Lorenzo Viani – Il nano e la statua nera

La parola «Coloniali» era dipinta, tanti tanti anni fa, sopra una insegna di lamiera color pancia di topo. Le lettere vi spiccavano sopra in celeste prussiano. I rivenditori dei «coloniali», liquirizia ed altri generi, erano svizzeri; quelli del paese, dicendo «gli Svizzeri», incorporavano nome, cognome e i generi diversi che costoro smerciavano all’ingrosso e al minuto.

I marinari anche quando si trovavano con il bastimento all’ancoraggio nei porti di Barcellona o di Marsiglia, dicevano al ragazzo di bordo: – Vai dagli Svizzeri, e prendi una libbra d’acquavite e una di rumme. – Il ragazzo entrava nella prima rivendita di liquori che incontrava: sicuro sicurissimo di essere capitato dagli Svizzeri.

«Gli Svizzeri» di Viareggio avevano la loro rivendita sull’angolo di Via di mezzo, quasi dirimpetto ad una taverna denominata «Il Prometèo», sul cui nome strambo un poeta aveva rilevato la seguente quartina:

Se ti dà l’animo d’andar per vezzo,

vicino all’angolo di Via di mezzo

vedrai l’insegna, con la lanterna

del Prometèo fatto taverna.

*

Gli Svizzeri erano due fratelli e una sorella. I tre esalavano un profumino anaciato che incantava. I fratelli, uno alto e giallo quasi come un Cinese aveva i baffi e i capelli del colore del rumme, gli occhi lucidi come quelli di maiolica infissi su certe statue di legno di Barberia. Quando questo Svizzero mesceva, da un bottiglione verde ramarro, un certo liquore anaciato, si avvincava indietro, guardando, con una discesa a quarantacinque gradi, il bicchierino, sigillo di vetro sul banco d’argentone. Il fratello, più basso, lardato, gelatinoso, pareva fosse stato sbollentato e scodellato al di là del banco delle spezie e delle caramelle; lentissimo nel servire, contava e ricontava sul banco anche i grani della regolizia, di cui andavano matti i ragazzi. La «Svizzera», loro sorella, stava in un canto, seduta su di una poltrona imbottita di capecchio che, sbuzzata qua e là, scapecchiava dei ciuffi lanuginosi, ch’essa prendeva e scardassava con le manine bianche come le candele di una cassetta che era prossima a lei e che lei smerciava alle donnette della Pinciana. La «Svizzera» era piccola piccola, con degli occhiettini neri su di un visino di bimba rinvecchignita, su cui spiccava un parrucchino nero come la pece.

Quando gli Svizzeri rimanevano soli con la «Svizzera», loro sorella, quasi simultaneamente si voltavano verso la complicata tastiera delle bottiglie; e così, di schiena, bevevano come se avessero consumato un misterioso rito; la «Svizzera», senza scomodarsi dalla poltrona, si abbeverava ad una bottiglina, che pareva tenesse in caldo sulla pancia.

Come si può agevolmente immaginare, gli Svizzeri erano la calamita di tutta la mitraglia della strada, accattarotti, saltimbanchi, arrotini, indovini del pensiero, zingari. In diagonale agli Svizzeri, ci alzavano anche i baracconi nei giorni delle fiere: i baracconi d’allora, assiti di legname coperti con un incerato, che avevano per ammattonato il suolo della piazza, qua e là erboso.

*

Una trista invernata (le barche eran tutte ormeggiate nelle darsene a cagione di temporali) capitò al paese una compagnia zingaresca, che aveva un orso e una tigre ridotti come due vecchi tappeti spelacchiati, un nano e un affricano gigantesco, al quale, di dentro al baraccone, – che avevano, come di solito, alzato in diagonale agli «Svizzeri», – facevano suonare uno strumento, il talabalasco, il quale metteva ribrezzo per la voce disumanata che emetteva (molti credevano che fosse l’affricano sottoposto alla tortura). Il nano lo occultavano molto facilmente dentro una fiasca di vimini e lo esponevano per eccitare la curiosità, sopra il banco, facendogli mettere fuori soltanto una manina.

– Michelino! mettete fuori il vostro santo manino, – urlava con voce baritonale il padrone del baraccone; e subito una manina di bimbo patito appariva sull’orlo della fiasca alta un metro e dieci. L’affricano bramiva, come se avesse voluto cibarsi, tutto in un boccone, di Michelino.

Quelli che avevano potuto spendere i soldi di ingresso al baraccone, raccontavano cose che non avevano dell’umano: l’affricano freddava con la lingua un lastrone di ferro arroventato, si cibava dei carboni accesi, mangiava i gatti vivi.

I ragazzi della Pinciana non tardarono molto a stranomare l’affricano «Mangiagatti»; quando si davano ritrovo sulla piazza della giostra, dicevano: – Almeno stasera si potesse vedere «Mangiagatti». – Ma senza lilleri non si lallera, e i ragazzi dovevano morire con la voglia di fissare nel viso l’affricano.

*

Ma i ragazzi rinvennero che, quando la gente del paese se ne stava tranquillamente a mangiare, l’affricano e il nano andavano dagli Svizzeri per inzavorrarsi, e poi prestamente ritornavano ai loro covili. Una sera, dopo un appostamento cautelato, i ragazzi sorpresero il nano e l’africano proprio quando stavano per entrare dagli Svizzeri. L’affricano gigantesco aveva sul dosso, largo come un pietrone, una livrea da cocchiere con dei bottoni d’oro e sul capo, riccio, lanuginoso, bitorzoluto, un cappello sodo. Era scalzo, ma sembrava avesse i peduli di cuoio cordovano; le mani, pesanti come il macigno, gli oltrepassavano la rotula delle ginocchia, e parevano inguantate di pelle bazzana elefantina. Quando l’affricano, dopo aver tracannato, tutta d’un fiato, una libbra d’acquavite, si voltò, forbendosi la bocca voraginosa, sostenuta da una impalcatura di denti bianchi e canini, i ragazzi furono colti da ribrezzo ed andarono prestamente ad occultarsi nell’andito della taverna il «Prometèo». Di lì poterono ascoltare anche il linguaggio moresco, chè in quel diabolico linguaggio l’affricano parlottava col nanerottolo Michelino.

Il nanerottolo aveva un testone tondo come un cocomero, con due occhioni simili a due uova sode e una bocca a spaventapane, larga, floscia, aculeata di dentini acuti, come quelli dei topi granaioli; cosa che meravigliava era la sua voce forte, come quella di un bombardino. Lì per lì, i ragazzi gli appiopparono subito il suo soprannome, chiamandolo «Guastagenerazioni».

*

«Mangiagatti» e «Guastagenerazioni», appena fatto ritorno al baraccone, si occultarono, come al solito, uno dentro la fiasca, e l’altro dietro un tendone d’aleppo rosso sangue.

Certi vecchi marinari asserivano, con una sicurezza matematica, di aver veduto «Mangiagatti» sui porti affricani mettere in carico i bastimenti con balle di cotone, e di averlo visto, accenciato sul pietrato degli antemurali, a incantare i serpenti col suo sguardo viperino. Quando qualcuno di questi vecchi navigatori dell’Oceano poteva penetrare nel baraccone, diceva quasi iroso all’affricano: – Ehi! demonio affumicato, ricordati che tu, nei tuoi paesi, mi hai inzavorrato la barca di cotonina. – L’affricano dondolava il testone, come l’avesse avuto cerneriato sull’ultima vertebra cervicale: – No no no — bramiva.

Anche sul nanerottolo i vecchi marinari avevano rilevato delle cabale, narrando di averlo veduto bere dagli «Svizzeri» sul porto di Marsiglia.

Quando la campana della chiesa vecchia suonava i dodici tocchi della mezzanotte, e i lumi del paese s’erano del tutto spenti, ed anche gli Svizzeri erano chiusi, il padrone del baraccone liberava «Mangiagatti» e «Guastagenerazioni» per mandarli ad isgranchirsi le gambe sulla spiaggia di levante, allora deserta e aspra di salicastri. Grandeggiava «Mangiagatti», statuone nero con gli occhi freddi, bianchi come la impalcatura dei denti. Qualche pescatore di traina, inconsapevole che sulla piazza c’erano i baracconi, era colto dalla paura che gli spiriti maligni fossero stati liberati a condizione. E si faceva il segno della croce.

VINO DI SPALLA, «PANE DI LEGNO»

Quando sulle selve del Rimortaglio, situate in una vallata erma e derelitta, arginata a levante dalle sponde friabili dell’impetuosa Freddana, s’abbattevano i temporali, i castagni, che sogliono abbeverarsi e respirare dal fogliame, parevano, tra gli ondeggianti sospiri affannosi, il mare in tempesta.

La Freddana frangeva il soverchio delle sue acque tra gli orridi pietroni, da cui i montanari traevano ruote pei loro frantoi. I pastori, sorpresi dalla tempesta, addossavano le greggi ai capparoni, enormi cumuli di seccume, e si ricettavano nelle ceppe dei castagni eticati dalle saette.

La casa, che fu dei miei, era acchiocciata sotto gli ardui dirupi della Pieve di Santo Stefano Lucense, ai margini delle selve del Rimortaglio. Mio nonno, allora quasi centenario, ascoltava atterrito la romba del vento, che miaolava per la cappa del camino, pensoso per la sorte dei pastori, delle greggi e dei castagni che amava come viventi creature. Massimamente i castagni delle selve del Rimortaglio. Quegli alberi gli avevano dato la travatura per la casa, l’arcile dove s’intrideva il pane, l’arca alla sposa, la cassa per seppellire in santa pace, nel legno incorruttibile, i suoi morti, il timone al carro, lo stile alla vanga, il pane. Come non amare quelle piante sacre?

– Senza le selve del Rimortaglio, si sarebbe andati in perdizione cento volte, – soleva dire quel vecchio solenne ed austero, come un patriarca dell’antichità.

Assai prima del Poeta dei castagni, avevo inteso dire da mio nonno: – Su ogni castagno andrebbe inchiodata una croce.

– E perchè – domandava curioso qualche nipote, che ritornava di lontano alla casata.

– La Croce vuol dire salvamento, – diceva mio nonno. – Noi siamo salvati dai castagni. I naviganti, che sono salvati dal barco nel solcare il mare in tempesta, attraverso all’albero maestro mettono l’antenna in forma di croce. Gli uccelli, volando nell’aria, si informano a imagine di croce, il naufrago sull’onde tempestose si compone ad adorazione e prende, pur egli, la somiglianza di una croce. Nello scassare la terra con l’aratro, la stiva e le orecchie s’incrociano. – E mio nonno terminava il sermone facendosi il segno della Santa Croce.

Quando la tempesta cedeva, e il camino s’ammutoliva, mio nonno si faceva sulla soglia dell’uscio e s’affissava ansioso sulle selve inverdite dall’umidore. Un innumere gregge di nuvolette leggere, come batuffoli di cotone, pareva radesse i brenti teneri: erano le pecorelle che ritornavano al grande ovile, situato sotto la casa di mio nonno. In un volger d’occhio egli le contava. Se il pastore (uno dei tanti suoi figli) era ammusato, mio nonno si conturbava subito: del certo, qualche castagno era stato abbattuto dai venti e schiantato dalla saetta.

Mio nonno, con la barba bianca sollevata dal vento, s’avvicinava al celliere e di lassù domandava al figlio:

– Quale?

– Quello della scassata delle Macendore, – rispondeva solamente il figlio, senza alzare il capo. Mio nonno conosceva tutti i castagni delle selve del Rimortaglio. Quella sera sembrava che nella casa di mio nonno giacesse un morto. I figli tacevano sospirando, mio nonno attizzava il fuoco, le figlie si apprestavano a dire il rosario.

*

Quando s’erano rappacificati l’anima con la preghiera, mio nonno lodava i castagni:

– È onesto il castagno e prudente; nasce sulle pietraglie, s’abbevera dalle foglie, poca guazza lo disseta, il suo legno è incorruttibile. Dopo un’eternità (che è di là da mai) se dissotterrate una cassa di castagno, essa è sempre intatta. Il castagno non ci fa sospirare il suo frutto; il suo fogliame, che ci dà il letto per le bestie, mai è assaltato dagli insetti; con il suo legno si fanno le doghe per le botti, oltre che gli arnesi lavorativi e i mobili sacri; con i vernacchi si fanno i cerchi, su cui il navigante raccoglie la vela di fortuna per farla salire più presto in vetta all’albero maestro. Se la prua delle barche a vela può contrastare col mare impetuoso, è in conseguenza dei paramezzali di castagno che le fanno da ceppo e da controparte sotto il costato della barca. In remote contrade la scorza del castagno, intrecciata quando è fresca può diventare anche una vela. Il rimanente lo sapete, per visiva esperienza. La farina di castagne, nei luoghi selvosi e lontani dall’abitato, sciolta nell’acqua, si somministra come astringente, se ne fanno cataplasmi, e «vinate» (cotta nel vino si lascia assai sciolta e si suole usare nelle serate d’inverno molto fredde, si prende dopo cena, avanti di entrare nel letto ed è molto riscaldativa).

*

Mio nonno osservava le piantate dei noci, alti e diritti, lineanti i cigli pietrosi del canale della Croce, le ciuffaie serpigne dei fichi che s’abbarbicavano alle pianacce, i sorbi aspri e i meli dal fusto argentato; s’attardava sugli oliveti mareggianti verso il piano del colore del cielo, perchè il rantolo della pietra del frantoio lo consolava; quello era segno d’annata d’olio buono e legittimo. Ma più lo confortava la fumea del «metato», il seccatoio situato in mezzo alle selve dove si diricciavano le castagne e si mondavano della scorza e della pecchia, da dove le castagne escivano biscottate a dovere, per essere triturate dalla ruota del molino e ridotte farina nutriente.

Il celliere, dove si allineavano le botti del vino spoglio, il frantoio, dove si spremeva dalle ulive schiacciate olio purificato, e il «metato» che, tra la stizzosa fumea, dava le castagne secche, erano personalmente curati da mio nonno.

La vite si lascia godere, ma l’esito del frutto ce lo fa sospirare molto. Anche l’olivo è pianta giovevole, ci dà olio per condime, e quello santo per segnare le fronti dei nostri prima del trapasso. Ma più lodate il castagno, che vi dà il pane.

*

Molti abitanti vicini alla Pieve di Santo Stefano scendevano alla città del piano con un carico di sacchi di farina dolce e si allogavano vicini ad un forno, per ivi aprire l’industria dei castagnacci: il padre sfaccendava intorno alla bocca del forno ed i figli si sparpagliavano per la città con la teglia della torta, larga come uno scudo guerriero, e la stiva dei castagnacci, e stazionavano presso alle scuole comunali e alle caserme, nelle ore in cui i ragazzi uscivano da lezione e i soldati avevano la libera uscita. Soldati e ragazzi diluviavano in un baleno quella grazia di Dio e il piccolo castagnacciaio ritornava in volata al forno paterno per il rifornimento.

I castagnacciai portavano al piano anche delle some di vino di spalla, che molto si addice alla bevuta sopra la roba di farina dolce. Vino di spalla: sulle vinacce spremute del succo primaticcio, i contadini, per loro uso e consumo, tiravano quattro o cinque bigonce d’acqua tolta dalla pila del pozzale, che portavano a spalla dall’orlo del tino per rovesciarle dentro a saporirle di vino. Il vino di corpo non è addicevole sulla roba impastata con la farina dolce. Quel vino i castagnacciai lo distribuivano gratuitamente agli amici.

Se scendeva al piano anche la donna di casa, quella s’industriava coi «necci». Un fornetto portatile era piazzato all’aperto; tra due testi roventi la donna poneva un mestolo di farina sciolta nell’acqua che in un attimo cuoceva e si saporiva di castagno, perchè i necci si ravvolgevano nelle foglie secche di quest’albero. Ogni volta i testi erano unti con un singolare pennello, la metà di una mela renetta confitta in uno stecco e intrisa in un piatto in cui era olio di legittime olive. Intorno alla necciaia non mancavano mai ragazzi, avvogliati del saporito frutto della selva.

*

– A tutto è giovevole il castagno – concludeva mio nonno la sera, prima di salire le scale. – Ricordatevelo: la cunella, in cui foste allevati, è paretata di castagno; la cassa, in cui sarete sepolti, sarà medesimamente paretata di castagno. Di castagno sono le pareti, in cui tragitta la nostra vita.

LA BENEDIZIONE

DEI MORTI NEL MARE

Il fabbricato dell’Istituto dei poveri vecchi, in cui sono raccolti anche gl’invalidi del mare, ha sepolto con le sue fondamenta il cimitero vecchio di Viareggio, dove per secoli giacquero le salme dei fondatori della città. Le ossa antiche sono state pietosamente dissepolte e portate a riposare, in un grande tumulo comune, nel cimitero nuovo, dirimpetto alla bianca chiesetta sulle cui fiancate si suole murare le lapidi in memoria dei dispersi nel mare.

Anche il mare, cimitero sterminato, è stato benedetto stamani all’alba.

Le famiglie dei dispersi del mare, massimamente le donne, la mattina consacrata alla festa dei morti si raccolgono intorno alla chiesetta: le lapidi brevi rammentano il golfo di Magellano, le Azzorre, le solitudini polari, l’Atlantico, il golfo degli Aranci, l’isola di Monte Cristo: tutti i mari si sono aperti sotto ai fragili scafi paesani per inghiottirli. Dopo il suffragio e la messa, si forma la processione che, con gli stendardi in cui sono effigiati i Santi protettori dei naviganti, si reca sulla battima del mare solitaria e deserta.

I vecchi navarchi, gl’insonni, dopo aver ascoltato la messa nella chiesa della Santissima Addolorata, di cui tante volte nelle tempeste hanno chiesto, a mani giunte, la intercessione presso il Padrone del mondo, e aver riprovato il ribrezzo della perdizione medesima mirando gli ex-voto dipinti con mani e cuore tremanti: ondoni tetri, spelonche, scogliere nere, voragini di fondali paurosi come le callaie dell’inferno, anche loro si recano nel posto medesimo della battima dove debbono giungere i sacri stendardi.

Le vecchie donne dei pescatori aspettano da tante ore sui poggi aspri di pagliole recitando il rosario: nere, sul fondo del mare cinereo, sembrano vecchie polene spalmate di pece, relitti di un grande naufragio.

Le darsene lontane, squallide come selve brucate nel fogliame, sono folte di alberi su cui si incrociano i pennoni in segno di duolo; sui carabotti, guardinghi come vecchi mastini, sono rimasti soltanto i guardiani intabarrati nei ruvidi cappotti incatramati.

Quando dalla pineta di levante spuntano gli stendardi neri balenanti d’oro, tutti quelli che aspettano si raccolgono per umiliarsi sulla nuda spiaggia. Tutti guardano il mare contristati, all’orizzonte passano vele nere su baleni di sangue vivo. I crociferi piantano lo stendardo sulla rena e s’inchinano, il prete leva il braccio da cui pende un manipolo nero e giallo, la benedizione pioviggina sul mare di piombo: «Pace a voi che non trionfaste sull’ira del mare, sul furore delle tempeste, che nel grembo delle vele di fortuna e di speranza non poteste imprigionare i venti onde tragittare sugli abissi, che di terrore in terrore vedeste le chiglie dei vostri barchi abissarsi verso l’Erebo e chiudersi su voi il pelago per l’eternità.»

La gente genuflessa si sente marmare l’orsa come gli scheggioni delle Apuane, i singhiozzi spenti nei teli neri sembrano gorgogli di gente in procinto di annegare: «Pace!».

*

Per tutto il santo giorno dei morti, su tutte le calate, dal Renaio al Lazzaretto, si parla delle tristi navigazioni e delle tremende perdizioni. I vecchi incappottati di casentino, rosso come la sinopia che colora le vele dei bragozzi, dalla pelle scabra e incotta come la scorza del pino asprita dai venti salmastri, e gli occhi trasparenti come acque marine cristalizzate, o verdi come il limo dei fondali con le barbe sfuggenti simili agli aguglioli dei pini salvatici, narrano i loro naufragi.

Qualcuno che il dolore ha impietrato ascolta con gli occhi sbarrati e la bocca sigillata. Quel racconto egli l’ha ascoltato per la centesima volta, chè i vecchi marinari narrano cento volte e cento la cosa medesima con la convinzione e l’ardore che la rinnova sempre, e chi l’ascolta si accende similmente d’ira come la prima volta. E quelli che hanno ascoltato, a bocca e cuore chiusi, la terribilità del naufragio, finalmente prorompono in una maledizione al mare: – O vile, rendimi quello che mi hai ingollato! – Il mare, sfragellandosi negli scogli, pare prorompa in uno sghignazzamento. Allora il vecchio navarca, ridotto dall’atrocità del mare sulla nuda terra, digrigna i denti: – Con una boccata mi mangiasti un figlio, con una boccata mi hai mangiato il cuore!

– Lo conoscevo il povero Tista buon’anima, – è il vecchio vicino, che assente sospirando: – fu ingollato dall’acque del Garigliano.

– Non ho più occhi per piangere.

– Lui non perdona: quando ha detto, ha scritto.

Dei pescatori, che erano col rastrello laminato da una lastra d’acciaio, lungo la battima, gettano l’ancorotto; l’acque fendute fanno un sobbollimento di candide spume e sembrano aver inghiottito un ululo di disperazione.

– Il mare è traditore come il lupo!

*

I marinari non somigliano al resto del mondo; il resto del mondo, quando si sdegna o s’impaura di una cosa, si allontana da questa inorridito; il marinaro ha subìto tanti affronti dal mare: l’impassibile cento volte e cento li ha sacrificati su delle acuminate scogliere, li ha travolti, sommersi, sballonzolati sui cavalloni, li ha fatti frisare dalle saette e resi supplichevoli su selvagge arene alla mercè dei pirati; ma il marinaro, nonostante tutte queste angherie, non può vivere se la mattina, sia sole o tempesti, non va a salutare il mare.

E quando per la pericolante salute, per la vista che declina, per l’ossa che si dilogano, la schiena che s’incurva, deve buttarsi alla via della terra, tra gl’invalidi, egli sta su quella specie di nave di pietra che è il molo di levante, e di lì specula e dialoga e indaga e consiglia.

E quando è alla bettola di «Calena», inebriato dal vino cancarone, allora, memore dell’antico estro, naviga sulla piccola barca delle ottave rimate:

In Natolia v’è Smirne e Trebisonda,

la Siria Aleppo e il bel Damasco vanta,

contiene ancor Gerusalem la santa.

Nel Diarebecche formato fu d’immonda

polve Adamo…

e della dea d’amore

Cipro, il bel regno, il turco ha per signore.

*

Anche in questo santo giorno dei morti, il vecchio marinaro non si allontana dal mare. Stamani nella chiesa ha ricevuto il pane dei forti, l’ostia consacrata, poi, pregando, si è portato sul luogo da dove il sacerdote ha impartito la benedizione ai compagni dispersi. Con i compagni superstiti ha rievocato le tribolazioni di quando andò in procinto d’essere risucchiato dal limo: – Avevo già nell’ossa il tremito della morte, e mi sentivo i peccati legati come pietre ai nodelli, e pesanti come la palla al piede del forzato. Sarei andato giù se non ne avessi fatto la remissione e la Madonna dei dolori non mi avesse steso la sua mano pietosa. O fratelli, ch’io perda gli occhi, e mi secchi la lingua, se quel ch’io vi dico non è vangelo; vidi apparire branchi di uccelli di tutte le sorte, e anche quelli che son d’ombroso augurio come il corvo, la cornacchia, la gru, avevano cambiato il loro canto sinistro in quello dell’usignolo, e l’onde che prima erano taglienti come coltelli e tutte pareva dovessero ferirmi, divennero tenere come seta fina; avevo arsione e tolsi con le mani accoppiate una giomellata di acqua dal mare e la trovai più dolce del miele. Un branco di rondini pareva volesse indicarmi coi rapidi voli a fior d’acqua la via della riva; armate di pesci, sguisciando fuor d’acqua, argentavano il cielo. Come trasportato dal venticello marino, giunsi felicemente sulla battima, posai sulla rena soffice; lì caddi in un sonno profondo e mi destai nella capanna di un pastore, disteso su di un manto di pecora, e il pastore mi disse essere devoto della Madonna dei dolori e che la notte aveva sognato quel che di poi avvenne.

I racconti vengono interrotti da un fragore di tuoni; eppure il cielo è terso, l’acque cristalline, il canale palesa tutti i segreti dei suoi fondali, ma sono percossi da un fremito.

Gli stupìti si fissano negli occhi. Sono le navi che, al di là del Tino, con una bordata di trecentocinque salutano gli eroi caduti sul mare!

LA BENEDIZIONE

DELL’ULTIMO ROMBO

Un secolo fa, come lo attesta una targa di bronzo, il mare placido rompeva a cento metri dalla gradinata della chiesa di Sant’Andrea che il popolo di Viareggio, composto allora solamente di pescatori, vide costruita per provvedere ai bisogni spirituali della ognor crescente popolazione del paese, elevato alla dignità di città dall’augusta Maria Luisa di Borbone poco tempo prima ch’ella fosse sepolta all’Escuriale.

In quei tempi, dalla soglia del tempio, di sotto al bel colonnato dell’ordine dorico addossato al muro e sostenente un frontespizio triangolare, poggiato su tre campate rettangolari, – quelle laterali sostenevano due grandi anfore con le simboliche faci, e quella del mezzo una statua trionfale del Santo, – con un solo volger d’occhi si dominava il mare aperto. Le nude fiancate del tempio e il muro terminale del convento, nei giorni di tempesta, arginavano le onde infuriate, liberando il paese acchiocciato lì dopo con le sue casupole, i suoi orticelli, e le andane dei suoi gozzi pescherecci.

Di sull’attico, le statue della Speranza e della Fede, con l’ancora e la croce di ferro battuto, segnavano il cielo turchino. La croce, dipinta con la negra pece sulle gialle vele di fortuna, aliava per il mare, e l’ancora di speranza rampava a pruavia delle paranze, pronta ad essere gettata ad arare nei fondali marini. Nella stiva s’accendeva il lanternino all’imagine della Madonna dei sette dolori e in vetta all’antenna aliava un ramo d’olivo benedetto. I pescatori rivieraschi, solenni e pensosi come quelli di Galilea tra cui Gesù Cristo scelse gli Apostoli, navigavano senza bussola, chè le loro prue s’orientavano sempre sulla statua marmorea di Sant’Andrea visibile dalla foce della Magra a quella del Serchio.

*

La festa del Santo protettore dei pescatori cade in questa estatina dei defunti, quando il vento novembrino espande sul mare l’acredine delle selve, e nel cielo tramano seccumi di brenti e fogliame.

Un secolo fa intorno alla maestà di questo tempio i campi fiatavano l’umidore autunnale e muggivano roche le vacche, e vi stazionavano le mandre delle pecore che dall’alpe di San Pellegrino scendevano a svernare nelle Maremme. I pastori attruppavano le cavalcature ai tronchi dei pioppi favellando d’arcane cose coi pescatori stuporosi. L’argenteo tinnire dei campani delle mandre s’impastava coi doppi festevoli delle campane di Sant’Andrea.

«Nei casolari delle Pizzorne e su quelli inerpicati sullo schienale della grande Pania, e da tutti i monti che avvallano tra chiostre sonanti d’acque, la gente raccolta intorno alle pietre del focolare ascolta lo schioppettìo della scorza del pino verde e la romba del vento che porta, di forra in forra, ululi umani e bramiti di belva. I vegliatori si stringono uno tocca l’altro, si addossano alla parete bollente come quella di un forno, e la brace tinge i lor volti di carminio e le ombre son calde di fuliggine».

Un secolo fa correvano i tempi della carestia e i rivieraschi temevano l’approssimarsi di gruppi, di manipoli, di orde di derelitti montani richiamati dal verdore delle pianure, indice di vegetazione doviziosa.

La gente della montagna era andata in perdizione per le annate che si erano susseguite piovasche e tristi, con guasto continuato di temporali, si scerpevano selve, tagliavano boschi, e la gente famelica stava sui cigli dei torrenti aspettando che la piena trasportasse qualcosa per isdigiunarsi.

– Voi qui avete il mare, – concludevano i pastori; – quello che non dà oggi dà domani.

– Tristo è chi deve vivere sull’onda istabile marina; il mare non ha rami da potercisi agguantare. Il mare non vi porge altro che schiuma; a noi non resta che stare in continua pace col nostro Santo protettore, Andrea amato, – dicevano seri i pescatori ai pastori, – e quando torniamo dal mare si bacia la terra, ci si lava e ci ricettiamo nel tempio.

*

Il giorno della festa del Santo protettore dei pescatori le ciurme delle paranze ormeggiate in darsena, in segno festevole, mettevano l’antenna e la stuzza a guisa di un colossale X, che sarebbe la famosa croce di Sant’Andrea, e se qualche paranza era sullo scalo in costruzione prossima ad esser varata questo giorno si mandava al tempio l’ultimo rombo di castagno stagionato che sembrava per miracolo fosse fiorito delle più belle rose degli orti. Due giovani carpentieri lo portavano a benedire davanti all’altare del Santo.

Se il rude scalpellatore paesano stava per dare le ultime sgorbiate alla statua del Santo, tratta da un tronco di odorifero cipresso, vigorosa polena che doveva essere bullonata sul tagliamare della paranza, la ciurma di quel naviglio la portava a consacrare sull’altare di Sant’Andrea.

Come nella favola pescatoria d’Alceo, per quel giorno avevano tregua, coi pesci, anche le reti, e le canne e le barche, amavano il lido, e s’inghirlandavano d’edere silvestri i capiruota di prua. Se i pescatori versiliesi non destavano le cetre e sampogne mitiche, abburattavano però le chitarre, e flautavano le ocarine; e sulle onde d’argento e le arene d’oro andavano i loro canti:

– Dimmi, qual pesce ha nel suo grembo il mare?

I cori numeravano tutti quei pesci che svariano sul celeste e lo smeraldo. Il congro, il ciortone, l’acciuga, la sarda, l’ombrinotto, il sàrago.

– Qual è quel pesce, e ti concedo il vanto,

ripieno d’alga la cui pelle mostra

da qual parte del ciel spirano i venti?

I nocciuoli, la tracina, l’aguglia.

– Qual è quel pesce, e ti concedo il vanto,

del qual la destra penna forma e mostra,

posta sul cuor di chi dorme, alti spaventi?

Tutti i coristi si conturbavano e tacevano. Quando quel pesce di sinistro presagio sguisciava nei nostri mari i merghi stridevano, i ricci si nascondevano tra le arene, e i marinari si ritiravano al porto prestamente.

– Ritiratevi al porto, o naviganti,

chè freme il mar dal fondo, e dei lor terghi

fanno i curvi delfini archi per l’onde.

Urlavano così i guardiani dei barchi atterriti.

Quando i neri delfini mugliando come tori marini, apparivano all’orizzonte e s’attuffavano a pruavia delle paranze, per assommarsi a poppavia, insidiando il sacco colmo di pesci arati in tutto il santo giorno, i pescatori dirottavano la barca al desiato porto, vigilando coi forgoli e le fiocine che il mostro non s’approssimasse alla carena. Perchè, un secolo fa, i pescatori di questa riviera non conoscevano quasi la circolazione della moneta; le ciurme venivano retribuite con un riposto di pesce pescato durante la giornata; la misura del riposto era la votazzòla di legno che serviva ad oggottare l’acqua dalla stiva, una specie di cucchiaione; lì si faceva una incugnatella di pesce vario che il pescatore permutava col fornaio e il vinaio. Per sè i pescatori tenevano una scodella di cacciucco, che durante la pesca cucinavano sulla coverta, e mangiavano all’osteria in compagnia della moglie e dei figli.

Ma se i delfini insidiosi potevano avventarsi sulla rete e lacerare il sacco tutte le fatiche se le ringollava il mare, e la sera i pescatori e le famiglie facevano tristi digiuni.

Se le ciurme delle paranze potevano infiocinare un delfino e trarlo in coverta, quando s’ormeggiavano nel canale era uno spettacolo: la notizia si spargeva per tutto il paese in un baleno, e tutti, uomini donne ragazzi e vecchi, correvano verso il pietrato ove il mostro era stato sbarcato e tutti volevano calciarlo e ingiuriarlo.

Il delfino, della dimensione di un toro, col grugno del porco, nero pece sul tergo e madreperlato sotto, con la coda a doppia elica seghettata, era stravaccato sulle pietre, a denti sgrigniti, con il buzzo gonfio di pesci divorati, e tutti ci pigliavano sopra il perdono con pedate, calcagnate e schiaffi.

– Sei stato tante volte la nostra rovina.

– Ci hai mandato tante volte in perdizione le nostre fatiche.

– Grugno di porco che altro non sei.

Quella cattura era riguardata dai pescatori come una grazia fiorita fatta loro dal Santo protettore, e di sul pietrato, scorgendo la statua di Sant’Andrea ritta sull’attico del tempio, gli mandavano le loro benedizioni.

Se a queste scene si trovavano presenti i pastori rimanevano di pietra. Essi, non cogniti che anche le greggi dei pesci che si muovono a grandi armate nei fondali del mare erano insidiate da questa specie di lupi, non sapevano capacitarsi di tutte le offese che i pescatori e le loro famiglie lanciavano al mostro di cui avevano spavento e paura, ed ascoltavano estatici il canto votivo dei pescatori:

Sorelle e giovani, di pace un canto

sciogliamo al Santo

che ci salvò.

Dopo il canto votivo, i pescatori, con ebrietà quasi feroce, si avventavano sulla belva dell’oceano e la squartavano coi loro tagani affilati come rasoi riducendola in rocchi sanguinolenti; se la scompartivano, e il dimani se ne sdigiunavano, e la davano in pasto volentieri ai ragazzi perchè ritenevano che la carne del delfino liberasse dal mal di mare.

Se qualche rocchio veniva profferto ai pastori, questi si sconturbavano tutti.

– Libera i vostri ragazzi dal mal di mare, isdigiunatevene.

– Piuttosto di quella del lupo – rispondevano con ribrezzo i pastori.

– Ma questo è traditore come il lupo. Se non altro cibatevene per ispregio.

– Non si può dispregiare quel che ha fatto il nostro Signore.

– Ben diceste, fratelli. Perdonanza delle male parole, – dicevano mortificati i pescatori. – Ma sia laudato il Santo che ce lo ha fatto infiocinare.

– Così sia!

IL NANO PELLEGRINO

Anticamente in questo giorno di «Santa Croce» turbe di poveri e di pellegrini confluivano a Lucca anche dalle più lontane regioni, cantastorie e poeti improvvisatori si mischiavano alla folla, e cammin facendo cantavano la miracolosa comparsa nel territorio della Lucchesia dell’effigie del «Santo Volto». Venditori d’ogni genere, mendicanti, infermi, accattoni esponevano alle turbe processionanti verso il tempio di San Martino, ove si venera il gran Simulacro, le loro piaghe e le loro tristezze. Il popolino, tutt’oggi, nomina quella via «Via dei Poveri», benchè sui cantonali sia scritto «Via della Croce».

La sera della Santa Croce, Lucca e i paesi finitimi, Nozzano, Minucciano, Segromigno, insieme ai quindici castelli delle Vicarie, ardevano di fantastiche illuminazioni. Sulla piazza di San Martino, dirimpetto al duomo, si costruivano sotto delle trabacche, specie di padiglioni di guerra, dei «castelli fioriti» sulle cui sagome taglienti erano disposte delle migliaia di candele in modo da formare il disegno luminoso di un poderoso maniero. Tali macchine luminose erano varie e molteplici, ogni anno nuove nel disegno fantastico, e sempre così irte di ceri che la spesa di ognuna saliva a cifre altissime come le loro moli che talvolta raggiungevano i tetti delle costruzioni più elevate.

Fra gli spari delle artiglierie, di cui eran munite le incrollabili mura, e le salve dei moschetti della torre del Palazzo sfilava il lungo processionante corteo, striscia di fuoco. Arrigo Heine, che trascorse la «Santa Croce» del 1828 in Lucca, abbacinato da tanta luce scrisse: «Le case alte e fosche avevano le facce illuminate da numerosi lampioncini. Drappi e tappeti d’ogni colore scendevano dalle finestre e dai balconi nascondendo le smattonature e i crepacci dei muri; e al di sopra di questi tappeti sporgevano bei visetti di donna, ma tanto freschi e fiorenti ch’io intesi subito che doveva essere la vita a celebrare le sue nozze con la morte, invitando alla festa la giovinezza e la beltà».

Ordini monastici e Compagnie ecclesiastiche, autorità civili e militari di Lucca e del territorio, secondo l’ordine gerarchico imposto dai cerimoniali e recando ciascuno il peso del suo cero, la Corte dei Mercanti con la Corporazione delle Arti tutti in livrea, le contrade, i pivieri, le Vicarie seguivano gli stendardi sonanti come vele latine al palpito dei venti.

Il tempio si lasciava aperto tutta la notte sorvegliato dalle guardie di Palazzo, non solo per evitare disordini, ma anche per custodire gli inestimabili tesori della cattedrale e i preziosi ex-voto.

I cantastorie, accordati dalle strepitose chitarre, narravano la miracolosa comparsa del Volto Santo nel territorio della Lucchesia: San Nicodemo, unitosi a Giovanni da Arimatea, dimandò il divino corpo di Gesù Cristo, ed essendogli stato concesso lo deposero dalla Croce. Il Volto Santo è stato scolpito nel bosco di Ramoth Galaad sul monte Cedron. Lo scolpì San Nicodemo in sogno e si venerò prima in Berito, città della Siria. Per le persecuzioni degli infedeli i cristiani imbarcarono le loro immagini e i simulacri su barchette disalberate e senza timone e le vararono di notte tempo in mare. Quella in cui fu caricato il Volto Santo fu straccata sulla spiaggia di Luni. I rivieraschi se ne contendevano il possedimento. Il vescovo di Sarzana e quel di Lucca, per la buona pace, decisero di caricare la statua sopra un carro trascinato da due indomiti giovenchi e dove i due mansueti si fossero fermati quegli abitanti sarebbero stati i fortunati.

O Lucca fra cento

te scelse il Signore

qual pegno d’amore!…

– Mi sento accapponir la pelle – dicevano con un tremito nella voce i fedeli lucchesi.

Gli scaltriti cantastorie sermonavano allora in prosa: – O fratelli udite! Dopo la modellazione della statua del Santo Volto sul monte Cedron scaturì una prodigiosa sorgente d’acqua salutare. Qualunque infermo quell’acqua bevesse con ferma fede, o ne lavasse le membra martirizzate veniva all’istante risanato. Ma a cagione che il proprietario del monte Cedron, un rinnegato della fede di Cristo, volle cingere con una impalancita il luogo di dove scaturiva l’acqua miracolata, e farne mercimonio, la fonte inaridì all’istante e le umide grotte da cui pollava si trasformarono in roventi pietre focaie.

O Lucca fra cento

te scelse il Signore!…

Il più addottrinato in queste sacre istorie era il nano Pellegrino, nativo delle Macendore, certi luoghi anfrattuosi e sterposi situati tra la Freddana e il Montesacrato. Il nano Pellegrino era stato pellegrino di nome e di fatto. Con un rustico carretto a due ruote, a cui aveva sacrificato due cani, un molosso scarnato, chiamato Tago, e un mastino tutt’ossi e nervatura denominato Incitato, fido l’uno, l’altro orgoglioso, tutti e due ubbidienti e veloci ai comandi di Pellegrino, aveva girato la terra – come diceva lui – universa.

– Intendo consumare il rimanente della mia vita in pellegrinaggi di propiziazione, – cominciava serio e grave il nano Pellegrino; i fedeli lo ascoltavano tra spauriti e ammirati, – recandomi in forestiere contrade, in isconosciute provincie, cibandomi di radicchiella amara, e dissetandomi d’acqua piovana, varcherò monti e mari, mi disperderò nei deserti della Berberia, mosso soltanto dalla devozione, solo con i miei cani, – diceva il nano Pellegrino, ma pareva dicesse, per la artifiziata pronunzia delle parole: – Solo come un cane.

– Come, disabbandonate i cani? – dicevano stupefatti i pellegrini.

– Non bisogna mai abbandonare le bestie fedeli ed utili all’uomo, lo dicono anche le Sacre Scritture. Ricordatevelo, e ricordatevi inoltre che tutte queste privazioni le faccio per voi poveri peccatori. Per voi soltanto, chè io, con tutte le tribolazioni che sopporto, sconosciuto per ignoti lidi, vagamondo, – non vagabondo, intendete bene, – affaticato, stanco, smarrito, perseguitato dagli infedeli, mortificato dai duri di cuore, umiliato dai maliziosi, deriso dai rinnegati, credo di propiziarmi un benevolo perdono alle mie colpe, che sono tante e varie, e diverse. – Terminava così a capo chino, il sermone, Pellegrino.

I fedeli facevano abbondanti elemosine al nano Pellegrino, che era odiato da tutti gli altri accattarotti, i quali non avendo la sua parlantina, rimanevano in una eterna negligenza. Qualcuno di loro insinuò che Pellegrino non era il nome di battesimo del nano delle Macendore, e che egli si era messo da se stesso il nome del figlio di Romano Re della Scozia, il Santo cavalier di Cristo Pellegrino, per intenerire di più i poveri fedeli.

– Quando ti chiamasti da te medesimo Pellegrino, ti bagnasti il capo con il salnitro – insinuò un accattarotto, un giorno che il nano era attorniato da una folla di fedeli i quali buttavano nel piattello denari come rena.

– Vi voglio levare anche questa curiosità, maliziosi del mondo che altro non siete – disse il nano volgendo con bel garbo dalla sua i fedeli turbati. – Chi è di lor signori che sa leggere?

Un fedele altolocato rispose secco: – Io!

– Pregola di leggere questo foglio a voce chiara ed intelligibile, come si fa per i testamenti – e il nano porse al signore il suo atto di nascita tutto sacrificato di bolli a secco e a fuoco.

Il signore altolocato lesse con chiara ed intelligibile voce: – A dì quattro del mese di marzo del milleottocentoquaranta, alle ore due della notte, nacque nelle Macendore, da Leontina Pece «un maschile» a cui furono imposti i nomi…

– Fiato! – urlò il nano ergendosi sul torso potente.

– …di Pellegrino, Timante, Matteo.

– Favorisca leggere anche il nome e il cognome del defunto mio padre.

Il signore altolocato lesse: – Venanzio Pellegrini…

Il nano, pieno di galloria, stava per investire l’accattarotto malfidato, ma questo prima di lui gridò: — Bei mi’ nomi sciupati!

«GIULIO DI CANALE»

Giovanni Gentile, il filosofo, correggeva, con la serenità con cui Epitteto scrisse il Manuale, certe voluminose bozze di un suo volume, il filosofo Carlini, magnifico Rettore dell’Università di Pisa, giocava al tamburello con Carlo e Camillo Pellizzi, l’onorevole Franco Ciarlantini, da poco incimentatosi con Benedetto Croce, stava seduto, all’usanza dei turchi, vicino a Giovanni Gentile.

Costumi da bagno, torrido agosto, per sfondo il mare di Versilia, per quinta il monte Carchio dirupato. Quando, eccoti che non eccoti, lo scrivente vede apparire di lontano il filosofo estemporaneo Giulio di Canale a cui, non visto, fece il cenno che fanno le guardie ai quadrivi quando il transito è interdetto.

Giulio di Canale si fermò come una statua di sabbia sul tombolo su cui aveva fatto apparizione e s’ebbe un altro cenno, dallo scrivente, di prendere la via lunga.

*

L’estate in cui Giovanni Papini, il filosofo, soggiornò, sposo e padre, alla villa di Campomare, in Versilia, la terrazza della villa era di continuo movimentata: «rimolle» di giovani filosofi, – i marinari chiamano «rimolle» quelle fitte armate di pesci che si affilano alla luce di una lanterna – convenivano a Campomare. Un giorno Giovanni Papini parlava, – si potrebbe dire a motore spento, – di cose usuali; Bruno Cicognani l’ascoltava seduto su di un divano alla moda dei turchi; nel pinetto le figlie di Papini giocavano al tamburello, quando, eccoti che non eccoti, lo scrivente, seduto sul parapetto della terrazza, scorge, lontano lontano, approssimarsi il filosofo estemporaneo Giulio di Canale a cui fece i segnali medesimi di quando egli si avvicinava al gruppo degli amici di Gentile.

*

Un paio di estati fa, Ugo Ojetti, Pirandello e Fraccaroli parlavano di teatro nell’antisala di un grande albergo; chi transitava dal viale Carducci poteva vederli agevolmente. Ecco che, a un tratto, lo scrivente vede il filosofo estemporaneo affissato sui tre personaggi con negli occhi il determinato proposito di avvicinarsi loro.

E l’estemporaneo s’ebbe i medesimi gesti, dallo scrivente, di quando cercò avvicinarsi a Gentile e a Papini.

Ma un giorno che Leonardo Bistolfi e Lodovico Pogliaghi parlavano con lo scrivente di cose complicate, il filosofo estemporaneo, che tra l’altro, è anche scultore, malgrado le segnalazioni, staccò il trottello, s’impancò nel gruppo e domandò un ricordo ai due maestri. L’ebbe e guardò tracotante lo scrivente.

*

Quando le saette scheggiano gli alberi che son davanti al mio studio, e il vento li sbarba, e la grandine suona il tamburello sui finestroni, m’affaccio all’uscio di casa perchè sono sicuro che dalla via provinciale di Pietrasanta spunta, pedalando sopra un colossale macinino da caffè, il filosofo estemporaneo Giulio di Canale.

Nelle torride giornate estive, quando la canicola arroventa le tegole, incenerisce le strade, fa buttare delle crepe alla terra arsita dei campi, e le cicale intignano le foglie dei pioppi, all’ora di mezzogiorno quando la gente si gode il maestrale sotto le frasche d’ontano, io m’affaccio all’uscio di casa perchè son sicuro che il filosofo estemporaneo avanza, come Giove, entro un nuvolo di polverone che ammolina sui pedali della sua bicicletta assetata di lubrificanti.

Se, viaggiando in auto sulle vie della Lucchesia, scoppia una gomma, e non c’è il pezzo di ricambio, e nessuno sa dove sia un telefono, non c’è da sgomentarsi; chè, da un attimo all’altro, vedrà spuntare da una storta di strada il filosofo estemporaneo, il quale indicherà anche dove il diavolo tiene la coda.

Ai primi freddi non ti coprire;

ai primi caldi non ti spogliare.

Non filosofia, questa, ma saggezza rimata. Giulio di Canale non si copre ai primi freddi, non si spoglia ai primi caldi. Il sinibbio, quel vento gelato che strina le foglie, fa guasto, ma Giulio di Canale, con un pigiama color panna montata, lo disfida in qualunque contrada scoperta.

– Oggi si soffoca, – urlano i villeggianti e si sbottonano e soffiano, ma Giulio di Canale, col bavero tirato su fino agli orecchi, pedala verso le pietraie di Ceragiola.

La figura fisica di Giulio di Canale mal si attaglia a una cornice d’ordinaria misura: uomo smontabile come la sua bicicletta, quando v’è sopra si immedesima con la macchina, il pedale s’innesta con la scarpa che l’abbocca col fiosso sdrucito, la manopola diventa il sesto dito della mano, la forca rinforza di tre sostegni di ferro le gambe scivertate di Canale, se scricchiola la moltiplica senz’olio scricchiolano l’ossa di Canale aride di sinovia. Se da quest’epoca, nei millenni, si trarranno dei mostri mitologici, – si dice centauro a chi cavalca in modo da parere una sola cosa cavallo e cavaliere, – non c’è da stupirsi che esca fuori un ciclocanale.

Il naso adunco di Canale fa sovrumani sforzi per combaciare con la bazza volta all’insù, – la sacrificata è la bocca, – gli occhi di fauno, salati come quelli delle sarde, lampeggiano tra i cespugli dei capelli canapini; una noce di cocco schiacciata con il pugno potrebbe approssimarsi alla testa di Canale. Ma che cos’è quel lindo fazzoletto di tela batista, stirato e lucido, che spunta dal taschino del cappotto color erba di mare, perennemente? Sopra v’è la sigla, in nero, con le due lettere L. B., intrecciate, la medesima sigla che è sulla base del monumento a Garibaldi in Sanremo, e sul blocco statuario del Maloia in memoria di Giovanni Segantini, e sulla base del monumento a Giosuè Carducci in Bologna. Il fazzoletto perennemente lindo che Giulio di Canale porta sempre pendente, come una rametta di fiori bianchi, dal taschino è il ricordo che quel tal giorno egli supplicò da Leonardo Bistolfi, il quale, sant’uomo, lo passò dal suo al taschino di Giulio di Canale. Per varie settimane il fazzoletto del maestro sventolò come una bandiera di pace sul manubrio della bicicletta del filosofo estemporaneo.

*

La Lucchesia terra ferace di poesia estemporanea, Teresa Bandettini-Amarilli Etrusca, Angeloni, Fortunato di Goma, doveva dare anche un filosofo estemporaneo.

Domande a bruciapelo e a tiro rapido: un pensiero sull’Architettura?: – Architettura s’accorse che il forno è la rovina delle case.

Un pensiero sulla Chirurgia?: – Chirurgia s’accorse che la gola è un passo stretto. – E un altro sulla Geografia?: – Geografia ebbe bisogno della Guerra. – E l’Astronomia?: – Quella è l’inventario del cielo.

Sentenze: Ragione a forza di ragionare ebbe torto. – Rettitudine ruppe in curva. – Devozione a forza di «amen» sciupò la messa. – Giustizia dopo aver provato tante stadere fece a occhio e croce. – Carità saltò tre piatti per mangiare pane ammuffito e bevere alla fonte. – Buono costava un soldo e non lo comprava nessuno. – Prudenza fu morsicata da pecora. – Costanza fu messa in mezzo da un incostante. – Medicina dopo tante speculazioni concluse che l’insalata non fa collottola. – Giuria a forza di punti si cucì una camicia. – Inquirente disse a Censito: A casa dei ladri non si ruba.

– O voi! I proverbi non riempiono la pancia. – Dopo questa sentenza, Giulio di Canale salta sul sellino e via di volata verso le pietraie di Ceragiola.

*

Un tempo, assai remoto, Giulio di Canale, al di là di un reticolato, che proteggeva, alla Fossa dell’Abate, lo studio di Plinio Nomellini, che nel viso ha qualche tratto di Canale, cercava di veder quello che si faceva dentro. Apriti terra: Nomellini, che vanta tra i suoi antenati un pirata livornese, uscì dallo studio; la tavolozza, rossa di lacche e cinabri, sembrava uno scudo insanguinato, e l’arreggipolsi una lancia in resta: – Chi siete voi? — urlò a Canale.

Canale dopo la prima interdizione rispose: – Un uomo piccolo.

– Via!

– Ma…

– Via ho detto!

– Pensate galantuomo che se la superbia fosse arte, – rispose Canale, – molti sarebbero i dottori.

– O chi sei, – soggiunse Nomellini, – fatti vedere nel grugno. Entra, si beve un quartuccio.

– Mosca! La lingua l’ho anch’io ve’! – disse Canale bevendo.

L’ASTROGRAFO POETA

Di sotto l’arco marmoreo, fatto aprire dalla principessa Elisa Baciocchi nelle mura di Lucca, perchè fosse più spedito il transito verso l’ubertosa Val di Nievole, in questi giorni passano, diretti verso Camigliano, – piccolo paesetto coronato di pampini, d’olivi e di ceruli colli, dove nel marzo del 1878, da Enrico ed Aurelia Landi, nacque l’angelica Vergine Gemma Galgani, le cui sacre reliquie in questi giorni sono partite per Roma, dove tra poco, nella Basilica di San Pietro, si svolgerà la solenne beatificazione della venerabile serva di Dio, – pellegrini e «festaioli», i quali si sono già largamente provveduti d’immagini, di «abitini» della Vergine lucchese e di medagliette bianche come margheritine di campo. Una di queste «storie» dice che non senza particolare disposizione della Provvidenza i genitori della dolce fanciulla di Camigliano, quartogenita di otto figli, la battezzarono Gemma. Questa cara fanciulla doveva infatti, con la grandezza della sua virtù, rendere un giorno illustre la sua famiglia, e risplendere nella chiesa di Dio siccome fulgidissima gemma preziosa. E certo per tale la riguardavano quei fortunati genitori tutto il tempo che vissero con lei.

La vera effigie della serva di Dio, Gemma Galgani, aperta e serena come una madonnina di Carlo Dolci, – lunghe trecce dei capelli anellati, ben composti sul petto, stupore soave degli occhi castissimi, bianchi e ceruli, bocca rosa sull’ovale del viso di cera, – ha tutti i segni delle predestinate alla Gloria del cielo: un perfetto modello per un pittore che si dilettasse alle Sacre immagini. Stampe e litografie della Vergine circolano a migliaia per tutta la Lucchesia e luoghi finitimi.

*

Tra la moltitudine dei rivenditori di «abitini sacri», tipi singolari di pellegrini, che vanno dall’Alpe di San Pellegrino al Santuario della Madonna di Montenero e dovunque si venerano sacre reliquie, oggi ho potuto conoscere un astrografo.

L’astrografo si è ridotto per queste contrade su di una bicicletta pitturata di giallo agro come il ventre di una lucertola fiumatica. Il veicolo è arnesato come un battello in procinto di salpare per una lunga campagna: due spigoni di ferro battuto aculeano la forca anteriore e su questi due sostegni è collocata una valigia che sembra di terracotta; un fanaletto elettrico è centrato sul manubrio: in trasparenza, sull’occhio di vetro, si può leggere: Crocetta Tervigiana; due ordigni da beveraggio pendono dai freni che si avviticchiano al manubrio: su di uno è scritto Monte Plana e su l’altro Trio di Cadore; un cinghione di cuoio sacrifica un cappotto al telaio: sul cinghione c’è pirografato Rocca di Manselice. Dalla forca anteriore pende, appiccata con un fil di ferro, la statua di un santo che l’astrografo asserisce essere quella di San Genesio. Gli è stata disdetta da un paese, dove si venera tal santo, perchè, con l’andar del tempo, quei paesani hanno tramutato il nome di Genesio con quello più correvole di Ginese: «Noi si venera San Ginese e voi ci avete scalpellato San Genesio: andate con Dio!». Sui parafanghi della ruota posteriore poggia una cartella da disegno, marmorizzata di celeste e di bianco, dove spicca un talloncino cenerino con su scritto a mano: «Astrografie eseguite di comando».

«Insomma, galantuomo, – ho chiesto allo strano pellegrino, – vorreste specificarmi cosa significa questa strana parola: astrografia?». L’astrografo ha frenato il cigolante veicolo. Le ruote sotto il morso dei freni han fischiato come due topi presi nelle tagliole. Egli ha posato un piede sulla via rotabile ed è disceso scavalcando con l’altro il sellino a guisa di un abile cavallerizzo; ma è rimasto sulla via con le gambe aperte, come un compasso, e rigido come uno che avesse ingollata un bastone. L’astrografo ha una senata di piastrelle di marmo, che dall’ombellico salgono fino alla fossetta clavicolare, quasi che egli, scarno come un paravento, si fosse inzavorrato di marmette per timore d’essere portato via da una raffica di vento gagliardo.

«Andiamo là – ha detto l’astrografo – là, a quel «pubblico abbeveratoio» e vi darò tutti gli schiarimenti». Lì prossima c’era una rimescita di vino padronale, davanti al cui ingresso era infissa sul terreno, con le quattro zampe di pino secco, una tavola rusticana. Ci siamo seduti al tavolo che sapeva di resina e, dopo aver ordinato due bicchieri di vino legittimo, il pellegrino, con tono deciso, e dogmatico, ha detto:

«L’astrografia non ha nessuna relazione con l’astrologia, la scienza dei Caldei, di quella figlia di savia madre che, trovando sempre nuovi eccitamenti nella curiosità e nella superstiziosa credulità degli uomini, potè usurpare l’universale venerazione con l’arrogante presunzione di poter leggere nel cielo le sorti future degli uomini. L’astrografia è l’opposto della pirografia: là si traffica con il fuoco; qua si specula nel campo siderale. Ma l’uomo – ha soggiunto l’astrografo quasi ispirato – essendo animale di imitazione, ha bisogno più di esempi che di altezzose parole». Sì dicendo, egli ha sbottonato la camicia e si è tratto di seno una mattonella di marmo nero e le sue mani gialle e scarne son sembrate le granfie di una gru colossale, la quale, dopo aver tragittato l’Oceano, si togliesse dal ghebbio una pietra non digerita.

«Imaginate una notte illune senza palpiti di stelle», dice quasi frenetico.

– L’ho imaginata.

Nel breve tempo della imaginazione, l’astrografo ha tratto di tasca una piccola verga d’acciaio, sul cui vertice è congegnato un ago di macchina da cucire acuminatissimo; poi l’astrografo si è seduto come gli Scribi dell’Egitto ed ha cominciato a picchiottare con l’ago sul marmo nero ed ogni colpo accendeva su quel nero un astro d’argento.

Bello è il mirar l’immensità totale del firmamento

allor che a mille a mille

gli astri d’argento mandano scintille.

– Siete diventato anche poeta? – ho detto all’astrografo.

– Sono sempre stato – ha risposto egli con misurato orgoglio.

La lastra di marmo nero si è coperta di una costellazione fitta e la costellazione, per accorte disposizioni dell’astrografo, ha preso le soavi sembianze della Serva di Dio Gemma Galgani, Vergine lucchese.

Intorno al tavolo si è congregata una quantità di ambulanti, di pellegrini e di sfaccendati e tutti sono stupiti ed ammirati per la valentia che dimostra lo stravagante incisore. Se l’astrografo, il quale ha un viso scaltrito di volpacchiotto, non avesse, prima d’iniziare l’opera, appuntato con delle cimici a un palone le riproduzioni di astrografie già eseguite alla Madonna di Montenero e a quella di Capriglia e una Cena degli Apostoli, molti di questi pianigiani lo avrebbero scambiato, ai suoi discorsi astrografici, per un diavolo travestito.

*

Tutti hanno osservato con meraviglia che l’astrografo lavora con gli occhiali, – soltanto con l’armatura degli occhiali, – privati delle lenti. L’astrografo chiarisce che un giorno, in un’osteria di Bassano Veneto, alcuni magnani gli fecero una burla, togliendogli, senza che lui se ne avvedesse, le lenti agli occhiali e ch’egli «per quistion di nervoso» potè lavorare bene ugualmente. Allora da quel giorno decise di far l’economia delle lenti, e tiene a cavallo del naso le stanghette, soltanto per scaramanzia.

Il proverbio consiglia di pensare ben sette volte prima di parlare; ma l’astrografo «apre bocca e lascia parlar lo spirito». Ultimato il primo ritratto astrografico della Beata Vergine Gemma Galgani, egli si abbandona ad altre digressioni sull’astrografia, asserendo che una nottata di plenilunio, – stellato fitto, – è una astrografia mal riuscita. Per schiarire più efficacemente i suoi argomenti, fa dei disegni sulla terra: «Lassù, in quel labirinto di stelle, dicono che c’è Marte, Saturno, Venere, l’Ariete, e anche il Cancro; ma cercateli? Il Carro è senza ruote e il Timone senza giogo. I poeti ci vedono anche le vacche e le pastorelle e poi e poi….».

– Ehi galantuomo – intima un vecchio colono, il quale ascolta insospettito – più su della gronda del tetto non ci ha letto nessuno che sia mortale, e brutto è parlar quando non c’è bisogno.

L’astrografo asserisce che lui è al suo posto, perchè degli astri non ne fa commercio profano, ma se ne giova soltanto per imagini sacre e che i suoi discorsi si riferiscono agli eresiarchi pagani.

– Quando è così – dice il vecchio colono – diamoci la mano e lasciamo il cielo agli uccelli.

Nel cielo turchino, argentato verso i monti rivolti al mare, sono apparse le prime stelle. L’astrografo rimette i ferri nella valigetta, le riproduzioni nella cartella, la lastra di marmo in seno e si appresta a risalire sul veicolo. La congrega si scioglie silenziosa. Ora l’astrografo pedala verso Camigliano. I fischi delle ruote riarse par destino nei fossati le raganelle. I campi sono tutti un canto rauco; nel cielo si formano dei triangoli, dei pentagoni, delle chiocciate di stelle: la luna falcata sembra una fattoressa di profilo, vestita di celeste, che guardi la stenderia dei campi verdi lineati d’argento.

I FONDORA

Fino agli ultimi anni dell’ottocento le famiglie che custodivano i «luoghi» le chiamavano col nome dei padronati. A quella di mia madre le dicevano «I Fondora».

I Fondora (dei rami di Buonaccorso di Lazzaro Fondora, Coscio o Cosciorino, la cui moglie, per l’età, si adatterebbe ad essere la Gentucca di Dante

Ma, come fa chi guarda e poi fa prezza

più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,

che più parea di me voler contezza.

El mormorava; e non so che ‘Gentucca’…)

possedevano un «luogo» sui colli della Pieve di Santo Stefano Lucense.

Soltanto nell’ottobre, per la svinatura, il padronato abitava il palazzo costruito sul colle più eminente da dove si vedeva

in piccol cerchio

torreggiar Lucca a guisa di boschetto

e donnearsi col prato e col Serchio.

L’edificio, solenne come un altare, con due alti cipressi ai lati, bozzato di pietrame bigio con la facciata bianco-avorio che staccava sul grigiore degli ulivi e il ferrigno delle selve, aveva una scala a due rampe balaustrate di marmo canario che portavano nel salone buono. Nature morte e le quattro Stagioni oleografate decoravano le pareti spaziose. Un orologio solare oltramontano, dalla nascita al tramontare del sole segnava l’ore all’opre che travagliavano sui campi; quando mancava la luce scandivano l’ore battute dal campanile della Pieve e da quello di San Martino in Vignale. Sotto una scarpata di pietrame, ardua come un baluardo, c’era acchiocciata la casa dei miei; il pozzo fondo, costrutto con ghiaioni politi dall’acqua corrente dei Serchio, era situato al centro della muraglia. Il «celliere», cella vinaria («Lo tuo celliere dee esser contro a settentrione, freddo e scuro, e lungi da bagno e da stalla e da forno e da cisterna e da acqua e da cose che hanno fiero odore») era situato lontano dalla casa come un piccolo santuario. Il vino del posto solatìo, maestoso, imperioso, che passeggia dentro il cuore e ne scaccia senza strepito ogni affanno, era l’unico prodotto che il «luogo» desse doviziosamente e che poteva essere convertito convenientemente in denaro. Lontana la stalla dove mugghiavano i giovenchi, lontano e ben sigillato dalla chiudenda di ferro il forno, lontano l’ovile che rende nella caldura il lezzo dei manti, lontano il pollame, lontani gli stallini dei porci.

Nel «celliere» c’era allogato anche il telare: quattro colonne di castagno rastremate da un telaio di noce, un tamburo di sorbo massiccio tralicciato di sottilissimi fili, due pedali e un grande sedile corale, la spola sempre accoccata al telo. A volta a volta mia madre e le sorelle, tutte statuarie si assidevano al telare e, come ispirate, lanciavano la spola dalla mano diritta a quella mancina sulle onde tenui dei fili. Anche il telare era sacro nella gran casata di «quei dei Fondora». Quando il capoccia chiamava per un’opra: «Onesta, Virginia, Carlotta, Faustina, Emilia», e la madre rispondeva: «È al telare», quel nome non veniva più proferito per tutto il giorno.

Anche la casa degli opranti aveva il salone mattonato di pavonazzo con il soffitto travicellato di castagno rude e le pareti di pietra viva. Una gran tavola da Cenacolo e quattro panconi erano gli unici mobili del salone. Dal centro del soffitto pendeva un lume ad olio simile a quello delle Parche. Una Croce e una rama di olivo benedetto erano inchiodate sulla parete di fondo. Sotto alla Croce si assideva mio nonno che pareva la statua del Tempo. Dirimpetto si assideva la moglie carnosa, salcigna, quartata con la fronte decisa, il naso a uncino, la bocca recisa, gli occhi d’aquila reale, i capelli bianchi tirenti, scriminati che s’acchioccolavano sugli orecchi. Al lato destro del padre erano sedute le figlie: Onesta, Carlotta, Emilia, Virginia, Luisa, Faustina; alla sinistra i figli Francesco, Raffaello, Gabriele e tutte l’opre chiamate a travagliare per quel giorno sul «posto». Nessuno schiavava i denti prima d’aver risposto alla orazione che guidava mio nonno. Lo rivedo col capo curvo, la gran barba annodata tra le mani incallite, insieme alla corona di dodici poste, solenne come un anacoreta dipinto dal Ribera. La sera, quando Onesta, la figlia più alta, accendeva il lume e vi poneva contro una mano al riparo del vento, questa s’incendiava di lacche e il salone schiariva nel fondo un dipinto di Gherardo Delle Notti.

Il mio nonno sembrava un Patriarca: barba bianca dell’aureo tono di chi l’ebbe bionda, occhi verdi marmorizzati di celeste, alto e membruto, colle mani scabre e insidrite come la scorza dell’olivo nel verno crudo; egli s’esprimeva con la esperienza dei «proverbi». Essendo il capoccia, non era mai contraddetto da nessuno: «Chi vite innesterà, dormendo il vino avrà». «Per raccogliere bene bisogna ben seminare». «Il concime senza essere santo fa miracoli». «Chi raddoppia il concime raddoppia il luogo». La terra che sanguina quando l’intacca il marrello, che sotto i venti gelati diventa d’acciaio freddo e nel seno tepido prepara lo scoppio delle gemme verdi, le selve dagli annosi tronchi pertugiati ove s’annidano i picchi dal becco acuminato, che avevano dato le trava alla casa, il timone al carro, lo stilo alla vanga, il rullo al telare, l’arca alle nozze, la cassa alla morte, videro la possente figura di mio nonno errare col pennato attaccato all’uncino, ricogliere e proverbiare. Nei mattini lucenti di sole, quando le erbe son lattate di brina e ogni festuca s’imporpora, egli, col tridente cavato dal ramo di un sorbo, capovolgeva la mucchia del concio fumante e pareva il sacerdote di un rito misterioso.

*

La Milla, – per le corti chiamavano così mia nonna, – sfaccendava per la casa intonando canzoni incomprensibili: o che rimuginasse le patate che bollivano per i porci in una gran caldaia, o che filasse alla rocca come una Parca stralevata, o che rovesciasse i bolliti sopra la conca del bucato, essa cantava ridendo e piangendo. A volte, questo donnone spettacoloso teneva nel grembo una montagna di mele e le faceva in quattro per i trògoli. I nepoti, dispersi per le città impietrate ed aride con gli alberi di ferro battuto, la guardavano tagliuzzare quella verde grazia di Dio invidiosi dei porci.

– Voi, – essi dicevano, – la date ai porci questa bella frutta e noi dobbiamo star senza ad annate. – Allora la Milla piangeva come vite taglia e quando i nepoti partivano gli empiva le tasche di mele, gliene dava un sacco e li accompagnava ai limiti estremi del «luogo» dolendosi: – Miserere di noi che si dà la grazia di Dio ai porci.

Era la Milla che trafficava sul coppo dell’olio per empire la libbretta al colmo, tanto che doveva pulire la boccaiola riboccante ai capelli che le lustravano come verniciati; era lei che condiva nei tondini la zuppa uguale uno all’altro.

Onesta, Virginia, Carlotta ed Emilia, quando si rivolgevano a lei, la chiamavano Milla, ed essa rispondeva affabile; gli altri la chiamavano mamma, e a volte rispondeva loro arcigna.

Una mattina di aprile, mia madre, quand’ebbe parato le pecore su per le aspre selve del Rimortaglio, si assise come un’antica divinità agreste sotto l’ombra di un gran leccio nero. Col pennato aveva prima tagliato una vetta di castagno in amore, la incise in tondo e cavò la scorza polita come una canna d’organo, vi fé il foro, l’inzeppò di un tassello del medesimo legno e vi trasse dei suoni come di flauto. Dai greppi del Rimortaglio si dominavano tutta la Pieve e la vallata che rendeva la eco delle carra rotolanti sulle vie maestre e il mormorìo del fiume che si vedeva spolverare argenteo sui greti celesti. In una insenatura fredda tra mortelle, quercioli e cipressi, su un verde agro, c’era il cimitero piccolo come un orto; un nastro di seta rosa sottile e sinuoso, che pareva steso ad asciuttare sulla selva, lo congiungeva alla chiesa; degli incappati bianchi parevano uccelli posati sulle mortelle. D’improvviso mia madre intonò un canto lene:

E quando la mia mamma mi cullava,

– O bimba sventurata, – mi diceva.

Al mio stupore disse impacciata: – Mia madre è là; – e accennò il cimitero.

I LIBRI

«I libri e le carte hanno la testa di cencio». Queste semplici parole le ripeteva sovente un mercante di libri, un ambulante dotto come uno scaffale che smerciava tra via Condotta e piazza della Signoria, in Firenze, sopra un carretto squinternato.

Seppi da lui che Napoleone, nei volumi di Polibio, cercava quel che avrebbero fatto l’indomani i suoi avversari e quello che speravano ch’egli facesse.

A riparo della folla, sotto le grondaie trecentesche, addossato al muro a guisa di un marame che la piena di una fiumana abbia travolto, il mercante di libri, nei giorni di mercato, urlava i titoli dei libri preferiti dalla gente del contado: Vita e avventure di Stefano Pelloni, il Passatore. – Vita e avventure del celebre brigante Mayno della Spinetta, il bandito di Marengo. – Vita e avventure di Cipriano La Gala.

L’omettino aveva il viso agguagliato a una copertina di libro esposta per del tempo all’acqua e al sole; incartapecorito, con gli occhi inchiostrati e stinti. Le mani dell’omettino, gentili come la pancia delle lucertole, rassettavano continuamente i libri sul carretto. L’omettino, ai dotti, schiariva: «Questa è mercanzia, questo è cibo». Il cibo era una ventina di libri che, ad avergli sfogliati, non avrebbero cibato una bacca. Accennando il cibo, l’omettino sentenziava, con gravità: «L’animo con cotesto cibo bisogna pascerlo sobriamente. I libri, sappiano lor signori, hanno la testa di cencio. Molte cose sono ottime se usate con parsimonia: il pesce, l’olio, i libri e il vino. Mi spiego più chiaramente: il libro è pericoloso al plurale». A un insolito rumore di folla, l’omettino urlava il titolo di un libro: I Miserabili.

L’omettino, imbavagliato dall’esperienza, si giovava del titolo dei libri per qualche sua occulta protesta contro i più. Frequentemente nella piazza avvenivano feste, cerimonie e riviste. In quei casi egli urlava il titolo di una tragedia: Qualcuno guastò la festa. Alzava il libro di quarto, come un mattone, e lo faceva battere di costa sul piano del carretto: Qualcuno guastò la festa.

– Che sia una larvata allusione politica?

– Giovanotto silenzio, urlerete poi!

– L’uomo che ride!

– Silenzio o alle «Murate».

L’omettino indignato, col cipiglio di un dragone della guardia, rispondeva: – Ci sono stato un’altra volta. La battaglia di Benevento!

– Oh, questo sì!

*

La stanza ove albergava l’omettino era stivata di libri e vi alitava il fetore della carta stantìa. I libri parevano contesti di foglie di cavolo riscaldato; il fetore della sapienza agitava lo stomaco: su per le canne del naso penetrava col frizzante del tabacco macubino.

– Maledetti i libri, – disse una donna che era occultata da una tenda di percalle.

– Non il libro! – sentenziò grave il mercante. Se parli al plurale ci si può anche mettere d’accordo.

La zuppa che la donna aveva scodellata, calda fumante, pareva un impalpo di libri condito con olio di pesce. Le croste del pane bozzigliavano come cartone rinvenuto nell’umido.

L’omettino, infiammatosi, repentinamente apostrofò la donna: – Terra sterile! In un tempio tu sei!

Uno scaffale di libri era nel fondo: quattro dentiere rettilinee sorridevano. I libri mascellari filettati d’oro, gli incisivi cariati e grumati di tartaro, i canini color rosa incarniti.

L’omettino, cibandosi, leggeva un libro; la mano poggiata alla fronte, faceva martellare le dita come una lucertola a cinque code.

*

L’omettino rilevava i «blocchi» dei libri lasciati come una eredità pesante, da certi notari scapoli, causidici vedovi, speziali separati, insegnanti in pensione, ai propri congiunti.

– Mi venga a levare di casa quei tormenti.

– Uno zio prete mi ha lasciato tanti suoi libri, tutti in latino, si sa; che lo vorrebbe fare un blocchetto?

– Ao!

Si presentò un giorno, in lutto stretto, una donna la quale parlò sommessa e quasi sottomessa al mercante. Egli ascoltava con la gravità del confessore. Finalmente esclamò, uncinando il naso adunco con un dito: – Signora, parli al plurale! I libri.

– Come vuole lei, – disse rassegnata la donna. – Allora l’aspetto in giornata.

*

– Per me tu non canti – disse all’ometto un girovago che rappezzava ombrelli – perchè io leggo soltanto nel libro del «quaranta» che sarebbero le carte da gioco.

– Conosco anche quello – rispose arguto l’omettino.

– O via!

I due si sfidarono dentro un bettolino; costì combinarono che l’ombrellaio avrebbe dato una mano al mercante di libri quando nel pomeriggio egli fosse andato a rilevare il «blocco» dei libri.

La donna luttata abitava alla periferia; ella si dolse con l’omettino di tante sciagure che le erano cadute sul capo a ombrello.

– Ci si ubriaca anche di parole ed è sommamente pericoloso scambiare la vita con la trama di un romanzo. Chi prende questo abbaglio è condotto alla fine di un personaggio di romanzo d’avventure, – ammonì l’omettino.

– Parole sante le vostre!

La fungaia dei libri era ammucchiata in un canto; quelli sul pavimento avevano fatto presa con una poltiglia simile alla pasta del calzolaio: le federe gialle accartocciate sembravano funghi porcini ributtati sopra un fetido pollino. Sulle lezzole, la muffa, il belletto: sulle copertine marmorizzate e viscide come pelle di biacco; sulle pagine tarmolate come le foglie delle pannocchie di granturco, sulla saponata rappresa dei frontespizi, degli insetti troncolati nelle vertebre, amputati della rupe del cranio e degli anelli della coda, scheletrivano in nero i nomi di Nietzsche, Nordau, Flammarion, Hugo, Hegel, Spinoza, Sue, Walter Scott, Balzac. Alzando i tomi qualche copertina rimaneva sganasciata sull’impiantito. Quando il pastone di dottrina fu caricato sul carretto e l’omettino vi stese sopra un inceratino nero, di quelli che sanno di senapismo, parve che quell’involto nero ravvolgesse il cadavere del proprietario dei libri.

*

Se un febbrone da cavallo non mi avesse impedito di recarmi in Lucca per ivi inaugurare la «Fiera del Libro», avrei fatto l’apologia di questi «omettini» i quali pare siano sparpagliati in tutte le contrade del mondo. È per loro che noi, cresciuti ed educati sulla strada, abbiamo amato i libri. Sarà stato un bene o sarà stato un male?

Nelle nostre biblioteche, parlo di quelli del mio rango, in cui c’è ancora il disordine degli abbandoni, vi sono dei libri – che messi tutti insieme non strinerebbero le setole di un porco – che amiamo più del letto, della tavola, delle coltri. Più dei figli no! Quando il mio piccolo Franco ne augna uno e lo sdruce e lo squinterna e lo dimembra, io, col tono di voce più carezzevole, gli domando:

– Farai così anche a quelli di tuo padre?

– No, babbo, – risponde egli angelico.

L’ASINO VOLANTE

E I FRATELLI DI LATTE

Anticamente gli organizzatori del volo dell’asino dal castello di Montramito erano dei fratelli di latte dell’orecchiuto quadrupede: tarpani d’uomini, grandi e grossi, la cui madre, dopo averli divezzati del proprio latte, gli aveva rinforzato i lombi con quello di ciuca, denso, nutriente e zuccherato. Il volo dell’asino avveniva la prima domenica di maggio, da alcuni detto il mese degli asini: i Greci e i Romani avevano per cattivo pronostico lo sposarsi nel mese di maggio. Anche in queste campagne, e giù per i greppi della Riviera, sopravvive questa superstizione.

La prima domenica di maggio, lo stradone alberato, che, traverso le lame della palude, univa il castello di Montramito al mare, era popolato da una folla compatta di popolo scalmanato, tra cui spiccavano i fidanzati giulivi; inghirlandata di rosolacci e di gigli palustri la fanciulla, sgargiante il giovanotto col fiore all’occhiello. Brenne del tutto scarnite, abbiadate per quel giorno con un pastone intriso di vino ferrato, volavano sulla via rotabile facendo trabalzare certe diligenze scollate, su cui sedevano, come al fuoco, dei contadini con le loro famiglie. I vetturali spiritati, con la frusta, pelavano la brenna e taluno, voltato il bacchetto, gli suonava la grancassa sulla schiena. La folla atterrita faceva ala sugli argini ai moderni ippogrifi. Il cornacchiare lontano delle automobili metteva lo scompiglio anche tra gli agguerriti della strada: accattarotti, vagabondi, prestigiatori e borsaioli.

Il castello di Montramito speronava con l’angolo acuto del torrione la friabile terra paludosa. L’asino, bilicando gli orecchi, un mezzo braccio l’uno, era esposto sui merli del torrione, impaludato di una gualdrappa di percalle rosso, con due ali d’oro rutilante imbracate sul dorso. I suoi fratelli di latte trafficavano intorno a un canapo e davano urli di richiamo a certi altri uomini, i quali, giù nel piano, prendevano volta col canapo alla ceppa di un platano.

L’asino, di lassù, poteva dominare l’isola dell’Asinara, l’antica sua patria: quando, del tutto selvaggia e rupestre, essa non consentiva che vi attecchisse l’uomo industre; e l’asinina famiglia, brucando cardi e gramigne, passava la vita senza emozioni volatoie.

Prima che le bestie perdessero l’uso della favella, l’asino disse la sua opinione su queste feste maggenghe e su tutti coloro che facevano argomento di trastullo il vederlo prendere l’aire, ammagliato ad una carrucola su di un canapo insegato.

– In quanto all’ale, poi, io protesto recisamente che non mi si addicono, e comechè nel nobilissimo municipio di Empoli, da tempi remoti, s’incocciassero a far volare i loro asini, si conobbe a prova ch’egli era tempo perso; e gli Empolesi hanno gittato via ranno e sapone in questa testardaggine di volermi mandare in alto a volo, non già nel lavarmi il capo. A tempo debito, non mancai d’avvisare gli asini, badassero bene ad astenersi dalla superbia e stessero fermi a reputarsi bestie essenzialmente quadrupedi; e chi mi diede retta se ne trovò bene.

Il mio poeta incerto leva gli Empolesi al cielo per cotesto fatto, cantando: «Ben mostran gli Empolesi aver cervello – quanto conviensi ad ogni uom da bere – che l’asino mutar fanno in uccello». Gli asini, – commenta melenso l’animale orecchiuto, – sospinti in alto, compiuto il volo, tornano in terra più asini di prima; tutti vi persero la reputazione e quasi tutti si fiaccarono il collo.

*

L’asinello, ritto sui merli della rocca di Montramito, sfiatato dalla fiacca, dalle legnate, dalla paura, masticando quella bruscola di fieno che i suoi fratelli di latte gli avevano messo per forza tra i denti, pareva fare anche lui queste riflessioni.

L’asino è la bestia, che, per modestia, si potrebbe paragonare alla chiocciola. Un giorno, -sempre ai tempi che gli animali parlavano, – un asino che si era distrattamente sbrancato da una carovana, capitò in una congrega di bestie feroci: orsi dagli occhi di fuoco, leoni sagginati dal pelame di fuoco, tigri flessuose, pantere maculate, iene sitibonde; e tutta la congrega s’offerse per dare protezione al ciuco scarnato e martirizzato dalle legnate del padrone. Il ciuco non superbì di questa manforte; anzi parlò con remissione reverenza vergogna e paura: «Signori, io sono povero somaro, senza spirito, senza talento; lasciate, per pietà, ch’io torni a far l’asino al mio branco; lasciatemi, signori, il luminoso onore di morire sotto il bastone del mio padrone amato».

«Nulla sente quell’anima di stoppa: – perdio, cotanta stupidezza è troppa!», soffiò la pantera in faccia all’asino e voleva battezzarlo con un’artigliata alla via della gola, se non era il re della foresta a intromettersi.

*

Ma anche la pazienza ha un limite. Erano ore ed ore che l’asino, ritto sul’estremo margine del torrione, – paurosa Rupe Tarpea al cui fondo erano scogli acuminati e neri come denti titanici, che avrebbero fatto paniccia della sua carne e delle sue ossa, – vedeva girottolargli intorno intorno il maniscalco, una faccia proibita dalla mascella equina e il naso pavonazzo con gli occhi di gatto, del quale ricordava le martellate nelle giunture, quando, per ferrarlo, lo aveva sacrificato con dei tortori alla graticola di bottega. Il compare parlottava con i fratelli di latte della bestia e trattava di comperare la sua pelle, in caso si fosse fiaccato la noce del collo alla ceppa dell’albero, in cui doveva terminare il volo.

L’asino, disperato, proruppe in un raglio, da prima lungo, angoscioso, poi esplosivo e tonitruante. Apriti, cielo: quel raglio suscitò il delirio nella folla accalcata sotto il torrione. Il vino fu bevuto a bocca di barile e sui prati verdi cominciarono le danze e le merende: il raglio dell’asino, in procinto di spiccare il volo, era segno manifesto che l’annata sarebbe stata buona, i raccolti abbondanti, il vino avrebbe traboccato dai tini. Anche sul torrione si fece baldoria e il maniscalco, sopraffatto dal vino, fece un pastone di crusca, lo spense in un boccale di vino isolato e lo dette all’asino, come guiderdone per il suo raglio. Quel pastone fu come il consolo, chè l’asino si sentì volare le cervella. In quello stato fu avvinghiato da manigoldi nerboruti, sollevato e agganciato a una carrucola: e gli fu dato l’aire sul canapo, che dal torrione scendeva quasi a picco nel piano. Nel tragitto l’asino si sentì sconvogliare lo stomaco e ragliò di bel nuovo, lungamente, affannosamente, e roco come una «sirena». Quando l’asino battè i ginocchi e la cervice nella ceppa dell’albero, a cui avevano dato volta il canapo, il raglio cessò.

L’asino, compiuto il volo, tornò in terra più asino di prima. Sbendato, vide intorno a sè un imbestiamento generale: un trinca te che trinco io; risate e canti di poesie pensate e improvvisate, accordate da violini scordati e bombole di petrolio vuote. Tutti lo volevano governare, l’asino, con erba tenerella, per avere dato con i suoi ragli l’annunzio della buona annata.

L’asino, i cui antenati, ai tempi degli dei bugiardi, avevano portato sulla groppa Sileno, aio di Bacco, passava ora umiliato, con l’ossa macinate, in mezzo a una ciurmaglia avvinazzata che, se non avesse ragliato, invece delle riverenze lo avrebbe messo alla lapidazione. Quando l’asino vide il padrone, gli leccò le mani. Se le bestie avessero potuto avere, come nell’antico, la favella, avrebbe detto: – Non mi date il vanto degli uccelli; lasciatemi il luminoso onore di morire sotto il bastone del mio padrone.

*

Dopo il raglio augurale e le baldorie, la fiera era rotta. Le brenne, che per tutto il tempo della baldoria avevano brucato le fresche rombici al calcio dei pioppelli e s’eran dissetate con acqua, che sapeva di mentastro, venivano di bel nuovo finimentate ed attaccate alle diligenze, su cui erano già seduti i contadini e le loro famiglie: i vetturali abbottacciati di vino facevan sibilare la frusta come una serpe, e con quella, data di friso sulla cotenna, abbiadavano la bestia, che vedeva un subbisso di stelle fra le prime che spuntavano in quei cieli turchini di maggio. Sulle vie maestre gli zoccoli ferrati facevano le faville, e le tendine della diligenza sbatacchiavano come velacci sotto il vento. L’auriga in serpa pareva battesse la lana. Accattarotti e vagabondi avevano fatto catena con dei ciechi e prendevano buona parte della strada maestra. Se qualcuno veniva ammaccato dagli acciarini delle ruote, mandava delle imprecazioni e delle maledizioni ai vetturali.

– Tanto vi levo da soffrire, – disse un vetturale ai meschini.

– Quello non si compete a te: guarda che prima del ponte Baccatoio tu non abbia a trovare la medicina d’ogni pena, la morte, a darti l’ultima cena. Anche tu sei in un mare di guai.

Il vetturale, gorgheggiando, rispondeva ai derelitti: «Morte non venga, e guai a palate» e, imitando il raglio del ciuco, sincopava: «Voglio godere un po’ di felicità secondo i pronostici del ciuco… Ih!» e ripelava la brenna.

CROCI IN CHIESA E SUL MARE

Per tutta la Settimana Santa, nelle chiese, sono state coperte le croci con dei teli scarlatti come sangue vivo, sull’altar maggiore si è apprestato il sacro Sepolcro, e sui catafalchi scabre statue di legno componevano il tragico gruppo della Deposizione; un lenzuolo candido, disposto con pieghe larghe, ravvolgeva il corpo martirizzato di Gesù, la rozza scala appoggiata alla gran croce era di sostegno a Nicodemo. Il suono rauco di una rudimentale cassa armonica, traversata da un mozzo girevole come il frullone di un buratto, ribattendo sotto le navate colpi simili alla gualchiera di un mulino, attristava i fedeli inginocchiati tra le vecce bianche e i lumicini delle lucernette a olio.

Sul cielo turchino e sul mare tragittano le croci nere che i pescatori, devoti e solenni come quelli di Galilea, hanno dipinto sulle vele gialle dei bragozzi al vertice di schematici Calvari. Le rigide vigilie di questa Settimana Santa hanno fatto sciogliere le gomene a tutte le barche pescherecce. Quando i sacchi colmi si rovesciano sulla coperta, una palpitante varata di colori vivi come il cielo, scintillanti come rubini, freddi come il diaspro, color fondo marino, e zaffiri, e oro, e madreperle, tra aculei argentati e d’acciaio mettono un subbisso di pietre preziose tra le corbe di vimini. Il tempo non ha vulnerato la distesa cerula di questa spera di mare; gli uomini dai bei visi apostolici, bronzati dalla salsedine a torso nudo, trafficanti sulle maglie delle reti a spiccare i pesci impigliati, e il taglio delle vele latine crocisegnate, gonfiate dal vento immutabile, riportano col pensiero alla pesca miracolosa del mar di Tiberiade. Il Santo protettore dei pescatori, dall’alto della chiesa più alta, par benedica l’opra.

I grandi barchi di lungo corso, all’ancoraggio nelle darsene, per tutta questa Settimana Santa hanno tenuto imbroncati i pennoni in direzione obliqua all’albero, e han formato delle croci che si sono scomposte al suono festevole delle campane annunzianti la Resurrezione. A quei doppi i vecchi navigatori si sono umiliati e hanno baciato la terra.

*

Quando questi lupi di mare, in tempi lontani, veleggiavano coi barchi tra cielo e mare, nei giorni della Settimana Santa il capitano, che dopo Dio è il massimo padrone a bordo, li umiliava, anche nel furore delle tempeste, con la lettura del manuale della nautica cristiana in cui è prescritto il modo di santificare le feste sull’aperto mare. I vecchi capitani, timorati di Dio, leggendo il sacro itinerario, si tramutavano in tanti sacerdoti: «Col pensiero, oggi, giorno della Santa Pasqua, portatevi al vostro paese e immaginatevi di trovarvi coi vostri parenti e coi vostri compagni nella chiesa, nelle ore delle sacre funzioni, e là assistete in ispirazione al sacrifizio della Santa Messa». Il capitano, volto lo sguardo al ramoscello d’olivo benedetto legato in cima all’albero maestro, rammemorava all’equipaggio che quell’olivo era stato colto negli oliveti del paese, ed era stato benedetto nella domenica delle Palme nella chiesa dove tutti avevano ricevuto il battesimo. E, col canto fermo della chiesa, intonavano i versetti invocativi:

La Vergine Maria, gli Angioli santi,

gli Apostoli del regno prezioso,

li Martiri, li Beati, e tutti quanti,

preghin per noi il Padre glorioso,

che ci conceda grazie qui davanti,

che possa dir con sermon prezioso,

i gran misteri della Santa Croce.

I capitani, tutta gente provata e confermata nelle tempeste, con dei visi di barbari, marchiati dai piovaschi, dalle barbe asprite di salsedine, con gli occhi smaltati di bianco e di nero, e la bocca sigillata e arsita dal tabacco, sfogliavano il manuale della nautica cristiana come togliessero la pelle di dosso ad un eretico e leggendo fremevano e lacrimavano: «Alla vista del maggiore di tutti i delitti oscurossi il sole, la terra si scosse e si ricoprì di tenebre, le montagne si divisero, le tombe si aprirono, il sacro velo del tempio squarciossi, sudò l’aria, andarono i mari, arrestaronsi i fiumi, gonfiarono i laghi, fecer tempesta i rivi, la natura sembrò sentire la morte del suo Autore. Il sapiente Dionisio Areopagita alla vista di tanti orrendi prodigi esclamò: – O l’Autore della natura patisce o la macchina del mondo si dissolve!»

– Non vi sentite arricciare la pelle? – chiedevano i capitani alle ciurme prostrate.

– Sì, – rispondevano gli uomini senza alzare il capo.

*

In questa estate primavera le fresche ventate muovono gli oliveti e portano al mare fioretti setati che piovigginano sulle facce dei guardiani di barche che, con le grandi mani incotte, si tolgono dal viso quella prurigine odorosa. Quella specie di mastini assonnati guardano trasognati il palmizio alto, embricato, che, tra le basse arcate della Capitaneria, fa esplodere nel cielo turchino le verdi frappe, penne aculeate di fuoco, ed essi hanno l’illusione di navigare ancora tra veglia e sogno verso la terra di Gesù. Una croce di pece è pitturata sul fasciame della barca e dà alla stiva lo squallore della catacomba; dai boccaporti si scorgono pezzi di cielo su cui sciamano gabbiani bianchi come colombi, e alberi senza sartie, scerpati dei pennoni, con la sola crocetta di mezzana su cui si posano gli uccelli stanchi del volo.

Ai primi brividi della sera, quando le darsene fiatano i primi veli notturni, sulle fiancate delle Alpi, verso il Carchio dirupato come il monte Calvario, nei paesi acchiocciati sotto gli aspri scheggioni, e giù, dove la pietra s’ingolfa negli olivi, con le prime stelle, si sono accesi un subbisso di lumicini. Sono i paesi in cui per diritto triennale si compie la processione di Gesù morto, e i catafalchi con le statue di legno trabalzano sulle spalle dei cavatori.

A quell’ora i guardiani lasciano i loro covili e per tutta la notte vanno come anime in pena lungo il pietrato in cui è ormeggiata la barca e fanno buona guardia come il cane alla gregge addormentata. Se qualche stella cadente simile a uno scandaglio d’oro s’arca nel cielo, essi si fanno il segno della santa croce: quelle sono anime di eretici, che in queste notti bruciando precipitano nell’Erebo: così gl’insegnarono i vecchi capitani che l’avevano appreso sui libri.

E sono rimaste scoperte le croci piantate da pie persone sui crociali delle vie di campagna sotto cui son passate in questi giorni le Confraternite che si recavano alla visita dei sepolcri e alle Stazioni della «Via Crucis» su per gli schienali dei monti. Croci d’olivo annerito dai piovaschi, con tutti gli emblemi della Passione del nostro Signore; le tanaglie, il martello, i chiodi, la lancia, la mano, la canna, la corona di spine, la spugna intrisa d’aceto e fiele. I gradini di quelle croci sono le ultime soste dei viandanti affaticati prima di fare ingresso nella città.

Oggi tutte le croci sono scoperte. Al suono delle campane, annunzianti la Resurrezione, i teli scarlatti come sangue vivo, sono stati tolti, ed è cessata sotto le navate la rauca tristezza dello strumento primordiale; anche le vecce sono inverdite sull’altare e una luce balenante d’oro irradia tutta la chiesa. Il canale è un tumulto di vele ripercosse, e le corbe colme di pesci luccicano sul pietrato. Per la Pasqua le barche staranno al sicuro ormeggio delle darsene e i pescatori sederanno alla mensa domestica; se qualche posto è vuoto, per qualche congiunto che si trova lontano sul mare, si benedice anche per lui l’uovo perchè tutti hanno la certezza ch’egli, all’ora di mezzogiorno, col pensiero è lì al suo posto. I ragazzi legano con una corda incatramata una verde rama d’olivo benedetto che il dimani, dopo essersi fatti il segno della croce, porteranno sulla cima dell’albero al posto di quella seccata che salvò le antenne dai venti e dalle saette.

– Così è stato per l’eternità! – e il padre si segna e siede alla mensa benedetta.

IL SANTO

DEI PESCATORI NEL TORBIDO

I pescatori amano le acque torbe. Dicono quelli di fiume: «Fiume torbo, guadagno di pescatori»; e quelli di mare: «In pelago chiaro non pescare»; massimamente i pescatori di canna, a traina, coi tramagli, i presacchi, le lenze, le bilance, le fascine, a mazzacchera. Il giorno di Sant’Andrea è il loro giorno: la chiesa del Santo scampana a festa, i ceri votivi ardono davanti al quadro collocato sull’altar maggiore. Figure tarchiate, aduste dalla salsedine, dalle lunghe barbe apostoliche, con gli occhi abbassati ed umiliati, entrano devote nel tempio dai colonnati fioriti di capitelli dorici tuffano la mano, rassodata dalla scotta e dalla barra, nella piletta dell’Acqua Santa, si raffreddano la fronte bollente e s’inginocchiano sulle pietre. Sono i pescatori rivieraschi e quelli di San Benedetto del Tronto, dai profili michettiani, che han portato su questo mare le vele ardenti come fiamme.

Prima di salire le scalinate del tempio, si son tolti il cappello per devozione alla statua dell’Apostolo pescatore, di marmo statuario, che campeggia di sull’attico nel cielo, tra le statue della Carità e della Speranza, scalpellate al tempo che il mare placido batteva qui vicino. Il Santo protettore dei pescatori sta lassù, nella gloria del cielo, tra la croce e l’ancora, simboli di rassegnazione e di speranza.

*

Speranza e rassegnazione sostengono i pescatori di arselle, che vanno sulla battima con il rastrello pesante e la zucchetta dell’acqua, dalla foce del Serchio a quella della Magra, e nelle crude giornate invernali, quando il mare è d’acciaio freddissimo, s’immergono fino al petto, arando il fondo del mare per delle ore, e poi, fradici mézzi, ritornano col sacco pieno alle loro casupole. Dalla rassegnazione e dalla speranza debbono essere ugualmente sostenuti i pescatori a mazzacchera, che da loro stessi, cupi e fermi, si sono dannati nei cantacci delle darsene, dove le anguille della palude – passata la gran callaia delle cateratte, che aprono le nere mandibole chiavardate quando le acque del mare s’abbassano, – si riducono per pascolare gli spurghi delle navi. Il pescatore a mazzacchera, al mattino, con la zappa alle spalle e una bisaccia, è andato sui cigli delle fosse palustri per togliere dalle zolle capovolte i vermi che, aggroppati in fondo al filo della canna, sono ghiotta esca per le anguille di calata. Il pescatore d’anguille deve aver polso fermo e sensibile, che l’anguilla preda a boccate e non lascia quel che ha abboccato, ma bisogna staccarla con avvedutezza chè altrimenti risguscia nelle acque torbe. La pesca deve essere una vocazione anche. Piove a rovesci; i canneti salvatici, sotto il vento, fischiano come groppi di serpi; al di là della muraglia il mare muglia come una belva incatenata; il pescatore d’anguille sta fermo sul pietrato, come una colonna d’attracco con una testa d’uomo. I capelli bagni gli leccano il dente cervicale; i panni gli stanno addosso come gli stracci molli che uno scultore mette su di una statua di creta. Il pescatore ha l’ombrello verde incerato; ma lo ha confitto capovolto sulla terra, perchè gli faccia da catino per le anguille ghermite; ed egli prende l’acqua piovana con la impassibilità di un tegolo o di un albero, ed è desto ed accorto, che l’anguilla sfugge anche al pescatore più destro.

I pescatori d’arselle e d’anguille debbono essere i prediletti di Sant’Andrea per quella specie d’anticamera della espiazione che si sono da se stessi imposta. Vi è anche una specie di pescatori dilettanti che i pescatori di mestiere chiamano «governatori dei pesci», i quali, non pungolati da nessuna necessità, stazionano a giornate sane sui pietrali dei moli, sui cigli delle fosse, sugli orli delle pescaie «a guatar lo pescio, a gran filo o allo cigolo, o alla lenza, ovvero alla rete, ovvero in alcuna maniera con cui lo pescio si può prendere». Quel genere di pescatori hanno una stretta rassomiglianza con i pittori dilettanti: la loro canna è smontabile e svitabile come il cavalletto da campagna, la borraccia felpata è la medesima di quella dei pittori ad acquarello, il sediolo ripieghevole è identico, e identico è l’amore per l’amenità dei luoghi. Sovente si veggono, spalla contro spalla, un pittore dilettante e un pescatore dilettante, sullo specchio del cerulo mare o di un poetico stagno lacustre, tra ninfee e canneti. Tra loro spartiscono la colazione fredda, all’ombra di un faggio, e divagano allegri sulle loro inclinazioni, mentre i pesci, come nei dipinti di Sant’Antonio, si cibano delle briciole che vanno ad ammollarsi, la testa fuori dell’acqua. Il vivaio di questo genere di pescatori, vivaio internazionale, è lungo la Senna nei giorni festivi, quando le trenate, in cui essi stanno stivati come salacchini entro la botte, si rovesciano lungo il corso del fiume. Un giorno, uno di questi tali dilettanti stava «trainando» lungo la Senna, pesca a strascico che si può fare camminando lentissimamente e leggendo anche il giornale; egli, rotondo come un bambolo di gomma, con due spazzole di sagginali biondastri, estremamente miope, portava seco una cagnetta, idropica come un porcellino, col codino arricciato, che, legata con una catenellina al polso, gli faceva da guida. Un buontempone ghermì un anatroccolo, di quelli gialli come i canarini e gentili come un piumino, e glielo incocciò all’amo; il dilettante, sentendo resistenza, tirò a sè la preda e prese un «canard» invece di un muggine. Questi pescatori non debbono essere nelle buone grazie di Sant’Andrea.

*

Per tutto il giorno di Sant’Andrea i bragozzi e le paranzelle sono stati ormeggiati nelle darsene a vele aperte ad asciuttare; larghe macchie di giallo e di rosso mattone, sbatacchiate dal vento sul cielo nubiloso. I pescatori vestiti di nuovo hanno stazionato nelle osterie dirimpetto, dopo le devozioni, e tra il rosso lume del vino hanno giocondamente aspettato i venti freschi della sera. Quando la darsena ha fiatato le prime nebbie celestine, essi avevano già deposto gli abiti buoni e indossati i camiciotti o gli incerati. Come battiti angosciosi di tanti cuori sommersi, si sono sentiti le pulsazioni e i palpiti dei motori ausiliari congegnati da basso ai bragozzi, e dietro ai loro timoni, larghi come coltella d’aratro, le acque si sono sommosse bianchissime sulle verdi stagnanti. Quelli mossi soltanto dall’antichissima vela latina crocisegnata scricchiolano l’ossame lentamente, trainati come sono dai canapi d’erba tesati dai pescatori ansimanti sulla calata. Gli arganelli delle barche incagliate dirugginano i denti, che dipanano le maglie di una lunga catena.

La provvida luna, alzandosi dai monti, ha dato il sospirato riempifondo delle acque; la palude gonfia fa impeto alla callaia delle cateratte; la spalanca e l’acque corrono al mare portandovi paranze e bragozzi. Nel mare aperto le vele raccolgono nel loro grembo il vento fresco della notte, e a due a due filano in cala.

Nelle sere delle feste al Santo protettore dei pescatori, il fosso-canale, dalle fosse della Burlamacca alle cateratte del Renaio, per tutto il suo lungo corso serpentino, è una luminara di lanterne ad olio, che si allineano come le poste di un lungo rosario. Sono i pescatori, – i più meschini e tribolati, – delle anguille cieche, vecchi, ragazzi, donne, uomini, che aspettano «lo scuro di luna», chè le armate fittissime delle anguille, ferme sulla foce, non iniziano la marcia dal mare ai fossati della palude, per maturarvi e ritornare al mare brunite, se la luna veleggia nel cielo. Appena l’ultimo falcetto di luna recide il tremulo orizzonte e si stempera del tutto nell’acque fredde, le armate, ferme giù nell’imo misterioso, si muovono a scaglioni, compatti. Le miglia di lanterne fanno abbacinare questo sterminato esercito, rattorto in sè come un colossale canapo d’argento, lo scompigliano, lo deviano: percosso da lunghe aste, sulla cui cima è congegnato un setaccio di fittissima rete d’acciaio attrezzato su una grande centina rotonda, l’esercito retrocede, riavanza, si sbanda, fugge, s’affonda: i larghi setacci ribollono di anguille che fanno la schiuma come il mare; i canestri foderati di iuta son tutto un brulichìo schiumeggiante. Per tutto il corso del fosso-canale è un percuotersi di aste, una schermaglia secca con urli concitati e imprecazioni. La nuova che l’esercito ha iniziato la marcia e avanza in disordine si diffonde in un attimo, dalla foce alle cateratte, e tutti, come guerrieri predaci, aspettano con l’asta in resta il passaggio delle prime «avanzate».

Ma se il tempo non è propizio, il mare è mosso, e la luna s’attarda a calare e si rifrange, si moltiplica sui flutti palpitanti, e dal setaccio del cielo filtra un’acquerugiola fine, di quelle che bagnano l’ossa, molti pescatori si sdegnano; raccolti gli arnesi, a piccole armate, si riducono verso le loro casette, mettendo sulle vie del vecchio paese una moltitudine di Diogeni con la lanterna e il canestro. In quelle sere, le anguille cieche passano a piccoli scaglioni isolati, come soldati dispersi, e spesso i pescatori pescano acqua salata. Soltanto i passionisti disperati rimangono, in quelle sere, sul pietrato, o che piova e soffi il vento, o che i brezzoni invernali strinino la pelle. Questi uomini salcigni, intabarrati nei cappotti di casentino del colore delle vele, con in bocca i cannucci delle lor pipe di terra, rosse come il mattone, si raccolgono intorno a un focherello che arrossa i lor visi rubesti, alimentato dai detriti marini. A intervalli brevi qualcuno di loro immerge la lunga asta nel fondo del canale, ara per un buon tratto rasente la muraglia, ma non aggalla che acqua schietta; allora ritorna al fuoco a favellare della tribolata vita dei pescatori.

Molti di questi vecchi pescatori svernano sul pietrato. Le anguille iniziano il passaggio ai primi geli e lo terminano là verso marzo. Quando sui monti si scorgono i primi chiarori, essi ritornano alle loro case; con la luce le anguille scompaiono nel profondo; i vecchi ritornano ai loro posti, quando le arie ricominciano a farsi brune.

All’ora in cui, invelati o spinti dai motori ausiliari, ritornano i bragozzi, tutto il canale è uno sbatacchìo di vele. Se la pesca è stata miracolosa, sui paglioli e in coperta c’è una stenderia di corbe incuneate di pesce fresco e colorito. In quelle sere di fortuna i pescatori sono giulivi, come dei miracolati, alla scotta e al timone. Le donne nostrali, tutte vestite di nero, con la pezzuola nera annodata sotto l’ossa del mento, con aspetto monacale, stan ferme come statue; quelle di San Benedetto, dai vestiti sfarzosi e colorati, con le pezzuole a fiorami rossi calate sul collo gagliardo, il viso forte balenante pei larghi pendenti a cerchio di luna d’oro, loquaci e vive, salutano con urli di gioia i propri uomini.

Le corbe vengono allineate sul pietrato, che diventa fantastico come il fondo del mare: saraghi d’argento, ciortoni, il cui dorso rammenta il cielo stellato, triglie e fragolini tinti di sangue vivo e di rosa, ghiozzi dal labbro fesso e leporino, gronchi, serpentelli marini celesti, alici e sarde agre come il blu di Prussia, razze cartavetrate, morene serpentate di giallo e d’ombra terragna, orate lucenti, ombrine battute d’acciaio e d’argento, seppie di umor nero, pesci San Pietro, corazzati di squame solide e cangianti, dal tondo occhio dorato, polipi. Al di sopra di questa grazia di Dio, oltre le vele e i tetti, quasi a protezione di tutto il paese, domina, di sull’attico, la statua di Sant’Andrea tra la croce della Carità e l’ancora della Speranza. I pescatori dell’anguille cieche, i più meschini e tribolati, a quest’ora, ritornano verso la foce sostenuti dalla rassegnazione, confortati dalla speranza, ad aspettare, al posto conquistato, che la luna, già larga nel cielo, si tuffi nel mare placido e senza vento.

SOLITARIO CON CANE BARBONE

Il «Francobarbone» era un signore inglese glabro come il celebre ritratto di Dorian Gray, il quale tanti tanti anni fa, sempre in compagnia di un cane barbone che saltellava sul pietrato del molo, come fosse stato di gomma, si recava tutte le sere sotto il telaio del faro a salutare il sole morente.

Il signore inglese, glabro come Dorian, lo chiamavano il «Francobarbone» perchè suo padre, che rese l’anima a Dio in questo paese marittimo, aveva una franca barba partita in piccoli ondeggiamenti di grande dignità, come quelli delle statue assire. Col vistoso patrimonio il figlio ereditò il soprannome del padre suo e il cane barbone che era amato dal padre con la tenerezza con cui gl’Inglesi amano le bestie.

Una sera d’autunno, che ardeva di rossi incanti sulle pinete e sui monti selvosi, il mare pareva un deserto infuocato, su cui i fili di corrente in tono argento fuso, sbisciavano come carovaniere. Il sole morente, quella sera, sembrava una immensa moneta d’oro che stesse per calare in quella incandescente caldaia d’oro in fusione. Il «Francobarbone» s’era affissato laggiù lontano lontano, immobile come una statua.

Poco dopo dal «Francobarbone» c’era un vecchio navigatore dell’Oceano detto «Il Prete di Sinistro», che, quasi leggendo nel volto impassibile del signore inglese l’ardente desiderio di ridursi, traverso quel mare infuocato, ai suoi paesi proruppe nella declamazione di questi versi:

Pria vedi il Portogallo, indi la Spagna;

segue la Francia con la sua frontiera;

quindi l’Italia incontri, e poi Lamagna;

Danimarca, la Svezia e la guerriera

Polonia, la Moscovia, il Turco fiero

che di Bisanzio regge il vasto impero;

lunge da noi divisa, e fuor di mano,

giace Inghilterra in sen dell’Oceano.

Il «Francobarbone», che aveva ascoltato apparentemente impassibile la declamazione del «Prete di Sinistro» sorridendo soltanto lievemente con l’impalcatura dei denti articolati con filamenti d’oro, lucente come il sole calante, disse con una voce affilata sul telaio dei denti:

– Yesse.

«Giando il mastino», un vecchio lupo di mare che lì presso stava in orecchi per trapelare di qual paese fosse il foresto prossimo al «Prete di Sinistro», mormorò:

– Ho capito, sei uno di quelli che dicono di sì, con l’i avanti dell’esse. Per voialtri Dante non ha cantato.

Il «Francobarbone» aveva un vestito di lana calbigia, una camicia color terra verde con una cravatta di sopracolore su cui era una perla che, fiammata dal sole morente, metteva toni di stanco autunno su quell’uomo impassibile.

*

Il carattere del «Francobarbone» era uno di quelli che sono assai comuni nel suo paese: freddo, melanconico, penetrante, meditativo, pensoso all’estremo; ma, siccome il troppo pensare fa sognare, il «Francobarbone», quando andava solo sulla cima del molo, pareva sognare sempre il ritorno al proprio paese. Sovente il «Francobarbone» lo si vedeva assorto nella profondità del cielo, massimamente quando greggi di randagie nuvolette pareva andassero ad addossarsi ai paretai di pietra delle alpi Apuane. Quelle pecorelle, al passo perenne dei venti, che di giorno e di notte, transitavano sull’antichissimo piano pascolando, fiori di bambagia il giorno e fioretti gialli come le stelle la notte, mai insidiate dai lupi famelici, dovevano ricordargli tanto i suoi paesi (le pianure dei suoi paesi), dove la lana delle pecore è eccellente perchè, non essendovi lupi, le pecore possono pascolare di giorno e di notte sotto l’occhio letargico dei pastori.

Sovente il «Francobarbone» lo si poteva scorgere, così lungo com’era, sulla via bianca di polvere lineata di biancospini che, dalla pineta, porta al Cimitero degli Inglesi, dove le tombe sono così rade e inverdite che si adeguano alle erbe non mietute. Il «Francobarbone» si metteva sotto le rame di un grande salice piangente su cui grumaie di chiocciolini madreperlati parevano glicini cangianti e si affissava estatico sulla pietra di una tomba distinta: quella del padre suo.

Ai tempi del «Francobarbone» il luogo, in cui fu straccato dal mare il corpo efebico di Shelley, era deserto: uno squallido ondeggiare di pagliole marine, seccate dal vento salmastro, musicava di striduli suoni quel luogo. I pescatori avevano un senso di paura perchè se di nottetempo aravano col rastrello dai nicchi del mare, dirimpetto a quel luogo, attribuivano il suono delle pagliole ai lamenti delle anime degli annegati forestieri straccati dal mare, ai quali non si dava sepoltura nei Camposanti.

Dopo la visita al Cimitero degli Inglesi il «Francobarbone» indugiava fino a notte sul luogo in cui fu arso il grande poeta fuggitivo dal suo paese; qualche pescatore nottambulo asseriva di aver veduto il «Francobarbone» far segni di minaccia, col suo pesante bastone, dalla parte in cui il sole si tuffa nel mare.

Il «Francobarbone» abitava una casa gialla, scialba, con le persiane verde pisello e una porta color ombra, ai cui lati c’erano due conchini di terracotta in cui vegetavano delle cannedindia; a un metro dalla porta c’era una vetriata istoriata come quella di una chiesa, ma nessuno l’aveva mai oltrepassata, e la casa dell’«Inglese» era per tutti un mistero. La casa del «Francobarbone» rimaneva proprio dirimpetto al monumentino che i paesani avevano innalzato alla memoria di Shelley, e il «Francobarbone», uscendo o entrando, salutava, togliendosi il cappello, lo spettro del poeta. Il «Francobarbone» non si era mai visto scappellare a nessun vivente.

Alto, scarnato, diritto, combusto nel viso, di pel sagginato, spolverato di cruschello sui polsi rugginosi, dalle vestimenta strinate come fieno disseccato, il «Francobarbone» rendeva un profumo snervante di fieno, tantochè la gente annusando diceva con sicurezza:

– Di qui c’è passato il «Francobarbone».

Il «Francobarbone» pareva non dovesse avere le congiunture: uno di quegli uomini che son tutti di un pezzo, arcigni, scontrosi, disdicenti ogni amicizia, schivi da ogni contatto con l’uman genere.

L’unica parola che, a memoria d’uomo, s’era intesa dalla bocca del «Francobarbone» era stato quello «yesse» che, in un momento di distrazione forse, egli proferì al «Prete di Sinistro», presente il lupo di mare «Giando il mastino».

Anche gli altolocati del paese, di fronte al «Francobarbone», dovevano baciar basso e tacere come taceva lui.

*

Ma, ci fu un ma: coll’andar del tempo fu notato, dai naviganti dell’Oceano ridotti dalla invalidità a stazionare di continuo sul pietrato del molo, che il «Francobarbone» da tempo non rinnovava più le sue vestimenta e queste gli invecchiavano addosso e parevano risentire della decadenza fisica del padrone che le indossava con tanto garbo; anche la famosa perla s’era velata come un occhio che è prossimo a spengersi:

– L’avrà barattata con una falsa? – insinuò sospettoso un vecchio marinaio. – Vedremo, speculeremo!

E i vecchi lupi di mare videro e specularono. A quei tempi, essi, riscuotevano gli «Invalidi» (la loro sudata pensione) presso una banca marittima e stazionavano nell’antisala impancati su di un sedile di rustico castagno stagionato succhiando i cannucci di ciliegio delle lor pipe di terra, vuote di trinciato; stazionavano lì per delle ore con la pazienza e la rassegnazione apprese sui bordi velici. Quando, eccoti che non eccoti, ti veggono entrare il «Francobarbone», ma come trasfigurato sempre diritto sì, ma tenebrato negli occhi ceruli da una nube di tedio, e con una carnagione che, per lo squallore, si adeguava alle vestimenta sfibrate. Istintivamente, per quel ferrato senso di disciplina e di rispetto che i marinari apprendono sui bordi, alla vista del «Francobarbone» così malandato si alzarono in piedi dicendo in loro metro:

– E buon giorno…

Il «Francobarbone» non li degnò nemmeno di uno sguardo e passò nell’ufficio del direttore. I vecchi naviganti dell’Oceano rimasero lì come tanti poveri all’uscio.

– Ha levato il turno a tutti.

– La tacca somiglia il legno: anche suo padre era così.

– Approvo.

*

Repentinamente il «Francobarbone» uscì dall’ufficio del direttore sbatacchiandolo come suol fare uno spettatore che lasci un teatro in cui si recita una commedia che non gli riquadri. I vecchi navarchi trasalirono. Tutti fissarono incantati il «Francobarbone» nel bianco degli occhi, ma uno più navigato lo fissò sulle ginocchia e vedendole marchiate di rosso mattone disse sotto alla ciurma:

– Avete visto nulla?

– No.

– Il «Francobarbone» s’è inginocchiato.

Tutta la ciurma fissò le ginocchia del «Francobarbone» come quelle di un vecchio cavallo caduto sul pietrato.

– Poveraccio: eppure mi dispiace, – disse il più esperto dei marinari.

– A tutti dispiace, – rispose il coro.

«OGGI TORTELLI»

Uno di quegli uomini smontabili che capitano alle fiere e ai mercati segnati dal Lunario, con la puntualità degli uccelli di passaggio, uno di quegli accattarotti zingareschi fatti di tutto un po’, di legno e di ferro, di cuoio e di latta, con le membra amputate rassodate come le rame dei frutti potati per la loro stagione, stazionava ieri fuori l’uscio dell’Osteria di Manuelle del topo, prossimo al conchino dei fiori messo a decorazione di uno dei pilastri della porta d’ingresso.

Un colossale tortello fatto di carta vetrata, per dare ai passanti l’illusione del formaggio grattugiatovi sopra, e ripieno di resinosa segatura di pino pendeva dall’architrave; nella tavola soprastante c’era scritto: «Oggi tortelli».

Tra la maraviglia dei branchi dei ragazzi che, festosi e tumultuanti, correvano verso i Corsi mascherati, dimentichi delle scuole e dei grammaticali rigori, l’accattarotti s’è messo, inopinatamente, a coniugare il verbo mangiare: «Tu mangi, egli mangia, voi mangiate, coloro mangiano». A questo momento, l’«arnese» ha stravasato in una lamentela rumorosa, in una lungagnata preagonica: «Soltantoooooo io non mangioooooooo».

Ai ragazzi perplessi si sono congregate persone più serie e ragguardevoli le quali correvano tutte alla pizzicheria più prossima per rinforzare i pasti carnevaleschi con fogliate di prosciutto e salame, sòrra o caviale, peperoncini sott’aceto o cipolline novelle.

L’accattarotto scaltrito, dopo un breve respiro, dopo aver rivolto gli occhi supplici al cielo e le mani alla dura terra, ha continuato imperturbabile la coniugazione: «Tu mangerai, egli mangerà, voi mangerete, coloro mangeranno». Poi, la solita lungagnata lamentevole: «Soltanto io non mangeròòòòòòò…».

Gli astanti si sono guardati nel viso mortificati; quel tono lamentoso di uccellaccio che s’attrista aveva sconturbato gli appetiti, uno s’è fatto ardito di commentare: «Ma pure voi, fratello, avete l’apparenza d’uomo appastato e satollo».

– Signor mio bello, – ha detto contristo l’accattarotto – è questione che quel po’ di pane che romico (che rosico) mi va tutto in grasso, e quel po’ di vino sciacquerello che bevo, mi va tutto in sangue: dove manca Dio provvede. Il nostro destino quotidiano è scritto lassù. – E l’accattarotto ha volto le braccia al cielo. Gli astanti vi hanno volto istintivamente gli occhi e qualcuno ha letto invece sulla tavoletta: «Oggi tortelli».

– Mi sembra che parli per simboli d’eresia, – ha commentato uno.

– E in grammuffa (il gergo dei vagamondo).

– Tuttavia ci vogliamo levare una curiosità – ha detto un signore dall’apparenza notarile.

– Galantuomo, qual è il luogo da cui provenite?

– Vengo di là, – ha risposto evasivamente l’accattarotto, accennando la verde linea della pineta mareggiante.

– E dove andate?

– Vado là, – e l’accattarotto ha accennato vagamente la linea impassibile e sterminata del mare su cui aravano delle paranze in cala.

– Benchè le vostre risposte siano discretamente prudenti ed evasive, pure oggi dovete stordellare anche voi, – e il signore dall’apparenza notarile ha dato lire dieci d’argento all’accattarotto, il quale lo ha ringraziato, ma col misurato rispetto di chi avesse avuto in elemosina due lire di nichel. Quando il beneficato s’è accorto che la moneta era d’argento ha gridato:

– Signor mio bello, dimando perdonanza, credevo si trattasse di un «Cavourre» di nichelio. Perdono or dunque e grazie infinite.

– Voi vi può comperare chi non vi conosce, – ha detto indispettito il signore all’accattarotto, andandosene.

– Chi è quella signora che con un sottile arco della bocca accenna un tenue sorriso? – ha detto impermalito l’accattarotto, a una signora che aveva appena appena sorriso.

La signora arrossendo s’è rifugiata in fretta e furia nella salsamenteria.

*

La comitiva che per un po’ aveva stazionato davanti all’accattarotto s’è tutta congregata davanti al banco del pizzicagnolo, un omaccione lardato e possente che sopraffaceva tutti per la imponente statura. La coltella rotabile recideva sottili fette di salami novelli, le coltelle affilate scarnivano ossa di prosciutto, affettavano minutamente lingue salate; i barattoli dei peperoncini sott’aceto, tanto verdi che parevano verniciati di fresco, e quelli delle cipolline scemavano a vista d’occhio. Inopinatamente il padrone ha schizzato un’occhiata sull’uscio d’ingresso e si è fermato sul taglio di una fetta di prosciutto, come se fosse stato incantato. Istintivamente tutti i clienti si sono voltati. O meraviglia, l’accattarotto imbaldanzito, cigolando, stridendo e crocchiando, si avanzava verso il banco. Appena scorto il signore che lo aveva beneficato ha riattaccato in maggiore la coniugazione del verbo mangiare tuonando: – Io mangio… per bontà sua, signor mio bello, – e gli ha fatto un inchino… – tu mangi… egli mangia…

Il padrone, non cognito dell’antefatto, ha apostrofato l’intruso: – Ei, demonio, di’ all’istante cosa desideri che ti servo subito perchè tu fili via dritto come un fuso. Confidenzioso che altro non sei!

– Io desidero un etto di cacio romano salato – ha detto secco l’accattarotto.

La folla dei clienti s’è sbandata in due e l’accattarotto s’è approssimato al banco rimbaldanzito, ha ripetuto scandendo le parole: – Desidero un etto di formaggio romano salato!

Il padrone, bracco, bracco, ha volto il capo alla stiva dei formaggi compitando su ogni forma, come un ragazzo di scuola: – Pecorino, parmigiano, sardo, lodigiano, gorgonzola… – e, diventato rosso come un peperone secco, ha detto piano piano all’accattarotto e con voce carezzevole: – Romano, proprio romano, non ce n’è… è alla stazione, lo svincolo eccolo là…

– Ho capito – ha detto insuperbito l’accattarotto – in questo paese c’è di molto fumo, ma arrosto punto; – e cigolando, e crocchiando, e stridendo, è uscito all’aperto soffiando come un mantice.

– Ma mi pare che abbia offeso tutto il paese!

– Ma guardate chi mi ha fatto rimanere in vergogna oggi – ha detto il melenso pizzicagnolo; – gli va a saltare in testa proprio il cacio romano… cacio romano, capite?… per beverci bene sopra.

– E che mutria!

– Ci vogliamo levare un’altra curiosità – ha detto il signore che aveva beneficato l’accattarotto; – vogliamo vedere dove va a sperperare i denari che gli ho dato per elemosina? – e tutti i clienti, e il padrone, e i garzoni son corsi trafelati sull’uscio per pedinare con gli occhi l’accattarotto, il quale, a capo in su come un gallo, leggeva le insegne dell’osterie, slittava davanti a quelle che avevano l’apparenza di negligenza.

– Ma dove va a finire? – e la gente non respirava più dall’ansia.

L’accattarotto ha fatto sosta davanti all’osteria di Manuelle del topo, ha guardato il fantastico tortello di carta vetrata che, mosso dal vento, dondolava come una mannaia dentata: «Oggi tortelli».

L’accattarotto è entrato.

– Hanno il fiuto come i cani tartufai quella gente – ha detto il notarile signore; – ha scelto proprio il posto dove li fanno più saporiti e piccanti. – Ma non aveva ancora finito il commento che s’è rivisto uscire dall’osteria di Manuelle del topo l’accattarotto tutto stizzito, con un bastone alto levato in gesto minaccioso.

I clienti, dopo averlo veduto scantonare, son ritornati al banco in fretta e furia, ma poco dopo sono stati sconturbati dalla iraconda voce di Manuelle del topo che, quasi ruggente, diceva: -Insomma, oggi sono rimasto in vergogna a cagione del cacio romano salato: me ne dai una forma?

Il padrone della pizzicheria (mal comune è mezzo gaudio) ha sorriso spalancando gli occhi: – Ti ha chiesto il formaggio romano salato anche a te?

– Chi te l’ha detto?

– Qui ha fatto una mezza rivoluzione.

– Là da me ha detto che questa negligenza ce l’avrebbe fatta pagar cara e che lui non si può cibare di tortelli se non ci vede sopra una bella nevicata di cacio romano. «Ma di quello che fa arrabbiare voglio», ha detto quasi inferocito. Ora lo cerco, questo magno formaggio, e poi, rivado in traccia del superbioso e glielo batto sul grugno come si fa ai gatti.

– Cacio romano… capite!

– Quello che fa arrabbiare la bocca.

– E noi si sta qui a farci strippare al banco, e lui a quest’ora, ci giocherei la pelle, è seduto, bello pari, da «Antonio» con una stiva di tortelli e li mangerà a fieno, davanti al mare, ventilato dal maestrale fresco… e noi si sta qui a farci strippare… o gente, a farci strippare…

LO SCIABICOTTO CIECO

Dal genere di pesca che il marinaro, dopo la travagliata vita dei viaggi, predilige, ai dì tardi, s’arguisce il carattere ch’egli ebbe nei giorni del valore. Il marinaro si tira alla pesca soltanto quando ha detto addio al mare aperto, e, a fine mese, riscuote gl’«Invalidi».

Quelli raccolti, pensosi, sospirosi armano canne, arnesano lenze, congegnano sottili trame di fil di Spagna con rametti di lami lucenti, e diventano come ciocchi di sorbo ridossati lungo il canale ad una colonnetta d’attracco. Come i ceppi degli alberi essi prendono pioggia e vento, sole ardente e nevischio senza allarme veruno. I misantropi di membratura tarchiata, s’armano di una fiocina ed ambulano sul pietrato delle Cateratte o del Renaio e con lo sguardo acuto trapassano l’acque per scorgere dove sguiscia il muggine e fulminarlo con un colpo diritto e sicuro. Gl’insubordinati, i refrattari tra le ciurme, sparano torpedine di contrabbando e di nottetempo. I fantasiosi, i cantori dell’ottava rima, dell’Aminta e d’Alceo, vanno sui cigli delle ombrose fosse che collegano le acque salate con quelle dolci e tirano il giacchio, lo ventilano nell’aria, lo fanno cadere a ombrello, sul gregge dei pesci che in quel momento tragitta dal mare salso alle lame dolciastre. Quelli che furono a bordo insidiosi attrezzano i tramagli, li tendono ed aspettano astuti che il pesce vi s’ingarbugli per poi salparli e incunearli nella corba. Quelli che furono anche naviganti d’acqua dolce si buttano al bosco, tagliano rami intricati d’abbracciaselve, li affasciano, li caricano sul barchetto e li vanno a gettare al largo dove i gamberi pigri vi si appollaiano e non si staccano nemmeno quando il marinaro riassomma la fascina.

I marinari, e sono più, che nei giorni grigi degl’«Invalidi» desiderano continuare, come solevano fare all’ombra delle vele di fortuna nelle dinervanti bonacce dell’Oceano, i dialoghi fantasiosi, s’attruppano, costituiscono una ciurma e si danno alla pesca a sciabica.

La ciurma della sciabica non ha limitazione di numero; quanti rematori possono entrare in una imbarcazione sconquassata, tanti sono gli sciabicotti, dieci, quindici, cento. La ciurrna, prima di prendere il largo, carica qualche chilometro di corda, l’accercina nella stiva sulla rete e il sacco capace a cui è già congegnato un rustico vezzo di sugheri infilzati nella corda.

Appena l’imbarcazione è sboccata dal fossocanale e palpita coi grandi palpiti del mare, il capo ciurma volge la barca a suo estro dove crede più conveniente per tutti di gettare la rete, poi ingassa le cime alle caviglie, dà l’ordine di gettare il ferro e la rete e di remare a gran forza verso la battima.

Gli sciabicotti, dalla spiaggia, non scorgono più, tanto è stata gettata lontana, la rete, nè il vezzo galleggiante dei sugheri che ne descrive l’arco sulle acque chiare. La ciurma si divide e s’aggrappa alle due funi di testa e all’ordine del capo comincia simultaneamente a salpare la rete. Su quella morbida coperta di rena tepida del prima sole, tirando, tirando e tirando, si riprendono i dialoghi interrotti sulle coperte dei bastimenti durante i lunghi viaggi di fortuna. Intanto il sacco si approssima alla battima; se è colmo di pesce, alla sua altezza, v’è un sobbollimento d’acque, un bulicame di schiume candide, dei palpiti di vivido argento che dan lena e forza e ardimento alla ciurma estenuata; ma se all’altezza del sacco le acque sono pacifiche, oleastre, senza spicco di bollori, segno manifesto di fatica vana, la ciurma s’ammutolisce, s’attrista, e s’accascia sulla sabbia, delusa.

*

Tanti anni fa uno di questi sciabicotti era cieco, di corporatura salcigna, sodo e fulvo come un ancorotto roso dalla ruggine. Sagginato di pelame com’era, sulla carnagione cerea aveva quella specie di cruschello che sogliono avere gli uomini di quel pelo. Egli non vedeva affatto, ma gli occhi aveva intatti, bianchi smaltati e d’onice lucente, come sogliono vedersi sui freddi visi delle statue di Barberia. Il cieco fissava di continuo il mare e pareva lo scorgesse nella lontananza che aveva un tremito sui denti.

Gli altri sciabicotti parlottavano tra loro fantasticando di pesche miracolose: il cieco taceva sempre e oltre non vedere pareva nemmeno non udire.

Quando la barca era riportata all’ancoraggio nei cantacci della darsena vecchia, il cieco, come se vedesse, scendeva sicuro sulla calata e, senza la guida di nessuno, nè agevolato dal picchiottare di un bastone, si disperdeva nei labirinti portuari tra i baraccamenti dei guardiani.

Un giorno il cieco si dev’essere sdegnato della ciurma degli sciabicotti ciarlieri, chè non lo si vide più prendere il suo solito posto nella vecchia imbarcazione.

Dopo del tempo, lo si rivide sul pietrato del molo attaccato all’alzaia di un gozzo da nicchi, al cui timone era seduto un vecchio anchilosato. Il cieco aveva il cappio della fune avviticchiato al petto, e aggrevendosi sulla fune, con tutta la sua forza, il tagliamare del gozzo recideva le acque come un aratro la terra. I trabocchetti, degli scali, che sono sul pietrato del molo, entro cui il cieco avrebbe potuto macinare le sue ossa, non lo conturbavano, e nemmeno i lavatoi profondi; il cieco camminava sull’orlo di questi pericoli come un sonnambulo. Il cieco, invece che il pietrato, fissava il cielo.

Quando il gozzo da ponente doveva passare a levante per imboccare il canaletto che conduceva alle darsene, egli s’aggranfiava alle sartie del gozzo come un uccello di rapina, saltava sulla murata, e con impeto e slancio spingeva il gozzo a levante. Quando udiva l’attrito del fasciame con la calata, il cieco, con un salto da felino, ritornava sul pietrato, si ricongegnava l’alzata e portava il naviglio all’ancoraggio dei cantacci.

Nei giorni di tempesta il cieco andava nel bosco, e quando non udiva più il picchiottìo dei mazzuoli, segno che i cantieri erano lontani, si sedeva all’ombra di un intrico di lauri, di ginepri e di pinastri marini, per ascoltare in pace i possenti muggiti del mare.

Quando passava il cieco di sull’intrico selvatico, i boscaioli trattenevano il respiro, egli nel labirinto boschereccio talvolta si fermava e alzava il capo al cielo, quasi a chiedere lassù, soltanto lassù, una direzione al suo viaggio.

Nessuno poteva aiutarlo a districarsi dalla boscaglia nè a salvarsi dal precipizio degli scali, e dal terrore dei fondali paurosi. Egli era impassibile e freddo come una statua; ma v’era chi asseriva di averlo visto, talvolta, nel fondo della boscaglia piangere lacrime bollenti come lava.

Un albore di teschio trapelava dalle cartilagini del naso profilato e cereo: allora il respiro sobbolliva appena la bocca esangue, e i tremiti delle mandibole pareva tessessero il tedio e l’affanno che gli languivano nel cuore.

Dopo quel pianto egli si alzava guardingo, ma non prudente, come uno spettro che avesse interna veggenza schivava i tronchi degli alberi centenari, i bugnoni delle spine che potevano recidergli la carne, i fossati, le lame e riappariva come trasumanato nelle darsene; si sedeva fuori al suo baraccamento e con più pacatezza riascoltava l’eterno battito del mare.

Una notte che il ponte levatoio era rimasto, per negligenza, aperto, il cieco dalla impalancita da cui ci si saliva, cadde nel canale; precipitando d’impeto coi piedi andò a toccare il fondo, e ritornò a galla col capo inverdito da limo: pratico com’era si aggranfiò ad un palone aspettando di orientarsi verso la calata. Il tonfo destò un guardiano che corse verso il luogo da cui era venuto il rumore e si gettò nell’acqua per dare soccorso, ma quando il cieco udì remigar di braccia verso di lui, urlò risoluto: – Stai a te. Chi ti ha chiamato?

– Ma voi non siete il cieco di…

Ma il salvatore non potè terminare la parola che il cieco l’interruppe:

– Se tu cascassi di tant’alto per quanto io vedo, ti fiaccheresti tutte l’ossa.

*

Lo sciabicotto cieco nei giorni di Sacre che si celebravano sui monti vicini lo si scorgeva tra la folla dei pellegrini, spettrale quasi. Egli andava risoluto come vedesse, la sensibilità esasperata dal continuo fissare il breve ambito del teschio gli segnalava anche i crocchi delle persone che lo fissavano stupite; e gli occhi di lui impietrati s’aggrottavano sotto le ciglia nere.

Quando egli aveva raggiunto i piazzali delle chiese, sui cui pietrati sogliono dolersi gl’infermi accattoni, rasente il parapetto andava sui porticati e pareva mirare il mare, lontano lontano.

Una volta di lì udì un cieco randagio che dolendosi sermonava: – O cristiani, persa la vista persa la vita!

Lo sciabicotto, a quel piatire, si pose in ascolto attentamente e, determinato che ebbe la direzione dell’infelice che così si duoleva gli si avvicinò, aspettò che di bel nuovo egli urlasse: – Persa la vista persa la vita – e gli urlò: – Non è vero!

IL RITRATTO DEL NANO POLDINO

Nessun forestiero, scendendo in Montecatini, festosa, luminosa, floreale, dalle strade brunite, cordonate di pietra alabastrina, coi vezzi di fiordaliso da un albero all’altro e fantastici pendenti di smeraldo, tra un lontano ondeggiar molle di olivi grigio-argento e verdi esplosioni di palmizi sul cielo turchino, può pensare che le panchine di travertino massicce come arche tombali, allineate sotto la quinta di cipressi che foscheggia sotto la «Querceta», siano state, nel crudo inverno, il ritrovo prediletto di due trascurati del luogo: Voga e Poldino, dispregiatori delle acque naturalmente medicate, che pollano da questa provvida terra, e amanti del vino legittimo.

Voga, tarchiato, ma dinoccolato e scollato in tutte le giunture, dagli occhi chiari come le acque marine, iniettati di rosso, barba spina, naso rincagnato dalle colpiture avute quando andava di nottetempo; Poldino, un nanerottolo dal testone enorme, con la fronte stretta e protuberante, occhi torti, bocca lardata, estremità estremamente corte rispetto al torso potente, Poldino poteva esser preso, benchè sulla quarantina, per figlio di Voga, che ne aveva altrettanti. Quando Voga si spollinava al sole, seduto sopra una tepida panchina, e Poldino faceva altrettanto su una panchina più lontana, se qualcuno, accennando il nano, gli diceva: – Ma lui là, è vostro figliolo? – Voga rispondeva stupefatto: – Chi, lo scerpapollai? Lo rifiuterei fino alla settima generazione. – Se qualcuno domandava a Poldino, accennando Voga: – Lui là, è tuo padre? – egli rispondeva arrogante: – Chi, l’inzavorrato di vino? l’acceffagalline? Rimarrei piuttosto orfano per sette generazioni.

Voga ricusava per figlio Poldino, Poldino ricusava per padre Voga, ma Voga e Poldino erano sempre insieme, sì come sogliono fare padre e figlio ben costumati. Fintantochè gli acquazzoni dell’inverno facevano il lavaggio del paese, guastato dagli impetuosi venti valligiani, e la Borra, rugghiando, sfociava nell’Ombrone, nessuno pensava ai due trascurati, i quali svernavano tra i meandri della grotta Maona, come due antidiluviani; ma quando, ai primi tuoni di marzo, quelli che ridestano le serpi, stava per cominciare la stagione delle bagnature e i due ricomparivano bracchi bracchi a prendere il sole sul piazzaletto della chiesa, gli abitanti previdenti ammonivano: – Spollinatevi ora; ma lasciateci in pace, quando ci si deve ingegnare.

Quando i piastroni di travertino delle panchine su cui si davano convegno i due trascurati scottavano come le pietre del forno, essi si davano alla latitanza per la campagna, lungo i freschi canneti della Borra o del Salsero, o giù per la popolosa via Marrota; sparivano tra le stoppie riarse della palude d’Orentano.

Cammin facendo, Poldino, con una bella rama d’oleandro fiorito strappata nei giardini, faceva il perfidioso con le belle ragazze del popoloso quartiere, che gli dicevano risentite: – Dalle malizie del mondo, che hai addosso, non sei nemmen cresciuto. Fatti in là, gavorchio, che altro non sei. – Voga, rammemorandosi delle reprimende che gli avevan fatto i previdenti del paese, cantava: «Come son felice, – come son beato, – quando ognun mi dice: – Ti vuoi rovinar?».

I previdenti avevano cento e una ragione di temere la presenza di Voga e Poldino, durante i mesi della stagione, nel paese in cui capita gente altolocata da ogni parte del mondo, attratta dalla rinomanza miracolosa delle acque naturalmente medicate. Voga e Poldino si aggiravano, coi visi rincagniti, tra le panchine di legno verniciato di verde, allineate nei giardinetti dirimpetto allo «Stabilimento», dove si distribuivano le bibite gratuite, e guardavano con sommo dispregio tutti quei sofferenti, i quali centellinavano quelle acque, amare come il veleno, quasi che si trattasse di sorbire del vinello saporito e legittimo. Una volta, a un povero diavolo, – a cui i due trascurati avevano contati cinque gotti d’acqua assortita, ch’egli aveva bevuto, – quando ordinò un altro gotto di Tettuccio, che sarebbe come il brodo ristretto delle acque purgative, essi gli dissero: – Ora poi mi vergognerei. Se lei ha del nero in corpo, come le seppie, beva del vino, e ne sarà subito liberato.

– Ma io non posso bere vino, – rispose impacciato l’uomo.

– Beva dell’acquavite, è la medesima, – disse con sicurezza Voga.

– Ma meglio sarebbe vino legittimo, – disse Poldino: – quello apre tutte le finestre dell’anima e del corpo. Dia retta a noi!

Scorto un signore assiso pacificamente in quegli sgabuzzini delle bascule di controllo, i due chiesero alla ragazza del peso: – Quanto tira a lordo?

– Guardie, guardie, guardie! – urlò il signore indignato.

Ma, prima che capitassero le guardie, i due trascurati, svelti svelti, sparirono dietro una ciuffaia di oleandri, canterellando come due coristi: – E andiamocene piano, piano, pian…

*

Prima che le panchine di travertino, massicce come arche tombali, allineate sotto la quinta dei cipressi che foscheggiano sotto la «Querceta», diventassero calde come le pietre del forno e che Voga e Poldino si fossero dati alla latitanza, capitavano in Montecatini, come si fossero dati l’intesa, i più celebri scultori d’Italia: il buono, impetuoso, atletico Raffaello Romanelli, – dal viso aperto alla moschettiera, col cappello largo mosso di gronde -, il quale percuoteva, come con la spada, il selciato con un bastone di malacca, che s’avvincava sotto il peso; Carlo Fontana, l’astratto e distratto scultore carrarese, dalla fiera testa pepe e sale, come martellata nel granito, coi penetranti occhi d’onice; Leonardo Bistolfi, esile e scarnato, tutto barba e occhi affossati sotto le gronde del cappelluccio nero accenciato, con le mani robuste annodate sui taschini del panciotto affondato sul ventre sdutto; Lodovico Pogliaghi, tutto nero, tutto scatti, con un teglino di cappelluccio a fungo, un Bistolfi più cilindrato e bizzoso; Emilio Gallori, il serafico, cereo, arguto Gallori, che passeggiava guardingo sotto i portici, come soglion fare i miopi, quasi sempre in compagnia col più alto e compito signore della Val di Nievole: Ferdinando Martini.

Quando il nano scorgeva questi tipi, che staccavano dalla gente comune seduta sulle panchine dello Stabilimento, sorseggiando acqua salata di prima potabilità, batteva il tacco impaziente, come i fidanzati quando aspettano che dalla balconata si affacci la bella, sventolandosi con una rama di oleandri. Non ci fu uno di questi artisti che non mi dicesse:

– O perchè lei non fa il ritratto a quel nano?; pare un pezzo del Ribera, del Velasquez, del Goya: lo tenti.

E venne l’ora del ritratto al nano Poldino: una mattina d’ottobre, quando i pampini delle viti sgrondano lacrime d’oro, dopo avere estatato nella palude d’Orentano, in mezzo alla grande orchestrazione dei ranocchi, delle raganelle, delle zanzare e dei grilli, i due trascurati transitavano per la popolosa via Marrota, ravvolti, come in una nube di loppa, da uno sciamare di moscerini (il vino ribolliva nelle tinaie) e io dissi al nano:

– Se sei contento, domani ti rilevo la fotografia a mano.

– E va bene – disse, tra altezzoso e fiero, Poldino.

Il giorno dopo capitò allo studio, ed io tracciai un rapido abbozzo con terre rosse, lacche carminiate e cinabri, che il nano pareva infiammato dentro, tanto era rosso. Quand’ebbi ultimato l’opra, il nano disse orgoglioso:

– Si potrebbe vedere?

– Perbaccone: specchiati! – dissi, e più non dissi: chè quando Poldino vide il suo ritratto, mi fissò con gli occhi torti, come un diavolo, dicendomi:

– O che io sono come cotesto gambero abbindolato costì?

Non ebbi tempo, nè coraggio di dire: «Sì», che il nano, credendo d’essere stato dipinto sopra la tela, vi dette una ditata con l’intenzione di sbuzzarla; ma, essendo invece stato dipinto sopra una tavola di legno compensato, con l’impeto la rovesciò contro il muro, slogandosi un dito. Col quale, uscito sul marciapiede, mi ammiccò, apostrofandomi: – Questa la pagherai cara, – e si allontanò rugghiando. Quando fu sulla cantonata, si voltò di scatto, gridandomi, convulso e diabolico:

– Bevitore d’acqua che altro non sei!

ANGIÒ NAVIGANTE DELL’OCEANO

Il navigante dell’Oceano, Angelo Bertuccelli, nato nei fondi della via Pinciana il 1850, d’estrema piccolezza di corpo, di cranio massiccio, di viso duro con la radice nasale estremamente arcuata e gli occhi sospettosi di un volpacchiotto, era afflitto per il nome che gli avevano dato col battesimo: «Angelo».

La fortuna volle, a proposito del nome, porgergli una mano: nel paese solevano, pronunciandoli, concentrare i nomi, talchè di Antonio facevano Antò, di Bartolomèo Meo, di Tommaso Tomà, di Giuseppe-Antonio Geppantò, e di Angelo fecero Angiò.

Il nome, così amputato, pronunziato con l’accento esplosivo sull’o terminale, riquadrò subito il nano. Ne diventò addirittura fiero quando, navigando – lungo le spiagge napoletane – su un barco-bestia di cinquecento tonnellate comandato da un capitano, che aveva fatto i collegi di Camogli, adulto anche in istoria, seppe tutta la storia degli Angiò.

Se, quando il nano era di viaggio fresco (cioè con denari per le tasche a iosa), qualcuno, incontrandolo sul pietrato del molo, gli diceva risolutamente, marcando bene l’accento terminale: «Alla grazia d’Angiò!», egli lo invitava subito nella bettola di Calena (un gigante asmatico, che soffiava al banco come un tritone fuori d’acqua) e lì facevano bufera col vino buriano.

Ma il nano era sospettoso. Se scorgeva ai tre tavoli della taverna di Calena persone che non avevano il taglio dei naviganti dell’Oceano, egli s’ammutoliva e soffiava come un cavallo fiumatico. Un giorno, era seduto ad un tavolinetto un ometto dal viso patito di un San Severino, il quale, vedendo il nano, tentò di attaccar discorso. L’ometto, un pittorello della Versilia, raccontava le sue traversità, condite di calunnie, persecuzioni, amaritudini, esodi: e da ultimo proruppe in una desolata esclamazione, accennando l’Alpi: «O bianchi e duri marmi, che spettatori foste di tanti flagelli, non piangete?».

Il navigante dell’Oceano, a cui piacevano poco tutti quei daddoli, sbottò: «Ehi, dico, maestro! Voi che dal parlarmi sembrate un di quelli del paese dove si biascia l’esse, a merenda e a cena, il paese di quel bastardo del Concialana, che ebbe il coraggio di tirare i sassi a Leopoldo di Toscana, dovete sapere, avanti di continuare la vostra intemerata, che siete in terreno che, per diritto sancito, è di spettanza dei vecchi naviganti dell’Oceano».

Il pittorello, dagli occhietti piccoli come lenticchie, che ne dovevano aver vedute trascorrere delle giornate quaresimali, vedendo il nano passeggiare su e giù per la bottega con l’ardire di un gallo quando sta per svettare il sole, disse umiliato, dimandando l’assenso del padron Calena, che soffiava stralunato:

– Eppure son mesi che speculo indisturbato su queste arene.

– Un avvezzo e un disvezzo dura tre giorni, – disse arrogante Angiò.

– E io pensavo invece di rilevarvi, e a mano, la fotografia, voi che avete l’ardire di Nicolasito Pertusato, e le sembianze di Don Antonio l’Inglese, anzi del Nino di Vallecas e di Don Giovanni d’Austria.

Se Angelo Bertuccelli avesse sospettato soltanto che tutti quei personaggi erano i nani dipinti da Diego Velasquez, avrebbe preso il pittorello macilento e lo avrebbe dipinto contro una parete della baracca di Calena; ma, nonostante tutto, quei nomi, misteriosi per lui, lo misero in sofferenza:

– Ehi, dico, maestro; ma in tutti quei nomi non c’è mica tramescolato uno sbeffo?

– No: segno e santo di croce – disse mortificato il pittore.

– Perchè a me non urtano le cattive parole, ma è lo sbeffo. Se mi assicurate che non c’è menda di sbeffo, avvicinatevi e beviamoci sopra e che tutto sia sepolto.

Quand’ebbero bevuto un bicchiere di quello di buona pasta, il nano, con la disinvoltura di un vecchio navigante dell’Oceano, prese a parlare degli usi e dei costumi dei popoli. Il pittorello lo ascoltava incantato:

– Ne ho veduti dei pittori là per la Cina, dove intere città son popolate di pittori ed i quadri li istradano per via di mare. A Sciangai i pittori rilevano le barche sui porti e fanno i ritratti dei morti sui pezzami della seta. Gli Etiopi pitturano arene infeste con Cristi neri in penitenza. Nell’Indie basse, sull’Eoo, ho visto raffigurare da quella gente animali diversi, come formiche non minori dei nostri cani, con alberi che colavano il miele dalle fronde. Ho visto pitturare sul Gange, sul Persico, sulle coste della Betica. Questa m’è stata tatuata sulle secche di Barberia – e il nano, aprendo la camicia sul petto mostrò un tatuaggio rosso e celeste, un cuore trafitto da un dardo. – Lo feci tatuare ai tempi che m’ero intabaccato d’amore con una ragazza, che mi ha fatto bere alla tazza del veleno. Ora son solo al mondo, mi sono stirpato da tutti; ma, a cagione di un giuramento fatto durante un temporale, debbo rimanere per sempre in terra ferma. Penso di costruirmi un ricovero qui, a murata del fratello Calena.

*

Una quarantina d’anni fa, nel punto medesimo dove ora sorge il bianco edificio della Lega Navale Italiana, a cento braccia dal mare placido, anche la spiaggia di ponente era tutto un mareggiare di tomboli aspriti di straccali marini, soltanto tre baracche, – una a mutuo contatto dell’altra, come per contrastare con più forza all’impeto del libeccio, – sorgevano sulla duna: una era la bettola di Calena, l’altra era lo studio del pittore tribolato e l’ultima era quella del nano Angiò. Quando nel crudo inverno il mare, spinto dal mare, percosso dal vento, mulinando sulle secche, ingollava la spiaggia, i tre si davano man forte per non essere turbinati dal vento. Quando il mare, mugliando come una mandra di tori, con le sue lingue bavose leccava i tre baraccamenti, quasi per assaggiarli, prima di dargli la boccata decisiva, Angiò usciva fuori e, protendendo il pugno chiuso verso il mare tempestoso, gridava:

– Ora poi mi vergognerei! Noi noiare chi non ti noia!

Calena, vecchio navigatore dell’Oceano anche lui, si affacciava sull’uscio e col fiato mozzo imprecava contro l’infido mare: «Che mal ti s’è fatto che ci vuoi ridurre sulla nuda terra?». Soltanto il pittore si volgeva alle Alpi, che furono spettatrici dei suoi flagelli, e gli chiedeva: «Dite, non piangete ancora?».

Quando il mare lentamente s’umiliava, rientrando brontolando nel suo seno, e la calita scopriva la battima, che lustrava come un foglio di rame cifrato di stelle marine, i tre uscivano a razzolare la straccatura: ossi di seppia giovevoli per la fusione agli argentieri, limo verde per sfiammare le piaghe, ceppatelle di canne buone per il gelido inverno, e conchiglie, entro cui il pittore tribolato dipingeva mare placido e senza vento, come lo sogna la gente dentro terra. Il nano andava lontano, verso lo spurgo delle fiumare, per far riposto di grande straccatura: cosci di bove, pecore, galline.

Con i tre esseri strani sparirono i baraccamenti loro, non la loro memoria. Calena vive nella memoria dei figli dei figli; centinaia di conchiglie marine appese alle pareti dei salotti buoni, entro cui è dipinto mare placido e senza vento, tramandano la memoria del pittore tribolato Agostino Pilli, nato al Marcaccio presso Seravezza. Del nano Angiò è rimasta, fino a poco tempo fa, in piedi una «Marginetta»; quelle chiesine che solevano farsi per grazia ricevuta ai margini delle vie maestre. Sopravvive l’epitaffio che il nano fece scrivere da Fortunato di Goma, paranzellaro e poeta, e che fece incidere da uno scalpellino su una pietra. «A onor di Dio – A onor di Sant’Antonio – La fece qui murare Angelo Bertuccelli – Uom che nell’onde chiare – Vivea la sua famiglia – Con fatiche e stenti – Sul procelloso mare – Alle burrasche e ai venti – Per grazia ricevuta – Pensò questo di fare – Acciò – Se di qui passi, arresta il passo – E prega il Padovano – E prega Iddio – Che pace eterna implori – All’ombra di costui – Se sei cristiano».

*

Premortigli i grandi amici Calena e Agostino Pilli, Angelo Bertuccelli, sbeffato dai ragazzi per la sua statura meschina, ruppe il giuramento fatto durante un temporale nel golfo della Guascogna: «Padre eterno che sei nei cieli, se mi fai grazia di ritoccar terra ferma, non m’avventuro più sul periglioso mare. Pietà di me, peccatore tristo e meschino! Fai che non debba perire, come il mio cugino Tista, in mezzo al mare!».

Ricevuta la grazia, dopo tanti anni per tema delle sbeffeggiature, il nano armò un gozzo dei remi di punta e di parecchio, dell’arganello, del rastrello da nicchi, dell’arsaglino, delle vele, dei pietroni di zavorra e, non ascoltando i consigli del gigante Fello, col quale aveva fatto patti di verace amistà, in una mattina chiara come un plenilunio, si mise alla vela sul mare placido e senza vento, tanto placido che pareva un dipinto di Agostino Pilli, e tanto celeste che a toccarlo pareva dovesse tingere. Una sturma di ragazzi di sulla spiaggia dissero sorpresi: «Eppure è il nano Angiò».

Quando il nano fu al largo, gli successe come nelle favole: s’addormentò al timone e avvallò in un sonno profondo. Quando si destò, il mare, come fosse stato magagnato dalla demonia, saliva al cielo, scendeva all’Erebo, sghignazzando a pruavia del gozzo di Angiò e schiaffeggiando le vele tombate dal vento impetuoso.

Dalle pietrose cime delle Alpi il nano s’orientò verso il desiato porto: con un estremo anelito tentò tener barca pari; ma il gozzo, abbeverato dalle acque, sbandò in carena. Dalla cima del molo gli urlavano: «A orza!». Ma il nano non potè più far buon governo del timone e cadde nel mare, dove rimase marmato per l’eternità.

*

Oggi sull’ossame sepolto della baracca d’Angiò sventola il tricolore della Lega Navale Italiana, e sulla spiaggia, che gli fu estremo morbido sarcofago, all’altezza del Gallinaro, ride la giovinezza inebriata di luce; sui rottami della «Marginetta» s’erge, come la potente ciminiera d’una nave, un gazometro nero e lutulento, recintato d’una muraglia ergastolana.

TOSSE DI FAME,

SETE DI «LEONARDO»

La tosse di fame è una tosse secca attaccaticcia, una di quelle tossi a cui i medici dicono stizzose; non contagiosa come l’asinina, si può curare anche con un secchio d’acqua.

Lo scrivente, disceso dal colle di Vinci, alle sonanti sponde dell’Arno, si è seduto alla fresca ombra di un pioppello; poco lontano un giovane discarnato e allampanato è stato preso da un attacco di tosse convulsa che gli ha fatto schizzare gli occhi trotati di sangue fuori del capo. L’insulto si presentava con tutti i caratteri della tosse di fame, onde per amor del prossimo ho domandato:

– Hai tu fame?

– Io mangio soltanto per bere, – ha risposto l’infermo.

– Hai tu sete?

– Beverei un «Leonardo».

Per amor del prossimo – «Dai da bere agli assetati» – ho invitato l’infermo a uno di quei tavoli che son fuor all’osterie toscane, d’estate coperti dai tralci delle zucche frataie e d’inverno da un verde inceratino.

– Padrone, portate un «Leonardo»!

È d’uopo chiarire che non si trattava di un volume del Signore di verità, Il trattato della pittura per esempio, che i pittori leggono ancora con gran profitto, ma di un fiasco di vino del Castello di Vinci, il cui produttore ha fatto incollare la «grande effige» sul collo di ogni fiasco, e che i trascurati di questi luoghi, incorporando liquido, recipiente, etichetta, chiamano così alla brava un «Leonardo».

Passeggiando per queste campagne, gialle alluvionali riarse, si possono vedere nelle vetrine le ultime vestigia delle glorificazioni commestibili e potabili che furono assai in auge il secolo scorso: busti di Giuseppe Verdi di cioccolata, l’Alighieri, il gran conterraneo, di pasta frolla, l’amaro Torquato Tasso di zucchero vainigliato, Francesco Ferruccio su di una bottiglia d’acquavite, e altri moltissimi scolpiti su pipe di nodo di ciliegio, su pomi di bastoni, orologi a pendolo, specchiere, bocchini.

Il «Leonardo» monumentale, tra bagliori di rubini, è stato sboccato, e sono stati avvinati i bicchieri per togliergli il dolce sapore dell’acqua. Bevendo, il discorso è caduto sulle invenzioni derise prima, glorificate poi. L’infermo si è dimostrato dotto: non ignorava che fu chiamata impostura l’invenzione del fonografo, che la Reale Accademia britannica insorse contro Franklin ricusando di dare alle stampe il suo studio sui parafulmini; sapeva che nessuno volle credere a Lebon quando risolse il problema della illuminazione a gas: – una lampada non può ardere senza lucignolo. – Tutto sapeva l’infermo e narrando sospirava. Sul viso tagliente come una scure spiccavano due occhi ceruli e assorti, sotto la roncola del naso la bocca era sigillata con la ceralacca di due labbra affebbricate, il mento volto arditamente in su da un colletto inamidato e brunito dall’uso soverchio, che il nodo scorsoio di un cravattino costringeva all’aderenza del collo scarnito e sul cravattino, confitta a mo’ di spillo, un’elica di aeroplano in miniatura, girevole, che, avventata dai gesti convulsi, frullava come un molinello: immagine viva di quel cervello in consulsione. Vestitino a quadretti grigio-neri, ghette color pancia di topo, calzini viola, scarpe nere, orologio al polso della grossezza di una cipolla mezzana.

– Cosa sarebbe l’udito quando non ci fosse all’esterno consistenza di rumori?

Alla domanda concitata e imperiosa ho subito risposto:

– Una tromba attaccata all’osso parietale.

– Che cosa sarebbe l’occhio senza la luce esterna?

– Un ordigno da specola.

– Cosa sarebbe il vasto campo dinamico cerebrale, quando non fosse reattivamente collegato con la massa del gran cosmo?

– Una ricotta dentro due scodelle saldate.

– Ma spiegatemi il perchè di queste domande a tiro rapido.

– Prima un breve respiro, – e l’infermo beve.

– Ma voi avete bevuto.

– Beve anche il prete all’altare: dunque io, con l’I maiuscola, sono il creatore dell’«Occhio chimico», l’ordigno è qui, – e l’infermo si è dato un colpo secco sulla fronte.

– Oggi abbiamo la macchina per ogni cosa; oggi a macchina si preme, strizza, schiaccia, comprime, imprime, esprime, deprime, si carda, arroventisce, impasta, trebbia, buratta; verrà giorno in cui, – la scienza di domani mi renderà la dovuta giustizia, – noi troveremo, per noi, i pezzi di ricambio, e ci ridurremo smontabili. Un occhio non funziona più? Si cambia. È impossibile pensare che chi ha perduto la lente di comunicazione dall’esteriore all’interiore abbia perduto la possibilità e la coscienza del vedere.

– Per me è algebra.

– Il mio ordigno dev’essere uguale agli occhiali comuni. «Gli occhiali a chi non ha occhi?», mi è stato obiettato: «Vili!». Risponderò col filosofo: «Quali gli occhiali, tale la cosa. Due lenti parallele equidistanti, costrette entro un anello ermetico saranno, preventivamente intromessi, chimicamente composti, i tre umori di cui si compone l’occhio: l’acqueo, il cristallino, il vitreo. Or voi sapete che l’umore acqueo è un liquido trasparente e si trova nella camera anteriore e posteriore dell’occhio, la membrana che racchiude l’umore acqueo è pertugiata in corrispondenza della pupilla e la capsula della lente cristallina è trasparente e solida; talchè, introducendo, tra le due lenti equidistanti, fosforo chiarificato, con olio di glicerina filtrato, essendo la capacità solare metalloide e di quattro rossi vibranti, ultra rosso, infrarosso, ultravioletto, infravioletto, e, vibrando sulle lenti, questa luce esterna attraversa l’apparecchio, vibra, illumina, ricrea le immagini alla massa cerebrale».

La delucidazione essendosi assai complicata, ho pregato l’inventore di dettare parola per parola ed egli lo ha fatto con ordine tenendo a volte le parole sospese tra il pollice e l’indice nell’attesa di essere trascritte. Dopo la complicata descrizione, l’inventore ha domandato un breve respiro: – Lo prende anche il prete all’altare, – ha detto.

Il «Leonardo» è come una bombola d’ossigeno prossima a svuotarsi.

– Noi è innegabile che siamo un tutto organizzato, un piccolo universo, un microcosmo dal momento che ogni punto espansivo… – L’inventore, a questo punto, è stato colpito da amnesia, e: – Dove siamo rimasti? – ha chiesto.

– Al punto espansivo.

– Questa espressione di semplice relatività è un sentimento che la scienza di domani… mi sento vanire, dove siamo rimasti?

– Alla scienza di domani.

– Già, la scienza di domani, la somma scienza della coscienza chiarita col fosforo… dove siamo rimasti?

– Al fosforo.

– Senza quello, non si fa nulla.

*

Il padrone della taverna, che fino allora aveva suonato il violino sull’osso di un prosciutto scarnito con l’arco di una sottile coltella affilata, si è fatto sull’uscio ed ha chiesto:

– Costaggiù si parla di cose difficili?

– Che non sono di tua competenza, – gli ha urlato l’inventore, come ridestandosi da un lungo letargo, – e ritirati tosto nel tuo propugnacolo, malfidato che altro non sei… mi faresti far la fine di Galileo Galilei.

*

Leonardo da Vinci, per accendere delle vive immagini nel suo occhio aquilino, versava su di un ammattonato rosso degli strosci impetuosi di acqua, i quali, allargandovisi, lo arabescavano con figure e mostri mutevoli, a cui, di poi, egli dava ferma e durevole forma nell’arte.

– Motore a forza idraulica, – così ha definito Leonardo il suo conterraneo.

Il vino gettato a stroscio giù per il canal della gola, vino ardente e legittimo di questi colli fiammati dal sole, suscita vivide immagini, vigorosi pensieri, che si dilatano tosto e vaniscono e brucano come foglie verdi prese da una raffica di vento infuocato.

Le pioppete lungo l’Arno intenerite da questa esitante primavera mettono gemme verde-veronese sul cielo turchino, e par dicano anche agli uomini: «Mangiatemi, mangiatemi!». Branchi di pecorelle al calcio brucano erbette e fiori di maggio. L’inventore ha tolto una scorza da un albero, biscottato dal sole, e con quella si gratta le gengive; il «Leonardo» aggrottato ad ogni brusco movimento del tavolo traballa; un altro «Leonardo», vuoto e appiccato ad un ramo di pin secco imbullettato sopra la porta della taverna, secondo l’antica costumanza toscana, mosso da un venticello piacevole, dice sì e no col capo come i pioppi, come il pendolo dell’orologio.

Repentinamente l’inventore è stato preso da un assalto di tosse convulsa.

– È tosse di fame

– No! È sete di «Leonardo».

DA CIRCOLO DI SOVRANI

A STAMBERGA

Da giovinotti, le visite agli infermi le facevamo all’or di notte, dopo il Credo. A quei tempi, si era gravemente infermato il gobbo accattone Alberto Nicoletti, che i malevoli avevano soprannominato Carnot. Egli era il secondo dei quattro figli di un uomo ammalazzato: il maggiore, magro come un paravento, con dei baffi di saggina, il terzo, aggrottato e di pelame biondo sopra una pelle cotennosa, l’ultimo, nato sordomuto, il quale guattiva come un cane, ciancicandosi la lingua e stralunando gli occhi ottusi. Di Carnot si scorgevano soltanto gli stangoni delle gambe e il viso incagnito, con due occhi ceruli e i capelli rossi fiammati, visto davanti; visto di dietro, si scorgeva soltanto la gobba, piantata su due stanghe.

Tutta la famiglia albergava in un casone enorme, dove si erano rifugiati gli accattoni del paese e dove trovava ricetto la mitraglia della strada, zingari e viandanti. Si accedeva ai piani buoni del casone per una scala ampia, ma terremotata, fiancheggiata da una balaustra bella, ma sdentata, porte e finestre scardinate da anni e bruciate. Il piano nobile, capace salone, con larghe stanze laterali e un’alcova ridotta tana di gatti, era abitato dai più prepotenti, alcoolizzati confinanti con la demenza, e le loro famiglie; quelli di mezza tacca abitavano il piano di mezzo e i mortificati le soffitte, col tetto sul capo.

*

Ai piani di sotto, – larghi voltoni spaziosi, dove un dì c’era, con lo sfondo di lecci e lauri, un teatrino granducale, – ci facevano le marionette in quei teatrini portatili: un telaietto di un metro quadrato, foderato di aleppo rosso. Le marionette erano meccanicate da un’intera famiglia data in etisia, e quel male lo attaccavano, nella voce, anche ai personaggi. Biglietto d’ingresso: «Cenci o ossi». La moglie del capocomico stava sull’uscio con una balla, dove metteva i biglietti. «Questa sera Genoveffa, storia degli antichi tempi».

Carnot era allettato (ammattonato potrebbe dirsi chè era lungo disteso sui mattoni) col tetto a due braccia dal capo, con un sacco di paglia sotto la gobba, e un altro sotto la testa, e coperto di un vecchio cappotto d’artiglieria, celeste, con la mantellina.

Noi si guardava l’infermo come se fosse stato in un pozzo e lui ci fissava di sotto in su, supplichevole: «Ditemi la verità; sarò tubercoloso?». Noi sembravamo tanti medici che facessero consulto. Uno di noi gli disse: «Tu campi trecent’anni, e poi muori, quando ti pare a te». «Se muoio io, lo sapete, è lo stesso che muoia una bodda (un che di simile di rospo), ma non vorrei dar soddisfazione al dottore». «Perchè?». «Stamani il vile ha detto che sono tubercoloso». «Sei un acciarino». «Speriamo. Mi dispiacerebbe morire a credenza». «Mangia questo; ti rimette in sella» e uno di noi gli porgeva un castagnaccio di farina dolce, con la ricotta.

In corte rappresentavano Genoveffa e la voce delle marionette arrivava fino alle soffitte:

Che dell’oscuro bosco entro all’orrore,

forse dei lupi sazierà le brame,

o qual languente ed assetato fiore,

col figlioletto morirà di fame.

Nelle «Tragedie» le ore vanno in fretta; a un tratto il marionettista urlò con tutta la sua voce: «Genoveffa, è mezzanotte in punto». Carnot, che fin allora divorava allupato il castagnaccio, udì del dramma solo il grido e: «Come, è già mezzanotte?». «Macchè, sarà le nove appena». «Come farò a passar la nottata?». Gli altri della famiglia erano coperti con dei teli neri. «Coraggio». «Sì».

*

L’autunno del 1820 il casone era sfolgorante. Palazzo Santini, via Pinciana, Viareggio: ivi dimorava il vecchio arcivescovo di Lucca, Sardi, recatosi a Viareggio per il suo ufficio. Egli aveva per la musica un gusto fine e delicato e da giovane aveva suonato il violino. L’aveva una volta suonato anche da vecchio per compiacere al desiderio della principessa Baciocchi.

In quei giorni doveva approdare nel canale di Viareggio la nave che conduceva dalla Sardegna la Principessa Maria Teresa Fernanda Pia Felicita, accompagnata dal padre Vittorio Emanuele I, Re di Sardegna, per celebrare le nozze con l’Infante Carlo Lodovico, figlio di Maria Luisa. Le vele delle navi sarde furono lontanamente in vista di Viareggio sull’imbrunire del 2 settembre; ma Vittorio Emanuele, per l’ora tarda e il tempo cattivo, fe’ ripiegare il timone verso la costa, retrocedendo e gittando l’ancora a Porto Venere.

Tutta la Signoria di Lucca si era traslocata a Viareggio. La vecchia Viareggio, – ora stallaggi vi sono, e casupole di pescatori e rimesse, – era come il piccolo Faubourg Saint-Germain, il quartiere nobile della città. Palazzo Santini, dove aveva preso stanza l’arcivescovo, era il ritrovo serale di tutta la nobiltà dei Principi e dei Sovrani.

Anche i cantanti del Teatro del Giglio di Lucca, tra i quali una celebrità di quel tempo, il tenore Bonaldi, si erano traslocati a Viareggio e la sera si organizzavano concerti nel salone del palazzo Santini; quel medesimo dove, per molti anni, la demenza avvinghiò i suoi urli al miagolio dei gatti scarniti. E la Duchessa Maria Luisa saliva, sfolgorante, lo scalone lucente dalle balaustrate come l’avorio, e tutti si inchinavano e la riverivano, e i nobili, tutti bianchi e neri, venivano al seguito, con le dame superbe.

In quel salone, – dove più tardi il «Biaccaccio», uno che in Barcellona gli avevano staccato un orecchio con un morso e levato un occhio con una ditata, equilibrandogli così il testone di macigno, aveva svituperato e maledetto, – in quelle memorabili sere, il tenore Bonaldi fu peritante a pronunziar la parola: amore.

«Perchè non cantate?» chiese premuroso l’arcivescovo al tenore. «Mah…. Eccellenza, c’è una certa parola!». «Che parola c’è?». «C’è l’amore». «Eh, via! cantatela pure; l’amore non è mica un’eresia», disse l’arcivescovo. E la romanza fu cantata.

Il maltempo continuando a far guasto sul litorale, le navi del Re di Sardegna erano costrette all’ancoraggio di Porto Venere. Narrano le storie che la Duchessa Maria Luisa, stanca di aspettare, spedisse per le poste un corriere di gabinetto al Re sardo per dirgli che qualora, la mattina del 4, il mare non si fosse calmato, la facesse finita con quella penosa navigazione e venisse a Viareggio per la via di terra.

Si attese invano che facesse senno il mare: questo elemento minaccioso e perverso che non conosce riguardi e cortesie, da Serse in poi, a nessuno. E finalmente anche il Re, annoiato per il lungo indugio, spedì lettera alla Duchessa per dirle che il giorno 5, alle 3 pomeridiane, sarebbe giunto a Viareggio.

Quando il cannone del Forte annunziò che le carrozze reali, giunte a Montramito, avevano voltato per la Via Regia, l’entusiasmo dei viareggini non ebbe più limiti. Il popolo corse, staccò i cavalli dalle carrozze; e se l’impeto tumultuoso di gioia non fosse stato moderato dalla cavalleria, quelle dimostrazioni, – dice uno storico di quella giornata, – potevano essere simiglianti a quelle di un cagnaccio che, per far festa al padrone, lo butta per terra e lo pesta.

Ma, come Dio volle, la bella Maria Teresa potè giungere in trionfo al padiglione reale e porsi in ginocchio davanti alla suocera.

La Reggia era l’attuale Palazzo Comunale, sul quale dell’antico splendore è rimasto soltanto il superbo colonnato sulla Via Regia: antichi restauratori l’hanno adeguato a modesta sede di uffici; si potrebbe, con un po’ di buona volontà, ridargli l’antico lustro?

Magnifica visuale doveva dominarsi, il 1820, dalla balconata reale, la pineta a un tiro di schioppo (oggi ce ne sono anche dieci), tutta la Via Regia ombrata da platani secolari (abbattuti una ventina d’anni fa per dar aria a delle casupole lungo il canale) e le vele delle paranze allineate nelle darsene.

Quel giorno, fuori al palazzo reale era schierata la compagnia dei granatieri, tutti giovanotti in ottimo arnese, in uniformi nuove, impettiti e lucenti. Li comandava il capitano Fabio Gabrelli. Re Vittorio li notò con un senso di compiacenza, volle vederli da vicino, andò davanti all’ufficiale e domandò a bruciapelo: «Che reggimento è?». Il capitano non si perse d’animo: «Maestà: primo reggimento, primo battaglione, prima compagnia!». C’erano quelli soli. «Bene, bene!» replicò il Re, «bel reggimento, bei soldati; cerea, capitano!» e rimontò le scale.

*

Il palazzo Santini, che in quel tempo ospitò l’arcivescovo Sardi e la Signoria di Lucca, con la Duchessa e i Principi, per molti anni ha mostrato alla notte fonda i denti cariati della sua balaustrata in rovina, e il portone ad arco sotto il verone ha inghiottito tanta poveraglia, sbandata dalle tribolazioni e dai tormenti. Ora ivi si aggira l’ombra implacabile del gobbo Carnot che strutto dalla tubercolosi, non poté prendere la rivincita sul dottore che lo aveva condannato.

Salutandolo per l’ultima volta, gli amici gli dissero, uno dopo l’altro:

«Addio, Quasimodo! – Addio, Aristarco. – Salute, Giacomo Leopardi!».

Alberto Nicoletti, che era analfabeta, ma vivo d’intelligenza, chiese agli amici:

«Dite la verità, son tutti gobbi!».

VIAGGIO ALLA LUNA

E MOTO PERPETUO

Luigi Simonetti è laggiù, nel cortile del Gran Casamento, che si scorge di tra questi albatrelli verdi e vermigli, affissato nel sole vibrante. Sulla sua fronte aperta c’è la serenità della predestinazione; nel fondo delle pupille aquiline splende la sicurezza del grande viaggio siderale: «O ora o mai!». Egli ha del Santo, dell’Eroe, e del Savio ed è un pazzo. Egli sentenzia: «Mai cadde quercia al primo colpo: provare e riprovare». Era la massima di Galileo. Ma l’occhio non si stacca dal sole abbacinante.

*

Il Simonetti lavorava di calzolaio in un bugigattolo di bottega, situata nel quartiere conchiuso da via Galvani e via Zendrini. Egli sapeva del brodo di rane, preparato dal celebre fisico alla moglie malandata, e di tutti i fenomeni che si determinarono: muscoli agitati da forti convulsioni, sprigionamento di scintille. Del matematico Zendrini conosceva una grande callaia, una cateratta a bilico elevata sulla strozzatura del canale Burlamacca, ove s’annodano tutte le fosse della palude, che si chiude quando gonfia il mare, e si apre quando si deprime, bello e magistrale artifizio idraulico, che impedisce all’acque salse di mescolarsi con quelle delle paludi. Quando la cateratta, per il soverchio dell’acque marine, era chiusa, le rane gracidavano al di là nell’acque morte: «È stata una rana che ha illuminato Galvani» e il Simonetti andava a meditare lungo i canneti, sui cigli friabili dei fossi palustri.

Quando egli faceva sosta su qualche aia, dove nereggiasse un pomo, allora il Simonetti, dotto quanto uno scaffale di libri, schiariva al contadiname stupefatto: «Un pomo ci tolse il Paradiso, un pomo accese la guerra di Troia, un pomo colto con la freccia da Tell sulla testa del figlio diede la libertà alla Svizzera, ma il più miracoloso di tutti, o fratelli, è che un pomo rivelò, cadendo, a Newton le leggi della gravitazione, e a me il globo aerostatico di Montgolfier ha rivelato che si può, e si deve, approdare lassù».

«Dove?», chiedevano mezzo spauriti i contadini. «Lassù, o fratelli», e il Simonetti, nella cui fronte splendeva la serenità della predestinazione, accennava la luna, che tra lo scialbore prendeva largo nel cielo, invelata alla latina. «O ora o mai!», diceva risoluto il Simonetti.

Vicino alla bottega del Simonetti abitava un ebanista strutto dalle meditazioni: viso giallo di penitente, con dei pelettacci di barba, patiti, stecchiti, e due occhi di allucinato, che fissavano sempre il flusso e riflusso dell’acqua del canale, il perpetuo ribollire delle chiaviche, l’eterno andare e ritornare dell’acque, dal mare alla palude, dalla palude al mare: «Tutto si muove in lento giro eterno», diceva l’ebanista, sparendo nel retrostanza della sua bottega. Quando l’ebanista era nel retrostanza, i ragazzi potevano prendere tutta la bottega e i clienti potevano sfiatarsi a chiamarlo. L’ebanista pareva sepolto vivo. Quando usciva di lì, egli era sempre rabbuffato.

Vicino, confinante quasi alla bottega dell’ebanista, c’era il mio studio, un androne lungo quanto due soldi di refe e buio come una caverna. Sovente l’ebanista capitava da me e si sedeva, come i musulmani, sopra un mucchio di alga marina: «Tu hai risolto il tuo problema, ma io…», e l’ebanista sospirava come uno che è sopraffatto da grande inquietudine. «Tutto si muove in lento giro eterno», e l’ebanista usciva quasi piangente dallo studio.

Un giorno che il fosso correva torvo, e l’arie eran di piombo, l’ebanista seduto come uno scriba egizio di creta cruda sopra una colonna, appena mi scorse, s’alzò, si fece avanti, dicendomi piano piano: «Ho trovato il moto perpetuo». Nel fondo dei suoi occhi tenebrati saltava la pazzia. Con le mani gelide, come quelle dei morti, mi prese per un polso e: «Vieni e vedrai!».

Entrammo nel retrostanza. Sulle pareti nude, come quelle di un carcere, c’era soltanto un crocifisso di gesso pitturato di nero; nel mezzo al retrostanza, un tavolo, su cui era una specie di colossale buratto; nel centra del buratto c’era un pilastro, al cui vertice era invitata una puleggia d’acciaio; una ruota di legno, perniata da un ferro sottile come quello da far calze, era da una parte. L’ebanista tolse la ruota di sul tavolo e mi mostrò certi contrappesi di piombo alternati, i quali, dopo una spinta, quando la ruota era collocata sul vertice del buratto, e il ferro centrato sulla puleggia, dovevano farla girare per l’eternità. «L’eternità è di là da mai. Ricordatelo». Disse l’ebanista: «Lo so!».

Quando l’ebanista ebbe centrato il ferro e posta la ruota sul buratto, gli diè l’abbrivo e poi cominciò a girare anche lui intorno all’ordigno, sì che pareva un ciuco aggiogato alla ruota frantoiana: «Tutto si muove in lento giro eterno». L’ebanista fu preso dalle vertigini; stramazzò in un canto.

*

Quando un vento impetuoso, quello che fa guasto nel verno crudo, che scerpa la boscaglia e caccia il fogliame nei fondai, quei punti bassi e concavi delle selve, su uno di questi si vedeva sempre seduto un uomo, il quale, ogni tanto, alzava una mano quasi per misurare l’impeto delle raffiche: «Che diavolo di predace è questo? – diceva. – Là verso l’estate farebbero comodo queste giornate, quando l’arie sono arroventite. Oggi? Ma oggi se ne poteva fare a meno. Sento una certa brezza». Il fogliame in gorgo di vento s’ammolinava contro una quinta di lecci centenari e dava forma di gigantesco succhiello al vento: «Ho scoperto l’arcano; se al posto della quinta di lecci ci fosse un colossale serbatoio, si potrebbe immagazzinare il vento». Questo Eolo boschereccio, con la giubba sulle spalle e la testa sconvolta dal vento e dalla pazzia, s’avviò sorridente ed ebbro verso il paese.

Fantasticò una conchiglia mostruosa, armata d’archi d’acciaio, entro cui padiglioni rotondi, a vite, contenessero l’impeto del vento e per boccaporti e reticolati, fitti fitti, lo filtrassero in padiglioni più capaci, a basse arcate, sterminati, in cui vegetassero perenni erbe a tortiglione, con fogliame cellulare rattorto, sì che la raffica rimanesse del tutto impigliata nell’artificiale labirinto e l’impeto fermasse lo sportello, da cui era penetrata.

Capitò anche lui allo studio: «Mi manca il disegno, soltanto il disegno: l’edifizio è qui». E l’Eolo boschereccio si percuoteva la fronte, che aveva il tono e il colore del cemento armato: «Mi basterebbe uno schizzo; un’idea, un che; il rimanente è qui; lo sento, lo vedo… Io sarei capace di costruirlo, da solo». «Cosa?» «Aiutami. Imaginati che qui entri una raffica di vento impetuoso e che noi volessimo immagazzinarla». «Sì». «Bisogna costruire come un immenso orecchio di cemento a padiglioni arcati con chiudende d’acciaio, filtri, intoppi, rintoppi; bisogna immagazzinare il vento». «E poi?» «La vita è vento:

Disse a un ventaglio un vecchio Archimandrita:

– Dimmi, o ventaglio, che cos’è la vita?

E il ventaglio, con molle ondeggiamento:

– È tutto vento, vento, vento, vento!

«O fratello, la vita è vento: fammi il disegno; è la nostra fortuna».

*

Da una ciminiera tubolare di mattoni rossi, – punto esclamativo sulla pagina del cielo mutevole – eruttava perennemente una fumacea nera nera, che metteva su buona parte del firmamento una capigliatura nera sciolta dal vento, le nuvole bianche se ne tenebravano, come la biacca sopra la tavolozza di un pittore, quando il nero inferno si scioglie tra le sbavature della trementina. I cirri color rosa, al di là dei monti celesti, erano messi sotto un velo luttato; la fuliggine cagliata bruniva l’erba verdissima. Nei giorni in cui la fornace ardeva in modo spropositato, sul cielo lattato pareva si fosse rotto il sacco di una seppia mostruosa. Tutto anneriva; una neve di piombo si posava sui tetti rossi e li riduceva di lavagna gelida.

Ritto sull’orlo della callaia, a rischio di precipitare giù tra il limo dei fondali, un uomo si affissava sull’esclamativo rosso e fumante. Quante volte egli, uomo di mare, aveva sentito invocare, nelle sere di chiaro di luna, un po’ di nebbia per poter con la fiocina portarsi sulle armate dei pesci e sterminarle: «E pensare che tutta quella grazia di Dio se la mangia, se la rimangia, il cielo e la rende, quando tormenta; mai a tempo e a luogo». E l’uomo pensò un numero infinito di sacchi di cuoio, i quali, posti capovolti sulla boccaiola della ciminiera, potevano riempirsi prestamente, e poi sciogliersi a tempo e a luogo: – «Deposito di nebbia artificiale». – Fammi questo cartello; il rimanente viene da sè.

*

Tutti là, ora, nel cortilone recintato di muraglie altissime, su cui si posano gli uccelli pellegrini.

Noi confitti al nostro orgoglio,

ci muoviamo in giri eterni,

come ruote in ferrei perni,

sempre erranti e sempre qui.

L’ebanista, nel perpetuo girare rasente al muraglione, ha la illusione che tutto si muova in lento giro eterno. Il Simonetti, nel chiarore lunare dei marmi e nel tono cerulo delle vestimenta, ha l’illusione d’essere approdato nell’astro d’argento. Quello che voleva immagazzinare il vento, nel brusìo dei padiglioni sente il gemito di raffiche spente dalla prigionìa. Quello che voleva imballare il fumo, nei compagni accosciati lungo il muraglione, col capo ciondoloni sulle ginocchia, vede tanti sacchi di caligo, capaci di torbare il cielo che sta su loro come una pietra: «La vita è vento – Il mondo è fumo – È moto – Perpetuo!».

IL REFETTORIO DELLA CARITÀ

Chi vuol far Pasqua deve, prima di tutto, far la settimana santa e la quaresima: digiuni e penitenze. Dice un antichissimo proverbio che i poveri hanno la Pasqua più vicina dei ricchi, perchè, per loro, è sempre quaresima. Oggi, al refettorio ammannito dalla carità si approssimano tutti quegli accattarotti che negli altri giorni stazionano sotto il porticato dei frati di San Gerbone, a ridosso del monte di Quiesa, che si dolgono fuori al portone dei «frati» verso Campo Maggiore, che salgono fino a «Colle Viti», nel Pesciatino, o scendono verso il mare dai frati francescani di Viareggio.

L’accattarotto non è il povero vergognoso, – povero vergognoso non porta tasca piena a casa – è lo spaesato che cala dai monti, risale dal mare e trova casa da per tutto, perchè la sua casa è il ciglio e il fienile, quello che tacita la fame dormendo sui gradini delle chiese, che schiva con ogni astuzia tutte le minacce di pena che intenderebbero respingerlo al proprio paese.

L’accattarotto sa a memoria ciò che gli spetta quando sconta la sua petulanza in «San Giorgio», o nella prigione mandamentale; conosce i codici a menadito e i sermoni del cappellano: «Povertà non fa vergogna; è il vizio che fa vergogna e paura».

Alla povertà poco manca. La povertà e piacevole. Chi vive in povertà deve contentarsi delle briciole come Lazzaro.

Oggi è giorno di perdono, e per assidersi sul pancone del Refettorio non è prescritto mostrare le carte in regola. Come nel paradiso il primo posto è dei poveri vergognosi, in questi pranzi pasquali il primo posto è degli accattarotti, i quali, rassodati dalle marce forzate, si fan largo a gomitate e a spinte e hanno subito ragione sui più timidi e deboli.

L’accattarotto in questi giorni sta, come suol dirsi, sulle sue; appicciato che abbia, questuando, cinque o sei soldi sufficienti a soddisfare il barbitonsore rurale, egli si fa mondare e zucconare e profumare con l’essenza e intorchiare anche i baffi serotini come i granturcoli.

Così mondato, anche i panni, rappezzati come quelli di Brandaro, sembrano più buoni; egli trova sempre un aggeggio di stoffa da annodarsi al collo taurino, rossa o celeste, e poi eccolo baldanzoso e fiero verso il Refettorio, con uno stomaco capace a contenere un capretto arrosto.

Il povero vergognoso s’approssima al desco pasquale timoroso, dopo aver ascoltato la messa, con una stanchezza mortale addosso che sembra gli abbia spezzato tutte l’ossa.

L’accattarotto, impancato ormai, appena si vede accanto il meschino, gli dice familiarmente: «Prosit». L’altro abbassa gli occhi e tace.

L’accattarotto, dopo pochi minuti, sa «cosa passa il convento», e commenta con un certo sussiego esperiente la lista. Al brodo di pollo, – che abbraccia lo stomaco del povero vergognoso, – egli dà dello «sciacquarone», o acqua bollita; alla fetta d’arrosto, steccata d’aglio e rosmarino, – che satolla il vergognoso, – dice «stiracchio» o suola da scarpe; le patate passate al colino e imburrate, che stuccano come calce viva gli strati del pasto, egli non le assaggia, nè le degna, chè per lui sono come un impiastro, o pasta da manifesti; il vino non lo trova degno della solennità.

Lì, accanto ai due poli della povertà, c’è l’intermedio, quello che si tiene ancora su, con una giubbettina dal bavero tifoide, con un colletto piombaggine, su cui ha passato, nascosto dietro le «Mura», una mollica di pane accazzottata, con un cravattino strinto come un cordino, e un paio di scarpe le cui suole han piallato le scale della «Pretura», ove egli va a consumare il suo tempo. L’intermedio è uno di quei vecchietti che fin che non sono stati repellenti han fatto i «giovani di studio» da qualche notaro, e che nelle aule dell’Assise pronosticano, ora, gli anni che saranno affibbiati al prevenuto. Egli mangia di pro, e s’inzavorra per tre giorni.

Poi ci sono gli abbietti, quelli che non hanno più viso da mostrare, i più infelici della terra, storpi, ciechi, monchi mendichi, quelli che, come nel fresco dell’Orgagna, invocano a mani giunte e con lai sempre la Morte con quei versi che il pittore ha fatti inscrivere sopra di loro:

Da che prosperitade ci ha lasciati;

o Morte, medicina d’ogni pena,

deh, vieni a darne ormai l’ultima cena.

Oggi i meschini interdicono l’invocazione che tutti i giorni ripetono dopo aver bussato agli usci.

Volti terragni e di cera, occhi rammendati e strabuzzati, bocche armate di denti solidi, atti a tritolare la ghiaia, e bocche scalciate di tutti i denti, che digrumano con le gengive rincallite e rifrangono il pasto come i bovi e le pecore, si alternano a queste mense della carità.

*

Quando questo affresco dell’Orgagna, al tocco di un campano, si è animato, alzato, decomposto, e ognuno è uscito verso il proprio destino, tutta la città era deserta, tutte le porte stangate, anche quelle dei caffè e degli uffici.

Accosciati sui gradini delle chiese, fuori porta, ci sono i refrattari, quelli che nei giorni delle solennità desiderano la solitudine e disdegnano le comitive: i poveri orgogliosi come Lucifero, dalla camicia di fuoco, che odiano la povertà vergognosa o astuta, che invocano la morte con alterigia. Il cane loro s’è accucciato e guarda melenso il padrone ammusato: prima virtù l’orgoglio! Innanzi di cedere, la morte.

L’orgoglio non lascia l’uomo finchè non sia prostrato in terra.

Essi aspettano che la gente ripopoli la città per mischiarsi tra la folla dei felici.

Una Pasqua di molti anni fa, uno di questi mostri d’orgoglio fu invitato in una casa al pranzo pasquale. Quando ricevette l’invito, il refrattario era seduto sopra una colonnetta del porto e guardava i fondali con la perplessità di colui che ha sepolto nel capo un sì e un no.

– Vieni a far Pasqua con me?

– Sì.

Il refrattario aveva su tutto il viso una barba spinosa e i capelli lunghi e accordellati come Linchetto, – il mostro che intreccia le criniere dei cavalli, – e gli occhi piombati dalla perplessità.

– A mezzogiorno t’aspetto.

– Sì.

Il refrattario si fe’ smacchinare il capo, radere la barba, intorchiare i baffi con la ceretta, profumare con la essenza di bergamotto, col fondo di una scatola si fece un colletto che pareva di marmo, s’aggeggiò al collo un cravattino, si spulizzì le vestimenta, s’ingrassò le scarpe con la sugna, si fece un bastoncino con un giunco.

A mezzogiorno in punto entrò nella casa dove era stato convitato, ma nessuno lo riconobbe.

– Cercate?

– Niente!

Lo riconobbero alla voce e lo degnarono al pranzo pasquale.

Durante il pasto qualcuno accennò al pranzo che nel paese si dava ai poveri; gli occhi del refrattario, offuscati dall’età e dalla debolezza, lampeggiarono diabolici, la bocca ripercosse i denti presi da un convulso, gli occhi gli diventarono grifagni, le mani gli si uncinarono, alzò le braccia, che, agitando la cenciaia nera, parvero ali di pipistrello.

Gli dettero dell’aria e rinvenne

*

Tali uomini non s’impancano al tavolo del Refettorio gratuito.

E vi sono assenti quelli della povertà angelica: la povertà che si contenta di poco, che digiuna trecentosessantacinque giorni all’anno, quella che fa invecchiare innanzi tempo, che diventa col tempo madre di virtù.

Quella povertà che nei giorni solenni chiude la porta, socchiude le imposte delle finestre, girottola nella casa semibuia, dove, a volte, la carità penetra per il buco della chiave non veduta.

*

Ora è il pomeriggio di Pasqua: le nuvole portate dal vento spalancano le vie all’azzurro del cielo, un lungo suono steso di campane è nell’aria, le rondini volano alte, gli alberi dei giardini inverditi dall’uragano passato macchiano di grandi isole il cielo lattato.

In ogni luogo s’ode la Radio che porta un tripudio universale, voci di maghi con lingue diverse, organi, vespri, concerti, sermoni.

Gli accattarotti, sulle vie maestre, arrancano verso il convento di San Gerbone, che stasera c’è la zuppa di magro.

Il povero e il mezzo povero si lagnano per le vie; in questi giorni la gente ha il cuore più tenero e le guardie, – proibito l’accattonaggio, – chiudono un occhio.

Il «giovane di studio» smaltisce il pasto sulla passeggiata, dove si pavoneggia inebriato con uno stuzzicadenti piantato nel fiocco del cappello.

La povertà angelica spalanca le finestre agli effluvi della primavera che ritorna dal mare tra un aliar di farfalle coronata di primule e di grilli.

I refrattari battono il tacco spietato, il temporale pare abbia lasciato nei loro occhi uno strappo di nuvole nere.

– Il Signore è risorto! Di’ non sorridi ancora, – par gridargli dall’ombra una voce materna.

LA BIBLIOTECA DI MATTONI

Di solito i testamenti si fanno a mente fredda e pacata. Mettendo, come soglion dire i saggi di queste campagne, il nero sul bianco, bisogna andar guardinghi.

Narrano le storie di un tale che soffriva di gotta, non di quella che i medici dicono serena, ma di quella torbida, che si attacca alle punte dei piedi come la stoppa alle zampe dei pulcini, e che, dopo aver lavorato a comodo suo ed aver occupato tutti i piani del corpo umano, arriva al petto e ci s’allarga a suo agio. Costui veniva sollecitato dai suoi parenti a fare testamento.

– Ma sicchè voialtri credete ch’io sia prossimo a cibarmi del pan bianco, cioè dell’Ostia consacrata?

– Vedi, zio, cotesto tuo non è un male che prete canti; se n’è visti di peggio cento volte, cavarsela, non di meno, con poco e in breve tempo; ma io, fossi in te, metterei il nero sul bianco.

Le gambe dell’infermo intirizzite immobili erano come quelle del Biancone (lo statuone scolpito dall’Ammannati, che è sulla piazza della Signoria in Firenze); bianca era la carta protocollo già ammannita dal parentado sul comodino. Con tutti questi toni bianchi, anche la gotta, da perfidiosa che era, pareva diventasse serena. Di nero c’erano l’inchiostro e l’umore dell’infermo, quando sentiva le sollecitazioni a fare il suo bravo testamento.

– Ma non lo sapete che lo zio è un gran bel tipo, – diceva il nepote dell’infermo che si era preso l’ardire di parlare allo zio dell’argomento delicato. – È un gran bel tipo, – ripeteva in coro tutto il parentado deluso.

Gli amiconi dell’infermo, i quali sentivano tutti delle morsicature di cane ai nodelli e alle anche, visitandolo, si sforzano di consolarlo con proposte e suggerimenti. Chi ne diceva una, chi ne diceva un’altra; e l’infermo si sollevava, perchè nessuno di loro parlava di mettere il nero sul bianco. Chi lo faceva sperare nelle bistecche, nel vino vecchio, nelle erbe, nella stagione buona; chi nei cataplasmi, chi nelle mignatte, chi in unguenti e frizioni di mille generi.

Quando uscivano gli amiconi, l’infermo, invece che biasciarci una gotta torbida, pareva che fosse soltanto tormenticchiato da una gotta serena.

*

Il nepote che si era preso l’ardire di parlare allo zio del testamento si recava spesso da lui, per divagarlo con la lettura di libri ameni. Per raggiungere il suo scopo, portò un giorno seco le lettere del Giusti e lesse allo zio la lettera scritta dal poeta di Val di Nievole ad Andrea Francioni, dove gli descrive, per filo e per segno, il carattere dei contadini lucchesi e dei valligiani del Serchio. Un vetturale, essendosi fermato ad uno stallaggio sulla via e visto il tempo un po’ rotto, si risolse di riprendere il cammino. Tirò fuori il barroccio, menò fuori il cavallo; sul punto d’attaccare eccoti una piena che, crescendo mezzo braccio ogni ondata, non lasciava luogo a fuggire. Prima gli fu portato via di mano il cavallo, poi subito travolto il barroccio dalla corrente. Egli si salvò a fatica sopra uno degli altogatti (chiamano così i valligiani del Serchio il pioppo d’Italia) di sulla strada. Vedeva il fiume rovesciare, ad uno ad uno, gli alberi della fila, ed egli aspettava la morte, guardando al fondo del tronco, già lambito dalla corrente. Intanto un prete, da un’altura vicina, l’esortava a morire santamente; e il pover’uomo riceveva l’assoluzione in articulo mortis e, gridando, faceva testamento: – Sono del tal luogo, avanzo venti scudi dal tale, ne ho in tasca altri quattro; lascio tutto il mio… (I debiti, o non li aveva, o in quel frangente se li scordava).

– Ho capito l’arcano della tua lettura; ma, per metterti l’animo in pace, rècati nella mia biblioteca e porta giù una busta gialla ceralaccata, che è sul tavolo di consultazione – disse serio l’infermo.

Il nepote corse trafelato nella biblioteca dello zio, di cui aveva inteso tante volte parlare, e la busta gialla, fiammata dai sigilli della ceralacca, spiccava sul nero tavolo delle consultazioni. Mai il nepote aveva invidiato l’occhio alla lince come quando s’affissò sul bustone giallo.

Uno sportello della famosa biblioteca, mal chiuso, s’aprì come per miracolo: – Sarà una indiscrezione, ma gua’! Iddio mi perdoni – disse il nepote, e agguantò subito il primo volume di un’opera, che contava un cento e più volumi di miscellanee rarissime. Dalla furia il volume gli cadde in terra e andò in due pezzi; era un mattone camuffato a libro. A un breve esame la biblioteca risultò composta di parecchie migliaia di mattoni, o mezzi, o interi, e di tavolette di legno messe per costa con carta di colore impastata sopra. Smiracolato, il nepote andò dallo zio e gli consegnò il bustone.

– Qui c’è il mio testamento; vivete tranquilli or dunque!

– Sì.

– A te, per le fatiche che hai durato nelle diuturne lunghe letture (ma questo lo dico proprio perchè sei amante dello studio) ho lasciato la biblioteca. Se vuoi, là dentro ti farai un uomo.

Lo scaltrito nepote disse contrito: – Grazie di cuore del pensiero, mio caro zio, grazie per la varietà della raccolta; sono sicuro che là dentro non vi sarà nessun mattone.

– Libri pesanti di dottrine sì. Ecco perchè io ho avuto sempre una grande avversione a presentare i miei volumi alla gente volubile. Teste ferrate ci vogliono, per ponderare sulla mia raccolta. Immaginati, ci sono dei tomi che, ti cascassero a coltello su di un piede, sarebbero capaci di schiacciartelo.

– Ma non lo sapete che il nostro zio è un bel tipo, – disse il nepote a tutto il parentado, che lo aspettava nei pressi della casa. Ha già fatto il suo bravo testamento!

– Tu l’hai visto?

– Adagio, ho visto un gran bustone giallo ceralaccato; è lui che ha detto: – Qui c’è il mio testamento; vivete tranquilli or dunque.

– Ma non hai trapelato niente?

– Nulla.

– Chi vivrà vedrà.

*

– Ma non lo sapete che il nostro parente, infermato dalla gotta, è un gran bel tipo, — dissero tutti i parenti alle rispettive famiglie, rientrando la sera alle loro case. – Ha fatto il suo bravo testamento e non lo confessava a nessuno. Oggi, con uno strattagemma, gli è stato levato il segreto di bocca.

– Ma si sa qualche cosa?

– No; per ora si sa che il nero è stato messo sul bianco.

Tutti i parenti, che avevano i figli agli studi, pensavano ai marenghi stivati nei coppi; ma dissero: – Farei tanto caso della biblioteca non per me; ma per il mio ragazzo. Pensare che non si è mai potuto avere da lui un libro in prestito. Se fosse stato ammogliato, non sarebbe stato geloso così nemmeno della moglie.

Il nepote, che aveva avuto la confidenza segreta che la biblioteca era sua, dovette imbrigliare suo padre, che voleva il domani recarsi dal parente, per pregarlo di lasciare a suo figlio soltanto la biblioteca.

– I quattrini vanno e vengono; ma lì si picchia sodo.

– Aspettate, – disse risoluto il figlio al padre. – L’uomo propone e solo Dio dispone.

Un giorno gli amici confortatori si portarono al capezzale dell’infermo e lo trovarono in uno stato da far compassione a un santo. La gotta, torbida come un fiume in piena, aveva occupato tutti i piani e si era allargata, e sdraiata quasi, nel petto opprimendo il cuore. Non ostante ciò gli amici tentarono di confortarlo: – Coraggio or dunque. L’ultima a perdersi è la speranza, e finchè c’è fiato c’è speranza!

– Grazie amici, mi sono ricordato di voi nelle mie orazioni.

– Ora pensa a svantaggiare il male.

Una notte l’infermo con un Credo passò a miglior vita. Il dimani il parentado, tutto nero, – tutto vestito di nero, – contrastava col candore delle coltri e i ceri accesi che lacrimavano goccioloni di spermaceto, come il pino tagliato cola la ragia. Anche il parentado lacrimava come i ceri. Dopo i funerali i parenti si adunarono intorno a un tavolone su cui era centrato il bustone giallo, che lacerato diventò come una fiamma. L’infermo, leggi leggi, aveva lasciato eredi universali i suoi amici confortatori.

– Noi non ci ha voluto degnare nemmeno di un ricordo, – disse un parente contrito.

Delusi come i parenti del famoso Abate Giulio di Octave Mirbeau, anche quelli del povero gottoso dissero in coro: – Ma non lo sapete che il nostro parente era un gran bel tipo?

Quello che aveva la confessione della biblioteca soggiunse: – Sì, un gran bel tipo, salvando l’anima, di funambolo.

IL MAESTRO

DEI CAPITANI VIAREGGINI

L’altra mattina, sulle cantonate della vecchia Viareggio, è stato affisso un manifesto luttato: «Stanotte è morto Raffaello Martinelli, capitano marittimo; il trasporto avrà luogo domani sera, alle ore 19».

I vecchi marinari, sempre mattinieri, compitavano e commentavano l’avviso funebre, verniciato ancora dal pennellone dell’attacchino. Siccome ogni marinaio, vecchio o giovane, è sigillato da un soprannome, che, per la sua aderenza spietata, distrugge quello del battesimo, i vecchi navarchi si dimandavano perplessi: «Chi sarà?». Dopo aver pensato e ripensato uno di loro ha detto risoluto: «È il «Bava»! Siamo della medesima leva, andammo alla visita insieme. Raffaello Martinelli è lui».

Propagatasi la voce che il defunto Raffaello Martinelli era il «Bava», il maestro di quasi tutti i capitani marittimi viareggini, un doloroso stupore si è diffuso sulle calate e nelle darsene.

Da un po’ di tempo, le famiglie di questi strani tipi d’avventurosi navigatori, annunziandone la morte, al nome di battesimo (morto nel disuso) aggiungono il soprannome, anche se talvolta spietato. Ma siccome per il valoroso e terribile capitano di gran cabotaggio Raffaello Martinelli la parola Bava era (come soleva dir lui severamente) «simbolo di deterioramento della fama di un capitano di gran cabotaggio», la famiglia ne ha annunziato la morte col solo nome e cognome.

Lo scrivente, quando, alcuni anni fa, ebbe a far uscire il volume che giust’appunto s’intitola «Il Bava», per sommo rispetto all’intrepido navigatore e maestro di nautica si recò da lui, nella casetta profumata di resina e di pece, e con tutte le cautele gli disse del libro e gli fece intendere l’idea del titolo:

– Ma, c’è un ma, – dissi.

– Parlate, – rispose secco il capitano.

– Il volume dovrebb’essere intitolato….

– Il «Bava» – disse, tra diabolico e ironico, il Martinelli, – Bava sia, – soggiunse, inghiottendo come una gozzata d’acqua salmastra. – Però sappiate che questo soprannome, che mi impresse mia madre buonanima, mi ha tormentato dalla culla a tutt’oggi che sono sull’orlo della tomba. Ma, ciò non ostante, Bava sia! Bava sia, perchè in voi, non ci scorgo lo sbeffeggiatore, perchè, quello che m’inferocia, è lo sbeffo, non la bava.

*

Il «Bava» pareva una polena scalpellata nell’invulnerabile cipresso: un berretto conformato sullo scudo della tartaruga gli aggrottescava il viso conciato dalla salsedine, la bocca, sigillata e secca come una noce; la barba, asprita come l’erba sul fasciame della barca in carena; le ciglia nerissime, secche come aguglioli di pino infissi sulla rupe frontale; due occhi morelli febbricitanti; gli zigomi in rilievo, come le anse di un coppo di terra cotta. Come se egli continuasse un discorso, che faceva mentalmente, disse: – Già, questa mia madre, che Dio l’abbia in gloria, a cagione di certa bavarella, che mi colava dalla bocca quand’ebbi a spuntare i denti, mi fece un bavagliolo di vela da bastimento, che mi arrivava fino ai piedi: e così, per ischerzo, mi chiamava il «Bava», e «Bava» fui da ragazzo, e «Bava» fui sulle coverte, e «Bava» fui qui e fuori, e «Bava» sarò anche nel mondo di là.

Il «Bava» è spirato la notte che ha preceduto la grande adunata del cinque maggio, e doveva essere trasportato alla chiesa e al cimitero la sera del giorno memorabile. Molti marinari e capitani erano già presso la casetta del «Bava», in attesa delle compagnie del clero, quando le campane di tutte le chiese, le sirene di tutte le navi, le fabbriche, i rulli dei tamburi hanno suonato l’adunata. Suonava anche la campanella del faro, quella a cui era sempre teso l’orecchio del vecchio capitano, perchè quella suona soltanto quando pericolano le barche fuori al molo di levante. Lì per lì è stato deciso che il trasporto del «Bava» sarebbe stato rimandato al dimani sera. Tutta la gente del paese correva verso gli altoparlanti istallati sulla piazza grande, nelle darsene, sul molo. La vecchia Viareggio si è svuotata del tutto. La salma del «Bava», che era di corporatura gigantesca, pronta per l’ultimo viaggio verso l’isola cipressata della eterna luce e dell’eterno riposo, è rimasta vigilata da qualcuno del parentado.

Il navigatore risoluto, temerario, tetragono, che aveva a suoi bei giorni circumnavigato, con barchi primordiali, isole e continenti, spingendosi dall’Africa fino al mare d’Arcangelo, era composto sotto un disegno (eseguito dalla mano esperta del «Bava» medesimo) del suo bastimento preferito: il Polifemo.

Col Polifemo il «Bava» aveva (com’egli, per facezia, soleva dire) navigato la Tecca, la Mecca e la Martinicca, per significare ai pigri terrazzani che nessuna terra dell’universo mondo gli era incognita.

I libri-scartafaccio, facenti luogo dei giornali di bordo, i portolani, il giornale nautico ed astronomico, il Manuale del marinaro cristiano, in cui è prescritto com’egli debba comportarsi in terra d’infedeli, i testi delle antiche geografie in rime artifiziate, i libri sui Santi protettori dei naviganti, eran tutti allineati su di un cassapanco di castagno rustico.

Dentro una custodia, la statuetta della Madonna dei dolori, che per tanti anni era stata venerata a poppavia delle barche veliche, comandate dal «Bava»; sotto la statuetta, quattro versi scritti da lui medesimo:

Maria, mar di dolcezza,

i vostri occhi pietosi,

materni ed amorosi,

a noi volgete.

In questa casetta sono stati istruiti, dal «Bava», qualche centinaio di capitani marittimi viareggini. Il «Bava», uomo di pratica più che di teoria, addottrinava i giovani con vividi racconti, in cui tragittavano viaggi verso continenti lontani, lungo spiagge insidiose, senza l’ausilio del pilotaggio, perdizioni in isole abitate da mori, attracchi di fortuna, calme e tempeste, naufragi e arrivi festevoli in porti stranieri. La sapienza nautica del «Bava» era fatta di esperienza; le insidie, le secche, i corsi delle precipitose correnti, gli sfoci dei venti gagliardi, dei tifoni impetuosi, erano segnalati dal «Bava» su certi scartafacci, e dal vero, sui quali, nelle ore delle attedianti bonacce, il «Bava» scriveva anche ottave di sua immaginazione estrosa:

Son tanti i fasti che tengo a memoria,

son tanti i casi e son tanti i motivi,

ch’or mi fanno compir dolente storia…

S’inizia così un poema marinaresco, che ingombra pagine e pagine di tutti i libri-scartafaccio, sui quali il «Bava» annotava tutti i «successi» delle ardimentose navigazioni.

Chi non ricorda a Viareggio la strana figura del «Bava», alto, sempre vestito di nero, con un cappello sodo, i colletti bianchi inamidati, un cravattone nero vellutato, asprito da una barba spinosa, con una voce potente come un altoparlante? Strana figura del primo Ottocento sperso in questo secolo dinamico, in cui le immense vele di nostalgia dell’antica navigazione scapigliata e temeraria sono state ridotte o abolite dai motori ausiliari, tenacemente ottimisti; strana figura che, circondata dagli scolari, transitava per le vie della vecchia Viareggio, continuando all’aperto la lezione cominciata nella casetta e che invariabilmente si concludeva al tavolo di una rimescita gestita da un marinaro, il quale, stanco della travagliata vita del mare, si era messo a trafficare di vino ferrato e solforoso.

Quando nel ’32 uscì il volume sul «Bava», l’arcigno e scontroso capitano, che aveva polemizzato con tutti i maestri di nautica (com’egli diceva patentati), fu subissato di domande e d’interviste, fatte anche da gente altolocata nelle lettere italiane. L’organo della Lega Navale Italiana, L’Italia marinara, pubblicò una grande fotografia dell’ombroso «Bava», circondato da una moltitudine di giovani letterati, concorrenti al Premio Viareggio. Il «Bava», in mezzo a quei giovanotti, sembrava un uomo di un altro pianeta caduto sulla terra.

«Il «Bava», – scrisse in quei giorni l’accademico Romanelli, scultore insigne e marinaro ardimentoso e viareggino d’elezione, – è parente di Tono della Strizza capitano, e nipote di Zi’ Menno e dello sciancato Argano, padroni di gozzi, gente di leggenda, ma veri in carne, che bevvero da ragazzi, senza paura, il fetore delle acque della Burlamacca e da grandi portarono la bandiera di Viareggio ai confini del mondo. È degno dei loro nipoti, che dall’Artiglio si calumano ora, ridendo, in fondo alle valli più depresse del mare Oceano».

Il «Bava» è morto a ottantatrè anni: – Per più della metà della vita, mi son guadagnato il pane in quella madia lì, – e il Martinelli accennava al mare, incassato tra la vetta di Monte Corso e Monte Nero, madia dura più dell’arcile di rovere.

IL MASCHEROTTO COL NASO MOZZO

Tutta la comitiva era mascherata e dipinta, sulla viva carne, di pece e di minio; spettacolosi nasi di cartone, rossi infiammati, erano stati messi su quelli veri; soltanto uno della mascherata non aveva messo il naso di cartone su quello vero, perchè quello glielo avevano staccato con un morso ed era ridotto una maschera di quelle giapponesi che si veggono al Museo Chiossone di Genova o a quello di Ghimè a Parigi.

Lo scrivente non stentò molto a riconoscere in quel figuro il suo personaggio «Naso a pesetto», quello che prendeva i ciechi a nolo e li portava alle fiere per impietosire la gente. Naso a pesetto, magro, lungo, pareva che qualcuno lo avesse preso per le gambe e sbatacchiato sulla terra dura, chè il suo viso era conformato sulle schiaccine, quei crostacei che vanno di traverso sulle scogliere.

La prima conoscenza che lo scrivente fece con questo bel tomo di uomo fu in una osteria sulla via provinciale che da Lucca conduce a Pietrasanta. La gruccia che Naso a pesetto portava per falsità, appena si approssimava alle Gabelle delle città, era piantata in un appezzato di cipolle ch’era davanti all’osteria, e su quella Naso a pesetto aveva messo il cappello sgrondato. Senza cappello, coi capelli sagginati, con gli occhi di faina, senza naso, i denti da tane, questo suppliziatore di ciechi noleggiati aveva davanti un fiasco di vino, un pezzo di cacio pecorino e un pane; di fianco a lui sedeva contristato un giovane cieco scarnito, giallo, con un pelo da gattino patito su tutto il viso di martire.

La padrona grassa, seduta al banco, agucchiava ascoltando Naso a pesetto che si duoleva dei tempi tristi e tribolati e del cuore degli uomini duro come ghiaie di un fiume. – Per levargli di tasca un soldo ci voglion le tenaglie e lui lì – soggiunse Naso a pesetto, accennando il cieco – deve sgolarsi un quarto d’ora con lamentazioni che spaccherebbero il cuore ad una cantonata. È vero, demonio? – chiese Naso a pesetto al cieco battendogli la mano sulla spalla scarnata.

*

Naso a pesetto, vedendo che lo scrivente lo misurava con occhiate inquisitive, disse: – Tu, da quel che ho potuto capire, vorresti sapere l’arcano del mio naso: allora devi sapere, – continuò Naso a pesetto, – che quando io ero vivo…

– O che ora sei morto?

– Son peggio, perchè, fossi morto, ritornerei nei sogni e darei agli amici i numeri del lotto. Dunque, quando ero vivo e negoziavo di bestiame, un negoziante, detto di soprannome «Boddino», a cagione di una senseria andata a male mi tirò un morsotto alla via del naso e me lo staccò di netto. Lei, – soggiunse accennando la padrona, – mi ha conosciuto col mio naso profilato; ma di quello non ne parliamo più. A cagione di questo spregio mi chiamano Naso a pesetto, che significar vorrebbe pisello, come ognun sa. Al momento ha rilevato questo demonio dal canto del fuoco dove suo padre e sua madre lo tenevano come un gatto infreddolito e ora te lo diverto per le vie dell’universo mondo. – Gli occhi bianchi del cieco si affissavano sul soffitto travicellato, ma pareva vedessero il cielo e sospirando egli tremava. Naso a pesetto gli offerse un bicchiere di vino, ma parve gli offrisse aceto e fiele, chè il cieco quando l’ebbe bevuto fu preso da un tremito convulso.

– Le famiglie di questi demoni – continuò Naso a pesetto – si sono ammalizzite e ora li tengono su di prezzo; e come hanno saputo che nella Lombardia la gente ha il cuore tenero, tutti li stradano lassù: ne è passata una barrocciata anche stamani allegri come matti. – Sulla bocca del cieco alitò un sorriso.

Naso a pesetto raccontò come qualmente a istruire un cieco alle lamentazioni per intenerire il prossimo ci voglia tanto tempo come ad istruire un merlo a cantare, perchè le lamentazioni debbono essere adeguate al luogo e alle persone. Se transitano operai, di ritorno dalla loro opera, allora conviene che il cieco prorompa in questa lamentazione: – O fratelli, ebbi gli occhi inceneriti da una mina. – Se ci affacciamo alla grata di un convento, con la voce in falsetto deve gemere: – Fratelli in Cristo, ho già la morte in bocca. – Quando ci fermiamo, come due ladroni, al di qua dei cancelli delle ville e il cane abbaia, tra un abbaio e l’altro il cieco urla: – Signori, a questa vita preferirei la catena del vostro cane. – Quando passano sulla via maestra dei signori in carrozza, per strappargli una palanca deve fare il viso di santo e dire: – Signori, fate la carità, e pregherò San Venanzio che vi liberi dalle cadute.

Naso a pesetto raccontò inoltre che lui si era scaltrito da ragazzo là per la Francia dove lo aveva condotto un cieco, un demonio incarnato, che lo teneva a catena come un cane e lo battezzava tre o quattro volte al giorno con il bastone di ginepro tutto nodi che gli serviva d’appoggio e col quale tirava di scherma così bene che pareva ci vedesse. A queste parole, il cieco noleggiato da Naso a pesetto sorrise e gli sorrisero anche le due gocce di sangue nell’orbite vuote.

– Ora alziamoci, che il sole sfiora i rami delle pioppete e la caldaccia è spenta; dobbiamo prendere la gente a cena come si prendono le galline al pollaio perchè quando la gente è satolla ha il cuore più tenero. – Naso a pesetto pagò il conto, si fece prendere la giubba dal cieco e, appena fuori dell’osteria, svelse la gruccia, ma se la mise alle spalle come un vecchio fucile, chè quella entrava in ballo soltanto vicino agli abitati.

*

Oggi, dopo una venticinquina d’anni, ho rivisto Naso a pesetto fuori alla porta di Pietrasanta, col naso scalciato rivolto verso un cartello di legno su cui era scritto in nero fumo: «Proibito l’accattonaggio». Mentre stava compitando, un giovanotto scalmanato gli si accostò e gli chiese risoluto:

– La faresti da comparsa in una mascherata? Tra poco è l’ora del Corso e manca un uomo; il viso l’hai già rinceppato; con due mani di tinta sei a posto.

– Vengo subito, ragazzo, ci vengo anche in collo, – rispose serio Naso a pesetto.

Il giovanotto scalmanato ha condotto Naso a pesetto in un baraccone, simile a quelli degli zingari, dove a questo sole che arroventa le lamiere si preparava, per la curiosità dei villeggianti, un frutto fuori stagione: la mascherata dei mangiatori di tortelli. Colossali tortelli di carta pesta dipinti con lo zafferano e ripieni di segatura pendevano da certe pertiche d’ontano. Naso a pesetto guardandoli ha detto ad un suo pari:

– Li mangeresti lessi con un po’ di sugo finto?

– Li mangerei, anche se fossi sicuro che mi facessero indigestione.

– Fate bene la vostra parte, che se si vince il premio stasera si assaggiano quelli veri con una bella nevicata di cacio parmigiano, – ha detto il giovanotto.

– E se putacaso non si vince? – ha chiesto Naso a pesetto perplesso.

– Se non si vince, – ha risposto il giovanotto scalmanato – vi si fa una bella zuppa con una bella nevicata di cacio pecorino sopra.

Dopo di che Naso a pesetto si è sgusciato di dosso gli abiti usuali e ha indossato quelli del mascherotto: una lunga giornea, un goletto di cartone bianco, i pantaloni a righe, un cilindro nero come un tubo di stufa, e le scarpe d’inceratino lustro. Un giovanotto truccava le maschere con barattoli di tinta di svariati colori, e un altro congegnava sui nasi veri quelli di cartone tutti laccati come peperoni: quando è toccato il turno di Naso a pesetto, egli si è seduto su di una pietra come dal barbiere. Il giovanotto osservandolo ha detto ai suoi compagni:

– Questo viso rinceppato lo lascerei così: a trovarne un altro simile bisognerebbe girar l’universo mondo.

La mascherata si è avviata verso i viali delle tamerici: ogni mascherotto aveva in mano un forchettone e doveva far l’atto d’infilare il tortello che gli pendeva davanti congegnato sulla pertica d’ontano, e la gente ad ogni colpo a vuoto si sollazzava e rideva. Quando l’arie han cominciato a farsi brune e gli innamorati sentivano desio di ritornar soli sulla battima del mare, c’è stata l’assegnazione dei premi e un bel premio è toccato ai mangiatori di tortelli falsi, guadagnandosi così quelli veri.

*

La tortellata è avvenuta in un’osteria periferica: un vassoio colmo di tortelli ripieni ha fatto apparizione sulla tavola dei mascherotti; per ispregiare qualcuno in cucina avevano fatto un enorme tortello e l’avevano riempito di segatura. Tutti ci fissavano sopra gli occhi allupati. Naso a pesetto, allungato l’enorme braccio armato di un forchettone e urlando alla brava: «Qui c’è mio», ha infilzato il tortello, il re dei tortelli. I commensali simili a congiurati si son alzati e infilando le forchette nel vassoio han gridato in coro: «Qui c’è di tutti». Naso a pesetto svelto si è portato alla bocca il tortello gigantesco che, azzannato, ha esploso come una bomba: un profumo di segatura di pino s’è sparso per la stanza. Naso a pesetto, ingoiando il ripieno resinoso, ha detto ai commensali: «Fa buono ai bronchi».

L’EX-CIABATTINO

COL TRINCETTO D’ORO

Oggi, all’«Osteria d’Andrea», sedeva pacifico un signore che ritraeva vagamente da «Digiuno». Vi è certo qualcuno che ricorda il canto del ciabattino «Digiuno»: «Il calzolaretto, che niente gl’importa – piglia la sporta – dei burattin. – E ci ha la testa che gli va via; – all’osteria – bisogna tornar».

Oggi «Digiuno» è ritornato all’osteria, – chè quel pacifico signore seduto da Andrea era proprio lui, – ma con la testa al posto, e come! Ho tentato di rievocare il passato, ma mi è stato interdetto da un cenno di «Digiuno», simile a quello eternato dal Beato Angelico nel chiostro di San Marco a Firenze: egli si è posato un dito sulla bocca ed ha abbassato gli occhi: silenzio. Ed io ho fatto silenzio.

Avendo, in vita mia, fatto anche il ragazzo di calzolaio, ho abilmente osservato le mani di «Digiuno»: i risegoli che lo spago impeciato incide sui polpastrelli del dosso della mano sono quasi del tutto spariti; il callo, che producono il ferro da sformare e lo steccone, non si scorge più. Le mani di «Digiuno» si sono affusolate e ingentilite. Ma silenzio!

*

«Digiuno», dopo aver vestito non soltanto gli ignudi, come prescrivono le Opere, ma anche i morti e risolato e scarpettato quasi tutto il paese, un tempo assai lontano, a cagione di una maledizione che gli mandò un suo beneficato, fu messo a bando di Dio. Un vecchio incagnito, con la testa pelosa ed ispida come un cardo strinato dal sinibbio, cattivo come una iena (che quando era sborniato si sdraiava sul terriccio e rosicchiava i sassi, gridando ogni tanto: «Brucio, brucio»), dormiva in una capanna di falasco nelle lame della palude, tra i canneti e l’ontanelle. Un cagnaccio spelazzato, guercio e smagrito, era legato a una calocchia piantata nel pantano fuori la capanna, dove si ricettava il vecchio sozzo e scarnato. Un giorno, gente corse alla Misericordia, dicendo trafelata: «Correte prestamente nelle lame di levante, dove agonizza un vecchio mendico». «Digiuno», che già aveva avuto l’ardire di porgere con le sue mani medesime il pane ad un lebbroso, dispiacendogli di vederglielo porgere con una forca come a una bestia, corse per primo ad assistere il mendicante morente. Gli dette da bere perchè era assetato, gli dette da mangiare perchè era affamato, lo rivestì perchè era ignudo, corse dal contadiname vicino ed ebbe per il vecchio vitto e indumenti, lo distese su di un lenzuolo di bucato, gli rassettò la capanna e, pago delle sue opere, il povero «Digiuno» chiese con umiltà all’infermo: «Ora non vi sentite meglio?». Sopra le occhiaie del vecchio mendicante si drizzò il pelame delle ciglia: e, squassato dalla pazzia, il vecchio si alzò spettrale, fissò «Digiuno» con due gocce di sangue bollente: «Che tu sia maledetto in eterno, te e tutta la tua famiglia!». La maledizione del vecchio mendico perseguitò per anni ed anni «Digiuno» con dolori e con pianti, ch’egli tentava di affogare nel vino e nel canto: «E ci ha la testa che gli va via; – all’osteria – bisogna tornar».

Pare che anche le maledizioni, come le monete, si logorino col tempo, chè oggi «Digiuno» è tranquillo e pacato, vestito come un benestante che volesse imitare, con abiti buoni, un ciabattino il giorno di festa. Il gesto dell’imperioso silenzio non ha liberato «Digiuno» dalla seccatura delle mie domande inquisitive.

– Spiegami la metamorfosi del tuo temperamento e del tuo vestito; mi pare che ti sia scorciata la lingua e allungata la superbia.

– Parlerò, ma silenzio! Sono stati gli arnesi da calzolaio che m’hanno salvato e liberato dalla maledizione. Una signora, vedova e sola, era andata da un mio collega per farsi rimontare un paio di scarpe; egli dormiva acciocchito sul deschetto; destatosi di soprassalto, le disse: «Posi qui le scarpe e si metta a sedere: mi vado ad ammazzare e torno subito». Il mio collega l’indomani fu trovato sulla spiaggia spurgato dal mare. La rimonta delle scarpe toccò a me, ed io feci un vero punteggio, una insetatura di suole a dovere, tirai i tacchi a pero che parevano fusi, sformai con cera vergine e ritinsi con nero inferno tanto che il «capo» sembrava ritornato nuovo: divenni il calzolaio di sua fiducia; di lì ad accasarci ci corse soltanto un momento. Se mi verrai a trovare vedrai che anche i ferri hanno avuto la loro riconoscenza.

*

«Digiuno» si è ritirato in campagna, in una villetta a cui si accede da un vialetto lineato di rose rosse e gialle: villetta a tettoia, di un piano, per non aver la seccatura di scendere e salire le scale. Nel salottino c’è un tavolinetto coperto di un tappeto a fiorami, con su un centrino ricamato; entro una cristalliera c’è un servizio per sei persone, di porcellana, dei bicchieri di vetro soffiato, delle bocce, e un lungo ordine di bicchierini; il pavimento lustrato a cera, sedie imbottite, canapè, e sulle pareti, sotto un velo di mestizia trasparente, ci sono i ritratti dei defunti: pace alla loro anima.

L’ordine palesa la presenza di una signora in questa casa taciturna e profumata di rose. Non mi sono ingannato, eccola: alta, distinta, fiera, garbata, misurata di termini. Ho l’impressione che i due abbiano messo in comune i loro dolori, oltre che le loro sostanze. La signora è sparita nell’attigua cucina, da cui viene un grato profumo di arrosto steccato di rosmarino. Quanto rosmarino è qui, intorno alla villa di «Digiuno», e che incensi di roseti sfioriti!

Legato a «Digiuno» da una vecchia fraterna amicizia, cementata tra i battiti del martello nelle notti desolate della giovinezza, quando la persecuzione della maledizione si scatenava sulla testa di lui, non ho esitato a domandargli: «E il deschetto, e i ferri?».

– Sono là, – ha risposto accuorato «Digiuno», accennandomi un salottino discreto e buio.

– E la maledizione?

– Chi sa, vedendomi così rimpellicciato, nel mondo di là come sgrana gli occhi di falco marino il vecchio Sciamanna, che mi maledisse trent’anni fa nelle lame di levante.

Ho, con discrezione, accennato alla signora alta, distinta, fiera, garbata, misurata di termini; ma «Digiuno» ha ripetuto il gesto eternato dal Beato Angelico nel chiostro di San Marco. E silenzio sia, anche su questo tasto.

– Ma cantare si può?

– Oh, quello sì.

«Il martedì, poi, giorno seguente, – male si sente – per lavorar. – E ci ha la testa che gli va via…»; ma non ho potuto concludere che all’osteria bisogna tornar, perchè «Digiuno» mi ha detto, con lo sguardo rivolto in casa, nel più profondo della casa:

– Silenzio! Ora i ponci me li fa in casa; l’ho convinta con la ricetta. La ricordi? Cos’è il ponce? Prima di tutto è caffè, e quando uno è ammalazzato, cosa ordina in primis il dottore? Caffè forte. Poi dopo viene il rumme: quando uno è in fin di vita, cosa dice il dottore? Provate a dargli una goccia di rumme. Poi viene lo zucchero: appena nasce un bimbo, prima che si avvii il latte dal petto della madre, cosa dice la levatrice? Dategli un pezzetto di zucchero. L’ultimo elemento è la scorza di limone: qui ci sarebbe da scriverci un romanzo; il limone salva dal tifo, dal colera morbus e da qualsivoglia infezione. Per combinare tutti questi elementi la umanità ci ha impiegato secoli perchè anticamente non si conoscevano i ponci.

Anche le protuberanze fragoline che un tempo rimettevano sul discreto naso di «Digiuno» sono sparite; il suo naso oggi ha la lucentezza laccata del frutto di stagione, le ciliege: «Acqua coi fichi e vin con le ciliege», dice «Digiuno», prendendosi gentilmente il naso tra l’indice e il pollice della mano sinistra. L’ho guardato perplesso e dubbioso. «Digiuno» ha mangiato la foglia: «Lo pigliamo a damigiane».

– Il rumme? – ho detto.

– Il vino; il rumme si piglia a fiaschi.

*

La tavola era imbandita: tovaglioli aculeati a piramide, bicchieri capovolti, posate a trapezio, a cui pareva sospeso il piatto maiolicato; il vino era in una boccia di cristallo. Ho guardato, sedendomi, perplesso e dubbioso, «Digiuno»; egli ha mangiato la foglia: «Ti verso io», ha detto.

– L’umanità ci ha messo nove secoli per arrivare al fiasco.

– So anche quella, – ha detto «Digiuno»; – ma la boccia tiene un fiasco.

– Ma ti tocca bere con l’impaccio di quando ti sogni d’essere in camicia in mezzo di una strada. Ai tempi dei fiaschi («Digiuno» mi ha guardato con gli occhi supplichevoli di un vitello) potevi travasarlo senza rendere scandalo.

– È vero.

La boccia si è svuotata, come se sotto il tavolo ci fosse stata la pompa di un rifornimento di benzina; ma subito si è avuta la sorpresa di riveder un’altra boccia rossa infiammata, sì che pareva che il vino fosse passato da una boccia all’altra, come nei giuochi di prestigio.

– Alziamoci or dunque. – I lambicchi dei caffè espressi filtravano in tre bicchieri distinti. Il rumme era entro una bottiglia impagliata: «Le ho detto che sarebbe stata vergogna», osserva, con qualche gravità, «Digiuno». E prosegue: «Vuoi vedere il salottino?». «E vediamolo».

La porta è stata spalancata, la luce elettrica accesa: oh meraviglia! Il deschetto abbagliava d’oro come un piccolo altare; il trincetto di «Digiuno» che dalle arruotature era ridotto soltanto un palmo, legato con un filo di oro pendeva da un chiodetto tutto dorato a foglia di zecchino; similmente il martello, la lesina, il cava-forme, lo steccone, il guardamano, la pietra da affilare; anche una stenderia di forme, in bell’ordine, erano tutte dorate sì che parevano piedi di statue antiche dell’Oriente. «Digiuno» ha reso d’oro anche quel gran ghiaione di fiume sul quale per degli anni ha suonato a martello la sua desolazione.

L’ho guardato fisso negli occhi ceruli, rimasti intatti, stupito e dubbioso; egli mi ha detto:

– A chi fa è così: l’oro s’indora con l’oro.

SPERPERATORI E CONSUMATORI

D’OSSIGENO

Una venticinquina di anni fa ho studiato psicologia sulle storiche spallette del Ponte di Pisa. Le lezioni le impartiva Ruffo Moggia, laureatosi, diceva lui, alla Sapienza della vita, – i pisani chiamano sapienza l’Università, – lezioni sperimentali, fatte d’acute osservazioni: penetranti e taglienti, direttamente dal vero. Sulle spallette medesime, levigate da un secolare sfregamento d’indumenti, avevano stazionato, ai tempi dei tempi, il Giusti e il Leopardi, il Carmignani e il Carrara, e seguiteranno a stazionarvi tutti gli studenti, che sono e che saranno, a cui piace alternare la severità della cattedra con la meravigliosa curva dell’Arno soleggiato che dal Ponte di Mezzo s’incurva fino alle Cascine reali.

Dirimpetto a noi c’era la statua di Garibaldi con i bassorilievi raffiguranti l’Eroe quando, per il corso dell’Arno, dal mare raggiunse Pisa per rimettersi, nel clima tepente, delle ferite d’Aspromonte. A destra lo storico caffè dell’Ussero – ora in parte trasformato in cinematografo – a sinistra un libraio antiquario e moderno di Montereggio d’Apua: molti libri di psicologia sono stati stivati negli scaffali trivellati dalle tarme e sotto un velo di ragnatele.

Ad un amico, studente anch’egli di psicologia sperimentale sulle spallette dell’Arno, il quale aveva permutato i libri di testo con carta monetata, senza avere prudentemente scancellato dal frontespizio il proprio nome, accadde che durante le agognate vacanze si vide recapitare un ben confezionato pacco di libri; egli lo aprì e con gran meraviglia, e sua maggior vergogna, rivide i libri commerciati con su scritto nervosamente: «Di questi libri, rinvenuti tra le anticaglie di un rigattiere, te ne fa omaggio tuo padre».

Durante le vacanze estive le lezioni di psicologia sperimentale continuavano sul pietrato del molo di Viareggio: la famosa Università degli apuani, di cui era magnifico rettore il poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. Allo sperone del sole d’agosto, su quelle pietre infuocate della Gonfolina, resistevano soltanto i peripatetici psicologi, i pescatori di traina e i «consumatori d’ossigeno»: chiamavano così nel paese una congrega di signori ben portanti, in su con l’età, puliti e garbati, sempre insieme e d’accordo come i maiali di macchia, i quali, per la corporatura ragguardevole, sembravano tante antiche bombole d’ossigeno ripiene. I «consumatori d’ossigeno» si sedevano, uno tocca l’altro, sul muricciuolo della diga sotto il fanale rosso; il primo ossigeno, il più puro, il più fresco e compatto era di loro. Dal viso dei «consumatori d’ossigeno» si arguiva che la loro vita era trascorsa in archivi, anagrafe e tra inserti logori dal tempo, perchè la loro pelle aveva preso della pergamena.

Vicino ai «consumatori d’ossigeno», sempre misurati, sobri, con un tiraggio di fiato medesimo, c’erano gli sperperatori d’ossigeno, gli psicologi i quali nell’enfasi della discussione talvolta aprivano bocca e lasciavano parlare lo spirito. I pescatori di traina, con tutta l’anima agganciata all’amo aescato di baccalà molle, denominati per ispregio «governatori di pesci», stizziti dal cicaleggio psicologico proverbiavano, da vecchi marinari ridottisi in terra ferma: – Quel fiato asserbatevelo per quando sarete ridotti al pan bianco, che sarebbe l’ultimo viatico, – ma gli psicologi parlavano, parlavano, parlavano.

*

In due sale distinte dello stabilimento, qui presso la Madonna del ponte, si raccolgono per aspirare acque spolverizzate entro una grotta tufosa ove si scorge ascendere vapore sì come avviene quando al fuoco ribolle una caldaia, i consumatori e gli sperperatori d’ossigeno. Nella sala ove si raccolgono i consumatori d’ossigeno è rigorosamente vietato di parlare; molto elegantemente è stato scritto sui vetri appannati: «Sala di lettura». In quella ove si raccolgono gli sperperatori d’ossigeno si può parlare, gorgheggiare. Con la consueta eleganza sulla porta di questa sala è stato scritto: «Sala di conversazione».

Sono entrato circospetto e devoto come in un convento di stretta clausura nella «Sala di lettura»; la grotta di sasso tufoso spolverizzando l’acqua naturalmente medicata fa il rumore medesimo che fa una segheria di marmi a filo elicoidale, i cui denti son fatti di rena di quarzo e vetrina. In quest’ora di cura – nella «Sala di lettura» ci si può attediare, annoiare, addormentare, ed è tollerato lo sbadiglio. – Ho fatto commercio con gli antichi studi di psicologia sperimentale: il prelato ravvolto in lungo camice nero, lustrente come verniciato di fresco, con un bel tono di lacca sotto il collare di celluloide, è stato certo un predicatore le cui corde vocali si sono discretamente logorate, lo attestano l’enorme cranio polito, cui sono vivi due occhi acuti e penetranti, e la vasta fronte corrugata sotto bocca sigillata che posa sulle mani bianche come lo spermaceto; egli vaga col pensiero lontano lontano, forse tra Giaffa e Gerusalemme nelle terre sante di Gesù e degli infedeli. Vicino a lui è seduto un signore obeso dal naso adunco giudaico, su cui egli ha appinzato le lenti sulle quali si liquefanno gli occhi; dall’inserto voluminoso, e dalle postille che egli vi fa con un lapis acuminato come uno stile, e dal volger violento e secco delle pagine, sì come suol fare chi spenna un pollo, non istento a individuare nell’ignoto signore un avvocato il quale sta riparando i guasti della voce per dar più forza agli argomenti della sua futura arringa. Presso l’uomo che arguisco principe del foro c’è una signora bella, tenera come un pastello del Settecento francese, che ogni tanto ella stessa ritocca e restaura specchiandosi, entro il rovescio di una borsetta di cuoio, le dita dalle unghie rosse ed acuminate – i polpastrelli delle dita le fanno da sfumino. – Le gatte quando si carezzano hanno la virtù di far sparire gli unghioli. Di poi ella sospira languida come Mimì e si slaccia – negli arti – sulla gran poltrona; le braccia ciondolano giù inerti e il capo scardinato par dica lentamente no; da un attimo all’altro sembra di dover udire nella sala di stretta clausura il canto lene: «Soli d’inverno è cosa da morire». Ma siamo d’estate e le finestre del salone claustrale sono chiuse come quando uno tenta di asfissiarsi; una illusione di fresco la danno le cime di certi pioppi mossi dal vento e il chioccolìo delle fonti rinforzato da quello del Reno. Vicino alla ipotetica «Mimì» c’è un signore severo dalle larghe mandibole, dal naso volto in giù come gli uccelli di rapina, dall’espressione fiscale, il mento rattorto giù nell’apertura di un gran colletto inamidato, – di quelli doppi andata e ritorno, – un cravattone vellutato su cui spicca un gocciolone di perla gelata; egli tiene i pugni chiusi color dell’anilina e guarda la gente seduta dirimpetto fissamente nel bianco degli occhi sì come soglion fare i pubblici ministeri quando si affissano sui rei scaltriti. Più giù un cappuccino dal saio marrone logoro e stinto, dalla lunga barba eremitica, crocifisso quasi su queste grandi poltrone che par dica agli astanti ammutoliti: «Povertà non fa vergogna, è il vizio che fa vergogna e paura». Una filata di pingui fattori della pingue terra dell’Emilia ansima, soffia risoffia, la cosiddetta fame d’ossigeno gli fa aprire la bocca come ai pesci quando son distesi sulla coperta di una paranza. Gente di varia dimensione, di diversa statura, ma di identica espressione consuma silenziosamente la sua parte di ossigeno solforoso. Sulla grotta tufosa, su di uno spruzzo pietrificato, c’è la statua di Mercurio, un Mercurio illustre, quello del Giambologna, che col piede alato par prenda largo nel cielo. E la statua medesima che, riprodotta in gesso, in marmo, in bronzo, si vede, elevata su delle colonne di statuario in mezzo ai mercati tra lo strepito delle fiere; qui il giovine efebo alato non vede che una lunga stenderia di gente sonnacchiosa dall’apparenza nottambula e sonnambula.

Mercurio sarebbe stato bene centrato nulla sala delle conversazioni. Lì avrebbe avuto la vaga idea di un mercato in cui talvolta non mancano le sonnambule che predicono il destino; invece al centro della sala di conversazione c’è un putto di marmo, ma roseo, sostenuto da quattro pesci che sono l’immagine del silenzio.

In questa sala, per scoprire l’anima della gente, non è mestieri ricorrere all’indagine psicologica; tutti l’hanno sulla bocca; quando la discussione è del tutto accesa per i contrasti e le rappresaglie sembra d’aver davanti il celebre quadro di Telemaco Signorini Le agitate, perchè la sala delle conversazioni è massimamente frequentata dalle signore le quali non vogliono consumare nemmeno quest’ora in silenzio come le sepolte vive. Verrebbe voglia di ripetere a loro il proverbio marinaresco: «Questo fiato asserbatevelo per quando sarete ridotte al pan bianco»: monito inutile. È nota la storia della donna che soleva stare, forbice forbice, a tu per tu, col marito, il quale un giorno, irato come un toro, la scaraventò nel pozzo, ma siccome l’acqua non riusciva a coprirle del tutto le braccia, protese in un estremo gesto vendicativo contro di lui, si vedevano le dita, l’indice e il medio d’ambo le mani, fare il gesto delle forbici quando tagliano, che, tradotto in volgare, vorrebbe significare: innanzi di cedere, piuttosto la morte.

ALLA FIERA DELL’IMPRUNETA

La celebre stampa di Jacopo Callot: La fiera dell’Impruneta e la notizia che in quel bel paese, grigio d’olivi, rosso di pampini, verde di pini, – l’Impruneta si chiamò un tempo In pineta, – nel giorno della fiera si faceva una vera strage di polli e di tordi, infilzati entro schidioni lunghi quanto due soldi di spago, mi hanno spinto su questi colli interchiusi tra Ema e la Greve. Lungo la via che da Firenze sale all’Impruneta dai vetri appannati del torpedone, mostro alitante fetore d’olio e benzina bruciati, scorgevo, ridossati ai muri a secco, i personaggi tanto prediletti dall’incisore spietato di Nancy, zingaro e boemo egli stesso: improvvisatori con la chitarra a tracolla, mendicanti ciechi con la viola nel sacco di juta, il cui manico spunta fuori come un osso di prosciutto del tutto scarnito, accompagnati da ragazzi o da vecchie, cantastorie, merciaioli ambulanti, addottrinati in negromanzie con scimmie o pappagalli, prestigiatori coi bussolotti e la bacchetta magica, e poi quelli che non si perdono mai queste specie di provvidenze: borsaioli e vagabondi. Contro il torpedone si levavano grucce e bastoni, pugni chiusi, denti acuminati, occhi strabuzzati, abbai di cani.

I beati del torpedone rimbalzavano come palle di gomma sui divani a molla e qualcuno si batteva la volta del cranio sul tetto dell’auto, tal altro era preso dal mal di mare e impallidiva come avesse veduto un lupo a bocca spalancata; c’era chi era travagliato dalla benzina: tutti invidiavano quelli che venivan su su, passo passo, sulla via ombreggiata dagli olivi.

*

Ognun sa che le fiere sono mercati, più solenni dei mercati segnati dal Barbanera, dal Goga Meremeo e dal Sesto Caio Baccelli. In queste specie di barabuglie infernali tutti cercano di approfittarsi di certe franchigie e di concludere buoni affari, tanto i mercanti quanto i compratori. Ma questa è una fiera di quelle particolari: compratori e mercanti a un certo momento stringono patti di verace amistà seduti nella pinetina dopo la chiesa, davanti a dei polli arrostiti alla diavola e a delle cartate di patatine fritte, sottili come le lingue dei gatti. È la fiera anche dei gatti; quanti ne ho veduti oggi all’Impruneta non ne avevo mai veduti, e tutti avevano da rodere qualcosa. I sacrificati sono anche i maiali: ho veduto tante rosticciane di bistecche che, così secche com’erano, ad averle inchiodate sulle staminali di una nave di seicento tonnellate c’era da fasciarla tutta. I ciuchi hanno la loro parte, ma qui son vivi, attruppati in un piazzale, scodati, a orecchi bracchi bracchi, zoppi: fa compassione a vederli; sembra un interminato quadro di Giovanni Fattori, che si muova lentamente. È con me l’allievo più noto del grande macchiaiolo toscano: Plinio Nomellini, il quale mi ha detto enigmaticamente, accennandomi quegli animali dell’Apocalisse: – Quelli lì li mangiamo un altro anno. Delle spettacolose mortadelle rosse come cocomeri, dondolavano dai ferri delle pizzicherie dell’Impruneta.

Alla fiera dell’Impruneta hanno libera circolazione accattoni, cantastorie, indovini, sonnambule, ciechi, improvvisatori, poeti che cantano e declamano versi sopra argomenti che vengon loro proposti: il canto dà maggiore risalto alla poesia, e ne asconde, nei gorgheggi accorti, le imperfezioni che non sfuggirebbero a mente riposata. Gli improvvisatori dell’Impruneta hanno memoria pronta e tenace, imaginazione ardente e una particolare attitudine all’armonia del ritmo. Di solito essi sono braccianti e suonatori ambulanti, si accordano da loro stessi sulle chitarre e, se si associano con qualcuno, lo fanno con qualche scaltro addestrato alla questua, il quale, nei contrattempi, fa loro il controcanto:

«E l’Italia nostra è una centrale – Che non se ne trova nel mondo un’altra uguale. – Mi ritrovai tra animali strani – Coccodrilli, serpenti e cani. – Tu sei la stella mia, tu se’ il mio porto: – A entrare in esso la mia nave affretto».

Buon vino fa buon sangue, buon sangue fa buon intelletto, e dove entra il vino esce la vergogna; canta tu che canto anch’io, l’Impruneta è tutto un canto:

O bella che in Firenze siete nata,

in nella piazza di Santa Maria,

in San Giovanni foste battezzata.

*

Ma perchè tutta quella folla s’accalca intorno a un grande patibolo, alzato dirimpetto alla chiesa plebana? Un enorme tinello, fatto di doghe spesse, è alzato su di un palco funereo; su di esso è una chiudenda pesante; una gigantesca trivella, del diametro di una quercia millenaria, vi è centrata sopra fra due travi colossali: sembra che da un momento all’altro dalla chiesa debba uscire il condannato al supplizio con il prete accanto e il giudice. Il tinello è gromato di sangue.

Si tratta soltanto di vinaccia da strizzo; quello che pareva un patibolo è soltanto, ingigantito, uno di quegli ordigni con cui i contadini strizzano l’uve. Il finto patibolo è l’ultimo relitto della festa dell’uva che si è celebrata l’altro giorno all’Impruneta: gl’imprunetani e quelli delle altre terre lo guardano incuriositi. Da quel sinistro ordigno, e per tutta la strada che porta alla pinetina che sale un colle discreto, al cui vertice è una nera croce, è tutta una stenderia di pollame infilzato negli spettacolosi schidioni, congegnati a certi girarrosti mossi a braccia con carrucole e corde e catene. Le interiora, chè si fa commercio anche di quelle, e i fegatini sono ammassati su certi tavoloni sanguinolenti; i capi mozzi, dai colli gialli, recisi dalle creste pavonazze, sono su dei ceppi. Uomini dal viso arcigno, forniti di una coltella, decapitano impassibili il pollame, dopo che un loro pari lo ha destramente strozzato. Una fumacea oliata e salata si leva di sotto lo schidione; i carboni sono rimossi da un uomo armato di una forca luciferesca.

Ai tempi di Jacopo Callot molta gente si riduceva alla fiera dell’Impruneta a basto di ciuco e di polledro; i quadrupedi bardati venivano attruppati al calcio degli alberi. Oggi al posto dei quadrupedi sono ammassate, a grovigli, a baruffi, a intrighi, le biciclette, pedale contro pedale, manopola contro manopola. I sellini, su quell’abbaglio di nichelature, sembrano ninfee risecchite e i campanelli bianchi fiori palustri. Da molte forche pendono pollastri di primo canto che attendono di essere suppliziati; gallinacci, grogi grogi, croccolano nelle stie. Chiudendo gli occhi par d’essere in un’aia sterminata.

Gli schidioni coi polli già arrosolati sono appoggiati, come aste di guerrieri strani, ad un parapetto. Sono tanti che se l’Impruneta fosse invasa oggi da una tribù di Lestrigoni, che, come ognun sa, ai tempi d’Omero si sfamarono con una schidionata di ulissidi, essi potrebbero riempire i loro stomachi di gigantesche forme e farne anche riposto per la loro regina che dicono sia alta come una montagna.

Su verso il poggio delle Sante Marie, ove nel candido cimitero imprunetano è sepolto Ferdinando Paolieri, – il poeta di questo «natìo borgo selvaggio» -, sopra l’immensa tovaglia verde d’erba, profumata di nepitella, al verde ronzio della pinetina, tra le cantafère degli improvvisatori, una moltitudine d’imprunetani e dei luoghi finitimi ha bivaccato festevole e gioiosa tra schidionate di polli e rosso lume di vino. Poco lontano da questi accampamenti, un muro giallo nudo, da cui spuntano le cime di neri cipressi, tra nuvole bianche erranti sul cielo turchino. Gli antichi raffiguravano così le favole umane. Gli antichi, dopo le esequie dei loro poeti, sacrificavano ad onore del morto dei galletti di primo canto; dopo l’onor del desco ponevano le ossa vicino alla tomba perchè credevano che tutte le notti il poeta udisse, nel cuor della terra, l’annunzio dell’aurora. Una immensa favola bacchica ed agreste sembra tutta questa moltitudine, ebbra di canti e di vino.

*

Al di là del colossale «strizzo» per le uve, alzato davanti alla chiesa plebana, si scorge un cartello volante: «Mostra d’arte». La chiarissima luce balenante sui colli imprunetani, in queste sale, giunge filtrata da certi velari bianchi: una scialba luce da cenobio, che fonde e soffonde i dipinti appesi in costumato ordine alle opache pareti. Giovanotti dalle facce apostoliche, eremitiche, ascetiche, girottolano come cenobiti per le vuote stanze e non fanno verbo. Invece che alla fiera dell’Impruneta sembra essere ad un convegno di anacoreti. Una parete della seconda sala raccoglie i dipinti e i bozzetti di Ferdinando Paolieri, tutti dichiaranti il suo amore per l’Impruneta.

Nel centro della piazza turbina l’enorme ombrello di una giostra: mobili cavalli di legno, senza mai stancarsi, si rincorrono tra loro, or portando in groppa fanciulli ora ragazze inebriate. I monelli imprunetani s’aggranfiano ai ferri e son portati via dalla giostra come stracci; il padrone fa sibilare il frustone; un organo smanganato copre gli urli e gli strilli; uno specchio girevole mitraglia di luce e abbacina gli spettatori. Dietro la giostra c’è il vagone zingaresco, verde agro. Jacopo Callot giunse da queste parti in un baraccone zingaresco, chè, per maggiore libertà, aveva lasciato patria e famiglia e visse con paltoni e girovaghi: visse i suoi personaggi prima di affettarli nel legno o morderli con l’acido nitrico, ed aveva una faccia, a quei tempi, da pestarci sopra il lardo, senza pallori apostolici, velature ascetiche, sopportazioni eremitiche. I personaggi della sua Fiera dell’Impruneta vivono e rivivono.

Un improvvisatore, dopo aver cantato e bevuto, – il vino fa buon sangue, buon sangue fa buon intelletto, e dove entra il vino esce la vergogna, – si era addormentato sopra il parapetto di un fiumiciattolo, nel tumulto della fiera. Destato da un uomo d’arme, ha detto, ancora trasognato: «Mi pareva d’essere sulla giostra. Scusate».

LE VIE

Quando si vorrà, attraverso i secoli, studiare l’umore della gente del nostro paese, converrà consultare la carta topografica, poichè nella trama delle arterie nere circola il mutevole pensiero degli avi.

Sui cespi e le vincaie del Gombo nel ‘500, fu elevata una torre pentagonale, cento braccia distante dal mare placido, e la battezzarono: Torre della Principessa Matilde. Erba scianguinella e semprevivi l’aggraziavano fiorendo sulle commettiture del pietrame. Gli uccelli pellegrini, posandosi sui cornicioni, le davano il canto di uno spettacoloso paretaio.

La torre fu un braccio forte della Repubblica di Lucca, proteso contro Genova e Pisa.

Spenti i bagliori degli arrembaggi notturni, gli strepiti delle scalate, i nepoti ridussero la Torre a più modesto uso: carcere mandamentale e orologio dei poveri. Un disco bianco calcina fu dipinto sull’ultimo torrione e stampato di lettere romane, una sesta nera fu perniata nel centro. L’orologio, visto di dentro, dava l’idea di un girarrosto gigantesco cigolante tra due catenacci, i quali a intervalli monotoni facevano suonare una lugubre campana. In quell’ingranaggio diabolico, il tempo perdeva la vertigine e andava lento e a salti. Un pendolo, nella gran cisterna, dondolava una luna eclissata che diceva eternamente «no».

Il popolo battezzò la Torre: Carbonaia.

Intorno a quest’albero maestro, rastremato di spranghe ferrigne, sorse il paese: minuscole case acchiocciate sotto la grande asta. La chiesa aerea della SS. Annunziata, col campanile di mattoni rossi, e quella di San Francesco, con l’ampie fiancate del Convento, parvero vele aperte per un battesimo di sole.

Le vie adiacenti si chiamarono San Francesco, Sant’Antonio, SS. Annunziata e Sant’Andrea: il protettore dei pescatori. I piazzali si chiamarono: Piazza Grande, Piazzone, Piazza dell’Olmo, Piazza del Mirto. Le viuzze: Via del Fabbretto, Vicolo delle Catene, il Caruglio. L’arteria spaziosa che congiungeva il mare ai monti, la denominarono Via Regia. Via Regia, da Via Reggio o via dove transitavano i regi? Discussioni che si accesero dopo.

*

Con l’andar del tempo il paese sviluppò a ponente. Se i piccoli uomini si possono paragonare ai grandi, quei maestri muratori ebbero la risoluzione inflessibile d’Alessandro Imperatore: tracciarono le vie con una riga, così quelle che andavano ai monti, così quelle che guardavano il mare. Quella gente patriarcale, con poche fisime nel capo, per battezzare le strade volse gli occhi intorno e in alto: via del Sole, via della Luna, via della Stella.

Lungo il fosso-canale, più tardi, fu costruito dai Borboni un palazzotto alla moda imperiale, abbellito di un colonnato tutto di blocco marmoreo. In grazia di una permuta, il palazzo diventò proprietà pubblica e ivi s’insediò il Gonfaloniere. La facciata principale schiariva sopra la piazza alberata del «Mirto», la fiancata di ponente dava su di un viale lunghissimo. Il Gonfaloniere per battezzarlo guardò, assiso sul suo stallo, intorno in alto, e, non scorgendo altro che uffizi lo chiamò: Via degli Uffizi.

Verso il 1815, quante cose son mai accadute in quell’anno napoleonico, la sorella del Còrso, Paolina, la vaga Paolina, fe’ costruire un suo palazzo ai margini estremi del paese, dove rompeva il mare. La via si chiamò Paolina, la piazza ed il parco.

*

In tutto il travaglio del Risorgimento, congiure, rivolte, insurrezioni, rivoluzioni, guerre, il paese arrestò il suo sviluppo. Subito dopo, fu tracciata la Via Grande e i Giardini: agave verdi, carnose come serpenti, vetrici, salicastri ed eucaliptus contrastarono l’acredine del salmastro.

Dopo l’Unità il Piazzone fu battezzato Piazza Cavour, la Piazza Grande: Vittorio Emanuele; i Giardini: Massimo D’Azeglio. Un trapezio erboso tra la calata ed i Giardini: Piazza Garibaldi; la via rasente il molo si denominò Rosolino Pilo.

Qualche tempo dopo, quelli della sinistra storica sbattezzarono Via della Pineta e la riconsacrarono col nome di Giuseppe Zanardelli. L’Amministrazione decretò che la Via della Stella fosse intitolata a Umberto I. I radicali vollero la loro parte e fecero stampare il nome di Felice Cavallotti sulla Via Grande, i repubblicani quello di Antonio Fratti sulle targhe di Via del Giardino. Certi addottorati eclettici eclissarono la Via della Luna col nome solare di Niccolò Machiavelli. I liberi pensatori accamparono certi livelli sulla grande anima di Shelley: «Annegato in questo mare, arso in questo lido, lungo il quale meditava una pagina postrema al Prometeo liberato», e vollero intitolata al suo nome la Piazza Paolina.

I marinai si ostinavano a chiamare piazza del «Mirto» il Piazzoncino che era davanti al Palazzo dei Borboni, malgrado che nel centro frondeggiasse un platano dalle rame ritorte come un gigantesco candelabro. L’intervento risolutivo di quelli delle «Regie Stanze» spezzò l’equivoco, imponendo alla Piazza il nome stimato di Alessandro Manzoni.

Uomini su uomini crescevano in reputazione e dignità, ma le vie del paese non crescevano di pari passo e mormorazioni serpeggiarono per le sconsacrazioni e i battesimi.

*

Al paese, fin dal tempo che era composto di quattro case, soggiornò, estate inverno, negl’intervalli che gli concedevano le cure politiche, S. E. Michele Coppino, ministro della Pubblica Istruzione. Egli abitava oltre canale una casetta, nel cui giardino ramificava un lauro che diffondeva, tutt’intorno, un acuto odore di gloria. Nelle darsene cantavano le vele, sui ponti strepitavano i mazzuoli dei maestri che calafatavano il fasciame delle barche. Il bosco imminente dei Borboni ombreggiava un vialone deserto come quelli che rasentano i muri cipressati dei camposanti.

La gentugliora, che non aveva mai visto da vicino un ministro, s’aggirava alla lontana intorno a S. E. e se lo accennava quasi incredula. Egli portava un cilindro opaco come un tubo di stufa e un paio di lembe nere precipitate in verde; i calzoni a righe, presi dalla serpigine, si rimboccavano sulle scarpe che nel passo lento e pacato parevano sbattolare alla terra: tu a me e io a te. Il viso di S. E. era olivastro, un occhio gelato, uno spento; smaltati entrambi dagli occhiali a stanghetta. Una mucchiata di capelli si fondeva con le basette ragguardevoli,

Il ministro, mani annodate sul dorso, passo lento, testa che lentamente serpeva ora a destra ora a sinistra, si recava sotto il ventre delle navi in costruzione, elevate su ceppate altissime, domandava ai maestri il nome or di questo ferro or di questo pezzo.

Pochi intimi varcavano la soglia della casetta; uscendo non stavano più nei panni. Gl’intimi, valicando il ponte levatoio, parlavano come congiurati: Bisogna intitolargli una strada.

Ma le vie del paese erano tutte battezzate e non sarebbe stata tollerata un’altra sconsacrazione.

– Aspetteremo.

I nemici giurati dei «consorti», tanto sospettosi che parevano udire anche nascere l’erba, trapelato il proposito degl’intimi, una notte memorabile impiastrarono su i muri del paese un manifesto alla macchia, che fu tosto stracciato. Un collezionista di francobolli, a cui furon portati dei frammenti del manifesto incriminato, riuscì a ricostruirlo in parte e a decifrarne alcuni periodi: «L’ex-seminarista Michele Coppino erudito, letterato, sofista, chiarissimo, commendevolissimo, leccato, lambiccato, stiracchiato, dicitor d’artifizio… regio professore di regie lettere, nella regia Università di Torino, membro straordinario del Consiglio superiore della Pubblica Istruzione… sotto cui Romagnosi leggeva l’impetramento dei cuori… sofista…».

– Ma cosa è mai questa sofisticheria?

Sofista? Chi non è mai o difficilmente contento, che trova a ridire su ogni cosa, criticone: cavillare, cercare l’aspro nel liscio, cercare il pelo nell’uovo, fisicare sul sottile.

– Ma allora, ne abbiamo assai di quelli nostrali.

*

Con l’andare del tempo nel bosco borbonico fu fatto un taglio raso e il folto dei pini cadde come sotto l’uragano marino. Su quel terreno sorsero case e ville per tutta la lunghezza del viale dai monti al mare.

– Ricordate che qui, in questa casa, abitò ai tempi dei tempi, un ministro?

– Precisamente: Michele Coppino

Il viale, tutti consenzienti, fu battezzato col suo nome.

*

Non trovò contrasto veruno l’idea d’intitolare al maestro Giacomo Puccini, vivente, una via del vecchio paese. La scelta cadde su quella del Fabbretto, via chiassosa di popolo minuto, chiusa tra l’antico Monte di Pietà e i Macelli. La via non dispiacque al maestro il quale vi transitò spesso giocondo, riducendosi alla quiete di Torre del Lago.

Nei pressi della via Giacomo Puccini rumoreggia il vicolo Del Signore: non del Nostro Signore. Il Del Signore, ricco sfondato, comperò le catapecchie del Caruglio e da ravvilite di prezzo che erano le portò al cielo: su una fece murare la targa col suo nome.

– Dove abiti?

– Nelle case Del Signore.

– Povero cristo!

IL «VOLTO SANTO»

Nella calura di questo settembre torrido la cattedrale di San Martino sembra calcinata sul cielo incenerito. Un’ombra gigantesca s’abbatte sul piazzale, la investe di stupore lunare. Un cappuccino, sotto la spera del sole, avvampa come una terracotta. Sul saio, al posto del cuore, sanguina una croce entro un cerchio di stelle. Delle donnette scarne, invelate di nero, offrono candeli, che tengono affasciati sul petto. Sotto il porticato, dall’architrave, dalle tre porte dei teli rosso-granati avvampano l’ombre. La poveraglia ha accaparrato i posti migliori. Le scalinate del Monte di Pietà portano stampe di Goya sul piazzale. I colonnati vi mettono il Magnasco. La siccità ha messo su tutto, terra, cattedrale, alberi, cielo, i toni riarsi, tabaccosi dei due pittori vigorosi ed estremi.

*

Dal giorno in cui un paio di giovenchi indomi, aggiogati al timone d’un carro, su cui era caricato il simulacro del Volto Santo, sfrenati sulla spiaggia di Luni, si fermarono in Lucca:

O Lucca fra cento

te scelse il Signore,

qui si celebra in modo trionfale la festa della «Santa Croce».

Non v’è lucchese ben costumato che nei perigli non invochi: «O Santo Volto, ora m’aiuta!»

La scena leggendaria dell’arrivo del Volto Santo in Lucca è tramandata a noi dal fantasioso pennello dell’Aspertini, che spaziò sopra una vasta parete del San Frediano.

Leggende su leggende mettono un’aura di ardente mistero sulle vicende della Sacra Imagine.

La leggenda è la collaborazione di tutto un popolo e per il popolo diventa verità scritta. La cronologia, per distruggere la leggenda, s’allea talvolta alla matematica, calcola i secoli, addiziona gli anni degli imperi e dei reami, sostanzia di congetture e di dati le ipotesi, discarna all’osso, richiama al margine, dove il numero romano dà man forte a quello arabo, fa palpitare ovunque il sincopato delle abbreviazioni. Per fortuna della poesia e della fantasia, il popolo continua inebriato a cantare e a volare.

Analogie di concetto informativo e plastico si riscontrano tra la scultura e il legno del Volto Santo e certi Cristi dei primitivi spagnoli.

Forse un giorno il trivello del tarlo, che pertugia i cervelli insofferenti del vago, scoprirà dove, da chi e perchè fu scolpita l’Imagine. Ma nel cuore del popolo Essa resterà sempre l’opra di Nicodemo, il quale, imbalsamato il Divin Corpo dopo averlo deposto nel sepolcro, si accinse a ritrarne le divine sembianze. Essendosi egli addormentato durante il lavoro, ebbe, al suo risvegliarsi, a trovare i lineamenti di Lui condotti a termine da mano ultraterrena. In seguito l’Imagine, posta sopra un battello mandato da Dio dopo un viaggio meraviglioso, giunse, senza remi nè vele, da Giaffa al porto di Luni, donde fu dal vescovo lucchese Giovanni portata, per ispirazione divina, a Lucca.

Il popolo non fu pago della divina ispirazione che ebbe il vescovo Giovanni. Questo «fanto» (sulle spiagge della Lunigiana, ai tempi in cui vi fece approdo la miracolosa barca, si chiamavano così i fanciulli) ha voluto rimpolpare di sua fantasia l’ossatura della leggenda primitiva: i popoli rivieraschi, apuani caparbi e versiliesi testardi, vennero ad aspra contesa per il possesso della scultura miracolosa; prima che si spargesse sangue, si scese a patti di buona guerra. Si tolgano dalla stalla due giovenchi indomi, si ponga sopra una «mambrucca», – carro o plaustro, – la scultura e, dove i giovenchi si fermeranno, gli abitanti del luogo prescelto prenderanno possesso del Volto Santo.

I giovenchi, tragittato il piano di Luni, la piana della Versilia, valicato il monte Quiesa, salito un arduo ponte sotto le cui arcate il Serchio, fra olmi, frassini e pioppi, rompeva le sue acque spumanti contro mucchi di pietrame, percorsero con le ruote sonanti lo stradone di Sant’Anna e si fermarono in Lucca:

O Lucca fra cento

te scelse il Signore.

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Da quel giorno memorabile il Volto Santo ha avuto sempre in Lucca feste trionfali. Anche nei tempi delle calamità, delle carestie, della fame, quando la gente era ridotta allo stremo, ed esseri d’ogni condizione, insieme commisti dalle tristezze e dalle tribolazioni, vociavano verso il tempio, per ivi genuflettersi sui lastroni delle sepolture o invocavano con gli occhi affebbrati il lampo d’una estrema speranza: «O Volto Santo, or ci aiuta!».

Più tardi, narrano le storie, le feste del Volto Santo avevano forme e caratteri di feste nazionali, chè feste puramente civili erano allora ignorate, perchè i nostri padri erano avvezzi a confondere in uno stesso affetto l’Altare e la Patria, talchè non altrove decidevano, per ordinare le sorti della Patria, se non a piè degli Altari. Il segno di sudditanza o vassallaggio verso la suprema autorità politica o civile dello Stato lucchese consisteva appunto in un omaggio reso al Volto Santo. Era solenne decreto che ogni Comune o popolo della Repubblica, per le feste della Santa Croce, dovesse inviare un suo rappresentante e offrire al Volto Santo un cero semplice o fiorito.

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Anche ai tempi di Carlo Lodovico, duca di Lucca, benchè si approssimasse il tempo della rivoluzione (1845), al Volto Santo furono tributate feste trionfali: Carlo aveva dato freno al moto perpetuo che lo rodeva; l’angelica Maria Teresa di Savoia, inconsolabile consorte del duca, portò in quell’anno lo splendore della sua presenza sotto le volte della cattedrale.

Carlo, seguito dai ministri esteri e dello Stato, dall’autorità giudiziaria, dallo Stato Maggiore e da tutte le associazioni religiose, preceduto dalla Milizia urbana di ricca uniforme adorna e dalla truppa di linea, entrò nel tempio in gran tenuta, coperto del manto di Calatrava, rivolgendo ovunque il suo amabile sorriso a tutto il popolo affollato, su cui brillava anche lo sguardo religioso e pio, il sorriso di paradiso di Maria Teresa.

Il maestro Giovanni Pacini, l’immortale autore della Saffo, dirigeva una sua messa in quella solennità.

«Io, – egli narra, – mi stavo pertanto tranquillo e già tutti gli esecutori erano al loro posto, aspettando per dar principio l’arrivo delle loro Altezze Reali. Ecco che la Real Casa entra nel tempio e contemporaneamente giunge un ordine del Principe che ipso facto tutti i bandisti devono tornare al loro posto. La maggior parte di loro faceva parte della musica militare e io rimango coi soli violini, viole, contrabassi, un flauto e un corno».

Il maestro, con uno strattagemma degno del suo genio fiammante, si intese rapidamente con l’organista di cappella e i vuoti furono colmati dal frenetico galoppare delle dita sulla tastiera. La vasta concezione della partitura affascina lo stesso Principe e il popolo, in adorazione davanti l’imagine di Colui che tutto regge.

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Anche nei secoli remoti, quando dai monti e dal contado recarsi in Lucca non era agevole, al Volto Santo furono tributate feste memorabili. I pellegrini, lungo le vie che muovevano a Lucca, trovavano ricetto negli ospedali. Ve ne eran tanti di questi asili che, ovunque un pellegrino fosse stato colto dalla notte, non doveva correr molto per trovar l’albergo della carità. Ivi trovava chi, genuflessogli dinanzi, lavavagli umilmente i piedi; altri lo ristorava di cibo e ammannivagli il letto. Se il pellegrino, percorrendo sentieri mal tracciati, smarriva la via, poteva orientarsi al suono di una campana, posta sopra un castello elevato.

Da quel tempo, per i miracoli fatti, la statua del Volto Santo fu coperta d’oro. La figura, spoglia, mostra un saio con pieghe scavate e risolute; sull’anche scarnite è accappiata una corda, che scende a nodi sul corpo «scusso di carne»; sul capo balenante di umiltà gli fu posta una corona regale; i piedi stecchiti furono calzati in pantofole tempestate di pietre preziose. Chi osserva oggi l’Imagine, collocata entro un tempietto costruito dal Civitali nell’interno della cattedrale di San Martino, osserva che un piede è scalzo e la pantofola è immersa in calice d’oro. Vuole la leggenda che un povero tristo e meschino si recasse un giorno sotto il Volto Santo, si prostrasse ginocchioni sul pietrato: «O Santo Volto, or m’aiuta!». Il Santo gli gittò in elemosina la pantofola. Il povero, atterrito quasi, portò in sacrestia l’offerta del Padrone del mondo. Processionando in folla, preti, poveri e fedeli riportarono la pantofola al Santo, ma Egli gittò ancora la pantofola al povero. Così per tante volte: allora questa fu posta nel calice, che è collocato a’ piè della Croce.

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Il 14 settembre, per la Santa Croce tutto un popolo passa sotto l’Imagine e sono genti scese dalle Pizzorne, che risalgono la piana e vengono dal mare; il tempio è come sommerso in un pelago nero. La folla va ed esce a ondate; quando sfocia dalle porte sembra acqua che rompa improvvisamente le cateratte. Anche i giorni in cui il Volto Santo è occultato da un drappo di damasco su cui v’è ricamata la sua Imagine, intorno al tempietto stazionano povere anime in pena, che implorano trasumanate quasi: «O Santo Volto, or ci aiuta!». Donne, i cui figli sono alla perdizione del mare, donne i cui figli sono a repentaglio del male sulla dura terra. Il Volto Santo non è mai solo.

Anche sugli stendardi delle Confraternite della gente di mare è dipinto il Volto Santo. Il viandante, che all’alba nel primo giorno di novembre transitasse sulla spiaggia della Lucchesia, vedrebbe delle turbe inginocchiate sotto gli stendardi e il prete benedire lo sterminato cimitero senza tumoli nè croci. Sono le figlie, le madri, le vedove, i parenti dei marinai pericolanti nel pelago.

SAN BIAGIO

PROTETTORE DELLA GOLA

Oggi in Pietrasanta di Versilia, sotto la rossa torre di Donato Benti, c’è gran baldoria per la solennità di San Biagio, protettore della gola.

Non si creda che gl’impetuosi versiliesi invochino, oggi, una giornata di sole dichiarato. Per questa festa grande è preferito, invece, un tempo piovigginoso, perchè i balli all’aperto riescono più movimentati con schizzi d’acqua e di fango.

Dopo le funzioni solenni, il popolo si dà alla danza spiritata e ai peccati di gola: le tentazioni non mancano. Sui prati si strozzano galletti di primo canto e si accuorano agnelli di lana primaticcia, la mannaia e il ceppo fanno una loro danza particolare, le padelle sfrigolano aglio e rosmarino, l’olio bollente schizza. Il vino si sbotta al calcio di un albero e lo zipolo s’incanna a mescita perenne.

La folla vuol godere pienamente, e per godere pienamente ha bisogno di essere martirizzata: la piazza bolle come un gran caldaione e per mangiare è d’uopo farsi strippare.

*

A due tiri di schioppo da qui, sui clivi ceneri argènto, sotto gli uliveti, ci sono le famose osterie versiliesi: tavoloni da refettorio, panconi corali in cui anche un omo badiale può assidersi pacificamente, e l’oste con il cuore largo come una via maestra: pane di grano e di un giorno, vino d’uva e di un anno. Ma oggi la folla deve darsi, vicendevolmente, urti e spallate, e tutti insieme sergozzoni ai cavalli che il mercante di bordatino vuole istradare sulla piazza piena come un uovo. Lì pane integrale e vino di strizzo. I maligni, quelli non mancano mai, insinuano che quel che frigge in padella è gatto invece di abbacchio e che l’olio è rifritto, e nel vino c’è stato messo l’acido tartarico, ma tutti vogliono bollire nella medesima contentezza sgangherata.

Ha un bel da fare l’insinuante a mormorare che il ripieno dei tortelli è fatto di pancotto e cacio pecorino stantìo e che l’involucro si potrebbe paragonare al vaso di Pandora, ma così bene unti e incaciati di parmigiano scivolano giù per il canal della gola che è un piacere.

– E poi, se caso fosse vero, sono meno indigesti, – commenta un festaiuolo ottimista.

*

L’oste della taverna, nascosta tra gli olivi, tutto ieri, insieme alla sua legittima consorte, ha tritato carne di vitella e fegatelli di pollo e li ha amalgamati con cervello, bieta e ricotta, aromando il ripieno con erbucio e prezzemolo, e ha fatto il condimento con un cappone e un bel rocchio di girello. Il suolo di pasta per ravvolgerli lo ha spianato l’ostessa, e quante volte ha dipanato il suolo sulla spianatoia e quante volte lo ha aperto sul tavolo come una tovaglia di lino: Dio solo lo sa.

L’oste e la sua moglie hanno stordellato tutta la santa notte; la donna, a punta di forchetta, ha frangiato ogni tortello; ora son lì come tante coccarde di pasta frolla e dicono: «Mangiami, mangiami». Ma nessuno li degna, perchè tutti son là in fondo di piazza.

– Li guardi! – dice melanconico l’oste.

– Vogliono festeggiar la gola, e tutto gli ritornerà alla gola, – dice impermalita l’ostessa.

Giù, nel fondo di piazza, ci sembra la guerra. I palloncini di gomma lacca che la folla festevole lancia per aria sembrano bolle di vino sgallate dalle teste infiammate.

*

Memento homo: la gola, che non ha orecchie, non ode avvicinarsi la gotta dal piede elefantino: inguvia giù e spera in Dio.

La gotta si cura tappando la bocca. Ma la gola fa spalancar la bocca come un forno e l’acido urico s’accumula nel sangue e deposita nelle articolazioni.

E i rimedi?

Far voti a San Biagio? Forse a San Regolo.

Cardon, medico, matematico, chimico filosofo, letterato, dimenticava i dolori della gotta sprofondandosi tutto nella lettura di qualche libro. Gottosi, in biblioteca è il lenitivo.

Il taverniere che ha aperto rivendita sotto i tigli dirimpetto alla grande Alpe del Carchio, che oggi sembra un colossale triangolo di cacio trivellato dai topi, e al Gabberi, enorme boccale capovolto e coperto di una stoffa sottile di seta celeste, e alla Ceragiola, i cui ravaneti rossi precipitanti sembrano cascate di vino rovesciate sugli assetati, piglia per la gola i fiaschi e gli uomini che prima si pigliavano alla parola.

– Questo è dello Stinato.

– E questo è del monte di Ripa.

– Bianco delle Cinque Terre.

– Rosso della Maulina.

– Sveglia anche la Salamandrina, il rosso dello Scosciato.

– Chi l’assaggia ci ritorna.

Se un fiasco schizza rubini, l’altro lampeggia d’oro. A tal tentazione i «Sanbiagini», – chiamano così da queste parti i ghiotti, – fanno dei tagli, ma tristezze e guai son riservati a chi fa muovere guerra, dentro di sè, a un bianco e un nero.

*

Dopo aver celebrata la festa v’è chi passa la notte come nel pallone: posa col corpo, ma col capo cammina nei regni siderali e la mattina il capo pesa come il Mappamondo e i pensieri sembrano diventati ghiaiuottole di fiume. Tragittando il capo, da una spalla all’altra, sembra che questi diano di cozzo nelle tempie e le spacchino. Gli orecchi bugnano come conchiglie e portano il murmure del mare nella tazza del cranio. La Fata Morgana danza davanti gli occhi ottusi e tenta chiappare delle mosche impalpabili.

– Pensarci pria per non pentirsi dopo.

Ed entra in scena il medico: – Lei ieri è stato a San Biagio.

– Sì.

– Lei beve?

Il bevitore, il cui capo gira come una trottola, insinua:

– Beviamo tutti!

– Lo so, – commenta arguto il medico, – beve anche il prete all’altare.

– Già.

– O quanto ne ha bevuto ieri?

– Senta: combinai degli amici.

– Sì.

– Una parola tira l’altra.

– E con ciò?

– Si fece un fiasco.

– Poi?

– Poi c’incastrò dell’acqua…

– Meno male…

– …vite…

– Con l’uricemia ch’ella ha adosso?.. Doveva masticare anche un tralcio di vite.

– Veramente dell’uricemia me ne ha parlato lei, – dice mezzo intontito il «Sanbiagino».

– Tò, o bella. O non lo sente lei quel continuo morso di carne alla rota delle ginocchia?

– Veramente un limìo ce lo sento. Ma io ritenevo si trattasse di una cosa passeggiera… Una inquietuccioncella.

– Ma un uomo di una chiara intelligenza come la sua non potersi astenere: ne uccide più la gola che la spada! Ricorda il Vangelo?

– Sì.

*

Alla fiera di San Biagio ci sono anche i librai di Montereggio, quelli che sparpagliano i libri in tutto il mondo. Campanili di libri s’alzano sugli scaffali ambulanti: dalla Vita di Cipriano La Gala a quella del Passatore, dal Dante a Carolina Invernizio. Libri dei sogni e dei cuochi, del cielo e della terra, del paradiso e dell’inferno.

I librai sono dotti come gli scaffali.

Un «Sanbiagino» corpulento si accosta al banco.

– Desidera?

– Un libro.

– Questo è per lei!

– Troppa grazia…. – Si tratta di un tomo alto come un mattone di quarto: «Trattato di chimica, medicina, chirurgia, veterinaria, farmacia, storia naturale, botanica, fisica. Di Regin, Boisseau, Jourdan, Montgarni, Richard, Sanson e Dupuy. Ridotto ad uso degli italiani».

– Troppa roba… via.

– Ma lei ignora, signore, che Cardon dimenticava i dolori della gotta sprofondandosi tutto nella lettura?

– O chi glie lo ha detto che io sono afflitto dalla gotta?

– Tò! L’ha scritto in faccia.

– Io, per esempio, ci ho i miei dubbi.

– Ma il dubbio, caro signore, non distrugge la verità.

– La verità è senza varietà, caro signor libraio impaccioso.

– Ma, ottimo signor mio cliente, con la verità, lontani si va.

– Allora sappia, signor libraio impaccioso e impertinente, che «verità intempestiva è simile a bugia».

LA «RUOTA»

Oggi la pianura della Migliarina è stata in subbuglio. Sopra un’aia impietrata v’era come uno spettacolo a cui la gente accorreva dalle aie finitime.

Protagonisti: una bastarda di anni diciassette, un vecchio e una vecchia: marito e moglie senza prole, i quali, dodici anni fa, avevano rilevato, d’amore e d’accordo, la fanciulla dall’«Ospizio», e una donna fatta, di dilombamento marziale, che palcheggiando sul pietrato come una folle, asseriva d’essere la madre della bastardella e che era venuta per portarla seco.

La ragazza guardava malfidata la donna. I due vecchi l’avrebbero sbranata con gli occhi. La folla prese la parte dei vecchi.

– Se avevi cuore, non la portavi alla «Ruota».

*

Non è la ruota del supplizio.

Non è la ruota della fortuna.

Oggi la «Ruota», a cui accennava la folla con raccapriccio, non cigola più sul pernio. Transitando per le città medioevali, nei quartieri non ancora intaccati dal piccone, si scorgono certi tagli di finestre ad altezza d’uomo, al di là dei quali v’è una «Ruota» di legno partita a ventaglio. La finestra è oggi intelaiata da una croce fatta con due spranghe di ferro. Il casamento sul quale cigolava la «Ruota» era l’«Ospizio», che salvava dai gorghi e dalle gore tanti innocenti.

«La Ruota», macchina passiva nei suoi movimenti, tosto che v’era deposto l’innocente, con un colpo di mano la si faceva girare sul pernio; un campanello suonava in corte, e la conversa di servizio raccoglieva un figlio della vergogna o del peccato.

– Passaporto alla dissolutezza, – disse qualcuno.

E vi fu chi, il mostro, dal capo rotondo e dalle mandibole di legno, lo paragonò alla lupa dantesca:

Che mai non empie la bramosa voglia,

E dopo ‘l pasto ha più fame che pria.

E chi la definì: sentina di tutti i vizi, sorgente di tutti i delitti, strumento fattore di demoralizzazione.

– Se avevi cuore, non la portavi alla «Ruota», – urlava la folla con raccapriccio.

*

La donna, – la madre, – asseriva di aver messo al collo dell’innocente un abitino, quei due pezzetti di pannolano con la imagine della Madonna, per renderla riconoscitiva. E l’abitino fu trovato al collo dell’innocente.

– Sta a lei a decidersi, – dicevano i vecchi.

La ragazza guardava malfidata la donna che asseriva essere sua madre.

– Io non vi riconosco.

– E io ti dico che tu sei mia figlia e verrai tosto meco.

– Io?

– Sì!

– No!

E la madre e la figlia altercavano sull’aia al cospetto della folla che guardava attonita come a uno spettacolo.

– Son dieci anni che ti cerco!

– Non è vero!

– Tu verrai meco!

– Innanzi la morte!

– Via!

– Lasciatemi. M’avete fatto bastarda.

– Niuna madre partorisce bastardi. Via al momento.

Pareva che sul pietrato si rappresentasse il «maggio» della Bastarda ritrovata, e la folla ascoltava ammutolita.

*

La donna andava da giovane al «servizio». Scese dal piano di Solaio con le calze fatte di stame di pecora e un paio di scarpe a doppia suola e tutti chiodi sotto; il petto tondo lo costringeva al costato un busto con le stecche alte fino alle clavicole. L’anche erano strette da una gonnella di ghineone, sul capo aveva una pezzuola di mezzalana nera a fiori gialli.

Dopo una quindicina di giorni che s’era allogata, girottolò la città con le calze della padrona cicatrizzate dai rammendi. Trampolò su delle scarpe a punta col tacco a pero e si mise un abito di percalle celeste a palline rosse e si specchiava in tutte le vetrine. La domenica si frescheggiava nei giardinetti e faceva dei mazzetti di fiori insieme a un giovanotto ben portante. Chi era? Lei non lo seppe mai, nè prima nè dopo. È il solito ignoto che vanisce come un’ombra.

– Se torni a casa a quel modo, ti attacco la pelle a un gancio, – gli disse il padre prima che ella partisse per il servizio.

Ed ella, dopo aver messo l’abitino al collo dell’innocente, ritornò verso il suo paese al tempo della raccolta delle castagne e ridiscese al piano a primavera. E poi si perse là per le città assaettate.

*

La «Ruota» inghiottiva, passiva come un mostro di legno, gli innocenti: il tinnire di un campanello, un vagito soffocato dal contrasto della «Ruota» col muro, e: amen.

La «Ruota» girava nei sobborghi tenebrosi di Parigi e in altre centocinquantasei città della Francia, cigolò in Spagna e in Germania. Prima che la «Ruota» inghiottisse gli innocenti, questi venivano lasciati sui gradini delle chiese, sui cuscini delle erbe lattate dei pubblici giardini alla mercè dei paltonieri e degli stregoni, i quali, a queste creature, impiagavano le membra e slogavano gli arti perchè la orribile vista desse più frutto di elemosine. La «Ruota» fu nel tempo glorificata e maledetta, maledetta da Malthus, irritato quasi delle pietose cure, il vagheggiatore sinistro delle pestilenze ed epidemie provvidenziali, da Lord Brougham, dal barone di Watteville, e fu difesa da gente più umile e fu, finalmente, scardinata dal pernio, e venne l’ufficio di recezione.

Chi si avvicinava alla «Ruota»? L’ufficio di recezione, con la statistica impassibile, dà volto alle ombre: su 8oo esposti, 225 appartengono a operaie, 399 a domestiche, 97 a giornaliere, 4 ad artiste drammatiche, 40 a sconosciute, 35 a donne senza professione.

*

Anche la donna che sull’aia reclamava, col gesto e la voce, la sua figliola era stata una donna di servizio: quelle che è tanto difficile trovare oggi.

– Creda, è una disperazione, non si trova più una donna di servizio.

– Anche su per i monti le ragazze si fanno tagliare i capelli, s’allargano gli occhi, si strettiscono la bocca, si riducono le gambe come bacchette di tamburo, e sul loro petto par sia passata la pialla di San Giuseppe.

– Creda, è una bella vergogna.

*

La «Ruota» tragitta ancora nel capo del popolo. L’ordigno, che prendeva dalle mani della madre l’innocente e lo riduceva ignoto, è sotto il crocione di ferro che graticola la sinistra apertura ed è fermo sull’asse arrugginito; l’ufficio di recezione funziona, ma gl’innocenti sono ancora i figli della «Ruota».

– Se avevi cuore, non la portavi alla «Ruota».

Su questa Migliarina girano tante ruote, ma sono quelle sul cui vertice è ritto un contadino, e la spinge, e le dà movimento coi piedi; le ruote, a guisa di quelle dei molini, ingollano con le votazzole alternate l’acqua dei canali, su cui sono imperniate, e la rendono ai campi assetati.

L’uomo, ritto sulla ruota, visto sul fondo del cielo vi cammina e sta fermo.

Questi ordigni riportano il pensiero alla «Ruota», ai figli della «Ruota».

*

Su queste vie, larghe come i fossati, che il cielo imbianca come strade sotto il polverone, passavo un giorno, lontanissimo nella memoria, in compagnia di un giovanotto, il quale aveva una gamba e un braccio rattrappati, un occhio strabuzzato, dei denti felini e un pel gattino biondo su tutto il viso terragno. Studiava con me. L’amico vestiva di colore piombo, regatino al telaretto, e portava un berretto d’incerato su cui erano, in rosso, due lettere. P. V.

– È tanto tempo che mi scervello sulle iniziali che hai stampate sul berretto. Spiegamene il significato.

L’amico mi guardò umiliato.

– Sono ricoverato nell’Istituto dei Poveri Vecchi, – rispose.

Rimasi perplesso.

– Sono un figlio della «Ruota» – disse. – Nel girare, mi suppliziò il braccio e la gamba; per una quindicina d’anni mi tennero all’«Ospizio», poi, non avendomi reclamato nessuno, mi hanno passato nei Poveri Vecchi, e studio a spese del «Ritiro». Ho già fatto un paliotto d’altare per la cappella e ora sto facendo l’ingrandimento a sfumino del presidente del «Ritiro».

Dal taschino della giubba gli spuntava fuori lo sfumino di cartone rattorto e acuminato.

– Vedi, quando vedo quelle ruote mi viene in mente la mia «Ruota» del supplizio.

Tenebrato nel viso, tolse dal taschino lo sfumino: così celeste com’era sembrò una lama. Quando si fermò aveva gli occhi incorollati di sangue, e guardando la ruota, disse:

– Vigliacca!

*

– Se avevi cuore, non la portavi alla «Ruota».

– Mi avete reso bastarda.

– Niuna madre partorisce bastardi.

Tela.

SCARTABELLANDO L’ANAGRAFE

I nomi si logorano con l’uso tal quale le parole. Chi, qualche anno fa, voleva traghettare il lago di Massaciuccoli doveva imbarcarsi sopra un chiattino che veniva spinto dal remo di un barcaiolo che si chiamava Tiberio. L’unica cosa che spingeva il pensiero verso il Re di Alba era la possibilità di annegare: Tiberio era tanto logorato dall’uso del remo che sembrava d’essere con un’ombra sulla barca di Caronte.

Sfogliando queste lingue di gatto archiviate dentro certe stipe di cipresso, quanti Luigi vi capitano sotto gli occhi. Questo grande nome, dentro queste cantere si è logorato come quando il sapone è dimenticato nella tinozza colma d’acqua. Luigi, il Buono, il Germanico, d’Oltremare, l’Infingardo, Cuor di leone, il Santo, il Padre del popolo, il Giusto, il Prediletto, Luigi duca d’Orléans detto Egalité, decapitato. Nell’uso, questo bel nome, viene sovente decapitato: Gigi.

Giovanni. Quanti, Dio mio! Ghiaiottola di fiume ruzzolava tra ripe petrose che s’arrotonda nell’identità dell’uova sode. Giovanni Nepomuceno, Evangelista, Giovanni senza terra, Huss l’eresiarca, Giovanni il Buono, Re di Francia, Giovanni da Procida, Giovanni Pisano. Nell’uso questo nome viene sincopato: Gianni.

Nè meno sovente ci s’imbatte in Pompeo, nome spicciolato così alla buona. Pompeo, nome pesante, Pompeo l’uccisore del Re Giarba, colui che obbligò il Re Mitridate ad avvelenarsi, che fece prigioniero Aristobolo Re dei Giudei dopo aver soggiogato il Re Tigrane. La gente minuta spicciola questo bel nome con un: Pèo, quasi uno sbadiglio.

*

Mi è accaduto una volta sola d’incontrare il nome di Epaminonda: il Tebano. Epaminonda gagliardo di corpo, modesto, prudente, grave, saggio, agile, tollerante, cui nessun Tebano agguagliava nell’eloquenza, primo alla Rocca di Tebe, chi porterà il tuo nome a logorarsi per il mondo? Non mi fu difficile identificare colui a cui fu imposto il nome del Tebano. Egli è un pacifico lavoratore del marmo a cui per la espressione serafica e la barba fluente ben gli sarebbe convenuto il nome di Paolo il taciturno, perchè egli lavora e tace. Paolo il taciturno perchè vi sono dei Paolo impegnativi: Paolo terzo, e Paolo secondo, quello che concesse l’abito rosso ai Cardinali, Paolo Apostolo, Paolo primo imperatore di Russia, Paolo Veronese, Paolo Guinigi. Nell’uso questo nome sonoro si spicciola nel diminutivo Paolino, o sale nel controcanto: Sor Paolo; è sommamente difficile stare equilibrati su questo nome: o si scende o si sale, come sulle scale.

Un Dagoberto solo: Dagoberto Re di Francia. Quel Dagoberto ch’è qui nella stipe è forse oggi cittadino del cielo, chè tal nome più non s’ode proferire. Pochissimi Narciso, i quali prendono certo l’aire dal primo vanerello di se stesso. Ma di un Narciso, dotto di greco e di latino, il quale, per vicende della sorte incostante, s’era ridotto a gestire nel Castellare di Montramito una rivendita di vino, bisogna far verbo. Narciso del Castellare era basso e grasso come una botte: il vero ritratto della salute, ed era l’impresario di una festa che metteva in subbuglio tutte queste contrade: il volo dell’asino. Alla sommità del Castellare di Montramito veniva piantato un palo solidissimo e ci fermavano il capo di un canapo; l’altro capo lo legavano al calcio di un pioppo del piano; il ciuco, bendato e infioccato, se ne stava lassù, in cima, sotto un baldacchino dorato. Quando si approssimava l’ora del volo, sulla groppa dell’asino mettevano due grandi ali di cartone tutte infiorate, poi imbracavano la bestia e l’agganciavano al canapo e le davano l’aire tra gli urli della gente. Narciso, vanerello di se stesso, si specchiava nella tinozzella dove suoleva sciaguattare i bicchieri avvinati.

Era molto diffusa la superstizione, specialmente nella classe dei contadini, che se durante il volo l’asino ragliava quella sarebbe stata una buona annata e tutti erano allora allegri matti e pigliavano sbornie a refe nero. Ma se il ciuco non ragliava, tutti rimanevano mogi mogi e senza voglia di dire: «Ahi! è proprio vero che la contentezza o la scontentezza del cuore umano può dipendere anche da un raglio d’asino».

Narciso asseriva che anche Teofrasto era di questo parere.

*

Federigo, il più gran Federigo che abbia conosciuto io, – il grande amico Tozzi si chiamava Federico, – era un gobbo venditore di giornali e oggetti minuti sul canto della piazza Grande, il quale aveva contro i suoi tormentatori il furore di Federigo Barbarossa, specialmente se per ispregio lo chiamavano Ghiguccio, o Ghigo. Con quei diminutivi pareva che gli raccorciassero la statura, che era già così negligente. Per la superstizione che quelli un po’ curvi di spalle, – assai diffusa, – portino fortuna, quando il Federigo vendeva le cartelle della tombola tutto il paese assediava il suo chiosco. La sera il Federigo era sfinito: «Me ne potrei tenere un po’ per me della fortuna. Ma non sono ancora perduto». Federigo fu anche Lazzaro dell’amore: la sera quando tutto dorme, e dorme anche il creato, egli spasimava davanti a una finestra eternamente chiusa.

– Ma non sono ancora perduto, – urlava Ghiguccio riducendosi al chiosco.

Ghiguccio non si sentiva ancora perduto perchè era anche rabdomante e segnalava l’acqua di cielo e di terra.

Chi ha nome ha roba. Il nome bisogna lavorarlo come i bozzoli. Tu ti farai un nome e dopo gli altri lo mettono in uso e poi si logora e bisogna riconiarlo. Impara almeno a scrivere il tuo nome. I vecchi contadini firmavano con una croce. Quando erano in tanti a fare un contratto, in calce all’atto ci spuntava un piccolo cimitero.

A uno che aveva contravvenuto la legge fu detto dall’agente: «Datemi il vostro nome». Al che il censito rispose: «E se vi do il mio nome, come mi chiamerò io domani?»

I nomi vanno a raffiche come il vento. I nomi hanno le Epoche e le Ere. Ci sono certi punti fissi della storia rimarchevoli per qualche avvenimento memorabile in cui i nomi degli artefici sono come folati dal vento e si sparpagliano come le foglie nell’uragano: Annibale, Anchise, Cesare, Marco, Orazio, Americo, Omero, Dante, Virgilio, Costantino, Alessandro, Aristide, Pindaro, Romolo, Aristotele, sono secoli e secoli che camminano sulle spalle dei piccoli mortali.

Vi fu un’epoca verso il quarantotto, in cui, per far la nominazione sbrigativa, ricorrevano ai numeri: Primo, Secondo, Tersilio, Quarto, Quintilio, Sestilio, Settimo; ma la frenesia del nome augurale riprese subito il sopravvento e allora si complicò: Felice primo, Fortunato secondo: peggio che peggio. Un Felice primo finiva in un Asilo, e per un Fortunato secondo, all’atto di essere incassato, si accorsero d’aver fatto la cassa un palmo più corta e dovettero inzepparcelo a forza. Per amor del bel nome nessuno è fatto Papa o Imperatore.

Anche il popolo minuto studia sulle carte i nomi con cui battezzare i propri figli. L’aspirazione in tutti, al Sacro, all’Eroico, al Sacrificio, alle memorie patrie, alle favole mitologiche, ai capistipiti della Genesi, si palesa dai nomi dei propri discendenti.

I due figli di un fabbro barbuto come Vulcano, battitor di mazza e di ottave, si chiamavano, uno, il maggiore, Tubalcaino, – parente stretto di Caino, – il quale trova l’arte di lavorare il rame e il ferro; e l’altro Rutilio, tardo omaggio a Numanziano.

Molti Adamo, nessuna Eva. Una infinità di Abele, nessun Caino. Moltissimi Paride, altrettanti Enea, rarissimi Simone, non ispirati certo nè dal calzolaio Simon, il parigino che consegnò ai commissari della Convenzione il fanciullo Delfino, figlio del defunto Luigi XVI, nè dal primo Eresiarca Simon Mago, ma certo da Simeone che portò la croce.

I Settari sono quasi del tutto banditi, Cerinto, Imeneo, Fileto, Ebione, Carpocrate, Prodico, Cerdone, Marcione, Teodato, Eracleone, Bardesano, Seleuco, non compaiono mai sulle pergamene; v’appare una sola volta Ario Cirenaico, il più famoso.

*

In queste terre sono frequenti i nomi rinverditi dalle tragedie dell’Alfieri. Pilade, Oreste, Elettra, ce ne sono a iosa, Saul si è tramutato in Saulle. Bello o brutto che sia, tutti tengono al proprio nome che li ha, da ragazzi, portati a casa tante volte.

Guai serii possono derivare dall’oblio o dalla negligenza del proprio nome. Una notte, di rade stelle, fu trovato dagli agenti un uomo disteso in mal onesta positura sull’impietrato di un vicolo; l’uomo era sopraffatto dal vino. Interrogato chi fosse, non poteva declinare il proprio nome perchè lo aveva dimenticato.

– Possibil mai? – disse conturbato il più anziano degli agenti.

– Ho tanti pensieri per il capo, – rispose sbalordito l’uomo.

– Voi siete un otre di vino: date subito il vostro nome e cognome.

– L’ho sulla punta della lingua, ma non vuol venire.

– Allora venite voi con noi: al trotto.

Due ritardatari, conoscenti dell’arrestato, vedendolo portar via fecero le loro meraviglie ad alta voce:

– Cosa avrà commesso il Matteo Ramacciotti?…

– A proposito, – disse altero l’arrestato: – Io sono Matteo Ramacciotti del fu Donato, nato…

– Basta, basta, andate.

Molti, invece, ricordano, e sempre, prenome, nome, cognome e soprannome. Anche da questo eccesso di memoria possono accadere inconvenienti non trascurabili. Udite, era una notte piovorna e tuonava alla marina quando un signore (uno di quelli che ricordano sempre nome, prenome, cognome e soprannome) bussò alla porta di un albergo nel quale era rimasta libera soltanto una camera; l’albergatore, destatosi dal primo sonno, dalla finestra del secondo piano chiese chi fosse.

– Sono Biagio Francesco dei Pagani Cappellari detto Tagliarino.

– Mi dispiace, ma siete in troppi e qui non c’entrate, – e l’albergatore stangò la finestra.

VILLEGGIATURE DI ACCATTONI

Dopo questi monti neri d’abeti c’è il santuario di San Pellegrino e di San Bianco. Si dice che San Pellegrino mangiasse i lupini e San Bianco si contentasse delle guscie e albergassero in un castagno spolpato dalla saetta. Santi protettori dei poveri.

Ma gli accattoni, stretti parenti dei poveri, amano luoghi di cura in cui vadano i ricchi. Banditi dalle grandi stazioni climatiche, gli accattoni si son dati alla montagna dove ancora si può scorgere qualche cartello così concepito: «Bibite gratuite per i poveri. Bagni gratuiti per i poveri».

Su per una viottola di questa selva nera ho scorto un povero la cui fisionomia mi era nota; ma dove ripescarlo, così piccolo, nel mare magno della memoria?

– Cosa speculi per queste contrade?

– Cosa vuole; sotto gli archi, di queste stagioni ci si cuoce.

– E allora?

– Allora ci siamo buttati alla montagna, non la sente che arietta spira da queste parti? E poi la gente è di cuore come lei.

Eccolo pescato! Egli è l’accattone che sotto gli archi della cattedrale di San Martino in Lucca si duole a invernate: – Povertà non fa vergogna, è il vizio che fa vergogna e paura. Chi dona ai poveri fa capitale! Povertà non è vizio!

*

Un colletto di quelli che si suol chiamarli di andata e ritorno, con un cravattone a toppa, e un gileino verde tarantola, e delle scarpe smusate, ma lucide, mi avevano teso l’insidia. L’amico s’era anche sbarbato di fresco e insaponato i baffi e pettinato. Il cappello che teneva in mano aveva nel fondello un francobollo dorato. La carne digrassata, gli occhi schiariti, la voce argentina. Il birbo, senza essere stato sollecitato, ha detto che, sotto quel colle – là a levante – c’è uno stabilimento che dà ricetto ai poveri prima dell’alba, e che se uno vuole può anche rispulizzirsi gratuitamente. – Questi sono spogli che ho tenuto in serbo tutto l’inverno per venire a far la stagione da queste parti.

– Ma perchè non vai a San Pellegrino?

– Fo tanta penitenza durante il verno, giù sotto gli archi, che me ne faccio una rimessa per l’estate. Però, prima che raffreschi, vado anche là. Veramente per certi doloretti che sento qui alle giunture m’avrebbero fatto bene due bagni di mare, ma là son diventati rigorosi: la povertà è una cattiva compagnia. Ci avrebbe un diecino?

A cavalluccio a una colonnetta c’è un vecchio mendico il quale, come il diavolo si finse corriere, si è finto rivenditore ambulante. Dentro un ombrellino color rosa stinto c’è la sua mercanzia, aghi, ferretti, uncini, gomitoli, baruffi di refe.

– È venuto quassù per i dolori? – domanda astuto – perchè ci avrei un rimedio io, ma non ci facciamo vedere. – E, con ogni cautela, trae dalla tasca del gilè un astuccino di latta in cui v’è la statuina di piombo di Sant’Antonio da Padova.

– Passata due volte sulla parte infermata risana all’istante. Ma lei ha una salute che pare un leone. Ci ha punto un diecino?

– Il freddo di questi luoghi – dice il vecchio – mi stringe i panni addosso tanto più che io ero abituato a fare due bagni di mare. Ma ora laggiù non ci vogliono altro che ricchi sfondati. Però prima che il sole perda la sua forza una capatina la faccio anche là; coi primi di settembre il commercio ambulante è riaperto anche laggiù.

*

Dietro a dei signori bianchi come la neve va un accattone nero, ma sembra della comitiva, chiede con grande decoro senza lungagnate. Quando fa dietro fronte sembra che si sia stufato della compagnia. Fa una larga riverenza e dice il nome di coloro che ha lasciato e ne vanta l’animo e il cuore: – Tutti così ci vorrebbero i signori. La povertà allora sarebbe piacevole, una cosa allegra, una ricchezza! Ecco l’ha voluto sapere. Non mica quelli spilorcioni laggiù del mare che se non fosse salato se lo beverebbero anche. Vede per esempio, io ero abituato a far, tutti gli anni, due bagni di mare; o ci vada lei! Ma guardi, perda tutti e due gli occhi, prima che scappi l’estate ci vado anche dovessi finire in galera: mi dia un diecino, facciamola finita.

Sul costone di San Pellegrino da cui si spazia da monte Corno all’Elba ci sono abbiacchiti degli accattoni e tutti asseriscono di aver bisogno dei bagni di mare.

– Ma mirate là! – urla uno di loro – vedere tutta quella grazia di Dio e dover passare l’estate su per i monti come briganti!

– Chi disprezza il povero, disprezza Dio.

– E per me sarebbero manna le renature calde – dice uno che ha una gamba di legno.

– Se un povero fosse un chicco d’orzo, lo macinerebbero per farne rena.

– Lo darebbero per becchime ai polli.

Tutti insieme concludono: – Prima che scappi l’estate una capatina al mare ce la vogliam fare!

Dacchè sono state abolite le barriere daziarie è agevole agli accattoni introdursi nelle città sulle cui porte è scritto: «Proibito l’accattonaggio». L’accattarotto – genere d’accattoni schiumato – non è periferico; egli fa di volata i sobborghi e punta risolutamente al centro movimentato. Le guardie preposte al traffico, impalate sui quadrivi, non gl’incutono alcun timore. Le monture vistose di quelle che perlustrano gli danno un certo senso di tranquillità. Poi c’è l’arte d’accattare. L’accattonaggio è uno di quei reati che, come l’adulterio, se ne paga il fio se siamo colti in flagrante.

Vi è mai accaduto d’incontrare un uomo il quale conta delle monete spicciole sul palmo della mano dicendo: – Gua’ mi manca un diecino per andare a far colazione? – Novantanove su cento voi avete detto: – Eccolo, andate con Dio.

L’elemosina, dice il proverbio, non è di solo pane. Un accattone sfrontato vi ferma tagliandovi la strada: – Un diecino per l’amor di Dio.

La guardia che da tempo lo bracca sospettosa l’acciuffa gridandogli: – Negalo, sfacciatone!

– Nel nome di Dio lo nego.

– Signore, – dice contegnosa la guardia, – cosa le ha domandato?

– Le ore.

– Dio vel meriti

– Ma ti porto dentro ugualmente!

– Ne risponderai davanti al tribunal di Dio.

La prigione di Viareggio, antico forte della Repubblica lucchese, è alta trenta metri e l’aria la danno all’ultimo piano. Se non fosse luogo di vergogna e di paura si potrebbe chiamare il Belvedere. L’isola del Tino, la Capraia, la Gorgona, Monte Cristo, sembrano enormi celesti uccelli, – visti di lassù, – posati sul mare. Tutto il corso della Burlamacca sbisciante fino alla bocca del molo pare la spada di un arcangelo. I monticelli diminuiti, la città, enormi pavimenti di tegole rosse, e gli uomini degli insetti. Le monture e le mode si annientano. L’accattone che per disgrazia finisce la sua villeggiatura lassù, se è di cuore avventuroso può illudersi di essere albergato nelle soffitte dell’Hôtel Regina.

Quegli accattarotti che hanno la fortuna di svantaggiare per qualche giorno le guardie fanno le renature dalla parte del Balipedio, magnifica spiaggia deserta protetta dal tiro dei cannoni. Non ombrelloni zebrati si alzano sulla spiaggia di levante, qualche parapioggia nero sbrindellato è confitto sul sabbione e sotto v’è una cenciaia d’indumenti. L’uomo è là, al largo, con l’acqua fino alla gola, e se la gode, e ride come un tritone.

Se gli accattarotti si combinano in mare nel frattempo che sono in guazzo intavolano delle discussioni.

– È la medesima che cercare un cencio in mare, – dice uno.

– Cercare una persona per mare e per terra.

– In mare vietato volentieri si sguazza.

*

L’ultimo piano della Torre è visibile da ogni dove, la campana batte le ore.

– Uno, due, tre, – gli accattarotti contano i tocchi.

– È l’ora di andarci ad ingegnare.

– Il mare mette appetito; mangerei uno nel mezzo.

I poveri, parenti stretti degli accattoni, s’accampano più vicino al fosso-canale.

Quegli accattarotti che hanno la sventura di essere colti in flagrante dopo la villeggiatura alla Torre hanno la noia della traduzione. Come gli affanni non sono in fronte scritti, così i reati non sono scritti sulla giubba. Un accattone ammanettato può essere scambiato per un borsaiolo. L’accattone tiene alla sua reputazione. Mentre sul marciapiede della stazione attende il convoglio cellulare qualcuno gli chiede sommesso: – Ma cosa avete fatto?

– Ero venuto per fare due renature calde…

– Silenzio!

Il reato di competenza della pretura lo libera dal bagno penale. Anticamente i malfattori erano condannati a servire nei bagni pubblici: bagno penale.

– Ve la siete cavata col carcere sofferto. Un’altra volta i bagni fateli al vostro paese, o piegatevi a fare il bagnino.

– Non so nuotare

– Chi non sa nuotare non entri nel mare.

– Ma per imparare a nuotare bisogna entrare nel mare, e io nuoto in un mare di guai, e nessuno mi tira la corda.

– Scioglietelo.

LE «MACCHINE VOLANTI»

DI DUE SPIRITI BIZZARRI

Uno lo chiamavano «Zizzania» e l’altro «Bisunti». Entrambi conoscevano a memoria il poemetto di «Amarilli Etrusca», viaggio aerostatico ai pianeti.

Mentre il globo aereo innalzo,

mia caduta non pavento;

e col piè le vie del vento,

e le nubi calcherò.

D’altra forma è il globo sferico

che, vincendo sua natura,

lieve più dell’aria pura,

ove chieggo approderà.

Lucchese fu Teresa Bandettini, «Amarilli Etrusca», poetessa estemporanea d’ardente imaginativa, ammirata qual miracol nuovo, corteggiata quasi come decima musa dai due Pindemonte, Giovanni e Ippolito, dal Cesarotti, dal Bettinelli, dal Parini, dal Passeroni; lucchesi «Zizzania» e il «Bisunti». Il primo era della teoria del più pesante dell’aria, il secondo era della teoria del più leggero. «Zizzania» voleva approdare in seno a Febo, il «Bisunti» voleva approdare nel grembo a Selene.

Dal pianeta della terra

nella luna tragittar:

canto steso, che intonava il calzolaio «Bisunti», quando col martello batteva il cuoio sulla pietra per rinsaldarlo.

Un giorno lontanissimo degli ultimi anni dell’ottocento, il «Bisunti», affumicato un pezzo di vetro e guardato, traverso quello, il sole, disse al suo padrone che lo osservava stupito: – O ora o mai! – e tolti su una gavetta da soldati e un vecchio cannocchiale senza lenti si avviò verso il mare.

Sul monte Quiesa lo sorprese la notte; le nubi randagie passavano come vele di sulla luna in quindicesima: giù dal lago s’udiva il zampognare delle folaghe

Ma qual odo di zampogne

boschereccio inculto suono?

della luna forse sono

tutti i popoli pastor?

E tolto di tasca il vetro affumicato fissò la luna e disse: – O ora o mai!

La macchina volante, che il «Bisunti» aveva già tutta montata nel capo, per sollevarsi necessitava della distesa grandissima della spiaggia e del mare e doveva essere attrezzata di una corda della lunghezza dello spazio che separa la luna dalla terra.

Se è satellite la luna

della terra, ove siam noi,

debbon pure i figli suoi

a noi piccioli sembrar…

– Presta il mistero sarà svelato, – commentava il «Bisunti».

*

Sulla spiaggia di ponente, i funai, che nell’oprare camminano all’indietro come i granchi, ordivano canapi per bastimenti. La bionda canapa ricolta sull’asta sembrava nel sole una grande fiamma.

Il «Bisunti» li fissava estatico, e più estatico fissava le colossali matasse di corda già pronte per essere portate sulle navi in partenza.

Un giorno osò fare la domanda che da settimane gli rimaneva impeciata sulla lingua: – Se la mia domanda non v’attedia, quanto costerebbe un canapo lungo dalla terra alla luna?

Quella domanda segnò la fine della sua follìa in incognito. Dopo, egli, beffeggiato dai ragazzi, chiamava i loro padri: asini distinti. Ma non ristavano dal molestarlo.

Nella disperazione il «Bisunti» si attaccava a Galileo: – Anche Galileo fu sbeffato, ma poi? – e, centrandosi sopra il tacco di una scarpa, faceva una piroetta e urlava: – E pur si muove.

Con tal gente che folleggia

e l’umor tien della luna

far non vo’ dimora alcuna;

altro mondo vo’ cercar.

Una notte stellata il «Bisunti» vide come saldato sul monte di Quiesa il disco lunare. Il domani notte egli, attrezzato di tutto punto, gavetta, cannocchiale e un fagotto di panni, era sul crinale del monte su cui aveva veduto la sera avanti saldata la luna: – Un salto e là! – Ma l’astro d’argento, quella sera, pareva saldato sulle vette delle Pizzorne lontane lontane. Il domani notte il «Bisunti» s’inerpicò sulle Pizzorne; ma di là vide la luna saldata sugli Appennini. E il «Bisunti» corse e forse corre ancora, nel mondo di là, dietro al suo sogno.

*

Più complicato il macchinismo di «Zizzania»: aste d’ontano ricurve, teli e lenzuoli, ed eliche fatte con legno di faggio e spalmate di certe sostanze, chè il fuoco di Febo non facesse alla macchina ciò che fa il lume alle farfalle.

A «Zizzania», più che la distesa del mare conveniva la cima di un monte ripidissimo. Di lassù egli fissava Febo e, benchè spenti nel grand’arco del cielo dalla sua luce, «Zizzania» vedeva altri astri:

Forse son di Palla e Cerere

gli scoperti or or pianeti

che, vagando irrequieti,

vansi irati ad incontrar?

Sì, son dessi: io li ravviso,

qual li addita a noi il Germano

e l’Astronomo Sicano

che il loro corso misurò.

I monti, che visti da lontano sembrano ripidi e taglienti, avvicinandosi hanno vaste ondate e profondità di piane insospettate. «Zizzania» girò su pei monti per trovare quello da cui spiccare come un falcaccio il volo.

Ma non trovò mai la vetta che s’ergesse come una muraglia sull’abisso. E allora decise di montare sul tetto del casone, nel quale abitava, la sua macchina volante. E sul tetto, in compagnia dei rondoni, attrezzando l’ordigno, cantava:

Mia caduta non pavento;

e col piè le vie del vento,

e le nubi calcherò.

Negli orti sottostanti alla casa di «Zizzania» si vedevano sfaccendare le donne, ridotte dalla distanza piccole come uccelli posati sopra il verde delle insalate.

Di lassù egli vedeva anche la Cattedrale alabastrina di San Frediano, che ogni tanto pareva esplodere con tutte le statue: erano i colombi che ad armate vi volteggiavano sopra.

E da questa amena sede

quanto l’occhio intorno vede

dolce incanto tende al cor.

Una mattina di sole la macchina era sull’orlo del cornicione sotto cui erano aggrappati i nidi delle rondini. «Zizzania» v’era seduto sopra con il cipiglio di una divinità aerea.

I passanti s’eran tutti fermi a veder colui che con tanto ardimento s’era seduto sul precipizio. E «Zizzania» si gettò nel vuoto e si sfiaccolò sul selciato.

NELLA SVIZZERA TOSCANA

Questa torrida estate, dalle crepe della terra arsita, non hanno ancora messo fuori il capo certi serpentelli lucertiformi dal manto viperino che di solito, di questi tempi, strisciano sotto i mortellini lineanti i viali di questi colli ventilati.

Ne chiedo la ragione a un vecchio magnano che, uso al fuoco com’è, transita carico della bolgia, la valle ove grandeggiano il Ponte del Diavolo e il monte della Croce:

– Dov’è il Diavolo la Croce è vicina, – dice il magnano cennando il monte.

– O le serpi, quest’anno?

– Signore, la terra è onesta, se non dà oggi darà domani.

I magnani conoscono molti segreti. Dal vecchio ho saputo che nell’Apocalisse v’è dubbio se, quando il demonio s’incarna, prenda forma di serpe o di leone:

– Ma lei può andar tranquillo tra questi serpentelli, chè Iddio al serpente velenoso diè il sonaglio. – Ho appreso che il serpe non morde il dormiente, che se vuole entrare tra le anguille deve prima schizzare tutto il veleno. In Francia li chiamano anguille di bosco e se ne cibano anche.

Molte cose ho, appreso, ma non ho saputo perchè quest’anno non si sono ancora destati i serpentelli.

La terra polla acqua; sotto i rovi è tutto un bulicame. Qui l’acque scaturiscono bollendo, salate sulfuree fanno pensare a un certo che di inferno. Acque naturalmente medicate vanno per canalotti a stemperare quelle fredde del Camajone. Le virtù curative di queste sorgenti furono scoperte da pastori erranti con le lor greggi sui colli di Corsena: le pecore infermate dalla rogna venivano gettate nell’acque, allora appozzate, e dopo poche immersioni risanavano.

Subito si fantasticò sui miracoli di queste sorgenti e fu un correre di gente affebbrata da ogni dove. Si sa che il 3 aprile del 1291 la Società dei capitani di Corsena passò la proprietà del «Bagno caldo» a tal Puccio di Gallicano, fabbro della corte Balbanese, con l’obbligo di edificarvi un Ospizio per la cura gratuita delle acque ai poveri e un’alberghiera per i romei.

*

Ho preso stanza nell’alberghiera dei romei aggeggiata, oggi, a «pensione di famiglia». Giù, molto in giù, brontola il Camajone occultato da un’amorosa famiglia di piante, dall’abete alpino alla palma. I colli – «Qui tutto è fiamma e azzurro», come disse il Carducci – coronano l’alberghiera. Dirimpetto, rivestite d’ellere e di rose son le ville di don Leone e Fabrizio Ruspoli da cui a ore insolite s’odono strane voci come di maghi che parlano tedesco e con il loro vocione rintronano tutta la valle: è la radio. Quella del prete interviene dal colle vicino con accenti melodrammatici, un’altra radio, lontana lontana, sembra una raganella. E gli usignoli e il murmure della Lima e del Serchio?

Oh, come scorre limpido il Serchio, che strane canzoni

dicono al vento i platani!

come dai salti rossi, da’ folti canneti germoglia

il fior delle memorie!

Ispirazione carducciana ottocentesca.

E pò

la vacca fece un bò

e il lupo lo mangiò.

La vacca piangeva

e il lupo rideva.

Canzonetta di folclore. Adesso radio Napoli.

Anche la biblioteca della «pensione di famiglia» è ottocentesca; la rivista più recente è La palestra letteraria, artistico-scientifica diretta da Luigi Perelli, edita a spese e per opera d’una società di giovani azionisti-collaboratori, la quale vedeva la luce in Milano nel 1868. Poi, debitamente lavorata dai tarli, c’è l’Apocalisse «discifrata et esposta con dubii morali in ventitrè lettioni», e poi La frusta del Baretti.

Sopra la pensione sgorga l’acqua del San Giovanni, diuretica alcalina; la cannella getta perennemente «bibite gratuite», se ne può portare a casa dei fiaschi. Stamani di buon mattino ho veduto un tipo sospetto di bevitore di vino aggirarsi sospettoso intorno alla fonte con due fiaschi che ha empito quasi di trafugo.

– Galantuomo, sono per voi quei fiaschi? – gli ho chiesto.

– Sono per mia moglie. Io non me ne giovo, – ha risposto.

Ho chiesto al padrone della «pensione di famiglia»:

– Sor Cesare, li legge lei cotesti libri?

– Nooo, – ha risposto quasi offeso.

– O questa Frusta, per esempio, chi l’ha introdotta nella vostra pensione?

Il sor Cesare ha sorriso ambiguo mormorando: «La frusta… io conosco quella che do sulla schiena al mulo».

Il mistero della Frusta è stato chiarito stamani: un giovanotto ben portante, biondo, occhi azzurri, giacca malva, pantaloni bianchi, calze bianche, scarpe bianche, è salito trafelato dal «Ponte» ed ha chiesto ansante:

– Ieri sera ho lasciato qui la frusta.

– La frusta? Guardate giù nella stalla, – urla la padrona.

– Ma è un libro!

Il sor Cesare è salito ed è tosto ridisceso in sala con la Frusta.

– E pensare che si chiama come me, – ha detto il sor Cesare mentre il giovane garbato scendeva le scale.

– Mi pare un giovane garbato.

– Sì, ma i pittori son tutti matti.

– Ah quello è un pittore?

– Mi lasci pensare… novecentista. Può darsi?

*

Dunque dalla Frusta risulta che il Baretti fu ai Bagni di Lucca in lieta brigata d’ambo i sessi. Nessuno penserà che queste acque miracolose abbiano la virtù di curare le gambe di legno, quella povera gamba di legno del Baretti che sulle pagine della Frusta salta a destra e a manca e sempre cammina e mai si stanca «però si ferma quando un piè li manca». Qui ai bagni Aristarco Scannabue ci capitò con ambo le gambe e ben piantate, almeno pare da quella vita che egli confessa di averci trascorsa: «…ed io mi ricordo ancora con gusto che un mezzo secolo fa me la passavo molto lietamente a quei Bagni, mangiando, bevendo, e cantando, e ballando assai di giorno e di notte con amabili brigate di persone dell’uno e dell’altro sesso, dopo essere stato dalla virtù delle acque e de’ fanghi prestamente guarito d’una buona ferita fattami in un braccio da una bella schioppettata che ebbi l’onore di ricevere in Fiandra, quando seguivo le bandiere del famoso duca di Marlborough. Oh che bei tempi erano quelli, e che peccato che siano passati! Ma che ci fare!».

Ai tempi dell’irrequieto, impetuoso, indocile Aristarco Scannabue, il quale trovava cosa oscura e noiosa la Commedia di Dante, non era ancora passato di moda l’uso che il primo venerdì di marzo nelle piscine – destinate ai vari ordini di pazienti divisi in queste categorie: cavalieri e dame forestiere, cittadini e cittadine lucchesi, ebrei ed ebree… e servitori, – sebbene la stagione balneare non fosse ancora inaugurata, si facesse una gara di tuffo nelle acque, affermando una pia leggenda che nella notte innanzi un angelo le avesse benedette col remeggio delle nivee ali, come già la probatica piscina, dove si lavaron le pecore da sacrificarsi.

A intervalli, or brevi or lunghi, nelle storie o nel parlar figurato, le greggi ricorrono nella copiosa e ricca storia dei Bagni.

Dicono le minuziose storie di queste Terme che un dì, – remoto, – i mariti corressero… ben altri pericoli mandando le lor mogli sole ai bagni.

«Nell’estate del 1518 essendo andati alli Bagni alcuni nobili forestieri colle loro donne per valersi, secondo il solito, del benefizio di essi per conservazione della loro salute, un certo Bernardino del Colle ebbe ardire di entrare nei bagni delle donne, armata mano, mentre ignude erano in essi bagnandosi, e, spalleggiato da altri suoi seguaci armati, tentò di far violenza ad alcune di esse, ma corsi alle loro grida i mariti, non potè il temerario effettuare l’enorme suo intento, ma solo si satisfece di partirsi con le mani insanguinate…».

*

Come le serpi stanno, a tutt’oggi, nei loro pertugi riarsi così le donne stanno oggi nascoste entro la Grotta e quando escono sono imbacuccate tanto che si scorge loro appena la punta del naso e quelle che si bagnano a pila entrano in certe celle pulitissime, ma ergastolane, ed escono come incappucciate e sudano e sudano come statue di cera e quando mettono il capo fuori lo fanno con la prudenza delle serpi.

Gli uomini, – i semplicioni, – escono dall’altro braccio dello stabilimento sbuffando e condolendosi: – Mi pare di aver la testa di cera, – e si abbiacchiscono al sole come colossali statue di Medardo Rosso.

– Chi ha la testa di cera non stia al sole, – una vocina muliebre ha gridato così di sotto le gretole delle persiane della «pensione di famiglia».

Un campanello par che suoni a disgrazia. Tutti i dormienti sì destano di soprassalto. – Cosa succede? Un novello Bernardino del Colle insidia le mogli?

– A colazione, signori!

IL PONTE DEL DIAVOLO

Un tempo il diavolo doveva essere sempre attento verso quella parte dove si tentava un’impresa ardita, e, confessiamolo, là dove dicono abbia messo le mani lui gli edifici sono veramente superbi. Il diavolo, birbo, malizioso, sottile, l’architettore d’ogni nequizia, il gran vermo, nel 1101, quando la contessa Matilde per agevolare ai numerosi infermi di Lombardia il passaggio del Serchio onde essi potessero beneficiare delle salubri acque dei Bagni di Lucca volle costruito l’arditissimo ponte della Maddalena, fece un ricatto dell’architetto.

– Io ti do il mio aiuto, ma tu mi darai in guiderdone la prima anima che valichi il ponte.

L’architetto, San Giuliano, sitato il ferrigno della demonia sotto il tabarro del vagabondo, rispose:

– E la prima anima avrai.

Per alzare il quarto arco, il più superbo, sudarono tutti come diavoli, ma, benchè in giù ci vadano anche i ciocchi, San Giuliano tenne in sott’ordine lo strano aiutante perchè l’«amico» è sottile e fila grosso e giunto al vertice avrebbe potuto dire:

– Or fate da voi.

Murata la centina dell’ultimo archetto, San Giuliano di fondo al ponte aizzò un cane e poi gli tirò una stiacciata in vetta; il cane corse dietro e agguantò la stiacciata: il diavolo che stava di sotto a veder chi passava il primo subito gli dà addosso e quando trovò che era un cane, invece di un cristiano, lo prese, lo scaraventò con tanta rabbia in terra che sfondò e passò di sotto.

Per questa leggenda il popolo ha sconsacrato il Ponte della Maddalena dicendogli il Ponte del Diavolo. Questo ponte di pietre rampa coi suoi piloni a sperone sul greto del Serchio, nei giorni di piena l’ossatura ciclopica frange con grande fragore l’acque che precipitano sonanti dall’alpe: gigantesca scardazza ferrigna fissata alle due sponde. Nei giorni di secca il grande arco si raddoppia nel cristallo delle acque stagnanti ed apre un rosone vetrato di smeraldo e di cielo. Un «santissimo» par si elevi tra spelonche di monti. Fra tutte le memorie suscitate dal Ponte del Diavolo la più romantica è quella di Bianca Cappello che transitò nel dicembre del 1563 per quella via montana precipitante nella Lucchesia dai gioghi dell’alpe di San Pellegrino. Al fianco di quella donna si stringeva il suo trepido sposo Pietro Bonaventuri con lei fuggito da Venezia verso il miraggio di un eterno affetto.

Di qua e di là dal ponte son alberi ombrosi: sotto uno di questi, secolari e giganteschi, dalla ceppa cavernosa Enrico Heine dialogò col ramarro in presenza di un vecchio caprone dalla barba bianca che pasceva lì presso tutto solo: «La vera filosofia è una sola e questa è scritta in geroglifici eterni sulla mia coda».

*

Oggi salivo il colle del «Paretaio» da cui si spazia sulla Lima e sul Camajone: il fogliame dei castagni arabescava d’ombre la viottola rossa, quei geroglifici azzurri pareva racchiudessero arcane storie. Qui salirono Letizia e Paolina Bonaparte, Maria Teresa, Caterina di Savoia, la principessa di Capua, il principe di Metternich, il maresciallo Radetzky e l’ammiraglio Teghetoff. Fu su questo colle paradisiaco che l’acredine germanica di Enrico Heine si temperò all’atticismo. Il piccolo edificio che è in vetta al colle è oggi una rimescita di vino striscino e rutilante. L’oste del «Paretaio» parla di volpi insidiose, di lepri astute, d’uccelli d’ombroso augurio, falchi e gufi, di quaglie satolle e di pernici. Di quassù si domina anche un mondo crollato. L’«impero» si sgretola coi capitelli e gli steli delle colonne, i suoi colori gialli indiani e rossi terra son diventati avorio e rosa, le finestre si scardinano, nei parchi ombrosi c’è un chiacchierio fitto fitto d’uccelli; tutte le grandi ombre giacciono ora pietrificate sopra sarcofaghi ravvolte in grandi pieghe di dignità.

Sulle quattro pareti dell’osteria campeggiano le «Stagioni». Una carta geografica dell’Europa assai stagionata è sulla parete dirimpetto, sopra di essa vi è inquadrato un disegno a carboncino: «Progetto pel monumento a Enrico Heine ai Bagni di Lucca». E sotto: «Il colle Paretaio (Annunziata) trasformato in pubblico giardino. Schizzo di G. Simoni». Tra panchine e aiuole, palme e convolvoli, spicca il monumento del Grande ritto sopra un plinto; abbarbicate le braccia al tronco, la testa alteramente fissa verso il cucuzzolo del Rondinaio.

*

Sono legato a Enrico Heine da amorosi ricordi: fu proprio sotto questo costone che Ceccardo, il giorno di un’avventura eroica, gridò ai fedeli: «Heine e il rombo della gloria resta». Il nome allora mi era del tutto nuovo, ma se il «generale» l’aveva gridato in un impeto eroico doveva chiudere un comandamento e un destino. Più tardi a Parigi cercai la sua tomba nel cimitero di Montmartre; egli giace poco lontano da «madamigella Valéry»; il marmo al rigore delle nebbie e dei piovaschi è diventato color del piombo, tomba negletta, qualche fiore di latta su steli di fil di ferro. Tutto è opaco. Un pittore polacco mi tradusse quel che il Grande volle scritto sulla pietra: «O ch’io sia sepolto nel deserto o nel cuore di una città rumorosa son sicuro di avere sopra di me le stelle».

Qui le lucertole gli appresero che anche alcune pietre hanno sentimento e che respirano al lume di luna. Il giorno che il progetto dell’ignoto Simoni verrà iniziato cercheremo giù per la Lima, nelle notti di luna, quelle pietre che trasudano gelo e vi cementeremo la base perchè Heine, nelle notti silenziose, favelli con esse. Ma per innalzare sulla piccola acropoli del Paretaio il monumento al Grande è d’uopo scerpar selve, scassare declivi, pianeggiare dirupi aculeati di ginestre, il pietrame dovrà esser portato su a schiena d’uomo e a basta di mulo; speriamo che questa idea riquadri anche al diavolo e venga a dare una delle sue spallate decisive.

*

Sulle vie bollenti di sole zampano ombre di foglie celesti; un viandante affresca sotto una pezzuola il viso adusto e segaligno; la mano scarnita, asprita di unghie rapaci, si posa sopra un vettone di castagno; un camice tutto toppe, qua e là strapanato, scopre costole e pelle incuoiata; i piedi sbollentati battendo sollevano fumate. Lo sfondo è dominato dagli archi del Ponte del Diavolo: cinque portali d’oro s’aprono sul pietrame diaccio; il monte Brancoli per la croce sul vertice appare come la cuspide di una spettacolosa cattedrale. Penso se questo viandante sciamannato che arranca verso l’alpe di San Pellegrino fosse il diavolo in finzione di corriere. Un che di acre le sue carni incotte dal sole lo rendono, e il pizzicante fetore della groppa del becco esala dalla barba riccia. La tentazione di chiedere a questo sepolcro di carne e d’ossa una spallata per muovere i massi del Serchio e sollevarli sul colle del Paretaio a gloria di Heine mi assale.

*

L’architetto del Ponte del Diavolo, San Giuliano, lo spedaliere protettore dei viandanti, famoso fin dai tempi di Orlando e di Rinaldo per il suo Paternostro – «il beato messer Santo Giuliano venia dal monte Calvaro con la croce dell’oro in mano; allo scender di monte al piano trovò il serpente l’orso il lione…» – ha su queste vie tortuose delle pietre con su incisi epitaffi che ne esaltano il nome e i miracoli. Chi, ginocchioni davanti a esse, recita con devozione le orazioni scongiura le punture di spino e di lische di pesce e il morso delle serpi. Qui le serpi sbucano dappertutto: dai crepacci della terra gementi acque calde e fumo, dalla borraccina delle selve, dai poggi scoscesi, dalle catrafosse; di sotto le radiche degli alberi. In queste stagioni i botri e i bottacci da cui rampolla l’acqua del San Giovanni sono bollenti come caldaie e le serpi ivi nascoste anelano la frescura dei fiumi. Le vie bianche son vellutate di striature gialle e nere. Tanto ratte son le serpi che sembrano ombre fuggitive di lampi.

Il viandante ch’io supponevo fosse il diavolo, il quale sotto forma di mendico andasse, a tentare i romiti in vetta ai monti, al cospetto di una di queste lapidi si gettò carponi, umiliò la fronte nella polvere, si percosse il petto, annodò le mani e in estasi, come in delirio, recitò questa strana preghiera:

San Giulianu sutu o Munti

prima guardastivu li passi e poi li punti;

comu guardastivu a Nnoccu ed Elia

cusi guardati a nui pri mari e pri via;

si qualchiduno mi voli fari tortu

si facissi un cori d’omu mortu.

Invece del diavolo, il bestione di cento forme e parvenze a Dio ribelle, matricolato in furberia, era uno di quei poveri cristi che dalle parti basse d’Italia ascendono allo sperone d’Appennino dove si venera lo scheletro di San Pellegrino vestito da re con scettro e corona.

Tramezzo a questi veri pellegrini c’è anche frammischiato quella specie di diavolo dalla ghigna rinceppata, con la chitarra a tracolla e le storie dei cavalieri di Cristo inzeppate nelle tasche della giubba, un di quelli che fanno da ciechi davanti alle imagini sacre e che quando sono colti in fallo per gli occhi vispi e salati di volpe asseriscono d’essere stati miracolati e si ravvoltolano come ciuchi nel polverone urlando:

A Gesù Cristo mi sono raccomandato

che m’insegnasse un luogo prediletto

per far la penitenza al mio peccato.

L’Angel m’apparve e disse: «Pellegrino,

alla gran selva piglierai il cammino».

Se il diavolo transitando per queste contrade si decidesse a dare una spallata per la gloria di Enrico Heine gli si potrebbe promettere in guiderdone l’anima di uno di questi «arnesi». A cavarsi d’impaccio, a opera compiuta, ci penserebbe da sè. Quando il diavolo gli urlasse:

– Ehi, amico, sputa l’anima.

– L’anima? – griderebbe stupefatto l’«arnese». – Se ne trovi una timorata si fa a mezzo.

«L’AMICO VINCENZO MONTI»

Trascorreva l’anno 1898, quello funestato dalle rivolte della disperazione e della fame. Folle esagitate, attruppate dietro labari neri, percorrevano i paesi, stazionavano davanti ai forni e fischiando frantumavano la vetraglia; gli sporti si chiudevano, come sbatacchiati da una raffica di vento.

– Bianchiscono il pane macinando cornocchi di gran turco commisti ad ossa di bove!

– Gli danno il peso con polvere di marmo!

– Al Comune! Al Comune!

I sindaci, pallidi e convulsi, promettevano.

– Siamo stanchi di promesse.

– Ebbene, domani si aprirà lo «Spaccio Comunale».

– Bene!

*

Il Comune dette ordine immediato di requisire un forno, spento da tanti anni, lo fe’ dilezzolare, imbiancare, scialbare. Sulle cantonate del paese apparve un manifesto fresco d’inchiostro e che sapeva di petrolio, bianco e nero come gli avvisi funebri: «Cittadini! domani si aprirà lo «Spaccio Comunale», ognun vigili, ecc.». Non era ancora in circolazione la parola «calmiere», questa la si adoperava per significare che uno vedeva le cose con moderazione. La parola «spaccio» dette l’idea che si spacciasse per verace amistà.

Nel corso della notte un imbianchino, che sapeva anche disegnare lettere, scrisse, sopra un telo di cambrì, le parole magiche «Spaccio Comunale», e il telo intelaiato fu posto come insegna sul forno requisito.

La poveraglia s’affilò allo «Spaccio» come soglion far l’anguille di calata al focone acceso dal pescatore. Molta folla faceva comunella sulla «Piazza Grande», spiata dalle autorità arcigne e sospettose. Il rotolìo delle carra, sulle vie maestre, era ascoltato da gente pietrificata nello stupore:

– Che si tratti di colpi di cannone spenti dalla lontananza?

– Esplosione di ponti minati?

Tuoni, terribili tuoni, frantumavano il cielo dalla parte di ponente. Sulla Capraia balenava giallo.

– Saran tuoni?

– Sarà il cannone della Spezia? Il mare, franto e rinfranto dal libecciolo, accavallava tremiti su tremiti.

*

Il dietrostanza dello «Spaccio Comunale» diventò il ricettacolo di parecchi giovinastri che avevano il capo bollente come l’altana del forno; un di loro che si era scaltrito là per la Francia denominò il luogo: «Propugnacolo», benchè di bastioni, nel dietrostanza, ci fossero soltanto quelli di balle di fior di farina, ma il medesimo giovanotto asserì che queste, sulle barricate, attutiscono, attufano, e diacciano le palle di fucile. Un altro giovinotto, a cui la famiglia aveva inflitto gli studi, introdusse nel «Propugnacolo» un libro: Tragedie di Vincenzo Monti. Lo studente ragguagliò i compagni, tutti uomini di pena, che il Monti era nato là per la Romagna, in quella terra dove la gente è prima alle mani che alle parole.

– Tutti così bisognerebbe essere!

– Silenzio… – La ronda batteva il passo sul marciapiede dirimpetto.

Dunque questo tomo contiene tre tragedie: Aristodemo, Cajo Gracco, Galeotto Manfredi.

– I nomi son tutti belli!

Cominciò la lettura una sera che fuori faceva guasto l’uragano; una magnolia altissima dalle foglie zincate che ombrava l’orto, sotto il vento, crepitava come la fucileria. Gli ascoltatori parevano soldati di vedetta acquattati sopra una trincea spropositata chè le balle erano d’un quintale l’una. I lai dolorosi d’Aristodemo a Gonippo, le lunghe lamentazioni del visionario, i rimorsi:

– Ebben, che vuol mia figlia?

S’io la svenai, la piansi ancora. Non basta

per vendicarla?…

tediarono l’uditorio. Anche la disperazione di Aristodemo, che finalmente il condusse a darsi la morte sul sepolcro della trafitta, fu trovata esagerata.

– Giusto il castigo, trasmodata l’ambizione, abominevole il delitto, ma… ma per noi ci vuol altro…

– Udite?! Sparano in vetta al Gabberi.

– I colpi si avvicinano. Tirano alle porte del paese!

– Silenzio!

I bovi mansueti trainavano le carra del falasco sulle vie maestre.

L’argomento del Caio Gracco, letto con tono d’acredine, dal giovinetto studente, perchè egli andava matto per l’Aristodemo, riquadrò subito ai giovinastri: – Questa è roba per i nostri denti. – Spiegato che i liberti erano schiavi fatti liberi e che i tribuni eran gente di tribunale di quei tempi e che il Foro romano a quei tempi non era la tritumaglia d’oggidì, il giovanetto lesse il monologo di Cajo con voce bassa e cupa come parlano gli spettri sulle scene.

– Ho già capito l’arcano, – commentò uno. – Cajo è dei nostri.

L’apparizione di Fulvio con il suo parlare risoluto, esasperato, concitato, estremo, il suo odio pietrificato contro i patrizi, messe in secondo piano Cajo.

– Rileggi la scena

– Va, tel ripeto;

o tu non sei più Gracco, o tu deliri!

– No, l’altra!

– Stolto! alla sua morte ei corse.

M’è necessaria la sua testa. Un troppo

terribile segreto ella racchiude,

e demenza saria… Ma chi s’appressa?

Son tradito?…

– Chi sei? Parla!

Gli affamati di Numanzia, i quattrocento giovinetti di Luzia, con le monche mani sanguinanti ai genitor renduti, il cadavere di Tiberio gettato nel Tebro, passavano sulla bocca del forno come spettri d’Averno. Cajo, col suo filosofeggiare e non dar corso rapido all’azione, perdè terreno.

– Vedrai che per la sua perplessità gliene incoglierà male.

– In questo dono

ti riconosco, o madre. In questo colpo

riconosci tu il figlio.

Egli muore.

– Lo dicevo! Ma come! Avere alla portata di mano un uomo ferrato come Fulvio e condursi al punto di darsi da se medesimo la morte.

Comunque tutti si dolsero che questa tragedia non venisse mai rappresentata.

– Non è stata mai rappresentata?

– Mai e poi di là da mai. Lo asserì il mastrante che nell’altra stanza calciava il levame e un tombolo di pasta. Tutti tacquero perchè lui era capo delle comparse, e i cinque figli che aveva si chiamavano: Odissea, Desdemona, Valeriano, Valkiria, Macbeth; tutta gente, quella, di teatro schietto.

*

I tempi non si rischiaravano nè tanto nè poco; i giovinastri si divagavano leggendo il Cajo Gracco. Monti gli era ormai familiare: – Metti fuori il tomo dell’amico Vincenzo Monti.

Qualcuno dilatò: – Metti fuori il tomo del compagno Vincenzo Monti.

– Alto là! – riprese scettico lo studente, udendo quest’ultimo appellativo. – È acconcio sappiate che il Monti si voleva far frate e poi prete, ed ebbe il titolo d’abate, pur non vestendo l’abito ecclesiastico, e che in vita sua si tramescolò tra Curie, Sacrestie e Corti; oggi laudava i censiti, domani laudava i censori. Aveva, è vero, il capo pieno d’idee; come una zucca è piena di semi… ma… ma… era così. Un guindolo!

I giovinastri, a queste nuove, cascarono a pezzi; le loro anime parvero ingiuriate dai versi, e rimasero come coloro che sognando vedono.

– Come! il Monti, – i giovanotti cominciarono da quel giorno a sincopare, – il tuo Monti era un miserabile sì fatto?

– Gli uomini si pigliano alle parole e i cervi per le corna.

– Questa non l’avrei sospettata nemmeno nel libro dei sogni.

– Sui poeti, specialmente antichi, – disse lo studente scettico, – c’è da farci poco assegnamento.

– Tanto grasso e poca lana, come disse quello che tosava i porci. – E un altro! – sospirarono i giovani.

Avvenne che al forno fu assunto un mastrante cognominato come il poeta di Fusignano, il quale, più che appassionarsi alla lettura, smaniava sulla rettitudine civile del poeta omonimo. Perchè, egli asseriva che uno che aveva fatto gli studi lo aveva reso cognito che anche nella vita del Monti c’era un filo di logica… di elogica! Per queste discussioni molte tavolate di pane stralevarono, e ne fu sfornato di quello duro come mattoni.

– Quello che mi fa invelenire, – urlava infuocato il mastrante, – è il vostro orgoglio.

– Ma tu, di là, che ti riscaldi tanto, – gli urlavano irosi i giovinastri, – sei forse parente di lui?

– Capirete, – ammollava l’altro, – il ceppato è quello.

IL CUORE

Cuore di bue: si adopera qualche volta questa espressione parlando del volume enorme, straordinario, del cuore che risulta dall’ampliazione delle sue cavità e dallo spessore delle sue pareti. Tutte le espressioni inerenti al cuore, principale tra le viscere degli animali, avendo un puro significato simbolico, di un uomo di gran cuore si potrebbe dire: ha un cuore di bue. Ma i sapienti hanno ammonito che si può essere uomini di gran cuore pur avendolo piccolo come un gocciolone di sangue palpitante, onde: cuore a goccia.

Il cuore è situato in modo obliquo e a sinistra, muscolo impari di forma irregolare: obliquo, sinistro, impari, irregolare, aggettivi che turbano un uomo di cuore tenero. Il «Bisunti», calzolaio lunatico, giostrava un appacchiarello sul cuore al suo collega «Sgomento»: – Con un cor bello e con un cor netto si va in paradiso – ma, il «Bisunti», pronunziava svelto svelto le parole unendo il nome all’aggettivo, onde: – Con un corbello e con un cornetto si va in paradiso.

– O come si fa? – rispondeva l’altro stupito.

Cuore, parola consumata dall’uso come una moneta: – Avevo il cuore in bocca, ho il cuore nello zucchero, ha il cuore chiuso come una pina verde, ha il cuore come un crudino (quei pezzi di carbone refrattari alla cottura), ha sulla lingua quello che ha nel cuore, ha il cuore in mano, il cuore deve raffreddarsi prima di parlare con la mente…

Sovente i poeti parlano al loro cuore e onorano la principale tra le viscere degli animali di liriche e odi. Ma il pistoletto batte frenetico come se il poeta non cantasse per lui: il pistoletto entro le ventiquattro ore deve battere centomila volte nella parete di carne armata d’ossa, lavoro metodico e noioso che non consente nemmeno una requie, altrimenti: amen!

*

Seppi tardi che v’era un libro intitolato Il Cuore, che molti ragazzi lo conoscevano e che aveva fatto di molto bene.

– Ma di molto.

– Legga il Cuore.

– Quello strappa le lacrime anche agli assassini di macchia.

– Quando lo leggo in classe è un pianto generale dirotto.

– Il De Amicis è un uomo tutto cuore: ha un cuore come una rosa e le sue labbra proferiscono parole odorose.

– Comprate il Cuore a vostro figlio, – diceva il maestro a mia madre, la quale equivocando rispondeva ingrugnata: – Ne avrebbe bisogno.

Il Cuore me lo imprestò un amico il quale aveva finito gli studi; il padre, un negoziante di pane, per conservarglielo glielo aveva foderato di carta pecora: «Questo libro è particolarmente dedicato ai ragazzi delle scuole elementari i quali sono tra i nove e i tredici anni». «Il primo giorno di scuola» dette di cozzo nel ricordo ch’io avevo di quel giorno memorabile. Il collega dell’ottimo Perboni, il mio maestro, non essendo scapolo e privo di grattacapi della famiglia, alla prima negligenza che si commetteva, ci prendeva con due dita per il codizzolo dei capelli che spunta sotto il dente di Atlante e ci faceva vedere le stelle; alla recidiva ci pestava con un righello che aveva la diagonale d’ottone: – Ho un anno d’inferno davanti a me; ma qualcuno lo finisco. – La scuola era distante duecento braccia dal mare placido, la cantilena della maretta diceva: Venite, venite! L’ottimo Perboni dopo la refezione avrebbe messo per due la scolaresca e l’avrebbe condotta sul mare glauco. Quante volte invece il nostro maestro, nella giusta ira, urlava: – Vi piglio per le gambe e vi butto in mare. – Nelle scuole, sovente, gli scavezzacolli levano la mano agli alunni che starebbero bene dipinti sulle pagine del Cuore.

– Vi finisco!

– Signor maestro, li finisca.

*

A pezzi e a bocconi divorai il Cuore; gli ultimi capitoli li lessi nel Genovesato in una cameretta stretta come una cella dove ci sapeva di pece di bastimento; affacciandomi alla finestrella la scogliera sottostante pareva dire: – Se mai io sono sempre pronta. – Lessi il Cuore quando non avevo nè arte nè parte, sovente infastidito da una domanda tediosa: – Giovanotto, le carte! – Lo lessi quando mi frullava per il capo l’idea di fare il «sacco», vale a dire di farmi caricare nella stiva di un bastimento clandestinamente come un sacco ripieno di contrabbando. Lo meditai tra una folla esagitata che guardava i tetti e il selciato convulsa, con le teste mobili come bollenti entro un caldaione, nei giorni in cui par di gravitare con il peso di tutto il corpo verso quegli specchi di acqua madreperlati dalla lordura unta dove galleggiano, polpe, le carogne dei cani e dei gatti affogati con la corda al collo, quando siamo costretti a rasentare il muro per trovare ivi il controgenio all’attrazione dei fondali paurosi. La bontà di quel libro sguisciava sul mio cuore come una goccia di stagno fuso sopra il bronzo rovente. Su quel libro mi feci una buona reputazione delle scolaresche piemontesi.

Sopra un carretto di un ambulante tra varie calìe scòrsi un altro libro dell’autore del Cuore, Ai ragazzi: «Vi dicono studiate perchè la vostra è l’età felice e feconda nella quale prende la sua prima forma l’ingegno e in cui più facilmente tutto quello che entra nell’intelligenza discende e si stampa nell’anima per tutta la vita. Vi dicono studiate perchè tutte le cognizioni che si fissano ora nel vostro cervello formano come l’ordito sul quale dovete tessere più tardi». Chi sarà mai, pensavo, questo uomo che fa con tanta fede la controparte del male? In una taverna, da un vecchio amico, il quale era andato lì lì per addottorarsi, fui ragguagliato che questo autore aveva scritto anche dei libri per i grandi; ma l’amico, che si definiva egli stesso l’Antitutto, sentenziò che quei volumi erano perniciosi e che l’autore era un illuso. La cosa che più mi fece sorpresa fu l’asserzione:

– Io lo conoscevo bene.

L’Antitutto, colto da miopìa, pareva trapuntare con gli occhi tutta la sapienza nel corpo discarnato: – So tutto, non mi sfugge nulla. – L’Antitutto aveva conosciuto anche Federico Nietzsche quando il profeta abitò in Genova verso il Muraglione di Villetta di Negro dominato da un convento di monache sulla salita delle Battistine: – Il Visionario aveva gli occhi affebbrati, i baffi folti come una roccata, la fronte in alto rilievo sullo sfacelo del viso emunto. Quando la follìa vagabonda afferrava il Titano, egli passava come un’ombra tra i peschi della riviera, quasi che volesse tuffarsi nel mare.

Nietzsche, nome tagliente come una zolla insidrita dal gelo, difficile a pronunziarsi, ignoto alla nostra giovinezza. L’indomani l’Antitutto buttò sul tavolo della taverna l’Al di là del bene e del male: il cervello contro il Cuore. L’inesplicabile della filosofia nietzschiana, per noi, si schiariva al lampo abbagliante. «Al di là del bene e del male»: giallo teschio e nero.

Il cuore, quello che batte centomila volte al giorno sulla parete di carne armata d’ossa, per molto tempo non fu turbato nel suo lavoro; il cervello faceva le faville come la ruota dell’arrotino quando egli l’accocca col tagliolo – Noi siamo al di là del bene e del male! Qualche torbato cominciò a sorgere sulle macerie del nostro animo distrutto dai colpi a bruciapelo della filosofia di Nietzsche. Il Cuore veduto traverso le torcie a vento parve un libro condannato al rogo. Rileggendolo si provava il ribrezzo che dà lo sciroppo di zucchero spalmato sul baccalà col pesto d’aglio e peperone. Quando nacque la mia Ornella, nove mesi dopo la guerra, volli riassaggiare il giulebbe: il Cuore riletto dopo l’Al di là del bene e del male.

*

Uscivo sovente con l’Antitutto, il quale mi ragguagliava sui tempi passati e mi mostrava amorosamente i luoghi dove abitarono uomini di grande talento: Frate Oliviero, Guglielmo Boccanegra, il Duca De Ferrari, Byron, Mazzini, Nietzsche. Un giorno, sprofondati nei nostri ragionamenti, sfociammo sui quattro canti di Portoria, dirimpetto a quello sgricciolo di monumento a Balilla; la via XX Settembre non era stata ancora artefatta. Un andare e venire di folla a dritta e a manca congestionava l’arteria e le ramificazioni. L’Antitutto teneva per ciondolo alla catena un fischiettino di quelli di latta con la linguetta piatta e la coda arroncigliata, soffiando nel quale una pallina d’osso gli dava il zufolìo del rospo. L’Antitutto asseriva che se egli avesse dato fiato al fischietto tutta la gente si sarebbe arrestata all’istante come stregata. Il fischiettino rimase ciondoloni alla catena, ma la gente si fermò ugualmente sui quattro canti di Portoria e guardava tutta in un punto. Un signore alto, ben proporzionato, coi capelli candidi e ricciuti, con occhi pieni di languore guardava le strade che salivano, la gente che scendeva: così fermo come una statua sembrava molto più alto degli altri. I padri lo accennavano ai figli come il Santissimo. L’Antitutto, che era uno stronco d’uomo e si teneva su con un bastone, s’avvicinò all’uomo, lo guardò di sotto in su e cantò a gallo: «Edmondo.» De Amicis gli stese la mano affabile. L’Antitutto tenendo nella sua scarnata la mano grassoccia di De Amicis si voltò a me con l’aria di un padre infelice che mostri un suo figlio vegeto e florido: – Vedi questo?, – mi disse, – è De Amicis: quello del Cuore.

STORIA RECENTE

DI UN ARAZZO ANTICO

Molti ricordano che la notte del tredici dicembre del 1932 ignoti ladri rubarono in Camaiore, nell’Oratorio di San Michele, il celebre arazzo largo sei metri e alto quattro, uno dei bei saggi dell’arazzeria di fattura fiamminga dei primi anni del XVI secolo, rappresentante nel mezzo l’ultima Cena e ai lati la lavanda dei piedi e la cattura nell’Orto, le cui figure solenni e serene ricordano le tonalità e il segno di Giusto di Gand e del Van der Goes. E ognuno ricorda il doloroso stupore dei fedeli camaioresi quando, all’alba piovorna del 14 dicembre, s’accorsero che il pregevole arazzo era stato rubato dalla grande sala che vide i fasti camaioresi, come nel 1491 quando, per la prima venuta di Galeazzo di Giano, fu tutta addobbata di arazzi.

Ma non tutti ricordano che i ladri poterono penetrare nella ben guardata sala (guardata massimamente nella parte prospiciente alla piazzetta da un portone ferrato di spranghe e di catenacci) facendo uncino di un chiodo battuto sulle sonanti incudini di Gombitelli (paese fondato da una colonia di zingari chiodari provenienti da Mondovì) che, congegnato sulla cima di un canapo marinaresco, fu gettato sul tetto dell’Oratorio dalla parte remota delle «Sepolte vive». Su quel canapo disteso dalla terra al tetto ragnò un gigante, chiamato di soprannome Ezione, un demonio d’uomo alto più di due metri, che, arrotolato l’arazzo, se lo mise come Ercole alle spalle e sparì verso la marina. Ma, siccome anche i muri hanno orecchi per ascoltare e occhi per vedere, il dimane Ezione fu scoperto insieme col pregevole arazzo ch’egli aveva insellato tra le prunaie del Calambrone.

La negligenza dei custodi camaioresi fu punita con l’allontanamento dell’arazzo, il quale fino a qualche giorno fa è stato custodito nelle sale degli Uffizi di Firenze, e riparato dei guasti. Ma i camaioresi non potevano per un’audace impresa di ladroni ricusare alla legittima proprietà del celebre arazzo, e per dargli più degna e onorifica sede hanno trasformato le sale della Confraternita del SS. Sacramento in Museo d’arte sacra.

L’edificio della Confraternita del SS. Sacramento, interessante dal lato storico, è anche rimarchevole per le sobrie linee della sua architettura; armoniosi archi e pilastri di arenaria lo abbellano sullo sfondo vellutato delle gradevoli colline.

Nella sala centrale del nascente Museo d’arte sacra ritorna a un nuovo battesimo di luce una statua lignea della Madonna a grandezza naturale che, per la imperizia degli uomini e la semplicità dei custodi, era occultata da rozze vernici e da preziosi vestimenti e parati donati dalla sconsolata Maria Teresa duchessa di Lucca quando essa soggiornò alle Pianore, poco lungi da Camaiore. La statua, per la purezza delle linee, rintracciata con un sapiente e oculato restauro, è uno dei più bei lavori di quel genere d’intaglio.

È descrivibile la gioia con cui i camaioresi hanno accolto il ritorno dell’arazzo alla sua sede e la rivelazione della bellissima statua della Madonna portata qui dalla umiltà della Collegiata.

A grosso chiodo grosso martello: tra qualche settimana il pesante martello della Giustizia batterà sulla testa ferrata di Ezione e dei suoi complici ed egli sarà confitto per qualche tempo sul pancone di rude castagno a scontare il fio del sacrilego gesto. «Chi ferra inchioda, e chi cammina inciampa» è una frase di gergo per significare che a trafficare coi chiodi rattorti talvolta ci si trova ad annaspare nella tela di canapa ergastolana. A pochi è nota la risposta che un alacre bifolco, il quale sudava nei campi, dette a una comitiva della specie di quelle di Ezione. Disse la comitiva al bifolco, passando di sulla via rotabile: – Chi lavora ha una camicia e chi non lavora ne ha due. Perchè dunque, o povero bifolco, ti strapazzi tanto?

Rispose il bifolco: – Ma io lavoro per voialtri!

– Come?

– Semino canapa!

*

Pare che Ezione, se le dicerie del popolo camaiorese che io ho ascoltato con grande interesse sono vere, s’intendesse anche di quei chiodi metaforici tanto temuti dai trattori, mercanti e negozianti. Diceva il popolino che Ezione una mattina in cui egli si sentiva la gola arsa e non aveva un soldo in tasca entrò difilato in una drogheria e ordinò imperiosamente un cicchetto. Bevuto che ebbe, nemmeno il tempo di fare il calcolo mentale che Ezione era sparito. «Se paga, – pensò il droghiere, – io guadagno tre bicchierini. Quel gigante non l’ho mai veduto».

La seconda mattina eccoti di bel nuovo Ezione tutto ringalluzzito, disse quasi familiarmente: – Allora sei e uno sette. – Il droghiere più pacatamente pensò: «Se paga, guadagno cinque bicchierini io». Eccoti la terza mattina capita più disinvolto del solito Ezione e dimanda il solito bicchierino, lo beve e dice: -Allora otto e uno nove. – Ma questa volta il padrone gli serrò abilmente la via di uscita saltando fuori del banco e, sfoderando gli occhi freddi di un lupo, gli disse: – No: i bicchierini sono tre, ma pagali in contanti.

– Allora mi hai tentato una frode con raggiro per due mattine di seguito, – disse Ezione, e soggiunse: – Questa la pagherai cara.

Pare che un giorno Ezione, dopo aver diluviato in un’osteria periferica un’abbondante qualità di vino, chiamò il pacifico padrone grasso lardato, lo fece amichevolmente assidere alla mensa e poi, con tanta bonarietà nella voce e appioppandogli il tu fraterno, gli disse: – Senti, amico, saresti disposto a morire di fame per me?

– Io morire di fame per te? – chiese il padrone stupefatto.

– Sì, per me! E che male c’è? – ribattè Ezione.

– Che male c’è? – echeggiò cupo il padrone. -Ma io per te non farei nemmeno un digiuno.

– Allora nemmeno io per te, caro Nini, – disse Ezione dandosi alla fuga.

Il padrone svergognato urlò al fuggiasco:

– Questa la pagherai cara.

L’ultima il ciclopico Ezione la fece in una di queste osterie disperse nel pian di Conca: entrò, ordinò, mangiò, bevve, ribevve, tribevve, poi affabilmente dimandò il conto; il padrone stava scrivendolo sulla lavagnetta portatile quando Ezione lo trasformò dicendogli:

– Padrone, prima di portare il conto venga a portar via di tavola tutti i coltelli: lo faccio per suo bene.

– Grazie tanto – disse il padrone guardando con gli occhi melensi di un vitello quelli volpini di Ezione: – Grazie del riguardo… ma queste cose non usano più nemmeno a Gombitelli.

– Ma forse alludi ai chiodi? Guarda che ieri ne ho fatto uno io in persona proprio a Gombitelli – disse serio Ezione.

– Ma sul marmo o sull’incudine?

– Ora sei troppo curioso; dopo tutti i riguardi che ti ho avuto fai anche delle malignità. Guarda che è meglio essere forati da un chiodo che da un coltello.

– Non lo so – disse il padrone guardando supplice il cielo.

LA CORTE!…

Dunque anche Musolino degustò le caramelle dell’umile droghiere di Lucca. Sono grato all’ottimo amico A. G. Bianchi di avere illuminato i versi scritti da Giovanni Pascoli Virginibus puerisque. Sono moltissimi i sottintesi della poesia pascoliana che chi può e chi sa dovrebbe tosto schiarire. L’epoca, in cui si svolse, alle Assisi di Lucca, il processo celebre, io frequentavo i corsi comuni in quel Regio Istituto d’Arte «Augusto Passaglia». I pronostici sul mio avvenire di pittore non erano lieti perchè, con grande stupore dei miei maestri, frequentavo più le aule dei Tribunali e delle Corti che quelle dell’Istituto.

A quei tempi i processi avevano una sceneggiatura dimessa: rozzi i panconi sui quali si assidevano i prevenuti, stinto il panno verde sopra i banchi dei giudici, appannata la boccia dell’acqua sul tavolo della difesa, allumachita la toga del messo, stridula la sua voce: – La Corte!…

Sarà proprio bene che i giovani siano tenuti lontani da questi spettacoli? Oso avanzare i miei dubbi. Una cosa posso affermare con sicurezza: tutto il terrore che tentava incutermi mia madre, facendomi balenare leggi e castighi, rafforzato anche dal Tribunale di Dio davanti al quale si doveva comparire, ombre umiliate, non mi ha messo tanto gelo addosso come quando udivo nell’antisala del gabbione il cigolìo delle catene e vedevo poi i polsi del prevenuto risegolati, anchilosati e morelli.

Attesi con viva ansia il processo Musolino. Nel magnifico cortile del palazzo del governo stazionava una folla imponente: i testimoni e i fantasiosi costumi calabresi se ne stavano chiotti chiotti seduti sui gradini del monumento a Francesco Carrara: il nome di Stefano Zirilli, nemico acerrimo del bandito, e quello di Vincenzo Zoccali venivano sussurrati sommessamente.

Per una piccola porticina, aperta in un portone grandissimo, si accedeva nella sala d’udienza, la gente accalcata si strippava tra l’uscio e il muro, nella sala c’era la gente così fitta che le donne svenute rimanevano ritte impalate. Dopo molti riti entrò l’imputato: volto segaligno aquilino rapace! discretamente alto e scarno. Tutti gli sguardi lo trafiggevano ed egli pareva sentire sulla pelle come una serpigine d’aghi. Musolino si esprimeva bene in italiano. Egli stesso sollevò il primo incidente non procedurale, ma di psicologia e di estetica: «Signor presidente, voi mi avete portato su questo banco vestito degli abiti di un galeotto; vestito di questi panni io, per i signori giurati, debbo essere reo e assassino». L’interrogatorio fu scarno. La litania delle imputazioni lunga e terribile. L’imputato, come allucinato, narrò il sogno che lo condusse alla libertà, l’apparizione del Santo Giuseppe e dell’Angelo della innocenza: «Trivella l’impiantito della cella e sotto ci troverai una buca fonda, in essa ti calerai con fiducia e sotto troverai una strada oscura che ti porterà nel fondo di un bosco». Lui e Filastò, aiutati da Antonio Saraceno e Giuseppe Jurace, tutti condannati a trent’anni, a notte alta trivellarono l’ammattonato. Ma sotto non c’era la buca fonda, dal buco apparve un lembo di cielo stellato e il vento portò un profumo inebriante di bergamotto e tutta la Calabria apparve come in un sogno. Dopo tante ore di cammino da Montepolledro, oltre i piani di Aspromonte, giunse alle falde dell’Appennino Calabrese, e bussò come un pellegrino al convento di Polzi. S’inginocchiò sul primo gradino dell’altare e pregò, pregò, lungamente.

«Sunnu li rrosi e vonnu ‘mbrivirati,

e vù cù ll’aria sola vi nutriti

tanti sù li biddizzi chi ‘nd’avite

ca la mattina d’oru lu vostru paisi….»

«Son le rose che vogliono essere innaffiate – e voi con l’aria soltanto vi nutrite -; tante son le bellezze che avete – che la mattina quando vi alzate s’illumina d’oro tutto il paese». Così cantando, con la gola arsa, egli si precipita verso Catà: l’innamorata.

Dopo l’udienza l’imputato lo portarono via per la parte più remota del gran caseggiato. Una trappola gigantesca, trainata da una brenna sagginata, sparì dentro il chiostro di San Giorgio: la casa di pena.

*

Allora l’interno della «Casa» aggelava a vederlo: stiva petrosa sudante diaccio, carena di una nave «sfilata a acqua»; i galeotti passavano rapidi sui terrazzini come marinai comandati di guardia.

*

Qualcosa di nuovo è penetrato anche tra le nude muraglie dì San Giorgio: il cortile, allora umile cisterna coperta di cielo, è oggi bozzato di bianco e di giallo. Una bifora vi è stata dipinta nel mezzo coi finti archetti fioriti di capitelli, un cavaliere è effigiato in ampia parete, scabro ed estremo come un dipinto di Paolo Uccello. Una vasta sala per conferenze è in fondo al loggiato.

Nelle case di pena bisogna essere discreti come nei conventi delle «Sepolte vive». Oso: – Chi ha dipinto questo chiostro? – Il direttore mi sussurra il nome del dipintore.

– Come? Qui?…

– Sì!

Anche i detenuti, parlando, sono ornati e discreti.

– Questo deve scontare venticinque anni.

– Cosa hai fatto?

– Signore, sono stato imputato…

– Questo deve scontare trent’anni.

– E cosa hai commesso?

– Signore, sono stato imputato…

Piano piano la tanaglia dell’errore giudiziario vi stringe la fronte. Tutti, nessuno escluso, vi ripetono contriti e umiliati: – Sono stato imputato!

Anche il bandito d’Aspromonte fece tutta quell’ira di Dio, dopo la fuga, perchè asseriva di essere stato imputato innocente.

Il processo Musolino era terminato da qualche settimana quando al largo dell’estrema gettata dal molo di Viareggio apparve una torpediniera che con la fumata della ciminiera tingeva di carbonella il cielo lattato. Dato che ebbe fondo alle ancore, una barcaccia a vapore si partì dalle sue murate e si orientò verso il Canale. Tutto il corso del fosso era insolitamente vigilato da guardie e carabinieri; un forte drappello vigilava il ponte levatoio ove si ormeggiò la barcaccia. I curiosi e gli sfaccendati cominciarono ad accostarsi alle calate, i carabinieri li respingevano verso le darsene.

Improvvisamente di sotto il torrione della Principessa Matilde apparve in mezzo a un drappello di armati, un galeotto incatenato: – Musolino. La voce corse rapida nei borghi e nei carugli in pochi attimi, una massa di popolo minuto fe’ ressa intorno ai piloni del ponte levatoio. Avvenne un pigia pigia, un tira e molla tra carabinieri e popolo: tutti volevano vedere l’ultimo atto della tragedia. Il bandito rimase come disorientato; ai polsi, oltre alle catene, aveva ritorto un fagotto d’indumenti; nel trambusto, in un trabalzone inaspettato, gli cadde di capo il berretto, la folla se ne impadronì e si sbandò e fu un correre disordinato: il berretto pareva portato via da una raffica di vento, sopra le teste scalmanate. Tutti volevano provarselo: uomini e donne, vecchi e giovani; chi se lo ricalcava fin su gli orecchi e chi se lo poneva a sghimbescio e chi alla scrocca, i carabinieri lo inseguivano da una parte, ma il berretto riappariva da un’altra, sulla testa stranita di un uomo dall’espressione giovevole.

– Ben ti sta.

– A perfezione.

– Sarebbe proprio il tuo.

Osservando il tramutarsi improvviso delle teste sotto la sagoma del berretto greggio si era indotti a pensare che l’incidente a fondo estetico sollevato dal bandito alla prima udienza del suo processo non fosse privo di acume.

*

In uno dei nostri borghi si venera San Valentino ed è costume, nel giorno della Sagra del Santo, coprirsi il capo col berretto di lui conservato entro un reliquario di vetro. Sotto le volte del tempio, nella soffusione delle luci dorate, molte teste, che all’aria aperta son scabre e durissime, coperte della reliquia acquistano un certo che di divino. Così, in quel pomeriggio, a cagion del berretto di Musolino, alcuni marinari, onesti e leali, parvero galeotti evasi da Portolongone.

– I vestiti rifanno le stanghe!

– I vestiti rifanno le trava!

IL BOIA CHE CURAVA

IL MAL DI CAPO

Lucca giuridica, ai tempi del Ducato, aveva tutto: la Ruota criminale che nel suo frullone conteneva la pena di morte, da eseguirsi mediante una rudimentale ghigliottina che avevano costruito due dei suoi artigiani (istruiti dal fabbro meccanico Gherardi fiorentino), tali Giuseppe Ripari e Sante Maggini. In una specie di glorioso anfiteatro-piazza, S. Michele, con il bel loggiato del palazzo Pretorio, si montava il tristo ordigno oltramontano; c’eran un cappellano, per il tristo uffizio, di grande decoro, gli aiutanti, i birri, ma mancava il boia, onde un giorno il Duca, di umor faceto, commentò: – Insomma la ghigliottina senza boia è come macchina senza conduttore.

I cortigiani capirono l’antifona e si dettero a cercare un boia per mare e per terra. Perchè il Duca di Lucca, tutte le volte che qualche sciagurato doveva lasciare il capo sul palco dalle funeree braccia, doveva spendere un occhio.

*

Il Buongoverno fiorentino acconsentiva sì di mandare i suoi esecutori, i suoi birri, ma esigeva tali diritti di trasferta che la testa di un galeotto si poteva vendere a peso d’oro. Perchè non v’è da supporre che il mestiere del boia togliesse l’appetito. Quando questa tragica tribù, di boia e vice, scese in diligenza dalle vie di Serravalle per fare barba e capelli, in un colpo solo, all’accattarotto salernitano Pietro Pagano (il quale nella pineta di Viareggio aveva investito violentemente un suo compagno fornito di una borsa di denari e, dopo averlo tramortito di colpi, lo aveva appiccato ad un pino altissimo: e se n’era andato quando fu certo che l’amico era spirato e che soltanto i pini erano stati testimoni della sua vigliaccheria) i giustizieri fiorentini giunsero all’alba. E udite come l’aria fresca e il viaggio gli avevano aguzzato l’appetito: alle sette della mattina (giorno di magro) fecero una colazione di pesce lesso, ombrinotti, razza, naselli coi baffi, rombi e orate, bevvero in tre cinque fiaschi di vino, tre di dolce e due di amaro. La minuta del pranzo fu di pasta con l’acciugata e pesto d’aglio, e peperone, e basilico con cacio sardesco grattugiato sopra, pesce fritto, triglie di scoglio, acciughe, sogliole, sparnocchi, sorra tenera e ventresca con asparagi ed insalata scarola, e carciofini sott’olio, vino a ritrècini di molini, e non del peggiore. Il pranzo si chiuse con bottiglie di malaga seguite da una bottiglia di rhum Giamaica. È il caso di dire che agli effetti gastronomici quello del boia non era il peggiore dei mestieri.

Le vili milizie dei birri alloggiate in un albergo detto la Campana, le spese furono fatte senza risparmio, come si può vedere da una notula dell’oste Contrucci ove compariscono gli umidi e gli arrosti e i piccioni sulla gratella e la bottiglia di malaga oltre i fiaschi di vino nostrano.

All’ispettore di polizia fiorentino, che, mangiando, cucì a refe doppio uccellame con carne e polli, per gl’incomodi avuti, fu spedita una cassa d’olio sopraffino in terzini del valore di ottanta paoli. Per regalie e diritti di stola al curato di San Paolino, e una vettura per seguire il paziente dalle carceri al patibolo (nella ipotesi che le gambe non lo reggessero) l’Erario lucchese spese un mezzo patrimonio.

Alla resa dei conti fu presa in seria considerazione la questione di trovare un boia a disposizione del Ducato, tanto più che si vociferava, nelle sfere ufficiali poliziesche, che esistesse in Volterra un individuo disposto ad assumere quest’ufficio. Ma da ulteriori informazioni risultò essere costui un pezzo da catasta, da fuoco e da taglio, e non se ne fece di nulla.

Il ripetersi di queste gravezze condusse il Governo granducale ad accendere delle pratiche a Roma fra Giuseppe Graziani, console di Lucca, e Pietro Atticciati, capo degli agenti pontifici, i quali, a patti ben chiaramente stipulati, fecero una convenzione mediante cui un tal Tommaso Jona, col consenso del governatore di Roma, entrava come boia al servizio del Ducato di Lucca.

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Al Tommaso Jona lo stipendio cominciava a decorrere un mese prima dell’arrivo, a compenso delle spese che avrebbe dovuto incontrare nel viaggio. Di questo si preoccupò il Governo di Lucca consigliando il Tommaso Jona a fare il viaggio per mare informandosi se a Ostia o a Fiumicino fossero state all’ancoraggio delle barche viareggine; ma fu risposto al Governo di Lucca di non preoccuparsi, chè a trovare la strada di Lucca il boia avrebbe pensato da sè.

La questione del boia a Lucca coinvolgeva un complesso di motivi morali e finanziari difficile a superarsi. I lucchesi minuti, il popolino trito trito, i religiosi e i timorati, erano presi da ribrezzo a sentir nominare il boia. Per costruire una stanza all’esecutore di giustizia fu un affare serissimo. Il boia doveva avere l’alloggio gratuito, il Governo pensò di collocarlo nelle carceri, ma il direttore elevò le più rigorose proteste: – Si vide mai un gatto allogato insieme ai topi? – Nacque allora il progetto di fabbricargli una casetta nel recinto dello stesso penitenziario, all’estremità dell’orto dal lato delle mura, ma il progetto andò a monte per ragioni di economia e di prudenza: qualche sera il boia sarebbe stato lapidato in quella specie di canile. L’ultima idea, che poi fu messa in atto, fu quella di rendere abitabile per lui un casotto su di un baluardo delle mura, antica caserma dei bombardieri, sovrastante il quartiere più tumultuario della città detto il «Bastardo». Ma anche lì ci furono le fiere proteste del Conservatorio Luisa Carlotta, le cui educande, tutte vestite di bianco come colombelle, giuravano e spergiuravano che si sarebbero date alla più stretta clausura se il boia lo avessero allogato di rimpetto a loro, e molte caddero in deliquio soltanto a sentir pronunziare la parola boia. Il Governo pattuì con le suore superiori che il boia sarebbe uscito soltanto la notte per fare una piccola passeggiata sulle mura.

Quando Tommaso Jona venne a Lucca, la sua casetta sulle mura era pronta per ospitarlo. In che mese e in che giorno egli ne prendesse possesso non fu dato sapere a nessuno. A Lucca Tommaso Jona visse silenziosamente e appartato come un lebbroso nel suo casotto sulle mura fino all’alba del 1834, giorno in cui ci fu bisogno dell’opera sua.

In quell’anno un atroce delitto aveva contristato il cuore dei buoni e aveva provocato il massimo rigore della legge contro colui che l’aveva commesso. Autore del misfatto era Michele Petroni, di Colognora di Valdiroggio, che aveva avvelenato il padre e il fratello, e del secondo, parendogli poco concludente il tossico, fece strazio con una roncola e lo precipitò in un burrone. In quella occasione Tommaso Jona, per la sua fermezza, dimostrò che era superfluo ricorrere agli esperti fiorentini.

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Dopo aver servito con la massima sollecitudine e perizia per diversi anni il Governo di Lucca, l’inarrivabile Tommaso Jona chiese le dimissioni da esecutore, che furono dal Governo accettate, e in sua vece il 1° novembre del 1846, veniva nominato Benedetto Paltoni, di Reggio di Modena, dimorante in Francia. Ma per molto tempo non ci fu bisogno dell’opera del Paltoni: la macchina funesta rimaneva immagazzinata nelle carceri. Nel sobbollimento che preannunziava il ’48 la pena di morte fu abolita in Lucca; e un prete assai strano, Aliso Giambastiani, che s’intitolava il «Cappellano del popolo», ed era sempre l’auriga di tutte le dimostrazioni, temperamento eccitabile e sovreccitabile che terminò la sua vita al manicomio, condusse il popolo ad assaltare la ghigliottina, che fu fatta a pezzi, ed egli esultante, tratta dal fuoco la mannaia, rientrò in città col ferro sotto il braccio: dopo pochi giorni dall’accaduto, andò a Viareggio, noleggiò una barca, prese il largo e gettò la lama negli abissi del mare.

Il boia Paltoni, rimasto sospeso tra le alternative dei tempi, al magro pane dello stipendio di boia in aspettativa unì il companatico della medicina semplicista, facendo delle cartine, con certe erbe, che guarivano prodigiosamente il mal di capo. Tutto il contadiname, infermato al capo, correva al boia semplicista. Un padrone volle riprendere la folle fiducia di un suo mezzadro; ma s’ebbe questa risposta, chiara benchè in vernacolo lucchese: «Sor padron, ai dottori ni vado in sacca. Son istato dal boglia; s’un mi guarisce lù, non mi guarisce neanco Gesù».

GLI SCHIOPPI E L’OLIVO

Un mio amico, pittore dell’800 (spentosi serenamente con la divisa francescana dei «Poveri vecchi»), mi narrava, con certo orgoglio, di avere assistito, da giovinetto, alla esecuzione del ritratto che di Guerrazzi fece il Ciseri.

Quando io gli osservavo che il colorito di quel ritratto mi pareva un po’ «tinto», l’amico, più fanatico del Guerrazzi che del suo maestro di pittura, mi rispondeva: – Il Guerrazzi si tinse di rosso da giovinetto, e morì dipinto di quel colore. – L’amico parlava di simbolici colori, forse.

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Certo che Francesco Domenico Guerrazzi era acceso in volto quando, entrato in Lucca come governatore, disse ai suoi amici liberali, per scuotergli di su la giubba ogni idea di contagio amichevole: – Badate che io sono un liberale turco; – e diventò addirittura di lacca quando uno dei liberali della città dalle inespugnabili mura balbettò: – Io non divido le sue idee.

– Lasci perdere, – rispose asciutto il Guerrazzi, – si dividono le pere e le mele, non si dividono le idee.

All’inizio del 1849 Leopoldo II, come sospinto dai movimenti temporaleschi della Toscana, per la via di Siena, s’inoltrò nella Maremma, si fermò all’Alberese, proseguendo di poi per Porto Santo Stefano, da dove, dopo essersi bilanciato tra l’accedere alle proposte del Piemonte o il riparare a Gaeta, scivolò, zitto e cheto, verso il promontorio di Talamone. Una nave inglese lo imbarcò, e salpò per lidi ignoti. Il Parlamento di Firenze, a nome del popolo conferì allora i supremi poteri a un triumvirato composto del Guerrazzi, del Montanelli e del Mazzoni. Ai primi di aprile il Guerrazzi fu nominato dittatore.

Il pensiero e l’opera del Guerrazzi si volsero, in quei giorni, a debellare il De Laugier, che si trovava a Massa con le sue soldatesche ferme nella fede al Granduca. Il Guerrazzi si recò di persona (benchè poco militare) verso i luoghi di confine, ove l’azione militare avrebbe dovuto spiegarsi.

Il Guerrazzi entrò in Lucca assiso su di un regal cocchio, trainato da una pariglia di cavalli balzani, «balzan da tre, caval da re». Prese alloggio nel Palazzo Ducale, precisamente nell’appartamento abitato dalla Duchessa, e dormì nel letto di quest’ultima. A proposito di questo singolare giacimento, il Guerrazzi ci fa sapere che Garibaldi, in Velletri, allogatosi nel medesimo palazzo che aveva albergato il re Ferdinando, prima di coricarsi nel letto regale volle prendere un bagno. Quando Garibaldi fu nel bagno, dette in uno scoppio di risa; il trombettiere ai suoi servigi gli dimandò la ragione di quella allegrezza: l’unica camicia che Garibaldi possedeva era caduta nella tinozza. Il «tromba» si ricordò di possedere la camicia di un frate agostiniano, trovata nel convento di Palestrina. A quel modo Garibaldi – conclude il Guerrazzi – potè adagiarsi nel letto di un Re con la camicia di un frate.

La sera, il Guerrazzi, alle ore sette offrì un pranzo di venti coperti alle notabilità del Governo e del paese. Al mattino partì per Camaiore in una carrozza di Corte, scortata da una pattuglia di soldati, e prese alloggio nel palazzo dei Borboni che, con le sue alte finestre, occhieggia verso il mare e la Fossa dell’Abate.

Gli ordini ricevuti dai soldati del Governo Provvisorio non erano così terribili come poteva farlo sospettare il cipiglio del Guerrazzi: «Procedere a schioppo carico, con ramoscelli di olivo piantati nella bocca del medesimo e sui caschi; dove avessero incontrato resistenza, fossero andati innanzi, domandato se, per la empietà di un uomo, i fratelli dovessero trucidare i fratelli». Il Guerrazzi esultò nell’apprendere che gl’«ingannati», appena seppero che dalla parte di San Quirico si avvicinava, con i suoi uomini, il generale del Governo Provvisorio D’Apice, protestarono che non intendevano combattere contro i loro concittadini, onde da Montemagno ripiegarono sopra Pietrasanta e, in virtù delle medesime disposizioni d’animo, l’ala destra dei soldati del Governo Provvisorio aveva occupato Viareggio.

Da Camaiore il Guerrazzi lanciava il seguente manifesto: «Il Governo, nelle cui mani fu confidata la rappresentanza del popolo, sa mantenersi all’altezza del suo mandato; non ricorda le ingiurie disoneste ed ingiuste di cui era posto segno nei tempi passati; e, se le ricorda, le perdona. Come vinse i suoi nemici armati, con fronde d’olivo, così egli intende vincere i suoi detrattori con la persuasione e con la magnanimità».

Il Guerrazzi, reduce da Camaiore, ritornava in Lucca. Il secondo ingresso in Lucca (descritto da un libello dell’epoca) avvenne con sfarzo maggiore dei primo; sei cavalli rabicani erano attaccati alla carrozza su cui stava, seduto col bel garbo, il Guerrazzi che, acceso di colore al transito della porta aperta nelle inespugnabili mura, assunse il pallore del Còrso man mano che, per le vie anguste e serpiginose, si avvicinava alla piazza Napoleone, dove aveva sede il Governo Provvisorio. Qualcuno del popolino minuto, che aveva visto il Guerrazzi, al transito della porta, rosso fiammato, e lo rivide sul portale del palazzo: «Andava pettoruto in lunga veste – tenea la vita indietro, alta la testa – pallido in volto», maliziosamente, di poi, cantò nei carnevalini che si facevano intorno agli alberi della libertà:

Se dentro Lucca ci fosse un pittore,

le ragazzine, ‘un ci sarebbe un male,

se col pennello gli dasse il colore.

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Certo con l’acerbo pallore della morte, alcuni mesi dopo, il Guerrazzi, dalla cella di un tenebroso carcere, scrisse:

«Me accusano di tradimento, e tale apposero accusa anche a Focione; e condottolo a bere la cicuta, i suoi nemici non riputarono averne vittoria intera finchè non fecero decretare che il suo corpo fosse gittato fuori dei confini dell’Attica e nessuno Ateniese si attentasse a somministrare fuoco per i suoi funerali. Nessuno dei suoi amici ardì toccare il cadavere. Solo un certo Conopione, uomo plebeo, notte tempo, recatoselo sulle spalle, lo trasportò al di sopra di Eleusina, e, tolto il fuoco dal territorio di Megara, abbruciollo. Una donna megarese, assistendo ai funerali, formò un tumolo vuoto e versovvi sopra i libamenti; e, postesi le ossa in seno, portossele a casa, e le seppellì accanto al focolare. In due cose soltanto io presumo paragonarmi a Focione: nello amore della temperanza e della giustizia, e nei patimenti di persecuzione acerbissima; anzi, se bene io considero, nei patimenti, parmi superarlo d’assai, imperciocchè la morte sia termine di tutta angoscia e rivendicazione di vera libertà; ma io sento da oltre due anni il sepolcro, e nonostante vivo.»

E a un certo punto di questa Apologia, scritta da lui medesimo, il Guerrazzi ammonisce i suoi giudici: «Tal volta feci procedere i soldati a schioppo carico, ma con ramoscelli di olivo piantati nella bocca del medesimo».

LA SECONDA MORTE

DI ELVIRA DI BORBONE

La prima morte la colse nel tardo settembre del 1896 all’età di ventiquattro anni: bella, dell’avvincente bellezza delle donne spagnole, slanciata come una figura di Goya, Ella aveva del moresco: i grandissimi occhi neri languidi staccavano sul pallore cereo del viso ovale; la principessa Elvira soleva ravvolgersi il capo entro uno scialle bianco screziato di trine e gli occhi balelanti parevano due rondini posate su una rappa di biancospino. Della principessa s’invaghì il pittore Folchi: il trepido cuore della principessa cedè alle lusinghe del cuore. Una notte di luna, che empiva d’ombre e di stupore il gran viale del parco, Ella, progenie di Re, si abbandonò alle peripezie della vita normale. All’alba, Don Carlos di Borbone, il padre, annunziò ai fidi la morte della figlia Elvira.

E per Lui fu morta quel giorno!

Dopo trentaquattro anni la morte le ha sigillato i begli occhi con un sospiro di sorella.

Trentaquattro anni travagliati: il pittore Folchi aveva moglie e figli, ne riebbe quattro dalla principessa. La coppia vagò smarrita l’Europa. La principessa provò anche l’angoscia dell’abbandono, il lento lavorìo della tisi!

Assistita dalla sorella Beatrice Massimo, Ella è spirata in una casa di salute in Parigi tumultuante.

Il bel corpo, che tragittò il parco agitato dall’inquieta trepidazione della fuga, ritorna alleggerito, sotto la vaga modellazione dei patimenti, come un sarcofago. Intorno all’ombra purificata dalla morte, su cui si alzerà la rustica croce dei frati Santo Francesco, saranno principi e principesse di mezza Europa. Elvira di Borbone sarà tumulata nella Cappella regale, nel mezzo al gran parco abbandonato.

Le tombe dei Borboni sono, una sull’altra, spaziate da bei lastroni di marmo nel breve ambito della cappella, occultate da una tenda di broccato rosso granato, che scende su di una porta pesante di castagno. Una bifora alta vetriata di lastre smerigliate filtra una luce argentata. Dalle pinete imminenti viene l’odore della ragia di pino, acre come la torcia a vento. Qui riposano la madre, S. A. R. Margherita Duchessa di Madrid nata a Lucca il 1° gennaio 1847 e morta a Viareggio il 29 giugno 1893; Enrico di Borbone conte di Bardi, S. A. R. Maria Pia di Borbone duchessa di Parma, S. A. R. Augusto di Borbone principe di Parma, S. A. R. Roberto di Borbone Duca di Parma, Piacenza e Guastalla, e Immacolata Anastasia, Augusto, Ferdinando, principi di Parma, Carlo III ucciso a Parma nel 1854; il figlio di Maria Teresa, la Santa, il cui corpo, vestito dell’abito domenicano, fu per volontà di lei trasportato a Roma e sepolto nella Cappella dei domenicani al Verano. È qui invece composto entro sarcofago di statuario il padre del Duca di Parma, Carlo Lodovico di Borbone, Duca di Lucca e Vienna. Dal giorno della fuga di donna Elvira, sul castello dei Borboni che guarda con le cento finestre la spiaggia dal Gombo, si abbattè come un lutto grande.

Nel parco crebbero le malerbe, coprirono le vasche, occultarono i vialetti argentati di ghiaina che riducevano sotto l’ombre fosche degli abeti; due colossali platani centenari, non più potati, allungarono le braccia nocchiute nel cielo; su quei due paretai naturali si posava l’uccellame che aveva tragittato l’oceano: l’arcano silenzio era rotto dal roco crocitare di volatili strani. Il parco «bandito» vegetò a guisa di una foresta tropicale. Se qualche raro visitatore penetrava nella Cappella regale, sempre vuota, alitante il chiuso, sentiva sotto i suoi piedi risuonare il boato delle tombe come campane d’argento e gli rispondevano quelle d’oro occultate dalla volta stellata. I nomi scolpiti sui lastroni colmati d’oro di zecchino lucevano come illuminati dall’interno delle tombe. La figura statuaria del Duca di Parma, reclinata sull’omero, coperta dell’ermellino partito in pieghe di grande dignità pareva sollevata da un vasto sospiro.

Nel parco squallido erano passati aloni di sogno. La duchessa di Madrid Margherita di Borbone incedeva maestosa: il taglio ardito del suo profilo intrepido non risentiva della soavità dei riti che ivi si consumavano. Ella indossava, di consueto, un abito di trine di seta cruda, un ricamo di travertino sopra un corpo bene architettato. Don Carlos di Borbone, pretendente al trono di Spagna, maschia figura di gentiluomo, di guerriero e di Re, alto circa due metri, incuteva subito rispetto per l’imponenza della statura: ben proporzionato di membra, chiuso nella divisa nera aderente al bel corpo, come la scorza sul tronco di un albero, coi gambali e gli speroni, si attagliava bene in una sagoma del Bronzino: la testa eretta sul collo gagliardo era intrepida con gli occhi velati di languori: occhi vivi, umani, penetranti, pieni di fatalità; la barba Egli aveva nerissima e lucida come l’ebano, ben ravviata, ma intonsa; la «boina» carlista, specie di berretto basco, che Egli portava lievemente inclinata, velava di celeste la carnagione d’avorio e gli occhi alabastrati; le mani solide e muliebri abitualmente vessavano una i guanti e l’altra l’elsa della spada intarsiata d’avorio. Quando Don Carlos saliva a cavallo, un cavallo pece di razza araba, e caracollava nel viale dei lecci, sembrava uno dei più bei dipinti di Van Dyck. Al suo apparire la gente si nascondeva nelle leccete; ma se qualcuno più ardito si poneva sul saluto, Egli rispondeva con un generoso inchino anche ai più umili accattoni. Don Carlos doveva essere taciturno e pensoso: anche quando era tra i familiari soleva guardare lontano lontano.

*

Un giorno, nel Palazzo, si sparse la notizia che il principe e le principesse andavano in pellegrinaggio in Terra Santa. I servi e il contadiname stupirono: per quei sempliciotti la Terra Santa esisteva soltanto nelle imaginette che distribuivano dopo la messa i frati francescani: un palmizio ingentilito, l’asinello, il bue, il bambino Gesù, Giuseppe e Maria. Quando i padroni fecero ritorno dalla Terra Santa fu impartita la Cresima, ai figli dei servi: le bimbe tutte vestite di bianco, i ragazzi vestiti di una stoffa color del tiglio secco. Il pranzo fu imbandito nel mezzo al parco e le principesse servivano a tavola: Bianca, Beatrice, Elvira, Alice. Prima di metter cibo alla bocca fra i tronchi abbarbicati dalle liane e le ciuffaie degli oleandri apparve il vescovo mitrato agitante il pastorale d’argento con il piviale rutilante; egli, benedicendo, allargò le braccia: il piviale foderato di verde setato sugli orli era incendiato d’oro; sullo sfondo del cielo nuvolato di bianco parve un grande dipinto del Tiepolo. Le principesse volavano intorno alla tavola come uccelli di paradiso. Le bottiglie di vino bianco esplodevano ora sulle tavole.

Quel giorno la principessa Elvira, che doveva avere verso i diciotto anni, appariva e spariva nel parco come una fata; la sua carne aveva un profumo dinervante, le braccia tra gli sbruffi dei lini trasparenti sembravano toni di rosa sotto la brina primaverile.

*

Una notte la fata sparì dal Castello incantato: raccolti pochi indumenti, alcune gioie, ravvolta in mantello nero traversò l’immenso parco tenebrato dalle leccete e dai pini; la guardia daziaria che vigilava la barriera confinante con la tenuta salutò umilmente la principessa che, a quell’ora insolita, andava verso la stazione: verso il suo sogno!

Nel Castello la sveglia fu drammatica. – La principessa Elvira dorme? È morta? – Aperta la porta del suo appartamento, questo fu trovato vuoto e come rovistato dai ladri.

Il padre scrisse: oggi è morta mia figlia Elvira!

Oggi la principessa ritorna dopo una lunga espiazione rasserenata dalla morte!

UN CARNEFICE CHE FACEVA

RISUSCITARE I DECOLLATI

Quante cose miracolose e strane sono accadute dentro e intorno alle mura di Lucca: vi giunse prodigiosamente il simulacro del Crocifisso detto il Volto Santo, vi entrò trionfalmente l’imperatore Ottone, di sotto l’arco della porta Sant’Anna passarono le armate lucchesi dirette in Terra Santa alla conquista del Santo Sepolcro, di sotto l’arco della porta San Pietro passò baldanzoso Uguccione della Faggiola per stabilire la sua tirannia nella città stremata di forze, Castruccio Castracane, di poi, vi stabilì la sua assoluta signoria: nel tempo Lucca fu venduta a Gherardo Spinola genovese, e da questo rivenduta ai Rossi di Parma, e da costoro rivenduta a Mastino della Scala signore di Verona. Per parecchie volte Lucca andò in procinto d’essere sterminata dalla peste, dalla carestia, dal colera. Ma nonostante questo la Toscana tremò, ma Lucca mai!

E come poteva tremare una città che custodiva nel suo Duomo il Volto Santo scolpito da San Nicodemo (che si trovò presente alla deposizione della Croce) nel bosco di Galaad sul monte Cedron presso Gerusalemme? Ogni lucchese sapeva che dal luogo stesso scaturì una prodigiosa sorgente d’acqua salutare che, bevuta da qualunque infermo, egli veniva all’istante risanato, e non ignorava che quando il barbaro padrone del monte Cedron pensò di chiudere con recinto la prodigiosa fonte, a fine di vendere a caro prezzo quell’acqua miracolosa, la fonte disseccossi nè mai più ricomparve.

*

Faceva accapponare la pelle di ogni onesto lucchese la lettura della lettera esposta nella cappella del Santo Volto scritta da Branca Cavaliero di Bronci Podestà, et signore del Castello di Pietralunga, controfirmata dai due officiali di detto Castello, Francesco d’Ancona, et Vanni Giudici: «Il Signor Iddio nostro pieno di misericordia in questi giorni ha fatto cosa miracolosa in Giovanni di Lorenzo del contado Atrebatense portatore della presente, il quale, mentre nel mese di settembre passava in territorio di Pietralunga et ivi essendo nella strada un uomo morto, stato ammazzato dai ladroni, le genti di quei paesi correndo al rumore di tal homicidio, et trovato il detto Giovanni, che come innocente et senza paura et senza sospetto se ne andava, credendo esser l’omicida pigliandolo, lo condussero a noi, et alla nostra corte per punirlo come colpevole; noi con i pochi indizii che avevamo formammo contro lui un processo come potemmo e, quantunque egli dicesse e con giuramento affermasse alla nostra presenza d’essere innocente, non di meno lo mettemmo alla tortura, la qual non potendo sopportare confessò per forza di tormenti d’aver ammazzato il detto huomo, onde condannato et condotto al luogo ove i condannati a morte da ministri di nostra corte sono decapitati, invocando egli sempre la divina misericordia, et invotendosi humilmente et divotamente, che se Iddio per sua grazia lo liberasse da tal morte visiterebbe la venerabil Immagine del Volto Santo di Lucca, messe il collo per essergli tagliato, et quello che a tali esecuzioni è deputato acconciò la mannaia appunto sopra il collo del condannato, et di tre colpi la mazza gagliardamente percosse nè il capo gli fu tagliato, nè pur un minimo segno tal percosse gli lasciarono sul collo. Che più? Il taglio della mannaia come se avesse percossa una pietra, si rinversò, et visto questo grande et manifesto miracolo quelli che erano presenti stupefatti rimenarono alla nostra presenza esso Giovanni sano e salvo, lodando il Signore che non volle che detto Giovanni morisse senza colpa et noi lo rimettemmo in libertà, et delle cose suddette, che accaddero alla presenza di molta gente, ne facciamo con queste presenti lettere testimonianza per la verità a tutti voi, quello raccomandando al Signore, che vive et regna in eterno».

*

Era da poco consacrato vescovo di Lucca il Beato Ossequienzo, a cui doveva succedere dopo anni quattordici San Frediano, il quale deviò il corso del Serchio tagliando il fiume con un rastrello onde evitare che Lucca fosse un dì o l’altro inghiottita dal dilagare delle acque, quando Lucca fu cinta d’assedio dall’esercito di Narsete e Belisario, generali di Giustiniano, spediti da esso in Italia per scacciare gli Ostrogoti. Caduti ormai tutti i Castelli che dominar si potevano dall’alto delle mura, Narsete pensò che Lucca doveva cadere d’un sol colpo come le rape; ma così non fu; i Lucchesi ricorsero ai temporeggiamenti sperando nell’aiuto dei Franchi che potevano giungere da un momento all’altro.

Gli assedianti chiesero ed ottennero un centinaio di ostaggi lucchesi e pattuirono: «Se dentro giorni tre voi Lucchesi non vi arrenderete, noi decolleremo i vostri ostaggi».

Al tramontar del sole del terzo dì Lucca significò a Narsete che non si sarebbe arresa e che disponesse a suo talento la sorte degli ostaggi.

Narsete, comecchè fosse consigliato ad uccidere gli ostaggi dinanzi agli spergiuri Lucchesi, inclinando alla misericordia e riguardando iniquità la punizione di questi innocenti pei colpevoli, ordinò si conducessero gli ostaggi sotto le mura di Lucca, intimò di bel nuovo ai cittadini l’adempimento delle promesse minacciando di morte i loro parenti. I Lucchesi risposero non volerle adempiere. Narsete, facendo porre dei collari di legno, controfoderati di stoffa del colore medesimo delle schiavine al collo degli ostaggi, affinchè non ne avessero alcun nocumento, ordinò al carnefice che fossero tutti decollati. Il carnefice levando il braccio in alto perchè i Lucchesi, assiepati com’erano sulle mura, vedessero la sua mano che impugnava la spada punitrice, vibrò orribili colpi sul collo dei miseri ostaggi, i quali fingevano stramazzare per terra urlando e ululando morire. Il carnefice e gli ostaggi fecero sì bene la loro commedia che all’improvviso un gran pianto dirotto, urli, gemiti e voci disperate si alzarono tosto dalle mura gremite di popolo.

– Spietati, quei miseri sono nostri parenti, voi gli avete decollati: siate maledetti in nome di Dio! – così i Lucchesi tanto disperatamente gridavano.

– Saprò ben io risuscitarli se manterrete la vostra promessa, – urlava il carnefice.

– Sì, sì, la manterremo la nostra promessa, – ripigliavano addolorati i Lucchesi, – ma tu, carnefice, come farai a mantenere la tua promessa che i nostri parenti li hai così barbaramente decollati?

Il carnefice saltò nella fossa e ordinò agli ostaggi di camminare liberi e svelti davanti ai loro parenti, sperando così che calasse il sipario di quella brutta commedia.

Quando i Lucchesi videro gli ostaggi con la testa sul loro busto, non vollero più darsi per vinti a Narsete adducendo che la risurrezione era avvenuta per miracolo dei Santi protettori di Lucca e non per magica potenza di un carnefice mercenario, e che da questo segno manifesto della protezione del cielo su Lucca il tiranno doveva tremare di vergogna e paura.

A tale e sì stupenda novella le campane di tutte le chiese di Lucca suonarono simultaneamente dei doppi festosi, tanto che Narsete e il suo esecutore di giustizia, di sugli spalti, si fissarono sbalorditi. Narsete, fissò negli occhi il carnefice: – Ma abbiamo ragione noi o hanno ragione i Lucchesi?

Il carnefice fece un gesto come per dire: – Io non mi comprometto.

I crudi soldati che a destra portavano lo scudo, la spada a sinistra, senza lorica, senza celata, nudi fino alla cintura, dalla quale calavano i loro calzoni di tela di lino e di cuoio, ammucchiati nei catrafossi che cingevano Lucca come orride spelonche affissando le mura affollate digrignavano i denti come mastini.

Narsete, dopo essere stato solo in lunga meditazione, disse al carnefice: – Sciogli gli ostaggi e rimandali alle loro case, altrimenti c’è da dare in mattia.

Il dimani i Lucchesi commossi aprirono spontaneamente le ben munite porte e Narsete vi stabilì Buono, costituendolo Duca di questa città a cui Probo aveva messo la prima pietra delle inespugnabili mura.

UN VIAREGGINO

GOVERNATORE DI ROMA

Via Guidiccioni, lunga quanto il muro dell’orto dei frati francescani che la argina dalla parte dei monti, è la più corta della Viareggio vecchia. Incuneato nell’angolo dell’orto dei frati c’è un fabbricante di casse da morto e, dirimpetto a lui, un magazzino di vino padronale; più in là il fondaco di un fabbretto che fa i denti alle falci fienaie, dei versi estemporanei, e il necroforo; più in là del fabbretto c’è una donna che fabbrica i sigarini di menta e i mangia-e-bevi – certi tortellini croccanti ripieni di un liquido detto melappio – di cui van matti i ragazzi delle finitime Scuole «Raffaello Lambruschini». Altre tre o quattro casupole di pescatori, e la via Guidiccioni cede il passo alla lunghissima e solare via di San Francesco.

Quando stavo nella casa d’angolo fra via Guidiccioni e via San Francesco, affacciandomi al finestrino dominavo tutto l’orto dei frati e mi pareva d’aver davanti un quadro d’Ambrogio Lorenzetti: un frate potava i sarmenti, un altro svelleva le malerbe, un altro zappettava la terra. Le donne di via Guidiccioni al mattino si spollinavano al sole sulla cantonata aspettando il postino. Il postino scorgendole gridava loro, prima d’essere interrogato: – Niente per Via Guidiccioni. – Le donne maledicevano i mariti smemorati e Guidiccioni. Ma nessuna sapeva chi egli fosse.

– Sarà una specie di Calvani – (col C), lì presso c’era la via Galvani – che per aver spellato un ranocchio e presa una scossa elettrica gli han fatto tanti onori. Io, per esempio, presi la scossa elettrica palpeggiando una razza.

– Scommetterei che il Guidiccioni fu il primo che prese la scossa elettrica da una razza. Altrimenti non li avrebbero messi così vicini. Osservate: via della Luna è vicina a via della Stella, via della Pineta rasenta i pini, e via della Costa, ai suoi tempi, rasentava il mare.

– Ma ci vogliamo levare anche questa curiosità – disse una dallo sguardo malfidato. Interrogato sul fatto il cuoco dei frati, che in quel momento passava con la sporta colma di pesce, disse che non era prudente tramescolare la luce elettrica con quella del sole, e che per la gente curiosa c’era un paradiso apposta, e che era meglio credere troppo che non credere niente, e che tutti i nomi portavano a casa come tutte le vie portavano a Roma.

– Almeno non fate la spia al padre curato, – dissero mortificate le donne.

– Oh, quello no, – disse serio il cuoco dei frati.

– È tutto effetto della nostra ignorantaggine, – sospirarono le donne, a cui era rimasta per la gola il Guidiccioni, e sparirono nelle loro casupole.

– Tant’è, non sarei più io se non mi levassi anche questa curiosità, – disse, il dimani mattina, la donna dallo sguardo malfidato, alle sue amiche, – e in due mosse faccio dama; aspettatemi qui al solicchio.

La donna malfidata si mise in capo come una monaca la pezzuola nera che portava sulle spalle, ci ravviò sotto i capelli ed entrò di corsa nella casa in cui io stavo scrivendo; fece i settanta scalini a tre alla volta, e giunse in altana trafelata tanto che non poteva sciogliere verbi e parlava a urli come i muti.

– Datti pace e specifica per filo e per segno cosa desideri, – dissi, ed essa rispose grazie e fece un gesto di minaccia alla cucina dei frati. – È da ieri mattina, a quest’ora qui, che sono negligente – e narrò in succinto le risposte filosofiche del cuoco dei frati.

– Se mi dici chi era il Guidiccioni t’incorono, – disse, e più non disse che rimase come una statua.

– Prima di tutto, – risposi, – ti notificherò che il Guidiccioni fu un vescovo e che nacque nel nostro paese. – La donna, dopo aver dato uno sguardo di minaccia alla cucina dei frati in cui si vedeva il cuoco come ingabbiato, sospirò, si sciolse la pezzuola, la fe’ volteggiare per aria come un flagello e sibilare come una frusta, bramendo e sospirando: – Un vescovo? Un paesano?

– Un vescovo, un paesano, – ribattei. – O ascolta.

– Sono tutta orecchi, – disse la donna.

– Il paesano Guidiccioni, nato qui nel dicembre del 1480, studiò all’Università di Pisa con tanto cuore che la fama dei suoi talenti giunse alle orecchie del cardinal Farnese, il quale, avendolo chiamato a Roma, lo fece subito auditor di Rota.

Nel capo della donna tragittò la ruota dei funai che attorce i capi delle funi e il funaio che va indietro, come i gamberi, sotto un gran pennacchio di canapa che talvolta il vento agita come una fiamma. – La rota, – dissi, – sarebbe quella della Giustizia che macina i rei come quella del frantoio le olive, e lui ascoltava se il perno era unto a dovere.

– Ecco, mi hai levato una ruota di sul cuore, – disse la donna.

– Il cardinale innalzato al pontificato creò il Guidiccioni governatore di Roma; più tardi egli fu scelto per nunzio apostolico presso Carlo V in occasione della spedizione di quel monarca in Affrica. Ritornato che fu a Roma, il Guidiccioni fu fatto Presidente della Romagna allora in subbuglio. Il Guidiccioni riuscì, con la sua fermezza e vigilanza, a ristabilire la calma, ma si vide però in procinto di perdere la vita per mano di un congiurato; ma quest’ultimo, al momento di vibrare il colpo, rimase egli stesso colpito dall’aspetto venerando del prelato e inginocchiandosi confessò il suo delitto in mezzo alle lagrime di pentimento, ottenne il perdono e si ritirò in un chiostro, e per penitenza si cibò per sempre di radici amare.

La donna, che ascoltando gonfiava e arrossava come uno di quei palloncini di gomma paonazza che si vedono nelle fiere, a quelle notizie dette un sospiro tanto lungo che si svuotò tutta e diventò come la cera; si alzò la manica del casacchino e mostrò un braccio tutto accapponito: – E lui là – disse accennando il cuoco dei frati, – ha detto che tutti i nomi portano a Roma e ci ha mortificate, e tutto per avergli dimandato chi era il Guidiccioni. Ma chi è che battezza le strade nel nostro paese? – chiese ardita la donna. – Al nostro povero signor maestro Giacomo Puccini gli han titolato la via del Fabbretto (e lui era sempre vivo e vegeto) che ai tempi dei tempi ci affilava le falci fienaie il nonno di questo fabbretto che ora le affila qui sotto. Una via in cui c’è sempre una cananea dalla mattina alla sera, l’ultima del paese, e la più subbissata; al nostro Ippolito Ragghianti, che suonava il violino con una corda sola, e che era una meraviglia del mondo, gli han titolato la piazzetta dell’erba, grande quanto una mangiatoia, che dieci fasci di erba gramigna la occupano tutta, e al Guidiccioni questa via che, se ho il bene di uscirci, voglio scuotere la polvere dalle ciabatte come fece il Dante quando venne via da Genova. Al signor maestro Giovanni Pacini gli han titolato una piazzetta, ite e venite, e di transito. Via Paolo Matti – la donna irata straziava così Paolo Savi – bella e lunga quanto la fame, che va dal mare ai monti, dice che è intitolata ad uno che addomesticava gli uccelli, e il signor ministro Coppino, Dio lo riposi, ha fatto tutto mio, come la civetta, di una strada che, così bella, mi ha detto il mio marito, non si ritrova girando tutta l’universa terra. Cosa ti devo dare per il disturbo? – mi disse la donna tenendo una quarantina di centesimi in mano.

– Niente, questi schiarimenti il venerdì li do gratuitamente.

– Oggi è venerdì? – disse la donna stranita e sorpresa. – Me lo faresti un altro favore e poi t’incorono?

– Parla, sono un orecchio solo.

– Da tutto quello che mi hai raccontato mi ci leveresti i numeri per giocare al lotto?

L’ARGUTO

«EDUCATOR DI STOMACHI»

In questo mite luminoso ottobre ’34, in una candida cameretta dell’Ospedale di Pisa si è spento, con un tramonto pieno d’incantesimi, nella serenità di chi ha cercato di far scorrere la propria vita soavemente, lontano del pari dalla cupidigia non mai sazia e dalla speranza delle cose non necessarie, Enrico Mazzarini: il «galantuomo benigno» che, quarantatrè anni fa, fondò, e ha diretto fino all’estremo anelito, Il ponte di Pisa con tale perizia, disinteressato amore e devozione alla sua città natale da meritare il caldo elogio funebre di ministri, poeti e umili genti operose della Valdiserchio e del Valdarno.

*

Due elementi, l’acqua e il vino, hanno particolarmente occupato la quarantennale attività giornalistica di Enrico Mazzarini. Sfogliando la voluminosa collezione del minuscolo foglio ritorna, con preoccupazione quasi ossessiva, una rubrica «Le piene dell’Arno». I singoli bacini degli affluenti dell’Arno, che, riuniti, costituiscono il bacino generale imbrico, gli argini friabili, i ratti precipitosi sono attentamente, con inusitata perizia, misurati. Il Sieve, il Greve, il Pesa, il Bisenzio, l’Ombrone, l’Elsa, l’Era, il canale di Usciano, la golene di San Giovanni alla Vena sono, in nitide tabelle, descritti, con tutta la storia delle loro fratture, piene e rigurgiti.

Il timore che il soverchio delle acque dell’Arno, il quale di consueto porta «il silenzio alla sua foce», dovesse, un dì o l’altro, sommergere Pisa pare abbia sdegnato il direttore del Ponte o, come gli amici lo chiamavano, il «Pontiere», dalla confidenza con l’elemento senza sapore e senza odore.

– L’acqua? Oibò! Udite: i soldati di Alessandro il Grande morirono per aver bevuto acqua in quantità; l’acqua, in quell’oste, fece più strage di una battaglia. Giuliano l’Apostata morì per aver bevuto un bicchiere d’acqua fresca. Luigi X morì per essere disceso in una cantina e aver bevuto fredda acqua ivi corrente. Dico a voi là, pittori della comitiva! Fragonard è morto al caffè sorbendo un bicchier d’acqua.

Quanto al vino, il «grande scioglitore d’affanni», si potrebbero fare, dagli estratti del Ponte, dei voluminosi libri pieni di sapore e d’arguzia.

Enrico Mazzarini, da giovine, aveva fatto gli studi alla Sapienza pisana con grandissimo onore. Mortigli i suoi, dovè abbandonarli, e fondò Il Ponte di Pisa. Il Ponte lo mise in contatto coi grandi del suo tempo. Martini, Pascoli, Puccini, Bistolfi, il Toscanelli, Ulisse Dini, il Bianchi non disdegnarono talvolta collaborare al minuscolo giornalino. Il Mazzarini vigilava il Ponte come una vivente creatura: «Martelletto», «Puppino», il «gobbo Abelungi», il «Duchino», il «Mattaccino», erano tutti pseudonimi sotto cui si nascondeva Enrico Mazzarini; se l’argomento era impegnativo, egli allora firmava Mario Bazzi; se lo scritto poteva trascinar con sè gravi responsabilità, allora il Mazzarini firmava per esteso. Nobile sempre, sovente arguto, leale, coraggioso e mite, egli fu amato da tutti.

Il mite Enrico, alternando al roseo scintillare del vino impeti generosi e lagni, diceva:

– Se finirò d’ottobre, voi, di me più giovani, fissatemi nel bianco degli occhi e vi scorgerete una lacrima d’oro per il fuggitivo autunno. È triste finire il mese della vendemmia e dei queruli ranocchi. Il vino, oh amici, il vino, «grande scioglitore d’affanni». Stagioni, luce, vento, calore, freddo, tutto confluisce nel vino, tutto comanda alle misteriose essenze che lo animano. Il vino è poesia! Poesia della nostra regione, poesia di sapori, di profumi, di colori; se il nettare, or frizzante or pastoso, ha gusto gradevole aromatico armonico, di timida mammola o di sgargiante giaggiolo, sapido e tonico, consolatore e ricostituente; se comprende tutti i profumi più delicati, sottili e penetranti, come fosser di frutta, freschi e amabili come di ambrosia; se scintilla di tutti i colori del topazio e del rubino, quando è rosso, e del paglierino pallido, del giallognolo e del dorato in trasparenza d’ambra e di perle, quando è chiaro, che si tarda a proclamare a cantina il più grande laboratorio della salute pubblica? Gloria al vino, se è sincero. Gregorio di Tours ci narrò che anche i solitari signori della natura, capaci di dominarla con l’ascetismo e la forza di volontà, che avevano per vestimenta soltanto pelle di pecora spoglia della lana, cibandosi di erbe selvatiche, si portavano alle labbra un’anfora di vino e la sorbivano con tanta soavità che si sarebbe detto che volessero soltanto sfiorarla. Il vino stende i rami del suo albero genealogico nella storia e nella leggenda di tutti i popoli; e già presso gli antichi la spiritosa bevanda aveva i suoi appassionati amatori. L’Italia aveva il Cecubo cantato da Orazio con dovizia di lodi; la Grecia portava agli onori delle sue raffinate mense i vini di Lesbo e di Chio, vini dolci, ambrati. In una celebre processione a Corcira veniva trasportato un immenso otre, contenente 75 mila litri di vino. Il romano Scauro collezionò 300 anfore di quasi tutti i vini.

Enrico Mazzarini, che non possedeva una pertica di terreno coltivato a vigna, nè una scassata, nè una porca, ha continuato, con disinteressato amore e per ben quarantatrè anni di seguito, a fare sul suo giornale un’elevata e poetica esaltazione della produzione vinicola, anche in tempi quando il vino lo si postergava alla schiumante cervogia.

Alcuni degli intimi avevano incorporato il cognome del direttore del Ponte di Pisa in uno, che aveva della gazzarra: «Mazzarra»; perchè il Mazzarini, quando, compilato e ben corretto il suo giornale, prendeva il primo veicolo che avesse sottomano per ridursi tra i fedeli della Valdiserchio, era strepitoso e giocondo.

Eccolo ora rubizzo e arguto. Deposta la penna passeggia sotto i portici di Borgo in compagnia di una manicata di giovinastri, pittori e scrittori provenienti dal mare: scarpettato con stivaletti di vacchettone rusticano, con un cravattino color rosa come appuntato con una spilla sul pomo d’Adamo, cappelluccio nero acconciato sulla bianca chioma, lucida come una roccata di canapa, occhi ceruli, folgoranti, fiammato nel viso rubicondo e giocondo, naso a punta uncinato (qualcuno definì il Mazzarini una vespa ingrandita), con le tasche della pesante giubba strabuzzate da una congerie di minutaglie alimentari, con le cinque dita della mano sinistra (con l’altra impugnava il bastone di comando) pendule di cibarie prelibate: mandorlate, pinolate, maritozzi, diti di apostolo, amaretti e, verso la primavera, un bel mazzetto d’insalatina novella; per arieggiarla, dalle otto della mattina all’una, ridanciano e clamoroso, cantava:

Fior di giacinto,

gli amici buoni me li porta il vento,

e fra voi ci starei anche dipinto.

E rieccolo, simposiarca di stile alla mensa dell’arciprete di Pugnano, paese dei fidi compagni, lodare le vivande e i vini. Ma più a suo agio era all’«Osteria dei quattro venti», in una gola di monte sotto Rupe Cava, prossimo alle Molina di Cuosa; là l’«educator di stomachi» dettava le sue esperienze agli inesperti come un saggio dell’antichità.

Al chiarore del vino di Busatica scoppiettavano i racconti, in cui erano implicati i grandi che furono in intimità col «Pontiere». Il Pascoli dava consiglio di non approfittare dell’oblio della vita, anche se è «sapiente oblio», quando a Giacinto Schiavelli raccomandava di non bere oltre il secondo bicchiere:

Ha tre, Giacinto, grappoli la vite,

bevi del primo il limpido piacere;

bevi dell’altro l’oblio breve e mite,

e più non bere.

– Ma chi fa punto al terzo?

Una sera, il maestro Puccini assisteva a una bellissima, ma assai lunga opera del Rossini; era da qualche tempo passata la mezzanotte, quando si udì bussare al portale della scena. Uno spettatore mezzo addormentato dimandò al maestro Puccini: – Chi sarà? – Egli rispose sottovoce: – Il lattaio! – Quante volte da «Ciapino» o da «Freghino», due trattorie disperse in un cavo di monti pisani, la comitiva guidata dal «Pontiere» ha sentito bussare alla porta (dopo la mezzanotte, s’intende) e allarmata ha gridato: – Chi bussa a quest’ora? – È il lattaio, loro non ci colgano spavento e seguitino pure a bere, – rispondeva calmo il trattore.

DIECI TONNELLATE D’INTELLIGENZA

A TORCELLO

Alfredo Oriani entrando – ai tempi del dazio consumo – nella città di Faenza, col suo cavalluccio, fu fermato dagli agenti della gabella e: – Niente da dazio?

– Se l’intelligenza paga dazio, qui ce n’è dei quintali – rispose egli.

Secondo Oriani l’intelligenza si poteva mettere sulla basculla e pesare, e non c’era verso di frodare perchè bisogna portarsela sempre seco, e tutta.

L’aprile del 1907 il Municipio di Venezia dette l’incarico all’onorevole Fradeletto, allora segretario generale della Biennale, di noleggiare un vapore per il trasporto all’isola di Torcello degli artisti espositori, dieci tonnellate, all’incirca, d’intelligenza. Il vapore fu noleggiato e un mattino d’aprile sulla Riva degli Schiavoni avvenne l’imbarco, senza bisogno di paranchi e di gru, chè ognuno portava sulle spalle il contenente del carico prezioso.

*

A poppavia del vapore, sullo specchio celeste, c’erano scritte in biacca queste parole versificate:

Salda sull’onda instabile marina,

Vinegia sta del mar d’Adria reina.

Il vapore si chiamava Bella Venezia e batteva sull’albero di maestro bandiera rosso setata con su ricamato in oro fino il libro aperto e il leone: Pax tibi, Marce.

L’imbarco avvenne ad uno ad uno come le pecorelle dantesche; nei porti d’Oriente quando debbono caricare sterminati branchi di pecore il pastore ne prende una per le corna e l’avvia sul pontile levatoio che unisce la murata alla calata e tutto il gregge gli si avvia dietro e annuvola dei suoi manti la stiva e il gavone.

Non sembri il paragone irriverente a quella massa di artisti che venticinque anni fa erano allineati sulla Riva degli Schiavoni.

Sulla coverta della Bella Venezia si potevano dire diverse lingue chè quasi tutti gli artisti d’Italia erano stati noleggiati.

In quell’anno il gran salone della Biennale era stato decorato da G. A. Sartorio, che, trattenuto a Roma, non partecipava al viaggio di Tortello. Qualcuno prese l’iniziativa di spedirgli un dispaccio che fu tosto scritto sulle mutevoli onde: «Artisti italiani e stranieri viaggiando verso la Pompei Adriatica salutano, ecc….». Lo scrivente, essendo tra i più giovani della comitiva, ebbe l’incarico di raccogliere gli autografi e si rivolse per primo a Gaetano Previati, uno dei più vecchi della comitiva. In quell’anno il Previati aveva esposto nella «Sala del sogno» il dipinto Fetonte coi cavalli in uno sfacelo di luce. Il maestro doveva essere un po’ angustiato da certe facezie che i colleghi avevano rilevato su quella sala: «Sala del sogno? Guardate di tenere invece gli occhi bene spalancati». Ognun sa che gli artisti nel giudicare vanno cauti come il cieco che tasta prima il terreno col bastone, ma quando hanno preso pratica, novantanove su cento, suona a Olio Santo e Comunione.

Il Previati tolto il modulo telegrafico lo meditò lungamente, lo lesse e rilesse, poi firmò facendo una tenue riserva in sordina: «Mi sembra che si caschi un po’ nell’iperbole». Luigi Nono e Guglielmo Ciardi, giovialissimi, firmarono allegramente, il vecchio divisionista Morbelli, un po’ sospettoso, come tutti quelli che sono duri d’orecchi, non sapendo, lì per lì, capacitarsi di quale firma si trattasse, lesse con un po’ di concitazione, ma resosi conto firmò a due mani. E firmaron Davide Calandra, slanciata figura di cavaliere, e il piccolo Dorsi, napoletano, e Marus De Maria e Umberto Boccioni, venuto, fresco fresco, dalla Russia, che allora sembrava l’estrema Tule, accanto a Ceccardo Roccatagliata, letterato e critico d’arte (che giurava di aver veduto vagare davanti ai dipinti di Franz Stuck l’ombra accigliata di Federico Nietzsche), e Milesi e Amleto Cataldi, e Noci…

*

Lì sulla coverta fu servito il desinare, tutta roba fredda, che si riscaldava col «vino a volontà». Molti di quella moltitudine, assuefatti a condire i pasti con la salsa al Pover Uomo, scorza di limone tritata con cipolle e pepe entro una scodella d’acqua gelata, e alla zuppa dell’Avaro, scalogni tritati e aceto, fecero buon viso a certe ombrine, fatte cuocere arrosto, cosparse di vino, e di rosmarino e d’altri ingredienti, e ai pesci corvi. Quelli dentro terra credettero, leggendo la nota, che fossero stati serviti dei corvi di ombroso augurio, quegli uccellacci che svolazzano sulle paludi morte, ma quando sentirono quella carne bianca, drogata con bullette di garofano e mazzettini d’erbe diverse, guarnita tutt’intorno con fogliette di prezzemolo e belle fette di limone con della maionese, gialla come il prezioso giallo Cadium, si dipinsero di quel colore le labbra e la lor lingua diventò una spatola: – Bei pezzi di natura morta – dicevano quelli appastati. – Ad averli avuti alla Ruche – dicevano i reduci dalle prime spedizioni di Parigi scarniti dalle penitenze e i digiuni.

Lì sulla coverta della Bella Venezia pareva avesse fatto apposizione, ingigantito, il famoso quadro di Lionne che è alla galleria di Valle Giulia a Roma I grassi e i magri. L’autore era presente in un circolo di gente, appastata e satolla, lindo, pulito, lustrente, garbato; qualcuno, come nel famoso dipinto – qualcuno magro s’intende – trasse, chi sa di dove, una chitarra e cominciarono i canti, da quelli veneti

Co Venezia comandava

se disnava, se cenava;

coi Francesi, bona zente

se disnava solamente;

coi Tedeschi su la schiena

nè se disna, nè se cena.

a quelli sardi di Sebastiano Satta, intonati dallo scultore Francesco Ciusa di Macomer, che in quell’anno fu il giovane trionfatore della Biennale con la sua scarna figura La madre dell’ucciso acquistata per la galleria di Roma.

Dopo consumato il pasto, un venticello, dapprima piacevole, di poi più gagliardo, fe’ cangiare le verdi onde a bavarella in toni di caffè e latte con svolaggi di panna, le bandiere della Bella Venezia pareva schiaffeggiassero il cielo, il fumo della ciminiera le torbava di bitume, il vapore ingavonandosi a pruavia alzava la chiglia a poppavia, e l’elica, frangendo acqua e vento commisti, bugnava come un colossale calabrone; a qualcuno parve che la cima dell’alberetto fosse stata agganciata all’arco del cielo e il mare la spingesse per far l’altalena. Rollio e beccheggio: più piccola è la nave e più forti sono questi movimenti; molti furono presi da quel disturbo noioso e grottesco contro cui la medicina, che ha rimediato per quasi tutte le malattie terribili e complicate, non ha ancora escogitato nessun palliativo e lenitivo; l’intolleranza prodotta dai movimenti del bastimento, il mal di mare, cominciò a far guasto a bordo della Bella Venezia, e qualche tributo fu versato al mare.

In quei frangenti del mare e della vita i marinai, che tranne poche eccezioni al principio della loro carriera hanno sofferto di questo malanno, sogliono mangiare delle sardine in salamoia senza nemmeno nettarle: cibo da gatti, assai noto a quelli della imbarcazione che soggiornarono alla Ruche in Parigi.

Ma come Dio volle la Bella Venezia potè attraccare sana e salva a Torcello, dove una banda musicale aspettava i gitanti. Musica in testa, giovani e vecchi, grassi e magri, noti e ignoti, per un sentierolo lineato di prunaie si avviarono verso la cattedrale, dove precedentemente all’Alighieri un mosaicista ha raffigurato l’inferno.

*

Il corteo era straordinario: i bandisti, tutta gente isolana, di montura avevano soltanto un berrettino con la visiera incerata, con su una lira d’oro e una fettuccia del medesimo metallo; quelli che davano fiato ai tromboni parevano presi tra le ritorte di un serpente pangolino, e quelli che soffiavano nelle cornette sembravano colti dalla resipola: pigolio di clarinetti, tuoni solitari di grancassa, sfacelo di piatti.

Sulla desolazione di quelle sterpaie passavano, come un’orda sbandata, quasi tutti gli espositori della Biennale del 1907, Olivero piemontese e Olivari ligure, il versiliese Viner assuefatto alle vette dell’Altissimo, il romagnolo Rambelli e tra di loro trasudante e sbuffante, Locatelli (Oronzo Marginati), il livornese Nomellini, il carrarese Dazzi, Discovolo e tutte le celebrità di cui si son già fatti i nomi con una moltitudine di artisti forestieri.

Su di una bandiera messa per pavese a un albero ramificato si poteva leggere: «Qui il veneto leon regge e governa». – Ma dove siamo venuti a perdere la vita! – mormorò qualcuno.

Al ritorno essendosi il vento umiliato, e con il vento il mare, il viaggio fu piacevole e tutti salutarono con ilare voce l’apparire, fusa in vapori viola, della gran chiesa della Salute, tanto più che ognuno si era rimesso in salute. Lo sbarco avvenne proprio davanti al Ponte dei Sospiri, e quelli non assuefatti al mare appena messo un piede in terra ferma sospirarono.

Gli abbacinati dallo splendore metaforico della gloria si ridussero un po’ sconturbati ai loro alberghi sulla Riva o sul Canalazzo; gli altri, quelli che se ne stavano attaccati al grande albero come tante piccole fogliette che se anche fossero cadute tutte sotto una raffica di vento l’albero non avrebbe cambiato linea, si dispersero per le calli dei sestieri popolosi.

In un’osteriuccia stava seduto con la rassegnazione del suo celebre Cavallo vecchio – «È il mio ritratto», soleva dire – Giovanni Fattori, che avendo ottantun’anni non aveva potuto partecipare alla gita.

– Ma lei cosa viene a fare a Venezia?

– A imparare benchè per me l’arte sia finita e non sappia più cosa darle. Sono – come dicono, il decano; ora tocca a voi giovani a prendere quel po’ di buono lasciato da noi vecchi e rendervi liberi da ogni imitazione straniera. Ho fatto un piccolo sacrifizio pecuniario per venire a Venezia; anzi mi fareste un piacere a dirmi dove con maggior economia potrei andare ad alloggiare.

INCONTRO

CON LA «MAMMA DEI CANI»

Una venticinquina d’anni fa i cani randagi di queste contrade avevano trovato una madre premurosa ed amorosa nella celebre scrittrice Luisa de La Ramée: rebbiati dal bastone nodoso del macellaio arcigno, quando di soppiatto addentavano un rocchio di ciccia sotto il banco, granatati, sul capo, dalla massaia quando li sorprendeva a rufolare sotto l’acquaio, martellati dal fabbro ferraio quando trafficavano intorno alla striscia di lardo ch’era la sua colazione, impallinati dai contadini appena facevano apparizione sull’aia dove si macellava il porco, minacciati su tutti i crociali delle vie maestre dalla lacciaia degli accalappiacani, i cani randagi, di paese in paese, finivano al mare.

Vicino al mare s’era stabilita «la mamma dei cani» in una casa mezzo smobiliata che esalava il tanfo del canile. La povera «Ouida» negli ultimi anni desolati della sua vita, come coloro che hanno masticato l’oppio, sognava sveglia e, come tra veglia e sogno, se ne andava lungo la battima del mare con una sturma di cani di tutte le razze, arrembati, troncolati, incimurriti; i più tribolati erano presi in collo e alimentati con biscottini. Una serva alta e membruta dai capelli rossi sagginati, maculata di semola nel viso potente, mostrando i pugni chiusi come nodi di quercia ai ragazzi randagi li minacciava con una voce da orco: – Se ci noiate, di voi ne faccio tonnina!

La celebre scrittrice indebolita di cuore e di mente, diseredata come una mendica, s’era congregata con questa donna rissosa e manesca che le fu fedele per tutta la vita. Nel paese a questa donna ombrosa le dicevano, per soprannome, «La cervelli», ma a cagione del testone enorme e dei discorsi ch’ella faceva dopo essersi asservita alla «Ouida» si tramutò in «Sette cervelli». La «Sette cervelli» portava al pizzicagnolo dirimpetto a casa certi libri rifoderati di pergamene con delle piccole stole d’oro per segnapagina e insieme li aprivano sul banco: – Cosa ci dirà in tutto questo «pippiume»? – (i libri erano scritti in inglese) e molti finivano infilzati nel ferro in cui si stiva la carta da involgere.

Sovente alla casa della scrittrice bussavano circospetti uomini che avevano del monatto e dell’aguzzino intonacati in una cappa d’incerato nero con gli scarponi rinceppati d’ontano e un berretto basco sul capo: erano gli accalappiacani, i quali, prima di somministrare la polpetta avvelenata al cane che il giorno innanzi avevano preso alla lacciata, venivano ad offrirlo per un quartuccio di vino alla mamma dei cani. Nella casa della scrittrice c’era una tal cananea da mettere in rivoluzione un vicinato, un guattire, un uggiolare, un abbaiare continuo a cui si aggiungevano i ruggiti della serva quando qualcuno del vicinato, facendosi sull’uscio, proferiva improperi contro «la mamma dei cani».

Una mattina «la mamma dei cani» fu trovata morta nel suo lettuccio e intorno al letto c’era l’uggiolìo di tutta la sturma dei cani; qualcuno si era accucciato ai piedi sì come sogliono essere scolpiti i cani nei sarcofaghi, a simbolo di fedeltà.

– È morta «la mamma dei cani». Sentite che abbaio?

– È morta la mia padrona, – disse sconsolata la serva, affacciandosi tutta scarduffata, al pizzicagnolo che dava leva alla saracinesca: – Tu vedessi quanti libri. Io son l’erede universale. Domani la trasportano ai Bagni di Lucca per interrarla nel camposanto degli Inglesi e le ci fanno anche la statua.

Il dimani due cavalli che sembravano di legno, covertati di nero, con soltanto fuori gli orecchi, tenuti su dalle guide rette da un cavallaio camuffato a necroforo, tuba nera con la coccarda gialla, una giubba verde bottiglia lunga, coi bottoni d’argentone, i guanti bianchi, aspettavano fuori l’uscio della scrittrice. Il carro simile a un serbatoio d’acqua impeciato aveva la schiudenda spalancata e il teschio scolpito rimaneva tra l’usciolo e la pedana. Qualche vecchio signore vestito color malva, con dei gilè ricamati di foglie di salvia, e dei goletti inamidati, tanto alti che parevano avere svitato il collo, dal viso rosso volativo, baffi e capelli bianco-rosseggianti come le barbe del granturco, e gli occhi di vetro, dritto come palo, tamburellava nell’attesa il pietrato con la mazza di malacca; e v’era anche qualche signora combusta scarnita, dal secco profilo di prete copto, con i capelli bianchi retati di nero e certe vestaglie che parevano bruciate e incenerite. Quando la cassa fu varata nel carro le donne, che di sul marciapiede osservavano la scena, dissero peritanti: – Era protestante, la portano lontano di qui. – La serva massiccia, dipanata tutta in tulle nero, quando il carro si mosse si mise subito dopo la chiudenda.

*

Oggi torrido giorno in cui le cicale seghettano il fogliame dei castagni lungo la Lima, e le strade sono bollenti come il focolare, ho trovato ricetto all’ombra dei cipressi del camposanto degli Inglesi, isola verde dei morti addossata alle selve dei castagni. Sui pilastri del cancello s’avviticchia una vite rossa che, su alta, s’abbarbica al fusto dei cipressi; cuori rossi palpitanti e coccole aride ed amare rompono la compostezza chiusa della fosca chioma. Nell camposanto il fieno è giallo come il rammarico. I sepolti in questa desolazione affuocata sembrano cuocere sotto le coverture di marmo bollente, i ramarri vi passano ratti come il fuoco, le lucertole vi rimangono sopra tramortite, le tenaci edere tramano sui lastroni mortuari e ai pedali delle croci, groppi di chiocciolini imperlano i palei verdi, le lumache argentano i muschi. Su di un sarcofago, che pare esposto a cuocere, c’è il corpo strutto e scarnato di Luisa de La Ramée; uno splendore quieto emana dalla vasta fronte lavata e rilavata dalla pioggia, gli scolaticci hanno marchiato di piombaggine e di jodio il rimanente del viso; gli occhi puri e contemplativi, sigillati per l’eternità, per un chiarore alabastrino sembra debbano intravedere. Il capo della scrittrice è alto su due guanciali e dal filo del muricciolo potrebbe vedere i freddi botri vocali della imminente Lima e gli scheggioni soprammessi del suo letto scabro.

Vicino alla scrittrice, l’una accanto all’altra, come nella vita, riposano Rosa Elisabetta Cleveland, sorella dell’omonimo presidente degli Stati Uniti, e Nelly Ericksen, la gentile scrittrice danese, vittima della pietà nell’assistenza ai colpiti di un’epidemia; vi ha riposo anche il celebre medico russo Grjzanowki, che tanto contrastò la vivisezione, e molti altri stranieri non oscuri ma eguagliati dall’oblio della morte.

Poi v’è un campo di rassegnate, i cui nomi sono stati in gran parte bevuti dalla pioggia e bruciati dal sole, quelle figure di cera su cui tramano vene celesti che un trepido raggio di sole parrebbe sciogliere, quelle che si veggono sedute sulle panchine ombrate dai ciuffi delle liane insieme ai fiori bianchi e lilla che amano l’oscurità, le quali intonano i loro rantoli secchi e brevi a quelli freschi e pieni di fiume… Oh misero colui che dorme lunge dalla dolce Patria! Nessun figlio riscalda quelle ossa con le lacrime, nè mano amata le invigila…

*

Al cancello del camposanto degli Inglesi largo come quello di una villa usolano dei cani randagi, intromettendo il muso tra ferro, avventando la calura, come se da un momento all’altro dovesse apparire qualcuno con una ciotola; lungo il muro sornacchiano altri cani sognando il triccio asprito di nodi del macellaio crudele, o il bastone spaventoso della granata di stipa, o il calappio dell’accalappiacani, e si destano intontiti come se una raffica di pallini avesse loro butterato il muso.

Ma chi è quel tetro signore dalla faccia risoluta e ferma che come uno spettro che abbia inghiottito un triangolo, passeggia guardingo lungo la Lima? Ecco che con passo risoluto egli avanza verso il camposanto degli Inglesi e, non visto, misura la distanza tra lui e le bestie con occhio corvino. Repentinamente dal viluppo annodato delle sue membra possenti esce, rapido come una saetta, un bastone rabbrividente che scende a molinello sulle costole e le cervici canine… Le bestie caricate di legna abbaiando zoppicano verso altre legnate…

Che quel signore sia il custode del camposanto?

AVVENTURE

DEL «PRETE DI SINISTRO»

In una sala d’aspetto conviene aspettare silenziosi, dubbiosi, senza manifesti segni d’impazienza: non siamo in una sala d’aspetto? In questo tardo pomeriggio autunnale, dai finestroni di questa ampia sala d’aspetto, si scorgono i Dioscuri madreperlati da una pioggerella fitta fitta; lo sfondo di tutta Roma sembra un grande acquarello con tocchi di terre gialle soffuse. Sulle sedie savonarolesche, intorno ad un tavolone conventuale, sono assisi signori e signore taciturni: non s’ode altro lagno che lo scricchiolio degl’incastri delle sedie su cui seggono uomini quartati e pesanti. Qualcuno, impaziente, ma discreto, va su e giù per la stanza, come se passeggiasse sul ventre di una colossale tartaruga capovolta: le mattonelle sono giallognole, marmorizzate di nero stella; le quattro palme dei cantonali, ingiallite, sembrano le zampe del rettile. Gl’impazienti vanno giù e su, a passi di tartaruga, memori dell’antichissimo proverbio: la tartaruga alla fine arriva dove arriva il cervo. Il custode, dallo sguardo impenetrabile, è rosso e chiuso come un disco. Gl’imprevidenti, che non si sono portati libri o giornali, leggono gli elenchi telefonici e un orario ferroviario alto come un messale.

*

In questa silenziosa sala d’aspetto ho aperto un libretto dalla copertina verde, il quale ha portato un palpito di speranza su molti visi contristati e delusi, le memorie marinaresche di un giornalista ottuagenario del mio paese: «Vita e avventure dei capitani marittimi Antonio ed Angelo Antonini, di Viareggio, narrate ai loro concittadini». La lettura degli avventurosi viaggi mi ha messo nel cuore la beatitudine di colui che col corpo riposa e col pensiero cammina. L’autore del libro salmastro, arieggiato da venti di tempesta e piacevoli, che gonfiano le gabbie basse, le rande e vele di fortuna dei velieri dai bei nomi italici: Maria, Carlo, Marco Polo, La furia, è il vegliardo Enrico Sisco, che oggi, del tutto cieco, ha dettato queste sue memorie ad un nipote degli Antonini. Nelle pagine di questo libro, scritte in semplice stile, senza pretese, piene di bei termini marinareschi, passano navigazioni temerarie. Enrico Sisco, l’antico direttore del Maestrale, vento fresco e piacevole, e fondatore del Libeccio, vento afoso, impetuoso e gagliardo, nel cui sottotitolo era scritto: «Soffia la sera del sabato», nella sua scapigliata giovinezza navigò con gli ardimentosi capitani di cui oggi ottantaduenne, prodigio di memoria, ha dettato le memorie.

È ancora vivido nella mia memoria l’Enrico Sisco che conobbi nell’adolescenza: profilo segaligno, barba satanica, forcuta, nera morella: concitato sempre, diabolico nelle collere, spericolato e aggressivo nelle polemiche, senza misura e misericordia nelle orazioni elettorali. Nutrito di studi fatti dagli Scolopi di Pietrasanta, sbalordiva noi giovinastri per la vastità e la varietà della sua cultura. Non posso dissociare l’imagine di Enrico Sisco di quel tempo da una stiva di giornali sotto la pressa del suo gomito scarnito, da un tavolo di marmo del caffè del «Regio Casino», su cui era steso un giornale, sul quale egli, estremamente miope, strusciava quasi il naso affilato: e gli scatti repentini, quasi che il divano di damasco rosso si fosse repentinamente infiammato, e gli urli al trepido cameriere: – Penna, carta, calamaio. – Il Maestrale, vento fresco e piacevole, ricettava la prosa combustibile del suo impetuoso direttore, ed eran guai. Forse fu in seguito a qualche impetuoso e travolgente attacco che il direttore del Maestrale s’imbarcò, ai suoi giovani anni, col «Prete di Sinistro»: così dicevano di soprannome al vecchio Antonio Antonini.

Del «Prete di Sinistro», stirpe di navigatori dell’Oceano, ne volevano fare un abatino. Ognun ricorda che anche il padre di Garibaldi, padron Domenico, ebbe la medesima idea per il figlio, per salvare almeno più che potesse dai rischi e dalle durezze del mare l’impetuoso «Beppino»; ma chi ha sentito da ragazzo il profumo della pece e dell’alga marina mal si adatta alla vita claustrale. Antonio Antonini frequentò, come tutti i ragazzi della sua età, la chiesa, servendo anche la messa ai padri francescani, e i suoi genitori ritennero che il ragazzo avesse disposizioni alla vita ecclesiastica. Ma ne ebbero presto una gran delusione, chè il ragazzo, innamoratosi del mare, abbandonati gli altari e le ampolle, s’imbarcò su di una paranza da pesca. Corre fama anche oggi che, arrampicatosi come un gatto sull’antenna, ne incappellasse la cima con il nicchio di seminarista, tra lo scandalo dei vecchi marinai religiosi, che su quella vetta legano la rama dell’ulivo benedetto. Da quel giorno il ragazzo fu battezzato il «Prete di Sinistro», perchè Sinistro dicevano al suo padrone, mancino e di strambo carattere.

I viaggi del «Prete di Sinistro» e del suo figlio Angelo sono addirittura leggendari. Diventati col tempo capitani di lungo corso, portarono su barche a vela la bandiera d’Italia in tutto il mondo. Gli Antonini navigavano anche con le loro spose e i figli piccolini.

*

Presso le Azzorre nacque il secondogenito di Angelo: il primo era nato durante una furiosa tempesta, mentre stavano per doppiare il Capo Horn. L’Adele, moglie del capitano Angelo, a quarant’anni d’età aveva già dato alla luce sedici figliuoli: quattordici maschi e due femmine, undici dei quali nacquero sull’Oceano, gli altri a Viareggio. Tra i frangenti del mare, i turbini del vento, lo scoppio delle saette, dopo aver segnato i confini e i gradi della sua posizione geografica ed astronomica, seduto come il despota Pontopedon sul carabotto, il capitano Angelo cantava:

Sulla poppa del mio brik,

col mio rum di contrabbando,

col bicchier facendo cric

buoni sigheri fumando,

e fra scherzi, suoni e canti

a me sembra d’esser re.

Ho voluto rivedere dopo tanti anni il vecchio Enrico Sisco per ascoltare dalla sua viva voce i miracolosi viaggi. Egli abita nei vecchi borghi, là dove il paese per certi canali, lineati da ciuffaie di oleandri selvatici, con ponti a basto di ciuco, ricorda Venezia, ma ogni giorno egli si trascina nello studio di un vecchio suo amico, – l’avvocato Cairoli Parducci, padre di un Caduto fascista, – nella piazza del mercato alberata di platani centenari. Lì presso sciabordano le acque del canale della Burlamacca; la Pescheria, di contro, manda zaffate di pesce stivato entro le corbe. Chi da ragazzo, tuffandosi, ha bevuto l’acque della Burlamacca non può più allontanarsi dal fosso-canale, dove prendono ancoraggio le barche dopo lunga navigazione. Lì sul pietrato si parla sempre di viaggi, di noli, di tempeste e di bonacce, e di mare; sempre di mare.

Enrico Sisco ha preso l’aspetto di un antico profeta. La lunga chioma intonsa spiove sulle spalle ricurve da una «buffa» di pel gattino: quelle che i marinai sogliono portare nei giorni di tempesta; la barba linda, ma incolta, a ciuffaie del color dell’acciaio, inserita sul viso scarno, ne diminuisce il volume; gli occhi sono ancora morelli, ma spenti. Essendo ancora prossimo il mese dei morti, Enrico Sisco tiene all’occhiello della giubba cenerina un crisantemo giallo spampanato, al cui contrasto il suo viso diventa ancor più terragno.

Appena gli ho rievocato certo suo poema I contrasti basato su di una sua massima filosofica: – la vita è male, – il vecchio ardimentoso polemista si è subito acceso e scattato di sul divano grigio come ai giovani anni di su quello fiammato del caffè del «Regio Casino», un sorriso beffardo è affiorato sulle sue labbra carnose: – Sì, è male. – Tutti i giornali da lui fondati sono stati sventolati dalla sua voce ancora gagliarda. Li conta sulle dita della sua mano scarnita, ma una mano sola non basta: L’avvenire, La Burlamacca, Il maestrale, Il mare, Il libeccio… Qualcuno gli obbietta che Il libeccio fu diretto da Angelo Tonelli, detto «Bociorino» perchè prima di dirigere un giornale fece tutta una lunga trafila di esperienze cominciando dallo strillone; ma il Sisco vuole la paternità anche di quel foglio.

*

Quante amaritudini hanno dato i giornali al Sisco? «Non han numero, – egli dice, – come i fior sulla terra, come le stelle in cielo». Per i giornali gli fu messa a soqquadro la casa, per i giornali dovette abbandonare il paese e ritirarsi nelle spelonche delle Alpi Apuane e far vita di eremitaggio, per i giornali dovette abbandonare anche la Patria. Ricorda Bakunin, l’«orso di Basilea», per averlo incontrato in Lugano: dice della sua colossale statura, del suo viso vigoroso, dei suoi occhi grigi chiari, della corta respirazione di leone, delle unghie scalciate dallo scorbuto, contratto nella tetra fortezza dei Santi Pietro e Paolo in Pietroburgo; ricorda Eliseo Reclus e Cafiero.

A un tratto Enrico Sisco si fruga in seno dalla parte del cuore, gli occhi atoni fissi; trae una copia di queste sue memorie e ne fa omaggio a un amico: il libro è tepido.

Il giornalista ottuagenario si contenta di una sigaretta: «Leggete, leggete, e giudicate; l’ho dedicato alla giovane marinareria del mio paese che chiamo giudice imparziale e severa. Ho varcato ottant’anni; l’ho dettato perchè non vedo più nè a leggere nè a scrivere. La vita è male. Sarò disgraziato? Una mia nipotina mi ha bruciato il manoscritto del mio poema. Oggi avrei potuto pubblicarlo». E il vecchio si accascia sul divanetto.

Il direttore del Maestrale, a diciannove anni, s’imbarcò sul Carlo, che faceva rotta verso l’Equatore. Tra bonacce e piogge torrenziali il brigantino tagliò la linea a trecento miglia dalle coste del Brasile; il vento «pampero» investì il Carlo, che, serrato di vele, corse in filo per tre giorni e tre notti sopra la criniera dei marosi, enormi come montagne, per cui, nell’atto del fortissimo beccheggio, l’orizzonte scompariva, per apparire poi assommandosi, tremendi colpi di mare scoppiavano sulle fiancate del Carlo. Come la fortuna volle, abbonacciato il «pampero», mollate tutte le vele, dopo più di due mesi e mezzo di navigazione l’equipaggio avvistò Montevideo, entrò nel porto impavesato, framezzo alle corvette americane, ivi ancorate, che con ripetute salve di artiglieria salutavano la bandiera italiana.

Ma il Carlo era destinato a tragica fine: il brigantino, già alleggerito di carico e quasi in zavorra, fu preda di un repentino e tremendo sconvolgimento di acque; strappate le ficcate delle catene d’ormeggio, si cacciò con violenza contro i banchi di fango. Fu gettata l’ancora di speranza, ma non aveva ancora fatto testa che la gomena si spezzò, rimanendo la nave in balìa delle onde procellose, sotto un cielo fiammeggiante di fulmini. Avvenne in quel momento la perdizione: tutto l’equipaggio si era radunato a poppa; i colpi di mare non davano tregua e s’infrangevano sulla carena del Carlo, sbandato sul fianco destro sopra un banco di fango. Al di là dei banchi si scorgeva una radura bassa, paludosa, frustata da un gran bosco di canne; a destra e a sinistra, galleggiava un gran numero di cadaveri: equipaggi di altre navi andate in perdizione, sopra i quali gracchiavano uccelli di rapina affamati. Fu deciso di attraccare in terra con la lancia del brigantino. Per prima fu imbarcata la moglie del capitano Antonio, poi il rimanente dell’equipaggio; ma il canotto non poteva sopportare tutto quel carico e minacciava d’affondare. Il Sisco, con un altro marinaro, afferrati i mustacchi del bompresso risalì a bordo, aspettando la provvidenza di Dio. Gli scampati ebbero accoglienze e ricetto in una capanna di una negra, che li ristorò con latte, e vestì dei suoi panni la moglie del capitano. Sul tramonto di quella giornata, una barca di salvataggio prese a bordo il Sisco e il marinaro che, scalzi e seminudi, raggiunsero i naufraghi.

Gli Antonini parvero perseguitati da uno spietato destino. Per il loro ardimento tutti quei bastimenti, dai bei nomi italici, furono inghiottiti dal mare.

ALESSANDRO IL «DURO»

BERSAGLIERE A ADIGRAT

Bisogna proprio dire che la «Vignetta» di Viareggio è stata ferace di cuori avventurosi, di anime eroiche e di uomini rudi, amanti del bel canto. Si chiama «Vignetta», qui, la Darsena nuova, interchiusa tra il canale della Burlamacca, il viale Coppino, la caserma della Marina e il campo Polisportivo. Vanamente, però, in questo piazzale, – assaettato di tronchi d’alberi centenari, d’antenne d’abete trentino, di caldaie di pece bollente, di forge, di paranchi, cavi, vele distese ad asciuttare, reti, ancore e timoni, – cerchereste una sola radica di vite o tralcio di sarmento. Della vigna c’è rimasto soltanto il nome; ma vi sono tante rimescite di vino: vino gagliardo governato con mosti isolani, vino isolano schietto dell’Elba e d’Ischia e di Sicilia. Ma i vecchi carpentieri e i decrepiti magnani asseriscono che, ai tempi dei tempi, la «Vignetta» fu ferace d’uve, e di uve salmastrose e ferruginate. Il vino della «Vignetta» ebbe grande rinomanza per le sue virtù fortificanti e ricreatrici.

In «Vignetta» sono nati o cresciuti tutti gli eroi viareggini, vecchi e dei giorni nostri. Volpi, il fedelissimo di Costanzo Ciano nelle leggendarie imprese, è nato giù di qui; «Scricchi», – Silvestro Palmerini, – il vecchio navarca che sulla paranza La Madonna del soccorso portò Rosolino Pilo e Giovanni Corrao in Sicilia, nacque e morì in «Vignetta». Di qui il giovane marinaro Codecasa, della Stella Polare del Duca degli Abruzzi, e un valoroso soldato di Millo, nell’impresa dei Dardanelli. Di «Vignetta» è Alessandro Bertuccelli, di Annibale, di «Pezzo duro», detto perciò il «Duro», – e il soprannome ben gli sta, chè Alessandro Bertuccelli è duro come un ceppo di quercia, e nero come il legno tecche, – soldato volontario del battaglione Prestinari che fu assediato a Adigrat, proveniente dall’Ottavo Bersaglieri. Alessandro Bertuccelli che ha oggi una sessantina d’anni ma balla come dice lui sopra un centesimo, è rimasto, e rimarrà per tutta la vita, attaccato al suo reggimento glorioso.

Quando stamane ho messo dei buoni cani a caccia per levare il «Duro», – che si è da se stesso confinato sulla spiaggia di ponente, in una impalancita di tavoloni di un bagno, vigilando notte e giorno il variare dell’umore del mare, – con la preghiera ch’egli si recasse subito alla fiaschetteria dei «Poveri vecchi», chè cose urgenti lo riguardavano, il «Duro» ha obbedito subito al comando amichevole, si è calcato sul capo il cappello delle buone occasioni, conformato su quello dei bersaglieri, alto sulla fronte ancora combusta dal sole estivo, che il «Duro ha preso tutto facendo il bagnino ed è venuto a passo di carica alla fiaschetteria dei «Poveri vecchi». Appena è entrato ha dimandato: «Cosa c’è? S’è mosso l’Ottavo Bersaglieri?». Perchè Alessandro di «Pezzo duro», è rimasto legato all’Ottavo Bersaglieri, e quando si muove il suo reggimento, egli sente il diavolo nelle gambe.

Un giorno Alessandro di «Pezzo duro», da poco ritornato dalla campagna d’Africa, fu avvertito di corsa da un facchino della stazione che di sotto la medesima transitava l’Ottavo Bersaglieri diretto a Candia.

– Cosa hai detto?

– Il tu’ reggimento è sotto la stazione, e tutti chiamano il «Duro».

– Maledetta la mia calzatura. – Il «Duro», che a quei tempi faceva il bozzellaio in «Vignetta», tirò via le ciabatte, calzò un paio di scarponi, si calcò sul capo il vecchio fez rosso scarlatto con la nappa, e via al volo verso la stazione. Ma l’Ottavo cantava già all’altezza di Torre del Lago: «Avanti bersaglieri – che l’avete la gamba lesta»; e il «Duro» dovette tornarsene a trafficare con le pulegge e le bronzine.

Durante la grande guerra l’Ottavo si mosse con eroica prestanza bersaglieresca verso le frontiere della Patria, ma il «Duro» per l’età dovette rassegnarsi allo stellone rosso della territoriale e partire per ignota destinazione. E seguì l’Ottavo con l’ardente desìo della sua prima giovinezza.

– Cosa è successo? S’è forse mosso l’Ottavo Bersaglieri? – ha detto oggi anfanando.

– Qualche reparto di vecchi commilitoni dell’Ottavo, sì!

– E dove si va?

– Ma non lo sai che a Napoli c’è l’adunata dei vecchi soldati dei battaglioni che combatterono nell’Africa italiana?

– E mi avvertite ora? O non lo sapete che io vivo sul mare, verso il Gallinaro? Rena e mare, mare e rena, e sulla rena non scrisse mai nessuno, e se qualcuno ci scrive, un soffio di vento lo scancella.

Il «Duro», rinfocolato da un bicchiere di vino di buona pasta, racconta che in «Vignetta» l’avevan fatto tutti morto nell’Africa, perchè lui non ha confidenza con la penna, e che, quando vi riapparve vestito di tela gialla e col fez rosso, lo presero per lui, sì, ma che ritornasse dagli eterni riposi. Aveva messo una barba nera e lunga come quella d’un romito ed era diventato nero come i mori che facevano vedere nei baracconi, che un tempo alzavano proprio in «Vignetta». Nemmeno suo padre lo riconosceva.

Il padre di Alessandro, uomo provato a tutte le traversità, si faceva animo a chi gli domandava: – Ma del tuo figliolo si sa nuove? – No! – Sarà morto? – Eh figlioli, – rispondeva filosoficamente – senza rompere uova, non si fa frittata!

«Pezzo duro» trovava grande conforto nella poesia; a quei tempi egli era uno dei più appassionati improvvisatori della «Vignetta», e ce n’era di bravissimi. Anche per la guerra d’Africa aveva fatto una poesia, che cominciava:

«È l’Italia nostra una centrale, che in tutto il mondo non si trova uguale…»

Avendo un figlio nell’Africa, assediato a Adigrat, lui così fantasioso cominciò a lavorar di fantasia. Mentre lavorava al tornio, un vecchio tornio a pedale («Il tornio cammina, e mai si stanca, – però si ferma quando un pie’ gli manca»: anche questi versetti sono di «Pezzo duro»), torniva rime roteanti sulla puleggia rovente del proprio cervello: «E con Tunisi, ove fu Cartago altera, – emula già di Roma acerba e fiera… più giù Cafreria giace sul lito, – e di Buona Speranza il capo addito. – Dello Zambruccagam mira la costa; – l’Abissinia bollente al norde è posta». Il «Duro» è là: che Dio l’assista!

Dirimpetto alla bottega di «Pezzo duro» c’era l’officina di Tonin Giorgetti, fabbro, il quale sull’incudine sonora martellava versi che parevano incisi: «Rise tre volte il cielo ed altrettante – fin dai cardini suoi, tremò l’Averno». I figli di Tonin Giorgetti, Telemaco, Pindaro, Omero, Mentore, fabbri come lui, l’ascoltavano fieri e talvolta gli facevano il coro. Dopo l’abbozzo e la martellatura, Tonin Giorgetti, poeta di più vasto impegno di «Pezzo duro», sottoponeva il getto all’opra paziente della lima; ma la lima dirugginiva i versi (lima dell’intelletto, naturalmente), nella rimescita dell’Assuntina di Darsena, o alla Marianna di Fredianetto, o ai tavoloni della «Piera di Sagrino», dove facevano i ponci alla fiamma, ardenti come le faci che i giovani Greci si commettevano da una mano all’altra: i ponci che stanano la poesia anche se s’è ricettata nelle tufose ossa del teschio.

Tonin Giorgetti, fabbro, limava i suoi versi in cima di tavola; e «Pezzo duro», tornitore, li torniva in fondo; lima e tornio andavano a spirito, zucchero bruciato e caffè tostato.

«Acque lucenti sterminate e chiare… – e a poppa stava il celestial nocchiero – e più di cento spirti entro siedero», si borbottava in cima di tavola; e in fondo, in corpo a «Pezzo duro», pareva bollisse una pentola: «E mi avvicino lemme lemme, – fino a le porte di Gerusalemme».

Dopo, testimoni Tonin di Tista, Fortunato di Papazzino, Drea di Tramonte, Giovanni delle Bettole, Giando di Sorbano, Rosso di Patacchino, il Vandalo, avvenivano le «singolari tenzoni».

– Bada che ti sfido a singolar tenzone – diceva Tonin Giorgetti.

– E io accetto la disfida di Barletta – rispondeva «Pezzo duro». E Barletta richiamava il vino ferrato di Trani e di Bisceglie.

*

«Domine non son degno – la poesia ha rovinato più di un legno».

– Sono gli ultimi versi scritti da tuo padre – ha detto un vecchio ad Alessandro di «Pezzo duro», che ascoltava attento il racconto.

– È vero: quando a mio padre gli sfrullavan per il capo i versi, torniva, e torniva tanto che di una puleggia faceva una trottola. Una volta mio padre accettò la sfida di rimare con fegato e nessuno di noi ci faceva più vita. – Trovatemi una rima con fegato – diceva egli concitato.

– Segàto – si rispondeva noi. – Badate che v’accento il capo con un nocchino. — O che noi siamo poeti?

Un giorno, mio padre torniva con la zampa e col cervello legno e versi; a un tratto, dette una pedata al pedale e il vettone d’ontano percosse il soffitto: – Se al delegàto si potesse dir delègato, – Avrei rimato con fegato.

IL PIONIERE D’ARARUPE

Viareggio si spopola; raffiche gagliarde di libeccio addossano nubi temporalesche sul grande schienale del monte Carchio; una greggia tumultuosa pare il mare scalpellato dai turbini; Monte Corvo e le isole stanno al largo, come possenti navi d’acciaio disalberate; le palme sventagliano tanto forte che pare rinforzino l’impeto del vento.

Uccelli di tempesta remigano, le grandi ali intrise di turchinetto e d’inchiostro, e calano verso le lame della palude, su cui le ciuffaie dei falaschi sembrano pescare i pesci sguiscianti nel loto. Sulle strade luttate dall’asfalto arrancano uomini che il temperale ha stanato dai covili della Pinciana, uomini assetati d’aria salmastra e di silenzi sepolti entro le grandi arche dei marmi stivati presso i pontili d’attracco.

Anche il pioniere d’Ararupe, dalla robusta ossatura e dalla fronte dura ed arcuata come una doga, con gli occhi di basalto, naso uncinato simile a quello dei volatoi rapaci, bocca all’ingiù come le divinità crucciate, pare sia stato stanato dalla sua casa solitaria. Qualche goccia di piovasco tamburella la sua pelle conciata nelle foreste paurose del Chaco: «Siamo la pioggia, siamo la tempesta». Il solitario d’Ararupe, sotto quel tatuaggio, sembra ringagliardire e disdire gli ottant’anni, che lo hanno reso bianco come lo statuario.

Il pioniere d’Ararupe è l’esploratore Adamo Lucchesi che, abbeverato di sogni, lasciava, or sono sessantacinque anni, la Pieve dei Monti di Villa per avventurarsi, senza sicuro destino, nelle lontane Americhe, dove sofferse tutte le tribolazioni.

*

In questa giornata temporalesca, che pare spalanchi le vie del cielo all’algore invernale, sono stato a trovare l’esploratore Adamo Lucchesi, il quale, per le vetriate della sua casa, fuse dalla pioggia, esplora il cielo nubiloso. Un grande uccello ingabbiato mi è sembrato oggi l’audace violatore degli spaventosi silenzi delle foreste del Chaco, musicati di bramiti. L’uomo dalla robusta ossatura e dal fiero sguardo aquilino ha in mano una tazzina di «mate», piccola come quelle in cui si abbeverano nelle gabbiette gli uccellini volatoi: ma nella bevanda egli sazia la sete nostalgica della foresta tropicale. Annusa il «mate» come Incitato (il cavallo di Caligola) annusava per l’aria l’acre profumo della battaglia. L’odore del «mate» gli incurva le ciglia, gli aggrottesca tutto il viso gagliardo: sembra che da un momento all’altro le vetriate debbano frantumarsi sotto una spallata di questo vecchio gigante ingabbiato.

Vedo appesi alla parete dei ritratti sfuocati dal tempo. – Sono i pionieri, – dice crucciato il solitario d’Ararupe, Giacomo Bove, Guido Boggiani, Luigi Zalzan. – Nelle narrazioni tremende e pacate tragittano nomi di altri pionieri, che qui non sono ritratti.

Adamo Lucchesi, mentre parla, si affissa nella fotografia di una casa bassa e larga: una «tettoia» annientata sotto alberi millenari. È la «chiusa» d’Ararupe, dispersa nelle boscaglie del Paraguay: «Ararupe», che il pioniere mi dice significa: piccolo padre del tempo: – La «chiusa» paraguayana era stata battezzata così dagli indigeni, ed io ho lasciato il suo nome.

Parlando, il pioniere d’Ararupe ritorna col pensiero laggiù ai margini della foresta, sulle sponde friabili di un fiume aculeate di salicastri, tra i quali si vede attraccata una zattera.

Adamo Lucchesi ha scritto un libro di ricordi. Se il pioniere d’Ararupe ha scritto come parla, il suo libro sarà una cosa viva. Il favellare di Adamo Lucchesi, puro, assennato, riflessivo, biblico, qua e là inzeppato di sentenze latine e di proverbi nostrali, ha l’intonazione casalinga, ondeggiante, di quello che si parla su, verso i pendii della Pieve dei Monti di Villa. I suoi fondamentali caratteri sono sempre rispettati, anche se, qualche volta, si slitta sulle regole grammaticali.

Il libro, di cui il pioniere d’Ararupe è gelosissimo, sarà dedicato ai pionieri (alle loro anime): – Essi soli possono giudicarmi – e il profetico Adamo Lucchesi, quasi benedicente, alza il braccio verso le loro effigi.

A un certo momento, l’esploratore fa arco delle sopracciglia, roncola del suo naso grifagno, batte un pugno sul tavolo, gridando: – Vorrei poter convertire in penna l’acciaro del mio «machete», per poter descrivere al vero l’alta poesia della foresta vergine. – Al mio stupore ammirativo e contemplativo l’esploratore chiarifica: – Il «machete» è la scure, senza la quale non ci si può avventurare nelle intricate foreste vergini: il castigo dei rami, degli abbracciaselve e dei serpenti.

Adamo Lucchesi, nel Chaco, conobbe Guido Boggiani, il singolare pittore di Omegna, della provincia di Novara, che fu compagno di Gabriele d’Annunzio e di Scarfoglio, quando i due veleggiarono su di un fragile naviglio verso la Grecia, che con l’ardore delle passioni che si sviluppano tardi, già incamminato verso la gloria, s’avventurò nelle boscaglie inesplorate del Chaco, dove fu, dopo traversità inaudite, massacrato.

Il pioniere d’Ararupe mi mostra, con mano che trema, ma con saldo cuore, la Laude di Gabriele, in cui l’episodio di Guido Boggiani prende alto rilievo:

Un Ulisside egli era,

perpetuo desìo della terra

incognita l’avido cuore

gli affaticava, desìo

d’errare in sempre più grande

spazio, di compiere nuova

esperienza di genti

e di perigli e di odori

terrestri.

Lo scarno profilo del pittore esploratore si adegua al pallore della parete. Quasi esangue appare il suo volto, ma i suoi biondi capelli sorgevano senza mollezza su la robusta ossatura della fronte, nata a cozzare contro l’impedimento.

Il pioniere d’Ararupe mi racconta di Guido Boggiani cose fierissime. Il pittore cereo, dai piedi delicati, per assuefarsi ai travagli degli spini e delle morsicature delle serpi, che s’adeguano al colore della vegetazione insidiosamente, passeggiava a piedi nudi sopra i pruni. L’orme si macchiavano del suo sangue vivo; i piedi suppliziati, piagati come quelli di un martire cristiano, si cicatrizzarono lentissimamente, risuolando le piante di un cuoio, battuto e ribattuto dai poderosi martellamenti del cuore.

Dopo il supplizio, Guido Boggiani solo, con un sacco, delle fiale, una siringa, una penna, dei lapis, della carta, e una bandiera italiana (sotto cui furono rinvenute le sue ossa) si avventurò nel Chaco pauroso.

– Loro sono giudici del mio scritto: loro soli! – E il solitario d’Ararupe rimane sul saluto, dirimpetto alle forti teste dei pionieri.

Da un usciolo piccolo piccolo, sul far della sera, è apparsa una servente piccola come una bimba, con la voce di bimba; ma è una donna già fatta, ed ha parlato al solitario d’Ararupe dimessa, ma con voce sonora. Adamo Lucchesi, più alto vicino alla servetta, ha alzato le lunghe braccia al cielo, gridando: – Tutto a tempo e luogo! – ed ha scaricato intorno delle occhiate terribili. Sullo sfondo della vetriata, arrossata da un livido tramonto, mi è apparso come un uomo che volesse gettarsi dentro una voragine di fuoco.

Maledizione alle case. L’esploratore sta cambiando alloggiamento; cento case gli sono offerte, case comode, fornite di tutte le cose necessarie. Sensali e sensale di case parlottano, piano pianino, con la servente: pare che si confessino segretamente in cucina.

– Odio le case, odio le case – tempesta l’esploratore. – Datemi un albero smidollato, uno schioppo, il mio «manchete», le boscaglie, il Chaco, il Chaco, il Chaco!

Il mare rompe al di là del muro; le palme sventagliano sulla fornace del tramonto livido, immane incendio su una boscaglia squassata dal libeccio.

– Volare, volare, volare! là, lontano.

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