e conosce la bontà Vostra, vuole ricambiarla con un umile devoto sincero affettuoso omaggio». La «Picada» fu intitolata: Giovanni Pascoli, come segno manifesto e immediato di espiazione.

Di scorcio, come gli apostoli sullo sfondo di una cupola con svolazzi di angeli, nella tenzone apparve anche la figura messicana di Paolo Mantegazza, il quale, sopra un cartiglio come tagliato nella lamiera, sottilizzava se Barga, non essendo stata città, poteva proclamare il Poeta cittadino onorario. Sopra una mensola, di contro alla veneranda figura, stava l’immagine campestre del Poeta con un magliolo di vite che pareva dire angelicamente: «Ma io son pago anche della contadinanza onoraria».

Alcuno speculò se la logica poteva essere poesia. La logica è la terza scienza della filosofia.

*

Ceccardo, per non aver visto incluso il suo nome tagliente in una lista per le elezioni amministrative nel Comune di Pieve a Pelago, assalì, da solo, la torre rossa di Sant’Andrea e suonò le campane a martello. Si corse su da tutte le valli apuane:

– Ma perchè, ma perchè?

– Se eletto avrei fatto murare, nell’atrio del Comune di Pieve, una lapide repubblicana. Repubblicana, vi dico!

«La poesia è una spiritual cosa!».

*

Per quattro anni il Pascoli si raccolse nella bicocca di Castelvecchio. «La poetica è una facoltà, la quale insegna in quai modi si debba imitare qualunque azione affetto e costume con numero sermone ed armonia, mescolatamente e di per sè, per rimuovere gli uomini dai vizi ed accenderli alle virtù».

*

E venne la rivincita; 10 settembre 1911: «Ritorna fra noi, dopo quattro anni di lotte e di aspirazioni per il nostro paese, Giovanni Pascoli. Egli rientra per la prima volta fra le mura di Barga e viene per compiere il suo dovere di elettore. Salutiamo l’Uomo grande e modesto; l’Uomo che si rinchiuse nel suo giustificato sdegno ha vissuto per quattro anni nella bicocca di Caprona, solitario e fidente, aspettando l’ora della riscossa, il giorno della redenzione. Egli ritorna fra noi, e noi interpreti del sentimento della cittadinanza salutiamolo coll’entusiasmo sincero del nostro cuore l’Uomo della vera democrazia, il Poeta insigne delle cose umili.

«Nel gesto che Egli compie noi vaticiniamo un’èra nuova per la nostra Barga e l’avvenimento che noi attendiamo sia di pace laboriosa e di prospera civiltà.

«Trepidanti di speranza ed ammirazione, ci stringiamo intorno a Lui ed in Lui fissiamo i nostri sguardi mentre in quest’ora di lotta estrema erompe dal nostro petto il grido acclamante di: Viva Giovanni Pascoli».

– Il mio nome è indissolubilmente legato a quello di Barga e di Castelvecchio, ma all’invito di amore, già così possente e dolce, si unisce il forte appello del dovere. Io dovevo venire oggi a portare il mio voto in favore della scuola; io che appartengo, benchè indegno, alla più antica Università del mondo. –

*

E venne il giorno della apoteosi, 9 novembre 1911. Il Poeta scrisse al Commissario prefettizio di Barga: «Accetto di fare il discorso a beneficio dei nostri feriti, ad onore dei nostri morti poichè vorrà trarne il maggiore utile che si possa per i nostri adorati eroi. L’avverto che farò cosa pensata, non a braccia, come si dice.

«Bene è stata inspirata Barga che ha dato la nascita ad un prodittatore di Garibaldi: in questo intendimento di mostrare la nostra infinita gratitudine alla perfetta Armata, al glorioso Esercito italiano».

*

Pochi giorni dopo, 26 novembre 1911, dal piccolo teatro dei «Differenti» l’ultimo figlio di Virgilio annunziava al mondo l’inizio di un’èra novella.

Lampò nel discorso l’improvvisa resurrezione di tutto un popolo di lavoratori e di eroi: dall’emigrato lucchese di Italy, a Beppe di Taddeo, talla del vecchio ceppo di Caprona. Il popolo che trasmigrò gli oceani, per donare altrui ricchezze e ritornare in patria sull’ali della speranza dorate dalla fortuna, coi suoi frequenti viaggi di andata e ritorno suggerì al Poeta, assorto nei classici, che l’Oceano infinito, oltre le colonne d’Ercole, non è per l’Italiano nuovo il sonante Oceano infinito oltre le colonne d’Ercole, ma il «bozzo» o, con frase poetica, la frapposta strada vicinale al mare. Beppe di Taddeo al Poeta che insegue i fantasmi di Odisseo e di Enea rammenta che sono essi, gli emigranti, del braccio e del pensiero, che aprono la via alla marcia trionfale e redentrice dell’Italia.

«La grande proletaria s’è mossa. E la democrazia italiana, fulminata dall’anatema del Poeta, si ritrae nell’ombra in attesa del supremo verdetto della storia».

IL RISORGIMENTO

NELLE VISIONI DI UN POETA

Al vertice dell’Erta imperiale, fuori porta Romana, da un intercolunnio cretaceo si stacca un muro, – su cui ramificano degli ulivi, – che per buon tratto cavalca su di una stradicciuola serpenteggiata, una di quelle viottole solitarie celebrate dagli onesti pennelli di Telemaco Signorini e di Giovanni Fattori. In una villa, discreta come una fattoria, occultata da un muraglione, abita e lavora Plinio Nomellini, discepolo di Fattori. Maestro e discepolo entrambi livornesi, di nascita, di concetto e, se volete, anche di dottrina.

Tirato il campanello, sembra di aver tirato la coda a un cane, chè subito s’odono abbai e ringhi, a cui fanno eco degli urli, delle domande concitate, dei «Maledetta la rabbia!». Ma se il cancello si apre – Nomellini ha sempre vissuto come uno che sia cinto d’assedio, – il cane guattisce e s’accuccia, e il padrone, ritto su di un terrazzino, simile ad un «Padron di foglio» sul cassero di una nave, vi mitraglia di domande e di: «Maledetta la rabbia! O chi ti ci faceva! Passa. Bevi».

Al momento Nomellini lavora a un quadro più alto del suo studio, che è altissimo: il telaio costretto tra l’ammattonato e le capriate che sostengono il tetto. Con ogni cautela ho domandato il titolo del dipinto.

– O non lo vedi? Camicia Nera. Ma, mi raccomando, silenzio; maledetta la rabbia, silenzio. – Silenzio per gli altri, s’intende, chè lui urla.

*

All’ «Ordine del silenzio» Plinio Nomellini fu iniziato il 5 ottobre del 1910 da Giovanni Pascoli. Udite:

«Caro Plinio. Quant’è che ti volevo scrivere! Ma prima una solenne promessa: silenzio assoluto con tutti, nessuno escluso. Una indiscrezione basterebbe a farmi rinunciare al mio disegno. Parola d’onore, dunque; per ora, un cenno. Quest’altr’anno pubblicherò del nostro Risorgimento, che deve essere illustrato da te.

«Tu devi fare quattro tavole per ogni singola grande parte, – sedici tavole in tutto. – e forse fregi e testate e di fine, analoghe.

«Quando vidi in una nera cartolina il tuo rosso Garibaldi, dissi – Questa è la poesia più bella che su Garibaldi sia stata fatta. – Ora vedo che il tuo spirito alita sempre sulla medesima Iliade e moderna Odissea. Dunque mi farai le tavole…. c’intenderemo sul modo di comunicarti i soggetti. Intanto, scrivimi subito se accetti o no.

«Voglio che accetti. Non c’è altri. Eccoti il verso per l’album Fradeletto. Mandami le fotografie del quadro Garibaldi; non hai qualcosa di meglio della cartolina? Vedrai che soggetto il primo, è proprio da te. Un abbraccio dal tuo G. P.

«P. S. – Specialmente a Lucca: Silenzio! Silenzio!! Silenzio!!!».

*

Il segno manifesto che Plinio pittore mantenne il silenzio invocato quasi angosciosamente da Giovanni Pascoli è nel fatto che il poeta scrisse i Canti del Risorgimento e nel maggio del 1911 cominciò a spedire a Nomellini, su foglietti color di cielo sereno, le istruzioni per i frontoni, le testate, i finali.

Nomellini in quei tempi abitava sulle sponde del lago di Massaciuccoli; dal finestrone del suo studio si poteva scorgere bene il cucuzzolo della Pania. In quella pace furono fatti i disegni che oggi si possono mirare nella Galleria degli Uffizi. Quando Plinio, per qualche incertezza, si recava in Castelvecchio, il poeta, che dall’altana del suo studio avvistava il pittore, lo accoglieva, come già si è ricordato, al suono dell’inno di Garibaldi.

*

«Caro Plinio, farai: Garibaldi giovane, secondo a bordo di una goletta, che medita in una bellissima notte orientale; ha in mano la barra del timone. Sopra coperta sono, addormentati, dodici sansimonisti esuli e peregrinanti. Questi, s’intende, non li potrai mettere.

«Frontone. Mazzini nel carcere di Savona, che progetta la «Giovane Italia». Finale da farsi: Ora e sempre. Mazzini con due esuli, – i Ruffini, – immersi nel dolore. Mazzini è in atto di consolarsi virilmente e di confortarli, con alta ispirazione; entra il Marinaro.

«Frontone. Facce truci, facce apostoliche, facce eremitiche, facce selvagge di esuli di America: tra loro, la divina maestà del volto di Garibaldi, coi lunghi capelli e la lunga barba, che sembra parlare a quei feroci ed ammansirli nel tempo stesso, e spingerli a cimento più fiero di quelli fierissimi da loro affrontati (vorrei vedere solo le teste; ma dovrebbero parere a bordo di un corsaro).

«Oppure Garibaldi dorme all’ombra del suo cavallo. Oppure Garibaldi «gaucho» che galoppa con una grande torma di cavalli nudi.

«Finale. Garibaldi, che para innanzi una mandra di bovi, che deve poi vendere. Bella figura di divino armentario.

«Frontone. Guarda se è possibile un trittico. In uno, Mazzini che esamina il cielo (a Londra) per le sue lezioni d’astronomia; atteggiamento ispirato ed estatico. Nell’altro, Carlo Alberto, che indaga pure il cielo, nubiloso quasi, nell’atto di dire: – J’atans mon astre. – Garibaldi, a bordo di una goletta, che contempla veramente la sua stella: Arturo.

«Finale. Anita a cavallo che galoppa, galoppa, galoppa».

Nomellinì lavorava, consapevole della severità dell’impegno assunto, confortato di continuo dalle buone parole del Poeta e dalle istruzioni, a volte notate di qualche timido disegnino. Lo scrivente faceva da modello, portando seco dal paese nativo un fagotto dove dentro c’eran: una camicia rossa, un berretto del nono reggimento garibaldino, i pantaloni e le uose, indumenti che erano stati a Bezzecca, indossati dal mio padrone d’una volta. Un giorno, Stefano Canzio, vedendo l’effige dello scrivente, – trombettiere fuori dei ranghi, – disse amabilmente a Nomellini: «Io, vecchio comandante di brigata do un comando: – Il trombettiere rientri nei ranghi!» E Nomellini, con due pennellate, fece rientrare nei ranghi il tromba.

Nell’alta pace di Castelvecchio giungeva il tafanar di certa critica, quella che presume di divinar il sesso dell’agnello quando è ancora nel grembo della pecora:

«Caro Plinio, Se avessi tempo, vorrei dire il fatto mio alla Critica (qualcosa ho detto nel miglior dei miei poemi italiani: I due vicini, cioè un ortolano (il poeta) ed un vasaio (l’artista delle arti figurative) e l’asino, che hanno in comune (la Critica); lo ristamperò e te lo manderò. Ma in alto. Quello che t’ho da dire è che, pur essendo una fotografia, e non buona a tuo giudizio, quel Quarto è un capolavoro eterno. È, col tuo Garibaldi a cavallo, la infinitamente migliore poesia che sia stata fatta intorno all’Eroe. Nessun grande pittore del passato ha trasfigurato da Tabor il Cristo, come tu là, in vetta, Garibaldi, così piccolo e così immenso. Io piango solo, avanti tali capolavori, d’esser sempre povero; e solo per avere quelli vorrei non essere quel che non mi dispiace per altre ragioni, prima delle quali è che la ricchezza non è buona quando intorno a noi è la povertà.

«Di nuovo silenzio assoluto. Come si lavora bene in silenzio.

«De I fratelli Bandiera non posso darti particolari, non avendo ancora schizzato il poema. Puoi fare uno dei fucilati, che, dopo la scarica, si rialza e resta in piedi, ferito a morte, e grida «Fuoco di nuovo! viva l’Italia!». È Lupatelli.

*

Cominciando l’aria a farsi bruna, ci siamo affacciati al finestrone dello studio, sotto cui c’è un grigio ondeggiare di olivi e neri cipressi – Vedi, là Foscolo ha scritto Le Grazie. Vedi, là Machiavelli, il giorno, giuocava alle carte coi contadini, e la sera ridoventava Machiavelli soltanto per sè.

– E vedi là – ho detto, io, – quel cucuzzolo azzurro di monti, che spicca sulla scialba immensità di queste colline grige? Quella è la Pania e sotto c’è Castelvecchio.

– Maledetta la rabbia! O leggi qui e poi si scende

«Caro Plinio, farai un frontone con l’Isola Sacra, e la foce del Tevere, con una tartana, e il giovinetto Pepin sul Gianicolo, cui inonda e sopraffà, nell’ora della sera, il grande immenso concerto delle campane di Roma. G. P.».

In quel momento si son udite anche quelle delle chiese di Firenze.

IL GARZONCELLO GIACOMO

Tristezza delle giornate invernali, diacce e pioverne, in una città abituata al frastuono del Carnevale balneare: chi canterà la vostra desolazione? Gli assiti recingono i «bagni», riducendoli come tristi luoghi di pena: i fior spampanati degli ombrelloni, zebrati di lacca e cobalto, pare siano stati portati via dal vento impetuoso di libeccio; quello verde-ramarro di tela incerata che tragitta sulla spiaggia è del pastore che vi si occulta per schivare il piovasco; quella nuvola giallastra che sfiora i faggi è la sua greggia randagia. Il mare gagliardo romba e rimbomba.

Ho saputo stamani, da Antonio Puccini, che suo padre, il Maestro, amava questa desolazione musicata di malinconia. E l’altro giorno seppi, dall’architetto Pilotti, che architettò la villa sul rovescio di quelle allineate sulla spiaggia, che il Maestro non gradiva la vista del mare.

Troppe volte il pelago s’era posto tra il Maestro e questa terra, e la nostalgia soffiava impetuosa sul cuore il desiderio di ritornarvi: «Qui sono lumache; freddi, impassibili; io non vedo l’ora d’intorrelagarmi», scriveva d’oltre mare il Maestro.

*

Stamani il ceneraccio del cielo filtra, stacciata, l’acquerugiola che spolvera gli abiti, scolla le giunture, inargenta i capelli, acquerella la selva che scola sui tronchi e impolpa il sabbione. La villa Puccini sembra un acquerello del Turner, quando il pittore lo poneva a fondersi sotto queste pioggiarelle.

Il figlio Antonio rassetta la roba nell’ultimo studio del padre: veduto traverso i vetri turchini, par dentro un acquario. La villa, recintata di quercioli, è bassa e tutta coperta dalle ombrella dei pini. Qui è nata Turandot. Un cancellino si apre automaticamente, e per tutto il tempo che sta aperto una cicala arrochita dalla freddura canta dentro la villa.

Il figlio Antonio riordina i fogli.

È un numero della Perseveranza del 15 luglio 1883. La gagliarda calligrafia del Maestro si scorge in margine: «Signora Albina Puccini – Via di Poggio – Lucca». La signora Albina, a cui è indirizzato il foglio, era la madre del Maestro.

– Lo legga.

Un vigoroso segno di lapis bleu sbiscia sulla seconda pagina: «Saggio finale al Conservatorio musicale di Milano». Puccini, per il saggio finale, compose un Capriccio. Leggo: «Puccini è un simpatico giovanotto di Lucca, figlio di un bravo e dotto contrappuntista, maestro di cappella di quella cattedrale… nel Puccini c’è un deciso e rarissimo temperamento musicale… Il Capriccio suscitò entusiasmo e rimarrà come una delle migliori impressioni dei saggi di quest’anno. – Firmato: Filippi».

Sul leggìo, davanti al piano del Maestro, v’è, chiuso, grande come un messale, lo spartito della Turandot. Principio e fine di una vita virile e tenace, agitata da ebrezze di trionfo.

Sopra un tavolo basso e spaziato, che specchia come una lama, v’è un quaderno bodoniano foderato di cuoio e listato d’oro.

– Lo legga.

È l’elegia funebre che il maestro Giovanni Pacini, quello della Saffo, disse sul feretro di Michele Puccini, padre di Giacomo.

– Legga la chiusa: è interessante.

Leggo: «Egli lascia una desolata sposa e sei tenere fanciullette ed un garzoncello, – Giacomo, – solo superstite ed erede di quella gloria che i suoi antenati ben si meritarono nell’arte armonica e che forse potrà egli far rivivere un giorno».

Gli spartiti delle opere pucciniane si vedono per costa, rilegati in pergamena avorio, e par assentano alla profezia con largo sorriso.

Ai lati del piano, due lettere sotto vetro e incorniciate, una di Rossini, l’altra di Wagner.

Cerco, esitante, un certo tavolino che alla vigilia quasi della morte il Maestro commise all’artefice del legno Carlo Spicciani: «Caro Spicciani. Ho bisogno d’un tavolino speciale: ho molte medaglie d’oro di diversi teatri e comuni d’Italia e fuori, che vorrei raccogliere nel piano d’un tavolo-vetrina. Non deve esser grande. L’avverto non deve essere ingombrante. Non mi piace il solito velluto o felpa. Domando se fosse volgare un piano di damasco. Saluti, suo Puccini».

Sopra un drappo di damasco, rosso sangue, v’è decapitata la maschera in bronzo della Santa Teresa del Bernini. Altrove ho scorto una porcellana raffigurante Cleopatra. Nel centro di una parete c’è un ritratto giovanile del Maestro fatto dal Conconi alla maniera di Tranquillo Cremona, onde la soffusione dei piani col fondo rende al vero un uomo che si stacchi con tenui luci sull’ombra. Il Maestro pare lì e che ascolti.

Sul piano v’è una copia del Corriere della Sera, ma è del 23 febbraio 1893. Una sbisciatura di lapis carminio assaetta tutta una pagina: «Manon Lescaut al Regio di Torino», e un lungo articolo esegetico di Giovanni Pozza.

– L’ho trovato stamani in un fascio di carte: stasera parte per l’archivio di Torre del Lago, – dice Antonio. – Lo legga.

Torre del Lago, ai tempi che vi capitò il Maestro, si chiamava il «Confino»: la terra estrema della podesteria di Viareggio confinante con quella di Pisa.

Viareggio era Quart Khadasciat, o città nuova, e Torre del Lago il territorio della Numidia; il lago poteva essere quello di Tritone. Questi richiami delle antichità classiche erano suscitati nelle fantasia accesa del Maestro dalla permanenza in quei luoghi di un pittore a cui dicevano l’idolo cartaginese: Ferruccio Pagni, o «Ferro», come per sincope lo chiamava il Maestro. E di ferro battuto, a quei dì, sembrava Ferruccio Pagni, diventato poi lo storico più obbiettivo e vivo del Maestro: scarnito dalle penitenze, sventrato dai digiuni, lavato dalla pioggia, asciutto dal sole, pareva arrugginito, chè di ruggine era anche un certo suo vestito di velluto spigato.

Quando «Ferro» impugnava la tavolozza falcata come uno scudo di Numidia e agitava una canna sbarbata da un ciglio, sembrava un guerriero, lancia e scudo, che aprisse il varco a un augure che stesse per circoscrivere il limite entro il quale osservare il volo degli uccelli.

Il Maestro, addopato da un canneto, stava all’aspetto col fucile soppesato sulle braccia gagliarde. Il cane alzava insospettito gli orecchi, fiutava l’aria che aveva preso l’acredine della polvere da sparo.

– Silenzio!

– Vengono in qua, silenzio.

– Tun, tun, tun. Il cane guattisce, anela tuffarsi nel lago.

– Fischioni…. sono….

Due grandi foglie di lauro sembrano staccate da un fantastico albero occultato dalle nuvole, cascano a picco, fendono l’acque piombate. Il cane si tuffa, si aggalla coi fischioni in bocca.

*

Allora, Torre del Lago era una lingua palustre, non più larga di quattro chilometri, e i torrelaghesi avevano, allora, dei cartaginesi la ruvidezza; chiusi in sè, schioppettavano l’uccellame nelle «bandite» e tiravano di fiocina ai lucci sguiscianti nel lago padronale.

Sopra un bugnone di falaschi, taglienti come lame, fu eretto un capanno, e il Maestro alternava il bugnone col pianoforte.

Quasi tutte le opere sono state scritte a «Torre», onde il Maestro lontano scrivea: «Non vedo l’ora d’intorrelagarmi». Poi un brutto giorno, proprio dirimpetto allo studio del Maestro, sorse una specie di «Tempio della luce»: le Torbiere. L’uccellame spaurito andò oltre il monte di Quiesa, le acque intorbidate misero in fuga i pesci, il cielo si tenebrò. Sui falaschi gemevano non più le gru,

lo squadron delle gru quando del verno

fuggendo i nembi l’ocean sorvola

con acuti clangori,

ma aspe e maciulle. Torbati densi di fuliggine risommavano cagliati d’untume e di carbone. I rantoli dei macchinari sembravano mostruosi uccellacci d’acciaio che si attristassero in eterno. Ciminiere alte come campanili pennellarono il cielo di strisce a lutto. Anche un esclamativo di pietra si piazzò sul lago con tre cifre misteriose: C.E.L.

Il Maestro abbandonò il lago, cercò pace nel silenzio della Maremma. Si ridusse a Viareggio «Voglio una casa bassa, ariosa: non posso, lavorando, vedere il mare». Fu esaudito.

*

Oggi che il figlio Antonio rassetta ogni cosa e ordina, a Torre del Lago tutti i ricordi più significativi del Maestro, anche le «Torbiere» sono ammutolite. Un porto in isfacelo è davanti alla tomba di Lui. Le gru, a squadroni, si posano sul folto, calano sui biodoli e sui falaschi, l’acque si sono storbidite, e lucci e scalbatre argentano il fondo limaccioso. Anche il cielo serena sui monti di Pisa.

Nel salottino vicino alla tomba c’è tutto l’armamentario pronto per una battuta. Schioppi, fucili a dietro ed avancarica, pistole, lance, balestre, fulminanti, richiami, carniere, «stampe», – uccelli di sughero dipinto, atti al richiamo, – stivali, scarponi, gambali, gabbani, tabarri, ventriere, cappellacci pennuti.

Un grande ritratto del Maestro al vero, dipinto da Cappiello, sorride incredulo nel salone. Davanti a lui c’è una fotografia di Renato Fucini, con dedica, sorridente anche quello; un vago chiarore di sorriso vaga anche sulla fotografia di Francesco Crispi; un vasto sorriso è sul volto aperto di Padre Pistelli, colto sull’Alpe di San Pellegrino. Davanti a Verdi c’è una schiamazzante fotografia in cui Marcello, Colline, Rodolfo e Schaunard, tenendosi per mano, par gli cantino a squarciagola

Tutto è follia nel mondo.

«LA BOHÈME» RITORNA AL SUO PAESE

Proverbio vecchissimo: «Dopo tanti anni e tanti mesi, l’acqua passata ritorna ai suoi paesi». Così La Bohème, dopo aver girato e rigirato il mondo, ritorna al suo luogo di nascita. Sul lago si sta facendo una vasta impalcatura e le sponde friabili le stanno rassodando con piantate di pini. Quando Mimì apparirà al proscenio scruterà verso il luogo del «Cecio» cercando la capanna di «Gamba di merlo» col tetto di falasco e gl’impostomi di legno. Il Club La Bohème: – Qui – Giacomo Puccini — con una eletta schiera d’artisti – visse e ideò — «La Bohème». – Ma non scorgerà altro che macchinismi rugginosi in sfacelo, capannoni bituminosi e ciminiere altissime come colli di gigantesche giraffe e bianche ville che, una tocca l’altra, vanno dal lago al bosco verde di pini e di tigli.

E l’insegna del «Caffè Aspromonte» con la provvida Ermenegilda dove si è occultata?

– Ermenegilda, le carte, e ponci alla svelta – urlava il Maestro tra un atto e l’altro de La Bohème.

*

La falce fienaia ha fatto taglio raso delle stoppie, delle prunache, dei canneti sonanti, dei palei altissimi. La piantagione è stata scerpata. La palude è, giorno per giorno, ingozzata da mostri dal collo lungo e nero che la rigettano in fossati, i quali s’incanalano verso lo spurgo della Burlamacca. La Torre sdentata, da cui il luogo trasse il nome, ha oggi una dentiera di pietre della Gonfolina. Anche le arzavole volano alte e tendono all’opposta riva.

E La Bohème dov’è?: Cecco Fanelli, Angiolino Tommasi e Lodovico, il Gambogi, Amedeo Lori, Plinio Nomellini, Cappiello, Ferruccio Pagni, la vecchia «Compagnia della leggera» che esultava intorno al Maestro. Quella tal combriccola che aveva per regolamento:

«Uscir da desinare con l’appetito e andare a letto con la fame.

Non servirsi mai dell’ombrello, o paralacqua, o piova o nevichi, per assuefarsi a tutto quello che viene dal cielo.

Stare a letto fin che non piglia fame e uscir di casa quando ne avete bisogno davvero: metodo efficace per scansare i raffreddori e i creditori, è consumare meno i panni e le scarpe.

Tenere negli orecchi dei batuffoli di ovatta perchè non entrino pulci per il capo.

E in ultimo non scordarsi che dopo il cattivo viene il peggio».

*

Per molti dopo il cattivo è venuto il buono e per altri il peggio. Cecco Fanelli, il Marcello torrelaghese, è spirato; spirata è, con lui, la «Pandora», una certa «Musette» lacustre che Cecco conobbe modella alla «Scuola del nudo» di Firenze. Nè s’odono più i concitati duetti:

– Vipera

– Rospo!

– Calmati, Cecco – esortava il Maestro.

– C’è questa vipera. – Allora la Pandora esplodeva come il vaso omonimo, di tutto, molle, palette, piatti, mestoni, bicchieri. E Cecco trovava ricetto nello studio di Giacomo dove, al sicuro riparo, sceneggiavano l’accaduto: Atto primo: Vento e grandine. – Atto secondo: Vento, grandine e tuoni. – Atto terzo: Tambureggiamento dal cielo con fulmini e saette. – Tela – che in vernacolo lucchese significa scappar via come il vento.

A proposito di vernacolo lucchese, qualcuno della «Compagnia della leggera», osservava maliziosamente al Maestro che Resti con noi vezzosa damigella era musicata in vernacolo lucchese. Il Maestro acconsentiva soltanto nella strumentazione il carattere locale e, ponendosi al piano, diceva: – Sentite, questa è un’arzavola, questo è un fischione. –

Spirato anche Angiolino Tommasi proprio qui dirimpetto al lago ch’egli aveva dipinto centinaia di volte. Lontani gli altri.

È ritornato qui Ferruccio Pagni, dopo quindici anni d’America latina:

«Tu – gli diceva il Maestro sei il sopravvissuto di una razza molto remota che abitava sulle rive del miracoloso Stige, dove tu sicuramente hai tuffato il tallone invulnerabile». E perchè non anche il capo? Malgrado le ingiurie del tempo i capelli di «Ferro Kina» – come lo chiamava il Maestro – son barbati a fondo e neri: Ferro Kina, disciplinatore dello stomaco e educatore del digiuno. Un giorno Ferruccio Pagni entrò con alterata melensaggine nella capanna de La Bohème; il Maestro, sorpreso, gli chiese da che cosa fosse egli afflitto:

Le risa vanno a terminare in pianto

gran viaggi a vapore al camposanto.

– Come?

– Il dottore – disse sconsolato «Ferro» – mi ha messo a latte e uova.

– Perdio.

E «Ferro», seduto ad un tavolo, trasse di tasca due aringhe, una uovata e l’altra lattata, e le divorò entrambe con tritumaglia di cipolle e peperoni.

Se fossi una folaga – disse il Maestro – mi tufferei in un tuo lago dipinto,

*

Il Maestro mentre componeva La Bohème, si divagava da «Ermenegilda» col giuoco delle carte: e così mentre entrava all’«Aspromonte» scorgendo i compagni, diceva : – Tò ecco «Becconero», Boccia, Broccolo: – Presto, Ermenegilda, le carte e ponci alla svelta.

Dove sono oggi Baccalà, Boccino, Braciola, Broscia, Tiberio, Mulone, Pinanna, il Traglio, la Stemperona, Grinchio, Puntello, Bacchino, Baffi di ferro, tutta la «Ghenga» di «Torre»? Non c’è nemmeno da cercarli nel cimitero, chè queste eran tutte stranomazioni paesane.

*

Anche la «Banda Comunale» s’è messa sulle sue. Non è più quella masnada dai capelli alla «Gasperona» e la penna del fagiano sulla «scrocca» che una sera suonò La Bohème sulla piazza della Chiesa al cospetto del Maestro.

– Cosa vuole, disse il maestro della banda, al Maestro. – Li ho levati tutti dalla «macchia». Oggi la «Banda» ha il berretto d’inceratino con su la serpentina d’oro e al bavero della giubba ci sono degli sgargianti alamari e va al tempo.

*

Al tempo non andavano, una lontanissima sera, Cecco Fanelli, – chitarra – e Ferruccio Pagni, – mandolino i quali, autorizzati dal Maestro, suonarono, a beneficio, e per la prima volta, alcuni pezzi de La Bohème.

Una Compagnia di guitti era capitata a Torre del Lago per recitare all’«Arena»: Dopo cinque o sei «forni» le ghette degli attori abboccavano le scarpe, e i colletti inamidati pareva volessero inghiottire le loro teste allampanate.

Fu organizzata una serata «a totale beneficio» con intervento del Maestro Giacomo Puccini.

«Un pezzo de La Bohème sarà eseguito dal duetto: Cecco Fanelli – chitarra, – e Ferruccio Pagni – mandolino». L’incasso superò il preveduto. Il Maestro era seduto in prima fila e sotto il largo cappello teneva nascosto un mazzo di «pungitopi», quei cardi accidentati che fanno lungo le siepi, e quando i due si presentarono alla ribalta per ringraziare il pubblico delirante, il Maestro tirò loro il mazzo, che rimase, come un gatto arrabbiato, aggranfiato alla «coda di rondine» del Pagni.

*

Al Maestro l’America, le due Americhe facevano l’effetto di belle e grandiose oleografie: «Non vedo l’ora di salutar le folaghe» scriveva di là; e Milano gli stuzzicava la nostalgia:

Il pallone, l’aeroplano

qui, e Milano vo’ veder.

Ecco come

il mio ritardo

gatto pardo

capitò.

Ma «domenea»

vengo al Bozzo,

rulla il mozzo

del motor.

Viva il lago

dolce svago.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Giacomo scriveva questi versi alla brava il 23 agosto del 1905 al diletto amico Bettolacci. E dall’America scriveva al Pagni: «Caro Ferro Kina, come t’invidio, mi par di vederti alla ripa del lago sdraiato, felice te!».

*

Nella casa più pericolante del lago, di rimpetto allo studio del Maestro, là verso il 1905, c’era il mio studio. Si accedeva all’ultimo piano per mezzo di una scala a pioli, sulla quale si arrampicava spesso il Maestro canticchiando: «Se pingere mi piace, cielo e terra». Nello studio non v’erano sedie e il Maestro si sedeva sullo strapunto. Nello studio non c’erano cavalletti, e le pareti facevano da tavola di disegno. Non c’erano nè piatti nè scodelle. Una latta da petrolio faceva le veci del fornello; una pentola e un cucchiaio erano in un canto. Sulla sponda del lago mi ero anticipato di due anni Parigi. Le vesti non erano ancora marce di pioggia, nè il corpo tremava di freddo, ma le figurazioni sulle pareti avevano già tutti i gesti muti e orribili della rassegnazione: spettri umani: ferite indimenticabili.

Anche il Maestro mi chiedeva incuriosito dove scovavo quelle figure.

– Son qui sul lago: questo è «Mundo», questo è «Bellantino»….

– Ma perchè? Guardi là! – Dalla finestra si scorgevano l’Apuane: vertebre gigantesche impietrate.

– Guardi là. – Da un’altra finestra si vedevano il pineto, le leccete, l’abbaglio del mare.

Il Maestro faceva a se stesso delle digressioni sul pubblico, sui diritti del pubblico. Ma quel che lo spingeva su per le scale pericolanti era il desiderio di rivivere alcune scene de La Bohème. Fin da quel tempo la capanna di «Gamba di merlo» era stata rasa al suolo e su quel terreno c’incassavano l’anguille pescate nel lago per spedirle fuori.

Dalle fronde dei gelsi, là nel fondo, facevano già civetta delle casette bianche, e il campanile cresceva a vista d’occhio. Il paese, interdetto dai tiri del Balipedio dalla parte del mare, avanzava verso il lago, accerchiava la casa del Maestro, ed egli saliva, a cercare un ricordo di «bohème», le scale a pioli.

*

Una sera a Parigi, davano, chi sa, forse per la millesima volta, La Bohème. – Ci sarà il Maestro – pensai, e mi avviai a piedi verso il teatro. Ecco da un’auto scender lui distratto; certo pensava a Torre del Lago e alla felicità della caccia: ma io non ebbi lo spirito di dire «Buona sera, Maestro».

– Poteva essere la sua salvazione, – mi disse Egli, dopo degli anni quando a Viareggio gli narrai l’accaduto.

«MADAME BUTTERFLY»

A TORRE DEL LAGO

Madame Butterfly, «la fragile e variopinta farfalla pucciniana», – molti lo ricordano, – sepolta vivissima, la prima sera che si presentò sulla scena a Milano. Il Maestro, come per virtù arcana, le sospirò sugli occhi sigillati: «Risorgi e cammina». I ritocchi furono pochissimi: dalla debile trama fu tolto soltanto un ubriaco. La resurrezione si compì in Brescia, e sono venticinque anni che la Butterfly cammina trionfale per le scene del mondo. Tra poco si poserà, per una notte sola, davanti alla casa dove fu creata.

Nella memorabile sera di Brescia Madame Butterfly fu interpretata da Salomea Kruceniski che rese le mortali angosce della piccola «Cio-Cio» con arte ammirevole e con irresistibile effetto. «Alla più grande e deliziosa Butterfly – Giacomo Puccini. Torre ‘904». Scrissero i fogli d’allora: «Se la gratitudine è una virtù degli autori, Giacomo Puccini deve a Salomea Kruceniski una riconoscenza senza limiti». Il Maestro l’ebbe illimitata.

*

Mi sono recato oggi nella villa di Salomea Kruceniski, vicinissima alla casa in cui il Maestro scrisse Turandot, ma non ho trovato la signora: essa, in questo momento, è sui Carpazi e viaggia verso l’Ucraina per salutare la sua nobile e patriarcale famiglia. Mi ha amichevolmente accolto lo sposo, avvocato Cesare Riccioni, che fu fraterno amico del Maestro. Sopra una fotografia di Puccini ci sono dei suoi versi:

Caro Riccioni «Cesa-

re» della macchia verde

l’effige tua non lesa

l’ebbi e mai più si perde.

In questo salotto rivive un po’ della vecchia «bohème» torrelaghese. Sulle pareti ci son tutti: morti e vivi. Su di una fotografia piratesca di Plinio Nomellini giovane sta scritto: «A Riccioni, augurandogli di divenire Cesare Versiliano». Sopra una fotografia di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi [«Ceccardo è il più compito cavaliere che io abbia conosciuto», mi diceva un tempo lontano la signora Kruceniski dopo che io avevo condotto, con qualche titubanza, il poeta apuano a colazione da lei]: «A donna Salomea Kruceniski canora anima di lodola pel deserto del mondo».

Una lettera stravagante è incorniciata, e sotto vetro, scritta da due calligrafie diverse, ma entrambe raspanti. La lettera fu scritta in un caffè, se ne veggono ancora le pallide tracce, una riga da Puccini, una riga da Mascagni, rappacificati dopo rabbuffi da nulla. Data: 1894.

«Caffè del Casino. Caro Riccioni. Ti abbiamo atteso» – scrive Puccini; – «fino ad ore 5.50» – continua Mascagni: – «e inutilissimamente. Partiamo adesso per Torre del Lago» – completa Mascagni.

Puccini dava del tu al Riccioni e Mascagni del lei. Un certo momento si vede che Mascagni perde la pazienza e scrive difilato cinque o sei righe: «Intanto mille ringraziamenti per le cordiali accoglienze, saluti e una stretta di mano. Spero che la nostra amicizia non avrà mai fine. Amen. Pietro Mascagni».

La pace dei due sommi Maestri italiani avvenne sul feretro del grande violinista viareggino Ippolito Ragghianti, al cui trasporto intervennero moltissimi grandi musicisti.

Sopra un foglio di carta cenerina si veggono dei fregi musicali con delle note: sembra uno schizzo, di qualche pittore d’avanguardia, di fili elettrici con su posate delle rondini. È un motivo della Butterfly di, pugno del Maestro. «Questo che ti trascrivo è un motivo del duetto. Fanne quel che credi. Giacomo».

*

Un caro e personale ricordo mi lega alla Butterfly. Nel 1906 avevo lo studio, qui in Torre del Lago, dirimpetto alla casa del Maestro. Correvano i tempi in cui le lucertole sembravano serpenti, quando c’è il passaggio dei pastrani dalle case al Monte di Pietà, e i padronati licenziano le serve e si ritirano nella campagna. Quei tempi in cui pare che i monti si siano messi una parrucca di nuvole tempestose e che non se la vogliano più togliere di capo.

Proprio in quei tempi avevo ritoccato certi affreschi che decoravano il salotto lacustre del Maestro, e lui capitava sovente nel mio studio un vecchio granaio dove ci sapeva di pane stantio; albergo di topi e di zecche, ventilato dalle ragnatele in cui erano impigliati dei mosconi, le finestre avevano i vetri di fogli e l’ammattonato terremotava sotto i piedi uno di quei luoghi da cui l’inquilino, molto spesso, esce portato via da quattro persone incappate. Fu proprio lì che il Maestro una mattina mi disse: – Tenga – e mi offrì un foglietto accartocciato: una poltrona di prima fila del Teatro Comunale del Giglio di Lucca in cui si rappresentava, per la prima volta Madama Butterfly.

Traghettai il lago sopra uno dei barchini coi quali i cacciatori danno dietro alle folaghe, sbarcai alla «Piaggetta» opposta, feci a piedi il monte di Quiesa, lo stradone di Sant’Anna. Andai al Teatro del Giglio, mi sedetti fra tanta gente vestita di nero, e mi fu chiesto il biglietto almeno una diecina di volte. L’uomo non riusciva a capacitarsi che il mio biglietto fosse legittimo.

Dopo lo spettacolo mi biasciai quella venticinquina di chilometri che separano Viareggio da Lucca sotto una pioggerella ottobrina che veniva giù come Dio la mandava. Stavo per scollettare il Quiesa quando udii un: – Alto là! – formidabile. Due militi della benemerita a cavallo, perlustravano quei luoghi allora deserti.

– Di dove venite?

– Dalla Madame Butterfly!

– E dove andate?

– A casa!

– Con questo tempo?

Tacqui e ripresi il cammino giù per le scorciatoie da cui, a tratti, lampavano i fari dei porti della Spezia, di Viareggio e di Livorno.

Il dimani raccontai l’accaduto al Maestro che al solito era salito al granaio.

– Dopo il cattivo viene il peggio – dissi.

Sulle squallide pareti c’era soltanto una fotografia, quella del Maestro, con la dedica: «Al Viani delle bestie. Giacomo Puccini».

Allora non disegnavo altro che bestie. Gli uomini vennero dopo.

*

Tra poco la Madame Butterfly ritornerà davanti alla casa dove è stata concepita. Come accadde, l’anno scorso, alla sua sorella «Mimì», stenterà a riconoscere i luoghi.

Rasi al suolo i capanni di falasco, inghiottita la sponda su cui i canneti misuravano l’impeto del vento di monte e di mare, coperti i fossati vellutati di verde, scerpate le pioppete grigio argento.

Anche gli uomini, i padulanti rozzi e bonari, i cacciatori di frodo scaltriti, gli uomini della macchia che rendono un perenne profumo di ragia di pino, le risaiole dalle grandi pamèle di paglia, i ranocchiai dalle grandi reti a cucchiaio, coi cappelloni neri di antichi romei, dai soprannomi aderenti: Baccalà, Becconero, Ghiro, Pinuglioro, Brigata, La Pandora, La Ciabatta, La Stemperona, Gamba di merlo, sono quasi del tutti scomparsi.

Della vecchia compagnia della «Bohème» rimangono Ferro – il pittore Ferruccio Pagni -baffi di ferro arrugginiti, occhi di falco, gambe di cicogna, e Plinio Nomellini dalla voce che ha il tono rauco della gru quando si rileva. Scomparsi Cecco Fannelli, Angiolino Tommasi e gli altri «macchiaioli» che s’eran buttati una trentina d’anni fa alla macchia della Bufalina.

A questo paesetto lacustre, unica frazione del Comune di Viareggio, il Maestro era legato da memorie di lavoro e di gloria. E l’uno e l’altro egli rappresentò ai funerali di Verdi.

«Caro Cesare,

Col cuore accetto l’onorevole incarico di rappresentare cotesto Municipio ai funerali di Verdi. Con lui pur troppo estinguesi la più pura luminosa gloria d’Italia. Per la grandezza della Patria auguriamoci che siano imitate e continuate le virtù dell’uomo e dell’artista. – Giacomo Puccini».

In questa notte alta non si scorge di tra i lecci del parco una debole luce a cui crescevano intorno orrori d’ombre musicate. Una vetrata istoriata da Adolfo De Carolis – ombra anche lui ora – filtra una spenta luce soffusa di toni madreperlati. La luce viene dalla Sua tomba.

Una vocale malinconia soffia dal lago, come antichissime armonie che approdino e si spengano nella sabbia per non cantare mai più.

LA FESTA DELLE FRITTELLE

E DELLE «PADELLE»

Poco lontano da Torre del Lago c’è Castelvecchio Pascoli, di qui si scorge la vetta della Pania sotto cui s’acchioccia la casa del Poeta, giù, nel cuore della Maremma, di cui si scorgono i piani di Pisa che sono come l’antemurale di quella terra, c’è la stazione di Castagneto Carducci. La proposta di mettere il nome del Maestro sulla facciata della piccola stazione di Torre non ebbe fortuna.

Eppure qui tutto è di lui: il grande vialone che sfocia al lago è intitolato al suo nome, ogni pezzetto di terra ha contato i suoi passi, come tutti i folti di queste boscaglie. Torre del Lago è conosciuto nel mondo per lui.

*

Egli, lontano di qui, s’angosciava: «Non vedo l’ora d’intorrelagarmi» scriveva ad un pittore, da Londra, una venticinquina d’anni fa. «Ho una torrelaghite acuta che mi tormenta», scriveva dall’America ad un altro pittore. «Torre del Lago: Turris eburnea, vas spirituale. Eden empireo»; è sempre il Maestro che canta.

Sarebbe stato consolato il Maestro se, da vivo, avesse veduto il suo nome stampato tra la «Porta d’uscita» e la «Sala d’aspetto» della piccola stazione? Lo scrivente osa avanzare i suoi dubbi. Non che il Maestro sgradisse gli omaggi al suo nome, ma il vederlo stampato qua e là lo seccava assai.

Poi c’era la seccatura degli omonimi: proprio nel punto centrale della via Regia in Viareggio c’era un cartellone color altomare con su, stonate, delle parole bianchissime: Puccini, Parrucchiere Teatrale.

Tutte parole s’intende, ma il Maestro ogni volta che passava di lì diceva: – Non solo Puccini, ma anche teatrale! Bisognerebbe sopprimerlo.

La cosa si aggravava quando il figaro scorgeva il Maestro, chè sventolando un asciugamano di bucato urlava in tono trionfale: – Maestro, il ceppato è il medesimo.

– Bisognerebbe sopprimerlo.

Nel bel viale degli oleandri c’era, non meno vistoso, il cartello: Pensione Puccini. E verso la via Giacomo Puccini, – l’antichissima via del Fabbretto -, ribattezzata Lui vivo, c’era il magazzino della «Ditta muraria Puccini».

– Bisognerebbe sopprimerli.

Fu in una di queste fiere di San Giuseppe che il Maestro consentì, per beneficenza, che il pittore Ferruccio Pagni, mandolinista, e il pittore Francesco Fanelli, chitarrista, suonassero, all’Arena di Torre del Lago, i primi pezzi della Bohème, e s’ebbero dall’autore – «L’autore assisterà al concerto vocale e strumentale» un omaggio vegetale di stagione, come si è già detto.

I beneficati furono una comitiva di comici, portati nel paesetto lacustre da un capocomico allampanato come colui che vendeva a credito, il cui collo era abboccato da un colletto andata e ritorno, e le scarpe erano abboccate da un paio di ghette color nocciola americana; dalle falde piene di frittelle: quelle macchie d’unto che si allargano sulle vesti come piaghe maligne.

Qui, le frittelle con le quali si festeggia il giorno di San Giuseppe, protettore del luogo, sono di farina di castagne macinate: farina di legno, avrebbe detto Pascoli. Le castagne secche, monde della pecchia, sono le caramelle di questi ragazzi torrelaghesi.

I banchetti dei chicchettini, pinolate e di sapor di pineta, dei mangiaebevi, certi involtini di pasta fritta, ripieni di una bevanda lamponata, s’alzano sul piazzale della chiesa, che un tempo si chiamò piazza Cristoforo Colombo.

*

Un tempo molti restavano stupiti come un paese di cacciatori, – i soprannomi lo attestano: Foraboschi, Gambe di merlo, Becconero, Ghiro, La Faina, – avesse consacrato la sua piazza più bella allo scopritore del nuovo mondo. Ma più stupiti rimanevano coloro i quali, – tempi remoti, – nel centro della piazza avevano veduto la statua dell’intrepido genovese, e poi un giorno la videro adeguata al suolo in mille pezzetti. I lapidatori, tutti cacciatori fini, non avevano fatto nemmeno una «padella», colpi a vuoto.

Correvano i tempi delle lotte elettorali. Renato Fucini, che fu sovente, qui, ospite del Maestro, non avrebbe forse preso lo spunto per la sua celebre novella Il monumento? Viareggio e Pietrasanta, collegio di Versilia, stavano l’un contro l’altra, – e non metaforicamente, – armate. Il candidato di Viareggio, in un comizio della vigilia urlò, levando ambo le mani al cielo – Pugna pro patria; è traditor chi fugge! – E Torre del Lago, unica frazione del comune di Viareggio, non volle macchiarsi di codardia e stiè ferma in campo. In guiderdone ebbe la promessa, solenne, di un monumento.

Ma a chi farlo il monumento? Pensa e ripensa il deputato propose, tra le acclamazioni, di innalzarlo «al genovese nocchiere che, sfidando la rabbia degli elementi e degli uomini, aveva portato alla Spagna e all’Europa tutta la fausta novella della scoperta del nuovo mondo».

L’idea di farlo a cavallo fu subito scartata; qualcuno avanzò la proposta di una prua di gavitella su cui Colombo tenesse un piede e l’altro poggiasse in terra ferma, ma combinata la erezione di un busto anche la prua della gavitella fece naufragio.

Al di là della Gonfolina, famosa cava di pietre dure, sulla linea Pisa-Firenze, ci sono le famose fabbriche di boccali e di statuoni per i pilastri dei cancelli e di quei cani da pastore addormentati che, quando son per il cortile della fornace già cotti, se sono un po’ polverosi danno la temenza che debbano saltare, da un momento all’altro, agli occhi. Lì fu trattato il Colombo.

La bronzina fece il rimanente. Il giorno della inaugurazione del monumento, solenne come la promessa del deputato, lo statuone bronzato mandava lampi d’oro, pareva dovesse fondersi sotto i cocenti raggi del sole.

Ma il diavolo insegna a farle e a scoprirle. Un giorno due ragazzi si presero a sassate in piazza Cristoforo Colombo; tra i due litiganti stava, impassibile, lo scopritore del mondo nuovo, ed ebbe la peggio, chè una sassata gli portò via il naso di netto e la terra rossa sembrò sangue vivo. Il rimanente è intuitivo.

Da quel giorno la frazione e il comune si guardarono in cagnesco.

Ma altra e più dura ragion di contesa vi fu tra quelli del comune e quelli della frazione. I marinari veneravano il loro protettore Sant’Antonio, luce di dottrina, fuoco di carità, gloria della Chiesa, ornamento del sacro Ordine dei Minori, vero figlio di San Francesco, uomo di Dio, seguace dell’umiltà di Cristo, arca del Testamento e zelante predicatore dell’Evangelio. Una grande statua di cimolo dipinta di vivaci colori raffigurava il Santo padovano ed era venerata nella chiesa parrocchiale di San Francesco. Di giorno e di notte la navata del Santo era illuminata da molte lampade d’argento e d’oro, testimonianze di segnalate grazie.

Entro una barchetta che viene felicemente al lido sopra i flutti indemoniati, tra i pescatori atterriti, è dipinto il Santo, giovine frate di San Francesco, alla barra del timone.

*

Come s’è detto, a Torre del Lago si venera il protettore San Giuseppe, eletto a sposo, e custode della Vergine Santissima, ed a padre putativo di Gesù. Ammirabile nella fede perfetta di riconoscere e confessare per Dio un bambino che vede nascere in una grotta nella povertà, e costretto a fuggire in Egitto per salvarsi dalle mani di un tiranno. Quel Gesù, che in questa terra l’amava e l’ubbidiva come figlio, è impossibile che non esaudisca le sue preghiere per noi. Era la fervida invocazione che facevano mattina e sera quei di Torre del Lago.

E il giorno 13 giugno, festa di Sant’Antonio, la gente di Torre del Lago andava tutta verso il comune e il giorno 19 di marzo, festa di San Giuseppe, quelli del comune andavano compatti alla frazione.

Per molti anni questa fraternità fu spezzata e quelli di Torre non capitavano più al comune, e quelli del comune non andavano più a Torre. I malevoli avevano insinuato che si fosse fatto mercato della statua di Sant’Antonio, – i marinari ne avevano commessa un’altra a uno scultore chiavarese, – che acquistata da quei di Torre, – dai festaioli di Torre – di nascosto all’intero paese, l’avessero poi trasformata in quella di San Giuseppe. E per molti anni fu guerra dichiarata tra il lago e il mare.

Oggi la pace è conclusa. Quelli erano i tempi in cui il Maestro orchestrava il flautar degli uccelli di passaggio. Ora, proprio dirimpetto alla sua tomba, è ammirato il gigante dei cieli, il «Maddalena», che ogni giorno si leva dal vortice delle acque, di solito stagnanti, e mette in tutto il cielo un tremito che, ad orchestrarlo, ci sarebbe da portare in teatro un cataclisma.

– Bello! – urlala gente a capo volto in su.

Un venditore di palloncini colorati ha fatto coro: – Bello, – aprendo la bocca e le mani, e quella specie di grappolo fantastico di uva sospeso per una cordicella è volato verso la grande aquila d’alluminio pulsante con dodici cuori. Vicino al gigante dei cieli il grappolo s’è ridotto alle proporzioni di un vero grappolo d’uva ed è stato schiacciato dalle eliche.

CACCIARE E CANTARE

L’estuoso giugno del 1891 il pittore Ferruccio Pagni se ne stava abbozzando una tavoletta lungo una viottola del Lago quando vide venire verso di sè un carrozzino con due uomini. Gli uomini del carrozzino giunti alla sua altezza si fermarono, osservarono il dipinto, scambiarono sottovoce le loro impressioni e tirarono avanti.

Di lì a poco passò vicino a Ferruccio. Pagni il «sor ‘Ugenio» una specie di divinità lagustre (il conte Eugenio Ottolini) il quale disse al pittore:

– Hai visto quei signori col calessino?

– Sì…. e allora?

– Quello più giovane e più grosso sai chi è?

– No.

– È Puccini, l’autore delle Villi, opera che s’andò a sentire al «Verdi» l’inverno passato.

– Toh, se lo conosce, perchè non mi ci presenta?

La conoscenza fu rapida, cordiale e fraterna: – Puccini, questo è il Pagni.

– Bravo; è venuto tra noi? – disse il Pagni al Maestro.

– Ho l’impressione che qui ci starò bene – disse il maestro guardando il Lago, i monti di Lucca e di Pisa.

Da quel giorno Puccini, come egli soleva dire tante diecine d’anni più tardi, «s’intorrelagò».

Da Parigi, Londra e Berlino, scriveva «Amici! non vedo l’ora d’intorrelagarmi; mi ci voglio tuffare come una folaga, voglio infolaghire».

*

L’algida e piovorna mattina del 30 novembre del 1926, dopo una sosta a Milano, il Maestro, costretto in una cassetta d’abete, alzata verso il cielo diaccio e plumbeo dai fedelissimi, ritornò, per l’ultima volta, al paesetto lacustre. I boscaioli, dai panni profumati di ragia di pino, i traghettatori del Lago tra cui v’era anche «Caronte», i cacciatori, gli opranti, increduli quasi, osservavano il corteo silenzioso. Dalla stazione alla chiesa c’è un tiro di fucile, e per quel tratto, simbolo per il Maestro che fu cacciatore d’istinto (la caccia andava avanti anche alla musica) gli amici vollero che il Maestro fosse lasciato in compagnia di loro soli.

«Ho l’impressione che qui ci starò bene».

– Durante il tragitto ho pensato che Giacomo dovesse ripetere le parole che disse il primo giorno che l’incontrai sul Lago, in parola d’onore. – Diceva il Pagni agli amici quando la salma del Maestro fu deposta sull’altar maggiore della piccola chiesa.

Un accordo lene di violini, alberi di selva gementi per magia di uomini, diffondeva nel tempio, coi motivi suoi prediletti, l’anima del grande Maestro.

Dopo la benedizione, amici e camerati accompagnarono il Maestro all’estremo riposo prossimo alle sponde del Lago che per tanti anni egli aveva ascoltato mentre rivestiva di note le trame delle sue opere. Una densa caligine era calata sui pioppi, il fiatare dei campi acquitrinosi si accagliava sui rami sfrondati dei pioppi che parevano fioriti di bambagia, il Lago, e i monti s’erano intabarrati di caligo. Sulle facciate delle case coloniche che lineano la via del Lago, oggi intitolata al Maestro, tra festoni d’oro del granturco, c’erano i tappeti arancioni e rosso-sangue che si sogliono esporre soltanto la sera della processione del «Venerdì Santo» quando passa il catafalco con Gesù Crocifisso. In testa al corteo erano i gagliardetti dei Fasci di combattimento aculeati di baionette; una centuria marcava il passo, la Croce era avanti a tutti; simboli di combattimento e di pace garrivano intorno al Maestro. Il corteo funebre aveva della processione e dell’adunata.

Il tempo non dette un minuto di requie; le cateratte del cielo pareva si fossero spalancate su Torre del Lago, il nebbione aveva inghiottito il bosco, il Lago, i monti, le Apuane: pareva che un desiderio di dissolvimento avesse invaso tutto.

– Mio padre – disse pensoso il figlio Antonio – amava queste giornate, le riteneva adatte ai vigorosi raccoglimenti. – Iddio volle consolare il Maestro con una delle sue giornate preferite, nel giorno ch’egli entrava nella eterna luce.

Dal giugno del 1891 al 29 novembre dei 1925 quell’alto e puro spirito, italiano che fu il maestro Giacomo Puccini aleggiò e forse aleggerà per l’eternità su queste solitudini lacustri.

Oggi di quel Torre del Lago che commosse tanto l’animo sensibilissimo del Maestro non esiste più nulla; le lame sono state interrate, i falaschi falciati, le sponde dove si udiva lo sciabordìo e il chiacchierio delle acque sono state arginate, le ondate dei canneti, a cui il vento dava musicalità sibilante, sono state sbarbate a fondo perchè le talle non ributtino nella primavera; lo squallore di maremma su cui s’attrattavano le gru e migravano branchi di corvi, cornacchiando come rochi strumenti di un accordo lene, è sparito, l’anatraio dei germani ha preso il largo, nè s’ode più lo spettegolìo delle gallinelle nelle buche del Giannini dove le prunache selvatiche pareva pescassero alla lenza.

Nè più s’ode il cacciatore selvatico zampognare alle folaghe o flautare ai colombacci. Scomparsi Foraboschi e Forasiepe, Gambe di merlo e Strinetti, Boccia e Strinalampi, tutti quelli che la sera, sotto la gran cappa del camino di Emilio Manfrelli, «il marinaio d’acqua dolce», al roseo lume del vino e alla fiamma del ciocco favellano delle stragi d’uccellame.

– Oggi volevo lasciare sul verde della pineta una pennellata di sangue di lui là. – E il Maestro accennava alla comitiva dei pittori stregati dalle tribolazioni, il suo cane acciocchito tra la cenere calda. – Oggi ha fatto il vigliacco. Non ha levato nemmeno una farfalla ed io avevo la bramosia di sparare.

Se nel frattempo s’udiva uno sparo, tutta quella gente alzava gli orecchi come leprotti.

– Sparano in Punta grande!

– Uno…. un altro colpo…. un terzo.

– Ma là, è scoppiata la guerra, e noi si sta i far le fusa come i gatti, nel canto del fuoco.

– Siamo diventati accademici dell’Anca – diceva il Maestro da buon lucchese. (Un manipolo di puristi lucchesi, seduti, un’anca sull’altra, tra libri, libroni e librattoli scardazzavano la parlata lucchese).

Quei cacciatori da bosco e da riviera uscivano all’aperto, varavano i barchini neri impeciati aculeati come lance, caricavano il remo di punta e quello di parecchio, gli schioppi, le cartucce, i retoni, «il diluvio», «le stampe»; certi uccelli di padule modellati col sughero e dipinti al naturale dai pittori della comitiva.

Il Maestro intanto s’intabarrava, calcava sul capo gagliardo la «magnosa», quel cappellaccio di tela incerata conformato sullo scudo della tartaruga, come sogliono portarlo i pescatori brettoni, calzava gli scarponi ferrati e spalmati di sugna, s’armava come un ferroviere, s’attrezzava di tutti i musicali richiami: sampogne, flauti palustri, zirli, e andava con l’andatura di un soldato a raggomitolarsi a pruavia del barchino; le palpitazioni del Lago sollevavano la fragile imbarcazione chiatta che di rimbalzo schiaffeggiava le acque che rotte pareva singhiozzassero.

– Che istanti gioiosi!

Ma se il ritorno era vano, che desolazione. Nella disperazione il Maestro puntava lo schioppo sul cane prediletto che scorgendolo abbrividiva e arricciava il pelame, ma lo schioppo era senza cartucce. Per fortuna era l’ora della rasserenante composizione.

Perchè la cosa meno propagata è l’ara in cui il Maestro cominciava a comporre, ed era quella parte della notte che i Romani dicevano «intempesta» perchè il far niente in quell’ora era cosa tempestiva, ossia opportuna e profittevole, e sarebbe proprio il cuor della notte, e cessava quando cantavano i galli. Di solito Ferruccio Pagni, che per la sua alta statura, la sua magrezza, e la sua impassibilità il Maestro aveva ribattezzato «l’idolo cartaginese», vegliava contro le insidie di Morfeo.

– Sparano in Punta grande? – dimandava ansioso il Maestro all’idolo cartaginese.

– Ma guarda dove ti vòti il capo! Lavora ora.

Quando il Maestro seppe che volevo dedicare un mio libro «Alle raganelle della Fossa dell’Abate», che coi loro verdi gargarismi raddoppiavano lo spazio della notte, disse: – Soltanto i lavoratori nottambuli possono penetrare in questa dedica che è veritiera. Il sole manda in isfacelo la poesia.

Giacomo Puccini, musicista mondiale, cacciatore erratico, dalle lame torrelaghesi alle boscaglie del Calambrone, di lì tra i bugnoni di spine della Maremma, nei cavi dei bronchi impolpati d’acque nocenti, tra le ossature articolate di selvatiche ginestre dei monti di tutti gli isolotti dell’Arcipelago toscano, tra i nuraghi della Sardegna, nel mareggiare della Pampa, nel tenebrore dei Matti brasiliani. Cantare, cacciare.

Tutto è sepolto del vecchio Torre del Lago, ma tra la via rotabile «Giacomo Puccini» e il fosso della Burlamacca c’è ancora, vergine, una distesa di pianura fertile dove nel giugno, quasi a rammemorare il mese in cui il Maestro capitò qui, al gran sogno lunar di fruttidoro, d’una chiarezza silenziosa e bionda,

s’apron bocche di rosa umide e il canto

esce gonfiando il sen turgido chiuso

entro gli stracci grigi e cremisini,

a righe d’or dei vecchi bordatini….

Quelli che il Maestro amava e resero non amaro il pianto delle sue eroine.

SILENZIO, HO FINITO LA «BOHÉME»

Il 4 novembre del 1925 una macchina filava sulla strada pisana, lasciandosi dietro un velo di polvere bianca; Giacomo Puccini era seduto sulla sinistra (il Maestro si recava, con l’ultima speranza nel cuore, nel Belgio). A poche diecine di metri, un’altra macchina seguiva quella del Maestro. Ferruccio Pagni – che per la sua adusta secchezza il Maestro aveva soprannominato «Ferro» – aspettava sull’angolo della chiesa parrocchiale di Torre del Lago l’amico, il fratello illustre, per l’ultimo saluto.

Sul medesimo crociale, in una memorabile mattina del giugno 1891, Giacomo Puccini e Ferruccio Pagni s’erano incontrati per la prima volta. «Le nostre conoscenze, – racconta Pagni in un libro di memorie – furono presto fatte – Pagni-Puccini. – È tanto bello, il lago. – Una stretta di mano e: – Se lei ha passione alla caccia, potrà divertirsi».

L’altra sera, algida, sul crociale medesimo, un camerata ha fatto l’appello di Ferruccio Pagni, che si era spento nell’alba, improvvisamente. Dopo undici anni, gli amici Giacomo e «Ferro» si sono ritrovati, e questa volta per sempre, nella melanconica distesa lacustre: il Maestro dirimpetto al lago, da cui trasse tante melodie; Ferruccio Pagni nel piccolo cimitero davanti alla pineta, da cui trasse tante note di vivido colore.

In questi ultimi tempi Ferruccio Pagni, livornese di nascita, torrelaghese d’elezione, figlio di un «Bersagliere della morte» del battaglione Sgarallino, pareva che fiero, serenissimo, aspettasse sempre qualcuno.

Il pertinace pittore «macchiaiolo», fedele seguace del grande Fattori, era alto di statura, segaligno, quasi del tutto scarnato nel viso, su cui quindici anni di soggiorno nell’America del Sud avevano lasciato una patina di iodio. Aveva la baldanza poetica di un antico cavaliere errante, scudo la larga tavolozza fatta a cuore, lancia la canna palustre su cui posava il polso, destiero, il cuore gagliardo. Ferruccio Pagni è spirato a settant’anni, troppi quando non si è trovato ancora un posto nel mondo. Pagni abitava in Torre del Lago; e ogni mattina che Dio metteva in terra, acqua, fulmini o sole, egli si recava in Viareggio a piedi, in carrozza, in auto, in torpedone, in idrovolante. In Viareggio, d’inverno, lavorava in un salone deserto; l’estate il Pagni si sdigiunava or qua, or là, come gli uccelli. – È l’inverno che mi spaventa – aveva detto ad un intimo qualche giorno fa. Ed è morto sulle soglie dell’inverno che, per la prima volta, aveva detto di temere. Una vecchia sorella nubile l’ha assistito.

Sapeva egli della sua prossima fine? Qualche intimo lo asserisce. È certo che egli non la temeva. In questi ultimi tempi pareva che aspettasse sempre qualcuno, il quale dovesse giungere di là dai monti, di là dal mare. L’ombra del grande amico forse?

*

All’annuale commemorazione del Maestro è stata notata l’assenza del Pagni, il fedelissimo. Fu Ferruccio Pagni che in Torre del Lago, impugnata, una pennellessa, munito di un bidone pieno di calcina, dette la scalata al tetto del circolo della Bohème, e sui falaschi lacustri scrisse le tre fatidiche parole, che dovevano poi, sull’ali del canto, risuonare in tutta la terra. Fu il Pagni che, una notte, giocando a carte col Maestro, ebbe la consolazione di vedere illuminarsi la bella fronte di Giacomo Puccini: – «Silenzio, ho finito la Bohème». E il Maestro, sedutosi al piano, attaccò dall’ultimo canto di Mimi: «Sono andati….». Via via che Puccini suonava e cantava, quella musica fatta di pause, di sospensioni, di tocchi lievi, di sospiri, di affanno, pervasa di malinconia sottile e d’intensità drammatica, profonda, ci prendeva: vedemmo la scena, tutto sentimmo quell’umano tormento. Quando caddero gli accordi laceranti della morte, un brivido ci percosse; nessuno di noi seppe frenare le lacrime. La soave fanciulla, la nostra Mimì, giaceva fredda sul povero lettuccio, e più non avremmo udito la sua voce tenera e buona. Anche Giacomo pianse. Lo circondammo e muti lo abbracciammo. Poi qualcuno disse: – Questa pagina ti renderà immortale.

*

Quando Giacomo Puccini si accingeva a musicare la nuova Bohème nord americana, La Fanciulla del West, scriveva al Pagni, esule in America del Sud: «Sono il despota di tutte le folaghe di Calamecca e tu non hai ancora ammazzato, imbavagliato, turlupinato colui che ha le bisacce ripiene di nazionali d’oro? Che «stilli» a ritornare al moccolo sagrosanto, che tanto ti decora le gualcite labbra? Aspetti che colei dalla falce frullana ti mini l’esistenza? Caro professor di buio e pittura, vieni al ponce notturno, mentre io sto strizzando il mio cervello per una nuova Bohème».

Ferruccio Pagni, disperato di poter riapprodare alle sponde di Calamecca, indugiava a dipingere, sopra un pezzo di legno dei canneti, degli uccelli di palude, degli sfondi di pineta; e d’un balzo, con l’accesa fantasia, si trovava vicino al capanno del Maestro, all’aspetto delle folaghe. Ma, quando il sogno; era dileguato, un accoramento forte lo affliggeva: – O inobliabile Torre del Lago, come sei lontana!

Un tempo, dei mettimale avevano potuto velare la bella amicizia tra il pittore macchiaiolo e il Maestro. Con questa desolazione il Pagni si era avventurato nelle lontane Americhe.

Ma eccoti che, un giorno, tutti i giornali di là annunziano che il Maestro sta per giungere nel porto di Buenos Ayres. Il Pagni raggiunge la Capitale argentina, s’annienta nella moltitudine che attende ansiosamente il Maestro. Ecco la nave si profila, s’approssima alla panchina, gli stendardi, di sul pietrato, si innalzano festosi: urli di gioia, pianti di verace commozione. Il Pagni si sente come morire; ma domina lo slancio della commozione, e s’allontana desolato. Lo scorge Leopoldo Mugnone e lo invita a seguirlo.

Due giorni dopo, giunge al Pagni questa lettera:

«Caro denti di «Fero» (i lucchesi pronunziano la parola «ferro» con una sola erre) ho saputo da Mugnone che eri al mio arrivo. Mi dispiacque non averti veduto. Ormai acqua passata non macina più; e, dando un frego sulle nostre trascorse istorie, vivamente desidero parlarti. Io rimango qui quindici giorni (o poco più). Sento dire che ritorni in Italia e che già sei diventato milionario! Bene. Saluti affettuosi dall’amico Giacomo. (Scrivimi)».

– Il cuore mi urtava in petto, – racconta il Pagni, – le lacrime mi vinsero. Il pentimento di non aver avuto lo slancio di Giacomo mi mordeva. Mi buttai su di un treno diretto alla Capitale (il Pagni, a quei giorni, era direttore a Rosario, di un’Accademia di Belle Arti, da lui stesso fondata). A mezzogiorno mi aggiravo trasognato presso il Teatro dell’Opera: vidi Mugnone che, in tono imperativo, mi ordinò di andare subito da Puccini. Non chiedevo altro. Il Maestro era ospitato nel palazzo della Prensa e vi occupava l’intero secondo piano…. Quando mi feci annunziare, l’attesa fu breve. Alcuni secondi dopo, si aprì una porta e apparve la faccia sorridente di Giacomo. Non posso rivivere nella memoria quell’incontro senza commuovermi. – Finalmente – urla Giacomo-…. ce n’è voluto per scovarti, cinghiale della Pampa. – Sempre lui, Giacomo, sempre lo stesso, l’eterno Giacomo, tale e quale. Dovevo ripartire la sera; Giacomo pose il veto. Tornai a Rosario, ma più di un mese dopo, quando il Maestro s’era imbarcato per l’Italia. Come fu doloroso il distacco! Puccini voleva che partissi con lui e mi esortava a «spopolare le Americhe» e ritornare a «Torre». Resistei a tutti gli assalti, a tutte le lusinghe, quantunque l’idea di tornare a casa mi desse le vertigini. Puccini tornò in Italia ai primi di agosto; io dopo quattordici anni.

Ma il ritorno di Ferruccio Pagni macchiaiolo, arrisicatore livornese, doveva avere certa solennità. Nel maggio del ’17, i sommergibili tedeschi incrociavano su tutti i mari. Ferruccio Pagni sentì forte il desiderio di rivedere le amate sponde della sua patria; e s’avventurò sul mare, non portando seco nulla.

Nelle notti stellate e senza vento, a pruavia della nave che lo riportava in Italia, molti pavidi viaggiatori scorgevano un elegante signore, alto, dritto, impassibile. Era «Ferro» che guardava il bulicare delle acque, commosse dal transito delle armate degli squali. I più vicini udirono una sera delle filosofiche brevi parole: – Sarebbe una bella tomba.

L’ORDINE DELL’APUA

E IL SUO «GENERALE»

Ordine perentorio:

«Aiutante! – La notte del 22-23 febbraio 1913 – Stazione di Parma. – Il «Generale» ricevuto l’espresso 17-12-1913, il mattino del 21, traversate le nevi dell’Appennino di Modena e Parma, raggiungerà la Spezia. Risalendo le valli, lasciando a sinistra Lucca, sosterà al Ponte del Diavolo ove conta vedervi.

«Ave.

Il Generale».

Sulla quinta arcata del Ponte del Diavolo doveva aver luogo il rapporto tra l’Aiutante e il «Generale» se il Serchio era in magra; se il fiume era in piena il rapporto sarebbe avvenuto all’«Osteria dei Pellegrini».

«La Spezia, li 24-2-1913.

«Aiutante! A tanti dolori – ti scrivo tra il fischio del diretto che tormenta di un suo lungo assordante aculeo la mia disperata nostalgia – non volermi aggiungere il tuo silenzio.

«Aspetto conferma ordine 22-23 febbraio.

«Tre volte ave!

Il Generale».

L’inesplicabile silenzio dell’Aiutante, a cui di frequente prendevano «crisi d’invisibilità», conturbò il «Generale», end’egli lanciò il terzo ordine:

«Aiutante, aspetto conferma definitiva ordine 22-23 febbraio. Non comprendo perchè tu sia stato prima così preciso esecutore dei miei ordini e poi?! Ulteriore indugio sarà considerato un atto di vigliaccheria!

Il Generale».

*

L’armata prima d’esser ridotta un branco di «Cenciosi» fu L’Apua; compagnia varia di poeti, scrittori e pittori, ed ebbe un libro: Dignità d’oro dell’ordine. Generale fu il poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, aiutante di lui fu Lorenzo Viani, che dell’«Ordine equestre» conserva nell’Archivio di Fossa dell’Abate tutti gli ordini di pugno del «Generale».

L’aiutante se la spassava sulla Riva degli Schiavoni a Venezia ove «fermo in posta» s’ebbe notificata la sentenza di un processo fatto in contumacia – dal Supremo Magistrato Apuano – contro di lui.

«Viareggio li 25 marzo 1912. – La sentenza, notificata su cartolina postale, era di pugno del Generale. – Visti gli atti processuali, vista la relazione dell’illustre signor prefetto di polizia, il Grande Magistrato Apuano pronunzia dichiarazione di contumacia a carico dell’inquisito L. V. de plebe sancti Stephani lucensis apuano natura loci sed et honoris causa. Ordino all’illustrissimo prefetto apuano di polizia di impadronirsi con ogni mezzo della persona di detto inquisito. – Il Generale. Il vice-grande depositario dei sigilli. Il depositario degli Scongiuri».

*

«Rispondere non fu mai il nostro dono, potevate almeno se lo scriver vi pesava dare incarico al vice-grande depositario dei sigilli, ma dalle «incaute» cartoline delle torri pendenti ecc. son convinto che vi debbono aver preso parecchie «crisi d’invisibilità». – Generale puoi star tranquillo – diceste; poi tutta quella vigliaccheria! Avete almeno visto la copia degli atti? Vi siete ricordato di quei tre giornali? Tra le carte mie vi sono pure i certificati di povertà. Attendo una vostra lettera promessami. Immagino che abbiate portato i vostri lari presso… Non fidatevi della lontananza. Tutto vi potevo perdonare ma il non rispondere no. Vi telegrafai domenica, mercoledì, venerdì, e sempre con eguale esito. Son cose che non vanno. Ora poi il tempo s’è messo al cattivo; domenica e lunedì scorso è nevicato: da martedì piove a dirotto: e se non avrete qualche avvedutezza, il che è difficile, nello spedire le «investiture», fogli e carte si rovineranno. Nè mi dilungo.

Ceccardo».

*

Il mattino del 1° aprile 1913, dopo un atto di sottomissione, l’Aiutante si recò al sollecitato rapporto. Egli risalì il fiume da Bocc’a Serchio, il quale era in piena, e la romba, là verso Ripa infranta, gettava alberi divelti e torbati di fango.

Il «Generale» scendeva dagli Appennini settentrionali seguendo, nella Garfagnana, il tortuoso corso del Secchio. Egli avrebbe sostato sulla quinta arcata del Ponte del Diavolo dove il fiume muglia come l’inferno.

L’Aiutante e il «Generale» salivano e scendevano a piedi: il «Generale» senza verun fardello, l’Aiutante con un sacchetto in cui erano, spicciolate in rame, lire venticinque italiane, compenso a una dotta epigrafe che il «Generale» aveva detta per «Quei di Carrara».

Il Ponte del Diavolo, in quel fosco mattino, pareva stampato a inchiostro nero sull’acqua gialla e bollente del Serchio. L’Aiutante scorse il «Generale» seduto cogitabondo sopra un pilone e s’ebbe da lui un marziale saluto e uno sguardo sospettoso alla via della sacchetta che egli teneva come si soglion tenere i polli strozzati.

– Novità? – chiese il «Generale», non staccando mai lo sguardo dalla sacchetta.

– Quelli dell’epigrafe mi hanno dato un modico guiderdone, ma….

– Parla, tel prego – chiede ansioso il «Generale».

– Ma è tutto rame!

– E ebbè – rispose sorridente il «Generale», alzando una spalla fino sopra le orecchie.

E l’Aiutante alzò il sacchetto, tenendolo come una livella, davanti agli occhi stupiti del «Generale».

– Contro di te fu pronunziata sentenza di contumacia dal Grande Magistrato Apuano, il giorno 25 marzo 1913. La sentenza e l’ordine di impadronirsi con ogni mezzo della tua persona saranno stracciati oggi qui presso il Grand’Arco, al cospetto delle castella turrite. Tu da oggi sei reintegrato nel «grado» e nel «soldo». Il rapporto converrà farlo all’osteria.

*

All’«Osteria dei pellegrini» ci fu strage d’uccellame, secondo la stagione, e risonanza di favole eroiche al biondo lume del vino di Busatica.

– Sappi, Aiutante, che da questa valle è passato nel 1650 il senatore fiorentino Alessandro Vettori con venti mule cariche d’oro.

– Ed io l’ho salita con carico di rame.

– Taci, tel prego…. a comperar in nome di Ferdinando II la turrita Pontremoli dagli Spagnoli, i quali dovevan riscattarla da’ Genovesi a cui l’avevan già venduta.

Cuore al vento! Sul cammino dei sogni!

I sogni li guastò l’oste allorchè portò, non chiesto, il conto, dicendo laconico: «Signori, si chiude».

L’Aiutante tolse di sotto il tavolo il sacchetto, che l’oste giurò aver scambiato per un gatto, e, dopo aver dato un pizzicotto nelle monete spicciole, – aggirandosi il conto sulle venticinque lire, – lo consegnò all’oste, scusandosi: – È tutto rame.

L’oste disse come al mattino aveva detto il «Generale»: – E ebbè.

*

Appena fuori l’Aiutante esclamò: – Come si cammina meglio senza zavorra.

– Pensa però, Aiutante, che la nostra è soltanto una illusione eroica, e, se la domanda non ti conturba, quanto ti è rimasto del contenuto?

– Una lira e ottanta.

– Non è un canonicato!

-Generale, qui a tre tiri di schioppo c’è uno stallaggio, con rimescita: converrà ridursi là.

Raggiungemmo lo stallaggio, ove dei caprari e dei cavallari facevano baldoria. Un contadino del luogo, stracciato come Brandano, che fu facile capir subito essere egli un poeta improvvisatore, asseriva agli astanti che il Foscolo era nato a Firenze.

– Ugo, il mio maggior fratello, è nato a Zante – urlò il «Generale».

– No a…. – replicò l’uomo.

– Ignobile cencioso, vai a forbire le vacche.

I caprari e i cavallari, armati di quei frustoni maremmani che tosano gli orecchi ai puledri bradi, presero le parti del «Brandano».

– Giovanotti, s’era detto senza offese – ci dissero.

L’Aiutante s’alzò: – Voi stasera avete di fronte un poeta di versi studiati, – Tutti stupirono. – Ora io, in succinto, vi dirò la differenza che passa dai versi studiati a quelli d’improvvisa ispirazione. La improvvisa ispirazione comporta una memoria pronta e tenace, una imaginativa ardente e una particolare tendenza all’armonia del ritmo. Possedete voi, là, rannicchiato su quel pancone, tutti questi doni di Dio? Che sia risposto al volo.

– No – rispose mortificato l’improvvisatore.

– Allora ascoltate chi sa.

– Siamo tutti orecchi.

– Allora tu, «Generale», alzati e canta. E voi tutti sedetevi.

Il «Generale», alzatosi, prese a declamare con maschio impeto:

È dolce immaginando

andar, l’estiva notte senza luna,

tra gli echi erranti e il cerulo silenzio

col pensier inquieto di un desio,

senza fretta, infinito….

….Il viandante

Ama tal premio….

Il padrone dello stallaggio s’era fatto sull’uscio di cucina ed ascoltava incantato.

– Porta un fiasco al poeta di versi studiati – disse un capraro.

– Ora voglio ascoltare; maledetto voi e il vino – rispose l’oste ingrugnato. Quando dalla finestrella dello stallaggio, come da certi fondi dei dipinti del Durero, si cominciarono a scorgere i monti tutti celesti e il cielo con rade stelle, l’Aiutante e il «Generale» uscirono all’aperto.

– Io veggo che la «Grande armata» apuana sta diventando un «branco di cenciosi»; cosa penseresti tu se io, che già mi feci il terz’anno di legge all’Università di Genova, conseguissi la laurea ed aprissi nell’Apua uno studio notarile?

– Saranno cose da pensarci in seguito – disse l’Aiutante mezzo spaurito.

*

I geli hanno ridotto d’acciaio la casetta di Sant’Andrea dove per tanti anni ebbe sede il «Comando dell’Apua».

Oggi, ivi, abita la postina del Borgo. Ella asserisce di avermi riveduto qui tanti anni fa.

Sullo sfondo cretaceo del Rondinaio ella sembra una statua.

– Riceveva tanta posta il «Generale apuano»?

– Tanta, così -; ed ella alza le mani una dall’altra per due spanne.

– Ha ricevuto una lettera anche l’altro giorno.

E sono dieci anni ch’egli ha quietato per sempre il suo strazio mortale.

L’OSSESSIONE DI UN ARTICOLO

Il 17 novembre del 1915 – anniversario della battaglia di Arcole – Ceccardo Roccatagliata Ceccardi fu preso dall’idea di scrivere un articolo. Poteva scriverlo sulla Tribuna col quale giornale aveva, per quei tempi, un patto assai vantaggioso, o sul Lavoro di Genova e ne avrebbe avuto «adeguato guiderdone»; poteva scriverlo sul Panaro, ma poteva scriverlo da per tutto col suo stile gagliardo e incorruttibile. Ma lui s’intestò, «Ceccardus testardus», di pubblicarlo sul giornale Il Libeccio sulla cui testata era stampato: «Soffia la sera del sabato». Dunque: «Camaiore, 17 novembre 1915 – Anniversario della battaglia di Arcole. – Carissimo Lorenzo. Fino da ieri mattina ho rispedito, raccomandato e per espresso, un articolo al Libeccio. Ritardai un giorno perchè ho voluto copiare alcune cartelle un po’ scritte in fretta. Ho fatto del mio meglio e in un tempo relativamente breve. E mi devi dar venia se sono apuanamente infuriato. Ascolta! La sera dell’undici portai l’articolo a Viareggio e c’era spazio; andava tutto bene. E il domani, dopo il mezzodì, tutta quella vigliaccheria. Dovetti io riandar sotto l’acqua che cadeva proprio come quella sera di Bülow (ti ricordi?), – il poeta alludeva ad una sera di tempesta in cui, egli ed altri amici, volevano fare una particolare visita al Principe tedesco che dicevano albergasse in uno dei più belli alberghi del paese, – a riprenderlo. Bachini si occupò in mille modi per superare le difficoltà dello spazio, della stampa, della correzione delle bozze…. ma nulla. Egli si è anche comportato onorevolmente, – Carlini tremava, – quando io volevo rompere al direttore di quel libello il mio ombrello sulla testa».

*

«Caro Lorenzo, ricevo il tuo dispaccio da Milano. E bene allora anch’io domattina fra le 9 e le 9½ sarò a Viareggio e faremo un «passo» alla stamperia. Inutile dirti che sarò seguito da un buon nerbo di apuani. Il resto è intuitivo. Ave. Ceccardo».

*

La stamperia del giornale Il Libeccio era composta di un torchio, di una rotativa mossa con sugo di braccia da un uomo scarnito al quale dicevano «Quartuccino». Il compositore era un tipografo il quale faceva la spola dalla stamperia a una mescita di vino, il cui soprannome era «Bidoni». Dopo aver tessuto per qualche ora da un edificio all’altro «Bidoni» pescava nelle cassette dei caratteri come fanno le galline nelle ciotole quando hanno ingozzato dell’aceto. Ma tant’è: tutti i sabato sera Il Libeccio soffiava. Quando l’uscita del foglio coincideva con le raffiche del vento omonimo, lo strillone, un gobbo orbo, pareva un bastimento con le vele di carta stracciate dalla tempesta.

Il direttore, Angelo Tonelli, prima di aver trovato il suo posto nel mondo, sofferse moltissime amaritudini: piccolissimo, la madre lo portò in collo a piedi, a Roma per domandare una grazia; adolescente, girò mezzo mondo con un arrotino; da giovanotto strillò i giornali; poi, poi quand’ebbe una bella agenzia, una bella casa e una parte su di un bastimento a vela, da giornalaio volle diventare giornalista e nacque Il Libeccio. Le rubriche del Libeccio erano cinque «Libecciate», «Avvisi»; «Cercasi giovane commessa educata e bella»; «Il proprietario della Veglietta d’Anciai avverte che per il ballo è prescritta la giacchetta», «Cronaca», «Chi nasce e chi muore».

Ma le più acerbe amaritudini, per il Tonelli, cominciarono il 17 novembre 1915, – anniversario della battaglia di Arcole, – il giorno in cui a Ceccardo sfrullò per il capo di pubblicare un articolo sul giornale Il Libeccio.

*

«Caro Lorenzo, mi dovete dimostrare in modo aperto e deciso se voi siete per il rivenditore di giornali Angelo Tonelli o per il giornalista Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. Domani tra le ore 10 e le dieci e mezza capiterò nei pressi della stamperia ove conto trovarvi. Il resto è intuitivo. Ave. Ceccardo».

Girottolando come congiurati nei pressi della stamperia udimmo, dalla viva voce del direttore del Libeccio, i suoi guai.

– L’articolo occupava dodici colonne, corpo otto, nel mio giornaletto. Avrei dovuto lasciar fuori le «Libecciate» gli «Avvisi» gli «Spettacoli» la «Cronaca», «Chi nasce e chi muore»; un cimitero insomma.

– Ma su te si scatenerà la libecciata più terribile che mai abbia fatto guasto su questi lidi.

– Lo so, ieri mi ha pedinato, un’ora.

– Allora toglici la curiosità, di’, almeno a noi, di cosa si parla nell’articolo.

– Prima di tutto parla di tutti voialtri, poi di un certo Gaio Patercolo, che è certo uno della vostra comitiva, e finisce con Napoleone primo.

– Ma tutto questo va in tre righe.

– Sì, ma poi è drogato di tante storie: lo volete sapere?

– Sì.

– Io non l’ho letto. Gli ho dato una squadrata, poi «Bidoni» l’ha misurato con lo spago e mi ha detto: «Dodici colonne, amico».

«Caro Lorenzo, vengo ora da Viareggio sotto l’acqua. E la nausea mi monta alla bocca. Ieri sera riportai colà un mio modesto articolo di 12 cartelle scritto molto chiaro. Pensa che ebbi la promessa che sarebbe andato per sabato; poi, verso le tre, invece delle bozze mi è stato rispedito l’articolo con la scusa che era troppo lungo. Ti dico francamente, apuanamente, che se tornando a Viareggio non mi dimostrate in modo chiaro di essermi devoti senza mutamento io mi dimenticherò di avervi conosciuti. Ave. Ceccardo».

*

– Ma perchè tu prometti se non puoi mantenere? – si diceva noi, il dimani al direttore del Libeccio.

– Ma la promessa è l’unica risoluzione che ho a portata di mano, quando lui soffia e batte i tacchi.

– Fatti un animo risoluto e pubblica l’articolo.

– Ma debbo lasciar fuori anche chi nasce, anche chi muore.

*

«Caro Lorenzo, mi dispiace per te che mi sei amico sincerissimo, ma capisco che, dopo quanto è passato tra me e il direttore del Libeccio, ci vuole da parte mia un’azione risoluta: andrà come andrà. Ave. Ceccardo».

*

– Pubblica l’articolo, – dicevo io a Tonelli.

– Non posso, non posso, non posso.

– Volere è potere.

– Lo so; è una massima vera…. ma….

– Uomo avvisato, con quel che segue.

*

«Caro Lorenzo, stasera a notte, appena partita mia moglie, ho fatto ritrovare l’articolo, l’ho qui nel mio cassetto:

«O che Vela l’estrema onta contenda al morente, e lo strazio dell’onta tersogli d’ampio lume riaccenda la nobil fronte».

«È il principio di un’ode che intendo comporre sul Napoleone morente di Vela. Ave. Ceccardo».

*

Il giorno 15 dicembre del 1917, noi tutti al fronte, la pace fu conclusa tra il direttore del Libeccio e il poeta di Roccatagliata.

«Lavagna, 15 dicembre 1917.

«Caro Tonelli, ella mi ricorda e mi vuole bene: me ne avveggo dal giornale che continuo a ricevere e dalle cosette mie che riporta. Grazie. Mi sono permesso inviarle oggi quel mio grido per Venezia. Bisognerebbe che ella inviasse copia raccomandata del Libeccio di sabato l’altro 8 dicembre u. s. all’onorevole Federzoni – Parlamento – Roma, segnandogli l’articolo e la pagina censurata.

«Bisognerebbe pure, se può in bozza o manoscritto, che mi mandasse in lettera chiusa il proclama del Governatorato di Udine. Plaudo alla sua bella battaglia. Viva l’Italia! Ceccardo Roccatagliata Ceccardi»,

TRISTANO, L’ULTIMO

DEI ROCCATAGLIATA

«Sai dirmi cosa è successo di Tristano?» domanda inquietante a cui da tempo non sapevo più come rispondere. Ma ora è giunto a casa mia un telegramma di persona a me sconosciuta: «infelice Tristano di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi spirato ospedale di San Martino in Genova». Così si è estinta tutta la tragica famiglia del poeta apuano. Egli, morto il tre agosto del 1919, all’ospedale di Pammatone prossimo a quello di San Martino; pochi mesi dopo la moglie, spirata in Lavagna. Il fratello di Ceccardo, Luigi, anch’egli poeta d’aperto intelletto, sospinto dal pungolo del destino per le vie del mondo, dopo essersi assoldato negli Chasseurs d’Afrique, – la cavalleria della Legione straniera di Francia, – vedendo cadere in una monotona vita di guarnigione la sua illusione eroica in una cittaduzza fortificata sul confine del deserto, Sidi-Bel-Abbès, disertò, con armi e cavallo, raggiungendo Tangeri e là s’imbarcò come marinaro su di un brigantino genovese. Si seppe, dopo del tempo, che era morto improvvisamente a Frizzon, un solitario borgo delle Alpi Retiche, ed in quel piccolo cimitero fu sepolto, sul confine austriaco, davanti all’Alpe di Trento. Quando il presidente del Tribunale, a cui i due poeti dovevano rispondere insieme di reato politico, disse: «Per Luigi Roccatagliata estinta l’azione penale, perchè defunto», «Mio, fratello è morto!», esclamò il povero Ceccardo, e, cascò di botto sul pancone, sorretto dagli amici; ma egli, eroico spirito, proruppe subito dopo nell’esclamazione: «Oh, che pie’ di straniero non calpesti mai la sua tomba!». Del fratello Luigi scrisse con tanta malinconia affettuosa il Nencioni.

*

Tristano, l’ultimo dei Roccatagliata, si è spento, come una candela, in Genova, sotto il pondo della terribile eredità lasciatagli dal padre. Pochi conoscono il testamento di Ceccardo: «Ho amato il bene; ho combattuto per l’ideale. Posso aver anche, per la fralezza della carne, o per la dubbia apparenza delle cose che le danno i sensi, commesso il male; ma senza mia precisa volontà; del resto sul bene e sul male mi compiaccio della sentenza di Agostino. Lascio a mio figlio una terribile eredità di amore e di odio. Egli sa tutto, e sa quale rovina mi travolge. Se mi sopravvive a lungo, mediti, ricordi, e non perdoni. La mia memoria agli amici, ai compagni, agli estimatori; la vendetta ai compagni e ai fratelli. E a mio figlio, che benedico. Mi voglia perdonare. Addio ora e sempre».

La terribile eredità, che Ceccardo lasciò al figlioletto fu, invece della Nemesi dai capelli serpentini e dagli occhi di bracia, una grande malinconia, la magra sorella che accompagnò lui per tutta la vita. Sotto l’aspetto diabolico di Ceccardo, spaventoso nelle collere, c’era questa specie di tarlo invisibile che lo rodeva in eterno. Chi dei fidi apuani non ricorda l’esile Tristano, pallido come un santino di cera, attaccato ad una cocca della palandrana napoleonica del padre, andargli dietro, come i canotti legati a poppavia dei grandi velieri, e partecipare alle sue collere e alle sue bonacce, nelle taverne e nelle vie, negli angiporti e sulle cattedre? Venivano anche le ore del raccoglimento e della severità. Il padre traduceva Tacito, seduto ad un tavolinetto, davanti a cui era un grande specchio, dov’egli controllava come col tempo andasse prendendo il pallore di Napoleone; il figlioletto al tavolone grande travagliava intorno alle prime declinazioni latine: «Tristano, ti lascio una terribile eredità!». Il ragazzo guardava trasecolato il padre. «Il mio nome ti lascio!», e usciva concitato, non prima di aver guardato il compito del figlioletto.

E della madre, cosa ne è successo? Molti se lo dimandano ancora. L’inverno del ’18, dispersi nella pianura acquitrinosa del basso Veneto, noi facevamo dei fossati e li orlavamo di ferri spinosi; i ghiaccioli sui rami steccoliti dei gelsi davano l’idea che la primavera ghiacciata consolasse in qualche modo il nostro travaglio. La posta, in quei deserti, era come la manna. Una cartolina di Ceccardo: tristi nuove del certo. Un talloncino di giornale: v’era incollato sopra un avviso funebre: «Ieri quietava il suo lungo strazio mortale in Lavagna Francesca Giovannetti, compagna amorosamente devota del poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. Nata da umile gente del Frignano, fu donna di aperto intelletto e di cuore generoso. Oh! possa, rasserenata e memore, rivivere nell’eternità di Dio, a cui ella credeva». Una firma, – Ceccardo, – e basta.

*

Dopo la guerra, disperso di bel nuovo nella Val di Nievole, mentre stavo seduto su di una panchina in un viale cipressato, eccoti un giovinetto, esile esile, che mi consegnò un foglietto come una supplica. Lessi: «Caro Lorenzo, Tristano ha tanto sofferto, guardalo in viso». «Ma tu sei Tristano?». «Sì». E pianse. L’avevo lasciato piccolo, quando costringeva un cavallo di legno a finzion di galoppo coll’impeto di Giovacchino Murat, re e cavaliere, – era una visione ossessiva del padre, – e già coi maggiori correva, lanciando al segno, per queste alpestri vie d’Appennino, entro l’aperto passo tra le nevi spalate, il veloce disco di legno, e lo trovavo giovinetto alto e tribolato. La mamma era morta da pochi mesi e la dolente vita delle taverne e degli alberghi infimi era ripresa più intensamente; il figlioletto, come un piccolo scudiero, portava la «cravache» paterna e s’addestrava a colpire; il padre teneva in una mano un simbolico ramoscello di alloro: «Tristano, ci arriverò alla gloria?».

Dopo aver preso un modico viatico, il giovinetto Tristano si ridusse qui da una zia materna, per ritemprarsi nella solitudine e nel silenzio di questo borgo di leopardiana desolazione. Nella casa più squallida, dirimpetto al piccolo cimitero, al tremolìo dei pioppi che ricordano i cipressi, tra il canto discreto dei grilli, dimenticato da tutti, suo padre compose quei carmi e quelle elegie, conchiusi in versi, i quali, quando gli Italiani sapranno leggere per lor conto e diletto, arderanno inconfondibili nel sole. Di lì sono partiti i proclami per l’intervento e gli appelli disperati, alcuni dei quali, nell’originale, figureranno alla Mostra della Rivoluzione fascista in Roma.

Ceccardo era rimasto solo in Genova, a consumarsi l’anima per una passione nata troppo tardi. In forme allucinatorie vedeva riapprodare, alle sponde della sua anima esagitata, lo spettro della moglie: «È passata dal mio studio, tra i miei libri, accanto a me. Io non l’ho avvertita, il gatto sì, e il verdone nella gabbia ha sbattuto le ali angosciosamente; il gatto si è acquattato, dopo una corsa, pazza per la stanza. Dei libri sono caduti, dei fogli sono volati in aria. Era lei che passava. I morti ritornano». E via disperato lungo la Riviera, in cerca di devoti, a cui aprire il suo cuore: il volume, quello miliare dei Sonetti e Poemi, dedicato al figlioletto Tristano, aperto in una mano, e con l’altra, a colpi di «cravache», scandiva le sillabe alate:

O figlio mio, ti ridi? Autunno azzurro si specchia

con lusinga pensosa nei tuoi occhi sereni

e il tuo prim’anno chiude, offrendoti dolce vendemmia

d’oro, e il discreto eloquio de la paterna musa.

Tu al canto esulti, e cacci le mani nel sen della madre

o sul capo, che schiomi con un tenero grido.

Come gli antichi trovatori andava di osteria in osteria, tra conviti di amici, a cantare i suoi versi, quelli stampati e quelli che aveva fatti nella notte, preferibilmente in quelle da cui si spaziava sul mare. L’ultima cantata la fece a Boccadasse. Quand’ebbe cantato, si toccò il polso: «Centoventi pulsazioni: andrà come andrà».

*

Al mattino, le cronache dei giornali genovesi narravano: «Verso mezzogiorno una barella della Pubblica Assistenza ha portato all’ospedale di Pammatone Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. Una paralisi cerebrale lo ha colpito nella cameretta della sua solitudine». Gli amici lo chiamarono invano; la sera era spirato. Fu aperto il testamento: «Benchè io sia un Italico di sentimenti e di dottrina, accetto il rito Ario della purificazione del fuoco, Ai compagni, ai fratelli, l’eseguirlo…. Lascio a mio figlio una terribile eredità di amore e di odio». Nel cielo c’era un subisso di stelle; la Via Lattea, che traversano le anime degli eroi, andando al soggiorno della immortalità, pareva terminasse sul tetto dell’ospedale. La fronte di Ceccardo era diventata di cera, gli occhi s’erano, sigillati sereni, e la bocca sorrideva. Giunse un telegramma: «Ponetelo non lontano dal sepolcro di Mazzini, perchè riposi in quell’Ideale, che Egli respirò sino all’estremo anelito». Era di Gabriele d’Annunzio.

«Se l’Ade pria togliesse me, ricorda questo lieve sussurro di api; uscì dal cuor di tuo padre, timido cuore, che cresce e trilla, come in vetta a un pioppo un aereo nido»: Ceccardo, con il fanciullo sulle braccia, ritto sul portico di questa casetta gelida, gli faceva compitare la «Elegia» scritta per il suo compleanno. «Infelice Tristano di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi è spirato all’ospedale di San Martino». Quando l’ombra del figlio s’è incamminata sulla via degli astri, avrà scorto lontana lontana quella del padre, detersa dalla malinconia e senza rimpianti, andare al suo destino in compagnia di poeti, di re, di mendicanti. Nel mondo non si soffre inutilmente.

«MARCHESE» CECCARDO D’ORTONOVO

Pochissimi sanno che il poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, tra le tante cose che fece nella sua vita tumultuaria ed ardente, fece anche tre anni di legge all’Università di Genova. Quel favellare ampolloso ch’egli aveva quelle citazioni a pennello dei più complicati articoli del Codice penale per i delitti che succedevano in quei tempi, e la stesura in termini chiari e prescritti delle querele per diffamazione e per ingiurie palesavano che il poeta, un tempo, si era occupato di leggi e di codici.

Processi in quantità contristarono la vita già faticata del poeta apuano. Citeremo i più celebri: quello per la sconsacrazione del ponte sul Magra, quello di Pavullo nel Frignano, per aver suonato a martello le campane della torre di Sant’Andrea Pelago, come segno d’insurrezione per la manomissione della fonte del Baronio, quello per abuso di titolo d’alto lignaggio, quando, interdetto dalla sentinella di passare il ponte del Frigido, nel Massese, con un imperioso «Chi va là», urlò: – Il marchese Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, dei feudi d’Ortonovo.

Gli avvocati esercenti del Chiarone alla valle della Roja (tutti quelli che facevano versi), erano sempre presenti al lungo banco della difesa: il collegio leggeva i versi al poeta che distratto consultava invece il Codice penale sottolineando gli articoli che si confacevano alle sue «disavventure».

Dopo i processi che terminavano invariabilmente con l’assoluzione il poeta, che fantasticava condanne, tristi esili, trionfali ritorni, tra il commosso delirio del popolo, dava il bando agli avvocati gridando: – Io volevo Waterloo e voi mi avete portato a Borodino!

*

Una mattina di molt’anni fa, mentre stazionavo, nell’ufficio di un avvocato, il quale faceva versi, giunse la posta e tra questa fu facile scoprire la sopraccarta di una lettera del poeta, con la sua calligrafia minuta femminile, impeccabile. L’avvocato aprì la lettera del poeta e lesse attentamente; una nube di tedio adombrò il suo sguardo sereno.

– Cosa è accaduto? – chiesi.

– Leggi e capirai.

«Disponete ch’io possa nel veniente autunno iscrivermi all’Università di Pisa, onde conseguire la laurea in legge, dopodichè aprirò uno studio di notaro nell’Apua materna». La mano che stringeva la lettera del poeta cadde giù inerte e il foglio sventolò come la bandierina del casellante, quando è transitato il direttissimo; fui colpito dal medesimo intontimento che produce il rapido passaggio di quello strepitoso convoglio.

– Arriva dopodomani.

– Io, vado in Francia – dissi.

Prima che io potessi partire per la Francia, mi capitò tra capo e collo il poeta, il quale soppesava un valigione da emigrante pieno di libri, i codici li aveva infilati nelle tasche della gran palandrana napoleonica; aveva una frusta sotto il braccio e un ramo di alloro all’occhiello; il nodo scorsoio della cravatta a filo di una spalla, il colletto strappato; il cappello era di traverso sui capelli scarduffati. In quello stato doveva essere condotto a Pisa ad iscriversi alla facoltà di legge.

Gli amici lo guardavano trasecolati; a me fu dato l’incarico di vigilarlo e di servirlo: – Ricordatevi di me – dissi a quelli che si allontanavano in fretta e furia.

– Vivi tranquillo.

Tolsi la valigia al poeta e mi sembrò piena di pietroni. Ci avviammo all’albergo. Sciolta una cintola da cane mastino, che legava la valigia, stivai i libri sul tavolinetto: Mortara, Gabba, Carrara, Calisse mi fecero più terrore delle granate innescate e graduate e delle bombe a mano. Mentre io trafficavo coi maestri del giure, il poeta, colossale come un ciocco di una rovere secolare, si era gettato sulle coltri e leggeva il codice penale. Il suo umore era nero, nero seppia, bocca di lupo; mi distraevo osservando l’acque morte delle darsene. A un tratto parve che un pipistrello colossale avesse battuto nel soffitto e si fosse schiacciato sull’ammattonato. Mi voltai di soprassalto; il poeta aveva sbatacchiato il codice sulla parete e lo pestava gridando: – Brutta bestiaccia.

– Ci siamo – dissi.

– Cosa fai lì, sei rimbecillito – mi urlò diabolico il poeta. Nel rispondere inciampai in un francesismo: – Guardo il bordo del mare – Si scatenò l’inferno! – Non mi avvelenare coi tuoi gallicismi!

Mortara, Gabba, Carrara, Calisse furono scaraventati fuori di finestra insieme ai codici, le sedie, la catinella, la brocca; stava per volare anche il comodino quando s’udì dalla strada un urlo della comitiva apuana: – Fermi, che è arrivato il giorno della gloria.

Il poeta, madido di freddo sudore, con gli occhi freddi di un lupo preso alla lacciata, s’era seduto sulle coltri: ebbe appena il fiato di dire – Parlate.

– Sei stato nominato segretario generale della costituenda provincia de La Spezia.

La provincia de La Spezia, un grosso chiodo su cui aveva disperatamente battuto il grande martello ceccardiano. La prima cosa a cui fu pensato fu la carta da visita. Dopo una buona mezz’ora ebbi la bozza: «Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, letterato e critico d’arte. Segretario generale della costituenda provincia de La Spezia». Trafelato come un cane, corsi alla tipografia e di lì a due ore ritornai con cento biglietti stampati su cartoncino di lusso.

Il dimani partimmo per La Spezia; nel portafoglio non c’era altra carta che quella di visita.

Cammin facendo, se ne fece larga distribuzione e s’ebbe parecchi rallegramenti.

*

Eravamo affacciati al finestrino, quando apparvero i primi baleni argentei del golfo de La Spezia. – Cuore al vento! – urlò il poeta, trasfigurato, e i versi impeccabili ch’egli, nei tempi duri della tristezza, aveva composto sul golfo, e la epigrafe per Shelley dettata da lui e murata sul portico della villa Maccagnani in San Terenzo e il manifesto per il varo dell’«Andrea Doria», conchiuso in periodi chiari e sonanti, rintronarono il vagone di terza classe.

– Chi è? – si chiedevano molti stupefatti.

– Il segretario generale della costituenda provincia de La Spezia, – urlava, fiero di sè, il poeta.

Girottolammo tutta la notte nei giardinetti davanti al golfo dei poeti, soli come due dannati. «Ecco la nave col triplice erpice alato, misuratrice di onde». La fiera stirpe dei Doria, nata a vincere sul mare, come gli Scipioni sulla terra. Sacra ai lor Mani una nave, e sia ministra di sterminio e di morte. Parole e immagini si accavallavano nella fantasia febbricitante del poeta.

Nel punto medesimo, ora c’è il busto del poeta tragico, che guarda il golfo del colore dell’acciaio. In questi giorni, qualche giovine poeta avrà portato un rametto di alloro sotto il basamento di colui che, in tempi neri, cantò i fantasmi e gli eroi aleggianti sul golfo?

La mattina, il poeta parve ridestarsi coi nidi. – Ricordati della mia iscrizione all’Università di Pisa, chè l’alta carica, di cui sono stato investito, comporta la laurea in legge. Sarei come il notaro della provincia.

– Te la faremo dare ad honorem.

CECCARDO

E LA MORTE DEL CARDUCCI

Val di Castello, formata dagli speroni di monte Prano e dei monti di Farnocchia e di Sant’Anna, anticamente fu detta Valle buona. Nell’antica Valle buona i frati Agostiniani ebbero un eremo chiamato di Santa Maria di Val di Castello; una tradizione, forse più singolare che veritiera, narra come in questo Cenobio si rifugiasse, dopo aver vestito l’abito agostiniano, per sottrarsi agli Angioini, il celebre Matteo di Termes, ministro del Re Manfredi, che aveva combattuto alla battaglia di Benevento e che fu creduto ucciso nel furore della pugna.

Per una via tortuosa, che ventotto anni fa, pei rovesci continui d’acqua piovana, mostrava i dorsali petrosi, la quale, proprio dirimpetto al cimitero di Pietrasanta, si stacca dalla via rotabile comunale per ingolfarsi nelle chiostre Apuane, si sale al paesetto nativo di Giosuè Carducci, «il mio Val di Castello».

Ventotto anni fa, – era appena morto il Carducci, – in una giornata velata di tedio, tra le rotte fiatate del piano acquitrinoso che si addossavano al grande schienale del Gabberi, sfaldandolo, in filaticci di garza, e un’acquerugiola che scioglieva il grigiore degli olivi e fondeva l’argento dei tremuli pioppi, gli «Apuani dalle ali di falco», con in testa il poeta e «Generale» Ceccardo, a capo scoperto, col pallido viso mezzo di pioggia e di lacrime, nelle cui mani verdeggiava un groviglio di ginestre e di pino, salivano alla casa dove a dì 25 luglio del 1835, alle ore undici di sera, nacque Giosuè Carducci.

Sulle ceppaie di castagni secolari, e i cantonali delle rare casette, c’erano impastati di fresco, ancora allumachiti dal pennellone dell’attacchino, i manifesti che annunziavano la morte di Giosuè agli increduli valligiani.

Uno di questi manifesti, assai lungo e fitto, richiamò la particolare attenzione di Ceccardo, che, ordinata la sosta al manipoletto dei fedelissimi, lesse ad alta voce: «Alla terra benedetta che ebbe la grande ventura di dare i natali a Giosuè Carducci, che rinnovò nell’Italia nuova ed eterna, giovinezza e fiorente rigoglio delle sue meravigliose energie intellettuali, vada oggi, nella tragica ora del dolore, il saluto reverente e commosso della Camera dei deputati. La memoria del Grande Estinto che accomuna l’Italia e Pietrasanta nella stessa irreparabile angoscia avrà culto perenne e sarà fulgido esempio per le generazioni future. Presidente Marcora».

*

Tra il ciuffo delle metalliche ginestre e dell’odorifero pino c’era il modulo di un telegramma che Ceccardo, poche ore prima, aveva spedito al ministro della Pubblica Istruzione d’allora, Luigi Rava: «Propongo, in nome giovani poeti, spoglia immortale Maestro sia trasportata Roma – Nel Foro vegliata una notte – tumulata all’Aurora al sommo dell’arco di Tito. Ave. Ceccardo Roccatagliata Ceccardi».

Ogni poco il poeta (com’era suo costume) si fermava, traeva dalla corona il modulo e leggeva e declamava l’eroico telegramma, ora a un innocente pastore che parava la greggia su per i pendii di Montereggio, ora a un contadino legnoso e strano che di sotto una gronda aspettava che la pioggia cessasse, ora a un carrettiere che transitava sulla via…. Il periodo e l’idea riquadravano al poeta, di solito incontentabile, che anche quando rimaneva con noi soltanto martellava sonoro: «Tumulata all’Aurora, al sommo dell’arco di Tito!». E roteava il vivido occhio cerulo orlato di rosso sul manipoletto per soggiogarlo e dominarlo.

Il manipoletto degli «Apuani dalle ali di falco» s’era congregato sulla via di Val di Castello per andare a prendere possesso della eredità degli affetti lasciati da Giosuè Carducci sollecitata da una «correntale» di comando (un pezzo di carta marginale del conto di una trattoria) affidata a un messo di piè veloce dal Ceccardo medesimo.

Le vie di Val di Castello erano deserte; gli uomini alla cava, le donne alla selva, i ragazzi alla scuola, qualche vecchio cavatore mezzo cieco ascoltava stupito il passo, marziale di questo manipolo che faceva il viottolone impietrato che dall’umile casa va alla chiesa.

Dalla siepe di mortellino che circonda la casa del poeta fu tagliato, un ramo che, legato tra il ramo di pino e la ginestra, fu inchiodato sotto la lapide che ricordava che, proprio lì, era nato Giosuè Carducci.

Il Gabberi ci apparve, visto così da vicino, come un grande leone di pietra apuana che, poggiato al bastione alpestre del Matanna, stendesse la coda su Lombrici rocca di Roma e che allungasse, nel fiero atto del suo riposo, le zampe unghiate sul greppo su cui nereggiava la casetta di Giosuè.

– Amici, io mi sento venire. L’Ombra è accigliata. Ombra…. nobil ombra….

Ceccardo delirava a delle chimere. Egli era un carducciano di concetto, di dottrina, di sentimento. Per Ceccardo, Giosuè Carducci non era il Nume fantastico creato dall’ardente, commossa e imaginativa anima di un primitivo, ma era il Nume vivente che riassumeva nel gran cuore la fede magnanima ed eroica, l’energia di una stirpe, e quando il Nume leonino, nel grande e attonito silenzio di tutte le cose, atteggiava la mano a un gesto di consenso o diceva una parola moderatrice o incitatrice, il gesto e i detti erano per Ceccardo come di un oracolo infallibile.

Nella deserta Val di Castello, di fronte a un manipoletto di trascurati, Ceccardo (degno discepolo del Maestro apuano) rinnovava, al cospetto di una moltitudine immaginaria, un realistico rito ellenico.

Ceccardo quando era preso dai puri spiriti della poesia parlava da solo con l’impeto e l’impegno e l’anima, come avesse avuto davanti a sè l’Italia tutta. Quanti brani di altissima prosa che oggi arderebbero inconfondibili nel sole sono stati sparpagliati dal vento per queste chiostre apuane! – «No, giovani poeti, la sua spoglia non deve giacer a piè del colle ove i celti rossastri lavaron lor strage nel fiume che chiamarono Reno, nella pace della bianca Certosa. No, giovani: trasportiamo noi la sua spoglia a braccia, ravvolta nel tricolore, tra una selva di bandiere e di rame di alloro e di quercia, trasportiamola a Roma: e a Roma, nel Foro deponiamola sotto l’arco di Tito tra i bassorilievi infranti alla prima nuova dell’editto di Costantino, sul limite ultimo di quella via Sacra per cui la vittoria dei Cesari passò con le grandi aquile sulle aste dei legionari reduci dai confini del mondo, e coi trofei dei re barbari prigioni; deponiamola laggiù nel Sacro silenzio del Foro e vegliamola una notte. Con noi tutta l’Urbe veglierà, fremente amor di Patria e fantasmi di gloria: e tutta Italia quindi intorno al nostro desiderio mandando quant’Ombre di eroi le sue zolle racchiudono.

«E quando l’Aurora vesta di roseo lume i cipressi del Palatino, risolleviamo a braccia, noi giovani poeti, la sua fredda spoglia e muriamola lassù entro il sommo dell’arco di Tito.

«Egli è di Roma: e Roma deve concedergli tal gioia di quiete suprema.

«Lassù a mezzo il Foro sull’altezza di un arco glorioso. Ei può attendere lunghi anni vegliando i destini d’Italia, indigete Nume.

«Talor consolato le notti di luna da una timida vestale che sotto l’arco salirà pensosa dalla prossima Casa rilevando il bel volto marmoreo, che s’ebbe al lato dell’occhio infranto dallo scalpello vendicatore, il ricciolo sacro al rito, attenderà che passino travolte dal fiume del tempo le generazioni dei Nani e dei Coboldi».

I poeti, che tal volta son vati, hanno il presentimento del mutamento dei tempi e dei costumi dei popoli. Ventotto anni fa, nella squallida e deserta Val di Castello, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, – Giosuè Carducci era stato appena assunto tra i Numi della Patria, – presentì i tempi in cui dal Foro sarebbe stata rilevata anche la scure per alzarla sulle aste dei nuovi legionari che, dalla via Sacra, muoveranno verso i confini del mondo.

*

Dopo il rito, il manipoletto apuano iniziò la discesa verso il piano; qualche tricolore abbrunato aliava sugli oliveti prossimi alle: case. Sulla rossa torre di Donati Benti, che s’estolle al cielo dal cerchio delle mura di Pietrasanta, sventolava il gonfalone comunale, e il campano scandiva tocchi rari, mortuari; s’udivano anche delle fanfare intuonare marce funebri. Quando giungemmo alla sfociatura del cimitero (isola di neri cipressi sul piano rosso di feraci terre) scorgemmo il mare e la battima; le lunghe stive dei marmi allineate intorno ai pontili di carico davano l’idea di cimiteri d’eroi sepolti vicino al sonante mare.

– Che un dì possa raccogliere la mia fretta raminga entro il silenzio…. – Ma subito riscossosi fiammeggiò su di noi un’occhiata leonina: – Domani parlerò degnamente di Lui.

D’ANNUNZIO IN VERSILIA

Quando Gabriele d’Annunzio abitò la «Versiliana», una villa situata in un pineto tra l’Alpi Apuane e il mare, io ero giovinetto, e, radendo la barba, aspettavo il turno del mio destino.

Il Poeta aveva già il cranio levigato come un ghiaione di fiume; una corona di capelli, sotto le bozze frontali e il dente della nuca, cerchiava la poderosa cervelliera. Il mento aveva aculeato da una barbetta ferrigna. Il Poeta soleva adeguare i capelli alla cotenna polita, facendoli rasare con macchinetta a zero e la barba si sfumava a punta di forbice. Alla bisogna necessitava un barbiere esperto.

Il mio padrone: Fortunato Primo Puccini, figaro di prima scelta, – sotto l’insegna «Elmo di Mambrino» grande come una luna in quindicesima, c’era scritto: Parrucchiere della Real Casa di Borbone, – fu indicato al Poeta come colui che poteva saggiamente adoperar la rasiera e le cesoie. Il mio padrone, pur avendo raccorciato la barba fluente di Don Carlos di Borbone e ravviata quella ispida del suo aiutante, il vecchio generale Isidoro di Parraguirre, e conciati tutti i dignitari della Corte, all’annunzio fu colto da certa peritanza. Un abbassamento di vista e certi scatti repentini dei polsi lo conturbavano assai.

– Andrete voi, – disse al nipote e a me. – Guardate che questa tagliatura rimarrà memorabile per voi e per me.

Il cameriere del Poeta, che s’era moltiplicato nella teoria degli specchi di bottega, interrogato dal mio padrone sul come ci si doveva presentare al Poeta e quale titolo gli era conveniente, rispose:

– Poeta, basta semplicemente Poeta.

Il mio padrone, rivolgendosi con sussiego a noi, disse:

– Appena entrate, voi direte: buon giorno Poeta.

*

In quei tempi, io e il nipote del gran figaro si copiava il Dante: la poesia ci era familiare, ma più delle terzine ci estasiavano le ottave di Bartolomeo Sestini che, per «rappresaglia», declamavano certi marinari incotti di sale e di sole nei fondi dell’osteria:

Da un lato i lontanissimi Appennini

veggionsi quasi immensi anfiteatri

e dall’altro tra i nuvoli turchini

di San Giuliano le cime e di Velatri,

e dalla parte dei flutti marini

sempre di nebbia incoronati ed atri,

sembran uscir dall’umido elemento

i due monti del Giglio e dell’Argento.

La «rappresaglia» consiste nel rispondere a tono continuando la declamazione regolare:

Sentier non segna quelle lande incolte

e lo sguardo nei lor spazi si perde:

gente non hanno….

*

Il Poeta aspettava alla «Versiliana». Ci si ridusse là a piedi traversando le sterpaie dove tragittavano, camminando all’indietro, come dannati danteschi, i funai che, veduti tra il saettar del sole, ravvolti nei colossali pennecchi di stoppa, parevano fiamme agitate dal vento; la canapa attorcinata alla vita ritorta in tre capi li congiungeva a una ruota di legno, pesante e girante. Poi ci infoltammo nella Pineta, tra le prunaie illuminate da tanti fioretti gialli.

La «Versiliana», laccata dal sole, era fantastica; il mare si concludeva nel telaio delle ampie finestre: quelle a levante inquadravano l’Alpe. Una spera di sole ci fe’ la via nel salone; le nostre ombre, allungate sull’impiantito, si ribaltarono sulla parete dirimpetto. Un uomo tutto verde smeraldo salì rapidamente le scale come un verdone.

– Buon giorno, Poeta.

Il Poeta si ravvolse tutto in una clamide bianca, la testa brunita dal sole luceva di toni bronzati, i capelli di sotto i denti fitti fitti della rasiera piovigginavano sul camice come aghetti di rame. Il mio compagno palpitava per l’emozione, io contemplavo estatico il Poeta riflesso nello specchio e m’appariva soltanto l’ampia voltata del cranio e il ponte del naso. Egli pareva orasse prono. Adeguata la corona alla pelle polita, il Poeta s’acconciò al taglio raso della barba, – la testa di scorcio richiamava alla mente un frammento del Tiepolo; – quando la barba fu graduata al crinale delle mandibole e i baffi al labbro rattratto, come suol fare ognuno, il Poeta s’alzò, si specchiò or dilatando gli occhi or socchiudendoli e facendo muovere la linea della bocca sul volto vibrante:

– Bene. – La clamide cadde ed egli sparì rapido: – Grazie.

*

In quei tempi d’Annunzio ebbe una predilezione per il Gombo. La spiaggia allora, dalla Magra al Serchio, era deserta ed egli cavalcava sulla battima sfrenatamente. Erano i tempi della sua foga eroica; costì martellava Alcione e la Francesca da Rimini. La testa doveva essere sonante come un’incudine. Nella frenesia della corsa, il cavallo pareva volasse e non lasciasse nemmeno lo stampo dello zoccolo sulla rena soffice.

I miei guardavano il cancello d’ingresso della Tenuta di Don Carlos di Borbone; sopra i due pilastri quadri, il giglio rosso in campo di porpora dava un saluto d’incantesimo. Nel Parco Regale ci pareva sempre autunno, chè l’ombre eran cupe e il frondeggiare dei pini oceanico, le acacie inverdivano il fogliame dei tigli, i lecci neri contrastavano con l’albore lattato dei pioppi, delle spere d’acqua mettevano il cielo mutevole sotto le ceppe radicate nella terra cromata di ragia. Appena il cancello si apriva, il Poeta lanciava la bestia nell’intrico delle prunaie.

Lungo tutto il Gombo, egli diventò famoso per la sua generosità. I ragazzi di strada stazionavano torno torno al telegrafo perchè eran tanti mai i telegrammi diretti al Poeta che per recapitarli necessitava un corriere ogni dieci minuti e ognuno era ricompensato lautamente.

Il barbitonsore, dal quale avevo preso soldo in quei tempi, era anche il «notaro» della Camera del Lavoro. Una mattina egli fu colto da grande stupore: – Un telegramma.

– Per me?

– Sì.

«Segretario Camera del Lavoro, Viareggio: Ha terminato la sua grande fatica l’operaio della parola. Gabriele d’Annunzio».

La Francesca era finita. Il mare risonante, le chiuse rinchiostre dell’Alpi, ove vaga l’ombra di Dante, il corso sinuoso del Magra che

per cammin corto

lo genovese parte dal toscano.

e il Serchio che porta «il silenzio alla sua foce» lo videro inquieto inseguire le anime avvinte come tralci al tronco.

Per quel telegramma il Poeta divenne familiare tra i lavoratori apuani. Una mattina egli salì i giganteschi schienali che arginano il «Canal Grande», bianco per varate di marmi. Il Poeta doveva accendere la miccia d’una grande mina; alcuni quintali di dinamite erano stati colati per tortuosi pertugi nel cuore della montagna. Era una mattinata rutilante. Il mare, visto dalle vette ignude, pareva un drappo di cobalto increspato dal vento fresco; le selve giù per le forre, tinte di smeraldo e viola, rafforzavano i toni affocati del marmo statuario, spettacolosa revulsione vulcanica raffreddata. I ravaneti, – precipitar di detriti, cascata alpina incantata, scandivano la immobilità arcana delle cose. Tutto lo scenario si apriva come un mostruoso libro: il Sacro, la Tambura, la Grande Pania, l’Altissimo, il Gabberi vi erano come eternati in uno stampo indelebile. Un tuono spaventoso si ripercosse nella valle rifranto su tutti i costoni. La vastità inghiottì a sorsi l’esplosione. La fiancata ferita risoffiò una nuvola densa d’acredine esplosiva e franò come:

o per tremuoto o per sostegno manco.

In quel giorno ebbi agio di vedere il Poeta da vicino: egli era bianco, come scolpito in un blocco della «Tacca bianca».

*

Rividi d’Annunzio dopo tant’anni alla «Sagra di Quarto», e la notte del 5 maggio nel salone delle Compere in palazzo San Giorgio palafittato di gente. Il Poeta salì al tavolo di comando mantrugiato dalla folla curiosa e cieca. «Non mi hanno ucciso gli obici, mi ucciderà il palpeggiamento della folla», disse l’altro giorno al «Vittoriale» a un giovine amico.

Il Poeta ascoltò intrepido il saluto apuano del Roccatagliata e rispose intrepidamente. Dopo, la folla frenetica travolse i due Poeti come tronchi d’albero caduti in un vortice d’acqua. L’indomani accompagnai all’Excelsior il Roccatagliata, ospite del Poeta. Nell’anticamera stazionavano «gli inviati speciali» presi dal convulso nelle mani. Il Poeta apparve nella seconda scena, egli degnò soltanto Ceccardo. D’Annunzio vestiva di nero con dei lustri sulle rovescie del bavero, bianchissimi i guanti, di marmo tutta la carnagione, il monocolo sfaccettava l’occhio. Degli specchi colossali mettevano il soffitto in diagonale sull’impiantito di noce, la penombra riduceva più esile il Poeta che, respirando, sollevava appena appena il petto. Sotto martellava il cuore che strepitò nel cielo di Cattaro e balzò sul Monte Querceto.

Lo rividi una notte memorabile, quella di San Giovanni, il ’17, sotto le staminare sfiancate e le paratie slabbrate della nave di Monfalcone. La nave era fulminata dai cannoni dell’Ermada. I soldati dagli oubleaux facevano civetta, il Poeta era più intrepido della notte di palazzo San Giorgio.

Rivedevo il mare dopo tanti mesi. Smesso il martellamento, saltai di ceppata in ceppata fino alla poppa che sfiorava l’acqua, immersi le mani nel mare come nell’acqua santa, mi bagnai la fronte accaldata. Le quote dell’Adria si fiorivano di esplosioni e qualche granata si stemprava nel mare. L’altipiano sembrava incenerito, le strade colavano argento fuso, sulle doline l’aria era più densa. L’ora del sonno dilatò un immenso silenzio. Le sassaie sulle quali ci sedemmo erano calde come pietre focaie. In quel tepore sarebbe stato bello dormire per sempre. Il Poeta s’allontanò, solo, lungo un vialetto di acacie.

Subito dopo la guerra, illustrai un suo messaggio con xilografie estreme. Portai le bozze a Gardone. «Dopo la caduta, la mia testa è diventata un pozzo di saviezza», scrisse ad un amico che, come me, aspettava d’essere ricevuto; e a me, da Gabriellino, mandò questo messaggio:

«Mio caro Lorenzo Viani, con quanta mistica forza è vulnerato il legno e come potentemente vive ed esprime e significa. Con questi fogli mirabili, per forza di un’altra arte fraterna, anche voi venite a restituirmi in sanità eroica.

«E mi trovate inchiodato a un lavoro della stessa durezza e della stessa fiamma.

«Comprendete e perdonatemi.

«E tornate presto alla mia mensa monastica».

Al ritorno, il Garda aveva l’ondeggiare impetuoso del mare; le murate del vaporetto primordiale con la ruota fuori banda, simile a quella di un mulino, eran percosse dall’acque agitate. La notte apriva fantastici abissi dove pareva che il vapore andasse a picco. Verso Desenzano la luna ruppe le nuvole e l’onde, che non avevano la spinta dell’Oceano, sembravano pesci giganteschi in amore.

GABRIELE D’ANNUNZIO

E LA NOVELLA DI «POETTINO»

Perchè un cavallo da corsa invece di chiamarlo «Volarapidi» o «Saettino» lo battezzano, per esempio, Raffaello o Tiziano? I fogli delle corse sembrano adunate di spiriti immortali. Così succede per le piccole imbarcazioni. Chi, qualche anno fa, avesse indugiato sulla cima del molo di Viareggio avrebbe visto sboccare una piccola barchetta tutta ristoppata, dipinta di giallo e di pece con sullo specchio di poppa, pitturato in nero, il nome: «Generale Giuseppe Garibaldi». Il gozzo «Generale Giuseppe Garibaldi» era pilotato da un «invalido» del mare a cui, per la sua statura meschina, gli dicevano di soprannome «Sciocchezza». Dunque «Sciocchezza», che era stato con Garibaldi, volle che il nome del suo generale sfidasse con lui il pelago infuriato.

Una barca di più gran dimensicne si chiamò il «Dedalo» e s’ebbe anche un’«ode»: «E quando in vetta al maggior pino avrai spiegata, libera al vento libero, la bandiera italiana»; e vi sono barche che si chiamano «Cassandra» e «Icaro».

*

Una venticinquina d’anni fa chi avesse indugiato sul pietrato del molo di Viareggio avrebbe veduto sboccare tutto invelato, un barchettino piccolo piccolo pitturato di bianco sul cui specchio di poppa era scritto il nome in nero: «Poettino».

Una mattina che il mare era placido, «eran l’acque del mare – tutte tranquille e chiare», il «Poettino» sboccò dal molo carico fino alle incinte di personalità; e c’era il sindaco d’allora comm. Cesare Riccioni, e c’era l’assessore cavalier Nelli, e c’era Oreste Molinelli, e al timone stava «Cecco di Pistellino», il costruttore del «Poettino». Se quel guscio di noce si fosse capovolto la città sarebbe rimasta senza timone per qualche tempo, ma «Cecco di Pistellino» nautico faceva volare «Poettino» verso Motrone, governandolo con mano maestra.

*

In quel tempo al vecchio Politeama recitava la prima Compagnia di Giovanni Grasso, con Mimì Aguglia, e Musco e Maiorana. Grasso era nella vigoria impetuosa. La Zolfara, La Cavalleria mandavano sottosopra la «piccionaia». Gli applausi spaccavano il teatro, coprivano, l’eterno battito del mare.

Per la serata d’onore di Grasso, al seratante fu offerto un grande ritratto a sfumino con la dedica in siciliano che diceva: «La piccionaia sconosciuta che ti vuole tanto bene». Il ritratto era di dimensione spettacolosa, e Grasso, furente d’entusiasmo, abbracciava gli offerenti, tra cui era l’autore. Grasso, chiamato da un subisso di applausi, fuori, voleva portar seco anche l’autore del ritratto; ma questo schermendosi, egli lo prese per la giubba, come un gatto si piglia per la pelliccia, e lo mostrò al pubblico in quello stato.

La «piccionaia», – il loggione, – offrì il dimani un banchetto a Grasso in pineta all’aperto, e lì l’attore raccontò come si decise a recitare la Morte Civile: «Passeggiavo un giorno alla periferia di Catania, nel luogo in cui vi è il Canile ove chiudono i cani randagi accalappiati dai chiappacani. Dovevano aver dato la cartuccia di stricnina a uno che sentivo guattire e guaire atrocemente. In alto c’era un finestrino ed io con l’ugna mi rampicai sul muro e infilai la testa nel finestrino; il cane agonizzava e mi guardò con gli occhi, così!» – e Grasso si mise a piangere come un ragazzo. – «Quando «muoio» nella Morte Civile penso sempre a quel cane. Domani sera venite tutti alla Figlia di Jorio».

*

I personaggi stivati sul «Poettino» andavano verso la «Versiliana» per invitare Gabriele d’Annunzio alla rappresentazione della sua tragedia.

Il Poeta fu scorto dall’equipaggio del «Poettino» sul ponte di Motrone; dietro lui c’era tutto lo scenario delle Apuane e la Versilia, Corvara e Vallecchia, il Castello di Aghinolfi, e quello d’Ignoso. Le due ali infuocate di sabbia si stendevano una verso la Magra e l’altra verso il Serchio tra una catena di valli deliziose e di piccoli golfi. Su quella duna il Poeta giura che, ritornando, riconoscerà lo stampo del suo tallone.

Gabriele d’Annunzio si temprava al sole e la sua pelle era bronzata. Il «Poettino», attraccò alla palafitta del ponte di Motrone e su quel ponte il sindaco fece l’invito.

Il Poeta fu colpito dalle minuscole proporzioni della barchetta e manifestò il desiderio di fare su quella una «bordeggiata».

Sbarcato uno della comitiva, il Poeta salì a bordo e prese il timone e bordeggiò al largo. Nella bordata scorse il nome «Poettino» che era scritto sotto il «prugaccino» e compitò «Poe-tti-no, Poettino….» e chiese schiarimenti sul nome della barca.

È una fola che le nostre donne raccontano ai ragazzi l’inverno nel canto del fuoco.

– Narratemela.

Così «sull’onde del mare tutte tranquille e chiare» il più giovane della comitiva, Oreste Molinelli, raccontò al poeta la novella di Poettino, il quale una volta, spazzando la casa, trovò un centesimo, e cominciò a dire: «Se ci compro le noci, bisogna che tiri via il guscio; se ci compro le pesche, bisogna che tiri via la nocciola; se ci compro le ciliege, bisogna che tiri via il gambo». Poettino finì col comperarsi i fichi; poi, gettato via il gambo, avvenne il miracolo della pianta del fico nato carico di frutti in una notte, le insidie del «Mago» quando Poettino era sulla pianta a farsi una bella panciata di fichi, la vittoria del Mago che prende Poettino a un tranello e lo chiude in un sacco e la rivincita di Poettino che scappa dal sacco e lo riempie di sassi che, rovesciati dal Mago nella caldaia bollente, la spaccano ed egli si scotta e maledice e impreca.

– E cosa disse il Poeta quando tu avesti finito di raccontargli la novella?

– Disse: «Poettino merita una laude».

– Avrà detto una lode, – ho obbiettato.

– No, no, disse proprio una laude.

DA MERCATALE A DIANELLA

Nella conca empolese, l’altro ieri, l’estate pareva dissepolta da certe crepe arsite di queste prode alluvionali. Il ciglione dell’Arno, insanguinato dai cesti dei salicastri, abbatteva la sua ombra celestina sul bianco lattato della via maestra. Un frate francescano, nel sole, cuoceva i toni trotati del saio logoro e la pelle del viso fatta di terre come nei freschi di Andrea del Castagno. Con le suole ferrate dei sandali piallava fortemente la via. Forse un cercatore?

– Cosa cercate, padre, in questa valle? – chiedo.

– Acqua, – ha risposto il padre, ed aprendo il mantello di pannolana ha tratto da una borsa la sua carta da visita: Fra Ermenegildo Parolai O.F.M. Rabdomante.

– E io cerco la casa del Fucini.

Ha risposto un oprante che brucava le fronde di un olivo: – Guardi, signoria, la chiesetta dov’egli è sepolto per poco non si vede: è dopo quel poggio; la villa che vede qua, a man dritta, là tra ‘l folto di quei cipressi, è Mercatale: lì abita sua figlia.

Automobili padronali cornacchiano lontane. Un cavallo sagginato, passato pochi momenti avanti, aveva lasciato, – ricordate la tragica novella Questione d’interessi? – come allora quel che i cavalli soglion lasciare nel mezzo alle strade. Le passere bisbigliano sulle braccia stecchite dei pioppi. Un uomo scarno, con una corta pala e un corbello, razzola sul concio; ma non guarda in cagnesco, chè è solo, e nessun altro gli contende quella roba che raddoppia il campo.

Il rabdomante è salito su di un poggio e dà un’occhiata dominante a tutta la conca empolese: da Cerreto Guidi a Dianella, e conclude che queste terre son magre d’acque correnti.

– Tuttavia sondiamo.

Il padre toglie dal cappio della penitenza una vetta di giunco, qua e là troncolata, e se l’annoda, pei capi, alle mani e a passi lunghi ed uguali misura una «scassata». Ogni poco si ferma, perchè la vetta s’incurva e svetta: segno manifesto che giù, a dieci o a venti metri, v’è acqua corrente.

Sotto Mercatale dicono che polla acqua, e il padre traverso i campi s’avvia là.

Io salgo un viale cipressato come quello di Bolgheri, ma ai lati non v’è desolazione maremmana: piane salienti, vigneti già ricolti sulle spesse calocchie, bovi bianchi come nuvolette scese dal cielo in terra, fiamme di pagliai; su, nel mezzo a una collina incenerita, si scorge una casetta rossa fiammata dal sole: è quella di Leonardo; da un greppo rossastro spuntano i lecci di Dianella.

Una spalliera di rose rosse e gialle, che questo tepore tien vive, nasconde la villa di Mercatale ombreggiata da altissimi cipressi.

Insospettati accordi musicali rompono il silenzio.

I viandanti sostano ai cancelli dei «padronati»; io son passato perchè il cancello di Mercatale era spalancato.

La signora Rita, la figlia di Renato Fucini, mi accoglie a cuore aperto. Ho rivisto il baleno degli occhi di lui e la sua cordialità espansiva.

Gli accordi musicali non s’odono più, il silenzio è rotto da un subisso di toni cromatici: quadri ovunque. Tutti belli: macchiaioli di prima scelta.

– Quanti ritratti di lui!?

– Li osservi: questo faccia conto che sia qui lui in persona – e la signora mi indica un vigoroso dipinto di Michele Gordigiani in cui Renato Fucini è raffigurato con in capo una «buffa», quel berretto di pel gattino fulvo che i marinari chiamano: berretto di tempesta.

– Questo, – e la signora mi mostra un minuscolo dipinto, – è di Telemaco Signorini: babbo veniva dalla pesca. Vede, ha la canna e il presacchio. Telemaco Signorini, che era da noi a Dianella, gli disse: fermo! e fece, in pochi minuti, questo capolavoro.

– Ora guardi questo, ma lo guardi bene. – Tolgo su il dipinto e lo fisso lungamente.

– L’ha visto bene?

– Sì.

– Le piace?

– Moltissimo.

– Quello è di babbo! Legga lo scritto sotto.

– Signora, la prego, lo legga lei ed io lo copio:

«L’anno di grazia 1887, addì due del mese presente che corre di luglio, Eugenio detto «Ceccone dei cani», che ne aveva fatto uno tanto bello che, pieno di superbia, disse ad un inghilese che come lui neanche in Europa.

«Il Maligno lo volle punire e nell’atto momento, per virtù diabolica, il cane pitturato presa vera carne umana gli si avventò al volto del viso che un grossissimo serpente gli ci sputava veleno.

«Il detto «Ceccone dei cani», invocò la sua celeste avvocata M. SS. di Montenero e il cane rientrò nel quadro e il serpente si dissipò con grande odore di zolfo.

«Il Maligno fuggì dall’uscio e l’inghilese comprò miracolosamente il quadro dipinto. – Neri».

– Ma io, signora, vorrei vedere qualcosa di più suo.

– Le mostrerò il calamaio nel quale è stata tuffata la sua penna e che babbo teneva sempre con sè come una reliquia.

La «signorina Nippia» ha salito e sceso le scale volando, ed è ritornata con sulle mani un gingillo bianco, un calamaino di porcellana in cui il pollice di un’educanda non potrebbe esservi intinto.

– C’è ancora l’inchiostro, – dice trepidante la signora.

Il calamaio è sicuramente inchiostrato di celeste.

– Pensare che in quel gingillo sono stati sepolti il Matto delle giuncaie e La pipa di Batone grommata, Lo spaccapietre, quelli che andavano e tornavano dalle Maremme, Pillacchera, Perla, e stagni desolati, alme d’acque morte e nocenti, la palude di Nonno Damiano!… – dico.

– Nonno Damiano…. dice? Babbo, poco tempo prima di spirare, volle che io gli leggessi Nonno Damiano; quando l’ebbi letto, babbo disse….; la frase che lui disse in un momento di grande sconforto e nella intimità familiare, fra le quattro mura della nostra casa ci deve rimanere per sempre….

*

Che cosa avrà detto il Fucini che per sessant’anni, con uno stile breve, preciso, succoso ed energico aveva arricchito le lettere del suo Paese? Forse quello che oggi dicono di lui tutti gli Italiani.

Sulla piccola tavola parlano dei grandi fogli:

«Ahimè! Caro Fucini, come il tempo ci offusca la vita pur con le onoranze. Ma io vi vedo ancora e vi voglio bene quale vi conobbi la prima volta leggendo Perla. Quanti anni sono?

Verga».

«Ebbi da Renato Fucini, leggendo le sue novelle nella mia adolescenza, il primo senso del grado di bellezza al quale può giungere la pura lingua italiana.

Ada Negri».

«A R. Fucini.

Con affetto d’amico.

Con animo d’italiano.

Con orgoglio di toscano.

Il suo Giacomo Puccini».

«A Renato Grande tutto l’entusiasmo di un Renato piccolo.

R. Simoni».

«Quando un’acqua è di vena, non secca mai. Così della sua polla, fresca, viva, sincera, alla quale mi sono abbeverato con tanta gioia.

Paolieri».

*

Abbiamo parlato, da schietti toscani, delle poesie di Neri Tanfucio. Gl’Italiani di questo libro conoscono la dedica: «Questo branco di scarabocchi fatti a ruzzoloni, uno dret’all’artro, li dedìo ar mi babbo e alla mi mamma. Poveri vecchi, ni’ vo’ tanto bene.

Neri».

Stamani, qui a Mercatale, ho veduto la prima copia di questo libro, piccolo piccolo come un libriccino di devozioni: «Questa prima copia escita dalla tipografia la offro alla mia cara Emma.

7 marzo 1872.

Renato».

– Quando babbo scriveva i Sonetti, ricordo che molinando le dita diceva: «Rita, mi escon di qui, mi pare di averli nella punta delle dita».

*

Nel pomeriggio siamo saliti a Dianella. I cipressi e i lecci sotto i quali egli disse, in un memorabile sonetto, di avere appreso tutta la sua sapienza, occultano del tutto la casa; si scorge soltanto una finestra aperta sull’immenso piano:

Dalla mia trista e solitaria cella

vedo, là, nella notte, in fondo al piano,

fioca, immobile e sola una fiammella,

forse là in fondo, un altro sguardo umano,

della finestra mia fissa l’albore!…

– Eh, babbo era melanconico!… Come s’inquietava quando la gente lo invitava credendolo un cuor contento…. Avesse veduto!…

La chiesetta ove egli è sepolto è nel parco. La porticina si spalanca, quattro lapidi modestissime sono una dopo l’altra: la prima è del padre di lui David, epigrammista stimato anche dal Carducci: «Guai a chi gli capitava fra le unghie della lingua».

Signore Dio! se mi ci fisso stianto…

Dolmite ‘n pace anima buona, e presto,

se Gesù vole, dolmiremo accanto.

Gesù ha esaudito Neri: fra la madre e la sposa dorme Renato Fucini.

«Quando un’acqua è di vena, non secca mai». Una vena di poesia correrà perenne sotto queste pietre. Raccolgo di sulla tomba di lui un garofano rosso e nel giardino la coccola di un giovane cipresso: profumo di vita: profumo di morte.

È l’ora che i pettirossi dormono in pace sotto le foglie e le nuvolette passano silenziose al lume delle stelle.

Siam la rugiada, siamo la tempesta.

L’Arno le porta al mare abissate nel suo specchio d’argento; sopra vi traghetta un pescatore pensieroso. Il padre rabdomante ritorna, con solennità biblica, alla sua cella nel convento di San Petole.

– Padre, avete scoperto niente?

– In queste terre è lo stesso che andare a visitare i morti.

La terra alluvionale aperta in crepe nere pareva dire: rendetemi l’ossa.

PILADE SALVESTRINI

I necrologi han detto di lui: «All’Ospedale di Santa Maria Nuova in Firenze si è spento Pilade Salvestrini che era una caratteristica macchietta cittadina, aveva settant’anni ed era conosciutissimo a Firenze, dove dava, nelle piazze, lezioni di storia fiorentina, specialmente medioevale, raccontando episodi, fatti e curiosità di cui era come una miniera. Questa cultura egli se l’era formata con molto studio e con l’aiuto di una memoria fenomenale. Del Salvestrini si interessarono personalità eminenti, come Isidoro Del Lungo; spesso aveva avuto inviti in case aristocratiche».

Una decina di anni fa, il buon Baccio Bacci, sul settimanale La Chiacchiera fiorentina, aprì una sottoscrizione per assegnare una medaglia d’oro di riconoscenza cittadina a Pilade Salvestrini. Contemporaneamente il Bacci ottenne dal Salvestrini la promessa ch’egli avrebbe dettato per il giornale le sue memorie, e nei numeri successivi della Chiacchiera ne comparvero tre o quattro puntate, prive di significato.

L’uomo di molta memoria porta con sè un cimitero e Pilade Salvestrini non aveva attitudini di necroforo. Rivangare il proprio passato è agevole soltanto per chi l’ebbe «possibile». Il Salvestrini, da una vita errabonda, tumultuaria e ardente, asceso alle cattedre di piazza San Lorenzo e San Firenze in Firenze e alla dignità degli inviti nelle case aristocratiche, raccontò di sè quello che poteva contenersi nell’orbita della possibilità. Sorvolò quindi il tragico 1874 fiorentino, l’Internazionale, Cesare Batacchi, la galera, il domicilio coatto, i rapporti con il cieco Giovanni Gavilli, le folli imprese di Montelupo, le atrocità delle supposizioni: quelli cioè che sarebbero stati i capitoli degni di Steniak.

Osservando Pilade Salvestrini sullo sfondo del basamento di Giovanni delle Bande Nere si notava che le amarezze non avevano distrutto su quel volto martirizzato l’impronta di una contegnosa austerità la fronte aperta era di un candore immacolato, i capelli imbiancati erano avvilucchiati di fili neri. Sotto la rupe dell’osso frontale si scheggiavano gli occhi come intaccature vermiglie. Tutto il viso era screpolato. Il tatuaggio delle mortificazioni, dei taciti dolori, i crolli delle illusioni, i morsi della iniquità, le fosse dell’impotenza, il misterioso graffito che il destino imprime sul viso dei refrattari dicevano: pianto e disperazione! Lo sguardo palpebrava ai margini della notte eterna.

*

I più ignorano che Pilade Salvestrini ebbe moglie e prole e fu da questi seguito sulla Via Crucis. Non v’è borgo della Toscana, dai cretacei paesi di Capraia e Montelupo, Barga e Gallicano, Talamone e Port’Ercole, Seravezza e Pietrasanta a tutti quelli sparpagliati sulle sponde dell’Arno, del Serchio e della Magra, che non sia stato battuto, una venticinquina di anni fa, da questa famiglia randagia. In quei tempi Pilade Salvestrini aveva i capelli fulvi, partiti sulla fronte come tante fiammelle, la tazza del cranio, dove ribollivano le idee, mandava fuoco dagli occhi, il cranio velato di pelle digrassata mostrava le suture, i parietali parevano squadrati con un colpo d’ascia risoluto. Ogni parola ch’egli proferiva era addentata nelle articolazioni. Nell’enfasi della declamazione egli diventava patibolare e guerresco. Sotto il velame dei discorsi da piazza alcuni scorgevano dei sottintesi. La Pubblica Sicurezza lo teneva d’occhio.

*

Nel mio paese, borgo a quei giorni, i giovinastri di cuore avventuroso si davano convegno in una taverna aperta entro un casone smantellato dal martellamento dei secoli. Fu in una notte algida e piovosa che un’intera famiglia, fradicia fino all’osso, coi panni impegolati addosso e marci di fanga, si acquarellò sulla tenda color tabacco: il padre magro, scheletrito, teneva la mano tremula sulla maniglia, allungò il collo e chiese a chius’occhi: – Questo è il «Casone»?

– Sì!

– Voi siete?…

– Noi! – L’uomo stese una mano ieratica: – Io sono Pilade Salvestrini.

Tutti i giovani s’alzarono ed egli presentò la donna: – Questa è la Beppa, questi sono i ragazzi. – Fu allora che in mezzo a dei cenci si videro chiarire delle teste: una donna simile a una annegata in piedi era irrigidita al muro, essa lustrava come un albero infradiciato dall’uragano, e mostrava il viso emunto tra un impalpo di capelli, gli occhi ella aveva rotti dalla stanchezza, la bocca ghiacciata chiedeva qualcosa di tepido che dimoiasse il gelo. I ragazzi, ravvolti in una cenciaia, anneghivano spauriti. Sulle spalle di ognuno c’era legato un fagotto, il cui peso li accollava come le bestie da tiro. La famiglia si sedette su un pancone. Il taglio dei denti recise a tutti un tenue sorriso. Pilade rimase in piedi. I giovanotti rimasero pensosi. Egli schiarì: – Vaghiamo per il mondo, io fo lezioni di storia sulle piazze, nei giorni di mercato e le feste sui piazzali delle chiese, per le sagre ci si rampica sui monti col fardello della nostra miseria e del nostro ideale. Io cammino avvolto nella parabola ascendente del mio spirito liberato e liberatore. Sciolte le briglie alla pura nudità dell’istinto, tra il contrasto dei venti e le feste del sole elaboro l’egoarchica e possente signorìa di me stesso. In me palpita l’assurdo e sublime mistero dell’universo. Io irrompo tra la tenebrosa oscurità di questa fosca notte sociale ove urla la tempesta delle idee e rombano i venti del pensiero per poscia librarmi, oltre le braccia antelucane, tra l’ardente fiamma del sole meridiano e divinarmi nel palpito dionisiaco dell’istinto amoralistico. –

I ragazzi erano cascati morti dal sonno sul tavolo e la donna li guardava atona. Ma il Salvestrini, enfatico, urlava: – Che vale la dialettica di Platone, Eraclito, Spinoza, Descartes, Schelling, Hegel, l’essere supremo di Robespierre e di Rousseau, il Dio panteista di Spinoza, o quello trascendentale ed equivoco di Hegel, di fronte alla signorìa di me stesso? Odio il contatto brutale delle masse: ego, io, re, imperatore, Dio. – Negli occhi torbi, lampeggianti di sangue, balenavano cieli di dannazione.

Quando i ragazzi e la Beppa furono allogati in un covile, il Salvestrini parlò più pacato delle illusioni cadute nel fondo, della galera, della vita orrenda delle traduzioni, disse del tramonto delle speranze, l’ombra delle sconfitte, il crepuscolo della cecità. Gli imprescindibili diritti della carne, la lusinga brucente dei sensi, il delirio dell’amore per la compagna, l’esser precipitati nell’abbiezione, l’algide notti accosciati sotto gli archi dei ponti trasudanti gelo, tra immondizia e lordure, le vampate crematorie delle vie bollenti di sole, i drammi della maternità nelle mangiatoie, all’alito delle manze, i vagiti dei bimbi impastati al mugghiare dei buoi.

Lo sconnesso esaltatore dell’io si dibatteva contro il destino come il corpo di un naufrago contro una rupe.

– Piange, – disse qualcuno.

– Di rabbia, – rispose l’uomo, asciuttandosi col dosso della mano.

– Trema.

– Di freddo.

Il Salvestrini predicò su tutte le piazze del paese. Dopo aver fatto la «piazza», la famiglia ripartì a piedi, la donna, zoppicante dietro a lui, tenevasi a una cocca della giacchetta, il cosacchino rattratto le scopriva l’anche e le vertebre secche, la sottana era accappiata alla vita con una penitenza di corda. I ragazzi si tenevano alla gonnella. Lo stradone maestro pareva un fiume, i pioppi bianchi levavano le vette nude, e i viandanti, dopo poco, diventarono di cielo torbato. L’apostolo s’era immerso nella lettura e trainava i deportati.

*

Pilade Salvestrini ritornò al paese un giorno di subbuglio per la commemorazione di Shelley. Giornata degna dell’ultimo atto del Rigoletto. Tempesta in cielo, sul mare, sulla terra. Il capolavoro verdiano si rappresentava proprio quella sera al Politeama. Entro una barcaccia, – chiamavano così un grande palco, – ci fu l’epilogo della tumultuosa giornata. Grandi nomi quella sera navigavano nella barcaccia: Giacomo Puccini, Giovanni Rosadi, Plinio Nomellini, Pietro Gori, Agostino Berenini, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Pilade Salvestrini. Le saette si stempravano nel mare vicino. Per tutto il tempo del banchetto d’occasione imbandito sul «Balena», i fulmini avevano abbagliato e accecato i commensali. Tanti cervelli in contrasto non riuscirono a mettere insieme un telegramma di devoto saluto a Giosuè Carducci. Una traduzione dell’Ascoli andò ai pesci. Con i moduli dei telegrammi stracciati ci si poteva accendere un falò che l’avrebbero scorto dalla Spezia. Una frase: «Rugge il mare come il dì che l’uccise», fe’ traboccare il calice, i bicchieri furono frantumati, le salviette, nell’ira, attorcinate come capestri. Niente telegramma al Titano. Anche Verdi ebbe le sue: i tuoni artificiali furono trovati stuonati, la musica noiosa. Il maestro Puccini, con molta pazienza, riuscì a impedire che il sipario fosse calato prima della fine dell’opera.

L’indomani Pilade Salvestrini parlò di Shelley ai marinari in piazza del Pesce.

– Chi è Shelley? – si chiedevano tutti.

– È quel protestante inglese che gli hanno fatto un monumento sul mare.

*

Un giorno di Pasqua mi ritrovai a Firenze. Per un vagabondo senza destino le «solennità» s’imparentano ai giorni dello stato d’assedio: le botteghe chiuse, le persiane chiuse, le strade deserte. Le scariche di fucileria sono imitate dalle ultime saracinesche che si abbassano.

Quella mattina Pilade aveva predicato in piazza San Lorenzo; essendo suonato mezzogiorno, era rimasto solo presso la base di un monumento. Erano degli anni che non lo incontravo: egli era diventato quasi del tutto bianco, quasi del tutto cieco. A capo basso contava i soldi che la gente gli aveva tirato dentro il cappello. Mi avvicinai e gli dissi: – Come stai, Pilade? Mi riconosci? – L’amico gettò via il cappello, i soldi si sparpagliarono per il pietrato: – Sei Lorenzino! – e mi abbracciò lungamente. – Facciamo Pasqua insieme. Ero solo, – disse.

– O la Beppa e i ragazzi?

Pilade, che aveva finito di raccogliere i soldi a tastoni mettendosi il cappello di traverso, disse tristemente: – Non ci sono più. Queste son gran brutte giornate.

CON FERDINANDO MARTINI

Quando la Valdinievole celebrò in Montecatini l’ottantesimo anno di Ferdinando Martini, Luigi Luzzatti, invitato a collaborare a un «Numero unico» d’occasione, scrisse: «Ferdinando Martini attesta anche lui che non basta avere onorato la Patria con lunghi e nobili servigi per farseli perdonare, che l’ingratitudine è anche in Italia un fiore nazionale; il suo esilio dal Parlamento gli torna a onore, perchè non solo i suoi amici, ma anche gli avversari continuamente lo ricordano con questa domanda: Perchè Ferdinando Martini è fuori del Parlamento»? La risposta sarebbe stata semplice: Perchè Ferdinando Martini volle la guerra fino alle conseguenze estreme e difese la vittoria dal delirio…. La sera calava a grandi veli sopra il disordine di un comizio elettorale: la sua statura dominava la folla, la voce egli aveva crepuscolare, l’intonazione elegiaca: – Mi hanno accusato di aver voluto la guerra. È vero. Sento prossimo il tramonto della mia vita. Nell’ora del trapasso chiamo vicino a me le ombre dei 500.000 morti perchè questo sia più sereno….

A dire il vero, Ferdinando Martini parve fiero dell’ostracismo. Dal culmine della saggezza sorrise ai frombolieri che gli frantumarono i vetri di casa e ai ministri che lo escludevano dal Governo della cosa pubblica. Le onoranze, volute dai giovani della Valdinievole, da combattenti non immemori e dai primi manipoli fascisti coincidevano col tempo in cui Montecatini traboccava di forestieri: 31 luglio 1921.

*

L’ingratitudine è anche in Italia un fiore nazionale? Guardate però che se gli Italiani, stirpe collerica, ma a fondo gioviale, decidono, in un momento di resipiscenza, di onorarvi e da vivo, lo fanno compiutamente. Le onoranze a Ferdinando Martini, iniziatesi alle nove antimeridiane in Monsummano, terminarono al teatro Kursaal di Montecatini nelle prime ore del giorno successivo. Una compagnia recitò tutte le opere del festeggiato e l’autore le ascoltò fino all’ultima battuta.

Un corteo imponente sfilò al mattino nel viale Verdi davanti all’unico ragguardevole edificio: il Municipio; ma Ferdinando Martini, dicono per ira di parte, non potè salutare dalla balconata la folla plaudente; lo fece molto compostamente ritto sopra un’automobile e vi ste’ in piedi per circa un’ora. La massima parte del corteo era composta di gente sana, abbronzata nei campi, quelli a cui l’antica saggezza insegnava: «Lavorando bene, amici miei, voi vi arricchirete e arricchendovi voi servirete il paese e lo Stato. Restate nella vostra condizione di contadini; guardatevi per i vostri figli dal falso prestigio di una scienza inutile, propria, tutt’al più, a fare degli ambiziosi e dei malcontenti. Un buon agricoltore deve saper leggere e firmare i suoi contratti; un sapere maggiore non può che condurlo al male». Ma è proprio questa gente bonaria che rimane attonita di fronte all’uomo sapiente.

Ferdinando Martini era inconfondibile: alto, proporzionato, ben sagomato. La testa possente, olivastra tra il candore dei capelli e dei baffi, il colletto, la cravatta e lo sparato, che sembravano di marmo statuario, staccavano nettamente sopra la frappa di un querciolo stilizzato dalla roncola e dalle cesoie. Questa testa di patriarca bonario sorrise a tutti, non l’ombra del corruccio balenò su quella fronte torreggiante, il vigoroso pensiero saettava dagli occhi socchiusi, le labbra palpitavano per l’emozione. Più tardi, nel teatro stipato di folla, Sem Benelli fece un esame esegetico dell’opera del maestro. La sera, sul palcoscenico medesimo, come s’è detto, una Compagnia recitò tutto il «Teatro» di Ferdinando Martini. Egli ascoltò tutto con la espressione del villico che vede repentinamente cader la pioggia sopra una proda che Egli ha per lungo tempo pazientemente annaffiata.

*

In quei tempi abitavo non molto distante dalla Villa Renatico, la sua residenza in quel di Monsummano, e stavo scrivendo, per istigazione di un amico, il Ceccardo. Confesso che quando per le vie incontravo il maestro «emporium di sapienza», come un ortolano definì il Martini, ero preso da peritanza come il ladracchiolo quando incontra il gendarme. Conoscevo qualche suo scritto e sapevo che aveva dato delle lecche a parecchia gente. Durante l’inverno avevo aperto, nel Circolo; dei Nobili in Lucca, una mia Mostra personale. Una mattina trovai sopra il tavolo dei cataloghi una carta da visita: Ferdinando Martini, e sotto scritto: «L’aspetto all’Universo». Feci una rapida inquisizione alla ragazza: – Dove s’è fermato? Quali quadri ha notato? Era solo? -Sì!

Rapidamente fui nel salone dell’Hôtel Universo. Martini mi venne incontro paternamente dicendo assai bene dei dipinti, ma io col Ceccardo, che mi frullava per il capo, rimasi un po’ intontito. Anche nei quadri e nei disegni vi sono le sgrammaticature iperboliche, le concezioni esorbitanti, i periodi ammaccati, ma questi sono disvelati soltanto dai critici fioriti sulle muraglie del «900».

– Venga al Renatico, – disse, – parleremo con più agio.

*

Quel pomeriggio in cui io presi la risoluzione di salire al Renatico non mi assillava più la concezione del libro: il Ceccardo era ormai nelle vetrine. Per prudenza non lo avevo inviato al maestro. Il Renatico è una magnifica villa situata nel mezzo a un giardino recinto di un muretto: vi si accede per un cancellino coperto di verdura. Un servo fedelissimo che mi fece sovvenire Tommaso Gogo comasco, il vecchio servitore dei Martini, così vivo in Confessioni e ricordi, accertatosi chi fossi aprì il cancellino. Tutto pareva sorridesse di me, anche gli alberi che sotto il vento fresco percuotevano insieme le foglie; il ghiaino sgranato dai passi pareva sghignazzasse. La Valdinievole, veduta dalla gradinata della villa, dopo una quinta di olivi argentei e grigi, sembrava il mare e barche invelate, le case sparpagliate nell’azzurro. Attesi nell’ingresso vastissimo dei dipinti dei più noti «macchiaioli» erano inquadrati nei cassettoni del soffitto dove aprivano sfondi di belle campagne e mettevano il sole nell’ombra. A un tratto udii la sua voce sonora:

– L’ho letto. – Il cuore mi dette una martellata forte sul petto e sentii schizzarmi il sangue al capo. – Mi piace.

Il maestro era apparso nel telaio che inquadra la porta dello studio. Io, impappinato e svergognato, balbettai: – Ma lei ha conosciuto Ceccardo?

Martini, che era già seduto allo scrittoio, alzò le braccia, aprì le mani e fece l’atto di chi vuole salvarsi il capo da una sassaiola.

– L’ha conosciuto, – pensai tra me.

– Mi piace anche il puzzo del suo libro, anzi, le dirò che lo preferisco dove c’è del tanfo.

Poi mi domandò così naturalmente: – Ma dica un po’, Viani, di quei due «sagrati» non se ne poteva proprio fare a meno?

— No, perchè, veda, Eccellenza, sono come due capitelli sopra un arco di spinta. – Il maestro sorrise dicendo ambiguo:

– Ho capito, ho capito.

Poi, a bruciapelo, mi chiese: – O Ceccardo, quando mangiava?

L’osservazione era acuta perchè nel libro è accennata soltanto due volte l’ora del mangiare; ma io prontamente risposi: – Quando beveva!

Il maestro mi battè una mano sulla spalla e ripetè parecchie volte: – Ho capito, ho capito.

Così di scorcio io accennai alla giornata delle onoranze, al corteo, al discorso, alla rappresentazione in teatro. Egli fece un gesto come a dire: Al tempo al tempo. Mi mostrò il ritratto giovanile di Gabriele d’Annunzio, la maschera del Giusti e i libri, quanti, misericordia di Dio!, e riuscimmo nel salone: – Sicchè, lei ha conosciuto Ceccardo? – Il maestro questa volta sollevò le braccia e parve una di quelle figure che si veggono fuggenti sulle stampe del Diluvio universale.

*

Dopo Ubriachi, si discusse molto di vocaboli; le parole: lembrugio, mammura, martuffagno, godigia, luneddiana ecc., che corrisponderebbero a ghiotto, fame, l’epoca delle sette vacche grasse, divertimento, festa dei calzolai, non gli riquadravano. Il loro significato enigmatico lo stancava e lo sviava. Il maestro chiese un giorno a un mio amico: – Ma quel continuo dialetto non vi annoia?

– Che importa; le parole si saltano.

– Si rientra nello sport, la cosa non mi riguarda, – rispose Martini, e accennò certi dolori agli arti inferiori….

Ferdinando Martini da giovinetto, – ricordate? – seguendo gli audaci consigli del Muzi, il quale meditava una riforma dell’ortografia, scrisse in un componimento cuore col «q». Il prete Chiti, suo maestro, quando trovò nel compito la parola quore saltò su come invasato. Lo scolaro provò a citare l’autorità del Muzi, ma nulla valse.

– Ma che Muzi e non Muzi! Cuore si è scritto sempre col c, e perchè si avvezzi a non scriverlo col q farà grazia di copiare le prime quaranta ottave della Gerusalemme.

– S’io fossi suo scolaro, cosa farebbe copiare a me? – Martini alzò la mano e la fece oscillare tra il mio capo e una varata di libri.

*

Due anni dopo ci trovammo radunati nella sala maggiore del Palazzo Comunale di Montecatini, in sede di Commissione giudicatrice del concorso per il Monumento ai Caduti, Ferdinando Martini, Emilio Gallori, Adolfo Coppedè, Rizzoli di Bologna e io, inzeppato lì dal voto degli artisti concorrenti. Selezion facendo, ogni tanto ci si affacciava al balcone dal quale a fil di logica il giorno delle onoranze doveva troneggiare Martini. Per associazione di pensieri gli dissi: – Ella il giorno delle onoranze era là sotto quel querciolo.

– Andiamo, andiamo a concludere qualcosa di buono, – disse egli con l’ansia di chi non ha tempo da perdere. Dopo qualche ora l’opera fu prescelta tra le prudentissime eterne domande del Gallori (passate garbatamente alla storia da Ugo Ojetti in Cose viste):

– Ma quest’artista è sempre vivo?

– Se ha concorso parmi, – rispondevo io.

*

Quando il bozzetto vincitore fu tradotto nel bronzo e collocato sopra un basamento di travertino nel parco pubblico, la giurìa fu invitata alla inaugurazione. Martini non era stato vulnerato dal tempo: dritto, elastico, vivace, schioppettante assistè a tutte le cerimonie in piedi. Alla inaugurazione intervenne un Principe di Casa Reale. Tutte le autorità furono convitate la sera a un banchetto di gala nel Municipio: cravatta bianca, vestito nero. Quelli in giacca e cravatta svolazzante furono ospitati in un hôtel e lì poterono fare, tra una conveniente baldoria, le ore alte della notte. All’uscita chi si sparpagliò di qui e chi di là. Io rimasi solo sopra il vialone di querce: la notte era serena, la luna matematica, l’orologio di piazza, stava immobile sul cielo vibrante. Avanti a me un signore alto, vestito di nero, contemplava il cielo. Non dovei stentar molto a riconoscere Ferdinando Martini.

– Maestro!

– Viani.

Aspettava inquieto un’auto che doveva condurlo al Renatico.

– Ricorda maestro l’imponenza di questo viale il giorno delle onoranze

– Spero che lei non pensi di farne una novella di queste famose onoranze, perchè si starebbe freschi.

L’auto strisciò l’asfalto, frenò: salitovi sopra il maestro, disparve rombando.

– Senza novella!

– Senza!

RICORDO DI FEDERIGO TOZZI

Allora, per l’affitto della mia camera, via San Zanobi, spendevo quanto spendo oggi per la casella postale. Tutte le volte che prendo la posta il pensiero ricorre a quel bugigattolo cellulare, a ridosso del tetto; forno crematorio l’estate, ghiacciaia l’inverno. Tutte le volte che capito a Firenze, per la Via Primaverile, «via 27 Aprile», mi riduco in quel braccio di strada che termina in via delle Ruote e guardo la finestra, – come soglion fare i gatti all’altura da cui son precipitati, – da dove caddero alcuni anni della mia giovinezza. Un giorno, condottovi dallo spezzino Emilio Mantelli, che fu poi vigoroso xilografo ed eroe, morto al fronte l’ultimo giorno della guerra, e che abitava la stanza confinante con la mia, capitò in camera un pittore tarchiato che schizzava salute da tutti i pori della pelle rosata, in compagnia di un giovane, con le lenti, pallido, vestito di scuro, raccolto come un abate: e i due, sul mio letto, presero visione minuta di alcuni disegni di marinari, accattoni, vagabondi, ciuchi e rospi. Il più tarchiato confessò che faceva anche della critica d’arte su di un giornale che si chiamava Il bruscolo e che si sarebbe occupato di me. Egli era Ferdinando Paolieri e l’altro Ascanio Forti.

*

Ferdinando Paolieri mi presentò, – dopo la pubblicazione, – a Federigo Tozzi. L’incontro avvenne nell’osteria di Martino Passeri, un oste gigantesco, con pancia e spalle da colosso, che del passero aveva soltanto gli occhietti sul viso rubicondo. Tozzi d’allora, un giovanottaccio dai capelli ricci e gli occhi chiari, con la bocca tagliata all’insù tra il naso e la bazza che pareva volessero combaciarsi; era, come le noci foderato di tre pelli, la prima che tinge a toccarla, la seconda che si rompe col ferro o coi denti, la terza aderente al buono, leggera come la pecchia. La comitiva, seduta ai tavoli di Martino, – tra gli altri erano Armando Spadini e Libero Andreotti, – concluse che tra lo scrivente e Tozzi c’era una certa rassomiglianza.

Il ritrovo buono della comitiva era un noto caffè. Intorno a certi tavolinetti gialli, di pietra di Colle Val d’Elsa, seduti su dei sedioli articolati, si parlava d’arte, come d’argomento di congiura. Gli spaesati taciturni sognando i prati, i colli, l’Alpe, il mare, s’affissavano sul monumento al Re Vittorio Emanuele II, dello Zocchi. La gente costumata, nelle altre salette, massimamente la domenica, aveva la compostezza della Deputazione toscana che presentava, – nei bassorilievi del monumento, – il plebiscito a Vittorio Emanuele II. Un giovane pallido, tutto vestito di nero, col risegolo bianco di un colletto inamidato, col cappello piatto, dallo sguardo sospettoso, seppi essere il futuro autore de L’Ora di Barabba: Domenico Giuliotti. Il mistero mi fu svelato da Federigo Tozzi. Tutti insieme si doveva aver l’aria di quegli individui che in casa affilano e temperano armi, – tutta carta e inchiostro, – e quando escono, par studino il punto da colpire. A quei tavoli, su quei sedili insidiosi come le tagliole da prendere le volpi, nelle prime ore di un pomeriggio domenicale fui presentato, a Giovanni Papini. Cinque ordini di tavoli e di sedioli erano allineati sul pietrato dirimpetto, ma tutti vuoti, e davan l’idea che la clientela loquace fosse fuggita davanti al viso beffardo e sarcastico dello «Stroncatore».

Proprio in quei giorni Papini aveva inaugurato una mostra di giovani artisti d’avanguardia, e quelli della retroguardia sussurravano ch’egli avesse detto nel discorso «cose nate e non create». Il decano dei macchiaioli Giovanni Fattori, a proposito scriveva al Nomellini: «All’inaugurazione di una esposizione tra giovani, un certo Papini (se non erro il nome) fece una conferenza, la quale trovò la disapprovazione generale; augurò la morte a tutti gli artisti vecchi, e la distruzione, dell’arte antica per inaugurare un’arte nuova. Perchè permetterlo? Ma io ho sangue livornese nelle vene».

A quei tempi molti giuravano che Federigo Tozzi nella vita non avrebbe fatto mai nulla, e lui, per risposta, fece una Torre, di carta, ma una torre, e di lassù dette artigliate da girifalco.

*

Una delle ragioni per cui lo scrivente entrò in intimità con Federigo Tozzi fu che tutti i sabati, e le vigilie delle feste comandate, si faceva .insieme il tratto di linea ferroviaria Firenze-Empoli, alla cui stazione Tozzi scendeva per salire sul treno diretto a Siena. Il lunedì, o il giorno dopo le feste comandate, si rifaceva insieme il tratto Empoli-Firenze. Quando rimanevo solo nel vagone, col pensiero mi riposavo sul colle di San Miniato, per poi scendere verso le montagne lucchesi verdeggianti lontane verso il mare. Tra le montagne lucchesi e San Miniato c’è la stazione di Pontedera, indissolubilmente legata alla vita, all’arte, alle tribolazioni di Federigo Tozzi. La vecchia stazione di Pontedera, dove Tozzi fu impiegato alla «Piccola», è oggi sepolta, come il grande scrittore: un edificio di pietra e cemento sembra il «qui giace»; ma dai Ricordi di un impiegato la vecchia stazione, in cui la voce rauca del facchino Drago par quella di un lupo, resiste a tutte le ingiurie del tempo.

Un giorno Federigo fu messo tra l’uscio e il muro da suo padre, che, mostrandogli la sfilata dei fratelli e delle sorelle, lo consigliò a concorrere alle Ferrovie dello Stato. Quando l’impiegato Federigo Tozzi giunse novizio alla stazione di Pontedera, il capostazione, un uomo anziano con la barba grigia, fumava alla pipa. Tra un «pè» e l’altro gli domanda se è pratico del servizio. Tozzi arrossisce e risponde di no. Il capostazione impreca contro la Direzione Compartimentale che gli ha mandato un impiegato inetto. La padrona dell’albergo, in cui Federigo va per prendere stanza, lo studia lungamente, appuntellata con ambedue le mani agli stipiti della porta. Un macchinista, che mangiava due uova affrittellate, dà un’occhiata al giornale, aperto sul tavolo, e una a Tozzi.

La scorbutica padrona vuole infliggere all’impiegato nuovo una minestra fatta su un brodo eccellente, ma Tozzi sente il desiderio di dirugginare i denti sull’osso di una bistecca. Cominciano i primi contrasti con la padrona: «Mi ci vuol poco a capire che sono molto antipatico. Mangio e vado a letto. Il mio sentimento somiglia a un topolino sorpreso in una stanza, che si è empita di gente prima di aver avuto il tempo di ritrovare il suo buco».

Invece Tozzi, nella stazione di Pontedera, e nell’albergo, e nelle vie, sembrava un toro che gli avessero misurato le strambe alla lunghezza di un passo. Le ragazze se lo accennavano ridendo e gli dicevano sul viso: «È brutto, pare un prete». I colleghi lo guardavano con aria di compatimento burlesco. Una masnada di avvinazzati, perchè quell’impiegato era sempre serio, gli voleva spaccare la chitarra nella testa.

Tozzi si consolava alzando il capo e guardando il paesaggio: «I viottoli dei campi spariscono tra l’erba di un verde quasi nero, che trabocca dalle siepi dei biancospini. Mentre le ombre sono turchine proprio come il cielo». Tozzi, nello squallido ufficio, con sul viso riottoso il berretto rosso come un rosolaccio di campo, fantastica che si compia il miracolo della Croce: «Forse anche lo stecconato vecchio e aperto dalle spaccature è per mettere fuori le sue gemme e i suoi fiori». La sua anima, spaccata e aperta, metteva anche lì i fiori della poesia; ma la impalancata rimase nuda, come l’assito del cortile di una prigione.

*

Stamani, giorno di mercato, sul treno che trasporta nella «Città del fiore», si parla accanitamente della stazione nuova; e tutti si propongono di fare un salto nel Salone dei Cinquecento per vedere i bozzetti. Invece che in un vagone di terza classe, tra mercanti arcigni e mediatori astuti, sembra d’essere in un’aula d’architettura, ai tempi che si studiava il Vignola. Ognuno tira fuori la sua cognizione sulla somma arte, e se ne sente d’ogni specie e colore. Io guardo le vigne di terra rossa, così ben tagliate sul verde intenerito delle erbe, e mi par di vedere una città futura dall’alto: i colonnati madreperlati dei poggi digradano in bell’ordine verso gli archi dei monti ceruli; le cave di pietra della Gonfolina sembrano un anfiteatro. Le stie dei pollastri famelici, lo squacquerio delle anitre ingabbiate e le ceste dei conigli, ruzzolate dai facchini a pedate sul pietrato della stazione di Pontedera, mi fanno sovvenire i tempi in cui il grande scrittore senese era a repentaglio con i bollettini di spedizione alla «Piccola». Alla stazione di Empoli mi sono affacciato, come solevo fare una trentina d’anni fa, quando scrutavo se tra i viaggiatori senesi, già attruppati sul marciapiede, ci fosse stato Federigo Tozzi. Ma se lui c’era, sbracciava, a capo ritto come un gallo, per vedere se da qualche finestrino, spuntava la testa del compagno che ritornava dal mare.

Una di quelle volte, forse l’ultima che ci siamo veduti alla stazione di Empoli, gli dissi: «Ma mi dici cosa andiamo a fare a Firenze?».

«Nemmeno io lo so, – rispose Tozzi, e soggiunse, battendosi con una mano la fronte, – tanto ormai è già tutto immagazzinato qui. Non c’è altro che da scavare». E Tozzi andò a scavare nel suo podere presso Siena, e scavò a fondo.

Vent’anni dopo sul teatro della guerra, dove tutti quelli che avevamo conosciuti passavano, in sogno o viventi, lessi le Bestie e il grande balzo di Tozzi verso la gloria. Subito dopo la guerra, nelle sale di una mia personale a Roma, egli mi aspettava; e quando mi vide rise come annitriscono i polledri. L’uomo non riesce mai ad infrangere del tutto la forma in cui fu colata la sua giovinezza.

– Ma tu sei il Tozzi delle Bestie?

– Sì, – disse, e si abbracciò a me come a un tronco d’albero.

IL PROFILO DEL BUONARROTI

Per dominare il grandioso scenario delle Alpi Apuane è d’uopo portarsi sull’estremità dell’antemurale del molo nuovo di Viareggio: visti di lì i paesi rivieraschi s’annientano sotto, la base titanica; i profili seghettati, dentati, angolari del Carchio dirupato, dell’Altissimo statuario, della Pania secca, dell’ardua Tambura risegolano nettamente il cielo. Le «Tecchie» staccano bianche sulle fratte ferrigne; le varate dei detriti, cascate precipiti, incantate come da un raffreddamento vulcanico, hanno la gelida fermezza della visione telescopica.

Nel vasto grembo dell’Alpe Apuana è sepolto un popolo muto di statue; in queste «Tecchie» giacque, per un lungo ordine di secoli, il Davide che l’enorme subbia di Michelangiolo disvellò un giorno al sereno radioso.

*

Leonardo Bistolfi ritraeva nel volto il profilo terribile del Buonarroti: la testa, sproporzionata per la larga dimensione all’esile corpo quasi del tutto scarnato, aveva la fronte in rilievo martirizzata di rughe, gli occhi sereni e tribolati, il naso asimmetrico, la barba riccia. Anche le mani colossali, legnose, plastiche, mal si attagliavano sull’esile corpo del Maestro.

Correvano i tempi ch’egli passava per l’Italia come un Dio, quel giorno che io lo scorsi sulla cima dell’antemurale del molo di Viareggio.

Una comitiva di cuori avventurosi si congregava, in quei tempi, sulla scogliera di levante a guardare giù, nel fondo, i granchi, i favolli, le schiaccine camminare all’indietro e, lontane, lontane le barche invelate, che vanno sempre in avanti. Allogato anch’io in una di quelle spelonche, scorsi il Maestro, di sotto in su, e mi pareva ch’egli fosse già collocato sopra un basamento. Lo riconobbi per le tante effigi che in quel tempo pubblicavano riviste e giornali.

Non visto, uscii dai meandri della scogliera e pedinai il Maestro. Volevo conoscerlo, ma come chiamarlo? Maestro, professore, Leonardo? Repentinamente con un tono di voce di quando uno, di notte, ha paura, urlai:

– Bistolfi!

– Oh, caro! – disse egli, prima ancora di avermi veduto.

Rimasi interdetto davanti all’umiltà del Maestro; la mia chioma, nera, folta, intricata come i ciuffi delle pagliole, s’agitava sotto il vento marino; su ogni capello sventolava un proposito, una determinazione, un libro, un quadro.

Il Maestro mi disse familiarmente:

– Cosa fai qui?

– Niente, – risposi.

Nel frattempo, Bistolfi aveva scorto la congrega dei miei amici, i quali avevano, come i barbagianni, messo il capo fuori delle spelonche: teste eremitiche, barbe profetiche, facce glabre tra il frate cercatore e lo sgalerato a condizione, occhi di santi e di manigoldi.

– E quelli chi sono? – chiese il Maestro.

– Sono i miei amici.

– Oh cari, state seduti!

Placai lo stupore di tutti quegli occhi spalancati sopra Bistolfi, dicendo:

– Questo è il più grande scultore del mondo.

– Allora, – disse il più stralunato- tocchiamogli la mano, – e tutti parve prendessero l’acqua benedetta dalla mano di Leonardo Bistolfi, il quale, pregato da me, acconsentì di pernottare a Viareggio per recarsi l’indomani al mio studio.

Il dimani, di primo mattino, Leonardo Bistolfi passeggiava dirimpetto alla Camera del Lavoro, in cui era incorporato il mio studio, sotto il torrione di gelida pietra, che s’estolle maestoso sulle darsene stagnanti: la prigione, monito perenne e tremendo.

Bistolfi, piccolo di statura, diventava piccolissimo sotto la sinistra mole mortuaria, fiorita di semprevivi, che coi larghi piani sovrapposti portava sul cielo un sigillo funebre, un orologio a liste bianche e nere. L’occhio vivace del Maestro, di piano in piano, saliva al cielo e discendeva alla terra.

– Cos’è questo edificio? – chiese perplesso.

– Sono le carceri. – Dalla doppia graticola si scorgevano certi porcili di pietra e dei serbatoi di bardiglio. – Quelle sono le celle di rigore: quella è la segregazione. – Il maestro si strinse la fronte fredda, con le mani tremanti: – Le conosci? – chiese.

– Quando facevo la barba ai carcerati.

Salimmo le scale, che portavano al mio studio, squallide come quelle della torre. Sulle panche di castagno del grande salone c’erano congregati tutti quelli della scogliera di levante, che volevano riverire il maestro. Renaioli dalle membra impolpate d’acque sciapite, cavatori, scamozzati di qualche arto dalla mina, spaccasassi dalle mani e dal viso suppliziati dalla mitraglia della strada, vagabondi tosati dal vizio, gente perduta marchiata dalla colpa, all’apparire di Leonardo Bistolfi tutti si alzarono con riverenza. Sulle pareti nude si scorgevano i carboni del Matarelli, raffiguranti Alessandro Manzoni, Giordano Bruno, Giovan Battista Vico e l’Urbinate, il Cellini e Michelangiolo.

– M’assomiglia, – disse, accennando il Buonarroti.

– È tutto lui, – aggiunsero, trasecolati, gli astanti.

– Grazie, cari, ma questa rassomiglianza mi angoscia.

Spalancato che ebbi l’uscio del mio studio, nel quale c’era stretta clausura, dissi alla congrega:

– Ora voi andate.

– E perchè? – chiese stupito e quasi mortificato Bistolfi.

– Perchè ora glieli fo vedere dipinti.

Una stenderia di cartoni, segnati con solchi neri e profondi, era imbullettata a una lunga parete e sui cartoni v’erano, quasi crocefissi, tutti i miei amici tribolati.

Dopo qualche ora, uscimmo all’aperto: la torre in quell’istante suonò i dodici tocchi del mezzogiorno. Leonardo Bistolfi mi disse:

– E a quest’ora, i tuoi amici, dove sono?

– Sono lì, – e accennai una baracca di legno, fosca e caliginosa, mezzo sconquassata, fatta con vecchio fasciame di bastimento ancora impeciato.

– Andiamo lì anche noi, – disse Bistolfi.

– Sì, – risposi perplesso.

Entrammo; gli amici eran tutti seduti intorno a un grande tavolone da refettorio senza tovaglia; pareva che si apprestassero all’ultima cena; una fumacea d’olio fritto e rifritto appestava la taverna tanfata dal pesto dell’aglio e del peperone. Tutti si alzarono. Bistolfi, dopo averli pregati di sedersi, si collocò in mezzo a loro. I congregati intorno al tavolo si cibarono composti e prudenti, come i ragazzi quando sanno che alla mensa è seduto un uomo di grande fama; qualcuno non schiavò nemmeno i denti. Leonardo Bistolfi mangiò e bevve secondo gli usi della taverna. Quando uscimmo, tra la riverenza di tutti, egli mi disse:

– Questa è stata una delle più belle giornate della mia vita.

La sera, dopo ch’egli fu partito, ritornai alla taverna e chiesi al più stralunato dei congregati:

– E a te che effetto ha fatto il Maestro?

Egli rimase perplesso; poi disse con tono melanconico:

– L’effetto di un Cristo spirante.

TELA ALLA FOLAGA

Nel gennaio del 1556 accadde nel territorio di Lucchesia uno straordinario fenomeno: si videro fiorire le rose, maturare le fragole, le viti coi pampini, gli alberi verdeggianti come se fosse stato maggio; a tutti parve che la mano dell’Onnipotente avesse dissepolto la primavera di sotto un’arca di neve. Questo prodigio dai timorati di Dio si dice fosse riguardato come un pronostico di qualche flagello vicino proveniente dal cielo e tutta la Lucchesia si tramutò in una grande Ninive penitente.

Di solito i popoli temono l’avvicinarsi dei flagelli quando odono il cielo bombire e la romba del vento che si intomba nelle cappe dei camini sul cui focolare già crepitano come sarmenti i rami dell’ulivo benedetto e gli uomini accecati dai lampi recitano le devozioni. Ma il lucchese non si commosse a tutto quell’inusitato fiorire degli alberi nel crudo inverno, e disse:

– Che questi fiori non si tramutino in tante ghirlandette tombali.

Una di queste algide notti parve essersi ripetuto il miracolo della fioritura; spannando i vetri della finestra, si scorgeva sulla piana della Lucchesia e sui monti di Pisa che la interchiudono, dando la mano alle dirupate scoscese delle Apuane, tutta una esitante primavera: faceva civetta dai monti fioriti di bianco, le ombre abbrividite di azzurri, i botri verde tinto, i gelsi tramutati in rappe di gelsomini; le rame dei salicastri lungo il Serchio sanguinavano d’umidi rossi; le acque, sui ratti vellutati d’ardesia, prendevano il turchinetto dal cielo; il lago sembrava un grande pesce argentato che, sospirando, amoreggiasse con la luna.

Le folaghe dondolavano sull’acque tranquille e chiare, come se fossero state di sughero, come gli «stampi»; quegli uccelli che i cacciatori fan galleggiare davanti ai loro capanni a richiamo dei volatili. Udendo qualche sparo isolato, le folaghe avranno pensato al fulmine a ciel sereno. Ma la folaga proveniente dalle fredde arie brumose barcheggiando leggera sui folaghi, certi stagni d’acqua che fiatano caldo come i bovi, può darsi che abbia pensato, come i lucchesi, che tutte queste bellezze non si tramutino in tante ghirlandette. E così fu.

*

Nella più incarnatina delle albe che si fosse mai vista, tanto che le nuvolette sembravano ditate di celeste su tutto quel roseto che si spampanava sul tremulo lago, certi barchini pitturati di pece – marini come ossi di seppia capaci soltanto di portare il cacciatore e il barcaiolo il quale, munito di un remo da spinta, dava direzione alla navicella, cominciarono a sbucare dai ciuffi dei falaschi, dalle spiaggette, dalle piccole calanche, dalle grandi sponde di levante e di ponente. Così comincia la tela alla folaga. Ogni cacciatore riguarda i suoi fucili. I branchi delle folaghe staccano sul lago come nuvole plumbee, da quelli stormi si leva rado e rauco un accordo triste di zampogna, i barchini si dispongono intorno agli stormi a guisa di un telaio e cominciano la «stretta»; alle prime fucilate comincia lo scompiglio, un fremito d’ale ondulante, un impetuoso sciaguattìo di tronconi percossi a fior d’acqua, una tela infuocata di schioppettate avvampa l’aria, i barchini vanno e le folaghe ubriacate dagli spari roteano folli, vengono come la spola della tessitrice sull’ordito; quelle uccise cadono a picco come fossero d’alastro, quelle ferite vengono sterminate dai colpi; i cacciatori si contendono quelle uccise in due, in tre, in cinque nel trambusto; qualche branco si alza e punta ai monti di Levante, le folaghe ferite si gettano spossate nei folti dei giuncheti, i colpi dei fucili sono come raddoppiati dal rimbombo dei monti; scompiglio nel cielo, scompiglio sul lago, le stive di quasi tutti i barchini sono ingombre di folaghe uccise che il barcaiolo stringe con un giunco e il cacciatore, appena sbarcato, le porta come in trionfo.

La folaga, alla cui tela convengono, in questo lago leggendario da molte parti d’Italia, è un uccellaccio che rende, cucinandolo, il salvatico delle marigiane, quegli uccelli che si nutrono di spurghi marini e d’alga; la folaga, anche se spellata e messa in guazzo nell’aceto, rende sempre un che di palustre e fa scervellare un cuoco che deve trovarle un sapore a furia di droghe.

Tra i rari manoscritti lasciati dal maestro Giacomo Puccini, il quale fu appassionatissimo cacciatore, c’è la maniera di cucinare la folaga e di toglierle da dosso il salvatico. Certo inaspettato zampognare nella sottile strumentazione delle sue opere. Egli diceva di averlo studiato quando nelle silenziose notti estive certi cacciatori, con una piccola zampogna di canna, imitavano il canto delle folaghe, e queste, ingannate, si buttavano, e venivano sterminate anche a centinaia.

Eppure ai cacciatori, quando ritornano dalla tela con un bel ciuffo di folaghe, sembra di andare a far Pasqua, come i pescatori quando ritornano in porto con le corbe ripiene di salacche; pescatori e cacciatori ricordano certi avvogliati di vino squattrinati, i quali dimandano all’oste:

– Cattivo, ma tanto.

*

Ai tempi che il maestro Giacomo Puccini, armato come un saracino, si sacrificava nel chiattino per la tela della folaga, sulla sponda del lago c’era accampata una tribù zingaresca di pittori sfornati freschi freschi dalla trattoria famosa di «Gigi porco», in Firenze, dove, insieme ai loro maestri Giovanni Fattori e Telemaco Signorini, si cibavano di carne di ciuco, quella che cresce in bocca come il mosciame, quegli interiori di pesce seccati e rattorti dal sole.

Plinio Nomellini, già adulto nell’arte, Ferruccio Pagni, detto «Ferro» perchè avrebbe digerito i chiodi rattrappiti, Cecco Fanelli, il Gambogi, la prosapia dei livornesi Tommasi e, come i gabbiani di passaggio, Giulio Cesare Vinzio, il Natali, Mario Puccini (il pittore bravo e trascurato), trattavano le folaghe con gli onori delle beccacce. Nel tempo che l’arrosto girava sullo spiedo, piantato verticalmente sulla terra, s’udivano ripercossi dal bosco certi sbadigli di Pagni, nei quali erano fusi il bramito della belva e l’urlo del pirata all’arrembaggio; lungo com’era, avrebbe da solo diluviato anche lo spiedo. Quando augnava il suo quarto di folaga, digrumava anche l’ossa, gridando agli astanti stupefatti:

– I gatti fanno così!

– Hai ragione, caro Ferruccio, – rispondeva Nomellini, – ma io fino a lì non ci arrivo, – e mostrava una carcassa di folaga ripulita di ogni tiglia.

Oggi i nomi di questa ondata di pittori (vivi e morti) sono stati scolpiti sopra una lapide, che è stata murata sulla facciata della casa di una società di cacciatori, che è davanti al lago e, sotto, c’è dipinta a tempera una schiera di folaghe. Quando portai questa notizia al Poggio Imperiale, Nomellini strillava come una folaga spellata viva:

– Delle aquile, delle aquile dovevano affrescarci sotto i nostri nomi; o che siamo uomini salvatici?

Dopo che si fu rappacificato, mi disse:

– Devi sapere che da un pezzo in qua, con gli animali sono disgraziato. O senti: vengo ora dall’Elba, dove ero citato come testimonio in una causa che si dibatteva contro un tale che aveva bestemmiato proprio sotto la mia casa a Marina di Campo. Il pretore mi disse sbrigativo:

«- Racconti in succinto il fatto.

«Risposi:

«- Ero lì sotto casa che stavo dipingendo un ciuco….

«A queste mie parole ti sento scoppiare una risata generale. Nomellini, che è livornese e lettore perseverante dell’Asino del suo conterraneo Francesco Domenico Guerrazzi, a quella risata generale, a cui fecero eco anche gli avvocati e le parti, rispose:

«- O cosa c’è da ridere? I ciuchi sono bestie intelligenti. Gli uomini sono imbecilli quando diventano ciuchi».

Vedendomi con uno strano involto sotto il braccio, mi ha chiesto garbato:

– O lì, cosa ci hai?

– Un regalo per te.

– Permee? Permeee!

– Sì, per te. Ieri c’è stata la tela….

Non potei finire la parola che lui, agile e volastro come un falco, strillava in tutte le modulazioni:

– No, no, no, no, no, oibò! Uccelli del paradiso ci vogliono! – e intanto dava delle pennellate su delle ali di cherubino.

RITRATTO DI GIOSUÈ BORSI

Era proprio qui sotto le finestre del mio studio che Giosuè Borsi passava buona parte dell’estate: Fossa dell’Abate; prunaie e canneti screziavano la gran coltre del mare. Sulla via maestra i pastori paravano le greggi su pei greppi, e di greppo in greppo raggiungevano i verdi pascoli del piano di Solaio.

Giosuè, allora giovanissimo, seduto sotto un ciuffo di pini, scriveva gli articoli e pareva uno scolaro che fosse a ripetizione. Alle sue spalle grandeggiava il Gabberi, l’alpe scheggiata, alla cui base nacque Giosuè Carducci, il quale aveva tenuto a battesimo il piccolo Giosuè.

Allora il mio studio non c’era; c’era quello di Plinio Nomellini, rissoso contro il contadiname molesto e i cacciatori di frodo che si ostinavano a sparare nell’abitato, – Nomellini si ostinava a chiamare «abitato» la sua casa a tettoia, sola, tra pineta e mare. Nomellini, lavorando, cantava canzoni popolari in voga che, intonate da lui, diventavano incomprensibili, alternate da strilli come di uccello selvatico: – Gri, gri, gri…. – Nomellini sincopava così il nome della sua signora Griselda.

*

La sorella di Giosuè, Laura, posava per lui sotto una ciuffaia di oleandri. La signora Diana, agucchiando al calcio di un pino, narrava storie carducciane di Castagneto e di Bolgheri e lo stupore da cui fu colto il poeta quando Averardo Borsi, con uno stuzzicadenti appuntato, ridette moto all’orologio del poeta che si era, come suol dirsi, incantato.

Più tardi, sotto l’oleandro medesimo, posò Grazia Deledda; sul fondo di smeraldo acceso di fiammelle rosa spiccava il volto olivastro di «Grazia» – tutti le dicevano familiarmente così – con i grandi occhi smaltati e la prima ciocca di capelli bianchi sul capo nerissimo.

Più tardi, ancora, la furente Isadora Duncan danzò lì presso sul Gombo, allora deserto: due grandi nuvole facevano da sipario allo sterminato palco del mare. Molti anni prima io l’avevo vista, in forme di Ifigenia, sul sipario scarlatto della Gaité a Parigi; ma qui diventava piccola piccola e bianca. Una libellula dalle ali di seta, una di quelle chimere che in quei tempi inseguiva l’impetuoso Ceccardo su questi lidi di sogno:

O primavera questa notte ò pianto

ed ora il vento del mattino ascolto.

Giosuè Borsi capitava ogni giorno all’Agenzia dei giornali. Io non pensavo a scrivere, nè Minerva mi aveva ancora punito coi libri, perciò le nostre conversazioni erano serene e pacate: colori a rapporti di colore e basta. Una cosa mi colpì: il tempo spropositato che Giosuè Borsi impiegava per leggere il sommario di un foglio quotidiano. Allora i sommari si appinzavano con delle morsette a uno spago appiccato al muro. Giosuè puntava una mano annodata sul sommario, a braccio teso; reclinava il capo sul braccio e leggeva, tanto che io molte volte ho creduto si fosse addormentato.

Quando si staccava dal muro, Giosuè toglieva, con bel garbo, il monocolo, lo nettava con la pezzuola di tela e lo riponeva nell’arco orbitale come entro un incastro. Un taglio fondo sotto il monocolo dava al suo viso di adolescente un’espressione di sarcasmo artifiziato.

– Ma come mai tu impieghi tanto tempo a leggere un sommario?

Giosuè, molto più giovane di me, mi guardava come un pupillo, ma non rispondeva; anche la guancia senza monocolo s’affondava in una ruga, e i suoi denti bianchi e graniti sorridevano taglienti.

Non oso affermare che Giosuè Borsi sia stato il mio maestro di giornalismo, ma è certo che in casa sua – Firenze, via Faenza, – mi sono iniziato ai misteri, – per me quasi impenetrabili, -delle bozze. Quante ne ho vedute su quei tavoli sfornate fresche fresche di sotto il torchio, esalanti ancora di benzina e petrolio! Giosuè scriveva alla prima e correggeva volando. Scriveva chiaro, spazioso, con sicura determinazione.

La primavera del ’13,Giosuè si apprestava ad avallare con tutte le sue energie l’opera di un pittore barghigiano fino nell’ossa, che fu doppiamente caro anche a Giovanni Pascoli, barghigiano tanto, il pittore, che nell’esilio di Parigi, – volontario esilio di penitenza, – egli scrisse su di una «garitta» di Meudon: «Abbasso Parigi. Viva Barga!». Giosuè giurava di aver ritrovato, dopo tanti anni, la garitta e il grido nostalgico.

Tutto era pronto per la mostra del Bargèo; ben disposti i quadri sulle pareti del «Lyceum», diramati gl’inviti, passati i comunicati alla stampa, sollecitata la critica. Giosuè doveva pronunziare il discorso illustrativo. Mezz’ora ci separava dall’avvenimento.

– Giosuè? – chiese trepidante il pittore – fammi leggere cosa dirai.

– Io non ho scritto ancora niente; ma aspettate.

E Giosuè si sedette al suo tavolo e scrisse una quindicina di cartelle che rilesse soltanto nel salone affollato, e fu un vigoroso discorso polemico; certo il suo più lucido e più bello.

La sera, sui lungarni, si riparlò dell’avvenimento del giorno e gli manifestai il proposito di scrivere, appena mi fossi ridotto a casa, un articolo:

– Ma non avendo mai scritto bisogna che ci pensi su due volte; e poi lo pubblicherò su di un giornale settimanale, che si chiama il Libeccio.

Dopo una settimana spedii, sotto fascia, a Giosuè il Libeccio con l’articolo, e con mia maggior vergogna, dopo due giorni, l’articolo fu riprodotto nella terza pagina del Nuovo con in testa, come un pennacchio, un corsivo di Giosuè.

Dopo qualche mese, avvenne quello che avvenne: la conversione, l’interventismo, la guerra, I colloqui e la morte.

INCONTRO

CON LA «SIGNORA DIANA»

In questa Mostra del libro sono esposti, a leggero contatto di una parete sottile, di quelle che filtrano e assottigliano la voce, i manoscritti di Renato Fucini, concepiti nello «studianaio» della villetta di Dianella (altana, granaio, cervello disabitato delle case agresti) che il Fucini volle diventasse la sua ufficina, scorrevoli novelle e sonetti in vernacolo pisano, e quelli di Giosuè Borsi, vergati con cuore e mano che non tremavano, tra il grandinar di morte, sotto gli spalti del fortino di Zagomilla.

La selva di Zagora, ferrigna di sterpi sanguinolenti, esplodeva, ai primi acquazzoni dell’autunno del ’15, dei bubboni fumogeni pavonazzi tra i boati che parevano provenire dall’Erebo; erano le granate che sfussandosi nella terra venivano rispurgate, tritumaglia d’acciaro e pietrisco. Le fanterie allineate sotto il muretto del cimitero di Plava, adeguate alla palta rossastra, parevano altorilievi di terra, cotta in uno stampo rovente, la torba del cielo incombeva sulla selva martirizzata. I cimiteretti eran tutti fitti di croci, piccole come pugnali d’ardito, ogni crocetta un fante.

– Giosuè, (tra noi apuani chiamavamo così l’amico dal nome sonante impostogli dal grande Giosuè Carducci) è sepolto là – mi disse, col fiato mozzo, un amico, vecchio del fronte.

Là, oltre l’Isonzo.

Il ciglio del fiume e la selva, e i costoni, brulicavano di granate, il cielo v’incombeva incenerito e abbrividito ad intervalli da lampeggiamenti gialli, forse a quelle luci di morte e di gloria sono stati scritti questi fogli d’una fermezza biblica in cui il vigoroso pensiero v’è inciso con una lucidezza da predestinato. Ricorsi, dalla tagliata del Planina, e ricorro oggi, con grande commozione, ai giorni in cui Giosuè, acquattato tra i canneti della Fossa dell’Abate, vedendomi sfalcare dai salicastri della «Pastora», cantava, a suo modo, una canzonetta, allora in voga: «Vieni, mio diletto pesciolino, vieni», e Giosuè rimeggiava: «Viani, mio diletto pesciolino, Viani». (Giosuè scherzava, chè allora sembravo uno scorfano, pesce tutto liscoso e spinoso).

*

Poco più in là, sotto una ciuffaia di oleandri, posava, a Plinio pittore, Grazia Deledda con la gravità di una sfinge, ferma come fosse stata di basalto, con un grande stupore negli occhi aperti e neri, la signora Griselda l’amorosa compagna del pittore (tutte ombre oggi) stendeva al bel sole di Versilia, come bandiere di pace, le tovaglie della mensa ospitale, i ragazzi strillavano tra le prunache fiorite di giallo limone.

La Laura, la bella sorella di Giosuè, e la signora Diana agucchiavano sotto gli ombrelloni che usavano allora, i pini salmastri.

Da allora una venticinquina di anni son passati, gli uomini industri hanno sommerso le sterpaie della Fossa sotto un caseggiato a blocchi, uso serbatoi d’una volta, che mantengono il freddo l’inverno, e sono frigoriferi nelle stagioni calde. Anche la Fossa dell’Abate, che, libera, sbisciava approssimandosi al mare, rivolgendo ora la foce verso bocca di Magra, ora verso bocc’a Serchio è stata incassata con pietre e pali e va dritta al suo destino.

Le facciate delle case, che guardano il mare, sono dipinte con calce viva, biancore di luce; le facciate che guardano le Alpi sono dipinte con pece e catrame, nero notte. Quando dalle finestre spalancate del mio studio, nelle nottate di stupore lunare, osservo la stenderia delle facciate, nere lapidarie, su cui pensioni e alberghi hanno scritto, in bianco, i loro nomi, la Fossa ha un desolato squallore funerario, grandi lettere maiuscole grandeggiano su di una muraglia: Pace!, e pare un «Qui giace»,

*

Qui giace, e per sempre, il ricordo di tanti spiriti eroici che al fruscìo dei canneti composero e pensarono e si placarono; la casa in cui fu composta Turandot è qui prossima; la casetta in cui Eleonora Duse passò gli anni della rasserenata vecchiezza s’umilia sotto un caseggiato vistoso, sul luogo ove sorgeva la capanna del pastore, in cui s’intanava di nottetempo Ceccardo per godere gli albori lunari.

Tra una nuvola di pecore, all’addiaccio, c’è oggi il «Conte verde», sotto questi pini, martirizzati dal libeccio, Grazia Deledda scrisse alcune delle vigorose novelle, D’Annunzio le Laudi. Ricordi che mettevano l’ali alla fantasia di Giosuè, quando dai queruli canneti s’affissava sul nasale del monte Gabberi, luogo di nascita di Giosuè Carducci. Dalla pinetina dirimpetto la signora Diana vigila il piccolo aquilotto.

Stamani, dopo tanti anni, ho riveduto la signora Diana in questa sala dove, in una custodia di vetro, sono esposti i manoscritti ed i cimeli di Giosuè. Sono così fitti i veli che la ricoprono che il viso è fuso in un’ombra notturna, soltanto i capelli bianchi tralucono.

Un amico, col tremore medesimo di quello che di sulla tagliata del Planina m’indicò la tomba di Giosuè, m’ha detto:

– Quella è la signora Diana.

– Questo è Viani.

Le tremule braccia di lei hanno aperto le gramaglie, il volto sacro di questa madre dei dolori è apparso in tutto il suo splendore niveo.

– Quello è il «Dantino», passato parte parte da una palla, che Giosuè aveva sul cuore, questa è la lettera che mi mandò dal cappellano del reggimento: l’ultima. L’ultima è una lettera di una venticinquina di facciate scritte con una calligrafia risoluta (la sua) ben allineata, composta, leggibile tutta. I pensieri, tumulti al galoppo, sono ben chiarificati sotto lo strettoio del torcolo riflessione, che più gira e più rassoda. Non un pentimento, nè una virgola di più o di meno. Calma assoluta e risoluta.

– Quando accomiatandosi per l’ultima volta tolse il «Dantino» dallo scrittoio, disse: «Mamma, questo libretto te lo riporterà qualcuno, perchè io non tornerò più. Me non mi vedrai più, qui; ci vedremo di là».

La salda effigie di Giosuè, esposta tra i cimeli, sembra assentire.

– «Questo cliché custodiscilo con molta cura, ti sarà richiesto assai». Sono le ultime cose che mi ha detto.

Dopo un attimo di silenzio le dico: – Ora ho un figlio anch’io.

– Allora basta così. Ritornate in via Faenza a Firenze, tutto è come ha lasciato Lui. Sembra di doverlo vedere uscire dalla sua cameretta cantando come allora: «All’alba come son poetici i pensieri».

Egli ora è all’eterna luce.

*

Passo dalla sala in cui sono esposti i manoscritti di Renato Fucini, le novelle saporite come il pane di grano nostrale intriso nell’arcile casalingo, i sonetti in vernacolo pisano impastati di sagacia e di meraviglia popolare, con sdottoreggiamenti di scienza, di poesia, di politica, sono intorno all’effigie pastorale di «Neri Tanfucio», sereno come un patriarca. Lì vicino è il suo cane bassotto. Il suo cavallo esopiano mastica erba su di una proda.

– Per isbrancarmi dalle torme maremmane ci volle tutto il vigore d’un buttero selvaggio, per domare la mia indole folle ci volle il nasicchio, la cavezza e il bacchio, ora mi dai a succhiare un beverone: «Siam finiti, padrone».

E «Neri Tanfucio» sembra sorridere a noi come in cuor suo sorrise alle doglianze del suo cavallo.

BATTERIA NERA SUL CARSO

I quattro pezzi furono battezzati «batteria nera» perchè tra le centinaia allineate nel parco di Piacenza, erano gli unici dipinti in nero. Un fabbricante di casse da morto, che fischiettando faceva gl’incastri a coda di rondine, allogato in uno squallido fondato confinante col nostro accantonamento, fornì un pezzetto di rovere, sul quale fu incisa la sigla e la dicitura: Batteria nera. Dirimpetto all’accantonamento c’era il palazzo quadrato, su cui è scritto: «Forse che sì forse che no». La xilografia della batteria nera fu l’ultimo saluto alle sgorbie, fatte con una stecca d’ombrello e manicate con una manopola della bicicletta di batteria.

Ogni mattina, dal portone del palazzo enigmatico transitavano signorine con i capelli accordellati, intonacate in cappe grige. Da certe cassette, che avevano una forte rassomiglianza con quelle dei rivenditori di coralli, capii trattarsi di studentesse di pittura. Subito dopo loro, lento e pensoso, passava un vecchio dalla lunga barba bianca mosaica, con una papalina nera: il maestro.

Non fu difficile introdursi nella scuola: il vecchio maestro, seduto su di una poltrona, teneva uno scialle sulle ginocchia, e le ragazze dilettanti parevano agganciate ai cavalletti colore terra d’ombra, tanto stavano col viso vicino al foglio.

Sopra il capo del maestro, giallo e velato di tedio, c’era quel celebre quadro ottocentesco: Pulsazioni e palpiti. Un adolescente all’estremo della vita, a cui il medico conta le pulsazioni, e dietro il medico, due vecchi, il padre e la madre, che palpitano per la vita del figlio. Anche i miei polsi batterono accelerati e il mio cuore ebbe dei palpiti: quel quadro era il primo quadro che io avevo copiato a tocco di penna nell’adolescenza lontana lontana, e allora l’autore di Pulsazioni e palpiti passava nella mia fantasia febbricitante con la statura di Michelangelo, di Raffaello e di Giotto, e invece era quel vecchio dalla lunga barba di Mosè, che si attediava sulla poltrona imbottita.

– Saprebbe dirmi chi è l’autore di quel quadro? – chiesi al vegliardo.

– Io – rispose egli, tra l’urlo e lo sbadiglio.

Salutai il vecchio, e quello fu l’ultimo saluto alla pittura dell’Ottocento e del Novecento.

*

La batteria nera, occultata da copertoni incerati, su di una lunga tradotta, il giorno dopo, filava verso il fronte, tra canapaie mareggianti. Ogni stazione dispersa nel canapile suscitava un vocìo nella tradotta. Il capostazione andava dalla macchina al vagone di coda come un deportato; il facchino bisunto, piantata l’asta della bandiera verde tra le connettiture delle pietre, pareva di sentinella; la famiglia del capo, tutta affacciata a una finestra, guardava la tradotta e le bocche da fuoco, nero inferno.

Per tutto quel giorno e la notte stellata e senza vento, la tradotta dinoccolò l’ossame sulle rotaie. I canti s’erano spenti e i vagoni trasportavano dei dormienti. Nell’umidore del primo mattino, a oriente, sul cielo turchino, si videro esplodere vividi bagliori elettrici e s’udirono degli strani tuoni, come se il cielo fosse stato un grande coltrone battuto. I draghi, come colossali chiocciole, parevano brucare le ultime stelle. Gli aeroplani nemici sembravano insetti su di un drappo di seta.

La batteria nera fu prestamente discesa e infrascata con rami di gelso e i soldati s’inoltrarono nelle erbe altissime. Come fu dolce il riposo; i soldati con le daghe recidevano l’erbe, – i palei commisti all’erba santa alla cedrina alle crocette ai trifogli, – per farne il capezzale. La primavera aveva steso ad asciuttare grandi nuvole bianche; il vento agitandole gli dava il turchinetto. La batteria nera fu messa sulle rotaie a cingoli, embricate, dinoccolate come le vertebre di un rettile favoloso. I quattro carriaggi pesanti, agganciati alla trattrice, si mossero su di una via maestra tutta festoni di rami di gelso, come se ci dovesser passare le Rogazioni: i mentastri delle fosse spandevano il profumo dell’erba Santa Maria, quella che le donne sparpagliano sulle vie, il mattino della processione. Quando si alzò il sole, lontane lontane si scorsero le pietraie del Carso che, di quando in quando, andavano in isfacelo tra una fumacea esplosiva.

Al vespero, i soldati della batteria nera, marciavano a rilento. L’ossa eran diventate pesanti come le schegge della bombarda; lo zaino aveva raddoppiato il peso, le cinghie risegolavano le ascelle, i piedi sbollentati avevano perso il tatto e il contatto della terra. L’effluvio, che alita sui campi ai venti della primavera, aveva preso di strinato. Il Carso era lì, visibile: case schiantate mostravano l’ossa rosse dei mattoni e il camino sgozzato; selve scerpate dalle schegge, cumuli di pietre focaie, tombe di sassi macinati. Un nome circolò sommesso: Calvario. I cristiani si fecero il segno della croce.

Dei soldati, come sfornati da una mattonaia, scendevano con l’andatura stanca dei bifolchi, che ritornano dalla mietitura: invece della falce fienaia, tenevano sulle spalle il fucile con la canna in avanti.

– Di dove scendete?

– Dal Calvario.

*

Nei campi di Bestrigna, la batteria nera ebbe il primo morto; un contadino del pian di Pisa massiccio come la pietra verrucana.

Quelli di campagna, seduti sul pancone di coda del primo pezzo, parlavano tra loro: – Gli anni asciutti sono poco abbondanti.

– Il grano stenta a germinare.

– Le piogge impolpano la terra e le fontane s’abbeverano per tutta l’annata.

Improvvisamente parve che fosse esploso il sole; gli uomini si gettarono in terra, come le guardie del Sepolcro dopo la Resurrezione. Un soldato rimase come una statua sull’erba. Il moro, su di una barella fatta di rami d’ontano, fu portato a ridosso della chiesetta di Bestringa e interrato, – tra una buttata di acacie esili, fruscianti medagline verdi, – insieme ad altri suoi fratelli in Cristo. Sopra un tumulo v’era un giglio alto e una epigrafe: Clementina Scoben, di quindici anni. Le tombe dei soldati s’eran coperte di roselline rosse.

La batteria nera s’inoltrò sul Carso, dove tutto era rosso mattone; le quote, l’erbe, l’acque, i ferri a pungiglione. Anche i proiettili sembravano di terra cotta, come i soldati. I quattro pezzi furono piazzati sul rovescio del Debeli, tra il lago di Doberdò e lo stagno di Pietra rossa, davanti alla Centoquarantaquattro, smottata dalle granate.

Sotto il Debeli c’era, tra poggi e falaschi, il cimitero della Brigata Arezzo disegnato dall’architetto Sant’Elia, il giorno, avanti ch’egli cadesse sulle quote dirimpetto. Sant’Elia era sepolto lì; ma come ritrovarlo tra le tombe che erano una tocca l’altra, sul terreno tribolato dalle granate? C’era stata l’azione di giugno e intorno alle mura del cimitero della Brigata Arezzo v’era lo sconvolgimento della morte. Tutti gli effluvi, la salvestrella, la menta, le rombici, che il vento folava dal piano sterminato, non rivincevano il bruciaticcio asfissiante.

Il cielo, su altissimo, coi cirri rosa su fondo turchino, in cui s’avvitavano aeroplani arcobalenati dal tricolore, a preda dei draghi gialli e verdi, pareva una delle sue costruzioni architettoniche basata sulla pietra del Carso. Nell’ultimo assalto Sant’Elia fumava una sigaretta e, sbuffando il fumo al cielo, gridava ai soldati: – Architettura fine. – L’ultimo istante della vita, egli si estasiava a veder le spirali celestine vanire nel nulla. Il cielo, per consolare il suo spirito, nei giorni sereni, pareva comporre sul suo sepolcro grandi castelli ed isole dell’aria, che i cannoni mandavano in isfacelo.

TROPP’ACQUA NEL MARE

A Parigi, prima che mi andassero in scadenza le vestimenta, ebbi agio di conoscere anche persone altolocate, Jean Richepin, Ottave Mirbeau, Guillaume. In quei tempi Richepin abitava nei pressi di Passy una discreta villa simile a quelle che si veggono sovente fuori porta, con giardino e cancello. Senza destar sospetti potei essere introdotto nella sala d’aspetto del poeta della Chanson des gueux. Con la complicità di una di quelle signorine che vanno in cerca di grandi firme, ero riuscito a compilare una lettera in francese col patto che, se Richepin mi avesse degnato di una risposta, questa spettava a lei. Consegnai la lettera al cameriere, insieme con un rotolo di disegni.

Ero rimasto solo nel salone e osai sedermi su certa poltrona bassa imbottita, a molla che mi rimbalzò per aria. Un tavolino laccato era pieno di ninnoli; delle riviste, che sembravano verniciate, erano stivate sopra un altro tavolo; disegni di «gueux», di straccioni, ridotti a buon fine dalle matite colorate di Guillaume e di Veber, spiccavano, entro cornici di lusso su una parete pisello nel cui centro primeggiava la caricatura del poeta fatta da Cappiello; altrove diplomi e medaglie d’oro, mazze di malacca, canini di avorio.

*

L’unico oggetto intonato all’opera di M. Jean Richepin ero io. Potei controllarlo entro uno specchio che mi raddoppiava: carduffi di capelli nero inchiostro, viso spolpato, occhi verdi e balenanti come quelli dei gatti, una cravatta nera a fiorami gialli, un cappello celeste misturato, con della caligine, un tabarro largo che mi riduceva come un colossale fico brogiotto quando, là verso settembre, crepano e cambiano di colore, un paio di scarpe stringate agli stinchi; in una mano teneva il cappello, nell’altra un bastone tigrato con la punta d’acciaio.

Il cameriere discese le scale a mani vuote con una bugia in bocca.

– Il poeta non è in casa.

Uscito, mi sedetti, nei pressi dell’abitazione del poeta, su una panchina verde come la speranza. La primavera era appena esplosa da un inverno nero inferno; tra pietra e pietra della via lastricata becchettavano degli uccelli; una limatura di cobalto pareva spolverata sul cielo d’acciaio.

Si vuole che Zenone, perdute in un naufragio tutte le sue sostanze, giungesse a rallegrarsene per avergli dato occasione d’attendere allo studio della sapienza. A me le vie di Parigi avevano messo in scadenza la risolatura delle scarpe e io profittavo delle interminabili soste che facevo sulle panchine, verdi come la speranza, per meditare e ricordare.

Davanti alla casa dell poeta della Chanson des gueux passò in quell’istante una giovane tutta discinta, dai lineamenti rotti e stanchi, dai cui occhi schizzava dell’odio che coloriva di jodio tutta la carnagione; un taglio rosso, una bianchissima chiostra di denti tremanti, un fremito di cenci mossi dal vento, e la donna era scomparsa. Lo spettro della poesia, in argot rimato, violenta e dolce, parve essere passato sulla facciata della casa di Richepin.

Poco dopo apparve lui in persona: tutto nero, con lo staio, un gilè verde speranza rinforzata, guanti gialli come le ghette, barba e capelli bianco schietto; un canino color terra, fermo sulle quattro zampette, guardava il padrone e pareva uno di quei canini che son sopra i cancelli di certe villette remote. Il poeta tutto lustro e colorato sembrava uno di quei piccioni di gesso pitturato che danno l’idea che da un momento all’altro debbano spiccare il volo.

Avvicinatomi risolutamente al poeta, gli feci capire, come potei, che io ero il disegnatore di cui aveva certo ricevuto la lettera e il rotolo.

– Credo di aver trovato il degno illustratore delle mie Bestemmie – disse; e, misuratomi con una occhiata, da capo a piedi, sparì dalla parte dove era sparita la donna, che sembrava lo spettro della sua poesia.

*

Non fu molto difficile intromettermi nella stamperia dove scriveva Guillaume, piccolo magro, dall’aspetto rigido e risoluto di un Robespierre, già segretario della Federazione del Giura, e di Michele Bakunine. Il piccolo Guillaume volgeva le spalle a una scatola di caratteri e la sopraffaceva appena col capo. Il visetto bizzoso e aggressivo vi stava davanti come una scure di ruota; le manine, piccole piccole, grufolavano, nervose entro i taschini del gilè; e con un piedino batteva il tempo. Guillaume, il rivoluzionario, era un assoluto doppione, nel fisico, del prefetto di polizia di Parigi, M. Lépine. Ebbi la non felice idea di manifestargli questa impressione; egli mi rispose con sopportazione: Je ne sais que vous dire.

Di poi mi parlò, con qualche esattezza, dell’Italia e degli Italiani: – Di quale regione voi siete e di qual paese? – mi chiese.

– Di Viareggio – risposi.

Al nome di Viareggio, ch’egli, ripetendolo infuriato, inghiozzò con accento sull’o, balzando sull’impiantito di tavole che gli fece da pedana, saltò un mezzo metro per aria e uscì in una sfuriata di parole. Quietatosi, mi disse chiaramente: – Maledetti i marinari del vostro paese!

In un francese bernesco, – Guillaume era nato in Svizzera, – mi raccontò una lunga storia, condita di acrimonia: Benoit Malon, riformista, timorato della legalità, per rimettersi in salute, s’era portato sulle spiagge solatie della Versilia, a quei tempi frustate dai tamarischi nei giorni di tempesta, e deserte nei giorni di sole. Malon, non molto pratico del nuoto, si era spinto al largo e fu travolto da un fil di corrente da cui sarebbe stato inghiottito se un marinaro non fosse andato risolutamente al suo salvataggio. – Che peccato! che peccato! – diceva desolato Guillaume, aprendo le piccole braccia.

Quando gli narrai l’accaduto di Richepin, diventò come spiritato e, affettando l’aria con le manine aperte, ruggiva e cantava:

On boirait donc tous au mêm’ verre?

On mang’rait donc tous au mêm’ plat?

Capii poi trattarsi di alcuni versi, conditi d’argot, che Jean Richepin aveva pubblicati in un libello, Père Peinard, tanti anni prima d’essersi trasferito a Passy e che Guillaume aveva ritenuti a memoria. Fu il piccolo Guillaume che mi aperse la via per andare da Octave Mirbeau.

Boulevard de Boulogne 8 era il domicilio di «Mirbeau la folgore», come ebbe a definirlo Auguste Rodin, ma l’incontro avvenne in un gran salone a vetriate fuligginose, in una via stretta, cupa, abbandonata. I fanali della macchina di Mirbeau lampavano sotto un arco, illuminando una miseranda bottega di anticaglie e dei muri di cortili sventrati. Dalle finestre dello squallido casamento molti occhi incuriositi s’affissavano sulla macchina da cui scese Mirbeau, tutto vestito di nero: l’energico viso, virgolato da due baffi scendenti sotto le labbra marcate, gli occhi folgoranti sotto la rupe della fronte il naso schiacciato e un fil di denti trapelanti gli davano l’aria del can mastino.

*

Nel salone c’era il fumo e la peste della nicotina e uno strepito assordante. Dei giovani aggruppati in un canto cantavano canzonette incomprensibili; tra la nebbia si scorgeva nel fondo una mescita di bevande; di bocca in bocca passò il nome di Mirbeau, che parve avere un fascino diabolico: tutti urlavano come se il casamento fosse stato in procinto di bruciare.

Quando Mirbeau ebbe ruggito il suo discorso, schiacciando sotto il diluvio delle sue parole, e delle sue accuse, l’universo mondo, soltanto pochissimi furono introdotti nel saloncino ove egli era andato a rinfrescarsi. Egli pareva discretamente tediato della compagnia; dalla sala venivano canti trasmodati, e dalla via urli d’avvinazzati.

A tratti, su quella fronte poderosa, passavano i tremendi corrucci dell’Abate Giulio, e i sarcasmi del Calvario. Al paese avevo letto, a puntate su di un giornale, il terribile romanzo, suo, Sebastiano Roch, scritto in persona propria: letture che colano dentro l’ossa delle cervella e vi rimangono fino che si campa. Alcuni che parevano di sua confidenza parlavano con il grand’uomo, di cose insulse. Mirbeau plasticava con le mani, come volesse mantrugiare quelle cervella rincotte. A me, in un momento come d’incoscienza, venne sulle labbra una domanda, di cui ho portato il bruciore della vergogna per degli anni: – Ma voi siete proprio il Sebastiano Roch? – Chi conosce quel romanzo può capire come io, subito dopo, domandassi di essere inghiottito dal pavimento. Mirbeau mi fissò stupito, misurandomi da capo a piedi; poi disse, come se non volesse essere udito altro che da me: – Sì.

LA FINE DEL QUARTIERE LATINO

Forse a qualche lettore distratto è sfuggita la notizia che a Parigi è finito il Quartiere latino. La notizia era scarna; pochi i particolari. L’ascesa vertiginosa dei fitti ha fatto snidare dalle mansarde la capelluta tribù dei fabbricatori di ipotesi, che si lambiccano il cervello in ebullizione con i perchè dei perchè; d’inverno martoriata dal freddo, nelle adiacenze della Sorbona, d’estate sciorinata alle frescure del giardino del Lussemburgo e consultante i sunti bisunti. Anche i proprietari dei caffeucci dell’inclito quartiere hanno fatto, sotto l’assillo medesimo, piazza pulita e si sono trasferiti altrove.

La notizia, come antico abitante del quartiere, mi ha riportato di botto a quel mio primo soggiorno parigino.

A quei tempi remoti, benchè ospite di un giovane filosofo Tebano, allampanato rigido e duro come un monaco della Tebaide, non mi occupai, nè lo potevo, di filosofia. Astratto e distratto, prendevo la vita com’era, gli avvenimenti come succedevano, all’avversa fortuna opponendo coraggio e rassegnazione.

Quando il mio ospite, inzavorrato di libri di formule e di sistemi, era stato inghiottito da uno scuro andito della Sorbona, scendevo nei giardini del Lussemburgo, i cui alberi neri erano fioriti di bambagia greggia del colore stesso del cielo grigio. Il verde delle panchine, verniciato dall’umidore, pareva dovesse tingere. Sul colore della speranza si sedevano dei disperati e pareva ci rimanessero impeciati, tipi di Diogeni ravvolti in un mantello di piombo, con la bisaccia a tracolla e il bastone, scalzi, con la pianta dei piedi risuolata da gronde di cappello legate agli stinchi con degli spaghi: fiatavano dalle narici della nebbia, quasi a confermare la sentenza del filosofo: La vita è fumo.

A quell’arie basse, tra quegli alberi che s’imparentavano con quelli dei cimiteri, aspettavo che il mio ospite avesse imbottato nel cranio, pelato dalle caldane, le interminabili lezioni di Bergson. Quando egli, tutto nero, appariva di fondo ad un viale, tristo in viso come uno che avesse bevuto aceto commisto con fiele, mi alzavo ed avevo la illusione di aver alzato anche la panchina. Il giardino, a quell’ora, si popolava di maschere e di spettri. Le maschere capitavano dalla parte di Montparnasse, fantocci simili ad un Velasquez deturpato, coi baffi all’insù, i capelli a zazzera, la barbettaccia a punta; e c’erano altri truccati alla Raffaella, coi capelli anellati dai rigori del ferro caldo, i pomelli e le labbra tinti di rosa; e c’erano dei falsi Rembrandt: gli studenti delle Belle Arti. Gli spettri scendevano dallo scalèo centrale, ombre peripatetiche incappate di nero e d’ombra, con la bianca dentiera in rilievo e gli occhi di maiolica. Le femmine, adeguate dal camice ai maschi, avevano i capelli tirati dal berretto di pelle, e gli uomini mostravano delle lunghe ciocche di capelli lustri. Entrando nel giardino, maschi e femmine, parevano andare nel Limbo dei santi padri; erano gli studenti e le studentesse di filosofia. Lì, mangiando poco pane, pareva si comunicassero, come i primi cristiani.

*

Il mio ospite era di questa progenie e faceva digiuni e penitenze per tenere, – diceva lui, – in più rigorosa ubbidienza lo spirito. Un giorno, transitando insieme sul ponte del Louvre, – la Senna era del colore del fango, come il cielo, che vi filtrava per il tramite di un’acquerugiola, stacciata fine fine, – non so qual diavolo m’indusse in tentazione di riflettere ad alta voce: – La vita è un fiume.

– Cosa hai detto? – e l’ospite spalancò gli occhi, e sigillò la bocca e, con un gesto convulso di una mano, sollecitava la mia risposta. Mi convenne ripetere che per me la vita era simile a un fiume.

– Dove hai letto questo?

– L’ho inventato da me. Del resto, – continuai come uno che vuol salvarsi da un pericolo che lo minaccia, – tu dovresti sapere che Federico Nietzsche ha paragonato l’uomo a un ponte: ora vi sono ponti di ferro, di pietra, di legno. Ma non potei portare a fine la tesi, perchè il filosofo Tebano m’interdì di continuare, volendo prendere nota, per filo e per segno, di ogni mia digressione sull’interessante argomento, il che si proponeva di fare la sera a domicilio.

Giù, sotto i muraglioni, accenciati uno sull’altro si scorgevano dei figuri d’uomini, scarniti, umiliati, come quelle ombre dantesche che, per sostener solaio o tetto, «si vede giugner le ginocchia al petto». Quegli esseri, preparati alla rivelazione delle grandi ore della Provvidenza, che suonano quando tutti gli sbocchi della vita sembrano ostruiti, le aspettano lì, prossimi al fiume, che io incautamente avevo paragonato alla vita.

Le campane di Notre Dame, la tozza cattedrale dalle braccia tronche, suonarono come annunziassero che le grandi ore della Provvidenza stavano per rivelarsi, e alcuno di quegli spettri alzò il capo verso il cielo tenebrato, con un lampo d’ultima speranza negli occhi già velati d’ombra. A quei tocchi il filosofo soleva ridursi al suo domicilio.

Per tutto il tempo intercorso dalla mia definizione della vita al suono delle campane di Notre Dame, il filosofo, camminando a capo basso, pareva che ogni tanto dovesse ingollare delle nocciuole col guscio, perchè spalancava gli occhi e si slargava il colletto inamidato. Quando ritransitammo il ponte medesimo ed egli ebbe poggiato il piede sul punto stesso in cui io lo avevo inchiodato con la mia affermazione, si dismagò e con tono inquisitivo, mi disse:

– Qui tu hai dichiarato che la vita è un fiume.

Ci fermammo sul pilone centrale e, appoggiati alla spalletta, si guardava la gran fiumara lutulenta, che pareva con gl’ingorghi voler tirare a risucchio le pietre. Si accesero i lampioni; le sirene dei vaporetti, ravvolti nel caligo, sembravano muggiti di mucche travolte dalla piena. Il filosofo si martirizzava sulla definizione, ed io pensavo che quelle acque vorticose andavano al mare, e sul mare c’erano aperte le vele delle barche del mio paese, e socchiudendo gli occhi vidi una grande luce.

Il ponte pareva che ogni tanto dovesse franare: veicoli pesanti lo terremotavano; una masnada di gente vi strepitava sopra; le antiche vetture, a tendine calate, poichè i cavalli erano occultati dalla folla, sembravano dei confessionali sulla portantina; gli studenti della pittura falsi Velasquez, Raffaelli deturpati, Rembrandt trasmodati, sonando pifferi e saltando conturbavano gli spettri scarniti dalle deduzioni filosofiche, che a quell’ora si ritiravano alla meditazione.

Il filosofo Tebano, dopo una lunga riflessione sul corso vorticoso delle acque, rotolò cupo verso l’opposta riva, ed io andai dopo meditabondo. Silenziosamente raggiungemmo il Quartiere latino che sembrava una fiera. Sull’imbocco di un boulevard, la statua dell’arcangelo Michele, armata del brando serpigno, pareva volesse far respice finem di quella baraonda di forsennati; la grande Ruota pareva precipitata dal cielo per macinare quella gente, quando fosse stata affettata.

– Cos’è tutta questa baraonda, chi sono tutti questi spiritati? – dimandai al mio ospite, ancora ingrugnato.

– Questi sono studenti – rispose il filosofo.

*

Quella sera lontana, ridottici al domicilio, il filosofo Tebano spettrale, prendendomi un polso con una sua mano marmata, mi disse: – La vita è un fiume?

– Che, se si divide in molti rami, secca.

IL PIÙ MINUSCOLO

GIORNALE D’ITALIA

In questi giorni è passato a miglior vita il marchese Lorenzo Bottini, che per trent’anni diresse il più minuscolo e battagliero giornale cattolico d’Italia: l’Esare.

Per il discreto formato, quel foglio, uguale a una comune pezzuola tascabile, il popolo lo chiamava l’Esarino, ma da una cosa ampia, solenne e travolgente il foglio traeva il suo nome: dall’Ausero, dal risonante Serchio.

Se il Serchio costò tanto ai lucchesi, quando essi, con un’opera ciclopica, da affluente dell’Arno che era vollero avviarlo al mare in un letto suo proprio e con una foce distinta, l’Esarino costava assai poco: centesimi due.

Ma regale era il luogo in cui si stampava l’Esarino: il palazzo Bottini detto del «Giardino», edificato dal Buonvisi, – dal nobile e grandioso ingresso architettato dal Buontalenti, nella cui parte tergale apresi una vasta loggia, alla quale si ascende per ampia gradinata, dipinta con sfoggio di grandi figure e di ornamenti, – nelle sue stanze, più modeste e degradanti verso Santa Chiara ospitava l’Esarino.

Il marchese Lorenzo Bottini alla sfolgorante bellezza della sua sontuosa residenza, che mani maestre, il Beccafumi ed Arcangelo Salibeni, avevano abbellito di superbe decorazioni, per battagliare con la penna aveva preferito un modesto propugnacolo: «e chiudetevi nei vostri propugnacoli». Egli vi passava intere le sue giornate; stanzetta piccola, arredata di un solo tavolo pieno a cataste di giornali, in prevalenza cattolici, fumando accanitamente sigaroni virginia.

Quando il Bottini traeva dalla guaina di foglia di tabacco la sottile pagliuzza pareva che sguainasse un affilatissimo stile, e lo stile di L. B., – egli non ha mai firmato per esteso, – era sottile e tagliente e pungente. L. B. delle pagliuzze, che premurosamente conservava affascettate, aveva fatto come degli ideali trofei; e a centinaia e migliaia sono ora sparse in ogni recipiente, munito di qualsiasi orifizio, sopra i mobili di stile nelle sale magnifiche.

*

L. B. era alto di statura ed aveva una bella testa, risoluta come quella di un soldato e serena come quella di un apostolo. Negli occhi limpidi era spenta l’acrimonia. Egli, anche quando dietro alle sue spalle quadrate latravano gl’indemoniati, incedeva, per le anguste vie di Lucca, franco e determinato. Polemista pungente, ironico, aggressivo, attaccato alla Chiesa e al Papato, maltrattò quotidianamente la geldra dei suoi nemici.

Quante volte turbe di esagitati, di giorno e di notte, al grido: «al Bottini! al Bottini!» si sono indirizzate in via Santa Chiara e hanno frantumato la vetraglia e l’insegna dell’Esare, Iddio solo lo sa.

Ma L. B., armato solidamente dalla sua fede incrollabile, aculeato dall’interno raccoglimento, dalla rettitudine delle opere, dalla purità dei pensieri, dal disprezzo per le basse cose del mondo, dalla costanza nei travagli, dalla speranza nell’eterna gloria, l’indomani, forte e altero, risfidava impavido la mischia con una tranquillità e una sicurezza da fiaccare ogni più forte resistenza. Tetragono, fermo e stabile, come corpo che posa su quattro canti, affrontava i colpi della fortuna e del mondo pacatamente; metodico e tenace nel lavoro, tra subbugli e tempeste che avrebbero piegato anche un querciolo, L. B. per trent’anni ha combattuto tutti i nemici della fede.

Durante la guerra l’Esare fece una energica propaganda patriottica tra il popolo minuto; e L. B. che in tutta la sua vita aveva principalmente combattuto socialismo e massoneria, fu subito consenziente al Fascismo e uno dei primi ad aderire al Centro nazionale cattolico, onde ebbe particolare dichiarazione di approvazione e di riconoscimento.

Lorenzo Bottini che da giovanissimo aveva collaborato all’Amico del Popolo e al Fedele fu chiamato, or è qualche anno, a Roma da un nobile signore il quale gli affidò la direzione di un quotidiano; ma a cagione di un certo portone di un palazzo patrizio, che dal 1870 in poi era chiuso a metà e dalla voce dell’Esare il Bottini se ne ritornò alla sua Lucca.

La tiratura dell’Esare non oltrepassava le mille copie – salvo negli avvenimenti eccezionali – e, dato il modico prezzo esso non veniva spedito per posta agli abbonati lo recapitava alle case una vecchietta nanerottola, moglie del gerente responsabile la quale zampettava tutto il santo giorno per le vie di Lucca e benchè cominciasse all’alba, la sera non aveva ancora ultimato l’opra; e v’erano degli abbonati che ricevevano il giornale l’indomani.

Sulla testata del foglio, più stretta di una spanna, c’era inciso il Ponte del Diavolo, quello che rampa sul Serchio all’altezza di Fornoli. Questo bisticcio del «Ponte del Diavolo» sull’impetuoso giornale cattolico fece congetturare moltissimo per sapere se il Diavolo fu su tal ponte mortificato ed umiliato od ebbe ragione sul Santo che la leggenda vuole architettasse l’imponente passaggio sul Serchio. È certo che il Diavolo vi lavorò come manovale per la ghiotta promessa di un’anima, appena che fosse stata collocata l’ultima pietra, e invece, dopo essersi stremato di forze, ebbe in guiderdone un ferocissimo cane, che gli si avventò e lo messe in fuga.

Ma, se il Bottini stampò il Ponte del Diavolo sul suo giornale, reputò che il Diavolo lì ebbe la peggio e che il vittorioso fu il Santo.

*

Lorenzo Bottini ha lasciato per testamento la collezione del suo giornale alla Regia Accademia di Scienze, Lettere ed Arti, presieduto da S. M. il Re, della quale egli fu per tanti anni vicepresidente. «Lascio alla Reale Accademia lucchese in legato la mia completa collezione del giornale Esare per trent’anni da me diretto e nel quale svolsi con sempre uguale carattere la mia attività di giornalista a favore degli interessi cittadini e in difesa della religione cattolica, lieto di poter oggi constatare come siano stati compiuti i miei voti di cittadino e di cattolico».

Molti ricordano il fervido discorso pronunziato dal marchese Lorenzo Bottini, nella sua qualità di vice-presidente della Reale Accademia di Lettere, Scienze ed Arti, quando questa nella seduta solenne convocata nelle magnifiche sale della Pinacoteca consegnò il decreto di nomina a suo socio al trasvolatore Carlo Del Prete, dopo il fortunato volo con De Pinedo. L’aquilotto azzurro, tra tutti i soci in conserta schiera nera, si fece avanti verso l’imponente figura di Lorenzo Bottini che la vecchiezza virile aveva ridotto ieratica e dalle sue mani tremanti ricevette il plico con la fermezza con cui riceveva i fogli di comando.

Il passaggio a miglior vita del marchese Lorenzo Bottini a cui ha assistito come medico e come amico il padre dell’aviatore è stato serenissimo: «Chiedo perdono a tutti, a tutti quelli che io avessi offesi e contristati anche inavvertitamente, perchè Iddio nella sua infinita misericordia, si degni concedermi la piena remissione dei miei peccati. Prego di pregare fervorosamente per me affinchè mi siano abbreviate le pene del Purgatorio, che purtroppo ho meritato. Desidero soltanto che al mio trasporto siano invitati i Frati Minori e i Cappuccini, come miei confratelli, sotto la paternità comune del serafico San Francesco d’Assisi».

*

Nelle volte istoriate v’è un convito degli Dei con grande copia di figure allegoriche e di personaggi mitologici: Andromeda allo scoglio, Ganimede rapito e Fetonte precipitato dal cielo. Sotto questo sfolgorìo, nel dolce capestro del saio ruvido, giaceva l’uomo, che fu impetuoso e fiero cavaliere della Fede. Il pensiero ricorreva a certi trionfi tiepoleschi in cui i santi vengono trasportati dalla terra al cielo.

Nel breve ambito in cui per 30 anni cigolarono la ruota e il torchio, che stampavano l’Esare, c’è un grande silenzio; ascoltando attento, si potrebbe udire il lento lavorìo dei tarli. Le pagliuzze sottili dei sigari virginia, che ognuna vide nascere un fiammeggiante articolo, sono invisibili. L’Esare da qualche anno è morto. Ma chi è, fra tanti in gramaglie, tra le suore e i frati francescani salmodianti, quel vecchio semplice ed umile, che tiene con tanta dignità un cordone della bara, in cui giace Lorenzo Bottini?

È Carlo Azzi che per oltre venticinque anni fu arguto collaboratore e cronista dell’Esare.

E il gerente? e la vecchietta nanerottola, dove sono? Certo essa zampetta ancora sulla interminabile via punteggiata di astri con l’ansia di compiere prima di buio la sua opera, ma lassù le giornate sono lunghe, eterne, infinite.

PARABOLE

La casa ove visse e morì Francesco Carrara è situata sotto le mura di Lucca: fiancate larghe, vani in proporzione, porta capace, andito, largo. Il tempo ha dato all’edificio il tono di una vecchia cassa di castagno; lavorando di fantasia sembra che dei titani abbiano scaricato costì questo colossale dado cementato di pietre. A un paio di metri dallo zoccolo vi è un quadratino di marmo, piccolo piccolo, con su scritto a guisa di indirizzo: professore Carrara.

Nel fondo del Palazzo del Governo spicca il monumento elevato al Grande, assiso sopra un sediolo savonarolesco. All’ultimo piano della Biblioteca Regia è allogato il Museo Carrariano nella severità di un antico coro biblioteca dei frati di Santa Maria Nera. Dentro uno scaffale reticolato il manoscritto del Programma, la toga e il collare. Nel fondo a stampatello romano su carta al tino: «Doveri del difensore»; 1° Studio, 2° Coraggio, 3° Lealtà, 4° Assistenza officiosa fino all’estremo. 1° Studio del fatto e del diritto, 2° Coraggio: Reverenza sì ma timore mai: la viltà è qui delitto; 3° Lealtà: distinzione non positiva ma negativa. Non dobbiamo essere traditori, delatori, aiuti all’accusa, ma neppure falsare con male arti il vero che da noi si conosce; 4° Assistenza: assistenza e conforti usque ad finem. Visite, suppliche, grazie, raccomandazioni ai superiori del carcere; 5° Non venalità: che il ricco ci paghi è dovere, ma quando l’accusato è povero noi dobbiamo usare ugual diligenza, ugual valore. –

Intorno al quadro di queste massime vi sono tavoli di noce tappezzati di manoscritti ingialliti, del tono dell’ossa calcinate. Sull’ultimo tavolo c’è il manoscritto de L’Incendio di Cartagèna: «Tragedia di Francesco Carrara in età di sette anni». Anche la bozza del frontespizio è di suo pugno. Calligrafia vigorosa, tagli corti, inflessibili, le maiuscole adeguate alle minuscole, conseguenza di grafico dominato da una costante forza unitaria. Argomento: Ara, principe di Troja, è innamorato di Annetta, figlia di Oreste, re di Cartagine. Ma la giovine principessa non pare troppo disposta ad assecondare le voglie del sua nobile amatore, il quale se ne duole col padre di lei con sì aspre parole da metter capo a una sfida. Nè basta: irato sempre, si sdegna anche con Marmut, generale del re. Perduta ogni speranza di possedere Annetta, – che egli finisce per reputare indegna di succedere, quando che sia, al padre e di regnare, – muta in odio l’amore e del rifiuto si vendica incendiando Cartagine. All’orrendo spettacolo non regge la pietosa anima della regale fanciulla e corre a gettarsi nelle fiamme. Avrebbe voluto soccorrerla Oresto, capitano di Ara, ma questi glielo impedisce. Ne nasce un combattimento fra i due nel quale il principe trojano soccombe. Data 1812.

Nel 1818 il Carrara vince un così detto «Concorso di premi» con poemetto in rima intitolato: La fortezza di Regolo:

Tu che d’incliti Duci il nome, o Musa,

togliesti a Lete coll’eroica tromba,

onde pel ciel la fama lor diffusa

spezza l’orror della marmorea tomba,

reggi mia voce a poetar non usa.

*

Su questi tavoli è teso l’arco di una volontà ferrigna; la parabola della vita, ove il mito ellenico s’avvinghia alla realtà agghiacciante, è tutta trascorsa. «Simmetria logica?» «Arcane parole di Enrico Ferri». Certi fogli di appunti processuali sembrano carte gnomoniche. Da un centro solare (che immagino il grafico della verità) saettano delle rettilinee intatte e punteggiate contrassegnate ai vertici da nomi o da segni cabalistici; altri circoli (le relatività, forse?) sono intersecati in quel ginepraio e alla loro volta proiettano altre linee nello spazio e ombre. Qua e là (l’incubo?) segni graticolati. «Assistenza fino all’estremo. La viltà è qui delitto».

L’intonazione claustrale, che danno al Museo Carrariano gli scaffali della Biblioteca dei frati di Santa Maria Nera, è rotta dal carattere della maggior parte dei cimeli: pene, castighi, morte. A qualcuno parve che mancasse qualcosa in questo coro per chiudere la corona dei ricordi, e fe’ proposta che lo scheletro del sommo giureconsulto fosse decapitato e il cranio fosse deposto sul tavolo del suo scrittoio, come fermacarta a guisa di leggere il modulo ingiallito di questo telegramma: «Siate benedetto, il voto di ieri circonderà il vostro già grande nome di eterna fulgidissima luce», ricevuto dal Carrara il giorno in cui il Parlamento votò l’abolizione della pena di morte.

Quest’uomo d’ossatura possente, di muscoli salcigni, di faccia serena su cui spiovevano dei capelli anellati, ombrata dalle grandi ali di un cappello alla pievano Arlotto, stretto il collo corto da una pezzuola di colori a quadri, con una giubba di velluto spigato e un panciotto a due petti, con due brache semitiche congegnate al malleolo da solidi tricciuoli, calzato di pianelle di cuoio e che aveva in pelle in pelle la toga di Giustiniano e d’Irnerio, giunto al culmine della sapienza e della saggezza si beava davanti casa assistendo insieme ai ragazzi di strada allo spettacolo di Ciuccianespole e plaudiva con essi al furioso vendicatore delle ingiustizie.

Che arco ciclopico dall’Incendio di Cartagèna agli entusiasmi per Ciuccianespole pagato di debiti alla moda. Sul frontone di quest’arco ponete pure il bassorilievo in travertino del Programma, affiancate con i paludamenti della Giustizia e della Temperanza, sovrapponetevi a guisa di architrave il librone del Diritto, e giù, dall’un lato e dall’altro, effigiati in visi mortuari stretti tra le morse delle mani, il Diritto Civile e Romano, temi, giudizi e quesiti; ma, sotto, sentirete la voce di lui, che, simile al Titone della favola che valica i secoli senza incanutire e invecchiando ringiovanisce, urla a «Ciuccianespole»: «Ma che argomenti! Contro gli oppositori caparbi e venali, bastonate ci vogliono, e sode! Il mondo è sempre andato avanti a suon di legnate; se le biblioteche e gli archivi divenissero un deposito di nodosi bastoni e in campagna ci fossero più foreste e meno scuole, si starebbe meglio tutti».

*

L’ottimo amico e poeta Gabriele Briganti, il quale mi fa luce nell’intrico dei manoscritti e che da trentatrè anni dà amoroso destr-riga alle centinaia di migliaia di libri qui raccolti, non è disposto a fare onore al suo cognome: pende tutto, oggi, e forse sempre, dalla parte del nome. Scorgo nei suoi occhi ceruli che qui un deposito di bastoni ce lo vedrebbe di sopr’occhio cori tutto il rispetto al «professore Carrara».

Scendo tutto d’un fiato lo scalone della Biblioteca e girottolo per Lucca, e per distrarmi leggo tutte le insegne, anche quelle degli avvocati: caratteri di scatola vistosi, lustri, smaltiti, policromi. Mi sono accorto oggi che esistono anche i patrocinatori legali. Ritorno difilato nel cortile del Palazzo del Governo, fresco come un pozzo: il Grande è lì, fermo sul piedistallo, come l’immagine della noia; se non avesse il frac si direbbe che assistesse allo spettacolo di Ciuccianespole o, volendo essere maliziosi, che leggesse le insegne dei suoi colleghi, perchè lo stampo ride sotto i baffi. A proposito dei baffi, un dì il Fornaciari padre, giudice codino, impose al Carrara, prima di iniziare la difesa di un reo, di radersi i baffi perchè quella peluria era indice manifesto di liberalità e non poteva essere tollerata in veste ufficiale.

Fuggì Cupido

quando il terribile

barbitonsor

armò dell’invido

ferro profano

l’inesorabile

funesta mano

i baffi a radere

del tuo cantor.

Il paziente se ne giustificò così presso l’amata.

Parabole. Dalle tavole del Programma di eloquio biblico si converge verso il bastone di «Ciuccianespole» roteante nel teatrin di legno. Dai versi impennati, alla guisa del Tasso, che La fortezza di Regolo, si devia per una graduazione di sonetti e di odi verso l’elegia dei baffi e delle «comparse» in versi. Corrispondendo con Giuseppe Panattoni, tra loro adoperavano composizioni polimetre: ne trascrivo una dell’avvocato fiorentino all’avvocato lucchese:

O come Domine

non hai rimesso

il tuo processo

Cutelli e Orsina

che stamattina

dovea trattar?

. . . . . . . . . .

Al diciotto del mese corrente

fu rimesso l’affar dell’Orsina.

Deh! consola il meschino cliente

che indifeso non debba restar.

La sorte combinò al Sommo la parabola più stravagante: la decapitazione in effigie. Lo scultore Passaglia aveva modellato nello studio di Firenze la statua del Carrara che oggi è collocata nel cortile massimo di Lucca, ma quando fu tradotta in gesso non ci fu modo nè maniera di farla uscire per la porta e fu mestieri sottoporla al taglio della testa.

L’albero cade sempre da quella parte che pende.

GALANTUOMO BENIGNO

Che vi potesse essere un galantuomo maligno credeva fermamente il cerusico Giuseppe Giambastiani quando, nell’aprile del 1793, faceva incidere la lapide in memoria di suo padre Giovan Angelo: «Alla distanza di braccia quattordici da questo marmo riposano le ceneri di Giovan Angelo Giambastiani – Benedetto dai suoi concittadini che lo seppero galantuomo benigno».

Con la sesta delle gambe, basato il tacco a filo del muro su cui la lapide è murata, feci quattordici passi verso un viale cipressato e mi trovai sul tumulo del galantuomo benigno erba folta, fieno non mietuto, còccole amare.

Un uomo saggio guardava il mio tragittare melodrammatico sul Campo. Siccome il vecchio cimitero sta per diventare terreno fabbricativo egli pensò che le misurazioni fossero cominciate.

– Peccato, – gli dissi, – che questa isola verde scompaia dal cuore della città.

– E perchè tenere un cimitero in città? Cosa c’è poi da conservare? – riflettè l’uomo saggio.

Mi convenne fare il foscoliano: – Cosa c’è da conservare? Le tombe dei nostri padri!

– Già, non ci avevo pensato, – disse il saggio distratto, e soggiunse per consolarsi: – Ma il terreno lo assegnano all’Istituto dei Poveri Vecchi.

– E perchè non averlo assegnato all’Infanzia abbandonata? – dissi io. L’alba di fronte al tramonto rese perplesso il saggio.

*

Sulla tavola apparecchiata da una bianca tovaglia di bucato posi il quesito al Cavaliere Enrico Mazzarini: – Può esservi un galantuomo maligno?

– Bisogna premettere, – sentenziò Egli, – che gli uomini sono ottimisti in materia di galantomismo. Infatti, quando si vuol chiamare o interrogare uno di cui non si sappia il nome gli si dice: «Galantuomo!». Il proverbio malizioso insinua: – I galantuomini sono seminati radi radi come i carciofi, ma, quando viviamo a motore spento, li vediamo seminati fitti fitti come il prezzemolo. – Galantuomo, che ne dice lei?

La domanda fu rivolta ad un ignoto che mangiava a un tavolo da noi.

– I galantuomini e i birbanti si vestono del medesima panno, perciò è così difficile distinguerli, – rispose l’ignoto.

– È difficile, estremamente difficile conoscere i galantuomini a prima vista, – disse melenso il padrone dal banco. – Vedete quella triglia e quel sarago dipinti all’acquarello? Ebbene, voi non lo crederete: mi sono costati cento franchi l’uno; un pittore, che pareva quello dalle mille ire, mi saldò il conto con quel dipinto. Lo tengo lì per memoria. Un altro domandò il conto, ma, prima che io glielo portassi, mi pregò di togliere di tavola tutti i coltelli perchè non rispondeva dell’effetto che gli avrebbe potuto fare la somma. E via di seguito.

*

Il Cavaliere Enrico Mazzarini, educatore di cervelli e di stomachi, era urtato da queste speculazioni fatte durante il pasto. Egli è un sacerdote della mensa che per Lui non è una funzione fisiologica, ma un rito. Bel faccione roseo, lustro come scolpito nel marmo fior di pesco, occhi marmorizzati di vivido smeraldo, naso aquilino, mento aguzzo, colletto d’alabastro, fiocco volante, ben vestito, fiore all’occhiello; nervoso, impaziente, scansa le briciole, dà il destr-riga alle posate, mette sul mezzogiorno il coltello, scantuccia il pane, tritola un crostello coi denti intatti, respira, sospira, traspira, spira, sorseggia il vino bianco e il rosso, s’infila il tovagliolo nella fossetta soprasternale, s’accerta se i capelli siano scriminati a dovere, preme con un dito la noce del collo che risponde come un saltaleone, percuote ambo le mani sul tavolo. Silenzio perfetto chè la minestra è sul muggine, lupo del mare, i rapini, verde agro, son quelli di Ripafratta: per procurarseli Egli ha dovuto traghettare il Serchio là dove il fiume deciso di unirsi al mare ha infranto la ripa. L’anguille son quelle che sguisciano sui ratti argentati della Lima. Shelley e Heine son conditi nel dialogo breve perchè le ciliegie di Montemagno – «il Montemagno di più cupo argento fascia la sua piramide» – daranno la stura ai versi di Gabriele d’Annunzio. Ma, prima, il cacio brancolino manipolato sul monte della Croce, sciolto, come calcina cruda, deve stuccare le stratificazioni e quando il tutto sia messo sotto una lucida spera di vino trasparente di Candia allora si udrà il grido argentino: Cuore al vento!

*

Il Cavaliere Enrico Mazzarini è direttore e proprietario di un settimanale: il Ponte di Pisa, tanto piccolo che non servirebbe a strinare la caluggine rimasta sopra la pelle di un beccaccino spennato. Tuttavia il poeta Ugo Ghiron disse ad Enrico: Tu sei come il romano Coclite: Tu difendi il Ponte e la fede t’è scudo, l’agile penna spada. Se il Ponte di Pisa non strinerebbe un beccaccino, ha però, a volte, strinato delle barbe venerande e delle parrucche perchè Enrico Mazzarini, esuberante temperamento di giornalista battagliero d’antico stampo, uomo d’impronta maschia e originale, se ben si comporta al tavolino. Se Pisa non l’avesse incantato col suo Ponte, a cui Egli ha sacrificato un’intera esistenza con la passione che i più ignorano, Mazzarini per l’altezza del suo ingegno poteva spaziare di là d’Arno ed oltre. Yambo e Gandolin lo chiamaron fratello. Giuseppe Lipparini, nel trentesimo anno della fondazione del Ponte, aderì «alla bella festa in cui si onora la tenacia proba e intelligente di un uomo e di un artista che, nell’esempio del giornalismo, ha saputo dimostrare la nobiltà di questo che non sempre è, ma dovrebbe essere, una delle nobili arti».

Una notte ardente del ’15 un messo mi recapitò un plico del poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi: «Ti accludo il testo di un telegramma che stanotte ho inviato a Gabriele d’Annunzio. Credendo mandalo al Popolo d’Italia e al Ponte di Pisa: «Gabriele d’Annunzio. Milano La barbarie medievale non mutilava il testo di Tacito laddove narra come Germanico vendicò l’onta di Varo. Attenta una inutile offesa oggi a voi, o Immortale, e alle ragioni sempiterne di Poesia. Possa, Poeta, per me il vento dell’Appennino ruggire la mia grande ira e il mio impetuoso disdegno».

*

In questi ultimi anni gli articoli di fondo del Ponte di Pisa lunghi una spanna, segnati con tre stelle, ebbero acre odor di polvere: titolo, una parola sola: Punire, Galera, Incendiare, Esecuzione, Plotone! Corsivi acri e mordenti che misero il Ponte di Pisa sopra un’acquaforte. Sulla chiara fisionomia di Enrico non passarono nubi. Onesto e cortese, egli con fare patriarcale benediceva le nozze, augurava felicità ai neonati, ricordava affettuosamente e commemorava gli scomparsi.

Enrico Mazzarini, essendo un italico di concetto e di dottrina, equilibra la vita sulle colonne del Ponte; dopo l’augurio ai neonati e il saluto ai morti, consiglia: I funghi si fanno così: i morecci e i cocchi al tegame, si scolgono i tondini più belli e le cappellette si lasciano intatte; è bello, oltre che gustoso, vederle così! Gli altri pezzi si cucinano a parte o si uniscono alle cappellette a rinforzare il piatto.

Cucina semplice: olio, pomidoro bene sbucciati e ripuliti e tagliati a pezzi, uno spicchio d’aglio intero (la bassa cucina soltanto tagliuzza l’aglio) e niepitella.

L’uva.

L’uva ora risplende su tutte le tavole: è il momento del suo trionfo perchè è matura matura, esuberante di zucchero, di abbondanti succhi rigeneratori, ripiena.

La colombana pisana non lascia passare altre uve. Per bellezza, per colorito, per la dolcezza che è nettare non c’è altra squisitezza che la superi. O divina va che c’ingagliardisci la salute e vivifichi con la tua forte rappresentazione nella vita.

Un giorno, a mezzodì, l’ora in cui non accadono mai sciagure, passammo con Enrico sotto l’ombra del Campanile di Pisa, che, impassibile, sta a sentire le cose storte e le dritte che si dicono, si scrivono e si stampano sul suo conto.

– Come pende! – dissi io. – Cascasse ora!

– Pende, – rispose Enrico, – ma l’asse è diritto. Ecco un galantuomo benigno!

LA CASA DEL CANTORE DI «SAFFO»

In questa casa di stile arciducale in cui s’abbattono le ombre delle vele, ormeggiate nella darsena che è dirimpetto, al mattino del 25 marzo 1825 si svolse il seguente dialogo tra il maestro Giovanni Pacini, giovane tutto fuoco, e suo padre Luigi, tenore e buffo celebre.

– Mi vuoi seguire a Napoli? – dice con tono risoluto il figlio.

– A che fare? – risponde stupito il padre.

– Vado a prender moglie.

– Moglie? Sei pazzo?

– No, parlo sul serio.

Partono; strada facendo il padre domanda al figlio qual’era la giovane che aveva prescelta per compagna della sua vita. Il figlio ride e risponde: – La prima che incontro entrando in Napoli, e che mi piace, sarà mia moglie.

– Allora quando è così, – risponde con sopportazione il padre, – scrivo da Roma, dove faremo sosta, al mio amico Nicola Castelli, che ha una vezzosissima figlia, la quale gradirei assai che tu sposassi.

L’incontro avvenne ad Aversa. Giovanni Pacini, appena vide la vaghissima Adelaide, – così si chiamava l’angelica figlia, – s’accese per lei d’amore e in otto giorni fu celebrato il matrimonio.

– Questo si chiama, – dice musicalmente nelle sue memorie il maestro, – marciare a tamburo battente.

*

È possibile mai che il genio di Giovanni Pacini meditasse la Saffo, – come lo afferma una storica lapide murata sulla facciata della sua casa, – se non meditò nemmeno sul matrimonio? Vero è che il matrimonio è come la morte: pochi ci arrivano preparati o, se vogliamo essere meno funerei, «matrimoni e vescovati, son dal cielo destinati». Si narra che Lord Buckingham, valente conoscitore di quadri, quando gli presentarono i Sette Sacramenti dipinti dal Pussino, trovasse da ridire al quadro che rappresentava il matrimonio: – Si vede persin nella pittura quanto sia difficile fare un buon matrimonio.

Per Giovanni Pacini fu facilissimo: il genio è simile all’amore; è alato, ma cieco. Giovanni Pacini fece tre matrimoni. «Tutti e tre i miei letti produssero, la triade armonica per cui, come ognun sa, 3 via 3 fa nove, e io ebbi per conseguenza, oltre il completamento dell’ottava, anche la nona: ond’è che potei formare, con preparazione e risoluzione, partendo dalla dominante, l’accordo di nona sulla tonica». Che cosa vuol dire conoscere un poco le regole armoniche!

E in occasione del suo ultimo matrimonio rimpasticciò i noti versi:

Non è ver che sia la moglie

il peggior di tutti i mali;

è pazzia sol pei mortali

che son stanchi di goder

e li cantò in un convito d’amici.

Giovanni Pacini è stato anche prolifico di opere teatrali. Lo specchio della sua produzione dà la vertigine: dal 1813, in cui scrisse Annetta e Lucillo, rappresentata nell’autunno dell’anno medesimo al teatro Santa Radegonda in Milano, al giorno della sua morte, egli compose settantaquattro opere, dodici Messe, quattro inni, tredici cantate e poi sinfonie, duetti, terzetti e quartetti.

Saffo, la più celebre, è stata meditata in questa casa: sono viareggine quindi Saffo e Turandot.

La principessa torbida è nata tra i candelabri delle ginestre selvatiche nella pineta di ponente; Saffo qui tra lo scricchiolio, delle carene, lo strepito dei mazzuoli e il battito delle vele.

Saffo fu scritta con l’impeto della cascata: l’ultima scena, cioè coro funebre, recitativo, improvviso, tempo di mezzo e cabaletta, fu composta in due ore; tutta l’opera in ventotto giorni.

Durante questo furore creativo, il Maestro leggeva e rileggeva la storia e la poesia di quel popolo che fu la fiaccola di ogni umano sapere, Euripide, Sofocle, Eschilo, Omero, Tirteo, ma sopra tutto il Trattato musicale di Aristide. Facendo caso dei modi che i Greci usavano, – dorico, ionico, frigio, eolio, lidio, – e dei loro intermedi, – ipodòrico, iperdorico, – il Maestro si formò un coticetto del loro sistema: diatonico, cromatico, enarmonico, il primo nobile e austero, il secondo soavissimo e flebile, il terzo mansueto ed eccitante. Il lavoro, cominciato con indicibile gioia, fu bruscamente interrotto, e Giovanni Pacini corse a Napoli con la ferma intenzione di far cambiare il libretto. Il poeta Cammarano era pronto a contentarlo, ma che almeno gli facesse udire i due pezzi già vestiti di melodia.

Il Maestro si pose al pianoforte e gli cantò l’introduzione: «Di sua voce il suon giungea»; il poeta non lo lasciò finire, gli gettò le braccia al collo gridando: Maestro, Maestro, per carità, progredite: darete all’Italia un capolavoro.

Quando, per la prima rappresentazione di Saffo, il Maestro entrò nel teatro San Carlo, era tutto tremante e quasi fuori di sè. Il successo fu trionfale: quando i sacerdoti inveiscono contro Saffo, un sol grido s’intese in tutta quella innumerevole udienza. «E io caddi sul palcoscenico svenuto».

Giovanni Pacini capitò a Viareggio per fatalità. Da Catania, sua città natale, nella primavera del 1822 si recò per diporto a Fiumicino, ove era all’ancoraggio di uso un piccola bastimento appartenente a S. M. Maria Luigia di Borbone, duchessa di Lucca. Il capitano offrì al Maestro di fare un viaggio: «Accettai e sbarcai a Viareggio, ove, piacendomi infinitamente questa nascente città, fermai la mia dimora. Colà, feci costruire una piccola casetta».

Pochissimi sono i forastieri che sanno dove si trovi in Viareggio la casa del maestro Pacini. La pioggia e il salmastro han portato via il nero delle parole che il Municipio di Viareggio fece incidere sopra un lastrone di marmo: «In questa casa il genio di Giovanni Pacini meditò la Saffo».

Tutti sono attratti, a ponente, dalla casa in cui fu composta Turandot. La gente staziona fuori ai cancelli; guarda le vetrate, il portico, una madonnina «marginale», di quelle che si veggono ai quadrivi a cui arde sempre un lumicino. Edere tenaci s’abbarbicano ai pini, vialetti intarsiati di mattoni rossi riducono tutti all’ingresso; una pioggia artificiale pioviggina, nei giorni di sole, sulle erbe e le intenerisce. Giacomo Puccini amava le giornate piovose; ma par di udire dall’interno il suo perpetuo ottimismo «Se piove rido – E se non piove canto».

*

Intorno alla casa di Giovanni Pacini è un diffuso odore di tabacco e di pece. Le caldaie del catrame bollono sulla calata: i calafati, dopo aver ristoppato le carene, le impeciano: essi fumano nelle loro pipe di terra il «trinciato» forte. Le ombre delle vele variano sulle mura della casa; l’acqua sciaguatta tra la ripa e la nave ormeggiata.

Di su una prova un veglio,

tra ‘l guaire del cane,

che salta in tra ‘l cordame,

il tempo scruta e il mare

ed or, fumando, illude

il desio di salpare….

IL GIUSTI E I MAESTRI COLLERICI

Ferdinando Martini fu agile di mente e di persona fino agli ultimi anni della virile vecchiezza. Un giovane – di cui il Maestro leggeva un libro – di fronte a un vocabolo in gergo, gli consigliava di saltare. Il Maestro rispose che certi dolori articolari gl’impedivano, di fare l’acrobata:

– Alla mia età, non si salta più (il Maestro aveva allora settantanove anni).

– Si provi, Maestro

– Ma lei vorrebbe costringermi alla grotta dell’Inferno (caverna presso Monsummano, in cui si curano i dolori articolari) o alle Terme di Casciana.

Martini era stato, tanti anni prima, ai Bagni di Casciana e vi fu degnamente accolto. Dopo il ricevimento in Municipio, egli si mise a leggere alcune epigrafi murate nel palazzo e fu maggiormente colpito da quella consacrata ai Caduti di Dogali: «Più grandi della Fortuna – Più gloriosi dei vincitori – I vinti dell’Affricane Termopili – Nel gennaio 1887 – Scrissero col sangue – Sulle sabbie di Dogali – Il nome d’Italia – E qui voglionsi rammemorati — Perchè l’esempio loro – Educhi all’amore della gloria – Invigorisca l’amore della Patria».

Il Maestro, altissimo, s’era elevato per leggere con maggiore chiarezza la lapide slavata dal tempo, e: – Bella, – disse, – concettosa, chiara, veritiera, alta, commovente. Chi l’ha dettata? – domandò agli astanti. Il più ardito della comitiva disse, timido timido: – Lei, Eccellenza.

– Ma no, via non celiamo su cose tragiche.

– Si conserva l’autografo.

– Perdonatemi, allora.

*

Il Maestro non sapeva capacitarsi come io avessi lasciato il mare per domiciliarmi nel cuore della Valdinievole. – E dove abita? – mi dimandò. – Bagni di Montecatini, via Giusti, numero uno.

Il Maestro si levò dritto come un querciolo, socchiuse gli occhi, corrugò la vasta fronte, doveva correre col pensiero tutte le vie di Montecatini.

– Di fianco alle scuole comunali, – soggiunsi.

– Non ci sono strade.

– Ma c’è una casa su cui è murata una maiolica con su verniciato a fuoco: Via G. Giusti.

Il Maestro notò qualcosa in un piccolo taccuino; poi alzò le mani al cielo e parve aver detto: «Dio ti salvi dal dì della lode».

Comunque, io scrissi con certo orgoglio sul rovescio delle buste: Via Giuseppe Giusti, numero uno. Il padrone della desertà e sola casa di via Giusti, che me l’aveva affittata, per l’accumulo della sua corrispondenza aveva preso in affitto una casella postale.

Dopo quattro o cinque mattine, fu veduto il portalettere rurale, a naso in su, dirimpetto alle scuole comunali, che pareva guardasse se le rondini erano ritornate ai loro nidi. La custode delle scuole non sapeva capacitarsi di questa specie d’incantesimo del portalettere; alcune madri, che erano riuscite a stento a chiudere i figli nelle aule, dettero manforte alla custode; quello della nettezza urbana volle essere ragguagliato su ciò che stava succedendo; la guardia comunale nascosta con l’accalappiacani dietro una ciuffaia di oleandri fece civetta e, vedendo quel comunello di gente, si avvicinò circospetto, col compagno; il cane del macellaio cominciò a guattire dallo spavento; il macellaio appoggiato al ceppo come un vecchio boia disse: – Ci giuocherei che ha veduto quelli della lecciaia, – e, scesi i gradini del patibolo bovino, s’affacciò all’uscio, si attorcinò il grembiule alla vita e andò a ragguagliarsi.

La custode parlò piano, accennando il portalettere rurale che si era messo sul naso granito di ribulbi sanguigni due paia d’occhiali – È un quarto d’ora che s’è fissato sulle grondaie.

– Ehi, demonio, – urlò il macellaio al portalettere, – cosa speculi stamani; hai sconturbato il popolo e il comune.

– Le buste parlan chiaro, leggete, – e il portalettere mostrò agli astanti cinque o sei lettere: via Giuseppe Giusti, numero uno (presso le scuole comunali). La custode, quand’ebbe letto l’indirizzo, gridò: – Gesù Maria, Signore, è il signor marito della maestra, abita lì, lì dove tra poco batti il naso.

– Ma allora questa è via Giuseppe Giusti, – disse il postino scombussolato, – quel poeta bernesco di Monsummano. Ecco perchè è stato messo uscio e casa con le scuole; stamani mi sono capacitato di parecchi misteri.

*

Le scuole elementari, Giuseppe Giusti, l’aveva fatte, da privatista, proprio in Montecatini, da un prete, buon uomo in fondo e anco dotto per quel che faceva la piazza, ma subitaneo, collerico e manesco da cui imparò «Che buon pro facesse il verbo – Imbeccato a suon di nerbo».

Subitaneo, collerico e manesco, senza essere nè prete nè buono, fu anche certo maestro che, a forza di nocchini, ci voleva inzeppare nel capo le poesie bernesche di Giuseppe Giusti. – Ma non lo sapete voi che il Giusti è più difficile di Dante?

A quei tempi, di Dante noi si conosceva soltanto un bassorilievo che era scolpito sopra la porta di una farmacia (omonima). Dante per noi era collegato alla santonina, alla corallina e ad altri vermifughi consimili. Dante e amaro come il veleno, per noi, erano la cosa medesima.

Del Giusti si conosceva un pastificio (omonimo) in cui vendevano, belli caldi, dei panini di ramerino con dello zibibbo dentro; quando il maestro nominava Dante, noi si pensava alle cose amare; quando nominava il Giusti, si pensava ai panini di ramerino che costavano quanto un quaderno.

Il maestro, con un certo orgoglio, ci narrava come molte poesie il Giusti l’avesse scritte proprio sotto l’aula della nostra scuola, situata nell’altana del palazzo della Granduchessa di Lorena, ai tavoli del Caffè delle Regie Stanze. – Cose, – diceva il maestro, – da far rabbrividire a pensarci. – Noi si rabbrividiva invece nell’udire il suono metallico di un vettone di nocciuolo, pieno di nodi, col quale egli scandiva il metro dei versi. E si era còlti addirittura dal ribrezzo quand’egli proferiva la sacramentale parola terminale – O le imparate o vi finisco.

– Allora, loro – (quando il maestro invece di «voi» diceva «loro» grandi avvenimenti temporaleschi stavano per succedere) – allora loro domani dovranno ripetere a memoria le due ottave, che ora leggerò, del Sortilegio.

Fu quel maestro subitaneo collerico e manesco, privo di misericordia di Dio, che ci inzeppò nel capo (diceva lui, duro come una pietra) le poesie bernesche del Giusti. – Fareste vergogna a uno Stato, voi che siete stati istruiti qui nell’altana sotto cui il poeta scrisse i versi ornati di tutte le grazie dell’idioma toscano, se non li conosceste come l’Ave Maria.

*

Quando mi decisi di lasciare il mare per trasferirmi nel cuore della Valdinievole, – via Giusti, uno, Montecatini, – comperai, tra le minutaglie di un rigattiere, l’edizione completa di tutti gli scritti editi e inediti di Giuseppe Giusti, con alcune divagazioni che tengon luogo di prefazione e cura di Ferdinando Martini. Veramente da quelle parti si parlò sempre della Grotta Giusti, caverna plutonica (scoperta dal padre del poeta sotto Monsummano), nei penetrali della quale è anche l’«Inferno», in cui temeva di scendere Ferdinando Martini.

Un giorno, stanco dei cittadini rumori, ero salito, scarpa scarpa, sulla vetta di Montecatini alto, all’antica ombra della torre di Uguccione della Faggiola. Quando, stavo per sedermi sopra un bel sedile di pietra, da un rudere, sbucò un ragazzo trafelato e guardingo come un fuggiasco (costassù è severamente proibito ai ragazzi di spiegare la storia gloriosa del paese ai villeggianti, pena una multa assai forte). Il ragazzo, guardato bene a sinistra e a destra, declamò col cuore in gola: – Quello è il sedile…. ile, dove Giuseppe Giusti, stanco dei cittadini rumori…. ori, sedeva per ammirare il panorama…. ama.

Mi affissai sul capo del ragazzo, tosato a macchina rasa. Il cuoio capelluto palesava alcune lesioni riammarginate alla meglio. – Chi ti ha insegnato tutte queste belle cose? – gli dimandai.

– Il mio maestro, signore!

UN’OMBRELLATA DI VINO

La gente rivierasca sale le pendici della millenaria Pieve a Elici, assorta nel pensiero che qui, dove oggi mareggiano pallide e cenerine ondate di olivi, nereggiavano lecci abbarbicati alla roccia granitica che il mare, oggi così lontano, rodeva e frantumava.

Al fonte battesimale, di rude costruzione romanica, di questa umile Pieve dall’ossature di granito pietrificato, a cui i secoli pare abbiano dato lo spalmo della pece bollente, come allo staminare delle barche a vela, furono battezzati gli antichi padri nostri, tutta gente d’attracco e d’arrembaggio, ciurme erratiche, navilestre, le quali ricettavano in queste ombrose calanche le loro tartane.

Oggi dai paesi rivieraschi si scorgono i verdi pendii della Pieve a Elici, inghirlandati di vigneti feracissimi, protetti dal rigore dei venti invernali dalle brulle pietrose impervie Apuane, e questi luoghi sono la mèta di tante ottobrate. In queste mattine fresche, dai cieli tersi e celesti con nuvolette simili a quelle che vagano nei cieli del Mantegna, tra il cenerino argento degli olivi, su cui biancheggia il fumo dei casolari, acceso dall’oro dei pagliai, salgono, per antica usanza, verso le aie profumate di vino razzente, comitive di poeti e di cantastorie a celebrare la copiosa svinatura. La Pieve a Elici, Montemagno e Pedona, Mommio e la Sassaia e Stiava, lo Scosciato e lo Strinato risuonano di canti arguti e di risate strepitose.

*

Tra il folto di un oliveto, dietro il palazzo podestarile di Massarosa, tra una vegetazione di giovani oleandri, spicca un casamento di color rosa a stole bianche, come una stoffa del secolo scorso, stesa ad asciuttare su di una fiorita di aranci. Questa casa dalle sobrie linee granducali, come lo attesta una storica epigrafe, fu mèta a raduni poetici, i quali pare solessero avvenire nel mese d’ottobre, quando i tordi migrano verso i folti oliveti di Montecarlo: «In questa modesta casa dei Giorgini di Montignoso – abitarono alternativamente, per gran parte del secolo decimonono, i senatori Niccolao Gaetano e Giovan Battista Giorgini, benemeriti per servigi resi alla Patria – in diversi tempi e governi, e qui largamente ospitarono i maggiori uomini dell’età loro, tra i quali giova ricordare Giuseppe Giusti, Antonio Rosmini, Massimo D’Azeglio, Alessandro Manzoni, la cui figlia Vittoria, moglie a Giovan Battista Giorgini, qui si compiacque abitare nell’ultimo scorcio della sua vita, e qui si spense il 15 gennaio del 1892. – Il Municipio di Massarosa pose il 1911».

La bella e chiara epigrafe, dettata da Alessandro D’Ancona, mi ha invogliato a varcare la soglia della modesta casa ospitale, oggi di proprietà del medico condotto di Massarosa, Cosimo Pellegrini il quale l’abita e degno figlio di un poeta, ha lasciato la casa così come l’ha trovata: grande focolare con la cappa del camino della larghezza di una tettoia, carrucole e catene le quali cigolarono per far arrosolare le schidionate dei tordi, panconi di rude castagno bronzati dalle crepitanti fiammate dei sarmenti, scaffali su, presso le travature, dove si allinearono i recipienti del rosso vino locale, ganci da cui pendevano i prosciutti sapientemente drogati e impepati, con trofei d’agli e di cipolle. Sul pancone di sinistra soleva assidersi Alessandro Manzoni, compiacendosi d’ascoltare le favole narrate dai semplici paesani; su quello di destra sedeva Giuseppe Giusti, ascoltando il proverbiare arguto dei campagnoli, e nel pancone di mezzo (il più alto e il più capace) stava tutta la comitiva coi familiari. Intonato alla semplicità ottocentesca della grande cucina è un ritratto austero e composto: il nonno del Pellegrini, quel tal signore a cui accenna Massimo D’Azeglio nelle sue Memorie, che trasportò lo scrittore, in barroccino, da qui alla Marina di Massa.

Il fratello del medico condotto, Carlo Pellegrini, professore e letterato, mi ha condotto nella camera modesta in cui, il 15 gennaio 1892, si spense Vittoria Giorgini. – Qui, il 18 marzo del 1922, è morto mio padre.

Non senza commozione io ho veduto la modesta camera dove si è spento l’unico, il solo poeta viareggino, Maurizio Pellegrini. Sul bianco davanzale marmoreo della finestra, foglie del sottostante limone, lanceolate, sembravano rami d’alloro, di cui il vecchio maestro fu sempre schivo.

Maurizio Pellegrini, novantenne, alto, con la fiera testa aureolata di capelli bianchi, passava, con lo stampo della sua pacata bontà sul viso, per le strade rettilinee di Viareggio, ch’egli per sessant’anni aveva educato nelle scuole, e si smarriva nella pineta o sul mare in un mite stato di grazia. Uomo e maestro modesto, felice di cantare in tono minore, quasi per non essere inteso da nessuno. Viareggino, e quindi uomo di solitudine operosa, risalendo i corsi dei fiumi, il Serchio o la Magra, nell’ambito della nostra terra conchiuse la sua operosità poetica.

Maurizio Pellegrini – pur non essendo stato un poeta universale, pur non avendo fatta la fortuna di nessun editore, nè provocate polemiche, nè spezzata l’ala nemmeno a una mosca, pur essendo vissuto solitario come un fior di selva, posto da Dio su una spiaggia di pescatori – si ebbe la lode di Giosuè Carducci ai tempi che l’«Apuano» rugghiava ai trafficanti della poesia: «Ella, nell’arte del verso, mi pare che vada sempre avanzando nel meglio; nell’ultimo volume sono cose veramente belle».

*

Pel vecchio orto passeggio accanto al fico

e i pergolati, mentre azzurro tace

settembre mite dalle bianche nubi.

Cantava, così verso il ’70, indugiando nel solitario orto della sua casetta, Maurizio Pellegrini, quando scorse, alla finestra della casa dirimpetto, un nobile signore assorto nella contemplazione del mare. Questi era Francesco De Sanctis, che forse pensava alla composizione del «Saggio» sul Parini. Ma il De Sanctis, lontano dai suoi volumi prediletti, forse non avrebbe scritto lo storico «Saggio» se il Pellegrini, che nel frattempo aveva stabilito cordiali rapporti con lui, non gli avesse messo a disposizione la sua biblioteca. Anche Francesco De Sanctis, in compagnia di Maurizio Pellegrini e del sindaco di Viareggio d’allora, Odoardo Arrighi, un impetuoso e dotto garibaldino, fece nel 1870 un’ottobrata su questi colli, sostando in Bargecchia Corsanico e a Pieve a Elici.

*

Oltre ai poeti e ai letterati, salgono con ogni veicolo ad ottobrare su questi colli i cantastorie di tutta la Versilia. Oggi sul rettilineo di Montetraito tragittava il cantastorie soprannominato «Vinaccia», il quale, cionco nelle gambe, era seduto su di un carretto a cui aveva aggiogato un ragazzaccio di strada. Vinaccia stringeva nelle salcigne mani il manico di un vasto ombrellone incerato; il quale lo difende dal sole e dalla pioggia. Su ogni stecca egli aveva legato un fiasco vuoto, che dondolava come un palloncino alla veneziana. A chi gli chiedeva dove andasse con quella specie di carretto trionfale, Vinaccia rispondeva: – Vado a fare un’ombrellata di vino, – e cantava:

Dall’ape verginella piglia effetto,

l’esempio piglia ancor dalla formica

che nel bon tempo non riposa in letto;

sappiti mantenere il tuo terreno;

stai a seminare e a piantare le vigne

che ogni ricchezza dalla terra viene.

– Ma tu stai a giornate sane a bighellonare sull’impietrato dei napoletani, – gli urlò un contadino che zappava la terra.

– È il destinaccio maledetto che mi ha sagrificato.

– Ma ti sei ancorato vicino ai vinacceri, e per questo ti han battezzato «Vinaccia», e quel nome ti copre bene come il tuo ombrello.

– Questi sono i ringraziamenti che dai a uno che ti dà, e gratuitamente, dei buoni consigli, ingrato che altro non sei, – disse Vinaccia, sollecitando il ragazzo a staccare il trotto.

Il contadino aveva ragione. Vinaccia si era accaparrato un posto sul pietrato dello scalo, dove ancoravano le loro barche i vinacceri napoletani, i quali facevano, commercio del vino isolano sui bastimenti, che tramutavano in taverne, e per questo era invidiato da tutti gli altri accattoni, come lui arsionati di vino. Anche gli accattoni avevano cento e una ragione d’invidiare Vinaccia, perchè lo scalo dei napoletani poteva dirsi un vero porto di mare: chi andava e chi veniva, chi mesceva e chi beveva, e ognun sa che quando l’uomo è abbeverato di vino diventa di cuore tenero ed è più propenso alla elemosina.

Gli affari di Vinaccia andavano a gonfie vele. Vinaccia si permetteva il lusso delle ottobrate, perchè in quel mese i vinacceri napoletani salpavano le ancore e andavano a celebrare il mese consacrato alla svinatura nelle calanche delle loro isole. Vinaccia poteva allontanarsi senza il pericolo, che altri gli sfruttasse il posto redditizio.

Vi fu però un’ottobrata in cui Vinaccia, benchè spargesse gratuitamente, e in versi, dei saggi consigli, si comportò verso se stesso da sconsigliato. Bevve a bocca di barile, e fece bere anche il ragazzo di strada che soleva aggiogare al proprio veicolo, talchè il ragazzo, sopraffatto dal vino, al ritorno, spiccò un trotto tale che, nell’impeto della corsa, fece ruzzolare Vinaccia sul ciglio di una erbosa fossa e non se ne accorse nemmeno dal peso. Il ragazzo, così alleggerito, giunse in un attimo sullo scalo dei napoletani, e il capo prese a girargli come una ruota del veicolo quando s’accorse che Vinaccia era sparito. Allora dette in un dirotto pianto. A qualcuno che gli domandava ragione di tanta disperazione, disse angosciato: – Ho perso Vinaccia.

– E allora piangi? Non lo sai che lui lì, chi lo perde ride, e chi lo trova piange? E tu vuoi capovolgere il corso delle abitudini? Fai una risata, e bevici sopra.

IL POETA DEI GRASSI

Pare che anche nel 1833 fossero di moda i Lazzari risorti e le donne allampanate. Un secolo fa era diventata l’ottava meraviglia la donna scarnita e strizzata; ma un pancione, – il poeta Giovanni Andrea Andreini, la pancia del quale era in magistrale plenilunio -, sciolse un canto ai panciuti dell’uno e dell’altro sesso in sestine stravaganti e sonanti. L’occhio, incantatore e maliardo, la guancia rosea come tocca dalle dita rosee dell’Aurora, il seno, il fianco procace, il braccio tornito ed eburneo, il piè che trasporta le fanciulle sui prati solatii, le gambe di veloce gazzella: ogni organo, o parte del corpo, aveva avuto dovizia di canti, ma la pancia era stata negletta e mortificata tra le ritorte della pancera.

Giovanni Andrea Andreini, ben complesso nella persona, sulle larghe spalle girava, con grande dignità, un testone largo come una luna in quindicesima e gli occhi vellutati erano il vivido specchio del suo cuore caldo e affettuoso «Pancia satolla cuore allegro» ed egli, che si satollava a dovere, era oltremodo gioviale e socievole

Eccovi il peso, il quale ben mi ricordo

ch’è di libbre trecento undici a lordo.

Trecento libbre e undici a lordo, uguale a chili centotrè. Tondo è il ricco edifizio del suo ventre che, nella massima circonferenza, misurava braccia due e un sesto bono, misurato a capello. Tutti fumino plasticati dalla Mano suprema, il magro, il paffuto, il bello, il brutto, lo sdutto, il panciuto, e perchè colui che è rubicondo deve essere argomento di riso e di trastullo? Se qualcuno ha l’aspetto, – da taluno ambito ancora, – il tener l’anima coi denti, a che superbire tanto?

Or dunque se madama la natura

con me benigna e liberal mostrossi,

e per risalto dell’architettura

appiccicommi un ventre de’ più grossi,

o perchè mi si deve dar del naso,

come fossi un omaccio fatto a caso?

Il poeta asserisce che il giorno in cui venne alla luce del sole era roseo e tondo come un putto del Tiepolo, e il parentado e il vicinato stordirono la puerpera con i «mirallegro», in chiave di basso, di soprano e di contralto. Lo misurarono e lo pesarono e lo scrutarono perfino con l’occhialetto, come gli antiquari soglion fare coi quadri d’autore e le medaglie, esclamando in coro: «È una meraviglia!». Ma, ci fu un ma: un maligno, magro all’osso, volle conturbare quella gioia suprema con una considerazione sulla pancina d’angelo un poco rigonfiata. Dopo un sogghigno misterioso e furbo, affermò che un giorno quella pancia avrebbe dato noie e disturbi.

*

Con l’andar degli anni, quel pancino diventò una pancia da fattore e l’Andreini ne prese le difese in prosa e in rima. I maligni, magri come paraventi, perfidiosi come gli uncini, dicevano: «La pancia è la disgrazia della vita. La pancia mena molti sulla forca. La pancia latra soltanto quando ha fame. La pancia è un’osteria, dove uno entra e l’altro va via. La pancia è un serbatoio di veleni. La pancia è una divinità senza gambe. La pancia è offensiva per l’uomo digiuno».

Per questi esseri stregati un uomo fornito di gran polpa e di pancia grossa diventa come un nemico dei loro nervi scoperti e tesati, come le corde di un violino. Se raccontate loro che Aulo Persio Flacco, il poeta latino, chiamò la pancia «Maestra d’arti, liberal d’ingegno», vi faranno una risata. Provatevi a raccontar loro che Cesare, imperator romano, ambiva circondarsi di uomini panciuti, i quali, egli narra, non gli davano nessun timore e la lor compagnia era, per il dittatore, riposante; mentre Bruto era magro, torbo e accigliato. Lo negheranno fino all’estremo. L’Andreini si conduole con i suoi simili:

Sappiamo in tanto, e ciò per vero s’abbia,

che non è, in corpo pingue, animo storto….

che raro un grasso si ritrova in guai,

e cattiva riuscita non fa mai.

Chi è che turba le amicizie con i dissapori, tra dame e cavalieri, armi e amore? «Lo voglio dire, anche a patto mi scoppiasse la pancia», prorompe a un certo punto il poeta dei pancioni «È sempre uno secco come un’arpia. Se nasce una baruffa, e qualcuno esce con un punto interrogativo rosso sul naso, sapete subito, mezzo miglio di lontano, che uno magro arrapinato si è incimentato con uno grasso e lo ha battezzato con delle puntate sul viso».

*

Esposte in generale le qualità che son connaturali all’uomo pingue, di cui son piene le antiche e le moderne storie, il poeta elenca tutto ciò che per la pancia nasce e si esprime. Vi avranno più volte raccontato che la plebe romana, ammutinata e ribelle alle leggi, erasi raccolta sul Monte Sacro e venne richiamata «Colla favola sola della trippa, – che l’andò ad infilzar Menenio Agrippa». Perchè sul più bello di una battaglia, più di un fello guerrier, presso alla vittoria, se la scantona e batte le calcagna? «Perchè non ama d’arrischiar la pancia – Incontro ad un archibugio od una lancia». Che si dice a uno che vive comodo, tranquillo e beato, seduto tra guanciali ripieni di minuta penna d’oca, con le mani a cintola, supino, con la pancia all’aria: – Il tal vive in panciolle. – Bella vita «uscir da cena, – poi sdraiarsi sull’erba a pancia piena» in mezzo a un prato e chiedere, pacifico, alle costellazioni, palpebranti nel remoto arco del cielo sereno: «Dite, la vita – la toglie Lui, La dona Lui? Parlate – tremoli pioppi, lucciole infuocate». Domande che non passano per il capo di chi ha il ventre svuotato, come una zucca frataia.

*

Ma v’è di più. Dalla pancia derivano i casati: e la stirpe Panciatica non è stirpe plateale, da tre braccia il franco o da dozzina. Udite: giureconsulto celebre e dottore fu di gran nome Guido Panciroli, reggiano, uomo di vaglia, rinomato per imprese, per sangue, per dottrina. I Panciatichi, fieri ghibellini di Pistoia, città dei lupi, non adatti a serbare la pancia ai fichi, con il loro ardimento misero più volte il territorio pistoiese in desolazione, uomini d’alto lignaggio, d’onore e di rispetto. Fu Cammillo Pancetta, professore, canonico d’alto grido, mitrato, priore e protonotaro. Gran scrittore il genovese Panza; Andrea, ,Giuseppe e Carlo Panciusce furono onor di Lilla e di Cambrai. Teologo Ugo Panciera, da Prato. Cardinale, insigne filosofo, medico e cerusico stimato il Panciera friulano, e Muzio Panza calabrese; e osti celebrati Buzzino, Buzzetto, Trippa; Buzzarò filosofo e mercante.

*

«Se il millesettecentottantasei, il dì 16 di marzo, – continua il poeta, – io venni al mondo e la mia mamma mi stampò fatticcio e polputo, equipaggiato di ventresca e lardo. – Ch’io ne disgrado il carneval lombardo», perchè devo oggi, fatto adulto, vergognarmi a mettere in mostra la mia pancia che, – ho dimostrato, – ha pregio anch’essa, merito ed eccellenza, e a torto il volgo insano la sbeffeggia?». Ognun ricordi che i Cinesi ripieni di sapienza. millenaria, chiusi nella muraglia grande che fa pancia, ossequiano e stimano il Mandarino che ha più pancia, e dalla sua circonferenza misurano il suo talento e la sua scienza.

Bisogna convenire che il poeta panciuto Giovanni Andrea Andreini era un cuor d’oro: il poema La pancia lo scrisse e lo stampò a sue spese, e lo mise in vendita a beneficio totale della gente magra come paraventi, e perfidiosa come uncini.

ALL’INSEGNA DI PROMETEO

I tre paranzellari che rinvennero il corpo di Shelley si chiamavano: «Papazzino», il «Generale», ed uno il Baudoni: soltanto l’ultimo si chiamava col suo vero cognome. «Papazzino» fu anche poeta improvvisatore dell’ottava rima. Quando dopo moltissimi anni, seppe che quell’Inglese affogato era un grande poeta si sentì come interessato a descriverne il rinvenimento con minuzia di particolari. – Viareggio allora era quattro case e dieci capanne: bastava fare un passo fuori di casa per intrufolarsi nel mare. Se uno del Messico, del Chilì, del Perù o dell’Uruguay fosse capitato a Viareggio in quei giorni, poteva aver l’illusione d’essere a casa sua. – Ma l’«Inglese» dove fu «straccato»? – nel gergo marinaresco la «straccatura» è il marame; ogni rifiuto che il mare getta sulla riva: forse l’opposto di attraccare? – Dunque dove fu straccato l’Inglese?

– L’Inglese fu straccato proprio nel posto dove oggi c’è il monumento. Io, il «Generale», e il Baudoni ve lo abbiamo sotterrato, e poi dopo tanti giorni vennero da Pisa dei suoi amici, lo scavarono e lo bruciarono.

Se il «Generale» e il Baudoni erano presenti alla narrazione di «Papazzino», assentivano con mugolazioni. Altri marinari davano un’altra versione sul rinvenimento della salma di Shelley. Alcuno asseriva che il cadavere fosse «straccato» a levante, proprio sul luogo ove oggi c’è il «Balipedio». Una cosa sola è certa: che le paranze che ricuperarono la goletta di Shelley erano di un certo Stefano di Antonio Baroni. Il più vecchio giornalista viareggino, Enrico Visco, carico oggi di anni e di acciacchi, ma vivissimo d’ingegno e lampeggiante di memoria, asserisce che il poeta fu arso a «levante» di Viareggio e propriamente dove è ubicato il «Cannone»; quelli che dicono diversamente errano da Shelley a Williams. Infatti quest’ultimo venne cremato con lo stesso rito, il 21 agosto 1822, dalla parte di ponente nei pressi delle «Due Fosse», località rammentata anche oggi con tal nome, e l’indomani 22 agosto di detto anno arse la pira del Poeta su la spiaggia d’oriente – in un punto assai deserto – con la sola assistenza delle autorità di quei tempi: i cannonieri, il capo Simoncini e il chirurgo Nicola Triglia. Questi particolari Enrico Visco dice di averli appresi da suo padre, Vincenzo, e ,da sua madre, Elisa, i quali li avrebbero appresi dalla bocca di G. D. Guerrazzi a Bastia in casa del loro avo Anton Giuseppe Visco.

*

Poco nota è la storia della taverna «Prometeo», che era proprio all’imbocco della popolare «via di Mezzo».

Se ti dà l’animo

d’andar per vezzo

vicino all’angolo

di via di mezzo

vedrai l’insegna

con la lanterna

del «Prometeo»

fatto taverna.

Su quei tavoli, sonori come tamburi, dove rullavano pugni e bicchieri è stata martellata l’epigrafe che fu poi murata sulla facciata della villa Magni-Maccarani in San Terenzo. – Da questo portico in cui s’abbatteva l’antica ombra di un leccio – il luglio del MDCCCXXII – Mary Godwin e Jane Williams attesero con lacrimante ansia – Percy Bysshe Shelley – che da Livorno su fragile legno veleggiando – era approdato per improvvisa fortuna – ai silenzi de le isole elisee.

O benedette spiagge, ove l’amore, la libertà, i sogni non hanno catene.

Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. –

Nella taverna del «Prometeo» dotti e indotti veneravano Shelley: lo veneravano tanto che quando, per tempestose vicende, il «Prometeo si chiuse, ne fecero aprire un’altra che si chiamava addirittura «Shelley». I tavernieri erano geldra varia: da Ceccardo Roccatagliata andavano al «gobbo Carnot»; santi e manigoldi s’impancavano a quei tavoli. Ceccardo declamava estasiato:

Rude, vento, che diffondi in suon di pianto

un dolore troppo triste per un canto;

fiero vento che se il ciel di nubi è fosco

fai suonar di notte a morto le campane;

uragano, le cui lacrime son vane….

e «Carnot» di sull’uscio urlava spavaldamente ai passanti: – Alto là! Noi siamo i figli di Prometeo!

Ai tavernieri capitavano lettere di Bovio, di Rosadi e di Felice Cavallotti, i quali non ignoravano la «taverna» perchè molte commemorazioni del «Poeta» sono state organizzate al «Prometeo» o alla «Shelley».

Per l’autorevole intercessione del commendatore avvocato Cesare Riccione, che pur essendo allora sindaco di Viareggio qualche volta capitò nelle taverne, il Bovio dettò l’epigrafe per il monumento di Viareggio: «Percy Bisshe Shelley – Cuor dei cuori – L’agosto del 1822 – Annegato in questo mare – Arso in questo lido – Lungo il quale meditava – al Prometeo liberato – Una pagina postrema – In cui – Ogni generazione avrebbe – Segnato – La lotta, Le lacrime, La redenzione – Sua».

E il Rosadi: «Cari amici. Quante cose sono mutate in cent’anni. Mutata questa spiaggia, dove le strade attestano al nome i suoi termini antichi – Via della Costa, oggi remota strada a più di quattrocento metri dal mare placido -; mutate le fortune d’Italia da quando le salme dello Shelley naufrago e del suo compagno Williams straccate [anche il Rosadi usò il gergo marinaresco] a breve distanza su questo medesimo lido, appartennero a due diversi Stati, chè Viareggio e Migliarino erano stranieri tra loro». E il Cavallotti: «Così da oggi le aure della Versilia, che ebbero gli atomi delle ceneri di lui, carezzeranno la bella giovane e immagine di genio tutelare del luogo». Ecco un telegramma di Novaro, della Reale Accademia d’Italia: «Percy Bisshe Shelley, creatura mattutina armoniosa d’amore e di luce destinata agli spazi ai silenzi alle solitudini sacre, giunta con smarrita gioia ai margini dell’infinito».

*

Oggi tutto è sparito. Morti «Papazzino», il «Generale», il Baudoni, sommerse dalla Viareggio nuova le taverne «Prometeo» e «Shelley». C’è rimasto il monumento, onesto di plastica, modellato da Urbano Lucchesi, morto anche lui. Una ferace esplosione di palmizi lo occulta ai passanti distratti che transitano sul viale degli oleandri. I rovesci di pioggia hanno slavato l’epigrafe, il salmastro ha ridotto come di basalto il busto.

A volte ai gradini si avvicina come ad un altare l’avvocato Cesare Riccione, colui il quale volle che il suo paese ricordasse «l’approdo maestoso», e tenta leggere l’epigrafe ch’egli ha stampata nella memoria, poi si allontana con passo lento come assorto in quel che scrisse il Carducci. «Con tutto ciò gl’Inglesi non han fatto, ch’io sappia, monumento a Shelley. Riparano gl’Italiani: s’è pensato di farlo a Viareggio».

Se il Riccione non fosse libero d’orgoglio potrebbe riflettere: ci ho pensato io. Ma ecco che egli si ridesta dalla meditazione; quasi automaticamente si è ridotto a casa, nel cui interno la signora Kraceniski mormora un canto con accordo di musica: «Musica, chiave d’argento della fontana delle lacrime dove lo spirito beve fino a che il cervello si smarrisce soavissima tomba di mille timori, dove la loro madre, l’inquietudine, come un fanciullo che dorme, giace assopita in mezzo ai fiori»…. Son parole e musica di Shelley.

*

Il mare, da giorni e giorni, rimbomba da Luni a Populonia:

Oggi è il suo giorno. Il naufrago risale,

che venne a noi dagli Angli fuggitivo,

colui che amava Antigone immortale

e il nostro ulivo.

Il sole che si tuffa rosso pare un rogo con crepitìo d’onde: la testa dell’«Inglese protestante» par quella di Farinata,

irraggia aria di gloria.

LA CASCATA DI SHELLEY

Le ossature dei colli di Lugliano e di Granaiolo sono le ultime che il Camaione rode brontolando, prima di quietarsi nel semicerchio della Lima, limpido e trasparente come il grande astro d’argento. Lugliano, dall’antico castello, stampa oggi, nero sul cielo turchino, il frassino secolare, capace di consolare con la sua ombra una trentina di persone; Granaiolo, un manipolo di case acchiocciate sotto il campanile, precipiti quasi in uno scerpeto, scampana festevole. Donne di monte, dal seno colmo ed affannoso, arrossato di rose damaschine e di garofani, agghindate a festa, salgono come capre per queste erte; uomini pianigiani, coperti di vestimenta gregge, con una bianca pezzuola al collo e la lingua fuori, come i cani, si sciolgono in gocce di sudore come statue di bronzo in fusione; spose fatticce, in carne come vitelle di latte, sedute, a piè di qualche faggio, fan sosta per allattare i poppanti; gli ambulanti, carichi di mercanzia, divorano con gli occhi viperini le scorciatoie; un frate cercatore, dall’irto pel del capo e della faccia, appoggiandosi alla ceppa di un castagno, scerpato da una saetta, riarsito dai riflessi delle pietre focaie, geme: – Domine salva me, – e si fa il segno della Croce.

*

– Oggi balla la vecchia, – dice un pastore, alludendo a quell’infuocato tremolìo che si osserva nelle ore più calde del giorno, prodotto dall’irradiazione del sole sui tetti e sugli alberi. Donne di monte, pianigiani, spose fatticce, ambulanti, frati cercatori, pastori, salgono verso l’infuocato Granaiolo, dove oggi si festeggia la Madonna della neve.

Anche sulla più aspra vetta del Rondinaio, che fa civetta da un ordine profondo di colli, non si scorge più un filo di neve. Un gruppo di pellegrini, che si è congregato intorno a un venditore di «Storie», giura che, ai tempi dei tempi, il giorno 5 di agosto, in Granaiolo fece una tal nevicata che non se ne vide mai una uguale nemmeno nel mese di gennaio.

Il venditore di «Storie», d’alta statura, di bel colore vermiglio – quello che danno il vino legittimo e il sole – con una barba apostolica sagginata e il cranio mondo come una zucca frataia, tesse i suoi ragionamenti con la finezza della seta; il bel toscano dei monti, è, qua e là, volutamente inzeppato di verbi anglosassoni e da strizzate d’occhio. Egli trae di seno, caldo bollente, il Libro de la vita dei Santi per ciascun giorno dell’anno, e il Libro dei quaranta, le carte da giuoco e finge confusione: – L’ho tolte ieri sera ai miei ragazzi, che si dannano, – e soggiunge: – Pazienza i ragazzi, ma ci si dannano gli uomini. Ora, una partitella così per divagarsi, uno scarto di toppa, una passata di zecchinetta, un giro di sette e mezzo reale, è ammessa anche dalla Chiesa, ma non mica passar delle domenicate sane per l’osterie e dannarsi il corpo e l’anima. Ecco, uno sfoglio così all’aperto…. Scommetto, – dice il venditore di «Storie», accennando a uno della comitiva, – che tu guasteresti la festa con uno scozzo di toppa…. Ascolta piuttosto questo libro, che è stato benedetto in Gerusalemme, e che Iddio ti perdoni.

Benchè tutti gli astanti siano stati zitti come tanti muti, egli dice con intonazione fiscale: – Ora tutti zitti, e chi si muove segna un peccato.

*

Il rivenditore mette a cavallo, su di un soprosso del naso rincalcato, un paio d’occhiali che dànno lampi ai suoi occhi di lupo, apre il libro della Vita dei Santi e compita fra sè: – Giugno, luglio, agosto, feste agostane: San Pietro apostolo, San Nicodemo discepolo, – e poi più forte, – Madonna della neve, – e, come quando il diavolo si finse corriere, abbassa il capo verso la terra. Poi legge: – Santa Maria della neve è la prima chiesa sorta a Roma (dove io andai a piedi come San Pellegrino, mentre voi tutti stavate a dannarvi per l’osterie col maledetto vizio del giuoco, e a me toccò far penitenza anche per le vostre anime). Un nobile romano, cavalier di Cristo come San Bianco, ebbe in sogno una visione, ove Maria, con una nevicata che cadde soltanto in un luogo, gli fè palese ov’Ella desiderava si costruisse il tempio. Questo tempio fu costruito un secolo più tardi e dedicato a Sisto III e a Maria. Ora ognun di voi si rechi con devozione al tempio, e non pensi al giuoco; al caso ci si rivede dopo le funzioni.

– Sì, – hanno risposto i pellegrini, già incantati dall’ambulante.

Seduto su di un grottone del Camaione, a guisa di uno scalpellino che lo riquadri c’è un viandante forestiero che sciangotta ardito ai pellegrini, stizzito come uno che abbia inghiottito una cucchiaiata di minestra bollente. Il viandante sbandiera una fotografia di questa valle, in cui, per la prima volta, dopo venticinque anni, ho potuto vedere il corso del Camaione, oggi occultato da una folta piantata di verdissime acacie.

I pellegrini danno al viandante la direzione di Granaiolo, ma il viandante, da certi gesti, par voglia infoltarsi come un cignalotto. Il viandante indossa una camicia verdona come l’erba già arrivata dal sole; sul viso fiammato spiccano due occhi celesti come il mare, ed è biondo come un albino; porta scarpe d’alpino, e un cappelluccio cenere sgrondato con una bella penna di verdone infissa dentro una coccarda rossa; nel sacco a spalla porta, oltre a indumenti, alcuni libri. Tra lo stupore dei pellegrini il viandante, nel suo idioma, fa molte dimande e mostra loro la carta ed è preso dalla inquietudine che coglie il rabdomante quando è in prossimità di un filo d’acqua.

Le meraviglie adiacenti alla valle dell’inquieto Camaione sono molte. Su alto, l’orrido di Botri, uno dei tanti luoghi a caratteri plutonici in cui si vuole sia stato Dante per descrivere approssimativamente l’Inferno; il Prato fiorito, un meraviglioso giardino salvatico oltre i mille metri d’altezza; la cascata del Tino, la valle della Cesta, il lago Santo, il lago Nero, il lago Scaffaiolo, la grotta di Macereto, descritta dal D’Azeglio nel Niccolò de’ Lapi, sotto Mammiano, e quella della Colombaia sul Memoriante. Verso quale meraviglia vuole ascendere il viandante quasi stremato di forze?

Il mistero è stato chiarito dal venditore di «Storie» che all’ore fresche è disceso dalle altitudini di Granaiolo; egli che da giovane è stato per tanti anni là per il mondo a vendere statuine di gesso s’è fatto largo ed ha interrogato in lingue diverse il viandante. Dopo l’interrogatorio, il venditore ha intimato il silenzio agli astanti dicendo con certa gravità: – È un inglese.

*

Il viandante s’è come ridestato e sorride abbrividito, come quando uno addiaccia il corpo, in acqua fredda, e par che si disseti con le parole che gli proferisce nel suo idioma il venditore di «Storie» col quale stringe subito verace amistà, e si stringono con effusione le mani.

– A questo qui – dice il rivenditore di «Storie» ai pellegrini – gli è successo come a quello che cercava il ciuco e c’era a cavallo.

– E cercava?

– Qui dopo: la valle del Ricovani e la cascata di Shelley, ma già voi di Shelley ne sapete quanto quello che ci cascò dentro; un tempo dovete sapere che i nostri luoghi erano frequentati dai più grandi poeti del mondo.

Il viandante e il rivenditore, lasciando in asso i pellegrini, si sono insieme diretti verso la vicina valle del Ricovani, facendo breve sosta sul colle del Paretaio.

Il Paretaio è una rimescita di vini in cui tutto è verde: le tavole, le panche, gli uccelli entro le gabbie che pendono da tremuli rami di acacia, verdi cangianti i piccioni che tubano, tutta vestita di verde è pure la ragazza che serve, e verdi sono le bibite di chi cerca frescura in questi solleoni. Ma i due viandanti si dissetano con vino rosso, che lacca i loro visi sanguigni.

Sul colle del Paretaio sostava Shelley per dominare tutta la valle della Lima, – linea di pioppi che s’argentano, sotto il venticello fresco – prima di andare a raffreddare il suo corpo efebico nelle cascate del Ricovani inverdite dal vegetar folto di giovani arbusti. Sul colle del Paretaio sostavano Heine, e Byron, e Lamartine, il principe Camillo di Metternich, Vittorio Emanuele Re di Sardegna, Federigo Augusto Re di Sassonia. Allora, sul Paretaio, al posto della rimescita c’era un grande leccio, i cui rami intrecciati ben si convenivano alle fronti dei poeti e dei re. Oggi c’è la taverna, la reggia dei viandanti e degli ambulanti, crisalidi di poeti; entrando, vi è la «frasca», – simbolo, che ivi si smercia vino legittimo, – il lauro dei re della strada.

Su di una parete della taverna c’è un complicatissimo progetto per un monumento a Heine; il poeta, ravvolto in un tabarro nero, sovrasta il colle come uno spettro. I due viandanti osservano lungamente il disegno. L’italiano commenta, per uso di qualcuno che li osserva: – A noi ce lo faranno di neve agostana.

IL POETA E IL TOSACANI

Verso il 1892 la pineta di Viareggio era un intricato bosco, un frammento di quella immensa foresta che, rotta qua e là, correva lungo tutto questo littorale, fino a congiungersi con quella del Gombo, dove Shelley, a quei tempi, amava vagare per intiere giornate. I contadini e i boscaioli lo avevano soprannominato «l’inglese malinconico». Lo vedevano sempre solo, meditabondo, muovendo le labbra al ritmo delle strofe che gli prorompevano dall’anima. Difatti lì, sei mesi prima di morire, si dice componesse quel celebre e bellissimo canto, la più splendida pittura in parole d’una pineta che sia mai stata fatta.

L’8 luglio 1822, lo Shelley, appassionato veleggiatore, si mosse in barchetta da Livorno, diretto a La Spezia. Il battello, manovrato dal poeta, poco dopo aver salpato, si dileguò nella nebbia; un tempo rotto a temporaleschi tifoni (quello che investì il battello, su cui veleggiava Shelley, dicesi durasse soltanto venti minuti), sollevate le onde vorticose, mandò in perdizione la barca. Qualche giorno appresso, il cadavere fu straccato sulla battima delle «Due Fosse».

I poeti dettero ala leggendaria alle vele della imbarcazione e fecero approdare Shelley, per improvvisa fortuna, ai silenzi delle isole Elisee. Le ciurme delle paranze viareggine si sono tramandate l’accaduto, rivestendo il fortunoso fatto di leggende stupori e spaventi.

Narrava il paranzellaro Raffaello Simonetta, uno dei tre vecchi che videro costrurre e ardere il rogo: «Fu posto il cadavere in una specie di braciere, sorretto da due ferri, sotto cui si fece fuoco, con legna della pineta. Ero presente, e malgrado che la Guardia volesse farmi allontanare, portavo rusco sul fuoco».

Il giorno d’agosto che il corpo di Shelley fu dato alle fiamme era bollente di sole: lord Byron, che presiedeva il rito, per rinfrescarsi, ogni tanto si tuffava nel mare, mentre Trelawney e Leigh Hunt attizzavano il fuoco: «Di lì a poco, il calore della fiammata gialla si unì a quello del sole; le fascine di pino crepitarono, e, nell’olezzo omericamente mesto del vino e dell’olio, che gli amici versavano sulla pira, del sale e degli altri ingredienti aromatici, che vi gettavano, il bel corpo si consunse».

*

Compiono oggi quarant’anni che, per iniziativa dell’avvocato Cesare Riccione, aiutato dal sindaco del tempo, Ferdinando Nelli, con il provento di una sottoscrizione, alla quale concorsero italiani e inglesi, fu inaugurato il monumentino a Shelley, opera di gran nobiltà dello scultore Urbano Lucchesi di Lucca. Il monumentino, che sorge dirimpetto al palazzo di Paolina Bonaparte, ebbe l’adesione dei nomi più illustri che vantassero Italia e Inghilterra: Gladstone, Swimburne, Gabriele d’Annunzio, Cesare Cantù, Mario Rapisardi, De Amicis, Giovanni Bovio.

A Giovanni Bovio toccò il vanto dell’epigrafe: «Percy Bysshe Shelley – Cuor dei cuori – L’agosto del 1822 – Annegato in questo mare – Arso in questo lido – Lungo il quale meditava al Prometeo liberato – Una pagina postrema – In cui ogni generazione avrebbe segnato – La lotta le lacrime la redenzione – Sua».

S’e qualcuno volesse ritenere a memoria tutte le epigrafi ragguardevoli scolpite sulle lapidi, o sui basamenti, dei monumenti di Viareggio, non dovrebbe molto affaticarsi. Nella chiesa parrocchiale di San Francesco, sulla parete dal lato sinistro, una modesta epigrafe ricorda il luogo ove riposano le ceneri di Costanza Moscheni, che fino dai primi anni mostrò pronto e vivace ingegno, fra le Arcadi di Roma Dorilla Peneja, nata a Lucca al 22 maggio 1786, morta qui il 1830. Una brevissima sintetica epigrafe ricorda ai posteri la casa (lungo il canale) dove il genio di Giovanni Pacini meditò la Saffo. Sulla facciata di un albergo, nella Viareggio vecchia, una lapide ricorda che ivi Giuseppe Giusti, ornato di tutte le grazie dell’idioma toscano, fu di tutte le ipocrisie flagellatore arguto. Un’epigrafe nella navata di levante del Cimitero nuovo ricorda che lì riposano le ceneri del generale Don Isadoro De Iparraguirre, Conde Die Iparraguirre, «nacido en España el 2 de enero del 1816, muerto en Viareggio, el 28 de febrero del 1895», inobliabile aiutante di campo del suo re, Don Carlos di Borbone.

*

Chi nel crudo inverno, nei giorni in cui il tempo è messo a grandi tifoni temporaleschi, or è qualche anno si fosse messo a rischio d’essere inghiottito dalle onde straripanti sul pietrato, arrischiando i passi verso la cima del molo, avrebbe veduto un cartello imbullettato sopra un palone della luce elettrica con su scritto: «Omero Vestri, tosatore di cani,»; e sotto il cartello, come un cane frustato, Omero in carne e ossa, che, in quel tremendo bombire di cielo e di mare, compitava mentalmente, e talvolta ad alta ed intelligibile voce, le epigrafi che aveva, durante il giorno, letto e riletto sulle facciate, sulle cantonate e sui basamenti dei monumenti.

Omero Vestri, giubba di frustagno alla cacciatora con la «catana», – quella specie di tasca, o bolgia, che in tali giacchette prende tutto il dietro, con due aperture, una per fianco, – piena zeppa di attrezzi da caccia e da pesca, con le cesole lunghe come due spade e una macchina a taglio raso a tracolla, s’era proposto d’imparare a memoria tutte le epigrafi del paese, rivaleggiando in ciò con un altro tosatore di cani, un maniscalco gobbo e dallo sguardo viperino, a cui dicevano di soprannome il «poeta», perchè era ambizioso di cantare in ottava.

Il «poeta» faceva della poesia, anche tosando i cani più scarnati e trascurati. Se qualcuno gli portava un cagnaccio spelazzato, il «poeta», dopo averlo legato alla graticola, dove soleva legare i ciuchi e i cavalli, quando li ferrava, dimandava al padrone del cane: – Se ne ha a fare un leone, di questa bestia?

– Fai te – rispondeva, malfidato, il padrone del cane.

Il «poeta» smacchinava la coda della bestia e gli lasciava in cima uno spazzolino; poi tosava (macchina a zero) fino alle scapole, lasciando sul collo e sotto il collo all’animale una specie di giubbone intignato. Dopo questa operazione, il «poeta» scioglieva la bestia; mortificata dalle strappature di pelle, e con una pedata l’attruciolava una diecina di passi. Il cane, spaurito e indolenzito, guattiva e mostrava i denti al gobbo che, pieno di alterigia, diceva al padrone: – «Guarda la tu’ bestia, se non pare il re della foresta – l’uno dicendo all’altro traditore…». – E così cantando, il «poeta», presi i soldi della tosatura, li andava a terminare all’osteria.

Omero Vestri invece si lambiccava il cervello con gli epitaffi massimamente quando aveva bevuto più del consueto e le gambe gli si accenciavano. Era allora che gli riaffiorava invariabilmente alla memoria un epitaffio, che aveva letto e ritenuto a memoria in un piccolo cimitero: «La vita è un correre alla morte». Ma Omero Vestri non riusciva muovere le gambe; allora egli cercava nuova forza in un altro epitaffio «Tutto si muove in lento giro eterno»; ma, nonostante il dinamismo contenuto nei due epitaffi, egli rimaneva, lì fermo come una statua. «Il trameschio del vino coi ponci mi riduce in questo stato: il capo è a segno, ma le gambe mi fan cilecca», concludeva malinconico. Ma nonostante, «la vita è un correre alla morte», «tutto si muove in lento giro eterno». Il mare, col suo battito eterno della scogliera, pareva assentire alle farneticazioni di Omero Vestri.

Finalmente, dopo prova e controprova, Omero Vestri poteva ridursi con tutte le cautele, – chè da sinistra aveva il canale limaccioso, e da destra la scogliera, – alla base dei monumenti e sotto le lapidi murate sulle facciate delle case per vedere di leggerle e ritenerle a memoria.

Appena che aveva scantonato il muro di cinta della vecchia dogana, Omero Vestri dava una spallata nella cantonata della casa, dove il maestro Giovanni Pacini aveva lavorato per diversi anni. L’epigrafe che il Municipio, a eterna memoria dei posteri, aveva fatto murare sulla facciata che dava sulla piazza omonima, era breve, ma perigliosa: «In questa casa, il genio di Giovanni Pacini meditò la Saffo».

– Questa la tiro giù come un giuramento falso – disse Omero Vestri. Ma… ci fu un ma: uno, da bordo a un navicello ancorato dirimpetto alla casa del maestro, gli urlò: – Il genio non medita!

– Esci dalle tenebre, e vieni a specificare la tua opposizione all’epitaffio – disse risoluto Omero Vestri.

Silenzio.

«Il genio non medita? Eppure è riuscito a mettermi una pulce in un orecchio; ma io non m’intruglio». E Omero, con più forte convinzione, declamò: – In questa casa, il genio di Giovanni Pacini meditò la Saffo.

– I ciuchi non son valenti se non son testardi – ripetè la voce dell’ignoto malfidato.

– Ehi giovanottino – disse sarcastico Omero Vestri – non li hai mai visti strozzare i lupi? Esci dalle tenebre e vieni a misurarti con Omero.

– Bel nome sciupato.

– Se ti disdice il nome d’Omero, vieni a misurarti col Vestri.

– Col Vestrino (che sarebbe un ponce di temperato ardore) – riurlò l’ignoto.

– Oh! Su quello ci si potrebbe intendere. – E Omero Vestri, riappacificatosi con l’ignoto, si avviò difilato sotto al monumento a Shelley, distante due tiri di fucile dalla casa del cantore della Saffo.

Molte volte e molte egli s’era incimentato (come diceva lui) con quell’epitaffio complicato che aveva sgomentato più di un dotto. Omero Vestri, appena sotto al monumento del poeta inglese, leggeva e rileggeva l’epigrafe; quando gli pareva d’averla bene impressa nel taccuino della propria memoria, chiudeva gli occhi come se dicesse le devozioni, e compitava: «Percì Bisse Shelley, arso in questo mare…. no…. annegato in questo mare….». E aprendo, come i gatti sonnolenti, un occhio, guardava l’epigrafe e, vedendo che aveva dato nel segno, rideva vanerello.

– O andiamo avanti, or dunque. Arso in questo lido, lungo del quale malediva al Protomèo liberato una pagina postrema, in cui la progenie redentrice avrebbe, lacrimando, sognato la generazione sua….

– Vai a letto, pelacani, che altro non sei, e non fare il pin di monte.

– Vorresti forse significare l’Ippolito Pindemonte, nato a Verona e ivi morto il 1828? – disse Omero Vestri all’ignoto interruttore.

– Pappagallo, che ore sono? – domandò beffardo l’ignoto.

Per Omero Vestri rispondere come i normali, che misurano le ore sugli orologi, gli era una cosa disdicevole alla sua reputazione; allora, dopo aver pensato un po’, disse: – Saranno le cento.

– Anni di galera!

– Alla voce mi pare che tu sia uno sgalerato a condizione. Ricordati inoltre che brutto è parlar quando non c’è bisogno.

– Silenzio.

– Allora posso togliermi l’attedio della epigrafe?

– Silenzio.

– Ora prendo l’abbrivio e chi ferma è bravo: Scelli, Bisse, perì di questo ardente lido, dentro il quale Protomèo postremo avrebbe liberato le lacrime della lotta redentrice sua.

– Dieci con lode

– Grazie, ignoto.