Lotto di Ser Dato, De la fera infertà e angosciosa

De la fera infertà e angosciosa
radicata in diverse e forte pene,
la qual dentro e dintorn’ al meo cor sento,
cura tal voi’ pigliar per dilettosa,
qual fa lo ‘nfermo, quando ‘l gran mal mene,
che si compiange del suo sentimento,
e par ch’ alleggiannento
alcun li sia, ed eo simil voi’ fare;
le doglie dimostrare,
ch’ eo soffero con grande compagnia,
in compianto vorria,
sì che, per gran pietà, chi ha potenza
di darne guerigion, vegna in voglienza.
Savem de certo ched alcuna cosa
tanto gentil nostro Signor non fene
quanto l’omo, ne si siali piacimento,
che poi l’ee fatto, fuli sì amoroso,
che li dé libertà di male e bene,
operar, quanto vole a suo talento.
E si nond’è contento.
Noi sottoposti ci convene stare,
veder, né operare
cosa potem che diletto ne sia,
né avem signoria
di parlar a nessun che conoscenza
aggia con noi, e ciò n’è gran doglienza.
Ed anco maggior doglia e più gravosa
aggiam che non di sovra si contene.
Conforto aremmo a ciò trapassamento;
ma, sperando d’aver nova gioiosa,
la contrara di gioia adesso vene
tal ch’al cor par voglia dar lungiamento:
tant’ha confondimento,
che contenti seremmo al trapassare,
anzi che dimorare
in esta vita sì crudele e ria,
non fusse che tal via
saven’ nostr’ alme terrèn ch’ a perdenza
gireno senz’ aver giammai redenza.
Più greve pena assai e dolorosa
haven’, ciò sono este fere catene,
che altra, und’io fatt’ aggia mostramento;
ch’ell’è tanto crudele e sì noiosa,
che, se consolazion nulla ci vene,
tosto da noi li fa far partimento,
e lo grande tormento,
c’haven’ tuttor, ci fa rinovellare,
la noi’ multiplicare,
c’h’ al corpo darci nullo non poria,
e a l’alma bailìa
ha tolto: ché del mal far penitenza
non pònno aver, ben c’è gran cordoglienza.
E siam sotto signoria sì spietosa,
che già nulla pietà di lor non vene
for’ con di gente d’altro intendimento:
s’alcun l’avesse in cor, mostrar non l’osa;
ma quell’è leal detto che mantene
suo dire e opra a nostro increscimento.
Molto piò spiacimento
aven che lingua non porea contare,
e vedenci fallare
parenti, amici e mettere ‘n obria.
Est’è la malatia,
di che fatt’ho compianto: gran fallenza
fan quei che ‘n ciò potreno dar guirenza.
A Pisa, meo lamento,
nostri tormenti deggi divisare:
per volere acquistare
e mantenere onore e signoria
aven’ tal cortesia.
Consiglio ben chi di servirla ha ‘ntenza,
guardisi non cadere a tal perdenza.