Lorenzo Viani – Parigi

A scuola ebbi la fortuna di imbattermi in un maestro scettico, un vecchio alto, vestito continuamente d’una palandrana nera, con in testa un cilindro, baffi e pizzo bianchi, occhi neri, larghi e pensosi, impronta di Sileno. Si chiamava Cesare; a spiegare una certa aura di paganesimo che spirava su quel volto largo e sereno, basterà dire i nomi dei suoi congiunti: Volfango e Silvano, Telemaco, Omero, Aristotile, Pindaro e Mentore. Era possibile mai che un uomo, a cui frullavano per la testa i fantasmi ascosi sotto tali nomi, potesse confondersi con le aste, gli zeri e l’abbecedario?

Ricordo che leggeva sempre un libro foderato di carta pecora, un tomo pesante come un messale; ogni tanto alzava il capo per notare sopra un taccuino coloro che lo tormentavano durante la letizia della lettura: appena che aveva terminato di leggere faceva l’appello dei maldestri scolari, li disponeva in fila ordinando loro alcuni esercizi ginnastici, li pietrificava sulla posizione delle braccia in avanti, poi, con metodo e con pacatezza, per far ciò inforcava gli occhiali, distribuiva a ciascuno dei potenti colpi di righello sulle dita, e rimandava gli scolari al posto senza rancore, quindi si toglieva gli occhiali e urlava:

«D-a?»

«Da» rispondevamo tutti in coro.

«B-e?»

«Be.»

«L-e?»

«Le.»

Un giorno, in classe, ci fu un tremotìo. Il maestro aveva dovuto assentarsi cinque minuti: panchi capovolti, un vetro rotto e uno scolaro salito al banco si era messo a scimmiottarlo leggendo nel suo libro. Egli capitò nella scuola all’improvviso, non dette segno alcuno di stupore, fece il solito appello di una quindicina di alunni, ai quali dette poi una doppia razione di righellate, e disse una frase: «Sospesi fino a nuovo ordine!». Noi, lì per lì, non demmo troppo peso all’intimazione, perché comprendemmo soltanto il significato della prima parola, la quale s’ingarbugliò con l’altre. Immaginarsi la contentezza quando un cavalocchi, che stava sempre a sciorinarsi sul muretto del molo, ci spiegò che, sospesi fino a nuovo ordine voleva dire che, fin tanto il maestro non ci richiamava, noi non potevamo varcare la soglia della scuola. Pena, avrà detto – la radiazione perpetua – ma tale era il suo cipiglio che a noi sembrò avesse detto: “Pena di morte!”.

Da quel giorno il nostro compito quotidiano, oltre a quello di nasconderci tra le pagliole quando si vedeva qualcuno del vicinato, era quello di annaspare qualche bugia alle nostre madri, le quali, se fossero state cognite di ciò che noi si faceva, ci avrebbero spellati vivi.

Un giorno il maestro trovò mia madre alla quale chiese notizie della mia salute non avendomi più veduto.

«Come?» urlò stupita mia madre, e soggiunse sospirando: «Quel figliolo è la mia dannazione!».

In quei giorni di vagabondaggio, lungo la spiaggia, avevo conosciuto il figlio del maestro, il quale si chiamava anche lui come il padre: Cesare. Noi rimanemmo di sale vedendo e udendo che anche Cesare aveva le nostre identiche inclinazioni. Più tardi udii le nostre madri dire in coro: «Quei figlioli sono la nostra dannazione!».

Tanto si fece che le famiglie, dopo consulti e conciliaboli, tra pianti, imprecazioni e minacce, ci mandarono a imparare un mestiere: il barbiere.

A me capitò un padrone, garibaldino fanatico, giocatore di lotto e uomo caldo… diceva lui. Questa parola la ripeteva sovente alla moglie onde giustificare certi gesti e certe occhiate ghiotte che egli dava alle donne formose:

«Lo sai, son caldo!».

La sua bottega era il ritrovo di tutti i reduci dalle Patrie Battaglie del paese, quasi tutti caldi come lui, i quali, finito il furore delle armi, si scaldavano al fuoco di altri arrembaggi; uscendo ripetevano in coro: «Siamo caldi!».

Lì, fui preso dalla smania di imparare. In bottega comperavano il giornale La Sera, che arrivava di mattina in Toscana. È stato sui margini di quel foglio che io ho cominciato a notare tutte le parole incomprensibili. Poi la sera nel retro-stanza di un forno me le facevo spiegare da un compagno che frequentava le scuole, il quale apriva un vocabolario grande come la Bibbia, e con aria professorale mi chiariva il significato dei vocaboli.

In un vano del muro della barbitonsoria era collocato un tavolinetto, sul quale era imbullettata una gualdrappa di aleppo rosso; il tutto era nascosto da una tenda verde a fiorami gialli. Oltre che una scardazza per le code dei capelli finti, e le treccie di crespo e i barbini, lo stambugetto serviva anche da biblioteca, Il libro dei sogni, il buco nel muro di Francesco Domenico Guerrazzi, l’Aristodemo del Monti, il Caio Gracco e la Divina Commedia, edizione Perino da un ventino il volume. Incredibile impresa! mi misi in testa di copiare tutto il Dante e sapevo appena compitare! Ricordo che riempii tanti quaderni di scarabocchi, e non mi ricredevo neppure quando i clienti dicevano: «Il Dante è di mórto difficile, ma di mórto, di mórto!».

Cesare la sapeva già tanto più lunga di me. In casa, dice, avevano una stiva di libri proibiti, che lui divorava di nascosto alla madre; tanto leggeva che era diventato del color della cera; lungo come il padre si piegava un po’ sulle spalle, gli occhi ceruli vagavano incerti in cerca sempre di cose nuove. Aveva letto Esmeralda o Nostra Signora di Parigi, la Storia del Michelet, gli Ultimi giorni della Comune e, quando la sera ci si trovava mi rintronava la testa con Parigi. «Parigi» soleva dirmi «è il nostro paese!» e ripeteva a mente interi capitoli di Victor Hugo:

«Parigi! “Nulla di più fantastico, tragico, stupendo. Per Cesare, città vettigale; per Giuliano, villa; per Carlo Magno, scuola, dove richiama dotti di Alemagna e cantori d’Italia e che Papa Leone III battezza col nome di Sorbona; per Ugo Capeto, palazzo domestico; per Luigi IV, porto con pedaggio; per Filippo Augusto, fortezza; per San Luigi, cappella; per Luigi il collerico, patibolo; per Carlo V, biblioteca; per Luigi XI, stamperia; per Francesco I, bettola; per Richelieu, accademia; per Luigi XIX il luogo dei letti di giustizia e delle camere ardenti; per Buonaparte, il gran crocicchio della guerra!”»

«Non lo senti?» mi diceva ansante cogli occhi fuori del capo.

«Lo sento» ripetevo cupo «e allora?»

«La nostra città è Parigi! L’ho detto e lo ripeto. Poi tu non sai che è la città della Comune!»

«Cos’è?» domandavo io sorpreso «questa Comune?»

«Stai zitto, bisogna parlarne piano di questa cosa, altrimenti c’è da finire in un fondo di galera!»

Per parlarmi di questa Comune mi conduceva lungo il mare dove, diceva lui, le parole vengono frante dai battiti della maretta.

«Dunque, dopo il rovescio di Sedan e la resa di Metz ci fu uno scoppio di collera popolare. La plebe, capitanata da Favre, da Amilcare Cipriani e da due generali assalta ed espugna l’Hôtel de Ville. L’ora è grave: temendo il ritorno della reazione, la guardia nazionale ha rifiutato di deporre le armi nelle mani del Governo e Parigi si è sollevata.» E Cesare sollevava le braccia e le dita stecchite al cielo ed io abbassavo il capo pensoso.

«Le barricate sono esplose dal selciato della città come un bisogno irresistibile di vendetta e di difesa. Intanto Versailles e Parigi, Thiers e la Comune erano impazienti di misurarsi. Il Thiers, volendo rientrare nella capitale, aveva preparato un esercito di centomila uomini agli ordini di Mac-Mahon, dal canto suo la Comune forte di duecentomila soldati…

«Il 2 aprile, all’alba, il Flourens partì dall’Avenue des Ternes pour Château, il Cipriani era con lui, ma, giunti a Nanterre, i cannoni del Monte Valeriano cominciano a tuonare ammonendo i Comunardi che i cannoni appartengono ai Versagliesi…

«I Comunardi sono in rotta. Flourens riconosciuto dalla soldatesca, uno con una sciabola gli fende il cranio. Egli davanti alla morte appariva raggiante come si compisse il suo sogno. Calmo, superbo, diritto, alta e scoperta la testa bionda, tutto chiuso nel cappotto dell’assedio, aveva in fronte il segno splendido del martirio.»

A questa verace storia, che pareva leggere in un libro, Cesare mischiava delle figure romantiche avvampate dalla sua passione. Ricordo di un gobbo, tutto fiele, sitibondo di sangue, che in una cantina di Parigi stampava il bollettino della Comune, e che nell’ora della morte e della gloria fu inchiodato a schioppettate nel muro del cimitero. Là, al Père Lachaise, son caduti; l’estremo baluardo lo eressero sulle tombe dei loro padri. «Parigi è la nostra città l’ho detto e lo ripeto» concludeva Cesare.

Questo racconto mi aveva messo il diavolo addosso. Parigi, un giornaletto che usciva in quel tempo con nella testata un ottantanove alto quindici centimetri, i tentativi comunardi che accendevano fuochi in vetta delle Alpi Apuane, la Comune, il muro dei Federati, le schioppettate, tutto questo rintronava nel mio cervello.

Ogni volta che trovavo Cesare rispondevo ad una eterna domanda che aveva stampata negli occhi inflessibili:

«Ci andiamo.»

Più tardi cominciammo a darci la via dal nostro paese; molte volte insieme, qualche volta soli. Un giorno andavamo verso Pisa a piedi, passavamo traverso la boscaglia, pioveva e si affondava nel fango fino a mezza gamba, l’acqua ci crivellava la schiena, ma noi non si sentiva: s’andava ad una adunata dove, tra l’altro si sarebbe parlato della Comune. Ci trattenemmo fuori di paese qualche giorno. A casa non sapevano nulla, ci cercarono dappertutto e, finalmente, poterono stabilire che eravamo verso Pisa: dei boscaioli e dei cacciatori di frodo ci avevano scorto fra i pini. I nostri ci attendevano in un vialone di tigli che dal bosco sfociava nel paese.

Quando ritornammo molli e sciupati, ci attendevano i nostri padri. Il signor Cesare ed il mio rivedendoci non poterono trattenere le lacrime e ci seguirono silenziosi e sconsolati.

Nel frattempo io mi ero dato a disegnare. Il mio compagno mi portava figure ed io le ricopiavo. Figure di petrolieri, i quali io invariabilmente contornavo di una cornice di lauro, poi venne l’odissea di una vita tutta di peregrinazioni: Lucca, Pisa, Firenze, Livorno, Genova, Torino, Venezia, Ventimiglia, Roma, finché io mi ritrovai, in qualche modo, pittore a tu per tu con la gente che della mia pittura non sapeva cosa farne.

Cesare era intanto emigrato verso i Bagni di Lucca dove stava divorando una biblioteca dei suoi antenati. Di là, un giorno mi scrisse: “Parto con una comitiva di stucchinai per il Belgio”.

“E io per Parigi” gli risposi.

Quando nel mio paese, a quei tempi popolato di pescatori, di naviganti, si sparse la voce che io partivo per Parigi, la gente rimase attonita.

I più conoscevano il globo. Fin da ragazzi avevano bazzicato l’Egitto, la Tunisia, l’Algeria, le coste della Francia e della Spagna; da adolescenti avevano sboccato tutti gli stretti; nell’età gagliarda, facendo prua per le Americhe, avevano rasentato le estreme terre dell’Africa, e le isole di Maluccello, accampate sulle soglie dell’Oceano. I barchi a vela, sui quali si avventuravano in mare, andavano come uccelli nel cielo sterminato. Sui carabotti di prua, nei tedi delle bonacce avevano appreso dai vecchi le storie della nostra stirpe avventurosa che ha imposto i propri nomi a quante terre illumina il sole dopo il tramonto. Nelle tempeste temprarono l’anima, la morte imminente li stradò sulla via della indulgenza. I vecchi navarchi, come antichi re spodestati, dopo aver circumnavigato le Americhe, toccato l’India, la Cina e il Giappone, e per la pesca avventuratisi anche nelle deserte solitudini dei mari polari, rosi dalla salsedine, al cospetto del mare aspettavano di essere composti in una cassa di abete per fare il lungo viaggio, dove si naviga senza vele e timone. Tutta questa gente stupì quanto seppe che io partivo per Parigi, stupì perché le città dentro terra ferma destano ripugnanza al marinaio. Egli, quando si sente terra alle spalle, è preso da panico come un soldato accerchiato. La terra uggisce il marinaio per un senso di torpore e di pigrizia. Il terrazzano scaltrito, rapace, avido, malizioso è il diavolo dei marinai. Le città non risonanti del possente ànsito del mare terrorizzano il navigante come la prigione.

«E tu vai ad aberintarti a Parigi?» solevano dirmi in quei giorni.

Io abitavo, allora, nella Darsena Vecchia. La mia casetta era sotto al tumulto delle vele. Quando soffiava il vento di libeccio, il tetto suonava e dal letto si udiva lo scricchiolìo delle antenne e dei bompressi. Quando il mare in tempesta rompeva sulle calate del molo, le acque ferme delle darsene salivano, le murate dei barchi investivano le altre murate, i parabarche schiacciati fra le carene crocchiavano, i fori delle gubìe risoffiando il vento pareva si dolessero; quando in quella selva d’alberi brucati ci dava la saetta, le schiezze delle antenne schizzavan sui tegoli.

Nelle sere di chiaro di luna dalla cameretta, di tra i vasetti dei garofani, si vedevano fiorire le stelle sui cimelli degli alberi, e tante rimanevano impigliate nelle maglie delle reti, stese a imbeversi di guazza. I cantarelli delle darsene, dove si lagna l’acqua che, croccolando dalle bocchette solleva i fondali dolciastri e frange sul verde limo la luna e le stelle, erano come il nostro focolare. Lì son fiorite le prime favole della nostra vita: le prue bonarie delle tartane ci guardavano con le gubìe meste, e, spesso pareva grondassero lacrime. Anche loro, più tardi sembrava pensassero:

“E tu vai ad aberintarti a Parigi?”

I guardiani misuravano a passi lenti le calate dove eran capovolte in carena le barche; le chiglie, assommate per un nuovo battesimo di sole, avvilucchiate di limo e di alghe e il fasciame intriso di loto, dove era rimasto l’alito dell’Oceano, spianavan loro la fronte pensosa. Questi poeti taciturni mi conoscevano tutti, e, mesti, mi domandavano:

«Ma ti vai proprio ad aberintare a Parigi?»

Anche le madri, quelle che da anni avevano i figli agli sbruffi del mare e dei quali non sapevano più né nuova né novella, quelle il cui figlio aveva disertato la barca là per le Americhe ed era ritornato dopo aver girato quanto il pensier dell’uomo, quando io passavo davanti alle loro casette, mi domandavano stranite:

«Ma ti vai proprio ad aberintare a Parigi?»

«Sì» rispondevo.

«Gesù, Giuseppe e Maria!» nemmeno loro sapevano capacitarsi di questo lungo viaggio in terra ferma.

I giorni che precedettero la partenza, mia madre non faceva che piangere. Quando io rincasavo all’improvviso la trovavo in mezzo alle donnette del vicinato che la consolavano. Ella si doleva con loro della mia decisione, ed esse la consolavano: «Sarà quel che Dio vorrà» e, sospirando, ritornavano mogie mogie nelle loro casette:

«Questa è l’ultima!» mi urlava mia madre disperata.

Io, intanto, lavoravo la mia decisione, incassavo i disegni e i libri, insieme ai pochi indumenti; la cassetta dei colori e i pennelli secchi li congegnai per di fuori con un cintolone di cuoio.

Mia madre, intronata dai colpi di martello che io battevo a braccio sciolto sopra la cassa, di fondo l’orto, mi gridava:

«Ma chi te l’ha messo il diavolo addosso!»

«La Madonna!» rispondevo io con la testa mezza nella cassa.

Mentre con uno stecco scrivevo il mio nome sul coperchio, una vecchietta del vicinato, che io chiamavo nonna, mi prese per la giacchetta e mi disse:

«Ma sei proprio dato in mattìa?»

«Perché?»

La vecchietta alzò le braccia verso un Cristo di gesso attaccato al muro e urlò:

«Maledetto Parigi e chi ce l’ha messo!»

Mia madre, che chissà da quanto tempo tratteneva il pianto, le fece eco tra i singhiozzi esclamando disperata:

«Maledetto Parigi, maledetto Parigi!»

Quando uscivo di casa per salutare il mare per le ultime volte mi accadeva di incontrare qualche marinaio, il quale, consapevole della mia partenza, proverbiava:

«Meglio uccelletto in mano che aquila a volo.»

«Ho detto e quando ho detto, ho scritto.»

Anche sulla palancita del molo, nelle ore in cui il sole spariva dietro il paretaio delle nuvole, non mi davano requie: perfino le pesciaie imbaccuccate negli scialli proemiavano: «Vedrai quanti sequienzia sancti vangeli» e facevan, colle dita sul ventre, la scaramanzia della fame…

La mia testardaggine fu premiata con un banchetto. Quando tutti capirono che darmi consigli era lo stesso che pestare l’acqua nel mortaio, si trovaron d’accordo e ordinarono una cena alla trattoria di “Amedeo”.

Nel salone della trattoria di Amedeo, quella sera, eravamo una tavolata. Marinai non ce n’era nemmeno uno: loro sguazzano quando son di viaggio fresco e di tasca addocciata, ma, anche allora, non si allontanano dalle bettole lungo canale, perché lì il vino schiacciarello, il baccalà col pesto e l’acqua pazza san di pesce e di mare.

Quando partono, partono taciturni, di consueto al vespero: la barca è ormeggiata all’ultima colonnetta del molo, il sole, irradiando, l’avvampa d’oro. Il commiato dalle famiglie è pacato e sereno come tra gente che segue una linea tracciata dal destino.

Invece quella sera da Amedeo ci fu, come suol dirsi, bufera. Amedeo, un bell’omaccione grande e grosso, dal cuore largo quanto le spalle, con gli occhi lucidi e chiari, pesava un quintale e mezzo. Era l’unico in tutto il paese, che non aveva fatto il passo dell’uscio: il più difficile. Artigiano della pialla e del seguretto, quando, per la sua corporatura greve, dovette da falegname trasformarsi in trattore, l’ultimo lavoro che fece fu la sua cassa da morto: la tagliò in un troncone di cipresso che, da anni, stagionava in bottega e la teneva a portata di mano sotto il suo letto. In camera di Amedeo ci sapeva dell’aroma pungente e amaro delle coccole che tonfan sotto i muri dei cimiteri dagli alti cipressi.

Amedeo, da giovane, aveva abbracciato “l’Internazionale” e, benché vestisse sempre di nero, ripeteva sovente a noi che eravamo delle frasche: «Mi son vestito di rosso a diciott’anni e ci muoio!».

Il mondo, per Amedeo, era un’espressione di dogane, nelle sue meditazioni di sedentario la sfera roteava sul pernio delle sue illusioni, la terra, circonfusa dal suo sogno, benché topponata come la giubba di Arlecchino diventava tutta rossa come un pomodoro ciclopico.

Fu lui solo che mi disse: «Vai! Parigi è il cervello del mondo!».

Nel corridoio dell’osteria c’era il mio sacco in posizione di via, lì da Amedeo si doveva aspettare l’ora del treno che era oltre la mezzanotte. Amedeo non aveva fatto a carestia di vino: ce ne fu a ritrecino. Quando la torre suonò i dodici tocchi della mezzanotte qualcuno ne contò ventiquattro. Quando uscimmo uno ruzzolò sul sacco, qualche altro si stincò sugli scalini, e chi fu varato fuori e come un parabarche, andò a catafascio sul ghiaino.

Amedeo, che era salito al mezzanino, si affacciò ad una finestrella e mi disse: «Torna presto».

Un amico, che si era caricato il mio sacco sulle spalle, mi domandò se c’era dentro del piombo. I bastimenti, al flusso e riflusso delle bocchette nelle darsene, si investivano uno contro l’altro; le vele, mosse dal vento fresco, cantavano sbatacchiando le antenne; le chiaviche rantolavano nei cantacci, il crocchio delle casette, fra le quali c’era la mia, si vedevano al di là delle vele; la facciata del mio vicinato era illuminata da una lanterna di un’osteria, dove, dopo la mezzanotte, si appisolavano i guardiani. L’unica finestra accesa in tutto il casamento era quella di mia madre.

Di sulle gobbe oscure delle montagne stupì tutti la luna che, di sulla vetta screziata del Quiesa, si apprestava a prendere il largo del cielo. Di laggiù dai campi, brontolava il treno, le cornette dei casellanti una dopo l’altra, stridevano roche come cornacchie.

«Addio, si parte!»

Il vetturale di guardia, desto di soprassalto, schioccò la frusta sul collo della brenna, che scosse il capo intontito e ingozzò la lingua. Un vagabondo che portava i bauli, sdraiato sul marciapiede fe’ a mo’ dei cani: sbadigliò e stiracchiò le braccia. Il vetturale disse al vagabondo:

«E dove va lui lì a perdere la vita?»

Il vagabondo rispose: «E quello che si va ad aberintare a Parigi!».

Fleury mi ha stradato per le vie di Parigi. La ragione di Monsieur Fleury era prossima ad abissarsi nell’orrore delle tenebre. Sugli occhi plumbei lampeggiavano gli ultimi chiarori crepuscolari del discernimento. La voragine della follia risucchiava quella povera testa scialba. Dalle gelide labbra e dal naso trasparente come lo spermaceto delle torce, gli colava una bavarella liquida. Il cervello, che scialiva nella tazza del cranio, doveva essere come polta avvinata.

La camicia di Fleury era una di quelle tuffate mille volte nella pila, la cui orditura è sgrumata e lisa dal cloro, quelle camicie che aderiscono al corpo come una seconda pelle addiacciata; di quelle che si veggono soltanto addosso agli uomini impegolati nelle città di pietra: quella specie di cappe sulle quali s’innesta il colletto di celluloide, memento homo della miseria. Sul teschio spolpato, Fleury, teneva a sghimbescio, ricalcato fino alle ciocche degli orecchi un chapeau Melon.

Fleury non portava le bretelle. Oh! terrore di quegli strappi a demente ch’egli dava al cintolone di cuoio che gli recingeva in vita: la carne infrollita nella stretta del cappio si attorcigliava intorno alla colonna vertebrale, tra le pieghe dei pantaloni di bordatino, che monsierur Fleury si doveva esser fatti al tempo ch’egli era obeso. Ora, divorato dall’àlcole e dalla pazzia, colava dentro il vestito: le maniche della giubba, non più sostenute dagli omeri scardinati, gli pendevano giù oltre le mani. Dalla nuca all’osso sacro, Fleury, sembrava un uomo morto. I pantaloni sbracalati gli cascavano ad organino sulle scarpe che ridevano di sotto le ghette strippate.

Fleury fu il mio Virgilio. Nella marea torba, che trasporta uomini e veicoli, col rumore sordo di una fiumara in piena, Fleury andava come un albero divelto sbatacchiando contro gli argini delle mura, gli uomini, le teste dei cavalli, i parafanghi delle vetture, i fusti degli ippocastani.

Fleury, in casa, accudiva alle faccende domestiche: s’alzava, come tutti i pazzi, all’alba; lo vedevo uscire di sotto una tenda di broccato verde, la testa gialla sbucava da quella specie di alcova e si dibisciava come una tartaruga. Nelle mani di cera teneva, in una il colletto che, logorato dall’uso, di tra le screpolature sfilacciava l’imbastitura patinata di grasso, gli occhielli slabbrati gli davano l’idea di un collare da cane di poveri, nell’altra mano teneva un cintolone: Fleury sembrava un cacciatore di talpe, di scorpioni, di cimici. Lo si sentiva, infatti, percuotere l’impiantito di tutta la casa con il fibbione di ferro, e ogni tanto ruggire:

«Non des noms, je l’ai tué.»

Madame Fleury russava fino a verso mezzogiorno, a volte tanto forte che sembrava qualcuno la soffocasse.

Fleury sventolava nei fornelli, dove metteva a bollire il bricco del latte e a rosolare delle fettuccie di pane che poi spalmava di burro:

«Tout pour Madame… la pauvre!»

Madame Fleury, benché sulla cinquantina suonata, la sera si sgolava chez Montheur, un café-chantant del quartiere di Saint-Denis, nel ruolo di romanziera, sotto il nome di “Mimì Concetta”. Quando essa si alzava dal letto faceva pena a vederla: quelle membra slegate, quel petto frollo, con quel ventre incuoiato, costretto nella tazza di una panciera sgualcita e la carne grassellosa, slavata, filettata di vene celesti, ribollita nelle coltri. Sul viso grinzoso, sugli zigomi gonfi, sulla fronte piatta ci aveva ancora la cipria alta, qua e là scortecciata come un vaso di smalto accoccato. Le labbra aveva insanguinate con della lacca, le ciglia le si allungavano un po’ sulla cresta orbitale; sotto, gli occhi, gialli come lupini, indolciavano nella salamoia delle lacrime. I capelli di Madame Fleury, bianchi al calcio, ingiallivano sulle cime: una santità che si convertiva in lordura. Camminando sui trampani dei tacchi scalcagnati e sui topponi cascati delle sue scarpe, Madame, avvoltolato il corpo in un corsè smanicato, si andava a sedere ad un tavolinetto in cucina dove Monsieur Fleury le aveva ammannita la colazione ch’ella diluviava allupata. Prima di schiavare i denti Madame alzava il viso insonnolito e porgeva le labbra a Fleury: quel bacio schioccava nella casa come uno sputo. Quando, dopo aver fatto colazione, Madame si forbiva la bocca con la salvietta e la riponeva acciuccignata sul tavolo, questa, striata di rosso, dava l’idea di una pezza intrisa di sangue.

Fleury apparteneva a quella razza chiusa di rurali che, ai suoi tempi, sbuzzava i tedeschi e li sotterrava ancor vivi sotto il concio o li inchiodava sulla terra come rospi; razza di maniaci sedentari, stupratori, suicidi, quelle macabre figure che, passeggiando sui cigli della Senna o della Loira, si veggono all’ombra di un pioppo a dar da mangiare ai pesci mentre i ranocchi cantano giù per i fossati. Fleury doveva essere rimasto all’amo di carne calda e vermiglia di Madame e portato nel bottaccio di Parigi; gli occhi di lei avevano precedenti d’irragionevoli bramosie, la bocca, benché slabbrata, aveva ancora attortigliamenti di ventosa, quella carne accapponita, quel groviglio di sensazioni funeree, era ancora stregato da palpiti di senile lussuria; la testa scarnita e gli occhi bevuti di Fleury lo testimoniavano. La prima sera del mio soggiorno a Parigi. Madame, dopo che si fu abbigliata, patinata e unta di grassi volle che la conducessi chez Montheur: quel puzzo di serpe morta, che esalava dal suo corpo, mi rimase nel naso per tutta la notte. Quando ritornammo a casa, Fleury ci venne ad aprire nudo come Dio l’aveva fatto.

Il casamento, ove abitavano i Fleury, rispetto a Parigi, poteva rappresentare un chicco di grano. Il concierge, un tipo sornione dinoccolato, con in testa uno zucchetto da sacrestano, stava quasi sempre seduto entro il suo sgabuzzino e, da spione losco che era, spulciava la corrispondenza degli inquilini. Chi gli ammollava un discreto pourboir aveva recapitata sotto l’uscio la sua corrispondenza: il satrapo obeso, ronfando lento e cadenzato come un motore ad olio, saliva fino ai piani che rasentavano il cielo, ricalando giù occhieggiava sinistro le porte degli inquilini indietro col pagamento e gorgogliava come un acquaio intasato. Quando qualche inquilino squattrinato, timoroso quasi, si affacciava al finestrino della conciergerie per domandare «Niente di posta per me?» con quale impeto ebbro di gioia e di ferocia il satrapo abbaiava:

«Pas du tout, pas du tout, pas du tout» e continuava a sparare alle spalle sporgendo in fuori il capo bastardo, poi, come il mastino sdentato, si ritraeva grugolando il pas du tout tra la dentiera sconnessa.

La moglie intanto spazzava il cortile, guardinga quando passavano i clienti buoni; smanierata, triviale, insolente con quelli cattivi. La bile le aveva arrapinato gli occhi usati alla malfidanza i quali avevano preso la tetraggine insulsa di quelli di una civetta imbalsamata; quando voleva sorridere era grottesca e oscena, la dentiera falsa allentata le penzolava sulle labbra e scopriva le gengive piene di fosse, e ridevan solo quei denti di bestia morta. In testa, che aveva pelata e qua e là trapuntata di pel gattino, ci teneva una parrucca e su questa una ciuccia di ghinea. Le spalle aveva avvoltolate in un sarrocchino di lana e le anche in una gonna di ghineone celeste. All’ora dei pasti compariva alla loro tavola un tanghero grande e grosso di spalla tonda e dallo sguardo infingardo: il figlio.

Il cortile dell’immenso casamento sembrava la stiva di un transatlantico, tanto i muraglioni erano alti e neri; per tutto il pozzo non ci batteva mai una spera di sole, il cielo lassù sembrava un tendone bigio agganciato ai comignoli, delle spalliere di edere salivano dal cortile ai primi piani, da molte finestre pendevano gabbie di canarini, i gatti facevano le fusa sui davanzali delle finestre, la nebbia filtrata dal setaccio del cielo colava lenta e densa come bambagia, l’impietrato era continuamente fradicio.

Questo guazzo era la dannazione di un inquilino a terreno: Monsieur Jouta, un italiano rimbozzolito e imbastardito a Parigi. Egli era editore di musica. Jouta per immedesimarsi a Parigi e per esserne convenientemente assimilato aveva barattato il bel g italiano con quella specie di gancio da pizzicagnolo, e il sonoro o, lo storico, il rotondo e giocando o di Giotto nel dittongo ou che per pronunziarlo bisogna fischiare come le serpi, perché, anche vedendolo a prima vista quella specie di spaesato si diceva subito: Tu non ti puoi chiamare altro che Gota.

Dunque Gota aveva un diavolo per capello a cagione di questa umidità, egli era imbolsito come una brenna, malgrado si tamponasse gli orecchi con batuffoli di ovatta e si calafatasse i fori del naso con del cotone intriso di mentolo e si imbottisse il petto con un cuscinetto di termogene, rivoltolava sempre per la bocca delle pastiglie di catrame ma, tuttavia, quando doveva accennare l’aria di certe canzonette, che da sé stesso s’accordava al piano sembrava un ranocchio incarnato. Disperato per questa permanente raucedine si alzava dal sediolo e, melenso melenso, s’accostava alla vetrata, ne ripuliva un pezzetto dalla panna nebbiosa e s’industriava di vedere il cielo contro il quale in italiano sferrava delle sacrileghe imprecazioni; e sua moglie, un’ebrea francese, insospettita da questo grugolare, alzava gli orecchi come una cagna.

Allora Gota, risedeva sul sediolo e ripesticciava i tasti e ritentava di cavar fuori dalla gola qualche flebile nota, ma eccoti uno starnuto fra capo e collo che gli faceva schizzare i tamponi del naso sulla partitura che aveva a quattro dita; che, tra le molte sciagure, Gota era anche orbo.

Ci giocherei la pelle che Gota in Italia aveva dato fiato tutt’al più ad un corno o suonato le campane ma, a Parigi, gli prese l’uzzolo della composizione. Eran tempi prosperosi per le illusioni; l’italiano Scotti, randagio suonator di chitarra, aveva imbroccato la Tonquinoise, la celebrità, i denari. E allora, Gota, malgrado la freddura che lo affliggeva e il cimurro che gl’impastava le cervella, a giornate sane martirizzava quel piano e lo faceva gemere, lamenti che ronzavano come mosche intorno all’arietta della Tonquinoise.

«Mais ça… c’est la Tonquinoise? Voyons?»

Goto mortificato abbassava gli orecchi e dondolando il capo annuiva:

«C’est vrai, ma petite… c’est vrai.»

Ma Gota aveva la testardaggine del somaro, e scalpitava sulla tastiera del piano a giornate intiere, e non dava mai un minuto di requie. Quando si convinceva della sua indiscutibile bestialità, allora, con il lento giro del collo, roteava anche l’occhio imbambolato e la mascella equina in supplichevole gesto verso madama che di certo ella qualche volta doveva avergli randolato fra capo e collo il calamio. Dopo l’assoluzione, il bestione riprendeva quella specie di lagno sincopato con il quale affliggeva il casamento e non cessava finché il cielo non era del tutto imbrunito, non perché l’uzzolo gli fosse svariato, ma perché in quell’ora la maison Gota era il rendez-vouz degli artisti di café-chantant: Dranem, Montehus, Le Diable boiteux, les Bossus parisiens, le Petit Coco, la mitraglia dei tzigani dei cabarè, i rauchi menestrelli cascanti e svenevoli, quei dai cervelli rattrappiti e monchi che accennavano, zufolavano, strillavano seguendo Gota che con le dita martellava il piano. Quelle facce glabre, quelle chiome impomatate, quella peste di bergamotta che avevano addosso davano alla comitiva l’aria di una radunata di frati lembrugi o di camerieri di prelati o di eunuchi.

«Édouard, comment ça va? Ou la la.»

Al primo étage abitava la famiglia chabalau, cocchiere, egli, di una nobile casata, fino all’età di settant’anni che Monsieur Chabalau portava agevolmente sulle spalle capaci. Monsieur godeva l’onesto ozio della pensione in compagnia di Madame Marie alla quale, il peso degli anni che frange la vita non aveva pur anco distrutto l’avvenenza del corpo e della figlia Fanny la quale, su di un pianoforte a coda, faceva eco alle malinconie di Gota.

Monsieur Chabalau, rotondo come un bambolotto di gomma, con due basettoni uguali a due spazzole di saggina, incedeva grave lungo i corridoi della sua casa, come se dovessero apparire d’incanto dall’ammattonato le ombre dei Conti de l’Assuenne, suoi vecchi signori.

Nel pomeriggio, Monsieur appinzava una catenella al collare di una cagnetta idropica, una specie di porcellino in miniatura, muso schiacciato e codino arricciato. La bestiola vestita di un cappottino coi sonagli per bottoni, per allentare le sue deiezioni aveva bisogno dello stimolo del verde e Monsieur, paziente, forando una moltitudine convulsa si riduceva al rezzo delle alte piante del Lussemburgo. Nel frattempo che la cagnetta annusava l’erba delle aiuole e sfregava la schiena alla scorza scabra degli alberi, o schizzava sul ghiaino come una palla, Chabalau conversava con alcuni suoi colleghi, i quali sitavano di pece volterriana lontani un mezzo miglio. I cagnolini di quella brava gente si rivoltolavano fra l’erba, si inseguivano e frullavano sul ghiaino, le ghiarelle schizzavano come veccioni. I colleghi di Monsieur Chabalau erano dei ferventi partigiani della separazione.

«Mais oui.»

«Mais oui.»

«Mais oui.»

E quei vecchietti sembravano tanti porcellini indiani.

«Mais oui.»

Monsieur Chabalau, a quei ghiri setolosi che lo sollecitavano a parlare rispondeva invariabilmente con una formula che gli s’era stampata nella gelatina cerebrale avendola udita tutte le domeniche, all’ora che Monsieur le curé dall’altar maggior della cappella dei Conti de l’Assuenne commentava il Vangelo: «Tout ce qui existe est un attribut de Dieu, une partie de Dieu, une seule chose avec Dieu» e riaccompagnava sulle vie del cielo questa massima con un pio gesto delle mani e delle basette: riabbassando umiliato gli occhi verso la terra, come s’accorgeva che tra il ghiaino c’erano delle ulive verdi e che la cagnetta sfregava la groppa alla punta delle sue scarpe, le riappinzava la catenella e riedeva taciturno alla casa.

Al deuxième étage, centrata nella porta nera come il catrame c’era una lastra d’ottone, lucente come oro fine e sopra, in rosso vivo: Adrienne Chantilly: Sage-femme. Un cordone a tre capi color di lacca penzolava lungo l’uscio, e terminava con una nappa sfrangiata come un aspersorio d’acqua santa.

Quand’io non conoscevo affatto il francese m’industriavo di apprenderne qualche parola meditando sulle insegne dei negozi; la prima che mi colpì fu: Boulanger, scritta a lettere di scatola sopra un vetro largo un paio di metri. Preso così alla sprovvista, pensai che ivi abitasse il cospiratore realista il quale di fronte ai temerari repubblicani avesse opposto il suo nome gigantesco come una sfida. Su taccuino di fianco a questa parola vi segnai poi una pagnotta. Cordonnier: e vi segnai a lato un calzolaio allampanato, ma pensai subito che ivi si fabbricassero delle corde. Il mio taccuino era irto di disegni; soltanto così potei difendermi in qualche modo i primi giorni.

Malgrado facessi degli sforzi inauditi per convincere me stesso che le parole, le quali risuonavano presso a poco come alcune del nostro idioma, pure significavano un’altra cosa, tuttavia l’istinto mi portava verso una arbitraria interpretazione. Quella che mi conficcò una spilla nel cervello fu: Sage-femme. Era così frequente questa parola che mi saltava subito agli occhi: sage-femme nei gran boulevards, sage-femme nei sobborghi e sulle piazze, donne sagge ovunque in quest’orto di Dio.

La sage-femme io la pensavo una donna casalinga, raccolta in continue meditazioni, assorta in preghiere, obliosa delle umane cure, genuflessa davanti alla immagine di San Luigi con un mazzo di casti gigli tra le mani, e si mortificasse il corpo reo di essere caduto in tentazioni lascive, e di lì si portasse carponi come una bestia al cospetto di Gesù Bambino plasmato di cera, che custodisse sotto la campana di vetro tra vaghi fioretti di carta colorata e si segnasse la fronte, la bocca, i capelli e tutte la parti più sensibili del corpo; e baciasse con fervore mistico gli abitini che le penzolavano al collo, che si cospargesse i capelli con le ceneri di San Severino e leccasse reliquie e baciasse iconi miracolose. E così, tra baci, mortificazioni, penitenze, preghiere e fioretti, aspettasse mondani traviati, luterani, eresiarchi, temerari e li istradasse sulla via di Damasco verso la verità e la luce negli orti fioriti di stelle.

Ero indotto a questo pensiero discreto, del resto, dai tipi che vedevo aggrapparsi al cordone del campanello con la disperazione dell’affogato. Eran donne dai visi spolpati, dagli occhi cerchiati di celeste, dalle clavicole arcuate sulle quali era ricalcato lo sterno su cui si appigliavano le cartilagini che sorreggevano un ventre sfiancato e pulsante, imbullettato all’asse delle vertebre con la testa dell’ombelico; ventriere dalle stecche di balena e di acciaio che sbuzzavan fuori dall’imbastitura; pinze di molle che facevano divaricare le coscie e costringevano le meschine a un’andatura di anitre sciancate; uomini, mezzi uomini, nanerottoli e gobbi dagli occhi sbirbiti. Molti di costoro tenevano per il collo, come un uccello salvatico, delle bottiglie di forme stravaganti, alcune a guisa di caraffe col becco lungo e sottile come quello di una beccaccia: prima di tirare il cordone sbirciavano circospetti la tromba delle scale e appena l’uscio si apriva filavan dentro svelti.

Nelle ore quiete subito dopo mezzogiorno e sull’imbrunire, allo strano portone facevan fila virago dipinte di colori stravaganti, dai capelli verdi come aguglioni di pino, irti sopra il viso giallo e gli occhi inaspiriti, le quali conducevan seco ragazzette dal seno acerbo e dal ventre maturo.

Adrienne Chantilly era il tipo più stravagante e più grottesco che io abbia visto in mia vita: grassa e lardosa come un sibarita a cui fosse stata messa una vestaglia a fiorami stampati e accalappiata alla vita da un cordone di rosso granato. Sul capo aveva un parrucchino lisciato da cerette e profumato di benzuino; le mani e i piedi aveva come le cinesine, mentre parlava con le visitatrici le manine le si accartocciavano come sanguisughe avide e le ditina sparivano nei buccellatini cicciosi, e le si riducevano a guisa di tamponi vellutati. Adrienne installata in una poltrona nella quale le affondavano le natiche cicciose, teneva abitualmente le gomita sui braccioli e le mani accoppiate e mentre ascoltava, gesticolava coi pollici come il prete all’altare quando il chierico gli versa sulle dita l’acqua dell’ampolla.

Quando le si presentava davanti qualche consueta visitatrice, Adrienne abbassava il capo onde scrutar soltanto il ventre, poi, con le mani polpose glielo palpeggiava fin sotto l’arcata. Mentre faceva questi assaggi, gli occhi le sparivano sotto l’increspatura del viso e la bocca le si accartocciava e sfioriva, poi, gli occhi, sgusciavano scaltri sul viso e Adrienne esclamava: oui!

«Merde, alors…» scattava la visitatrice.

A coloro che avevano ampolle le quali erano colme di liquidi gialli, le toglieva loro di mano e le scrutava contro la luce d’una lampadina, le sciambrottava, le intorbava, e analizzava anche i fondiglioli.

San Luigi il casto era bandito dalla casa di Adrienne; la signora aveva una venerazione soltanto per San Rocco, il venerato protettore della peste; infatti il Mistico Pellegrino plasmato in cere colorate, era custodito sotto una campana di vetro, di fronte alla quale ardeva sempre una lampadina rossa che gli invermigliava le ferite. In questo singolare tempietto c’erano ampolle e siringhe e perette, barattoli color fragola, fialette gialle come il veleno; sugli scaffali ordini di bottiglie con tibie incrociate e teschi. Nei canti, tinozze colme di batuffoli d’ovatta e più in alto sopra uno scaffalone, ampi vasi di vetro colmi di spirito; dei fiori impaludavano dentro un enteroclisma smanicato; la stanza era tagliata in diagonale da un capace tubo di ghisa che scendeva a precipizio nelle chiaviche del cortile. Amen, Deo gratias.

Verso la mansarda, coperte dal solaio dove ballavano le nidiate dei talponi, degli scarafaggi, dei burbiglioni e delle tarantole, era accompata una di quelle tribù di slave in perenne corruccio con la morale borghese e il sapone, catafratte di loia e di superiore alterigia; quelle bertucce, dal naso camuso e dal viso appiattito, coi cernecchi della zazzera tagliati all’altezza della nuca, specie di paretai per le lendini, alcune di conio e di sito ebreo. Larghi cappelli da guascone sgrondavano sugli orecchi tamponati di cera, o tócchi a pan di carbone ascondevano loro la nuca e i baruffi dei capelli. Quella progenie di disessate che braccano i marciapiedi della Rue des Écoles o le adiacenze della Sorbona con quei bustoni di cuoio pieni strippati di carte bisunte, gonfi come cagne pregne, sulle quali tartassavano la loro miopia.

Le divoratrici di tomi su cui sono stampate massime che a batterle di costa schiaccierebbero le nòcciole di pesca, la genìa delle linguacciute dalle mille favelle che escono all’ora delle nottole e si orientano verso i sinedri dell’alta cultura e portare ivi il perpetuo lutto delle loro unghie. Alcune calarono a far guasto in Italia, sdottoreggiarono a Firenze e a Roma, finché l’eterno dissidio con l’acqua e la sopravveniente calura non le risospinse, qualcuna col suo uomo, verso il loro naturale vivaio.

Un giorno ambulavo con una di queste prove che la sporcizia non uccide; i pori della sua pelle saturati di panucioli d’unto la costringevano a tirare il fiato a bocca aperta come una stordea di nido affamata, e così a smoralizzare. La linguacciuta fu presa all’improvviso da un’insana foja e su questo prurigo tagliava delle formule di licenziosa morale.

Che se della mia stizza io scaldo ‘l ranno,

Ti leverò d’in sul ceffo la loja

volevo urlarle, ma per agghiacciare la caduta della bella mi abbandonai a delle dissertazioni sulla morale casta così per misura di prudenza. La bella arrapinata slargò le froge e mi urlò:

«Italiano pregiudizioso e cinico, quando sento il desiderio di un maschio me lo prendo;» e con gli unghioni dipanava la nebbia vertiginosamente «oui, oui, oui.»

«Questo poi no» e con la forca delle braccia tenevo lontano l’indemoniata.

A un amico italiano gli s’attaccò addosso, come un di quei fiori aridi tutti aghi che nascono sulla sabbia, una di queste cerebrali che similmente a quei triboli di mare non si posson più staccare da dosso. Io rimanevo di sasso nel vedere costui stregato a tal segno: ma si vide mai serpenti in caldo combattere? Essa si chiamava col vezzoso nome di Marie: il solito viso piatto, gli occhi di gazza, il naso avvincato all’in su, la fronte gelida.

«Voglia Iddio, iniqua cagna, ch’io non mi pacifichi teco.»

Quest’angelo riuscì a piantar l’ugna sul dosso di questo italiano il quale, spesse volte nauseato le urlava: «Levati di torno, tribolo!».

Ella fischiava come una vipera: «Mais oui, mais oui, mais oui».

Il disprezzo per cotesta progenie è pegola; l’angelo fece tanto e poi tanto che si fe’ doppia; dopo, armata di questa generazione premeditata spadroneggiava su di lui e sgonnellava nella sua casa e si era messa i suoi calzoni e gli pestava i piedi talché il bue infuriato le dette una cornata e la rigettò con un mensile alla campagna. Apriti cielo! si splancarono le cateratte dell’inferno: telegrammi, pneumatiques, espressi, lettere urgenti, raccomandate con ricevute di ritorno, lettere usuali, corrieri. Svenimenti, deliqui, malattie, stregonerie: epilessìa, mal caduco, ballo di San Vito, agrofobìa, mal maligno. Dottori, levatrici, streghe. Nel fondo saltavano bare, becchini e cimiteri. Raggomitolato sulla sedia l’amico ruggiva: «Cambio paese, nome e connotati». Infine le fece capire: il figlio sì, ma te no.

Maledizioni, imprecazioni e le carte entrarono in ballo; strolaghe, sonnambole e negromanti. E lui, testardo: «Il figlio sì, ma te no».

Confessioni, riti, altari.

«Il figlio sì, ma te no.»

Pugnali, veleni, corda.

«Il figlio sì, ma te no.»

Suicidio.

«I1 figlio sì, ma te no.»

Un giorno con l’ausilio di qualche Adrienne Chantilly, la bella gli mandò a casa il figlio coperto di gigli.

«Me sì, ma il figlio no.»

Compressi tra il piano della sage-femme e quello delle belle c’erano alcuni piani zeppi di sartine, le divote di santa Cathérinette. Ogni piano sembrava un’enorme gabbia di cincine, quella razza d’uccelli le cui femmine prima di morire si mordono la lingua; quando qualcuno apriva un uscio il forbicìo delle lingue tagliuzzava il cielo di piombo. Sull’imbrunire, quando le finestre illuminate fiorivano come di tappeti di seta gialla il pozzo fondo del cortile, giù sull’impietrato un cieco intirizzito dal freddo accompagnandosi cogli strappi rochi di un violino cantava una di quelle canzoni d’amore, di quei canti che sembrano inni dell’esercito della salvezza per i quali vanno in estasi gli italiani spaesati. Un ragazzo puppato dal freddo fissava gli occhi bianchi al cielo. Molte finestre si aprivano e molte teste col collare bianco si sporgevano fuori come uccelli in gabbie. Una sera che il cieco udì sulle pietre tanta dovizia di elemosine, lasciò stupito il violino e chinando il capo verso la terra, chiese al fanciullo:

«Ma gettano denari, o sputano?»

Per varie vicende dopo qualche tempo dovetti lasciare il casamento ove abitavano i Fleury e mi portai nel quartiere di Vaugirard, uno dei più popolosi alla periferia che si congiunge al ventre di Parigi con la serpe lunga della via omonima. Vaugirard non ha come gli altri quartieri, il suo cimitero.

Nel passage Dantzing, un fondo si strada per il quale si accede alla porta Versailles, c’era allora un quadrato di terra recintato di mura: terreno aspro, in cui ai tempi dei tempi i pattumai rovesciavano le carra piene di immondizie. Su quel terreno grasso impolpato di sostanze putrescenti, vegetavano alte le malerbe: cicerbite, ingrassa-porci; ortica, gramigna e ruta selvatica. Sparpagliati ovunque c’eran pentoli fessi, brocche di smalto schiacciate, padelle dal fondo crivellato, bricchi smanicati, filtri sfondati, casseruole, barattoli, pentoli, tutta la scampanata che ruzzola dalla garetta della lordura. Nel mezzo a quella sterpaia c’era una casa rotonda, qualcosa che ricordava certe camere d’incenerimento; era invece una casa battezzata col vezzoso nome della “Ruche”: l’Alveare.

Dalla parte che l’edificio crematorio guardava le scarpate delle fortificazioni, sembrava il cimitero dei protestanti in un paesetto cattolico; erbe non falciate si avvilucchiavano a plinti di pietra inverditi dall’umidità e su questi posavano le statue delle virtù teologali: Fede, Speranza, Carità.

La Ruche era stata costruita coi rottami degli edifici abbattuti dopo la grande Esposizione, e il padrone, si rese mallevadore che ivi avrebbero albergato soltanto artisti poveri. Così gli inquilini della Ruche quando erano installati dentro, non ce li levava più nemmeno l’acqua bollente; espulsi da una stanza si rintanavano in un’altra, per poi, dopo poco tempo, ritornare in quella di prima. Alcuni avevano albergato in tutti i sessantasei studi della Ruche, e questa gente poteva paragonarsi a un ago che penetra nella pelle, il quale gira per tutto il corpo come un microscopico siluro. L’odio degli inquilini contro il padrone di casa è ragionevole cosa, condito anche da imprecazioni orrende, ma i ricoverati della Ruche, per lo più banditi dalle loro terre, avevano passato il limite dell’onesto. Essi turbavano la veneranda quiete dell’inclito uomo mettendosi tutti un pezzetto di lapis rosso all’occhiello per far sì che quella rosolina di seta che illuminava il petto di Monsieur Boucher si confondesse tra quei mozziconi di lapis.

La ciurma imbarcata sulla Ruche aveva trovato una cosa che angustiava forte Monsieur Boucher: di fianco al cancello di notte tempo veniva scritto a caratteri vistosi: La Ruche, Cimitero di Vaugirard.

Il pover’uomo al mattino con l’aiuto della concierge cancellava il macabro battesimo della sua casa pia, ma l’indomani l’oltraggiosa parola rifioriva quasi che fosse stata scritta col mordente. Per tutto il quartiere la Ruche fu chiamata il Cimitero di Vaugirard. Boucher ne era tanto afflitto che quanto varcava la soglia della Ruche, vestito di nero com’era sempre, sembrava uno che andasse a visitare i suoi poveri morti. Di fianco al cancello c’era addossata una tettoia nella quale abitava la concierge, una specie di cagna incatagnata in quel covile: occhi cupi come acqua torba, bocca molle, naso in su dai cui fori si poteva veder le cervella, petto polpo, ventre conciato come una pelle di tamburo, coscie divaricate, zampe di papera, la quale urlava dietro a tutti gli inquilini improperi osceni.

Io entrai alla Ruche sul tramontar del sole in un giorno degli ultimi di novembre, mi sedetti sovra una panchina di pietra di fianco alla porta d’ingresso; il cielo al di sopra delle fortificazioni si alzava all’infinito scalpellato dagli ultimi raggi del sole, sugli alberi lontani la luce freddandosi diventava violetta. La Ruche era silenziosa, si sarebbe detta una casa disabitata.

La concierge cianciava con alcune donne, doveva sciacquarsi la bocca con dei vituperi. Lo intuivo dai colpi che si dava sulle natiche e dai gesti delle braccia; quando ebbe svuotato il sacco, fischiando rufolò in un mazzo di chiavi per pescarvi quella dell’atelier A: il mio. Mi precedé sulle scale squadrasciando le natiche. I piani della Ruche erano tre. Io fui assegnato all’ultimo. Gli studi, per ogni piano erano tanti quanti le lettere dell’alfabeto. L’atelier A rimaneva dirimpetto alle scale. La concierge schiavacciò l’uscio, con una pedata sbatacchiò la porta contro la parete e disse:

«Voilà votre atelier» e ripartì alla svelta.

Presi visione rapida della casa: le rampe delle scale erano sette come i peccati mortali; con sette salti si poteva uscire all’aperto.

Lo studio sembrava la cella di un carcere duro, il foro di presa della stufa pareva il pertugio per il quale in segregazione apparisce la ciotola della zuppa, le mura sfarinavano una tinta color pisello, mosche e burbiglioni erano rimasti seccaricci sull’invetriate, nei canti alitava la bambagia che fiorisce nelle case disabitate, dei ragni tessevano una tela sopra l’architrave, la stanza sapeva di fame. Rimasi sorpreso che il mio predecessore, il quale non doveva legare la vigna con le salsiccie perché in terra non c’era una briciola di pane, non avesse schiodato l’impiantito di legno stagionato che doveva bruciare come l’anfisca, io lo sommai subito con una scala a pioli per la quale si saliva in una piccola altana e totalizzai un mese di fuoco.

Per curiosare mi avvicinai verso l’invetriata. Com’era desolata a quell’ora la tragica sterpaia: rattristava il cuore. Invece che a Parigi ebbi la sensazione di essere in un villaggio selvaggio: verso le mura c’era delle casette piccole come stallini di maiali, fatte di lattoni rugginosi e di casse da petrolio, coperte di teloni incerati neri, uncinate a dei pioli confitti nella terra. Trombe di stufa schiacciate, tenute in bilico da piramidi di fili di ferro erano i fumaioli di quelle tane; a quell’ora da tutti i tubi filava fumo celeste, cani magri uggiolavano a catena legati fuori, uomini intrisi di loja, con le braccia impastate di polta e le scarpe marcie di fanga aggobbivano sotto dei sacchi colmi d’ossa e di stracci e di pezze imbevute d’untume e cinciagliori. Erano i cercatori che rufolavano nelle mucchia della lordura aiutati dai loro cani incimurriti. Di mezzo a un acquatrino che fumava come sotto vi ardesse un fuoco di stracci si elevavano i tetri muraglioni del cortile di una caserma. L’immenso edificio anneriva sulla luce del tramonto, dalle finestre aperte che in ordini uguali dilungavano sulla facciata e ne aumentavano la tetraggine, si udiva un vocìo sconnesso come si ode quando si passa di sotto le mura di un manicomio. La sentinella passeggiava come un dannato davanti al portone, l’ufficiale sembrava un compasso piantato sulla terra, il tricolore svaniva nel tramonto violetto. Dei soldati ramazzavano il cortile, un gruppo di prigionieri erano ad arieggiare sopra una scarpata, contornati da altri soldati con le bajonette innastate. Dei cavalli legnosi erano legati ai mozzi delle carrette celesti, altri soldati poltrivano sui muriccioli di un fosso che tagliava il cortile a metà. La tromba ogni minuto faceva il terribile lagno dei adunati, una corvé accendeva i lampioni fuori delle mura. L’acre tanfo dolciastro e acuto delle esalazioni ammoniacali, il fetore degli uomini accatastati, il bestino delle comunità appestava l’aria. I gesti insulsi, come quelli dei galeotti e dei pazzi, quell’andare e venire senza guida d’una volontà, quel trapano d’ottone, martirizzavano l’anima.

Il rancio doveva essere stato sminestrato da allora, nelle gavette; delle mucchia di pasta appoltigliata fumava in un canto. Fuori stazionava una folla di affamati. Quando alcuni soldati con dei cucchiaioni simili a crani smusati infilzati in una calocchia ebbero riempito dei secchi di quel pastone e lo dettero alla raccaglia che sbadigliava di fuori, arrivarono sino alla Ruche dei latrati orribili; la voce dell’uomo quando contende il pasto al suo simile. I soldati ne stincavano alcuni a pedate, ma i lembrugi avidi, divoravan cogli occhi le secchiella pastose e urlavano come pazzi. Quando qualcuno aveva riempito il pentolo s’accoccolava lungo il muro e colle mani lo teneva e coi piedi, di quassù sembravano dei mostruosi ruzzola merda che rodessero le fondamenta della caserma.

Quando ebbero saziato la bramosia vorace, i lembrugi forbendosi le spaventose bocche colle maniche della giubba o all’erbe alte, o alle cocche della camicia si alzarono come spettri e presero a girare intorno al muraglione: eran gobbi dal petto schiacciato ridotti a guisa di un ragno mostruoso che divorasse le loro interiora, teste tosate dal mal maligno, mascelle scardinate da cancri, orbite vuotate dalla rissa, occhi bruciati dalla sifilide, barbe impiastrate di lordura. Torsi amputati di ambo le braccia, al cui collo era accappiata una fune in fondo alla quale penzolava una pentola, orride lingue bramose leccavano labbra mézze e una serie di gambe magre, gialle, scheletriche, portavano l’orrendo carcame verso la desolazione della pianura.

Puntavo la testa alle spranghe della finestra e mi ci appesantivo con tutto il corpo; la sera era scesa, soffondendo tutto d’una nebbia gelata, le rame steccolite delle piante sembravano fiorite color del cielo, i cani incatenati alla porta dei covili umani, guattivano massacrati dalle legnate, i lembrugi si vedevano ora sparpagliati qua e là come uccelli voraci nel cielo che s’era impastato con la terra.

Quella sera mi convenne sdraiarmi sull’intavolato: mi buttai sulle spalle il cappotto e mi feci guanciale delle braccia. La notte non ebbi tempo di cercar fresco nel letto, rimasi lì acciocchito e mi destai la mattina con tutte l’ossa rotte. Mi infilai il cappotto aggrinzito e uscii sui poggi della sterpaia per godere un po’ di sole. L’ossa m’eran diventate vetrine e scricchiolavano come un armadio quando è lavorato dai tarli, la carne ci s’era marmata sopra e il sangue pareva si fosse accagliato nelle vene. Dopo una mezz’ora di sole tutto il corpo si dimojò.

Stando costì come un bianco sentii schiavacciare l’usciolo d’uno studio a terreno, i quali davano sull’orto; due figure di giovani, che non stentai a riconoscere di sotto due pittori foresti si fecero fuori, erano anche loro infreddoliti e rimbozzoliti. Uno aveva in dosso il sarrocchino di Brandano, rattoppato tanto che sembrava un tetto coperto con embrici vecchi; l’altro aveva il corpo scusso di carne, coperto con un vestito di rigatino che dava i brividi a guardarlo e al collo teneva avvoltolata una sciarpa di lana ammencita. Entrambi erano in capelli e sapevano di nido e di stabbio. Quello vestito di rigatino era di statura piccola e segaligna, aveva gli occhi di corvo e il naso adunco e la bocca tagliata in giù come l’aquila reale, i capelli, irti sulla fronte piatta sapevano di salvatico, ma il tanfo di bestia non repelleva; parevano due fiere uscite di gabbia. Il più alto aveva i capelli ricci come son sulla groppa di un becco, doveva dormire su del rusco perché la capigliatura era vilucchiata di fili e di fogliette, gli occhi aveva cilestri come il mare, limpidi e trasparenti, il naso tagliente, la bocca da fauno, il mento accartocciato tendeva disperatamente verso la punta del naso. Si fecero innanzi sui poggi più alti per godere meglio il sole. Mentre ci si spollinava facendo frullare il corpo dentro la scorza delle vesti come si fa alle vette di castagno quando sono in succhio, ci si guardava e si sorrideva, ma non si poteva ingranare discorso perché io non conoscevo una parola di francese. Ma, il sangue tira e l’acqua lava: ci sentimmo uguali. Nel frattempo era sceso giù dal piano di mezzo un altro inquilino scultore, e il suo abito era introgolato di pastelli di mota: una legnosa figura di giovane scarnificato dalle penitenze e dai digiuni, il volto era scurito dalle ciglia aperte sopra gli occhi come ali di folaghe, il viso glabro era schiacciato tra due basette che sembravano tanaglie piatte, l’uomo aveva del domenicano e del bandito. Non aspettai ch’egli dicesse il suo nome per capire che si trattava d’uno spagnuolo. Tutto il corpo aveva tagliente come una lama catalana. Lo spagnuolo arrotolò sulle ginocchia la cartina d’una sigaretta, la lambì con la lingua, l’imbottì di tabacco, la frullò fra le dita e se la mise in bocca.

«E quattro!» dissi tra me.

Lo spagnuolo il quale dimostrò una grande dimestichezza con i due selvaticotti, deve avermi chiesto se mi conoscevano.

«Franzuski?» mi chiese il piccolo.

Io rispondevo dimenando la testa come i ciuchi.

«Polone?»

«Eghitto?»

«Circasso?»

«Anglais?»

Compreso che ebbi il desiderio loro, risposi:

«Italiano!»

«Italiano?» urlò lo spagnuolo.

«Sì!»

«Io parlo un pogo italiano» e, facendo un leggiero inchino, si presentò:

«Matteo Ruiz d’Alégria, spagnuolo.»

Il piccolo arrotò il nome:

«Laxine.»

«Gronoski» disse l’altro.

Sicuro di aver trovato la scarpa adatta al mio piede, l’invitai in una drogheria che avevo adocchiato la sera innanzi dirimpetto alla Ruche. Bevemmo un intruglio di sciroppi e di alcool che andò giù come i giuramenti.

Matteo Ruiz d’Alégria, al quale raccontai che avevo passato la notte sull’impiantito raggruppato come uno sterpo e che ero alla solina per sgranchirmi le membra, si offrì di indicarmi un luogo ove, con pochi soldi, avrei potuto acquistare le coltri e un aggeggio per sollevarmi dalla dura terra, nonché un sediolo per non dovermi assidere sulle calcagna come i musulmani. Mi istradò per la Rue Vaugirard, lunga quanto la fame. Dell’italiano, Matteo, che asserì conoscere un “pogo”, sapeva soltanto delle eresie. Quindi la nostra conversazione fu assai singolare: egli biastimava ed io lo riprendevo per fargli chiaro che quelle eresie non erano di puro conio nostrale. Gli dicevo in italiano che la Toscana portava il vanto per le contumelie all’Eterno. Egli dimostrò subito un grande interesse per la Toscana e volle qualche sacrilego saggio…

Egli sgranava delle girandole di eresie catalane che là dov’erano intese dovevano far scurire il cielo e la terra. Con il benevolo perdono di Dio giungemmo alla Rue Pasteur. Lì mi fece scantonare, poi girare, rigirare finché si sboccò in una strada remota alberata di tigli che in quella stagione sembravano di ferro battuto. La strada era del color dell’acciaio e le case plumbee; per tutta la lunghezza dei marciapiedi erano esposti vari utensili e suppellettili le più stravaganti; sedie senza scapole, girarrosti sdentati, orologi senza lancette, lumi a petrolio col tubo spezzato come i tronchi dei cimiteri, scendi-letti come la groppa di un cane rognoso, copertoni incuoiati, pentoli trisunti, pitali vedovi del manico, trincianti mancanti di un omero, forchette sdentate, coltelli ossidati, cucchiai slabbrati, saliere a monocolo e un tritume di calìe di ogni sorta come da noi si veggono dove dà volta il cenciaio.

I padroni di quelle immondizie sui cui panni c’era tanto untume che avrebbe condito il caldaron d’Altopascio, stavan sugli usci col cipiglio duro di Cerbero, e osservando quei ceffi alteri e letaminati, non potei frenare un’eresia e Matteo rise in modo strepitoso, e tre o quattro di quei visi si incagnirono e ci guardarono con gli occhi della fronte e con quelli della crudeltà.

Passammo oltre ove era esposta la lingerie, non prima di aver dato un’occhiata nell’interno di cotesti fondachi: appese alle pareti c’erano delle vestimenta, specie di pelli scuoiate di sul dorso di alcuno che avesse reso l’anima a Dio. Quei taits avevano ancora l’importanza delle apofisi, stinti sulle scapole e lungo la tastiera della colonna vertebrale, slabbrati sugli orli delle tasche, i pantaloni appesi sotto avevano ancora il ginocchino, tait e pantaloni davano un’idea di uno spettro amputato del capo e dei piedi. Ferraioli, sarrocchini, cappe, giubbe e cappotti, nascondevano del tutto le pareti; in terra c’era la fila delle scarpe di tutte le forme e dimensioni, di capretto e vacchetta, pelle lustra e bazzana, brunello e antilope, coi tacchi a pero e piatti, alla polacca e all’americana, scarpini da ballo col cravattino nero sullo spunterbo e scarponi irti di chiodi. Le scarpe esposte a punta in fuori e gli abiti appesi, petto al muro, davano l’idea di gente che avesse le gambe divincolate alle nodella. I cappelli appesi più alti, tube e bombette, pioppini, morecci e funghi preti, davano il senso che i rispettivi proprietari si fossero smusati nella parete.

Essendomi fermato a curiosare su codesta roba, Matteo era andato oltre e mi si presentò di schiena. Ebbi la sensazione, vedendolo così che un vestimento completo, tait, pantaloni, scarpe e cappello, dalla bottega fosse saltato sui marciapiedi, meccanicato dai gesti irrequieti dello spagnuolo.

Le spalle di Matteo erano più strette di colui il quale apparteneva per primo il tait e questo doveva essere anche più alto di statura perché la stretta della vita a Matteo gli colava sulle anche e gli orecchi della coda a rondine gli frustavano i tendini di Achille. I pantaloni invece dovevano appartenere a taluno più basso di Matteo perché malgrado egli avesse allungato le bretelle questi gli frisavano le nodella: le scarpe di Matteo abbottonate da una parte avevano la ghetta di vitellone colorito a lacca e la rimonta di vacchetta nera; erano tanto più lunghi dei suoi piedi perché smusandosi nel trottoir alzavano tutto lo spunterbo. Dove passava, Matteo si lasciava un forte odore di petrolio.

«Dimmi Matteo, qual è il tuo sarto?»

«Lo sartore boi dire?»

«Oui.»

Egli rispose in catalano chiuso, ma dai gesti capii che si serviva agli spogli della Morte.

Sul marciapiedi più avanti c’erano dei vecchi letti presi di peso e portati lì belli e rifatti, dopo che chi vi aveva riposato per tanti anni l’avevano soppesato in quattro; poltrone calde, ottomane strippate, guanciali ripieni di penne che dalle sdrusciture svolazzavano sul marciapiede sparpagliandovi il pòlline dei pidocchi pollini, coperte imbottite di batuffoli di lana annodati, lenzuola impallinate e mucidite, capezzali incotti. Lì fu scelto il mio giaciglio: un’ottomana, due lenzuola, un guanciale e una coltre rossa come il sangue.

La sera sdraiato sull’ottomana, dormii come un papa. Raccoglier potevo la gamba mancina e con agio distendere la drittagna, scatenar le giunture delle braccia e scivertare indietro la testa. L’ossa che cricchiavano da un po’ su dure panche o nuda terra, si chetarono sulle spirali delle molle.

Un suono di violino, un lagno monotono e pertinace come quello di una zanzara che ogni tanto dava in un disperato singhiozzo finale con strappi e pizzichi di corde, si udiva nell’atelier D. Io l’ascoltavo, sdraiato sull’ottomana, le braccia incrociate sotto il capo. Spesso mi accadeva di addormentarmi pizzicato da questa specie d’insetto. Ero assai incuriosito di conoscere il coinquilino dell’atelier D; m’immaginavo dovesse avere un aspetto tombale. Un giorno stetti inorecchito al buco della chiave; quando la suonata, dopo un’agonia di strappi si spense, mi alzai e socchiusi l’uscio e stetti in agguato. Mentre aspettavo, si aprì la porta dell’atelier Z, quello che combaciava col mio: un giovane, dalla faccia rinvecchignita, una specie di quei San Severini di bardiglio che si veggono sulle cantonate dei quadrivii toscani dentro certe conchiglie di pietra, sporse la testa in fuori e si fissò anch’essa sulla porta dell’atelier D. Su quel viso stremezzito lo sperone del naso dava in fuori come il timone di un trabaccolo, la bocca tagliata a strapazza pagnotte, pareva ridesse vedendosi sopra quello scabro promontorio, la nuca rapata. Egli accortosi che io lo guardavo incuriosito, fece con la bocca molle lo squaccherìo dei pellicani: «qua… qua… qua…» e rise come sogliono ridere gli idioti: qua… qua… qua… ou qua… qua… qua…

Finalmente la porta dell’atelier D si aprì e dalla tana uscì una specie di struzzo. Il suonatore aveva le gambe tutte di un corso, infilate in un paio di calzoni a quadretti che in gergo si dice: pareva si fosse purgato con l’olio di ricino; i piedi, due fettoni lunghi una quarantina di centimetri, l’aveva allacciati in un paio di scarpe strapanate, sulle spalle incurvate ci teneva un ferraiolo che non gli oltrepassava la rotola dei ginocchi, malgrado che questo fosse più lungo di un metro e cinquanta. Questo demonio di violinista era più lungo che la Quaresima. Il violino lo teneva tanto stretto al costato che sembrava un’ala di fegato, il manico pareva un osso di prosciutto e gli oltrepassava le orecchie che aveva flosce a guisa di can bracco, del viso non si scorgeva altro che il naso giallo patito e magro; nella mano di là ci teneva l’arco brandico come uno spiedo.

Andava, di certo, ad infliggere la sua malinconia a qualcuno del piano di sotto: infatti, dopo poco si riudirono giù i lagni del suo violino.

Seppi poi da Matteo esser costui un russo il quale, messo tra l’incudine e il martello, tra la scelta del letto o del violino, preferì lo strumento, e la notte dopo aver delle ore intere sviolinato le sue amaritudini, si gettava sull’impiantito dopo aver appeso il violino come un pollastro spennato a un chiodetto del muro. Dai terribili digiuni sembrava dimagrato anche lo strumento.

L’altro merlo, l’abitatore dell’atelier Z, era un ebreo di Lepoli, il quale quando non avea di che schiavare i denti nei giorni in cui i cani bigi fan paura come i lupi, si sdraiava sopra il suo strapunto dopo aver collocato al capezzale un secchiello d’acqua e una tazza, e saziava l’inestinguibile arsione che dà la fame con delle lunghe bevute, sicché si riduceva smagrito e polpo. Egli restava sul giaciglio fintanto che gli amici non l’andavano a rinfrescare di scapaccioni; allora gonfio d’acqua come una rana e pregno di umori, inebetito dalla fame, ridicchiava dicendo: «Merci beaucoup; ça me fait du bien», e faceva riverenze a destra e a sinistra.

Due polacchi, Brik e Dik abitavano gli ateliers L, M. Il Primo aveva la testa simile a un bricco di coccio di quelli che fanno oltr’Arno in Montelupo; larghi di fondo e stretti sulla bocca. Dik aveva una pappagorgia che gli faceva marcire le parole in bocca, gli orecchi avea brucati e sembravano due manichi di terra sbocconcellati; in capo portavano una papalina che sembrava il coperchio di un recipiente.

Per certe increspature della fronte e accartocciamento del naso che si portava dietro la bocca e una deviazione degli occhi, alla Ruche avevano messo loro il nome: mangia stecchi. I due compari portavano certe lembe che sbatacchiavano sulle lacche come velacci di tartana. Se alcuno di noi li osservava attentamente i due friggevano come due lumache in purga.

All’atelier A, a terreno vi era una di quelle famiglie incollate a posticcio. Il nome del titolare lo si poteva leggere su di una carta da visita confitta con cimici nel centro dell’uscio: Jean Cristofakis. Questo incrocio di lettere tra l’anacoreta Giovanni, Cristo e il Fakis ellenico levantino, rendeva subito curiosi di vedere chi si ascondeva sotto il connubio di queste parole.

La donna alla quale Jean Cristofakis si era incollato, la si vedeva sovente uscire per necessità domestiche: ella era magra come una canna e nodosa come una vetta di nocciolo potato; la testa aveva sottile e aguzza come quella di una serpe ranocchiaia, e a giudicare da certe pesche che la donna aveva sulla fronte e a volte sugli zigomi, Cristofakis doveva governarla con sugo di bosco. Una fanciulletta acerba dai capezzoli agri, restava in compagnia dell’anacoreta, il quale dicevano soffrisse di agrofobìa. A giudicare dal “saligaud” che la concierge ruttava quando passava davanti alla porta del suo atelier, Cristofakis si doveva dannare con il frutto acerbo.

Una mattina mi fu dato di vedere l’uomo. Egli era lardoso su tutto il corpo, obeso, sbracalato; il cranio avea pelato come una vescica di strutto umettato di una certa bozzima che sitava di sugna, gli occhi imbambolati bevuti insieme alle lagrime, l’ossa pareva le avesse tutte dilogate e inaridite di sinovia; movendosi gli scricchiolavano come un guindolo: da questo e da una barba a becco che aveva sotto il mento sfuggente e da certe contrazioni e scatti della bocca e da un sorrisetto sottile che gli rediceva la bocca e gli socchiudeva gli occhi, veniva voglia di dirgli: “Cristofakis, péntiti”.

Dall’atelier A, saltiamo a piè pari allo Z. Ivi abitava lo scultore Koscialek. Appena si entrava protendeva le mani un gigante timoroso, sbiancato dai digiuni e dalla scagliola, con un paio di baffi del colore del granoturco maggese e i capelli di quello serotino, gli occhi colore dell’indaco; vi veniva fatto subito di chiedergli: «Polacco?».

«Oui, monsieur. Et vous, mounsieur?»

«Italiano.»

«Ah! Monsieur, vous êtes Italien? oh-la-la, oh-la-la. Vous savez, je rêve de l’Italie… Donatello, Mino da Fiesole, Rossellino, Desiderio da Settignano, vous savez, je rêve de l’Italie.»

Sentendo che lo scultore di Cracovia non nominava altro che i suoi colleghi stregati tra il 4 e il 500, lo spinsi verso la voragine:

«E Michelangiolo, monsieur Koscialek?»

«Oh! nonnon, Monsieur. Je n’aime pas Michelange, pas du tout… Tout à fait… Trop de muscles. C’est trop lourd. C’est pas spirituel».

«Dunque, Koscialek,» gli dicevo io in toscano «sicché Michelangelo non ti piace?!»

Egli comprendeva il senso della mia domanda e soggiungeva timido:

«Excusez moi beaucoup».

Io ossevavo i vestiti: anche Koscialek doveva servirsi agli spogli della Morte. Egli era vestito di una redingote nera dalla quale ci doveva essere uscito allora di dentro, il corpo freddo. Non potei ristare da dire, in italiano al pensionato: «Caro Koscialek, ti sei messo dei brutti panni addosso». L’uomo che vestì la redingote, doveva essere magro perché il Koscialek malgrado che fosse divorato dalla miseria ci strippava dentro.

Quel gilet, quel maledetto gilet gli faceva civetta sull’ombelico e i pantaloni gli si arrestavano sulla cresta iliaca e non c’era verso di farli salire più su nemmeno dando tre mani di terzaroli alle bretelle: quel fuffigno di camicia, che sbuzzava fuori di tra il vuoto del gilet e dei pantaloni, onestamente sudicio, era la sua disperazione.

Ma perché quella camicia non voleva starsene giù tra la tanaglia delle coscie, e per cos’era quell’eterno cruccio tra il gilet e i pantaloni? Koscialek quando questo avveniva al cospetto di un visitatore, pareva desse in mattia. Pigliava i pantaloni per gli orecchi delle fianchette e li tirava come si tirano a un cane, e prendeva una cocca del gilet accartocciata come l’orecchio di un porco e tirava per farli combaciare, ma allora i pantaloni scoprivano i nodelli nudi e il gilet metteva in luce il petto della camicia. Il povero Koscialek si dibisciava come uno a cui fossero entrati in corpo gli spiriti.

«Lascia perdere Koscialek,» gli dicevo io pacato «tanto siamo in famiglia. Tu non ami Michelangelo, ma pensa che lui ti somigliava più di Mino da Fiesole».

«Peut-être.»

«Il tuo Mino aveva l’aria di lavarsi tutte le mattine, mentre Michelangelo che tu detesti, temeva l’acqua come i gatti.»

Koscialek in quel momento lavorava al bozzetto per un monumento a Chopin che doveva essere eretto su una delle piazze di Cracovia: una specie di befanino era confinato sulla vetta di una colonna, una donna in gramaglie seduta al calcio tormentava una lira, quattro pioli si distraevano sugli angoli di una gradinata. Koscialek faceva girare su il pernio del trespolo il bozzetto, ma con la testa era sempre voltato verso di me per leggermi negli occhi l’impressione. Io lo guardavo bonariamente, tacendo.

«V’interessa?» e con la voce di un Dulcamara cominciò: «In alto, Lui» e Koscialek lasciato andare il trespolo si mise le mani sul petto e guardò il cielo come un trovatore innamorato, poi ripeté: «Lui!… l’ispirazione! in basso la Polonia» e le braccia di Koscialek si stecchirono a filo delle ginocchia. «La povera Polonia incatenata.»

«Basta, Koscialek» dissi io flebile. «In bocca al lupo.»

«C’est-à-dire?» disse egli stralunato.

«Vuol dire che ti auguro che tu vinca il concorso.»

Mentre mi accomiatavo, Koscialek mi prese per un braccio e mi disse circospetto: «Se voi salite da Valak non parlate di questo bozzetto. Io divengo quasi folle e lui è un ladro intellettuale».

«Dormi tra due guanciali, Koscialek.»

Santi e manigoldi si alternavano negli altri ateliers e in qualche studio c’era anche il campione del bel sesso. Alla Ruche erano rare le donne: uno stangone lungo quanto la fame, tutta anche a nodelli, bionda e rossa come ustionata, albergava in fondo l’orto in uno studio fatto di travicelli e cristalli opachi. Un’altra, una specie di uccello del Paradiso dipinta nel viso e negli abiti, s’era allogata in uno studio a terreno. Al secondo piano abitava una giovinetta contegnosa, di capelli castani e occhi verdi come le ulive e le labbra rosa, dal corpo ben partito: il seno pieno, la vita sellata; le mani di cera, sembrava presa pari pari da un fresco di Lorenzo di Credi. Ella usciva ogni giorno con la cassetta dei colori e rincasava tardi, si chiamava Anna; questo almeno era il nome scritto sopra la porta del suo studio. Dunque Anna un giorno si cominciò a notare che il viso le diventava cereo come le mani e il verde degli occhi le si inargentava, un cerchio di celeste le era venuto sotto le orbite, le labbra da rosse le divennero bianche, la carne cedé sul teschio, gli occhi le si infossarono nel viso puppato. Il bacino le sfiancò e il ventre diventava ogni giorno più rotondo: ella era incinta. Tutti le portavano un gran rispetto. Il pensiero che una creatura maturava nella Ruche faceva intenerire anche quella gente silenziosa dagli occhi sbarrati e dal passo concitato. Fu in una algida notte sbiancata dalla neve, nella quale si sprofondava fino alle ginocchia che rientrando alla Ruche udii il vagito di un bimbo. Origliai alla porta di Anna. La ragazza doveva aver partorito sola, ché non si udiva rumore veruno. Il bimbo doveva essere nato allora. Entrai nello studio e mi coricai sull’ottomana, ma, nella dormiveglia mi sentivo come trapanato il cervello da quei vagiti che mi pareva venissero di fuori; il mio pensiero non si era capacitato ancora che alla Ruche era venuta alla luce una creatura innocente. Col tempo il bimbo lo teneva sempre in braccio una vecchia, la madre di un pittore russo incanutita innanzi tempo e aggobbita dai patimenti. Lo teneva avvoltolato tra degli stracci e lo passeggiava nei corridoi i giorni di pioggia, e fuori nei giorni di sole.

Il figlio della vecchia, un pittore maniaco e taciturno, dipingeva un quadro: un vecchio e una vecchia d’innanzi a una capanna si tenevano incatenati con le braccia, intorno era la desolazione della steppa, in alto un cielo diaccio sul quale volavano due angeli con le ali celesti e rosa che tenevano sulle braccia uno spettro nero, giallo e smagrito. Lo portavano come in dono ai due vecchi desolati. Questo soggetto era dipinto ad olio, a tempera, ad acquarello, inciso e disegnato: le pareti erano piene di questo soggetto ossessionante.

Un giorno domandai alla vecchia il significato di questo tormento che straziava sempre l’anima di suo figlio. Ella mi narrò una lunga storia di tribolazioni e di amaritudini: un figlio deportato in Siberia era fuggito ed era morto assiderato lungo la via.

Un giorno la vecchia, gobboni sull’impiantito segava dei pezzi di legno con un segacchietto. La poveretta ansimava tanto che pareva fosse il suo petto che segacchiasse, si era strappata le dita in tanti posti e le sanguinavano, e ogni poco ella se le puppava. Le chiesi cosa facesse.

La cornice per inquadrare uno dei terribili dipinti.

Dopo qualche giorno lei da una parte, il figlio da un’altra tenevano il quadro coperto con una tela di bordatino celeste e lo portavano alla giuria del Salon, lontano otto o nove chilometri. Ritornarono più tardi, stanchi macinati, la vecchia per parare il freddo si era addobbata con la copertura del quadro. Dopo una settimana li vidi ritornare caricati del medesimo quadro: la vecchia piangeva e tremava.

Un giorno ero seduto desolato con l’ossa appesantite come mi fossero diventate di ferro, sopra una panchina davanti all’abattoir di Vaugirard. Le ferramenta del sedile sembravano calamitate, la carne che rimaneva tra l’ossa e la panca mi doleva, sembrava in un furore di corrompimento. Nausee e deliqui s’alternavano in me. A volte ero preda di una specie di delirio e dei conati di vomito biliosi mi rigonfiavano lo stomaco, una sete insaziabile mi bruciava da capo a piedi, gli arti erano gelati: tutti effetti delle perpetue vigilie. Mandrie di pecore mi passavano davanti, degli uomini percotendole con delle aste, le paravano nei cortili del macello: il puzzo del sangue, del concio, della frattaglia, con il tanfo dell’asfalto bollito in certi caldaioni mestati dal vento, davano l’esalazione ferigna dell’aquila, della iena e dell’avvoltoio. Le mandrie medesime tentavano deviare inorridite. Le pecore bigie, la mota bigia, il cielo bigio, il muro bigio, gli alberi bigi. Chiusi gli occhi e chinai il capo sulle mani annodate. Mi si aprì dentro una via maestra della Versilia quando d’ottobre i branchi delle pecore scendono dai piani di Solaio e dal monte Gabbari e le strade corrono come il cielo che le mandrie sembrano nuvole portate dal vento. Mentre col capo ero sulla via di Lombrici tra i canneti, mi sentii battere su una spalla. Nell’atto di alzare il capo il mio cervello precipitò da duemila chilometri, gli occhi dovevo avere dissensati. Mi aveva riscosso un giovane dai capelli neri e dalla carnagione olivastra che io vedevo giallissima:

«Modello?» mi chiese.

«Sì» risposi come quando mezzo addormentati ci chiedono qualche cosa e noi si risponde. Mi fe’ cenno di alzarmi e di seguirlo. Mi condusse alla Ruche. Io camminavo a testa bassa seguendo i tacchi di lui; quando alzai il capo due Ruche saltellavano dentro il mio cervello. Mi fece passare nel suo studio che era a terreno. La miseria a questo giovanotto non gli aveva ancora stretto i panni addosso: sul tavolo aveva una mezza bottiglia di latte, delle pietrine di zucchero, del thè e del tabacco. Io avevo la barba trasandata, il viso combusto dal freddo, il quale mi aveva fatto inverdire di più gli occhi. Capii che il giovinotto, che era scultore, mi voleva plasmare la testa. Mi messi in posa ed egli cominciò a manipolare la creta e ad affettarla con le stecche. Io non potevo guardarlo, mi sembrava che il mio capo diventasse poltiglia e da un momento all’altro staccandosi dall’armatura del collo si dovesse schiacciare sull’impiantito. Girando lo sguardo attorno alle pareti vidi in un canto una pezzata di lardo appesa per uno spago a un chiodo del muro, mi sentii, allora, la lingua unta e la bocca dello stomaco lubrificata dalla saliva. Mi dovettero spuntare sul viso gli occhi voraci di un gatto.

Il giovane che per la sua speculazione mi osservava fisso, capì. Lasciò le stecche, si risciacquò le mani in una secchiella d’acqua, prese un coltellaccio e tagliò una fetta di lardo alta tre dita e lunga un palmo, la messe tra due fette di pane e me la porse. La rifransi, ché l’avevo già mangiata con gli occhi.

Egli mi osservava fisso. Gli feci capire che ero anch’io artista e che a Parigi si crepava di fame.

«Faminesk?»

Disse una parola presso a poco così, ma tradotta dal suo sguardo spaurito e dalla bocca aperta, intuii che doveva essere: Fame.

Il pane lo portava agli stabbioli della Ruche un vecchietto polacco, un ebreetto emigrato. Era un pane aromato di granelli d’anice, giusto di cottura, del colore e del sapore delle nocciuole, lucido e croccante.

L’ebreetto trainava una carrettella a cassettone con la lentezza di un somarello. Egli era umile come la gente povera della sua razza randagia. Tutte le volte che doveva varcare la soglia della Ruche domandava cento volte permesso alla faccia ingrugnata della concierge. La megera riteneva il vecchietto complice necessario del nostro prolungato soggiorno nella casa, mentr’essa agognava di infilarci sopra una forca, e di sul muro farci veder Parigi.

Se qualcuno della ciurma non ha eroicamente stirato le cuoia alla Ruche, lo deve al cuore del vecchietto. Il fornaretto era puntuale: sapeva, egli, che la vita degli abitanti della Ruche era data volta alla sua pagnotta, si acconciava quindi con pazienza alla quotidiana mortificazione della concierge, la quale ogni volta che sentiva il rotolìo della carretta pareva dovesse ingoiare delle ghiaie, gonfiava come un boddone e stralunava gli occhi. Molti inquilini della Ruche erano ebrei, ciò rendeva vieppiù sollecito il fornaretto. Il vecchietto era taciturno, portava la pagnotta sopra la sua mano nodosa come un magliolo, la porgeva traverso l’uscio socchiuso e spariva. Soltanto la prima mattina mi domandò se ero ebreo, poi tacque sempre.

Il vecchietto aveva sul viso il marchio stampato dalla vita errabonda condotta di terra in terra. La sua statura piccola si era anche incurvata, il capo pendeva in avanti e l’espressione del viso aveva come chi passa sotto a un palco dove c’è chi traffica con caldaie di pece. Gli occhi piccoli come due grani di pepe lucidati dagli occhiali stessi paravano due boddini sotto l’acqua. Vi calava sopra la gronda di un cappello duro come un tubo di stufa. L’omettino sembrava un Rabbino intristito, ché il viso aveva coperto di barba intonsa disseccata coi peli a forcella. Un tanfo d’acquavite che dava risalto al profumo dell’anice intriso nelle pagnotte usciva dalla bocca dell’omino; ciò spiega la sua larghezza di credito e quel fare trasognato. L’uomo che vive tra cielo e terra, sospeso non importa se nei fiumi dell’incenso o dell’alcool, è più vicino a dio, del presente a se stesso, bevitore d’acqua, uomo normale, che se è fornaio stampa sopra gli scaffali: Non si fa credenza sul pane. Il vecchietto aveva del santo e sparpagliava le pagnotte come San Francesco i chicchi di grano agli uccelli, sulle dorate aie del Signore.

Una mattina, aspetta aspetta, ma il vecchietto non si vide. Suonarono le nove, le dieci, le undici, i dodici tocchi del mezzogiorno. Ricominciò il tocco a morto, poi le due, le tre. Dalle finestrelle che davano sulla tromba delle scale si protendevano teste scarduffate di poeti e di pazzi, di asceti e di manigoldi: chi, con negli occhi l’oblio delle cose terrene come la giovinetta che si accosta all’altare per comunicarsi, chi, con la brama vorace della fiera, che bramendo agugna il pasto e si forbisce la lingua calda, le labbra sitibonde, e chi, con la balordaggine del porco che grugola nel truogolo vuoto. Occhiate interrogative, ordivano una rete fitta da una finestrella all’altra; suonarono le quattro, le cinque, le sei. Quando sulle fortificazioni si accesero i primi lumi, alla Ruche si spensero le speranze della “pagnotta”.

L’indomani di buon mattino il vecchietto mortificato mortificato lasciò per ogni uscio doppia pagnotta. Gli uggiolii, gli sbadigli, i bramiti tacquero negli studi.

Tutti eravamo incuriositi di sapere perché il vecchietto ci aveva costretti all’incauto salto di un mezzogiorno, ma con quella filza di conto chi avrebbe osato domandarglielo? Ce lo narrò la sera Kuett mentre eravamo seduti intorno alla stufa di Matteo. L’ebreetto la sera innanzi aveva alzato il gomito più dell’usato, talché si ridusse a casa verso l’ore piccole, ridotto come un cencio e con la vista doppia. I lumi lungo i boulevards sui quali camminava per ridursi al forno si sfaccettavano, luci poliedriche giostravano una girandola vertiginosa. Gli uomini avevano messo una raggiera di teste che si apriva a ventaglio e repentinamente si conglobavano in una sfera, a volte folgoravano il fornaretto con centomila occhi, a volte lo trafiggevano con uno solo che aveva la terribilità d’un ciclope. Camminando, questi esseri roteavano le braccia che eran tante quanti i razzi di una ruota confitti nel mozzo. Guardandoli, le gambe sembravano i “mille-piedi” all’assalto del cielo. La via si era puntata verso il firmamento con tagli rettilinei lucenti come spade. Il povero Cristo ebreo, pareva dannato a camminare sopra una lastra di vetro ed era inebbriato come una marmotta. Il cielo a spirali trapanava la terra, le stelle di su i trivelli dello spirale gigantesco, si sparpagliavano per il cielo, le case ridevano con cento bocche aperte sdraiate sulle porche degli orti. L’ebreetto voleva poggiare la schiena al muro, ma questo precipitava nel vuoto e lui andava ruzzoloni sul marciapiedi il quale pareva pollino. Il fornaretto aveva la terribile illusione d’esserne inghiottito. Carpone, razzolava lungo i cunicoli, poi, quasi che la terra si ribaltasse all’indietro egli si trovava di nuovo debout «Nom des noms» esclamava. Così, a pezzi e a bocconi poté avvicinarsi alla tettia ove sfavillava il forno.

Ferma d’innanzi al forno c’era la carretta del mugnaio il quale scaricava l’ultima balla di fiore. Quand’ebbe vuotato il piano, il vetturale schioccò la frusta e messe al passo i cavalli sulla via del ritorno. La lanterna che penzolava dalla sala fu presa dal fornaretto allucinto per quella che era appesa fuori alla sua bottega. L’ebreetto, come le novelle, prese a camminare, camminare, camminare dietro al lumicino. La terra gli sembrò un gigantesco rullo ch’egli dovesse spingere al suo destino con la forza delle sue gambette. Rassegnato, si passò le braccia dietro la schiena, incatenò le mani una con l’altra, e via, via, via. La carretta raggiunse le mura della città, oltrepassò la porta di Versailles, prese una strada maestra che pareva conducesse a qualche stalla aperta nel cielo che quella sera era color lattiginoso e fiorito di stelle. L’ebreetto rattrappito da cader della guazza, era stato distanziato di un cinquecento metri: quand’ebbe fatto tre o quattro chilometri, egli sgranchì le membra, si snebbiò gli occhi, sbadigliò, stiracchiò le giunture. La terra che prima precipitava sotto l’esile peso del suo corpo si era assodata come l’acciaio e giaceva sonnolenta coperta di un rorido mantellaccio a toppe, il rotolìo del carro pareva la rodesse come un tarlo alacre. Il lume che da un pezzo alitava pigro, si era spento. L’ebreetto si sentì come smarrito: «Nom des noms» esclamò.

Fece pernio sulle gambe e girò intorno: a levante, Parigi avvampava il cielo con l’esplosione dei centomila lumi. Mortificato, l’ebreetto ritornò passo passo verso quella fornace che arroventava il cielo.

Il pane stralevato, sgrondava giù dalle tavole; nel forno crepitavano l’ultime faville. Quando vi entrò l’ebreetto, dai vetri rotti della finestra si scorgeva il celeste dell’alba. L’omettino spossato si addormentò sulla mastra, e noi saltammo a piè pari il mezzogiorno.

Carlo Sarti (o, se volete, Ser Ciappelletto), l’arguto corrispondente della Tribuna da Parigi, è bolognese. A Parigi quel suo rumoroso dialetto è stato messo in sordina ed esce dalla bocca di Sarti come un soffio di vento dalla fessura di una finestra. Si addice così alla missione ch’egli si è imposto: ridurre al ragionamento i pazzi da catena. Sarti mi è sembrato che abbia la costanza di un missionario il quale tenti di convertire alla fede uno scismatico dannato. Benché egli abbia qualche cosa del Mefistofele: occhi scintillanti, viso pertinace con permanente dominio sul reprobo – un Mefistofele sbarbato e convertito – tentatore sulla via del bene:

La gioia a sé ti chiama

La vita a sé ti vuol.

Quando più l’orso mugugna, la vocina di Sarti diventa acuta come il ronzio d’una zanzara e punge come l’aculeo di una vespa. L’orso sotto questi fori squassa l’ispida chioma e bramisce:

«Cosa hai detto?»

Sarti ripete il versetto e stringe nella tegnaglia della logica la zampa della belva.

Chi vedesse questo garbato signore affiancato a una specie di brandano emigrato, rattoppato e di chioma irsuta, al quale parlasse in un orecchio, e lo lusingasse col suo sorrisetto scettico, e vedesse l’ingrugnato ascoltatore incagnirsi col sgricciolar di denti e scalpitar di tacchi scalcagnati, sarebbe indotto a pensar che quel bel signorino suggerisse al meschino piani infernali, azioni abominevoli, tentazioni orrende, e pietà lo coglierebbe per quel tartassato dalle demonia.

Sarti invece è proprio allora che gli sussurra con la vocina più soave: Giudizio, figlio mio, quella vita è terribile, non siamo in Italia, non c’è il sole: e guarda ghiotto, se negli occhi o sulla fronte del reprobo nascono i segni del ravvedimento, una ruga, una scintilla. Ma, vedendo che il temerario è pertinace come un eresiarca, allora egli insinua: «Figlio mio, la casa mia è sempre aperta, un piatto di più non guasta il galantuomo, ma…».

«Ma vai al diavolo!» gli ha risposto qualcuno di questi bei tomi. Ma Sarti ostinato come il Mefistofele maligno e dalle granfie adunche, benché distanziato dall’orso che ha messo sul capo e sul viso le spine di un istrice, per timore di cadere in tentazione e lo scruta quasi avido della sua cuticagna, continua per prudenza in forma di soliloquio: «Quanti… mio Dio, si son perduti. Venuti qui dall’Italia pieni d’illusione, di speranze, di sogni».

Ma chi si è messa una brutta camicia addosso ha la testa più dura del macigno.

La telefonata quotidiana al giornale urge: «Vieni a cena da me?».

«Sì!» risponde l’orso, ma col tono arrogante come gli avesse risposto: No.

Una volta Sarti fu indotto in tentazione dal diavolo vero: gli prese l’idea di scrivere la storia di questi malnati internazionali. Il poveretto s’intrugliò nei laberinti delle straducole, salì nelle mansarde degringolate, dove in sé stesso putre e fermenta il novello Labre della stecca e del pennello, scese nelle cantine da petrolieri, ed ivi trovò gente che addomesticava talponi e compenetrava teste nei tubi della stufa configgendogli nelle orbite dei solidi triangolari e ricalcandogli un cono sulla service. Indugiò in ateliers dove si decomponeva un nudo con matematici squartamenti e dalle viscere uscivano numeri cabalistici, pentagoni, elissi frangiate di saette, palle da giocolieri, tubi fuligginosi, ventole sezionate da lume, la compenetrazione metafisica, il lirismo cosciente purgato d’ogni torbido affettivo:

«Misericordia di Dio» dice esclamasse in quei frangenti.

Fu in una di queste sentine che Sarti pescò il mio nome e il mio indirizzo. Seppi poi dall’amico il quale gli fece la miracolosa rivelazione, che Sarti urlava stupito: «Un italiano?».

«Qui.»

S’abbottonò il pastrano e via difilato alla Ruche.

Proprio in quel giorno era arrivata da Mosca una signora che avevo conosciuto sulla spiaggia del mio paese. Essa m’aveva avvertito del suo arrivo con un pneumatique: Sono all’Hôtel Majestic. Trascrissi sull’uscio del mio studio con matita Comté: Sono all’Hôtel Majestic. Il naso di Sarti, quando vide queste parole dice si allungò come quello di Pinocchio. Fu udito ripetere sulle scale in tono trasecolato: Sono all’Hôtel Majestic.

Sarti quando si propone di salvare un’anima dalla tragedia parigina, non la cede nemmeno a Cristo medesimo. Dopo qualche giorno fu riveduto davanti alla porta del mio studio ma la mano gli fu pietrificata per aria dalle parole: “Sono all’Hôtel Majestic”. Stette un po’ al buco della chiave, come il frate che confessa e poi mormorò incuriosito: «Cosa farà mai all’Hôtel Majestic?».

Io, non cancellai mai lo scritto e Sarti deve esser ritornato più volte perché un giorno ci trovai scritto: “Se lei ha preso dimora all’Hôtel Majestic, chi se ne frega?”. C. Sarti. Anche i redentori perdono la pazienza, dunque?

Una mattina all’alzata del sole mentre ero intento a falciarmi la barba che avevo ispida e il viso coperto con una candida spuma di sapone come quando si forma una scultura, e i capelli parevano un nido d’arpìe, sentii bussare alla porta. Siccome ero in ginocchio che mi specchiavo in una tinozza d’acqua, tanto curvo che ne radevo quasi il filo pel timore di affettarmi il ceffo, urlai: «Chi va là?».

L’uomo che aveva bussato doveva dubitare ch’io fossi nello studio; rispose con un fil di voce: «Amici». Mi alzai che avevo mezza faccia da radermi; siccome avevo da una mano il rasoio e dall’altra un bruschino di saggina, detti una pedata tanto forte all’uscio che mancò poco non smusassi l’incauto visitatore il quale si ritrasse di tre passi. Avevo al collo un cannovaccio di ghineone color piombo. I pantaloni sbracalati scoprivan l’ombelico:

«Cosa vole?»

“Lui in carne e in ossa” pensò Sarti. «Scusi, lei è Lorenzo Viani?»

«Sì.»

«Carlo Sarti, della Tribuna. Ora le spiegherò» soggiunse. «Ma sarà prudente entrare, vedo lei che si rade.»

«Che sto svelgendomi il pelame, ella vuol dire.»

Entrammo. Sarti sembrava che camminasse sulle uova. In terra c’era di tutto un po’, il sediolo era sepolto sotto una valanga di libri: «Mi duole doverle offrire per sedile il davanzale della finestra o la stufa, altrimenti può, se crede, accomodarsi sull’ottomana.» Sarti proprio in quel momento si era fissato sul mio letto.

«Io intanto continuo questa operazione» e nel dir così mi gettai sulle ginocchia e chinai il capo verso la tinozza dando di ruota al rasoio sul palmo della mano.

Sarti si decise per l’ottomana. Io lo vedevo capovolto sulla spera d’acqua. Le lenzuola erano attorcigliate all’imbottito, sbuzzato, dal quale erano uscite tante penne che sembrava ci fosse stata spennata una gallina. Il guanciale coll’impronta della testa sembrava un pane di segale. Le lenzuola avevano il giallo del lardo rancidito. Sarti fu per un po’ perplesso al cospetto di certe macchiette nere come se nelle coltri ci fossero state le tarme, ma assicuratosi che queste erano immobili si alzò fin sopra le fianchette un cappottino color nocciola e si sedette come sui triboli. Alzò lievemente le mani e gli occhi al cielo: “Misericordia di Dio” avrà pensato. Si acconciò su quel sedile come sulla sedia di un cavadenti nell’angolo di una piazza, poggiò le mani linde sopra un bastoncino di bambù, e ogni tanto le batteva l’una sopra l’altra come se facesse lo scaldamano. A volte fissava quella specie di tarli sulle lenzuola come se da quegli impercettibili pertugi dovessero uscire delle belve. Osservava la stravaganza di radersi la barba e il modo di affilare il rasoio e quel pezzo di sapone che calcinava il viso e il bruschino che avrebbe scorticato la pelle d’un somaro: “Misericordia di Dio!”.

Volgeva gli occhi alle mura tappezzate di disegni, losche figure di ossessi, indemoniati, allucinati, e appesi sopra a questi, pantaloni pieni di mota, cappelli schiacciati e sgrondati, e in terra calze, pentoli, pennelli secchi, piatti, cartelle di schizzi pestate, appunti di scrittura, coltelli rugginosi, pezzi di pane, patate, capi d’aglio, forcone di cipolle, scatole di thè, pietrine di zucchero, vocabolari, macchinetta a spirito e uno scendiletto fatto con la fodera d’una giacchetta:

“Misericordia di Dio!”

Sul tavolinetto che era desco e scrivania, un calamaio rovesciato, una penna innestata a un’asta, un lume a petrolio con mezzo tubo e quella mattina un piatto con un osso. Sarti scrutò ben bene che non si trattasse di un osso di cartone messo lì come per dire: “Non si frigge mica con l’acqua!”. Ma quello che lo fece trasecolare fu un palloncino alla veneziana nuovo fiammante che avevo legato a un trave con uno spago e dondolava, sicché pareva una farfalla che volasse sull’arca di Noè.

«Questo è stato un regalo» gli dissi io vedendo che Sarti ci si riposava sopra.

Egli colse questa bella occasione per spiccare un salto dall’ottomana. Io mi risciacquavo nella tinozza immergendovi il capo fino alla nuca, poi riaggallavo e squassando la capigliera sgrondavo acqua da per tutto, come quando i cani escono dalle fosse della palude. Qualche schizzo deve aver percosso anche il viso di Sarti perché fece un gesto come per dire: “Troppa grazia”.

«Beata pulizia» gli dissi.

Sarti tacque ma slargò una parte della bocca e un occhio. Io sapendo che avevo a che fare con il caustico Ser Ciappelletto, gli dissi:

«Lei non è del mio parere, dica la verità.»

«Senta,» esplose Sarti «piuttosto, lei si diverte a condurre questa vita?»

Ringalluzzito dal mio silenzio e dalla gioia di non essere più seduto sull’ottomana, si scosse pantaloni e il cappottino come quando ci siamo seduti in campagna sull’erba vicino a un muro rotto. Per velare tutti questi gesti disse forte:

«Guardiamo in faccia la realtà; la sua vita non è gaia, e poi…» e come per aver preso forza da questa espressione girò sul tacco di una scarpa come un guindolo con ambo le mani aperte a forchetta. Quando me lo rividi davanti, aveva un viso sconturbato: «E poi… questo non è un Eden».

«Non caschiamo nell’iperbole» dissi io grave.

«Nell’iperbole?» echeggiò Sarti inorridito. E questa volta disse forte: «Misericordia di Dio! I russi, sì… amiconi… ma la polizia tiene d’occhio questa casa… le fortificazioni a due passi. Pietà di te, Viani».

«Ma, in conclusione,» io interruppi fiero «lei avrebbe qualche idea concreta?»

«Quella d’invitarla a pranzo, per esempio.»

«L’idea non è priva d’acume» risposi io.

«Allora si vesta alla “meglio” e usciamo.»

Sulle parole alla meglio, Sarti sprofondò il tono come fa il piede quando posa sopra un terreno soffice.

«Al tempo» urlai mentre ero infilato dentro la camicia.

«Cosa dice?»

«Dico che i vecchi hanno la barba grigia» e sbucando fuori dal colletto soggiunsi «così diceva il Principe di Danimarca.»

Dal risolino di Ser Ciappelletto capii ch’egli aveva voglia di insinuarmi: “Amleto diceva pure: C’è del putrido in Danimarca…” ma l’ingozzò e si limitò a sollecitarmi: «Lasci le lettere, si vesta… si vesta…».

Staccai da un chiodo il pastrano color di cielo in tempesta con qualche strappo d’azzurro sotto le braccia e le rovescie delle pettine: il primo colore. Presi di sotto un libro, il cappello cenere conformato a filtro e mi annodai al collo una cravatta color San Giuseppe, rossagranata. L’acconciatura delle vesti, benché avessi preso l’aspetto di un fantoccio, non stupì Sarti, ma quando uscendo feci l’atto di prendere un bastone ritorto in cima come il corno di un becco e con una ghiera a punta d’acciaio, Sarti aprì la dentiera come una martinicca:

«Anche quello? Misericordia di Dio!»

«Fino a qui entra senza pagar dazio» e, bilanciando il bastone, segnai con un dito il termine dell’acciaio.

«Ma siamo a Parigi» esclamò irato Sarti. «Benedetti figlioli!»

Appena fuori in fretta mi nascose in una buca del Metropolitan. Sarti però dovette fare un figurone; egli doveva sembrare un ispettore di polizia, e io un bandito. In pochi minuti il Metropolitan ci rigettò in Piazza della Borsa, di lì Sarti con la mazzetta mi parò come un bufalo nella rue Brognart lunga una venticinquina di metri, dove era la sua casa. Le scale di legno, pulimentate a cera, rimbombavano dal mio passo come sotto un martellamento di piccole artiglierie.

«Viani, alzi il bastone» sussurrava Sarti.

Io messi il randello a bilanci’arm. Sul pianerottolo, a quel trepestio corsero la signora Sarti e il figlioletto che mi osservarono con stupore. La signora disse piano a Sarti: «Gente».

Fui introdotto nell’entratura, appesi il randello a un gancio dell’attaccapanni e il pastrano che, impolpato com’era, sarà pesato un mezzo quintale. Mi tolsi il tocco di capo e mi slargai il cappio della cravatta. Sarti entrò nel salotto dopo essersi ravviato sul cranio lucido una venticinquina di capelli che all’uopo coltivava sul parietale sinistro. Egli non era ancora del tutto sparito nel salotto che riuscì urlando: «Viani, Viani, Viani, passa!».

Entrai. Seduti al tavolo c’erano due signori; uno aveva l’aspetto di barnabita, barba di rame, folta sulle mascelle, rada intorno alla bocca, naso rotondo, occhiali a stanghetta, con dei dischi di vetro tanto spessi che gli occhi ci appannavano sotto. Il carnato aveva olivastro e terreo come un frate usato alle penitenze e alle mortificazioni: era invece Ratalanga, l’illustratore dell’Asino. L’altro era sottile e stremezzito con il viso a punta come le volpi e gli occhi di faina, bilicava le lenti sull’imponente ponte del naso: egli era Musacchio, il quale stava perdendo a Parigi una patina di giallo itterico che aveva preso nell’America del sud da dove veniva fresco fresco. Bevemmo un paio di chili di spaghetti. Allora non c’era bisogno di acqua “acertosella” per smaltirli. Mentre noi ci si intrippava di quella grazia di Dio, Sarti si vuotava di tutti i consigli che avea nel gubbio. Trovando del sodo dalla mia parte, si rivolgeva a Musacchio. Ratalanga aveva già mangiato il fuoco.

Quando uscimmo, Sarti e Ratalanga andarono alla redazione dell’Assiette au beurre. Io e Musacchio si rimase nel centro; così inzavorrati di pasta asciutta, si sarebbe potuti ritornare in America a vela. All’improvviso chiesi a Musacchio: «Dimmi un po’, come te la passi a Parigi?».

Cesare alzò la mano secca e la fece bilicare per aria come gli uccelli beccapesci quando stanno per posarsi sulle onde infuriate.

«Passan bassi?»

«?…»

«Sarebbe a dire che è questione di mammura?»

Cesare crollò la testa.

Dopo tanti anni, ho letto sui fogli che Cesare è passato a volo nel cielo di Parigi diretto a Londra onde ritrarre l’effige dell’altro Cesare, Re d’Inghilterra e Imperator delle Indie. I consigli di Sarti l’hanno spinto in alto, sopra un meccanismo più pesante dell’aria. Quel giorno Ser Ciappelletto, a naso in sù, affacciato all’abbaino della Rue Brognart, osservando il carro alato con il peso di Cesare, disse tra sé: Beato. Ho compiuto il miracolo! Misericordia di Dio!

Quando partii dal mio paese diretto a Parigi portai meco un vecchio catalogo del “Salon d’Automne”. «Potrà essere utile anche questo» dissi quando mettevo quella po’ di roba che avevo, dentro un sacco di vela. Il tomo per la forma rettangolare si allogava agevolmente nelle tasche capaci del mio pastrano, ed io in Parigi lo tenevo sempre con me. I primi vocaboli francesi li appresi in quel volume pieno zeppo di nomi, date, titoli di quadri e indirizzi. La lettura di quel libro uggiva come la consultazione di un orario: un nome, un paese, un indirizzo.

Un giorno uscii dalla Ruche per non essere trovato secco sulle coltri, come al solito inzavorrato del catalogo. Era la prima volta che sentivo lo sconveniente oltre la morte: il pudore postumo. Assiderare con lo stomaco vuoto sopra una panchina dei boulevards esteriori; dopo una settimana di pubblicità sui gelidi pietroni della Morgue, cullati dal fruscìo delle acque della Senna, si avvallava per sempre nell’abisso senza fondo: Sconosciuto.

Avevo veduto la burocrazia in lutto al capezzale di un pittore, morto di stenti nel casone. Motinski era etico, ma lavorava tuttavia. Ogni volta che capitavo nel suo studio lo trovavo sempre seduto davanti al cavalletto che aveva collocato vicino al suo cuccio. Motinski era gelido e trasparente come l’avorio, la barbetta nera e i capelli lunghi fluenti cominciavano a disintegrarsi dall’orditura dell’organismo, si acciuffavano sulla pelle gelida come i capelli finti sopra una testa di cera. Motinski ricordava certe teste di Holbein, naso lungo, bocca sigillata, occhi a mandorla. L’astinenza del cibo e delle bevande gli acuiva l’acredine dei sali e rendeva più sensibili i nervi slacciati; molte volte Motinski si abbandonava spossato sulla sedia, sudando freddo.

Trovavo spesso da lui uno strano uomo: Skukisciak, il quale era stato deportato per tanti anni in Siberia. Egli era basso e grasso, rilassato, aveva certo cinquant’anni ma ne dimostrava settanta: sdentato, occhi scalpellinati, labbra mencie, barba spinosa, di colore storno. Per certi tagli recisi che affettavano i segni particolari del viso, aveva dell’indiano. Il fakirismo contratto nell’orrido tedio della prigione gli aveva reso inerti gli occhi e tutta l’espressione:

«Spakoik Atroponoick Dobrak.»

Doveva interogare Motinski il quale rispondeva:

«Tak tak tak.»

«Noks apomkois sdrobakutis amnomoik.»

«Tak tak tak.»

«Dobra.»

«Tak tak tak.»

Quel tak tak sembrava che qualcuno imbullettasse coi denti una cassa da morto.

I colpi di una tosse secca, di quelle che scassano il petto e par che scoperchino le cervella, si udiva spenta nell’atelier ove giaceva Motinski, colpi duri come quelli del picchio quando aguzza il becco nella ceppa di una rovere. La notte, quando il vento ruzzolava i tegoli e i tubi delle stufe risoffiavano gli urli del vento e il piovasco tamburellava i vetri, Motinski non aveva requie. Egli era là solo, avvoltolato nel suo cappotto. Una tazza d’acqua che gli avevano colmato gli amici, era sopra una sedia da capo a letto. I panni, che si era tolto la sera che si allettò, erano afflosciti sopra una sedia. Sembravano le pelli di una serpe; la giacchetta sulla spalliera, sembrava gettata sulle spalle di un uomo decapitato. Sulle scarpe sotto il letto c’era calcinata la fanga, i calzini grigi coperti di polvere erano adeguati all’impiantito, a un chiodo era appeso il cappello di gronda larga: il coperchio delle illusioni, e sul chiucco c’era il colletto di celluloide e la serpigine della cravatta.

Una mattina lo studio di Motinski era chiuso nel silenzio. Qualcuno timoroso, si accostò alla porta e per il foro della chiave guardò dentro. Visto traverso quel breve pertugio, Motinski sembrò uno di quei santi che si veggono traverso il piccolo foro d’una piccola croce: era marmato sulle coltri diaccie e le sue ossa pareva avessero già la pesantezza della pietra sepolcrale. La cantinella macchiata di sangue che si era posta dalla parte del cuore, oltrepassava il teschio, la fronte appiattita di colore avorio, rifletteva la chiarezza del nulla. Nella continua inedia lo stomaco bisognoso di nutrimento, aveva succhiato tutto il corpo. Soltanto il teschio era rimasto solido sulle coltri, gli volavano sopra delle mosche, Motinski era allungato d’una spanna e i piedi stecchiti avevano sbuzzato le coltri. Venne la burocrazia in lutto al capezzale del morto di stenti. Gli orridi croque-morts, i secondini della morte, gli infilarono a un occhiello della giubba un talloncino di cuoio con su scritto il suo nome, come da noi si mette al collo di una damigiana di vino. Un croque-mort come un mostruoso scarabeo raccattò tutto quello che trovò nello studio, cartoline slavate, stinte, accartocciate e quei pochi indumenti che erano da tempo morti alle pareti; li messe dentro una giubba aperta e dopo gli annodò le maniche. Il corpo fu avvoltolato nel cappotto e deposto in una cassa di abete, di pielle di un centimetro, che quando c’è dentro il morto anche se esso è divorato dalla fame, fanno arcocchio e le bullette si svellono e dalle senìci si scorgono l’unghie delle mani attrappite e le costure dei pantaloni.

Lo stesero sul carro e gli tirarono addosso un cencio nero, su cui era una croce di stagnola: il giacchio delle anime perse. L’argento della stagnola, la croce d’argento, le frangie d’argento, i bottoni dei croque-morts d’argento, pareva dicessero: Ricrepa dentro la cassa, scialone!

I cavalli peluccavano le malerbe e il vetturale a gambe larghe addossato al calcio di un pioppo, urlava intontito ai croquemorts: «Allons, allons, allons».

Con questa argentea visione macchinalmente quel giorno uscii dalla Ruche, presi la Rue dell’Abbé Grouelt e tendevo al Boulevard Arago.

Era uno di quei giorni scuri, quando le mura dei giardini sembrano quelle dei cimiteri e i larici si imparentano coi cipressi e le ville là, nel fondo, sembrano camere mortuarie e i cani e le ville là, nel fondo, sembrano camere mortuarie e i cani si tramutano in iene. I nomi stessi delle strade, Abbé Grouelt ed Arago, mi mettevano una un curato al fianco e l’altra un patibolo. Il colletto di celluloide mi sembrava la lama della ghigliottina e mi pareva di sentirmi colare il sangue diaccio giù per il fil delle reni; quei giorni il delitto fa dei segni celesti dentro le cervella sbiancate. Rasentando le mura, il belletto verde m’aveva empito di morca le maniche, sulle mie membra mi pareva già scalpitasse un cavallo e la testa l’avessi sotto la ruota di una automobile con la giubba attorcigliata al collo indurita di schegge d’ossa. Quei giorni guardando gli uomini nel ceffo si veggono vuoti come le maschere di bronzo, senza occhi, a bocca spalancata e vorace che a gridargli sulla bocca: Vigliacconi! la parola gli sfiaterebbe avvelenata da tutti i fori. La strada la vedevo dentro me, più che con gli occhi. Dopo quanto non so, mi trovai sulle panchine del Boulevard Arago: ci debbono aver tagliato delle teste. Le vette degli alberi mugghiavano come anime in pena.

Lo spettacolo che avevo a poche panchine di distanza, non era dei più adatti nell’ora di morte: alcuni uomini erano sdraiati sopra un sedile; visti di scorcio non riuscivo a scorgergli altro che le nodella e gli stinchi scarniti, salvo ad uno la cui testa penzolava dal sedile come una zucca da una tettoia appiccata al gambo, la lingua penzolava quasi che egli volesse leccar la terra, il teschio dove pareva ch’egli fosse colato tutto, posava sul terriccio; la bombetta gli era ruzzolata sotto il sedile. Più in là vedevo di schiena una donna legnosa con le spalle appuntite come un tagliere e scabre come ci avessero battuto per degli anni delle cotenne, aggrumata era di loja e di lordura, ai margini del costato intravvedevo le poppe sminze e la pancia frolla gonfia di una pregnezza bugiarda, il troncone sembrava decapitato; nel mezzo alle fosse delle scapole non scorgevo altro che il dente di Atlante. La donna frucava dentro un sacco e vi traeva dei barattoli di latta, degli utensili stravaganti. Di tra quelle calìe, accese una luce violetta. La vecchia vi ronfava per suscitare delle lingue di fuoco. Dopo poco dalla bocca del recipiente traboccarono degli strosci d’acqua bollente, mi avvicinai per vedere, ella era scarnificata da un cancro, mi schizzò addosso gli occhi sgusciati, sulla fronte aveva un impiastro che gliela tamponava tutta e le impoltigliava i capelli, coi denti di cagna teneva una tazza dove c’era una bevanda gialla, man mano che mi avvicinavo, i suoi occhi bruciavano di ferocia e sembrò divenire improvvisamente itterica quando tritolando l’orlo della tazza si sbrodolò tutte le vesti.

La Morte s’era fatta un bricco di caffè ribollendo i fondi che aveva raccolto sopra una concimaia; quando le fui vicino, sgricciolò i denti e ingozzò tutto il liquido e digrumò avida i fondiglioli.

Ritornai sopra il mio sedile, trassi di tasca il catalogo e mi internai nella lettura, tormentato ogni tanto da sconnesse parole dettate a voce alta da quei mucchi d’ossa che dovevano sognare e dai grugniti della vecchia, alla quale faceva rigurgito in bocca il liquido velenoso.

Tra i molti nomi stampati su quelle pagine, lessi quello di Mary Johnson; un’eco di cose lontane percosse il mio cuore. La Johnson era una pittrice che avevo conosciuto sul canale del mio paese mentre ella dipingeva le darsene; ella abitava, ai tempi che fu stampato il catalogo, Boulevard Momparnasse, 152 bis. In quei paraggi. Andai verso il boulevard in fretta. La terra sembrava impeciata e le gambe pareva mi si impiombassero sull’asfalto. Un’acquatrella a scossoni schizzava addosso, sembrava piovesse stecche d’ombrello. Le rame svettate la moltiplicavano sulle mie spalle, dalle suole consunte entrava l’acqua, dannazione dei vagabondi, e mi diacciava i piedi. Ogni tanto sentivo i triboli del ghiaino; quella che mi scolava in bocca la bevevo, quell’acqua che sa di tetto mi placava l’arsura. Dopo ch’ebbi fatto un chilometro le scapole colavano come due embrici: pian piano mi sentivo tutto bagno. Quei tetri casamenti con trenta sporti segnati col medesimo numero mi facevano allungare il collo; sollecitato dagli scossoni d’acqua andavo in fretta, qualche spallata che davo nel calcio degli alberi mi metteva sotto un crivello di goccioloni. La mitraglia degli schizzi esplodeva dai bozzi schiacciati dagli auto, mi foravano gli stinchi; arrivai al 152, ammollato come un topo. Prima di entrare mi messi a scolare sotto le grondaie di quel casamento di lusso con quei sette piani uno sull’altro che l’ultimo par si smusi nel cielo d’acciaio. Sulle scale di marmo ebbi a stincarmi tre o quattro volte, il cuoio impolpato d’acqua mi faceva slittare sugli scalini, mi salvai tre o quattro volte apparandomi con le mani. Finalmente al quarto piano vidi sopra una porta una carta da visita.

MARY JOHNSON

La porta si aprì. La signora Johnson apparve sulla soglia; come trasfigurata! i capelli le erano incanutiti, il fulvo di un tempo sbiadiva sulle cime, gli occhi grigi argento erano ora ossidati, le labbra rosee eran diventate color malva, la lentiggine dorata d’una volta sembrava rugginita, la carne soda palpitava gelatinosa, tutto il viso era percosso da un tremito di paura, i capelli, appuntati sulla nuca con due forcelle di tartaruga, sgrondavano a ciocche sul viso ed essa li ravviava in su colle mani di cera filettate di vene celesti. La signora attendeva qualche altra persona perché, mentre mi spingeva sopra pensiero verso l’uscio, protese tutto il corpo verso le scale. Quand’ebbe richiuso il paravento, mi disse: «Come mai oggi… sembra di sognare, passate… di sogna …re» e tirò un sospiro. Io tacqui, sentivo per aria odor di tragedia. Nelle stanze filtrava la luce, dalle finestre appannate, quei giorni in cui le case al nord sembravano acquari; la signora si doleva nel suo idioma: «God heaven, help, oh Lord». Intuii ch’ella invocava Iddio con disperazione.

Il salotto della piccola casa era rassettato a studio: una scatola di pastelli, gialli, rosa, neri, graduava un lene motivo di quel monotono accordo di grigi, gli faceva eco una tavolozza appesa al muro. Il cretaceo di una parete era arrivato da un coccio di terra rossa pieno di pennelli, stampe di Bonington di Constable e Whistler decoravano le pareti. Sul volto della signora schiarì un tenue sorriso quando mi accennò un cartone sopra un cavalletto: la piazza del Mercato del mio paese dipinto da me in tempi lontani.

«Vedete?»

«Sì.»

Il contegno della signora cominciò a preoccuparmi; quando oltrepassato il salotto prese a camminare in punta di piedi, io feci altrettanto. Per un corridoietto m’introdusse in cucina, sul buffett c’era pane, marmellata, burro.

«Prendete, prendete.»

E la signora protese il collo verso le stanze che avevamo traversato. Ella si agitava come se l’impiantito fosse stato rovente.

Da una camera in fondo si udì a un tratto come il bramito di una iena, io rimasi col boccone in bocca, delle stoviglie si frantumarono contro una vetrage, una porta fu sganasciata e una Erinni infernale apparve in fondo al corridoio.

«God hèaven, help» singhiozzò la signora e, raccogliendosi le vesti, andò incontro alla donna spiritata. Ell’era magra, coi capelli sciolti, che svolazzavano come la criniera di una cavalla selvaggia, gli occhi vitrei si appannavano tra le tanaglie dell’epilessia, la bocca bramendo schizzava bava, i denti martellavano a scatti; quando fu nel mezzo della sala impietrì. Su quel viso si alternava l’espressione di Tesifone con quella di Ofelia, le mani di morta mettevano l’ugne dell’arpia e la donna si lacerava le vesti e le carni, poi si stecchì a una parete e, sorridendo, a chius’occhi rispondeva alla signora Johnson, come a un rosario:

«God hèavens, help!»

«Oh Lord! »

«What have I done?»

«Gracious me!»

«God help us!»

La signora Johnson, cogliendo un momento in cui la donna era caduta in una specie di deliquio, mi disse piano: «È mia sorella, le hanno ucciso il marito in India! Ritornate, ritornate, vi prego».

Uscii fuori come dissensato: i globi della luce erano appannati dalla nebbia. Per ridurmi più presto a casa, tagliai dalla parte del cimitero d Montparnasse ossessionato dal vociare roco dello strillone del Paris Sport. Quando fui nella Rue Ditot, Parigi sembrava un mostruoso bugno di api, una spaventosa cornamusa dipanata dal vento. In quel silenzio godei la pace dei naviganti quando dopo tanti perigli approdano con la barca nel porto. Per poco, che quando scantonai sul Boulevard Lefèbre mi si parò davanti una vecchia mendica, la quale, tirata su le gonne, a stinchi nudi, danzava sul marciapiede. Il suo corpo squinternato ogni volta che piombava a piè pari sull’impietrato crocchiava che pareva dovesse sfasciarsi. La testa, annodata coi lacciuoli di una cuffia bianca, si contorceva con delle smorfie spettrali e cantava:

Clemenceau, Clemenceau, Charenton

Tra la la tra la la la

Paradis sempre sarà

Clemenceau, Clemenceau, Charenton

Padre, Figlio e Spirito Santo

Clemenceau, Clemenceau, Charenton

e accompagnava il canto battendo insieme due copertelle di latta. Tentai di evitarla, ma la scellerata mi tagliava la strada saltando per aria. Quando le potei passare avanti, la mendica mi perseguitò da lontano, vociando sempre più forte:

Clemenceau, Clemenceau, Charenton

Quando vide ch’io filavo via, si fermò e urlò come un’ossessa:

«Monsieur!… Clemenceau va assassiner la République» e riprese a saltare come una ranocchia nel fango.

La Senna, nel crudo inverno, specie se veduta dal Ponte di Notre Dame, perde ogni carattere di fiume, i ponti son tanto zeppi di gente e di veicoli che sembrano strade. Tutto il corso del fiume è verde. Uno spaventoso cunicolo scoperchiato, a serpe, si espande in mezzo ad una luminara multicolore: la Senna scorre incassata fra scarpate e muraglie; quando straripa deve salire una quindicina di metri. Gli scheletri degli alberi che la fiancheggiano, pendono verso il suo letto come giganteschi salici piangenti. Il cielo, denso di caligine, la sera, riverberato dai milioni di lumi, diviene del colore giallo ardente come incombesse sopra una boscaglia incendiata. Contro luce gli alberi sembrano tizzi carbonizzati, e cenere la somma di neve che li incurva.

Sirene roche, sibili acuti, muglio di trombe, sciabordìo d’eliche, stridore di corde attraccate a palafitte, contrasti di carene, musate delle prue nei vortici, sinfonia da porto di mare intonata in mezzo a ondate di pietra.

Globi rossi, gialli, violetti, verdi, celestemare, si frisano, s’accoppiano, s’allontanano, ritornano, descrivendo larghe elissi e parabole: festa di lussuria sul prato rorido d’un fantastico giardino.

Appoggiati ai parapetti si veggono uomini che questo scintillio variopinto contemplano estatici, esseri senza destino nei cui occhi si spegne l’ultima speranza e sulla bocca gela il sorriso.

“La Senna beve.”

I mulinelli vorticosi che risucchiano sotto le arcate dei ponti e si sbuzzano nei piloni col gorgoglìo di un turbine, trivellano il profondo, impastano la melma, sprofondano nella paurosa sepoltura della terra. Canzone di spavento accordata sotto archi di pietra.

L’orrore di Parigi, la solitudine, le nequizie, le orride maschere degli uomini, i lunghi digiuni, le penitenze, non avevano ancora spento la fiaccola delle illusioni; un giorno gli uomini si sarebbero amati e, dimenticando, si sarebbero sentiti fratelli. Aspettavo il vaporetto che mi portasse a Charenton per ascoltare Jaurès che di questa illusione si rendeva mallevadore. Il cappotto che indossavo quella sera algida era sfoderato, sentivo tanto gelo addosso che mi sarei confitto la stoffa dentro la carne, i pantaloni filtravano il vento e le gambe parevano diventate di pietra. I piedi non li sentivo più: quando il bavero del cappotto mi toccava il collo mi sembrava che mi leccasse una lingua di morto e mi sentivo accapponare la pelle. Sotto il chiucco del cappello ricalcato tanto che sembrava la seconda scorza del cranio, sentivo il cervello addiacciato, i pensieri erano come mosche affogate in quella piletta; sui ciuffi dei capelli c’erano rappresi i diaccioli. Sull’intavolato dell’imbarcadero non c’era anima viva. Jaurès parlava a Charenton, il paese del Manicomio. La tavola, su cui poggiavo, mi pareva che s’imbarcasse sotto il mio peso e andasse a baciare l’acque.

“La Senna beve.”

L’orrore cupo delle acque che approfondisce nella notte pareva mi tirasse a risucchio, dovevo gemere come quando si sogna di cadere da un tetto. Poggiai la mano a un albero scortecciato e mi sembrò di toccare un cadavere, aspettavo da un momento all’altro di essere inghiottito dal fiume impastato con la melma.

“La Senna beve.”

Queste parole me le diceva Laxine, uno dei due giovani che conobbi primi sulle sterpaie della Ruche. Una notte egli salì sul muraglione della Senna, si squarciò la gola e la Senna gli bevve quel po’ di sangue rimasto.

Il vaporetto attraccò al pontile, tutta l’impalcatura cigolò, si scosse, i cavi ritorti alle teste dei pali tesandosi stridevano sul legno. Un uomo vestito d’incerato nero, levando volta al canapo urlò: «Pour Charenton, allons, allons», nella stiva pulsò di nuovo il motore. Io mi fermai sul ponte, il vaporetto era stivato di gente, s’andava contro corrente, il tagliamare si smusava nelle scappellature, l’acqua fenduta ribolliva sull’opera morta e sciava a poppa come olio, il fumaiolo nero buttava boccate di fumo sicché pareva una spaventosa torcia. Sulla coverta ci pareva la guazza. Io guardavo filar via le calate di pietra appoggiato sulla ringhiera di ferro; mi distraevo nel vedere i parabarche batter l’acqua come ritrecini. Tutto il corso del fiume pareva una coltre funebre che sotto il vento si frangiasse d’argento, Parigi sfuocava nel cielo incenerito, un caligo denso fondeva la città con i campi, le case erano inghiottite dalla notte. Quando si aprirono le arcate di un ponte e gelo e tenebre calarono improvvise, da un pilone precipitò un groviglio nero, un uomo. La giacchetta gli si rovesciò e le gambe sembrarono le braccia; si videro risegoli bianchi al collo e ai piedi, l’uomo fu bevuto e rigettato con le braccia all’insù e la testa tornò fuori fino alle ciocche degli orecchi. A un tratto il capo si scardinò dall’asse, si rovesciò e diè un muglio come un dolfino quando s’avvicina la tempesta. La Senna sembrava un lastricato, l’uomo ci giostrava sopra come un saltimbanco impazzito, polsi e stinchi, vertebre e teschio, si avvinghiavano entro gli stracci, un orrendo pagliaccio che folleggiasse sopra un tappeto nero; quando gli scoppiò il cuore fece arco, la testa fe’ da zavorra e rimase fuori soltanto la camicia sbuzzata e il gilet, i mulinelli lo turbinavano al largo, bilanciato dai piedi ogni tanto appariva il teschio: sembrava che l’annegato facesse le riverenze a tutta la gente che era sul ponte. Il macchinista, che aveva fermato il motore, s’affacciò al boccaporto e chiese: «Qu’est-ce qu’il y a?».

«Un suicide; maintenant c’est couleé».

Il macchinista ridiscese nella stiva e avviò il motore. Sul carabotto di poppa indugiavano gente e miravano un punto nero che la Senna portava verso l’acquitrinio della campagna. Charenton era in vista. A pochi metri dalla rive della Senna dentro un grande gabbione paretato di cristalli c’era stipata una folla immensa; Jaurès alla tribuna, congestionato, tendeva i pugni chiusi, li alzava al cielo e con ambo le mani si percuoteva il petto quadrato. Molta folla era addensata di fuori. Dovei rimanere tanto distante che non udivo nemmeno il tono della voce. Quel colossale automa che gestiva e quella plebe che a intervalli brevi applaudiva tanto che l’edificio pareva si frantumasse, mi fece l’effetto che il mondo fosse dato in mattia.

Ritornai a piedi. Dentro il cranio mi turbinavano come uccelli neri, due immagini: l’annegato che arrovellava sulle acque della Senna e un disegno che avevo visto da ragazzo: una folla accalcata in una piazza che, sotto una pioggia dirotta, ascoltava un tribuno il quale parlava di fraternità e d’uguaglianza di sotto un ombrello incerato; un operaio allampanato domandava ansioso ad un altro: «Quale è Jean Jaurès?». E l’altro: «Quello sotto l’ombrello».

La Senna brontolando giù incassata, pareva dicesse co’ gorgogli: “Attento, che io bevo!”.

La Repubblica di Apua, costretta tra la Magra e il Serchio, ombrata dai giganteschi schienali delle Alpi marmoree da dove Michelangelo pare ancora accenni alla doppia vetta di Crestola, ebbe Consoli insigni anche a Parigi. Le nomine, essendo il Generale della Repubblica un seguace di Aristotile, avvenivano nelle ampie vie maestre che tagliano la pianura versiliese, tra festoni di pampini e golfi di olivi. I Dignitari ricevevano i sigilli dal Cancelliere. I densi vigneti che ebbero più venerazione dell’albero sacro a Pallade, ardevano saettati dalle luci del vespero, la valle irrigua schiarita dai riflessi del mare pareva inabissasse nella adorabile terra e da Luni la spaventosa ombra di Dante, misurasse il destino delle città sepolte.

Il generale, uscito dal nimbo d’ira ove soleva stare ascoso, salutando i Consoli d’Oriente tuonava: Da Sarzana turrita, di sulla Cattedrale Niccolò quinto, pare ancora accenni ai superstiti interpreti della Sapienza Ellenica, fuggiti da Costantinopoli arsa da Maometto…

In quei tempi furon di passaggio da Parigi molti dei Consoli d’Oriente: il Dottore in filosofia, Giorgio Brissimisakis dell’isola di Creta, Giovanni Serajanni di Atene e Pietro Aljti delle Colonie di Alessandria d’Egitto. Il primo contatto ch’io ebbi con il Console di Creta fu a Parigi. Mi presentai a lui investito dei pieni poteri del Generale. L’alto Dignitario alloggiava all’Hôtel du Pantheon nella piazza omonima: la sera in cui bussai alla porta della sua camera ero bardato di un impermeabile nero e lucido ch’avea passato come una bandiera traverso una fortunata crociera in Adriatico – una cappa magna della Repubblica – e di un berretto di astrakan a pan di zucchero.

«Entrez, s’il vous plait.»

Non ci conoscevamo di persona, ma il Console capì subito di trovarsi al cospetto di uno dei più insigni apuani.

«L’aiutante Lorenzo Viani» dissi garbato.

«Giorgio Brissimisakis» e mi porse la mano gelida al di sopra di una scrivania di noce scurito, a ferro di cavallo, entro la quale egli stava sepolto dai libri. Il Console, conoscendo il discreto dispregio che per i libri avevano gli apuani, si alzò mortificato balbettando in francese qualche scusa: «Non amo molto i libri, ma qui non abbiamo il sole d’Atene né d’Egitto, né il vostro grande sole apuano».

Il cranio lucente del giovane Console folgorava investito com’era dai tagli rettilinei della luce che saettava dalla lampada elettrica, la quale gli rasentava quasi la fronte. Il profilo mongolo ingiallito illuminava la stanza per conto suo, gli occhi si appannavano dietro due dischi di vetro massicci e quando moveva il capo si moltiplicavano nelle sfaccettature; i denti bianchi, di tra le labbra sfiorite, evocavano il riso d’un teschio; io gli contrapponevo i toni forti di terra rossa e di carminio del mio viso adusto.

Il Console, alzandosi, s’addoppò in un pastrano nero larghissimo e in una sciarpa di lana dei Pirenei. Mi dette la destra con composta dignità e scendemmo rapidamente le scale.

Fuori il bianco della neve scuriva il cielo che pareva si abbassasse denso sulle case livide.

«V’interessa la filosofia?» mi chiese.

«Sì, benché io abbia letto pochi libri che da noi si considerano tarli della mente.»

Il Console trasalì.

«Ma questa è della filosofia che voi fate» e, dopo aver pensato lungamente: «Filosofia è verace cognoscimento delle cose naturali, delle divine e delle umane, tante quanto l’uomo è possente di intenderle. Non dimenticate» disse a mo’ di conclusione «che voi sarete mio ospite per tutto il tempo del mio soggiorno a Parigi».

«Vedi, Giorgio,» attaccai col tu «c’è più filosofia in quel che hai detto per conclusione, che nella definizione che hai dato della filosofia medesima.» Il Console, come tutti i filosofi quando parlano con un sempliciotto innocente, s’inorecchì: speculava.

«Per esempio,» io chiarii «tu mi porti in giro per Parigi e mi parli di filosofia, di Diogene, di Zenone, di Epiteto, di lanterne, di crocifissioni, di malcostume, io mi tartasso le cervella per venir dietro al filo del tuo ragionamento, poi quando toccheggia la campana del mezzogiorno mi dici: arrivederci, e mi pianti in mezzo d’una strada e tu vai a mangiare ed io rimango lì. Senza tanto studiare, io dico che filosofia è intuire se uno a mezzogiorno ha o non ha da mangiare.»

«Viani,» disse un po’ sconsolato il Console «sei un grande filosofo: – conosci anche Epitteto? E dove l’hai letto il suo nome?»

«In un libro» risposi io con disinvoltura.

Dicendo che io sono stato per quaranta giorni all’Hôtel du Pantheon nella piazza omonima di fianco al postremo asilo degli immortali e che, dalla finestra della mia camera, potevo vedere lì a un tiro di schioppo, aggrovigliato dai rimorsi come Caino dopo aver scerpato le membra d’Abele, il bronzo che Rodin ha battezzato col ragguardevole nome: Il Pensiero – qualcuno potrebbe dirmi: Dunque a Parigi hai anche sguazzato.

È giusto. Se uno mi avesse pianto miseria sofferta in Grecia e poi mi dicesse, isabrutto, di aver alloggiato in Atene all’Hôtel del Partenone anch’io direi: Amico, su quel che racconti ci farò la tara. – O se il mendico narrasse di essere stato randagio al Cairo e capitato all’Hôtel delle Piramidi e, di passaggio da Roma, si fosse allogato all’Hôtel del Quirinale, gli si direbbe: Saltiamola!

Chiarirò.

In Italia anche il più altezzoso e protervo albergatore, l’Hôtel du Pantheon l’avrebbe chiamato trattoria e albergo, e, magari, avrebbe messo all’ingresso un cartello con un gallo dipinto e sotto: Quando questo gallo canterà, credenza si farà.

Questo, dunque, l’albergo, di cui era proprietario monsieur Gochet; il quale tuttavia non era pieno di alterigia, anzi, stava lì come un gobbo che si chiamasse Adone. Si intorchiava i baffi con il sapone; era l’unica cosa in cui monsieur Gochet dava un po’ di fuori, ma vi guardava dimesso di tra quelle due code di topo come per dire: “Non ho altre pretese nella vita”. La signora era più compresa del pondo di quel cartello listato a lutto che era sospeso tra il primo e il secondo piano: Hôtel du Pantheon. Non l’ho mai vista sorridere in quei quaranta giorni, forse doveva essere un anno bisestile: sangue di mulatta sembrava scorresse nelle sue vene tanto il carnato aveva olivastro, i capelli, per contrasto, avevano invece il candore della neve, gli occhi neri, austeri, le labbra tinte di viola, l’abitato nero e contegnoso. Quando a mezzogiorno essa inforcava le lenti per distribuire la posta, aveva l’aria di una pitonessa.

«Monsieur Brissimisakis.»

«Monsieur Stivalis.»

«Madame Kremka,» e per tutti diceva: «Hôtel du Pantheon». Qualche maladroit s’albergava lì per scrivere a casa: “Rispondete, Hôtel du Pantheon”.

Anch’io in quei quaranta giorni giostrai molto sull’equivoco.

Non che i pasti fossero misurati al Pantheon, o che alcuno vi contasse i bocconi, ma, senza esser irriverenti, si può affermare che i piedi giù dal letto non avanzavano a nessuno. Abitualmente monsieur Gochet passava del puré di piselli. Così caldo bollente com’era, il beverone sarebbe stato l’asso per curare un raffreddore, ma per saziare gli stimoli, non dell’appetito, della vorace fame ci voleva altro, monsieur Gochet! Certe castagne arrostite natanti in un intingolo lungo lungo, le quali barcheggiavano sopra sottili fette di carne insegata e su crostini croccanti come il mattone, e quelle ostie di formaggio groviera, con quelle fettucce di pane che pareva intriso di segatura, non sgrinzivano davvero la pancia nemmeno se impolpate da quel quintino di vinello lungo che da noi si dice chiavone.

La tavola alla quale si assidevano i commensali era ovale. Sopra la tovaglia bianca sfibrata dalle molte lavature c’erano parecchi centrini dentellati; uno più grande e più complicato era nel mezzo sotto un vaso contenente fiori di carta. L’acqua abbondava al desco del Pantheon, partita in caraffe di cristallo; il vino lo davano in certe bottiglie di quinto che parevano l’ampolle dell’altare.

L’uomo di fatica, che per tutta la santa mattina aveva dato il cencio alle scale, passata la segatura sulle mattonelle dell’impiantito, pulimentati i mattoni, tirata a lucido la mobilia, quand’era mezzogiorno si metteva un faldone nero con due pigne che gli arrivavano fino sul toppone delle scarpe e uno sparato bianco decorato di un cravattone imbottito a mo’ degli antichi cocchieri d’una casata. I baffi che di solito gli sgrondavano giù sicché Giovanni pareva un mammalucco, a mezzogiorno se li arricciolava a guisa di due ferri di letto, sui capelli scompartiti nel mezzo della fronte, ci si dava delle ripassate di ceretta; il povero Giovanni appestava del profumo di bergamotta. Le mani, che quando erano aperte avevano la larghezza di due tegole le calzava di un paio di guanti bianchi, fatti al telaretto, uguali a quelli che da noi si mette il sindaco nei giorni di funerali. La prima volta che Giovanni bussò in tal veste alla porta della mia camera, in quel colossale fantoccio stentai a rintracciare i suoi connotati. Egli reclinò il capo, schiacciò un risolino e disse soavemente:

«Monsieur est servi.»

Io lo presi per una spalla e gli dissi: «Ma sei Giovanni?». Egli abbassò gli occhi e disse flebile: «Oui».

Capo tavola era madame, la sua statura veneranda troneggiava su tutti; accanto, come un funghetto sotto una moreccia, c’era il nepotino tanto giallo e trasparente che pareva un San Luigino di cera; vicino, gomito gomito, c’era un signore membruto con una testa rinceppata, baffi alla D’Artagnan, occhi di merlo; dall’altra parte un colonnello in pensione, pappafico e baffi di ghiro acuminati e ritinti, vicino a lui la moglie burbanzosa, dalla fronte aggrottata e la bocca tagliata a V maiuscolo. Io rimanevo muso muso a un loro figlio il quale stava molto sulle sue, di quei giovinotti a serie che sono tenuti in tirelle dai genitori, ma che poi novantanove su cento scantonano in galera appena che son liberi dalla martinicca paterna. Accanto a lui un giapponese dalla faccia sgusciata, occhi pisigni tagliati con le forbici, baffi di crino di cavallo. Una polacca spiritata era accanto a quel tenebrore del sol levante, diaccio come una tarantola; ell’era una donna frolla di carne e di volontà che quando parlava sembrava avere una valvola nei fori del naso che le stonasse la voce; quelle donne che a fissarle negli occhi cascano in catalessi. Durante quei pasti, che avevano tutta l’aria di sedute spiritiche, ella parlava col console Brissimisakis, il quale teneva drizzato davanti al piatto un volume di Emanuele Kant e tra una vivanda e l’altra faceva delle postille in margine al tomo. Di fianco a me c’era un certo Leonidas, un levantino il quale mi affliggeva chiedendomi particolari sul soggiorno di Stendhal a Milano, al quale io rispondevo paziente:

«Altro che Stendhal, caro mio, a tavola ci si dovrebbe levar le grinze dalla pancia.»

«Lei non ama Stendhal?» mi chiedeva stupito e intontito.

Era passata da pochi giorni l’Epifania; al San Luigino gli avevano regalato un teatrino di marionette, e quando dopo cena i commensali si ritiravano in un salottino, il ragazzo li divagava con degli spettacoli. Io invece uscivo a tutto tempo. Avevo fatto conoscenza con un carbonaio della Rue Brocart il quale teneva sepolte delle bottiglie di Boujolé sotto le mucchia del coke. Ma il ragazzo si mortificava che io non assistessi alle sue rappresentazioni; una sera, timido timido, mi fermò sull’uscio:

«Resti anche lei, signor Viani. Ce soir nous avons SaintAntoine et son cochon.»

«Sì, resto.»

Uscivo sovente con il Console. Un giorno udii sul capo come il ronzio di un calabrone gigantesco. Alzai gli occhi stupito: un aeroplano volteggiava su noi.

«V’interessano gli aeroplani?» gli chiesi col cuore sulle labbra. «No» rispose il Console e non si distrasse dalla contemplazione del selciato.

Un’altra sera mi trascinò riluttante alla Sorbona per ivi infliggermi una lezione di Ledantec. Io entrai alla Sorbona, diremo, alla “carlona”, baloccavo di qua e di là, guardando ora il soffitto, or l’impiantito. Il Console si era ammusato; quando si immergeva nella contemplazione diveniva terreo, i pensieri pareva gli spaccassero le voltate del cranio. Che brutta bestia questa filosofia! Io ho osservato una cosa: i filosofi quando veggono uno allegro, s’immalinconiscono. Per distrarlo dal peso di tremendi pensieri io lo interrogai:

«Qui ci debbono essere dei dipinti di Puvis de Chavanne.»

Il Console mi prese per un braccio, tese ambo le orecchie e mi chiese:

«Chi ti ha detto questo?»

«L’ho letto in un libro.»

Queste risposte secche disorientavano il mio ospite.

Nei corridoi della Sorbona c’era una radunata di fabbricatori di ipotesi, quella gente stregata dai “perché”. Essi stavan lì puppati dal freddo, purgati dalle bevute d’acqua, pelati dal ribollimento delle cervella, con libri sotto le braccia e con le tasche strippate dai sunti bisunti: scalcagnati, senza ventre, imbarcati, sdutti, scarniti. Di costoro averne fatta una carrettata e portarli alla sardigna nel caldaione non ci sarebbe rimasto altro che un barattolo d’unto per lubrificare un torchio, che la loro carne doveva essere intrisa d’antimonio e tarmolata dalla pucecchie. C’erano anche le femmine: prendete qualcuno di questi tipi, infilategli la sottana e avrete il “bel sesso” che coperto e pienato avrebbe fecondato ragazzi di carta biasciata.

L’anfiteatro co’ varii ordini balaustrati a dentiera si popolò di questi scenti; una luce elettrica era sulla cattedra dentro una ventola di maiolica i cui riflessi mettevano note di limone acerbo sopra quei volti patiti. Quando Ledantec apparve sulla porta e salì prestamente in cattedra, tutta la scolaresca s’alzò in piedi, e quel tratratacche mi dette l’idea che fossero uomini di legno. Non conoscevo il francese, studiavo, quindi, l’espressione degli uomini, il libro degli analfabeti. Ledantec doveva imbussolare cose chiare in altre più oscure e queste in altre tenebrose; lo vedevo dai gesti delle sue mani che si muovevano come se avvitasse qualcosa e dai ceffi degli alunni che s’intorbavano adagio adagio. Ad un certo punto egli prese un pezzo di gesso, disegnò alberi, solidi e poligoni sopra una lavagna. Dopo molto tempo, come Dio volle, quel gorgheggio cupo che usciva dalla cassetta toracica cessò ed io non potetti raffrenare uno sbadiglio come fa un cane dopo ventiquattr’ore che è a catena e non mangia.

«Tu hai sbadigliato?» mi chiese terrificato il Console.

«Vedi, Giorgio, malgrado che io abbia esperimentato lì sulle dure panche della Sorbona tutti i dodici modi di frenare lo sbadiglio, questo mi ha voluto far restare in vergogna al tuo cospetto.»

«E dove hai appreso questi modi di evitare lo sbadiglio?»

«In un libro.»

«Se la mia domanda» chiesi «non può sembrare irriverente per il tuo maestro, gradirei sapere la relazione che può avere il disegno di un albero con un sistema di filosofia.»

Il Console non rispose alla mia domanda: sprofondò in una gran malinconia come soglion fare i filosofi di fronte alle domande semplici e ste’ zitto e cheto fino alla porta dell’Hôtel du Pantheon. Sulla soglia ruppe il silenzio: «Tutta la notte penserò alla tua domanda». Salendo su, per le scale, io gli insinuai: «Dante, che tu ammetti sia il più grande filosofo dei tempi che furono e che saranno, ha trovato la relazione tra gli uomini e le piante in una scena di dannazione, ma tuttavia non poté ristare dal percuotere, con tronchi di ramo, i poveri». Come avessi asserito una cosa infame egli mi prese per un polso: «Dove hai letto questo?» mi urlò.

«In un libro… diavolo!» e entrando in camera feci una risata strepitosa.

La mattina presto il filosofo che aveva scritto sul viso una nottata d’insonnia entrò in camera mia: io ero con la testa ancora sotto le coltri, l’alzai ed egli armato di un lapis e di un taccuino mi chiese rabbuffato e sonnolento: «Tu mi darai il titolo e l’indirizzo dove è stato stampato il libro in cui tu hai letto tutte le cose che sai».

Una mattina si passeggiava nelle ampie sale del Louvre. Come si può bene immaginare, il Console era arido come il sabbione sulla spiaggia del mare.

«Tu ami Leonardo?» mi chiese.

«Certi grandi uomini sono condannabili per quello che fanno fare agli altri: Leonardo è uno di questi.»

Il Console accartocciò il viso come un istrice e pareva che ingollasse noccioli di pesca.

«Caro mio» io continuai «tutti son buoni ad azzannare gli albatrelli; il bello è piantare i denti nelle rocce.»

Il Console mi credeva più orso di quello che io effettivamente fossi. Vedendomi estasiato davanti al San Sebastiano del Mantegna che è come una pagina di acutezza anatomica, mi chiese secco: «Conosci l’anatomia?».

«Diavolo» risposi io.

Il filosofo ingollò una gozzata d’acqua di mare. Quando entrammo nella sala dei primitivi toscani, tutta cobalto rosa e oro, io dissi: «Vedi, questa gente lavorava in piedi, mentre Leonardo lavorava seduto».

«Dove hai letto questo?»

Non dissi come al solito “in un libro” per temenza che il Console mi richiedesse di nuovo il nome dell’editore, mi limitai a rispondere: «Queste cose in Italia le sanno anche i ragazzi».

Di fronte ad un tramonto di Turner, un porto incantato di ori, feci far sosta al Console: «Questo è l’artista rievocato da Oscar Wilde nelle “Intenzioni”».

«Tu hai letto anche le “Intenzioni”?» bramì il filosofo. E prese appunto sopra un taccuino.

Conoscevo il Louvre come casa mia. Per molti mesi era stata la casa mia; nei giorni di temporale e di freddo mi rintanavo sempre nel Louvre, quei giorni tetri, quando i celesti delle deposizioni di Tiziano diventano bleu di Prussia e le carnagioni ingialliscono e i panneggiamenti bianchi diacciano; quando Leonardo sembra un litografo e Ingres un ritoccatore di fotografie, Delacroix un illustratore, Rembrandt uno strafalcione, Ribera un preparatore di tavole d’anatomia, Mantegna un ritagliatore di figure con la forbice; quando verrebbe voglia di accatastare i quadroni del Rubens e dargli fuoco in mezzo alla sala, frantumare i Prigioni di Michelangelo, ribaltare la Nike di Samotracia e impiccare tutta la progenie dei Breughel; quando mi rintanavo nella sala dei primitivi spagnuoli, tra costati di Cristo vergolati a sangue, occhi di giudei sgusciati, con i cavalli che ridono ai piedi del calvario. Quelle sale che quando ci si esce, anche Goya coi suoi ritratti pulimentati sembra normale e il Greco diventa proporzionato e carnoso. Quando il tanfo delle resine e degli olii che esala dagli impiantiti e la tappezzeria delle pareti danno alle sale l’aspetto di camere ardenti preparate per esporvi tre giorni: Cima da Conegliano, il Carpaccio, Antonello da Messina, Reynolds, Constable, Bonington, Velasquez, Daniele da Volterra, Dürer, per fargli cantare a tutti una messa in suffragio serviva dai becchini che eran lì in ogni sala, vestiti di nero. Quando ero pieno uscivo fuori e andavo a sedermi sui gradini del monumento a Gambetta per riordinare nel cervello il bailamme dei dipinti.

Feci dunque un figurone col Console; dopo aver girato e rigirato dissi: «La memoria degli occhi si stanca prima di quella della mente: usciamo».

«Dove hai letto questo?»

Uscendo ci si parò davanti il monumento a Meissonier, col barbone impietrito: mi fermai di soprassalto e dissi: «Il monumento è brutto, la pittura di lui è brutta, ma le sue “Memorie” sono interessanti; ben scalpellate».

Il Console affissò la terra, pareva volesse sentire nascere l’erba. «Conosci anche le “Memorie” di Meissonier?» trasse di tasca il taccuino e annotò qualche cosa.

La mattina dopo si passeggiava verso la Rue Brocart, dov’è un piccolo piazzaletto, lo Square Monge, tutto verde, e nel mezzo c’è pietrificato un Menestrello. Io mi avvicinai e sul plinto lessi: Villon. «Non si direbbe che questo paggetto fosse il tragico, il terribile Villon» dissi tra me.

Il Console annegò nella stupefazione: «Tu conosci anche Villon?» gorgogliò, ed io attaccai:

L’an quatrecentscinquantsix

Je, François Villon, écolier,

Considerant des sens rassis

le frain aux dents, franc au collier.

Il filosofo sprofondò le mani nelle capaci tasche del cappotto e la testa nelle ritorte della sciarpa dei Pirenei, gli rimaneva fuori soltanto un pezzo di fronte corrugata: filtrata dalle maglie della lana, mi giunse fioca una parola: «Viani, sei grande».

Essendo uscio a uscio col Pantheon, la grande mole elevata

AUX GRANDS HOMMES

LA PATRIE RECONNAISSANTE,

passai spesso insieme al Console la soglia inclita: sotto il voltone e tra le ampie pareti mi sentivo impicciolire, tentavo di suscitar l’eco della cupola con dei colpi di tosse, ma questi morivano e si ammutolivano lassù. Dei gruppi di gente seguiva il custode davanti ai freschi. Muniti tutti di guide leggevano, nel tempo che il custode chiariva i misteri della vita di santa Géneviève, poi davano un’occhiata furtiva al dipinto e via all’altra stazione di questa specie di Via Crucis. Un giorno vedendo questi gruppetti riunirsi nel fondo della chiesa ci accostammo anche noi; la comitiva era curiosa, americani del sud coi denti d’oro e gli occhi smaltati sulla carnagione affumicata, giapponesi agri come le sorbe con dei chicchi di pepe per occhi, cinesi con la coda accordellata dall’Inchetto e la bocca sgusciata, francesi della provincia gonfi come tacchini. Tutti pareva musassero la porta come le pecore al cancello dell’ovile. Quando questa si spalancò, tutti si spinsero dentro; scendemmo anche noi le rampe delle scale che portavano nell’algide gallerie. Il guardiano si fermava sulla porta di ognuna e con una voce che pareva rintronasse dentro un tinello gridava:

«Tombeau du grand Jean Jacques Rousseau. »

«Tombeau de Voltaire.»

«Tombeau de Zola.»

Tutta quella gente guardava attonita quella specie di serbatoi d’acqua su cui tali nomi erano scolpiti, e socchiudendo gli occhi tremavano a tutti le labbra. Nessuno leggeva più i libri, li tenevano tutti aperti sul ventre come quando si prega con la mente.

«Quest’aura diaccia di immortalità che alita in questo frigorifero mi fa sembrare di aver l’ossa di cemento.»

«Dove hai letto questo?»

Uscendo chiarivo al Console: «Vedi, anche noi in Italia abbiamo due Pantheon: quello di Santa Croce e quello di Roma. Nel primo per la noia che ivi incombe han cambiato viso perfino gli affreschi di Giotto, ma noi abbiamo avuto la buona creanza di contornare gli incliti defunti, di friggine, di gargottine e di fiaschetterie e così interrompere il tedio tombale. Quello di Roma in cui trovan sepoltura i re, ha un’aria più tranquilla, rispetto a questo che alza il cucuzzolo verso il firmamento; sembra, il nostro, un omotto campagnolo dalla trippa rotonda che stia lì a bocca aperta e dica: “Prenderò quel che mi date”. A volte gli mettono al collo un fuciaccone rosso, i giorni di festa e glielo levano quelli di lavoro. Immaginati, per questa sua aria bonaria per cosa lo presi la prima volta che io capitai a Roma. Ero assieme a uno dell’ordine equestre d’Apua, quando mi si parò davanti la parte posteriore dell’insigne edificio. Io da sempliciotto che ero, domandai stupefatto: “O cos’è questo gran cisternone?”.

«”Viani, è il Pantheon” mi disse egli stupìto.»

Il Console mi guardava stranito ma naturalmente non mi chiese in quale libro avevo letto tutta quella grazia di Dio.

Una sera giocai una carta: «Tu non sai che alla Birreria della Régence si pigliava le sbornie Jean Jacques Rousseau?».

Repentinamente il Console mi chiese: «Dove hai letto questo?». Preso così alla sprovvista, dovetti esclamare: «In un libro». Il filosofo sparì nella sua camera: dové ripassare a volo d’uccello le memorie di Rousseau; quando uscì era mezzo acciocchito. Mi disse serio: «Andiamo alla Régence». M’infilai il cappotto e schizzammo fuori.

«Tu hai certailment letto che Rousseau ha preso delle sbornie alla Régence» mi chiese avvolgendo in un tono di diffidenza un’oscura minaccia.

«Che mi faccia veleno la birra che beveremo, se non è vero che ho letto questo.» Andammo in fretta ad assiderci ai tavoli della famosa Birreria.

Il filosofo ordinò un bock ed io un “doppio presidente”, un recipiente capace di circa due litri di liquido.

«E tu bevi tutto questo?» disse il filosofo osservando quel fusto trasparente.

«E mi regolo» gli risposi.

«E quanti pensi ne bevesse Rousseau per diventare ivrogne?»

«Io credo almeno una dozzina.»

Il filosofo che aveva già di rigurgito alla bocca la schiuma della birra, disse con uno scossone di tutte le membra: «Oh! Oh! Oh!».

«Sì, perché l’abito mentale dei filosofi è un reagente alle bibite alcoliche; per sopraffarlo ce ne vuole, mio caro» gli dissi.

Mentre ingozzava le ultime gocce del primo bock mi disse di dentro il bicchiere: «Dove hai letto questo?».

Io con la testa dentro il “presidente” gli urlai: «In un libro».

Il filosofo veduto traverso lo spesso vetro del recipiente mi sembrava un favoloso mostro marino. Quando sporsi fuori la testa, egli mi disse che desiderava provare l’effetto dell’ubriachezza.

«È facile, bevi.»

«Non mi ce ne va più.»

«Ingozzalo per forza.»

«Ce n’est pas possible.»

«Mangia un biscottino, però ti avverto che gli uomini normali quando bevono diventano filosofi.»

«Dove hai letto questo?»

«Questo lo ho osservato io e» continuai «i filosofi c’è il caso che bevendosi il cervello, diventino uomini normali.»

«Ripeti questo» e curvo sul tavolo prese nota in un taccuino delle mie sentenze.

Il filosofo ingollò tre o quattro bocks, facendo le boccacce come i ragazzi quando prendono l’olio. Io mi sorseggiavo il secondo “doppio presidente”. Quando ci alzammo, la terra sembrò stanca di sopportare il nostro peso; camminando ogni tanto sentivo nel buio come gli strosci di una canala slabbrata quando piove a diritto. Ogni pochino ci si perdeva di vista, quando il filosofo mi riappariva accanto sembrava fosse stato colto da una improvvisa itterizia.

«Mi sento molto male, bisognerà passare da una farmacia.»

Il filosofo diventava pian piano normale: i suoi discorsi filavano: «Un medico, dei citrons».

«Se tu vuoi, ti guarisco io: due dita in gola.»

Accettò il mio consiglio, ma con l’esplosione, nel muro dirimpetto ci si fransero anche le parole: «Dove hai letto questo?».

La mattina dopo, al capezzale del filosofo, gli spiegavo la burla del libro nel quale asserivo aver letto tutte le cose stravaganti. Degli strizzoni di pancia di quando in quando lo costringevano in male oneste positure, gli consigliai caffè amaro con agro di limone.

«Sarà più amaro della cicuta che bevve Socrate,» gli dicevo «ma ti fa del bene.»

Il Console raffrenò a stento la domanda: “Dove hai letto questo?”. Ma non poté ristare da esclamare: «Anche medico sei?».

«Se fosse stato abuso di vino, allora una bella chiarata di due uova e diventavi subito vispo come un cardellino; se fosse stata intossicazione alcolica te la cavavi con ghiaccio tritato in bocca e sul capo, perché nel primo caso il sangue diviene viscido e legato, nel secondo i sali, il nitro, gli alcalini rendono fluido il sangue, onde il cervello rimane come estraniato dall’influsso del sal marino. Il sangue acquista un colore porporino chiaro e splendente quando si mescola con l’aceto; or chi non sa che l’aceto è un valore antisettico?»

Ma il Console sentiva dei conati che gli dilatavano gli occhi e lo stomaco e non ascoltava le mie lezioni.

«Ma io ritengo che la tua sia un’intossicazione cerebrale derivata dalla consultazione dei libri. Io sapevo per esperienza che la distrazione è la migliore cura in quei frangenti, perché parlando, il cervello par che esca fuori ad arieggiarsi e a rinfrescarsi; invece, tacendo, poltrisce nel cranio come un gatto tra la cenere. Tu sei semplicemente avvelenato dai libri.»

«Cosa dici?»

«Tu sei empoisonné dai libri.»

Il Console che sprofondava il capo dentro un guanciale di lana fissò gli occhi sul soffitto. Una varata di libri precipitava da un tavolo, la scrivania ne era colma al tomito, gli scaffali zeppi, la comodina era alzata da una quindicina di volumi, le sedie erano coperte di riviste, sullo scrittoio di fianco al calamaio, sopra una risma di carta c’erano un paio d’occhiali a stanghetta che il Console si metteva quando leggeva e, una pezzuola di bucato per ripulirli dalla panna.

«Questa è tutta roba da macero» gli dissi.

«Che cosa è il macero?» chiese impaurito.

«Non ti spaventare, il macero è un ordigno fatto così: un’enorme pila di pietra greggia in cui scola l’acqua chiara e fresca d’un ruscello. Nella pila ci si getta carta stracciata, e, non ti sorprendere, libri.»

Il Console sgranò gli occhi ed io continuai: «Una ruota di bardiglio a cui per mezzo di un trave è aggiogato un asino bendato, gira, rigira la ruota fintanto che la carta e i libri non son diventati miserabile poltiglia la quale poi serve per rifar carta straccia».

Il Console si era messo le mani sotto la testa e mi ascoltava attento come se io fossi stato Ledantec.

«Se tu vedessi una volta un macero, guariresti della tua malattia. Pensa di veder centuplicare questa varata di libri rilegati, con dedica, sacri e profani, che un uomo a palate butta nel pilone e l’asino acciecato che gira intorno alla pila: ha la benda agli occhi perché non si ubbriachi dalle tanfate dei libri e dal girotondo. Ogni tanto raglia! contegno grottesco che l’uomo inconsciamente pare abbia creato per irridere la Sapienza: l’animale testardo raglia al sapere che diviene impalpo putrido e l’accompagna alla tomba ragliando.»

«In Italia fate questo ai libri?» disse melenso il Console.

«I libri ti hanno messo gli spiriti dannati in corpo; se tu volessi guarire, dovresti gettare al macero tutta questa carta pisigna che ti porterà alla perdizione.»

La filosofia lo riprese per quei quattro capelli che aveva al cranio ed ebbe come un assalto di antimonio al capo: «Tu» mi urlò «hai letto Dante, Zenone, Epitteto, sai di Diogene, conosci Villon e Meissonnier e sai di anatomia».

«Plàcati Giorgio, le pagine del famoso libro erano della mia fantasia, il libro che non finisce mai sotto nessun macero, stampato con i torchi dell’anima, su carta trasparente come la luce, con caratteri celesti come il cielo, rilegato con fili d’oro come il sole. Tu vieni d’Egitto e non hai visto il Nilo.»

«No.»

«Io l’ho visto; ci son coccodrilli verdi di smeraldo, negri color d’ebano, scimmie che giocano alla palla con noci di cocco, caimani che basiscono al sole, al torrido sole che grava sulle Piramidi, sulle Sfingi, che fa esplodere i palmizi nel cielo incenerito e il deserto, l’altare delle medicazioni supreme.»

«Quando tu hai visto tutto questo?»

«Da ragazzo io vedevo tutte queste cose, ed ora son qui a vedere quello che ho già veduto. Tu avevi il deserto sotto mano e sei venuto a mendicar la sapienza a Parigi; potevi leggere, nei segni tracciati dal vento, le rivelazioni di Dio, e invece acciechi qui, su queste paginette grime di pucette onde svelare i “perché” che ti stregano l’anima e il corpo. Avevi la sublime maestà del nulla, turbinata dal vento che scrive e cancella le parole dell’eterno, e ti sei smarrito nella logica e nella ragione in questa città che feconda gli aborti.»

Il filosofo scriveva, mentr’io parlavo, dei versi:

Quel temps j’ai perdu donc, à feuilleter les livre,

En torturant mon corps, mon cœur et mon cerveau!

L’aube, tous les matins brillait d’un feu nouveau,

Et moi, je languissais, insoucieux de vivre.

Il Console guarì presto dell’infezione culturale benché avesse contratta nell’infanzia dai Frères in Egitto. La sua carnagione scialba che ricordava certe pagine di libri sgualciti, sbiadite nel rinchiuso, si colorì tosto. Egli distrattosi alla meditazione alzò gli occhi al cielo. L’inceppatura del viso di continuo a repentaglio coi corpi otto, la fronte scropolosa, gli occhi vitrei, tutto il viso parevano scossi dall’alleluia. I pasti, i magri pasti del Pantheon, non più conditi dalle amaritudini di Kant, anziché stazionare nel sacco dello stomaco filavan dritti al loro destino, onde lo sguardo del Console si fece men duro e arcigno. Il cervello non più vergolato nella prigione del teschio, sembrò si spollinasse come quando un passerotto riesce a volar via dalla gabbia; la gelida pelle che prima era come la scorza d’un limone, s’invermigliò e la sinovia nelle congiunture che da tanto stare era diventata come gelatina, liquefacentosi lubrificò le cerniere, e le membra si sciolsero e il Console gestiva e camminava spedito.

Una mattina Parigi fu desta dai colpi di pistola della banda Bonnot. Io che ero mattiniero portai la notizia, urlata da tutti gli strilloni, al Console: “Dietro la Mairie di Montmartre, una masnada di banditi ha fulminato il fattorino Gaby e lo ha rapinato di un milione. I banditi discesi da una potente auto, uno della banda è rimasto seduto sul motore e col moschetto imbracciato, sbandava la folla». Quand’io lessi le parole “dopo il delitto”, il Console mi corresse: «Dopo il fatto». Era guarito. Si vestì prestamente perché voleva andar sul luogo del fatto; il suo volto aveva perso ogni aspetto tombale, negli occhi balenava un lampo di voluttà. Ci recammo dietro alla Mairie di Montmartre: i portali della Banca, di marmo statuario parevano stati infettati di vaiolo nero, le bruciature dei colpi della rivoltella li maculavano fino all’architrave, la porta era scheggiata, le saracinesche di una rivendita di vino da canto alla Banca erano slabbrate di colpi, i rami degli alberi scosciati, il ghiaino tritato dalle rote, un turbine di volontà implacabile s’era abbattuto nel cuore di Parigi. La gente osservava terrorizzata l’orme dei banditi, i bottegai del quartiere erano stati come abbacinati dalla folgore.

«La foudre, la foudre» esclamavano straniti, e stavano lì fermi come i contadini nella stalla quando una saetta ha morto un bue e ne aspettano un’altra che li incenerisca.

Quando io e il Console sopraggiungemmo incuriositi, la folla ci fece largo. Il filosofo si era ricalcato sul capo un caschetto all’inglese, piatto, con una piccola visiera di cuoio, gli occhiali larghi a stanghetta gli conferivano una cert’aria di magistrato: il Console aveva una lanuggine di barba che gli spuntava sul crinale delle mandibole e che era intonsa. La gente semplice lo credette certo un procuratore; ad avvalorare questa impressione ci contribuiva la mia presenza: io avevo indosso un gabbano di incerato nero con una martingala alta quattro dita e due tastiere di bottoni sul petto grossi come palanconi; le rovescie del gabbano erano di cuoio e il gran rigore della stagione mi costringeva ad alzarle oltre il berretto: in capo avevo un berretto di pelo, di sotto al quale da ogni parte spuntavano i cernecchi annodati, il naso adunco, morso dal sinibbio doveva sembrare una roncola insaguinata. Non so per chi mi presero; forse, per l’aiutante del procuratore.

Ci fu agevole di raggiungere la prima fila. Alcune guardie repubblicane stazionavano sul marciapiede, e il sarrocchino li faceva sembrare tanti pipistrelli. «Circulez, s’il vous plait.» Questa monotona litania usciva a intervalli eguali dalle loro bocche. La gente ubbidiente si traslocava da un marciapiede all’altro. Io spiegavo al Console il fatto: «Quelli là… quei punti neri che vedi sul portale sono colpi di pistola».

«Chi ti ha detto questo?»

Mi limitai a rispondere: «Lo so io. L’uomo era circondato. – Vedi i colpi incrociati, l’automobile era fuori del tiro perché per prudenza lo chauffeur deve essere rimasto al volante col motore acceso. I colpi negli sporti vicini sono stati sparati di dentro l’auto per tenere ingabbiati i padroni.» Una guardia repubblicana doveva da tempo ripeterci il tormento del: «Circulez, s’il vous plait» perché a un certo momento mi sentii spingere per un braccio. Muovendoci, si entrò in una rivendita di liquori il cui bandone era stato traforato dai colpi di rivoltella. La padrona non rivinceva a raccontare ai clienti l’accaduto. Ogni volta che lo narrava lo abbelliva. Essa teneva in mano una bottiglia di vino, alla quale era stata portata via la stagnola da una palla di friso. Il Console le disse: «Si può comperare questa?». La padrona pensò un po’ poi disse di sì. Volle il triplo del prezzo segnato sull’etichetta. Una rapina a suo modo. Partimmo assai lieti di portare con noi un trofeo. Sul metrò tutti parlavano dell’automobile grigia con raccapriccio; nella ranocchiaia del Pantheon tutti saltellavano come dopo un acquazzone saltellano i ranocchi. La padrona sembrava una raganella gigantesca: «Oh la la». Il giapponese fischiava come una serpe.

«A casa tua queste cose non succedono, eh, ciccia fredda?»

«Cosa dite?»

La sera a tavola il filosofo, digerito ormai il marmiccio dei libri, gettò una pietra nel pollino: a un certo punto del magro pasto trasse di sotto il tavolo il trofeo, lo pose davanti al suo posto e come un prestigiatore urlò: «Vedete signori questa bottiglia?». Tutti i commensali col boccone tra i denti alzarono il capo incuriositi come se dalla bottiglia dovesse uscire un elefante. «Questa bottiglia,» continuò il filosofo «è stata frisata da un colpo di pistola della banda dall’automobile grigia.» I clienti scurirono tutti. «Noi la beviamo alla loro salute.» Scattarono tutti in piedi come se si fossero bruciati. I francesi squacquerarono: «Oh non, non, non!» e abbandonarono la sala. Siccome il tipo d’impiegato dal viso rinceppo restò a tavola, il Console ripeté a lui l’invito, ma questi ingrugnandosi urlò al Console: «Prenez garde, monsieur». Il Console gli inarcò sul capo la bottiglia a guisa di clava. La polacca svenne e il giapponese si messe un altro paio di occhiali sopra quelli che aveva. La mattina il Console venne di buon mattino in camera mia; per lui l’avvenimento della sera avanti doveva sembrargli straordinario. Guardava l’impiantito e sorrideva: quando scendemmo nel Pantheon ci pareva un mortorio, la tavola non era ancora stata sparecchiata, le salviette erano snodate, e nei piatti c’era accagliato il grasso. Giovanni non aveva ancora dato la segatura all’impiantito, i padroni erano sconturbati al bureau, il ragazzo agganciava le marionette dietro le quinte, il colonnello aveva i baffi interiti come un istrice, gli occhi foravano i vetri; sul viso della moglie ci si sarebbe spaccato la ghiaia, il giapponese sembrava un manichino di celluloide gialla, di quelli agganciati nelle sale del Museo Guimet. Io mi guardavano di traverso i vetri il pensatore di Rodin, e mi sentivo sussurrare negli orecchi che il pensionato era andato a soffiare tutto al posto di polizia. Cullavo nel pensiero l’idea dell’espulsione dalla Francia che mi avrebbe riportato pari pari a casa mia.

«Vogliamo andare da Jean Grave» dissi io al filosofo «per sentire la sua impressione. » L’autore della Società al domani della Rivoluzione abitava alla Rue Brocart; quando bussammo al numero quattro, ad un usciolo che sembrava quello di un convento, ci venne ad aprire un omettino grasso col viso tondo come una mela, rosso sui pomelli e con una bocca granita di denti bianchissimi, e gli occhi celesti. L’omettino era in tenuta grigia da lavoro, ci accolse affabile e ci chiese di chi si cercava.

«Di Jean Grave» dissi io. L’ometto si batté le mani sul petto e disse inchinandosi lievemente: «Voilà».

Non potetti frenare: «Voi, Grave?».

«Mais oui, mais oui» esclamava egli parandoci dentro. Camminavamo in fila indiana dentro un corridoietto stretto stretto; il tanfo della carta stampata, degli unti e dei petroli esalava dalle piccole graticole che erano nell’impiantito. Giù nei sotterranei ci doveva essere una tipografia: ci fece passare in una stanzetta paretata di scaffali, che sembrava la cancelleria di una pretura. Quando poi si bussò, Grave era intento ad incollare gli indirizzi sulla sua rivista Le temps nouveau. Appena c’ebbe introdotto nella stanza, egli riprese alacre l’opera. Si interrompeva ogni tanto per chiedere, e: «En Italie comment ça va? E voi cosa fate a Parigi?»

«Niente.»

Seduto a un tavolinetto, intento a divorare una barcata di riviste c’era un giovane dalla barba nera e dalla chioma scarduffata. Egli postillava la Anarchie, la rivista di Laretife, il teorizzatore della banda. Nella stanza incombeva un silenzio sepolcrale, il fruscio del pennello impastato sulla carta sembrava il rumore che fa la lingua di un gatto su un pezzetto di lardo. Ruppi io il silenzio: «E voi cosa pensate, Grave, della banda?».

Egli rispose, pacato: «Son dei matti» e seguitò ad incollare indirizzi, il misterioso lettore scrollò il capo e strinse i pugni sui quali poggiava il mento. Dopo poco ci accomiatammo; con noi uscì anche lo strano tipo.

Camminammo un bel pezzo taciturni. C’era per aria un forte odore di manette.

«E voi, cosa pensate di Jean Grave?» domandai all’incognito.

Rispose serio; «È un prete».

Volli trarompere la vita perché non potevo star sempre a misurar le parole prima di aprir bocca, o pesarle:

«Tu ieri dicesti una cosa che è in opposizione di quello che hai detto ora.»

«Ma,» seccato rispondevo io «questo mi pare impossibile.»

«Ecco.» E il Console mi metteva sotto il naso le parole che avevo detto il giorno prima, appuntate sul taccuino. Insomma non potevo più parlare a un tanto la canna; la logica era lì con la cronaca e mi sparava addosso a bruciapelo. Alla Rue Corvisart dov’io mi recavo per trovare un minuto di quiete, c’era gente di manica larga; era una colonia di orientali, russi, egiziani, arabi, capitati a Parigi come la farfalla capita sulla fiamma. Là ero accolto con grande espansione. Percas, un corvo del Nilo spennato a Parigi; Ceab, malinconico come una pecora, impoveriva il suo gagliardo sangue arabo a Parigi; Luisa Varon, un’ebrea di Gerusalemme vuotata come una canna, ed Emma, una levantina scaltra come una gazza, ed un certo Kromeka, scampato dal capestro. Quando noi si parlava, egli a passetti piccoli piccoli misurava la stanza per delle migliaia di volte, con gli occhi appannati era lontano da noi, cantava una musica facile che diventava funebre e incomprensibile intonata da lui, e ogni tanto s’interrompeva per chiedere con altra voce: «Cosa? Eh!» come se alcuno di noi lo avesse interrogato, poi si metteva un filo di granata fra i denti come fanno i vagabondi per evitare l’arsura di un lungo cammino e riprendeva la terribile spola. Quella sera che io entrai, quella gente cenava con un’aringa tagliata a pezzetti, con il contorno di una cipolla tritata in un piatto condita con qualche lacrima d’olio che una delle donne faceva gemere dal collo d’una bottiglia, qualche pezzetto di pane era sparso per la tavola, e una brocca d’acqua era nel mezzo. Più che sdigiunarsi, quella gente pareva si comunicasse, e il lume d’una candela li trasfigurava in asceti gialli e li ingigantiva neri sulla parete. Non potevo pensare senza tristezza a questa gente delle terre arse dal sole che moriva di fame e di freddo a Parigi. Mentre essi si sdigiunavano, io guardavo la stanza: le pareti erano vuote, sul quadrato della finestra era calata una stoffa di percalle rosso perché gli inquilini della casa dirimpetto non potessero vedere dentro; degli strapunti di vegetale erano arrotolati in un canto come in una prua di bastimenti; sopra un tavolinetto di giunco c’era un samovar, il calice delle bevande amare. Nel centro della parete che rimaneva davanti alla finestra c’era appesa la fotografia di uno strano tipo, che se non avesse avuto il colletto lo si sarebbe detto un apostolo: la fronte modellata con bozze quadrate avea il comando sul resto del viso, gli occhi si vedeva che erano usati alla contemplazione dei deserti, dilatati per aver fissato quelle spelonche aperte dentro il ventre di montagne inaccessibili, avevano la tempra dell’acciaio, e la luminosità del diamante. La bocca sembrava un sigillo di fuoco, la barba arsa radeggiava come la pagliola. Lo guardavo come si guarda il mare in una giornata di libeccio, quando l’ondate risucchiano la sabbia dei fondali, tritolano i tuoni e spengono le saette: quel ritratto era Dostoevskij. Mi offrirono una tazza di thè lungo e amaro. L’arabo Ceab si offerse di accompagnarmi al Pantheon. Uscimmo, egli taceva come tutti i mortificati e guardava in terra come i vinti. Quella testa arsa come la noce del cocco, smaltata di due occhi bianchi e morelli, colorata dalle labbra violette e dalla barba d’ebano, mi muoveva a pietà: quel corpo così bene attagliato nelle rivolte del barracano, umiliato nella tragedia di quei vestiti di bordatino e il capo in cui un tempo aveva rosseggiato il tarbuscio rosso, ora ricalcato dentro lo chapeau Melon, mi fecero dirgli disperato: «Ma perché sei venuto a Parigi?».

Egli mi guardò stupito, vidi ne’ suoi occhi di mussulmano che la Mecca era stata sostituita da questa città dove singhiozzano i violini.

«Vous savez, monsieur Viani, Paris est Paris.»

Il vento faceva svettare le rame degli alberi e parevano tante verghe di metallo, la gente rincasava infreddolita, delle nuvole cariche di verde poggiavano sui tetti; mentre s’andava là là pensosi, sentii che sul mio viso si scioglievano degli stracci di neve. «Ci mancavi anche te» dissi e scossi i ciuffi dei capelli. Ceab guardò il cielo con lo stupore di un giudeo quando vide che Cristo avea scoperchiato l’avello.

Ceab guardò la terra, si scosse le maniche della giubba: «Che cos’è questo?» e gli tremava il cuore e le mani. «Che cos’è questo?» richiese supplichevole.

«È neve» gli risposi.

«Viani,» mi disse timido «sono venuto a Parigi per vedere la neve: sì, la neve, la neve: scusatemi, gradirei godere da solo questo spettacolo.» S’inchinò rispettosamente e s’avviò passo passo verso i giardini del Lussemburgo. Ceab sparì sotto un viale di tigli, sfaldato dalla neve che cadeva dal cielo. Dopo qualche mese ricevei un biglietto: “Una brutta notizia. Ceab si è sparato un colpo di pistola fracassandosi il cranio. È stato trovato stamani sopra una panchina del Lussemburgo, coperto dalla neve”.

La tempesta all’Hôtel du Pantheon agitata dall’incauta offerta del vino col crisma della rivoltella, si quetò. L’acque alte discesero, ma restarono torbe. La tempesta moriva col sordo rancore del mare che si arrovella al largo dopo aver percossa la spiaggia. La banda dell’automobile grigia lavorava. Juen, il poliziotto dal fiuto di cane, con una muta di segugi la braccava per le campagne di Parigi. La banda lavorava fuori e dentro le mura della città; “i fatti” si susseguivano; gli assalti agli automobili erano i colpi preferiti; Bonnot aveva sentenziato: gli chauffeurs che difendono gli automobili dei padroni sono peggiori dei padroni medesimi: uccideteli per i primi. Un compagno ferito in un’azione di arrembaggio fu giustiziato da Bonnot stesso con un colpo di pistola: uccidete i deboli.

Nel duello tra la legge che vieta, Juen, e l’istinto che impone, Bonnot; vinse l’istinto. Si pistolettarono: soccombette la legge. Il capo-banda solo, anonimo, si ridusse in Parigi. Al cospetto del tumulto di pietra, di lumi, di lamiera, di torri con le cuspidi acute come picche in mano di giganti, dal cipiglio ostile dei palazzi-vascello speronati di ferro, dal brulicame della folla egli urlò la sfida di Rastignac: Ed ora a noi!

Accerchiato cadde. Contro l’uomo armato d’esasperazione e di coraggio, vinse la legge ausiliata dalle blindate, dai clipei d’acciaio, dalle mitragliatrici, i fucili incrociati, i cani mastini, l’incendio. Mentre il nemico ruggiva con le mille teste, l’uomo sparava e leggeva Gli Dei hanno sete. La sera della battaglia, al Pantheon l’acque erano calme. I commensali però sembravano incantati dagli streghi. Il Console, leggendo i fogli esclamò:

«Che sublime fonte di riflessione per noi!»

«E d’ispirazione» soggiunsi io pensoso.

Benché parlassimo italiano i commensali dovettero comprendere il senso del nostro colloquio: si alzarono. Io e il Console rimanemmo soli a tavola. Egli poggiato il mento sul palmo di una mano pensò lungamente, mentr’io facevo delle palme con la mollica di pane.

«I grandi naufragi sono riservati ai grandi vascelli» disse il filosofo cogitabondo. «Vai e pensa a quest’uomo sui limiti del deserto, ed egli nella solitudine di quel mare, quando il sole soffoca nel cielo di brace, ti apparirà coll’imperiale maestà di una sfinge. In quelle mostruose pagine aperte sotto il cielo dove si affissano le stelle per contemplare le tombe dei re, nude e tremende, tra gli immani sogni geometrici, rivolti dagli uomini verso i termini di Dio udrai la sua voce: io di me stesso Re e Dio.»

Quando il Console si accommiatò dall’Hôtel du Pantheon per iniziare il grande viaggio di redenzione, i pensionati si sentirono tolti come una pietra da dosso, tanto più che anche i suoi amici avrebbero abbandonato l’albergo. Immaginatevi che uno, Stivales, assai prima del fatto Bonnot, aveva messo in subbuglio la tavola; apprendendo che era stata lanciata una bomba al Consolato di Spagna, lui, catalano, esclamò tra un boccone e l’altro: «Ah! ora va meglio,» e tirò giù di schianto un bicchiere di vino.

Partito il Console, ritornai alla Ruche. Rincasavo taciturno; doveva essere oltre la mezzanotte perché ogni rumore s’era spento per le vie ovattate di neve. Dai rami degli alberi si sfaldavano come dai peschi in aprile le fogliette esili dei fiori, nei viali ci sembrava una primavera ghiacciata. Sopra una panchina due uomini, di schiena, intirizzivano, i loro cani sotto il sedile si erano accucciati uno su l’altro e si sfiatavano l’alito caldo vicendevolmente. Due guardie intabarrate facevano la spola di cima in fondo ad una palafitta, un cane randagio gli annusava spaurito. Sul tetto di lavagna di una baracca che era oltre l’assito, cigolava un comignolo di lamiera. Sembrava il crocidare d’una cornacchia aggranfiata sulle cime degli alberi. Quando varcai il cancello della Ruche, il casamento sembrava la ciminiera d’un vapore immerso nel caligo, per le scale udivo sonnacchiare i trascurati, sembrava un accordo di violoncelli stonati, con dei rantoli d’agonia. Un tanfo di bestie, faceva pizzicare il naso. Mi spogliai a tasto: quando rientrai nell’ottomana e mi tirai le coltri addosso, sentii un gelo che mi arrivò fino all’ossa. Passai una notte insonne ravvoltolandomi; verso l’alba mi addormentai al suon delle mandrie che portavano a sgozzare all’ammazzatoio di Vaugirard.

I giorni ricominciarono tetri e tremendi. Una sera camminavo sotto un filare di alberi: cogli stecchi pareva sdrucissero le nuvole che come stracci molli scolavano acqua torba. Al di là di un ciglio c’era un fossato che dava il senso di un luogo di tribolazione infernale. Ondate limacciose di concime sulle quali affogavano gatti divorati dalla tigna e cani bastardi s’addossavano ad un’alta muraglia che ricordava le calate di un porto. Oltre il tetro muro si alzavano altre mura rigide e nude come quelle degli ergastoli, torrioni di pietra senza finestre che attingevano le nuvole coronati di uccelli neri. Più in là, altre mura, le corti sembravano orride cisterne. Facciate nere come la pece, gialle livide e di color di piombo; delle gigantesche parole azzurre, celesti, bianche, rosso-sangue erano scritte su topponi verdi, arancio, giallo. Bon marché, Printemps, Louvre. Al di là s’accampavano delle mostruose caserme civili. Qualche lume giallo forava i casamenti scuri come se al di là divampasse un incendio. Sui terrazzini sostenuti sul precipizio la gente diventava piccola come corvi in una gabbia di ferro. Nelle corti sembravano scorpioni. Dei lampi elettrici, celesti, saettavano i caseggiati. Il cielo cenere sembrava una lavagna gigantesca, all’orizzonte c’era nero come il catrame. Un gigantesco rullo tremotava al di là in giri eterni. Quando sul cielo sfiatavano delle vampate, si vedevano pietre contro pietre; la città pareva che salisse fino al cielo. Gli esseri che passavano di sul ciglio diretti alla concimaia sembravano degli scampati da un naufragio, per gli arti che avevano impeciati al troncone. Fissavano la terra con gli occhi di vetro, qualcuno gli aveva spenti nelle pilette dell’orbite e ci fissava i denti, tal’altro farneticava attanagliandosi il costato con ambo le mani. Dei nani orridi dalle gambe cionche, dei testoni enormi come zucche, dentro le quali sciambrottavano le cervella; dei monchi i quali avevano tamponato i tronconi come uno sterpo innestato, ed altri ai quali il teschio traspariva di sotto la scorza della pelle; alcuno pareva scampato dal flagello di una città colta dalla pestilenza in cui aveva lasciato gli orecchi che aveva tosati al calcio e i capelli che aveva bruciati. Le concimaie erano già piene di gente sbucata dai pertugi delle fortificazioni. Macabre bestie incarnate in forme umane affondavano le braccia nella polta in cui pescavano ossa che tosto rodeva e scarniva difendendosi cogli occhi insanguinati, da quegli vicini. Sinistre figure di rabdomanti saggiavano le immondizie con bastoni appuntiti, ovunque era zufolare e un grugnire. La bruma densa che scendeva a folate come un velario funebre, adeguava alle ombre questa gente pazza; delle luci vermiglie verdi celeste, saettavano sulle parole Bon marché, Printemps, Louvre Magasin.

L’ora che poteva essere, io non riuscivo a capirlo: man mano che il motriglio della neve mischiata con la fanga e le escrementa dei cavalli schiariva, le cose apparivan più nitide sul cielo che anneriva. Quando apparvero le candide lenzuola stese sui parchi, il loro biancore immacolato espandeva intorno un silenzio alto e una luce diaccia. Gli alberi sembravano incantati; fiorivano tutti grandi fiori bianchi. I muri dei giardini erano neri e neri i fusti degli alberi: da ragazzi la morte si pensa abiti in paesi neri e argento. Tale era quella sera Parigi.

Il monumento di Pasteur – io ero capitato a caso in questo boulevard – era in fondo a un viale di alberi, e benché di marmo, su tanto candore era diventato grigio; sopra il capo c’eran posati tre uccelli neri con la testa sotto le ali. Da lontano si udiva il vociare roco del Paris-Sport.

Un funerale veniva su di verso la Senna, il carro era trainato da due cavalli bianchi coperti d’un panno nero frangiato d’argento; il guidatore a cassetta, strinato dal freddo, teneva tra le ginocchia la frusta e le redini ed aveva infilato le mani nell’apertura del pastrano sul quale spiccavano dei bottoni d’argento. In capo aveva di traverso una lucerna napoleonica.

S’era appisolato, ed ogni tanto la testa pareva gli si staccasse dal busto. La cassa era coperta di un panno nero cencioso e su di essa c’era una corona di fiori di maiolica sbocconcellati. Le foglie di zinco eran verdi, su tanto nero, gli steli di fil di ferro rugginosi parevan fibre di sangue: la corona pareva rubata, di notte tempo, sopra una tomba; il prete avanti col viso color della candela e la cotta bianca e le calze bianche sembrava un fantoccio di neve che gli avessero fatto gli occhi, tremando tritava requiemmeterne; un ragazzo svergazzato dal freddo gli portava il tricorno e il bastone. Dietro il carro funebre a tre passi della chiudenda su cui erano incrociate le tibie e sghignazzava un teschio sdentato, veniva un uomo a capo in giù, e con le mani gialle di morto stringeva l’asta d’una bandiera smisuratamente grande, la quale gli sgrondava giù dietro le spalle fino a lambire la neve; il drapeau era frangiato di celeste, nel mezzo c’era scritto con lettere rosse: Società di Mutuo Soccorso Giovanna d’Arco del XVII arrondissement: dietro la bandiera segnava il passo, nessuno. Da quelle parti c’è la rue de Renne dalla quale passai per ritornare a casa. Poco prima dell’ordinotte fui colpito da uno strano assembramento di gente taciturna appollaiata sulle panchine, appoggiata alle gabbie di ferro che sono intorno agli alberi, abbarbicata alle ceppe ferigne e al muro, per tutta la sua lunghezza.

Stazionavano i meschini presso un grande portone di color d’ombra; dal pietrone che poggiava sui pilastri pendeva la bandiera della patria; il vessillo a tre colori nell’accidia di quelle sere non alitate da vento, dense di una nebbia greve che respirandola lascia giù per la gola il raschiore della caligine, pendeva immoto verso l’impietrato come un cencio mézzo di lordura. Un lampione funebre era acceso sotto, la luce itterica illuminava le parole Liberté Fraternité Egalité. Una porta più piccola si apriva nel portone, tanto bassa che la gente per passare doveva umiliare la fronte verso il lastricato d’un cortile color dell’inferno.

Quando il campanone di Notre Dame intronava l’aria col tocco lugubre dell’ordinotte, in fondo al chiostro si accese un lume giallo e i taciturni ci si affilavano come pecore al lume dell’ovile: l’opera pia di Montparnasse ne ingollava tanti finché non aveva il sacco pieno, il di più lo rigurgitava biasciato sul pietrame. Quella sera io vidi sulla prima panchina un uomo che aveva la fronte recisa da un taglio lineare, il trincio spariva sotto la tettoia d’un cappello duro, sul margine era rappreso il sangue, il freddo gli aveva insidrito la pelle che, slabbrandosi, mostrava la carne viva e pareva morta, il sangue gelato sulla barba gliela riabbarbicava alla cotenna, gli occhi sopraffatti dalla pazzia gli schizzavano fuori dalle orbite e si puntavano bramosi sopra un cunicolo, da cui faceva civetta un talpone, grondante lerca; i telai dei denti stacciavano la fame, con gli artigli uncinati di unghie dure si scardazzava il petto velloso, con le gambe scarne roncolite si teneva ai ferri del sedile come un uccello di rapina. Gli voltava le spalle un uomo che pareva avesse il capo mozzo: arcando la schiena, il costato magro ondulava sotto un camice celeste che gli si alzava quattro dita al di sopra del sacro, la pelle egli aveva fiorita di una gragnuola di cocciole violette, s’erpicava la schiena e vi lasciava delle sdruciture rosse. Il terzo aveva il conio della nobiltà andata in ermini: il cranio era d’avorio diacciato dalle ventate e superava in bianchezza la neve, gli occhi avevano già il riposo mortuario, la barba nera dava risalto alla bocca umiliata, sulla canna del naso ci aveva pinzate le lenti che erano legate all’occhiello del pastrano da un cordoncino nero ritorto. Il cappello duro, ribalzato sulla nuca, poggiava alla spalliera della panca. L’uomo sembrava ascoltasse un silenzio funebre, scandito dai battiti del suo cuore che erano anch’essi silenti.

Sul rovescio, un teschio rosicchiato brucato fino alle radici del naso, di cui si vedevano l’ossa spugnose intrise di sinovia, martellava i denti scalciati; senza l’aggetto del naso essi parevano quelli di una iena, gli occhi friggevano tra un sobbollito di pustole, la testa aveva l’orrida ebbrezza di quanto l’uomo fiorisce.

Addossato al muro, un uomo dalle gambe sgallate si era sdrucito le brache dei pantaloni per dare aria alle piaghe brucenti, degli spaghi gli s’erano confitti nella carne con dei risegoli violetti, degli stracci gli s’erano incrociati sulla pelle; i piedi gelati, frolli, come il pane che è nelle scodelle dove beccano i pollastri, si appiattivano sulle pietre e vi facevano presa con l’unghie; l’uomo dondolava il capo come fosse vergolato dall’epilessia, stralunava gli occhi torbi e gemeva bava dalla bocca.

Un cieco era stecchito alla ceppa di un albero, sicché pareva uno sterpo, un cane biascicato dal cimurro guattiva ai suoi piedi; quando le rame percosse dal vento sgrondavano i diaccioli e qualcuno gli colava giù dal colle per il fil delle reni, il cieco si scuoteva tutto come lo avessero trafitto con delle coltella.

Un mostruoso troncone con la testa schiacciata, con gli occhi di barbagianni, con dei cinciglieri di braccia teneva le stanghe d’una carriola; dentro vi era schiacciata sua madre, una poltiglia d’ossa e di carne, essa era cieca e faceva un continuo gesto di chieder limosina sfregando il pollice con l’indice. Il nano che quando parlò sembrò avere il viso introgolato nella broda, messe il capo dentro la botola e chiese se poteva allogare la madre. Gli debbono aver detto no, ché brontolando spinse oltre la carriola. Nel chiarore elettrico lo si vide lontano sparire sotto un filare di alberi, una pioggia di gemme gli schizzava sulla schiena.

Sotto il portico d’una rimessa c’era ginocchioni un uomo puppato dal freddo; di tra le setole gli slabbrava una bocca laida e feroce, egli s’era confitto in un buco del naso uno zufolo di latta entro il quale sfiatava dibisciando la testa come una serpe, le sue dita cavalcavano impazzite sui fori dello strumento, egli era curvo sull’impiantito ove sembrava vi leggesse la partitura della Marsigliese, che fischiava come un topo quando è bruciacciato dal petrolio

Allons, enfants, de la Patrie

Le jour de gloire est arrivé

Dirimpetto a costui, seduto sopra una panchina che rimaneva fra due tigli di ferro c’era seduto un uomo il quale aveva perso il segno del cristiano, i capelli aveva lunghi come una donna, essi si partivano sulla colonna vertebrale di cui si potevano contare i paternostri nodosi e si rialzavano sulla cresta delle scapole; l’occipite spelacchiato pareva fosse stato percosso con un mazzuolo e l’uomo con ambedue le mani trafficava sotto l’ossa del mento. Avvicinatomi, potei vedere che si era partita la barba come i capelli in tante ciocche che ognuna accordellava in tre capi: quando s’ebbe intrecciato il pelame abbarbicato sotto la bazza, cominciò a stiracchiare quello piantato sullo zigomo sinistro. Nella frenesia, quasi sopraffatto da orrida lussuria, si stiracchiava tanto forte i peli che spolpava l’osso e allargava l’orbita da cui sgusciava un terribile occhio di piombo, in poco tempo s’annodò tutto il viso, irrigidì le braccia e martellò i denti convulso. Così stregato sembrò un mostruoso feticcio plasmato d’ossa e di escrementi da fanatico impazzito, il quale l’avesse poi avvoltolato in un camice nero; i piedi piccoli, sottili, nudi, li posava sul tappeto morbido della neve. Lo mirava un uomo puppato dall’itterizia e lo feriva di luci gialle: egli era glabro, sulla cima del teschio aveva un fondello nero che con due spaghi s’era annodato sotto il mento, e dal naso gli colava sangue color dell’iodio.

Vicino all’itterico ciancicava un altr’uomo parole incomprensibili, ad ognuna delle quali egli era preso da un tremito, allungava il collo a occhi chiusi, quasi che lo porgesse al cappio di un carnefice, stecchiva le braccia indietro e rimaneva impietrito e dopo pochi istanti si accosciava come una bestia massacrata, poi si riudivan gorgogliar le parole senza senso, l’uomo si alzava rigido e a passi di fantasma si andava a smusare nel muro: lì, cadeva in ginocchio e penzolava il capo come lo ponesse sotto la ghigliottina, dava uno scossone e stramazzava per la terra e si lordava di fango avvoltolandosi e ragliando.

Al calcio di un tiglio uno scheletro cantava nenie religiose, un uomo che sembrava gli fossero arse le vesti addosso che qua e là scopriva il corpo scarnito, si batteva la cassa del torace con le mani anchilosate e tra la morca della saliva si udivano delle parole di preghiera e si recideva il corpo con tagli in croce.

Dall’albero dirimpetto gli faceva le corna un vecchio col ceffo tagliato su quel del demonio, la bocca gli impiastrava il viso, il naso adunco pareva gli uncinasse le labbra, gli occhi affissandosi sulla cima del naso folgoravano i lacrimari e stregavano tutto il suo viso; il vecchio soffiava come un gatto e se un pelo giallastro non l’avesse trapuntato qua e là, si poteva prendere per un ragazzo che aveva i pantaloncini appena al ginocchio e una casacca che non gli passava le gomita e in piedi un paio di scarpe di dragone, sul capo una berretta alla marinara con su scritto in giallo Danton.

Sul resto delle panchine degli alberi e del muro era un ribollimento di apofisi mostruoso. Sotto un fermento di spogli un bottaccio di carne dissanguata e d’ossa. Come sopra una fosse putredinosa, spuntavan dei tronchi di braccia, delle occhiaie svuotate: scardazze di denti, mosse dal freddo e dalla fame stridevano come rodessero ghiaia. Lungo la muraglia la stenderìa umana era pietrificata in gesti terribili e vendicativi con incurvamenti di martiri, come gente che si trascinasse sotto gli scheggioni dell’inferno. Quando la campana dell’opera pia suonò a naufragio, la verminaia si mosse, brulicò. Come quando il beccaio percuote col bacchio la cancrena d’una carogna e il moscaio ronza e bofonchia, tale si udì un ronzìo uscire da quelle anime perse. Le colonne vertebrali si drizzarono, le braccia rotearono, le bocche si spalancarono su gole gorgoglianti. Da quella gente uscì la peste delle iene, quando sconvolgono lo strame, nel serraglio. I ciechi tastoni al muro, gli sciancati sulle grucce, i pazzi come automi s’affilavano alla porta dove facean già ressa dei bestiali tarchiati; si udivano grugniti, guaìti, parevan bestie travolte coi loro stabbî da un fiume in piena che gorgoliassero sulla grata d’una chiavica, alcuno dimezzato contro la porta la ressa lo contorceva come un vincastro e lo scaraventava bocconi sull’impietrato ove altri lo calpestava. In pochi minuti il gorgo sparì e la chiudenda inchiavardata sembrò una sepoltura.

Fuori del sepolcro stazionavano due guardie per cacciare i ritardatari, alcuni s’appollaiavano sotto i lampioni; la luce sembra che dimoi la freddura, l’ombra è sempre algida. La voce delle guardie più fredda del gelo ripeteva l’implacabile: «Circulez, s’il vous plait». I meschini sotto il peso dell’inerzia andavano da un albero a un altro pungolati dal grido. E così da una pianta all’altra li beveva la notte.

Un testardo si era irrigidito sopra una panca, le guardie inferocite lo presero sotto le ascelle e soppesandolo gli gridarono in coro: «Circulez». Ma quel cencio strapiombò sul sedile.

«Merde alors» esclamarono atterrite le guardie.

Il testardo era morto.

Un ubbriaco capitò davanti al portone, e trovandolo chiuso prese a palleggiarsi la bombetta da una mano all’altra e danzava dinnanzi al drapeau della patrie e cantava: «Fraternité egalité liberté». Le guardie che vegliavano il dannato, gli urlavano: «Oh nom des noms, circulez, circulez, s’il vous plait». L’uomo ebbro si avvicinò alla panchina dove sgrigniva i denti il morto e cominciò a filosofeggiare.

«Et bien, qu’est-ce que c’est la liberté?… Voyons… et la fraternité?…»

Le guardie risoffiavano inferocite:

«Circulez, s’il vous plait. » E l’ubbriaco testardo le tempestava ancora.

«Voyons, et l’egalité?»

«Nom des noms, circulez.»

Ma l’ubbriaco approfondì ancor più: «Et Dieu? Et bien, Dieu, même Dieu qu’est-ce que c’est?

Attese lungamente, poi gridò?: «Et bien, messieurs, Dieu est merde!».

Dopo un cotale visione mi ridussi alla Ruche strusciando i muri. Ogni poco mi fermavo, ché mi erano spuntate dentro i muscoli indolenziti l’ossa di mio padre. La vecchiaia m’aveva repentinamente franto la vita, l’intelaiatura dell’organismo si disgregava, gli attimi in cui non si sente più le braccia e la testa sembra avulsa dal rimanente e i pensieri rompono nelle conchiglia degli orecchi come dentro una tufa marina. Nel fondello di una tasca tenevo stretti in mano quattro soldi: era tutto il giorno che li palpeggiavo e questi si erano scaldati. Il pane delle vetrine mi aveva fatto tirare più volte la gola, spengevo questo stimolo con delle bevute d’acqua alle fonti, mi ero proposto con quei soldi di comperarci cena. Alla Rue Voil presi quattro soldi di fagioli lessi, me li accartocciarono dentro un giornale, erano sempre caldi, e mi intiepidivano le mani; ne assaggiai uno poi due, tre, una manata, li tirai a risucchio tutti. Collo stomaco intiepidito potei allungare il passo. Il casone era là fermo con le vetrate celesti e la porta nera. Entrai nello studio, mi sedetti sull’ottomana e aggravai il tronco sul tavolo, con la testa tra le mani. Era uno di quei momenti che il tempo cola lento come filtrato dal foro d’un orologio che un minuto pare un secolo. All’improvviso sentii come una pialluzzata sull’impiantito: il postino aveva introdotto una lettera. Mi alzai e la raccolsi; per leggerla fu mestieri che mi infilassi il pastrano e andassi sotto un lampione della via.

Carissimo Lorenzo

Per il voto del Consiglio Comunale, che non avevi ben capito di cosa si trattasse, credo che te ne abbia scritto E. B.; e se ciò non fosse, sappi che la Giunta Comunale di motu proprio aveva portato al Consiglio una proposta onde fare una medaglia d’oro a M. L. per il suo premio, di saper parlare l’inglese. Ora B. prendendo occasione da ciò, propose al Consiglio non una medaglia d’oro, né un attestato di cittadino benemerito, per te, ma un plauso d’incoraggiamento a chi senza vincere nessuna borsa, tiene alto il nome d’Italia in un campo dell’arte che certo non è il marxismo. Proposta che fu approvata all’unanimità. A proposito del marxismo devi sapere che in un articolo – sempre medesimi i nostri cugini socialisti – dicevan gran bene di M. L. perché ha imparato l’inglese e perché, niente e po’ di meno, si degnava, dice l’articolista, di essere uno studioso delle teorie di Marx. Di nuovo, qui non s’ha altro che il processo a M. B. per i fatti del Camposanto; il Pubblico Ministero nella requisitoria fece cenno anche del tuo discorso al trasporto. Ma tu sei uccel di bosco. Beato te. Ti abbraccio e riscriverò più a lungo.

Ritornai immantinente sull’ottomana. Questa lettera mi aveva portato l’aroma della resina, della pece e del mare e l’ingenuità degli italiani di allora.

(Deliziosa e grande Italia, quando Genova non ricordava ancora Liverpool, Milano Berlino, Roma un porto di mare, quando il monumento a Vittorio aveva l’imperiale solennità del cantiere con le impalcature inchiavardate alle travi. Quando i più colti leggevano le Memorie di un ottuagenario, e i vecchi cantavano l’ottave del Tasso, e gli scapestrati divoravano il Batacchi, e le signore non disdegnavano profumarsi la bocca con il soave idioma di Beatrice.

Erano i tempi che noi nudi e bruchi, per avere occupato quelle quattro pertiche di terra calda come la cenere tra Massaua e il Trigré, ci pareva di aver preso in mano il tralcio e la spada del Centurione. La gente a torme ascoltava leggere sui canti degli innocenti discorsi di Cavallotti come nell’antico “le grida” del Cìntraco, e nelle case c’erano inquadrate le stampe della presa di Cassala, il forte di Adigrat, la disfatta di Ambalagi; i tempi in cui alla notizia del rovescio di Adua la gente esclamava dolente: «Siamo stati ingannati dalla Francia!». L’Italia che agonizza ora sulle cime dei monti brulli tra la chiesa e la coltre del cimitero.)

Restai immobile sul tavolo perché questi ricordi mi rimanessero pari dentro la piletta del cranio. A poco a poco i pensieri si dilatarono, le vetriate diventarono luminose; al di là la marea degli anni galoppava su quella dei secoli, ed io mi sfaldai nel sonno. Come quando da giovinetto facevo la comparsa nel teatro del mio paese, mi sembrò d’essermi vestito dei panni di Mario e di Silla: manto e calzari, elmo e lorica e lunga barba di stoppa. Di avere appesa sul petto una grande medaglia d’oro, di leggere in inglese sul capitale di Marx, in arcioni a una giumenta convenientemente bardata. Passare tra rupi e anfrattuosità e raggiungere le montagne brulle delle nostre terre, dove le pievi di pietra sconnessa anelano il cielo con il braccio stecchito del campanile, contemplare la facciata nuda che schiariva sul monte oltre la valle, la canonica innestata alla Chiesa, imbiancata di fresco, con le finestre verdi come la seta e il cimitero che pareva l’orto, con i cipressi neri inargentati dai fischi degli uccelli, e portare la bestia a brucare l’erba tenerella, ribattuta sul fieno non mietuto. Una fossa scavata di fresco, come un campicello rotto dal vomere nel deserto, rosseggiava sul grigiore della terra, dei fiori rossi e celesti e bianchi vegetavano freschi su una corona di mortella. Il paesetto ascoso in una spelonca lo si intravedeva con i tetti più alti e le fumate celesti dei camini, e la croce di legno nera col martello, le tenaglie, la sindrone, la lancia, la spugna, la mano. Guardare estatico sulla facciata della chiesa la meridiana che tagliava in diagonale i numeri e dalla valle udire tre tocchi di campana.

«Son quelle di Carignano… dov’è oggi il Maggio?» Un vecchietto terreo, spento, funereo, aveva così parlato: «Maggiante, guardante il campanile». Le bifore fiorite di semprevivi, le campane, inchiavardate nei moggi rossi come il timone del carro; il battagliolo tirato da una funicella si alzava e percuoteva il bronzo, e tutto il silenzio che incombeva su quella desolazione sembrava aver trovato una voce sola: ton, ton, ton. – Legare la giumenta a un cipresso, entrare nella chiesa fra l’odore del tabacco macubino che fa lacrimare gli occhi, e vedere nella penombra in un canto svolazzare una farfalla gialla e udire un chioccolìo d’acqua come di un rio che stilli di un botro, e fatto l’occhio all’ombra scorgere un bimbo color rosa madido d’acqua e un gruppo di gente dall’aspetto montanaro. Osservare sull’altar maggiore la tovaglia bianca ricamata, i ceri spenti, e sul buio dei panconi del coro veder rilucere una testa di cera: «Maggiante, volete vedere le reliquie di San Valentino?».

Sentirsi scotere da questa voce che risuonava sotto la vôlta col tono che avea sul piazzale. Nella sacristia due mani morte trar fuori dall’armadietto una custodia inargentata di vecchio, e sotto un vetro, dei detriti d’ossa che sembrano gesso.

«Appena restaurata la Chiesa, le esporremo alla venerazione dei fedeli.»

Risalire in arcione quando le campane di Carignano battevano la mezza, scendere verso la svoltata di un muro, dietro il quale era ascoso il paese. Un infermo con un chiucco di cappello sgrondato sulla testa sgallata, guardarvi stupito: «Dov’è il Maggio?». Stanotte ha fischiato la civetta, che succederà?…

Mi destai che ero un pezzo di ghiaccio.

Quando il casamento crematorio dai rigori del verno fu tramutato in orrida ghiacciaia, a molti cominciarono a far gola i basamenti di quercia sui quali poggiavano le tre virtù teologali Fede, Speranza, Carità. Nel mio studio ci si gelava, la notte mi accartocciavo più che potevo sull’ottomana, le lenzuola vecchie sfibrate non le potevo riscaldare con il mio alito che era leggero come la nebbia, mi ravvoltolavo il capo in quei cenci perché l’aria entrando dagli orecchi mi pareva diacciasse le cervella; quando pare che il cranio diventi marmo. L’imbottito si imbeveva di gelo, pareva di dormire sotto un manto di brina, sentivo anche il freddo delle molle, qualcuna aveva sbuzzato la stoffa e mi puntava sulle costole, le penne del guanciale schiacciate dalla mia testa cedevano fino sulla traversa di legno. Per la bramosia di ravvolgermi il capo a volte scoprivo i piedi che me li sentivo diacci come se avessi schiacciato una tarantola. Nelle notti di temporale quando le nevicate si convertivano in piovaschi, dal tetto stillavano delle goccie di acqua; quel tac tac sul costato e sul capo pareva che mi dovesse trapanare. Dopo pochi istanti ero fradicio, ponevo sopra di me un recipiente nel quale mi lavavo, ma allora era preso come da raccappriccio, il cranio mi pareva fosse diventato di lamiera. I goccioloni rimbalzavano sulla stufa, su i disegni sparpagliati, sulla ventola del lume, sul tavolo. Il tetto rotondo, sembrava un filtro. C’era tanto da dare in mattia. Fu dopo una di queste notti che dipinsi un cartone in cui ritrassi tutto quello che vedevo dal finestrone, la caserma, la sterpaia, le fortificazioni, le stamberghe. Non avevo colori, feci nero ogni cosa, animai il quadro con i tetri uomini, desideravo mettere qualche palpito di luce gialla, i lampioni, e qualche pennellata di biacca: la neve. Rufolai nella tragedia della mia cassetta dove tra pennelli, sgorbi e squadre martello, chiodi e bullette pescai un tubetto intasato sul foro: nella frenesia gli detti una strizzata tanto forte che mi schizzò il giallo per tutte le mani come quando da ragazzi si sbuzza una lucertola. Me ne schifai. Il cartone ruzzolò in un canto, nel cielo grigio del dipinto vi rimase scritto: Cimitero del mio paese. Questo era dipinto dall’altro lato, e quella seminata di parole nere sembravano un branco di corvi in un giorno di temporale.

Una notte fu visto sulla sterpaia aggirarsi un fantasma; l’ombra brandiva una scure. La mattina, le statue delle Fede, della Speranza e della Carità furon trovate decapitate, squartate e rovesciate nella concimaia. Il legno stagionato fu spezzato in cento tronchi e molte stufe della Ruche si alimentarono di fuoco sacrilego. Io, avvoltolato nelle lenzuola, sentivo abbaiare la concierge davanti al tritume; «Oh quelle brutalité… oh le pauvre monsieur Bochet!».

L’altana del mio studio era il rifugio di tutto: stracci, barattoli, pezzi di carbone, mollica di pane che aveva servito per correggere disegni, manipolata tanto con le dita che era diventata come pece. Da che avevo arso i primi gradini delle scale, e non salivo più là sopra, su ogni cosa c’era la muffa alta, quella lanuggine arida che è come la peluria del tempo. Un giorno ero andato a perdere la vita oltre l’Étoile. Quei giorni, quando il cielo filtra dentro la terra e rimane impigliato dagli alberi e i parchi par che fioriscano bambagia. Le strade imbevute di cielo sembravano fiumi, le ruote dei carri parevano tuoni che si spengessero su quell’acque morte, i lampioni accesi appannati d’aria non giungevano a ferire la terra, erano tenui come rosoline di campo che si sfogliano ai primi aliti della primavera. Passai sotto un ordine uguale di arcate sulle quali sale il Métropolitain quando sbuca dal sottosuolo di Parigi. Mi orientavo verso la torre Eiffel, quella mostruosa siringa che buca il cielo con l’aculeo del parafulmine e alla grande ruota, il gigantesco arcolaio precipitato dal cielo. Raggiunsi la Senna al ponte del Trocadero; il fiume era fuso con la nebbia: si sarebbe detto una fiatata di vapori se i gorghi che si rompevano nei piloni di pietra non avessero riempito l’aria di accordi rochi.

Andavo a perdere la vita. Nello studio ci si moriva. Il tubo della stufa sfiatava gelo, il cranio dal freddo pareva si screpolasse alle suture e i lobi del cervello ghiacciati perdevano la facoltà di suscitar pensiero, quando si perde il tatto e par d’essere sospesi sopra un abisso. La terra avvicinandomi al caseggiato pareva un rullo che girasse sotto i miei piedi. Le strade sembravano interminabili, allungate dalla mia stanchezza e dalla mia disperazione. Era notte quando si aprì sul cielo l’arco del Trionfo, oltre l’arco il cielo aveva il rossore cupo dell’incendio, dirimpetto il Bois del Boulogne era freddo come uno scenario di teatro. A Parigi d’inverno è sempre notte, non fa mai giorno largo; quella sera non sapevo rendermi un’idea di che ora fosse, a cose normali ci si serve dell’orologio dello stomaco, ma quello era fermo. Da quelle parti abita Cappiello: mi rifugiai nel suo studio sontuoso, nella sua casa regale. Quando premei il bottone del campanello, la porta si aprì di botto. Un servo la teneva socchiusa. Mi guardò dall’alto, io gli dovevo sembrare uno che va al sabato, ma, osservandomi più attentamente i tagli della fronte e il ceffo mi deve aver preso per uno che va di notte: mi domandò chi ero. Allungai più che potei l’i finale del mio nome. L’uomo deve aver capito che quello di chiudermi la porta in faccia non era il partito più atto a liquidar la partita. Mi fece passare; mentre telefonava di sopra mi squadrava le mani; quando ebbe l’ordine di farmi salire, fece una larga riverenza ai miei stracci. Cappiello non ha perduto la semplicità degli italiani, i larghi agi e la rinomanza strepitosa non lo hanno distolto dalle fatiche del lavoro: quella sera dipingeva un gran quadro in cui ritraeva la famiglia sua: la bella signora e le bimbe. Il quadro benché abbozzato era già inquadrato in una cornice antica con delle ampie volute barocche. Fui richiesto di un parere sul dipinto. L’artista dipingeva oltre la sua personalità, che è come andare lungo una strada a noi sconosciuta: si va a tasto. L’impostazione delle figure era alla Reynolds con impasti di tutto colore, la grandiosità poggiava sui mezzi e sui metodi. L’artista aveva mosso il capo e il soffio di Dio non lo raggiungeva più. I gialli arancio, i rossi lampone, i bleu mare, i bianchi elettrici, i verdi acri dei suoi manifesti incorniciati dal bandone nelle strade, facevano più quadro, del dipinto inquadrato nell’imperiale cornice: quelli eran fatti con la testa a filo dell’alito di Dio.

Fui circospetto nel giudizio: Garibaldi teneva più ai suoi versi che alle sue battaglie!

Al caldo dello studio ebbi una sensazione disagevole. I capelli gelati e gli abiti insidriti di nevischio disciogliendosi mi facevano scorrere per tutto il corpo delle goccie tiepide: avevo bagnato anche un po’ il pavimento.

Poggiato ad un finestrone dello studio un signore tutto nero, sparato e denti bianchi, ascoltava il nostro dialogo, e sembrava ascoltasse con la bocca rosa sfiorita, gli occhi dal fondo delle increspature ferivano quelli sui quali si fissavano: era Paul Adam.

Fui presentato: allungai la mano e tacqui. Cappiello doveva ragguagliarlo sui miei disegni perché man mano che egli parlava, Paul Adam si interessava della mia persona forandomi coi suoi occhi salati. Nel dialogo ritornavano sovente i nomi di Steinlen, Forain, e Toulose Lautrec. Quando ebbero parlato ben bene Cappiello mi disse: «Esporrebbe volentieri da Georges Petit? A giorni vi si inaugura la “Commedia Umana”. Sarà in buona compagnia!».

«Sì.»

Dallo studio scendemmo da basso in un salotto Luigi XV dove era appeso, tra le altre cose preziose, un quadro di Watteau sul quale io mi fissai.

«E un Watteau originale» mi disse Cappiello.

«Lo vedo.

Lo stare presente a me stesso e seguire il filo del ragionamento mi aveva tanto stancato. M’accomiatai. Fuori, uno strizzone di freddo mi accoppiò il costato. In un attimo gelai fino alla cima dei capelli, una serpiggine di aghi mi corse per tutto il corpo. Quando la porta si chiuse pesante dietro alle mie spalle, mi sentii come precipitare nella notte eterna; mi pareva che una spaventosa cateratta fosse stata calata fra me e la vita. Mi voltai dissensato. Sul portone ingigantito dalla mia disperazione vidi una lucciola verde. Era il buco della chiave, poi anche quello fu inghiottito dalla notte. Ripresi la via della Ruche con un’andatura cadenzata e con lo sguardo rivolto contro di me. Uomini e cose si frantumavano nel vortice dei miei pensieri. Una di quell’ore in cui si invocano spaventosi cataclismi, l’esplosione della terra, la caduta dei mondi, l’orrendo silenzio del nulla.

Come tramutato dal freddo feci qualche chilometro e alle tre varcavo la soglia della Ruche. Il silenzio ivi era alto come al solito, scandito dal sornacchiare della gente accampata: l’esalazione acre del serraglio appestava la tromba delle scale.

Aprii la porta del mio studio e la richiusi pian piano. Rufolando in una scatola di cartone mi capitarono fra le mani tre cipolle forti che arrabbiavano, di quelle che da noi si mettono ai gatti ghiotti sotto il corbello, per castigo, e quando si affettano fanno lacrimare gli occhi e starnutire. Mangiarle così sole, piantare i denti in quel gelo, mettersi nello stomaco quell’acido, non mi parve buon partito. Mi vennero in mente quelle molliche di pane che nei giorni d’abbondanza dopo avervi cassato i disegni li buttavo in altana. Feci con un salto il quinto scalino che dopo aver bruciato quelli sotto era diventato il primo, dovei aprire le gambe come seste e mi sentii stridere la cerniera delle anche. Il piano dell’altana era coperto di muffa e di polvere che aveva il colore della pepina; i groncioli di pane prima funghiti eran diventati duri come sassi e spugnosi come ossa stantie. Ne feci una bracciatella, poi mi ricalai giù dalle scale. Messi questa che fu grazia di Dio a molle in un catinello per farla rinvenire. Nel frattempo affettai le cipolle dentro una scodella di metallo: lì seduto al tavolo lacrimavo tanto che chi mi avesse osservato dal buco della chiave avrebbe creduto che avessi orrore del mio stato. Era invece soltanto effetto delle cipolle. Non avendo in casa un pezzetto di carbone, presi la risoluzione di scaldare quella bobbia sopra il tubo del lume. Trassi dalla catinella il pane impolpato come bozzima, lo strizzai e messi quella panzanella insieme alle cipolle tritate. Con un paio di pinze tenevo l’orlo del piatto sopra il tubo del lume e ne ostruivo quasi il foro, la fiammella filava e friggeva sotto il piatto, spargendomi il denso fumo sul viso. Io dovevo respirarlo, e così a digiuno mi sembrò che mi passasse di sotto le finestre un funerale.

Ero intento a compiere questo rito sull’altare della fame quando udii battere pian piano alla porta. Mi mossi dal lume e portai con me il piatto appinzato. Mi accostai all’uscio, dubitoso: forse qualcuno ha sbagliato studio.

«Chi va là?» urlai.

«Chouet, l’atelier Z…» disse una voce col tono che fa lo spago spalmato di pece. Aprii. L’infingardo era lì stempiato dalla fame: doveva aver bevuto tant’acqua che era da strizzare.

«Vous mangez?» mi chiese avido, scettico e sardonico.

«Forse mangerò» gli risposi.

«Et qu’est-ce que vous mangez de bon?» e si leccò le labbra come i ghiottoni.

Io parlai in italiano:

«Una cosa che a tirarla in un foro di vipere, crepan tutte.»

Non comprese egli, ma disse col tono dei chiedoni:

«Oh la la» e ingozzò l’acqua che geme dalla voracità.

Lo feci entrare, sedere e gli misi la scodella davanti, presi un cucchiaio io e uno lo porsi a lui: «Avanti».

L’infingardo ingozzava l’intruglio, sgusciando gli occhi. Anch’io facevo altrettanto. Tra le tante, la polta violacea aveva preso anche di petrolio.

L’ospite biasciò: «Qu’est ce que c’est que ça?…».

«Se ne parlerà domani» risposi io, e lo accompagnai alla porta. Andai alla pila con una tazza, la colmai e la bevvi ed ebbi la sensazione che tutto il sangue mi fosse andato in acqua.

Dopo due giorni ricevei l’avviso di portare i miei disegni alla Galleria di Georges Petit, quella dove fu esposto il ritratto di Dorian Gray. Era lusinghevole per me. Anche il nome del Gruppo mi piacque; oltre che la potente opera di Balzac, mi risuscitava nella mente il ricordo di una piccola Rivista che si stampava quando io ero ragazzo, a Milano e ne rivedevo la copertina: un ciuffo di burattini agganciati a un chiodo come un mazzo di uccelli; preti, giudici, militari, censori, censiti e ministri.

Malgrado il titolo corrosivo, la “Commedia Umana” accampata nelle auree sale di Georges Petit era un sinedrio di scettici, di lepidi e di servizievoli, apparati sotto il bel nome come un branco di cenciosi sotto una grondaia: i giardinetti svenevoli di Semoff, gli aborti ventruti di Weber, i quadri normali di Raffaelli, le vesciche slabbrate di Herman Paul, le rotondità obese e tagliuzzate di Léandre, i titillamenti di Abel Faivre e i bozzetti di quel galantuomo di Zandomeneghi: tutta roba che sarebbe crollata sotto uno scroscio di risa di Daumier.

In mezzo a quelle pareti ambrate, insaponate di lampone, dai toni di pisello, i miei disegni di gente pietosa, brutale, avvinazzata sembravano un ponce zincato rovesciato sopra una tovaglia apparecchiata per un agape di filosofi astemii.

Ma in questa città, che è raggio per quelli che son lontani, gli indumenti e i nomi sono nei primi piani. La “Commedia Umana” si poteva ben chiamare lo sposalizio di Ciuccianespole.

Aveva traversato a piedi tutto Parigi con l’involto dei miei disegni inquadrati, gravati dal titolo francese, quando con l’aiuto di Dio giunsi dinanzi alla Galleria: colonne, broccati, statue, specchi, oro. Bussai timidamente alla gran vetriata e attesi che qualcuno ruggisse: «Entrez, s’il vous plait» che questa gente quando è in sé rugge, e gorgheggia invece quando recita nella grande commedia.

Io sembravo Cristo, le mani morelle aggranchite, le labbra livide, il corpo ghiacciato. Dopo avermi fatto aspettare impalato, mi venne incontro un certo signore calvo, vestito di nero, tirato a lucido nelle parti bianche del corpo; io gli porsi le cartelle ov’era scritto il mio nome, egli le prese e mi chiese: «Dove abita monsieur Viani?».

«Non lo conosco» risposi.

Istradandomi sulla Rue Royale, mi danzava davanti gli occhi arrapinati la copertina e il mazzo dei burattini attaccati a un gancio e vedevo Semoff, Weber, Faivre, Raffaelli, Paul e tutti quegli altri della “Commedia” e il suo segretario stregato, ed io armato del bastone plebeo, dell’italico Meo Patacca, li percuotevo sulle zucche di legno.

Partendo per Parigi, il fratel mio d’arte e di poesia Ceccardo, general d’Apua, mi aveva ammonito: «Non dimenticare di recarti a rendere omaggio alla tomba del Console».

Ho capito dopo, molto tempo dopo, il significato che aveva la parola Console che il Poeta contrapponeva a quella di Imperatore: «Dove non ha arato il Console, la libertà piange deserta».

Il Còrso giace sotto la cupola degli Invalidi in un grande pozzo di pietra: per contemplare il sarcofago che chiude la terribile ossatura è d’uopo di protendere il collo oltre il davanzale di una balaustra.

Delle enormi statue di Vittorie, disposte in giro a guisa di cariatidi, lo circondano. L’impiantito è di pietra serena, la rivestitura delle pareti è di marmo bianco. Il sarcofago di porfido tra quei gelidi toni sembra ardere avvivato dalla tremenda fiamma che racchiude. Bertrand e Duroc, dormono l’eternità con Lui. Una selva di bandiere prese ai nemici pendono immote nella navata in fondo alla chiesa. I simboli della potenza e dell’audacia: le aquile, gli avvoltoi, i leoni, gli arieti, i tauri e i geroglifici della gloria; la quercia intrecciata all’alloro sotto le spettrali gorgiere i caschi e le corone, tutto è assimilato nel gelido squallore.

Un custode vestito a guisa d’un becchino gira intorno alla balaustrata. La prima volta che varcai trepidante la soglia degli Invalidi, il tempio era vuoto. Quell’uomo vestito di nero con quel risegolo giallo sulle costure dei pantaloni e quella tastiera di bottoni d’ottone sopra una giubba nera che dava risalto al piastrone della camicia, ma più specialmente quel viso che vi era avvitato sopra con gli occhi smaltati e i baffi di crino, mi dettero la sensazione di uno spauracchio confitto ai raggi di una ruota che si muovesse in lenti giri eterni. Giù nell’algore della pietra si sfarinavano l’ossa del Console. Nella navata i vessilli che avevano ondeggiato tra la mitraglia, svanivano i colori; i celesti si uniformavano ai verdi, i rossi agli arancioni, gli ori all’argento. Lo spauracchio sonnolento, uggito, ogni tanto scrutava l’orologio, orrida macchinetta in cui l’uomo ha messo a passo la vertigine del tempo.

Umiliato, posai un mazzetto di viole fresche sul davanzale del pozzo. Fuori, da un muro pendevano a levante dei grandi cipressi: accucciati in terra c’eran dei gueux: la testa avevano avvoltolata dentro cenci strapanati, qualcuno dalle sdruciture dei pantaloni mostrava le rotule delle ginocchia insidrite e screpolate; a qualche altro i piedi diacci, biasciati dalla fanga, gli sbuzzavano fuori delle scarpe: le teste sostenute da colli esili penzolavano giù inerti. Pareva aspettassero l’uncinata che li sprofondasse nella terra. Fratelli in Cristo, vi aspetta la pubblicità della Morgue, quando sui tavoloni di marmo i vostri occhi saranno sprofondati nel teschio e la vostra pelle farà lume e vi colerà dai fori del naso e nessun cristiano avrà detto: È lui! Allora vi porteranno qui in tanti, accatastati uno sull’altro e la pia madre vi accoglierà sotto la sua grande coltre. L’odore acre delle mortelle delle edere dell’erba sanguinella, quel medesimo che penetra nell’ossa fredde e nei teschi svuotati, mi penetrava nel naso e mi facea friggere l’ossa. Gli alberi che fiancheggiavano le strade aprivano le granfie secche sulle facciate delle case color lavagna, qualche lume era acceso, i tetri lumi delle prime ore del pomeriggio, quando da noi risplende il sole e si avvicina pacato al tramonto con le sinfonie delle piovanelle e dei grilli.

Quando scantonai nella Rue de l’Abbé Grouet, mi si parò davanti la gigantesca figura di un uomo, un troglodita, dallo scheletro scardinato in tutte le giunture. Visto di dietro, le scapole avea larghe e pesanti come due lastroni di pietra, i cerchi del costato sembravano le staminare di una chiatta a cui fosse scerpato il fasciame, e la colonna vertebrale la chiglia, le mani aveva sul dosso nere, e gialle sui palmi come una tartaruga, tanto grandi che avrebbe fatto paniccia di un cranio. I pantaloni sdruciti, mostravano una natica nera e squamosa, i tendini risecchiti erano lividi: l’animale aveva le poderose anche di un gorilla, civertate dalla covetta dell’omero, i piedi scalzi, tozzi, callosi, uncinati, i metacarpi erano neri, e la pianta era gialla come le mani. Ebbi per un pezzo l’illusione che il gigante camminasse in puntali. Dietro sé lasciava il tanfo della bestia mordace. La prima panchina ch’egli trovò vi si gettò sopra di schianto. La fece scricciare e avvincere. L’uomo era stato preso dalla fiataccina, alitava bianco come un bue, dalle frogie nere. La cervice dura, piatta, imbarcava a secco sul cranio; i telai dei denti che avrebbero tritato la ghiaia, i ponti degli zigomi sgallati, il taglio del mento reciso dai mastoidei grossi come canapi, la testa poggiava sul ponte delle clavicole, gli occhi schizzavano sui mucchi di concime che egli vedeva fumare oltre una stecconata, ma le gambe non lo sorreggevano più per portare il suo corpo a intrufolarsi in quella lordura. Doveva essere uno di quei negri che fin che son giovani e gagliardi li tengono nei baracconi sulle piazze, di quegli che gli fanno mangiare le lucertole e i topi, e gli diacciano sulle mani dei lastroni roventi e glieli spengono sulla lingua: quel volto era tutto martirizzato e tutto il pellame aggrinzito come quel d’una serpe. Quel moro infreddolito faceva male al cuore; quella pelle che un tempo doveva avere lo splendore del bronzo, era diventata del color della morca, le labbra, che dovevano avere la meraviglia del corallo, eran due pezzi di carne livida e fredda, il sangue che stagnava nelle fossette dei lacrimali diacciava il bianco degli occhi e stemperava le luminelle. Le mandibole dipanavano la nebbia diaccia sui denti. La gabbia del torace che avrebbe contenuto una pecora, ansimava vuota, sopra il ventre sdutto.

Passai davanti a quella bestia infelice e mi fece paura, mi fissò come un dannato: sentii tutto il terrore del cannibale; se fosse stato in un bosco mi avrebbe staccato la testa con un morso e avrebbe fatto poltiglia delle mie cervella. Ora invece era lì, tra la gente dalla carne sbiacciuchente, e dal sangue inacquerito, egli che da ragazzo aveva udite le iene, e le sue mani avevano soffocato le serpi, mentre lo frustavano a sangue attorcigliate ai malleoli. La sua gola arsa, sitiva sangue nostrale.

Era una sera piovigginosa quand’io, dopo aver vagato per Parigi dove mi ero fermato a tutte le porte dei mercanti di quadri sicché pareva andassi all’elemosina, entrai “chez Sagot”, un negoziante che abita in Rue Laffitte. Fra tutti i mercanti della strada, Sagot era il più scaltro. Guardando le cartelle dei disegni aveva quell’aria che da noi prendono i chirurghi di fronte alle pustole.

Là ho veduto Zandomeneghi con la granata in mano.

Sagot era un omettino segaligno, con un visettino appennatino il quale se la ghignava all’ombra di un cappelluccio nero, tutto pepe e scatti come un burattino. Il vecchietto arzillo, si divertiva – non altro – a passare qualche ora con i giovani pittori.

La mia cartella era polpa d’acqua, i cartoni si erano qua e là sgallati, Sagot stesso sciolse i legaccioli; per esaminar meglio i miei lavori s’appinzò sul naso le lenti e nell’osservare i fogli sembrò un usciere quando legge la sentenza. Dopo poco il vecchietto friggeva gli occhi e dondolava il capo come quando una lucertola mastica il tabacco. Dopo l’esame dei primi schizzi abbassò la testa verso l’impiantito, le lenti si ribaltarono sul naso ed egli sembrò cercare un moscone che ronzava per la bottega: con questi più che con la voce chiese ausilio ad un giovane nero, cappello a torero, il quale, vanerello di sé stesso, ammirava in una parete dei dipinti che seppi poi essere suoi, ed egli chiamarsi Picasso.

Quei saltimbanchi allupati, quei pagliacci dalla bocca larga e dal naso infiammato, coi loro figli biascicati dai patimenti, quei ventri delle lor madri mareggianti dentro le maglie nere lacca e arancione, la corte delle cagne dalle poppe frolle dondolanti i capezzoli per la terra, degli orsi ammenciti dal vomito verde, delle scimmie con le natiche sbruciacchiate, le piattelle, i tamburi, i cembali, caricati sul carretto insieme ai bimbi di fascia e ai topi d’India, non erano dipinti con la superiore indifferenza del creatore, che adegua le gemme alla lordura, la pestilenza ai fiori, l’albero di Giuda alla croce di Cristo. Ma erano dipinte con il deprecato torbido affettivo.

I segni mai esasperati ed estremi, la pittura mai dominata dalla costante unità di visione; assente il senso di misura, norma incorruttibile della grande arte, quella tenaglia a bande piatte, la poesia che travolge, la scienza che esamina e disciplina.

Venne dopo, il lavorìo del cervello! L’ossatura del Sansone cieco spuntò sotto l’esile corpo di Picasso, la mostruosa mascella d’asino fe’ guasto: crollarono tradizione, compostezza, disciplina e i dipinti furon costretti in tavole d’algebra, di ragion dura di calcolo, di calcolo gelido.

L’omettino segaligno fe’ il resto.

Il nome di Picasso fu palleggiato, tirato, rimbalzato.

Le gretole delle persiane, i cartocci di fumo, i pentagoni, le mattonelle smaltate, i numeri della tombola, le sezioni coscienti, le scomposizioni liriche, valicaron l’Alpi e andarono di là dal mare.

Il frate cercatore, testa rapata, aspetto sornione di gatto che fa le fusa, ordiva la sua tela nel Boulevard Clichy. In quello studio il matematico si levava da dosso la pelle del passato. Dove si è rivoltolato il ciuco, ci rimane il pelo. Udite! Fui introdotto nell’Areopago. L’uomo era slavato, così almeno lo intravedevo dall’anticamera mentre egli, di là chiariva le sue conclusioni a dei neofiti: chiome stoppose, carne di cera, occhi di vetro:

«C’est épetant.»

Un uomo rapato come lui stava nell’anticamera con la dimessa cera di un comprimario: custode, cugino, corniciaio?

Al muro erano appesi dipinti di una sorprendente normalità, teste fatte dal vero impastate col carnicino, lo stil grais, la lacca carminiata, i lustri negli occhi, e tondeggianti come fossero state tirate al tornio, né mancava il colpetto carnoso sulla punta del naso.

«O questa roba?»

«Opere giovanili del Maestro» rispose il comprimario.

«Dove si è rivoltolato il ciuco ci rimane il pelo.» Con questa massima che mi calò nel cranio, fui introdotto nel tempio.

Luce a mezzogiorno, velario bianco sulle vetriate, ampie poltrone; la Venere di Milo di questa singolar setta – un manichino col ventre di cencio, le gambe, la testa e le braccia di legno verniciato color rosa, le giunture di gomma – era sopra a un basamento di castagno; una noce di cocco barbuta con due pezzi di legno santo per occhi, era collocata sulla cimasa di un armadio. – Da ragazzo io svuotavo i cocomeri e, praticando sulla verde sfera due fori e una bocca a sega e accesavi sotto una candela per collocar lo spauracchio ai quadrivii, e spaventar le donne che ritornavano dalla novena, – non sospettavo mai di avere la statura di questo eresiarca.

«Regardez en haut, Messieurs.»

Dei dipinti erano collocati sui cavalletti: un occhio nero concluso in un triangolo torbo, reciso da un foglio accartocciato, in cima al quale un altro triangolo si bilanciava con delle sezioni di stufa, dei numeri, dei solidi e una varata di coni, un violino sezionato, dei pioli, delle corde, il ponticello, erano intarsiati su dei piani monocroni; altrove degli scheggioni d’ardesia, delle parole e dei segni cabalistici, l’interpretazione disinteressata delle forme.

Mentre osservavo questi dipinti avulsi dalla descrittiva, dalla aneddotica, dalla psicologia, pittura né morale, né sentimentale, né pedagogica, né decorativa, pensavo a noi miserabili, speculatori avidi e venali che col frutto della nostra interessata interpretazione delle forme avevamo riempito una calza di napoleoni e rimpiattata poi nel fondo del saccone di sfogli, mentre Lui, il Francescanello dell’arabesco decorativo…

Il confonditore di crisi, lo spauracchio dei filistei, lo sconcertatore, lì in pantofole, pijama e mestichino, mi fissava mentro io scrutavo i suoi quadri.

«Voi non avete una preparazione spirituale per penetrare questi dipinti» mi disse.

«Sì» gli risposi.

Dopo degli anni, ripassai da Parigi: «Sai, Picasso copia Ingres» mi disse un amico.

«Non cercherà mica il pelo che gli cascò dalla groppa quando era giovane?»

Signor disinteressato interprete di forme, se avessi avuto la fortuna vostra di essere della patria di Sancio e di Chisciotte, dopo una capatina a Parigi sarei andato al Campo del Montiello e cibandomi di cacio pecorino, di quel che arsiona la bocca e invoglia alla bevuta, e di cipolle, avrei fatto a piedi tutte le stazioni dell’eroica via Crucis del Cavaliere, dormendo sotto ai larici, in riva ai fiumi e in mezzo alla tenera erba dei prati. A che o incantatore, stare nella città che è luce, tra Apollinaire e Jacob? Perché non a fianco di Galeone e Amadigi, ombre che si cibano disinteressatamente d’aria?

Picasso rivaleggia ora con la pittura dell’età alessandrina.

Muraglione di piombo ricamato di edera nera, aspetto di cimitero, di convento, di meditazione e di pena: Matisse. Varcata la soglia di una porticina che dà su un giardinetto tutto verde e ombra, inargentato di ghiaino, si ode il parlare sommesso degli ospiti, gli eletti. Studio gelido, ambo i sessi assimilati da una tunica grigia uguale, uguali gli occhiali di tartaruga, le capigliature, i volti. Ricordo di Accademia, l’anatomia del Cigoli sostituita dal manichino: braccia e testa di legno, ventre di cuoio. I disegni degli alunni tutti uguali. Il precettore, camice bianco, fluente barba di rame, carnagione linda rosea, occhiali a stanghetta, capelli a spazzola, scruta. Lo sguardo filtrato dagli occhiali illumina i volti dei pazienti. Riportai dalla visita questa strana impressione peschereccia: gli alunni mi sembrarono una motta di pesci sciortoni ai passaggi della primavera, sguscianti intorno all’esca del manichino, e lui un pescator di tramagli.

Salita ripida de la Rue Lepique, sulla porta color tabacco inciso in ottone, Leandre. La casa sembra quella di un esploratore de’ tropici, balestre, pelli incartapecorite, velli fulvi, freccie, lance, spade. Egli mi venne incontro grave, portando pari pari la sua rotonda adipe. Sulla spalla aveva una scimmietta seduta, con una coda lunga come un ricciolo di ringhiera, essa strilla a tutti gli ospiti, fischia, digruma, rifrange; quand’egli mi tese la mano grassoccia la scimmia saltò in terra, prese dei pezzetti di fusain, li frantumò coi denti, tracciò dei segni sul pavimento simili a quelli dei ragazzi prodigiosi.

«Ça, c’est rigolo, amusant» poi apre la cartella dei miei disegni, mi osserva attento e con lunga meditazione ripete «ça c’est rigolo, amusant». Dopo mi fece osservare la collezione dei suoi, stampati sul Rire. Io mi sforzai di ripetere le sue parole: «ça c’est rigolo, amusant».

Il giardino del Lussemburgo tra cespugli, aiole erbose, varietà di alberi annosi che annodano nel cielo i rami, al cui rezzo son statue di marmo verdi di muschio, ospita, nasconde, incita, coppie di innamorati, ed uomini che si riducono lì per le ultime meditazioni prima di gettarsi a capofitto nella Senna. Il Museo è nel fondo dell’immenso giardino. Un giorno io correvo ansioso pei vialetti, sgretolando il ghiaino con le scarpe pesanti. Il Museo del Lussemburgo per quel che ne avevo sentito dire, occupava una discreta area nel cielo della mia fantasia. L’edificio lo vedevo alto, a cinque, a sei, a sette piani. Ha invece la discreta dimensione di una serie di camere d’incenerimento: dense edere verdi lo ricoprono fino al tetto e risgrondano dalle canale sui basamenti di un ordine di statue fuse nel bronzo. Quando mi si parò davanti questa massiccia tettoia, dubitai d’esser davanti al celebre Museo. Chiesi schiarimenti a una guardia; bisognava sentire come egli si crogiolò su per la gola il nome del Museo.

«Questa specie di lavatoio?»

«Mais oui, mais oui, mais oui.»

Un cieco venditore di legaccioli da scarpe era poggiato sulla schiena d’un albero, chinando il capo sul petto tendeva un braccio magro in avanti e di sul palmo vizzito della mano porgeva in becchime agli uccelli delle briciole di pane. Gli uccelli zirlando gli roteavano intorno voraci e gli beccottavano quella grazia di Dio: il meschino aveva del santo Francesco che fosse uscito di sotto una chiavica. Quando il poveretto si sentiva i beccotti sulla pelle traeva dalla tasca ancora del cibo e coll’altra mano lo seminava sul palmo vuoto. Gli uccelli a stormi gli ciciurlavano negli orecchi.

Davanti alla porta di ingresso del Museo c’è un cortile recinto d’una cancellata ove son basate parecchie sculture. Non si sa se fu con pretesa simbolica che un grosso cane da pastori, nel tempo, fu collocato proprio di fianco al cancello e sembra uggiolare a quanti varcano la soglia.

Due figure di freddolosi uggiscono sotto la tettoia in cantonata e sembra che implorino d’esser riparati nel tiepido salone centrale. Di fianco, un colossale gruppo funerario conferisce al luogo il solito aspetto di cimitero. Il salone centrale, sia detto senza irriverenza agli italiani che soffrono di mal francese, a me sempliciotto com’ero, ma che tuttavia avevo già visto in Italia terra scoperta, mi fece l’effetto della Casa di Gaghe.

Nella galleria delle sculture mi colpì subito un turco audace, un ribaldo in turbante il quale trae o rinsacca nella vagina una scimitarra e il Génie gardant le sécret du tombeau par Saint Marceaux, il quale stringe al seno una coppa di lacrime, e una Tanagra di Gérome. Il pezzo forte Rodin spara qui con tutti i calibri del suo parco d’assedio, dal Bacio piazzato sulle ciantelle, al 75 leggero: la Vecchia, ai tonitruanti mortai: Rochefort e Victor Hugo. Una patina verde veronese che ossida il bronzo lo indolcisce e lo adegua alla carta pesta patinata. Il marmo non è fulminato dalle scalpellature che lasciano l’impronta del lacerante martirio, ma è levigato tornito pulimentato, ci sono gli occhi perfino traforati col violino, assai noto ai nostri scalpellini.

Un’inquieta ombra si aggira nella collezione Rodin, turbina al di fuori; è il Gigante che gli ripugna amalgamarsi al groviglio nodoso delle muscolazioni sgallate e all’ingrugnature barbariche che rinceppano i volti rodiniani.

Le articolazioni dilogate, le tenaglie delle mani che s’affondano grevi nelle carni, i piè roncoliti e i piatti, i gesti pesanti, l’andatura greve della gente del Nord conturbano la mostruosa Ombra.

La materia stessa non vulnerata dallo scalpello, come una scorza sulle membra compiute, in Michelangelo s’accende ella stessa delle irradiazioni potenti del suo spirito eroico. Gli austeri cipigli velati d’ombra, la contenuta baldanza che fiorisce sulle labbra del Bruto, i gesti vendicativi delle cariatidi qui si liquefanno su una superficie agitata di statue che non hanno la base del “precedente”. La calda impronta di una fanciulla di Medardo Rosso portava in questa sala mortuaria un palpito di vita. Pensavo, in questa sala, alle composte statue serene sparse nei cimiteri o sulle discrete piazze di casa nostra, al Canova e al Bartolini, al Vela, al Grandi e al Duprè.

Girando a destra s’entra nell’angusta sala degli Impressionisti dove è raccolta la pittura antieroica degli ultimi anni del secolo scorso. Sapevo che dato il concetto informatore dell’impressionismo, solidamente materialistico, nelle loro tele il senso dello stile era negletto, ma non pensavo che si fosse così isolato il cuore dal cervello. La compiuta opera d’arte è irragionevole interpretazione della natura, scevra di scientifiche speculazioni e di logica pura.

La luce amalgama e subordina i toni nella sua irradiazione sì che ferendo i corpi ne sfalda la concretezza e la solidità architettonica. L’arabesco policromo può dare piacevoli sensazioni anche se non mosso da un concetto formale, ma la grande arte, quella in cui spira un’aura di immortalità è rampollata dalle anime calde e gagliarde e non colata mai dal setaccio delle cervella gelate dalla logica.

Pertanto coloro che bevvero di quest’acqua, oggi sono ritornati col filo a piombo a reticolare le statue.

Dirimpetto c’è una saletta riservata ai pittori stranieri. Con la prudenza che distingue i dirigenti del Ministero delle Belle arti, questo bugigattolo che dovrebbe contenere tutto l’assaggio di ciò che si opera oltre i confini della Francia, l’Italia, l’Italia del Fontanesi, del Faruffini, di Toma, del Segantini, di Fattori, di Ranzoni, del Sernesi, di Signorini e di Previati, è lì rappresentata da un quadretto del Chialiva: “Anitre starnazzanti in uno stagno”.

Passando tra mezzo ai busti di Victor Hugo e Rochefort, messi a guisa di cariatidi ai pilastri d’una porta, s’entra in una sala di pittura in cui sono a concilio i nomi più correnti: Ribot, una specie di Ribera affumicato, Detaille con il grande quadro “Il sogno”, una stenderia di soldati addormentati sotto l’aculeo delle bajonette affascettate sui quali passa in alto tra uno sciamar di nuvole a pecorelle, la “Victoire”: il quadro più austero è quello di Puvis de Chavannes: “Le pauvre pecheur”; questo contegnoso artista si è ispirato ai primitivi italiani anche nelle opere di più ragguardevoli dimensioni come i dipinti che decorano il Pantheon, ma essi sono più rilassati di questo quadro in cui non si schiarisce bene la linea che divide l’ingenuità, virtù leonina, dalla povertà. Le figure smilze non sagomate né arse dalla passione, si mortificano nella maestà della natura, i rosa anemici i bleu scialiti i grigi perla fanno sovente tirare dei lunghi sospiri a delle donne allampanate con il marchio della divorante intellettualità stampato sulla fronte: Vous savez, là dedans je me sens a mon aise.

Più oltre, i quadri di Carrière: il sentimento materno avvoltolato in una bambagia di penombra che lo colloca tra la veglia e il sonno, poi, un ritratto fatto a Verlaine, il quale mi colpì per la inverosimile somiglianza col nostro fratello Ceccardo.

Quante volte mi son sentito domandare dalle belle:

«Conoscete Verlaine?»

«No.»

«Oh la la, non conoscete Verlaine?»

«No. »

E allora in tono minore come una romanza lene cantata a fior di labbra, quante volte mi è stato intonato

Les sanglots longs

des violons

de l’automne…

In tutti i Musei quando si è visto sei, sette, otto sale, le altre si filan via quasi di corsa; così mi accadde anche al Lussemburgo. Uscendo rifeci il salone della scultura, il cortile, il giardino, ma la cosa più emozionante e più bella e più poetica rimase il venditore di stringhe cieco, quella fantastica statua di cera plasmata dal dolore dal patimento e dalla rassegnazione. Egli era ancora addossato al tronco, gli uccelli s’erano invece alzati verso le rame degli alberi e fischiavano più vicini al cielo, ma lui tendeva ancora la mano sulla quale fiorivano delle briciole di pane.

Quando da giovinetto leggevo Victor Hugo, il più che mi commoveva era Notre Dame de Paris. Quei periodi suonanti come una salva di batterie, di cui si può udire il colpo di partenza e quello di arrivo mi rimbombavano sempre negli orecchi.

“Il libro e la cattedrale: questo – colpo di partenza – vincerà quella” – colpo d’arrivo.

“Lacchè – mi disse -: il lacchè era lui.”

“Da quest’uovo uscirà una barbarie, da quest’altro una umanità.”

“Qui Cartagine, là Gerusalemme.”

“Cartagine emerge dal monte, Gerusalemme dal mare.”

Quasimodo dall’occhio di ciclope sordo come un ciocco, dalle membra nodose, l’arcidiacono spettrale bianco e nero ed Esmeralda dai capelli color di gaggia e dagli occhi celesti come il mare si riaffacciavano dalla caligine della memoria quando vidi per la prima volta la nera mole turrita. La Senna intorbata dagli spurghi della città scorre lenta come un fiume di pece, i rullii dei veicoli sopra i ponti s’attuffano nel fiume. La Morgue appiattita come una bodda cucciara dietro l’abside della cattedrale, aspetta a bocca aperta. Il selciato della piazza è come una enorme pozza di piombo fuso che allaga la spianata, la statua di Carlo V sul cavallo di bronzo par che contempli impassibile l’alzarsi di questa lava. Il livello della piazza rialzato dai ribollimenti dei secoli ha divorato i gradini della cattedrale, e par che la mole sarà un giorno inghiottita. Le torri, i portali sovraccarichi di mostri urlanti e il pinnacolo centrale che si eleva come un albero maestro danno alla cattedrale l’aspetto di un vascello in perdizione.

Nell’interno le colonne gravate dal peso della vôlta sprofondano nell’impiantito, la luce filtrata dai finestroni appannati si espande fra i colonnati come la nebbia nell’intrigo di una foresta. Un organo riempie il tempio d’armonie e di tetraggine. Appena dentro, mi sentii incombere sul mio spirito il gravame delle mura e mi sentii il corpo addiacciato e il cervello frizzare per l’odore misto d’incenso e di tabacco.

Salii le scale a trivella di una delle torri laterali e dopo aver molinato un quarto d’ora come un moscone caduto dentro una bottiglia, potei uscire da quel tire-bouchon di pietra e spaziare il mio sguardo dilatato sopra Parigi. La bolgia mandava il rotolìo d’un temporale ne’ mari del norde, un caligo cenere e pece avvolgeva la città, l’isola era come una gran nave affondata nella melma e naufragata a fior d’acqua in mezzo alla Senna. Le ciminiere nere, le picche, l’aste, l’intelaiature di piombo congegnate ad antenne incatramate, tetti coperti di lastroni di lavagna davano l’idea di clipei, d’aste, alzate da un esercito che desse l’arrembaggio alla città alta; su quel grande strepito come di sopra al mare in tempesta il Louvre, il Trocadero, il Pantheon, l’Arc de Triomphe, la Borsa, il Palazzo di Giustizia, il pennone di San Dionigi e San Germano, avevano l’aspetto di navi pirate che a lumi spenti puntassero verso il faro del Sacro Cuore. Gattonai il tetto per contemplare la città da tutte le parti: tetti, muraglie, torri, prigioni, chiese, case avvolte in una fumacea lampeggiante di giallo e un tremendo muglìo d’oceano. Su quel grigiore la Senna lenta come un filo di corrente nel mare, colava nella piana di Parigi.

La notte di Natale mentre per le vie di Parigi faceva guasto il réveillon con lazzi, urli e finzioni, una specie di carnevale inscenato per festeggiare la nascita di Gesù, io partivo per il Belgio. Mi sovveniva con tristezza quando da ragazzo tormentavo mia madre perché in quella notte memorabile mi portasse alla messa a veder nascere Gesù Bambino. L’abbaglio dei ceri accesi sull’altar maggiore e la nenia della pastorella intonata dall’organo:

Gesù Bambin che nasce

con tanta povertà,

non ha pezze né fasce

né fuoco da scaldar.

Questo canto lene intonato da tutti i fedeli mi profondava nel sonno a mani accoppiate. Mi destava mia madre di soprassalto: «Svégliati; è nato il Padrone del mondo».

Passato a Mons il confine, la neve ammorbidiva il paese, gli alberi n’erano fioriti, le case coperte di quel candore distruggevano il colorito del paesaggio. Tutto era bianco e nero, soltanto dalle cappe dei camini uscivano delle faville d’oro che subito diventavano cenere celeste. Anche i molini a vento le cui pale mosse si agitavano come vele illuminate. La gente doveva essere al focolare, raccolta intorno al ceppo odoroso e crepitante. In tutte le stazioni c’era delle famigliette che attendevano i loro congiunti: grande cuffia, figaro e gonnelle larghe le donne, pantaloni larghi, zoccoli gli uomini; proprio come si veggono ricamati a punto in croce nei tappeti dei salotti buoni. Giunsi a Bruxelles la mattina che saranno state le dieci, ma sembrava notte. La neve intorbata, molinata da un vento gelato toglieva il fiato. Le campane di tutte le chiese suonavano dei doppi larghi che schiarivano l’anima, note d’argento salenti in alto a cercare l’azzurro sterminato del cielo. Giunsi alla Rue Haute dove abitava Cesare, il figlio del mio maestro di scuola. Salii le scale, bussai alla porta, rispose egli concitato.

«Sono io» gli dissi.

«Lorenzo» mi riconobbe alla voce.

Egli era allungato smisuratamente, lassù alta, la faccia che un tempo era bianca come lo sparmaceto, si era incuoiata e una barba spelazzata gli allungava il viso; gli occhi erano inalterati. Ci eravamo lasciati a’ tempi ch’egli sul mare mi cantava a suo modo il poema della Comune ed io l’ascoltavo trasecolato. Il volto allora gli si coloriva di rosa quando mi diceva: «Parigi è la nostra città». Ci sedemmo a una stufa, e di là in camera udivo sua moglie che carezzava un bimbo. Cesare volle essere ragguagliato sulla vita che conducevo a Parigi. Con altro tono io gli parlai del tragico muro dei Federati; m’interruppi per trarre da un portafoglio sdrucito alcuni fioretti rossi che avevo strappato da una corona.

«È stato colto dove fu inchiodato a schioppetate Aristarco, ricordi? »

«Ricordo.»

«È un muro lungo quanto il muro che rasenta la nostra pineta, coperto di corone, di nastri, di fiori, al di là dal quale si vede Parigi tumultuaria ed ardente diventata di cielo.» Gli narrai che avevo veduto il colonnello della Comune: Amilcare Cipriani.

«Narra, narra, narra.» A Cesare gli era rifiorita l’anima del fanciullo e pareva che ascoltasse ancora il battito della maretta che frangesse le mie parole.

«L’ho veduto alla redazione della Humanité. Un enorme casone squallido dove sono le redazioni di più giornali. Un muglìo come di terremoto vien su dai sotterranei rintronando i cortili: quando passai di sopra a certe graticole stese su dei pozzi fondi m’avvamparono le vampate della benzina, degli inchiostri, dell’antimonio; i cortili sono ingombri di mostruosi rotoli di carta.»

«Narra.»

«Cipriani era all’ultimo piano come un falco in gabbia. Una stanza nuda come una cella arredata di una sedia e di un tavolo: aveva ancora il cappello di Domokos largo e nero, la chioma grigia scendeva giù a ciocche partite sulle spalle come penne maestre, la fronte larga, ossea, rugosa, potente e audace tagliava due terribili occhi neri, il viso arso dominato dai ponti degli zigomi; tra la barba steccosa s’intravvedeva il taglio reciso della bocca, il corpo arso della carne era intabarrato in un cappotto di casentino color rame, forme e colori ricordavano il leone. Quand’io entrai egli scriveva, poggiava le mani scarnite sopra un foglio. Quando si voltò verso di me la carnagione olivastra fece una macchia sulla parete e ci risaltarono gli occhi smaltati di bianco.»

«Narra.»

«”In che cosa vi posso essere utile?” mi chiese secco.

«”In niente”. Egli chinò il capo sul foglio ed io dopo essermelo stampato bene nella mente mi precipitai giù per le scale.»

Nel tempo cui narravo, Cesare attizzava il fuoco. Quand’ebbi terminato, egli aveva ammannito una ciotola di caffè, ne bevemmo un po’ per uno.

«Quante illusioni son cadute!» disse allungandosi verso il soffitto.

«Le cose da vicino mutano aspetto» dissi io.

«Cosa vuoi, è la maledettissima vita.»

Cesare tentennò la testa.

«Queste cose si capiscono soltanto ora: magari vecchio ma io ritorno là» e accennò verso l’Italia; «cosa vuoi, quello è proprio il nostro paese, qui la gente ha un altro sangue. Allora» riprese fiero «ora ti farò vedere Bruxelles. Calzati bene e usciamo.»

Nel frattempo la moglie era sopraggiunta con in braccio un bimbo.

«Son questi» disse Cesare carezzando il figlio. «Usciamo.»

Lui indossò un cappotto color terra che lo allungava ancora di più e si pose in capo un cappello duro. Io ero vestito di una rendigote nera foderata di raso, che sembrava un serbatoio del freddo. Avevo in testa un cappello verde come una foglia d’ontano, sul petto di celluloide ci strideva il nevischio come sopra il vetro d’una finestra. Quando uscimmo sulla strada i nostri abiti furono molinati dal vento e dentro quei panni ci sentimmo marmare. Era il giorno di Natale, le vie erano deserte, la gente se ne stava tranquilla intorno ai tavoli bene inzavorrati di vivande e di birra. Per le strade c’erano soltanto quelli nel cui canto del fuoco c’era appisolato il gatto tra la cenere diaccia. Mi portò al Museo Wierz: il pittore dei colossi, mi chiariva Cesare. Al tepore delle sale riscaldate, il cervello si spollinò. La prima cosa che volle mostrarmi fu la saletta dove dentro un armadio aperto, sul quale era imbullettata una reticella, eran conservati gli indumenti che Wierz indossava durante il lavoro. In basso era custodita la tavolozza larga come un cuore innamorato, tutta imbarcata, i colori vi eran seccati sopra, bianco, giallo, rosso, celeste, terra gialla, rossa bruciata, la teoria dei cobalti, dei bleu, il nero; un mazzo di pennelli era là in un canto insieme a un bastoncino di bambù tamponato in cima come la vetta di un pero innestato. Non so perché, quella roba mi dette un senso macabro, mi sembrò la pelle di Wierz attaccata a un gancio.

Tutta la sua arte è un intruglio d’orrido ripugnante: degli spauracchi imbottiti spalmati di colori acidi; un Napoleone all’inferno lapidato con teste, braccia, tibie, tronconi mi dette la sensazione che non lungi da questo paese sotto il diaccio era appiattata la bestia del Nord. L’incorniciature rozze e stravaganti appesantivano la pittura; da una finta porta incastrata nel muro, per il buco della chiave si vedeva un quadro in cui una pazza bolliva delle membra umane; di dietro a una persiana vera, occhieggiava una portinaia maliziosa e scaltrita, un orrore: una cassa da morto su cui erano aggranfiati dei ragazzi spingeva fuori dalla sala.

Correndo, mi portò verso il giardino per farmi vedere le “Passioni umane” di Jef Lambeau, un gruppo di gigantesche dimensioni per il quale erano nate polemiche temporaliste, tanto che il Governo lo aveva recinto di una stecconata fitta. Quel giorno ci fu facile svelgere una tavola e, in solitudine s’ammirò il lavoro, una sarabanda di nudi, dei petti turgidi, delle anche tornite, dei ventri flussuosi, molta carne e poca passione.

Di lì traverso vialoni bianchi fiancheggiati d’alberi sulle cui rame fischiavano branchi d’uccelli mi portò davanti al “Cavallo che beve” di Menièr; cavallo e cavaliere avevano addosso una tale soma di neve che sembravano ancora da sformare.

Portati dal freddo, dal vento e dal desiderio di vedere ogni cosa, giungemmo al Museo Nazionale. Tutta l’opera di Costantino Menièr è ivi esposta, dai primi disegni di minatori, ai grandi basso-rilievi di granito che dovevano essere posti al monumento di Zola. Qua e là erano sparsi dei dipinti monocromi.

La terra lavata dal sangue, purificata dall’incendio! Ma Suvarine costretto, con il dosso della mano dritta al fianco e la mancina inerte alla rotula, in estatica contemplazione, mi fece rimanere perplesso sull’opera di questo gigante.

Cesare era diventato un pozzo di sapienza, il temperamento del solfo che aveva sortito dalla sua progenie lì tra quella gente pacata e tenace, s’era temprato. A repentaglio con la vita molte foglie eran cadute dai rami delle sue illusioni, così brucato s’era sprofondato negli studi. Il sapere lo aveva secchito, una voragine di nomi e di date me lo fecero sembrare un albero divelto sollevato da un uragano e riconfitto in terra con la fronda, e le radici aggrumate di terriccio rivolte al cielo. Anch’io mi sentivo in quei giorni sbarbicato dalla terra, ero anch’io sollevato da un temporale, ma tenevo ancora la fronda alta sempre rivolta al cielo. Il temporale mi riportò verso la via di Parigi.

L’implacabile cisternone m’aspettava a porta spalancata. Aprii l’uscio del mio studio: sull’impiantito c’erano tre o quattro lettere che presi e senza aprirle le posai sopra il tavolo. Il vuoto dello studio senza il mio alito si era freddato anche di più, sembrava di essere in fondo a un pozzo. La notte infatti mi sognai una cosa strana che mi era capitata da ragazzo: un ubriaco, il quale teneva più al suo gatto che ai suoi occhi, perché io glielo avevo percosso, mi prese a mezza vita e mi tirò nel pozzo del suo orto. Nell’impeto egli fece la mezza e precipitò dietro di me; fu la mia salvazione, ché l’acqua me mi avrebbe ricoperto e a lui invece arrivava soltanto all’altezza delle clavicole. Mi prese in collo e cominciammo a urlare come anime perse, il pozzo sembrava di bronzo tanto le acque e le voci erano sonore. Il limo verde metteva raccapriccio a toccarlo, il cielo lo si vedeva come di dentro al tubo di un cannocchiale, un disco luminoso lontano lontano; le prime persone che si affacciarono sull’orlo viste di giù sembravano uccelli. Ci calarono un canapo, l’ubriaco mi legò con esso e fui tratto sopra, poi il canapo fu ricalato ed egli si dette volta sotto le ascelle; ricordo che a tirar la fune c’era una ventina di donne e qualche vecchio, e ogni tanto stanchi, legavano il canapo al calcio di un fico; finalmente tira tira, apparve l’uomo intriso di limo verde, svergazzato dal freddo, impolpato d’acqua come un rospo colossale. Quand’egli si poté aggranfiare all’orlo del pozzo si tirò su da sé, rotolò tremante sulla terra e fu preso da convulsioni.

Per tutta la notte ebbi la sensazione d’essere precipitato in un pozzo. Quando mi destai mi pareva di essere tutto fradicio e dell’acqua dolce mi sciambrottava in bocca.

Cominciai seriamente a pensare alla morte; non potevo più appisolarmi senza vedere dannati che con le braccia smagrite levate al cielo domandavano il perdono di Dio. Avvallare scheletri tristi, lordi d’ogni sozzura, ardenti di sete come il cane rabbioso, dilaniarsi con l’ugne avvelenate. Gente con gli occhi bruciati e le bocche aggrumate di salive sozze.

Quando mi destavo mi sedevo sull’ottomana come un anacoreta, mi guardavo le gambe smagrite e i piedi intirizziti che non avrebbero potuto più fare il lungo viaggio di Marsiglia, dove avrei potuto trovare da imbarcarmi sopra un bastimento del mio paese. Questo pensiero soltanto, grandi vele bianche aperte sulla distesa celeste del mare, il sartiame, l’antenne e la pece mi rianimava e, benché le muscolazioni fossero indolenzite e rotte uscivo per il quartiere, salendo le scarpate delle fortificazioni perché la contemplazione della pianura mi dava la sensazione del mare. Terribili sere, quando siamo vuoti e un tocco di campana rintrona nella nostra testa e tutto il corpo sembra sonoro, i fischi degli uccelli e gli uccelli medesimi con lieve fruscìo d’ali par che entrino dal foro di un orecchio e riescano dall’altro sciamando, quando i capelli sembrano erba verde alitata dal vento e i battiti del cuore, le fitte martellate di un fabbro sopra un’incudine di acciaio, quando siamo più del mondo di là che di qua e l’amicizie sono vaghi ricordi color di terra, i parenti favole, il padre e la madre nebbie dipanate dai secoli; quando il cielo fa celeste il sangue medesimo.

Riscosso dalla tetraggine delle campane vere, mi alzavo col sangue pesante; slegato ritornavo verso l’orrido casone, divoravo con gli occhi le vivande ammannite nelle vetrine, mi ristoravo con l’alito del brodo che esalava dalle graticole aperte sui marciapiedi davanti alle trattorie. Questo soave profumo sembrava avere anche il volume del pasto e dilatare lo stomaco vuoto; rincasando, il sacco si svuotava come un otre forato. Allora il troncone aggobbiva e gli arti inferiori sentivano il peso di questa cosa morta e lo avrebbero volentieri scaricato insieme alla testa in un mucchio di lordura. Quelle ore in cui il cervello perde la padronanza sull’articolazione e le gambe vanno una di qua e una di là, il torso si sciverta e la testa dondola. E ci risvegliamo sdraiati sopra un marciapiede con una guardia al fianco che ci chiede il nostro nome.

Finalmente arrivò la primavera, là verso la fin di marzo. Sulle boscaglie di Clamart il cielo si tinse di viola, nuvole bianche, vele tombate dal vento filavano sopra i lecci neri. La cruda terra rorida di guazza divenne vermiglia e celeste; rasa dal sole mostrava una peluria verde sui solchi rotti dal vomero, qualche fiore giallo e celeste consolò l’arida sterpaia. Quando i contadini erpicavano sulle scassate sollevavano ribollimenti di terra rossa, il gagliardo sangue della madre rampollava dalle fenditure, gli alberi ossidati accesero fiammelle verdi come giganteschi candelabri.

Quello scheletraccio di ferro battuto che sporgeva le rame stecchite al finestrone del mio studio e che quando era mulinato dal sinibbio percoteva i cristalli con le dita secche, alle prime lusinghe della primavera messe delle gemme che poi esplosero fogliette di tenero verde. Solo allora mi accorsi che era un pioppo, un tenero pioppo italico di quelli che processionano lungo i nostri fiumi e dialogano col fremito delle foglie con l’acqua franta e rifranta sul greto. Le foglie buttaron su tutti i rami, si aprirono come farfalle e invasero la finestra e vi cantavano notte e giorno. Le rondini e i passerotti le trapuntavano di strilli argentei.

Le fumate bianche della terra spandevano il profumo della germinazione sopra la città morta. Presi il randello del pellegrino, un boccon di pane e mi detti al bosco, assetato d’aria. Il vorace desiderio di terra rotta, franta, capovolta, mi prese così forte che per molti giorni non voltai mai la testa verso Parigi. Passavo intiere giornate passeggiando e dormendo al rezzo dei boschi, pensai ai santi, ai penitenti e lì mi venne pensiero di voler vivere d’acque e d’erbe e pensai di andarmi a stare in un bosco e cominciai a dire da me medesimo: “Che farai tu in un bosco? che mangerai tu?” rispondevo così da me a me parafrasando un italico santo: “Bene sta: io mangerò dell’erba quando avrò fame, e quando io avrò sete berrò dell’acqua”. Ritornare in Parigi, mi sembrava un sacrilegio. I faggi, i lecci, gli ontani, l’edera abbarbicata dal calcio ai cimelli, e le fogliette pitturate di cielo davano purificazione al mio cuore; in terra tra la soffice borraccina verde, le felci si piegavano tenerelle sul regamo, la salvestrella s’attortigliava alla nepitella ruvida, cespugli di rombice, salvia e trifoglio, s’annodavano ai piè degli alberi. Da tutto veniva un odore che rendeva dolce il pane. Rospi verdi, gialli, rilucenti, godevano il fresco azzurro sotto le prunaie. Gli uccelli ciciurlavano da per tutto. Come era dolce e fresca quell’acqua bevuta a giomellate, chinone sopra uno stagno terso nel cui fondo si vedevano le foglie secche e fresche, quell’acqua che sa di cielo e di scorza d’albero. Passeggiavo estasiato sotto le ontanete fitte e il mio passo si spengeva tra il fogliame denso; lontano, una famiglia di querce era tagliata da una spera di sole. Apparve l’uomo, il creatore di città e di imperi. Un campione della specie industriosa, era lì senza camicia col suo scheletro coperto di carne. La schiena ruvida mostrava le suture del costato, le pelli si afflosciavano gialle sulla cresta del bacino, dai denti delle vertebre si sarebbe preso un misero penitente; sopra la nuca monda come un mazzuolo ci aveva a sghimbescio un cappello sodo, i pantaloni se li era sgusciati fin sotto le rotule delle ginocchia, le coscie secche aveva accapponite. Dal fondo delle brache i piedi magri e gialli spuntavano induriti dall’unghie: egli scivertando le braccia indietro si sdruciava la pelle con l’ugne adunche, ma non potendosi erpicare lungo il fil delle reni si alzò carponi e andò a tasto al calcio scabro d’una quercia e cominciò a sfregarsi la schiena e a dibisciarsi. Il sangue gli colava giù e lo beveva la terra.

Mi cominciai a impressionare della Morte. Quando siamo stati sdraiati sulla pietra, l’ossa prendono il gelo e la pesantezza della pietra. Chinai il collo come il bove al giogo: nel Faubourg Saint-Denis abitava un editore di musica il quale aspettava al varco gli sventurati. Commetteva egli delle copertine di partiture di musica e le pagava lire tre. Consegnava un pietrone da litografare della pesantezza di venticinque chili sul quale gli si doveva disegnare a matita le figure e le parole. Mi presentai a lui, mi fece aspettare un’ora, ritto. Egli scriveva, poi alzò il capo e mi osservò tutto senza muoversi dal bureau. Dopo avermi lungamente scrutato si alzò e mi fe’ cenno di seguirlo: entrammo in una stanza umida dove c’erano delle stive di pietre come da noi nel dietro stanza di uno scalpellino; mi accennò di sollevarne una. La presi, la soppesai e gobboni la portai fuori. L’uomo prima di consegnarmela volle ch’io declinassi il mio nome, cognome e indirizzo. Quando sentì che abitavo alla Ruche risté un po’ dall’appuntare, sospirò e dopo disse dubitoso: «Prendete pure».

Mi caricai il piastrone sulle spalle e ritornai a piedi verso casa: dovetti attraversare tutto Parigi. Ogni chilometro il pietrame aumentava di peso e quando fui a cinquecento metri della Ruche mi spiombava le spalle; quella pietra mi pareva che pesasse quanto uno scheggione. Feci traballando le scale, aprii la porta, la scaricai nello studio e sudato fradicio mi buttai sull’ottomana e piansi per la prima volta: sulle spalle mi sembrava d’averci sempre il pietrone e mi schiacciava e non potevo levarmi più il suo peso da dosso. Disperato m’addormentai.

Facendo penitenze e digiuni, in un mese riuscii ad appicciare il viaggio.

Il pioppo davanti al finestrone del mio studio aveva buttato tante foglie che non si vedeva più un tondino di cielo, un’ombra soave dipingeva di verde la rovina del mio studio. Io avevo un vestito di rigatino del colore e dello spessore della scorza d’ontano; me lo sentivo freddo sulla carne in amore.

La primavera con ondate di nuvole bianche e rosee veleggiava nel cielo, un albore d’estate ardeva sulle boscaglie di Clamart. Sentivo già il profumo denso e dinervante che esalava dal viale dei tigli il quale partendosi davanti alla casa di mia madre si infociava nella pineta, e quello delle acacie fiorite di cielo.

I denari del viaggio mi fecero come l’olio nel lume. Dovevo essere ringiovanito di vent’anni quando bussai alla porta di Matteo Ruiz d’Alégria. Egli era seduto sopra la sua ottomana; una statua di creta avvoltolata con stracci d’ombrello neri fradici aveva preso l’aspetto di una vecchia mendica, un colletto di celluloide con il quale egli si presentava a domandar del lavoro, era appeso al muro: sotto, a piombo, le scarpe lucide e sulla spalliera di una sedia il tait e i pantaloncini ammenciti e sopra, il cappello. Matteo stava lì, vestito di una giubbetta sfoderata dalle maniche corte che gli allungavano le mani gialle e scarne ed era in mutande, scalzo e in pianelle. L’invernata l’aveva ridotto uno scheletro, la fame gli aveva scavato gli occhi dalle orbite e i denti di bocca. Sul tavolinetto ci aveva due cipolle che lo guardavano come gli occhi di una civetta e più in là un secchiello colmo d’acqua.

«Dio cibola» mi disse con parole fradicie d’acqua.

Mi accostai a lui, mi sedetti al suo fianco; abbracciai il costato secco e le scapole smagrite: sentendo questa tenerezza egli mi guardò stupito coi denti bianchi e con gli occhi verdi e neri. Esitai un po’, lo fissai dolcemente, mi tremavano le labbra e le parole mi si diacciavano in bocca, finalmente gli sussurrai in un orecchio: «Parto».

Trasalì; «Quando?».

«Ora.»

Mi squadrò da capo a piedi: «Così?».

«Sì.»

Chinò il capo tra le mani e dei singhiozzi gli scassarono il torace. Risalii nel mio studio, rotolai i disegni che portai a nascondere dietro un albero della sterpaia insieme alla cassetta dei colori, un fagotto lo feci calare al di là del muro, sulla strada.

Mentre con un pezzo di giacchetta mi pulivo le scarpe, entrò Matteo vestito e guardò avido il mio letto.

«Riprendo tutto io.»

«Se vuoi.»

Scrutammo guardinghi dalla finestra: la concierge svituperava con altre donne nel vicinato. Pigliammo l’ottomana, la calammo giù dalle scale e la infilammo nello studio di Matteo. Si ritornò su svelti svelti come ladri: io feci una bracciata dei lenzuoli e Matteo dei guanciali; una seminata di penne rimaste su tutti i gradini delle scale. Mentre Matteo rassettava la mia roba nel suo studio io risalii le scale; mi ero dimenticato del palloncino alla veneziana, lo staccai e ritornai da Matteo: «Ecco,» gli dissi «attaccalo, ti porterà fortuna». Mettemmo due sedie una sull’altra ed io stesso vi salii sopra e appesi il filo a un travicello. Poi uscimmo, e l’atelier A, il mio, mi sembrò avesse la porta di cielo: preso da una vertigine rifeci una diecina di scalini. Mi sembrava di essere rimasto chiuso dentro lo studio.

«Ti sei dimenticato qualcosa?» disse Matteo.

«No» gli consegnai la chiave del mio atelier e gli dissi: «Stanotte apri e lascia aperto».

Partii.

Man mano che il treno correva verso il verde della pianura, Parigi diventava celeste, quel pietrame ammonticchiato perdeva la solidità con la quale aveva gravato per tanto tempo sulla mia carne, sulle mie ossa, sull’anima mia. L’immane ergastolo era tutto azzurro e dilagava da ogni parte diventando una città di nebbia. A un tratto sparì, dopo un declivio erboso. Mi sdraiai sulla panca, la città mi rintuonava ancora nel capo; pareva ce la ribadissero i colpi pesanti del treno. Passai così intormentito buona parte della Francia.

Le giogaie della Svizzera ripulite dalle aure fresche, spiccavano bianche sul cielo, il nero delle selve più basso e il verde acre delle prata su cui pascolavano le mucche bianche maculate di terra gialla e i fiumicelli, lavacri d’indaco col loro chioccolio invogliavano le bestie a bere. Le case bianche coi tetti acuti attingevano il cielo terso, i laghi espandevano una pace di paradiso, il mondo sembrava purificato. La gente che osservava il treno, con quei cappelli a pan di zucchero grigi e la piuma verde su quelle facce color latte e sangue, dagli occhi celesti, soffondevano del loro chiarore il lutulento Parigi. Con questa beatitudine mi addormentai un’altra volta. Nel frattempo dovemmo raggiungere la dogana, ma io non avevo bagagli da frugare e mi voltai dall’altra parte. Il treno rullò molto tempo sotto un tunnel, poi uscì avvoltolato in una boccata di fumo sopra una valle che fiatava nebbia grigia, oltre la quale i triangoli delle Alpi si solidificavano nel cielo. Mi destai intontito, guardai di qua e di là, sbadigliando. Il controllare era uno sbracalato bisunto col cappello schiacciato sul capo e la visiera scucita, il quale aggruppato sopra una panca risucchiava una pipa aggrumata e ogni tanto gorgogliava e sputava. Di sfuggita, impalati davanti alla porta di una piccola stazione innanzi alla quale il treno filò via, intravidi due stangoni neri e rossi che parevano moltiplicati all’infinito dal rapido alternarsi dei finestrini. Di scatto m’alzai e chiesi al conduttore: «Ma siamo in Italia?». Egli aprì un occhio e mi guardò di sotto in su: dal labbro posteriore gli colava un filo di bava sulla camicia, ma non rispose verbo.

Uno scossone del treno mi fece andare di traverso al sedile. Un ubriaco scalciante e urlante lo strippavano traverso l’apertura di uno sportello una quantità di gente, il conduttore, il controllore, i parenti, il facchino della stazione. Quando riuscirono a infilarlo dentro, egli si sdraiò tutto sopra un sedile. La testa gli penzolò sul petto e le gambe gli cioncarono sull’impiantito. L’uomo aveva una fiasca di vino a tracolla, ogni tanto, arsionato, tentava di portarsela alla bocca che puppava l’aria; le mani aveva prese come dal paralitico e non riusciva a infilarsi il collo in bocca, lo sollevò fino all’altezza della clavicole e gli diè la volta. Il vino giù per il pelame del petto traverso la fossetta dei muscoli e per le coscie gli colava giù dagli stinchi; in poco tempo sull’impiantito ci fu una pozza rossa, sicché pareva che l’uomo l’avessero pugnalato. Un tanfo d’aceto appestò tutto il vagone.

“Siamo proprio in Italia” pensai triste. Ritornai, con circospezione questa volta, alla carica: «Senta conduttore, da queste parti c’è forse il paese chiamato Arona?».

«Ci si riva tra una venticinquina di minuti.»

Ritornai sul sedile. Mentre guardavo, mi riscosse un urlo:

«Arona!»

Ostentando una naturale curiosità, mi affacciai al finestrino: “Non scendo!”. Poche case, una chiesa, un campanile. “Nella grande città c’è sempre posto per gli stomachi avventurosi: qui son tosto visto e preso” e puntai dritto su Milano che era un centinaio di chilometri. Però fu mestieri che mi ritirassi a contemplar la patria dal lavandino, ed ivi mi chiusi a chiavaccio.

Non conoscevo Milano. Quando scesi in piazza del Duomo, questa era stipata di gente. Il monumento a Vittorio in arcioni a spada sfoderata che par voglia scapezzare il tritume delle guglie, fu la prima cosa che mi colpì. Dalla Galleria sfociava una nera mareggiata di teste. Un amico vagamondo mi aveva insegnato di tenermi sempre al centro delle città: «Sempre nel centro, mai alla periferia, ricordatelo».

A quell’ora in Galleria ci si strippava. Sul forbicìo delle lingue spiccavano bene i gorgheggi di certi usignoli cicciosi e lardosi, baritoni, bassi, tenori. Sballonzolato di qua di là, feci buio. Mi ritrassi in un canto e senza togliermi le mani di tasca, contai i soldi che mi erano rimasti. Gironzolando torno torno alla Galleria, mi capitò sotto gli occhi uno stemma: fondo rosso, croce bianca, corona dipinta di biacca e le parole gialle. Osservai ben bene il nome della piazza per tenermi debitamente lontano. Filai svelto ma mi capitò peggio, la Fiaschetteria Toscana. Il titolo mi tese un’insidia. Pensai da sempliciotto: qui siamo in famiglia. Guardai sulla porta, ma ci mancava la fresca del pin secco e la veste del fiasco; ma tuttavia entrai. Ratto il cameriere mi tolse di dosso il pastrano ed io rimasi lì in vergogna con il vestito di rigatino. Mi sedetti, come Sarti sulla mia ottomana. Consultai la carta dalla parte dei prezzi, e al primo due e cinquanta che trovai feci la spola sul titolo: «questo» dissi sotto voce al cameriere.

La notte, una dolciastra notte di giugno la passai tra Corso Torino, Via Dante e il Catello, andavo a passo svelto onde evitare certe domande: «Giovanotto… dico a te… fermati o ti sparo… le carte… sfaccimme… ti scasso il grugno… faccia di rospo… abbúffati» quando all’altro uomo spuntano sul viso gli occhi della iena. Andavo perciò senza baloccarmi di qua e di là. Feci le prime ore della mattina indisturbato; coll’istinto del cane che rinasce in noi quando siamo dispersi per il mondo, mi orientai verso la stazione. Con un biglietto d’ingresso salii sopra il diretto di Genova. Entrai dinoccolato in un lavandino e mi tirai giù rovescio: or boccone, or per lato mi martirizzai tutte l’ossa. A Genova mi fu facile uscire dalla stazione: ero in casa mia.

La cima delle acacie di piazza Colombo eran dorate dal sole, il porto soffuso da una tufagna di fumo nero, gli alberi delle navi svettavano oltre quel caligo e parevano arroventati dal sole. Le bandiere bianche, celesti, rosse e verdi sciamavano come farfalle, il mare palpitante di bianco allagava di cobalto l’infinito. Vidi il cielo anche le montagne dei miei paesi. Chinai il capo e alzai le mani: me le sentii intiepidite dal sole.

Passati gli scafi ferrigni con la linea d’acqua dipinta di minio o insanguinata dai battiti delle acque sciabordate, lo strepito degli argani, dei ghindò, delle catene, delle eliche che turbinando ribolivano l’acque fonde, i bramiti delle sirene, i risucchi dei silos, i cumuli delle granaglie del cotone e delle carrube, mi si presentarono gli scali dove prendono volta le barche del mio paese: le vele quadre dei navicelli, quelle a triangolo delle tartane, l’ordine dei pennoni aperti sugli alberi maestri degli scuneri, le rande delle menaite, i pollacconi delle paranze percossi, agitati, scalpellati dal vento mandavano profumo di ragia di pino e di bacche di ginepro, i nomi scritti sullo specchio di poppa: Eulo, Cassandra, Icaro, Dedalo, l’Ardita, mi fecero vedere al di là del sartiame il crocchio delle casette tra le quali era la mia, la pineta e l’Alpi.

Mi sdigiunai sul carabotto di prua di una tartana. Il guardiano mi aveva riconosciuto: «Ma tu non sei quello che una volta s’andò a aberintare a Parigi?».

«Sì.»

Così seduto, sentii esalare dai miei panni la pestilenza della Ruche.

«O di dove viene ridotto in questo stato? dalle secche di Barberìa?»

Io guardai di qua e di là e poi dissi piano: «Da Parigi».

Il guardiano mi guardò trasecolato: «Ma a casa tua t’aspettano?».

«No.»

«To’, vatti a far la barba.»

Senza radermi, presi un treno del pomeriggio per giungere a casa di notte. Uscii dalla stazione del mio paese dalla parte delle merci: un vagabondo dormiva addossato al muro, il vetturale di servizio che non aveva fatto lo spaccio schioccò la frusta e messe la brenna di corsa. La darsena era inselvita d’alberi. La torre suonò le otto: l’ora di cena. Entrai in casa, i miei erano a tavola:

«Lorenzo?» dissero tutti in coro.

Chi mi prese un braccio, chi la testa e i nepoti le ginocchia. Mia madre piangendo sotto il grembiule, aspettò che fossi solo poi s’abbarbicò a me e mi chiese piano in un orecchio: «T’ha visto nessuno?».

«No.»

Il mio fratello maggiore mi osservava sconturbato: «Spogliati!».

Io macchinalmente mi levai la giubba, la tirai in un canto e mi sfilai la camicia, poi a torso nudo andai nell’orto, cavai dal pozzo delle secchiella d’acqua e mi digrumai in una conca; lì al buio mi sfilai anche i pantaloni e le mutande, slegai le scarpe e sbrucai i calzini: rimasi nudo come Dio m’aveva fatto. Lì mi portarono le mutande e la camicia. Mia madre fece una bracciata degli abiti di Parigi e li buttò in fondo all’orto.

Mi ultimai di vestire in camera: mio fratello mi dette il suo abito nuovo. Quando scesi giù, mia madre si affacciò sull’uscio dell’orto e gridò al vicinato: «È ritornato il mi’ Lorenzo da Parigi: come sta bene!».