Lorenzo Viani – Il figlio del pastore

A te Raffaello, fratello mio, che nascesti quando la casa nostra ruinava, che volontario in guerra con l’erpice del tuo caccia arasti incolume l’Adriatico dal 1915 al 1918 e, in pace, cadesti fulminato al termine della tua giornata di lavoro, questo libro inscrivo e consacro.

I.

Mio padre si chiamò Rinaldo e mia madre si chiama Emilia, nati alla Pieve di S. Stefano, paesetto situato tra i monti della Lucchesia.

I miei antenati e mio padre e mia madre, fino a che non discesero al mare, per motivi di cui parlerò lungamente, furono contadini e pastori ed ebbero sacri la stalla e l’ovile.

Io sono nato nella Darsena vecchia in Viareggio, la sera di Tutti i Santi del 1882. Sono stato battezzato il giorno seguente, che è quello dei Morti, al fonte battesimale della chiesa di San Francesco. Furono miei compari i coniugi Chevalot, i quali erano servi di Don Carlos di Borbone al cui soldo era pure mio padre. Mi chiamo Lorenzo perchè così si chiamava il mio compare, mi chiamo Romolo perchè Romola si chiamava la mia comare, e mi chiamo Santi perchè mia madre volle mettermi anche questo nome augurale.

La mia comare, alta, flessuosa, dai capelli del colore delle foglie d’ontano nell’ottobre, con gli occhi vellutati, diverbiava sovente col marito, testa impomatata, viso glabro, profumato di canfora, a cagione ch’ella, sterile, voleva ch’io fossi chiamato Romolo.

– Mais non, mais non, voyons – diceva seccato il marito. Allora la leggiadra Romola s’impermaliva e piangeva anche.

Ero già allevato, e camminavo spedito, e il cervello riteneva già le impressioni. Ricordo bene che quando mia madre mi portava al “Palazzo” i diverbi tra i miei compari si riaccendevano: lei lacrimosa mi chiamava, quasi angosciosamente, Romolo, e lui, stizzato, mi chiamava Lorenzo. Mia madre, per equilibrare, mi chiamava Santi.

Mia madre allora, non ancora flagellata dalle amaritudini, nè raccorciata dal tempo, era alta, rassodata dai trent’anni che aveva trascorsi tra la selva e la semina, la forca e la lettiera delle pecore, il lezzo dei manti e il profumo dinervante dell’erba peporina, coi pomi del petto di marmo, gli occhi balenanti e un sorriso granito che, arrossendo, nascondeva dopo il dosso delle mani onde nascondere le sette finestrelle che si erano aperte nella sua dentatura nel tempo ch’ella m’ebbe a concepire. Dopo ch’io venni al mondo ella sorrideva in penombra: sette denti: la prima intaccatura di quella statua, la prima scalfittura su quel dipinto facile e carnoso di Guido Reni.

Mio padre, allora, non scalpellato dai patimenti nè mortificato dalle umiliazioni era florido e tarchiato. Le sue mani erano ancora scabre e terragne, e avevano ancora il cavo della giomella di quando egli si abbeverava, a mani accoppiate, su per le selve con l’acqua che pollava limpida dai canali. Il sorriso del servo stonava su quel volto bronzato e duro.

La camera contrassegnata col numero 18, nell’andrione della servitù o – come bonariamente dicevano nel “Palazzo” – della “Canaglia”, era la sua: quel lettuccio da educandato, protetto dal velo della zanzariera, lievitato di lana soffice, appestata dalla carbolina, col guanciale spiumacciato, di quelli che, quando ci si posa sopra, il capo sembra che diventi di pietra, era il suo giaciglio. I servi, tra femmine e maschi, erano trentasei: Italiani, Spagnuoli, Austriaci. L’appellativo globale di “Canaglia” non doveva essere dispregiativo, perchè ricordo bene che la “Padrona”, la Duchessa di Parma Margherita di Borbone, quando incontrava il cuoco gli chiedeva premurosa : – Cosa hai fatto oggi per la “Canaglia”?

Tra la “Canaglia” non erano compresi tre tipi strani che vivevano come straniati ed esiliati nel “Palazzo”. Il “signor Francesco”, uno spagnuolo basso, apoplettico, fulvo di pelo, congestionato, misantropo, il quale grugolava sempre come un pentolo di castagne quando stanno per spiccare il bollore. Se noi ragazzi lo si fissava in viso, egli bofonchiava iroso – Caraco! Poi v’era il “signor Squarza”, obeso, biondo-canario che vaniva nel bianco, asmatico: egli si recava sempre ansimando a fumare delle sigarette medicate sotto un grande viale di platani secolari. Egli vestiva sempre di nero, con la camicia e il cravattino tanto bianchi che sembravano di marmo statuario. Il “signor Squarza”, camminando, boccheggiava come un luccio. Il terzo, era il “signor Orticosa”: dritto come un cero, barba sagginata, viso maculato come da una raffica di cruschello, magro, rigido, inflessibile, assorto. Egli si distraeva suonando, nelle ore di quiete, una vecchia spinetta che era nella Cappella; le sue dita scarne affondavano lente i tasti, gli occhi, al disopra delle lenti, francavano le note sulla partitura.

Una figura d’alto rilievo era, nel “Palazzo”, il Generale Don Isidoro De Iparraguirre y Portillo, vecchio adusto e scarno, bianco di carne e di pelo, che aveva folto su tutto il viso, anche sugli zigomi, anche sulla fronte arida come il cuoio sugatto. Le ciglia l’aveva così folte e spinose che gli occultavano del tutto i suoi occhi nero-minerale. Il colletto, alto, inamidato, era frangiato dai peli del petto che quelli erano nerissimi e criniti. Anche dai polsini, che sembravano di pietra, spuntavano dei lunghi peli neri, le mani mortuarie, gialle, scheletrite, eran tutte pelose e secche. Dei catarri stizzosi fischiavano alla gola del generale, scorciandogli il fiato. Egli, da vecchissimo, cominciò a gemere bava allumachita dalla bocca, accenciato sopra una poltrona imbottita; delle strane allucinazioni gli facevano sgusciare gli occhi fuori dalle spine e questi sembravano di piombo e biacca. Un servo rullava la poltrona sul pietrato del giardino; le braccia scarnite del generale, poggiate sui braccioli, ciondolavano le mani; egli, strutto dentro un vestito di salda, dondolava il capo sul petto, sbavando la camicia. Il vecchio, generale dell’insurrezione carlista, nei conati estremi si riversava sulla sponda della poltrona e brandita, a guisa di spada, la sua canna di bambù, la roteava come per un’ultima difesa in una battaglia disperata, sciangottando: todos, todos, todos. Poi, si rovesciava col capo ciondoloni come uno che sta per essere suppliziato, vaneggiando: El prisionero el sta para ser ajusti….ciado. Il generale Isidoro De Iparraguirre morì in un giorno di sinibbio del febbraio del 1895. Dopo l’esposizione della salma e la benedizione impartita nella cappellina, un carro funebre lo trasportò nel Cimitero di Viareggio. Durante il tragitto, lungo il viale tenebrato dalla boscaglia, dei frati di San Francesco recitavano l’uffizio dei Morti. La “boina” carlista – specie di berretto basco – come una luna celeste, spiccava sulla chiudenda del carro. I confratelli della Misericordia, con le torcie a vento, mettevano, tutti neri com’erano, una stampa di Goja sul bianco della via maestra; nella cassa di castagno, come la nocciola entro la polpa vizzita di un frutto, dondolava il capo lo spettro del “Generale”.

Tredici mesi dopo la sua morte, sulla tomba del generale, situata nella navata più remota del Cimitero, fu murata una lapide su cui a bassorilievo, furono scolpite, la spada, la sciarpa, la “boina”, con questa epigrafe:

A LA MEMORIA

DE MI INOBLIABILE

AYUDANTE DE CAMPO

EL GENERALE

DON ISIDORO DE IPARRAGUIRRE Y PORTILLO

CONDE DE IPARRAGUIRRE

NACIDO EN ESPANA

EL 2 DE ENERO DE 1816

MUERTO IN VIAREGGIO

EL 26 DE FEBRERO DE 1895

SU AGRADECIDO

10 MARZO 1896

CARLOS

La superstiziosa “Canaglia” asseriva che di notte tempo il generale appariva nel parco tentando di passare a fil di spada chiunque si fosse avvicinato a lui.

Tra i personaggi, v’era anche il Conte De Lassuenne, il quale vestiva sempre di nero con la camicia bianca e il cravattino bianco – questi personaggi ricordavano stranamente delle statue a bianco e nero. Non posso ripensare a loro senza dissociarli dal marmo e dalla pece. Il Conte pareva di pietra, rigido e specchiante com’era. Il Conte doveva essere sulla sessantacinquina d’anni perchè il suo cranio era lucido e mondo come una palla d’avorio; dai parietali, passando sotto il dente della nuca, lo incoronava una chioma di colore tabacco – è d’uopo si sappia che io fui garzoncello del barbitonsore che serviva i personaggi del “Palazzo” -. Quanta cura poneva il mio padrone a servire il Conte! La sua carne accapponita sgranava sotto il rasoio per nulla; guai ad essere andati contro pelo, i porri sanguinavano subito. Ma la cura maggiore il mio padrone, di cui parleremo a suo tempo, la metteva a salvare, quando con le cesoie li scortava, un centinaio di capelli lunghi una spanna, che il Conte faceva crescere sul crinale del parietale destro per farli poi rovesciare, impomatati, su quello sinistro. Dopo il servizio, la voltata del cranio del conte era striata di filetti neri. Per contrasto, egli aveva dei baffi foltissimi, che il mio padrone sapientemente sfoltiva a punta di forbice, con molta maestrìa e li arricciolava in punta col ferro caldo.

Mi colpì il matrimonio di questo signore, celebrato nel “Palazzo”. Una signorina bionda, occhi ceruli, labbra color rosa, snella, ben partita, un palmo più alta di lui, gli andò sposa. Ella, quella mattina primaverile, tra canti, zirli e il vorticoso sciamare delle rondini, passò nel parco come una fata tutta bianca e oro; lui tutto nero, lampante, col bianco della camicia e della carne marmata incatenato al braccio esile di lei, dava il senso di un calabrone che salisse sopra il ramo di un biancospino fiorito.

Il corteo era uno spettacolo; le quattro principesse giovinette, tutte vestite di bianco spuma di mare, screziato dai capricci del maestrale, principesse borboniche dal taglio maestoso, aggraziate dalle risvolte di grandi crespi bianchi: “la Sovrana” Margherita di Parma, moglie di Don Carlos di Borbone, madre di loro, incedeva maestosa: il profilo intrepido non risentiva della soavità del rito. Ella indossava un abito di trine di sete crude, che era come un ricamo di travertino sopra un corpo bene architettato. A una certa distanza, venivano i signori descritti: Francesco, Squarza, Orticosa e un frate francescano col saio color macubino: un tronco disseccato in un subisso di fiori. Dai cancelli del parco, osservavano stupefatti la scena tutti i figli della “Canaglia”.

II.

La “Canaglia” era geldra varia. Giuliano e Ruffino, due fratelli spagnuoli, attempati, uno cocchiere e l’altro alla dispensa del vino. Giuliano, testa da famulo fiscale, bevve tanto e poi tanto che col tempo il vino si convertì in acqua e morì lentamente di idropisia. I cocchieri, oltre Ruffino, piccino piccino con gli occhi vivi come bacche di mortellino, erano un francesone grosso come una botte, con dei basettoni lunghi un palmo, e un altro spagnuolo. L’unico italiano della scuderia era soprannominato “il Nasone” a cagione del suo naso inviperito e rosso in punta. Il Nasone avrebbe bevuto Adige e Brenta se quei fiumi avessero corso in vino; egli beveva anche quando era bardato della livrea celestona, coi bottoni d’argento e il cilindro nero su cui spiccava la coccarda gialla e rossa. Un giorno accadde un fatto che destò furore nel “Palazzo”: davanti al cancello della Reale Tenuta c’era una rimescita di vino padronale alla quale dicevano “La Proibita”, perchè i padroni avevano proibito alla “Canaglia” di fermare il regal cocchio davanti alla rimescita. Dunque, un giorno che la “Sovrana” aveva fatto attaccare un tiro a due, e lei stessa aveva preso le redini e il Nasone le stava al fianco impettito come se avesse ingollato un bastone, la pariglia, appena fuori del cancello, s’andò a fermare davanti alla rimescita e non c’era più né modo né verso di farle riattaccare il trotto.

Lo stalliere era un contadino il quale si dannava l’anima perchè nel “Palazzo” era proibito, come lepisto le corte, di mangiare l’aglio. Nel tinaio, a sciaguattare le botti, ci stava un contadino torbido a cui dicevano il “Moro” perchè aveva l’occhio truce dei mori e la pelle colore della buccia di una noce. Egli era continuamente sborniato e digrumava cicche e moccoli. Era l’unico che poteva cibarsi di teste di cipolle e d’aglio, e per questo lo invidiavano tutti quelli della “Canaglia”. I camerieri erano gente del luogo incivilita. Col tempo diventarono tutti uguali. Il cuoco sembrava una statua di Budda plasmata di burro. Ai tempi della mia infanzia, il sotto-cuoco era un certo “Gioasse”; lo chiamavano così perchè, essendo egli toscano e remissivo, diceva sempre nelle traversità della vita: Giovasse: gioasse. Dunque, Gioasse, era uno di quegli uomini nati e cresciuti per le cucine, assuefatti ai lavori più umili e più bassi.

– O che ti adatti anche a questo?

– Gioasse! – rispondeva egli invariabilmente.

Gioasse era uno di quegli uomini di cucina che, coll’andar degli anni, rendono sempre un sito di unto anche se si sgrumano colla lisciva, e le cui mani sono quasi lessate dove s’incarnano l’unghie. Anche Gioasse beveva; beveva tanto che fu licenziato per ripugnanza. Dopo il licenziamento, Gioasse si dette a bere, a bere a più non posso, e tanto bevve che fu colto dalla idropisia e dalla elefantiasi; da taciturno che era diventò sboccato e lubrico; poi, accattone ramingo per la campagna, tutti gli porgevano qualcosa e lo allogavano la notte nelle altane, sopra le stalle, ove i contadini ripongono il fieno che disseccando odora. Una notte una di queste altane prese fuoco. Il sinibbio alzò le fiamme al sereno stellato e le faville parvero stelle rosse. Gioasse bruciò vivo quella notte. La mattina trovarono le sue ossa annerite dal fumo.

Lo sguattero si chiamava Sisto ed era meschinissimo di statura, con due baffoni lunghi lunghi che sarebbero stati bene sul viso di un saraceno. Egli pescava sempre in un caldaione di rame, nel quale egli ci poteva essere lessato. Là dentro pescava piatti e scodelle stemmate d’oro, forchette d’argento, coltelli col manico d’avorio, come alla pesca reale. L’altro sguattero era un ragazzone bianco e rosso come una mela. I padroni l’avevano raccolto perchè suo padre, guarda-boschi, era stato freddato con una fucilata nel petto da un cacciatore di frodo. Nel palazzo v’erano molte cameriere e istitutrici, e una guardarobiera butterata nel viso dal vaiolo… Poi, v’era il fattore, un codino partigiano del Duca di Lucca, stitico come un’ape, il quale passeggiava sempre per i campi, maledicendo tutti i ragazzi; non li poteva vedere. Egli era uno scapolo vecchio, barboso, avaro, tirchio, tirannico. Ricordo che quando egli ci incontrava per i poderi che erano estesissimi, ci teneva d’occhio e ci pedinava come un secondino. Noi si peluccava l’uva e poi si faceva delle senate delle pigne più belle, si scaricavano i meli e i fichi e si passeggiava sulle sparagiaie. Egli, essendo vecchio, non poteva correrci dietro, ma trovava il suo sfogo facendo l’atto di imbracciare il fucile e fare con la bocca: Tun, tun, tun. Se riusciva a prenderci a tradimento, ci scalciava quasi gli orecchi. Il fattore era fanatico della lettura, leggeva i giornali dalla prima all’ultima parola. Noi, quando egli era ben bene concentrato nella lettura, ci si avvicinava in punta di piedi e gli si dava fuoco al giornale. La sera poi, tra lui e i nostri genitori ci finivano di legnate. Il falegname della casa sembrava San Giuseppe; il suo figliolo fu quello che una sera mi tirò in un pozzo fondo una diecina di braccia e lui, perso l’equilibrio, mi venne dietro: per ripescarci bisognò che facessero della vita torchio. Egli che al momento in cui mi gittò nel pozzo era ubriaco, al fresco e al gelo tornò in sè e mi tenne sulle spalle come San Cristoforo. Quel giorno, era il giorno dello Spirito Santo, a cui, disse mia madre, dovevo la vita più che allo scalone che i contadini accorsi al tonfo calarono nel pozzo.

Infanzia, la mia, contesa alla morte che mi ha teso più di un’insidia: un giorno caddi nella darsena Vecchia; era il giorno di San Giuseppe ed ero già col capo sotto la chiglia di un bastimento; uno che era sulla calata col vestito nuovo, non se lo voleva imbrattare di loto per la mia salvazione ed io m’imbuzzai d’acqua marcia ed era lì lì per scoppiarmi il cuore quando mi sentii acchiappare per i capelli e svelgere dal limo ove ero calato. Mi sdraiarono più morto che vivo sul pietrame della calata e mi fecero a forza recere tutta l’acqua marcia che avevo bevuto.

– Se tu vai sui pericoli un’altra volta, ti attacco la pelle a un gancio – disse mia madre appena che rientrai in me.

Questa mia pelle ha corso sempre il pericolo di essere attaccata a un gancio. Un’altra volta che andai sui pericoli e caddi in un fosso di scolo dove piano piano venivo inghiottito dal pollino, il mio fratello maggiore non aveva la forza di tirarmi su e mi teneva pei capelli affinchè il fango non bevesse del tutto il mio capo. Egli ebbe appena il fiato di urlare: Aiuto! Si era nel bosco, e udì uno che disseppelliva le ciocche degli alberi; egli corse, mi prese per i capelli e mi scavò dal limo.

Queste stiracchiate di capelli con la morte in bocca mi hanno per tanto tempo lasciato addosso l’idea di finire ghigliottinato.

III.

Il “Palazzo” era in mezzo a una selva millenaria, la lucus Feroniae dei romani; dirimpetto all’edificio di stile granducale, c’era una quinta di lecci, tagliata da un viale erbato che sfociava al mare immimente. La selva, essendo sotto il tiro dei cannoni, era selvaggia; di frequente, dalle prunaie, uscivano i cinghiali dagli occhi di brace. Una desolazione maremmana con acque morte in stagni profondi, con fossatelli magri d’acqua nocente, desolava la marina. Quando le gru a stuoli si levavano verso il padule, il bosco cantava arrochito. Ricordo, in quei giorni grigi, di essermi qualche volta imbattuto con Don Carlos il quale cavalcava sulle dune affissando il mare sterminato, palpitante. Il monte Corvo, con tutta l’insenatura del Magra, con i castelli di Aghinolfo e d’Ignoso, dovevano ricordargli la Spagna: le isole della Pianosa, della Capraia e della Gorgona e il Capo Corso emergente lontano lontano, gli riaccendevano certo in cuore un epico clamore insurrezionale. A volte, egli rimaneva immobile come una statua di basalto e guardava il mare da poeta. Allora ai miei occhi egli appariva gigantesco e smisurato. Rigoglioso e potente, audace e triste, il suo volto balenava d’orgoglio e d’ineffabile languore.

Amavo il mio padrone. Don Carlos, maschia figura di gentiluomo, di guerriero e di re, era alto due metri ed incuteva subito rispetto e timore: ben proporzionato di membra, chiuso nella divisa nera, aderente sul corpo come la scorza su di un tronco, coi gambali e gli speroni, egli si sarebbe attagliato entro una sagoma del Bronzino: la testa, eretta sul collo gagliardo, era intrepida con gli occhi velati di languore, occhi vivi, umani, penetranti, pieni di fatalità. La barba aveva nerissima, lucida come l’ebano, ravviata ma intonsa; la boina carlista portata lievemente inclinata, gli velava di celeste la carnagione d’avorio. Sotto il cappotto l’ampio petto s’arcuava vigorosamente, le mani solide e femminili serravano una i guanti e l’altra l’elsa della spada rilucente. Quando caracollava nel viale dei lecci, in arcione a un cavallo arabo, sembrava un dipinto di Van Dick.

Al suo apparire, la gente timorata s’infoltava nella selva, ma se qualcuno più ardito si poneva sul saluto, egli rispondeva con un inchino anche ai più umili accattoni. Egli era taciturno e pensoso. Quando era fra i famigliari sollevava lo sguardo sempre a cose lontane.

Di qua e di là, il “Palazzo” era fiancheggiato da due platani colossali, sicchè parevano due giganteschi candelabri di bronzo inverdito su cui si posavano gli uccelli che venivano di là dal mare. Delle liane abbarbicate al tronco dei lecci, mettevano nel parco delle fantastiche serpi che brucavano il fogliame; ciuffaie d’oleandri, magnolie e fiori di profumo snervante si addossavano a un muro tutto coperto di edere; in terra c’era la borraccina alta che pareva di camminare sopra un tappeto. Ogni tanto stupiva il biancore di una statua su cui si rampicavano delle lucertole e dei ramarri; ricordo che quella di un vescovo col pastorale e la mitria m’incuteva paura. Le scolature dell’acqua sul viso mi davano l’idea ch’egli piangesse sempre. La chiesa era addossata al “Palazzo”, tutta di marmo bianco a strisce celesti e rosa, con una lunetta a mosaico sotto l’architrave; di fuori si vedeva tralucere dai vetri sempre una luce laccata.

Nel parco, dietro al “Palazzo”, gli alberi ramificavano fitti, nell’intrigo i vettoni rimettevano verso la terra, dentro le ciuffaie c’era un canto perenne di uccelli. I falchi marini e le arsavole vi passavano ad armate. Gli opranti eran tutti contadini dei posti vicini, gente trita e contrita, servizievole e devota. La sera, smesso che avevano di lavorare, ascoltavano la novena inginocchiati sul pietrato davanti alla chiesa.

La chiesa era anche il Mausoleo dei Borboni e dei Duchi di Parma e di Lucca: le tombe una sull’altra, spaziate dai bei lastroni di marmo nel breve ambito di una cella, occultate da una tenda di broccato rosso erano rischiarate dai bagliori diacci di una vetrata di lastre smerigliate che filtrava su loro una luce argentata.

Dalle pinete veniva l’odore della ragia di pino, acre come il fumo di una torcia a vento.

Lì riposavano Enrico di Borbone Conte di Bardi, S. A. R. Maria Pia di Borbone Duchessa di Parma, S. A. R. Roberto di Borbone Duca di Parma, Piacenza e Guastalla, e Anastasia, Augusto, Ferdinando Principi di Parma, S. A. R. Luisa di Borbone. Il sarcofago in cui riposava Carlo III di Parma, Principe di Spagna, ucciso a Parma nel 1854, era addossato alla fiancata della chiesa ed aveva dirimpetto quello di suo padre Carlo Lodovico di Borbone Duca di Vienna e di Lucca.

Se qualche visitatore penetrava nella Cappella, sentiva sotto i suoi piedi risuonare il boato d’antiche tombe come campane d’argento e gli rispondevano quelle d’oro occultate dalla volta stellata. I nomi scolpiti sui lastroni e le parole colmate d’oro di zecchino, lucevano come illuminati dall’inferno delle tombe. La figura di Carlo III, reclinata sull’omero, coperta dell’ermellino, partito in pieghe di grande dignità, pareva sollevata da un vasto respiro.

Andavo sovente ad alzare la tenda di broccato; i nomi delle città scolpiti sulle tombe: Cannes, Madrid, Bolzano, Warteggel, Biarritz, Vienna, Gaeta, Bilbao mi facevano sognare viaggi in terre lontane, nel torpore dell’incenso mortuario. Il profumo dinervante dei fiori avvizziti nel chiuso, l’aria densa di incensi, riducevano come di marmo e l’alito diacciava.

Mio padre nella camera numero 18, tra il sito della canfora perdeva il profumo della terra.

IV.

Perchè mio padre scese al mare?

Dirimpetto al “luogo” ov’egli e i suoi travagliavano da secoli, da stella a stella, in vetta al colle di San Martino in Vignale, c’era il palazzo di Maria Teresa Fernanda Felicità di Savoia, l’inconsolabile madre di Carlo III, Duca di Parma, trucidato da Antonio Carrà. Maria Teresa, nata nella Reggia, non potè vivere conforme alle ragioni del suo cuore. Adolescente la portarono in Sardegna e le fu poi doloroso il distacco, tanto che, durante il viaggio fatto su di una nave inglese, pianse ininterrottamente fino a che non approdò a Genova. Fu lieta soltanto quando nella Reggia di Torino le fu assegnato un piccolo appartamento remoto dov’ella poteva vivere lontana dai rumori del mondo, con il cuore rivolto a Dio. La storia assolve il padre suo dall’accusa di aver contrastato la sua volontà. Le sue nozze, che le dettero frutti di amaritudini continuate, furono combinate dalla madre quando Maria Teresa Felicità era ancora pargoleggiante nella solitudine di Cagliari. Quivi comparve, un bel giorno, un principe giovinetto ch’essa non conosceva. La sua visita fu breve, e, partito che fu, la Regina Madre disse a Maria, benevolmente, ma fermamente: – Quel principe che era con noi, sarà il vostro sposo.

Il principe era Carlo Lodovico, volubile, morbosamente invasato di mobilità e, per temperamento, in contrasto stridente con la mite tranquilla bontà di Maria. Ella, pur rifuggendo tutte le effimere gioie del mondo, sacrificandosi assecondò i desideri del marito invasato dal moto perpetuo. Quando il 13 Marzo del 1826 morì in Roma l’ex Regina d’Etruria, egli si abbandonò ad una vita pazzesca, dimenticando doveri di principe e di marito: cacce, giuochi, orge e carnevalate e visite furono le distrazioni di questo spiritato. Egli andò a Vienna, a Dresda, da Wurtemberg a Brunswich, dall’Ungheria a Praga compiendo pazzie da scapestrato, mentre a Vienna Maria Felicità sempre calma, sempre buona, attendeva, pregando e umiliandosi, i ritorni dell’invasato, i quali erano forieri di altre fughe. Maria Felicità nel parco solitario del suo castello, curava come un fiore esile e con amore disperato il figlioletto Ferdinando che doveva poi essere ucciso.

Dentro le vuote stanze di San Martino in Vignale, ignara che il suo diletto figlio era stato assassinato, vestita dell’abito domenicano, Maria Teresa trascorreva la sua desolata vecchiezza. Ella, come per misterioso avvertimento del cielo, sentiva l’ultima speranza languirle nel cuore, i suoi grandi occhi cercavano l’unico essere adorato, il quale era già di pietra sopra un’urna quadrata. I singhiozzi di lei si univano al perenne lagno del canale della Croce, ingranditi dal silenzio della Valle del Rimortaglio; una quinta di funebri cipressi difendeva il palazzo dagli aquiloni marini: illusione di cimitero che adombrava le stanze. La pianta della morte, tra i frutici rossi e gli albatri, sembrava una nuvola nera che piovesse sangue. Le grandi querce centenarie, tra le prunache silvestri e i giovani arbusti, intrecciavano gigantesche corone di morte. La notte, quando il palazzo era tutto illuminato, pareva un grande catafalco in mezzo a dei candeli neri. Le civette facevano udire il loro lugubre canto. I verni grigi e piovorni, quando le fratte del Rimortaglio stupivano di intensi verdi e di nero, e le cime delle Pizzorne sembravano quelle del Calvario, e i tordi grigi sfalcavano dagli uliveti cinerei di Mutigliano, e le selve rintronavano delle schioppettate dei cacciatori di frodo, i contadini che poltigliavano nella terra grassa guardavano incantati il palazzo: tutti sognavano di allogarvisi come servi. Anche mio padre.

La umile Pieve di San Martino era là, nel fondo, piccola piccola, con gli archetti color d’ombra e i cipressetti sul piazzaletto della chiesa, il campanile di mattoni fioriti; confinava con una viottola color rosa che portava al Cimiterino simile a un orticello fiorito di ruta. Quando il campanilino suonava l’Ave Maria, la fiancatella bianca della chiesetta era corsa da un’ombra nera. Dopo venivano i servi.

Il palazzo giallo, con le cento finestre aperte, aspettava la preda. Qualcuno che vi passò vicino una notte asserì di avere udito urlare là dentro: – O morte! O morte! O morte, prendimi e portami teco.

Mio padre riuscì ad allogarsi come servitore nel Palazzo e lasciò la terra.

V.

Quando il 16 Luglio del 1879 si spense santamente Maria Teresa Felicità, il suo corpo vestito dell’abito domenicano fu per sua volontà trasportato a Roma e sepolto nella cappella dell’Ordine al Verano. Il servitorame passò al soldo dei Borboni nel “Palazzo” di Viareggio.

Mio padre non vide altra salvezza nella sua vita che nel servitorame; digrumarsi della melma impastata di lordura feconda e mettere sulla bocca il sorriso imbelle del mascherotto, lordarsi con gli abiti a strisce, galeottismo profumato di canfora e di radica saponaria.

La terra, la ferace terra della Pieve di Santo Stefano che sanguina dove la intacca il marrello, che sotto i geli del verno diventa d’acciaio maturando la sementa nel suo seno caldo; le selve, nelle cui ceppaie si arrovellano i picchi pertugiandole, quella del Rimortaglio che aveva dato le travature alla casa, il timone ai giovenchi, lo stilo alla vanga, l’arca alle spose, la cassa alla morte, videro le spalle di mio padre fuggiasco verso l’abbiezione del pane assicurato.

Pane di segale, pane di scandella, pane di granturco, pesante come il minerale, era stato sfornato per tanti secoli dalla bocca del forno sotto la nostra casa, confinante con lo stallino dei porci e l’ovile; quel pane che tiene l’acqua anche dopo la cottura, che abbraccia e riempie lo stomaco, che quando si mette in catana pesa e spiomba le spalle.

Quanta tela era uscita dal telare: tela di canapa di tiglia soda che rode la pelle come i pidocchi, che lima l’anche e le succide e le infiamma, tela ergastolana, tela da Tebaide, tela che eleva, tela con cui tutti i nostri antenati ci si fecero la cappa della Compagnia che sotterra i defunti.

Quanto vino era sprillato razzente dallo zipolo delle botti allineate giù nel celliere, botti capaci, acetate, incrostate di tartaro, dentro le quali, per il manfano largo come una finestra, mettendovi il capo quando son vuote, si respira vino.

Quanta lana avevano dato i manti delle pecore per lo stamo che le donne torcevano sulla rocca leccandolo con la lingua bollente e misurandolo coi palmi, quanti panciotti di maglia che ritenevano il lezzo delle pecore, quanti calzerotti a sette capi che ammorbidivano gli zoccoli rinceppati d’ontano.

Quante olive aveva tritolato la ruota del frantoio, cavata da un piastrone ruzzolato dalle piene della Freddana: olio verde che dava i raschiori, pizzichente; olio per tanto condime, spremuto dopo aver sverginato l’olive per quello Santo che aveva umettato le fronti e i polsi di tutti i nostri morti; olio che metteva una costellazione sulla zuppa di cavolo nero.

E quanta sansa aveva schiacciata la ruota di bardiglio, sansa che non brucia mai e che condisce l’aria col fumo.

I granturcai avevano gonfiato di lor foglie i sacconi e il pacciame della selva aveva imbottito i guanciali.

Scotta e ricotta aveva dato il latte munto al tramonto.

La bigoncia colma di salamoia, entro cui si saporivano i rocchi di ciccia del maiale, dava il condimento per tutto l’anno.

Sul “Luogo” di mio padre c’era la grazia di Dio.

Il padronato era caritatevole.

Le mele le davano ai porci.

I romiti si sdigiunavano sull’aia.

I miei porgevano a tutti.

La casa di mio padre era al di là del Canale della Croce, precipitante tra piastroni piombati e botri. Alla casata di mio padre dicevano “quelli di Marco” perchè Marco si chiamava il padrone del “luogo”. La corte, piastronata di pietroni bigi, sapeva dell’aceto che esalava dalle botti allineate in cantina. La bozzima con cui le donne ammollavano la tela sul tamburo del telare, spandeva la muffa del pane stantio. Il silenzio che vi incombeva quando tutti erano ad opra, era rotto dal grugolar dei maiali, l’aria era salata dal tanfo dello stabbio. Un vecchio contadino acciecato a cui dicevano Bastiano, stava seduto in corte, vestito di stoffa bigia, ruvida, sicchè pareva una statua fatta con la pietra che piastronava la corte, con le mani e il viso di marmo. Quando egli udiva la mia voce, mi chiamava a sè per sentire se ero cresciuto e mi carezzava con le mani fredde come quelle dei morti. La moglie del cieco, anemica e frolla, coi capelli sagginati, non potendo sopportare la luce, stava per la casa al buio e camminava tastoni sicchè pareva cieca, e così accudiva alle faccende. Quell’inferma per tutte le altre donne che si slombavano nelle scassate, terre selvose capovolte a colpi di marrone, era una signora.

Le pecore brucavano sul colletto sopra il “posto” e le manze si cibavano sulle redole verdi d’erbe tenerelle, le galline razzolavano sulle porche della segale e della scandella.

La casata di mio padre era senza aspirazioni. Tutta la progenie di lui si è estirpata. Quelli che presero la via delle Americhe son rimasti là, sepolti e ignorati. Oggi, anche tutti quelli della corte sono ossa e terriccio. La casa di “quelli di Marco” è disabitata.

La tristezza di quella casa deve aver disamorato mio padre dalla terra. Quelli “di Marco” si cibavano a sudor di fronte. Il necessario non mancava loro; gli indumenti dovevano guadagnarseli portando di notte tempo dei fasci di legna dalla selva del Rimortaglio alla corte del padronato.

Tutti quelli della corte andavano al lavoro vestiti come galeotti, in capo tenevano un chiucco di cappello senza gronda, la camicia di ghineone tutta ripezzata e i pantaloni di mota e i piedi scalzi. Le loro mani erano pesanti come il macigno, ammaccate e callose; il viso schiappato di tagli, gli occhi vinti.

La sera, quando ritornavano dal lavoro, sembravano statue di schiavi plasmate in creta, che recitassero il rosario.

Le vegliate erano orride; vegliavano a lume spento: il cieco Bastiano stava come una paura sotto la cappa del camino, la sua moglie poggiava il capo spolpato sulle mani scheletrite. Era agghiacciante udire il cieco raccontare tutte le sere la sua sciagura. Ad un certo momento tutti s’inginocchiavano e, poggiando il capo sul pancone, dicevano il Bene. Si battevano il petto e urlavano; Mia colpa, mia massima colpa. Avanti di salire le scale, si sciaguattavano i piedi dentro una pila, poi si tiravano sul saccone di granturcali. Il dimani, scassando la terra, dovevano aver l’idea d’esser condannati all’infamia, che si scavassero la tomba.

In quello stato di abbiezione, mio padre sentì i primi palpiti di amore per mia madre che, con l’aurora dei capelli, armata del vincastro, cantando davanti alla greggia, tragittava il “luogo” di mio padre per infoltarsi nelle selve del Rimortaglio.

VI.

A quelli di mia madre dicevano “i Fondora” dal nome del padronato: Fondora dei rami di Buonaccorso di Lazzaro Fondora, Coscio o Cosciorino, la cui moglie si adatterebbe ad essere Gentucca. Dal luogo dei Fondora si vedeva, spolverata nella piana, tutta la Lucchesia.

“In piccol cerchio

torreggiar Lucca a guisa di boschetto

e donnearsi col prato e col Serchio”.

Anche di lì, tra lo sfondo degli alti cipressi, appariva, a man dritta, come la luce d’un tramonto d’opale, il chiarore del palazzo di Maria Teresa. Ma quei dei Fondora amavano il luogo.

Il palazzo dei Fondora, solenne come un altare, con due alti cipressi ai lati, bozzato di pietrame bigio, con la facciata bianco avorio che staccava sul grigiore degli olivi e il ferrigno della selva, aveva una scala a due rampe, balaustrate di marmo canario che portavano nel salone buono. Nature morte e le quattro Stagioni oleografate decoravano le pareti spaziose. Un orologio solare oltramontano, dalla nascita al tramontar del sole, segnava l’ore all’opre che travagliavano nei campi; quando mancava la luce, scandivano l’ore battute dal campanile della Pieve o da quello di San Martino in Vignale. Sotto una scarpata di pietrame, ardua come un baluardo, c’era acchiocciata la casa dei miei; il pozzo fondo, costrutto con ghiaioni politi dall’acqua corrente del Serchio, era situato al centro della muraglia. Il “Celliere”, cella vinaia, (lo tuo celliere dee esser contro a settentrione, freddo e scuro, e lungi da bagno e da stalla e da forno e da cisterna e da acqua e da cose che hanno fiero odore) era situato lontano dalla casa come un piccolo santuario. Il vino del posto solatìo, maestoso, imperioso, che passeggia dentro il cuore e ne scaccia senza strepito gli affanni, era l’unico prodotto che il luogo desse doviziosamente e che poteva essere convertito convenientemente in denaro.

Lontana la stalla dove mugghiavano i giovenchi, lontano e ben sigillato dalla chiudenda di ferro il forno, lontano l’ovile che rende nella caldura il lezzo dei manti, lontano il pollame, lontani gli stallini dei porci.

Nel celliere c’era allogato anche il telare: quattro colonne di castagno rastremate da un telaio di noce, un tamburo di sorbo massiccio tralicciato di sottilissimi fili, due pedane e un grande sedile corale, la spola sempre accoccata al telo.

A volta a volta mia madre e le sorelle, tutte statuarie, si assidevano al telare e, come ispirate, lanciavano la spola dalla mano dritta a quella mancina sulle onde tenui dei fili. Anche il telare era sacro nella gran casata di “quei dei Fondora”.

Quando il capoccia chiamava per un’opra: Onesta, Virginia, Carlotta, Faustina, Emilia e la madre rispondeva: – È al telare – quel nome non veniva più proferito per tutto il giorno.

Anche la casa degli opranti aveva il salone mattonato di pavonazzo come il soffitto travicellato di castagno rude e le pareti di pietra viva. Una gran tavola da Cenacolo e quattro panconi erano gli unici mobili del salone. Dal centro del soffitto pendeva un lume ad olio simile a quello delle Parche. Una Croce e una rama di olivo benedetto erano inchiodate sulla parete di fondo. Sotto alla croce si assideva mio nonno che pareva la statua del Tempo. Dirimpetto a lui si assideva la moglie, carnosa, salcigna, quartata, con la fronte decisa, il naso ad uncino, la bocca recisa, gli occhi d’aquila reale, i capelli bianchi tirenti, scriminati che si acchiocciolavano sugli orecchi. Al lato destro del padre erano sedute le figlie: Onesta, Carlotta, Emilia, Virginia, Luisa, Faustina; alla sinistra erano seduti i figli: Francesco, Raffaello, Gabriele e tutti gli opranti chiamati a travagliare per quel giorno sul “posto”.

Nessuno schiavava i denti prima d’aver risposto alla orazione che guidava mio nonno. Lo rivedo col capo curvo, la gran barba annodata tra le mani incallite, insieme alla corona di dodici poste, solenne come un anacoreta dipinto da Ribera. La sera, quando Onesta, la figlia più alta, accendeva il lume e vi poneva contro una mano al riparo del vento, questa s’incendiava di lacche e il salone schiariva nel fondo un dipinto di Gherardo Delle Notti.

Il mio nonno sembrava un Patriarca: barba bianca, dell’aureo tono di chi l’ebbe bionda, occhi verdi, marmorizzati di celeste, alto e membruto colle mani scabre e insidrite come la scorza dell’olivo nel verno crudo; egli si esprimeva con la esperienza dei proverbi. Essendo il capoccia non era mai contraddetto da nessuno: “Chi vite innesterà, dormendo vino avrà” – “Per raccogliere bene bisogna ben seminare”. “Il concime senza essere santo fa miracoli”. “Chi raddoppia il concime raddoppia il luogo”. La terra che sanguina sotto i colpi della zappa, che sotto i gelidi inverni diventa acciaio freddo e nel gran seno tiepido prepara lo scoppio delle gemme verdi, le selve dagli annosi tronchi videro la possente figura di mio nonno errare sul “luogo” col pennato attaccato all’uncino, zappare, ricogliere e proverbiare. Nei mattini lucenti di sole, quando le erbe sono lattate di brina e ogni festuca s’imporpora, egli, col tridente cavato dal ramo di un noce, capovolgeva la mucchia del concio fumante e pareva il sacerdote di un rito misterioso.

La Milla, – per le corti chiamavano così la mia nonna – sfaccendava per la casa intonando canzoni incomprensibili: o che rimuginasse le patate che bollivano per i porci in una gran caldaia, o che filasse alla rocca come una Parca stralevata, o che rovesciasse i bolliti sopra la conca del bucato, essa cantava ridendo e piangendo.

A volte, questo donnone spettacoloso, teneva nel grembo una montagna di mele e le faceva in quattro per i trogoli. I nepoti, dispersi per le città impietrate ed aride, cogli alberi di ferro battuto, la guardavano tagliuzzare quella verde grazia di Dio, invidiosi dei porci.

– Voi – essi dicevano – la date ai porci questa bella frutta e noi dobbiamo stare senza ad annate.

Allora la Milla piangeva come una vite tagliata e, quando i nepoti partivano, empiva loro le tasche di mele. Gliene dava un sacco e li accompagnava ai limiti estremi del “luogo” dolendosi: – Miserere di noi che si dà la grazia di Dio ai porci.

Era la Milla che trafficava sul coppo dell’olio per riempire la libbretta al colmo, tanto che doveva pulire la boccaiola riboccante ai capelli che lustravano come verniciati; era lei che condiva nei tondini la zuppa, uguale e all’uno e all’altro.

Ella non era la madre, ma la matrigna, quando Onesta, Virginia, Carlotta ed Emilia si rivolgevano a lei la chiamavano Milla, essa rispondeva affabile; gli altri la chiamavano mamma e, a volte, rispondeva arcigna.

Una mattina di aprile, mia madre, quand’ebbe parato le pecore su per le aspre fratte del Rimorteglio, si assise come un’antica divinità agreste sotto l’ombra di un gran leccio nero. Col pennato aveva prima tagliato una vetta di castagno in amore, la incise in fondo e cavò la scorza polita come una canna d’organo, vi fe’ il foro, l’inzeppò in un tassello del medesimo legno e ne trasse dei suoni come di flauto.

Dai greppi del Rimortaglio si dominava tutta la Pieve e la vallata che rendeva la eco delle carra rotolanti sulle vie maestre e il mormorio del fiume, il quale si vedeva spolverare argento sui greti celesti.

In una insenatura fredda tra mortelle, quercioli e cipressi, su un verde agro c’era il Cimitero piccolo come un orto. Un nastro di seta rosa sottile e sinuoso, che pareva steso ad asciuttare sulla selva, lo congiungeva alla Chiesa. Degli incappati bianchi parevano uccelli posati sulle mortelle.

D’improvviso mia madre intonò un canto lene:

E quando la mia mamma mi cullava

O bimba sventurata mi diceva.

Povera donna, se l’immaginava,

Al mio stupore, ella disse impacciata: – mia madre è là. – Ed accennò il Cimitero.

Ritornati a casa quella sera guardai la povera matrigna con altro occhio e altro cuore. Ma lei non s’accorse di nulla e fece al solito delle grasse risate che finivano in lacrime di tenerezza.

Le sorelle di mia madre stornellavano sempre

Il fiato della tua bocca è gentile

garofanate son le tue parole

paiono mazzetti di viole.

Mio nonno, a quello stornellare, crollava il capo: – Chi canta non conclude.

Egli amoreggiava col “posto”: in un volgere d’occhio lo dominava. A levante lo limitava un canneto che lineava il corso di un canale, a ponente un ordine impetuoso di monti. Le prata brevi rendevano la pastura per le bestie, i campi tanto da campare la famiglia; il vigneto consolava la mensa di vino legittimo, pere e mele profumavano il solaio e la biancheria negli armadi. I giovenchi rifrangevano alla mangiatoia, la vacca riempiva di latte soave le poppe rosate, i maiali grugolavano al trogolo, le galline razzolavano sull’aia, il gallo zampava imperiale, i piccioni tubavano sotto le gronde. Mio nonno, nei giorni in cui il temporale lo chiudeva in casa, ritto sul soglio dell’uscio, amoreggiava col “posto” provvido.

Il “luogo” era il medesimo che ebbero i suoi in enfiteusi. L’ebbero anche prima, quando la terra aveva carattere di deposito che poteva godersi, ma non disperdersi o alienarsi.

Mio nonno lo teneva a mezzadria. Fanciullo, sotto la sapiente guida del nonno “capoccia”, aveva visto più florido il “luogo”. Le ragazze accudivano al gregge, lo pasturavano sui clivi, la sera mungevano accorte, zappettavano l’orto, aiutavano gli opranti quando questi salavano il porco. La madre tesseva in casa la lana per il verno e la cotonina per la state. Il fiasco del vino rallegrava sempre la mensa, il coscio d’agnello steccato d’aglio e rosmarino, la gallina, o l’uccellame, preso ai lacciuoli, sfriggolavano in teglia o bollivano in pentola.

Da vecchio affissando il posto, qua e là incolto, pensava al destino del gran parentado disperso su altri “luoghi”, alle figlie maritate: Faustina coi sette figli allogata alla Pieve, Onesta coi dieci figli in Corsena, Virginia in Macendora, Luisa in Vignola, Emilia – mia madre – là, verso il mare.

Mio nonno rimase sulle prode dove avevano arato i suoi antenati e quando, ritto sull’erpice guidava i bovi sul solco diritto, gli pareva che la terra rotta dicesse: Rimani!

Egli è stato un poeta: quando nel marzo ricoglieva sulle calocchie i sarmenti e li legava coi salci, li potava e li allineava, pareva che costruisse un esametro; la pagina rossa del campo quadrato segnata dai geroglifici delle viti ritorte, abbarbicate, costrette alle spesse aste di pino mondato, gli narrava storie arcane e il suo cuore palpitava come una goccia di sangue.

Quando la primavera sciamava, con farfalle verdi, nell’intrico dei campi, egli, esultante, passeggiava risoluto in mezzo al campo con l’aria marziale di un conquistatore. Il muggito dei bovi, l’urlo roco della vacca, il grugnire dei porci, il crocidar della gallina e il tubare dei piccioni lo consolavano, e quando col falcetto recideva l’erba, pareva che armonizzasse un canto.

Mio nonno non conobbe la città. La messa, tutte le feste comandate, egli l’ascoltava nella cappellina del Cimitero, presso le tombe dei suoi. Intorno al Camposanto vi erano altri “luoghi” seminati a grano, a segale, a scandella. Mio nonno ascoltava contrito la messa e il perenne canto che scioglievano i campi; si conturbava se i rondoni e le rondini sfioravano la terra e il secco della pietra, o se il picchio verde gemeva, o se la rana taceva inebriata dal forte odore dinervante dei fiori: questi erano i segni manifesti per i quali la natura avvertiva che l’uragano era imminente. Ma se il pettirosso cantava sulla vetta dei pioppi, e la rondine mandava fischi argentati alle nuvole, e le allodole esplodevano dai solchi cantando, e il profumo dei fiori era più dolce, il suo cuore esultava perchè fuori v’era la certezza di un sole radiante.

La Milla stava come una statua ai fornelli, oliava la teglia, rosolava la carne salata, tritava rape, intrideva polenta. Nell’arcile mestava il pane, al forno lo vigilava partendolo con la pala, capovolgendolo, stivandolo; essa ascoltava i lagni dei figli tacendo. La Milla proveniva da una famiglia di agricoltori ai quali per essere contenti bastava la grazia di Dio, la salute, il bicchiere di vino e la certezza di aver sicuri il pane e il tetto.

VII.

Il giorno in cui mio padre tolse in isposa mia madre, nella casata dei Fondora ci fu festa grande. Mio nonno, era seduto come un Dio Lare sul pancone in fondo alla sala, la lunga barba anellata gli calava sulle mani aperte in un gesto offerente. Mia madre l’abbellivano le sorelle in una camera vicina. Tutta vestita di bianco, col torso rassodato dall’oprare, chiuso in un corsetto aderente, e le anche tornite come anfore, entro un’invelatura di pieghe che si aprivano in un cerchio grandissimo, coi capelli inghirlandati di fiori sembrava tolta dall’altare. Le sorelle minori pareva l’adorassero. Il suo candore, in quel memorabile mattino, era acceso d’aurora. Negli oliveti sciamavano gli uccelli.

Mio padre vestito di nero – abito che io ho veduto dopo tanti anni del colore della scorza d’olivo – sembrava uno di quei pastori che son nei presepi scalpellati nel pero.

Il corteggio nuziale s’avviò sul sentierolo che conduceva alla chiesa passando di sotto un oliveto d’argento.

Il piazzale della chiesa era popolato di valligiani attoniti che, incuriositi, aspettavano la sposa. La chiesa, pentagono di pietra serena sul cielo turchino, pagina contrassegnata dai simboli della morte e dell’amore, aspettava con le tre porte spalancate.

Il rito fu compiuto sul maggiore altare. L’organo modulava una canzone lene.

Levate su pastori,

Ite a trovar Gesù

E non tardate più ch’Egli è già nato.

Il corteggio passò al ritorno dalla via lunga, tutta lineata di alti cipressi.

Per tutto il giorno in casa dei Fondora ci fu festa grande.

Vola colomba quanto puoi volare

Sali nell’alto quanto puoi salire

‘Na freccia d’oro ti voglio tirare

In mezzo al petto ti voglio ferire,

cantavano le sorelle.

Di qui parto e vado via

Restate in pace e in buona armonia,

rispondeva la sposa.

Sul far della sera gli sposi novelli partirono dalla Pieve. Per tutto il tempo che furono in vista, fino a che non ebbero scollettato l’erta di San Martino, le sorelle di mia madre sventolarono i fazzoletti, e mia madre, di là, vide sulla sua casa, che abbandonava per sempre, una levata di bianchi colombi.

Mio padre entrò nel “Palazzo” all’epoca in cui era stata sbaragliata e trucidata, verso i Pirenei, l’armata insurrezionale Carlista. Nel gran parco silenzioso si ritirò la famiglia di don Carlos. Il re esule nel Brasile vi capitò più tardi.

Ero piccolo piccolo e la sua presenza m’incuteva timore. Lo ricordo seduto sopra certe panchine di ferro battuto a cui si abbarbicavano le edere nel fitto del parco, sotto la consolante ombra dei lecci neri, ascoltare senza battito di ciglio la romba del mare. A volte con la canna di ciliegio faceva sul ghiaino dei triangoli e delle sfere. Quante volte l’ho visto fissare estatico le armate dei pesci rossi che sguisciavano entro una vasca, o fermo davanti a certe statue di marmo che decoravano il parco.

I drammi della sua casa dovevano percuotergli il cuore e dallo stupore dell’ombre dovevano balzargli incontro gli spettri di Filippo V e di Isabella usurpatrice.

Il re si era battuto in nome di Dio in difesa del clero perseguitato e spogliato. Costì riandava alla capitolazione di Vergara e vedeva il suo antenato Carlo V in testa alla formidabile armata insurrezionale.

La tragica eredità lasciatagli da suo padre che, disperato dal destino “Carlista” abdicava in suo favore, gravava sul cuore del re mortificato.

Quando il re meditava sotto le grandi quercie, era trascorso appena un lustro da quando egli, alla testa di un armata ringiovanita di ardimentosi soldati, combatteva gli usurpatori sotto la fiera divisa: Dio, Patria, Religione.

Centomila baionette sfilavano, centomila anime balzavano incontro al loro re.

La romba del mare portava sul Gombo deserto la linea del fuoco dove egli aveva arditamente posto il comando. E sulla duna approdavano gli spettri invendicati dei suoi generali Castell, Savalls, Ollo, Elio, Dorregaraj.

La sfociatura della Magra, doveva apparirgli in quei giorni tragica come quella del Gavo, dalle cui sponde irruppe a tradimento l’armata Alfonsista, sgominando i ferrati battaglioni Carlisti.

Unica reliquia del naufragio di un regno, il suo grande aiutante di campo Don Isidoro De Iparraguirre che, ai margini estremi della follìa, barcollava in un vialetto di mortelle, profumato di cimitero, e, col bastone accennando il bosco tenebroso, era colto da terrori e spaventi: – È passata una lepre nera, malo signo, malo signo, Maestà!

Assai più tardi, dal mio padrone barbitonsore, garibaldino a Bezzecca e carcerato mentre nel ’70 stava per andare nei Vosci, udivo i nomi del Duca di Montpensier, dei Braganza, del generale Prin, e della regina Isabella e di suo figlio il principe delle Asturie.

Il mio padrone faceva delle lunghissime digressioni sui motivi della guerra Franco-Prussiana, nomi su nomi si accalcavano nelle sue mirabolanti narrazioni: Leopoldo, Stefano, Carlo, Augusto, Maria Antonietta, Murat, il re del Portogallo. E concludeva sempre le sue narrazioni con una frase che faceva rimanere a bocca aperta gli astanti: – Atavismo morboso d’una stirpe regia! – Questa frase la diceva sempre battendo il tacco di una scarpa e rimanendovi sopra in equilibrio. Il mio padrone, evidentemente, faceva un insieme di tutti i Carlo della storia; il Temerario, quello di Borgogna, l’altro delle Asturie, il VII; tutti diventavano Carlo di Borbone. Essendo egli barbiere di Corte asseriva che sarebbe stata una marcia vergogna non conoscere la storia dei padronati.

– Ne sa quanto un baccelliere di Salamanca – dicevano i clienti stupefatti.

Ma Fortunato Primo Puccini, parrucchiere teatrale e pedicure, nepote di Giovan Battista Morganti, e figlio di un uomo che, a ottantanni, sposò di bel nuovo, nato a coppia con Felice Secondo, e coniugato con Caterina Dini, una quarantina d’anni più anziana di lui, filava più fine del diavolo.

Essendo egli parrucchiere teatrale faceva l’incetta di tutti i baruffi dei capelli delle donne che avevano avuto il tifo; li scardazzava poi ad un telaretto onde farne crespo per i baffi finti dei coristi. Essendo pedicure mendicava le lancette in disuso, i cerotti usati e le bende. Tutti questi ingredienti, per degli anni innumerevoli, li ho veduti disinfettare dentro un recipiente d’acqua fenicata che, coll’andar del tempo, era diventata come bava di gatto.

Fortunato Primo riteneva che il più grande disinfettante del mondo fosse la saliva, onde, quando incicciava un dito su cui era un callo rincallito, ci sputava sopra, e se il paziente si sveniva gli ciucciava addirittura il dito.

Fortunato Primo riteneva che la miglior salda per fare increspare i capelli tifoidi fosse la saliva e così dava delle leccate ai capelli accordellati e si faceva passare di bocca tutta la treccia.

Fortunato riteneva che il più risolutivo emolliente per contropelare la barba fosse la saliva, e, perciò, quando doveva andare, col rasoio, contropelo si sputava sulle dita ed umidiva la parte.

Altri prodigi faceva, secondo Fortunato Primo, la saliva: cicatrizzava i vespai, portava a maturazione i tumori maligni, estirpava le ragadi; una bella leccata a tempo poteva liberare uno dalla morte.

Non so cosa sussurasse negli orecchi dei contadini che venivano a sbarbificarsi da lui la domenica mattina, dopo aver ascoltato la prima messa. Mentre Fortunato parlava loro, aveva il ghigno di satanasso e la frenesia di un satiro. Certo dava loro dei consigli circostanziati e minuziosi. I pazienti allontanavano il capo, ma egli, frenetico, avvicinavasi all’orecchio e parlava. Qualcuno l’ho veduto alzarsi, asciugarsi la saponata, e scappar via senza radersi. Il mio padrone allora si recava sull’uscio e urlava – Scappi? Vuoi dire glie lo farà un altro.

Dopo questi accaduti, Fortunato diventava frenetico e sibillino, e, sedendosi sopra un divanaccio sbuzzato che strabuzzava il capecchio di cui era imbottito, diceva con tono fatato – Ah! se questo divano potesse parlare!

– Direbbe che sei un vituperio! – gli urlava la moglie tutte le volte che era presente.

– Somiglio il mio nonno Giovan Battista Morganti – diceva egli con orgoglio.

Giovan Battista Morganti, poeta idiotico, alla veneranda età di anni ottantatrè fu processato per adulterio consumato sotto il tetto familiare.

Correva l’anno 1866 quando il vedovo padre di Fortunato passò in seconde nozze con una vedovetta traccagnotta e sellata su cui si fissarono invidi gli occhi di Fortunato. Un giorno egli allungò le mani incestuose verso di lei, onde ella, che era pacata, commentò benevolmente: – Vorresti diventar cognato di tuo padre? Vergognati costì…

Il padre che, nell’attigua camera, era intento a sbarbificarsi, mangiata la foglia, tolto su un nerbo di bue, corse in sala e flagellò il figlio incestuoso; il quale non trovò altra via di scampo, avendo il padre preventivamente stangato le porte, che quello di gettarsi dalla finestra del secondo piano.

Il granifero Giugno fu la sua salvezza; i sottostanti campi, rigogliosi di mèssi, gli fecero da cuscinetto e, Fortunato Primo, dato prima uno sguardo alla finestra, come soglion fare i gatti, e visto gli occhi paterni folgoranti qual igneo lampo in paventosa sera, staccò il trotto e corse da Pisa fino a Bari dove c’era un arruolamento di garibaldini per tentare uno sbarco in Dalmazia.

Di questo e d’altro parleremo altrove. Al momento, di Fortunato Primo, dirò soltanto quello che è inerente al “Palazzo”.

Quando egli doveva recarsi al “Palazzo” – il che avveniva regolarmente due volte per settimana – faceva una minuziosa toletta e si profumava tutto di benzuino e si dava sui capelli dell’olio essenziale di bergamotta; dopo, specchiandosi, si pavoneggiava e sorrideva facendo delle lunghe digressioni ai clienti sui furori delle donne austriache.

Quando preparava la cassetta dei ferri e degli utensili non dimenticava mai una ceretta di cosmetico bionda cui egli attribuiva tante virtù miracolose. Sulla toletta c’era anche una ceretta di cosmetico nero per la tintura dei baffi bianchi, ma quella non la portava mai perchè, asseriva, una volta gli fece passare dei guai seri facendone uso nel “Palazzo” a guisa di pomata di semifreddi.

Ricordo che Fortunato poneva una certa crudeltà quando, a punta di forbice, sfumava la barba del generale Isidoro e, maliziosamente, lo pizzicava. Io lo guardavo suppliziare il cliente ed egli, per giustificarsi, mi diceva: – Un giorno, il generale, ha detto che Garibaldi era un diavolo rosso: il mio Generale! – e Fortunato si metteva sull’attenti.

Fortunato diventava meticoloso quando sbarbava il conte De Lessuenne; nettava il rasoio al barbino di tela, l’affilava sulla stecca smerigliata, sdiacciava la lama passandola sul palmo della mano, poi insaponava tanto fino a che il viso del conte non sembrava di panna montata. Io officiavo pieno di peritanza come il chierichetto all’altare; Fortunato comandava ritualmente: – Il pennello; la stecca; il barbino. Quando la funzione era finita si andava a sbarbare la “Canaglia”.

Lì, come soleva fare la domenica mattina ai contadini, Fortunato dava certo i medesimi consigli perchè anche qualcuno della “Canaglia” si alzava e diceva a Fortunato: — Ma sei ammattito? – Fortunato rispondeva invariabilmente: – Allora glie lo farà un altro.

Una mattina, il mio padrone mentre sbarbava il sottocuoco, vicino ad un barattolone di caffè tostato, se ne empì le tasche, perchè, tra gli altri, Fortunato aveva anche il viziaccio di desiderare la roba degli altri.

Quella mattina Fortunato ebbe la sfortuna di avere la controfodera di una tasca bucata e, chicco per chicco, seminò il caffè. Il sottocuoco, furente, seguendo la seminata, rintracciò Fortunato in un salone appartato ove stava diluviando un rocchio di ciccia che aveva pescato al volo dentro un caldaione bollente.

Con sua maggior vergogna dovette rovesciarsi le tasche e depositare la refurtiva. Il capocuoco, intanto, flagellava di legnate un gatto che, diceva lui, gli aveva mangiato un pezzo di lesso.

Una mattina Fortunato Primo fu chiamato, in fretta e furia, al “Palazzo”: Sua Altezza Reale il Principe Don Jaime di Borbone necessitava dei suoi servigi.

Fortunato Primo si mise in testa una bombetta, bomba addirittura si poteva dire, perchè era grande come un mezzo cilindro. Quando il mio padrone si metteva quel copricapo grandi avvenimenti stavano per succedere: funerali o danze. Quella mattina il mio padrone si era messo anche le decorazioni della campagna dell’alto Tirolo, e, andando con passo ardito verso il “Palazzo” suscitava intorno a sè come una marziale tempesta di argenti battuti.

Con ogni cautela, Fortunato Primo, fu introdotto negli appartamenti del Principe. Panini imburrati e spalmati di deliziose marmellate erano sopra un vassoio cesellato d’oro, ammanniti vicini ad una tazza fumante: la sontuosa colazione aspettava d’essere consumata da Sua Altezza Reale.

Fortunato Primo se la sbafò in un battibaleno e si forbì anche le lerfie alla salvietta cifrata. Poi, così satollo, attese imperterrito gli eventi.

– Ma non c’eri altro che te – gli diceva disperato e piangente il cameriere.

– Se sono stato io, beva veleno e, Fortunato, tolta la tazza di sul vassoio se la scolò in bocca.

La colazione fu riportata e piantonata fino a che non sopravvenne il Principe.

Ma, dopo il servizio, essendosi Fortunato Primo mantenuto sulla negativa, gli fu data una puntata sulla bocca dello stomaco, così forte, che gli fece rendere la principesca colazione.

Quella mattina in cui mia madre, disperata del mio destino, mi “parò” – verbo pastorale che ella adoperò sempre invece di condurre – nella bottega di Fortunato Primo, egli sbarbificava il messo del Cursore, il quale, scorgendomi riflesso nello specchio, disse: – Vedi a far di propria testa dove ci si riduce!

VIII.

– Vuoi far sempre di tua testa.

Una delle tante massime di mia madre dette col pianto alla gola. Ricordo, con un contorno inconfondibile – la mia memoria ha dei ritorni inesplicabili verso l’oscurità della mia coscienza – quando mia madre faceva barcheggiare la culla che teneva legata ad un polso con una cordicella, sul mattonato della nostra cameretta, affiancata al suo letto matrimoniale e si assopiva stanca dell’opra del giorno. Sopraffatta dalla stanchezza e dal sonno sigillava gli occhi e l’ombra le incassava nell’orbite i suoi occhi spenti. Il suo volto, appena appena stenebrato dal lumicino ad olio acceso sull’impiantito, prendeva un grande rilievo, quella testa gagliarda e misteriosa come la Notte mi distraeva nell’insonnia e nel tedio. Quando il fastidio di quelle lunghe notti mi pungeva più forte, davo una strappata alla fune e la destavo. Allora il suo viso assumeva l’aspetto di un’Aurora tempestosa.

Se io le davo, in quell’istante, un’altra strappata ella si tramutava in una Furia. Così torpida di sonno, con gli occhi opachi, i capelli sciolti, le mani artigliate: – Se ti pianto gli artigli addosso… – dava certe strappate alla corda che io sballonzolavo dentro la culla come un turacciolo di sughero dentro una bottiglia sciaguattata e dovevo tenermi forte alle sponde per non essere schizzato via.

– Ho perso sette denti per te – urlava ella mostrandomi quelli che le erano rimasti in bocca.

Quella esclamazione di orgoglio conturbato mi aggelava. Quei sette denti sono stati la disperazione della mia prima infanzia.

Avevo appena cinque anni quando una sera mia madre intrideva il levame nell’arcile. Ero seduto al focolare dove si estingueva, crepitando, un ciocco di pino. Essendo alto l’arcile, mia madre, per bene impastonare, era salita sopra una panca. Il levame lo intrideva sempre di notte per impastarlo poi lievitato il domani col fior di farina.

Mia madre poneva il lume sul piano dell’arcile; la luce addopata dal poggiolo e avvivata dal fior di farina, schiariva tutta la parete di fondo; su quella luce staccava in nero la sagoma di mia madre che, muovendosi, proiettava sulle altre pareti dei trapezî neri che i suoi movimenti facevano tragittare di qua e di là.

Quella sera la cappa del camino miagolava per il vento, i tizzi sfavillavano. Un Crocifisso di legno era imbullettato sopra il capo di mia madre e, da quello, pendeva una rametta d’olivo secco e benedetta. Sulla strada, indurita dal gelo, s’udivano fischiare le foglie folate dal vento; il bosco aveva il murmure del mare insenato entro un cavo di monti. Nelle darsene gli alberi dei bastimenti scricchiolavano. La grande acacia del mio orto percuoteva i rami stecchiti sopra il letto.

Una Parca, che annaspasse i fili del destino, non avrebbe travagliato attenta come mia madre.

Io pensavo ai miei compagni, che i loro padri avevano portati, così piccoli com’erano, agli sbruffi del mare; un gelo d’acque profonde mi colpiva il cuore, inusitati stupori e spaventi mi ferivano l’anima.

Mia madre, quand’ebbe intriso il levame, si nettò le mani stropicciandosele l’una con l’altra, le stiepidì con l’acqua, poi l’asciugò. Dopo, venne a stirizzirsi al focolare. Vedendomi così conturbato mi chiese cosa avessi.

– Penso alla morte, – risposi, e feci errar la mia bocca calda sulla sua fronte gelida, la baciai e la bagnai di lacrime.

Come mi appariva tetra la morte coronata di castighi: – “Sono tanti e tali, e così atroci ed eterni che se ad un dannato gli si dicesse: – Le tue doglie cesseranno il giorno in cui tu a un granellino per volta avrai scavato un abisso pauroso dove ora è il sabbione che arresta e frange l’impeto del mare, il dannato esulterebbe perchè nel subisso dei secoli quel lavoro avrebbe fine, ma l’Eternità è di là da mai.

Quando in quei tempi passeggiavo sulla bàttima del mare e guardavo la duna stendersi dalla foce del Magra a Bocca di Serchio e pensavo all’Eternità dei castighi, ero preso da terrori e spaventi.

Certi nomi, inzeppati nel capo dai frati, mi facevano fantasticare in modo stravagante: Nerone, mi pareva, che, a toccarlo, dovesse tingere di nero come il sacco delle seppie e il nero lo spurgasse dalla bocca in nuvola e lo risoffiasse dintorno per nascondersi in quel torbato come sogliono fare i polpi. Mi pareva che egli avesse un cappellone nero, a cono, e una barba annodata alla vita come una radica di sorbo.

Mia madre, nella disperazione, mi urlava una delle solite massime: – “Sei peggio di Nerone”.

Quando seppi i misfatti di lui e che aveva squartato il ventre di sua madre, raccapricciavo a sentir pronunziare il suo nome.

Quanto re Erode sconturbò la mia infanzia! Tutto quel macello di pargoletti mi faceva aggricciare la pelle e l’anima.

Un giorno, un ubriaco, molestato da una sturma di ragazzi, urlò loro imbestialito: – “Viva Erode”. – I ragazzi mancò poco non gli facessero far la fine di Santo Stefano.

Quando andavo sulla duna nei giorni in cui il mare inghiottiva le braccia del molo e i poggioni, e il pèlago al largo bolliva come l’inferno, mi sovveniva di Sant’Agostino. Anche egli incontrò un fanciullo sulla spiaggia occupato a mettere il mare entro un foro che aveva fatto sulla rena:

– Pensate, o maestro, che è più facile che il mare entri in questo foro che voi risolviate il mistero della Santissima Trinità.

Allora il mio cervello diventava il foro e la divinità un mare sterminato e sonante. Credere mi schiacciava e trovavo un sollievo soltanto a mormorare tra di me: – Non credo. – Non credo, fu lo sfondo su cui spiccò la mia piccola coscienza di cinque anni.

– Tristi e guai per quei ragazzi che non sono sotto gli artigli del padre! – si doleva spesso mia madre, e commentava attristata – Come faccio io, povera scenta e meschina, con due démoni alle mani?

– Dite che Dio vi perdoni: paragonare i figli ai démoni d’Averno! – le diceva una vecchiarella del vicinato.

– Ma dove sono ora? – si chiedeva straziata mia madre.

Così conturbata, prendeva una sedia di faggio, l’appoggiava al muro di cinta del bosco, saliva sulla spalliera e, poggiato il capo sull’orlo della muraglia, urlava i nostri nomi con tutta la voce che aveva nel petto. Quella voce sonora di pastora, intonata alle forre della Pieve di Santo Stefano, faceva cantare tutto il bosco con la sua musicata disperazione di Niobe.

Io, infoltato tra le prunaie, la udivo e, quella specie di canto, mi consolava e la facevo sgolare senza mai rispondere.

Mia madre, allora, era oceanica, esuberante, piena di vita. Anche nella disperazione era potente, le sue lacrime erano bollenti, il petto si sollevava come sospinto da un impeto di vento gagliardo: ma, voltati di là, non era altro: una vela gialla che si fosse aperta nelle darsene, una ventata che la mettesse sotto una pioggia di aguglioli di pino, la faceva sorridere come una bimba. Se noi si fosse rincasati in quel momento, ci serrava festevole fra le braccia e le ginocchia e ci copriva con le membra opulente e ben conformate, e sul muro appariva come un frammento del Partenone.

La boscaglia a quei tempi era vergine: gli alberi di fusto, sulla còrtice scabra, erano ricamati di foglie verdi a forma di cuore. Tutti quei cuori che salivano ai cimelli mi davano piacere al cuore, e siccome quei cuoricini verdi erano di sapore dolce, io seduto al calcio degli alberi ne mangiavo tanti e poi tanti. L’ellera più soda s’abbarbicava alle radici serpigne che sbucavano dalle esplosioni della terra che spandeva intorno profumo di ragia dinervante. I lecci con le frappe conteste di puniglioli, macchiavano di nero il verde cupo della boscaglia, i pioppi sbisciavano argenti e il fogliame bianco e smeraldo musicava di tacchettii sottili il fremito impetuoso del vento marino. Le prunaie accestite, spinose, accese di lumicini gialli e perenni, mettevano come un fantastico tempio sotto il bosco, gli acquitrini capovolgevano il cielo sotto le barbe degli alberi e un altro bosco; i corvi crocidavano alti, il mare rompeva lentissimo sulla spiaggia vellutata dalle ventate che la nettavano delle festuche e dei marami.

Gli alberi esili, ondeggianti, pareva tessessero tal fremito e lo sciogliessero alla pianura. Io giravo per il bosco sciolto come un cane, ambulavo dove ero sicuro di non incontrare anima vivente. Il fogliame degli ontani che marciva era spesso il mio giaciglio. Quando tutta la boscaglia cantava, io mi fingevo un coro solenne di anime. Quando s’approssimava il temporale e le rondini volavano basse e il fringuello aveva note tristi e lamentevoli, e le rane tacevano, e i rospi uscendo dalle tane saltellavano, e i fiori delle prunaie avevano un odore forte e penetrante, la mia piccola anima si apparecchiava come a uno spettacolo sacro. Quando la saetta abbrividiva nel cielo turchino e i tuoni facevano come esplodere la terra, e il bosco commosso sbandava la sua folta chioma a ponente e a levante, e il piovasco friggeva sugli stagni, e le prunaie si imperlavano, m’impeciavo al calcio d’una quercia ed ascoltavo, e la mia anima, piccolo uccello bianco entro la gabbia di una fragile ossatura, sentiva freschezza e sentiva piacenza.

Il cielo si vuotò presto di fantasmi per me, misero e meschino. Pensieri più pesanti della mia ossatura mi schiacciarono l’anima giovinetta. Volevo fingermi di nulla ma non potevo abissare, in questa voragine tenebrosa, il tutto. Riuscivo a cancellare la terra, il mare, la boscaglia, riuscivo a mortificare del tutto la mia povera anima, annientavo me stesso e Iddio. Allora mi sentivo come vanire in un sonno pauroso.

Ma il mare spietato dilatava con l’eternità del suo rombo lo spazio, il cielo implacabile mi umiliava sotto la sua sterminata coltre cinerea, gli alberi, a guisa di mostri impazziti, colossi dalle mille braccia, protendevano verso di me, in gesti vendicativi, le loro rame contorte: allora io toccavo la fronte umiliata sul pacciame e sentivo il terrore di essere nato.

La voce di mia madre modulata sul vento, mi ridestava dai tristi sogni di fatalità e di disperazione.

Fu dopo una di queste tristi giornate che io dissi la notte a mia madre: – Penso alla morte.

IX.

In quei tempi fui “parato” a scuola da una conversa che vestiva come le monache. La “monaca”, tutti le dicevano così, era una donna attempata, anemica e fredda come la cera; essa prendeva il macubino e benchè fosse linda profumava di pizzichino; i denti bianchissimi le schiarivano le labbra tumide e spente. La “monaca” era polputa ed aveva il ventre un po’ grosso e se lo doveva mortificare con delle cintole di cuoio. Molte volte ho udito ch’ella diceva a mia madre palpandosi il ventre: “È la mia disperazione”. Io sentivo ribrezzo di quella povera ombra; una volta che mi baciò, sentii un freddo per tutta la vita. Un giorno, forse perchè parlavo quand’ella diceva le devozioni, si avvicinò a me leggera come una paura e mi dette uno schiaffo ed a me parve che mi avessero lordato il viso con della pasta da manifesti diacciata. Gli feci un gesto che non le deve essere piaciuto punto, perchè ella si ritrasse inorridita e mandò a castigarmi una contadina salcigna che le faceva da serva.

Dopo il castigo, fui messo in un canto, ma siccome guardavo con occhio truce la monaca, lei sermonava: – Emendati temerario. Ti leggo negli occhi. Di’ che Dio ti perdoni – e con voce angosciosa diceva una brevissima litania:

– Beati i poveri di spirito.

Beati i mansueti.

Beati quelli che si umiliano.

Una sera Gesù si ritirava stanco dalla fatica sostenuta nel predicare ed ecco alcune buone madri accostarsi a lui…

– Emendati, emendati.

A quei sermoni io feci un altro gesto per cui la monaca inorridì e tra lei e la serva m’ebbero a finire.

Mia madre, cognita dell’accaduto, m’ebbe a rifinire. Quando mia madre mi gastigava a dovere, dava alla punizione carattere di spettacolo di gala: prima s’affacciava sull’uscio e urlava al vicinato: – Stasera lo finisco. Gli attacco la pelle a un gancio. Ne faccio tonnina. Signore, ci siete? – erano le frasi del prologo, poi veniva giù un diluvio di sergozzoni, spintoni, schiaffi, manate, labbrate, manrovesci.

Di poi, mia madre pentita scappava in fondo l’orto, alzava le braccia al cielo imbevendosi di luce; la sua alta statura spedita s’irrigidiva, poggiata lievemente sul piede destro, col sinistro lievemente alzato, il viso di scorcio come in un affresco dove il sole profondeva colori di rosa e d’avorio. I suoi capelli, color di rame, si garofanavano di toni rossi, gli occhi parevano bagnati di rugiada: ella piangeva. Ma al solito, un nonnulla la distraeva; dimentica di tutto, avvicinava il ramo di un olivo che era nel mezzo all’orto, lo guardava fissa, poi mi diceva allegra: – Lorenzo, l’olivo ha fatto i fiori, quest’anno ci saranno l’olive grime.

X.

A sei anni non ancora compiuti mia madre mi parò alle “Scuole Urbane”. Come mai mia madre avesse ritenuto a memoria questa parola “Urbane”, una delle più difficili del vocabolario, non son riuscito mai a capacitarmi.

Il fatto sta che una mattina d’ottobre mi disse, con certa severità: – Stamani ti paro alle scuole urbane.

Questa misteriosa parola era scritta anche sul carrettone grigio che portava i defunti dalla camera mortuaria al Camposanto; e fuori porta i ragazzi di terza la rileggevano con certo stupore sulla porta del cimitero: e noi tutti si sospettava che tra la scuola e il cimitero urbano ci fossero delle relazioni.

Dunque fui parato a scuola. Il maestro, della gotta da cui era afflitto, incolpava gli alunni.

– Guardate come mi avete ridotto. Assassini di macchia.

La prima mattina il maestro fece la “chiama” e volle che tutti si salisse sulla pedana della cattedra.

– Vi voglio vedere nel grugno uno per uno.

Ma dopo averci fissato coi suoi occhi freddi e grigi concluse che nessuno di noi aveva garbo.

– Ma vi finisco – disse risoluto quando ognun di noi fu al suo posto.

– Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il nome tuo…

Col Pater nostro terminò la prima lezione.

Fuori c’erano in comunello delle madri che aspettavano l’uscita dei loro figli da scuola. Tutte sgonnellarono intorno al maestro, il quale alzando gli occhi al cielo parve un San Bartolommeo, aggricciò la bocca come se lo scorticassero.

Le madri che avevano a tiro i propri figli dettero loro delle puntate. E, una dopo l’altra, istigarono il maestro:

– Signor maestro, me lo mandi a case con le costole troncate.

– Al mio gli tiri sodo alla via del capo che l’ha duro come la pietra della Gonfolina.

– E il mio lo bastoni a dovere: dopo vengo e gli bacio le mani.

– Il mio lo peli come un uccello.

Mia madre si limitò a dire: – Signor maestro, al mio gli attacchi la pelle a un gancio.

– Guardate come mi hanno ridotto gli assassini dei vostri figlioli – disse lui.

– È una vendetta, è una vendetta – urlarono in coro le madri tentando di ghermire i figli.

– Vi finisco – erano le parole con cui il nostro maestro principiava le lezioni.

Il maestro tragittava la classe colla lentezza di una lumaca colossale; a ogni fittone del male maligno ci guardava furente. I ragazzi stavano a braccia conserte fermi, come pietrificati dalle Gorgoni.

– Ipocriti – soffiava egli.

Il secondo giorno di scuola scrisse sulla lavagna una massima breve che mi lesse un ripetente: L’ozio è il padre dei vizi.

Il maestro reprimendo sotto un ghigno beffardo, freddo e spietato un certo suo rancore dissertò parecchio su questa massima. Parlando, un fuoco volatico gli accendeva il viso ingottito che pareva gl’incenerisse il pizzo e i baffi e i capelli. Gli occhi erano di brace accesa.

– Poi c’è questo – e nel dir così fece uscire di sotto il banco un randello abbrividito di nodi che, così a occhio e croce, giudicai essere di ginepro.

Un giorno, il maestro, alzando gli occhi dalla lettura in cui sovente si sprofondava, scorse un ragazzo che schiacciava qualcosa sulla panca.

– È un pidocchio – urlò il maestro spiritato. – Braccia conserte. Fissi! – E ci fissò come per incantarci.

Un ippopotamo, a cui un lupo avesse dato un morso in un nodello, avrebbe fatto il lancio che fece lui sulla cattedra. L’infiammazione delle giunture dei piedi e delle mani sembrò essergli passata all’istante. Si grattò il capo convulso, e fece sfrullare il corpo entro la grattugia delle vestimenta. Poi con ebrietà feroce e sarcastica; allungando verso noi il collo come una testuggine, ci urlò: – Pidocchiosi!

Scese dalla cattedra con la circospezione che mette uno quando scende da una pianta di quaranta metri d’altezza. Andò lentissimo verso il reo e lo fissò negli occhi coi suoi punteggiati di fuoco, gli prese con le dita i polpastrelli degli orecchi, accorto come chi alza la benda di su una piaga inciprignita, quindi lo prese per la cuticagna con una mano e con l’altra slargò il bavero della giubba per poter scrutare giù per il fil delle reni, quindi si mise gli occhiali e guardò la radice di ogni capello, poi gli tirò un nocchino così forte che gli staccò di netto un cilucco di capelli. Tutta la scolaresca fu sottoposta a questa inquisizione.

– Domani tutti zucconati a macchina rasa. Pidocchiosi che altro non siete.

Fuori, il pidocchio fu l’argomento che acciecò tutte le madri. Il maestro sbracciava in mezzo a loro: – Mi par d’essere pieno di pidocchi.

– Anche noi – dissero le madri, e fu un gratta gratta generale.

– Rapateli tutti – disse loro il maestro.

Il reo attanagliato dalle mani materne per la collottola s’ebbe due labbrate che gli fecero schizzare il sangue dal naso, poi a calci fu ruzzolato da un maniscalco che lo rapò a taglio raso.

Il domani si entrò in classe tutti con le zucche monde. Su quelle teste bernoccolute spiccavano bene i fuffigni delle sassate; i matuffi dei tuffi fatti sopra le pietre, i punti a dentro e fuori sulle lacerazioni fatte dalle bastonate dei contadini – bastonate settembrine quando l’uva è matura e i fichi hanno la goccia al naso – il sobbollito delle puntate che accagliano il sangue tra cotenna e teschio, tutti i segni manifesti delle risse, delle gracchie, dei bordelli, dei motteggi, delle insembolate, di tutti i castighi inflitti senza misura e senza misericordia, delle punizioni senza pietà, vennero in luce. Ogni scolaro aveva scritto a caratteri di sangue la propria fedina penale sulla controfodera del teschio.

Il maestro quando apparve sul soglio della classe fissò una per una quelle teste, poi quando fu sulla cattedra ci disse: – Galeotti!

– Galeotto sarai te!

Ci voltammo tutti atterriti verso il temerario. Egli era il Lucchesi: naso a sparafumo, bocca a strapazza pagnotte, occhi di falco marino.

– Cosa ha detto costui? – chiese il maestro allibito.

– Che tu sei un galeotto – rifischiò il Lucchesi.

– Tenetelo, figlioli – gridò il maestro.

Ma il Lucchesi come uno scoiattolo saltò la finestra e dopo pochi istanti si sentì sghignazzare di sulla via: – Non mi son fatto niente. Amici, coraggio.

Quando Germanico parlò alle legioni ammutinate sul Reno non ebbe certo il cipiglio che quella mattina ebbe il nostro maestro quando si alzò onde commentare l’accaduto.

– Narrerò l’accaduto e sarò breve com’è nel mio costume.

Noi che s’era stati testimoni, si aspettava invece la conclusione. Il maestro concluse:

– Da certi segni manifesti ho potuto ben capire che fra di voi esisteva una tacita intesa. Chi è quel signorino che con un piccolo arco della bocca accenna un tacito sbadiglio?

Uno scolaro aveva sbadigliato. Egli fu il primo di una lunghissima colonna di decimati che andò al muro.

– Ella si alzi e si metta al muro!

La punizione fu lentissima; un righello ferrato in diagonale da un risegolo acuto marcò parecchie zucche; il supplizio era condito da arguzie cinesi.

Perchè il nostro maestro era arguto e sottile; su di una cattedra di sofisti sarebbe stato una colonna. Quando capitava un suo fratello, secco, stoiato, rifinito, col vestito di colui che vendeva a credito – il quale dava delle ripetizioni lunghe quanto una palanca di filo – s’udivano dei nomi strani: Calvino!

– Il Tiberio della Svizzera – commentava enfatico il mio maestro. E poi s’udiva quello di Lutero, Gerinto, Simon Mago. Tra loro due si accapigliavano in discussioni che duravano per tutto il tempo delle lezioni.

Qualche volta capitava a fare il terzetto un prete vecchio e aggufito con una tonaca tutta spolverata di tabacco macubino, un naso scarnito in fuori come un timone. Egli stabaccava di continuo e sentenziava con una voce rauca come le gru.

– Ragazzi fermi – soltanto allora ci chiamava ragazzi il nostro maestro.

– Ragazzi fate le cartelle.

Se quelle mattine le nostre madri gli domandavano: – Ebbene come si sono portati? – egli rispondeva affabile: – Eh, c’è anche del buono tra tanto cattivo.

I più scaltri invece di andare a scuola andavano a far delle belle passeggiate sul mare, verso il pastore che pasceva le pecore sui poggioni di levante.

XI.

L’ovile e la casa del pastore erano dirimpetto al “Palazzo”, occultate dagli alberi; per giungere lì, dovevamo fare tre chilometri di spiaggia. Su quel tragitto una volta fui terrificato da un orrido spettacolo: sulla coltre della rena pomiciata dal vento, scorsi una mostruosa carogna spurgata dal mare; il ventre aveva la grossezza di quello di un bue, i piedi, benchè impolpati d’acqua salsa, erano di umano, le mani invece sembravano guantoni di gomma imbottiti di grassume con l’unghie incarnite; la testa sembrava sbollentata.

Io rimasi come un cane quando leva un uccello, e cominciai a girare intorno alla carogna, da lontano. La carogna aveva i denti bianchi e intatti. Roteandole intorno e scrutandola fui colto da raccapriccio quando mi accorsi che la carogna straccata dal mare era una donna.

Scappai inorridito. Fuggendo, affondavo piedi fino al nodello e il sabbione mi sembrò un enorme ventre purulento che volesse inghiottirmi. Arrivai al “Palazzo” senza sangue e con la bocca grumata di bava.

Il cadavere fu benedetto dal frate e sepolto a venti braccia dal mare placido – perchè a quei tempi tutti i cadaveri straccati dal mare li bandivano dai Camposanti.

Per del tempo nessun vivente passava di lì perchè dicevano che si udiva come un gemito straziante.

Alla poveraglia del paese era interdetto l’ingresso nel parco e nella selva; però tutti i giorni le era proferto qualcosa al cancello: questo ufficio spettava a mio padre.

Tutta la poveraglia del paese si dava convegno al “Palazzo”, passando lungo la bàttima del mare. Sullo sfondo del cielo or chiaro or bigio staccavano bocche spaventate, occhi strabuzzati, granfie di rapina.

Quando la poveraglia giungeva alle spranghe del cancello, certi pani stralevati erano contesi e venivano sbuzzati dalle granfiate. I ragazzi scarniti venivano gettati sotto le spranghe per compassionare gli offerenti. Quelli che nel pigia pigia rimanevano a mani vuote, supplicavano dai ferri del cancello gemendo o maledicendo. Il cancello si tramutava in una gabbia armata di crucce e bastoni.

C’erano tutti gli sciagurati del paese: la Rosona, moglie di un magnano, tutta nera nel viso come una spazzacamina, idropica e nel rimanente del corpo sfrutta dal mal del logro; c’era Pinanni, divorato dall’etisia, con certe zanne che avrebbero scorzato un pino. E una donna a cui dicevano la “Giallona” che le era andato il sangue in acqua per uno spavento che ebbe, la quale scardazzava la lana, e sitava come una pecora rognosa. E c’era una “Rossa” che aveva una gamba fatta con un bastone, e Maggino, un cieco vecchio con la carnagione gialla come la polenta e degli occhi strutti nell’orbite, condotto costì dalla “Maggina” sua moglie, vecchia dilupata dalla fame. E Filo e Barsella, due cavapozzi che parevano lessati a freddo, tanto avevano la ciccia polpa, diaccia e dolce. I due, sempre bagnati e stremati, si davano man forte per augnar dei pani. Poi, v’era la progenie dei viandanti, dei vagabondi, degli accattarotti, tutti quelli che scendevano dai paesi vicini per partirsi, brontolando e imprecando e mormorando, un tozzo di pane.

La mia infanzia passò tra due opposte tempeste: nel “Palazzo” si aggiravano l’ombre inquiete di una dinastia bandita dal trono ed i resti di uno stato maggiore disfatto dopo una serie di grandi eroismi. Il re appariva e spariva come un’ombra. La sua presenza al “Palazzo” era palese da un mutismo che colpiva tutti; a noi ragazzi, facevano delle ammonizioni terrificanti.

La parola: – È arrivato il padrone -, da sola, bastava per incatenare la lingua.

Il re, invece, aveva un aspetto sereno, bonario e cordiale. Se la squilla del credo percuoteva il cielo turchino e, un lamento lene di spinetta filtrato dal parco arrivava sino a lui, egli a quel richiamo si avvicinava alla chiesa passando umilmente tra tutta la “Canaglia” inginocchiata sul pietrato celeste e non alzava il capo umiliato. Il re entrava nel tempio ed ivi s’alzava un canto solenne.

Anch’io mi umiliavo sulle pietre e quel freddo della sera che dà ai marmi la freddezza della tomba, si diffondeva nella mia anima e la marmava.

Il “Palazzo” mi uggiva. Il terrore della divinità che vi era diffuso stancava la mia povera anima. Dio non vi si poteva nominare invano. Una volta, perchè dissi: – Dio buono – sembrò che avessi detto: – Dio spietato.

Tre o quattro “Canaglie” spagnuole mi saltarono addosso per finirmi. I famuli dell’Inquisizione dovevano avere quelle grinte. Quella “Canaglia” famula di Dio, era spietata quando serviva Iddio.

Se qualcuno avesse nominato il padron del mondo invano, quando costoro erano in preda a un delirio alcoolico, lo avrebbero fatto a pezzi.

Il loro alito acetato, commisto alla canfora, faceva pensare ai roghi. Il loro sguardo cupo, sordo, malfidato, mi metteva addosso la temenza della tortura truce. In essi io vedevo riflessa l’imagine del boia.

In questo stato d’animo, balenò l’anarchia.

Lo spettro vendicativo saliva dai Pirenei. Di soppiatto portavo nel “Palazzo” certe stampe in cui c’era effigiato Paolino Pallas, l’autore dell’attentato al Generale Martinez Campos, il repressore dell’Andalusia. La scena della sua fucilazione, contornata di ramette d’alloro, l’avevo sempre in tasca.

Se qualcuno della “Canaglia” spagnuola l’avesse vista, mi avrebbe certamente squartato. Una volta preso da questa temenza, essendo la camera di mio padre l’ultima di un interminabile corridoio, e io dovendolo traversare tutto con uno di quei fogli in tasca, fui preso da tal paura che mi chiusi a chiave in camera e mangiai tutto il giornale.

Anche mia madre, anche mio padre da certi discorsi cominciarono a diffidare di me. Ricordo certi consulti misteriosi che mia madre faceva con mio padre, i quali si concludevano in questa frase: – Quel figlio bisogna tenerlo d’occhio e vedere con chi bazzica quando esce dal “Palazzo”.

Quando io uscivo dal “Palazzo” bazzicavo gli anarchici che a quei tempi si contavano sulle dita; a tutti faceva grande vergogna e meraviglia che io, col berretto basco e il sigillo borbonico, frequentassi degli avanzi di galera.

Un giorno la spia corse e mio padre rinvenne tutto. Seppe che il mio più grande amico era un gobbo di pel sagginato, anarchico sfegatato, il quale diceva delle eresie anche davanti al Santissimo. Che un altro era un calzolaio tubercoloso il quale voleva far tutto mio, come le civette. Un altro era un tappezziere cieco da un occhio che leggeva sui libri proibiti dalla Chiesa e dallo Stato. E che un altro era uno sgalerato che ne aveva fatte d’ogni erba un fascio e, per ultimo, un maniscalco che ferrava i ciuchi e ribadiva ogni bulletta con una bestemmia. Di più seppe che, così piccolo, mi ero dato alla bibita.

– Ma quella lasciamola perdere – commentava mio padre. Nella disperazione egli concludeva che io presto o tardi sarei finito in un fondo di galera e che le chiavi l’avrebbero poi tirate in un pozzo.

Fin qui mio padre. Ma mia madre, più risolutiva e manesca, mi dava dei subbissi di schiaffi urlando come spiritata: – Ti ce la levo io l’anarchia dal capo!

Ma le botte di mia madre anzichè svelgermi l’anarchia dalla testa, la spingevano sempre più giù. Nella mia assenza, ella rufolava da per tutto per trovare roba criminale. Quando rinveniva qualche pezzetto di carta stampata, essendo lei analfabeta, la portava ad un mio zio alletterato per farsela leggere.

– Ma dove l’hai trovata? – egli chiedeva sorpreso.

– Nelle carte del mio più piccolo.

– Del tuo più piccolo? Ma qui c’è tramescolata dell’anarchia.

– Stai zitto, stai zitto – diceva piangendo mia madre – il mio più piccolo si è buttato con quelli della “Spartana”.

– Castigatelo a dovere – diceva egli.

– Guarda, segno e santo di croce che stasera lo finisco, – diceva mia madre e ritornava a casa a testa alta e ritta come un gallo.

Appena io entravo in casa, circospetto come un fuggiasco, mia madre mi soffiava negli orecchi furibonda : – Vieni qua, o anarchico, che stasera è l’ultima delle tue!

XII.

Un giorno nel “Palazzo” si sparse la notizia che i padroni partivano per la Terra Santa. I sovrani, il principe e le principesse andavano pellegrini sulle vette del Carmelo.

La “Canaglia” e il contadiname stupirono. Per quei sempliciotti la Terra Santa esisteva soltanto nelle immaginette che i francescani distribuivano dopo le funzioni: un palmizio ingentilito, l’asinello, il bue, il bambino Gesù, Giuseppe e Maria.

La sera nel canto del fuoco mia madre cantava:

– Ave Maria! Du’ vai, du’ vai?

– A-ccercare il mi’ figliolo.

Che è tre-g-giorni ch’un lo trovo.

Ni rispose Madalena:

– Ave Maria gratia piena!

L’ho veduto su per li monti

Con le man legate ai giunchi:

Una croce a spalla avea,

La portava e ‘un la potea:

Sangue rosso lui versava

Il suo manto l’asciugava.

– I padroni vanno in Terra Santa! Mi sento accapponire la pelle: guardate! – E mia madre, alzandosi il casacchino, ci mostrava le braccia granite e gialle.

In quei giorni non si parlò altro che della Passione di Cristo e della Vergin Maria che va in cerca di Suo Figlio.

Mia madre conosceva confusamente tutta la Passione del nostro Signore. Anche certi paesi dai nomi sonori ritornavano nei suoi discorsi. Ricordo che nella disperazione urlava: – Mi par d’essere nella valle di Giosafat! O altrimenti, raccontando di una donna che era stata flagellata dal marito diceva: – L’ha ridotta un Ecce Homo! E se l’amarezza l’assaliva alla Pieve, usciva negli oliveti gridando: – Mi par d’essere nell’Orto degli Ulivi! Se poi la sua disperazione era all’eccesso allora urlava: – Gerusalemme! Gerusalemme! Gerusalemme!

Quante volte mi son sentito dire da lei – Sei peggio di Longino! – Certo mia madre mi attribuiva soltanto le nefandezze dell’orbo, il cui occhio fu risanato dal sangue del Nostro Signore che per l’asta della lancia sacrilega gli scolò nell’orbita cava e con la luce dell’occhio ebbe anche il lume della fede: certo perchè quando urlava: – Sei peggio di Longino! – se mi avesse avuto tra l’unghie mi avrebbe spellato.

– La Terra Santa è là! – disse ella uno di quei giorni accennandomi la forcella di un platano secolare aperta sul cielo come due dita gigantesche. Io guardai la forca in mezzo alla quale passavano in quel momento dei branchi d’uccelli.

– Quelli son uccelli che vanno in Terra Santa! – asserì mia madre.

– Di’ che Dio ti perdoni! – soggiunse distratta.

La sera nella cappellina del “Palazzo” c’erano i sermoni dei frati: – La Palestina era prima il paese dei Filistei, la regione tra il Libano e il Sinai, poi si chiamò la Giudea.

Dodici sono le tribù che abitarono le sponde del Giordano: Azer, Zebulon, Isacar, Giuda, Simeone, Menasse….

Tutti questi nomi cascavano come pietre sulle teste dei fedeli da cui pareva selciata la chiesa tanto stavano giù umiliati.

Mia madre che per salvarmi l’anima mi avrebbe attaccato il corpo a un gancio, mi squadrava con gli occhi intrepidi ed io leggevo nel loro fondo verdissimo: – Sei peggio di Longino!

Un nome che poi me lo son sentito rifischiare da lei tante volte la colpì in modo straordinario: Erode Tetrarca. Di Erode ella sapeva le nefandezze ma non sapeva capacitarsi del Tetrarca; onde nella furia mi urlava: – O Tetrarca! O Tetrarca! O Tetrarca!

A quel nome pronunziato tre volte con voce sonante, mi pareva che tre arcate di pietra si frantumassero sul mio capo.

– Dopo la flagellazione il Redentore fu denudato delle vesti che aveva riprese e gli venne posta una clamide purpurea, non più nuova e splendente, ma vecchia e cenciosa, onde ingiuriarlo e deriderlo.

Gesù col capo coronato di spine, ferito nelle mani e nelle carni, sanguinoso, coi capelli gromati aveva l’aspetto di sofferenza e di maestà!

La corona di giunchi marini spinosi aveva la foggia di diadema e gli fu posta sul capo a cagione di derisione.

La canna nelle mani, appiccata a una corda, gli fu posta a finzione di scettro onde spregiarlo.

Così fu condotto al Pretorio e mostrato al popolo: Ecce Homo! –

Mia madre ascoltava i sermoni quasi impietrata. Ogni tanto i suoi occhi avevano dei bagliori come di lampi in una sera di pioggia chè grondavano lacrime, e scrutava attenta se io mi intenerivo a quelle narrazioni.

A me faceva tenerezza invece la canzone che tra un sermone e l’altro cantavano i contadini, accordati dal signor Orticosa sulla spinetta

O Maria dal gran pianto

che faceste il Giovedì-s-santo.

Gran pianto e gran lamento!

ve ne andaste al monumento.

Al monumento ni parlaste

dolcemente l’abbracciaste

O figlio che uscisti di questo corpo

oggi è quel giorno che ti vedo morto.

La tenerezza per la passione del Nostro Signore per mia madre si manifestava in istravaganti gesti di dolore, piangeva amaramente, poi maestosa d’ira si rivolgeva verso di me come se io fossi stato un giudeo.

– O Tetrarca! O Tetrarca! O Tetrarca!

Dopo si metteva a cantare come spiritata:

Una croce a spalla aveva

La portava e ‘un la poteva.

I sermoni continuarono per tutte le sere che i padroni stettero in Terra Santa: – Rivestito dei suoi propri indumenti il Redentore pochi giorni prima entrava trionfante in Gerusalemme tra l’acclamazione della turba e ne riusciva negletto, sotto il gravame della Croce, con la corona di spine ancor sul capo.

In altri tempi e luoghi si videro i rei dover portare a forza il palo con cui dovevano essere trafitti.

Portò adunque Gesù la sua croce per mezzo la città di Gerusalemme, lasso per i tormenti sofferti, e indebolito cadde tre volte per via; l’insolente plebaglia, alzando il capo, aprendo la bocca feroce e tumultuaria lo battè perchè risorgesse. Seguìto da gran turba di popolo, egli andò verso il Calvario. Alcune donne lacrimavano il suo stato; non fra esse, ma accanto al suo Divin Figlio, camminava la Vergine Maria, non già con stravaganti gesti di dolore, ma piangendo amaramente, bensì con tacito e compenetrato dolore conveniente alla di Lei Maestà. Veronica, poco lungi dalla Divina Madre, col pannolino rasciugò il volto del Signore che vi lasciò impressa la Effigie a sudor di sangue.

Giunto Gesù alla porta della città, gli venne tolta la croce dalle spalle e fatta portare a viva forza da Simeone di Cirene, non per compassione, ma per timore ch’ei spirasse sotto gli strazi prima di giungere al luogo del suo supplizio -.

La “Canaglia” a cotale rievocazione, devota e contrita, arcava la schiena e tutto il lastricato della chiesa sembrava un mare gelato di piombo su cui s’incurvassero delle motte di delfini.

– Giunto al Calvario, Gesù fu abbeverato con vino commisto a mirra e fiele; la bevanda che davasi ai rei che col suo narcotico alleggeriva le pene del supplizio. Di poi, fu spogliato e gli fu rinnovato lo spasimo della flagellazione che le vestimenta attaccate sulle lacerazioni, strappandole, gemevano sangue vivo.

Gesù aperte le braccia e guardando il suo Divin Padre, si coricò supino sulla croce; inchiodate le mani, trafitti i piedi, i manigoldi alzarono il legno conficcandolo nel terreno, taccandolo di cugni fatti nella ceppa dell’olivo, duri come i loro cuori scellerati.

Gli sgherri volevano a colpi frangergli le gambe per la superstizione del venerdì, ma Cristo la sera lo trovarono morto -.

La risurrezione e l’ascensione al cielo passarono sulla “Canaglia” con fasci di immensa luce e di raggi splendidissimi, sicchè la chiesa parve incendiata dai lampi.

Finito il sermone, la figura fredda ed ascetica del signor Orticosa, il quale aveva ascoltato col capo reclinato sulla spinetta, si levava e cominciava con le dita a battere lentamente sui tasti e a scandire col capo quella preghiera lenta e patetica.

Tutta la “Canaglia” gli andava dietro in minore, le voci delle donne, argentate dalle lacrime, salivano di tono. Tutte le teste erano contrite e i capi pendevano come slacciati sopra una spada. La statua di Carlo III sul sarcofago, avvivata dalle luci delle candele, incuteva il terrore misterioso dell’al di là, la corona e lo scettro d’oro, sembravano bruciare.

La notte era intanto calata e il parco, pietrificato da un sereno di stelle, teneva intatte e ferme sul cielo tutte le fronde. Le statue mettevano un albore stemperato di luna tra l’intrigo dei rami.

Ricordo che quella notte mio padre, prima di coricarsi, disse tante devozioni contando parecchie volte i ginepri di una lunghissima corona. Anche nelle camere vicine si udivano mormorare preghiere sommesse.

Quando i padroni fecero ritorno dalla Terra Santa, fu impartita la Cresima ai figli dei servi le bimbe tutte vestite di bianco, i ragazzi tutti vestiti di una stoffa color del tiglio secco. Due file di panconi color ombra lineavano il tempio; al lato destro erano sedute le bimbe, al lato sinistro i fanciulli. Molti piangevano. Il vescovo mitrato lesse su un grande tomo di carta pecora poggiato sull’altar maggiore e poi, seguito da uno stuolo di frati e di chierici, si appressò ai ragazzi e pronunziando preghiere gli unse la fronte.

Il pranzo fu imbandito nel mezzo al parco e le principesse servivano a tavola: Bianca, Beatrice, Elvira, Alice.

Prima di metter cibo alla bocca, fra i tronchi abbarbicati dalle liane e le ciuffaie degli oleandri, apparve il vescovo mitrato agitante il pastorale argenteo, con il piviale rutilante: egli, benedicendo, allargò le braccia: il piviale, foderato di verde setato, sugli orli era incendiato d’oro; sullo sfondo del cielo, nuvolato di bianco, apparve come un grande dipinto del Tiepolo. Le principesse volavano intorno alla tavola come uccelli di paradiso. Le bottiglie di vino bianco esplodevano oro sulle tovaglie.

Il vescovo, deposti i paramenti, ritornò alla tavola, ma come trasfigurato: piccolo piccolo, tutto vestito di nero, un collarino rosso sangue e uno zucchetto in cima alla testa; invece del pastorale, aveva in mano una rametta di giunco e parlava come gli altri.

Egli parlò affabile con le principesse; noi si stava tutti zitti e in ascolto:

– L’olio misto col balsamo ci confermò il segno del cristiano e la grazia ricevuta nel battesimo… L’olio nasce dall’umor della terra e per la parola di Dio doventa cresima.

L’olio freddo sulla fronte mi sembrò che fosse l’estrema unzione.

Il pranzo fu condito di Item. Una bimba seduta dirimpetto a me piangeva di tenerezza. Le sue carni verginali, sotto gli sbruffi trasparenti e bianchissimi dei ricami, sembravano rametti di rose sotto la brina primaverile. Gli uccelli, volando sul verde delle edere, portavano nella boscaglia tutto il nero.

XIII.

Una mattina fu trovata morta la Sovrana. Grande costernazione. Ricordo che il “Palazzo” si empì di frati e di monache, e tutti si vestirono subito di nero. I ragazzi furono mandati sul mare.

Subito dopo la morte della Sovrana, il “Palazzo” cominciò ad essere trascurato. Anche se le edere si abbarbicavano ai muri nessuno le ricoglieva più; sui cordonati dei marciapiedi crebbero i muschi, e sul filo d’acqua della vasca, prima tersa come il cielo, crebbe il limo verdissimo su cui i rospi stavano fermi; sulle ninfee le rane sembravano morte.

Le foglie secche folate dal vento davano l’idea che qualche ombra sfogliasse un libro misterioso appiattata dentro la chiesa; e facevano trasalire.

Moltissime finestre stavano sempre chiuse. I padroni passeggiavano silenziosi e fuor d’ora. Anche i padri francescani risentivano di quel tedio.

Dopo qualche tempo dalla morte della Sovrana, capitò al Palazzo il principe Don Jaime, suo figlio, vestito da ufficiale dei cosacchi. Poco dopo, arrivò al “Palazzo” Don Carlos tutto vestito di nero; la barba gli s’era filettata di argenti e la carne pareva di cera. Padre e figlio passeggiavano sempre soli.

Di quei giorni non ricordo il sole. Il mare era sempre torbo come ceneraccio, la spiaggia gialla, scialba su cui si scioglieva la spuma come una trina intignata. Le gambette marine, impigrite da quell’autunno eterno, zampettavano sulla bàttima come gallinelle, stampandola tutta di fioretti.

Ogni tanto il mare straccava un cadavere. Scheletri di bastimenti naufragati altalenavano sull’onde lontane e i delfini mugliando vi facevano arco all’intorno. Poi la barca andava in perdizione, i delfini si tuffavano seppellendo nel mare i muggiti, i cadaveri erano coperti con cinque braccia di rena, e la duna e il mare si adeguavano nel grigio abbagliato dai fanali del Tino e di Livorno.

Quando al “Palazzo” c’era il Sovrano noi si stava sul mare. L’ombrello verde del pastore, che appariva dai cesti delle pagliole, era per me un palpito di speranza. Le pecore sui poggi parevano tante nuvolette scese dal cielo in terra.

Quando le greggi andavano verso la capanna che si alzava come una piramide sacra sui monti celesti, io ascoltavo il campano della mandra e quella squilla pareva mi dicesse: Spera! Ma mi metteva il pianto nel cuore.

Anche i miei erano uguali al pastore Sirizio e io potevo essere il figlio del pastore che dietro le pecore porta sul collo l’agnellino nato d’allora e, se è inverno crudo, sente un caldo per tutta la vita.

Il Sovrano e il figlio, vestito con l’uniforme dei cosacchi, apparivano sul mare all’altezza del “Palazzo”; ma la vastità della spiaggia e la linea spietata dell’orizzonte li impiccoliva tanto che parevano due uccelli pellegrini.

Io volavo sempre col pensiero alla Pieve di Santo Stefano, alla casata dei Fondora, al ritorno delle pecore dalle selve dei Rimortaglio, al tacchettìo dell’ugnoli sul pietrato, alle sorelle di mia madre, le quali, quando il cielo si fioriva delle prime stelle, mungevano le poppe tepide delle pecore. Colmavano di latte le secchiella che serravano tra le lor coscie potenti, e mi pareva che tante lune fiorissero l’impietrato dell’aia.

Rincasando provavo la morte.

Il “Palazzo” era sempre frequentato da grandi personaggi. Ricordo che mio padre diceva a mia madre: – È arrivato il duca di Bardi – e in quei giorni si piastronava il petto con certe camice bianche e lucide come il marmo. – Domani arriva il principe Massimo – e la solita camicia appariva sulla coperta del lettuccio di mio padre. – È arrivato l’arciduca Leopoldo, è arrivato il re Ferdinando, è arrivato il Sovrano, è arrivato il principe.

Tutti questi personaggi, noi ragazzi, li vedevamo da lontano. Quelli in divisa ci colpivano di più. Ferdinando di Bulgaria, con un grande cappotto a due petti, coi bottoni d’argento, e gli stivali di bulgaro giallo-cromo, con gli speroni stellati, il largo viso su cui l’eminenza del naso primeggiava, gli occhi sforbiciati con un taglio secco, i baffi e il pinzo fulvi e mossi, portava un berretto di corta visiera incerata, basso, largo, tagliato a fil di spada. Egli capitava al “Palazzo” dalla villa delle Pianore, ove era fidanzato con una delle numerose figlie del duca Roberto.

L’arciduca Salvatore d’Austria, fidanzato di donna Bianca, era altissimo, con tutti i segni caratteristici della sua Casa, uguale alle stampe dell’imperatore giovane: occhi ricettati entro un’orbita larga, baffi spessi, viso ad ovolo, fronte vastissima ed alta, tanto alta che la parte capillata del capo si scorgeva appena anche quand’egli era in capelli.

Il principe Massimo, fidanzato di Donna Beatrice, dai capelli biondi come un mannello di grano e gli occhi ceruli, sembrava di cera; sul viso trasparente come la porcellana staccavano gli occhi bianchi e, tra la barba color di macuba, la bocca larga e color rosa.

Ma il più notevole era il fidanzato di Donna Alice, un principe del nord, enorme, colossale, biondissimo canario, con gli occhi di cobalto; una testa di putto rubicondo sopra il corpo di un Bacco; vicina a lui, donna Alice diventava una bimba.

I personaggi portavano il seguito e il “Palazzo” si animava di signori tutti bianchi e neri, che parlavano in cento lingue, parlavano fitti fitti e pareva che avessero da dirsi sempre tante cose.

Soltanto il Sovrano era taciturno. Anche in quei trambusti egli, e sempre all’ora medesima, usciva e si avviava a passi spediti nel folto della boscaglia.

Se era al “Palazzo” lo seguiva il principe suo figlio.

La più bella delle principesse, dell’avvincente bellezza delle donne spagnole, slanciata e flessuosa come una figura regale di Goja, donna Elvira, era la più taciturna e la più sola. I grandissimi occhi neri e languidi staccavano sul pallore del viso ovale. La principessa Elvira soleva ravvolgersi il capo entro uno scialle bianco screziato di trine, e gli occhi balenanti parevano due rondini posate sopra una rappa di biancospino.

Donna Elvira ascoltò le parole del suo trepido cuore; amò, riamata, il pittore Folchi, coniugato.

Commise il peccato ed accettò serena la penitenza spietata.

Una notte, raccolti pochi indumenti ed alcune gioie, ravvolto il bel corpo in un mantello nero, traversò l’immenso bosco tenebrato dalle leccete e dai pini.

La guardia del cancello maggiore salutò umilmente la principessa che, a quell’ora insolita, andava verso la stazione, verso il suo sogno.

Nel “Palazzo” la sveglia fu drammatica.

– La principessa Elvira dorme?

– È morta?

Aperta la porta del suo appartamento, questo fu trovato vuoto e come rovistato dai ladri.

Il padre scrisse: Oggi è morta mia figlia Elvira.

Ed ella, progenie di re, andò come un’ombra verso le peripezie della vita nomade ed oscura, e corse, e forse corre ancora, dietro al suo sogno.

Da quel giorno il “Palazzo” fu chiuso, nel parco crebbero le malerbe, coprirono gli stemmi gigliati e le vasche, i vialetti argentati di ghiaina che rilucevano sotto l’ombre fosche degli abeti.

I due colossali platani centenari non più potati, allungarono le braccia nocchiute nel cielo; su quei due paretai naturali si posava l’uccellame che aveva passato l’Oceano. L’arcano silenzio era rotto dal crocidare di volatili strani.

Chiuso il “Palazzo”, fu bandito il bosco.

Una sera, orribile sera, mentre io e mia madre si stava rincantucciati nel canto del fuoco e fuori un vento impetuoso sbatacchiava le vele e molinava il fogliame, il mio fratello maggiore faceva la lezione sotto la ventola del lume, si udì bussare alla porta. Mia madre chiese trepidante: – Chi è?

– Son io – rispose la voce di mio padre che era diventata come quella di un ragazzo.

Aprimmo. Sembrava che tutto il bosco gli soffiasse addosso il gelo e l’ombra. Egli aveva sotto il braccio un fagotto di panni. In un giorno era incaschito di quindici anni. Dopo un misterioso colloquio con mio padre, mia madre dette un urlo di disperazione: – Hanno licenziato vostro padre! – e pianse come una bimba. I singhiozzi erano conditi di parole amare: – Mi metterò uno scialle sulla testa e andrò per elemosina -. Anche mio fratello pianse.

Mio padre, dopo essersi seduto nel canto del fuoco, si mise a piangere, io solo non piansi ma mi sentivo cascare l’anima a pezzi. Per tutta la notte si vegliò come quando si vegliano i morti.

Subito dopo il licenziamento, mio padre, senza arte nè parte, girottolava per i canti delle darsene, senza veruna speranza. Gli occhi riflettevano la desolazione. Piano piano egli si scarnì, sulle spalle ricurve le scapole sembravano due pietre che lo gravassero verso la terra.

Il pane perse il colore e il profumo, divenne un pastone pesante e del colore della terra argilla. Ingozzato che s’era faceva piastrone sullo stomaco come aver mangiato pastone da mattoni. Mia madre si spolpò e ingiallì.

Tutti ci cominciarono a negare. Il fornaio voleva vedere i soldi sulle mani, il macellaro dava cincigliori di ciccia da cane. Rivedo mio padre vergognoso rasentare il muro della mia strada, con sotto il cappotto un cavolo infradicito, un chilo di farina di granturco e una cartatina di sale. Mia madre non si mise mai lo scialle sulla testa come facevano quasi tutte le altre donne del vicinato nè andò mendica di uscio in uscio. Si mise invece a lavare i bucati. La vedo ancora nei tristissimi inverni uscire di sulle pietre del fosso e tornare a casa come un’affogata a cui Dio avesse concesso di rivedere i figli per l’ultima volta. Non avendo panni di che mutarsi, si nudava nel canto del fuoco e si faceva asciuttare pelle e vestimenta dalle fiammate. Per tutto il giorno tremava come una bimba. Così intirizzita andava a far legna nel bosco e ritornava tutta sanguinante. La sera non si accendeva più il lume. Si stava nel canto del fuoco come gatti.

Mio padre, dopo un anno dal licenziamento, era diventato un’ombra. Il corpo discarnato del tutto. Quando passeggiava sul mare, lo scorgevo anche tra cento per il suo andare appesantito e stanco.

Il nostro vicinato era di casupole a cui mancavano e porte e finestre; ad una mancava anche il tetto e l’avevano fatto con dei pezzami di vela. Le spose erano di continuo gravide; sul rimanente del corpo dilupato il ventre dondolava indolente.

Notti terrificanti. Nel buio mio padre si allungava come una paura, piangeva e il viso si liquefaceva come un acquerello. Ogni tanto si udiva gridare: – Aiuto! Era un inferma che scheletriva sopra una cuccia da cagna.

Vicinato di tristezza. Di fronte alla mia casa ci abitava una donna a cui erano affogati due figli nel mare; era sempre vestita di nero e li chiamava a nottate sane. Qua e là abitavano vedove di marinai annegati. Le notti che il mare rompeva nei muri degli orti, pareva che l’ombre dei morti ritornassero alle loro casette gemendo.

Un giorno ascoltai con stupore una donna del vicinato, la quale dopo aver fissato mia madre negli occhi le disse: — Avete a concepire un altro figlio.

Col cuore e con gli occhi innocenti seguivo sempre mia madre che ogni dì si trasfigurava.

Dormivo insieme al mio fratello maggiore quando una notte udimmo in camera come il belar di un agnellino e subito la voce di mia madre che ci disse : – Vi è nato un fratellino. Eccolo qui guardatelo, ma non gli fate male.

Odorava di latte ed era chiaro più chiaro del camicino che aveva al collo una galappia di seta. Gli posammo le nostre labbra teneramente sul capo perchè ci pareva che anche il bacio più gentile dovesse fargli una fossetta sul capo.

– Toccatelo ma piano. E non sulla testina che l’ha dolca. E non l’alzate che ha l’ossa tenere. Quando lo vorrete vedere lo alzerò io.

Lo portarono al fonte del battesimo e lo chiamarono Raffaello.

Mio padre, accostumato nel “Palazzo”, si era colto di spavento. La vergogna degli abiti strapanati lo riduceva per delle ore nel canto del fuoco a meditare sulla morte. Quel pensiero lo riduceva un cencio come quelli che aveva addosso. Gli occhi fissavano l’impiantito atoni e stanchi. Lungo il canale fissava cagnacci annegati col cordino al collo che il riempifondo dell’acqua portava al mare. Dietro a lui le vele gialle abbrividivano i toni. Croci e Calvario dipinti di pece, spiccavano tetri. Mio padre andava a distruggersi nei canti delle darsene. Non ho di quei tempi memoria di una giornata di sole, l’astro doveva essersi tenebrato. Vento, pioggia, luce funebre e truce.

Senza amici la vita è tedio, ogni operazione fatica, ogni vita tormento, ogni terra peregrinaggio. La vita per mio padre, abbandonato da tutti, era diventata, tedio, fatica, peregrinaggio, tormento.

Mio padre non speculò sulla morte, il termine che Dio ha nascosto agli uomini e alla loro sapienza per tenerli in continuata temenza. Una croce e il sangue e una parola cruda come una pietra consolarono mio padre : – La morte non cura altra gloria e involge il piccolo e il grande.

Egli trovava ristoro nella chiesa. Un giorno mi condusse nel Tempio; ebbi l’impressione che volesse confidarmi qualcosa e lo seguii mortificato. Nel mezzo alla chiesa c’era un catafalco a cui ardevano intorno delle candele erette su candelieri argentati. Mio padre, dopo essere stato prono sull’inginocchiatoio, alzò il capo, fissò il teschio, che era nel mezzo del panno nero, lungamente, poi mi disse: – Un altr’anno anch’io son così.

Senza conoscere precisamente il perchè, sentivo che la nostra rovina era prossima. Un gran tremito mi prendeva, andavo sulla duna e passavo delle giornate sane senza cibarmi, guardando il mare. Le barche che uscivano dal porto, tutte invelate, erano la mia consolazione; seguivo il loro corso fino a che non sparivano verso l’Isola della Gorgona. Perduto nell’infinito, sognavo viaggi lontani lontani.

Oltre il braccio di pietrame bigio del molo, c’era tutto lo scenario delle Alpi Apuane e la foce della Magra. Dalle insenature del golfo della Spezia s’udivano come dei tuoni. I pescatori d’arselle andavano lungo la bàttima come anime metitabonde. Le piccole vele dei “gozzi” da “nicchi” giallo sbiadite, sul turchino del mare, lo aravano come aratri setati. Gli uomini governavano il timone, che filava argento sulla scia. Il tonfo del ferro gettato sobbolliva di spume lo sterminato plumbeo. I vapori lontani lontani parevano dipinti sull’orizzonte; anche il fumo delle ciminiere pareva dipinto.

Al di là di quella linea infinita, luminosa, profondissima, travagliavano e penavano altre genti. Col chiarirsi delle arie, al vespero, emergevano le isole tutte celesti, la Meloria e la Gorgona, la Capraia, la Pianosa come grandi vascelli disalberati.

Cominciai a star fuori anche la notte. Stavo delle settimane senza farmi vedere a casa. Quando ero vinto dalla stanchezza e dal sonno, mi buttavo sopra una pianta di quercia abbattuta e dormivo con la illusione di essere in una selva. Il pietrato del molo fu spesse volte il mio letto. Buona parte della notte la passavo in un “Casone”, in compagnia di altri trascurati, giuocando per delle lunghissime ore. Tutta la tregenda di quel “Casone” mi aveva impietrato. I pianti continui, i lamenti, le risse, le coltellate, non ci facevano alzare nemmeno il capo dalle carte luridissime. Le ultime ore della notte si passavano in una tettoia lungo il fosso, in compagnia di tutte le trasandate di passaggio. Il padrone della tettoia mercanteggiava anche la moglie. Una sera un nostro amico fece traffico con lui. Il marito andò al caffè notturno, si ubriacò; poi tornò a casa e con la coltella che teneva per chiavaccio all’uscio sgangherato, trapassò l’amico da una parte all’altra, lo prese per i capelli e lo strascicò sul pietrato del fosso.

Il delitto ebbe delle conseguenze tragiche. L’ucciso era figlio di un marinaro a cui dicevano “il Terracinese”, di membratura colossale e di cuore ferrato.

Dal pietrato del molo, sullo sfondo dei pennoni afforcati in croce e il telaio a spranghe rosse del faro, ogni giorno faceva apparizione “il Terracinese”. Il vecchio gigante, dalla barba sproccosa e i capelli irti, con la bocca armata di denti canini, cieco, con gli occhi incorallati di sangue, lampeggianti come quelli di un lupo, a braccia protese come se volesse prendere qualcuno per la gola, con la voce musicata di ferocia, ruggiva:

– Boiaccia, te magno la corata. Dove se’ annata, te magno la corata. Aridamme Auro! Aridamme Aurooooo!…

Essendo l’uccisore imprigionato, “il Terracinese” cercava la femmina che, come una ghiandaia, era sfalcata nel folto della boscaglia.

La folla imbestiata incitava il gigante: – Ammazza, ammazza, ti si dà tutti man forte. Noi la teniamo e tu la scanni.

– Gli succhi il sangue come un foinco!

– Datemi la direzione che io la levo al lezzo della sua carne malnata – e il gigante acciecato dava di cozzo nelle colonne.

Qualcuno gli afferrava un braccio, poderoso come la barra del timone e gli dava direzione verso i covili lungo il canale.

– Se è nella tana, s’unge di petrolio come una talpa e gli si dà fuoco.

– Ma dove siamo? – bramiva il gigante cieco.

– Sulla via buona. Vai deliberato, “Terracina”.

– Aridamme Aurooooo… Se la scovo nel bosco, le sbacchio il capo nella ceppa di un pino. Farò schizzare le sue cervella impalpe. Dimezzata che l’abbia, la darò in pasto ai cinghiali.

Nei giorni di temporale, quando il mare rompe sul pietrato e gli schizzi spolverano di bianchi il cielo nero e un muglio di tori viene dalla Capraia e dalla Pianosa sommerse, e le vele gialle nelle darsene abbisciano le croci, i rantoli degli arganelli s’affondano nell’acque morte e nere, la voce del “Terracinese” prendeva l’intonazione della tempesta e gli occhi avevano i brividi dei lampi.

– Aridamme Aurooooo…

Aurooooo… echeggiava il mare.

– Auro!

Discarnato dai lampi ” il Terracinese” su quello sfacelo sembrava lo spettro di un guerriero valoroso a cui avessero strappato la corona di lauro.

– Aurooooo… Aurooooo…

La gente, anche sotto il piovasco andava ad incitare “il Terracinese” e tutti mézzi andavano a imprecare davanti alla tettoia.

La tettoia era sul canale deserto. Quando vi lampava la luna, dagli sdrucimenti che il vento faceva nel cielo nero, e gli alberi dei bastimenti c’erano riflessi, con la porta verde slabbrata, dava ribrezzo. Vicino alla tettoia, simili a tre celle, c’erano i cessi le cui porte erano state portate via; i canali intasati rigurgitavano sul pietrato. Dall’altra parte c’era un fondaco ripieno d’ossa di bestie, la cui putredine richiamava tutti i cani e i gatti malati che durante il giorno stavano accovacciati nelle fognature del fosso di scolo. L’alba in cui fu trovato l’assassinato marmato sulle pietre, cani e gatti lo annusavano.

Di giorno largo, dalla finestra della tettoia disabitata, si scorgeva una colonna del letto sulla cui nottola nera c’era una fiamma bianca gelata di scolati di candela. Sulle coltri, accagliate di sangue, c’era rimasto sbuzzato un guanciale ripieno di penne di gallina.

Quando la tettoia dava ricetto, appena che uno aveva bussato, l’uscio si apriva e il padrone si metteva sull’attenti e presentava le armi con la coltella che faceva da chiavaccio.

La sera che Auro andò alla tettoia nessuna trasandata vi era capitata.

– Se te ne giovi puoi bere al mio bicchiere.

– Sì.

La donna, due stinchi entro due piedi divaricati, il ventre stralevato sulla cresta del bacino, le poppe ciondoloni sul ventre, il petto scarnito di una pollastra, il viso rosso slabbrato, leccato dalle lingue nere dei capelli unti, due occhi che uno guardava fisso e l’altro di traverso, con i pugni affondati nei lombi, disse al marito: – Passa via.

– E voialtri voltatevi di là -. Le sue bimbe dormivano in un canile nel canto del fuoco.

Dopo l’accaduto, le bimbe le portaron via le guardie.

Alla madre, braccata dal “Terracinese”, le convenne andar su per le montagne.

L’assassino ebbe tant’anni di galera.

Sulla porta della tettoia ci fu imbullettata una traversa di legno.

– Specchiati là – erano le parole che diceva misteriosamente mia madre quando affacciandosi sull’uscio di casa nostra fissava la tettoia.

“Terracina” morì di crepacuore.

Pochi giorni dopo si rivide mortificata mortificata, tutta stracciata, coi capelli pepe e sale, mezza cieca, la padrona della tettoia che se ne stava a prendere un pò di sole sul fosso. I ragazzi non la conoscevano e i grandi la compativano.

Quando lui rivide aria, ricapitò al paese; gli occhi ardenti gli s’erano freddati sul viso slavato, senza baffi a quel modo pareva un cuoco d’ospedale con gli abiti imbucatati di fresco.

S’incontrarono sul fosso e si misero a parlare come due innamorati.

Dopo pochi giorni fu levata la spranga di sull’uscio della tettoia e i due si riaccasarono. Lei stava al sole come i gatti. Lui si ridiede alla bibita e il delitto tragittava nei suoi discorsi.

Tutti lo cominciarono a tenere a bada.

In “Collegio” aveva imparato il latino e sentenziava in quella lingua.

Un giorno, dopo molto tempo, lo incontrai ubriaco fradicio, sulla via del cimitero; nelle mani sudice stringeva un mazzo di crisantemi che nelle cadute ch’egli faceva s’erano tutti infangati. Pioveva come Dio la mandava. Sul soglio del cimitero si fece il segno della croce.

Entrò, si tolse il cappello, sverrinando da una tomba all’altra andò nel quadrato dei poveri. Posò il mazzo sopra una tomba. Raccolse un pugno di terra, la baciò e se la mise in tasca della giubba. Poi errò come un dissensato tra le tombe, sbrucò dei chiocciolini di sull’erbe bagnate, si mise in tasca anche quelli, raccolse una coccola di cipresso e se la mise in bocca come una cicca amara di fiele. Salutò l’ossario, e dopo aver letto a modo suo l’epitaffio in latino: – Et qui l’ossa umiliata esultabuntum – imitò la gran cassa: – Tum! – e uscì.

La mattina fu trovato a pezzi sulla via ferrata, le gambe s’erano afforcate sopra una rama di bianco spino, le braccia erano schizzate in un campo rosso e la testa era a dissetarsi entro una fossa.

La tomba su cui aveva posato i crisantemi motosi era quella della sua donna.

XIV.

La definizione giusta del mio padrone, parrucchiere teatrale e pedicure, era quella che aveva dato la sua legittima consorte Caterina: – Vituperio. Dunque con un vituperio trascorse buona parte della mia adolescenza. Ma la mia adolescenza come la mia infanzia non fu nè vaga nè indefinita. Poche idee, ma determinate.

Ero sicuro che non avrei per tutta la mia vita sbarbato volti e tosato zucche. Toccare quei visi setolosi, mantrugiare le guance impolpe di saponata, – allora s’insaponava a mano, ponendo un bacile sotto la gola del cliente – mi dava ribrezzo.

Le poltrone della bottega erano patibolari, perniate su di un maschio d’acciaio giravano come ruote di stovigliai, l’appoggia teste, imbottito di capecchio, era dentato e graduato: alzandolo sgranava una raffica di mitragliatrice: quando i clienti v’erano sopra parevano sul patibolo.

Il mio padrone era l’unico in tutto il paese che pigliasse l’impegno di sbarbare i morti.

Barbe, o servizi come diceva il mio padrone, drammatici. Al nostro apparire erano pianti dirotti e lamenti supplichevoli: – Non lo potevamo mandare davanti al tribunal di Dio così. Guardatelo!

Il cortinaggio o il paravento s’apriva e il cliente era là steso, col vestito delle feste e il colletto armato del cravattino nero che ingollava il collo fine al mento. Le barbe, cresciute nell’infermità, sono meno ispide di quelle cresciute nella virilità a cagione che il bulbo si rilassa e il pelame vegeta all’ombra; ma il raffreddamento gela la radice e il taglio raso presenta qualche difficoltà. Insaponare il viso di un morto è straordinariamente difficoltoso, sempre a cagione del raffreddamento, perchè il sapone, essendo amalgamato d’olio e di materie grasse, se il cliente è inattivo e non rende calorie dissolventi la schiuma non monta.

Poi c’è il fil del rosoio. Il mio padrone sosteneva che i rasoi hanno l’anima.

Su questo argomento parlava moltissimo: – Vedete or ora questo rasoio andava che era un bigiù, ora si è incantato: vi ho detto che i rasoi hanno l’anima.

Sbarbando un morto i rasoi s’incantavano spesso, ma Fortunato sussurrava: – Tanto è ciccia fredda.

Il mio padrone aveva anche delle clienti vecchiette che sembravano fatte di calze vecchie, mantelline tirate su con l’aghetto, sottanine a maglia e in capo certi sportini neri con su delle ciliegie di legno o dei fiori dorati e fritti.

Queste vecchiette, quasi tutte uguali, dai nasi cicciosi e la bocca molle come quei pesci che sguisciano nel fango, con gli occhi lessi o affrittellati, portavano a conciare i loro parrucchini, le code finte, o i baciami subito, quel ricciolone che le ragazze portano pendente sul centro della fronte.

Queste bellugíe essendo guaste, esse le tenevano ravvoltolate in certe cartine fra della farina di granturco per liberarle dalle tignole.

Le magagne delle lor teste erano allo scoperto, spelazzature che mostravano la pelle gialla che fodera il teschietto, parietali freddi e bianchi come la buccia del cocomero dove poggia in terra, fronti mondate come uova e qua e là ciuffetti di capelli tinti e ritinti, strinati dal nitrato d’argento.

Le vecchiette vergognose capitavano nell’ore bruciate, fra il tocco e le due, quando comincia a passeggiare il demonio pomeridiano.

Il mio padrone era seduto al telaretto, intento a intrecciare dei capelli su tre capi di filo.

– Se permette chiudo. C’è tanti scandalosi nel mondo – e quelle martiri entravano sgonnellando.

– Avrei bisogno d’un lavorettino – e traevano da certe borsette l’involtino di capelli tutto infarinato.

Allora il mio padrone, con grande enfasi, scoteva queste reliquie e la farina piovigginava e qualche ciuffo intignato volava via come un passero.

– Per carità sono rovinata – urlava la vecchietta.

– Per lei ci avrei un bel lavoretto d’occasione – e il mio padrone traeva da una cassetta teatrale certe parrucche bionde itteriche che avevano servito per degli anni alla “Saffo” e alla “Traviata”.

– Le pare! E poi io porto questi aggeggi per liberarmi dal freddo al capo.

– Ma con questo è lo stesso che lei abbia in capo una berretta di lana.

– Lo vuol sapere? Non posso spendere.

– Ma per quello ci si arrangia – commentava il mio padrone. – Tanto lo sa cosa mormorano nel paese?

Le povere martiri rimanevano a bocca aperta come un fico.

– Dicono che io…

– Cosa ? – ed esse ridevano col sorriso delle bimbe, che ritorna sopra un mare di guai sulla bocca delle vecchie.

– Dicono che io me la intendo con lei

E mentre le vecchiette fuggivano inorridite, il padrone le schizzava con una boccetta di benzuino allungato nell’acqua.

Capitavano anche le clienti giovani e ardite come pollastre, sui cui visi ci si potrebbe spaccare la ghiaia; ma quelle spadroneggiavano profumandosi e dandosi le cerette più costose ai capelli anellati.

Nei tedi invernali io disegnavo. Disegnavo a memoria di tutto un po’. Si cominciò a vociferare che io avevo talento per la pittura. Le mormorazioni giunsero anche agli orecchi di mio padre, il quale una sera vedendomi disegnare disse con tono doloroso: – E un’arte da ricchi.

Per la bottega c’era sempre un gobbo benestante che faceva il paino, si lisciava, s’intorchiava i baffi e si arricciolava un neo al quale teneva più che ai suoi occhi.

Un giorno egli mi disse: – M’hai a fare il ritratto!

– Benone – risposi.

– Ma intendiamoci – e il gobbo schiacciò un occhio.

Io, capita l’antifona, lo disegnai dritto come un cero. Lui, delirante, l’inquadrò e sparse la nuova in tutto il paese, asserendo che se io avessi studiato sarei diventato un secondo Raffaello Sanzio da Urbino.

Allora mi capitò di fare l’ingrandimento a una bimba morta; nel mio disegno sembrò viva a suo padre. La mia reputazione cresceva a vista d’occhio.

Mio padre volle che facessi a penna l’ingrandimento dell’arciduca Salvatore. E io lo feci.

Poi feci il ritratto del maestro Giovanni Pacini e ci scrissi sotto a stampatello: “L’immortale autore della Saffo”. Il ritratto del maestro fu esposto nella vetrina di un pannarolo e fu lodato dal popolo e dal Comune da cui ebbi un sussidio di ottanta lire annue.

Fu la prima volta che lessi il mio nome stampato su per i giornali: “Cittadini che si fanno onore”.

– Ah peccato, ah peccato!…

– Perchè?

– Come, non lo sapete?

– No.

– Ha sposato l’idea della “Spartana”. Quello finirà in un fondo di galera: altro che Raffaello!

Io, che avevo ritagliato il pezzetto del giornale in cui era scritto il mio nome, quando ero lontano da tutti, sul mare, lo toglievo da un portafoglietto che avevo e lo leggevo per delle ore intere. E concludevo: E pure di lì ha da venire!

Un giorno, mentre ritornavo da Bocc’a Serchio, vidi un comunello di gente sotto l’ombrello di un pino e tutti guardavano in sù.

– Cosa speculate? – chiesi.

– Sei rimbarbogito ? – mi risposero – mira sù!

Un uomo, come un mostruoso pendolo d’orologio, pendeva appiccato per una corda a un ramo: s’infunava piano piano a destra, poi piano piano si sfunava a sinistra. Le sue scarpe piallate dalla strada mostravano le piante dei piedi incuoiate.

I più discutevano sul come aveva fatto a congegnare la fune al ramo.

Da una specie di zaino, affardellato dalla miseria, pendeva una cassetta da pittore a cui era legata una specie di bacchetta del comando, e un mannello di pennelli.

Mentre uno che faceva le pine lo calava giù, tenendolo per il cappio, la gente disse: – Si sa, i pittori son tutti matti.

Un altro matto stava a dipingere dentro una baracca che da se stesso s’era fatta sul mare con il fasciame di una barca che era naufragata.

Un altro spiritato, dimesso da poco dalla galera, dipingeva in un covile sterrato in compagnia di gatti, pipistrelli e cani. Un ombrellaccio aperto come un pipistrellone era attaccato al tetto rovinato.

Questo essere ottuso, che tutti tenevano a bada, fu il mio primo maestro. Mi parlava del Pollastrini, del Vannutelli, del Ciseri e di Francesco Domenico Guerrazzi. Egli era come il minerale che non è pietra e non è metallo; seguiva il filo delle sue allucinazioni pittoriche che risentivano il tetro del luogo da cui era uscito.

Ma allora, per parlare di pittura, sarei salito sul tetto.

XV

– Insomma vado a Lucca – dissi un giorno risoluto a mia madre. Lei sapeva per esperienza che quando avevo detto una cosa era quella. Mia madre sbracciò, urlò, si tapinò, disse che ero la sua dannazione.

– Io ho detto che vado a Lucca.

Mia madre disse che avevo un viso che ci si sarebbe pestato sopra il lardo e che pensassi bene a quello che facevo: – Fai quella vicina all’ultima.

– Ma tant’è, vado a Lucca.

Ma in quel tempo accadde il fatto seguente.

A vigilare il bosco abbandonato avevano lasciato dei guardiani accasati sui crociali degli stradoni. Il capo di questi guardiani era ammogliato con una sorella di mia madre di capelli rossi come una fiamma, con gli occhi celesti. Mio zio disimpegnava il suo ufficio fino alla crudeltà: quando gli capitava di poter sorprendere delle donnette che facevano due stecchi di legna, redigeva dei verbali fiscali lunghissimi che poi spediva alla Pretura. Egli aveva più del censore che del guardaboschi, vestiva con grande dignità e parlava di varie cose con dottrina. Mio zio, altissimo, barbuto, impalato, teneva moltissimo a somigliare a Don Carlos. I suoi occhi, ottusi da una estrema miopia, gl’impedivano di leggere, e questa era la sua croce perchè egli amava i libri. Ogni tanto capitava in casa un suo fratello prete, che pareva tutto lo zio sbarbato; con il fratello sceglievano i libri lieti ed onesti.

Le figlie di mio zio, giovinette, la sera non facevano che leggere: letture lunghissime, monotone, attedianti. Lui ascoltava senza perdere una sillaba.

La mia zia intristì innanzi tempo, impallidì tristamente, colori autunnali le piovvero sul capo, l’azzurro dei suoi occhi si piombò e si spense. Un giorno si allettò e dopo pochi giorni morì.

Ricordo la grande croce di legno spuntare dal bosco, gli incappati, le candele, i frati, i tocchi delle campane a morto, una corona di fiori, i pianti angosciosi delle mie cugine. Mio zio, afflitto, tutto vestito di nero, si asciugava le lacrime con un fazzoletto bianco.

– Forse è stato meglio così. – Sono le uniche parole che ricordo di quel giorno triste.

Finito il duolo e il lutto, mio zio sposò in seconde nozze una donnetta attempata che accanto a lui sembrava una nana. La donnetta lasciò le cose come le trovò. Le letture, che non erano smesse nemmeno le sere del duolo, continuarono. Le mie cugine pareva burattassero le parole, leggevano senza tono e senza discernimento.

Delle sere capitavo anch’io e le aiutavo, ma anch’io leggevo e leggevo senza veggenza.

Fu una di queste sere che accadde il fatto più notevole di tutta la mia vita.

Avevo letto tanto che gli occhi mi s’erano spenti. Quando li alzai dal libro vidi un’adolescente tutta vestita di nero, con un bel capo di capelli d’ebano voluminosi come un casco e sotto un medaglione greco con due occhi vellutati e neri. L’adolescente era rimasta orfana da pochi giorni e, insieme a una sorella si ritirò con la zia che era la seconda moglie di mio zio.

L’adolescente leggeva sempre un libro di preghiere: “Meditazioni, preparativo alla festa della Madonna dei sette dolori”.

Un giorno che l’adolescente aveva lasciato il libro sulla scrivania, io lo apersi e vi trovai dentro dei fiori secchi e dell’erba cedrina che profumava ancora; ma più inebriante per me fu il profumo che vi avevano lasciato le sue mani. Quando ella leggeva sotto le liane che eran davanti casa, io passandole vicino alleggerivo il peso dei passi e tremavo.

Sul vialone dei tigli, i vecchi sedili di pietra s’erano inteneriti di muschi verdissimi, due lame d’argento erano le fosse che lineavano il viale, le prunaie, sempre fiorite, mettevano un aprile infinito nel folto della boscaglia.

Il battito eterno del mare faceva cantare alla selva un suo canto lene e solenne.

L’adolescente soleva sempre passeggiare nei posti più deserti, smarrita come in un sogno lentissimo, tra le reliquie del fogliame che spengevano i suoi passi.

Io la seguivo da lontano come una chimera d’amore e di morte.

Quando dai pini tralucevano i righi gialli del sole che si tuffava nel mare e i brividi bianchi delle foglie dei pioppi, rovesciate dagli aliti freddi della sera, musicavano il silenzio, l’adolescente tornava verso casa ed io m’infoltavo nel bosco, saltavo dei grandi fossati, dei bugnoni di spine e andavo al mare che mi pareva cantasse per me.

L’adolescente non sospettò mai il mio amore. Volevo cacciare dal mio cuore questa passione che mi metteva tra la vita e la morte, ma ogni giorno di più mi penetrava nell’ossa. Annodato sul pancone di una bettola, aizzavo il cervello contro il cuore, ma al vespero andavo delirante nel folto della boscaglia dove ero certo di veder lei. Lì ero ripreso dalla disperazione e mi tapinavo, non visto, sul fogliame marcito.

Un giorno l’adolescente si apprestava a partire per l’Educandato. Ricordo una cassa di legno, lunga come una cassa da morto, entro la quale riponevano il suo corredo simile a quello di una sposa. Ebbi la sensazione ch’ella partisse per il mondo di là, e occultato nel bosco piansi lungamente.

Ella partiva invece per uno di quei luoghi che hanno per fine di provvedere all’istruzione e all’educazione delle giovinette appartenenti a famiglie onorate e civili, luoghi salubri e ridenti, lontani dal consorzio civile e dalla vicinanza delle abitazioni private; luoghi dove si coltivano la morale religiosa, il sentimento del dovere, i costumi cortesi, e si preparano per la società di domani buone madri, affettuose sorelle, figliuole timorate e donne gentili.

Nell’Educandato gli studi si compievano in nove anni: ella ne sarebbe uscita a diciannove anni, io l’avrei rivista a ventisei.

La zia piagnucolante controllava il corredo dell’adolescente. L’adolescente con una nota in mano leggeva

– Camicie da giorno otto.

– Otto – rispondeva la zia dopo aver contato.

– Camicie da notte quattro.

– Quattro – echeggiava la zia.

– Mutande da estate quattro.

– Quattro

– Dette da inverno quattro.

– Quattro.

Quando ebbero finito la lunga litania, s’abbracciarono e piansero lungamente.

Il dimani lo zio, tutto vestito di nero, condusse l’adolescente verso l’Educandato. Ella gli andava a fianco vestita di nero con delle margheritine ricamate sul petto.

Io studiavo altro regolamento ed altro corredo: “L’amministrazione dello Stabilimento è affidata, sotto ogni rapporto, ad un intendente nominato da S. M.

Gli arrestati per ordine del tribunale dovranno spogliarsi del loro vestiario e questo verrà consegnato in conformità dell’articolo 17 al magazziniere e guardarobiere e saranno vestiti con gli abiti dello Stabilimento che rilasceranno alla loro scarcerazione.

Il custode sarà tenuto, tre volte al giorno, ad ore impreviste, ad assicurarsi che i carcerati non abbiano ferri o strumenti atti a procurarsi la fuga.

Corredo: camicia, giacchetta, pantaloni, berretto, e zoccoli.

Ai carcerati la camicia verrà mutata una volta il mese.

Vitto: zuppa economica, una libbra di pane. La bevanda consisterà in una pinta d’acqua.

Nelle tre solennità dell’anno: Pasqua del santo Natale, di Resurrezione, e dell’Annunziazione di M. V. sarà somministrato un boccale di vino e otto once di carne.

Nei giorni festivi tutti i carcerati dovranno assistere ai divini Uffizii”.

Il Bagno e l’Educandato erano ai lati opposti della medesima città.

Quando trapelavo che lo zio si recava all’Educandato per rilevare un giorno l’adolescente, onde farla divagare un po’, io partivo la sera avanti a piedi e al primo treno in arrivo dal mio paese ero nei pressi della stazione a pedinare il mio zio, cosa che potevo fare agevolmente essendo egli miope all’eccesso.

Egli tirava il cordone del portone dell’Educandato, ossequiente e contrito.

Dopo una mezz’ora, lui e l’adolescente vestita di nero con due fiocchi altomare alla pamela, uscivano sorridenti. Prima si recavano in Duomo ad ascoltare la messa, poi andavano a prendere il vermutte e le paste, poi, dopo aver passeggiato un po’ sul viale buono, andavano alla trattoria che aveva le tendine ricamate. Io li guardavo di fuori come un accattone.

– Giovanotto, le carte! – mi sentii chiedere un giorno.

– E chi le ha? – risposi.

– Allora favorisca con noi.

Favorire con quei signori voleva dire starsene per due o tre giorni a pane e acqua e ritornarsene a casa con la vigilanza speciale.

Dopo qualche tempo, l’adolescente s’era fatta una donna. Mano mano che lei sviluppava, la mia disperazione aumentava.

Avevo davanti a me otto anni.

XVI.

Dopo le domande fatte di notte tempo a bruciapelo, in tono minatorio:

– Giovanotto, le carte! – avvenne il mio primo arresto clamoroso.

Nel tumulto di un corteo c’era, in testa a un gruppo di giovanotti esagitati, una corona di lauro con un fiocco e un nastro scarlatti, su cui erano scritte parole inesplicabili per i più: “Delenda Chartago”.

Il comandante degli agenti, giallo di naturale, a tal vista impallidì tanto d’ira che fece lume. Un toro, alla vista del telo rosso che gli ventilasse davanti il torero, non avrebbe eguagliato in furore il capo degli agenti allorché vide il lauro, il nastro, le parole.

– Chi è di loro che risponde di quest’affronto? – disse, e di più non disse chè fu colto da tremito.

– Io! – risposi.

– Tu!… – ed ebbi un tal sergozzone che se le mie mandibole non erano ben cernierate sarei stato scilinguato per tutta la vita. Poi fui legato ed avviato verso le carceri.

La folla prese le mie parti con l’intenzione di liberarmi dalle mani dei carabinieri. Fu un molla e tira, tra agenti e folla, in cui venivo sbalzato e rimbalzato come un fantoccio; di poi gli agenti, per difendersi, sfoderarono la sciabola e chiesero man forte alla caserma dei soldati di mare. Ne giunse un plotone armato di fucili.

In quella tempesta, il capo degli agenti cinse la sciarpa del colore dell’arco baleno. Ma l’arco non fu foriero di bel tempo chè una gragnola fitta fitta di pugni si scaricò sulla mia testa e sulle mie spalle.

Nel trambusto, la sciarpa fu stracciata come il baleno nunzio del sereno da una raffica di vento gagliardo.

I miei panni furono stracciati, il mio corpo si coprì di lividi. Mi riebbi quando fui messo in cella, il cui buiore calmò i miei nervi eccitati. I vetri della caserma andarono in tritumaglia. Un agente dal finestrino della cella mi mostrò il nastro rosso accalappiato come un capestro. Vedendomi egli biascicare mi disse: – Mangi? Tra poco ti accorgerai a che ora fa giorno.

Mangiavo invece un foglio di carta protocollo su cui erano scritti tutti i nomi degli affiliati al “Gruppo”.

Dopo del tempo mi legarono e mi tolsero da quella specie di muda e mi portarono nel parlatorio. Costì c’erano tutte le autorità, compreso l’oratore ufficiale della commemorazione. L’oratore strozzava nelle sue mani ufficiali un ciuffo di cartelle commemorative.

Tra il numeroso stuolo, mi colpì un signore vestito di color cenere, con un cilindro color cenere, con la cravatta color cenere, con i baffi e certe lunghe basette color cenere, e di color cenere aveva gli occhi, i capelli, le ghette e le scarpe. Il signore di bianco aveva soltanto il pomo del bastone di malacca, i polsini, la camicia e il colletto e una perla sulla cravatta. Quel signore era il prefetto conte Guglielmo Capitelli, amico della legge e delle muse, il quale nel 1873 in Bologna aveva dato la caccia a Michele Bakunine. Egli dette l’ordine di sciogliermi, poi si avvicinò a me e mi chiese affabile:

– Siete anarchico voi?

– Sì signore – risposi sorridendo. Il prefetto sorrise e dette l’ordine di liberarmi. – Ma come vi è saltato in mente quel Delenda Chartago? – soggiunse.

– Questa però la paghi cara – mi soffiò piano piano in un orecchio il maresciallo dei carabinieri dandomi la via.

Quando entrai in casa di mio zio, dove avevano portata mia madre svenuta, tutto il parentato sembrava stregato. Ricordo mio padre con un rotolò nero e mio zio, entrambi disfatti dalla vergogna. Le mie cugine agucchiavano e piangevano. Sembrava una scena de “I figli di nessuno”: un focolare su cui sfavillava un ciocco, cinque sedie, un tavolo, un Crocifisso attaccato al muro, il ritratto di Pio IX e di Maria Cristina, mia madre svenuta sopra un canapè, e detti.

Il mio zio si staccò dal fondo del muro come un prim’omo e mi disse: – Canaglia! – Poi commentò: – Il luogo da cui sei stato tratto or ora, che io per rispetto ai tuoi antenati non nomino chè furon tutti di reputazione, era il tuo. Faccia di galeotto, che altro non sei! Se non fosse stato per la derelitta di tua madre (tutti guardarono mia madre stesa sul canapè con delle pezze acetate sulla fronte) io avrei detto alle autorità, di cui posso vantare a fronte alta l’amicizia: conducetelo a Porto Longone tra i suoi pari.

A questo punto mio padre mi dette un pugno sul capo. Il mio zio seguitò:

– Se non fosse per la derelitta di tua madre, – tutti riguardarono mia madre che dava segni di rinvenimento – ti cingerei come un cane con questo – e si tolse dalla vita un cintolone di cuoio – e ti finirei, perdessi gli occhi.

Ma non ostante il rispetto alla derelitta di mia madre, il mio zio mi tirò una cintolinata che se non facevo civetta mi spaccava il cranio. Dopo che, prese a gridare:

– E pensare! E pensare! E pensare!…

– Cosa ? – gli chiese sua moglie.

Lo zio parlò in un orecchio alla moglie e quella si svenne come mia madre. Mio zio gli aveva detto piano: – Vuole sposare tua nepote.

XVII.

Il mio mondo era quello degli infelici; verso di loro mi sentivo portato da un sentimento di fraternità e di ribellione.

Narro un episodio. Era un giorno di ottobre. Quando sul mare c’è il trapasso delle stagioni, la vita e le cose si trasfigurano dal giorno alla notte e al cielo limpido di settembre si sovrappone un cielo più vasto di un celeste torbo; le isole, che erano ieri pietre di cobalto, incupiscono, le loro sfaccettature che nel sole variavano in tenui luci policrome, si annientano nell’uniformità di un tono uguale; il mare incurva l’arco sterminato dell’orizzonte, non più palpitante di ondate di smeraldo e si aduggia, invece, nella pigrizia lene di un lago. Le fiumare, che scorrevano occultate dalle pagliole gialle, fiatano un alito bianco che sulla duna disegna il sinuoso anelito al mare; le groppe dei monti si incurvano verso il piano, i paesi inerpicati sullo schienale della grande Pania sbiancano; da ponente comincia il passaggio delle arzavole e delle germanelle che danno alle cose e agli uomini, con il loro zampognare, un vago presentimento di morte. Sono i giorni in cui il cuore del viandante raccoglie le vele all’antenna, abbandona la barra del timone e gli par di essere già nel grande mare ove si va senza governo.

Fu proprio in uno di questi tristi giorni che io vidi quello che vi racconto.

La malinconia mi spingeva verso le lame del padule. Sulla groppa del ponte che traversa la Farabola ristetti un po’ incerto, chè dai monti di Pisa saliva una gran tempesta: la presentivano i canneti del lago piegandosi verso l’acqua color del piombo, i pescatori che tiravano su lesti i bertovelli dalle fosse, i contadini che riponevano, in fretta, le bestie nella stalla. Scesi il ponte e giù di corsa verso la palude; le foglie dei pioppi parevano forate dai primi goccioloni d’acqua.

Dove va quello là a perdere la vita? – pareva dicessero i contadini spauriti sui sogli delle case. Sulle strade la gente correva in fretta, gli uomini si incappucciavano la testa sotto la giubba, le donne si coprivano con il grembiule: pareva piovesse fuoco!

Saltando pozzanghere, cespugli e fossatelli mi trovai in mezzo alla palude. La pioggia aumentava sempre, crivellava la fanga, faceva bollire l’acqua di piombo. Poco distante c’era una ceppa d’ontano; di corsa andai a ripararmi chè l’acqua cominciava dai capelli a scolarmi in bocca e a grondarmi giù per le spalle. Ero ormai a due passi dal lago che, sotto il vento, era diventato torbo e lontano, rombava come il mare; al di sopra dei vetrici che svettavano come anime perse s’intravedeva il tetto di una casetta di pescatori: il camino fumava, il barchetto nero era varato in terra. Feci un’altra corsa e andai a bussare alla casa: la gronda mi scolava addosso. Dopo poco una donna aprì, entrai, mi scossi l’acqua da dosso, ammollai l’impiantito. La donna accennò un sorriso: vidi una fila di denti bianchi orlati di giallo, due occhi morelli che mi fissavano stupiti; un viso martellato, spolpato s’intravedeva sotto una pezzuola nera.

– Mi attacca la polenta – disse, e voltando la schiena si avviò zoppicando verso il focolare dove c’era il paiolo col mestone infilato dentro; l’afferrò con le mani scarne e ricominciò a mestare. Curva in quel modo puntava i nodi delle vertebre nel casacchino e i piedi, screpolati di setole, s’avvincavano sull’impiantito. Quando la polenta fu cotta, la raccattò col mescolino, le fece spiccare un’altro bollore e poi, di corsa, andò a capovolgere il paiolo sopra la tavola apparecchiata; sul tombolo, tanto era grande, sarebbe stata ritta una vanga.

– I vostri uomini sono al renaio? – le chiesi.

– No! – rispose la donna – sono sola al mondo, sola con la mia croce.

– E come mai avete fatto tutta quella polenta?

– Per non accendere il fuoco tutte le sere gli altri giorni la mangio ghiaccia: con le cipolle. Quando è così calda la mangio sola, che con le cipolle sarebbe veleno!

Con un fil di refe, che teneva stretto fra i denti e attorcigliato ad un dito, affettò la polenta.

Le donne di campagna sono restie a confidare a gente estranea di essere sole in casa; quando lo sono realmente inventano qualche bugia: – Il mi’ omo è al lago, l’aspetto a cena!

La donna non aspettava certo nessuno: aveva sul viso il marchio della gente che da tanto tempo è sola al mondo. Le sue palpebre calavano sugli occhi spenti, assuefatti a guardare la terra, la fronte spianata palesava il vuoto interno, le labbra riarse, i denti chiusi preannunziavano il teschio, la voce della donna era spenta.

Mangiava a bocconi grossi la polenta e quando la spingeva giù, il gargherozzo le gonfiava.

– Starete sempre qui? – le chiesi.

– Finchè non mi portano via in quattro – rispose con naturalezza la donna.

– Ne mangi una fetta anche lei, Signore; – soggiunse – è di granturco nuovo!

– Mi piace tanto – le risposi – ma ora non ho fame.

Si alzò di sulla panca, prese tre fette, le stese sopra il palmo di una mano, e, dopo aver detto: – Mi perdoni – sparì dietro un copertone nero.

Allungai il collo verso la stanza dove era sparita la donna, ma il buio era così intenso da non farmi vedere niente. Sentivo, però, una specie di grugnito di porco, di guaito di cane, di fischio di topo.

La donna indugiò nella stanza circa un quarto d’ora.

Il vento ruzzolava i canaletti sul tetto, sbatacchiava gl’impostoni delle finestre, le grondaie dall’orlo traboccavano l’acqua, tutto il padule pareva un cielo livido.

Nel tedio di quella specie di prigionia, pensavo alle parole dette, col pianto alla gola, dalla donna:

– Sono qui sola con la mia croce. Quando la donna rialzò con un braccio il copertone e riapparve, mi sembrò la morte. Pareva che un aspide l’avesse punta e risucchiato fin le ultime gocce del sangue che aveva addosso. Si sedette sulla panca e con gli occhi supplichevoli guardava il soffitto.

– Chi avete governato di là: le bestie ? – le domandai.

Ella non rispose; mi guardò fisso negli occhi e con voce supplichevole mi domandò:

– Ne ha lei dei figliuoli?

Non risposi: capii di trovarmi di fronte ad una grande sciagura.

– Di là, avete forse un infermo?

– Sissignore – rispose – se fosse stato bel tempo, un sole largo, glielo avrei fatto anche vedere, ma con questo tempo, col lago così rabbuffato, nemmeno io, che me lo son levato di qui, ho il coraggio di vederlo! – e la donna accoppiò le mani sul ventre.

– Quella allora è la vostra croce? – le chiesi, mentre di dietro al tendone si sentiva come il miagolio di un gatto intignato, lo scricchiolio di ossa e di legni.

Io tesi gli orecchi verso la tenda e soggiunsi:

– Ma io sento il rumore come di ossa che si divincolano; il vostro figlio è grande dunque?

La donna alzò le mani aperte e mi piantò due volte le dieci dita davanti agli occhi.

– Vent’anni?! – dissi io sorpreso.

– Vent’anni!! – ripetè la donna, e cascò col tronco sul tavolo; la testa fece un colpo secco, le mani lunghe aperte ventavano per l’aria, e, tra i singhiozzi, la povera scenta urlava:

– Vent’anni, vent’anni, vent’anni!!

– Vent’anni fa io ero gravida; sulla piaggetta del lago guardavo il mio povero marito che rammendava il presacchio; quando ebbe attrezzato gli arnesi per la pesca li caricò sul barchetto insieme alla fiocina e all’arsaglino, saltò sopra la barca e col remo stava per spingersi al largo, quando, vedendomi un po’ triste, mi disse: – Vuoi imbarcare anche te? oggi vado di là dal lago, ti divaghi un po’.

– Sì – gli risposi.

Accostò il barchino bene al secco, mi porse una mano, mi mise seduta, pari sopra il prugaccino, si spinse al largo, si mise ritto di poppa e cominciò a remare; si andava tanto forte che il remo pareva poggiasse sempre sul fondo.

Era una giornata piovigginosa, ma non tirava un alito di vento. Le pinete là nel fondo erano scurite, ma l’aria del mare era ferma; i biodoli, che si muovono anche se vola un passerotto, parevano stecchiti, i lucci saltavano fuori dell’acqua come balestre e le arzagole volavano basse sull’acqua.

– Se avessi lo schioppo! – diceva ogni tanto mio marito.

Arrivammo di là dal lago dopo mezzogiorno. Il mi’ omo varò il barchetto sul falasco.

– Tu stai lì pari – mi disse. Prese il presacchio, si rimboccò i calzoni e cominciò a raspare nelle fosse: andava in cerca di gamberi di padule, poichè nei giorni di pioggia questi si aggallano.

Verso le cinque cominciò ad alzare dal lago una nebbietta fitta: la parte là verso il mare sparì subito, dopo poco anche le montagne furono ingollate dal caligo, il cielo scuro pareva filtrasse nel profondo del lago e solo si udiva lo zampognare delle folaghe.

Io ero tranquilla perchè il mi’ omo conosceva il lago come fosse un luccio; avrebbe trovato la casa anche a chius’occhi.

Il vento cominciò a sciabordare l’acqua che si rompeva tra le ceppaie del falasco. Anche i biodoli ondeggiavano sotto le raffiche, qualche uccello rotava intorno al barchino sulle cui murate si frangeva la bava.

Prima che scurisse del tutto ritornò mio marito: aveva preso un mezzo presacchio di gamberi, e, felice e contento, li aveva messi sotto al ripostiglio del prugaccino. Mi baciò sulla fronte e spinse in fuori il barchetto.

– Stai tranquilla, sei più sicura qui che nel tuo letto – mi disse.

Il vento a prua faceva ingavonare la barchetta, le acque, frante dal tagliamare, si rovesciavano dalle parti come la terra spezzata dall’erpio, nel mezzo, al largo, si sentivano i mulinelli del vento tirare a risucchio l’acqua che sparpagliata per aria, pare ringrandinare sul lago, degli schizzi gelati mi bagnavano il viso, avevo i capelli molli. Lui a poppa remava, ma con gli occhi morelli pareva volesse divorare la nebbia, ingollava saliva, ma teneva la barca a governo.

La prua si affondava sempre più giù, degli strosci d’acqua mi avevano ammollato le gonnelle che me le sentivo appiccicate sulle cosce. Il povero omo non mi guardava più, ma sentivo che gli ero tutta nel cuore con la mia creatura.

– Vieni pari a poppa – mi disse con una voce da ragazzo – il barchetto s’ingavona troppo.

Io mi bilanciai reggendomi alle murate e camminando sulla chiglia mi avvicinai alle sue gambe che gli tremavano come giunchi.

Il barchetto affondò di poppa, alzò la prua e volava sull’acqua come una folaga.

Le ondate sotto la chiglia chiatta lo spingevano verso il cielo, ma il mio omo l’equilibrava protendendo in avanti il corpo tarchiato.

Il vento turbinò sempre più forte, il lago diventò di pece, i canneti erano ancora lontani, il barchino preso da una raffica, fece un mulinello. Io mi sentii come scivertare il collo, il mio marito mise di traverso il remo, l’acqua mi saliva alla vita, alle poppe, al collo, la voce mi si spengeva nella gola, nel ventre sentivo la creatura. Ancora, come in un sogno, vedo una donna abbracciata alla prua del barchino capovolto, coi denti piantati nel fasciame impeciato, con le dita ad artiglio piantate nella chiglia ed un uomo, a braccia alzate, con la testa sgrondante acqua sgolarsi a chiamare il mio nome, tuffarsi come smemorato, riapparire lontano, morello, svergazzato con gli occhi schizzati fuori dall’orbita. Nella spaventosa vertigine mi sembrò che si moltiplicasse: parecchie teste di allucinati gorgogliavano a fior di acqua il mio nome che si spengeva negli urli del vento.

La mattina fui trovata sulla spiaggia tramortita con il barchetto capovolto sopra. Dopo pochi giorni detti alla luce la creatura. Non ho udito mai la sua voce: quando sono giornate larghe di sole sta acciocchito come una serpe al sole, quando sono giornate come queste si divincola e un gorgoglio d’acqua gli rigurgita nella gola. Lo credereste, galantuomo – proseguiva con voce disperata la donna – quando era bimbo no, ma ora che ha vent’anni, che benchè sformato, si è fatto un uomo e gli è spuntato il pelame sul viso, non me lo posso vedere davanti quando fa questi tempi, perchè mi pare ancora di rivedere Lui: straluna gli occhi, si divincola, doventa morello, allunga la lingua e, benchè muto, gorgoglia il mio nome!

È di là legato con delle corde ad un seggiolone, con dei salci ritorti ai nodelli e ai polsi; è una giornata intiera che sbatacchia la testa sui legni e tenta, poverino, di chiamare il mio nome! Io, stasera, dormo qui sui mattoni! – e la donna precipitò in terra come morta. Quel corpo nero pareva straccato dal mare in una giornata di libeccio.

Alzai il tendone nero: uno spettro impazzito, dalle ossa spezzate, dondolava sul collo scardinato, un teschione mostruoso con la bocca avida tirava il fiato, la lingua asciutta dibisciava fuori come una serpe, giù nella gola c’era un gorgoglìo d’acqua come in un tubo intasato.

XVIII.

Tra gente di mare e terrazzani ricordo che in quei tempi si vedeva una vecchietta inglese vestita come nel ’30, con panni che si sfilacciavano alle costure, di colori malva e tabacco, con baveri di filo crudo, toni tanto cari al suo paesano Whistler. La vecchietta estatica camminava sulla soffice rena ascoltando quel famoso ed eterno canto del mare in cui ognuno ode un suo canto. La vecchietta era sempre circondata da una mandria di cani, i più piccoli come porcellini d’India, cani randagi e bastardi che la signora Ouida trattava come ragazzi di strada abbandonati.

Io ho saputo molto più tardi chi fosse la vecchietta che spezzettava i biscottini ai cani, allora noi si chiamava la Mamma dei cani!

A noi ragazzi, abituati a prendere i cani randagi, legarli con una fune e legnarli là verso il Gallinaro, faceva gran meraviglia veder trattare da principini certi cani nanerottoli e scivertati. Però la Mamma dei cani era così dolce che nessuno mai le levò il rispetto, salvo qualche pedata a qualcuno della sua corte.

Le andava dietro una ragazza zittella del nostro paese, grossa e polputa, con una vociaccia che pareva quella di un sensale.

Essa si era tanto affezionala alla Mamma dei cani perchè diceva: – Ragazzi è di molto buona!… non le levate mai di rispetto, levatelo piuttosto a me! – La ragazza aveva delle anche dure come rami di cerro, delle braccia che sembravano di castagno; la Mamma dei cani le aveva messo un vestito di trina nero, un grembiule bianco e una ciuccia sulla chioma sagginata. A noi faceva l’effetto di un uomo mascherato a donna.

Sull’imbrunire si vedeva la Mamma dei cani ritornare verso il paese assorta in meditazione, i cani, come soglion fare al calar del sole, le si acciocchivano alle gonne e quattro o cinque li teneva in braccio la ragazza. Essa andava in bestia quando noi le si diceva se aveva figliato al Gallinaro: inferocita gettava via la bracciata dei cani e ci rincorreva come un uomo arrabbiato.

La Mamma dei cani viveva in casa di questa ragazza; nel vicinato le portavano rispetto perchè dicevano che la vecchietta fosse istruita, ma di molto.

– In casa ci si appesta dal sito del bestino.

– Come fa così istruita!

– I cani, io, li butterei nella fogna.

– Non lo sai che gl’inglesi voglion più bene ad un cane che ad un cristiano?

– Dice che i cani sono anime vaganti che cercano di scappare dalle tentazioni del demonio.

– Allora sarà una strega??!

La ragazza per persuadere che la Mamma dei cani era una signora di molto rispetto e molto molto istruita, portava all’erbivendola, al macellaro, al calzolaro, certi libri antichi, segnati da stole che ricordavano i messali, nelle cui pagine erano intramezzate violette secche e foglie di menta.

– Leggete qui se vi riesce!

I bottegai osservavano attoniti le pagine ingiallite e, bagnandosi le dita in bocca, sfogliavano a bocca spalancata.

– E lei li sa a memoria come il Vangelo! Quanti libri, gente mia! ce ne sono alcuni con certi tritumi di parole che fanno spavento!

L’indomani la ragazza portava quei famosi libri e l’ortolano, il ciabattino, lo spazzino li sfogliavano sul canto insieme a lei.

– Dite ai vostri figlioli che non le noino i cani, oramai tiene più a quella sturma di cani che a tutti i suoi libri: li volete? ve li regalo

– E che ne facciamo noi che non sappiamo nemmeno l’abbiccì e la Santa Croce!

– Prendeteli: tanto lei non se ne accorge.

Così molti di quei preziosi libri finivano dal tabacchino, infilati in un ferro da calza, e la poesia di Byron e di Shelley s’imparentava col pizzichino e la macuba!

Ero già giovanotto fatto quando seppi chi era la Mamma dei cani: rimasi a bocca aperta e mi si ruppero le braccia. Avevo, allora, sei o sette libri e li tenevo nella comodina come reliquie. Ricorsi col pensiero a tutte quelle cose belle che correvano nelle mani degli ortolani, dei ciabattini ubriachi e rividi la ragazzona che ciancionava tutte le mattine su per i canti come una sonnambula, quasi leggesse nei libri del destino le parole turchine della predizione.

Una mattina si sparse la notizia che la Mamma dei cani era morta.

– È rimasta come un uccellino! – commentava la ragazzona – ha lasciato tutto a me; ma che ne so io dei libri?!!

Insieme ad una sua sorella, che pareva gemella, scucirono sacconi e materasse per vedere se qualche tesoro fosse stato cucito tra le foglie del granturco. Ma la Mamma dei cani aveva lasciato soltanto tutta la sturma dei cani che, quella mattina, uggiolavano per la camera dove sul letto era stecchita la loro Mamma!

Il trasporto fu desolato: un carro coperto di un panno nero ammencito, la ragazzona, che sopraffaceva tutti con la statura, avvoltolato il testone in un crespo nero, tritava delle preghiere, una diecina di persone seguivano il feretro, qualche figura stregata di vecchio inglese, inamidato anche nelle ossa, dritto come se avesse ingollato un bastone; poi tre o quattro strilloni del “Grido di guerra”.

Più tardi andando su verso il Ponte del Diavolo, sotto lo scheggione piombato su cui si erge il paesetto di Lugliano tra la Lima risonante e una selva di castagni, che romba sempre come un altro fiume, vidi la tomba ove dorme il sonno eterno Ouida.

La pietà di alcuni ammiratori ha fatto scolpire sopra un sarcofago greggio la sua figura scarnita dai patimenti e dalle allucinazioni. Le mani accoppiate sul seno inaridito stringono sovente fioretti di selva.

Il sarcofago nel verde che sale dalle tombe e scende dall’alto, con l’aria che si finge nei boschi, a sera, sembra di basalto e le forme stemprate dalle ombre aggraziano la crudezza dei tagli.

La Lima scende tra chiostre azzurre d’ombra al gran padre Serchio che porta al palpito del mare tutti i fiumicelli in un canto steso e solenne.

XIX.

Finalmente sbramai l’ansietà di andare a Lucca, ed albergai nel quartiere del “Bastardo”, allora il più losco della città. La casa, la stamberga desolata, in cui mi accucciai, rendeva il tanfo dei cavoli imputriditi e il lezzo del sudiciume rincotto. A un altro, che dormiva in un cuccio poco lontano dal mio, gli dicevano “Macella”. Macella, sempre sborniato, ronfava come un porco. La casa nera come una carbonaia sapeva del bruciaticcio dei cenci e dell’ossa. La figlia della padrona di casa, era sordomuta e già grigia, congestionata, bavosa, e con i baffi e la barba sì che pareva un uomo immascherato a donna. Destandosi abbaiava a urli di lupo, poi si piantava su due gambe resipolari sulle quali dondolava un pancione indolente come un enorme tumore. La madre dilupata dall’etisia fredda, gialla come la candela di sego che teneva infilata in un collo di bottiglia, con gli occhi incamiciati di materia, diceva sempre – Ohi me. – Le rispondevano un latrato della figlia, e una maledizione di “Macella”. Molte mattine la muta, che non aveva palato, seduta sul mattonato mangiava la candela, e il lucignolo sgrassato le pendeva dalla bocca come uno spaghetto. Il mio letto rendeva il gelo delle lenzuola in cui si ravvolgono i morti di colera, il capezzale era quello della cassa dissepolta. Sopra il mio capo c’era una croce. Sotto il capezzale “L’Inferno”.

Studiavo alle Bell’Arti.

Il mio recapito era in via dell’Anguillara, una via che sbiscia tra il Pozzo di Santa Zita e piazza S. Frediano. Lì ci stava un magnano detto “Bronzino”, patrigno di due giovanotti di cui uno morì a Adua e l’altro in un fondo di letto. Seduto sull’incudine parlavo con Bronzino dell’Internazionale. Un ciuffo di grimaldelli pendeva dal trave come un mazzo d’uccelli spolpati. Un mantice – enorme ventre di bue morto di carbonchio – tutto rattoppato, era nel fondo, strippato. “Bronzino” tutto quello che guadagnava invece di metterselo addosso se lo metteva in corpo.

Vicino al Pozzo di Santa Zita c’era una rimescita di vino da cui egli faceva la spola: bottega rimescita, rimescita bottega. La sera lo tenevano in due. La mattina beveva l’amaro dei frati.

Sopra il fondaco di Bronzino v’era un tavolone su cui era scritto a caratteri rugginosi Sartoria. Dal veroncello si affacciava sovente il sartore, bianco di carnagione, nero di pelo, con gli occhi liquefatti sotto gli occhiali, il quale guardava accorto e sospettoso in giù. Bronzino guardava astuto in su e poi pareva volesse farmi delle confidenze, ma finivano sempre in sospiri.

Il sartore, implicato in un tragico processo dell’Internazionale bakunista, in cui egli aveva fatto delle rivelazioni, era riuscito a farsi credere morto. E quando si affacciava aveva veramente del dissepolto.

Qualcuno per lui era da anni ergastolano.

Ricordo il dramma del riconoscimento avvenuto sul tavolo della sartoria. Il sartore disse:

– Sì – come quando in sogno rispondono morti.

Mi cibavo in una bettola situata in via degli Streghi. I commensali: “Pinella” rivenditore di giornali a cui avevano tolto un occhio con una ditata, la cui orbita vuota gemeva sempre sul viso strutto, scemito dalla bibita. Egli parlava come singhiozzasse ripetutamente:

– Po …po…po…po…vvero …Er…rrrrrcoli.

Si doleva così per la morte di un compagno.

– Ma gli volevi bene?

– I…i…iiiiii… un giorno gli ho fatto due nottate.

– Povero Ercoli gli ho fatto due nottate in un giorno.

L’Ercoli fu un credente fermissimo, d’aspetto allucinato; divorato nelle carni dalla tubercolosi, nell’anima dalla passione.

Lo rivedo, sul fondo alabastrino del San Frediano, giallo come un cero, con gli occhi affossati e ardenti, tra la tenebra di un vestito nero, con sul bianco della camicia, palpitante come una fiamma, il fiocco volante. Ragionatore e metafisico, determinato e freddissimo.

Egli era ottico e la sua professione lo aveva condotto alla visione chiarissima anche del pensiero. Quando col monocolo scrutava la gente o con gli occhi la pagina di un libro vedeva nettamente.

Le sue idee erano corrosive. Da lui ho appreso Stepniak e Bakunine.

Rigettava come roba acre e dissolvente la filosofia di Nietzsche. Il calcolo marxista lo esasperava. Un giorno egli partì per Londra e vi abitò lungamente. Il caligo del Tamigi gli mozzò il fiato e la vita. Andò a Londra bandito. Il sole d’Italia, il lume d’Italia lo chiamavano.

Era carnevale, le maschere strepitavano per le vie, le finestre esplodevano carta colorita, pochi i domino. Uno solo, andava solo per le vie deserte come uno spettro. Quando lo incontrai in una via squallida del Bastardo, ebbi terrore come di un monatto, l’impressione crebbe quando il domino mi indicò un antro orrido; v’entrai compreso di paura. Il domino s’alzò la maschera: era l’Ercoli di cera.

Alla mia destra sedeva “Spara orsi”, un lustra scarpe, vecchio scarnito e tutto pepe che quando era molestato dai ragazzi diceva loro: – Ehi giovanottino, non hai mai visto strozzare i lupi? “Spara orsi” in una sera cascò due volte nel medesimo pozzo. Uscito da una rimescita all’aria della corte, si sedette sull’orlo del pozzo per affibbiarsi le scarpe, perse l’equilibrio, dette balta e giù a capo fitto. Al tonfo corse gente e Spara orsi fu preso per i piedi e assommato sull’orlo.

– Ma come è andata?

– È andata così, o fratelli: io ero seduto sul pozzo come ora, ho tentato di allacciarmi una scarpa e…

– Misericordia di dio!

Spara orsi era caduto di bel nuovo nel pozzo e sgambettava come un dannato dantesco.

Capo tavola era il “Cavalier Grotta”, dicevano così a uno che faceva i giochi di prestigio, il quale, figura di alto lignaggio in quel consesso, parlava scelto e forbito. Una volta mentre in un caffè egli asseriva che da una bottiglia fatata dovevano uscire delle fiamme, questa per una formula sbagliata esplose e ferì una quindicina di persone e il “Cavaliere” dovette tirarsi nel fiume e guadagnare a nuoto l’opposta riva.

Quando il Cavaliere era sopraffatto dal vino e si addormentava, i commensali prendevano una copertella di cucina e per mezzo di una stringa glie la mettevano sul petto attaccata. Poi vi capitava uno a cui dicevano “Livorno” perchè parlava con la lisca in bocca. “Livorno” geloso della moglie come un gatto rosso, una volta le aveva fatto prendere un giuramento sopra una pentola in cui egli aveva messo a bollire una croce:

– Giuralo su questo sacro bollore: crudelaccia!

E un acquaiolo, il quale a giornate sane si slombava a portare ai piani alti delle case le barile dell’acqua e la sera dopo aver scialacquato col vino per coerenza alle sue idee – la proprietà è un furto – buttava via tutti i denari che gli erano avanzati. Poi la mattina mezzo smattugito, chiedeva a qualcuno: – Senza compromissioni politiche paga un grappino? – e ricominciava a salire carico a soma.

Anche “Macella” era della comitiva. E c’era una donna leta, la quale asseriva che i pidocchi succhiano il sangue cattivo.

La notte, su per le vie strette, sbiancate verso gli ultimi piani dalla luna, dove stecchivano i rami neri degli alberi dell’orti, si parlava di Federigo Nietzsche e delle cose che sono al di là del bene e del male. La filosofia del pessimista, acetata dalle tanfate di vino, ingarbugliava quelle povere teste.

– Se non ti senti più astro degli alti non hai il guardo veggente.

Io andavo alle Bell’Arti dove un custode alto e nocchiuto sbadigliava a giornate sane. Ricordo un cappotto tirato sopra uno scheletro e un berretto messo di traverso su di un teschio, e le conche della mota fuori alla sala di plastica. Uno scaffale di statue, un asciuttamano cifrato di rosso, e dei cavalletti neri su cui erano spiaccicate delle studentesse miopi, la tomba in gesso di Ilaria, l’orologio, la campana, le rezzole della Biblioteca, una lapide, i saggi degli studenti, l’edera del cortile, il lagno della vasca e un pesce rosso sotto la spera dell’acqua che stava incantato a ore.

Lì imparai la Storia, l’Anatomia, l’Architettura, la Teoria dell’ombre, la Prospettiva, l’Ornato, la Figura e il Calcolo.

La Poesia che lì non s’insegnava, l’andavo a studiare per i campi.

Il mio compagno più affezionato era un bastardo.

Quando sua madre ignota lo mise nella “Ruota”, così tenero com’era, gli suppliziò una gamba e un braccio: quello ciondolava come un pendolo, e quella pareva che attruciolasse la lordura della terra.

Nel “Bastardo”, sulla finestra che dette ricetto alla Ruota, c’era stata messa una croce di ferro tinta di nero.

La “Ruota”, macchina passiva nei suoi movimenti, tosto che v’era deposto l’innocente, con un colpo di mano la si faceva girare sul pernio; un campanello suonava in corte, e la conversa di servizio raccoglieva un figlio della vergogna o del peccato.

E vi fu chi paragonò il mostro, dal capo rotondo e dalle mandibole di legno, alla lupa dantesca.

Un giorno con l’amico s’andava sperzendendo nella campagna quando ci capitò di assistere a una scena.

Sopra un’aia impietrata v’era come uno spettacolo a cui la gente accorreva dalle aie finitime.

Protagonisti: una bastarda di anni diciassette, un vecchio e una vecchia: marito e moglie senza prole, i quali, dodici anni prima, avevano rilevato, d’amore e d’accordo, la fanciulla dalla Ruota; e una donna fatta, di dilombamento marziale, che palcheggiando sul pietrato, come una folle, asseriva d’essere la madre della bastardella e che era venuta per portarla seco.

La ragazza guardava malfidata la donna. I due vecchi l’avrebbero sbranata con gli occhi. La folla prese la parte dei vecchi.

– Se avevi cuore non la portavi alla “Ruota”.

La donna, – la madre – asseriva di aver messo al collo dell’innocente un abitino, quei due pezzetti di pannolano con la imagine della Madonna, per renderla riconoscitiva. E l’abitino fu trovato al collo dell’innocente.

– Sta a lei a decidersi, – dicevano i vecchi.

La ragazza guardava malfidata la donna che asseriva essere sua madre.

– Io non vi riconosco.

– E io ti dico che tu sei mia figlia e verrai con me.

– Io?

– Sì!

– No!

E la madre e la figlia altercavano sull’aia al cospetto della folla che guardava attonita come a uno spettacolo.

– Son dieci anni che ti cerco!

– Non è vero!

– Tu verrai meco!

– Innanzi la morte!

– Via

– Lasciatemi. M’avete fatto bastarda.

– Niuna madre partorisce bastardi. Via al momento.

Pareva che sul pietrato si rappresentasse il “maggio” della “Bastarda ritrovata”, e la folla ascoltava ammutolita.

La donna che sull’aia reclamava, col gesto e la voce, la sua figliola era stata una donna di servizio.

Scese dal piano di Solaio con le calze fatte di stame di pecora e un paio di scarpe a doppia suola e tutte chiodi sotto; il petto tondo lo costringeva al costato un busto con le stecche alte fino alle clavicole. L’anche erano strette da una gonnella di ghineone, sul capo aveva una pezzuola di mezzalana nera a fiori gialli.

Dopo una quindicina di giorni che s’era allogata, girottolò la città con le calze della padrona cicatrizzate dai rammendi. Trampolò su delle scarpe a punta col tacco a pera e si mise un abito di percalle celeste a palline rosse e si specchiava in tutte le vetrine. La domenica si frescheggiava nei giardinetti e faceva dei mazzetti di fiori insieme a un giovanotto ben portante. Chi era? Lei non lo seppe mai, né prima né dopo. È il solito ignoto che vanisce come un’ombra.

– Se torni a casa a quel modo ti sfascio – gli disse il padre prima ch’ella partisse per il servizio.

Ed ella, dopo aver messo l’abitino al collo dell’innocente, ritornò verso il suo paese al tempo della raccolta delle castagne e ridiscese al piano a primavera. E poi si sperse là per le città assaettate.

La “Ruota” girava ancora nel capo del popolo, era l’ordigno che prendeva dalle mani della madre l’innocente e lo riduceva ignoto, sotto il crocione di ferro che graticola la sinistra apertura ed è fermo sull’asse arrugginito.

Su questa pianura giravano tante ruote, quelle sul cui vertice è ritto un contadino, e le spinge e le muove coi piedi; le ruote, a guisa di quelle dei molini, ingollavano con le votazzole alternate l’acqua dei canali, su cui erano imperniate, e la rendevano ai campi assetati.

L’uomo, ritto sulla ruota, visto sul fondo del cielo vi cammina e sta fermo.

Questi ordigni riportavano il pensiero alla “Ruota”, ai figli della “Ruota”.

L’amico che studiava con me e aveva una gamba e un braccio rattrappati, un occhio strabuzzato, i denti felini e un pel gattino biondo su tutto il viso terragno, vestiva di un regatino fatto al telaretto, di color piombo, e portava un berretto d’incerato su cui erano, in rosso, due lettere: P. V., mi confessò quel giorno il suo stato.

– È tanto tempo che mi scervello sulle iniziali che hai stampate sul berretto. Spiegamene il significato.

L’amico mi guardò umiliato. – Sono ricoverato nell’Istituto dei Poveri Vecchi – rispose.

Rimasi perplesso.

– Sono un figlio della “Ruota” – disse. – Nel girare, mi suppliziò il braccio e la gamba; per una quindicina d’anni mi tennero all’Ospizio, poi, non avendomi reclamato nessuno, mi hanno passato nei Poveri Vecchi, e studio a spese del “Ritiro”. Ho già fatto un paliotto d’altare per la cappella ed ora sto facendo l’ingrandimento a sfumino del presidente del “Ritiro”.

Dal taschino della giubba gli spuntava fuori lo sfumino di cartone rattorto e acuminato.

– Vedi, quando vedo quelle ruote mi viene in mente la mia “Ruota” del supplizio.

Tenebrato nel viso, tolse dal taschino lo sfumino: così celeste com’era sembrò una lama. Fece il gesto d’incicciare qualcuno. Quando si fermò aveva gli occhi torbati di sangue, e guardando la ruota disse: – Vigliacca.

XX.

Dopo Lucca mi volli sbramare di Venezia e ci andai. Il mare di grano tenero della pianura padana palpitava come il mio cuore. Mestre. Poi il ponte su cui il treno raddoppia lo strepito, poi tanti lumi febbricitanti e un lago in cui abissava il cielo già scuro.

Discesi, lo sciabordìo del canale espandeva un sapore dolcigno come acqua in cui abbian bollito delle rape e del finocchio dolce. Un baratro liquido inghiottiva i palazzi, le finestre illuminate mettevano dei serpenti nei fondali che puntando la coda nell’imo leccavano le fondamenta. Le gondole tacite vellutavano l’acque nere. Il vaporetto su cui ero a prua, come una polena, nei bruschi viraggi e nell’attraccature ai pontili faceva il rumore del vitello marino quando mastica. Rialto. Alzai il capo e vidi il Ponte.

I giardini pensili trinavano il cielo di foglie e parevano fioriti di stelle. Molte stelle vagavano liquefatte sotto le gondole. Il profilo maestoso della chiesa della Salute occupò tutto il cielo e non vidi che nero. Poi abbagliò San Marco.

Il campanile, come un gigantesco lapis temperato, pareva forasse le stelle. La quinta del Palazzo Ducale mi parve una immensa pagina di carta scederina tutta ricamata. Pensai al Fornaretto di Venezia, al Moro di Venezia, ai Piombi di Venezia, al Consiglio dei Dieci, a Silvio Pellico e alle “Mie Prigioni”.

Sapevo che al di là del canale stavano, all’ancoraggio sicuro delle Zattere, le tartane del mio paese, le cabarre, le menaite, le golette, sulle quali c’è sempre per i paesani un piatto di brodetto.

Mi sdigiunai sul carabotto di prua di una tartana e dormii su delle vele abbisciate da basso. Tutta la notte pensai ai quadri di Corot e alla banda nera del trenta.

Finchè dal taglio quadrato del carabotto vedevo il cielo stellato stetti sulle vele, appena sul quadrato sparirono le stelle mi alzai. Un albore di nuvole lattate s’alzava sui giardini, tutta la laguna, le chiese, i barconi, le vele davano il senso di un grande acquerello di Turner messo a liquefarsi alla brina mattutina.

Le sirene muggivano come mucche gigantesche.

Feci il ponte di ferro e la riva Degli Schiavoni a piedi, via Garibaldi, i Giardini e mi ridussi davanti ai Padiglioni. Ero tanto commosso che le ghiaiottole dei giardini mi parevano d’argento e gli alberi e i fiori di seta. Il profumo delle resine, delle vernici, dell’acqua ragia, filtrato dal fogliame, s’aggraziava d’incenso.

Passeggiavo sconvolgendo il ghiaino sino al terriccio; un giovanotto che dal vestito e dai capelli capii subito essere un pittore, faceva altrettanto in senso inverso. S’attaccò subito discorso e si parlò naturalmente di pittura, di Segantini, di Corot e di Millet.

Il giovanotto veniva dalla Russia ma era italiano, e asserì che, pur avendo girato il mondo, si era convinto che il miglior paese del mondo fosse l’Italia.

– Ma come ti chiami ? – gli chiesi.

– Io mi chiamo Boccioni.

– E tu?

– Io mi chiamo Viani.

– E dove sei d’albergo?

– Dormo sopra una barca del mio paese.

– Ecco il mio sogno, vedi; navigare, ma sopra una barca a vela… navigare… navigare… navigare… – e Boccioni navigava col cuore e con gli occhi.

Quando fui davanti ai Corot, di fronte agli alberi inclinati sull’acque d’argento cenerino coi pallori di figure solitarie, provai la più grande emozione della mia vita.

Sul tramontar del sole, mi sedetti sopra un sedile di pietra davanti alla laguna, all’ombra di un grande albero fiorito di nidi; pensavo all’adolescente, al pericolo di perderla per sempre e di non ritrovarla mai più. Di ritrovarla forse un giorno lontano lontano e di non riconoscerla più. Pensavo a cose sepolte da tempo nella memoria, quando, dirimpetto a me, con le spalle al mare, si sedette un signore tutto vestito di grigio, con sul cappello cenere un nastro bianco. Il signore aveva grigia anche la barba e posava le mani d’avorio sopra il pomo della mazza. I suoi occhi pensosi eran fissi e distratti. Un grande cane danese gli stava accucciato vicino sonnolento; un moretto sudanese col tarbusce rosso in capo, tutto vestito di bianco teneva il cane a guinzaglio.

Rimasi di pietra: quel signore era Don Carlos di Borbone, il Sovrano che ai tempi del “Palazzo” m’incuteva tanto timore. Mi avvicinai per vederlo bene: le palpebre rilassate dimezzavano gli occhi velati, la carnagione cerea pareva, al tepore del sangue, cedesse. Anche la bocca, un dì sigillata e bollente, s’era aperta lievemente e dal filo dei denti si scorgeva il rosa della lingua un po’ ingrossata; le linee imperiali della fronte aperta s’erano dilatate: l’armatura della volontà era crollata.

Ebbi di lui la compassione che mi faceva mio padre quando, dopo il licenziamento dal “Palazzo”, lo scorgevo seduto sulle panchine lungo il fosso del mio paese sulle quali aspettava la morte: medicina d’ogni pena.

Quando il sole fu tramontato e tutti gli argenti serali calarono su Venezia, il Sovrano, diventato come una colossale statua d’argento, si levò. Il cane dinoccolato gli andava dietro, e dietro il cane andava il moro che i brividi della sera avevano illividito. Io gli tagliai la strada e gli diedi la buona sera.

Lo pedinai per tutta la riva fino a che non salì sulla gondola stemmata col giglio rosso dei Borboni.

Egli entrò dentro la cuffia mortuaria e i cortinaggi neri lo ravvolsero tutto; il cane a prua sembrava uno di quei cani di terra cotta che son sui pilastri dei cancelli padronali, il moro a poppa pareva uno di quei mori di legno che il Giovedì Santo mettono sotto al sepolcro di Gesù morto.

Fuori al Palazzo del Sovrano i paloni a cui davano volta alla gondola, dipinti dei colori borbonici gialli e rossi, sembravano due grandi fiamme di cimitero.

Dopo Venezia mi diressi verso il genovesato, i porti mi tenevano legato al mio paese, il palpito delle vele nostrali scalpellato dai venti di tutta la Liguria faceva palpitare il mio cuore rovente. Stazionai per molto tempo in Genova, in una taverna del porto, sotto uno scheggione di case diroccate; dormivo in un solaio in compagnia di altra gente malandata, sotto un soffitto putente di pece, tanto basso che pareva d’essere in un forno. Al mattino bisognava sfornarci camminando come i granchi all’indietro. Facevo dei servigi su verso Apparizione a un medico, il quale aveva una casa di cura. I gridi della follìa uditi al di là di una muraglia ergastolana conturbavano il mio cuore. Lustrai della mobilia in una villa padronale situata tra gli uliveti che incoronano il manicomio di Quarto. I terribili urli che venivano di giù molinati dal vento parevan quelli dei dannati danteschi. Di su vedevo anche la bolgia recintata di muraglie in cui i folli saltavano come capre. Feci dei disegni pei quali rasentai la galera. A Genova ero rimasto inchiodato; a casa non potevo tornare, avrei trovato la morte dell’anima e del corpo, avanti non potevo andare a cagione della ossessionante domanda: – Giovanotto, le carte. – Allora giravo come una ruota che avesse fatto pernio il campanile mortuario di San Lorenzo. Per del tempo archiviai dei libri vecchi sopra un carretto di un libraio del pontremolese che era quasi acciecato, il quale, pioggia o bel tempo, stava sempre sotto un ombrellaccio.

L’uomo era dotto quanto il suo scaffale. Fu lui che mi consigliò di leggere il “Cuore” dicendomi : – Se non ti fa del bene, del male non te ne fa certamente.

A pezzi e a bocconi divorai il “Cuore”, gli ultimi capitoli li lessi in una cameretta stretta come una cella dove ci sapeva di bastimento; affacciandomi alla finestrella la scogliera sottostante pareva dire: Se mai, io sono sempre pronta.

Lessi il “Cuore” quando non avevo né arte né parte, sovente infastidito da una domanda tediosa: Giovanotto, le carte! Lo lessi quando mi frullava per il capo l’idea di fare il “sacco” vale a dire di farmi caricare nella stiva di un bastimento clandestinamente come un sacco ripieno di contrabbando. Lo meditai tra una folla esagitata che guardava i letti e il selciato convulsa, con le teste mobili come bollenti entro un calderone; nei giorni in cui par di gravitare, con il peso di tutto il corpo, verso quelli specchi di acqua madreperlati dalla lordura unta dove galleggiano polpe le carogne dei cani e dei gatti affogati con la corda al collo; quando siamo costretti a rasentare il muro per trovare ivi il controgenio all’attrazione dei fondali paurosi. La bontà di quel libro sguisciava sul mio cuore come una goccia di stagno fuso sopra il bronzo rovente.

Chi sarà mai, pensavo, questo uomo che fa con tanta fede la controparte del male? In una taverna, da un vecchio amico, il quale era andato lì lì per addottorarsi, fui ragguagliato che questo autore aveva scritto anche dei libri per i grandi; ma l’amico, che si definiva egli stesso Fiele, sentenziò che quei volumi erano perniciosi e che l’autore era un illuso. La cosa che più mi fece sorpresa fu l’asserzione: Io lo conosco bene.

Fiele, colto da miopia, pareva trapuntare con gli occhi tutta la sapienza nel corpo discarnato: – So tutto, non mi sfugge nulla. – Fiele aveva conosciuto anche Federico Nietzsche quando il profeta abitò in Genova verso il Muraglione di Villetta di Negro, dominato da un convento di monache sulla salita delle Battistine.

– Il Visionario aveva gli occhi affebbrati, i baffi folti come una roccata, la fronte in alto rilievo sullo sfacelo del viso emunto. Quando la follìa vagabonda afferrava il Titano, egli passava come un’ombra tra i peschi della riviera, quasi che volesse tuffarsi nel mare.

Nietzsche, nome tagliente come una zolla insidrita dal gelo, difficile a pronunziarsi, noto alla mia giovinezza per averlo sentito pronunziare da Spara orsi.

L’indomani Fiele buttò sul tavolo della taverna l'”Al di là del bene e del male”: il cervello contro il “Cuore”. L’inesplicabile della filosofia nietzschiana, per noi, si schiariva al lampo abbagliante: Al di là del bene e del male: giallo teschio e nero.

Il cuore, quello che batte centomila volte al giorno sulla parete di carne armata d’ossa, per molto tempo non fu turbato nel suo lavoro; il cervello faceva le faville come la ruota dell’arrotino quando egli l’accocca col tagliolo. – Noi siamo al di là del bene e del male! Qualche torbato cominciò a sorgere sulle macerie del mio animo distrutto dai colpi a bruciapelo della filosofia di Nietzsche. Il “Cuore” veduto traverso le torcie a vento parve un libro condannato al rogo. Rileggendolo provavo il ribrezzo che dà lo sciroppo di zucchero spalmato sul baccalà col pesto d’aglio e peperone.

Uscivo sovente con Fiele, il quale mi ragguagliava sui tempi passati e mi mostrava amorosamente i luoghi dove abitarono uomini di grande talento: Frate Oliviero, Guglielmo Boccanegra, il Duca De Ferrari, Byron, Mazzini, Nietzsche. Un giorno, sprofondati nei nostri ragionamenti, sfociammo sui quattro canti di Portoria, dirimpetto a quello sgricciolo di monumento a Balilla; la via XX Settembre non era stata ancora artefatta. Un andare e venire di folla a dritta e a manca congestionava l’arteria e le ramificazioni. Fiele teneva per ciondolo alla catena un fischiettino di quelli di latta con la linguetta piatta e la coda arroncigliata, soffiando nel quale una pallina d’osso gli dava il zufolìo del rospo. Fiele asseriva che se egli avesse dato fiato al fischietto tutta la gente si sarebbe arrestata all’istante come stregata. Il fischiettino rimase ciondoloni alla catena, ma la gente si fermò ugualmente sui quattro canti di Portoria e guardava tutta in un punto. Un signore alto, ben proporzionato, coi capelli candidi e ricciuti, con gli occhi pieni di languore guardava le strade che salivano, la gente che scendeva: così fermo come una statua sembrava molto più alto degli altri. I padri lo accennavano ai figli come il Santissimo. Fiele, che era uno stronco d’uomo e si teneva su con un bastone, s’avvicinò all’uomo, lo guardò di sotto in su e cantò a gallo: Edmondo! De Amicis gli stese la mano affabile. Fiele tenendo nella sua scarnata la mano grassoccia di De Amicis si voltò a me con l’aria di un padre infelice che mostri un suo figlio vegeto e florido: – Vedi questo? – mi disse. – È De Amicis: quello del “Cuore”.

XXI.

Dal giorno che mio padre era stato licenziato su due piedi nessuno di noi s’era più fatto un cencio. In quel tempo sulla calata del molo incontrai un pittore norvegese il quale acquistò il disegno di una barca che io facevo un po’ più su di lui.

– Questi te li devi mettere addosso – disse mia madre quando vide i primi denari che avevo guadagnati in vita mia. E mi staccò dalla manifattura un vestito nero a palline gialle color dei limoni. Un sarto me lo mise addosso.

– Di questo ne hai a tener di conto come una reliquia – disse mia madre quando lo ripose nel banco.

Mio padre un giorno che, carico di un corbello di legna, veniva dal bosco fu colto da un temporale, gli alberi scrollati dal libeccio lo misero sotto un crivello di goccioloni gelati. Sapendolo così trito, tutti se ne corse in cerca, noi con un cencio in testa, mia madre con un ombrello verde incerato. Lo trovammo verso il “Palazzo”, fradicio da strizzare, sotto un leccio.

La notte fu preso da tremito, il dimani era in agonia, la sera rese l’anima a Dio.

Mia madre osservando mio padre morto che era vestito dei panni coi quali lo trovammo sotto il leccio si doleva come un’anima persa: -È vergogna, è vergogna!

Togliemmo allora dal banco il mio vestito nuovo, nero a palline gialle come i limoni, e gli mettemmo quello.

La chiesa vecchia suonò un doppio di campane a morto. L’ascoltammo dalla tettoia vicina alla nostra: strappo d’argento su tutto il nero che s’apriva davanti a noi.

– L’hanno sepolto nel quadrato dopo l’ossario, la tomba è riconoscitiva, ché è l’unica fresca nel mezzo al verde del campo – disse una donna che lo aveva accompagnato.

Ci assentammo da casa per una quindicina di giorni; la mattina che vi rientrammo la casa era soleggiata. Attaccati in fondo all’orto a un chiodo del muro c’erano i suoi panni: la giacchetta slabbrata con lo stampo dei piastroni delle sue scapole e i pantaloni dove c’era l’impronta della sua armatura. Il cappello era sopra e, sotto i pantaloni, v’erano le scarpe rotte: uno spauracchio condannato alla pena del muro. Il primo che risalì le scale fui io: le materasse erano avvoltolate sul saccone ripieno di granturcali, i guanciali impallinati di nero con la cavità del capo erano sopra una sedia. La camera dipinta di piombaggine; pareti umide e scure come quelle di un carcere.

Dai campi veniva l’incenso dei polloni; un vigneto, a perdita d’occhio, abbagliava di tenero verde, qua e là zirlando esplodevano branchi di passere, dei canneti segnavano il corso di un fiumicello, il fogliame sotto il vento metteva del celeste in quell’ebbrezza d’oro. Il cielo aveva del plenilunio, i monti erano un tono solo caldo come cenere; i toni rossi delle carra e il bianco dei buoi, sotto le cupole roventi dei pagliai, rinfrescavano le aie calcinate dal sole; le case dei contadini, pentagoni d’ombre da cui si levavano tubando i piccioni, e la boscaglia davano un senso di elevazione e di eternità.

Il “Palazzo” laggiù lontano, oltre quell’incantesimo, coi tetti rossi dove si spense la vita di mio padre pareva che incendiasse. Là egli uomo terragno aveva avuto sulla pelle e sull’anima il marchio della “Canaglia” ed aveva perduto, in quella fornace, l’acredine della stalla, il lezzo delle pecore, il profumo inebriante dei letamai fumanti come incensieri.

La natura, lui spento e composto in una cassa di tavole, già coperta dalla terra pesante del cimitero da cui non filtra aria, con sopra il capo una croce rozza come un pugnale vendicativo, con tutto il suo splendore, chiamava noi a rinnovare il destino della nostra razza, adatta a introgolarsi nei ribollimenti del pattume, a giacere nei letti delle bestie, tra gli escrementi bollenti dei porci.

Ritornai alla casata dei Fondora.

Il palazzo era vuoto di “padronati”. I miei erano saliti al “Palazzo” abbandonato dai padroni. L’ossature colossali dei miei zii, con l’ordito arido della muscolazione, trampolavano sui ceppi d’ontano degli zoccoli, impastati di fango e di sterco. Le loro teste pesanti dicevano eternamente no.

Le vanghe armate di stilo, il marrone, l’asciatella, il timone e l’aratro erano nel cortile tra mezzo a due alti cipressi come sopra un altare.

Il mio nonno centenario, seduto sull’aia, pareva benedicesse i nipoti. Annodata nei pugni la lunga barba, sermonava: – Se eravamo stati tutti uniti il nostro parentado avrebbe fatto invidia ad uno Stato: e, voialtri, cosa fate ora nel mondo?!!

Dopo dieci anni mia madre mi fece scrivere: – Oggi scavano tuo padre.

Un giorno lontano lontano ritornavo da Genova, la via lattata rasentava il poggio della strada ferrata, l’altro ciglio era insanguinato dai rami dei salici. Il Camposanto col muro bianco tutto cipressato era come un’isola tra i campi violacei. I bovi parevano nuvole bianche rasente ai fieni disseccati. Novembre estate dei morti. Qua e là toni lunari di crisantemi, sangue rappreso dell’ultime foglie avviticchiate agli olmi, rape verdi e rosa accestite nei solchi scassati. Donne nere spolpate barcollanti sul muro del Camposanto. Ossario cretaceo con su branchi di corvi. Fanale spento. Cancello spalancato.

Segno di croce.

Nel posto dove per dieci anni riposò mio padre v’era sepolta una giovinetta sotto una buttata di fiori.

Alle grate dell’ossario c’erano affacciati dei teschi dissepolti che parevan volersi inebriare di luce dopo essere stati tanti anni sotto terra.

Via.

Sul medesimo stradone abitava l’adolescente diventata un frutto maturo. Feci sosta alla sua casa stremato di forze. Bevvi al pozzo.

– Cosa fa ora lei? – mi domandò col pianto alla gola.

Una raffica di ghiaiottole mitragliò i campi. Il treno lampo Roma Parigi mandò in isfacelo l’estate dei morti, la cantoniera sventolò una bandiera verde. Colore di speranza. Dissi:

– Vado là.